Transfatty Lives

Questo film ha vinto (anche grazie al mio voto) il premio del pubblico al Milano Film Festival.

Il regista ha fatto un documentario su sé stesso, ma non è un caso di autocelebrazione. Se avesse potuto scegliere, non avrebbe mai voluto farlo. E’ diventata quasi una necessità, l’unica possibilità per continuare a vivere.

E’ un film che può essere disturbante, ma non può in alcun modo lasciare indifferenti. E’ anche un viaggio, un viaggio coraggioso e disperatamente vitale dentro la malattia e soprattutto contro la malattia. Che è un mostro che fa davvero paura, è la SLA.

Guardatevi il trailer e… se avete voglia di vederlo c’è ancora una possibilità: verrà proiettato al cinema Beltrade di Milano domenica 27 settembre alle 20.30.

Transfatty lives

https://www.youtube.com/watch?v=iqPqbpHageQ

Kobane Calling

Avete mai letto un reportage a fumetti?

Questo, firmato Zerocalcare, è uscito qualche mese fa su Internazionale.

E’ un modo forse un po’ più “leggero” ma non necessariamente meno accurato di raccontare dall’interno (o quasi) una realtà dura come quella di Kobane.

E poi, in fondo, non è altro che un racconto di viaggio…

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Bombino

Questo è un musicista del Niger che mi è capitato di sentire quest’estate in concerto a Lecce per il festival itinerante della notte della Taranta. Ok, con la pizzica non c’entra niente (anche se ha fatto un pezzo con i Mascarimirì) ma è notevole: è una specie di Jimi Hendrix touareg, o di Carlos Santana se preferite, fate voi.

Qui trovate l’intera esibizione. 

http://youtu.be/aieenMiGFmc

Monasteri, Rakia e profumo di tigli

Seguendo la pista bulgara al ritmo della chalga con il pullman di Radio Popolare

19/6/2015

Controllo passaporti. La poliziotta bulgara prende il mio passaporto, cerca la pagina con la foto e alza gli occhi. Mi squadra prima con aria professionale, poi legge la scritta in cirillico “Crvena Zvezda” (Stella Rossa, è la mitica squadra di calcio di Belgrado, ndr) sulla mia maglietta. Sorride e la indica anche al collega, che era distratto. Posso passare. Lo ammetto, la scelta non era del tutto casuale. Serbi e bulgari sono due popoli amici da sempre, anche se due guerre mondiali li hanno divisi. Li uniscono la “slavitudine”, la lingua, che tutto sommato è simile, e la comune religione ortodossa, che ha il suo peso. Non era neanche, per la verità, uno stratagemma “tattico” studiato, ma come tale ha funzionato. Non che avessi niente da nascondere, intendiamoci. Non sto tentando di importare della droga in Bulgaria. Ma essere accolto con un sorriso mi piace di più.

E così… finalmente Sofia! È da parecchio tempo che progettavo questo viaggio, forse fin da quando comprai il cd di Ratka Piratka a un Banco di Garabombo di qualche anno fa e scoprii che questa città è una delle capitali riconosciute della musica balcanica. Sì, lo dichiaro subito: la musica è la ragione principale che mi ha spinto a venire fin qui. Certo, non è l’unica: ci sono le chiese ortodosse, i monasteri, le icone, il gusto un po’ retrò dei resti del socialismo reale, le montagne… il cibo, il vino e la rakia, perché no. Ma senza la musica il mix non potrebbe funzionare. Gli altri ingredienti si potrebbero forse, presi singolarmente, anche togliere, ma la musica no.

E allora, cosa c’è di meglio che venirci con Radio Popolare, che quel cd lo aveva prodotto e lanciato? Di più, con i due artefici della trasmissione che gli dava il nome: Claudio Agostoni e Paolo Giulini. Claudio, come si dice, non ha bisogno di presentazioni. Paolo, per chi non lo sapesse, oltre che criminologo di chiara fama e autore/conduttore della ormai storica trasmissione di cui sopra, è anche di origini bulgare da parte di madre e ha quindi tutte le caratteristiche ideali per accompagnarci in questa purtroppo breve incursione.

E cosa c’è di meglio per entrare subito nel clima che un piccolo assaggino di musica balcanica appena messo piede sul suolo bulgaro? Detto fatto, ecco che tre musicisti salgono con noi sul pullman che ci porta dall’aeroporto al centro città. Scopriremo poi che manca il cantante, ma il percussionista cerca di non farlo rimpiangere. Sì, per me è una sorpresa un po’ per modo di dire: ho ascoltato lo speciale di Claudio Agostoni sul primo viaggio con la radio a Sofia due anni fa e so che è successo anche allora. Ma non importa.

Con il nutrito gruppo di ascoltatori e amici della radio (38 persone, un gruppetto anche da Roma) c’è anche Elisa, di Viaggi&Miraggi, che ci ha accolto a Malpensa e che ci farà da angelo custode per tutto il viaggio. Viaggi&Miraggi come sempre fornisce il supporto organizzativo e le guide, in collaborazione con un’agenzia locale. All’aeroporto di Sofia abbiamo trovato Yordanka, che anche lei ci seguirà in tutte le nostre scorribande bulgare. Lei vive attualmente a Vigevano e parla naturalmente uno splendido italiano, ma qui ci sono le sue radici e qui torna di tanto in tanto. Per noi sarà costretta a trascurare un po’, speriamo non troppo, il suo bambino di pochi mesi, che sta ancora allattando.

Arriviamo al Central Park Hotel (sì, lo so, il nome è discutibile, ma tant’è… poi c’è un parco anche qua), lungo il Vitosha Bulevard, poco distante dal centro di Sofia.

Questa volta non ho bisogno di conoscere il mio compagno di stanza: è Giuseppe, che era già con me, anche se non nella stessa camera, negli altri viaggi con la radio a Istanbul e in Marocco. Siamo insieme da stamattina perché, dato che abitiamo vicino, mi ha offerto un passaggio in macchina fino a Malpensa. Ma questo è niente, è veramente un uomo di una gentilezza infinita Giuseppe. Un uomo d’altri tempi, si usa dire in questi casi. L’espressione è abusata, ma nel suo caso è davvero appropriata, naturalmente se la si usa solo nella sua connotazione positiva. E non è assolutamente una questione di età.

Ci sono poi, ovviamente, altre persone che conosco già, essendo ormai un veterano dei viaggi con la radio: questo è il quarto per me. Data la mia memoria labile, a volte faccio casino con i nomi o non ricordo chi ha partecipato a quale viaggio, ma di gente ne conosco.

Ci sistemiamo molto rapidamente nelle nostre confortevoli stanze perché la serata si presenta già piena: ci aspetta una cena con spettacolo di danze folkloristiche.

Usciamo per cambiare i primi euro in lev, la moneta locale (al plurale leva). Il profumo dei tigli riempie l’aria. Sofia, contrariamente all’immagine grigia che forse qualcuno ne avrà, è una città molto verde, con un rapporto alberi/abitanti tra i più alti in Europa. Non è messa male neanche a locali notturni. Qui ci dicono che nel mondo la batte solo Las Vegas, ma onestamente il dato resta un po’ da verificare. Di certo è il top per la chalga, una forma di musica folk balcanica molto contaminata con il pop e con influenze greche, turche, arabe e chi più ne ha più ne metta.

Stasera il locale scelto per la nostra prima cena bulgara è il Chevermeto, dove si parte dal folk tradizionale per poi spaziare verso la chalga.

Prima, però, abbiamo modo di far conoscenza anche con la cucina bulgara che, come quella turca ma anche quella balcanica in genere, prevede il rito dei meze, gli stuzzichini con cui si inizia il pasto. Sono quasi sempre a base di verdure (pomodori, cetrioli, peperoni, cipolla, ecc.), yogurt e formaggio. Sui latticini vale la pena di spendere qualche parola. I bulgari, intanto, si vantano di avere inventato lo Yogurt. Greci e turchi non sono affatto d’accordo, ma dalla loro i bulgari hanno il nome scientifico del batterio utilizzato per prepararlo, niente meno che lactobacillus bulgaricus. Se non è una prova questa… Per i formaggi, quelli bulgari sono tendenzialmente due: il sirene, che è un formaggio bianco morbido molto simile alla feta, e il kashkaval (ebbene sì), che è un formaggio giallo a pasta dura. Ma con questi soli due, è incredibile quanti piatti diversi riescano a preparare: le varianti sono pressoché infinite.

Tra i meze possiamo trovare però anche carne, principalmente nella forma di polpette (kyufte) e di salsicce speziate (kebabche, i fratelli bulgari dei cevapcici dei balcani occidentali).

La differenza con gli altri paesi dell’area è che qui i meze si accompagnano con la rakia, la grappa locale, di uva ma spesso anche di prugne o albicocche. E vai di superalcolici a stomaco quasi vuoto… Ci si guarda negli occhi e si dice: Nazdrave! Bè, a me piace prendere subito le abitudini del posto. E poi c’è, oltre a quella “industriale”, una rakia speciale fatta in casa da Paolo Giulini… come si fa a dire di no?

Lo spettacolo è un po’ turistico, ma ci divertiamo a vedere i costumi e i vari modelli di sandali, sempre più strani, che indossano i ballerini maschi.

Chiacchieriamo dei motivi per cui è famosa la Bulgaria in Italia, in pratica di quando tiriamo fuori l’aggettivo “bulgaro”. Ci vengono in mente in ordine sparso: la maggioranza bulgara, la pista bulgara (ricordate l’attentato a Giovanni Paolo II?), le voci bulgare care a Elio (vedi Pippero) ma anche a Goran Bregovic e… l’editto bulgaro! Certo, è uno strano mix.

La nostra prima serata a Sofia, però, non finisce qui. Paolo e alcune sue amiche bulgare ci portano in un posto incredibile, che probabilmente non potrebbe esistere in nessun altro paese europeo. Si chiama Hambara e si trova in fondo ad un vicoletto buio, sarebbe davvero introvabile senza una guida locale. È tutto in legno, con le travi a vista e senza luce elettrica, ma illuminato solo da qualche decina di candele. Era una vecchia stalla per i cavalli che trainavano i tram. Divenne poi una stamperia clandestina del Partito Comunista Bulgaro durante la seconda guerra mondiale, quando la Bulgaria era alleata della Germania nazista. In un angolo un vecchio cartello con la scritta “Redaktsia” ne è la testimonianza. Non so se sia davvero di quei tempi, ma di certo fa il suo effetto.

Di estintori o uscite di sicurezza neanche a parlarne, ma il posto è di grande suggestione, tant’è che è strapieno. Troviamo qualche posto, stando stretti, su un soppalco che si raggiunge salendo una scala un po’ traballante. Musica non troppo alta, si chiacchiera tranquillamente e si sta bene, se non fosse che nel locale si fuma anche, così il fumo sale verso l’alto e il soppalco diventa poco vivibile.

Decidiamo allora di continuare la notte in un altro locale, dove il clima è forse meno suggestivo ma più rilassante. Si chiama The Apartment ed è, effettivamente, un appartamento. Un appartamento con diverse stanze, arredate ciascuna con uno stile diverso e piene di mobili e oggetti “etnici” che il proprietario, un bulgaro che ama viaggiare, ha raccolto ai quattro angoli del globo. Entri liberamente e puoi fare praticamente come a casa. Rilassarti sui divani, leggere libri… la musica è puramente di sottofondo, adatta per una dolce decompressione dopo una serata a tutto volume. Insomma, un posto perfetto per il chill out. Poi, solo se ti va, vai in cucina e puoi scegliere tra vari dolcetti sfiziosi, tisane, tè himalaiano, birre trappiste… di tutto.

Torniamo in albergo che le 2 sono passate da un pezzo, il che per essere la prima serata non è male.

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20/6/2015

Colazione e poi via con il giro della città. Ci accompagna Olga, una guida molto preparata ma forse troppo seria per un gruppo di scapestrati come noi. Lo si capisce già dal pullman, quando, giustamente dal suo punto di vista, vorrebbe raccontarci per bene la storia della città prima di iniziare a visitarla. Purtroppo, il viaggio dall’albergo al centro è breve e quando raggiungiamo la piazza Aleksander Nevski lei è ancora più o meno al 1400, all’inizio del periodo di dominio ottomano. Con il pullman fermo a motore acceso, lei continua per un po’ imperterrita (è molto bulgara in questo), ma poi la convincono a farci almeno scendere e a continuare il racconto giù dal pullman. Il cambio di programma la innervosisce e l’emozione le fa un po’ tremare la voce, ma riesce più o meno ad arrivare in fondo, anche se nel frattempo l’attenzione è calata drasticamente. In realtà come guida sa abbastanza il fatto suo, certo non si può dire che sprizzi allegria da tutti i pori.

Con lei visitiamo la Chiesa monumentale di S. Aleksander Nevski, costruita alla fine dell’800 e dedicata ad un santo guerriero russo del XIII secolo. Poi l’antica basilica di S. Sofia, più volte distrutta e ricostruita, che ha dato il nome alla città. La chiesa russa di S. Nicola, che noi chiamiamo di Bari ma in realtà si dovrebbe chiamare di Myra, città di cui il santo era vescovo, nell’odierna Turchia. E la chiesa rotonda di S. Giorgio, con affreschi tra il X e il XIV secolo, che era diventata Moschea delle Rose nel periodo ottomano. C’è ancora una moschea funzionante, quella cinquecentesca di Banya Bashi, che sembra portata di peso da Istanbul. Ma c’è anche la grande sinagoga sefardita. Tutto un po’ di corsa, ma abbastanza per capire che il fascino della città sta nelle sue diverse influenze. Del resto, pare che il nome Bulgaria venga dal turco bulgha, che significa mescolanza.

Paolo ci fa notare dei nastri bianchi e rossi legati ai rami degli alberi: ci spiega che vengono messi, in segno di buon augurio, all’inizio della primavera.

Quasi tutti stiamo scoprendo per la prima volta la città, tranne Lucia che ci era già stata da bambina nel 1973 e che cerca di far riaffiorare i ricordi guardando la città com’è ora. In effetti deve essere molto cambiata da allora, ma lei, con l’aiuto di Paolo, riesce a riconoscere nell’odierno Radisson l’hotel Balkan di allora, in puro stile socialismo reale, dove aveva soggiornato con la famiglia.

Uno dei simboli del passaggio dalla Sofia comunista alla Sofia di oggi, ormai capitale europea con i suoi negozi e i suoi fast food, è la mancanza della grande stella rossa alla sommità del palazzo che era la casa del partito. Ora si trova nel museo dell’arte socialista. E poi, come sempre nelle città dell’est, il segno più evidente lasciato nell’architettura dall’era comunista è la successione infinita di casermoni che popolano le periferie. Potrebbero in fondo essere i casermoni di qualsiasi periferia del mondo, ma hanno quel tratto distintivo di essere praticamente un blocco unico di cemento che te li fa riconoscere a prima vista.

Noi ci dirigiamo, dopo il tour guidato, allo Zhenski Pazar, il Mercato delle Donne. I mercati sono sempre un bel modo di immergersi nella realtà di una città, quando non sono troppo “turisticizzati”. E questo non lo è per niente.

All’ingresso, le signore sono catturate dai venditori di lana. Una volta entrati, gironzoliamo tra le bancarelle di frutta e verdura, cercando di riconoscere piante officinali e spezie, in particolare l’aneto, molto usato nei piatti bulgari.

Cerco, intanto, di far pratica con il cirillico locale, che è un po’ diverso dal cirillico serbo con il quale io ho una certa dimestichezza per i miei passati viaggi balcanici, sui quali non vi tedierò. Soprattutto, in certi casi, qui le minuscole sono molto diverse dalle maiuscole e sembrano fatte apposta per confondere il povero occidentale: per esempio, la i minuscola è uguale alla u dell’alfabeto latino; la d minuscola è uguale alla g latina; la t minuscola è uguale alla m latina! Per di più, una volta decifrato il nome sul cartellino, resterebbe da capire il bulgaro, che non è esattamente un’impresa facile. Ma io mi appassiono a queste cose, che ci posso fare? Sono un linguista mancato.

Per il pranzo siamo da Mr. Uli, dove indubbiamente si mangia bene, ma il titolare è un fan accanito di Putin e non lo nasconde. Tra le altre, è in bella mostra una foto del simpatico autocrate ex KGB che parlotta con il nostro caro ex premier che tanto lustro ci ha dato in tutto il mondo.

Si può scegliere tra varie zuppe; io vado sul Tarator, che è una zuppa fredda a base di yogurt e cetrioli, in pratica uno Tzatziki meno denso e senza aglio.

Dopo pranzo la nostra meta è la chiesa di Boyana, che si trova in un sobborgo di Sofia ed è un vero gioiello, patrimonio UNESCO. È del XIII secolo, anche se alcune parti sono state ricostruite dopo un terremoto nell’800. Gli affreschi risalgono al 1259 e sono quasi tutti splendidamente conservati. Si può entrare solo a piccoli gruppi, in religioso silenzio e con una guida locale, che ci fa apprezzare il tutto ancora di più, anche se i pareri su questo all’interno del gruppo sono contrastanti. È un uomo anziano che parla un inglese fin troppo buono per un dichiarato autodidatta come lui, se davvero lo è. Prende il suo lavoro con grande passione, o questo è quello che trasmette. Se finge, è un grande attore. È vero, un certo piglio attoriale c’è, nei cambi di tono, nelle pause studiate, nei gesti che enfatizzano ogni parola. Ma forse è solo talento naturale. Comunque, mi piace pensare che sia così. Di sicuro gli affreschi sono bellissimi e davvero sono visibili le espressioni, le rughe, i sentimenti sui visi dei personaggi. Una curiosità è un’Ultima Cena molto bulgara, con grandi teste di aglio sulla tavola.

La nostra guida enfatizza ripetutamente che l’ignoto maestro di Boyana anticipa l’arte rinascimentale, dato che viene 200 anni prima di Leonardo e 7 anni prima della nascita di Giotto. C’è da capirlo, di quali altre cose del genere un bulgaro potrebbe farsi un vanto, per di più con un gruppo di italiani?

Dopo la chiesa di Boyana, il museo dell’arte socialista, che raccoglie monumenti e dipinti che erano prima collocati in varie zone della città e che sono sopravvissuti al crollo del comunismo. Anche a Budapest hanno fatto un’operazione simile, ma questo museo è meglio organizzato e più interessante. C’è una statua di Lenin gigante, insieme a varie altre più piccole. C’è la famosa stella rossa della Casa del Partito, e anche una sala dove vengono proiettati vecchi film di propaganda.

Per la serata ci hanno organizzato una cena al Veselo Selo (allegro villaggio), un locale situato all’interno di un parco pubblico che ricostruisce un tipico villaggio bulgaro.

Durante la cena, Claudio ci informa che questa mattina aveva espresso un desiderio nella cripta della chiesa russa, dove i fedeli scrivono su dei bigliettini le loro richieste a San Nicola, o direttamente a Dio, chi lo sa. Cos’aveva chiesto lui? Che l’Inter comprasse Kondogbia, praticamente impossibile a suo dire. E poche ore dopo… notizia ufficiale, Kondogbia all’Inter! Roba da convertirsi immediatamente all’ortodossia.

Ma è più il dopo cena che è memorabile. Lo spettacolo organizzato dal locale prevede musica bulgara, ma anche pezzi classici della tradizione rom come Gelam Dade Tudureste o Chaje Shukarije, che pure non sembrano molto apprezzati qui. Ci sono anche balli di chiaro stampo greco, nei quali il nostro compagno di viaggio greco Aristotelis si lancia senza remore e con maestria. A un certo punto, come nei migliori locali dell’est, in nostro onore parte “L’italiano” di Toto Cutugno…

Ma soprattutto, casualmente si trovano qui due gruppi che celebrano un addio al nubilato e un addio al celibato. Gli uomini non fanno altro che bere ed esibire delle magliette nere che riportano davanti la scritta “Groom’s drinking team” e dietro la loro situazione sentimentale (I am NOT married, I am getting married, ecc.). Le donne, invece, sono assolutamente scatenate, soprattutto quella che si presume sia la sposa. Portano tutte delle fasce tipo miss con scritte in cirillico, che non riesco però a decifrare: in genere lo leggo, è vero, ma in genere la scritta dovrebbe avere la compiacenza di stare ferma. Qui invece le scritte si dimenano, e non poco. Per di più l’alcol in circolo non è pochissimo, per cui diventa difficile. Fatto sta che ben presto quelli di noi che si erano alzati per ballare vengono coinvolti e prima Claudio, poi io ci troviamo a dover improvvisare con la sposa una specie di balletto, con lei che cerca di essere più sexy che può, considerato il fisico… Elisa l’ha definita in modo molto appropriato “una rugbista con le movenze di Shakira” ed effettivamente le spalle quadrate le ha. A me ricorda anche un po’ una di quelle pesiste bulgare dell’epoca comunista, quelle pompate di anabolizzanti all’inverosimile. Insomma, ha qualche chilo di troppo, per usare un eufemismo, ma sembrano più muscoli che ciccia… e non è affatto detto che sia meglio, in questo caso. Io poi ci provo, ma non so ballare… bene o male ne esco vivo, che vista la situazione è già molto.

La serata poi continua con una seconda puntata all’Hambara. Stasera c’è meno gente e si può parlare più tranquillamente. Con Adriana, giornalista brasiliana che lavora da Lisbona per la TV brasiliana e per Radio France in portoghese, discutiamo della situazione politica in Ecuador (io sono un sostenitore della revolucion ciudadana di Rafael Correa, che piace anche a lei) e in Venezuela. Ci troviamo d’accordo sul fatto che Nicolas Maduro non sia all’altezza, che stia eccessivamente “santificando” Chavez e che gestire il dopo-Chavez nel paese sia un compito troppo grande per lui. Lei addirittura è dell’idea che abbia già distrutto il Venezuela, io forse sarei meno drastico. Certo che parlare di America Latina con una giornalista brasiliana a Sofia, bevendo una birra a lume di candela al bancone di un locale che era una stamperia clandestina del Partito Comunista Bulgaro… è una di quelle cose che possono succedere solo viaggiando con Radio Popolare.

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21/6/2015

Dopo colazione, con calma a dire il vero, anche in considerazione delle conseguenze della notte, si parte in pullman per il monastero di Rila. A Sofia piove e le previsioni per la giornata non promettono nulla di buono.

Il monastero si trova a 1147 m sulle montagne di Rila, 120 km a sud di Sofia, circondato da foreste di conifere. Il viaggio dura un paio d’ore. Yordanka ci racconta che è stata battezzata al monastero di Rila, all’età di 8 anni, e ricorda che piangeva molto di più dei neonati perché i preti le facevano un po’ paura.

Arriviamo al monastero sotto una pioggia insistente, anche se per fortuna non molto intensa. Il monastero è originariamente del X secolo, anche se è stato in gran parte ricostruito dopo un catastrofico incendio nel 1833. Contribuì in maniera determinante alla conservazione della cultura bulgara e della religione ortodossa durante il dominio ottomano, pur subendo diversi saccheggi da parte dei turchi. Dall’esterno si presenta quasi come una fortezza, ma all’interno nasconde architetture davvero spettacolari: archi, colonnati, scalinate e verande in legno riccamente decorate. Nella chiesa quello che colpisce di più è l’iconostasi, con le sue madonne dalle mani argentate e le icone ricche di simbolismi. In particolare, noto i santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori e patroni degli Slavi, e sotto di loro gli scudi delle quattro nazioni slave ortodosse dei Balcani: Serbia, Bulgaria, Bosnia, Macedonia. La Bosnia in realtà non si può certo definire una nazione completamente ortodossa, soprattutto ora, ma lo era sicuramente nella visione di chi dipinse l’icona.

Il monastero è dotato anche di un forno, che produce ottime frittelle. Tra l’altro, c’è l’usanza del pane del perdono, cioè la confessione pubblica e di gruppo in cui i penitenti non hanno bisogno di raccontare i loro peccati. Basta che siano lì. Il pope prega, spezza il pane e sono perdonati.

Purtroppo abbiamo poco tempo per la visita del monastero, che ne meriterebbe sicuramente di più. Ma ci aspettano al ristorante per il pranzo, stavolta più leggero ma gustoso. Si parte con una Shopska salata, un’insalata a base di pomodori, cetrioli, peperoni, cipolle e formaggio bianco tipo feta, un piatto che conosco bene perché è tipico anche della Serbia. E poi una buona trota.

Nel frattempo Elisa è stata ribattezzata Sofia (ma in questo caso con l’accento sulla i), per ovvi motivi. Il copyright è di Denis, da me soprannominato “Denis la minaccia” per la sua imprevedibilità, che sta allietando lei e tutto il gruppo con il suo umorismo un po’ surreale a base di domande spiazzanti e citazioni musicali. Bisogna riconoscere che il suo repertorio è vasto e spazia dalla canzone d’autore, ai canti di lotta tratti dall’ampio bagaglio storico-culturale della sinistra, fino alle icone pop degli anni ’60 e ’70.

Dopo pranzo il programma prevede le terme di Sapareva Banya: pare che queste siano le acque termali più calde d’Europa. Ma per chi come me non ha voglia di terme (e si è pure dimenticato il costume), c’è l’alternativa di una passeggiata in montagna fino ad una cascata, con visita poi ad un secondo monastero, un convento di suore stavolta, dedicato alla Vergine Maria, molto più piccolo ma grazioso. Per fortuna nel frattempo ha smesso di piovere.

Tornati a Sofia, andiamo a cena in un ristorante un po’ più “elegante” nel centro della città, sapendo che poi ci aspetta una sorpresa.

Ci portano in un centro culturale con una piccola sala di proiezione. Lì la sorpresa si materializza ed è davvero qualcosa di unico. Ecco davanti a noi Nelly Chervenusheva, una signora di 87 anni che è in qualche modo un pezzo di storia del cinema in Bulgaria, ma ha anche un legame fortissimo col cinema italiano. Lei, per circa 45 anni, ha tradotto dal vivo i film italiani per il pubblico bulgaro dalla sua cabina nel cinema Odeon di Sofia. Il doppiaggio non esisteva in Bulgaria, né tantomeno erano allora in uso i sottotitoli. Ed ecco che Nelly, che ha studiato italiano a Sofia e non ha mai messo piede in Italia fino all’età di 78 anni, entrava in azione. Con lei c’è Tedi Moskov, il regista di un film-documentario girato nel 2006 che racconta la sua storia. Il film lo rivediamo insieme a lei e la vediamo, emozionata come una ragazzina, a colloquio con i suoi miti, Ettore Scola e Mario Monicelli. Poi possiamo farle qualche domanda e sentirla raccontare, con voce flebile ma in un italiano ancora perfetto, di come era riuscita a rendere la supercazzola di Tognazzi in “Amici miei” senza offendere la morale socialista, o di come era riuscita a tradurre l’improbabile italiano medievale dell’Armata Brancaleone. Monicelli stesso, nel film, se lo chiede. O ancora dell’imbarazzo con cui traduceva “Le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, dopo averlo conosciuto per il “Vangelo secondo Matteo”. Spesso faceva proiezioni private per la sola nomenklatura comunista, perché molti film poi non arrivavano al pubblico. Insomma, una storia che veramente valeva la pena di sentir raccontare dalla sua voce. Ci saluta con un po’ di commozione ringraziandoci, quando saremmo noi a dover ringraziare lei, e dicendo tutto il bene possibile dell’Italia, forse perché l’ha conosciuta, di fatto, solo attraverso il cinema.

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22/6/2015

Oggi è la giornata dedicata al monte Vitosha, la montagna di Sofia, che si trova appena fuori città (Sofia stessa è situata ad una quota che supera i 500 m). Sappiamo che lì ci aspetta un’altra sorpresa.

La giornata è bella, anche se leggermente fresca. Del resto, abbiamo cambiato programma apposta per fare la montagna oggi, col sole.

Il pullman ci porta fino alla partenza di una seggiovia che risale sicuramente ai tempi del socialismo reale, e non certo gli ultimi anni. Il look è veramente vintage, il che mette un po’ di malumore nella truppa. L’aspetto, devo ammetterlo, non è incoraggiante e di sicuro bisogna salire e scendere in corsa, non rallenta per niente né alla partenza né all’arrivo. Prima di partire l’addetto ci tiene una breve lezione su come chiudere la sbarra con il poggiapiedi, operazione che si rivelerà per alcuni non banale: c’è chi poi mi ha raccontato di aver fatto tutto il tragitto con la sbarra aperta.

Fabiana, alla quale ieri mi è capitato di dare una mano in qualche passaggio poco agevole della camminata in discesa dalla cascata, sembra essersi formata con questo l’erronea convinzione che io sia un uomo che dà sicurezza e quindi mi chiede di salire con lei. L’avverto che in genere le donne non la pensano affatto così, anzi a volte mi mollano per questo, ma non si scoraggia e quindi volentieri vado con lei. In realtà ce la caviamo tranquillamente e anche lei non ha poi tutta questa paura. Ma un po’ tutti alla fine ce la caviamo: qualcuno non scende in maniera proprio elegante, ma problemi seri non ce ne sono.

Si è sparsa però rapidamente la voce che il pullman ci aspetta in cima. Ma allora c’è una strada. E allora, se si poteva salire con il pullman… perché? La domanda serpeggia.

È Claudio a darci la spiegazione, nel suo stile: “Se qualcuno si chiede perché abbiamo preso la seggiovia quando c’era la strada… la risposta è: just for fun”.

Iniziamo a salire su un sentiero che è ancora bagnato per le piogge di ieri. In alcuni punti è ridotto un po’ ad un pantano, tanto che dobbiamo ridurre un po’ il percorso e fermarci prima del pianoro che dovevamo raggiungere. E qui c’è la sorpresa. Scopriamo che la signora che ci aveva accompagnato nella salita, che poteva sembrare una guida alpina bulgara, è in realtà una danovista. Il danovismo è… come definirlo? Una corrente del cristianesimo che predica il rapporto diretto tra l’uomo e Dio, senza alcuna mediazione, senza Chiesa e senza preti. Si arriva a Dio, invece, attraverso la natura. Il nome deriva da quello del fondatore, Petar Danov, che lei chiama “il Maestro” e che visse nella prima metà del ‘900.

Con la mediazione di Yordanka che traduce, la nostra guida spirituale ci illustra le linee fondamentali di un pensiero che, sembra, affonda le sue radici nelle eresie medievali dei Catari e dei Bogomili. Il rapporto con la natura si sviluppa, appunto, attraverso raduni sulle montagne e porta, grosso modo, alla pace interiore e a rifiutare il male in ogni sua forma. Altro elemento importante è una specie di ginnastica-danza rituale, che chiamano panevritmia. I danovisti sono chiamati anche “Fratellanza Bianca”, perché in queste occasioni usano vestirsi tutti di bianco, il colore della purezza. Il nome suona un po’ inquietante, ma non ha nulla a che vedere, in questo caso, col fanatismo razzista. Gli esercizi paneuritmici dovrebbero dare invece la possibilità di canalizzare in modo bilanciato le energie terrestri e quelle celesti, aiutando a trovare l’armonia con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

Insomma, va a finire che tocca anche a noi fare qualcuno di questi esercizi, che sono tutti basati su una gestualità che enfatizza il passaggio dal cielo alla terra e viceversa, il rapporto tra la parte superiore del corpo e quella inferiore, il prendere e il dare… qualcosa tra i movimenti dei dervisci, le danze new age e il tai-chi.

Cerchiamo anche, a questo punto, di soddisfare qualche nostra curiosità, ma le risposte a dire il vero sono un po’ vaghe, soprattutto sul tema della reincarnazione: non si capisce se ci credono o no. Forse è un problema di traduzione, si confonde resurrezione con reincarnazione. A un certo punto la nostra amica sembra Corrado Guzzanti nei panni del profeta di Quelo: “Reincarnazione, dici? Giusto… Reincarnazione”. E ti viene da dire: ma scusi, che fa, ripete? Dovrebbe avere delle idee sue, no? Mah, sarà che il mio livello di spiritualità è molto modesto.

Discesi dalla montagna, stavolta col pullman, recuperiamo una tappa che era saltata il primo giorno a causa di un ritardo. Si tratta di un curioso museo all’aperto, in un parco dedicato ai bambini del mondo, dove sono esposte decine di campane. Nel 1979 la figlia del dittatore Zhivkov, che era una sorta di patrona delle arti, chiese a tutti i paesi del mondo di mandare una campana in Bulgaria in segno di pace: qui ci sono quelle campane. È divertente vedere come i diversi paesi hanno risposto. Ce ne sono di piccole e di grandi, di quelle semplici e “classiche” e di quelle decorate e che richiamano uno stile caratteristico del paese. Alcune portano scritto solo il nome del paese, altre portano motti o frasi pacifiste. E alcune sono una testimonianza di paesi che non esistono più. Il monumento, come altri in città, è lasciato purtroppo abbastanza all’abbandono. Molte campane sono state rubate. Ma è un’altra di quelle cose che con un viaggio “normale” sicuramente non vedresti. Pochi anni dopo la Zhivkova, che era un personaggio piuttosto alternativo per la Bulgaria dell’epoca, morì in circostanze poco chiare. Si vocifera da allora che sia stata assassinata.

Del resto, questa è una città dove le circostanze poco chiare erano all’ordine del giorno, a quei tempi. Anche Berlinguer, nell’ottobre del ’73, ebbe qui uno strano incidente d’auto che provocò la morte dell’interprete e il ferimento di due membri del partito bulgaro. Negli anni successivi venne fuori che lui sospettava che fosse stato in realtà un attentato. Di sicuro a Sofia non mise più piede.

Andiamo a mangiare in un posto arredato in maniera originale, con oggetti anni ’70-’80, una serie di ritratti di leader comunisti in stile pop art e… una maschera antigas in bagno!

Il servizio non è molto veloce, così il pranzo si prolunga. Denis la minaccia imperversa scrivendo su un foglietto una serie di giochi di parole basati su variazioni sul tema “viaggi e miraggi”: viaggi e assaggi, viaggi e massaggi, viaggi e vantaggi… qualcosa del genere. Ora non me li ricordo più, ma l’elenco era molto lungo. Ovviamente sono per Elisa, o Sofia, come la chiama lui. Lei, naturalmente, sta al gioco ma, quando inizia a saltarne fuori qualcuno vagamente a doppio senso, risponde da par suo: “Guarda che se continui così diventano viaggi e pestaggi!”

Il pomeriggio, o meglio quello che ne resta, è dedicato a un po’ di shopping. Per quanto mi riguarda, mi interessa soprattutto trovare qualche disco nuovo che in Italia non arriva, quindi mi aggrego al piccolo gruppo guidato da Claudio verso un negozio piccolo ma ben fornito. Ci scappa anche un caffè con vista dall’ultimo piano del Sense Hotel Sofia.

La cena finale, in teoria, è libera. Ma Claudio, su richiesta, ci ha detto dove andrà lui: è un locale in periferia, a Studentski Grad, dove, almeno per stasera, si suona musica rom.

Probabilmente il clima di questo paese ci influenza. Come è già successo più di una volta in questo viaggio, maggioranza bulgara: tutti vogliono venire.

Claudio e Paolo si sono dati da fare per organizzare la serata. E la band, effettivamente, è di qualità. Sciorinano un po’ tutti i grandi classici, e quando attaccano con Bubamara chi l’ha visto non può fare a meno di ricordarsi di “Gatto nero gatto bianco” di Emir Kusturica.

Dopo qualche remora iniziale, parecchia gente (me compreso, ovviamente) si butta a ballare, o come nel mio caso più che altro si agita.

Qualche lamentela sul volume e sul tipo di musica rovina un po’ la serata a Claudio, ma a noi va più che bene.

Alla fine, per stanchezza, quasi tutti decidiamo di tornare in albergo o di concludere la serata in un posto più tranquillo. Organizziamo i taxi per tornare in albergo, ma arrivati lì la voglia di andare a dormire ancora non c’è… e allora, che c’è di meglio che tornare all’”Appartamento”?

Abbiamo qualche difficoltà a ritrovarlo senza guida, anche perché Tripadvisor inspiegabilmente dà un indirizzo chiaramente sbagliato, ma alla fine, tra cellulare e cartina, Lucia ed io riusciamo a portare il piccolo gruppo fin lì.

Ci sistemiamo tutti nella stanza rossa e passiamo un’altra ora in allegria, soprattutto grazie al magnifico duo formato dal solito Denis e da Vittorio, grande intenditore di vini (ma se nasci in Monferrato sei facilitato, in questo senso) e grande navigatore temporaneamente sceso sulla terraferma per viaggiare con Radio Pop. È il suo primo viaggio non via mare dopo molti anni. Tra un viaggio e l’altro è anche un ingegnere che la pensione non sa cosa sia: soprattutto, almeno stasera, lo appassionano i droni. E così tra lui e Denis inizia un duetto sull’argomento che è puro teatro dell’assurdo. Mi piacerebbe raccontarlo, ma francamente è impossibile.

Forse in tutto ciò ha qualche peso l’assenzio, che alcuni di noi approfittano per provare. L’avevo già detto, nella cucina dell’Appartamento c’è veramente di tutto.

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23/6/2015

Abbiamo poco tempo, purtroppo, prima della partenza. Alle 11.15 è fissato il ritrovo per partire col pullman in direzione aeroporto. E abbiamo dormito poco.

Ma, ciononostante, io e un gruppetto di coraggiosi abbiamo comunque voglia di vedere il museo delle icone nella cripta di S. Aleksander Nevski. Ne vale la pena, anche se avrebbe certamente meritato più tempo. Mai vista, personalmente, una raccolta di icone così grande e così varia come stile e periodo.

E poi siamo ai saluti. Abbiamo avuto, in fondo, solo un piccolo assaggio di Bulgaria: come dei meze, con molta rakia. Ma credo che per tutti sia stato un viaggio piacevole e pieno di sorprese. O, almeno, per me lo è stato.

All’aeroporto, salutiamo Paolo auspicando che riprenda al più presto Ratka Piratka. Servirà certamente ad alleviare la nostalgia balcanica.

E, saliti sull’aereo, ecco l’ultima sorpresa: il caso ha voluto che Denis e Vittorio siano di nuovo vicini…

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Marrakech atto terzo: Marocco e nuvole

17/3/2015

Il volo Easyjet delle 6.40 per Marrakech ormai è quasi un’abitudine per me: è già la terza volta che lo prendo. Poco dopo il decollo sprofondo in un coma appena appena vigile.

Stiamo probabilmente già sorvolando il Marocco quando riapro un occhio. Scorgo qualche italiano qua e là, ma siamo in netta minoranza. L’aereo è pieno soprattutto di marocchini che tornano a casa, chi per un periodo di vacanza e chi per restarci. Vicino a me c’è una coppia di mezza età. Lui indica la Lonely Planet che stavo sfogliando prima di addormentarmi e mi chiede se può dare un’occhiata: vuole vedere cosa dice del suo paese. Sorrido e gliela passo. Bè, quando parlava del suo paese non intendeva il Marocco, intendeva proprio il SUO paese, la sua piccola città. E il suo paese è… Beni Mellal! Non ci credo, è a neanche 50 km da dove sto andando io. Lo conosco, ci sono passato due anni fa tornando da un lungo giro col mio fratello berbero.

Sì, perché io ho un fratello berbero in Marocco. Si tratta di una fratellanza non di sangue, ma non per questo meno sentita, sia da me che da lui. Forse all’inizio più da lui; si sa come vanno queste cose, noi europei siamo più freddi, anche un po’ diffidenti a volte. Ma ora credo di aver recuperato lo svantaggio.

Mio fratello si chiama Salah e vive sulle montagne dell’Alto Atlante, a pochi chilometri dalle più grandi e spettacolari cascate del nordafrica, le cascate di Ouzoud. È lì che l’ho conosciuto quattro anni fa, durante il mio primo viaggio in Marocco. Lui mi fece da guida quel giorno e mi prese subito in simpatia, forse perché da quelle parti non sono abituati a vedere persone che viaggiano sole.

Lui non è una guida ufficiale. È una delle cosiddette “Faux Guides”, che sono diffusissime in Marocco. Sono un numero assolutamente non paragonabile a quello delle guide “vere”. Non sono necessariamente truffatori, anche se è possibile trovarne anche di quelli, che si fanno pagare e non ti fanno vedere niente; e anche se a volte queste “guide” possono essere un po’ esose, per il tipo di servizio che offrono. Il più delle volte sono semplicemente persone che si arrangiano per raggranellare qualche soldo con cui sbarcare più facilmente il lunario. Si trovano ovunque, ma il loro regno è la medina, la parte antica, delle grandi città. Posti da cui spesso l’ignaro straniero, una volta entrato, ha serie difficoltà anche solo ad uscire senza il loro aiuto. Non è facile districarsi in un dedalo di vicoli, tutti senza nome o con il nome scritto solo in arabo. E non esiste alcuna mappa che possa essere realmente di qualche utilità. Mi è capitato varie volte. Fa parte del gioco, direi. Quello che, alla lunga, può diventare stressante è che, sì, se va bene ti portano dove vuoi andare, anche se non è per nulla scontato. È anche possibile che non conoscano quel posto e ti portino in un altro, che per loro vale comunque assolutamente la pena. Ma, ovunque ti portino, per arrivarci, invariabilmente, devi prima passare per i negozi dei loro fratelli, zii, cognati e cugini fino al terzo grado. Uno vende spezie, un altro tappeti, un altro babbucce, un altro gioielli artigianali e così via. Tutti ti invitano a comprare molto amabilmente, nessuno ti forza, puoi anche finire il giro senza spendere un solo Dirham. Ma il tempo passa tra trattative e bicchieri di tè. Il che, personalmente, posso trovarlo piacevole per qualche giorno ma alla lunga mi stanca.

Lui non è così. Lui mi colpì per la sua gentilezza e per la sua onestà. Non per niente Salah significa questo in arabo: onestà, rettitudine, bontà. E poi gli facevo tenerezza perché in Marocco, soprattutto nel Marocco rurale, uno che ha una famiglia composta solo da sé stesso, e al massimo può aggiungere un anziano padre, fa molto strano e si tende a pensare che non viva bene. Così Salah si autonominò mio fratello e ci scambiammo i numeri di telefono, con la promessa di tenerci in contatto. Per due anni ci scrivemmo come minimo una volta al mese. Lui spesso mi chiedeva di tornare in Marocco per fare un altro giro con lui, molto più lungo. Dopo due anni accettai e per una settimana abbondante girammo insieme, dall’Atlante al deserto e poi ancora sull’Atlante, senza prenotare niente e dormendo e mangiando in posti da veri marocchini. Alla fine del giro andammo a casa sua e conobbi la sua famiglia, soprattutto rimasi incantato dalle sue due bambine. Ora, circa cinque mesi fa, gli è nato un terzo bambino, un maschietto stavolta. Come facevo a non andare a conoscerlo?

Così, ho deciso di cogliere l’occasione del viaggio consapevole e responsabile di Radio Popolare e Viaggi & Miraggi in Marocco, aggiungendo prima una puntatina di due giorni a casa sua. È lì che sto andando ora.

Il mio nuovo amico marocchino non riesce a trovare Beni Mellal sulla Lonely. Provo ad aiutarlo, ma proprio non c’è. Mi spiace molto doverlo deludere, ma purtroppo il posto non ha abbastanza attrattive da meritare un capitolo tutto suo. Cerco di spiegarglielo con il dovuto tatto. Sembra che capisca.

Cambiamo discorso. Lui è proprio uno di quelli che stanno tornando a casa per restarci, per la gioia di Salvini. Ha vissuto a Milano per 25 anni, aveva una macelleria ma la crisi ha colpito duro: chiusa. Ora, sembrerà incredibile ma con la crisi si vive meglio in Marocco che da noi, soprattutto se per 25 anni hai lavorato duro e hai fatto la formichina per mettere insieme due soldini. E poi, in fondo, nulla lo trattiene in Italia. Suo figlio, che ha 30 anni, ha studiato in Francia e ora è già tornato in Marocco anche lui, vive vicino a Casablanca.

Quando gli parlo del mio programma di viaggio mi racconta che anche a suo figlio piace girare il Marocco con gli amici, perché quando si sposerà non potrà più farlo. Ridiamo.

Arrivato all’aeroporto di Marrakech, mi metto subito in cerca di una SIM marocchina. La trovo quasi subito e con un’offerta conveniente. Sto per uscire dal negozio quando entra una famiglia di italiani, dall’accento sembrano di Bari. Vorrebbero anche loro comprare una SIM, ma non parlano né francese né inglese. A gesti si fa tutto ma questa è un po’ dura, per cui gli faccio da interprete. Quando mi sembra che non abbiano più bisogno di me mi sfilo, devo prendere l’autobus per andare alla Gare Routiere e lì cercare un autobus per Azilal.

Il cielo è ingombro di nuvole. Apparentemente ci sono 10°C, ma la sensazione è di qualche grado in più, forse per l’umidità.

Purtroppo prima del primo autobus devono passare due ore. Nell’attesa mangiucchio qualcosa, dato che il viaggio dura tre ore e mezza.

Nel gruppetto di persone in attesa del mio autobus adocchio subito una ragazza bionda molto carina. Potrebbe essere mia figlia, per cui preferisco lasciarla in pace e non fare la figura di quello che subito ci prova.

Sul bus siamo i soli due stranieri, fatalmente finiamo vicini. Lei è seduta nella fila dietro di me. Il mezzo è uno dei più scassati che abbia mai visto, e ne ho già visti di autobus in Marocco. C’era da aspettarselo, la compagnia non è certo una delle principali ma è l’unica che fa questo tragitto.

Il tizio che fa da controllore passa a chiedere i soldi per il bagaglio. Qui funziona così, se hai un bagaglio da caricare paghi un sovrappiù. Vuole 20 dirham. Sto per darglieli ma, da dietro, la ragazza mi dice in inglese che non è quello il prezzo, lei sostiene di averne sempre pagati 5. La guardo e mi dice che sì, lei ne ha già presi diversi di autobus in Marocco ed è così. Anch’io ne ho presi, le dico, ma non so se il prezzo del bagaglio sia sempre lo stesso e anche se così fosse, sinceramente non ricordo quale sia. Lei insiste e mi chiede manforte ma io non sono il tipo da fare questo genere di discussioni. Il suo vicino marocchino, che conosce due parole di inglese, vorrebbe darle una mano lui ma il controllore lo zittisce e si inventa una scusa puerile, tipo che il bagaglio è troppo grande. Lui non può fare altro che tradurre e alla fine anche lei, sia pure infastidita, paga.

Quando il controllore si allontana le spiego che sono convinto che lei abbia ragione, ma qui è così, succede che se sei straniero ti facciano pagare un prezzo più alto dei locali, un po’ ci sta anche.

“Ma sono quattro volte tanto” fa lei.

“Sì, ho capito però quanto ti ha chiesto in più, a conti fatti? Parliamo di un euro e 50, ne vale la pena?”

Ci fermiamo per una sosta in un piccolo villaggio. Io e la ragazza beviamo una spremuta d’arancia e scambiamo qualche parola in più. Lei si chiama Vanessa ed è tedesca, di Wurzburg, tra Francoforte e Norimberga. Studia geografia all’università e, per questo, è in viaggio per il Marocco da circa tre settimane. Ha fatto più o meno il giro che ho fatto io due anni fa. Prima è stata in gruppo con altri studenti, ma ora per gli ultimi giorni viaggia da sola. È stata, sempre “per studio”, anche in altri paesi africani, in Perù, in Thailandia e in tanti altri posti.

Ma perché, perché non ho fatto geografia? Quale malsano impulso al masochismo mi ha spinto a iscrivermi a ingegneria? Mah, ormai è troppo tardi. E poi non sono sicuro che anche in Italia funzioni così, se sei iscritto a geografia.

Ripartiamo e, vedendoci chiacchierare, ci fanno sedere vicini. Comincio a raccontarle anch’io i miei viaggi in Marocco e le spiego dove sto andando.

Lei mi dice che prima mi ha visto scrivere e mi chiede se sto tenendo un diario di viaggio. Rispondo di sì. Mi sorride e mi chiede se posso farglielo leggere.

“Sì, se vuoi…” – dico io con un po’ di imbarazzo – “ma è in italiano, tu…”

E viene fuori che ha studiato italiano. Dice che era una delle lingue che faceva alle superiori; ora è un po’ che non lo riprende in mano e quindi di parlarlo non se la sente, ma lo capisce un po’, e riesce a leggerlo, anche perché è simile allo spagnolo, che tuttora parla perché ha avuto occasione di fare molta pratica in America Latina.

Non so perché, ho comunque un po’ di vergogna a mostrarle i miei appunti disordinati. Per di più, penso che farebbe fatica a capire la mia grafia. Mi viene in mente, però, che ho nello zainetto “a mano” una copia stampata dei diari marocchini precedenti. Tiro fuori il racconto del viaggio con Salah di due anni fa, che ho intitolato “Whisky Berbere”, e glielo porgo.

Quando lo vede le si illuminano gli occhi. Le spiego che in genere pubblico i miei diari su un sito internet, almeno quando mi sembra che possano essere interessanti anche per gli altri, per i miei amici soprattutto. Cerco di spiegarle il titolo e altre cose ma vedo che è già immersa nella lettura.

“Bè, sembri interessata…” – dico – “sono contento che ti piaccia. Tienilo pure, te lo regalo”.

Tento di collegarmi al sito dal cellulare ma non c’è connessione. Allora le scrivo l’indirizzo in fondo e le spiego come raggiungere la mia pagina. Lei va avanti a leggere, ogni tanto mi chiede qualche parola che non capisce. Dice che è bello riprendere confidenza con l’italiano dopo tanto tempo. Io cerco di aiutarla ma, nel frattempo, di tenere d’occhio anche la strada. Ormai dovremmo essere nelle vicinanze della mia fermata, se ricordo bene, ma non sono sicuro. Mi sembra che ci sia ancora un po’ di strada per arrivare al bivio per le cascate, dove penso di dover scendere.

Così sono ancora un po’ distratto quando, improvvisamente, il pullman si ferma, apparentemente in mezzo al nulla. Il controllore richiama la mia attenzione e vedo comparire Salah, che sta salendo dalla porta posteriore e che mi saluta. Scoprirò poi che ha fatto una di quelle cose che fa di solito: quando gli ho scritto quale autobus avrei preso, si è messo in contatto con la compagnia o direttamente con l’autista, non so, e ha fatto in modo che fermasse proprio davanti a casa sua. Saluto Vanessa e raccolgo in fretta e furia le mie cose. Forse per la fretta o forse perché il ciglio della strada è in pendenza e scivoloso, scendendo metto giù male il piede e cado per terra abbastanza rovinosamente. Nella scivolata devo aver battuto l’alluce del piede destro su un sasso, per cui mi alzo un po’ col piede malfermo. Salah mi chiede se è tutto ok e vorrebbe prendere lui il mio zaino, ma io gli dico che non è nulla. Probabilmente, inconsciamente il mio orgoglio maschile mi impedisce di farmi vedere debole… cazzo, penso, ho appena finito di raccontare di essere un intrepido ed esperto viaggiatore, ed eccomi qua… il piede mi fa male, vorrei fare come Fantozzi e correre lontano, in un boschetto, per liberare l’urlo. Peccato però che il boschetto ci sarebbe anche, ma di correre in questo momento proprio non se ne parla.

Attraversiamo la strada e imbocchiamo, io sempre a fatica, il sentierino in salita che porta a casa di Salah. La vista delle mie nipotine che mi corrono incontro, però, mi fa passare subito il dolore. “Come sono cresciute” dico a Salah. Lui sorride e fa cenno di sì con la testa, mentre loro mi salutano e mi fanno grandi feste. Purtroppo non posso rispondere a parole, il mio arabo è tuttora molto limitato (una decina di parole). Loro poi, in realtà, prevalentemente parlano tashelhit, la lingua berbera del Marocco centrale, anche se ogni tanto parlano anche in arabo marocchino, non ho mai capito bene con quale criterio, se c’è. Ad ogni modo, cerco di far loro capire, con sorrisi e coccole, che sono anch’io felice di rivederle.

C’è Ouarda, la più grande, che ora ha 6 anni e va a scuola. C’è Jalila, la seconda, che ha 4 anni, e c’è Nassima, la cuginetta, che ha 4 anni anche lei. Lei è figlia del fratello di Salah, che vive e lavora a Casablanca ma ha lasciato la famiglia qui. Io non l’ho mai conosciuto.

Davanti alla porta ci aspettano le donne di casa: Maryam, la moglie di Salah, Najat, sua madre, e Fatima, sua cognata.

C’è anche Seouar, l’altro figlio del fratello di Salah, che ora ha quasi due anni. L’altra volta che sono stato qui era appena nato, aveva forse un mese o giù di lì. Il piccolo di casa, invece, ancora non si vede. Salah mi spiega che l’ultimo nato, Abdel Ghafour, il suo terzo figlio che ora ha quasi 5 mesi, sta dormendo e ha anche un po’ di tosse. Meglio non svegliarlo, certo, ci sarà tempo.

Mi sistemo, come l’altra volta, nella stanza che fa un po’ da “salotto”. Certo, è un po’ diversa dal nostro concetto: non ci sono divani o sedie, soltanto tappeti, cuscini e un mobiletto con la televisione, che non arriva a 20 pollici. Più tardi mi daranno la serie di tappeti e coperte che mi farà da letto. Non è comodissimo, ma in fondo sono due notti.

Per prima cosa, voglio dare alle bambine i regalini che ho portato per loro e per il fratellino. Io ho comprato soprattutto giochi; per i vestitini mi ha aiutato la mia collega Tina, che ha riciclato un bel po’ di cose di sua figlia Asia, che ha 7 anni. Non solo vestiti, ma anche giochi e una montagna di pennarelli colorati.

Qui vivono dignitosamente, ma non hanno molto. Nel Marocco rurale le condizioni di vita possono fare un po’ impressione, agli occhi europei. Vivono in nove (quattro adulti e cinque bambini) in una casa di forse 70 mq, senza acqua corrente e con un solo bagno alla turca. Ci sono mandorli, ulivi, galline che scorrazzano, 11 pecore, 2 gatti e un asino.

La famiglia vive prevalentemente dei prodotti della terra, ma Salah arrotonda un po’ con un piccolo baretto. So che lo ha ingrandito, c’è una parte nuova che all’epoca della mia precedente visita era ancora in costruzione, sono curioso di vedere ora com’è.

È bellissimo vedere le bambine che giocano con i giochi nuovi. Ouarda corre a provarsi un vestitino verde che pensavo le stesse grande, invece è cresciuta così tanto che quasi le va a pennello. Devo ammettere che per lei in particolare ho un debole, per il suo faccino delizioso e per i suoi splendidi occhioni neri.

Prendiamo il primo tè. È veramente un piacere rilassarsi sui cuscini e sorseggiarlo, per riprendersi dalle fatiche del viaggio. Fuori fa freddo, le cime sono ancora piene di neve. Salah mi racconta che al paese di sua moglie, nella valle di Ait Bougomez, la Valle delle Rose, la neve c’è ancora. Ma qui la quota è un po’ più bassa, siamo a solo (si fa per dire) 1200 m. È stata una buona annata per le olive e per le mandorle, poca neve e tanta pioggia.

Poi mi metto subito a costruire insieme alle bimbe il palazzo della principessa Jasmine con i lego. Ouarda, essendo più grande, è anche più paziente e si lascia guidare. Le altre, dopo un po’, preferiscono i pelouche.

Io e Salah andiamo a vedere il suo bar. La sala nuova è allestita bene, con sedie e tavolini e una macchina per il caffè nuova. La parte vecchia è ancora in uso solo come sala biliardo, ma lui dice che alla fine fa più soldi con quella che con il bar. Qui il turismo sta diventando più organizzato e spesso le persone arrivano direttamente da Marrakech per fare una gita in giornata alle cascate. Ma non con il Grand Taxi Collectif come ho fatto io 4 anni fa, il più delle volte vengono con pullmini organizzati dagli hotel o dalle agenzie di viaggi. E in quel caso non si fermano qui, a soli 16 km dalle cascate; se devono fare una sosta la fanno prima. Insomma, gli affari non vanno a gonfie vele. Invece il biliardo, tutto sommato, tira. Ho potuto vedere che dalle 6 di sera alle 9.30-10.00 c’è sempre qualcuno che gioca, anche perché una partita costa solo 2 dirham. Diciamo che Salah punta sulla quantità. Del resto questo è un posto abbastanza isolato: non è nemmeno un villaggio, è più un insieme di case sparse. Se vuoi uscire la sera, non c’è altro che questo. Certo, se vuoi uscire ti devi anche coprire bene, perché la sera, in questa stagione, fa molto freddo; e ti devi portare una torcia elettrica, perché l’illuminazione stradale non esiste.

L’inglese di Salah è un po’ arrugginito. Lui stesso mi spiega che negli ultimi due anni non l’ha più usato, in pratica, perché non è più riuscito a fare da guida per nessuno. Per fortuna nel frattempo io ho fatto qualche piccolo progresso in francese, così riesco a compensare. In realtà noi abbiamo sempre alternato le due lingue, nei nostri dialoghi, ma questa volta c’è un po’ meno inglese e un po’ più di francese.

Torniamo a casa e, per cena, ci gustiamo un ottimo Tajine di montone con verdure. Prima di iniziare si dice “Bismillah”, che significa più o meno “nel nome di Dio” ed è un modo per invocare la benedizione di Dio sul cibo che si sta per prendere. Si mangia con le mani, naturalmente, e questo per me da tempo non è un problema. Non mi sento molto a mio agio, invece, nel dover mangiare solo con Salah, mentre le donne mangiano in cucina. Io però sono un ospite, per quanto ben accolto, e non posso permettermi di venir qui a mettere in discussione le loro tradizioni.

Un altro tè, qualche altra chiacchiera e poi tutti a nanna. La scorsa notte ho dormito pochissimo e ne ho proprio bisogno.

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18/3/2015

La notte è fredda. Qui non ci sono sistemi di riscaldamento “europei”: c’è una stufa a legna, ma la accendono solo in pieno inverno, quando per loro fa veramente freddo. Ora per loro non è così freddo, anche se la mia percezione è un po’ diversa.

Ci alziamo presto e facciamo una colazione veloce. Il cielo è ancora nuvoloso ma comincia a vedersi qualche spiraglio.

La colazione a casa di Salah è tradizionale: solo pane, olio, miele, qualche oliva e il tè. Tra l’altro, tranne il miele, tutto è prodotto in casa. In giardino hanno anche un piccolo forno per il pane.

Riusciamo così a prendere il primo bus per Demnate, che è a una cinquantina di km. L’attrattiva del posto è Imi-n-Ifri (“bocca della grotta” in berbero), che raggiungiamo percorrendo altri 6 km in taxi dal centro della cittadina.

È un ponte naturale sopra una gola che sembra la bocca spalancata di un gigante. Si è formato circa 18 milioni di anni fa; secondo la leggenda locale i suoi due lati rappresentano due innamorati tenuti lontani dalle rispettive famiglie e trasformati in pietra mentre si tendevano le mani. Il sentiero per scendere nella gola è scosceso e io ho ancora male al piede, ma piano piano ce la faccio.

Su un versante della gola si trova una fonte d’acqua ricca di sali minerali, dove le spose berbere vengono a fare i loro riti prematrimoniali cantando e suonando i tamburelli. Ora, però, non è stagione di matrimoni, che in genere si celebrano in estate. La fonte sull’altro versante, invece, dovrebbe curare l’acne. In ogni caso il paesaggio è spettacolare, anche grazie agli stormi di corvi che planano dalle stalattiti.

Pranziamo a Demnate, compriamo le medicine per la tosse di Abdel Ghafour e poi, tornando, decidiamo di fermarci al souk di Tanant, anche perché Salah deve fare un po’ di spesa. È un souk molto grande ed estremamente popolare, che non ha nulla a che vedere con quelli ormai un po’ turistici che si vedono nelle grandi città. Questo è totalmente autentico, anche perché per quanto posso vedere sono l’unico straniero. Si vedono scene della serie “Ho visto cose che voi umani…”, come una decina di galline vive ammassate in un carretto, o due agnellini vivi e disperatamente belanti spinti a forza nel bagagliaio di una macchina. Diciamo che non è un posto che farebbe la gioia degli animalisti, ma qui le preoccupazioni sono altre.

Compriamo parecchia frutta e verdura, poi decidiamo di farci uno spiedino di tacchino seduti su una panca in mezzo al viavai di capre e asini.

Per tornare a casa ci mettiamo in coda per il Grand Taxi, ma l’attesa risulta piuttosto lunga.

Il Grand Taxi, per chi non lo sapesse, è di solito una vecchia Mercedes, di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. E per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Generalmente, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E finché non è pieno non parte. Oggi sembra proprio che in pochi abbiano voglia di fare il nostro tragitto. Se non altro, ora le nuvole si sono davvero un po’ diradate e il sole ci scalda. Salah conosce un sacco di gente e chiacchiera ora con l’uno ora con l’altro.

Finalmente raggiungiamo il numero e si va.

A casa, ci accolgono le bambine tutte ansiose di mostrarmi le collane che si sono fatte, con l’aiuto delle mamme e della nonna, con le perline di legno colorate che ho portato per loro. Giochiamo un altro po’ insieme e poi Salah mi accompagna a vedere la scuola di Ouarda, che è a circa 20 minuti di sentiero. Adesso non è faticosissimo, ma in pieno inverno, con la neve, è un’altra cosa. Tutte le mattine lui, o la nonna, accompagnano la bambina a scuola, perché è ancora piccola e perché la strada è piena di cani randagi, che infatti ci sono anche ora. Si potrebbe andare anche con la strada, ma è più lunga, ci vorrebbe la macchina. Il suo sogno, al momento, sarebbe di potersi comprare una Renault 4 (sì, avete letto bene, una Renault 4) per poterla portare a scuola in macchina. Anche perché tra un paio d’anni dovrà portare anche l’altra. Dice che una R4 in buone condizioni si porta a casa con 10.000 dirham, circa 1000 euro. Ma poi ti costa altri 250 euro l’anno di tasse e assicurazione. Andando avanti a risparmiare forse tra un po’ di mesi, insh’Allah… mi parla anche di una persona che conosce che ha una Kia Sorento, che qui è il massimo del lusso che si riesca a immaginare. È proprio un altro mondo.

Quello che mi consola è che la scuola, vista da fuori, è un bell’edificio, sembra nuovo e confortevole. Ci si va fino a 15 anni, praticamente si può fare tutto il ciclo dell’obbligo qui. Poi si vedrà; in queste zone già poterci andare, a scuola, non è scontato, soprattutto per le bambine. La moglie di Salah, ad esempio, non parla francese, e ho la netta impressione che sia analfabeta o quasi, anche se non ho mai chiesto conferma, non mi sembra carino. Perciò sono molto contento che Ouarda vada a scuola. E non vedo l’ora di poter scambiare le prime parole con lei, quando dalla terza prenderà francese. Per ora studia solo arabo. Il berbero non ha dignità di lingua nell’insegnamento scolastico, se non in pochissime aree del paese. La strada da fare per la completa integrazione della comunità berbera dopo anni di negazione della loro identità è ancora abbastanza lunga.

Passiamo di nuovo dal bar per aprire e permettere ai giocatori di biliardo di fare la loro partitina serale. Io non so giocare, mi limito a guardarli mentre sorseggio il mio tè.

A cena, stasera, c’è il cous cous con le verdure, e poi un piattone di frutta fresca comprata oggi al souk.

Dopo cena, mostriamo alle bimbe le foto della giornata. Quest’anno c’è una novità, anche Salah ora ha uno smartphone al posto del suo vecchio telefono col vetro dello schermo incrinato. Peccato che però qui la rete dati, per ora, non arriva. Ci stanno lavorando, pare, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo.

Fuori piove, e noi stiamo rintanati in casa a guardare la TV: c’è un dibattito politico che somiglia incredibilmente, nei toni, a quelli italiani, e poi un telefilm che parla delle rivendicazioni delle donne marocchine. Salah non sembra accalorarsi molto sull’argomento, però non cambia canale, è già qualcosa.

Gli chiedo se pensa di fare altri figli o se ora tre sono abbastanza. Mi risponde che tre possono bastare. Forse voleva il maschio, è un grande classico non solo per i musulmani. Tra l’altro, lui non è sicuramente un fanatico e non è nemmeno un gran praticante. Non l’ho mai visto pregare, e ogni tanto beve una birra.

Mi regala un tappeto che, come tutti gli altri qui, è stato cucito da sua madre e da sua moglie. È bianco, con il vello soffice e con il disegno di una spilla che portavano le donne berbere. La riconosco, me ne aveva parlato due anni fa un artigiano nella Mellah di Ouarzazate. È il tipo di spilla che portavano sulle spalle le donne sposate. Le due spille erano unite da una catena, con appese tante medagliette quanti erano i figli. Se la donna non aveva più marito, perché vedova o perché ripudiata, non portava più la catena.

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19/3/2015

Stamattina ho spuntato un’oretta di sonno in più, tanto sta ancora piovendo.

Facciamo colazione con calma e la piccola Ouarda si unisce a noi. Stamattina non deve andare a scuola, ci andrà al pomeriggio. Il suo orario scolastico è così, mattina e pomeriggio a giorni alterni. Io e il papà ne approfittiamo per insegnarle i primi rudimenti di francese: contiamo fino a 10 e poi il verbo mangiare, che ci viene naturale visto il momento. Lei ripete tutto e ha anche una buona pronuncia.

Smette di piovere, e Salah mi chiede se mi va di fare un giro alle cascate. La giornata resta molto incerta, però sono sicuro che in questa stagione le cascate devono essere ancora più spettacolari, quindi dico di sì. Infatti è proprio così, c’è decisamente più acqua che in estate e i 110 m di salto triplo sono ancora più imponenti e fragorosi. Manca solo l’arcobaleno, ma senza sole è un po’ dura.

Salah insiste per fare un po’ di “trekking” sui sentieri che partono dalla base delle cascate. Io sono dubbioso, ma alla fine lo accontento. Ma avendo appena smesso di piovere c’è fango dappertutto; per di più il piede mi fa ancora male, quindi ho le mie brave difficoltà. Lui sembra stupirsi e mi dice che due anni fa ho fatto lo stesso percorso senza nessun problema.

“Ho capito” – ribatto io – “ma allora era tutto asciutto, non era un pantano e soprattutto non mi faceva male il piede!”. Forse sto invecchiando, gli dico per scherzare, ma lui capisce “sono vecchio” e si affanna a dimostrarmi che non è così. Ci mettiamo un po’ ad uscire dall’equivoco.

C’è pochissima gente, un po’ per la stagione e un po’ per il tempo: ci beviamo una spremuta d’arancia fresca con vista cascate in perfetta solitudine. Riusciamo anche a vedere una bertuccia che si mangia un’arancia tranquillamente a pochi metri da noi. Anche questo è abbastanza una rarità: vivono nella foresta qui intorno, ma quando ci sono tante persone difficilmente si fanno vedere.

Torniamo a casa appena in tempo per non beccare in pieno il nuovo scroscio d’acqua. Ormai il mio tempo qui è agli sgoccioli, alle 14.30 devo prendere l’autobus per Marrakech. Anche stavolta Salah garantisce che fermerà proprio qui sotto casa sua, ma è meglio uscire un po’ prima per aspettarlo.

Nell’attesa mi spupazzo ancora un po’ Jalila e Nassima, mentre Ouarda è già a scuola. Quando arriva il momento di uscire vogliono a tutti i costi uscire anche loro, nonostante il freddo e il vento, per venire ad aspettare l’autobus con me. Per fortuna almeno ha smesso di piovere.

È incredibile quanto siano affettuose, mi si attaccano alle gambe quasi per impedirmi di andare via. Certo, forse per loro sono lo zio d’America che porta i regali ma non credo sia solo quello. Mentre aspettiamo l’autobus raccolgono margheritine e me le danno, o me le infilano direttamente in tasca, come augurio di buon viaggio. Non so davvero che dire, non solo per problemi di lingua.

Prometto a Salah che tornerò e che farò il possibile per convincere qualche amico a venire, con o senza di me. Gli auguro, intanto, di riuscire a comprare quella famosa R4. Insh’Allah, dice lui.

Arriva il pullman. Un ultimo abbraccio e salgo. È strapieno, anche il corridoio è sold out (mi verrebbe da dire: solo posti in piedi, ma è ovvio…), per cui devo adattarmi a fare un’oretta in piedi. Sono già un po’ stanco ma felice della due giorni passata con quella che ormai è davvero quasi un’altra famiglia. Ora mi dirigo all’incontro con i miei amici del gruppo di Radio Popolare.

A Marrakech il mio problema è arrivare al Riad Chamali, nei pressi della Mellah. Escludo di poterci arrivare a piedi o con un autobus, è troppo distante dalla Gare Routiere e sicuramente introvabile senza l’aiuto dei locali. Nella medina è così, ormai l’ho imparato da tempo. Mi metto in cerca di un taxi, quando mi abborda un tizio che si presenta proprio come un taxista. Dovrei forse diffidare; in effetti quando mi fa vedere il suo mezzo si tratta in realtà di una motocarrozzetta aperta dietro, una specie di Ape Piaggio, attrezzata con dei cuscini per far salire i passeggeri. Sono un po’ perplesso, preferirei un taxi regolare ma poi penso che tanto nel vicolo dove devo andare in macchina sicuramente non si entra, con questo c’è più speranza. Mi apre la sponda per farmi salire, mi raccomanda di tenermi forte e si parte. C’è da dire che lui, nonostante il sorriso sdentato o forse proprio per quello, è simpatico. Riusciamo anche a scambiare qualche parola in francese ai semafori, ma quando viaggiamo il frastuono del traffico e il rumore del motore coprono tutto.

Continuo a ripetergli l’indirizzo ma, come prevedibile e come quasi sempre, non conosce il posto. Dopo un paio di tentativi, trova un tipo che vende sigarette per strada che sa dov’è, e così ci arriviamo facendo l’ultimo pezzo a piedi. Ovviamente devo sganciare qualche dirham anche alla guida improvvisata, ma ci siamo. La porta è anonima, senza aiuto era davvero introvabile.

Entro e spiego che sono l’avanguardia del gruppo di Viaggi & Miraggi, che dovrebbe arrivare più tardi. Inizio a compilare il modulo per le formalità di rito e a prendere il tè di benvenuto. Poco dopo arriva una coppia di italiani di rientro da un giro in città; scopro che anche loro fanno parte del gruppo e sono arrivati in anticipo per godersi un po’ di più Marrakech. Bene, così possiamo chiacchierare piacevolmente in attesa del resto del gruppo, anche perché non sembrano intenzionati a darmi la stanza prima che arrivi il mio compagno di camera.

Il gruppo, a dire il vero, si fa attendere non poco; scoprirò poi che il controllo passaporti questa sera era particolarmente lento causa affollamento.

Si mette a piovere e anche con una certa convinzione, cosa che se sei in un riad e non hai un tetto sulla testa ti può costringere, come nel nostro caso, a riparare in un salottino al coperto. Purtroppo per loro, non possono invece ripararsi i nostri compagni del gruppo, che stanno arrivando proprio in quel momento con i pullmini dall’aeroporto. L’ultimo pezzo va fatto per forza a piedi sotto l’acqua, per cui si può dire che per loro l’accoglienza della città non è delle migliori.

Nel gruppo c’è una buona parte di persone che già conosco dal precedente viaggio con la radio a Istanbul: Alma, Franca, Elena, Paola, Liliana, Mara, Giampietro, Giuseppe, Anna, Giordana… e mi perdoneranno quelli che dimentico. Il mio compagno di stanza è proprio uno di loro, Giampietro, di Ponteranica ma originario di Castione della Presolana, con cui avrò modo di approfondire la conoscenza.

C’è Miriam, italoargentina che vive in Italia da 35 anni ma per fortuna non ha perso del tutto l’accento argentino, che è sempre musica per le mie orecchie. Ci sono Alessandro e Teresa, “orecchie in fuga” che ascoltano Radio Popolare e seguono le sue iniziative da Copenhagen.

E poi ci sono i nostri “angeli custodi”: per la radio Claudio Agostoni, per Viaggi & Miraggi Francesca, che come già a Istanbul si fa in quattro per noi e non ci fa mai mancare un sorriso.

Dato che io negli ultimi tre giorni sono stato un po’ tagliato fuori dal mondo a causa dell’assenza di rete sulle montagne, vengo a sapere dai compagni di viaggio dell’attentato di Tunisi (così capisco anche perché un mio amico via mail mi raccomanda di portare a casa la pelle…), ma soprattutto delle dimissioni di Lupi!

Dopo esserci sistemati e dopo una prima veloce riunione organizzativa, ci dirigiamo verso il centro della città per la cena. E se si parla di Marrakech il centro non può essere che la Djemaa el Fna, “La Place”, la grande piazza. Il suo nome significa “assemblea dei morti”, perché nel medioevo era uno spazio dove si svolgevano le esecuzioni pubbliche. Ma nei secoli la sua funzione è totalmente cambiata ed ora è un enorme teatro a cielo aperto, dove succede veramente di tutto, soprattutto dal tramonto in poi: oltre a decine di baracchini dove si cucina all’aperto (ma non stasera…), ci sono musicisti gnaoua, acrobati, incantatori di serpenti, scimmie ammaestrate, danzatrici del ventre che sono in realtà uomini travestiti, venditori d’acqua, astrologi, guaritori e cantastorie. Per tutto questo è stata dichiarata “Capolavoro del Patrimonio orale e immateriale del’Umanità” dall’UNESCO. Stasera, però, la piazza non è al suo massimo, un po’ per la stagione e molto per il tempo. Ha smesso di piovere, almeno per il momento, ma è ancora nuvolo e freddo.

Io ormai la conosco abbastanza bene, mi dispiace per chi la vede per la prima volta perché l’impatto non è quello che sarebbe potuto essere.

Noto che, a proposito di terrorismo, è finalmente cominciata e forse anche a buon punto la ricostruzione dell’Argana Cafè, proprio qui sulla piazza, che fecero saltare con una bomba che fece 16 morti nel 2011, circa 3 mesi prima della mia prima visita alla città.

Con il mio gruppo ceniamo da Chez Chegrouni, dove ricordo di aver mangiato almeno in un altro paio di occasioni e che si conferma uno dei migliori posti tra quelli con le terrazze sulla piazza, oltre che uno di quelli aperti fino a tardi, il che per noi stasera è fondamentale. La scelta è di Claudio e devo dire che, anche stavolta, si rivela azzeccata.

Poi c’è il problema di tornare al riad, che dato che non abbiamo ancora imparato la strada (ammesso che si riesca a impararla in due giorni) non è banale. Infatti ci perdiamo e siamo costretti ad affidarci a un personaggio non molto rassicurante che sta portando a spasso il cane. Il posto lo conosce, ma ha un atteggiamento piuttosto aggressivo e pretende con insistenza per il suo “servizio” 20 dirham o 2 euro (“deux oro”, dice lui) da ciascuno. Alla fine, con fatica, ce ne liberiamo e riusciamo a guadagnare la stanza.

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20/3/2015

Dopo una ricca colazione marocchina, facciamo conoscenza con i mediatori culturali che ci accompagneranno in questi 4 giorni. Sono Ismail, un ragazzo sorridente, dai modi molto gentili, che ha vissuto per qualche anno in Italia, e Daoud, che ha invece l’aria dell’uomo tranquillo che però ha combattuto molte battaglie e che, forse per accentuare il portamento che già gli deriva dall’altezza, si presenta con un turbante verde chiaro. Anche Daoud ha vissuto per parecchio tempo in Italia, come testimonia il suo italiano davvero ricco: conosce perfino molte espressioni dialettali.

Oggi è la giornata della visita a Marrakech. Ma prima cerchiamo di vedere qualche sprazzo di eclissi.

Poi, per prima cosa andiamo al Palais el Badi, bellissimo ancorché spoglio (fu saccheggiato dal Moulay Ismail, capostipite della nuova dinastia degli Alawiti, nel 1600, prima di trasferire la residenza reale a Meknes). Sui suoi bastioni, nidi di cicogne.

Da qui ci spostiamo al Palais Bahia, gioiello ottocentesco dagli stupendi soffitti dipinti, dorati e intarsiati in legno di cedro.

In queste visite ci accompagna la nostra guida locale a Marrakech. Si chiama Karim, e si presenta come Kareem Abdul Jabbar, anche se non assomiglia molto al mito del basket americano anni ’70-’80. Pochi capiscono la battuta, ma lui ci riprova. Ad esempio, parlando delle passate abitudini dei re marocchini, finge di non ricordare il contrario di “poligamia”, così quando qualcuno inconsapevolmente gli alza la palla dicendo “monogamia” lui può dire con aria seria: “No, monotonia!”.

Ci racconta anche cose interessanti, però. Come il modo in cui le donne berbere “comunicavano” con i tappeti quando erano costrette a sposare un uomo sconosciuto. Cucendo un tappeto esprimevano le loro aspettative prima del matrimonio, con un altro tappeto usavano esprimere i loro sentimenti e le loro opinioni sul marito dopo il matrimonio. Ma se il marito la prendeva male, purtroppo, rischiavano di essere ripudiate e di non potersi più sposare, che poteva voler dire non avere più di che vivere.

Ci accompagna anche in un’erboristeria nascosta nei souk intorno alla Djemaa el Fna, che offre un incredibile assortimento di spezie per qualsiasi piatto e di rimedi naturali per qualsiasi problema di salute o di estetica. Ci accoglie un uomo in camice bianco che ha il piglio un po’ da imbonitore, ma lo fa con aria talmente seria e professionale che viene quasi voglia di credergli. Forse rimaniamo un po’ troppo tempo, per quanto Francesca faccia il possibile per limitare la durata del “cerimoniale”.

Ci manca ancora la visita forse più importante, quella alla sontuosa medersa (scuola coranica) di Alì Ben Youssef, costruita nel XIV secolo in stile ispano-moresco, dove la meraviglia degli intarsi, degli stucchi e dei mosaici contrasta con la povertà e il rigore spartano delle stanze degli studenti, simili a celle monastiche.

Il pomeriggio è libero, ma essendo arrivati tardi a pranzo ci resta giusto il tempo per dare un’occhiata da fuori alla moschea della Koutoubia. Da fuori perché, come tutte le altre moschee del Marocco ad eccezione della Grande Moschea di Hassan II di Casablanca, è chiusa ai non musulmani. Il suo nome significa “dei venditori di libri”, per i librai che usavano ritrovarsi intorno al suo minareto quando fu costruita nel XII secolo. Ma la vera curiosità è che venne distrutta e ricostruita perché la prima non era correttamente allineata con la Mecca.

Poi, partiti con la buona volontà di visitare anche le tombe Saadite, o almeno il Museo di Marrakech, finiamo per riperderci nei souk, un po’ volontariamente un po’ no, e ripiegare su un tè con vista.

Intanto le nuvole restano incombenti e la temperatura non è proprio quella che, anche in questa stagione, ci si aspetterebbe da una Marrakech onesta: viaggiamo intorno ai 12°C di massima. Cresce l’invidia per gli altri due gruppi organizzati dalla radio, che verranno dopo di noi e che sicuramente troveranno un tempo un po’ più “marocchino”.

La sera cena di qualità alla “Perle du Sud”, altro bel locale nei dintorni della Djemaa el Fna. Menzione particolare per una profumatissima Orange à la cannelle.

Dopo cena, chiedo se a qualcuno va di farsi un giro in piazza per sperimentare un po’ di musica gnaoua, ma prevale la voglia di concedersi qualche ora di sonno, dato che domattina partiremo presto alla volta di Essaouira, la perla blu dell’Atlantico.

21/3/2015

Colazione e si parte, non senza fermarci per una breve sosta in quello che resta della celebre Palmeraie di Marrakech. Sembra, infatti, che molte palme siano state tagliate per fare spazio a campi da golf… ora aspetto il prossimo che mi dice che il golf non è uno sport per ricchi scemi. Qualunque sia la causa, vista così fa un po’ tristezza.

Il viaggio di circa 3 ore è anche l’occasione per conoscere meglio Daoud, che viaggia col mio gruppetto e che nel frattempo ha tolto il turbante. È sicuramente molto simpatico ed è una miniera di informazioni sul paese, la sua gente e la sua vita. Io già qualcosina ne so, ma è utilissimo anche per me confrontarmi con lui. Diciamo che non su tutto siamo d’accordo, come già avevo avuto modo di capire ieri quando avevamo avuto un breve scambio di opinioni sulla pena di morte, alla quale lui è favorevole. Qualcuno è rimasto stupito dal grande rispetto che dimostra per re Mohammed VI, il cui volto campeggia un po’ dappertutto in Marocco. Ma su questo devo dire che non mi è mai successo finora di conoscere un marocchino che ne parlasse male, del re. Molti, anche Salah e sua moglie per esempio, hanno il suo ritratto nelle loro case, cosa che da noi sarebbe difficile da immaginare. È vero che la monarchia, in momenti storici come questo, può fare da punto di riferimento e che la breve primavera marocchina ha ottenuto qualche concessione. Ma, personalmente, mi sono fatto l’idea che in parte la sua popolarità sia dovuta anche al confronto con suo padre, Hassan II, che negli anni ’80 ha fatto vivere al paese i suoi anni di piombo, anni di dura repressione di ogni forma di dissenso e di ogni aspirazione identitaria del popolo berbero. Rispetto a un modello del genere, lui è decisamente un re buono e tollerante.

Dove Daoud ha idee decisamente particolari è sull’ISIS, che per lui sostanzialmente non esiste: da quello che si capisce attribuisce le azioni del sedicente Stato Islamico a non meglio precisati agenti angloamericani, forse direttamente alla CIA o simili, con la motivazione, tra le altre, che un musulmano non ucciderebbe altri musulmani. E qui, bè… certo, si può discutere se i grandi alleati degli USA nella regione, Arabia Saudita in primis, ne siano estranei (eufemismo), ma così mi sembra veramente un po’ estremo, come dire. So che su questo ha avuto già discussioni con altri membri del gruppo, soprattutto con Giuseppe, che preferisco non rinfocolare.

Durante il viaggio succede anche che, in un’area di sosta, incontriamo un camion che trasporta gli invitati a un matrimonio, che stanno festeggiando. Alcuni di noi ne approfittano per lanciarsi nelle danze.

Le nuvole decidono di scaricare uno scroscio di pioggia particolarmente violento proprio quando arriviamo a Essaouira e dobbiamo, per forza di cose, scendere dai pullmini e fare un pezzo a piedi addentrandoci nella medina. Per gli altri del gruppo è la seconda volta, si comincia a pensare alla congiura degli elementi… ma, dopo un po’ di attesa al riparo, la pioggia cala almeno di intensità; così, facendoci coraggio, raggiungiamo il riad.

Riusciamo poi, perfino, a pranzare all’aperto mangiando pesce sotto un’occhiata di sole. È l’occasione per gustare una nuova specialità: la pastilla aux fruits de mer. La pastilla è una pasta sfoglia sottile, a strati, con un ripieno che può essere dolce, ad esempio crema, o salato, a base di carne di piccione, o più facilmente di pollo, e mandorle tritate. In ogni caso, sopra ci va sempre una spruzzata di zucchero a velo. Ma così, coi frutti di mare, non l’avevo mai mangiata: è ottima.

Dopo di che, si parte verso il primo progetto di cooperazione e sviluppo sostenibile, la Cooperativa femminile Bouzamma per la produzione dell’olio di argan biologico.

Bouzamma è un piccolo villaggio rurale nel Comune di Aguerd, a 14 km a sud-est di Essaouira. Ha circa 800 abitanti di origine “amazigh” (berberi), ed è immerso nella foresta di argan (l’Arganier cresce solo nel Marocco sud-occidentale) dichiarata patrimonio naturale dall’Unesco in quanto importante barriera naturale contro l’avanzata del deserto. Gli alberi crescono sparsi e non vengono coltivati in quanto considerati alberi di Dio. Nella tradizione dei berberi Amazigh l’olio di argan veniva usato solo in cucina, estratto dalle noci di argan torrefatte (da cui il particolare sapore tostato) e l’antico metodo di estrazione, tuttora utilizzato, è un sapere prettamente femminile tramandato di madre in figlia. Mentre l’utilizzo cosmetico dell’olio (che viene estratto a freddo dalle noci) è estraneo alla cultura berbera ed è un ritrovato della cosmesi al naturale occidentale.

La cooperativa femminile Bouzamma si trova al centro del villaggio omonimo, ed è attiva dal 2005 grazie all’Associazione Oued Ksab che ne ha promosso l’avvio. Dal 2009 hanno ottenuto la certificazione BIO riconosciuta dalla comunità europea, che permette di commerciare l’olio di argan come biologico sul mercato europeo. La cooperativa dà lavoro attualmente a 33 donne del villaggio.

A breve entrerà in funzione la casa di accoglienza del villaggio (riad tradizionale) in cui i viaggiatori potranno essere ospitati. Il 20 % dei ricavi dell’attività ricettiva andrà a sostenere i progetti comunitari per favorire lo sviluppo del villaggio e migliorare le condizioni di vita degli abitanti.

La nostra visita inizia dal bosco di argan, dove possiamo soddisfare le prime curiosità. Chiedo a Daoud e ad Ayoub, che lavora nella cooperativa, una smentita ufficiale di quella specie di leggenda, che ancora circola, secondo cui verrebbe riutilizzato l’argan mangiato ed “espulso” dalle capre. Daoud mi risponde: “Anche Berlusconi aveva promesso un milione di posti di lavoro…”. Bisognerà dirlo a quelli della Lonely Planet, che ancora definiscono l’olio di argan “il miglior olio cosmetico mai passato attraverso l’intestino di una capra”!

Poi si passa a una vera e propria “lezione” tenuta nella sala normalmente dedicata ai corsi di alfabetizzazione degli adulti. Ci spiegano tutte le fasi del ciclo produttivo, che poi vedremo anche dal vivo con l’aiuto di Myriam, la sorella di Ayoub. Scopriamo ad esempio che la produzione avviene in pratica su ordinazione e che da 100 kg di frutti si estraggono appena 3 kg d’olio. La produzione 2014 è di circa 800 kg.

Si entra in un livello di dettaglio tale che sembra che qualcuno di noi voglia aprire una cooperativa dell’argan a Zelo Buon Persico. Ma è bello, solo gli ascoltatori di Radio Popolare sanno essere così.

La visita si conclude con una bella cena conviviale. L’unico problema, ancora una volta, è il freddo… molti chiedono insistentemente di chiudere la porta, salvo poi scoprire che in realtà… manca un pezzo di muro! Il riad, purtroppo per noi, è ancora in costruzione.

Ci scaldiamo, poi, con un’applaudita esibizione di un gruppo di giovani musicisti gnaoua. Questa musica nasce da riti liberatori degli schiavi dell’Africa nera (infatti i testi sono prevalentemente in lingue dell’Africa subsahariana) e può diventare un vero e proprio rituale in cui si invocano spiriti e si cerca di creare anche in chi ascolta uno stato quasi di trance. Il suono ipnotico delle grandi nacchere di metallo chiamate krakab alla fine coinvolge un po’ tutti e ci troviamo a ballare (o almeno ad agitarci) insieme ai musicisti.

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22/3/2015

La mattina a Essaouira è libera. Le donne ne approfittano per rilassarsi all’Hammam, noi maschietti per prendere (io per ri-prendere, anche qui sono già stato) confidenza con la città.

Claudio ci porta, stavolta, a mangiare pesce nei baracchini del porto. Arriviamo un po’ alla spicciolata, siamo in troppi ovviamente per stare tutti alla stessa tavola e veniamo ribattezzati “la grande famiglia italiana”…

Nel gruppo ha colpito molto la notizia della non ricandidatura di Pisapia. Claudio la definisce una non-notizia, ma suscita comunque grande fermento e un po’ di delusione.

Il primo pomeriggio è dedicato alla visita guidata della città. La nostra guida, Ahmed, ci aiuta a notare i segni della tolleranza religiosa (soprattutto nei confronti della comunità ebraica) scritti nella storia della città e nelle sue mura.

Come già avevamo notato, i gatti la fanno da padroni nella medina, i gabbiani dominano invece fuori dalle mura, al porto e tutto intorno ai bastioni. Continua a piovere a sprazzi.

C’è anche un fuori programma: vediamo a un certo punto un ragazzo aggrappato a uno scoglio nel mare in burrasca. Non si capisce bene come e perché sia finito lì, ma per evitargli di dover aspettare la bassa marea parte una specie di operazione di salvataggio, che seguiamo minuto per minuto e che per fortuna si conclude con successo.

Poi, sfidando il meteo, decidiamo di partire comunque per le spiagge: prima Sidi Kaouki e poi la bellissima spiaggia di dune nelle vicinanze. Alla fine non ci va male, se non altro non piove. Certo, ce la godremmo di più col sole ma anche così… ha il suo fascino. In fondo Essaouira è la città del vento e delle onde, paradiso dei surfisti, no?

Decidiamo, da un’idea di Teresa, di solennizzare il momento costruendo un omino di sassi, che secondo la tradizione nepalese usata un po’ su tutte le montagne del mondo fa da augurio per un nostro prossimo ritorno in Marocco.

Giampietro, il mio compagno di stanza, mantiene la promessa fatta di bagnarsi i piedi nelle acque dell’oceano, con qualunque tempo, e si guadagna così l’ammirazione delle donne, anche grazie al tatuaggio sul polpaccio. Eh sì, non si può dire che non sia un uomo di parola…

Daoud ci guida anche in un mini-trekking sulle dune verso una piccola cascata, e intanto ci racconta le sue imprese di calciatore.

Insomma, un’altra bella giornata. Peccato solo che sbagliamo la scelta del posto per la cena.

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23/3/2015

Lasciamo Essaouira per tornare verso Marrakech, ma prima ci aspetta la visita al secondo progetto di cooperazione.

Col mio gruppo, arriviamo in ritardo perché riusciamo a farci fermare e a prendere una multa per un eccesso di velocità… di 3 km/h!

Tamesloht si trova in un’area tra le più povere del Marocco perché, anche se non è molto distante dalla città imperiale di Marrakech, non beneficia dell’attività turistica che resta concentrata nella città e nelle immediate vicinanze.

Ha un ricco patrimonio storico-culturale che ospita molti “marabutti” (monumenti dedicati ai santi musulmani, nello specifico Sidi Ben Abdallahh Hsaine), la Zaouia e altri siti.

La Zaouia è una sorta di cittadella dove risiedevano i signori locali, un complesso di residenze risalenti al XVI° sec., fatte costruire da personalità importanti appartenenti alla dinastia Saadita. La Zaouia è, in parte, ancora abitata dai discendenti di questa famiglia; all’interno spicca lo splendido palazzo dello “sceriffo”, cioè una sorta di giudice (ebbene sì, sceriffo deriva da sharif, una parola araba), dove respiriamo veramente un’atmosfera da mille e una notte. Peccato però che sia una bellezza molto cadente: i muri sono crepati e sembra che tutto sia sul punto di cadere a pezzi.

L’associazione Al Islah di Tamesloht è di fatto una rete di associazioni e cooperative di artigiani che producono tappeti, tessuti, scarpe, coltelli, ceramiche, vasi. Hanno ben saldo il principio di equità, prestando molta attenzione alla retribuzione equa ai lavoratori soci. Il progetto si basa anche sulla formazione di giovani ai mestieri, recuperando anche bambini di strada sia di Tamesloht che di Marrakech. Fanno anche un corso di alfabetizzazione per gli artigiani/e del villaggio. Il progetto è stato avviato dall’ONG piemontese Re.Te nel 2003 con un programma di sviluppo economico e sociale sostenendo le associazioni locali tra cui l’association Professionnelle Al Islah. Gestiscono la casa di accoglienza messa a disposizione da una famiglia di Tamesloht residente a Casablanca. Anche i pasti vengono preparati dall’associazione e consumati in famiglia o nei locali dell’associazione.

Anche noi facciamo un ricco pranzo qui, prima della visita e di un po’ di shopping solidale.

È chiaro che vedere le condizioni di lavoro con i nostri occhi “europei” può fare una certa impressione; nella bottega del vasaio, ad esempio, sembra veramente di fare un salto indietro nel tempo, e forse in questo senso tutto il fango prodotto da questa pioggia peggiora le cose. Se non altro, ci dicono che il forno ha smesso di bruciare gomma come faceva in passato, cosa che senz’altro non era delle più salubri. Ma, in generale, bisogna anche pensare che, rispetto al bieco sfruttamento o alla disoccupazione, è decisamente un male minore.

E viene il momento di puntare verso l’aeroporto, il tempo stringe. Un’ultima foto di gruppo e si va.

Il volo è tranquillo e addirittura più breve del previsto. Bene per me, perché la stanchezza inizia a farsi sentire, tant’è che passo quasi tutto il volo immerso in un sonno profondo.

Per tornare a casa, io e Elena accettiamo l’offerta di un passaggio da parte di Giuseppe. Purtroppo per arrivare al parcheggio e recuperare la sua macchina dobbiamo prendere un pullmino guidato da un personaggio inquietante, con uno sguardo fisso da potenziale serial killer e dei modi non educatissimi. Come ritorno a casa non è incoraggiante, ma ci consoliamo chiacchierando con Giuseppe. In questi giorni ci ha raccontato delle sue estati nella sua casa sulle montagne del Gottardo, in Svizzera, al confine tra il Ticino e i Grigioni. E così ora meditiamo di organizzare una spedizione di gruppo per passare un paio di giorni lì a base di polenta e camminate (sperando di riuscire a stargli dietro…). Insh’Allah, direbbe Salah.

Personalmente, quando un viaggio finisce progettarne subito un altro, piccolo o grande che sia, mi aiuta molto a scacciare la malinconia.

E so per certo che tornerò. Tra l’altro, tra le varie teorie di Daoud c’è anche che se mangi il cibo di un paese per 40 giorni diventi come gli abitanti di quel paese. Se è vero, sommando i miei diversi viaggi ormai sono diventato marocchino. E poi non posso certo non tornare a trovare i miei nipotini.

To be continued…

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