Antes que lleguen los yanquis – Capitolo Terzo

Viaggio nella Cuba che aspetta la fine del bloqueo con un misto di speranze e paure

CAPITOLO III: Trinidad e Santa Clara

 

04/01/2016 Trinidad

La giornata inizia con una piacevole e rilassata colazione con Giuseppe, Laura ed Eddi su quella che è già la “nostra” terrazza e che lo sarà per i prossimi tre giorni. Dopo di che siamo pronti per partire alla scoperta della città, di cui ieri sera abbiamo avuto un’idea solo parziale.

Trinidad è una città coloniale perfettamente conservata, dove sembra che tutto si sia fermato al 1850. Costruita sulle enormi fortune accumulate con la produzione di zucchero nella vicina Valle de los Ingenios all’inizio del secolo XIX, continua tuttora a esibire la ricchezza del suo periodo di massimo splendore nei sontuosi palazzi coloniali adorni di affreschi, porcellane, lussuosi arredi spagnoli e lampadari.

La nostra visita inizia, appunto, dal museo dell’architettura trinitaria (gli abitanti di Trinidad si chiamano trinitari), che ha sede in due palazzi del ‘700 ed è dedicato all’architettura delle residenze nobiliari dei secoli XVIII e XIX. Tra le tante cose interessanti ci sono una doccia con idromassaggio d’epoca e un impianto della fine dell’800 con cui si ricavava acetilene dalla reazione tra carburo di calcio e acqua. Il gas prodotto era poi utilizzato sia per l’illuminazione che per la cucina.

Il cuore del centro storico è Plaza Mayor, la piazza principale, che colpisce per la sua quiete, oltre che per l’imponenza dei palazzi che la circondano.

Da lì ci spostiamo però in un quartiere che, pur essendo a breve distanza, ci consente di vedere un’altra faccia di Trinidad, decisamente diversa. Come succede in tutte le città dell’America Latina, i contrasti sono forti. Qui non ci sono strade, non ci sono fognature, l’elettricità arriva in modo un po’… artigianale (anche se a dire il vero ho visto di peggio in alcune città dell’Argentina e del Cile). Eppure le case sono tutte autorizzate, non sono insediamenti abusivi, non ci troviamo in uno slum. L’atmosfera è quella, certo, di un quartiere popolare, ma la gente, che pure non è sicuramente abituata a vedere turisti da queste parti, quasi non fa caso a noi, impegnata nelle sue attività quotidiane. All’Avana e anche qui, in altre zone, succede spesso che per strada persone ti avvicinino chiedendo caramelle per i bambini, penne o saponette. Ma in questo quartiere no. La gente, evidentemente, è abituata ad affrontare la lucha quotidiana senza bisogno di piccoli espedienti.

Ci fermiamo per il pranzo da “El Rapido”, il fast food cubano. Qui per la prima volta abbiamo occasione di provare la pizza cubana e di capire cosa intendevano esattamente i ragazzi della compagnia di Teatro Espontaneo quando, in proposito, dicevano: “Farà anche schifo, ma è la nostra pizza”.

Poi si parte in pullman per un’escursione verso il parco del Ranchon El Cubano, una quindicina di km fuori città. Lasciato il pullman nel parcheggio del Ranchon, un’oretta di trekking in mezzo al bosco ci porta a una splendida cascata che si getta in una piccola piscina naturale d’acqua verdissima. A fianco della cascata, sulla sinistra, c’è una piccola grotta.

David dà subito il buon esempio spogliandosi e tuffandosi direttamente dal sentiero, da un’altezza di 4 o 5 metri. Paola ed io lo seguiamo a ruota, ma abbiamo bisogno di un ingresso in acqua un po’ più… comodo, che per fortuna c’è, scendendo a piedi un po’ più in basso.

Pian piano si lanciano un po’ tutti e andiamo a nuotare sotto la cascata, per goderci un fantastico idromassaggio naturale, e nella grotta. L’acqua è freddina e comincia anche a scendere qualche goccia di pioggia, ma non ce ne accorgiamo neanche. È meraviglioso.

La sera si mangia ancora tutti insieme, stavolta a casa di Toni. La cena trascorre in allegria. Scherziamo con David su tanti argomenti, tra cui il Monopoli, che lui definisce un gioco capitalista, ricordando i tempi in cui militava nella gioventù comunista. Quelli erano tempi in cui si poteva rischiare l’espulsione, come successe a lui, soltanto per aver preso le parti del capitalismo in una specie di gioco che avevano messo in scena durante una riunione. Era soltanto un espediente dialettico, spiega lui, per ragionare insieme; bisogna conoscere anche gli argomenti dell’altra parte per capire come controbatterli. Ma tanto bastava per essere sottoposto a una specie di processo.

L’episodio fa sorridere, ma fa anche un po’ pensare. Mi torna in mente una frase di un altro libro di Galeano che sto leggendo in questi giorni, nei pochi momenti liberi. Si intitola “Dias y Noches de Amor y de Guerra”. È una raccolta di aneddoti e brevi racconti, in parte autobiografici e in parte riferiti da amici e compagni, tutti relativi al periodo delle dittature militari in America Latina, tra gli anni ’70 e ’80. Galeano parla di una battuta di humor “nero”, così la definisce, che circolava in quegli anni: “El poder es como un violín. Se toma con la izquierda y se toca con la derecha”. Il potere è come un violino. Si prende con la sinistra e si suona con la destra. Non voglio applicarla tout court a Cuba, sarebbe eccessivo e semplicistico. Ma è certo che la repressione del dissenso, in questi anni, è stata controproducente, oltre che sbagliata in sé.

Dopo cena, è il turno del locale afrocubano. Si chiama Palenque de los Congos Reales. Il piatto forte è lo spettacolo di rumba, con percussioni dagli intensi ritmi africani e ballerini dai fisici statuari che sono anche un po’ acrobati, un po’ giocolieri, un po’ mangiafuoco. Onestamente, però, ci sembra fatto un po’ troppo a misura di turista, soprattutto quando si chiamano sul palco persone del pubblico e si gioca con i serpenti. Mi pare che privilegi l’aspetto spettacolare ai danni della musica, almeno stasera.

Quando forse finalmente la musica sta per iniziare, va via la luce, come del resto è già successo diverse volte oggi, anche nel tardo pomeriggio. Aspettiamo un po’, ma poi la stanchezza prevale e ce ne torniamo a casa.

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05/01/2016 Trinidad – Playa Ancon

Il risveglio, anche qui come a Viñales, è spesso al canto del gallo. Ma in realtà qui i galli, forse confusi dai black out, cantavano anche ieri sera…

Dopo colazione, si parte per Playa Ancon, una delle spiagge più belle della costa meridionale, a cui sarà dedicata la mattinata. La spiaggia, in effetti, è bella e ci assiste abbastanza anche il meteo, che pure stamattina presto non prometteva niente bene.

Ci facciamo tentare da un giro in barca per fare un po’ di snorkeling sulla barriera corallina. Per me è un’esperienza nuova e, tutto sommato, positiva, anche se chi l’aveva già provato in passato dice che forse non è il posto migliore per farlo e neanche la giornata migliore: l’acqua è un po’ torbida e non si vede tantissimo. Io poi ho l’ulteriore problema che, essendo molto miope, se metto la maschera devo togliere gli occhiali e quindi se i pesci non mi si avvicinano a 1 cm dal naso faccio fatica a vederli… solo dopo scoprirò che David aveva una maschera graduata, peccato. Comunque un bel po’ di pesci tropicali tigrati riesco a vederli. C’è chi dice di averne visti altri, di altri colori, ma io mi accontento.

Nel pomeriggio andiamo a visitare uno zuccherificio storico della Valle de los Ingenios, a San Isidro.

Come tanti zuccherifici a Cuba, chiuse alla fine dell’800 pochi anni dopo l’abolizione della schiavitù, che data al 1886. La lavorazione della canna era in gran parte basata sullo sfruttamento della schiavitù. Non poter più contare su una manodopera gratuita che lavorava fino a 20 ore al giorno mise in grave crisi le aziende, che non riuscirono a trovare il modo di evolversi e sopravvivere.

Oggi la prima cosa che si vede entrando è una imponente torre campanaria che serviva proprio per dare l’allarme in caso di fuga di uno schiavo, richiamando l’attenzione dei cacciatori di schiavi che partivano all’inseguimento.

Poi c’è la ceiba, un grande albero con enormi radici e una foltissima chioma, tipico dell’America centro-meridionale. La tradizione, qui, vuole che se si gira tre volte intorno alla ceiba toccandola ed esprimendo un desiderio, quel desiderio si realizzerà. È un rito propiziatorio a cui ci sottoponiamo volentieri.

Le altre parti del vecchio zuccherificio sono praticamente in rovina, ma si possono ancora vedere i resti della casa padronale, delle baracche degli schiavi e del rudimentale impianto di depurazione dell’acqua, che veniva poi riutilizzata proprio per le baracche degli schiavi.

Il torchio era mosso inizialmente dalla forza umana, solo più tardi dai buoi. Il succo veniva messo a raffreddare e solidificare in recipienti a forma di cono, da cui veniva poi estratto il cosiddetto pan di zucchero.

Ritorno a Trinidad e visita al Museo Historico Municipal, ospitato in un palazzo appartenuto a un latifondista tedesco di nome Kanter, spagnolizzato in Cantero, ragion per cui ancora oggi è chiamato Casa Cantero. Justo Cantero, nel XIX secolo, divenne proprietario di vaste piantagioni di canna da zucchero avvelenando un vecchio mercante di schiavi e sposandone la vedova. Le sue ricchezze, così disonestamente acquisite, sono evidenti negli eleganti arredi delle sale, dove sono esposti anche reperti delle varie rivoluzioni cubane. Varrebbe la pena di vedere il museo anche solo per la vista a 360° sulla città che si ammira dall’alto della torre.

Prima di tornare a casa, Eddi ed io ci compriamo il classico berretto verde con la stella rossa. Dovevo sostituire quello perso durante l’epico ritorno a cavallo dalla piantagione di tabacco. Oggi, poi, è nato un bambino nella famiglia che ospita Elena e Paola, quindi c’è anche da comprare un regalo per lui.

Tornando, con Laura, Eddi, Elena e Paola facciamo anche un incontro molto divertente. Ci fermiamo per qualche minuto ad ascoltare un gruppo di musicisti di strada e loro, per ringraziarci dell’attenzione, ci invitano a suonare con loro, a turno, uno strano strumento a percussione che si rivelerà poi essere una mandibola di cavallo. È un momento veramente da ricordare, per la genuina atmosfera di festa che si respira. Non so se può rendere l’idea, ma qui trovate una piccola testimonianza filmata:

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Dopo la doccia, usciamo per andare alla Casa de la Musica a comprare qualche cd. Qualcosa troviamo, ma a dire il vero mi aspettavo un po’ di più: non c’è molta scelta e la commessa non sembra neanche morire dalla voglia di vendere. Tra l’altro, l’impianto stereo è rotto e non si può ascoltare nulla. Per fortuna, Giuseppe si è fatto dare delle indicazioni da Boris, il nostro padrone di casa, e così seguiamo i suoi consigli: Los Van Van, un classico di sempre, e Pupy y los que son son, un gruppo con origini un po’ più recenti.

Ma resto un po’ deluso, perché non c’è nulla di Habana de Primera, il gruppo capeggiato dal trombettista Alexander Abreu, che conosco da anni e che è tra i più popolari di Cuba, e nemmeno di Silvio Rodriguez, che certo non sarà modernissimo ma facendo un parallelo Italia-Cuba è come dire De André.

Regalo a Boris una maglietta di Radio Popolare e un paio di bermuda. Spero che possano essere un buon ricordo per lui, per la sua famiglia o per qualcuno a cui vorrà regalarli.

Cena a casa nostra, stasera, e poi usciamo per l’ultima serata cubana. C’è già un pizzico di malinconia, anche perché il primo posto dove andiamo a bere qualcosa, Las Ruinas del Teatro Brunet, è praticamente deserto, forse per l’ora o per la serata infrasettimanale. Lo scenario, che come dice il nome è costituito dalle rovine di un vecchio teatro, è bello, ma il locale è vuoto. Ne approfittiamo per provare in coro una strofa di Hasta Siempre Comandante, la più famosa e iconica canzone dedicata al Che, che Carlos Puebla scrisse per salutarlo al momento della partenza per la Bolivia. In questi giorni qualcuno del gruppo mi ha chiesto di scrivere il testo su un foglietto, che poi fotograferemo con i cellulari perché nessuno può usare internet qui, e io ho diligentemente eseguito. Ci sarebbe l’idea di cantarla domani, quando visiteremo il mausoleo del Che a Santa Clara. In realtà, detto tra noi, la prova non viene benissimo. Meno male che non c’è nessuno nel locale.

Dato che neanche i cocktail sono troppo buoni, ci trasferiamo, almeno quelli che ne hanno ancora la forza e non sono spaventati dalla levataccia di domattina, alla Casa de la musica. Sì, lì non c’è solo il negozio di dischi, per fortuna. È anche, e prima di tutto, un locale all’aperto che ruota attorno all’ampia scalinata accanto alla Iglesia Parroquial nei pressi di Plaza Mayor. L’ambiente, come tutte le sere, è molto vivo e frequentato non solo da turisti, ma anche da molta gente del posto, che si alza dalla scalinata o dai tavolini per scatenarsi nelle danze. Ci godiamo un po’ di musica molto popolare a base di salsa e reggaeton e poi, anche per noi, arriva il momento di tornare verso casa e verso qualche ora (poche) di sonno.

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06/01/2016 Trinidad – Santa Clara

Ci consoliamo dell’alzataccia guardando una magnifica alba accendere il cielo di Trinidad mentre aspettiamo la colazione.

Salutati Boris, Kenia e tutti gli altri trinitari che ci hanno ospitato in questi giorni, saliamo sul pullman diretti a Santa Clara.

Ma prima di arrivarci ci fermiamo a visitare un altro vecchio zuccherificio che si trova sulla strada, nei pressi di Trinidad. Ci arriviamo che non sono nemmeno le 8, e questo sembra cogliere un po’ di sorpresa il piccolo villaggio che sorge intorno allo zuccherificio e che a quest’ora si sta ancora svegliando. In pratica, costringiamo la gente del posto a preparare in fretta e furia le bancarelle e a ripulire il trapiche (il torchio, ndr). Sì, perché nell’altro zuccherificio ce l’avevano raccontato ma si poteva solo immaginare com’era, non si era conservato. Qui invece lo possiamo proprio vedere, dal vivo. E non solo. Possiamo anche gustarne il frutto appena spremuto. Non dal torchio antico, naturalmente, ma da quello, più piccolo, che serve al baracchino locale per produrre il guarapo: così si chiama qui il succo di canna, che per una volta assumiamo… senza alcol! È ovviamente dolcissimo, ma ci serve per addolcire un po’ l’amaro in bocca che  ci provoca l’imminente partenza.

Ed ecco Santa Clara, la città che Che Guevara liberò nel dicembre del 1958, alla testa di un piccolo gruppo, facendo deragliare un treno blindato con una ruspa e qualche molotov fatta in casa.

Oggi Santa Clara ospita all’interno di un mausoleo i suoi resti, ritrovati in una fossa comune in Bolivia nel 1997. Il Che è raffigurato in una statua di bronzo e nella pietra del monumento sono incise le sue parole. Quelle di alcune sue frasi celebri e quelle della lettera che scrisse a Fidel per salutare lui e tutta Cuba prima della partenza per l’avventura boliviana. David e io, per l’ultima volta insieme, la traduciamo per il gruppo. Poi entriamo nel mausoleo, che contiene 38 nicchie scavate nella pietra dedicate agli altri guerriglieri, le cui spoglie furono ritrovate insieme a quelle del Che. Ricordo alcuni di quei nomi: sono i nomi che ho letto nel diario boliviano tanti anni fa, ai tempi dell’università. In silenzio, ciascuno di noi può vivere il suo personale momento di riflessione.

Visitiamo anche l’annesso museo, dove sono raccolti molti cimeli e molte immagini del Che: foto con il mate, foto delle trasformazioni prima della partenza per il Congo prima e per la Bolivia poi. Foto da giovane, in viaggio con la Poderosa caricata all’impossibile per le strade dell’America latina. È forse l’immagine di lui che mi piace di più. Sarà una visione ingenua e romantica, ma che ci volete fare, sono fatto così.

Ci sono anche le ceneri di Alberto Granado, l’amico che lo accompagnò in quel viaggio e che poi lavorò a Cuba come ricercatore. E ci sono gli strumenti con i quali Ernesto si improvvisava dentista per i compagni di lotta sulla Sierra Maestra, il suo inalatore per l’asma, una macchina fotografica Zenit, alcune armi e l’originale della lettera a Fidel.

A volte penso che lui, il Che, non vorrebbe questo culto della personalità che si è sviluppato negli anni intorno alla sua figura. Ma di sicuro sarebbe felice nel vedere per quante persone è stato ed è una fonte di ispirazione. In fondo era questo che lui pensava, guardava anche al di là della sua vita, nella consapevolezza che probabilmente non sarebbe stata lunga. Si augurava di poter trasmettere a chi sarebbe venuto dopo di lui quello che per lui era il modo di essere rivoluzionario. Il rivoluzionario, diceva, è colui che sente nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo.

L’emozione, comunque, è forte. Per me e per tanti nel mondo il Che rappresenta l’utopia. E l’utopia è fondamentale per andare avanti.

Come quelli che erano con me a Cuba, anche voi, che ora state leggendo queste note, sarete già sfiniti dalle mie citazioni di Galeano. Ma qui un’ultima è d’obbligo, non se ne può fare a meno. Diceva Galeano che l’utopia è come l’orizzonte: se ti avvicini di un passo, lei si allontana di un passo; se ti avvicini di due passi, si allontana di due passi; se ti avvicini di dieci passi, si allontana di dieci passi. E allora, ti chiedi, a cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a continuare a camminare.

Purtroppo siamo in ritardo, non c’è tempo per una foto di gruppo e neanche per cantare Hasta siempre Comandante, ma forse è meglio così, visto com’era andata la prova di ieri sera…

Andiamo di corsa verso l’aeroporto, con una sola breve sosta che però basta per un’ultima Piña Colada, che poi mi hanno detto sia stata davvero speciale, forse proprio perché era l’ultima. Io purtroppo me la sono persa, avevo altre necessità organiche e anche poca voglia: ero già un po’ triste per la partenza. Un altro motivo per tornare.

All’aeroporto, saluto Ronald con un “vamos Barça” e David con un abbraccio e con la promessa di rivedersi presto. Si sta già parlando di un nuovo viaggio alla scoperta dell’Oriente cubano, fino a Santiago e forse a Baracoa. Sempre da fare, possibilmente… antes que lleguen los yanquis!

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Un grazie a Elena, Franca, Laura ed Eddi, che mi hanno permesso di usare alcune delle loro foto, e a tutti quelli che hanno fatto questo viaggio con me, vivendolo o solo… leggendolo.

Antes que lleguen los yanquis – Capitolo Secondo

Viaggio nella Cuba che aspetta la fine del bloqueo con un misto di speranze e paure

CAPITOLO II: Viñales, un assaggio di Cienfuegos e un primo approccio con Trinidad

 

01/01/2016 L’Avana – Viñales

Ultima colazione da Marisol. A noi dispiace, e da come ci saluta forse un po’ anche a lei.

Poi si parte per Viñales, ma prima dobbiamo passare dalla Plaza de la Revoluciòn, è un appuntamento anche questo che non possiamo mancare. Data l’ora e anche il caldo, l’enorme piazza è semideserta. In effetti è un po’ strano, oggi è anche l’anniversario della rivoluzione e mi sarei aspettato qualche festeggiamento ufficiale. Ma David ci spiega che non è mai stato uso celebrare questo anniversario, la vera festa è il 1° maggio.

Ci spiega anche il perché della scritta “Vas bien Fidel” sotto il volto di Camilo Cienfuegos nel secondo mural più famoso della piazza (dopo quello del Che, ovviamente). Durante un comizio tenuto dal lider maximo sulla piazza poco dopo la vittoria, Camilo comparve tra la folla e, dato che era amatissimo, venne immediatamente acclamato. Fidel, che aveva (e credo abbia ancora, anche se ormai compare in pubblico solo per le visite dei papi) un ego piuttosto sviluppato, si vide un po’ rubare la scena e, tra il divertito e l’indispettito, chiese a Camilo come stava andando. Al che Camilo rispose, appunto: “Vas bien, Fidel”. Vai bene, Fidel.

Il viaggio dura circa tre ore, ma passa bene, e il panorama, soprattutto nell’ultimo tratto che attraversa la valle di Viñales con i sui caratteristici “mogotes”, colline calcaree tondeggianti come enormi covoni di fieno, è bellissimo.

Viñales, nonostante sia ormai abbastanza frequentata da viaggiatori in cerca di una Cuba un po’ diversa, mantiene l’aspetto di un placido borgo di campagna, con tante casette basse e colorate. Si respira subito il ritmo tranquillo della vita contadina.

Appena arrivati, io e Giuseppe ci sistemiamo da Dalia e Millo. Millo è il cognome, lui si chiama Juan ma, come succede a volte quando hai un nome così comune, tutti lo chiamano per cognome. Avremo modo di scoprire tante cose su di lui, perché… bè, diciamo che non è esattamente un tipo riservato.

Scambiamo le prime parole mentre ci mostra la stanza, che è molto bella e quasi lussuosa, rispetto a quella dignitosa ma povera della vecchia casa di Nilda. C’è anche un salottino attiguo, con le tendine di pizzo alle finestre e i dondoli, che sono una vera mania a Cuba, come in molti paesi dell’America Latina. Ogni cubano/a che si rispetti deve potersi riposare, fumare il sigaro, guardare distrattamente la vita nella strada davanti a casa dondolandosi sulla sua mecedora.

Subito Millo mi chiede se sono spagnolo, o se ho origini spagnole; è una cosa che mi capita abbastanza spesso, come sempre rispondo di no ma spiego che ho amici spagnoli e argentini e che, insomma, mi tengo abbastanza in allenamento. Capisco subito che è un, piacevolissimo, gran chiacchierone e non gli pare vero trovare un italiano che lo capisce senza difficoltà e risponde a tono.

L’unico problema, in tutto ciò, è che noi abbiamo a disposizione solo un misero quarto d’ora per cambiarci e prepararci per l’escursione a cavallo verso una piantagione di tabacco. Cerco di farglielo capire in tutti i modi, ma come sempre faccio fatica a tagliare corto, mi sembra di essere scortese con una persona che ci accoglie così bene.

L’irreparabile avviene quando mi chiede che lavoro faccio. Faccio l’ingegnere, gli dico, e mi occupo di ambiente… comincia a dire che è bello, sì, ma si può pensare all’ambiente solo quando si hanno i soldi. Quando si è un paese povero, come noi, è difficile pensare all’ambiente. Il che, di per sé, è incontestabile. Ma da qui parte un excursus sul denaro che parte dall’antico Egitto, dove i faraoni si facevano seppellire con i loro beni più preziosi, passando per i romani, che anticamente pagavano i soldati col sale (da qui nasce la parola salario)… e chissà dove arriverebbe se non lo fermassi ricordandogli che dobbiamo andare. Ma non c’è niente da fare, non vuole assolutamente che ce ne andiamo senza aver bevuto un caffè, che è il SUO caffè, nel senso che è lui che lo produce. Ci mostra orgoglioso i chicchi ancora da tostare, mentre io e Giuseppe siamo sempre più nervosi, ancora prima di averlo bevuto, il caffè…

Quando finalmente riusciamo a staccarci, andiamo alla piazzetta dove ci siamo dati appuntamento col resto del gruppo per andare a pranzo, ma non c’è più nessuno. Ronald, che è rimasto lì, chiama David e mi dice che il gruppo è in un posto a 3 isolati, vicino al parco, così partiamo a passo sostenuto per cercare di raggiungerli. In realtà il posto è più vicino, ma passando di fretta dall’altra parte della strada non li vediamo… finchè tornando incrociamo David. Insomma, la cosa ci causa qualche affanno, perché non vorremmo perderci l’escursione.

Quando finalmente ci sediamo a mangiare velocemente un panino con gli altri, spiego il motivo del ritardo dicendo che il padrone di casa è molto gentile ma l’ha presa un po’ alla larga, è partito dagli egizi. La cosa suscita risate, ma in realtà è una battuta solo in parte.

Saliamo a cavallo. Per me è la prima volta, sono andato due volte “a cammello” ma non credo che sia la stessa cosa. Avevo anche una mezza idea di farla a piedi, dato che si parlava di un’escursione di 4 ore, ma quando la cosa viene ridimensionata, nel senso che non si tratta di 4 ore consecutive, decido di provare.

Ci divertono i nomi dei cavalli: il mio si chiama Negrito, anche se non è proprio nero. In effetti, nel gruppo ci sono due negritos. Poi abbiamo Caramelo per Alma, Cuba Libre per Franca, e non può mancare allora Mojito per Eddi. Quello assegnato a Elena si chiama Mujeriego, donnaiolo.

Le istruzioni che i nostri accompagnatori ci danno su come usare le redini per condurre i cavalli sono essenziali, ma sostanzialmente andando così al passo, nemmeno al piccolo trotto, sembrano funzionare. Mujeriego in realtà sembra avere più fame di… biada che di puledrine. Indifferente agli ordini, si ferma continuamente a mangiare, creando qualche volta degli ingorghi. Come se non bastasse, a Elena arriva anche un calcio su un piede da un altro cavallo, per fortuna leggero.

Ma poi, a un certo punto, succede un incidente un po’ più serio: Paola (la nostra Paola stavolta, non Paola di VeM) cade da cavallo! Forse un movimento sbagliato, chissà. Il cavallo si imbizzarrisce, lei ha tolto un piede dalla staffa… Per fortuna anche in questo caso niente di rotto, solo qualche escoriazione e un bel po’ di dolori, ma sarebbe del tutto legittimo che a questo punto non ne volesse più sapere. Invece lei, coraggiosissima, risale subito in sella senza fare un plissé e ripartiamo.

Del resto Paola è anche un medico, lavora al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli: non si spaventa per così poco.

Intanto anche Laura, finita fuori dal sentiero tracciato con il suo cavallo, si trova in serie difficoltà.

Insomma, senza perdite ma con qualche ferito arriviamo alla famosa piantagione di tabacco. Ci accoglie Oreste, che ha un nome italiano ma per tutti è Palillo (stuzzicadenti), perché è piccolo e magro. Ci spiega nei dettagli tutto il processo: semina, raccolto, essiccazione, lavorazione. Poi proviamo i sigari, un po’ tutti atteggiandoci. Ma soprattutto Franca, la mamma di Daniela, già molto abbronzata e con gli occhiali da sole, seduta a fumare il suo sigaro sembra veramente una cubana. E pensare che è di origine tedesca…

Dovremmo ripartire per continuare l’escursione fino a una grotta dove si può entrare per fare il bagno, ma tra un ritardo e un incidente il pomeriggio è già inoltrato. È ormai chiaro che torneremo al buio. Decidiamo di dividerci: i più coraggiosi (e Paola, nonostante la caduta, è sempre tra loro, eroica) proseguiranno; gli altri, me compreso, torneranno subito verso Viñales, nella speranza di fare almeno un pezzo del tragitto con un po’ di luce.

Chi è andato alla grotta ci ha poi raccontato che, nonostante tutto, è andata bene. La grotta era buia, ma lo sarebbe stata comunque, e il ritorno è stato tutto sommato tranquillo.

Per noi un po’ meno, forse perché siamo di più e i due accompagnatori, separandosi il gruppo, si sono dovuti dividere. E per uno è più difficile controllarci: non può stare davanti e dietro contemporaneamente. Con noi c’è David, ma neanche lui ricorda esattamente la strada.

Il primo tratto, in effetti, lo facciamo ancora con la luce fioca del crepuscolo, ma ben presto scende la sera: è inverno anche qui, nonostante tutto. E dobbiamo affrontare un guado, dei tratti un po’ accidentati, salite, discese, nel buio pressoché totale. Qualcuno ha qualche torcia, ma pochi: nessuno ci ha pensato, onestamente. E anche se ce l’hai nello zaino, non è banale tirarla fuori. La cosa più pericolosa è passare nei tratti in mezzo al bosco, dove ci sono rami all’altezza della nostra testa. Cerco di stare basso, ma nonostante questo ci rimetto il berretto verde militare con la stella, quello classico, appena comprato ieri come souvenir. È durato un giorno. Peccato, ma non ci penso nemmeno a cercare di scendere per recuperarlo, sarebbe impossibile e ho tutt’altri problemi, in questo momento.

Hai voglia a pensare che il cavallo sa dove va. Forse sì, ma non lo sai tu. A me poi, in realtà, berretto a parte, va anche bene, perché il buon Negrito è docile e molto tranquillo, ma non per tutti è così. Il povero Giuseppe, che fin dall’inizio aveva non poche difficoltà a controllare il suo cavallo, adesso ne ha più che mai.

Il momento più critico viene quando arriviamo a un bivio: Giuseppe, Elena ed io siamo davanti. Il cavallo di Giuseppe va deciso a destra; Mujeriego, con Elena che cerca disperatamente di tenerlo, va a sinistra. Mah, forse anche loro non hanno le idee così chiare. Forse, col buio, vogliono andare a casa; infatti, vorremmo tenerli fermi in attesa che arrivi l’unica persona che sa la strada, ma diventa un po’ difficile. Mordono il freno, come si dice. Accidenti, mi sembra di parlare di veri purosangue…

Il cavallo di Giuseppe sarebbe sulla strada giusta, per fortuna, ma pensa bene di girarsi nel senso opposto. Parte qualche bestemmia, comprensibilissima, che per fortuna sento solo io, altrimenti un tipo che è l’immagine stessa della bontà come Giuseppe rischierebbe di rovinarsela, l’immagine.

Alla fine, dopo minuti che ci sembrano probabilmente più lunghi di quello che sono, la guida arriva e riporta bene o male i cavalli in fila e sulla strada giusta.

Un ultimo tratto dove, per essere sicuri, cerchiamo di tenerci in contatto a voce, dato che il cavallo di Giuseppe corre sempre più degli altri, e arriviamo, finalmente.

Sono quelle cose che, quando le vivi, ti sembrano più brutte di quanto lo siano in realtà, ma poi, man mano che sedimentano nella memoria, diventano solo piccole avventure belle da raccontare. E infatti, già ora, mi sono divertito a scrivere queste righe.

La sera, a cena da Dalia e Millo, con David che abita qui anche lui, ci godiamo una principesca aragosta per rifocillarci dopo le fatiche della giornata. Ma ci sono tante altre cose buone. Tutto è accompagnato, come sempre a Cuba, da generosi piatti di riso e fagioli neri. Alcune volte questo piatto è chiamato “Moros y Cristianos”. Ma noi che siamo guajiros (la parola cubana per contadini) lo chiamiamo Congrì, precisa Millo con aria solenne.

Dopo cena, andiamo a sentire un po’ di musica nella piazza principale. C’è un gruppo che suona salsa e reggaeton per i ragazzi; un altro fa dell’onesto son nel locale attiguo, che è comunque un posto popolare chiamato Polo Montañez in onore di un eroe guajiro locale.

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02/01/2016 Viñales – Cayo Jutias

Anche qui la colazione, che facciamo nelle nostre casas, è molto ricca.

Nella piazzetta dove ci troviamo per prendere il pullman c’è una lapide con la bandiera cubana, cinque nomi e in mezzo una stella con la scritta “Volvieron!” (sono tornati). È un omaggio ai cinque eroi, come li chiamano qui. Sono cinque uomini dell’intelligence cubana che sono stati in carcere negli Stati Uniti per anni, accusati di spionaggio, e che Obama ha liberato circa un anno fa nel quadro del processo di normalizzazione dei rapporti USA-Cuba.

Oggi ci dirigiamo verso la spiaggia di Cayo Jutias. La jutia è un roditore tipico di Cuba e soprattutto di questa zona, una specie di grosso topone. Ma in spiaggia non ce ne sono. La spiaggia è stupenda, almeno per me che, lo confesso, non avevo mai visto una vera spiaggia tropicale.

Il cayo è un piccolo isolotto coperto di mangrovie e collegato alla terraferma da una breve pedraplén (strada rialzata). Sono 3 km di spiaggia di sabbia bianca, che si possono percorrere a piedi nudi tra le mangrovie ammirando i colori del mare, che ha diverse gradazioni di turchese.

Qui siamo lontani dai grandi resort. La spiaggia è tranquilla e poco affollata, soprattutto in questa stagione. Per i cubani d’inverno non si va al mare, fa troppo freddo. Se si pensa che in questi giorni le temperature arrivano a superare i 30°, è l’ennesima conferma che tutto è relativo…

Un altro punto forte della spiaggia è il suo baretto, dove ci facciamo un panino allietati dalla musica di un gruppetto scalcinato ma simpatico. Un piccolo assaggio:

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Ma il vero personaggio di spessore è il barista, che fa una spettacolare Piña Colada. Varrebbe la pena già così, ma lui ci aggiunge un tocco di classe: il rabbocco. Sì, perché lui tiene sul bancone lo shaker ancora mezzo pieno e tiene d’occhio i bicchieri in modo che, quando cominciano a svuotarsi… tac, è subito pronto il rabbocchino. In pratica, al prezzo di 3 CUC che già sarebbe ridicolo per una, te ne puoi bere due! Andrebbe importato subito da noi.

Il posto è cosi gradevole che anche chi normalmente non è molto abituato a bere cocktail, soprattutto a pranzo… ne ordina un altro giro con disinvoltura.

Ci godiamo il relax sulla spiaggia, i bagni… Giuseppe, che è più avvezzo alle montagne e non è un grande nuotatore, ha diversi maestri (e maestre) improvvisati che fanno a gara per aiutarlo a vincere la sua diffidenza. Poi, come è suo solito, si dedica all’attività di flaneur, che resta la sua preferita, e percorre la spiaggia più volte in tutta la sua lunghezza.

Tornati a Viñales, dopo una doccetta e un breve riposino, ci troviamo in un bar segnalato da David per farci un’altra Piña Colada, se possibile ancora migliore della prima della giornata. Qui la particolarità è che il rum è parte, così facciamo girare la bottiglia e ognuno può dosare a suo piacimento la parte “alcolica”… ma a dire il vero anche gli astemi o quasi, per una volta, fanno uno strappo più o meno grande alla regola.

Per cena stasera abbiamo come piatto forte il maialino avanzato da capodanno, che Dalia ci ha offerto un po’ timidamente ieri sera ma che abbiamo accettato con entusiasmo. Infatti, è ancora molto buono.

Ma soprattutto c’è Millo che tiene sempre banco. Stasera ci racconta in pratica tutta la storia della sua famiglia, che conosce a menadito. Il suo bisnonno, che era nato intorno al 1848, arrivò a Cuba dalle Canarie nel 1859. Io, che conosco bene Fuerteventura, vorrei sapere da quale isola, ma questo non me lo sa dire. Quello che è certo è che ci fu, in quel periodo, una vera e propria ondata migratoria dalle Canarie verso Cuba e Puerto Rico, che si verificò a causa di alcuni prolungati periodi di siccità con conseguenti carestie, aggravate dalle conseguenze della guerra tra Spagna e Marocco per il possesso di Ceuta e Melilla, che rendeva difficili gli scambi commerciali sia con il Marocco sia con la madrepatria. Per non morire di fame, molti canarios si decisero a migrare verso il nuovo mondo, portandosi dietro parole come guagua (ricordate?) e in generale la loro cultura.

Arrivato a Cuba, il giovane lavorò alla costruzione delle ferrovie, che furono le prime in America Latina. E qui, con sapiente colpo di teatro, Millo tira fuori da una credenza un vecchio chiodo arrugginito che sostiene sia stato usato per una traversina della ferrovia, di cui poi il bisnonno fu anche macchinista.

Ebbe una lunghissima vita e molti figli. Morì, sembra, a 112 anni. Anche qui, ci sono le prove: una vecchia foto in bianco e nero del vegliardo ormai ultracentenario negli anni ’50. Millo, che ha 67 anni, dovrebbe aver fatto in tempo a conoscerlo, da bambino.

Mentre ceniamo, sono presenti nella stanza tre generazioni: lui, il figlio Manuel e il nipote adolescente. Manuel, che è ingegnere informatico, sta cercando di riparare il caricabatterie del telefonino di Giuseppe. Sì, perché nel frattempo c’è stata anche quest’altra piccola sfiga: il caricabatterie non funziona. Così, mentre il vecchio conciona, il figlio è lì che salda, con gli occhiali protettivi, per provare a rifarlo funzionare. Purtroppo l’operazione non ha successo: servirebbe un diodo, che però dovrebbe andare a prendere al suo negozio a Pinar del Rio; ma è sabato sera, domani mattina noi partiamo e, come se non bastasse, lui non ha benzina nella macchina. Giuseppe decide, a questo punto, di regalargli il caricabatterie: per questi giorni si arrangerà in qualche modo.

Preferisce, invece, continuare a sollecitare Millo con domande, che io devo tradurre, per capire come ha scoperto le sue origini. È convinto in questo modo di rompermi le palle e quindi un po’ si trattiene, visto che a dire il vero il nostro anfitrione va a ruota libera anche senza bisogno di molte domande; ma in realtà io mi diverto un mondo.

Ero nervoso solo quando sapevo di avere pochi minuti prima dell’escursione, ma ora sono a mio agio. Con Millo e Dalia ormai ci diamo del tu, anche perché ho capito che loro lo preferiscono: se usi “usted” è come se percepissero non tanto rispetto, ma più freddezza, che è una cosa che ai cubani non piace mai. È un po’ diverso, rispetto a noi. Ogni tanto un usted mi scappa ancora, ma cerco di starci attento.

Sto veramente capendo, ancora più di ieri, che tipo è Millo. Lui, di base, è un contadino e un meccanico, e lo rivendica con orgoglio. Con Giuseppe sono riusciti anche a intavolare una conversazione sui motori, specie quelli per i trattori.

Ma ha comunque una cultura di base più che buona, frutto forse del sistema educativo cubano, che è il migliore dell’America Latina, e della sua grande curiosità. Ha voglia di sapere il più possibile, su tutto, e di sorprendere i suoi interlocutori. Mi racconta anche, ad esempio, che 2 o 3 anni fa, per pura voglia di imparare, si è messo a studiare inglese, e sostiene di averlo imparato in tre mesi. Del resto, l’ho visto di sfuggita sfoggiarne qualche parola con due ragazze australiane, oggi pomeriggio.

Mi fa venire in mente quella canzone di Guccini che parla dei saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia. In fondo questi personaggi ci sono anche da noi, è che non sempre abbiamo la voglia di cercarli.

Anche Manuel si intende di motori. Ci racconta che ha montato sulla sua vecchia macchina americana un motore Peugeot, e che ha visto una Peugeot in vendita a 361.000 pesos cubani, quasi 14.000 euro. Dice che si tratta di una cifra sostanzialmente impossibile da possedere, legalmente, per la stragrande maggioranza dei cubani e si domanda quindi chi mai comprerà quella macchina. Che, infatti, rimane lì.

David invece, sempre per farci capire le differenze, ci parla dei costi di internet: qui devi pagare 30 CUC al mese per avere una connessione vecchia, lentissima, che esclude il telefono com’era da noi 20 anni fa.

Dopo cena facciamo ancora un giro nella piazza della musica, ma poi ci rintaniamo in un bar per l’ultimo cocktail della giornata.

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03/01/2016 Viñales – Cienfuegos – Trinidad

Seconda (e purtroppo ultima) colazione da Dalia e Millo. Tra le tante cose buone, qui, spicca l’ananas, dolcissimo e profumato, sia a fette che sotto forma di succo. Forse per questo la Piña Colada viene così buona.

Ma la colazione è anche l’occasione per gli ultimi fuochi di Miilo. Gli argomenti di conversazione sono i più vari, tutti magari appena sfiorati ma tanti. Quando stai cercando di rispondergli su un argomento lui è già passato a un altro, è fatto così. Alcune chicche in ordine sparso.

Arte italiana: non poteva mancare, in nostro onore. Ci lanciamo in un confronto tra Leonardo e Michelangelo, che lui chiama, naturalmente, Miguel Angel. La sua preferenza va a Leonardo, per il genio multiforme. Però certo che la Cappella Sistina… quello è un vero capolavoro. Qui Giuseppe si inserisce ricordando che noi, a Milano, abbiamo il Cenacolo leonardesco e rinfocolando quindi il dibattito. Non arriviamo a una parola definitiva su chi sia stato il più grande, anche perché nel frattempo, passando per Galileo, siamo arrivati alla Torre di Pisa. Cadrà, un giorno, o no? Gli spiego che alcuni anni fa è stata sottoposta ad un lungo lavoro di restauro e quindi conto che ancora per un bel po’ regga… almeno lo spero.

Il genio italiano, però, si è espresso anche attraverso il pensiero filosofico. Giordano Bruno, per esempio. Millo conosce la data esatta del rogo di Piazza Campo dei fiori: giorno, mese e anno. Un italiano che si rispetti, dice, non può non conoscere Giordano Bruno. Come un cubano non può non conoscere Josè Martì. Certo, qualcosa so di Giordano Bruno, ma ad esempio la data esatta del rogo non la ricordavo… in un confronto ho come l’impressione che avrebbe la meglio lui. Per fortuna, siamo già oltre: parlando di filosofia abbiamo fatto un salto indietro e stiamo enumerando i grandi del mondo greco: Talete, Platone (che lui chiama Pluton, ma penso sia l’unico errore che gli ho sentito fare; glielo possiamo perdonare ampiamente), Aristotele, Archimede. E parlando di Archimede è immediato e naturale pensare a Siracusa e passare disinvoltamente alla mitologia, con il mito della spada di Damocle.

Non so come, saltiamo alla chimica: Millo si mette a elencare gli elementi necessari per la fertilità dei suoli: azoto, fosforo, potassio, magnesio. Corretto anche qui, del resto se vogliamo qui è anche più propriamente il suo campo. Ma vuole sempre stupire e sostiene che, da giovane, sapeva tutta la tavola periodica a memoria. Chissà, la memoria ce l’ha buona, potrebbe anche essere vero…

Improvvisamente mi chiede se credo in Dio. No, rispondo, devo essere sincero: sono ateo. Io ci credo, fa lui; ma spiega che non è una questione di chiesa o di preti, in chiesa non ci va mai. Crede nei valori morali, nell’amore tra le persone, nella solidarietà… se è questo ci credo anch’io, dico, ma per questo non c’è bisogno di Dio.

Nel frattempo la colazione è finita e siamo veramente ai saluti. Gli chiedo una foto ricordo di lui e Dalia, con me e poi con Giuseppe. Dobbiamo per forza.

Ci fermiamo ancora un po’ a chiacchierare davanti alla porta di casa. Ormai si sente libero anche di scherzare come con dei vecchi amici. Per voi ci vorrebbe una “negra”, dice, perché le negre, come la benzina, prendono subito fuoco. Giuseppe è un po’ sorpreso, ma non più di tanto. Ormai non lo stupisce più niente. Solo si domanda cosa può aver fatto lui per dare l’impressione di avere questo bisogno… Millo si atteggia un po’ a vecchio marpione e fa capire, più che altro con sguardi e ammiccamenti, il concetto che vuole esprimere, che è, più o meno: alla nostra età dobbiamo sparare gli ultimi colpi…

Poi torna serio e ci regala un’ultima chicca: l’italiano è la lingua della musica, l’inglese è la lingua degli affari, il francese è la lingua dell’amore, lo spagnolo è la lingua degli dei. La lingua per parlare con Dio, forse era questa la citazione esatta. Ce ne sono diverse versioni, è attribuita a Carlo V.

Prometto che, con i prossimi viaggi della radio (ce ne sono già altri tre in programma), gli manderò dei libri di arte e storia italiana. Lui esprime il desiderio di avere delle belle foto della Cappella Sistina, faremo il possibile. Intanto regala, a noi e a Paola che ormai lo conosce ed è venuta a prenderci perché non si sa mai, delle foglie di tabacco, che sono il suo prodotto principale, come per tutti qui.

La nostra “guagua” è pronta. Ci aspetta un lungo viaggio fino a Trinidad, che sarà reso più piacevole da qualche momento di “radio” a cura di Eddi e dall’ascolto di una puntata di Onde Road su Cuba, parole e musica di Claudio Agostoni.

La prima sosta, un po’ fuori programma ma molto gradita, è presso la finca degli zii di David, nella provincia di Pinar del Rio. Lui, che ora vive all’Avana, è infatti originario di qui.

E qui vivono ancora gli zii Tito (84 anni), Yayo (79) e Chacha (delle signore non si dice l’età).

Ci sono anche altri parenti in visita dall’Avana, con la piccola Deymi di 8 anni, che ci saluta un po’ intimidita ma con tanti sorrisi.

Entrare in questa fattoria è un salto indietro nel tempo; vediamo gli animali che razzolano liberi, l’aratro trainato dai buoi, una casetta di legno che sembra uscita da un vecchio film. Per i nostri occhi europei l’impressione è forte; secondo i nostri schemi, questa è povertà. C’è solo l’essenziale, il superfluo non esiste. Ma non se ne sente neanche il bisogno, in realtà. La vita e il lavoro dei campi sono la stessa cosa, l’una non esiste senza l’altro, tutti i giorni e a qualsiasi età.

Coltivano anche il riso, cosa che non ci aspetteremmo, grazie al vicino fiume. Da poco hanno anche un piccolo pozzo che è una ricchezza, perché permette di non fare chilometri per andare a prendere l’acqua. Ma il pozzo è profondo, e non sempre la pompa ce la fa. David ha in progetto di costruire due cisterne, una per accumulare l’acqua piovana e una da riempire con acqua portata con l’autobotte. Allora sì, che sarebbero tranquilli. A lui preme che vivano bene, non si dimentica mai di loro.

Chacha vorrebbe invitarci a pranzo, per lei non sarebbe un problema dar da mangiare a tutti. Siamo 15 persone, ma che importa? Sarebbe bello, davvero, ma purtroppo non abbiamo tempo.

Quando torniamo sul pullman, David fa una considerazione interessante. Lui vede in questa fattoria, e in questa famiglia, l’immagine di Cuba: è il sogno di un mondo ideale, che basta a sé stesso, dove non c’è ricchezza materiale ma c’è tutto quello che veramente serve. Ma il mondo cambia e bisogna andare avanti, non si può vivere di sogni.

Prima di fermarci a mangiare nella versione cubana dell’autogrill, compriamo dei tamales da un venditore di strada, che conosce la nazionale italiana di calcio, e soprattutto apprezza Buffon. I tamales sono fettine di una specie di polenta di mais fresco macinato, che a volte, come in questo caso, sono serviti avvolti da foglie di granturco. I puristi della polenta lombarda presenti nel gruppo li disdegnano un po’, ma a me non sembrano male.

Facciamo una tappa a Cienfuegos, troppo breve purtroppo per una città che è patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO. Del resto lo è anche Habana Vieja, lo è il parco della Valle di Viñales, lo è Trinidad con la Valle de los Ingenios, che visiteremo. Ci vorrebbe più tempo per fare tutto.

Abbiamo giusto il tempo per passeggiare un po’ e fare qualche foto nel tranquillo parco centrale, il Parque Josè Martì. Le influenze francesi sono chiare, prima di tutto nell’arco di trionfo dedicato all’indipendenza cubana (20 maggio 1902). Ma tutti i palazzi intorno al parco sono di una raffinata eleganza neoclassica.

Arriviamo a Trinidad che è già sera. La nostra casa, qui, è quella di Boris e Kenia. È lei che ci accoglie. Sorride molto ma è di poche parole, o forse ci sembra così perché siamo reduci da un fiume in piena come Millo. Noi abbiamo una bella camera al primo piano che dà su una stupenda terrazza con vista sulla città; è solo un po’ difficile da raggiungere con zaini e valigie, data la scala stretta e ripida. Al piano terra c’è la stanza di Laura ed Eddi. Sulla strada un gruppetto di ragazzi sono seduti a giocare a domino proprio davanti alla nostra porta.

Ceniamo tutti insieme proprio da noi, sulla nostra terrazza, dove stasera soffia un vento fresco, e poi passiamo la serata chi alla Casa de la Trova e chi in un locale di musica afrocubana. Trinidad, in poco spazio, offre molto dal punto di vista musicale.

Noi andiamo alla Casa de la Trova, dove si alternano un Trovador puro, che è poi un cantautore cubano, e un gruppo che suona la salsa.

Il gruppo è sicuramente valido; tra l’altro, ci incuriosisce che usano uno strano contrabbasso elettrico senza cassa armonica.

Il trovador forse è un po’ più discutibile: per Giuseppe è un Tony Dallara cubano, un urlatore insomma, e forse non ha torto. Però è divertente; ci fa molto ridere un pezzo che ripete abbastanza ossessivamente “que saliera”. Lui in realtà vorrebbe, semplicemente e poeticamente, “che uscisse” il dolce sì dalle labbra della sua amata. Ma per un orecchio italiano suona un po’ strano… e poi, in chiusura, si esibisce anche in una versione in spagnolo (ma abbastanza fedele, nel testo) di “Che sarà” dei Ricchi e Poveri! Eddi mi spiegherà poi che si tratta della versione di Josè Feliciano.

È divertente anche vedere quante coppie improbabili ci sono nel locale. A Cuba, è noto, esiste il fenomeno delle jineteras, ragazze che fanno un po’ di… compagnia ai turisti stranieri per qualche giorno di bella vita, di ristoranti, di locali, di regali, qualcuna anche con la segreta speranza di farsi sposare e portare via dalla isla. È un fenomeno in teoria scoraggiato dal governo, ma dietro la facciata praticamente abbastanza tollerato, anche perché difficile da arginare. Prevalentemente si vedono, appunto, ragazze cubane che si accompagnano a uomini stranieri spesso molto più vecchi. Ma lo stesso fenomeno esiste anche a… sessi invertiti. E qui, guardandosi intorno, sembra proprio ci siano più giovani uomini cubani che esercitano; qualcuno è già accoppiato (tra l’altro un paio di signore sono italiane), qualcun altro sembra in cerca.

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(Continua…)

Antes que lleguen los yanquis – Capitolo Primo

Viaggio nella Cuba che aspetta la fine del bloqueo con un misto di speranze e paure

CAPITOLO I: L’Avana

 

28/12/2015  Milano – L’Avana

Anche questo nuovo viaggio inizia la mattina presto. Sono le tre di notte e non ho praticamente dormito. Per raggiungere l’aeroporto di Linate a quest’ora antelucana abbiamo organizzato un car sharing autogestito con il mio amico Giuseppe, che sarà il mio compagno di stanza come a Sofia. La macchina è sua; purtroppo ha avuto una disavventura stradale con un gruppetto di balordi pochi giorni prima della partenza ma, nonostante la botta evidente sopra la ruota posteriore destra, regge. Ogni tanto fa qualche rumorino inquietante, ma va. Con noi ci sono anche Giordana e Paola. Sembriamo tutti dei morti di sonno, ma un po’ di entusiasmo c’è: si va a Cuba!

Nel parcheggio dove abbiamo deciso di lasciare la macchina incontriamo un altro gruppetto di aficionadas dei viaggi di Radiopop: Alma, Franca ed Elena.

Sì, anche questo viaggio è organizzato da Radio Popolare, sempre con il fondamentale supporto di Viaggi e Miraggi.

Il viaggio stavolta è più lungo, sia in termini di distanza che di giorni, e il gruppo più piccolo: 15 persone in tutto. All’aeroporto troviamo anche gli altri, anzi le altre: Liliana, Mara, Luciana, un’altra Franca e Daniela. Le prime tre le conosco già bene, fanno parte anche loro del gruppo “storico” che ha già fatto diversi viaggi insieme. Franca e Daniela invece, mamma e figlia, le ho viste solo all’incontro pre-viaggio di una decina di giorni fa. Ma so che anche loro hanno già partecipato al viaggio in Marocco, in un gruppo diverso dal mio. Daniela, per fortuna, ci abbassa un po’ l’età media. Non so come si troverà lei con tutti questi “vecchi”, piuttosto, ma se ha deciso di ripetere l’esperienza forse pensa di potercela fare. Glielo auguro.

Insomma la presenza femminile nel gruppo, lo avrete capito, è decisamente preponderante. Negli sguardi che ci scambiamo noi maschietti affiora un tantino di malcelata apprensione.

A rappresentare la radio c’è Eddi Berni con la moglie Laura. Sono contento di conoscere anche loro. Negli altri viaggi con Claudio Agostoni mi sono sempre trovato bene, come anche con Danilo De Biasio nell’eccezionale, irripetibile maratona in pullman Milano-Sarajevo, ma è sempre bello dare un volto a un’altra voce familiare.

Per Viaggi e Miraggi c’è Paola, stavolta, a farci da angelo custode. Anche lei l’ho conosciuta di persona solo dieci giorni fa. Lei ha dormito qui in aeroporto, ma non si direbbe. È una ragazza energica e al tempo stesso rassicurante. È di Padova, ma la sua mamma è palestinese. La sua cadenza dolcemente veneta contrasta un po’ con quei tratti che credo abbia preso dalla mamma: un certo portamento fiero e un po’ di luce del deserto che mi sembra di scorgere nei suoi occhi. Forse è solo suggestione, ma questo non fa altro che rendermela subito simpatica. Per essere qui con noi ha lasciato, per la prima volta per parecchi giorni, la sua piccola Nora di due anni. Per lei è lavoro, certo, ma visto che ha già questo pensiero speriamo di non darle altri grattacapi.

Voliamo con KLM. Il primo volo verso Amsterdam scivola via veloce, ma è il secondo, Amsterdam-L’Avana, che ci preoccupa: sono più di dieci ore. Alla fine, però, dormicchiando, mangiucchiando e guardando un film a spizzichi e bocconi, anche questo passa. Capitando vicino a Daniela e Franca, posso conoscerle un pochino meglio e ridere un po’ con loro: Daniela è molto offesa con la KLM perché le hanno dato un giochetto da bambini per passare il tempo in aereo, una specie di puzzle da colorare o qualcosa di simile. Lei, che ha già la laurea triennale in scienze agrarie, si sente giustamente sminuita. Può sembrare forse un po’ più piccola della sua età, ma non fino a questo punto!

All’arrivo Paola di VeM (è brutto, ma in qualche modo dovrò distinguerla, c’è un’altra Paola nel gruppo) tenta di scambiare la sua valigia con quella di una hostess, che però se ne accorge e la blocca prima che il piano vada a buon fine. Lei sostiene che sia solo uno sbaglio, che si sia confusa tra due valigie molto simili, ma non ci toglie del tutto il sospetto che volesse vedere come le sta quel tailleurino azzurro…

Riusciamo a disbrigare tutte le formalità, anche se a ritmi latinoamericani il giusto, e usciamo finalmente a respirare l’aria calda di un pomeriggio d’inverno tropicale (qui il fuso è -6 rispetto all’Italia). Ci siamo già liberati in fretta e furia di giubbotti, felpe, maglioni e tutto quanto ci ricorda l’inverno milanese. Li abbiamo ficcati nelle valigie o negli zaini e li rivedremo soltanto tra dieci giorni.

Ora è il momento di conoscere David, che sarà per noi guida e mediatore culturale. È un ragazzone (ha 42 anni, ma ne dimostra meno) dal sorriso aperto e cordiale, che porta i dread, ma non troppo lunghi, e parla un ottimo italiano, soprattutto per uno che lo studia solo da pochi mesi.

La sua formazione è da biologo. Ha lavorato come ricercatore nel settore, occupandosi prevalentemente dell’alimentazione del bestiame, ma poi ha preferito dedicarsi all’informatica, che gli sembrava aprire migliori prospettive per lui e per la sua numerosa famiglia, che ama molto. È stato programmatore e webmaster, ma ora è pienamente coinvolto nel progetto di turismo responsabile che Viaggi e Miraggi sta cercando di portare avanti a Cuba. È lui che organizza tutti i trasporti e le sistemazioni, che saranno sempre in “casas particulares”, cioè case private che affittano camere, che sono onnipresenti nell’isola e riconoscibili dall’insegna con il simbolo azzurro sulla porta.

A differenza di molti suoi coetanei, ha deciso di rimanere a Cuba perché ama profondamente anche il suo paese. Ma ci racconterà poi che anche lui, a un certo punto, ha vacillato.

Nel parcheggio dell’aeroporto ci aspetta il nostro pullman, che a sorpresa è un pullman nuovo, grande e con tutti i comfort. Ci aspettavamo un pullmino e invece… l’autista si chiama Ronald, come Ronaldinho, dice, e non a caso. È un grande tifoso del Barcellona, come si vede dal gagliardetto che ha appeso in pullman. Non poteva, quindi, dire “come Ronaldo del Real Madrid”. Mi diceva, a proposito, un amico che si è trasferito all’Avana da circa un anno, e che incontrerò in questi giorni, che da un po’ di tempo la TV cubana trasmette regolarmente le partite della Liga spagnola e che quindi la passione per il calcio sta dilagando, andando ad affiancarsi a quella, più tradizionale, per il baseball (anzi, “beisbol”). Come è naturale, i cubani si sono divisi nel tifo tra le due squadre spagnole più prestigiose e vincenti, appunto Real Madrid e Barcellona. Ronald, come me, tifa Barça e, anche in questo caso, mi risulta subito simpatico.

Nel tragitto dall’aeroporto al centro città passiamo, per ora fugacemente, da Plaza de la Revoluciòn, che ci fa provare la prima emozione, la prima sensazione di essere veramente qui: l’edificio con l’immagine stilizzata del Che è un’immagine familiare a molti, anche a chi non è mai stato qui prima. Ora non c’è tempo di fermarsi, ma ci torneremo con più calma.

La zona dove si trovano tutte le nostre casas particulares è proprio al confine tra due quartieri: Centro Habana e Vedado. Dovremo dividerci, perché ogni casa può affittare al massimo due camere, ma staremo comunque molto vicini.

Le casas sono soggette ad autorizzazioni e ad una regolamentazione molto rigida: devono pagare tasse (che per gli standard cubani sono piuttosto elevate), a seconda della posizione, per ogni camera in affitto e per gli eventuali altri servizi che offrono (ristorazione, parcheggio, ecc.); devono tenere un registro dei clienti, segnalando ogni nuovo arrivo entro 24 ore.

La casa che viene assegnata a me e a Giuseppe è quella di Nilda, una simpatica signora di 75 anni (è stata lei a dichiarare l’età, giuro che io non gliel’ho chiesta) che ci accoglie con calore. Ci mostra diligentemente tutte le dotazioni della camera e si sofferma soprattutto su due cose: la doccia e le chiavi.

La doccia, effettivamente, per le nostre abitudini è un po’ atipica: è riscaldata con una resistenza che scalda direttamente l’acqua nel tubo, per cui quando si apre il rubinetto bisogna anche azionare una leva tipo elettroshock, che a volte fa scintille. Diciamo che da noi non sarebbe esattamente a norma (eufemismo) ma qui a volte è così, mi avevano avvertito anche altri che erano stati in casas particulares. L’impressione non è il massimo, ma in realtà se si vince un po’ di diffidenza iniziale funziona e non succede niente, o almeno a noi in 4 giorni non è successo niente.

Per le chiavi il problema è diverso, ma c’è sempre un rischio: in questo caso quello di confonderle. Sì, perché le chiavi sono tre e praticamente identiche, se non per piccoli dettagli: Quella del portone sulla strada ha un piccolo 1 inciso sopra, quella della porta di casa è un po’ annerita e quella della camera ha un segno fatto col pennarello indelebile. Basta memorizzare questo e il gioco è fatto.

Sono io a parlare per tutti e due perché Giuseppe non mastica molto lo spagnolo e la signora onestamente, tra i non molti denti che le sono rimasti e l’accento cubano, non è comprensibilissima per chi non ha l’orecchio un po’ allenato. Per fortuna io ho imparato lo spagnolo anni fa in Spagna, molto dalla strada e un po’ con lo studio, ma poi ho avuto occasione di parlarlo anche in Argentina e in Cile, per cui ho un minimo di dimestichezza con l’accento latinoamericano. Per farmi poi un’idea, per quanto vaga, delle specificità cubane, mi sono guardato “Fragole e cioccolato” in lingua originale e senza sottotitoli. A qualcosina è servito.

Le cose più importanti da sapere sono queste:

  1. Tutte le “s” prima di una consonante o alla fine di una parola sono sostituite da un brevissimo suono aspirato, quindi in pratica non si sentono.
  2. Se sapete un po’ di spagnolo e avete, faticosamente, imparato a pronunciare la c o la z in “gracias”, “entonces”, “azul” ecc. con la lingua tra i denti, dimenticatelo: a Cuba non serve. Come in tutta l’America Latina, vige il seseo, cioè questi suoni si pronunciano come una normale “s” sorda italiana.
  3. La 2° persona plurale non esiste: al posto di “vosotros” si usa “ustedes”, cioè la forma di cortesia della 3° persona (come dire “loro”), e i verbi variano di conseguenza.
  4. L’intercalare “vale” (va bene), usato ossessivamente in Spagna, qui non c’è: è più o meno sostituito da OK, che si pronuncia “Okà”.
  5. Ci sono poi altre differenze di vocaboli. Solo qualche esempio: per “panino” non si usa “bocadillo” ma “sandwich”, per “succo” non “zumo” ma “jugo”, per dire che una cosa è piccola spesso si usa “chico/chica”, con eventuali altri livelli di diminutivi: chiquita, chiquitita ecc. In generale si usano molti diminutivi.

Ci sono anche delle parole specificamente cubane. Quella che mi piace di più, non so perché, è guagua, che significa autobus… non lo so, mi piace il suono. Ho letto che, originariamente, viene dalle Canarie ed è una riproduzione onomatopeica del suono del clacson.

Chiedo scusa per la lunga digressione (soprattutto a chi queste cose le sa già), ma credo che possa essere interessante per chi andrà, per avere una migliore comunicazione con i cubani, che credo sia una delle maggiori ricchezze che ci si può portare a casa dal viaggio. Poi, è chiaro che sulle cose essenziali tra latini in qualche modo ci si capisce sempre.

Tornando alla nostra Nilda, dopo averci dato le istruzioni essenziali ci lascia soli in modo che possiamo riposarci, farci la doccia ecc., ma poco dopo ricompare a sorpresa mentre mi sto cambiando. Essendo a torso nudo, mi sento un po’ in imbarazzo e cerco di coprirmi, ma lei mi dice di non preoccuparmi, che potrei essere suo figlio, e Giuseppe suo fratello. Ora che siamo di famiglia, mi sento anche di chiederle un consiglio per la montatura degli occhiali di Giuseppe, che si sono rotti in aereo per un piccolo… incidente mentre cercava di fare una foto. Lei dice che ci può consigliare un posto per comprare della colla qui vicino, o anche un ottico, ma tutto domani, perché ora sono tutti chiusi.

Usciamo per la cena e per esplorare un po’ i dintorni. La cosa che mi colpisce subito è che, proprio sull’angolo di casa nostra, su un edificio campeggia un dipinto murale del Che. L’avevo già adocchiato prima ma, con lo zaino pesante sulle spalle, era difficile fermarsi per fare la foto.

Ci siamo dati appuntamento per ritrovarci e andare a cena in una piccola piazzetta. Bè, neanche a farlo apposta, come se fosse un allegro comitato di accoglienza, si ritrovano qui a chiacchierare e a improvvisare balli intorno a una radio anche un piccolo gruppo di cubani di tutte le età. Il primo impatto con la città non potrebbe essere migliore.

Ceniamo in un locale un po’ fighetto ma anche un po’ “vorrei ma non posso”. David lo definisce di terza generazione, in questo senso. Prima c’erano solo i ristoranti statali; poi, all’inizio degli anni ’90, sono nati i primi privati, quelli di prima generazione appunto, che erano piccoli, con 4 tavoli al massimo. Nel 2011 inizia la seconda generazione, sono autorizzati anche ristoranti un po’ più grandi. E ora siamo alla terza, con questo tipo di locali ancora più grandi, gestiti da cooperative. Il cibo è passabile, non è un granchè come atmosfera. Ma per la prima sera va bene anche così, siamo tutti stanchi, non dormiamo da più di 24 ore e vogliamo solo andare a nanna.

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29/12/2015  L’Avana

La giornata inizia con una ricca colazione in un’altra casa, quella di Marisol, che impareremo a conoscere perché, in tutti i 4 giorni di permanenza all’Avana, sarà il posto della nostra colazione conviviale, tutti e 15 insieme.

La colazione di Marisol è stellata, come ha avuto modo di dire Claudio Agostoni, che ha dormito anche lui qui, in una puntata di Onde Road. Un bel piatto di frutta: una banana, papaya, guayaba (un frutto tropicale molto diffuso a Cuba)… e succhi di frutta tropicale, uno diverso ogni mattina. Caffè, latte, tè, biscotti, yogurt, pane a volontà da mangiare con la marmellata o con una gelatina di guayaba, che ha una consistenza simile alla cotognata, per dare un’idea. E per finire una bella frittatina.

Così ritemprati, smaltita un po’ la stanchezza del viaggio, possiamo partire alla scoperta dell’Avana, partendo dal Vedado, che è un po’ il “nostro” quartiere. È un quartiere che nacque alla fine dell’800, ma il cui vero boom edilizio è degli anni ’20 del ‘900. La sua planimetria a griglia quasi perfetta lo fa somigliare alle città americane (o “norteamericane”, come si dice qui).

Con David che ci fa da guida, possiamo apprezzarne le architetture art deco, ad esempio il palazzo chiamato Serrano, che somiglia abbastanza all’Empire State Building, con il suo fratellino più piccolo noto come Serranito.

Qui si trova anche Coppelia, la gelateria resa famosa da “Fragole e cioccolato”, ma che è sempre stata popolarissima tra i cubani. Tanto che, già alle 10 del mattino, le code sono lunghissime.

E poi, come non parlarne, ci sono le macchine: quelle incredibili vecchie macchine americane che ormai fanno parte dell’iconografia di Cuba. Non ci sembrerebbe di essere qui, se non le vedessimo. Chevrolet, Dodge, Cadillac: tutte risalgono a prima del 1959. Qualcuna è tenuta che sembra uscita ieri dalla concessionaria, con le cromature tutte luccicanti al sole caraibico. Altre sono un po’ più in disarmo, ma comunque vanno. Come camminino non si sa, con quei motori di altre macchine, presi chissà dove, e con pezzi di aspirapolvere come ricambi. Un miracolo dell’arte di arrangiarsi, della fantasia e della capacità di adattamento dei cubani. Uno spiacevole effetto collaterale è che l’aria dell’Avana è inquinata: il livello di PM10 è forse superiore a quello di Milano di questi giorni, solo che qui non ci sono centraline dell’ARPA a misurarlo…

Attraversiamo un bel mercato popolare, per poi dirigerci verso il Malecon, il mitico lungomare dell’Avana. Lungo la strada, approssimandoci all’ambasciata USA recentemente riaperta, notiamo moltissimi cartelli con la scritta “Se llenan planillas”. Sono piccoli o piccolissimi uffici che forniscono assistenza per la compilazione dei moduli per ottenere i visti per andare all’estero, definitivamente o anche solo per un viaggio temporaneo. Tuttora i cubani per espatriare devono avere un “invito” da parte di un cittadino del paese di destinazione e fare una lunga trafila.

È qui che David ci confessa che anche lui, qualche anno fa, ha avuto un cedimento: non vedeva prospettive e aveva deciso di cercare, come molti suoi connazionali, di raggiungere gli Stati Uniti passando per un altro paese, nel suo caso l’Ecuador. Per motivi che tuttora non gli sono chiari, l’Ecuador non gli concesse il visto. Per fortuna, dice ora lui. Perché non era del tutto convinto di andarsene e ora, a conti fatti, è felice di essere rimasto.

Una breve passeggiata sul Malecon ci porta a una piazza dove si trova la tribuna anti-imperialista, costruita per ospitare le manifestazioni di protesta contro il nemico americano. Questo posto è chiamato dagli habaneros “protestodromo” e tuttora vi si tengono concerti e raduni.

Facciamo anche una puntatina all’Hotel Nacional, un altro pezzo di storia habanera, che è stato prima della rivoluzione il quartier generale cubano di vari mafiosi americani. Ora mantiene la sua eleganza un po’ kitsch e la sua bella terrazza sul mare; per curiosità proviamo a chiedere i prezzi: per una singola chiedono qualcosa come 300 CUC, che per un hotel così pretenzioso non è neanche tanto.

È il caso di ricordare, per chi non lo sa, che a Cuba circolano due monete: i pesos cubani, o moneda nacional, e i pesos convertibili, legati al dollaro e chiamati anche CUC (Cubanos Convertibles). Un CUC vale 24 pesos cubani. Gli stranieri pagano praticamente tutto in CUC, a meno che non riescano a mescolarsi con i cubani nei negozi o nei mercati popolari e non turistici. Per i cubani la moneta di tutti i giorni è il peso cubano, ed è anche la moneta in cui ricevono lo stipendio, salvo pochissime eccezioni. Ma per comprare certi generi considerati “di lusso” anche i cubani devono pagare in CUC. Una doppia economia, di fatto. Una doppia economia che esisteva, in realtà, anche prima che nascesse il CUC; allora era il dollaro la moneta forte. Il CUC era stato creato come espediente temporaneo con l’idea, in prospettiva, di arrivare gradualmente a parificare le due monete. Ora, però, il cambio Peso/CUC è fermo da troppi anni perché si possa pensare che la possibilità di una parificazione sia ancora concreta. Un discreto casino, insomma, un po’ come tutto a Cuba in questo periodo.

Ci spostiamo al Callejon de Hamel, un vicolo di Centro Habana pieno di murales realizzati da collettivi di artisti locali e di opere dell’artista contemporaneo Salvador Gonzales. C’è anche un piccolo spettacolo di Rumba, ma è probabilmente solo un assaggio dello spettacolo vero, che ha luogo la domenica mattina. Il posto è comunque interessante e sintomatico della vivacità artistico-culturale della città. I murales e le installazioni contengono versi di poeti cubani e/o trattano temi legati alla santeria, che mischia il culto dei santi cattolici con quello delle divinità della tradizione africana.

Da qui ci trasferiamo ad Habana Vieja, per cominciare a prendere confidenza anche con la parte più antica della città.

Per il pranzo ci fermiamo in Plaza Vieja, una piazza molto gradevole dove quasi tutti gli edifici sono già stati restaurati seguendo il cosiddetto Plan Maestro, un progetto che riguarda specificamente Habana Vieja e che prevede il restauro conservativo e il riutilizzo a fini sociali, ricreativi e culturali, anche in collaborazione con i privati, dei palazzi storici. Uno di questi, del 1700, è diventato ora il Cafè Bohemia, dove ci sediamo in maniera del tutto casuale per scoprire poco dopo:

  1. Che il proprietario è un romano con la moglie cubana; per ora fanno la spola con Santo Domingo, dove vivono, ma hanno intenzione di trasferirsi definitivamente qui.
  2. Che di qui era già passato Claudio Agostoni, che aveva intervistato il nostro per la recente puntata di Onde Road sull’Avana, quella dove parlava anche di Marisol. Se non è una carrambata questa…

È lui che, per intrattenerci in attesa dei sospirati panini e insalate (il servizio, per quanto lui tenti di velocizzarlo in nostro onore, segue comunque i suoi ritmi cubani), ci racconta del Plan Maestro e di tante altre cose. Il nome Bohemia è preso da quello di una rivista fondata nel 1908, che il suo suocero cubano ha diretto anni fa. La sua ambizione, quindi, è quella di creare un vero caffè letterario, che diventi un punto di riferimento per la vita culturale habanera. Per ora, di sicuro è letteraria l’ispirazione dei nomi dei panini. Come poteva non esserci un panino “Il vecchio e il mare”? Sembra che anche i nipoti di Hemingway, di passaggio all’Avana, l’abbiano voluto provare.

Ripartiamo camminando per le vie dell’Avana vecchia, fino alla piazza acciottolata dominata dalla seicentesca chiesa di S. Francisco de Asis.

Di fronte c’è la Lonja del Comercio, un ex mercato alimentare ristrutturato nel 1996 per ospitare gli uffici delle società straniere con joint venture a Cuba. Dalla terrazza si gode un bel panorama sulla città e sulla baia, che ci prepariamo ad attraversare.

Lo facciamo passando in pullman per un tunnel sottomarino lungo qualche centinaio di metri che sbuca dall’altro lato della baia, nella zona dove si trovano il castello del Morro e la fortezza di Cabaña. Qui c’è anche una grande statua del Cristo in marmo bianco, che ha una storia curiosa: il dittatore Batista la fece realizzare, come ringraziamento per essere scampato a un attentato, nel dicembre del 1958, poco prima della vittoria della rivoluzione. Se avesse tardato ancora pochi giorni… probabilmente ora la statua non sarebbe qui.

Ma soprattutto, siamo qui per ammirare da questa posizione privilegiata il tramonto sullo skyline dell’Avana e devo dire che lo spettacolo davvero non delude. Per fortuna ora fare le foto è una questione di pixel e di Megabyte, un tempo avremmo consumato rullini interi.

Il problema degli occhiali di Giuseppe, nel frattempo, è stato risolto da David con un po’ di colla, ma ora risultano un po’ storti sul naso, per cui lui preferisce usarne un vecchio paio che si era portato di riserva.

Prima di cena incontro fugacemente il mio amico ormai habanero di adozione. Scopro, non senza restare un po’ sorpreso, che ultimamente ha messo abbastanza la testa a posto. Ha conosciuto una cubana che stavolta ha intenzione di sposare, la cosa ormai è quasi ufficiale; poi sta cercando di aprire una specie di agenzia immobiliare… insomma, ha molti impegni che ci impediranno di rivederci in questi giorni, ma va bene così.

Dopo cena (le cene cubane non sono mai molto brevi, quindi vuol dire che sono già passate le 11) io, Giuseppe, Giordana e Luciana decidiamo di farci una passeggiata sul Malecon. Il sogno di Giuseppe sarebbe di percorrerlo tutto, ma tra andata e ritorno sarebbero una quindicina di km, quindi lo scoraggiamo subito. Lui è un grande camminatore, ma noi non ci sentiamo di seguirlo nell’impresa. Ci piace, però, l’idea di vedere il Malecon la sera e di respirarne l’aria frizzante insieme all’allegra folla di giovani che ogni sera lo popola. Per quello che possiamo vedere, in questo tratto tra il Vedado e Centro Habana ci sono pochissimi turisti: sono tutti ragazzi cubani che chiacchierano seduti sui muretti, bevono, suonano, cantano, qualche coppietta amoreggia… il tutto con un occhio (e un orecchio) al mare perché, per non farci mancare l’immagine dell’Avana che tutti abbiamo negli occhi, le onde si infrangono violentemente sugli scogli mandando spruzzi e qualcuna più capricciosa supera addirittura il muretto allagando un pezzetto di lungomare.

Forse troppo presi da questo spettacolo realizzato in compartecipazione dall’Oceano e dalla gente di Cuba, per tornare verso casa prendiamo la strada sbagliata e ci allontaniamo dalla nostra zona. Non riusciamo più a orientarci e siamo costretti a tirare fuori la guida, che per fortuna ho portato con me, per ritrovare faticosamente la via di casa. Mi rifiuto di prendere un taxi per fare pochi isolati, non per i soldi perché costa pochissimo e nemmeno perché non mi piacciano i taxi cubani, ma per principio. La luce però è poca e non sempre c’è il cartello col nome della strada… quando finalmente arriviamo è un po’ tardi, ma tutto sommato ne è valsa la pena.

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30/12/2015  L’Avana

Stamattina siamo a Miramar, un quartiere residenziale lontano dal centro storico, pieno di verde, con ampi viali alberati, molte sedi diplomatiche e qualche hotel di grandi catene internazionali, a poca distanza da altri che invece sono chiaramente di stampo socialista. Una zona “borghese”, usando questa parola con tutte le virgolette del caso. Forse è l’embrione di quello che nascerà quando il grande cambiamento alle porte sarà compiuto. È un’altra faccia dell’Avana che è importante vedere per completare il quadro. È qui, però, che David ci spiega che il periodo especial, iniziato dopo la fine dell’Unione Sovietica, non è ancora finito. Forse la fase più dura è alle spalle, ma non finirà davvero finché non finirà l’embargo, il bloqueo come dicono qui. E questo, al momento, dipende dai capricci della politica americana, con una campagna presidenziale che sta per iniziare. A dimostrazione di questo, entrando in un supermercato ci accorgiamo che anche qui, a Miramar, il panorama sugli scaffali è piuttosto deprimente, almeno se confrontato con quello a cui siamo abituati.

Arriva poi un appuntamento molto atteso: quello con il Museo de la Revoluciòn. Entrando, alcuni compagni di viaggio mi fanno notare il divertente “Rincon de los Cretinos”, dove la caricatura di Batista è affiancata da quelle di Reagan, Bush padre e Bush figlio. Non posso fare a meno di notare anche la didascalia di George W.: Grazie, cretino, per averci aiutato a rendere irrevocabile il socialismo. Letta oggi, fa un po’ sorridere.

Poi, sempre con l’aiuto di David, ripercorriamo tutte le fasi della rivoluzione, dall’assalto alla caserma Moncada, allo sbarco del Granma, alla Sierra Maestra, all’ingresso trionfale del Che a Santa Clara dopo l’attacco al treno. E poi la fase postrivoluzionaria, con la riforma agraria e la riforma urbana, la Baia dei Porci, l’inizio dell’embargo e tutti i tentativi di sabotaggio portati avanti negli anni dalla CIA, con tutti i mezzi compresa la guerra biologica condotta introducendo agenti patogeni in grado di distruggere i raccolti e di decimare le popolazioni di bestiame.

Quello che mi colpisce è che tutto finisce più o meno nel 1989. Forse è un caso, ma mi viene da pensare che quello che è successo dopo sia meglio non raccontarlo…

Dopo un pranzo da O’Reilly, dove i panini sono così così ma c’è un ottimo caffè con rum invecchiato e crema di latte, ci spostiamo verso la Plaza de la Catedral, dominata dal barocco della settecentesca cattedrale di San Cristobal.

Nelle immediate vicinanze c’è la Bodeguita del Medio e allora… come non passare di lì? È ovviamente strapiena e ormai completamente turistica, ma un salto a dare un’occhiata dentro bisogna farlo.

Con Nilda siamo sempre più in confidenza. Ha tutta l’aria di una di quelle vecchiette che sanno tutto di tutti, nel quartiere. Anche di noi, ora che ha visto i passaporti, sa qualcosa: almeno l’età. E ci tiene a sottolineare che, anche se Giuseppe ha solo 5 anni meno di lei, lui con il suo passo spedito sembra che abbia 30 anni, in confronto a lei che si trascina piena di acciacchi. Ci fa conoscere la nipotina di 9 anni e la cugina che vive con lei e che, poverina, ha quella brutta malattia che ti fa perdere la memoria, come si chiama… l’Alzheimer! E così, anche se è più giovane di lei di tre anni, a lei tocca accudirla. E poi, quando ce ne andiamo, mi saluta sempre con “Hasta ahorita”, che è un’altra espressione deliziosamente latinoamericana che mi piace un mondo. Adesso ho cominciato a dirlo anch’io, e lei mi sorride bonaria. Giuseppe dice che è furba, dietro quel sorriso, e probabilmente ha ragione lui.

La nostra serata inizia con un altro appuntamento che tutti aspettiamo, quanto meno con curiosità: quello con il Teatro Espontaneo, il progetto che stiamo finanziando con una quota del costo del nostro viaggio.

È una compagnia teatrale interdisciplinare, composta per lo più da musicisti, attori e psicologi che da anni forniscono servizi alla comunità, a istituzioni e a gruppi diversi, utilizzando il Playback Theatre, il Teatro Espontaneo e lo Psicodrama. Esiste dal gennaio 2001, ed è diventato un laboratorio per il recupero della spontaneità, offrendo a migliaia di persone di tutta l’isola spettacoli aperti e altre performance. I temi trattati emergono sempre dal pubblico e di frequente riguardano disagi individuali o sociali legati ai temi più vari, tra i quali: HIV, sessualità, condizioni economiche, disparità di genere, mutamenti socio-economici, desideri e aspirazioni individuali e collettivi.

La parte “psicologica” del lavoro consiste nel favorire processi terapeutici partendo da una pratica coerente con i metodi usati dalla compagnia anche per gestire i conflitti interiori, le dinamiche e i processi di gruppo e comunità.

Questa non è una serata di spettacolo “normale”, per quanto possa essere normale uno spettacolo così: non lo è mai, e meno male. Ma stasera non siamo neanche in un teatro, siamo in una casa, il che rende il tutto ancora più intimo e coinvolgente.

La compagnia è guidata da Carlos Borbòn, detto Carlitos, che è infermiere professionale, ma anche laureato in comunicazione audiovisiva e psicodramma.

Si comincia con un po’ di “riscaldamento”, fatto dagli attori e dai musicisti della compagnia, che ci raccontano con brevi monologhi le loro cose più banali e quotidiane, dai piccoli dolori alle piccole gioie, ai risvolti psicologici che può avere per una donna un nuovo taglio di capelli, soprattutto se un po’… radicale. David traduce; quando ha qualche piccola incertezza sulla parola italiana da usare mi guarda e intervengo io, il metodo l’abbiamo già collaudato e funziona. Ogni piccolo racconto viene poi interpretato e “drammatizzato” con una forma di teatro basata molto sulla fisicità e sull’espressività, anche al di là della parola.

Ma poi tocca a noi. Dobbiamo tirare fuori qualcosa di nostro, qualcosa di spontaneo, per dare a loro qualcosa su cui lavorare. Come sempre, in questi casi, rompere il ghiaccio non è semplice. Ci aiuta Paola raccontando, in spagnolo, la cosa più semplice e più naturale: che ha lasciato da pochi giorni la sua bambina ma già le manca tanto.

E poi… sorpresa. Si alza un ragazzino biondo con la maglia di Iker Casillas (portiere del Real Madrid, ndr). Scopriremo poi che ha 11 anni ed è il nipote di Carlitos (buon sangue non mente). Anche lui ci dice la prima cosa che gli viene in mente. E cosa può essere? Bè, è un po’… sollevato perché, ancora per qualche giorno, è a casa da scuola e pensa a godersi le vacanze! Ma lo fa con una naturalezza e una grazia che non possono che intenerirci e spingere anche noi a tirare fuori quello che abbiamo dentro.

Io mi alzo e, anch’io in spagnolo per facilitare il compito ai ragazzi, provo a dire quello che mi viene: e cioè che sono molto felice di essere qui, che è un viaggio che sognavo da tantissimo tempo e che per diverse ragioni, legate anche alla mia famiglia (un incidente domestico che ebbe mio padre un paio d’anni fa), non sono mai riuscito a fare. E che quindi non vedo l’ora di vivere tutto quello che questo viaggio potrà portare. Soprattutto mi preme dire che ringrazio loro per le emozioni che ci stanno regalando. Carlitos mi chiede cos’è esattamente che mi attira di Cuba. Accenno solo all’aspetto politico, perché in questo momento preferisco non enfatizzarlo troppo, e parlo di cose fondamentali come il sole, il mare, la musica… poi, a freddo, mi rendo conto che avrei potuto dire mille altre cose, e che forse anche enfatizzare l’aspetto politico non era poi così male; ma funziona così, devi dire quello che ti passa per la testa in quel momento, senza filtro, se no non vale.

Rimango stupito da come, con così poco, le ragazze e i ragazzi della compagnia riescano a interpretare perfettamente e con passione quello che volevo dire. Non hanno, e forse nemmeno gli servirebbero, grandi oggetti di scena o costumi. Fanno fondamentalmente tutto coi loro corpi, le loro voci e qualche strumento musicale.

E così, piano piano, diversi di noi si alzano e danno il loro contributo. Anche in italiano va bene, dove serve si traduce ma i ragazzi capiscono tutto al volo e le loro interpretazioni sono sempre essenziali, ma perfette e in un certo modo poetiche.

C’è chi è qui per celebrare i suoi primi 60 anni e c’è chi ci ricorda che il leit motiv di questo viaggio è… goderci gli ultimi scampoli di Cuba prima che arrivino gli Yankee!

E c’è chi ci commuove. Giordana, che dice che ha avuto dalla vita cose belle e cose molto meno belle, ma comunque si sente di dire… “Gracias a la vida”, come Violeta Parra. E così ci dà l’occasione di ascoltarne una intensa versione. E Paola, che parla degli amici che ha perso e di quelli che ha trovato.

La più fortunata è Alma, che con quel nome qui ha vita facile… e così il suo desiderio di un altro mondo possibile diventa un volo, la sua alma-anima è così piena di farfalle che il suo destino è proprio quello: volare. Guardate qui:

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Per finire, guidati dagli attori, ci disponiamo tutti in un cerchio di mani intrecciate, ci mettiamo in connessione con una mano e con l’altra buttiamo nel cerchio i nostri auguri per il nuovo anno: amore, pace, libertà, ron, cerveza…

Alla fine abbiamo tutti gli occhi che brillano, e non solo per l’allegro brindisi a base di rum (a stomaco vuoto) che ci facciamo. È stata un’esperienza davvero speciale. Avevo una vaga idea di cosa fosse, ma non pensavo potesse essere così coinvolgente, è veramente una specie di rito liberatorio.

Abbiamo anche portato a termine la missione di consegnare a Carlitos un paio di scarpe da parte di Alessandra, un’altra nostra amica viaggiatrice che lo ha conosciuto in occasione di un viaggio fatto da sola.

Andiamo a cena e poi alla Fabrica de Arte Cubano, un locale ricavato in una vecchia fabbrica di olio dismessa. Non solo per questo, è un locale che non sfigurerebbe a Berlino.

Ci sono vari bar, uno spazio per concerti, uno per la proiezione di film e diversi spazi dedicati a mostre di arti visuali e fotografia. In particolare, c’è un’interessante serie di opere del fotografo argentino-israeliano Enrique Rottenberg, che collabora attivamente al progetto della Fabrica de Arte. Mi racconta Carlitos che vengono qui anche lui e la sua compagnia a fare una performance alla settimana, pare con un buon successo.

Ci sono giovani cubani della nuova classe media, che possono permettersi un locale che per i più poveri è abbastanza inaccessibile, ma anche tanti stranieri. A me, ad esempio, capita di incocciare un valenciano con cui faccio una breve chiacchierata. Tutto nasce dal fatto che, casualmente, indosso una maglietta della Fiesta de las Fallas di Valencia. Lui mi dice: pensa, io sono valenciano… allora gli  racconto di quanto mi sia piaciuta la festa di 5 anni fa, ma lui mi consiglia un’altra festa, alternativa, che fanno lo stesso giorno in una zona meno centrale della città… rispondo che, perché no, potrei provare una volta o l’altra.

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31/12/2015  L’Avana

Oggi iniziamo la giornata prendendocela un po’ più comoda, con qualche spesuccia al mercato di San Josè. Non è troppo affollato ed è piacevole, anche se obiettivamente ne ho visti di più autentici; qui non vedo molti cubani in giro. È pieno di oggetti realizzati con materiali riciclati, di tutti i tipi: i cubani sono maestri del riciclaggio. Tra i souvenir più “classici”, l’oggetto forse più originale è una specie di scatolina magica di legno, che esiste in varie misure e colori e che si apre solo se metti le dita in due punti ben precisi, che però a causa dei disegni sulle scatole si fa fatica a ricordare. È facile confondersi, e così sembra che, una volta chiusa, non sia più possibile aprirla…

Dopo il mercato abbiamo un po’ di tempo libero. Con un piccolo gruppetto, vorremmo farci un altro giro nell’Avana vecchia e visitare il Museo de la Ciudad, che però sfortunatamente è chiuso. Probabilmente, per qualche ragione, qui oggi è considerata giornata festiva. Ripieghiamo su qualche acquisto dai librai ambulanti che stazionano in questa zona e che hanno molte cose sfiziose, dall’album delle figurine della rivoluzione cubana a poster di vari generi: ci sono delle belle locandine di film, cubani e non, che attirano molto Laura ed Eddi e un po’ anche me, ma alla fine preferisco andare un po’ più sul classico e comprare un manifesto più “politico”, con scritto “Aqui no se rinde nadie” (qui non si arrende nessuno, ndr). Mi piacerebbe appenderlo in ufficio, ma ultimamente da noi c’è stato un po’ un giro di vite sulle cazzate personali esposte, quindi penso che me lo terrò a casa.

Per il pranzo ormai s’è fatto tardi e così il tentativo di trovare un tavolo in un posto carino che si chiama “Jardin Oriental” o qualcosa di simile risulta infruttuoso. Anzi, rischiamo di essere coinvolti in una lite (per il tavolo, appunto) tra due coatti romani, al che ci diamo alla fuga e ripieghiamo su un più tranquillo ritorno dal nostro amico del Cafè Bohemia.

Poi, dopo aver visitato la Bodeguita del Medio, tempio Hemingwayano del Mojito, non può mancare un breve passaggio al Floridita, dove, per i pochi che non lo sapessero, Hemingway amava gustare il suo Daiquiri.

Dobbiamo però tornare a casa presto perché stasera la serata inizierà presto.

Inizia, precisamente, con la visita ad un altro quartiere generalmente non toccato dai giri più “mainstream” dell’Avana: 10 de Octubre. Si tratta di una zona che, prima della rivoluzione, era il regno dell’alta borghesia Habanera. Con la riforma urbana di Fidel nessuno poteva possedere più di una casa e quindi, negli anni, le vecchie dimore sono state assegnate a famiglie senza casa che, però, non hanno i mezzi per ristrutturarle. Così ora per la maggior parte sono ridotte quasi a dei ruderi, salvo alcune che sono finite in tempi più recenti in mano a persone della “nuova” classe media, che hanno un posto statale importante o lavorano per imprese straniere. E che hanno quindi i soldi per metterle a posto.

È qui che inizia ad accompagnarci Pablo Rodriguez Ruiz, antropologo all’università dell’Avana e autore di numerosi saggi sulla storia del popolo cubano. Io e Giuseppe gli veniamo subito segnalati da Paola come persone molto interessate alla storia di Cuba e con una certa “competenza”. In realtà è soltanto che io ho letto recentemente “Le vene aperte dell’America Latina”, di Eduardo Galeano, e l’ho consigliato a Giuseppe, che poi l’ha letto anche lui. Ma questo basta per avere qualche nozione base, come il punto di svolta determinato nella storia cubana dalla rivolta degli schiavi di Haiti del 1791. A seguito di quella rivolta, molti piantatori francesi si trasferirono a Cuba, che da allora (e fino a non molti anni fa) divenne il primo paese produttore di canna da zucchero al mondo. Con tutti i danni ambientali che la monocoltura della canna ha causato in termini di deforestazione ed erosione, i cui effetti sono ancora oggi visibili. Iniziamo quindi a chiacchierare piacevolmente con Pablo, che ci dà qualche piccola anticipazione di quello che verrà dopo.

Stiamo infatti per trasferirci a casa dei genitori di David, dove passeremo la serata dell’ultimo dell’anno. Ma prima c’è l’incontro con Pablo, che in realtà da programma era previsto per stamattina ma è stato spostato per motivi logistici.

Ci sistemiamo tutti in una stanzetta, chi sui letti e chi sulle sedie che riusciamo a portare. È un luogo un po’ insolito per una lezione, e anche un tempo, a poche ore ormai dallo scoccare della mezzanotte. In effetti Pablo preferirebbe non fare una lezione classica, ma partire subito rispondendo a qualche domanda da parte nostra. Più d’uno, però, manifesta la preferenza per una “spiega” iniziale sui punti essenziali della storia di Cuba e quindi lui si adegua. Un po’ a malincuore, perché gli sembra di massacrare la storia del suo paese condensandola in poche battute.

Fatto sta che più di tanto, evidentemente, non è condensabile e quindi mentre lui parla e David traduce, con qualche aiutino qua e là da parte mia, passa ben più di un’ora. Paola nota un vistoso calo dell’attenzione (per usare un eufemismo) e si fa portavoce del gruppo nel chiedere una pausa, che Pablo fatica un po’ ad accettare ma poi concede. Ed è salutare, devo dire. Riusciamo in qualche modo a concludere e a lasciare un po’ di spazio per qualche domanda. Si parla molto del ruolo della donna nella società cubana, e scopriamo che le differenze di salario a parità di lavoro sono minori che da noi. Un altro tema caro a Pablo è quello del razzismo, che è in aumento con la crisi, come un po’ dappertutto, in realtà. Per contro, una nota positiva è che i giovani non si sono allontanati più di tanto dalla politica e conoscono la loro storia.

Il punto chiave, però, è quello delle prospettive future. C’è chi dice che l’unico modo per non cadere nelle braccia degli americani sarebbe cadere nelle braccia dei cinesi, ma chissà poi se sarebbe meglio. Secondo Pablo, Cuba rischia, se il cambiamento non sarà gestito (e al momento non si sa bene chi potrà farlo, vista la gerontocrazia tuttora in sella), di cadere in breve tempo nel neoliberismo, con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze (che già sono in crescita) e possibile svuotamento dell’isola. La sua ricetta per impedire tutto ciò consiste nell’appropriazione da parte dei lavoratori dei processi produttivi. Detto così, a dire il vero, risulta un po’ teoria, ma per spiegare i contenuti concreti dell’idea servirebbe un tempo che non potremmo sicuramente reggere, adesso.

Certo che, fa notare Eddi, quale altro gruppo se non quello di Radiopop potrebbe, con la mezzanotte che si avvicina a grandi passi, essere qui a discutere del futuro di Cuba con un antropologo?!? Bè, che dire? È proprio vero.

Ma ora è il momento di dedicarci alla festa. E la base di ogni festa cubana che si rispetti, capodanno compreso, è il lechon asado, il maialino cotto per un numero di ore indefinito, che alla fine è effettivamente di una tenerezza che tutti apprezziamo entusiasticamente. Vegetariani a parte, ma anche per loro c’è di che essere soddisfatti, con la miriade di frutti e tuberi tropicali che l’isola offre, e che sono tutti presenti, e con i diversi modi che esistono di friggere una banana. Ormai abbiamo capito che se fritte intere si chiamano Tostones e se fatte “a patatina” prendono il nome di chicharritas. Chi ci spiega i piatti, con grande gentilezza, è il papà di David, che però ammette di non essere lui il “cocinero” principale, ma rende merito alle sue figlie e a sua moglie. La mamma di David è una signora dolcissima e piena di vita, che scoccata la mezzanotte cerca di coinvolgere tutti nelle danze, anche chi come me è proprio negato. Lei invece, nonostante qualche acciacco che denuncia, se la cava alla grande ed è il centro della festa. Anche i nipoti di David, devo dire, sono uno spettacolo: uno di loro ha un paio di baffetti che sembra Lou Bega…

Ne ero sicuro, ma David ha davvero una famiglia meravigliosa. Famiglia di cui fa parte anche Carlitos, che anche stasera arriva qui a ballare con noi. Si capisce anche dai piccoli gesti il tipo di persona eccezionale che è.

Arriva però, purtroppo, anche il momento di lasciarli concludere i festeggiamenti in santa pace e di andarcene a nanna, anche perché domani mattina non troppo tardi dobbiamo partire.

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(Continua…)