Diario istanbuliota – Appunti da un viaggio a Istanbul con Radio Popolare

9/10/2014

Via Antonini, 3.45 del mattino. Il silenzio è rotto solo dallo scorrere delle rotelle della mia borsa, che sto trascinando fino al luogo dell’appuntamento con Claudio Agostoni. Dopo un po’ di contrattazione, l’abbiamo fissato per le 3.50 all’incrocio tra Via Ripamonti e Via Quaranta. Da casa mia, secondo Google Maps, sono più o meno 1700 m, decisamente fattibile. È l’ora che è quanto meno insolita. Gli occhi sono ancora velati di sonno, ma questo non mi impedisce di notare che il posto è più animato di quanto si potrebbe pensare. Davanti al benzinaio c’è un baracchino dei panini aperto a quest’ora, guarda che sorprese riserva a volte Milano. È frequentato più che altro da peruviani che vanno a mangiare qualcosa prima o dopo il turno che vanno a fare chissà dove. Forse lavorano per i corrieri, non so.

Claudio arriva puntuale e andiamo verso Piazzale Lodi, dove ci aspetta Gabriella, che ha lasciato lì la sua bici, da lei chiamata la scassona. Scassona o no, la sua intenzione di lasciarla lì per cinque giorni e quattro notti ci lascia un po’ perplessi, ma non c’è tempo per discuterne. Dobbiamo dirigerci verso Malpensa, veloci ma non troppo (Claudio ci racconta che ha già preso un paio di multone ultimamente).

Lì incontriamo il resto del gruppo, che è formato da un totale di 36 persone; alcuni però arriveranno con altri voli, quindi siamo poco più di 30, prevalentemente un’allegra banda di 40-50enni. La sola che abbassa l’età media è la giovane Marta, che si candida subito, penso suo malgrado, a diventare la mascotte del gruppo. Con noi ci sono anche Piero Scaramucci, storico fondatore e direttore della radio, e Mimosa Burzio, anche lei valente giornalista.

Il volo passa agevolmente, in parte sonnecchiando e in parte chiacchierando piacevolmente con Gilda, che a Como insegna Italiano a classi di donne straniere. Mi racconta che ha già avuto varie occasioni di scambio con donne turche, di diverse etnie. Spesso le portano dolci, quindi lei ha già una buona conoscenza delle principali varietà di dolci turchi. Mi racconta anche di come sia difficile, per le donne che hanno una bassa scolarità di base, che possono avere difficoltà a leggere e scrivere anche nella loro lingua madre, imparare una lingua ricca e complessa come l’italiano. Di come alle prime difficoltà spesso tendano ad essere sopraffatte da una sensazione di inadeguatezza, a bloccarsi per la vergogna e la paura di non riuscire. Penso a quanta pazienza deve avere e a quanto è bello e importante il lavoro che fa.

L’aereo inizia la discesa, ormai Istanbul è sotto di noi. Cerco, con scarso successo per la verità, di riconoscere qualche elemento significativo dello skyline. Io sono già stato a Istanbul sette anni fa, all’inizio di un giro che mi ha portato a toccare una buona parte della Turchia occidentale. Ho deciso di tornarci attratto dal taglio insolito di questo viaggio, dalla bellissima esperienza che ho fatto con Radio Popolare a Sarajevo pochi mesi fa e, perché no, dal ricordo che mi è rimasto di una città estremamente viva e varia, con tante realtà ancora per me tutte da scoprire.

Certo, ora c’è anche la curiosità di vedere cosa è rimasto del movimento di Gezi Park, e come vive la città questi giorni di tensione e proteste curde per la situazione che si è creata appena al di là del confine siriano.

Sono circa le undici ora locale. All’aeroporto ci accoglie Francesca, di Viaggi&Miraggi, che ha curato l’organizzazione insieme a Radio Popolare. Molti di noi l’hanno già conosciuta all’aperitivo pre-viaggio al bar della radio. Il nostro pullman ci viene a prendere fuori dall’aeroporto e ci porta all’albergo, che si trova a Sultanahmet, nella zona del Gran Bazar.

Salgo in camera e accendo la TV: la BBC parla del ministro degli esteri turco che, durante un incontro con la NATO, ha precisato una volta di più che il governo non ha nessuna intenzione di intervenire con l’esercito contro l’ISIS oltre il confine siriano, a meno che non lo autorizzino anche a rovesciare Assad, cosa al momento assai improbabile. Si può immaginare che i curdi, nei prossimi giorni, continueranno a protestare.

Dopo esserci rapidamente sistemati, usciamo in gruppo pieni di buona volontà; l’idea è di sfruttare questo primo pomeriggio per qualche visita delle più “classiche”, soprattutto per chi a Istanbul non è mai stato, dato che nei prossimi giorni faremo altri giri un po’ più insoliti. Ma quasi subito decidiamo di fermarci prima a mangiare, e il pranzo diventa un’occasione per conoscersi chiacchierando e rilassandosi un po’. Così scopro qualcosa di più di altri compagni di viaggio, tra cui la compagna di stanza di Gabriella, Elena. Lei lavora all’INAIL, mentre Gabriella è operatrice sociale. Poi ci sono Alma e Franca, fisioterapiste e agguerrite iscritte al sindacato di base, l’architetto Valerio e altri ancora.

Ma così la sosta si prolunga e quando ripartiamo ormai è piuttosto tardi, ci resta tempo solo per la Moschea Blu.

Dobbiamo aspettare tre quarti d’ora per entrare, perché è in corso la preghiera del pomeriggio. Inganniamo l’attesa nel piccolo bazar nei pressi della moschea, soprattutto nel negozio di un simpatico furfantello che ci attira parlando un italiano quasi perfetto che ha imparato chissà come (lui dice dai turisti italiani, ma è difficile credergli). Fa battute da attore consumato sulle suocere, sa perfino che vicino a Milano c’è una città che è “de hura e de hota”, anche se non si ricorda che è Bergamo. Gli oggetti non sono neanche poi brutti, così qualcosa riesce a vendere, anche se forse non quanto sperava.

La moschea, poi, è sempre suggestiva, sebbene ci sia chi se l’aspettava “più blu”.

Al ritorno in albergo posso finalmente conoscere Fabrizio, il mio compagno di stanza, che è arrivato nel frattempo con un volo da Pisa. È di origini venete, è cresciuto a Livorno, ma vive a Firenze da quando era ragazzino. Fa yoga, è molto interessato al buddismo e alle filosofie orientali in genere. Facciamo brevemente conoscenza, poi ci prepariamo alla serata, che sarà dedicata all’incontro con il movimento di Piazza Taksim.

Prendiamo il tram, che ora attraversa il ponte di Galata fino a Karaköy, poi la funicolare che sale da lì all’inizio di Istiklal Caddesi, il lungo viale che è un po’ il Corso Buenos Aires di Istanbul. Lo percorriamo a piedi fin quasi a Piazza Taksim, poi entriamo in un vecchio palazzo che ora ospita un centro sociale. Il posto è piccolo, fanno fatica a sistemare un gruppo come il nostro.

Per prima cosa ci fanno vedere un film. È il documentario “Gezi’nin Ritmi” (Il ritmo di Gezi), che racconta la storia di Sambistanbul, un gruppo di percussionisti decisi ad utilizzare la musica a supporto dei dimostranti a Gezi Park nell’estate 2013: “Quando abbiamo sentito che la demolizione del parco era iniziata, ci siamo precipitati a Taksim suonando e abbiamo visto la speranza negli occhi della gente. Il sistema cerca di mettere paura e dividere le persone: noi combattiamo con uno dei ritmi più antichi al mondo, che ha trascinato popolazioni dall’Africa al Sudamerica”.

Il regista del film è un italiano, Michelangelo Severgnini, di Crema, che ora vive qui e si è avvicinato al movimento. Il suo percorso non è lineare: ha vissuto a Roma, è arrivato in Turchia anni fa, poi è tornato in Italia, a Napoli, e ora è di nuovo qui. Fa il regista, ma anche il musicista. Il suo gruppo si chiama  Güneş, naturalmente saranno loro ad allietare la nostra serata qui. Ma prima possiamo fare qualche domanda a Michelangelo e agli altri. Più che altro è lui a rispondere, ogni tanto chiede l’approvazione degli altri ma fa un po’ da portavoce. A me interessa, ad esempio, sapere se c’era una componente curda nel movimento e se esiste un partito o qualche altro soggetto politico che possa portare avanti le istanze del movimento o dal quale questo si senta un minimo rappresentato e che sia credibile come opposizione a Erdoğan. La risposta è che sì, c’era una componente curda anche se piccola, e che i due maggiori partiti di opposizione fanno molta fatica. L’Hdp, il partito che unisce quello che resta della sinistra turca con l’espressione politica delle identità etniche, soprattutto quella curda, è in crescita ma è ben lontano da sfondare nell’Anatolia profonda, dove l’AKP di Erdoğan ha il suo serbatoio di voti.

Ma ora basta parlare di politica, si mangia! Ci aspetta un buffet pieno di buonissimi meze (antipasti, stuzzichini) turchi.

E arriva il momento del concerto. Michelangelo suona il contrabbasso. Mübin Dünen, curdo, canta e suona il santur, un antico strumento a corde persiano, antenato del pianoforte, dove i martelletti per percuotere le corde si usano a mano e non sono azionati dai tasti. Poi ci sono la chitarra, il violino, che non può mancare, e uno strumento a percussione simile al cajon. Il genere pesca a piene mani dalla tradizione popolare turca e curda (senza disdegnare influenze rom), ma la arricchisce di nuovi suoni.

Si crea subito una bellissima atmosfera, guardandomi in giro noto che tutti sembrano presi dalla musica.

Il tutto diventa ancora più coinvolgente, soprattutto per i maschietti, quando una ballerina che sembra improvvisata ma ci sa fare si scatena nelle danze.

Si vede che i ragazzi sanno suonare dal vivo e, cosa molto importante, si divertono a farlo. Tanto che alla fine non vorrebbero più smettere. Noi ci siamo alzati tutti alle 3 e a mezzanotte passata per qualcuno la stanchezza comincia a farsi sentire; così Claudio con delicatezza fa capire che potrebbe anche bastare, ma Mübin quasi ci chiede per cortesia di poter fare un ultimo pezzo. E ne vale la pena.

10/10/2014

La mattina dopo svegliarsi è dura. Tiriamo un po’ tardi aspettando più gente possibile per uscire e, quando ci decidiamo, il tempo basta appena per una visita alla Cisterna Basilica, un serbatoio sotterraneo costruito dai bizantini nel VI secolo. Un tempo conteneva 80.000 metri cubi d’acqua e ora, dopo vari cicli di restauri, è un posto molto evocativo, anche per i giochi di luce. In un angolo si possono ancora vedere due colonne con alla base un grosso capitello raffigurante la testa di una medusa, come schiacciata dalla colonna soprastante. C’è chi interpreta questo insolito elemento architettonico come simbolo della vittoria del cristianesimo sul paganesimo ellenico, ma resta su questo un alone di mistero.

Il pomeriggio è dedicato invece ad una zona della città poco frequentata dai turisti, sulla sponda sudovest del Corno d’Oro. Passando dal quartiere di Fatih, raggiungiamo prima di tutto la Chiesa di San Salvatore in Chora. L’edificio attuale fu costruito nell’XI secolo sul sito di un’antica chiesa bizantina, poi in epoca ottomana fu convertito in moschea. I mosaici vennero però solo ricoperti di calce e cemento ed è stato così possibile, nel secolo scorso, riportarli alla luce con un lungo lavoro di restauro. La parte centrale era purtroppo in fase di restauro anche durante la nostra visita, ma i mosaici che abbiamo potuto vedere sono semplicemente straordinari, di una bellezza non inferiore a quelli di Aya Sofya. Uno rappresenta Maria incinta, che è un’immagine rarissima nell’arte sacra.

Cominciamo a conoscere anche la nostra guida locale. Il suo nome è Yudum, che significa sorso. Occhiali da sole e capelli ricci tinti di biondo, sorriso e battuta pronta, è chiaramente una di quelle donne turche che non piacerebbero al portavoce del governo Bülent Arinç. Parla un ottimo italiano, anche se Gilda, che quando vuole sa essere severa, mi farà poi notare che tende ad incorrere spesso in alcuni errori tipici. Ma, insomma, sapessimo parlare noi il turco come lei parla italiano… e poi lei ci gioca volentieri con le sue “gaffes”.

Ci spostiamo a piedi nel quartiere ebraico di Balat, e poi in quello greco di Fener, dove visitiamo la chiesa del Patriarcato greco ortodosso, sede del Patriarca di Costantinopoli. Nello stesso quartiere si possono vedere un paio di chiese armene. Queste comunità sono ormai piccole, ma sono la testimonianza della storia profondamente multietnica della città. È bello anche vedere come la gente che vive qui sia sorpresa nel vedere passare un gruppo di stranieri così numeroso, è chiaro che si tratta per loro di qualcosa di insolito. L’autenticità di questa zona si vede da tante piccole cose, come ad esempio una donna che compra il pane calando un cesto dalla sua finestra e chiedendo al fornaio dall’altra parte della strada di riempirlo.

E per finire la moschea di Rüstem Paşa, un altro piccolo gioiello generalmente ignorato dal turismo di massa che si trova curiosamente in cima ad una rampa di scale.

Qui Yudum, musulmana non praticante, ci parla della deriva che sta prendendo il governo turco sulle questioni religiose, un argomento che le sta a cuore in maniera piuttosto evidente. È molto utile anche per noi conoscere il suo punto di vista e sapere che, al di là delle “sparate” più eclatanti il cui eco arriva anche da noi, come quelle contro le donne che ridono in pubblico o gli studenti tatuati, è in corso un tentativo più strisciante di islamizzazione della società laica creata da Atatürk. Un processo lento (Erdoğan è al potere dal 2002) ma costante di riduzione dei diritti conquistati in passato, che passa ad esempio dalla continua apertura di medrese, le scuole coraniche, a discapito delle scuole laiche, e dalla criminalizzazione dell’aborto. Anche se per ora non è passata la proposta di ridurre da 10 settimane addirittura a 4 il periodo in cui è permesso abortire, di fatto oggi l’aborto è reso molto difficile in Turchia dalla possibilità per i medici di dichiararsi obiettori di coscienza, che si somma alla difficoltà di accesso per le donne alle strutture sanitarie, creando una situazione anche peggiore della nostra, sembra, almeno nelle zone rurali. Più in generale, nella visione dei vertici dell’AKP, il solo compito della donna è sostanzialmente quello di stare a casa e sfornare figli per la Patria, possibilmente almeno tre a testa. E il risultato di questo, purtroppo, è un notevole calo della percentuale di donne lavoratrici negli ultimi anni.

L’unico piccolo difetto di questa giornata è la cena, che non è indimenticabile sia per la qualità del cibo che per la mancanza di “anima” del locale. Oltretutto la conversazione scivola pericolosamente su argomenti prettamente calcistici che, essendo io milanista anche se non praticante (nel senso che lo ero da ragazzino, dalla discesa in campo di Silvio B. sono diventato sempre più tiepido), tenderei a evitare, soprattutto avendo di fronte Claudio Agostoni. Appena Paolo, calciatore ancora in attività e tifoso sampdoriano, nomina il rugby tento di sviare argomentando sul genere “quanto è bello il rugby, quello sì che è davvero uno sport di squadra”, ma il diversivo funziona solo per poco.

Dopo cena, però, ci spostiamo ad Ortaköy, dove passeggiamo sulla riva del Bosforo con il Primo Ponte illuminato sullo sfondo, e lì la serata riguadagna terreno.

11/10/2014

La giornata inizia al mercato biologico di Şişli, grande e ben organizzato, dove facciamo un po’ di spese: personalmente compro fichi secchi e miele, poi mi gusto una spremuta di melograno.

Ci spostiamo quindi a piedi verso il museo di arte moderna, che si trova nel quartiere di Tophane. Nel percorso incrociamo, davanti al liceo di Galatasaray, una manifestazione di parenti di persone arrestate e poi scomparse negli anni ’80 – ’90, prevalentemente curdi. Ho scoperto poi che si riuniscono qui tutti i sabati, è una versione turca delle madres di Plaza de Mayo.

In realtà, prima del museo di arte moderna, io vorrei andare al museo dell’Innocenza, prima immaginato, nell’omonimo romanzo, e poi realizzato da Orhan Pamuk con gli oggetti che sarebbero potuti appartenere ai suoi protagonisti. Ma purtroppo mi attardo in un forno a comprare un Simit (ciambella di pane ai semi di sesamo) per placare la fame e non mi accorgo che la parte del gruppo che ha deciso di andare lì, guidata da Claudio, ha già svoltato. Tento poi di tornare indietro da solo ma non avendo l’indirizzo e in assenza di segnalazioni non è facile trovarlo. Provo a chiedere a qualche persona ma ottengo solo indicazioni un po’ confuse, chi dice 200 m, chi 50. Giro un po’ a vuoto, ma poi mi innervosisco all’idea di perdere solo tempo e di non riuscire alla fine a vedere come si deve né l’uno né l’altro museo, così ripiego sull’arte moderna, che però non è la mia passione. Infatti, la cosa che mi piace di più è la mostra fotografica.

Il pomeriggio è dedicato all’esplorazione di Beyoğlu, che fino al XIX secolo si chiamava Pera (in greco peran è l’altra sponda, riferito ovviamente all’altra sponda del Corno d’Oro) ed era, fin da allora, il quartiere più cosmopolita della città. Taksim invece, dall’arabo, significa “divisione” o “distribuzione”. Piazza Taksim era in origine il punto in cui le linee d’acqua principali del nord di Istanbul venivano raccolte e da lì si diramavano in altre parti della città (da qui il nome). Galata era lo storico quartiere genovese, che fu anche colonia della Repubblica di Genova prima dell’epoca ottomana. In questo caso l’etimologia non è chiara, una delle teorie è che derivi dalla parola “calata”.

Tra le tante cose che scopriamo da Yudum c’è anche una curiosa leggenda sul nome di Yenikapı (“nuova porta” in turco), che si trova sulla riva meridionale di Sultanahmet. Se ricordo bene il suo racconto, suona più o meno così: In quel periodo (siamo all’inizio dell’epoca ottomana), il sultano, per vincere la noia, usava trastullarsi uscendo di notte da palazzo e andando a bere e gozzovigliare con il popolo nelle taverne di Galata, che allora era fuori città. Si presentava, naturalmente, in abiti dimessi e aveva l’accortezza di accertarsi che gli occasionali compagni di bagordi non l’avessero riconosciuto o non potessero raccontare di averlo riconosciuto. Una volta, disse a uno di questi occasionali compagni di bevute che l’aveva riconosciuto: “Ti risparmierò la vita se indovinerai da quale porta rientrerò in città”. Il malcapitato scrisse su un pezzetto di carta la sua previsione, lo piegò e lo diede al sultano, pregandolo di non aprirlo finché non avesse effettivamente attraversato la porta. Nel tragitto per tornare in città, il sultano si pentì della sua generosità e decise che, per non rischiare che il suddito davvero indovinasse, avrebbe fatto aprire sul momento una nuova porta sul lato opposto della penisola e di lì sarebbe passato. E così fece. Una volta passato, aprì il foglietto e, con sorpresa, lesse: “Mio signore, il tuo servo si congratula con te per la nuova porta che hai appena aperto”. Il poveretto, naturalmente, fu decapitato comunque, ma da allora il nome della porta fu quello.

Con un piccolo gruppetto saliamo in cima alla torre di Galata, da dove si gode una vista a 360° su tutta la città. Girando sulla terrazza cerchiamo di localizzare tutto quello che riusciamo a riconoscere: la Moschea Blu, Aya Sofya, il palazzo di Topkapı, la Moschea di Solimano, il ponte di Galata… alla fine del giro Elena è perplessa: “Sì, dovremmo aver visto tutto ma… aspetta, mi manca la torre di Galata!”. È solo un attimo, poi riprende coscienza di sé e del posto dove si trova ma, a parte le ovvie e facili ironie, interpretiamo questo come un segnale di stanchezza del gruppo, così una volta scesi decidiamo di trovare un posto per bere un tè. Ma, sembrerà impossibile, troviamo forse l’unico locale del centro storico di Istanbul dove l’unico tè disponibile è il Twinings in bustina!

Nel frattempo, ho scoperto poi, un altro gruppo incontrava una manifestazione di curdi piuttosto incazzati, che venivano però rapidamente “contenuti” da uno schieramento di poliziotti in assetto antisommossa in numero soverchiante.

Per la sera organizziamo una cena in uno dei ristoranti di pesce sotto il ponte di Galata. Il pesce è buono e il gruppo sempre più affiatato.

12/10/2014

La giornata è dedicata quasi tutta alla parte asiatica, spesso troppo trascurata dagli itinerari turistici più classici. E invece, sarà banale ma per capire Istanbul bisogna partire dalla sua posizione tra due continenti, anche se è ovvio che quello che si può vedere sulla riva orientale del Bosforo non può dare l’idea di quello che è l’Anatolia centrale. Orhan Pamuk ha scritto “Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea… E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte… ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive”.

Attraversato quel ponte, raggiungiamo Üsküdar, l’antica Scutari. Si inizia con la moschea Şakirin, che è un esempio di architettura islamica contemporanea e ha la particolarità di essere dedicata ad una donna e progettata da una donna, almeno per quanto riguarda gli interni.

Dopo una breve passeggiata nel vicino cimitero islamico, ci concediamo un tè rilassante sul lungomare, solo leggermente movimentato dal passaggio di una sposa.

Poi, fuori programma, ci fermiamo a fare un giro in un vecchio cimitero inglese, dove sono sepolti principalmente militari morti in varie guerre, dalla guerra di Crimea alla prima guerra mondiale. Il posto ha una sua suggestione, serve a capire quanta storia, quante guerre e quanti popoli sono passati per questa città e comunica nonostante tutto una sensazione di pace. E certamente è quasi impossibile arrivarci senza una guida locale che lo conosce.

La tappa successiva è la stazione di Haydarpaşa, che era la stazione da cui partiva chi aveva raggiunto Istanbul con l’Orient Express e voleva proseguire per Damasco o per Baghdad. Dopo l’arrivo alla stazione di Sirkeci, ci si trasferiva per la notte in un Grand Hotel di Pera e si prendeva poi il traghetto che portava qui. Fu donata, all’inizio del ‘900, dal kaiser Guglielmo II in segno di amicizia con l’impero ottomano e costruita in stile neoclassico.

Ora non funziona più da 4 anni, in attesa di essere riutilizzata per una linea ad alta velocità. I soli abitanti sono i custodi e i gatti, che si aggirano in cerca di cibo tra i binari ed i saloni vuoti. Anche noi ci aggiriamo per un po’ nei saloni vuoti, con il nostro architetto di fiducia Valerio che ci aiuta a cogliere i diversi elementi stilistici tedeschi, inglesi e anche italiani che caratterizzano gli interni.

Ci spostiamo poi a Kadiköy, l’antica Calcedonia, che è passata alla storia anche come paese dei ciechi, perché per i primi coloni greci che crearono il nucleo di quella che sarebbe poi diventata Bisanzio gli abitanti di Calcedonia dovevano essere ciechi per non aver visto lo stupendo porto naturale del Corno d’Oro proprio di fronte a loro.

Ora il quartiere è tra i più vivi della città e ce ne rendiamo conto girando per le sue strade, tra le botteghe degli antiquari e il mercato del pesce. Mangiamo, su consiglio di Claudio, in un posto che si chiama Ciya. È un ambiente semplice, con i tavolini all’aperto e un fantastico banco di meze, antipasti e contorni turchi, in mostra e a self service, nel senso che scegli quelli che vuoi e poi paghi il piatto che ti sei fatto a peso. Il nostro gruppo è forse un po’ troppo numeroso da gestire per loro, per cui al momento di pagare si crea un certo casino, ma ne vale assolutamente la pena. Personalmente, è il posto dove ho mangiato meglio in questo viaggio.

Dopo pranzo ci godiamo ancora un po’ l’atmosfera, curiosando (ma qualcuno compra anche!) nei negozi degli antiquari. Ma il vero appuntamento imperdibile è quello con i lokum della pasticceria Ali Muhittin Haci Bekir: Pistacchio, acqua di rose, arancia, mandorle, nocciole… di tutto e di più.

Per ritornare in… Europa prendiamo il traghetto per Eminönü, così chi non l’ha mai fatto può provare il brivido di attraversare il Bosforo anche solcandone le acque.

Sosta di una mezz’oretta abbondante al bazar delle spezie, che sarà turistico finché volete, è sicuramente troppo affollato, ma è sempre un’esperienza sensoriale da fare. Nel mio caso, poi, è l’ultima opportunità di trovare un baklava confezionato in modo da poterlo portare in aereo, per il mio collega che mi ha fatto specifica richiesta.

E arriva il momento dell’ultima cena conviviale, ravvivata da un gruppo di musicisti che gira tra i tavoli e da un cameriere un po’ personaggio che ha voglia di sfoggiare il suo francese e quindi accompagna ogni piatto pronunciando con affettata cortesia e accento francese la parola “vitamines”.

13/10/2014

Con un po’ di fatica, ci alziamo presto per arrivare al palazzo di Topkapı prima dell’apertura delle 9.00. Sì, perché il tempo per visitarlo è poco, avendo appuntamento a mezzogiorno in albergo per la partenza. Ma siamo in parecchi a tenerci, personalmente non ero riuscito a vederlo durante il mio precedente soggiorno a Istanbul.

La scelta si rivela azzeccata, perché così riusciamo a evitare quasi totalmente la coda e ad iniziare, almeno, la visita senza troppa folla intorno. L’idea è di vedere bene l’harem e il tesoro, poi per il resto si vedrà. Nel tesoro spiccano  il mitico pugnale e l’altrettanto famoso diamante di 86 carati (il quinto più grande del mondo), chiamato “del fabbricante di cucchiai” perché fu trovato in una specie di discarica, grezzo naturalmente, da un uomo che non era in grado di capirne il valore e lo scambiò con tre cucchiai.

Devo dire che avendo più tempo se ne potrebbe sicuramente dedicare di più, ma la visita risulta comunque più che soddisfacente, anche perché ho la fortuna di vedere il tesoro con Lucia, che per ragioni familiari si intende un po’ di pietre preziose. Effettivamente molti pezzi esposti hanno il loro impatto. Una donna di un gruppetto di spagnoli dietro di noi, alla vista del diamante, esprime il suo stupore con un “Ostia!”, esclamazione che accomuna i nostri due popoli, e ci strappa un sorriso.

Arriviamo con una decina di minuti di ritardo all’appuntamento all’uscita del palazzo con il resto del gruppo, che nel frattempo ha evidentemente preferito avviarsi. Ma poco male, tempo ce n’è, soprattutto facendo in tram il tragitto fino all’albergo.

Si va all’aeroporto: ora è veramente il momento di partire, senza farsi prendere da troppa tristezza, anche se Orhan Pamuk dice che Istanbul non porta la tristezza come “una malattia temporanea”, oppure “un dolore di cui liberarsi”, ma come una scelta. E lo spiega così:

“Parlo del buio serale che scende presto, dei padri che tornano a casa sotto i lampioni dei quartieri periferici, con il sacchetto in mano. Parlo dei librai anziani che, dopo una delle frequenti crisi economiche, aspettano tutto il giorno, tremando dal freddo, un lettore; dei barbieri che si lamentano del calo della clientela; dei marinai che lavano i vecchi battelli del Bosforo, ancorati ai moli vuoti, sui quali si addormenteranno fra poco, e nel frattempo danno un’occhiata alla televisione piccola e lontana, in bianco e nero; dei bambini che giocano a pallone tra le auto sulle strade strette e lastricate; delle donne con le sciarpe in testa e i sacchetti di plastica in mano, che aspettano silenziosamente l’autobus nelle fermate di periferia…”

Alcune di queste immagini, magari inconsapevolmente, le avremo viste, altre no. Ma credo che in questi giorni tutti abbiamo capito qualcosa di più di questa città, anche chi un po’ già la conosceva. A chi la vedeva per la prima volta, forse, sarà venuta la voglia di tornarci, come ho fatto io. E tanto basta.

Un’ultima nota importante, per chi fosse in pensiero: Gabriella ha ritrovato la sua bici dove l’aveva lasciata!

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Un estratto di questo diario è stato pubblicato su Errepi News (la rivista di Radio Popolare) del gennaio 2015

Budapest ai tempi di Viktator

Agosto 2014

Ho deciso di venire a Budapest per diversi motivi. Il Danubio, che qui è davvero il Grande Fiume, e la divide tra l’antica, orgogliosa Buda e la vibrante, incantatrice Pest (anche se a volte si scambiano un po’ i ruoli). La grande varietà di stili architettonici, dal gotico al barocco, dal neoclassico all’art nouveau. La particolarità del popolo ungherese: i magiari non sono slavi, anche se vivono in mezzo agli slavi, né tantomeno sono germanici. E parlano, infatti, una lingua che non è né slava né germanica, anzi non è nemmeno indoeuropea. È una delle sole tre lingue europee, insieme al finlandese e al basco, che non appartengono al ceppo indoeuropeo. Una lingua per noi incomprensibile, dal suono misterioso e dolce, soprattutto se in bocca alle ragazze di Budapest. E, perché no, la cucina: il gulasch, la paprika, il salame ungherese, quei sapori forti che caratterizzano questa terra.

Ma, fin qui, niente di originale. Sono motivazioni che spingono la maggior parte della gente che viene qui. Da parte mia c’è in più, devo dire, una certa curiosità per la situazione politica. Sono ormai 4 anni di governo del premier Viktor Orban, leader del partito di centrodestra Fidesz. Potremmo anche dire di destra, se non fosse che si è presentato in coalizione con Jobbik, un partito decisamente di estrema destra, antisemita, anti-rom (i rom sono il 10% della popolazione in Ungheria), anti-gay ecc. E allora, al confronto, il buon Viktor, soprannominato Viktator dai suoi connazionali che non l’hanno votato, risulta un moderato. E deve esserlo, se il Partito Popolare Europeo, di cui Fidesz fa parte, non ha mai avuto nulla da eccepire. O no?

Negli ultimi due anni, Fidesz è stato al governo da solo; quelli di Jobbik nel frattempo sono passati all’opposizione, anche perché dopo che era diventata pubblica la loro simpatica abitudine di organizzare ronde con pestaggi di rom ed emarginati erano diventati veramente impresentabili. Ma il premier continua a fare il possibile e anche di più per tenerseli buoni.

Riassumiamo quello che è successo in questi anni.

Orban ha promulgato una Costituzione di stampo nazionalista, richiamando al comune destino etnico i magiari sparsi in altri quattro stati europei, fino a dar loro il diritto di voto alle elezioni ungheresi; ha ridotto di più di un terzo il numero dei deputati, modificando la legge elettorale con un ampio premio di maggioranza al partito vincente, tendenzialmente Fidesz.

Ha varato contestualmente una nuova legge che limita la libertà di stampa, con tanto di organo preposto di controllo.

Ha introdotto l’obbligo per gli insegnanti di ogni ordine e grado di aderire ad un ordine professionale patriottico.

Con la nuova Costituzione ha messo le basi anche per la messa fuori legge dell’aborto, anche se questo non è stato ancora cancellato, e per il riconoscimento della famiglia solo se tra uomo e donna.

Sono stati ridotti i poteri della Corte Costituzionale ed è minacciata l’indipendenza della magistratura.

Il Codice del Lavoro è stato modificato in senso favorevole ai datori di lavoro e sfavorevole ai lavoratori dipendenti (soprattutto a quelli del settore pubblico).

Per tutte queste ragioni l’Ungheria è da tempo sotto osservazione; l’ONU e il Parlamento Europeo hanno giudicato liberticida la nuova Costituzione.

Alle recenti elezioni europee Fidesz ha vinto ancora, con il 51,5%. Secondi gli estremisti di Jobbik con il 14,7%. Simile il risultato delle politiche di aprile: Jobbik si attestava al 20,2% e il partito di Orban otteneva la maggioranza dei due terzi del parlamento con il 48% delle preferenze.

Bisogna ammettere quindi che, sia pure con qualche aiutino, questo governo resta in carica perché la maggioranza degli ungheresi continua a votarlo. Difficile pensare di poterne capire le ragioni in soli 4 giorni ma, date queste premesse, la curiosità per quello che sta succedendo in questo paese è giustificata.

Fin dal primo momento, cerco allora di guardarmi intorno e di cogliere qualsiasi segnale. Un’occasione ghiotta mi è offerta dal fatto che domani, 20 agosto, è la festa nazionale, che celebra la fondazione dello Stato ungherese. Occasione che capita per puro caso: ho scoperto di questa festa solo dopo aver fissato le date del viaggio. Ma, a questo punto, vale la pena di sfruttarla.

Perciò, arrivato alla stazione, prelevati un po’ di fiorini da un bancomat (qui non c’è l’euro) e comprato il biglietto della metropolitana (operazione che si rivela non semplice, perché le macchine automatiche non prendono banconote se non di piccolo taglio e in biglietteria c’è la fila), cerco di raggiungere velocemente il Feher Pava Hostel, nelle vicinanze di Piazza Calvino (Kalvin Ter). Siamo nella zona sud di Pest, tra i quartieri di Belvaros e Jozsefvaros. Qui butto lo zaino, mi sistemo alla bell’è meglio ed esco, dopo aver chiesto un asciugamano, di cui al momento la camera è sprovvista ma, sembra, solo perché sono tutti in lavanderia.

Budapest mi accoglie sotto una lieve pioggerella, ma ormai ci ho fatto il callo: sono già da un po’ di giorni a zonzo per l’Europa centrale (Praga, Bratislava, Vienna) e ho trovato praticamente lo stesso tempo dappertutto. In compenso, i preparativi per la festa fervono, anzi si può dire che la festa  è già iniziata. Tutto il lungofiume tra Batthyany Ter, dove esco dalla metro, e Adam Clark Ter, dove inizia la salita verso il Castello di Buda, è zeppo di bancarelle. A questo punto i più attenti avranno capito che Ter, in ungherese, significa piazza: ci tornerà utile, nel corso del racconto.

Tornando alle bancarelle, ci si può trovare ogni genere di conforto. Prima di tutto carne, come mi aspettavo. Il profumo di salsicce e di spiedini riempie l’aria. Ma anche dolciumi coloratissimi e streetfood di vario genere, sia dolce che salato. Tra i dolci rivedo, sotto altro nome, una cosa che ho già visto a Praga. Trattasi di una sottile sfoglia lievitata e zuccherata, arrotolata attorno ad un cilindro di legno, diventando così una spirale di pasta di forma cilindrica che viene poi cotta al momento sul fuoco. Dopo la cottura l’impasto può essere ricoperto da cannella, cacao, papavero, noci, vaniglia o mandorle a seconda dei gusti, ma mi pare che la cannella prevalga. Bè, a Praga questo si chiama trdlo o trdelnik e ovviamente passa per dolce tipico locale, qui lo chiamano kurtoskalacs e giurano che sia ungherese. Vai a sapere… storie dell’impero austroungarico, probabilmente. Per quanto riguarda il salato, domina una cosa che si chiama langos ed è una sorta di pizza bianca sulla quale, come sulla nostra, si può mettere di tutto e di più. In questo caso mi pare che la versione più classica, potremmo dire la “margherita” ungherese, sia quella con panna acida, formaggio, cipolla e pancetta a cubetti. In questa versione, tanto per semplificare le cose al povero straniero, prende il nome di toki pompos.

E poi vino, birra e Palinka (la grappa ungherese) a profusione.

Davanti a tutta la fila di bancarelle sono disposti lunghi tavoli di legno, dove la gente si ferma a mangiare quello che ha comprato. Al momento, però, il tempo non lo permette e quindi gli avventori sono relativamente pochi.

La prima cosa alla quale cerco di prestare attenzione è la presenza di polizia. Un po’ se ne vede, e si notano anche un po’ di persone con pettorine tipo “servizio d’ordine”, ma per la verità nulla di eccessivo, per ora.

Data la coda alla funicolare di Buda, decido di salire a piedi, ma così i tempi non possono essere molto brevi. Raggiunta la spianata del Castello, poi, mi attardo ancora un po’ per cercare di capire cosa propone qui la serata. Noto, infatti, che è in corso un “Folk Art Festival”. Chiedo informazioni e una ragazza gentile mi spiega che dura fino a domani e che propone concerti di musica folk e una mostra-mercato di oggetti legati ai mestieri più tradizionali: artigianato in legno, tessitura, ceramica, lavorazione dei metalli, oreficeria, pelle, giocattoli tradizionali e altro ancora. Non lontano, due energumeni battono su un’incudine. Si tratta, evidentemente, di una dimostrazione legata al tema principale di quest’anno, che è appunto la lavorazione del metallo.

L’idea con la quale ero salito era quella di visitare la Chiesa di S. Mattia ma, quando ci arrivo, sta ormai chiudendo. Ripiego su qualche foto dal Bastione dei Pescatori, che offre una bella vista sul fiume e su Pest, ma nel frattempo la pioggia sta aumentando di intensità. È meglio tornare all’ostello per fare una doccia e prepararsi alla serata, che ho deciso di dedicare a uno spettacolo di musica e danze folk.

La mattina dopo riprovo a visitare la chiesa, ma stavolta ad impedirmelo è la messa grande che sta per cominciare. Già, oggi è la festa nazionale… così, dato anche che la pioggia insiste, opto per un paio d’ore alla Galleria Nazionale, in attesa che la messa finisca.

Dopo un veloce pranzetto alle bancarelle (anche qui nell’area del Castello è pieno) riesco finalmente a vedere questa chiesa, che è effettivamente interessante. Poi, dopo un’altra passeggiata per le vie di Buda, mi dirigo a Pest per vedere il Parlamento e l’altra chiesa degna di nota in città, la Basilica di S. Stefano.

Nelle vicinanze del Parlamento c’è anche il memoriale cosiddetto delle “Scarpe sulla riva del Danubio”. Sono una serie di piccole sculture in ferro a forma di scarpe, a grandezza naturale, opera di un artista ungherese, messe proprio sulla riva del fiume. Segnano il punto dove molti ebrei furono portati per essere uccisi nell’inverno 1944/45, quando ormai l’avanzata dell’Armata Rossa aveva reso impossibili le deportazioni verso i campi di sterminio. Allora i nazisti, che avevano occupato la città, chiusero gli ebrei di Budapest nel ghetto erigendo un muro. Molti morirono di fame, freddo e malattie. Molti altri vennero uccisi qui, con un colpo di pistola, e gettati nel fiume per evitare anche di dover scavare altre fosse comuni. Ma prima intimavano loro di togliersi le scarpe, che erano merce preziosa di quei tempi.

L’installazione è stata creata nel 2006, ovviamente prima del “regno” di Viktator, che non poteva certo rimuoverla. Al momento, però, è quasi inaccessibile; si può vedere solo da dietro delle reti da cantiere o scendendo fin sulla banchina dalle scale del ponte che si trova lì vicino. Suppongo che le reti siano state messe per dei lavori, o per questioni di sicurezza durante i giorni della festa, ma di fatto è così. Sarà un caso… per di più la presenza dell’opera non è certo enfatizzata: non c’è uno straccio di cartello che la indichi e la guida dell’Ufficio del Turismo distribuita gratuitamente negli hotel non ne fa affatto menzione.

Da qui mi dirigo alla Basilica di S. Stefano ma… sorpresa: anche qui è chiuso al pubblico. Tutta la piazza è transennata; forse è prevista un’altra messa grande, probabilmente con le autorità. Del resto, se non si fosse capito, Orban è un fervente cattolico. Al di là delle transenne, un po’ di gente è in attesa, con costumi, insegne e stendardi di vario genere, tra cui alcuni con la croce di Malta.

A questo punto, guardo sulla mappa cosa c’è di vicino e mi viene l’idea di dare un’occhiata, almeno da fuori, al Museo della Secessione, ospitato da un bel palazzo art nouveau verde pistacchio. Il palazzo si affaccia su una piazza, che si chiama Szabadsag Ter. Scoprirò poi che questo nome significa Piazza della Libertà, nome  significativo se si pensa a cosa sta succedendo ora in questa piazza.

In realtà, la prima cosa che noto nella piazza, che è molto grande, è un monumento agli eroi sovietici che hanno liberato l’Ungheria dal nazismo. Deve essere l’ultimo rimasto in città, dato che tutti gli altri monumenti risalenti al periodo comunista (quelli sopravvissuti alla rivoluzione del 1956 e a quella del 1989) sono ora confinati in una specie di parco della memoria alla periferia sudovest della città.

All’altro lato della piazza, però, noto molte persone intorno a una fontana e a un monumento che non è segnato sulla guida. Incuriosito, comincio a dare un’occhiata.

Il monumento raffigura un angelo (scoprirò poi che si tratta dell’Arcangelo Gabriele) con un globo in mano e un’aquila che sembra stia per avventarsi su di lui. C’è scritto, genericamente, “In memoria delle vittime”, non si capisce bene di che cosa. C’è una data, marzo 1944. Parliamo quindi di seconda guerra mondiale. La cosa che salta più all’occhio, però, è la marea di oggetti che sono stati accumulati, sembra in parte a casaccio, ma forse non del tutto, davanti al monumento, per tutta la sua estensione. La statua è infatti circondata da un colonnato, con alcune colonne rotte. Ma si vede che il monumento è recente (ecco perché non c’è sulla guida!). Scoprirò poi che è sorto in una notte circa un mese fa. Gli oggetti sono soprattutto oggetti personali: scarpe, occhiali, valigie, orologi, fotografie. Tutto sembra molto vecchio, appunto anni ’40. Le scarpe ricordano molto quelle rappresentate nell’installazione di poco fa. Parecchi oggetti sono rotti, o comunque segnati dal tempo. Ci sono, intorno, fiori e molti sassi, proprio come si vedono sulle tombe ebraiche. Inizio a capire che deve trattarsi di qualcosa di legato all’Olocausto.

Ci sono anche molti messaggi scritti appesi ad una cordicella, ma purtroppo tutti in ungherese. All’inizio della fila, però, c’è un unico foglio scritto in inglese, un A4 all’interno di una busta di plastica, che spiega la storia del monumento e il perché di tutto questo. Lo leggo, e inizio a capire: gli oggetti non fanno parte del monumento, ma sono stati portati dalla gente di Budapest. Si tratta di un’azione di protesta pacifica contro il monumento e quello che rappresenta. Sì, perché l’Arcangelo Gabriele rappresenta l’Ungheria in una sorta di atto di dono, o di sottomissione, comunque in una posa da vittima innocente dell’aggressione dell’aquila, che rappresenta ovviamente la Germania. E le cose non andarono proprio così. Il regime ungherese dell’epoca, quello delle croci frecciate dell’Ammiraglio Miklos Horthy, faceva parte dell’Asse, era un fedele alleato della Germania hitleriana. In una delle foto si vede proprio lui, Miklos Horthy, in macchina insieme a Hitler, probabilmente durante una visita in Ungheria. L’occupazione militare nazista fu decisa d’accordo con il regime ungherese nel tentativo di frenare l’avanzata sovietica, e anche perché Horthy nel frattempo aveva tentato di negoziare una pace separata con gli Alleati. Quel regime fu quindi corresponsabile di tutti gli orrori della guerra, in particolare della deportazione nei campi di sterminio di quasi 500.000 ungheresi, per la maggior parte ebrei ma anche rom, omosessuali, prigionieri politici.

Il monumento, in origine, doveva addirittura in qualche modo “celebrare” l’anniversario dell’occupazione, poi sull’onda delle prime proteste il progetto è stato modificato facendone un monumento alle vittime. Ma la sua forma ne fa comunque una mistificazione. La sua installazione è stata rinviata per mesi finché, senza preavviso, in brevissimo tempo è stato realizzato.

Mentre provo a fotografare il foglio, temendo di non poterlo imparare a memoria, sento qualcuno battermi sulla spalla. Mi giro e un uomo gentile, di mezza età, mi si rivolge in ungherese. Lo fermo subito e gli faccio capire che non parlo la lingua, ma possiamo parlare in inglese se vuole. Mi dice che non c’è bisogno di fotografare il foglio, me ne può dare una copia. E mi spiega che effettivamente quegli oggetti li hanno portati loro, sono tutti appartenuti a deportati o perseguitati dal regime. Servono a testimoniare che quelle persone sono esistite e che la storia non si può falsificare. Mi dice che loro vogliono che quel monumento sparisca al più presto, che non smetteranno di manifestare finché non sarà demolito.

Laszlo, questo è il suo nome, e tutti gli altri, si trovano lì ogni pomeriggio da ancora prima che la “cosa”, come la chiamano loro, facesse la sua comparsa in quella piazza. Non sono tanti, per ora; una cinquantina di persone al massimo. Però sono presenti, tutti i giorni, come ho avuto modo di vedere nei giorni successivi. Immagino che si diano il cambio, per fare in modo che qualcuno ci sia sempre. Si siedono in cerchio sotto uno striscione, discutono facendo passare un microfono, a volte cantano. I poliziotti ci sono anche loro, ma per ora guardano e ascoltano, non da vicino ma neanche da troppo lontano. Forse controllano che non si superi un certo limite, non lo so.

Nel salutare e ringraziare Laszlo, gli dico che, per quello che può valere, sostengo la loro protesta, e che cercherò di far conoscere la storia. Mi stringe la mano, ringrazia e sorride malinconico.

Ormai s’è fatto tardi, vorrei andare ad assistere a un concerto folk nel cortile del Castello. Ma per farlo dovrei prima attraversare il Ponte delle Catene, che ora è completamente chiuso, non solo al traffico veicolare, ma anche ai pedoni.

Questo non me l’aspettavo, vorrei capire il perché ma la polizia non sembra in vena di dare spiegazioni. Credo di aver capito poi che la chiusura fosse dovuta al fatto che erano già in preparazione i fuochi artificiali, che proprio da lì, da tre barconi ancorati sul fiume, sarebbero stati sparati tre ore dopo.

A questo punto, se non voglio fare un giro lunghissimo, il modo più veloce di raggiungere il Castello è attraversare il fiume… con la metropolitana. E così faccio.

Il concerto risulta un po’ deludente, così mi consolo assaggiando altri piatti e bevendo birra.

Poi, decido di scendere dalla collina per vedere i fuochi dal ponte Erzsebet. La folla è già notevole. Evidentemente molte persone sono qui da ore per avere un posto “in prima fila”. Cerco di farmi largo per scattare almeno una foto al Ponte delle Catene illuminato e un uomo mi fa capire, con modi bruschi, che non è proprio il caso: il suo bambino deve vedere i fuochi come meglio non si può e lui è venuto qui prima apposta. Gli spiego che sono straniero, che voglio solo fare una foto e poi me ne andrò. La faccio velocemente e mi sposto, lasciandogli la sua perfetta visuale. Io guarderò da dietro, tanto non è quello che mi importa.

Lo spettacolo pirotecnico, tra l’altro, non è neanche memorabile, ne ho visti decisamente di migliori. Ma la cosa interessante è che tra una batteria di fuochi e l’altra gli altoparlanti, sul ponte, diffondono una voce, probabilmente è la radio nazionale, che con tono ispirato ed enfatico declama qualcosa che per me è ovviamente incomprensibile. Colgo solo, qua e là, sempre molto enfatizzate, le parole “magyar” (magiaro) e “Magyarorszag” (Ungheria). Probabilmente si tratta di versi patriottici di qualche poeta che inneggia alla grandezza del popolo magiaro. Sarei curioso di sapere se questo è un rituale consueto, in questa occasione, o è un’idea recente del nostro Viktor, ma preferisco non disturbare nessuno nel momento solenne. Hai visto mai che l’amico di prima torni a darmi i due ceffoni che ho schivato per poco…

Alla fine dello spettacolo mi unisco alla massa di persone che attraversa il ponte per raggiungere Pest e tornare a casa. Il grande viale che porta verso Erzsebetvaros e Jozsefvaros, stasera completamente chiuso al traffico per almeno un paio di chilometri, è invaso per tutta la sua larghezza da una fiumana ordinata: mi rendo conto qui che la gente è veramente tanta, finora non l’avevo realizzato.

Il giorno dopo, la visita più importante che ho in programma è quella alla sinagoga di Dohany Utca, la più grande d’Europa.

L’interno è molto bello, la particolarità è che per certi versi ricorda un po’ una chiesa cattolica. Pare che ciò sia frutto di un compromesso, con il quale nell’800 la comunità ebraica ottenne di poter costruire una sinagoga così grande.

Fuori c’è un cimitero ebraico, proprio adiacente. Questa è una stranezza, perché normalmente non ci sono cimiteri così vicini a una sinagoga. Ma la guida ci spiega che, durante il periodo di chiusura del ghetto, furono costretti a scavare qui una fossa comune per seppellire le circa 2000 persone che in quell’inverno morirono di freddo, di fame e di malattie.

C’è anche una lapide con i nomi dei Giusti che salvarono, con vari stratagemmi, migliaia di ebrei dallo sterminio. Tra questi lo svedese Wallenberg, che è il primo della lista, e l’italiano Giorgio Perlasca. Intorno, i sassi portati in segno di devozione.

E poi il “Salice Piangente”, una scultura metallica appunto a forma di salice, con i nomi dei morti incisi sulle foglie.

Alla fine della visita chiedo alla guida, che è una rappresentante della comunità ebraica, se posso fare una domanda su un argomento che a me interessa molto: vorrei sapere come la comunità ebraica vede l’attuale governo ungherese, se ritiene che ci sia da preoccuparsi o…

Lei sorride, un po’ imbarazzata: “Mister Viktor?”

“Sì” – dico io – “Proprio lui. Non voglio metterla in difficoltà, ma…”

“Se lei mi fa questa domanda, è perché sa già cosa sta succedendo qui…”

“Certo, ma vorrei sapere cosa ne pensa la comunità ebraica, se può dirlo… o, se no, anche un suo parere personale, da cittadina”.

A quel punto altre persone prendono coraggio e si capisce che l’argomento interessa a tutti, o quasi.

Lei raccoglie un attimo le idee, come se volesse organizzare bene il pensiero, e dice che sì, è un po’ preoccupata, è naturale. Ha anche pensato di andare via, ma per ora la preoccupazione non è tale da superare la volontà di non sradicarsi, soprattutto per i bambini, che sono ancora piccoli.

“La mia mamma” – ci racconta – “dice che Mister Viktor quello che vuole fare lo fa, e noi non possiamo farci niente”.

Racconto di Szabadsag Ter a chi, nel gruppo, non ne sa niente e spiego come arrivarci.

Dobbiamo spostarci dal giardino, perché sta arrivando un altro gruppo, ma continuiamo la discussione per un po’ in un posto più appartato. Rapidamente finiamo a parlare di Israele, di Gaza, di Hamas ecc. Diventa impegnativo, si sa che l’argomento è delicato; soprattutto una signora del gruppo si accalora a spiegare le ragioni di Israele. Le dico gentilmente che so che Hamas usa i civili come scudi umani, ma non credo che questo basti a giustificarne l’uccisione. Per fortuna tutti, ebrei e no, concordiamo che in ogni caso quello che sta facendo Israele a Gaza non è il modo di risolvere la questione palestinese. Così riusciamo anche a togliere dall’imbarazzo la nostra guida, ringraziarla e salutarla.

Ho visto tante altre cose a Budapest, e tante non ne ho viste che avrebbero meritato. Non vi annoierò qui con l’elenco, lo potete trovare su qualsiasi guida turistica. Mi permetto solo di segnalare la tomba di Gül Baba, un derviscio ottomano del XVI secolo. Richiede una passeggiata, breve ancorché in salita, ma vale la pena: è un angolo di Turchia nel cuore storico di Buda. Uno dei pochi segni lasciati dai 150 anni di dominazione ottomana, insieme all’inclinazione per i bagni termali, che sono un’istituzione in Ungheria.

Tutti i giorni sono tornato, anche solo per pochi minuti, a Szabadsag Ter, e sempre li ho trovati lì, Laszlo e gli altri, a discutere e a manifestare. Mi sembra che questo dimostri da una parte che c’è di che preoccuparsi per questo paese, ma dall’altra che c’è anche di che sperare.

Se ci andate, passate di lì anche voi.

Il gruppo si chiama Szabadsagszinpad. Hanno una mail alla quale si può scrivere: szabadsagszinpad@gmail.com

E anche una pagina facebook, ma per ora è tutto in ungherese…

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A Sarajevo con l’Autista Moravo – Appunti di viaggio

29/5/2014 – Trieste e Redipuglia

Il ritrovo è fissato alle 6 del mattino, davanti al McDonald’s di Piazzale Lotto, a Milano. Sono il primo ad arrivare. Mi capita abbastanza spesso, perché soffro un po’ di ansia da partenza, per cui cerco di calcolare i tempi lasciandomi un po’ di margine. Non mi piace farmi aspettare, il che va bene; però qualche volta esagero, e oggi forse è una di quelle. Dopo pochi minuti arriva Vincenzo, di Lucca, e iniziamo a conoscerci. Pian piano arrivano tutti i 30 coraggiosi. Il posto è curioso, per un gruppo di persone che in genere, per propria indole o per vero e proprio boicottaggio “politico”, evita di frequentare i fast food, e soprattutto McDonald’s. Alcuni dichiarano subito di fare “obiezione”, chi come battuta, chi con lo sguardo serio di quelli che non si lasciano mai andare.

Il nostro autista non è moravo, ma è di Arco di Trento. Si chiama Simone. È sveglio, e capiamo subito che sa quello che fa.

Era moravo l’autista dell’arciduca d’Austria a Sarajevo il 28 giugno 1914, data fatale che diede il pretesto per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, data che questo viaggio si propone di rievocare.

Il viaggio è organizzato da Radio Popolare e dall’associazione Viaggiare i Balcani. A guidare il gruppo Danilo De Biasio, di Radio Popolare. Per l’associazione, con noi c’è Leonardo, la nostra guida ai luoghi e alla loro (ma anche nostra) storia. Padovano, storico per formazione e passione, commerciante di pavimenti in legno per esterni perché bisogna anche mangiare. Il suo lavoro gli ha però permesso di girare in lungo e in largo i Balcani, anche fuori dagli itinerari turistici. L’abbiamo già incontrato una sera a Milano, si capisce che conosce l’area come pochi.

Oggi sono previste due tappe importanti nel percorso che ci porterà a Sarajevo: Trieste e Redipuglia. Due tappe che per me rappresentano qualcosa di assolutamente nuovo, per cui provo già un po’ di attesa. Contrariamente a quasi tutti qui, io sono già stato a Sarajevo e a Mostar, ma paradossalmente non a Trieste, né tanto meno a Redipuglia.

Sonnecchiando, si viaggia quasi tutto d’un fiato fino al sacrario, prima tappa del viaggio a ritroso nella storia verso la scintilla della Grande Guerra. Ad alcuni non piace chiamarla così, non ci trovano nulla di grande nella guerra. Ed è vero, naturalmente. Ma non si può affermare che l’aggettivo sia mal speso, per un evento che ha aperto e segnato in maniera così profonda il ‘900. La grandezza, l’imponenza, la solennità sono proprio i concetti che vuole comunicare questo monumento, costruito negli anni ’30 e inaugurato nel ’38 da un podestà ebreo costretto a dimettersi subito dopo per le leggi razziali. È una solennità dove, però, si vorrebbe che tutti fossero uguali, uniti e parte di una sola patria per la quale hanno sacrificato la vita, tant’è vero che i nomi dei 40.000 militi noti sono in ordine alfabetico. Poi ci sono i 60.000 ignoti, in due grandi ossari comuni.

Il nome di Redipuglia non evoca bizzarri rami cadetti della casata regnante, ma ci mette subito in contatto con il mondo slavo: non è altro che una “italianizzazione” di Sredno Polje (campo di mezzo). Come altri sacrari, anche questo si trova a pochi chilometri dal confine, mostrando proprio l’intento di marcare il nuovo confine appena conquistato con le ossa dei morti. Il tempo ci basta appena per salire alle tre croci, poi Trieste ci aspetta.

Sul pullman Leonardo ci racconta dell’inizio della guerra italiana, a quasi un anno di distanza dal fatidico 28 giugno. Di come l’esercito italiano avrebbe potuto cogliere di sorpresa gli impreparati austriaci, che non si aspettavano di dover aprire un altro fronte, e arrivare fino a Trieste con poca resistenza. E di come Cadorna invece esitò e non sfruttò la situazione.

Trieste ci accoglie sotto una lieve pioggia che ben presto si trasforma in sole cocente. Tutto il giorno passerà in un’alternanza di sole e pioggia.

Piazza Unità d’Italia è bella, con il mare che quasi la invade.  Un altro splendido scorcio è quello del canale con in fondo la chiesa di S. Antonio Nuovo, da cui partiamo per raggiungere il Caffè San Marco. Inaugurato proprio nel 1914, è uno degli ultimi caffè letterari di questa città così piena di storia, cultura e delle più diverse influenze. È molto piacevole, e ospita una vera e propria libreria. L’ambiente è molto austro-ungarico, ma non mancano i richiami alla patria italiana, a cui allora si voleva rivendicare l’appartenenza, a partire dal nome.

Qui Massimiliano e Mila, della casa editrice triestina Comunicarte, ci parlano di tanti argomenti. Un pezzo di storia della città, com’era nel 1914 e come accolse i feretri dell’arciduca e di sua moglie, giunti via mare dalla Bosnia e che da qui partirono in treno per Vienna. E poi Ivo Andrić, che anch’io sto scoprendo in questi giorni con i Racconti di Bosnia.

Davanti alla grande sinagoga parliamo poi delle 9 confessioni religiose di Trieste, città multietnica e multireligiosa almeno quanto Sarajevo, Sarajevo com’era prima dell’ultima disastrosa guerra.

La nostra compagna di viaggio Licia, che ha vissuto qui, ci aiuta a godere, per quello che possiamo nel poco tempo a disposizione, delle bellezze di Trieste e dintorni. Lei è originaria di Fiume (Rijeka, oggi in Croazia), da cui è dovuta partire da piccolissima, come tanti altri esuli istriani e dalmati, dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Abbiamo avuto appena un assaggio di Trieste ma, come immaginavo, per me è sufficiente per farmi venire voglia di esplorarla con calma. Penso che ci tornerò almeno per un fine settimana.

Ripartiamo e, passato il confine, attraversiamo rapidamente l’Istria e un bel pezzo di Dalmazia. Slovenia, e poi Croazia, fino a Gospić, dove ci fermiamo per la notte.

La corba (zuppa) non è granché, per di più non mi va di doverla mangiare sotto il ritratto di Franjo Tudjman che campeggia, tra altri politici croati, sullo specchio dietro la grande tavolata. Come criminale di guerra, non ha nulla da invidiare al più “celebrato” Slobodan Milošević. In compenso la compagnia è già parecchio affiatata.

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30/5/2014 – Mostar

Lunga sosta in dogana. Per il resto, il viaggio scorre tranquillo. Ci fermiamo per mangiare in un paesino dell’Erzegovina, dove scopriamo che quasi tutto è chiuso per una festa nazionale. Ma è una festa nazionale croata… e qui siamo già in Bosnia Erzegovina! Cioè si celebra, in pratica, la festa nazionale di un altro paese. È strano, ma neanche tanto. Qui siamo, sì, in Erzegovina, ma nell’Erzegovina croata. Aiuta a capire cos’è questo paese, per chi ancora non se ne è reso conto. Dove altro potrebbe succedere una cosa del genere? Comunque, una pekara (panetteria) aperta si trova sempre, nei Balcani, e qualcosa mangiamo.

Ritrovo Mostar, dopo 4 anni, poco cambiata. La città vecchia è piena di turisti, soprattutto italiani che vanno a Medjugorje ma anche parecchi gruppi di turchi. Forse vengono a vedere come i loro ingegneri hanno ricostruito il ponte ottomano distrutto dalle cannonate croate esattamente com’era nel 1566. Ma, poco lontano, la linea del fronte è ancora perfettamente visibile, segnata dai palazzi sventrati.

Anche Licia è già stata a Mostar: ha una foto di lei col ponte sullo sfondo nel 1970. Quello era il ponte originale. Vuole a tutti i costi farsi una foto esattamente nello stesso punto. Ci riuscirà…

Il nostro albergo è nei pressi del cosiddetto ponte storto (Kriva Ćuprija), un ponte del XV secolo che sembra un modellino in scala del Ponte Vecchio (Stari Most). Ma anche questo è stato ricostruito dopo la guerra.

La nostra guida locale è Adi, un simpatico bosniaco musulmano che ha vissuto per 4 anni a Verona durante la guerra e parla un ottimo italiano. Per riferirsi ai musulmani bosniaci Leonardo usa il termine “bosgnacco”; a me non piace, trovo che in italiano suoni dispregiativo, quindi non lo userò. Adi è preciso, ma si concede anche qualche battuta. Ad esempio, sull’inaugurazione del ponte ricostruito dice che sono stati fortunati che Carlo d’Inghilterra sia venuto senza Camilla, altrimenti il ponte sarebbe crollato di nuovo…

Come sempre, al ponte i tuffatori di Mostar raccolgono soldi dai turisti e solo quando, a loro insindacabile giudizio, decidono che è abbastanza si esibiscono, dopo aver invogliato il pubblico a donare con un numero variabile di “finte”. Ma ci possono volere ore e noi non abbiamo tempo di aspettare.

Visitiamo la moschea Koski Mehmet Paša e la bellissima casa turca Biščevića Ҫošak.

Quando entriamo un po’ in confidenza, Adi si lascia andare e ci parla senza troppi peli sulla lingua della guerra. Sulla guerra, dice, esistono quattro verità: quella serba, quella croata, quella bosniaca e quella dell’ONU. E queste verità sono tutte diverse per il numero dei morti, le colpe, le cause, il carattere della guerra. È senz’altro vero, ma quello che mi colpisce ancora di più è scoprire che nelle scuole di Mostar, tuttora, ogni comunità etnico-religiosa studia la sua storia. È vero che delle guerre quasi sempre esistono diverse visioni da parte dei contendenti, ma qui parliamo dello stesso paese, per quanto sia un paese diviso come la Bosnia Erzegovina. Di più, parliamo della stessa città. Come si fa a ricominciare, in queste condizioni? Per di più in una città bloccata, dove nemmeno il bilancio comunale si riesce ad approvare per i continui veti incrociati dei partiti che rappresentano le diverse nazionalità.

Tutto il paese è bloccato, in realtà, da un sistema politico che è ancora quello uscito dagli accordi di Dayton, con la faticosa, a tratti impossibile, convivenza delle tre entità: la Federazione croato-musulmana, la Repubblica serba (nota come Republika Srpska) e il distretto di Brčko. La presidenza della Repubblica e il governo a rotazione, i dieci cantoni della Federazione e le sette regioni della Repubblica serba. Per un totale di circa cento ministri, ciascuno con il suo potere e i suoi privilegi. Bè, se c’è qualcuno in Europa che ci batte in quanto a lentezza delle decisioni, condizionamenti e corruzione è qui, in questo tormentato paese.

Ma il fascino di quella mezzaluna di pietra bianca contro il buio della notte va oltre il tempo e le attuali tristezze.

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31/5/2014 – Sarajevo: primo giorno

Risalendo la valle della Neretva, sempre stupenda, verso Sarajevo non posso fare a meno di pensare all’altro pullman di quattro anni fa, con il quale l’avevo invece discesa facendo il percorso inverso. Per me la valle della Neretva è anche quel pullman, sicuramente più scassato di questo, e l’incontro con Alija, un signore bosniaco che si sedette vicino a me. Aveva una gran voglia di chiacchierare, forse viveva solo e non aveva nessuno con cui parlare. Non lo so, perché non so molto di lui. La barriera linguistica tra noi era alta: lui parlava solo la sua lingua e il tedesco, che io purtroppo non parlo, anche se in quel momento avrei voluto. Chissà quante cose aveva da raccontare. Mi snocciolò i nomi di varie città tedesche, dove forse aveva lavorato da gastarbeiter prima di tornarsene a casa; io mi ero immaginato questo perché erano le sole parole che capivo. So solo quanti anni aveva, perché me lo scrisse col dito sul vetro del pullman: 70, anche se ne dimostrava di più. Ma lo diceva quasi con orgoglio, come se dicesse: vedi, ce l’ho fatta, ci sono arrivato. Del resto, sicuramente aveva vissuto due guerre, una da bambino e poi l’ultima, anche se non so se fosse qui quando è scoppiata. Ricordo i suoi occhi da bambino stupito quando guardava i “giocattoli” tecnologici che avevo con me: il cellulare, il lettore mp3 e soprattutto la macchina fotografica. Quando vide scorrere nelle schermo le immagini della Neretva, che tentavo di fotografare dal finestrino, disse: “televizija!”. E io che cercavo di fargli capire che no, non era un televisore. Gli feci una foto, che naturalmente ancora conservo, e gliela feci vedere. Allora capì. Mi sembrava impossibile che non avesse mai visto una fotocamera digitale, ma forse era così. Dopo pochi chilometri scese, e lì spesi una delle poche parole di serbocroato che so: Dovidjenja (arrivederci).

Durante il viaggio ci fermiamo nei pressi di Jablanica, dove c’è un’altra follia balcanica che francamente non conoscevo: un ponte, un vero ponte, che funzionava, distrutto negli anni ‘60 per girare un film sulla battaglia della Neretva, combattuta durante la seconda guerra mondiale. E mai più ricostruito, se non anni dopo e qualche km più in là. Del resto, si può capire se si pensa che, come ci racconta Leonardo, Tito era talmente fanatico del cinema che voleva vedere un film diverso ogni giorno e c’era una persona che aveva l’incarico di sceglierlo. Un incarico che, immagino, non faceva dormire troppo tranquilli. Chissà cosa succedeva se il film non gli piaceva…

Sarebbe interessante anche il vicino museo dedicato alla battaglia della Neretva, ma il tempo è poco, possiamo solo dare un’occhiata veloce. Tra l’altro, le didascalie in inglese non abbondano.

Entriamo a Sarajevo dal lungo viale dei cecchini, così tristemente soprannominato durante la guerra. Riconosco subito il palazzo giallo e marrone dell’Holiday Inn e le “torri gemelle” di Sarajevo, che ho visto nei filmati della guerra bruciare, colpite dall’artiglieria, in maniera così curiosamente simile a quelle di New York.

Il nostro albergo, l’Hotel Saraj, è all’inizio della collina di Vratnik, dove c’è il cimitero di guerra islamico di Kovači. Lì è sepolto anche il primo presidente bosniaco, quello “di guerra”, Izetbegović.

Su un vetro della reception molti notano un inquietante cartello che vieta di portare pistole. Forse è solo un residuo della guerra, ma è strano dopo tutti questi anni. La signora che sembra la padrona ci tiene a far sapere che lei è serba, ma accoglie tutti. E ci mancherebbe, se pensasse di lavorare solo coi serbi nella Sarajevo di oggi potrebbe solo chiudere. Infatti l’hotel è pieno di turchi, che, sto vedendo, sono molto presenti in Bosnia, alcuni per turismo, molti forse per lavoro. Sappiamo che la Turchia ha molti interessi qui, e sta cercando di farsene sempre di più.

La nostra guida a Sarajevo si chiama Edina, per tutti (e anche per noi) Dina. Anche lei è una bosniaca musulmana (di origine, anche se non praticante), ma una parte della sua famiglia è serba. Lei ha vissuto a Milano durante la guerra, ed ora lavora all’ambasciata italiana, per cui parla un italiano ancora migliore di quello di Adi. Ma una buona parte dell’assedio l’ha passata qui, quindi ci può raccontare molte cose in prima persona. Suo marito venne ferito durante la guerra.

La nostra visita inizia davanti alla biblioteca nazionale, ed è giusto che sia così. Anche se la biblioteca, incendiata dai serbo-bosniaci nell’agosto ’92 e che doveva essere riaperta in occasione del centenario del 28 giugno 1914, è ancora chiusa. È stata inaugurata a beneficio delle autorità, ma i lavori non sono ancora terminati. Si spera che finiscano per il 28 ma… chi lo sa. Il fatalismo con cui Dina lo dice ci dà il primo segno che qui, dalla gente di Sarajevo, questo anniversario non è molto sentito. Di questo avremo poi altre conferme. Lo trovano un esercizio intellettualistico di noi “europei”, un esercizio con cui loro non hanno voglia di perdere tempo. Con un paese ancora estremamente diviso, una pesante crisi economica, e ora anche le conseguenze dell’alluvione, hanno altro a cui pensare. Qui in realtà l’alluvione non ha lasciato grandi segni, la Miljacka si è gonfiata a dismisura ma gli argini hanno retto e la paura è passata. Sono state colpite duramente, invece, molte zone della Bosnia settentrionale, che noi sfioreremo soltanto. Ma gli sfollati da sistemare sono ancora molti, e per di più c’è paura per le mine ancora sepolte nelle aree non bonificate che inondazioni, frane e smottamenti potrebbero avere spostato. Senza contare che, semplicemente, i cartelli che indicavano i campi minati sono stati divelti e, in assenza di mappe precise, è difficile ricostruire la posizione delle zone minate a quasi 20 anni dalla fine della guerra. Paradossalmente, però, in certe zone l’inondazione ha avuto anche un effetto di benefica “pulizia”, facendo uscire dalle cantine allagate le armi che vi erano state accumulate, insieme ad interi bancali di munizioni che sono stati visti galleggiare sulle acque dei fiumi in piena.

Ascoltiamo Dina raccontare come lei e tutti i sarajevesi abbiano vissuto i due giorni dell’incendio della biblioteca; come nel vedere quei libri che bruciavano, quelle pagine che volavano per poi ridursi in cenere, si sentivano come se fosse la loro stessa carne a bruciare. In tutte le guerre si bruciano libri, ma in questo caso il proposito dei serbi di bruciare con essi anche la fragile identità bosniaca è più che evidente.

Ci spostiamo poi davanti alla fontana che rappresenta il cuore di Baščaršija, l’antico quartiere turco, nella cosiddetta “piazza dei piccioni”. Sarajevo oggi è fredda e le nuvole promettono pioggia, anche se poi non arriverà.

I quartieri e i diversi stili, le diverse architetture che caratterizzano la città sono molto riconoscibili. Dalla Sarajevo ottomana si passa con uno stacco netto a quella austro-ungarica, e poi ai grigi casermoni della Jugoslavia socialista.

Riusciamo a rispettare il denso programma, visitando il museo ebraico (aperto apposta per noi grazie a Dina, oggi è sabato), il centro culturale bosniaco, la moschea di Gazi-Husrevebeg, la chiesa ortodossa di Baščaršija, la cattedrale cattolica. Davanti a questa c’è una delle ultime “rose di Sarajevo”. Così si chiamano i buchi lasciati dalle granate nell’asfalto riempiti di resina rossa. Molte altre sono state cancellate dal tempo, questa è stata conservata per non dimenticare, anche se la città è sempre in bilico tra l’esigenza di non perdere la memoria e la voglia di lasciarsi alle spalle il passato che non vuole passare.

Davanti al mercato di Markale, teatro di due stragi, la seconda delle quali fu probabilmente decisiva nel convincere la NATO a intervenire, Dina ci racconta cosa vide suo marito, che arrivò qui pochi minuti dopo. È un momento che tocca veramente tutti.

Ci racconta anche di suo cognato, serbo di Belgrado, che rimase qui durante l’assedio lavorando come medico e rischiando la vita ogni giorno. Venne ferito mentre portava via un ferito con l’ambulanza, nonostante avesse tutte le insegne del caso.

Come lui tanti altri serbi di Sarajevo rimasero qui, a dispetto delle minacce di Karadzić. Secondo Dina è questo che fa la differenza tra Sarajevo e Mostar, dove croati e musulmani combattevano casa per casa, e spiega perché Sarajevo è già tornata in armonia (dice proprio così, ma forse sta studiando da diplomatica…): che qui gli aggressori arrivavano da fuori, addirittura dalla Serbia o, se erano serbo-bosniaci, non erano sarajevesi. I veri sarajevesi, a parte pochi nazionalisti, rimasero a difendere la città. Peccato che poi molti se ne dovettero andare a guerra finita, perché è sempre difficile distinguere, tanto che oggi la popolazione serba di Sarajevo è ridotta ai minimi termini. Insomma, spero che abbia ragione lei ma anche qui la questione è molto complessa.

Ceniamo alla Bosanska Kuća, dove ho già mangiato 4 anni fa con i miei amici spagnoli che avevo conosciuto in treno. Eravamo seduti fuori, cosa che stasera decisamente non si può fare. Ricordo che, quando a fine pasto chiesi una Sljivovica, ci dissero che per averla dovevamo andare dentro, non ho mai capito se per una questione etnica (è un prodotto prevalentemente serbo) o religiosa. Al di là di questi piccoli episodi, però, l’impressione, confermata da Leonardo che viene qui sicuramente molto più spesso di me, è che il tentativo di islamizzazione di una società fondamentalmente laica portato avanti da gruppi integralisti nel dopoguerra non abbia avuto successo. E questo è già qualcosa.

Poi andiamo a farci una birra al bar del birrificio Sarajevska, il cui pozzo era l’unica fonte di acqua nei giorni dell’assedio.

Anche qui, naturalmente, sono già stato. Sulla via del ritorno Danilo ci porta al Ponte Latino, quello dove Gavrilo Princip sparò all’arciduca, e qui si innesca un dibattito un po’ surreale sul punto esatto: da quale parte del ponte? Il fatto che il museo sia sul lato di Baščaršija farebbe propendere per quel lato, ma sembra che ci siano diverse versioni…

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1/6/2014 – Sarajevo: secondo giorno

Oggi Sarajevo è, se possibile, ancora più fredda.

Dopo la visita al cimitero ebraico, purtroppo ridotto in stato di abbandono, andiamo a vedere quello che resta del tunnel scavato sotto la pista che durante l’assedio metteva in comunicazione il sobborgo di Butmir con l’aeroporto, sotto il controllo ONU, e la zona sotto controllo bosniaco alle pendici del monte Igman. Si dice che il tunnel, lungo 800 m, largo 1 m e alto 1,60 m, abbia salvato la città permettendo il passaggio di armi, viveri e persone. È anche la storia che ci racconta Dina, una storia che per quanto un po’ mitizzata è sicuramente affascinante. Molti si chiedono (e chiedono a Dina) come è possibile che i serbi, che avevano scoperto ben presto l’esistenza del tunnel, non siano riusciti a distruggerlo. Lei non lo può dire, ma negli ultimi anni è venuto fuori che continuare il “traffico” conveniva un po’ a tutti; sembra che anche la famiglia Izetbegović ci abbia lucrato. Ma certo l’altra storia è molto più bella.

Ora del tunnel restano solo pochi metri e un piccolo museo. Qui le cose sono cambiate, rispetto a 4 anni fa. Il museo non è più gestito dalla famiglia Kolar, come ricordavo, ma è stato nazionalizzato ed è un po’ più organizzato. La famiglia Kolar è quella che offrì la sua casa per permettere lo scavo e che tuttora abita qui.

Il breve film che racconta la storia del tunnel impressiona parecchio la più giovane del gruppo, Cora, 19 anni, che ne è diventata (direi suo malgrado) un po’ la mascotte. Lei studia storia a Bologna, ma è solo al primo anno. Prima di entrare anche noi nel tunnel, inizia a farmi domande, e non è l’unica. Si è sparsa la voce che sono già stato qui e che qualcosa ne so, così faccio ormai anch’io un po’ da guida, soprattutto per capire l’intricata situazione politico-territoriale bosniaca. A me fa piacere poter essere utile e quello che posso lo faccio volentieri, ma ci vorrebbe altro che saper pronunciare correttamente “Republika Srpska”…

Dopo il tunnel ci aspetta l’incontro con il generale Jovan Divjak, che è sicuramente uno dei momenti più attesi per me.

Lui è l’eroe dell’assedio, un militare serbo che ebbe il coraggio, allo scoppio della guerra, di lasciare l’esercito jugoslavo, ormai egemonizzato dai serbi, e di guidare la difesa della città. Una città dove viveva da anni e che, evidentemente, amava, come racconta nel suo libro “Sarajevo mon amour”. Dina, che è cresciuta con i suoi figli, lo chiama zio.

Ora, 77 anni portati con energia e con spirito nonostante stia combattendo con un tumore alla prostata, dirige l’associazione che ha fondato, Obrazovanje Gradi BiH (L’istruzione costruisce la Bosnia-Erzegovina). Attraverso questa associazione cerca di garantire a tutti i ragazzi, di tutte le etnie, anche i più svantaggiati, un’educazione che sia il più possibile all’unità e al rispetto.

Lo incontriamo nella sede dell’associazione, che festeggia i 20 anni, e abbiamo la possibilità di fargli un po’ di domande. Alcune, un po’ scomode, le elude elegantemente ma molte cose le dice. Per mettere subito le cose in chiaro, quando Danilo gli chiede perché non è stato possibile fermare prima l’assedio chiama in causa pesantemente i governi occidentali/europei, Italia compresa, che in nome della stabilità sostennero troppo a lungo Milošević. Alla domanda su come si è dichiarato all’ultimo censimento, risponde con una battuta “peder” (pederasta, omosessuale), che è probabilmente come lo chiama chi lo considera un traditore. Ma poi spiega che si sente semplicemente bosniaco e ateo.

Dice anche che, purtroppo, negli ambienti nazionalisti i figli, che non hanno vissuto la guerra, stanno crescendo più nazionalisti dei padri, ma è per questo che l’educazione è così fondamentale, per fare in modo che col tempo cresca il numero di quelli che non ne vogliono più sapere di divisioni e che si dichiarano solo bosniaci (adesso il loro numero non supera il 4%).

In realtà, come ci ha raccontato poi Leonardo, sono molti a dire “la prossima volta non contate su di me”. Questa frase ha una doppia lettura. Se da una parte è preoccupante che molti pensino che forse una prossima volta ci sarà (qualcuno, sentendo il generale, lo pensa anche tra noi), è anche vero che, se la maggioranza si chiamerà fuori, la prossima volta non ci sarà.

Divagando, finiamo perfino a parlare di calcio, dell’avventura della Bosnia multietnica ai prossimi mondiali (lui prevede che passi almeno il primo turno, forse anche il secondo) e di una sua vecchia fiamma milanese che promettiamo di cercare per lui (ma chissà cosa ne pensa la moglie…).

Nel percorso tra il cimitero ebraico, il tunnel e la sede dell’associazione siamo più volte entrati e usciti dal territorio della Republika Srpska, il che mi ha dato occasione di verificare che continua la “guerra dei cartelli”. Nelle zone serbe vengono cancellate dai cartelli stradali, che dovrebbero tendenzialmente essere bialfabetici (almeno quelli più importanti), le scritte in alfabeto latino, viceversa nel territorio della Federazione vengono cancellate le scritte in cirillico.

Un’altra storia divertente che ci racconta Dina è che, prima dell’assedio, quando ancora nessuno pensava che fosse possibile una guerra ma c’erano i primi rigurgiti nazionalistici, qualcuno scrisse sul muro del palazzo della posta “Questa è Serbia”. Al che, il giorno dopo, comparve una scritta che diceva: “Sei scemo? Questa è la posta!”. Si diceva “una risata vi seppellirà”… sarebbe bello se fosse bastato questo a farli desistere.

Abbiamo ancora parecchie cose da vedere: la cattedrale ortodossa, il vecchio bazar e naturalmente il ponte latino. Dovrebbe essere il clou della visita, ma alla fine, forse come tutte le cose molto attese, è una piccola delusione. Il museo è chiuso, perché è domenica, e coperto da ponteggi. Si vede a fatica la lapide che ricorda l’evento. Effettivamente è da questa parte del ponte. In epoca jugoslava c’erano anche le impronte di Gavrilo Princip impresse nell’asfalto, perché per la Jugoslavia comunista era un eroe. Ora non più, è tornato un assassino, o solo un ragazzotto fanatico che ha compiuto qualcosa di più grande di lui, forse manovrato, forse no. Dina ci racconta la storia, ma si sente che nella sua voce non c’è la partecipazione di quando ci raccontava delle pagine incendiate che volavano. No, non c’è niente da fare, qui non c’è la carne viva che brucia.

Per di più, dopo aver tanto minacciato, sta davvero per iniziare a piovere. Proviamo a continuare, ci sarebbero ancora delle cose da vedere. Ma poi inizia per davvero, ed è una specie di rompete le righe. Alcuni di noi, me compreso, decidono di andare a vedere la mostra sul massacro di Srebrenica. Naturalmente, è un pugno nello stomaco, ma è un pugno che bisogna prendere. Può sembrare pazzesco, ma in tanto orrore la cosa che mi colpisce di più sono i volti imberbi dei ragazzini olandesi mandati lì con il casco blu dell’ONU, anche loro quasi prigionieri nella loro base. Sono davvero il simbolo della colpevole impotenza della cosiddetta “comunità internazionale”.

Mi viene in mente un racconto di Ivo Andrić che ho letto proprio ieri. Due ricche sorelle austriache girano in carrozza nella Bosnia appena annessa all’impero asburgico nel 1878. Si prendono a cuore, soprattutto una delle due, la sorte di una contadinella bosniaca morsa da una vipera. Riescono forse a salvarla ma, una volta ripartite, la sorella più sensibile è sconvolta dalle condizioni di vita della gente e scoppia a piangere. L’altra, per consolarla, le dice: “Non ti capisco. Ti pare davvero che valga la pena di mettersi a piangere per la Bosnia?”. Ecco, forse anche 20 anni fa qualcuno ha deciso che, tutto sommato, non valeva la pena.

Con ancora negli occhi quelle immagini, andiamo a cena al club degli scacchi, dove è organizzata per noi una degustazione di prodotti slow food erzegovesi.

Succede anche che Luca, di Brescia, con cui ho bevuto più di una birra in questi giorni, è improvvisamente promosso “signore”. È stata Cora, parlando di lui, a chiamarlo così, e c’è da capirla: dal suo punto di vista… come potrebbe definirlo? Ma quando si sparge la voce l’ilarità è generale. Lui non la prende neanche tanto male. Io gli ricordo che, in fondo, “Signori si nasce…” e lui, pronto, risponde: “E io, modestamente, lo nacqui!”

Salutiamo Dina con baci e abbracci, poi cerchiamo di affogare in un bicchierino di rakija le prime malinconie da fine del viaggio.

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2/6/2014 – Il ritorno

Il viaggio di ritorno è lungo. Il pullman, stanco ma indomito, macina chilometri attraverso la Bosnia, con una sosta per un veloce pranzetto in piedi a Banja Luka, roccaforte dei nazionalisti serbi, poi la Croazia, la Slovenia, e siamo di nuovo in Italia. Ci aspetta la più classica coda del rientro dal ponte, aggravata da altrettanto classici lavori in corso.

Leonardo ci saluta a Venezia. Ci mancheranno le sue lunghe e articolate premesse. Il gruppo, senza guida, rapidamente degenera e si crea un clima da gita scolastica. Cantiamo stonando canzoni di cui non ricordiamo le parole. Tentiamo inutilmente di trovare qualcosa che vada oltre gli anni ’70-’80 per coinvolgere Cora, ma lei conosce piuttosto bene De Andrè.

Riusciamo, nonostante tutto, a esprimere pensieri e impressioni su tutto quello che abbiamo visto. Siamo partiti per rievocare una guerra, siamo finiti inevitabilmente a parlare molto di più di un’altra, più vicina nel tempo e alle nostre coscienze. Sono tanti i dubbi e le domande, non potrebbe essere altrimenti. Ma credo che tutti sappiamo più di quando siamo partiti, che è per me lo scopo di ogni viaggio.

Per quanto riguarda me, essendo stato immeritatamente nominato esperto dell’area balcanica solo perché leggo il cirillico e so pronunciare “Republika Srpska”, alcuni mi fanno domande sul futuro della Bosnia alle quali, purtroppo, non so rispondere. Posso soltanto provare a rispondere con le parole di Ivo Andrić, che sono state scritte molti anni fa ma, a mio parere, si adattano molto bene anche alla realtà della Bosnia di oggi:

“E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”

Questo diario è stato pubblicato anche sul blog dell’Autista Moravo, dove si trova tanto altro materiale molto più interessante sulla Grande Guerra. Andateci: http://blog.radiopopolare.it/autistamoravo/

Qui, poi, trovate lo speciale curato da par suo da Danilo De Biasio e andato in onda su Radio Popolare pochi giorni dopo il viaggio:

http://blog.radiopopolare.it/autistamoravo/2014/06/15/dalla-guerra-al-turismo/

A proposito: Grazie a Danilo De Biasio.

Whisky Berbere

Dall’Atlante al deserto e ritorno con lo zaino e un fratello berbero

Agosto 2013

Prologo

Aeroporto Menara di Marrakech, Marocco. Sono in fila al controllo passaporti. La coda si muove, molto lentamente ma si muove. È già qualcosa, penso, ricordando il mio primo arrivo in Marocco, due anni fa all’aeroporto di Casablanca.

Adesso sono le 8.30 del mattino, ora locale, ma allora era sera. Tutti gli sportelli erano chiusi, senza motivo apparente. Alcuni dei viaggiatori davano segni di nervosismo, altri, non capivo se più informati o solo più fatalisti, aspettavano serenamente. Chiesi a due ragazzi spagnoli, che se la ridevano con l’aria di quelli che la sanno lunga, e mi dissero che il motivo era semplice: i poliziotti erano andati a mangiare.

“Ahora? Todos juntos?” chiesi stupito.

“Pues… claro que sì!”

Certo che sì: era la rottura serale del digiuno del Ramadan. Dovevano mangiare tutti, e tutti in quel momento, appena dopo il tramonto, e dopo la breve preghiera che segue il richiamo del Muezzin. Aspettammo quasi un’ora, ma devo dire in un clima piacevole. Molti distribuivano datteri, che sono il cibo con cui tradizionalmente si rompe il digiuno in Marocco, e c’era nonostante il fastidio dell’attesa una certa aria di festa.

Blink: una bustina fa capolino sullo schermo del mio cellulare. È un messaggio di mio fratello, dice che mi aspetta agli arrivi.

Niente di strano, penserete voi; invece qualcosa di strano c’è: intanto che sono figlio unico. Non voglio scomodare l’immortale Rino Gaetano, anche perché mio fratello no, lui non è figlio unico. È solo che è una fratellanza, diciamo così, elettiva. Tecnicamente non siamo fratelli. Ci siamo scelti, o forse sarebbe più giusto dire che lui ha scelto me.

E l’altra cosa strana è che io e mio fratello ci scriviamo in inglese. In inglese, insomma… io scrivo in inglese, il più semplice possibile, per fare in modo che capisca. Lui scrive in un suo inglese, che va un po’ interpretato. Ma ormai, dopo due anni di sms, ho trovato una chiave. Conviene lasciar perdere come è scritto, tanto la grafia non è quasi mai corretta, e provare a pronunciarlo come farebbe un arabo, o come farebbe un francese. In genere così il 90% delle volte si trova una vaga assonanza con una parola inglese, il resto si ricostruisce a senso.

Mio fratello si chiama Salah, è berbero ed è nato sui monti dell’Alto Atlante, a pochi chilometri dalle più grandi e belle cascate del nordafrica, le cascate di Ouzoud. È lì che l’ho conosciuto due anni fa, durante il mio primo viaggio in Marocco.

Lui mi fece da guida quel giorno e mi prese subito in simpatia, forse perché da quelle parti non sono abituati a vedere turisti che viaggiano soli. Ho capito che un po’ gli facevo tenerezza perché in Marocco, soprattutto nel Marocco rurale, uno che ha una famiglia composta solo da sé stesso, e al massimo può aggiungere un anziano padre, fa molto strano e si tende a pensare che non viva bene. Ma anch’io devo dire che rimasi colpito dalla sua gentilezza e dalla sua onestà. Così si autonominò mio fratello e ci scambiammo i numeri di telefono, con la promessa di tenerci in contatto. Si sa, sono quelle promesse fatte sull’onda del momento, che spesso non si mantengono. Ma lui l’ha mantenuta eccome. In questi due anni mi ha scritto come minimo una volta al mese, quando non due volte, spesso chiedendomi di tornare in Marocco per fare un altro giro con lui, molto più lungo stavolta. Per molte volte ho gentilmente declinato l’offerta, ma questa estate, per diversi motivi che ora non starò a spiegare, alla fine ho pensato “Perché no?”.

Certo, penserete voi, la sua proposta è interessata, ed è vero. Ma fino a un certo punto. Io lo pagherò, è naturale, ma lui non fa la guida di mestiere, neanche in maniera per così dire “non ufficiale”. Lo fa soltanto per le cascate di Ouzoud, che conosce come le sue tasche, e soltanto durante il Ramadan, quando è costretto a chiudere il piccolo bar che gestisce proprio al bivio da cui, dalla strada nazionale, si diparte quella per le cascate.

Quest’anno il Ramadan è venuto prima rispetto a due anni fa ed è già finito. Il bar lo dovrà affidare a qualcun altro. Dovrà stare lontano per parecchi giorni da sua moglie e dalle sue bambine. I posti che vedremo li conosce, ma non così bene: in alcuni almeno una volta è stato, in altri mai. Insomma, forse anche a lui fa piacere fare questo viaggio con me. Di sicuro a me fa piacere farlo con lui.

13/8/2013: Marrakech – Ait Benhaddou

Quando entro nel salone degli arrivi, riconosco subito Salah tra le persone in attesa. Lui ha un attimo di esitazione, poi ci abbracciamo.

Dopo i primi convenevoli, ci sediamo a prendere un caffè: gli spiego che ho dormito poco o niente, dato che il volo partiva molto presto. Ci scambiamo le novità sulle rispettive famiglie: la mia, in realtà, non è cambiata per niente; nella sua, invece, c’è un nuovo arrivo. Circa un mese fa gli è nato un nipotino, figlio di suo fratello.

Ma dobbiamo, prima di tutto, pianificare un po’ il viaggio. Nei nostri contatti via sms non abbiamo deciso nulla di preciso, c’è un’idea di massima dei posti dove andremo ma non sappiamo in quale ordine né con quale mezzo.

Come punto di partenza, tiro fuori dal portafogli un pezzo della carta di una stecca di sigarette su cui lui, due anni fa, mi aveva scarabocchiato un possibile itinerario tra montagne e deserto. Riconosce la sua scrittura, forse non se ne ricordava nemmeno ma è felice di vedere che l’ho conservato. Concordiamo che, più o meno, il giro sarà quello. Ma si pongono alcuni problemi: in quale senso farlo? E andare a casa sua subito o alla fine del giro? L’idea iniziale che mi aveva prospettato via sms era di andarci subito, dormire una notte lì e partire il giorno dopo. Ma, per fare il giro nel senso che a lui sembra migliore, dovremmo tornare qui a Marrakech, vorrebbe dire perdere un altro giorno di viaggio. Allora decidiamo di andarci soltanto alla fine, forse sarà anche più bello così: per lui sarà una sorta di ritorno a casa e per me… crescerà durante il viaggio la curiosità di conoscere sua moglie e le sue bambine.

Prendiamo quindi un Petit Taxi (taxi cittadino) per raggiungere la stazione degli autobus, dove prenderemo un pullman diretto ad Ait Benhaddou, che sarà la prima tappa del nostro tour. L’operazione sembra semplice, ma vedo che lui inizia subito a contrattare sul prezzo. A quanto sembra, secondo lui il taxista chiede troppo. Probabilmente, con la cifra che chiede, a Milano faresti due semafori, ma vai a spiegarlo a Salah. Normalmente, almeno per i percorsi cittadini, i prezzi sono abbastanza fissi, ma lui non so come riesce a ottenere uno sconto e si parte.

Attraversiamo la città, che mi rimanda immagini quasi familiari: ho passato quattro giorni qui, due anni fa, in un ostello costruito in un vecchio riad a due passi dalla grande piazza, la Djemaa el Fna. Per capire dove siamo cerco con gli occhi il minareto della moschea Koutoubia, che mi faceva da punto di riferimento per orientarmi nella medina.

La calura si fa sentire; la temperatura, apparentemente, è di “solo” 29°C, ma l’aria che entra dai finestrini del taxi sembra sparata da un enorme asciugacapelli.

Alla stazione degli autobus ho la conferma che Salah ha preso molto sul serio il suo ruolo di guida. Si occupa lui di tutto, dal chiedere informazioni sugli orari, ai biglietti, alle bottiglie d’acqua da comprare per l’attesa e per il viaggio. Pretenderebbe anche di portarmi lo zaino, ma su questo sono irremovibile: lui è mio amico, anzi mio fratello, non il mio sherpa. Tu porta il tuo, gli dico, ché io mi porto il mio. Certo, il mio pesa sui 12 kg, il suo è parecchio più leggero: è partito per un viaggio di una settimana con uno zainetto da gita di un giorno. Dice che se occorre si laverà la roba, forse ha ragione lui.

Si è perfino fatto prestare da un amico una guida Routard in francese, così possiamo cercare insieme un posto per dormire presso la nostra prima destinazione. Io ho naturalmente la mia fedele Lonely Planet, quindi le possiamo confrontare. Come avrò modo di capire durante tutto il viaggio, anche se ovviamente sono io a pagare per entrambi, lui nella scelta ragiona sulle sue tasche, non sulle mie. Perciò sceglie sempre i posti più economici, più “popolari”, per così dire. Non che questo necessariamente mi dispiaccia, anzi. Certo, lo standard non sarà proprio “europeo”, ma non importa… e poi se provo a fare obiezioni o a proporre posti di livello anche leggermente superiore dice: “No my brother, this is expensive!”.

Non mi va per niente di dirgli “Senti, dato che pago io fammi scegliere qualcosa di più decente”. Sarebbe come dire che i posti dove va lui, e dove va il 90% dei marocchini quando viaggia, fanno schifo, mi suonerebbe davvero offensivo. Perciò accetto di buon grado.

Abbiamo quasi due ore di attesa prima che parta l’autobus. Il primo problema è trovare un buon posto dove aspettare all’ombra. La stazione è strapiena di gente ovunque. Salah mi spiega che è perché il Ramadan è finito da pochi giorni e molta gente, che si è spostata per la festa che celebra la fine del mese del digiuno, ora sta tornando a casa. Perciò in questi giorni, in tutto il paese, gli autobus sono ancora più pieni del normale.

Una volta trovato il posto, approfittiamo di questo tempo per raccontarci quello che ci è capitato in questi due anni. Comunicando prevalentemente via sms, siamo costretti in genere ad essere molto stringati. Io gli racconto della mia operazione alla gamba e dei miei viaggi; sul lavoro solo due parole, non lo voglio annoiare ed è anche difficile trovare il modo di spiegarglielo in un inglese che sia comprensibile per lui. Da lui scopro invece che la famiglia sta bene, a parte suo padre che purtroppo è mancato, e anche gli affari non vanno poi male, tanto che sta cercando di aprire un nuovo bar più grande proprio accanto al vecchio. Se tutto va bene, inshallah, potrebbe aprire entro due o tre mesi.

Il pullman, oltre che strapieno, è veramente vecchio e malandato, l’aspetto non è molto incoraggiante. Ma è vero che in Marocco questa è quasi la normalità, ad eccezione delle due compagnie più grandi, che operano a livello nazionale.

La più grande, la CTM, ha standard buoni anche per l’Europa: bus nuovi, comodi, con aria condizionata, posti prenotati, addirittura i bagagli vengono numerati e portati al pullman con un apposito carrellino. Poi c’è Supratours, che è un gradino sotto ma ancora di livello accettabile anche per chi non vuole viaggiare come si viaggia in Africa. Va da sé, però, che, a parte i prezzi più alti, queste due coprono solo una minima parte dei possibili percorsi, sostanzialmente quelli che riguardano le grandi città. Tutte le altre compagnie, che lavorano a livello locale o regionale, sono completamente un altro mondo. I mezzi sono quello che sono, l’aria condizionata è un sogno, capita frequentemente che una decina di persone, o più, viaggi in piedi nel corridoio e che si viaggi con il portellone aperto. Per quanto riguarda gli orari, bè, sono… flessibili. Nel senso che può capitare, anche se non è frequente, che se è pieno il bus parta mezz’ora prima. E capita frequentemente che, se non è totalmente pieno, parta mezz’ora dopo, per aspettare altri passeggeri. Questo succede anche per le fermate intermedie, almeno per le più importanti, quindi i tempi di percorrenza possono facilmente allungarsi.

Ma io questo lo so, ho scelto consapevolmente di viaggiare una settimana “da marocchino” e questo fa parte del viaggio.

Questa volta il ritardo è decisamente accettabile: neanche un quarto d’ora dopo l’orario stabilito si accende il motore e partiamo.

Può capitare anche, sebbene finora a dir la verità non mi fosse mai successo, che dopo pochi chilometri si resti senza gasolio. Ci fermiamo improvvisamente e lontano da centri abitati; all’inizio temo un guasto meccanico (sì, forse anche quello farebbe parte del viaggio ma non così presto!) ma Salah va a verificare e mi conferma che è questo: siamo a secco. Evidentemente l’autista ha sbagliato i calcoli o forse l’indicatore non funzionava, niente di più facile.

Ora che siamo fermi, il caldo è quasi insopportabile. Ma per fortuna qui non siamo nel deserto. Nel giro di un quarto d’ora arriva un tizio in motorino con delle taniche e in poco tempo si riparte. Certo, tenendo conto che ci aspettano comunque come minimo 5 ore di viaggio se ne poteva fare a meno, ma tant’è…

Il vecchio pullman inizia a inerpicarsi faticosamente sulle montagne dell’Alto Atlante, attraversando la Valle di Zat e il passo del Tizi N’Tichka. La strada è molto spettacolare: paesaggi estremamente diversi, da brullo, aspro e quasi lunare a boscoso, con colori altrettanto mutevoli.

Facciamo un’altra lunga sosta, stavolta programmata, in un piccolo villaggio in mezzo al nulla che ha veramente sapore d’Africa. Ci sediamo a bere qualcosa in un baretto, intorno a noi razzolano le galline, l’ambiente sarebbe anche piacevole se non fosse che l’aria è quasi irrespirabile, per un terribile mix di odori: gasolio, scarichi di motori e olio per friggere bruciato che viene dalle griglie su cui si cuoce carne di montone all’aperto.

Dopo un altro paio d’ore di viaggio, arriviamo finalmente ad un bivio, dove scendiamo e ci mettiamo in attesa di un Grand Taxi, che ci porti ad Ait Benhaddou.

Il Grand Taxi, per chi non lo sapesse, è di solito una vecchia Mercedes, di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. E per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Generalmente, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E finché non è pieno non parte.

In questo caso l’attesa è di breve durata, in pochi minuti raggiungiamo il numero necessario e si parte. Naturalmente non è il massimo della comodità, ma stavolta è solo per pochi chilometri.

Raggiunta Ait Benhaddou, troviamo posto per la notte in una Maison d’Hote segnalata sulla Routard di Salah. Dormiremo in due per 150 Dirham (meno di 15 euro) e il posto non è neanche male.

Ci sistemiamo e andiamo subito a visitare la Kasbah del secolo XI con le mura in mattoni di fango e paglia, che ha fatto da sfondo a diversi filmoni hollywoodiani (Il Gladiatore in primis, ma anche Lawrence d’Arabia, Gesù di Nazareth, Il gioiello del Nilo…).

Ora ci vivono solo dieci famiglie, una delle quali ci ospita per un tè rilassante, servito col solito rituale che già conosco, che prevede di ributtare nella teiera i primi due-tre bicchieri e di versare tenendo la teiera più in alto possibile, naturalmente senza mancare il bicchiere.

La kasbah è talmente congelata nel tempo da apparire un po’ finta, ma lo scenario è sicuramente unico e la quiete è pressoché totale. Il silenzio è rotto solo, di tanto in tanto, da urla di bambini e versi di animali (asini, capre, galline), fino al cantilenante richiamo del muezzin per la preghiera della sera.

Stasera cena leggera e a nanna presto, perché c’è molto sonno da recuperare e qui non c’è letteralmente niente da fare.

14/8/2013: Ait Benhaddou – Ouarzazate

Dopo una colazione tipica a base di pane e olio (e tè, naturalmente), ci spostiamo, di nuovo in Grand Taxi Collectif, a Ouarzazate, stretta tra il deserto e l’alto Atlante. Questa città è famosa per la sua kasbah settecentesca, dove sono state girate scene di Guerre Stellari e di decine di altri film dei vicini studios, con argomento biblico, o ambientazione nell’impero romano, in Egitto o quant’altro.

Ne dà testimonianza il museo del cinema, pieno di oggetti e set ricostruiti ma a dir la verità un po’ povero di spiegazioni: o sei un vero cinefilo (di quel genere) o devi andare un po’ a naso.

È più interessante la vera kasbah, che visitiamo con una guida locale, che parla italiano e che ci illustra con dovizia di particolari ogni luogo del palazzo del Pascià (ma qui si dice Bachà) Glaoui, dalla sua stanza a quella della favorita, a quelle dove pranzavano o pregavano le sue quattro mogli e le sue venti concubine. La favorita era sempre la madre del primo erede maschio, e non perdeva mai il suo titolo. Il palazzo ha splendidi tetti intarsiati in legno di cedro e oleandro, usato perché tossico e quindi non attaccabile dalle termiti.

C’è anche un quartiere ebraico con una antica sinagoga, ma i pochi ebrei che erano rimasti se ne sono andati in Israele nel 1967, ai tempi della guerra dei 6 giorni.

La guida locale ci porta in un laboratorio di tessitura, dove un uomo lavora ad una coperta. Tradizionalmente, la tessitura dei tappeti è compito delle donne, mentre gli uomini si occupano di coperte, copriletto, sciarpe e altro.

La sinagoga è diventata un negozio-museo, dove un berbero dalla parlantina inglese molto sciolta ci spiega, prendendo spunto dagli oggetti esposti, varie cose interessanti. Per esempio, ci parla delle analogie tra la stella di David e la stella a cinque punte berbera (che campeggia anche sulla bandiera del Marocco), entrambe basate su triangoli. E poi, della “carta di identità” che anticamente portavano le donne berbere. Si tratta di due spille che portavano sulle spalle, a forma di triangolo per le donne sposate, di fiore per le ragazze vergini. Le due spille erano unite da una catena, con appese tante medagliette quanti erano i figli. Se la donna non aveva più marito, perché vedova o perché ripudiata, non poteva più portare la catena e questo naturalmente, soprattutto nel secondo caso, non le era per niente di aiuto.

Alla fine l’uomo cerca di vendermi dei copriletto belli ma un po’ costosi. Avendo già comprato due sciarpe nell’altro laboratorio, gli lascio solo un’offerta per il museo.

Dopo un pranzo a base di Tajine, andiamo a riposarci nel piccolo albergo che abbiamo trovato, anche perché il caldo sta diventando asfissiante.

Salah è sempre più efficiente, tanto che mi sto quasi annoiando… fa tutto lui, non sono abituato. Però è indubbio che è un bel vantaggio avere qualcuno che contratta sul prezzo al posto tuo in tashelhit, la lingua berbera di qui.

La sera, nella piazza centrale di Ouarzazate, assistiamo ad un bello spettacolo di musica e danze popolari berbere, chiamato “Ahouach”. Le ballerine sono una quindicina di donne che ballano tendenzialmente in cerchio, i musicisti sono uomini e suonano un grande tamburo, oltre al classico liuto berbero e allo strumento ad arco, a due corde, che si chiama rbab. Forse dura un po’ troppo, alla lunga diventa ripetitivo, ma è interessante.

15/8/2013: Ouarzazate – Gola di Todra

Prendiamo un autobus la mattina presto per Tinerhir. Il viaggio, attraverso tutta la valle del Dades, dura tre ore. Il paesaggio anche qui è mutevole: a tratti desertico, a tratti più verde.

A Kelaa M’Gouna inizia la valle di Ait Bougomez, detta valle delle rose, dove è nata la moglie di Salah. Lui dice che è andato nella valle delle rose e se ne è portata a casa una, tutta per lui… romantico, eh? Ora non è il momento della fioritura, ma l’acqua di rose è onnipresente sulle insegne dei negozi. Questa valle è famosa anche per i pugnali: rose e pugnali, un curioso accostamento.

Qua e là vediamo anche scritte fatte coi sassi sui pendii delle montagne, che dicono cose tipo “Dio, la Patria e il Re” oppure “Il Sahara è nostro”, con chiaro riferimento alla questione del Sahara occidentale, rivendicato sia dal Marocco che dal popolo Saharawi.

All’arrivo, cercando come raggiungere la gola di Todra, veniamo agganciati da un tipo che ci “raccomanda” l’Auberge Etoile des Gorges, peraltro segnalato anche dalla Lonely Planet. Il prezzo è buono, quindi accettiamo.

Ci porta a fare un presunto giro nella vecchia Mellah, il quartiere ebraico, che Salah voleva vedere. Prima però mi chiede un favore: dovrei andare a comprare per lui (ma con i suoi soldi) una bottiglia di vino al bar di un hotel. Secondo lui agli stranieri le vendono. Tento, ma in realtà non è così: mi dicono che posso solo berlo lì, non vendono (ovviamente) bottiglie take-away.

Il giro nella Mellah si trasforma rapidamente in una sessione di vendita di tappeti (sapevo che prima o poi mi sarebbe toccato). Tutto sommato però non sono brutti e i prezzi sono ragionevoli, trattando un minimo. Ne prendo uno con il disegno di un pettine da telaio, che simboleggia la creazione artistica, ed altri simboli berberi utilizzati nei tatuaggi.

Mangiamo un tajine piuttosto cattivo in un posto raccomandato anche questo dal nostro amico e tentiamo di ripartire. Ma, nel frattempo, l’ufficio di Supratours dove ho lasciato lo zaino in consegna ha chiuso per il pranzo. Così aspettiamo più di mezz’ora, durante la quale Salah tenta di agganciare due turiste franco-marocchine nella speranza di dividere con loro il taxi per la gola di Todra (e forse per Merzouga). Per ora gli va male, ma presto le incontreremo di nuovo.

Riusciamo finalmente a prendere un altro Grand Taxi Collectif e a raggiungere la gola, che è davvero molto spettacolare e ripaga di tutte le fatiche. Un’altra cosa bella è che, sì, ci sono stranieri ma la maggioranza dei “turisti” sono famiglie marocchine con bambini, che danno al posto un’atmosfera di festosa confusione.

Ci arrampichiamo su per un sentiero, ma dopo un po’ siamo costretti a tornare indietro, perché purtroppo non è ben segnalato. Arriviamo però ad un bel punto panoramico.

La cena tarda un po’ ad arrivare perché nell’albergo, alimentato da un generatore diesel, la corrente elettrica non arriva fino alle nove. Ma alla fine è gustosa, insalata marocchina e brochette (spiedini) di tacchino.

Facciamo una breve chiacchierata con una coppia di spagnoli, con cui ci mettiamo d’accordo per dividere il taxi domattina. Prenderanno il nostro stesso autobus, ma a loro hanno detto che termina a Erfoud, mentre Salah è sicuro che arrivi fino a Merzouga. Lo scopriremo solo domani…

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16/8/2013: Gola di Todra – Merzouga

E il giorno dopo si scoprì che il bus andava solo fino a Erfoud. Ma poco male.

Un altro Grand Taxi (stavolta in quattro, ci sembra un lusso) ci porta di buon’ora dalla gola a Tinerhir. Il risveglio alle 6.30 è traumatico, perché di nuovo manca la corrente e siamo costretti a lavarci e prepararci al buio.

Il bus per Erfoud è ancora strapieno e il viaggio è quanto mai “caldo”. All’arrivo anche i nostri due nuovi amici spagnoli appaiono esausti.

Nel frattempo abbiamo scoperto qualcosa di più su di loro. Lei si chiama Amaia ed è basca, di San Sebastian. Lui, Eduardo, è canario di Tenerife. Vivono a Madrid.

Lei lavora per l’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dove ha conosciuto Laura Boldrini, che era in pratica il capo del suo capo. Lei infatti lavora all’Ufficio Stampa di Madrid, si occupa di comunicazione. Il suo lavoro le ha permesso di vedere mezza Africa e un bel po’ di America Latina. Ma è un’appassionata viaggiatrice (zaino in spalla) anche per diletto: mi raccomanda il Laos e alcuni posti poco turistici della Thailandia.

Lui è un consulente “economista” (così si definisce) che lavora per una grande società, ma dentro assicura che gli batte un cuore ambientalista.

Al gruppo si uniscono poi anche due belle ragazze parigine, di cui una ha origini marocchine. Sì, proprio loro, quelle di ieri. Fatima detta Fatì (ovviamente alla francese, con l’accento sulla i), è, come dice chiaramente il suo nome, quella franco-marocchina. I suoi genitori sono di Oujda, ma non pensa di andare lì a trovare i parenti, almeno non in questo viaggio, il che scandalizza non poco Salah. La sua amica, Elodie detta Elò, ha un nonno valenciano e perciò parla un discreto spagnolo, ma si meraviglia molto di come lo parlo io, che non c’ho nemmeno il nonno; in generale, mi pare di capire da mezze frasi buttate lì che non abbia un’altissima opinione degli italiani.

Da Erfoud a Merzouga altro Grand Taxi, stavolta in sei. Le due francesine, vestite abbastanza scollate, si siedono davanti e l’autista impazzisce: non guarda la strada (per fortuna è un’unica striscia di asfalto sempre dritta), straparla, dà evidenti segni di squilibrio, parla al telefono guidando, ecc.

Merzouga: ora ci siamo, questo è il Sahara. Grazie ad un contatto fornitoci dall’albergatore di Todra Gorges, che viene a prenderci al taxi, ci portano a mangiare, ma solo frutta. C’è un caldo terrificante, non riusciremmo a mangiare altro, e poi Amaia ha problemi di stomaco. Dice che non può mangiare nemmeno il melone e si perde parecchio, perché è ottimo e freschissimo. Ma al momento la sua dieta prevede solo banane e coca cola.

Ci portano poi in una casa con un accogliente salottino, dove ci illustrano tutti i dettagli dell’escursione nel deserto, anzi delle varie possibili escursioni.

Si può andare ad un semplice accampamento (40 min di cammello, anzi dromedario) o all’oasi (circa due ore).

Abbiamo escluso a priori il fuoristrada, che permette ovviamente escursioni più lunghe, ma per noi è troppo costoso e poco ambientalmente sostenibile.

Il tempo passa, tra un bicchiere di tè alla menta e l’altro. Qui lo chiamano whisky berbere: è sempre la stessa battuta, l’avrò sentita almeno venti volte, ma ogni volta si sorride e si brinda fingendo che sia la prima…

Alla fine tutti propendiamo per l’oasi, ma cerchiamo di ottenere una riduzione del prezzo da 350 Dh/persona a 300. Il nostro ospite, Mohamed, è restio: dice che lui non è uno che ruba, i suoi soldi li guadagna onestamente, dobbiamo capire che lui sostiene dei costi per portare noi e la roba nel deserto, insomma fa un po’ l’offeso. Ma poi, con l’accordo che per cena avremo solo tajine, tranne Amaia che chiede e ottiene il riso in bianco, ci concede lo sconto.

A questo punto siamo tutti d’accordo tranne le francesi, che sono ancora indecise. Ci sono almeno due grossi problemi, per loro.

Primo problema: il dromedario ha una gobba sola; vogliono il cammello, quello con due gobbe, perché secondo Elò è più comodo. Mais naturellement, dice, così mi posso sedere tra le due gobbe! Questo, però, si risolve (quasi) subito perché purtroppo per lei c’è un piccolo dettaglio: qui non vivono cammelli, il loro habitat è in Asia centrale. Mohamed cerca di farglielo capire con una certa decisione, ma le due sono un po’ dubbiose, della serie “Ma non è che se andiamo da un altro ce l’ha?”. Quando però tutti confermiamo che è come dice lui si convincono.

Il secondo problema è più spinoso: sono venute con l’idea di dormire in un hotel con piscina a Merzouga (sanno che ce ne sono almeno un paio) e andare solo poi nel deserto, semmai domani. Ma, per quanto la cosa sembri folle, pare che l’essenziale sia la piscina, non il deserto. Io e gli spagnoli ci guardiamo attoniti, ma sembrano decise, anche perché poi scoprono con immenso dolore che, mais n’est pas possible, all’oasi non c’è la doccia! Finché Salah tira fuori l’idea:

“Ma perché non venite con noi e teniamo il gruppo unito? In piscina potete andare domani”.

Questa semplice ma saggia considerazione le fa vacillare, finché cedono: è fatta, si va tutti.

A dir la verità Salah vorrebbe seguirci a piedi, non capisco se per paura del dromedario o nella speranza di farmi risparmiare qualcosa, ma in ogni caso gli dico che non se ne parla: lui farà quello che facciamo tutti.

Nell’attesa della partenza, che per ovvie ragioni climatiche è prevista per il tardo pomeriggio, a turno ci facciamo una doccia (dato che all’oasi non c’è…) e si chiacchiera.

Con difficoltà, usciamo vivi da una discussione sulle differenze tra Europa e Marocco nei rapporti tra uomini e donne. La conclusione è che le differenze sono ancora grandi, ad eccezione delle città principali del Marocco, che sono un po’ “europeizzate”. Ma, prima di arrivarci, da parte dei due berberi presenti (senza contare Salah, che saggiamente si astiene) ne sentiamo un po’ di tutti i colori. Alcune sono evidenti spacconate, ma comunque segno di un retroterra culturale che è duro a morire. Per fortuna in questo momento non c’è Amaia, la conosco ancora poco ma mi dà l’idea che avrebbe mal sopportato questo genere di conversazione.

Per alleggerire il clima, Mohamed si esibisce in questa battuta: “Sapete qual è il punto più alto di Parigi (Paris)?”

Fioriscono risposte tipo la Tour Eiffel, Montmartre, Montparnasse e altri posti di cui non ricordo i nomi. In realtà la risposta è “il punto sulla i”. Segnatevelo.

Finalmente si parte. Il viaggio non è dei più agevoli. Si balla non poco, soprattutto quando il dromedario sale e scende dalle dune. Per le parti basse (tutte) e per la schiena non è un toccasana. Per di più la mia bestia, ogni volta che ci fermiamo anche un minuto per fare delle foto, si siede. Forse pensa ogni volta che siamo arrivati, non lo so. Fatto sta che ogni volta devono farlo rialzare e io devo cercare di restargli in groppa.

Anche Fatima ha qualche problema, credo non trovi una posizione comoda. La fanno scendere, le sistemano la sella e si riparte. Salah invece se la cava più che bene. Durante la sosta io e Eduardo ci guardiamo e, ridacchiando, ci scambiamo commenti sulla scarsa capacità di adattamento (per usare un eufemismo) delle due parigine, più che altro a gesti per non farci sentire da Elodie, che potrebbe capire. Se non altro ci stanno facendo divertire non poco…

Il deserto, comunque, ripaga di tutto. Le dune cambiano colore ad ogni minimo cambio di luce e le nostre ombre lunghe sono le nostre sole compagne nel mare di sabbia.

All’oasi la serata passa in un clima piuttosto allegro e ciarliero, nell’attesa di un tajine che non arriva mai.

All’inizio, quando eravamo ancora a Merzouga, si era pensato di usare l’inglese come lingua franca del gruppo (scusate il gioco di parole), gruppo peraltro tutto mediterraneo. Ma le due francesi, soprattutto Fatima, hanno evidenti problemi. Allora alterniamo francese e spagnolo. Elodie, che conosce sufficientemente bene entrambe le lingue, traduce in caso di particolari difficoltà.

Si parla soprattutto di viaggi, con qualche digressione politica. Purtroppo l’eco delle banane tirate alla Kyenge è giunto fino in Francia e in Spagna; mi trovo quindi costretto a spiegare che non siamo un popolo di razzisti, almeno non potremmo e non dovremmo permetterci di esserlo con la storia che abbiamo, ma ci sono degli idioti che solleticano questi sentimenti “di pancia”. Si sa, poi, che la crisi non fa che acuire il risentimento dei mediamente poveri verso i più poveri di tutti. Non so se riesco ad essere convincente, ma ci provo.

Mustafa, il ragazzo che ci ha portato fin qui, fa l’intrattenitore e intanto ci prova un po’ con Fatima, con tutte le scuse possibili: le insegna a farsi il turbante e mette alla prova il suo berbero, che peraltro è diverso da quello che parla lui. Lei, essendo del Nord, parla Tarrift. Lui, come tutti qui nel Marocco centrale, parla Tashelhit. Non credo che le differenze siano sensibilissime, ma ci sono.

Alla fine la cena arriva tardi ma è abbondante: oltre al tajine e al riso di Amaia, ci portano anche l’insalata marocchina.

Dopo una breve passeggiata sulle dune alla luce di una torcia, ci corichiamo all’aperto davanti alla tenda. La notte all’inizio è nuvolosa, ma poi il vento inizia a soffiare impetuoso (almeno per noi, come sempre i locali minimizzano) e spazza il cielo; quindi la stellata sopra di noi è notevole. Alla fine anche il duo Elò e Fatì, che ho soprannominato “tres jolie a Paris”, pare abbia (quasi) dimenticato la piscina!

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17/8/2013: Merzouga – Khenifra

Non riesco quasi a dormire, soprattutto quando il vento inizia a sollevare la sabbia. Soltanto verso la fine della notte la stanchezza ha il sopravvento, ma ho preso sonno da poco quando Salah mi sveglia: ha deciso che dobbiamo ripartire.

In realtà avremmo ancora un po’ di tempo, ma ne approfittiamo per andare a veder sorgere il sole, anche se in mezzo alle nuvole. L’alba sulle dune rosa mantiene veramente le promesse.

Appena fa giorno si risale in groppa e si ritorna a Merzouga.

Lì facciamo colazione e qualche altra chiacchiera, prima di separarci.

Parte una disputa calcistica: Mohamed, convinto di far piacere alla coppia di Madrid, si dichiara fan di Cristiano Ronaldo. Non l’avesse mai fatto. Lui non lo sa ma Amaia, essendo basca, non sopporta il Real Madrid e lo mette subito in chiaro. Edu ed io, simpatizzanti del Barça, gli rispondiamo che è più forte Messi, non ci può essere dubbio.

“Messi?” – fa lui – “Ma Messi è argentino! Voi siete europei, dovete tifare per Cristiano! E poi, Messi è un evasore fiscale.”

“Perché, tu sei convinto che Cristiano le paghi tutte, le tasse?” dico io.

“Siamo noi che le paghiamo tutte.” – taglia corto Amaia – “Loro trovano sempre il modo di non pagarle.”

Intingiamo il pane arabo nell’olio e nel miele, poi lentamente beviamo l’ultimo tè insieme.

È il momento dei saluti. Le due ragazze parigine vanno finalmente verso la sospirata piscina; io, Salah, Amaia ed Eduardo prendiamo un altro taxi per Erfoud.

Quando arriviamo lì il sole è ormai troppo alto per fare qualsiasi cosa. Restiamo un paio d’ore seduti al tavolino di un bar a bere coca cola e a raccontarci altri viaggi nell’attesa dei nostri autobus, che partono quasi insieme. Noi ora siamo diretti a Khenifra, loro vanno verso la costa per godersi un po’ di mare.

Ci lasciamo con la promessa di scambiarci le foto, poi chissà… le feste d’estate che ho frequentato una decina d’anni fa nel Paese Basco hanno lasciato nel mio bagaglio anche qualche parola in Euskara, abbastanza per salutare Amaia con un “gero arte” (arrivederci). Lei sorride e mi augura buon viaggio. Saluto anche Edu, con l’auspicio di rivedersi alle Canarie, magari a Fuerteventura, che entrambi conosciamo.

Il viaggio verso Khenifra, costeggiando Alto e Medio Atlante, è molto lungo. Arriviamo che ormai è troppo tardi per mangiare. Compriamo solo dei fichi da una bancarella per placare un po’ la fame.

Dopo essere stati quasi sbattuti fuori, in malo modo, da una padrona d’albergo invasata che evidentemente non aveva molto in simpatia Salah, troviamo da dormire in un modesto alberghetto vicino alla stazione degli autobus. La posizione purtroppo è un po’ infelice. Siamo costretti, per il caldo, a dormire con la finestra aperta, con il rumore degli autobus che vanno e vengono quasi tutta la notte.

18/8/2013: Khenifra – Ouzoud

Khenifra è solo una tappa di passaggio. Ci alziamo presto per prendere il primo autobus per Beni Mellal.

Da qui, in Grand Taxi fino ad Azilal. Ormai siamo a pochi chilometri da casa di Salah.

Prima di tutto andiamo all’hammam. Non è uno di quelli lussuosi che si vedono nei film, riccamente decorati e pieni di maioliche luccicanti. È un hammam vero, popolare, anche se oggi non c’è quasi nessuno. Ne avevamo bisogno, comunque, per buttar fuori un po’ di tossine e rilassarci come si deve.

Poi andiamo al souq per fare una grande spesa di frutta e comprare dei vestitini nuovi per le bambine.

Con questo carico saliamo su un altro taxi, che ci porta fino a Ouzoud. Casa, finalmente.

Certo, uno si può immaginare la vita nel Marocco rurale ma quando poi ti ci trovi fa un altro effetto. Vivono in nove (due famiglie con bambini e la madre di Salah) in una casa di forse 70 mq, senza acqua corrente e solo con un bagno alla turca. La corrente va e viene, per quando c’è comunque non manca la tv satellitare, anche se piccola. Ci sono mandorli, ulivi, galline che scorrazzano, 11 pecore, 3 gatti e un asino. Per l’ospite hanno attrezzato un giaciglio fatto di tappeti cuciti dalle donne di famiglia.

L’accoglienza è calda, con un enorme piattone di cous cous e un altro traboccante di fette di melone.

Ma la cosa più bella sono le bambine. C’è Ouarda di quasi 5 anni e Jalila che ne ha quasi 3, come la cuginetta Nassima. Lei è figlia del fratello di Salah, che non c’è perché lavora lontano da qui, e ha anche un fratellino di appena un mese.

Certo con loro la lingua può essere un problema. Per ora parlano solo tashelhit; l’arabo lo studieranno quando andranno a scuola, il francese lo prenderanno solo dal terzo anno. Se poi andranno alle medie, che qui non è banale, faranno anche inglese o spagnolo. Ma, nonostante tutto, con poche parole chiave e tanti gesti e sorrisi si stabilisce un canale di comunicazione. Sono bellissime, di una vivacità contagiosa, ridono con niente e non si lamentano mai.

Come tutti i bambini di quell’età sono curiose, parlano, fanno domande. E si arrabbiano se non rispondi, vogliono attenzione.

Cerchiamo di spiegare loro che vengo da molto lontano e per questo non capisco la loro lingua. Per fortuna c’è un piccolo aereo di plastica, lo prendo e inizio a farlo volare facendo il rumore con la bocca. Decollo, volo, poi atterraggio. Poi ancora decollo, e così via. Ridono come matte, la più grande sicuramente capisce, le altre almeno si divertono.

E poi ho l’arma segreta: il cellulare. Basta far loro qualche foto, poi fargliele vedere, fargliene vedere altre a caso, e restano incantate. Ma è questione di un attimo, poi Ouarda ha già imparato a farle scorrere, a ingrandirle e a rimpicciolirle. Ripete facilmente tutto quello che faccio io. Muove agilmente il ditino, come se lo facesse da una vita.

E non si può davvero sospettare che abbia già visto uno smartphone. Salah ha un vecchio cellulare di non so quanti anni, col vetro rotto e che non fa nemmeno le foto.

Resto veramente stupito, ma Salah mi conferma che è molto intelligente. Certo, cuore di papà, ma in questo caso mi pare che non si possa che essere d’accordo con lui.

L’unico problema è anche le più piccole vogliono giocare col gioco nuovo; cerco di far fare qualcosa anche a loro, senza che facciano troppi danni.

Abbiamo anche comprato una tavoletta con i numeri, le lettere e gli animali. Provo a insegnare a Ouarda i numeri da 1 a 10, prima in francese e poi in inglese. Lei ripete tutto, senza sbagliare una pronuncia.

Dopo cena guardiamo anche le foto del nostro viaggio, quelle dove c’è Salah, che abbiamo fatto stampare in un fotolaboratorio ad Azilal. Le più gettonate, ovviamente, sono quelle di papà sul cammello.

Poi Salah insiste perché guardiamo il DVD del matrimonio del fratello di Fatima, sua cognata. È un matrimonio tradizionale berbero, celebrato ad Agadir, città di origine della famiglia di Fatima. La cerimonia è suggestiva, con belle musiche, grandi tatuaggi all’henné e infiniti cambi d’abito della sposa. Ma dopo due ore inizio ad essere seriamente preoccupato della durata… Salah, con naturalezza, mi informa che dura sicuramente più di 6 ore. Cerco di farlo con tatto, ma commento che è un segno del diverso valore dato al tempo in Europa e in Marocco, lui ne conviene. Per fortuna, per ora, ci salva un malfunzionamento del lettore DVD. Tutti a nanna.

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19/8/2013: Cascate di Ouzoud

Nonostante il “letto” improvvisato dormo benino e vengo svegliato solo dal canto del gallo.

Colazione e poi, dopo due anni, si torna alle cascate, stavolta con più calma e con la piccola Ouarda al seguito. C’era già stata una volta, quindi non è una novità assoluta per lei, ma è comunque felicissima. Le piace tutto, sgrana gli occhioni e cammina instancabile su per i sentieri con i suoi sandaletti, per mano al papà e a volte anche a me. Ogni tanto va anche da sola, sa quando può e quando non può.

Le cascate sono sempre uno spettacolo incredibile ma non può essere come la prima volta, forse quest’anno c’è anche un po’ meno acqua.

Nel primo pomeriggio torniamo a casa e passiamo il resto della giornata in giardino, tranne una breve passeggiata con le bambine. Jalila, la più piccola, tiene il muso al papà: è arrabbiata perché non l’ha portata alle cascate, ha visto andare la sorella e non riesce ancora a mandarla giù. Lui cerca di spiegarle che è ancora troppo piccola, che presto porterà anche lei, ma non c’è verso.

Prendiamo il tè in giardino, poi Salah va “dal vicino”, dice lui (in realtà il vicino sta a un paio di chilometri), per concordare la consegna di un carico di mandorle.

“Ma dove vai? E le bambine?” gli chiedo io.

“Tranquillo, vedrai che sono buone” fa lui.

È vero, sono buone, ma non sono esattamente abituato a doverne gestire tre, senza nemmeno parlare la loro lingua… anche se, per la verità, ho sviluppato un vocabolario minimo che aiuta: Wakha (sì, va bene), la (no, questo non si fa), jalla (su, andiamo), baraka (basta, stai ferma). Con queste quattro parole e chiamandole per nome riesco più o meno a cavarmela… e poi mi viene di nuovo in aiuto l’amico smartphone. Ouarda con quello la tengo buona, grazie anche ad alcuni filmati di musica; Nassima canta e balla da sola, Jalila si dedica alle costruzioni: è convinta che, mettendo un sasso sull’altro, prima o poi riuscirà a tirare su una casa.

Per fortuna Salah torna abbastanza presto. Dopo un po’ arrivano anche i “vicini”, con tre muli pronti per il carico. Naturalmente offriamo il tè anche a loro.

Tra loro c’è una signora molto anziana, o che sembra tale (qui si invecchia presto…), dal viso incartapecorito di rughe, che cammina appoggiandosi ad un bastone. Mi alzo per farla sedere ma Salah mi intima di stare seduto, ché ci pensa lui. Va a prendere uno sgabellino di plastica dove potrebbe sedersi giusto un bambino. Lei lo guarda, rifiuta con dignità e resta in piedi appoggiata al suo bastone.

Questo episodio mi infastidisce non poco, ma non ho il coraggio di fare discussioni. Certo, se avevo dei dubbi, mi fa realizzare che in questa società rurale c’è ancora parecchia strada da fare per le donne. È strano vedere ad esempio come, finché sono bambine, se si avvicinano alla tavola dei grandi (degli uomini naturalmente, le donne mangiano sempre in cucina) nessuno le manda via, anzi possono mangiucchiare qualcosa anche loro e sono vezzeggiate e coccolate da tutti. Poi, quando diventano donne, via: in cucina.

La cena diventa faticosa per me, perché inizio ad accusare un po’ di malessere allo stomaco. Mi dispiace, perché temo che si offendano nel vedermi rifiutare il loro cibo, ma non ci posso fare niente. Lo spiego a Salah, così mangio solo quello che posso del tajine e un po’ di frutta.

Le bambine nel frattempo sono crollate, dormono tutte come sassi. La giornata è stata lunga per loro. Mi dispiace di non poterle salutare come si deve, visto che domattina dovrò partire presto, ma è andata così.

Dopo cena, non si scappa: c’è la seconda puntata del matrimonio berbero. Guardiamo un secondo DVD e un pezzetto del terzo, poi si fa veramente troppo tardi e ce ne andiamo a dormire.

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20/8/2013: Ouzoud – Essaouira

La notte, purtroppo, non è delle migliori: sembra che alla fine il mio apparato gastro-intestinale non abbia retto, e in effetti se penso ai posti dove ho mangiato è già abbastanza eccezionale che ce l’abbia fatta fin qui. Sono costretto ad alzarmi un paio di volte per andare in bagno, poi comincio a buttare giù Imodium sperando che faccia effetto. Mi aspetta un viaggio in autobus di due ore e mezza fino a Marrakech e, da lì, altre tre ore fino a Essaouira.

L’autobus passa alle sette. Salah è riuscito, non so come, a mettersi d’accordo con l’autista perché fermi praticamente davanti a casa sua, così non dobbiamo nemmeno arrivare fino al bivio.

Faccio una colazione veloce, perché non riesco a mangiare molto. Saluto le donne di famiglia, poi io e Salah ci mettiamo, una mezz’ora prima, ad aspettare sotto un albero sul ciglio della strada.

C’è il tempo per qualche ultima impressione sul viaggio e per dirci che continueremo a tenerci in contatto. Soprattutto, ci tengo che lui sappia che, se avrà difficoltà, potrà contare sempre su un aiuto da parte mia. Magari col nuovo bar le cose andranno meglio, gli auguro, ma in ogni caso le bambine devono assolutamente andare a scuola. Inshallah, dice lui. Ci sentiamo come due vecchi amici, forse dopo questo viaggio ormai un po’ lo siamo anche. Per questo ci sono anche lunghi silenzi, entrambi siamo tristi perché ci dobbiamo separare e sappiamo che non ci vedremo per un po’.

Il pullman arriva, un ultimo abbraccio e salgo. Come quasi sempre in questo viaggio, sono l’unico europeo.

Non è stato facile venire via, penso che le sensazioni di questo viaggio le porterò con me per parecchio tempo. L’asprezza delle montagne, i colori e i suoni delle antiche kasbah, la luce e il vento del deserto, ma soprattutto gli occhi e i sorrisi delle bambine.

Ma ora ho bisogno anche di rilassarmi un po’. E il fascino di Essaouira, che sarà l’ultima tappa, mi attira molto. Mi sembra già di sentire il richiamo ipnotico della musica gnawa. Voglio passare gli ultimi due giorni al fresco, assaporando la brezza, l’odore del mare e un buon cous cous di pesce, inshallah.

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Grand Taxi Collectif

Agosto 2011

Il sole implacabile di agosto accende le mura rosate di mattoni di fango di Marrakech. Ho appena, faticosamente, trovato un’uscita dalla medina nei pressi di Bab Doukkala.

Non è facile non perdersi nei vari souq che riempiono le stradine in salita che, dalla grande spianata della Djemaa el Fna, portano fin qui alle mura. Sebbene non sia presto, i souq ancora un po’ sonnecchiano, ma non bisogna dimenticare che siamo in pieno Ramadan: tutte le attività vanno un po’ a rilento, se si può mangiare (e bere) solo dal tramonto all’alba. Purtroppo ci ho messo più tempo del previsto ad arrivare qui, così ora sono quasi le dieci.

Bab in arabo significa porta: Bab Doukkala è appunto una delle antiche porte della medina, da cui di tanto in tanto passa ancora qualche carretto trainato da un asino, ma in prevalenza ora sono i motorini a sfrecciare.

Qui c’è anche la Gare Routiere, la grande stazione degli autobus di Marrakech. Nel parcheggio polveroso di fronte alla stazione, sostano i Grand Taxi.

Il Grand Taxi è un mezzo di trasporto tipicamente marocchino, forse potremmo dire un’istituzione tipicamente marocchina.

Sì, perché in Marocco esistono i Petit Taxi, che sono i taxi “classici”, simili almeno nel concetto generale a quelli che girano nelle nostre città europee. Nel concetto perché le macchine sono, naturalmente, un po’ più vecchie. Sono quasi tutte piccole o medie macchine francesi, Renault o Peugeot, in genere con almeno una ventina d’anni nelle ruote. In ogni città i Petit Taxi sono di un colore diverso: A Casablanca (ma anche a Fes, per la verità) sono rossi, a Rabat sono azzurri, qui a Marrakech sono beige, color sabbia, potremmo dire. Se non fosse per l’età, la mancanza di aria condizionata e parecchi ammennicoli appesi al retrovisore interno, potrebbero essere come i “nostri” taxi. Il tassametro c’è e lo fanno sempre funzionare, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Probabilmente i controlli di polizia ci sono e non sono uno scherzo, i tassisti sanno che con uno straniero è meglio non sgarrare. I prezzi, comparati ai nostri, sono davvero ridicoli; con l’equivalente di pochi euro si attraversa la città.

Ma, appunto, se si resta in città. Se si esce dalla città tutto cambia, bisogna prendere il Grand Taxi. Ed è davvero un altro mondo.

Il Grand Taxi è una macchina più grande ma ancora più vecchia, quasi sempre una Mercedes, una di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. La rete ferroviaria marocchina è abbastanza estesa ed efficiente, per l’Africa, ma raggiunge solo le città principali, o quasi. Gli autobus ci sono, ma anche questi dappertutto non arrivano e non sono né molto frequenti né particolarmente veloci. E così si ricorre al Grand Taxi, che per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Ma quando dico diversi, questo non necessariamente ha come limite la capacità di carico teorica della macchina. Anzi, molte volte, come nel mio caso che sto per raccontare, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E, il più delle volte, finché non è pieno non parte. Il che vuol dire che non ci sono orari, si va al parcheggio e non si sa quando si parte, né tantomeno quando si arriva.

Certo, non è una vita comoda, né per le macchine né per le persone, ma in entrambi i casi non c’è scelta. E, per quanto riguarda le macchine, a me piace pensare che, se davvero hanno un’anima, innanzitutto preferiscano campare ancora qualche anno, sia pure andando incontro ad una vecchiaia tutt’altro che agiata, che finire schiacciate da una pressa; e poi, chissà, forse qualcuna potrebbe trovare questa vita più divertente, e senz’altro più movimentata, che fare sempre lo stesso tragitto casa-ufficio, tutta lustrata e imbellettata da un solerte autista.

Esiste anche, in realtà, il Grand Taxi Individuel: significa che, contrattando, puoi comprare tutti i posti e viaggiare da solo, da signore insomma, o quasi. Potrei farlo: per un qualunque europeo, se si può permettere di venire fin qui, in fondo non è una gran spesa. Ma io, consapevolmente, ho scelto il Grand Taxi Collectif. Altrimenti, mi sembrerebbe non solo di ostentare i miei soldi, per quanto pochini in assoluto, che è una cosa che odio. Ma anche di togliere il posto a qualcuno, o almeno costringere ad aspettare il prossimo giro qualcuno che sicuramente ha motivi più importanti dei miei per fare questo viaggio. Insomma, mi dà proprio la sensazione di una cosa che non si fa. Non mi farei degli amici, probabilmente, ma non è tanto questo che mi preoccupa. È che, oltre a quello che ho già detto, facendo così sicuramente capirei del Marocco ancora meno del qualcosa che, un po’ immodestamente, penso di poterne capire in poco più di due settimane. E quindi tra l’altro, cosa non trascurabile, se l’avessi fatto ora probabilmente non sarei qui a scriverne.

Contrattare si contratta in ogni caso: il tassametro qui non c’è, ma si decide il prezzo prima di partire. Può succedere che, se sei straniero, paghi un po’ di più, ma in fondo ci sta.

So come funziona perché ho già usato questo mezzo una volta, per andare da Meknes alle rovine romane di Volubilis. Quella volta da solo, lo confesso, ma non c’erano in quel momento altre persone interessate alle rovine. E se ci fosse stato qualcuno, difficilmente sarebbe stato un marocchino: loro, giustamente, tendono più a pensare alla loro vita di tutti i giorni, che già non è sempre facilissima.

Funziona così: trovato il parcheggio, bisogna cercare il “capo”, un personaggio che di solito non è molto difficile localizzare. In genere ha una pettorina o un giubbotto catarifrangente, un segno distintivo insomma, e scribacchia nervosamente su un foglio nomi, prezzi e destinazioni. Non leggo l’arabo, ma presumo. È inutile andare dal singolo tassista, ti manderebbero comunque da lui. Nessuno si muove se lui non dà l’ordine. Vai da lui, gli dici dove vuoi andare e lui ti dice dove aspettare che la macchina per la tua destinazione si riempia e chi sono le persone (se già ce ne sono) che verranno con te. A meno che tu non voglia andare da solo ma, come ho già spiegato, non è il mio caso. Anche il prezzo si contratta con lui, l’autista guida soltanto.

A questo punto, se hai fortuna, come me oggi, hai almeno una panchina sotto una pensilina per non aspettare sotto il sole cocente.

Io oggi voglio andare alle cascate di Ouzoud, o almeno fino ad Azilal, che è la città più vicina. Da lì, poi, sono convinto che non avrò difficoltà a trovare un altro mezzo di trasporto. Però, sapendo che è un posto dove vanno anche parecchi turisti, provo a chiedere se c’è la possibilità di essere portati direttamente alle cascate. Il capo, in un inglese stentato che vira quasi subito al francese (che per fortuna un po’ capisco), mi conferma che no, è meglio andare ad Azilal, destinazione per cui ci sono già altre tre persone in coda. Poi, da lì, troverò facilmente un altro taxi. Va bene, dico io, e mi fa cenno di sedermi vicino a tre marocchini, due ragazzi sui vent’anni e un altro tipo un po’ più vecchio: potrebbe avere più o meno la mia età, circa quarant’anni, diciamo. Io mi siedo proprio accanto a lui, che subito mi chiede di dove sono. Rispondo che sono italiano e subito lui, in un buon italiano, mi dice che attualmente vive proprio in Italia, a L’Aquila, si trova qui solo per le vacanze. Il suo nome è Hassan. Gli domando, per fare un po’ di conversazione, che fa a L’Aquila e come vanno le cose a due anni dal terremoto. Dice che ha un’attività, ma sta molto sul vago, intuisco che preferisce non approfondire. Allora gli chiedo se pensa che l’attesa sarà lunga. Chi lo sa, risponde, non si può dire. Mi conferma, però, che dobbiamo aspettare ancora almeno una persona, meglio ancora se ne arrivano due. Allora si parte sicuramente. Deduco che la capienza massima prevista è proprio di sette persone.

Intanto, tutti gli autisti che hanno già una destinazione assegnata, compreso il nostro, sono impazienti di partire. Certo, penso, probabilmente sono pagati solo per i viaggi che fanno e sperano di tornare presto per poter fare un altro viaggio. Ognuno di loro, allora, si mette in cerca di clienti per completare la sua macchina. L’azione di marketing consiste nel camminare avanti e indietro per il parcheggio urlando la loro destinazione. Per cui il parcheggio è tutto un sovrapporsi di voci che ripetono:

“Azilal, Azilal, Azilal!”

“Taroudannt, Taroudannt, Taroudannt!”

“Ouarzazate, Ouarzazate, Ouarzazate!”

Quei nomi e quelle voci hanno un suono antico; mi chiedo se era così anche quando le carovane si fermavano a Marrakech per fare provviste prima di attraversare il deserto.

Guardo l’orologio e improvvisamente mi rendo conto che è quasi un’ora che stiamo aspettando. Sarei quasi tentato di andare dal capo e dirgli che pago io i due posti vuoti, purché ci muoviamo, ma decido di aspettare ancora dieci minuti.

Ma poco dopo ecco arrivare, come per incanto, la soluzione al mio dilemma. Si presentano due persone quasi contemporaneamente, anche se credo di capire che non si conoscano: un altro ragazzo marocchino, molto giovane, e una ragazza magra, con i capelli rossi e la pelle bianchissima appena colorita dal sole. Parla arabo, ma con uno strano accento che riconosco come inglese, ne sono quasi certo. O forse potrebbe essere irlandese, non lo so; dovrei sentirla parlare in inglese per capirlo.

Ma non c’è tempo per le presentazioni, ora ci siamo tutti e dobbiamo salire in macchina, si parte. La macchina è un Mercedes, non saprei dire quale modello, ma per fortuna sembra in buone condizioni. L’altro Grand Taxi che ho preso era messo molto peggio.

Ci sistemiamo; il mio amico “aquilano” sembra aver preso in qualche modo il controllo della situazione, tra l’altro sembra conoscere il capo, anche se è solo una sensazione. Fatto sta che decide lui i posti. I due ragazzi più magri li fa mettere, quasi uno sopra l’altro, al posto del passeggero. Io finisco dietro, dove, da sinistra a destra, ci disponiamo così: la ragazza, lui, io e l’altro ragazzo.

Ci muoviamo. All’inizio la posizione, tutto sommato, non è neanche troppo scomoda, la macchina è spaziosa. Purtroppo però mi accorgo ben presto che, gradualmente, Hassan sta spingendo sempre più in là me e l’altro, probabilmente nell’intento di fare più spazio per la ragazza. Sì, perché ora parlotta continuamente con lei, che gli risponde sempre in quel suo arabo con accento inglese. Probabilmente è qui per studiare l’arabo, mi dico. Certo l’impressione che ho, nettamente, è che lui ci stia un po’ provando, o almeno stia facendo un po’ il cascamorto, come dire. Lei in realtà non è una gran bellezza, nel suo paese non è sicuramente una per cui gli uomini si girano per strada. Ma qui, per la ben nota legge del contrasto, i suoi capelli rossi, i suoi occhi azzurri e la sua carnagione lattea sono quanto di più “esotico” ci possa essere. Infatti Hassan, che pure un po’ di mondo l’ha visto, non resiste e non le stacca gli occhi di dosso.

Il risultato è che, in pratica, lei occupa il suo posto stando anche larga, lui si prende comunque il suo e per me e l’altro tapino ne resta a malapena uno in due. Fortunatamente nessuno di noi due è largo di fianchi, così in qualche modo ci stiamo, ma è scomodissimo: io sto stretto, praticamente non mi posso muovere, ma riesco ad appoggiare la schiena; lui nemmeno quello, perciò sta tutto curvo in avanti. Deve essere veramente una tortura.

Così attraversiamo la lunga piana che porta fino a Demnate, da dove si inizia a salire sui monti dell’Alto Atlante.

Chiedo al mio amico Hassan se questo modo di viaggiare, in sette in macchina, è legale qui o è soltanto tollerato. Propendo più per la seconda ipotesi, perché mi sembra difficile che possa essere in qualche modo legalizzata una situazione diversa da quella per cui la macchina è stata costruita. La mia è soltanto curiosità, ma lui sembra non prenderla tanto bene. Non mi dà una risposta precisa, sembra anzi infastidito, probabilmente la prende come un voler evidenziare le differenze di cultura e stile di vita tra l’Europa e l’Africa, quasi con un sottinteso razzismo. La mia intenzione non era affatto questa, ma capisco che la mia frase possa essere mal interpretata, per cui taglio corto: gli spiego che era solo una curiosità, ma in fondo non importa, lasciamo perdere.

Tenere i finestrini abbassati è l’unico modo di sopravvivere al caldo, ma appena l’autista schiaccia un po’ sul pedale ci arrivano dei getti d’aria non proprio piacevoli. Chiedo di alzare un po’ il finestrino, ma ottengo solo un paio di centimetri, il che non cambia sostanzialmente la situazione.

Dopo due ore e mezza di viaggio, senza fermate, siamo finalmente nei pressi di Azilal; manca ancora qualche chilometro, in realtà. Hassan mi spiega che mi conviene scendere al bivio dove inizia la strada per le cascate, perché entrando in città allungherei inutilmente il percorso.

“Va bene” – dico io – “ma qui troverò un altro taxi per le cascate?”.

“Lo troverai senza problemi” mi rassicura.

Informa anche l’autista, così ci fermiamo. Scendo solo io, tutti gli altri proseguono per Azilal. Un saluto veloce ai miei compagni di viaggio e la macchina riparte.

Appena sceso mi sento tutto anchilosato, faccio fatica a muovermi. Sto ancora cercando di riattivare la circolazione nelle mie povere membra, quando mi si avvicina un uomo non molto alto, tarchiatello, con i capelli neri tagliati corti e due baffetti molto curati. Indossa una camicia a colori vivaci. Mi sorride e mi chiede, in inglese, se ho bisogno di aiuto e dove sto andando. Rispondo che voglio andare alle cascate di Ouzoud e cerco un passaggio per poterci arrivare. Si offre di farmi lui da guida, naturalmente mi troverà il passaggio e poi mi accompagnerà a piedi fino alle cascate.

Ho letto che il sentiero per le cascate è ben segnalato, quindi potrei anche non avere bisogno di una guida, ma per arrivare a prenderlo? Non so quanti chilometri ci siano da qui, ma non è fattibile a piedi, sicuramente non a quest’ora. Decido di accettare, non è il caso di perdere altro tempo.

Concluso con una stretta di mano il contratto, la mia nuova guida si presenta: il suo nome è Salah. Telefona e in pochi minuti arriva una macchina. Naturalmente non è un taxi “ufficiale”, del resto anche lui non è certo una guida ufficiale.

È una delle cosiddette “Faux Guides”, che sono diffusissime in Marocco. Sono veramente tante, un numero assolutamente non paragonabile a quello delle guide “vere”. Non sono necessariamente truffatori, anche se è possibile trovarne anche di quelli, che si fanno pagare e non ti fanno vedere niente; e anche se a volte possono essere un po’ esosi, per il tipo di servizio che offrono. Il più delle volte sono semplicemente persone che si arrangiano per raggranellare qualche soldo con cui sbarcare più facilmente il lunario. Si trovano ovunque, ma il loro regno è la medina, la parte antica, delle grandi città. Qui spesso l’ignaro straniero, una volta entrato, ha serie difficoltà anche solo a trovare l’uscita senza il loro aiuto. Non è facile districarsi in un dedalo di vicoli, tutti senza nome o con il nome scritto solo in arabo. E non esiste alcuna mappa che possa essere realmente di qualche utilità. Mi è già capitato varie volte. Fa parte del gioco, direi. Quello che, alla lunga, può diventare stressante è che, sì, se va bene ti portano dove vuoi andare, anche se non è per nulla scontato. È anche possibile che non conoscano quel posto e ti portino in un altro, che per loro vale comunque assolutamente la pena. Ma, ovunque ti portino, per arrivarci, invariabilmente, devi prima passare per i negozi dei loro fratelli, zii, cognati e cugini fino al terzo grado. Uno vende spezie, un altro tappeti, un altro babbucce, un altro gioielli artigianali e così via. Tutti ti invitano a comprare molto amabilmente, nessuno ti forza, puoi anche finire il giro senza spendere un solo Dirham. Ma il tempo passa tra trattative e bicchieri di tè. Il che, personalmente, posso trovarlo piacevole per qualche giorno ma alla lunga mi stanca. E poi, il tè alla menta marocchino è ottimo ma in genere un po’ troppo zuccherato.

Mentre ci dirigiamo alle cascate, Salah mi racconta che lui gestisce un piccolo bar proprio lì al bivio, una specie di punto di ristoro. Ma in questi giorni, per il Ramadan, è costretto a chiudere. Evidentemente non gli conviene tenere aperto solo per i pochi turisti che arrivano qui come me, o sperando che qualcuno dei locali venga a bersi una cosa dopo il tramonto. Perciò in questi giorni fa la guida a tempo pieno, di solito invece lo fa solo per arrotondare. Probabilmente gli affari non vanno benissimo neanche negli altri mesi.

Il suo inglese è elementare e la pronuncia non è proprio quella che sentireste da un anchorman della BBC, ma ci capiamo.

In un quarto d’ora arriviamo ad un piccolo villaggio, dove si imbocca il sentiero per le cascate. Mentre ci incamminiamo voglio mettere in chiaro una cosa, ammaestrato dalle precedenti esperienze.

“Ascolta, Salah, io non ho molto tempo. Stasera devo tornare a dormire a Marrakech, sono già le due e il viaggio non è breve. Perciò, per favore, te lo dico subito: non voglio comprare niente. Ho già comprato tutto quello che potevo comprare. Portami alle cascate e basta, ok?”

“Ok, my friend. Qui c’è un piccolo bazar, ma se non vuoi non ci fermeremo”.

Infatti ci passiamo, saluta tutti ma tira dritto.

In un’oretta di facile cammino raggiungiamo le cascate. Intanto, Salah mi racconta di sé e della sua famiglia: è berbero, ha una moglie e due bambine. Quasi sempre, qui in Marocco, i berberi dichiarano per prima cosa la loro identità. Dal punto di vista etnico, la popolazione è divisa all’incirca a metà tra berberi e arabi; dopo oltre un millennio di convivenza sono ovviamente anche molto mescolati, ma le due comunità mantengono una certa separazione. Non mi è mai successo, tuttavia, di sentire un arabo qualificarsi come tale. Evidentemente non ne sentono il bisogno, facendo parte del popolo che esprime la cultura e la lingua tuttora dominanti in questo paese. Per i berberi invece, che sono un popolo che ha una lingua, una cultura, una bandiera, ma non ha mai avuto uno stato, il bisogno di rivendicare un’identità che in passato è stata molto repressa è forte.

Salah vorrebbe ospitarmi a casa sua per la notte e farmi conoscere la sua famiglia; poi domani potremmo fare altri giri, mi dice, ma gli spiego che ho già altri programmi e ribadisco che preferisco tornare a Marrakech.

La vista delle cascate è davvero mozzafiato. Sono cascate imponenti, a tre salti, alte almeno un centinaio di metri. Il fiume precipita con fragore tra le rocce rosse coperte di vegetazione. La luce del sole, attraversando la nebbia di goccioline, forma un bellissimo arcobaleno. Alla base c’è una piscina naturale dove la gente si bagna. Insomma, è esattamente come si immagina una grande cascata in Africa. Uno spettacolo naturale stupendo.

Lungo il sentiero ci sono diversi punti di osservazione, dove ci fermiamo prima di arrivare alla base delle cascate. Mi accorgo che sto facendo foto in maniera compulsiva, stasera ne avrò a decine tutte uguali. Io non sono certo un grande fotografo e la mia macchina è una modesta compatta, ma in un posto del genere è difficile trattenersi. Ci fermiamo un po’, sia per riposarci sia perché mi voglio gustare lo spettacolo anche un po’ con gli occhi, non solo attraverso l’obiettivo.

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Purtroppo però il tempo non è molto, dobbiamo ripartire. Scendiamo e Salah richiama il suo amico, che ci riporta al bivio. Io chiedo come fare per prendere un altro Grand Taxi che mi riporti a Marrakech, ma Salah mi informa che esiste anche un autobus e che passerà tra circa un’ora. Resto sorpreso, la guida non ne parlava e anche le mie ricerche su internet erano state infruttuose… meglio così, naturalmente. Mi colpisce l’onestà di Salah: in fondo avrebbe benissimo potuto non dirmi niente e chiamare qualche altro “taxista” suo amico o conoscente, che senz’altro gli avrebbe dato qualcosa. Purtroppo siamo abituati male, l’onestà ci sorprende sempre, in qualunque posto ci troviamo.

Per evitare di aspettare un’ora sotto il sole, Salah apre apposta per noi il suo bar. È molto piccolo e mal messo, ma ci consente almeno di stare all’ombra e bere qualcosa nell’attesa. Naturalmente bevo solo io, lui fino al tramonto non può.

Tra una chiacchiera e l’altra, mi chiede come mai viaggio da solo: non è la prima volta che mi capita, qui è vista un po’ come una stranezza. Vuole sapere della mia famiglia. Rispondo che non ho né moglie né figli, e nemmeno fratelli o sorelle; dei miei genitori è rimasto solo mio padre, che è troppo anziano per viaggiare e, a dir la verità, non ne ha mai avuto molta voglia. Ci pensa un attimo, poi esclama, indicando sé stesso:

“Allora adesso hai un fratello, qui, in Marocco!”.

Lo ringrazio sorridendo, forse è un po’ prematuro ma qui la gente è fatta così, tende a enfatizzare questo genere di relazioni.

A questo punto attacca a chiamarmi “my brother” e non più “my friend”. Strappa un pezzo della carta di una stecca di sigarette ed inizia a scarabocchiarci sopra. È un itinerario che mi sta proponendo, naturalmente con lui come guida, tra le più belle valli dell’Alto Atlante e fino a Merzouga, alle porte del Sahara. Scrive diversi nomi di città o villaggi e li collega con dei tratti di penna fino a disegnare una specie di cerchio. Alcuni di quei nomi li ho sentiti, altri mi sono totalmente sconosciuti. Ma lui sembra sapere il fatto suo, per quanto, certo, la grafica dell’improvvisata cartina turistica non sia eccezionale.

Gli ripeto ancora una volta che ora non ho tempo per un giro così lungo ma mi piacerebbe, davvero, magari un altr’anno… così ci scambiamo indirizzi e numeri di telefono.

Gli chiedo anche quanto gli devo, non voglio dover saldare il conto in fretta mentre arriva l’autobus. Mi chiede 70 Dirham. Al tassista ho già dato i suoi soldi, è ovvio, ma è comunque una cifra onestissima. Mi è successo di sentirmene chiedere 200 solo per uscire dalla medina. Gliene do 100, non di più perché non vorrei offenderlo.

Arriva un vecchietto che ha visto il bar aperto ed è venuto a curiosare per capire come mai. Salah me lo presenta, il suo nome è Rashid. Salah gli spiega chi sono e cosa stiamo facendo, almeno così immagino. Lui non parla inglese, ma mi fa dei grandi sorrisi sdentati. Dico a Salah di chiedergli se non gli dispiace che gli faccia una foto; ho scoperto che nel Marocco rurale molte persone, soprattutto anziane, non lo gradiscono. Risponde che va bene e così, per avere un ricordo, faccio una foto a lui e a Salah sotto il cartello turistico delle cascate di Ouzoud.

Ormai è ora, ci mettiamo ad aspettare l’autobus tutti insieme e, dopo pochi minuti, vediamo un vecchio pullman in avvicinamento. Ai nostri cenni, accosta sollevando una nuvola di polvere. È il momento dei saluti, poi salgo in fretta e mi cerco un posto. A colpo d’occhio, potrei essere il solo europeo ma non è la prima volta, poco male.

Il pullman parte. Il motore è molto rumoroso ma dopo un po’ il suo rombo costante concilia il sonno. Gli occhi un po’ mi si chiudono, ma vorrei vedere ancora qualche scorcio di questo paesaggio. Mi torna in mente l’itinerario: tiro fuori dalla tasca il pezzo di carta ripiegato, lo apro e provo a cercare tutti i nomi sulla guida.

Questo è un mio grande classico. Quando un viaggio sta finendo mi viene quasi sempre voglia di progettarne subito un altro, forse per placare la sensazione che questo, ormai, è andato. Mi rigiro il pezzo di carta tra le mani e penso che non so quando ma si potrebbe fare, sì, forse si potrebbe fare…

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Balkan Express

Agosto 2010

Stazione di Belgrado, 9.30 del mattino. Seduto ad un tavolino all’aperto del bar, guardo la scritta “Beograd” in cirillico sotto l’orologio della stazione mentre sorseggio un cattivo caffè.

Sono in anticipo, come spesso mi capita quando devo prendere un treno, un autobus, un aereo o qualsiasi cosa. Credo di avere qualche sindrome ansiosa che mi porta a calcolare i tempi aggiungendo sempre almeno una mezz’ora, perché non si sa mai cosa ti può capitare, che ne so… ti rapinano, perdi l’autobus (vale anche se devi fare solo un pezzo a piedi, ovviamente), c’è un terremoto catastrofico e si apre una voragine in mezzo alla strada, qualcosa del genere. E anche questa volta è così, ho ancora circa mezz’ora prima che parta il treno. Guardo distrattamente la gente che passa, leggo un pezzo di guida sempre con l’occhio all’orologio, alla fine il tempo passa. Mancano dieci minuti, il treno per Sarajevo è sul binario 1 qui davanti a me.

Mi alzo e, con fatica, mi butto lo zaino in spalla. Il treno ha decisamente l’aria di aver già macinato qualche milione di chilometri di binari, ma nei Balcani è normale. È già abbastanza pieno, ma trovo uno scompartimento semivuoto. C’è solo una coppia di mezza età, sembrano turisti. Uno dei tavolini è aperto, con sopra un pacchetto di sigarette e un accendino. Al momento non ci faccio caso e mi siedo. Sarà roba loro, penso, anche se non sembrano nemmeno loro prestare particolare attenzione a quella roba… bè, qualcuno li avrà dimenticati, succede. Passano pochi minuti, il treno comincia lentamente a muoversi. Entra un uomo con qualcosa che probabilmente è una divisa delle ferrovie serbe, ci guarda e inizia a sbraitare. Sia io che i miei due compagni di un viaggio nemmeno iniziato siamo, con tutta evidenza, stranieri. Non capiamo una parola, ma lui va avanti per parecchi secondi prima di rendersene conto. Poi si ferma e ci guarda come per dire: “Allora?”. I due sembrano imbalsamati, allora provo io a capire:

“I’m sorry, I don’t speak serbian…”.

Lui bofonchia ancora qualcosa, chiaramente infastidito. Conosco sì e no 10 parole di serbo, ma potrei scommettere che è qualcosa del tipo “ma che vengono a fare questi qui a rompere i coglioni”. Tira fuori qualche parola che sembra avere una lontana parentela con l’inglese, tra cui una che somiglia a “office”, ma soprattutto indica disperatamente il pacchetto di sigarette. Penso di intuire che quello sia il suo “ufficio” e che noi ce ne dobbiamo andare. Secondo lui, probabilmente, dovevamo capirlo da quel pacchetto di sigarette: sembra non capacitarsi che possiamo essere stati così stupidi da non arrivarci. Se ne potrebbe discutere, in realtà, dato che è uno scompartimento come tutti gli altri, se non fosse per quel particolare. Ma non mi sembra il caso, date le circostanze. Perciò mi alzo, seguito dalla coppia. Loro trovano posto nello scompartimento successivo, io preferisco proseguire un po’, anche per allontanarmi dal luogo del “misfatto”, non si sa mai.

Più avanti, trovo un altro scompartimento occupato solo a metà: ci sono due ragazzi e una ragazza, a occhio tutti intorno ai 30 anni. Mi siedo lì e cerco di rilassarmi ascoltando un po’ di musica in cuffia.

Per le prime forse due ore di viaggio, tutto procede molto tranquillo. Da qualche parola scambiata capisco che i due ragazzi sono spagnoli, ma come tali sono insolitamente silenziosi. Uno, un po’ più alto, magro e con i capelli a spazzola, è completamente immerso nel suo libro. L’altro, massiccio e leggermente stempiato, dorme quasi sempre, o almeno ci prova. Di tanto in tanto si sveglia, guarda fuori dal finestrino e bofonchia qualcosa, battendo insistentemente su due argomenti: il caldo e la lentezza del treno. I dialoghi sono del tipo:

“Que calor, joder! A cuanto vamos? Cuarenta?”.

“Sì”.

La risposta dell’amico è sempre a monosillabi, dopo di che lui, sbuffando, tenta di riaddormentarsi. La ragazza ha i capelli biondo-rossicci, fermati con una fascetta, ed è un po’ in sovrappeso. Anche lei legge, e a tratti dormicchia. Io alterno la musica alla lettura della guida.

Per arrivare a Sarajevo il treno fa un lungo giro: si dirige prima a ovest, attraversando un bel pezzo di Croazia, poi entra in Bosnia a Slavonski Brod e solo da lì piega verso sud, ma ancora una volta non seguendo un percorso diritto ma quasi zigzagando. Forse anche questo ha un significato in qualche modo simbolico: nei Balcani due punti che sulla carta sembrano vicini si possono congiungere solo seguendo un percorso lungo e tortuoso. Soprattutto se i due punti sono Belgrado e Sarajevo. Del resto, questa linea è stata riattivata solo da pochi mesi. A questo penso mentre seguo il percorso del treno sulla cartina della guida. Il viaggio, in totale, richiede circa 8 ore.

Alla frontiera croata i poliziotti salgono sul treno e chiedono i documenti. Controllando i passaporti degli spagnoli, la guardia chiede: “Anything to declare?”.

Silenzio, sguardi interrogativi. Il poliziotto ripete: “Anything to declare?”.

Vedendo i due ragazzi in difficoltà, decido di intervenire e spiego loro, in spagnolo, che sta chiedendo se hanno qualcosa da dichiarare. Fanno cenno di no con ampi gesti e il poliziotto passa oltre.

Mi ringraziano e quello che prima dormiva mi chiede se sono spagnolo. Rispondo di no, che sono italiano ma parlo uno spagnolo molto “basico”. Iniziamo a chiacchierare, scopro che lui si chiama Carlos ed è asturiano, di Navia, ma vive a San Sebastian, nel Paese Basco. Il suo amico, Alejandro (ma lui lo chiama Ales), è valenciano ma vive a Madrid. Gli racconto che ho viaggiato in Spagna, che conosco un pochino le Asturie, decisamente meglio il Paese Basco, e sono stato anche a Madrid. Carlos mi dice che il mio spagnolo non gli sembra tanto “basico”, anzi. Dico che può sembrare, ma in realtà ho più che altro una buona pronuncia, ho una specie di propensione naturale ad imparare le pronunce e gli accenti. La grammatica la conosco relativamente, l’ho studiata davvero poco, anche se qualcosa l’ho imparato ascoltando la gente parlare.

Confrontiamo i nostri piani di viaggio, così scopro che loro stanno facendo l’inter-rail in questa zona d’Europa, sono già stati in Romania e Bulgaria e dopo il passaggio in Bosnia sono diretti in Croazia. Dai loro zaini si capiva che erano backpackers, o “mochileros” come dicono loro. Una parola equivalente in italiano non esiste, ma potremmo dire “quelli che viaggiano con lo zaino”.

Spiego che io sono già stato in Croazia, a Zagabria, ma ci tornerò per le ultime tappe del mio viaggio: andrò a Dubrovnik e da lì a Spalato, dove prenderò il traghetto Spalato-Ancona per rientrare in Italia. Mi chiedono indicazioni sulle sistemazioni a Zagabria; dico che io sono stato in ostello e mi sono trovato bene, è pulito e confortevole, gli do anche l’indirizzo. In Bosnia faranno due tappe, Sarajevo e Mostar, esattamente come me.

Iniziamo a confrontarci sulle guide. Carlos è molto interessato alla mia Lonely Planet, dice che ne ha sentito parlare e vorrebbe comprarsela anche lui ma in castigliano non si trova e lui l’inglese, bè, insomma, come ho potuto vedere… Non lo so, dico, ma mi sembra molto strano che le abbiano tradotte in italiano e non in spagnolo, proverei a cercare meglio. Loro hanno una guida spagnola, piena di bellissime foto ma molto povera di informazioni utili. Do un’occhiata per potergli dare un parere, ma davvero mi sembra un po’ scarna. Su ogni località ci sono pochi alberghi e altrettanto pochi posti per mangiare, nemmeno distinti per fasce di prezzo. Anche sui mezzi di trasporto poco o nulla, per viaggiare da “mochileros” non è certamente l’ideale. Infatti, nei giorni successivi, girando insieme per Sarajevo, avremmo usato sempre la mia Lonely. Per questo sono anche stato soprannominato da Carlos “chico Lonely”, con mia grande soddisfazione… per il chico, ovviamente, considerato che ho 40 anni. Ma questa è un’altra storia.

Ales segue le nostre conversazioni, ogni tanto interviene, più che altro quando Carlos lo interroga sui loro programmi di viaggio o sui posti dove sono già stati. Probabilmente la sua memoria è migliore di quella di Carlos. Ma, di suo, è sicuramente meno loquace.

La ragazza (nel frattempo ho scoperto che è australiana, si chiama Mallory) sembra interessata ma è ovviamente tagliata fuori per questioni di lingua; io ogni tanto le traduco qualcosa ma non posso farle la simultanea, diventerebbe davvero troppo complicato.

Passiamo senza intoppi anche la seconda frontiera, siamo in Bosnia. Ogni tanto mangiamo qualcosa, ci aspettano ancora diverse ore di treno. Ormai sono le prime ore del pomeriggio e il caldo comincia a essere davvero soffocante. Di aria condizionata naturalmente non se ne parla, per di più il finestrino non sta giù, ha un sistema di chiusura che lo riporta su quando tentiamo di abbassarlo. L’unica soluzione che troviamo per tenerlo aperto è legare gli zaini alla maniglia. Così in effetti regge.

La velocità resta ben diversa da quella di un Eurostar, o dell’AVE (il treno ad alta velocità spagnolo) che Carlos rimpiange. Cerco di fargli capire che non può pretendere, siamo nei Balcani, in fondo anche questo fa parte del viaggio, ma non sembra troppo convinto.

Attraversando diversi paesi ci hanno anche controllato più d’una volta i biglietti; ora è il momento del controllore bosniaco. Entra nello scompartimento un tipo alto, piuttosto robusto ma con un’andatura leggermente incerta. Guarda il mio biglietto e quello dell’australiana, tutto ok. Quando però vede i biglietti degli spagnoli, inizia ad avere parecchio da eccepire, anzi sembra visibilmente contrariato. Inizia a parlare in bosniaco indicando ripetutamente una parte del biglietto. Gli spagnoli hanno un biglietto dell’inter-rail, forse c’è qualcosa che non va ma finora hanno passato tutti i controlli. Cerchiamo di fargli capire che non capiamo, ma quando finalmente se ne dà per inteso ripete lo stesso discorso in tedesco, evidentemente sperando che qualcuno di noi lo capisca. Purtroppo non è così. Lui non sa più che fare, nel frattempo si scalda sempre di più, diventa anche rosso in volto e parla in maniera sempre più concitata alternando bosniaco e tedesco. Gli chiedo se parla inglese ma dice di no. L’unica cosa che riusciamo a capire è che minaccia una multa di 400 marchi convertibili, la moneta tuttora in circolazione in Bosnia dai tempi della guerra. Sono circa 200 euro. La situazione si complica.

Allora gli faccio cenno di aspettare, vado nello scompartimento a fianco e chiedo se qualcuno parla inglese. Fortunatamente trovo un ragazzo del posto che sembra masticarlo abbastanza. Gli chiedo di venire di là con me e facciamo partire un giro di traduzioni. Il controllore parla a lui in bosniaco, o forse in serbo o croato. In realtà le tre lingue si differenziano solo per pochissimi particolari. Ad esempio la parola caffè si traduce kava in croato e kafa in serbo: per questo nella ex Jugoslavia circola una battuta molto amara secondo cui si sono fatti anni di guerra per stabilire come si dice caffè. Il ragazzo traduce a me in inglese, io dall’inglese traduco in castigliano per gli spagnoli.

Mi sembra un po’ di essere in un film di Totò ma alla fine funziona. Riesco a capire che, secondo il controllore, per rendere valido il biglietto dell’inter-rail è necessario scrivere da qualche parte la data, la stazione di partenza, la destinazione e il numero del treno. Lo spiego a Carlos, ma lui è sicuro che per il loro biglietto non sia così.

Mi dice: “Vedi? C’è scritto CONTINUA. Significa che non dobbiamo ogni volta scrivere tutto.”

Gli faccio notare che, date le circostanze, non mi sembra il caso di continuare la discussione, ho paura che non ne usciamo. In fondo non gli costa poi molto fare come dice lui, no?

Si convince ed inizia a scrivere, ma subito il controllore lo interrompe, ancora sbraitando. Col solito  giro di traduzioni capisco che secondo lui la data è sbagliata, non è il 17 agosto. Ma in realtà lo è. Comincio a pensare che, anche se è pomeriggio, abbia già bevuto qualche bicchiere di troppo di rakija. La rakija è una sorta di grappa locale: la più diffusa è la slijvovica, quella di prugne. Questo spiegherebbe anche la sua andatura un po’ ciondolante e la sua notevole irritabilità.

Allora tutti a fargli vedere orologi, agende, cellulari per cercare di convincerlo. Alla fine sembra ammettere l’evidenza, ma sorge poi il problema del numero del treno. Dico al ragazzo slavo di chiedergli se ci può dire lui questo numero, probabilmente sul mio biglietto è scritto ma il biglietto è tutto in serbo, quindi (come se non bastasse) in cirillico, e ci sono vari numeri. Qual è quello buono? Il ragazzo, temendo che questa richiesta lo infastidisca ulteriormente, mi indica lui il numero, e così terminiamo la faticosa operazione di compilazione del biglietto.

A questo punto il controllore, finalmente, si calma, ci stringe la mano e c’è perfino qualche sorriso. Sembra sollevato per aver risolto in qualche modo la situazione, e si avvia a proseguire il giro di controllo. Anche noi, quando esce, tiriamo un sospiro di sollievo. Ringrazio il ragazzo che ci ha aiutato ma, mentre lui torna al suo scompartimento, sentiamo distintamente la voce del controllore che sta nuovamente urlando contro qualcun altro in un altro scompartimento.

Carlos è livido di rabbia. Appena uscito il controllore, ha iniziato a imprecare sulla sua maleducazione, a dire che è una cosa insopportabile e così via. Sembra molto impegnato a convincere il suo amico e me, anche se ci siamo appena conosciuti, che lui non è uno che si fa mettere i piedi in testa.

“Tengo que callarme la boca aquì porque no estoy en mi pais pero… si pasa algo asì en España te juro que me cago en su puta madre, verdad! Te lo juro! Te lo juro!”

“Me cago en su puta madre” è un’espressione spagnola che ho già sentito altre volte, di per sé non vuol dire molto (quello che significa letteralmente credo sia chiaro) ma esprime il massimo del disprezzo e della noncuranza possibile per il soggetto in questione. Lo rassicuriamo che il messaggio è passato e si calma. Certo, prima con il controllore era un po’ meno coraggioso ma si può capire…

Passa ancora una mezz’ora tra altre chiacchiere di viaggi, finché entra nel nostro scompartimento un nuovo personaggio; se sul controllore si poteva nutrire qualche dubbio riguardo al tasso alcolico, in questo caso più evidente non potrebbe essere. Il tipo in questione si presenta con due bottiglie in mano: nella destra tiene una bottiglia di vino bianco, senza etichetta; nella sinistra una di acqua minerale da mezzo litro. L’andatura è alquanto incerta, ma più che altro incute un certo timore anche per il fisico. Il nostro supera abbondantemente il metro e ottanta ed è abbastanza ben fornito di muscoli e di tatuaggi, che mette in mostra arrotolando le maniche della maglietta.

A turno, ci chiede se preferiamo acqua o vino. Non capiamo le parole, ma la gestualità è molto chiara. Ales prova timidamente a far capire che preferirebbe l’acqua, ma lui non sembra dell’idea e, accompagnando le parole con ampi gesti, cerca di convincerlo che il vino è decisamente meglio:

“Voda?! Ne, ne! Vino, vino!”

Tra l’altro vino è una delle (pochissime, presumo) parole che in serbocroato sono esattamente identiche all’italiano e allo spagnolo, quindi non ci possono proprio essere dubbi.

Anche se in maniera un po’ riluttante, preferiamo assecondarlo e ci facciamo, io e i due spagnoli, ciascuno un sorso di vino. Per fortuna per ora la ragazza la lascia stare e si siede, apparentemente soddisfatto.

A questo punto, però, fatte le presentazioni con un buon bicchierino, vorrebbe chiacchierare un po’ e qui ci sono le solite difficoltà. Prova a parlarci in tedesco (ma allora è un vizio!), ma il risultato è il solito. L’inglese non è il suo forte, prova ad arrabattare qualcosa ma in realtà l’unica cosa che riesce a farci capire è che è appassionato di calcio e che ha appena visto una partita del Manchester United, che pare abbia vinto 3-0, se capiamo bene.

Una volta capito da che paesi veniamo, comincia a snocciolare nomi di calciatori. Sembra molto preparato sulla Spagna, forse perché ha da poco vinto i mondiali, cosicché con Carlos elenca vari nomi di peso della “Roja”: Villa, Xavi, Iniesta, Casillas, Fabregas, Piqué…

Sull’Italia ne sa un po’ meno; non fa altro che ripetere, tra grandi risate: “Aah Italia, Pippo Inzaghi! Aaah, Pippo Inzaghi, Pippo Inzaghi!”

Deduco che deve piacergli molto Pippo Inzaghi; in realtà non condivido più di tanto, ma non mi sembra il caso di farglielo capire (sarebbe anche complicato spiegargli i motivi), quindi annuisco, anche se forse in maniera non troppo convinta.

A questo punto siamo veramente amici; dobbiamo fare delle foto per ricordarci di questo viaggio insieme, anche perché Carlos nel frattempo ha preso la macchina fotografica.

Il nostro nuovo amico pretende che gli facciamo delle foto mentre mostra i muscoli, poi vuole una foto con ciascuno di noi. Nel mettersi in posa ci abbraccia e ci bacia con trasporto, con un alito di vino a dir poco imbarazzante, ma va così… più che altro cerchiamo di evitare, per quanto possibile, che esageri con la ragazza australiana: sembra aver improvvisamente realizzato che c’è una donna nello scompartimento e le si butta addosso con un certo compiacimento. In fin dei conti è abbastanza inoffensivo, anche lei sembra più divertita che spaventata, ma cerchiamo di distrarlo perché non la infastidisca troppo.

Siamo ormai nei dintorni di Sarajevo. Il nostro amico parte con dei discorsi per conto suo che noi capiamo relativamente, ci fa vedere una catenina con la Madonna che porta al collo e si fa il segno della croce da cattolico, dal che credo di poter dedurre che è croato. A conferma di questo, ci indica le colline intorno a Sarajevo, dove durante l’assedio c’erano le postazioni dell’artiglieria serbo-bosniaca che sparavano sulla città. Anche qui non capiamo, ma dal tono è intuibile che quello che dice non siano apprezzamenti nei confronti del popolo serbo.

Se non altro si è tranquillizzato un po’, ma sembra ormai sempre più convinto che siamo diventati amici.

Il treno sta entrando in stazione; raccogliamo le nostre cose, ci mettiamo in spalla gli zaini e scendiamo. Ci segue. Io e gli spagnoli abbiamo le prenotazioni in due ostelli diversi, ma non molto distanti. Abbiamo deciso di passare insieme due giorni a Sarajevo. Sappiamo che per raggiungere il centro della città dalla stazione dovremmo andare verso il vialone che costeggia il fiume Miljacka e prendere il tram, ma non riusciamo a scollarci di dosso l’ubriaco. Carlos propone di attuare una mossa diversiva e andare in direzione opposta, ed effettivamente funziona: è un po’ disorientato, cerca di farci capire che stiamo andando dalla parte sbagliata ma noi partiamo decisi e lo salutiamo, dicendo che abbiamo l’ostello da quella parte. È perplesso ma non ci segue. Solo quando non ci può più vedere svoltiamo in modo da tornare indietro verso il fiume.

Ora potremmo prendere il tram, ma Carlos dice che a questo punto tanto vale farsela a piedi.

“Ragazzi, ma da qui al centro saranno almeno 3 km” – dico io – “con lo zaino, non lo so…”

“Perché? Pensi di non farcela?”

Bè, se è una sfida allora va bene, l’accetto.

E così ci avviamo, mentre il sole inizia a calare su Sarajevo. Alla nostra destra scorre la Miljacka, in fondo intravediamo la sagoma del Ponte Latino, dove Gavrilo Princip sparò all’arciduca Franz Ferdinand, dando il pretesto per lo scoppio della Grande Guerra. Ancora più in lontananza, scorgiamo i minareti delle moschee di Baščaršija, il vecchio quartiere turco. Alcune case portano ancora i segni dei proiettili dei cecchini. Questa città mi sta già prendendo, e minaccia di non lasciarmi più.

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Stasera parlerò di te al ritratto di mio marito

Crail, Scozia, Agosto 2002

Questo posto non è esattamente come me lo aspettavo. È questo che penso mentre guardo le poche barche malandate ormeggiate nel porticciolo di Crail. La Lonely Planet diceva che questo era un porto molto colorato e fotografato, il preferito dagli artisti… sì, è vero, diceva anche che ora ci sono meno barche da pesca di quante ce ne fossero un tempo (e lo vedo), ma che ciononostante si potevano ancora comprare aragoste e granchi freschi. Invece anche di quelli nemmeno l’ombra.

Tra l’altro, ricordo di aver visto una riproduzione di questo porto a Legoland, in Danimarca. Dove, per dire, non si trova Piazza San Pietro, o la Torre di Pisa…

Comincio a pentirmi di aver rinunciato agli eventi della giornata al festival di Edimburgo per venire fin qui. Siamo sulla costa orientale della Scozia, tra Edimburgo, appunto, e St. Andrews, che è stata la prima tappa della mia giornata. Ma anche lì, a dir la verità, niente di eccezionale. A parte che è la patria del golf, forse. Sembra che qui si giochi sin dal ‘400. Per gli amanti vale probabilmente la pena, ma io che ci sono andato a fare? Io odio il golf. Se c’è uno sport che non solo non mi diverte, ma mi irrita al solo guardarlo, è il golf. Del resto George Bernard Shaw disse: “Per giocare a golf non è necessario essere stupidi, però aiuta molto”.

Mi incammino piuttosto insoddisfatto per tornare alla fermata dell’autobus, in un tardo pomeriggio fresco e ventilato. Sulla strada entro in un market e mi compro una lattina di Tennent’s per ingannare l’attesa. Attraverso la strada e mi siedo su una panchina a pochi metri dal cartello della fermata.

Poco dopo arriva una signora sui 75 anni, con passo svelto. È vestita pesante per la stagione. Ha i capelli grigi ben pettinati, gli occhiali con la montatura stile anni ’60 e una borsa squadrata. Si piazza proprio di fianco al cartello della fermata. Mi lancia prima un’occhiata fintamente distratta, poi mi fissa un po’ e mi chiede:

“Stai aspettando l’autobus?”

“Sì” – rispondo.

“Allora non dovresti stare lì, la fermata è qui. Sai, te lo dico perché gli autisti vanno sempre di fretta, e se non vedono nessuno tirano dritto.”

Potrei rispondere che tanto c’è lei, o che la strada è dritta e non c’è quasi nessuno, per cui vedremo l’autobus quando sarà ad una distanza tale che avrò tutto il tempo di alzarmi e percorrere i 7-8 metri che mi separano da lei. Ma non mi sembra carino. Penso che forse ha solo voglia di chiacchierare un po’. Così mi alzo e mi avvicino.

“Tu non sei di qui, vero?” – mi chiede.

“No,” – confermo – “sono venuto a vedere il porto”.

“Eh, il porto… era molto più bello una volta, veniva molta gente. Adesso non è più così, turisti ne vengono pochi.”

“Lo vedo” – dico.

“Io sono di qui, invece, sai? Vivo in un piccolo cottage proprio qui vicino”.

Per dire piccolo usa un’espressione tipicamente scozzese: “A wee cottage”. Poi sorride: “Ma forse tu non sai cosa significa”.

“Oh si, lo so” le dico, anche se mi rendo conto di rovinarle un giochino collaudato che probabilmente usa mettere in atto con i turisti.

“E come lo sai?”

“Bè, è già più di dieci giorni che sono in Scozia, sa com’è… qualcosa si impara”.

È un po’ perplessa ma questo non frena la sua voglia di chiacchierare. Mi racconta di sé e della sua famiglia. Suo marito è morto dieci anni fa. Ha un figlio, che vive a Glasgow, e due nipoti, entrambi maschi. È un po’ preoccupata per il più grande, che ha 16 anni. Dice che studia poco e che secondo lei frequenta cattive compagnie. Colpa della madre, naturalmente, che non lo sa educare. Suo figlio, poveretto, lui è troppo preso dal lavoro. Ma il piccolo, che ha 12 anni, per ora cresce bene, è gentile, ubbidiente e studioso.

“Spero solo che non si guasti anche lui, sai, con l’esempio del fratello…”

Non so come, andiamo a finire a parlare del problema della casa a Glasgow. Mi spiega che c’è una grave carenza di alloggi con affitti a buon mercato, e molti hanno perso la casa. Le confermo che sì, io ho fatto solo due giorni a Glasgow ma, per quel poco che posso aver capito, ho visto parecchi homeless in giro. E poi ricordo di aver letto qualcosa in proposito.

“Letto qualcosa?” – mi fa – “E dove?”

“Sui giornali” dico io.

“Tu leggi i giornali scozzesi?” mi guarda stupita.

“Bè, sì” – rispondo – “quando sono in viaggio mi piace leggere i giornali del posto, se capisco la lingua ovviamente. Mi sembra di capire di più del paese che sto visitando, ma forse è solo un’impressione”.

A questo punto è sempre più incuriosita. “Ma tu di dove sei?” mi chiede.

Faccio per dire che sono italiano e subito mi interrompe:

“E dove hai imparato l’inglese?”

“Le basi a scuola” – dico io – “e poi l’ho un po’ migliorato viaggiando. Sa, io viaggio quasi sempre da solo, e così sono costretto ad usarlo. Non ho nessuno che parla per me. Credo sia molto utile per imparare, almeno per me funziona.”

“No” – scuote la testa – “tu mi prendi in giro, tu sei inglese”. Agita il ditino con aria di bonario rimprovero: “Non prendermi in giro, sai?”

Mi viene da risponderle che stiamo chiacchierando amabilmente, non vedo perché passare agli insulti così di punto in bianco. Lo ammetto, in generale non mi piace generalizzare (scusate il gioco di parole) ma per gli inglesi non ho grandissima simpatia. Però poi penso che non sono sicuro che capirebbe la battuta, anche se in quanto scozzese dovrebbe. Ma sto già rischiando, allora preferisco andare più sul tranquillo:

“Non mi permetterei mai…”

Mi squadra di nuovo e dice:

“Italiano… ma allora devi essere un meraviglioso cantante!”

“Ehm… cantante di opera intende, presumo.”

“Ma certo, di opera, come Pavarotti!”

“Sì” – cerco le parole – “bè, in realtà no, non so cantare… come dire, è un po’ un luogo comune… sarebbe come dire che tutti gli scozzesi suonano la cornamusa.”

Storce un po’ il naso ma forse l’ho convinta. Non volevo offenderla, anzi, mi fa anche un po’ tenerezza. È normale, probabilmente non è mai uscita dalla Scozia e poco anche dal suo villaggio, è già tanto che abbia associato istintivamente l’Italia al bel canto e non alla pizza, alla pasta o alla mafia…

“E allora cosa fai per vivere?” mi chiede.

“Sono un ingegnere” rispondo.

Agita ancora il ditino: “Non prendermi in giro!”

Passo mentalmente in rassegna il mio abbigliamento: scarpe da ginnastica, jeans scoloriti, maglietta del Fringe Festival di Edimburgo appena comprata ma già un po’ sgualcita e sudaticcia, cappellino verde militare, zaino e, giusto a completare il quadro, lattina di birra in mano. Deduco che sì, in effetti forse non è esattamente l’immagine dell’ingegnere che ha lei… e ora come faccio a convincerla? Provo a spiegarle che lavoro faccio?

Per fortuna l’autobus per Edimburgo arriva e mi toglie dall’imbarazzo. Ci sediamo vicini e continuiamo a chiacchierare. Idea. Apro il portafogli e le mostro la carta d’identità:

“Here. Ingegnere. Look, this is the italian word for engineer.”

Non sembra ancora del tutto convinta, ma mi sorride.

“Non so se mi hai convinta, ma sei simpatico. Ora, tra pochi minuti sono arrivata, ma mi ha fatto piacere parlare con te. Sai che farò? Stasera racconterò a mio marito che alla fermata dell’autobus ho conosciuto un ragazzo italiano molto gentile e simpatico, e che mi sono divertita a parlare con lui.”

“A… suo marito? Ma…”

“Lo so cosa stai per dire. Ma non era morto? Certo che lo è. Ma io parlo col suo ritratto. Ci parlo tutte le sere, sai? Gli racconto come è andata la giornata, dove sono andata, cosa ho fatto, chi ho incontrato, tutto. Penserai che sono una vecchia un po’ matta, ma parlargli mi aiuta molto. Mi sembra di averlo ancora un po’ qui con me.”

Vorrei dirle che ho conosciuto scozzesi ben più matti di lei: non dimentichiamo che questo è il paese dove si fanno i Mars fritti, per dirne una… ma sorvolo.

“Non penso affatto che sia matta, signora, anzi: è stato un grande piacere anche per me parlare con lei.”

Mi fa un altro grande sorriso e poi, alla prima fermata, scende salutando l’autista.

Mentre l’autobus si allontana la guardo dal finestrino. Mi fa un cenno, rispondo al suo saluto e poi lentamente il mio sguardo si perde tra le colline ricoperte di erica. Cerco di immaginare come può essere il ritratto di suo marito. Penso che era un uomo fortunato, chissà se lo sapeva. E penso anche che fare incontri come questo è uno dei motivi per cui vale la pena di viaggiare.

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