A Belfast con l’Ira – Parte Seconda

Parte II

17/9/2016 – Giorno 3: Nel quale guardiamo la storia di questo paese dipinta sui muri, attraversiamo i cancelli che dividono i due cuori della povera, tormentata Belfast, viaggiamo virtualmente sul Titanic e prima ancora lo costruiamo.  

Per stamattina abbiamo un tour dei murales organizzato, con un pullmino che ci viene a prendere alle 8.30.

Per fortuna Patrizia ha passato una notte tranquilla e sta bene, compatibilmente con l’esperienza non certo simpatica che ha vissuto. Non c’è bisogno di portarla al Pronto Soccorso e questo si rivela una fortuna anche per me, perché appena facciamo conoscenza con Eddie, la nostra guida a West Belfast, mi rendo subito conto che il suo accento è davvero poco potabile. Per fortuna c’è anche Ira e non devo tradurre io, perché proprio non ce la farei. Capisco a grandi linee il senso del discorso (e non sempre), ma non riuscirei mai a tradurre parola per parola come fa lei. Al, in confronto, era una passeggiata di salute e mi aveva un po’ illuso. Avrei bisogno di vivere dei mesi qui per far davvero l’orecchio a una parlata così.

Il tour inizia dalla parte cattolica, che si snoda intorno a Falls Road, con una serie di murales che commemorano gli eventi che portarono all’indipendenza irlandese nel 1921. La scintilla che, cinque anni prima, diede inizio a tutto fu la cosiddetta Rivolta di Pasqua (Easter Rising) del 1916, di cui quest’anno ricorre il centenario. La Rivolta di Pasqua iniziò il 24 aprile 1916, il lunedì dopo Pasqua, mentre in Europa infuriava la Prima Guerra Mondiale, e fu soffocata nel sangue dagli inglesi nel giro di una settimana. I principali esponenti degli insorti furono tutti giustiziati; si salvò solo Eamon De Valera, la cui condanna a morte venne commutata in ergastolo grazie alla sua cittadinanza americana e che poi ebbe un ruolo centrale anche nell’indipendenza. Ma la Rivolta di Pasqua è un evento al quale gli irlandesi, soprattutto nella Repubblica ma anche qui, qui ovviamente solo per la parte cattolica, attribuiscono un’importanza enorme e che celebrano molto di più di quanto non facciano con la data dell’effettivo ottenimento dell’indipendenza. Questo perché rappresenta il momento fondativo della lotta, ma anche il momento più puro. Gli insorti del 1916, nell’immaginario collettivo irlandese, sapevano di avere pochissime possibilità di successo, quasi nessuna, ma si buttarono comunque nell’avventura per puro idealismo e nella speranza che, anche se fossero usciti sconfitti, quello sarebbe stato il seme che avrebbe fatto nascere nel popolo la volontà incrollabile di arrivare alla vittoria finale. Questo è il mito, la storia racconta anche che si aspettavano un intervento tedesco in loro favore, che per una serie di circostanze non arrivò. Nel 1921, invece, si arrivò alla libertà al prezzo di un compromesso, quel Trattato che sancì l’indipendenza, ma anche la perdita delle sei contee dell’Ulster e, peggio ancora, la necessità di un giuramento di fedeltà alla Corona da parte del neonato Parlamento irlandese. Il trattato divise gli irlandesi e scatenò una guerra civile che durò due anni e che fece molte vittime, tra cui lo stesso Michael Collins che aveva firmato quel trattato. È per questo che, ancora oggi, in Irlanda, quasi nessuno ricorda volentieri il 1921 ma tutti ricordano con grande trasporto emotivo il 1916. Ed è sempre per questo che, ovunque in Irlanda, si vedono strade, piazze e monumenti dedicati ai leader del 1916, soprattutto Padraig Pearse e James Connolly, mentre non vedrete mai nulla dedicato a Michael Collins o a De Valera, se non i monumenti delle loro tombe. Tutto questo, secondo me, racconta anche molto dell’anima e della cultura irlandese. Per un irlandese, è sempre degno di rispetto e di ammirazione chi perde ma combattendo fino alla fine, pur sapendo di non avere speranze, e mai chi vince scendendo a compromessi.

img_1362b

IMG_1369.JPG

W.B. Yeats, che sosteneva la causa irlandese e conosceva alcuni degli insorti, scrisse sugli eventi del 1916 una famosa poesia intitolata “Easter”, che finisce così. Scusate, la riporto in inglese, ma ho visto la traduzione italiana e proprio non rende.

 

Too long a sacrifice

 Can make a stone of the heart.

 O when may it suffice?

 That is heaven’s part, our part

 To murmur name upon name,

 As a mother names her child

 When sleep at last has come

 On limbs that had run wild.

 What is it but nightfall?

 No, no, not night but death.

 Was it needless death after all?

 For England may keep faith

 For all that is done and said.

 We know their dream; enough

 To know they dreamed and are dead.

 And what if excess of love

 Bewildered them till they died?

 I write it out in a verse

 MacDonagh and MacBride

 And Connolly and Pearse

 Now and in time to be,

 Wherever green is worn,

 Are changed, changed utterly:

 A terrible beauty is born.

 

Le vicende della guerra civile irlandese sono state raccontate anche da Ken Loach nel suo magnifico film “Il vento che accarezza l’erba”, usando in maniera mirabile il classico schema con cui si racconta la Storia con la S maiuscola attraverso una piccola storia di persone comuni.

Il fatto che ci troviamo nella parte cattolica è evidente anche da un particolare: per la prima volta, a Belfast, vediamo indicazioni, targhe e cartelli stradali anche in gaelico. L’uso del gaelico, naturalmente, caratterizza solo la comunità nazionalista repubblicana e negli anni dei troubles è stato profondamente legato alla causa dell’Irlanda unita. I terroristi dell’IRA imprigionati lo studiavano in carcere. Qui nessuno lo parla correntemente e anche nell’Eire, in realtà, le persone che lo parlano come prima lingua sono solo 100.000 circa, su 4,5 milioni di abitanti, concentrate sulla costa ovest. Il tentativo di recuperare l’antica lingua irlandese e di farne una vera lingua nazionale nasce in tempi relativamente recenti, con il rafforzarsi dei movimenti indipendentisti tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, e prende ovviamente sempre più forza con la nascita della Repubblica d’Irlanda. Ma nonostante gli sforzi, l’insegnamento nelle scuole, le radio e le televisioni in gaelico, ha avuto un successo solo relativo. Del resto, è una lingua estremamente difficile.

Addentrandoci nella zona di Falls Road, ci fermiamo prima di tutto davanti al mural forse più iconico di tutta Belfast, quello di Bobby Sands. Bobby Sands è il più famoso dei dieci hungerstrikers, i dieci detenuti che nel 1981 morirono per aver voluto portare lo sciopero della fame fino all’estrema conseguenza del sacrificio della propria vita. Morì a 27 anni, al 66° giorno di uno sciopero della fame iniziato per protestare contro le condizioni di detenzione dei prigionieri accusati di appartenere all’IRA nel carcere di Long Kesh e, in particolare, per rivendicare il proprio diritto allo status di prigionieri politici. Vale la pena di ricordare che Bobby Sands era stato condannato solo per possesso di armi; era stato accusato anche di aver partecipato a un omicidio, ma le accuse non furono mai provate. Diventò famoso come portavoce degli scioperanti, perché era il più “politico” dei dieci, e fu perfino eletto al Parlamento, anche se l’elezione rimase un fatto puramente simbolico. Le richieste che erano alla base dello sciopero erano state sintetizzate in cinque punti:

  1. Il diritto a indossare i propri vestiti e non l’uniforme della prigione. Per questo prima che alcuni di loro iniziassero lo sciopero della fame i detenuti che protestavano erano stati denominati “Blanket men”, perché dato il loro rifiuto dell’uniforme erano costretti a stare nudi, con solo una coperta per coprirsi.
  2. Il diritto a essere esentati dai lavori in carcere, sebbene i prigionieri fossero disposti a svolgere quelli necessari per il funzionamento e la pulizia dei settori della prigione in cui essi si trovavano. Inoltre, nello stabilire la quantità di lavoro da assegnare loro, si sarebbe dovuto tenere in considerazione il tempo necessario per lo studio.
  3. Il diritto di libera associazione con gli altri prigionieri politici durante le ore di svago.
  4. Il diritto a una visita e a una lettera o un pacco alla settimana, che era concesso agli altri detenuti.
  5. Il diritto ai benefici carcerari (riduzioni della pena) previsti per i detenuti comuni.

Non va dimenticato anche che alcuni detenuti erano stati condannati sulla base di confessioni estorte con torture fisiche e psicologiche. Grazie a una legge speciale del 1971, era possibile imprigionare un sospettato senza alcuna accusa specifica fino a 7 giorni: venivano chiamati “internati”. Ed è chiaro che in 7 giorni c’era tutto il tempo per ottenere qualsiasi tipo di confessione. Il caso più celebre, raccontato nel film “Nel nome del padre”, è quello dei quattro di Guildford, che fecero da innocenti 15 anni di carcere.

Può sembrare privo di senso, con gli occhi di oggi, morire per queste richieste ma allora i detenuti erano convinti che il loro gesto avrebbe fomentato gli animi della popolazione al punto da creare le condizioni per una rivolta generalizzata. E comunque il loro sacrificio non fu del tutto inutile se è vero, come molti sostengono e come ci conferma anche Eddie, che i primi colloqui di pace tra le due parti iniziarono, in maniera del tutto clandestina, proprio dopo la morte di Bobby Sands.

Gli elementi simbolici fondamentali del mural, che viene spesso ridipinto per mantenerne sempre i colori vivi, sono due ed entrambi spezzano la catena che circonda il ritratto: in basso l’allodola, che canta solo quando è libera e non quando è in gabbia, in alto la fenice che rinasce dalle proprie ceneri.

img_1372

Assistiamo per pochi minuti alla messa nella chiesa dove ancora oggi celebra un sacerdote che fu tra i protagonisti dei colloqui di pace, poi ci spostiamo al Clonard Martyrs Memorial Garden, dove sono ricordati tutti i caduti cattolici, militari e civili, nelle varie fasi della guerra di indipendenza prima e dei “troubles” poi. Nelle vicinanze del giardino c’è Bombay Street, dove nell’agosto del 1969 i paramilitari unionisti bruciarono quasi tutte le case e uccisero un giovane volontario dell’IRA, il 15enne Gerald Mc Auley, in uno degli episodi che diedero inizio alla fase più violenta degli scontri tra lealisti e nazionalisti.

img_1377

img_1378

Da qui ci trasferiamo nella parte protestante attorno a Shankill Road, dove vediamo per primo il grande mural dedicato alla battaglia del Boyne del 1690, nella quale il protestante Guglielmo d’Orange sconfisse il cattolico Giacomo II Stuart, che era in quel momento il legittimo erede al trono d’Inghilterra ma era stato scacciato dal Parlamento inglese e si era rifugiato in Irlanda per mettere insieme un esercito col quale tornare a reclamare il trono. Quindi ci fu uno scontro tra le forze protestanti inglesi, guidate da un olandese, che prevalsero, e i cattolici irlandesi guidati da uno scozzese, James II. Non male, no? È per questo che ogni anno a Belfast si tiene una marcia “orangista”, come rappresentazione dell’orgoglio protestante lealista.

img_1379

Ma Eddie, che ormai abbiamo capito da alcune sue frasi essere un cattolico, anche se tenta di non essere troppo plateale nelle sue affermazioni e di mantenere una certa equidistanza, ci mostra un’altra cosa. Stanno lavorando sul mural in memoria di Steve “Top Gun” Mc Keag, un paramilitare unonista dell’UDA/UFF responsabile, da quanto ci dice Eddie, di 17 omicidi, per renderlo meno apertamente elogiativo. Adesso c’è scritto niente meno che “In Proud and Loving Memory”. Speriamo che sia un piccolo segnale di distensione.

È evidente, comunque, che i murales lealisti sono molto più militaristi di quelli cattolici. Sono quasi tutti ritratti di paramilitari, spesso rappresentati armati, con passamontagna e fucili puntati.

img_1380

Un simbolo che ritorna frequentemente nei murales unionisti è quello della mano rossa, che fa parte dell’antica bandiera dell’Ulster e nasce da una leggenda della dinastia O’Neill, che un tempo regnava sulla provincia. Secondo la leggenda due gruppi di guerrieri Vichinghi con due navi stavano per raggiungere la terra nordirlandese per fondare una città, ma erano in troppi. A quel punto decisero che il primo uomo che avesse tenuto in mano la terra di quel paese avrebbe avuto il diritto d’insediarvi il proprio gruppo. La prima nave sfidante stava davanti alla seconda e il suo equipaggio pensava di poter vincere la sfida. Ma un guerriero della seconda imbarcazione si tagliò una mano e la gettò sulla terraferma facendola volare sopra l’equipaggio della prima nave. Le dita insanguinate della mano tagliata si chiusero sulla terra. Così il secondo gruppo uscì vittorioso dalla sfida.

Nella stessa zona, per fortuna, ci sono due murales meno truculenti: quello delle donne, che chiedono uguaglianza e di poter far sentire la loro voce, e quello di “Lower Shankill Angels”, una serie televisiva su un gruppo giovanile interreligioso.

Ma la realtà di questa città è ancora difficile. La dimostrazione più concreta sta in quei chilometri di muri ancora in piedi, e nei 50 cancelli che, tuttora, ogni sera alle 21 vengono serrati. Da un recente studio dell’Università dell’Ulster è emerso che solo il 14% della popolazione non li vorrebbe più. Ancora oggi i muri e i cancelli vengono vissuti come una protezione necessaria contro tutto quello che può venire dall’altra parte: raid notturni, lanci di sassi, bottiglie, petardi. Decenni di violenze e 3500 vittime nella lunga storia del conflitto non si cancellano tanto facilmente. Tra le due comunità non c’è ancora un livello di fiducia sufficiente a superare questa situazione. I ragazzi vengono educati in scuole separate, i matrimoni misti sono ancora pochi.

Anche noi attraversiamo a piedi uno di quei cancelli per tornare nella parte cattolica, dove vediamo alcuni dei murales di carattere più internazionale, che riguardano i popoli considerati storicamente fratelli nella lotta, come i palestinesi, i curdi, i neri americani e sudafricani.

Davanti al cancello c’è una croce con una scritta che si riferisce a un versetto del Vangelo di Giovanni, il 3-16, che recita: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

C’è anche un mural ambientalista sul tema del cambio climatico, vicino a uno più classico contro l’odiata RUC (Royal Ulster Constabulary), la polizia locale formata prevalentemente da militanti lealisti.

IMG_1381e.jpg

img_1382f

img_1382h

img_1382i

img_1382l

img_1382m

L’ultima tappa del tour è davanti al vecchio palazzo del Tribunale, ormai in disuso e parzialmente in rovina, che significativamente si trova di fronte alla prigione di Crumlin Road, attualmente visitabile come museo.

Salutato Eddie, la nostra prossima tappa è la Linen Hall Library, la più antica biblioteca di Belfast, fondata nel 1788. Ha una ricchissima collezione di testi sulla storia d’Irlanda e in particolare sulla storia del conflitto, che ovviamente non abbiamo tempo di leggere. Ma possiamo dare un’occhiata alla mostra permanente di manifesti dell’epoca dei troubles, che ci danno anch’essi uno spaccato storico interessante, chiaramente collegato ai murales che abbiamo appena visto. Quello che, personalmente, mi fa più impressione è quello che consiglia di evitare di chiacchierare inutilmente, in tutte le situazioni di socialità: in taxi, al pub, allo stadio… effettivamente, c’è stato un lungo periodo della storia di questo paese nel quale di certi argomenti si poteva parlare solo con persone delle quali ci si fidava completamente, e prestando attenzione a non avere altre orecchie intorno, perché una parola sbagliata alla persona sbagliata poteva costare la vita.

img_1390

Per il pranzo andiamo da Grannie Annie, un divertente locale in stile rustico con tavoli ricavati da vecchi bancali, camerieri vestiti anni ’20-‘30 e un’infinità di oggetti d’arte povera, di recupero o memorabilia d’epoca che adornano le pareti o perfino penzolano dal soffitto, sul quale c’è una specie di salotto arredato con sedie, tavolini e TV. L’insieme è veramente molto… creativo. Quale posto migliore per un Fish&Chips, dove tra l’altro la pastella del fish è fatta con la birra?

img_1391e

Dopo di che, per il pomeriggio ci aspetta il museo del Titanic, aperto solo 5 anni fa nell’ambito del tentativo della città di riguadagnare un certo appeal turistico.

Da lontano, il nuovo edificio si presenta come l’insieme di tre prue di navi… e c’è chi si chiede: E le tre poppe? Avvicinandosi, si capisce che le prue sono quattro, in realtà.

Ma l’elemento “paesaggistico” che più caratterizzava, già ai tempi della costruzione del Titanic, quest’area, è dato dalle due grandi gru che si stagliano all’orizzonte: Sansone e Golia, sono chiamate. O forse Sansone e Dalila, ieri Al ci aveva detto così e non abbiamo ancora capito qual è la versione giusta.

C’è la fondata possibilità che il museo sia solo una pacchianata, ma si rivela invece un museo interattivo molto ricco e ben progettato, che forse meriterebbe anche più tempo di quello che possiamo dedicargli. Il percorso prevede diverse esperienze virtuali, con le quali possiamo essere trasportati, in maniera molto realistica, in tutti gli ambienti della nave e anche trovarci all’interno del cantiere mentre fervono i lavori per la costruzione del grande transatlantico che proprio qui prese forma grazie al lavoro di migliaia di operai. La costruzione durò 26 mesi e, durante i lavori del cantiere, morirono 8 operai, un numero tutto sommato piccolo considerando l’epoca e le condizioni di lavoro. Vennero usati, per costruire il Titanic, più di tre milioni di rivetti.

Si può “vedere” il varo, avere un’idea dei differenti tipi di cabine, dalla prima alla terza classe, ascoltare alcune storie dell’equipaggio e dei passeggeri e in qualche modo vivere con loro i drammatici momenti del naufragio, dopo lo scontro con un iceberg al largo di Terranova alle 23.40 del 14 aprile 1912. C’è il violino di Wallace Hartley, uno dei musicisti che continuarono a suonare anche mentre la nave stava affondando, una delle immagini più potenti che penso tutti associno immediatamente al Titanic.

E poi si può leggere quello che scrissero i giornali dell’epoca dopo la tragedia, con quelle che furono le conclusioni dell’inchiesta; pare che, ufficialmente, si possa dire che, considerate le condizioni del tempo e del mare, il Titanic andava troppo veloce. E leggere varie informazioni sui passeggeri e sul loro destino. La cosa che mi viene più immediato cercare è, sapendo che non c’erano scialuppe per tutti, quanti passeggeri si salvarono in rapporto alla classe in cui viaggiavano e quindi, in definitiva, alla loro classe sociale. Di quelli che viaggiavano in prima classe, sopravvissero il 62%. Di quelli che viaggiavano in terza, solo il 25%. Nel naufragio, complessivamente, persero la vita 1518 persone su 2223, compresi i 900 uomini dell’equipaggio.

Come non cadere anche nella tentazione di farci un “selfie” di gruppo sul ponte del Titanic?

Per finire, si può salire a bordo del Nomadic, il battello che venne usato per portare i passeggeri a bordo del Titanic dal porto di Cherbourg, che era troppo piccolo per far entrare i transatlantici. All’epoca, non dimentichiamolo, il Titanic era il più grande oggetto semovente costruito dall’uomo. Era lungo 269 metri e largo 28, con una stazza di 46.328 tonnellate. A bordo del Nomadic ci sono anche dei bei costumi d’epoca, con cui ci divertiamo a farci delle foto. Le signore, soprattutto, stanno benissimo con quei fantastici cappelli…

img_1393b

titanic

IMG_1394b.jpg

Mentre ci incamminiamo sulla via del ritorno, mi rendo conto che questa zona della città, che ora si chiama Titanic Quarter, è molto cambiata, con il museo, che dovrebbe rilanciare la città come il Guggenheim ha rilanciato Bilbao, con il nuovo waterfront e con tutti gli altri edifici che sono stati costruiti. Tutta la zona centrale è molto cambiata. Ma se si va a West Belfast, lì non è cambiato niente, è identica a come me la ricordavo. È come se la città stesse andando a due velocità diverse: proiettata verso il futuro qui, con i piedi ben ancorati nel passato, e incapace di immaginare una vita senza quei muri rassicuranti, a West Belfast.

Mi sembra che anche la vecchia torre dell’orologio dell’Albert Memorial, che da sempre pende, adesso penda ora di qua, ora di là, tra queste due anime contrastanti.

IMG_1416.jpg

Forse tutto resta così complicato anche perché ora i protestanti hanno paura. Paura che i cattolici non siano più una minoranza, ma possano diventare maggioranza. Nei numeri, il rapporto tra le due comunità è cambiato, nel corso degli anni. I cattolici fanno più figli, si sa. È una cosa che gli unionisti, e gli inglesi, hanno sempre “rimproverato” agli irlandesi. Ai “Paddies”, come li chiamano loro (Paddy, diminutivo di Padraig-Patrick, è ovviamente uno dei nomi più diffusi in Irlanda). I Paddies che sono superstiziosi, emotivi, testardi, rissosi, chiacchieroni, cacciaballe, inaffidabili, chiassosi, pensano solo a cantare. E fanno un sacco di figli. Questo concentrato di stereotipi, almeno per l’ultima parte, ha un fondo di verità. E ora, a complicare le cose, ci si mette anche la Brexit. Nell’Ulster al referendum aveva vinto il Remain, con una maggioranza abbastanza netta. Il portavoce dello Sinn Fein, il partito che era il braccio politico dell’IRA, ha già chiesto un nuovo referendum, stavolta per la riunificazione dell’Irlanda. E se si facesse, gli unionisti non sono più sicuri di vincere. Di sicuro non si farà a breve, anche perché sarebbe difficile garantire che tutto si possa svolgere pacificamente. Nessuno sa quante armi ci siano ancora nelle cantine.

Per la cena decidiamo, dopo qualche discussione, di tornare da Acton & Sons, per andare sul sicuro. È sabato sera, il locale è pieno. Soprattutto si fa notare un gruppo di donne chiassose, che festeggiano un compleanno. C’è un solo uomo tra loro, non si capisce bene quale sia il suo ruolo. Ma quello che è certo è che fanno un gran casino.

Dopo cena, mi propongo per guidare un gruppo un po’ ridotto verso un’ultima razione di murales, ma decisamente diversi. Non lontano dalla cattedrale, c’è Commercial Court, un vicolo pedonale lastricato di ciottoli che è un po’ l’epicentro della movida di Belfast. Qui, sotto una grande volta che porta in un cortile, un enorme murale dipinto da Danny Devenney e Marty Lyons nel 2010 è diventato una sorta di Cappellla Sistina del pop (copyright di Claudio Agostoni). Sono rappresentati una cinquantina di artisti, non tutti irlandesi. John Lennon, Bob Dylan, Bono e The Edge degli U2, Rory Gallagher, Enya, Sinéad O’Connor. Ma anche l’attore e regista nordirlandese Kenneth Branagh, e i due più celebri calciatori nordirlandesi: George Best, il quinto Beatle, e il mitico portiere Pat Jennings, che giocò, mettendolo in difficoltà, contro il Brasile di Zico, Socrates e Falcao ai mondiali del 1982. A proposito di George Best, c’era la possibilità di fare anche un tour a lui dedicato, ma purtroppo non c’era il tempo per fare tutto… la prossina volta.

Per adesso, ci facciamo un giro al pub.

img_1434

img_1442

img_1449

18/9/2016 – Giorno 4: Nel quale, prima di prendere la via del ritorno, sfioriamo brevemente la sporca, vecchia Dublino imbandierata a festa.

Ci alziamo presto per prendere il pullman del ritorno a Dublino, dove dobbiamo prendere il nostro volo di rientro nel tardo pomeriggio. Ma, partendo alle 8.30, avremo la possibilità di goderci almeno una mezza giornata nella capitale d’Irlanda. Che è pochissimo, purtroppo, per una città che ha tanto da offrire, dove ogni pietra racconta una storia. Io ci passai una settimana, 16 anni fa. Ma un assaggio è meglio che niente, a chi non la conosce forse farà venire voglia di tornarci.

Ed eccola, Dublino. Dirty Old Town, diceva una vecchia canzone, che in realtà non si riferiva a Dublino ma a Salford, una città industriale inglese nei dintorni di Manchester. Ma che, nell’immaginario collettivo, è diventata una canzone irlandese, essendo stata portata al successo dai Dubliners. E quindi, ormai, tutti la associano a Dublino.

Noi ci arriviamo da nord, dal sobborgo di Drumcondra, e percorriamo O’Connell Street fino a raggiungere la fermata del bus, che è a due passi dal GPO, quel General Post Office che fu il quartier generale degli insorti durante la Rivolta di Pasqua. Ci fermiamo a depositare i bagagli in una sala Slot e videopoker che offre anche questo servizio (il posto è un po’ squallido ma è il più vicino alla fermata del bus, dove dovremo anche riprenderlo per andare all’aeroporto). Dopo di che, siamo pronti per questa breve toccata e fuga. Dublino ci accoglie sotto una lieve pioggerella, ma in fondo non ci possiamo lamentare. È la prima volta che piove, e stiamo per andare via. Per essere a metà settembre in Irlanda, non è male.

Ma ci accorgiamo subito che Dublino ci accoglie anche tutta vestita a festa, piena di bandiere e bandierine blucelesti e rossoverdi. All’inizio non capisco, poi vedo un manifesto gigante che annuncia “All Ireland Final” con due giocatori, spalla a spalla, vestiti con quegli stessi colori, e ho l’illuminazione: la finale del campionato di football gaelico! Sì, certo, è proprio questo il periodo. Qualcuno mi chiede: “Ma sei sicuro che non sia calcio? Mi hanno detto che è calcio…” e io: “No, ti hanno detto che è football, ma football gaelico. Ragazzi, fidatevi, una roba così qui non succede per il calcio, succede solo per il football gaelico”.

Il football gaelico, come definirlo? Spesso si dice che è una via di mezzo tra il calcio e il rugby, farebbe inorridire i puristi ma rende abbastanza l’idea. La palla è rotonda, come nel calcio, ma si gioca in 15 e si può giocare anche con le mani, come nel rugby. Si può portare la palla, ma solo per quattro passi, poi bisogna palleggiare, a terra o sul piede. Si può passare di piede o col pugno, ma quando il pallone è a terra può essere tirato su solo col piede. Il tackle è più duro che nel calcio, ma meno che nel rugby. Si segna in una porta da calcio, ma con i due pali più lunghi, come nelle porte fatte ad H del rugby. Il goal nella rete vale 3 punti (e si può realizzare solo calciando), metterla sopra la traversa vale un punto e si può fare anche con il pugno. Semplice, no?

Si vuole che il football gaelico, insieme con l’hurling, altro sport gaelico, sia l’evoluzione di antichi giochi celtici. Tutto fa parte del grande tentativo, iniziato con i primi fermenti indipendentisti, di recuperare il più possibile del patrimonio culturale, vero o presunto, degli antichi abitanti dell’Irlanda, per creare un’identità irlandese solida, completamente autonoma e distinta da quella anglosassone.

Il casino (che comunque c’è sempre, il giorno della finale) oggi è ancora di più, perché in finale c’è la squadra di Dublino, che è quella con i colori azzurro e blu. I rossoverdi sono della contea di Mayo, nordovest dell’Irlanda. E li vediamo, i tifosi di entrambe le squadre, con la maglia d’ordinanza e/o avvolti nel loro bandierone, che passeggiano e colorano la città in attesa dell’ora di andare allo stadio.

Stadio che è il leggendario Croke Park, famoso anche per essere stato teatro, durante la Guerra d’Indipendenza, della prima “Bloody Sunday” della storia irlandese, 50 anni prima di quella di Derry del 1972. Il 21 novembre 1920 la polizia ausiliaria del Regno Unito entrò sul terreno di gioco durante la partita di football gaelico Dublino-Tipperary e iniziò a sparare indiscriminatamente sulla folla, uccidendo 12 spettatori ed il giocatore Michael Hogan. L’azione violenta era stata condotta come rappresaglia per l’omicidio di una decina di ufficiali di polizia della cosiddetta Cairo Gang, avvenuto per mano della banda di Michael Collins il giorno prima.

Dopo una breve sosta in una cioccolateria, passiamo rapidamente davanti al GPO. Scopro, con una certa sorpresa iniziale, che ora qui (dal 2003, ho saputo poi) c’è un enorme spillone, un obelisco d’acciaio alto 120 m chiamato “The Spire”, la guglia. In effetti, avevo letto qualcosa da qualche parte. Il posto è quello dove c’era la colonna di Nelson, che poi fecero saltare con una bomba nel 1966 per festeggiare, manco a dirlo… i 50 anni della Rivolta di Pasqua. Il sito rimase vuoto per un po’ di anni, poi ci misero una statua di donna sdraiata in una fontana, che era poi il monumento ad Anna Livia, la personificazione del fiume Liffey. Che però, per lo spirito popolare dublinese, era diventata “The Floozy in the Jacuzzi”, la puttana nella Jacuzzi. E che è quello che io ricordavo di aver visto qui nel 2000. Ma, anche qui, la città è cambiata.

Già dal primo giorno di viaggio Ira mi sta chiamando, più o meno indifferentemente, Piero o Mario, e mi ha spiegato anche perché. C’è un suo caro amico che si chiama Piero, e Mario di secondo nome. I suoi genitori erano incerti sul nome, così glieli hanno dati tutti e due. Ma lui, per rispettare in pieno la volontà dei suoi, ha deciso di farsi chiamare, da tutti quelli che lo conoscono, Piero e Mario a giorni alterni, Piero nei giorni pari e Mario nei dispari, o viceversa. E quindi lei è abituata a considerare i due nomi sostanzialmente equivalenti. È un po’ folle ma mi piace, come spiegazione, che sia vera o no. Ma adesso, mentre lei spiega la storia del GPO e del Nelson’s Pillar, facendo dire qualcosa anche a me, mi accorgo che sono diventato anche Carlo! C’è chi dice che già da ieri ero anche Carlo, ma io non me ne ero reso conto. Diventa più complicato, perché Carlo è uno dei nostri compagni di viaggio, ma so già che ora che la cosa è stata… ufficializzata per tutto il giorno avrò tre nomi, e forse anche dopo.

Un’altra motivazione per cui vogliamo già bene a Ira sono le sue reiterate offerte di Toblerone, con le quali ha cercato di sostenerci nei piccoli momenti di sconforto di questi giorni e che, ne sono certo, resteranno un tormentone per un po’.

img_1450

img_1450c

Attraversiamo l’O’Connell Bridge per dirigerci verso il Trinity College, che sarà la meta principale di questa nostra breve incursione dublinese.

Qui, in questa università fondata da Elisabetta I nel 1592, hanno studiato, tra gli altri, Oscar Wilde e Samuel Beckett. Per secoli il Trinity è stato il centro della dominazione britannica dal punto di vista culturale. Fino al 1970 i cattolici non hanno potuto metterci piede, prima per la segregazione imposta dai britannici e poi per il divieto della stessa Chiesa Cattolica irlandese.

La sua maggiore gloria, e quello che lo rende così interessante anche per noi, è la Old Library, l’antica biblioteca che custodisce, come suo tesoro più prezioso, il Book of Kells. Il Libro di Kells è un manoscritto miniato che risale all’incirca all’800 d.C., giunto qui appunto dal monastero di Kells, contea di Meath, nel 1654. È da attribuire, presumibilmente, ai monaci della remota isola di Iona, al largo della costa ovest delle Highlands scozzesi. Contiene i quattro vangeli, e una infinita serie di illustrazioni superbamente decorate e con innumerevoli significati simbolici che lo rendono veramente unico. Come ricordavo, già poterlo vedere, anche se solo per pochi minuti, è una forte emozione. Ma fonte di altrettanta suggestione, se non di più, è la biblioteca nel suo insieme, alla quale la Rowling si è ispirata per la biblioteca di Harry Potter. La “Long Room” contiene 200.000 dei più antichi e preziosi volumi, insieme ai busti di tanti illustri scrittori e pensatori. Per il Library Act del 1801, nonostante l’indipendenza irlandese poi sopraggiunta, questa biblioteca è ancora una delle quattro che hanno diritto a ricevere una copia di ogni libro pubblicato nel Regno Unito. Naturalmente, non si trovano tutti qui, ma in varie sedi staccate fuori Dublino.

Nella Long Room si trova anche quella che è chiamata l’arpa di Brian Borù, l’eroe che sconfisse i danesi nella battaglia di Clontarf del 1014. In realtà, però, l’arpa è successiva e risale “solo” al 1400.

img_1460

img_1462

Tutto molto bello, ma purtroppo si sta facendo tardi. Abbiamo tempo solo per un pranzetto veloce alla Food Hall di Marks & Spencer in Grafton Street, la via pedonale più trafficata di Dublino. Oggi non c’è tantissima gente, però, perché molti si stanno già portando nella zona dello stadio.

Dopo pranzo, suggerisco di tornare verso Halfpenny Bridge, e poi verso O’Connell Street, facendo una breve deviazione musical-popolare. Sì, perché ho letto che a breve distanza da qui, in Suffolk Street, è stata ricollocata un paio d’anni fa la statua di Molly Malone che prima era in Grafton Street e ne era forse il landmark più famoso.

Molly è un’icona cittadina, la protagonista della più nota canzone popolare dublinese, una sorta di inno non ufficiale della città. Non è realmente esistita, almeno non con quel nome, ma sicuramente ce ne sono state tante come lei, che ogni giorno andavano col loro carretto a vendere cozze e vongole al mercato del pesce. L’epoca è il 1700, e la canzone narra di lei che fa innamorare lui, ma poi improvvisamente muore di una febbre misteriosa, come avveniva a quell’epoca. Eccola nella versione classica dei Dubliners:

 The Dubliners – Molly Malone

Anche se la canzone esplicitamente non lo dice, nella tradizione popolare è sempre stata una che la mattina vendeva frutti di mare e la sera faceva la prostituta, come del resto fanno pensare i suoi abiti discinti. Tant’è vero che la statua è soprannominata “The Tart with the Cart”, la puttana col carretto. E si dice che porti fortuna toccarle il décolleté, che infatti è di un colore nettamente più chiaro, segno di usura.

img_1473

Poi ci sarebbe da raccontare una corsa in taxi verso l’aeroporto, perché col traffico caotico di questa giornata particolare anche gli autobus vanno un po’ a rilento.

Ma mi sembra bello chiudere così, con Molly Malone, che in fondo è una perfetta rappresentazione dell’Irlanda, perché la sua storia è una storia d’amore e di tragedia, e lei è insieme santa e puttana, pura e corrotta.

Yeats ha detto che essere irlandesi significa avere un perenne senso della tragedia, che ti sostiene nei temporanei periodi di gioia. Ecco, vorrei che, soprattutto per Belfast che ne ha ancora bisogno, il futuro fosse diverso, fosse più gioia e meno tragedia, visto che per quello ha già dato. Senza però, per questo, essere meno irlandese.

 img_1477

 

Grazie a ViaggieMiraggi, in particolare a Elisa, che per l’ultima volta ha organizzato un nostro viaggio e ora si dedicherà a tempo pieno all’antropologia, anche se, come dire, anche noi eravamo un bel caso di studio. In bocca al lupo per tutto.

E grazie a Radio Popolare, soprattutto a Ira, che ha reso davvero speciale questo viaggio, insieme a tutte e tutti quelli che hanno partecipato.

tessera2016-720x380

vem-logo

A Belfast con l’Ira – Parte prima

Diario di un viaggio nella tormentata città dei muri e dei cancelli, delle bandiere e dei murales, del lino e delle corde da marinai, dei cantieri navali e degli operai che hanno forgiato i giganti del mare, di Van Morrison e di George Best. Che prova a rinascere, senza poter dimenticare i giorni dei “troubles”, che ancora ne segnano la vita.

One day we’ll return here,

When the Belfast Child sings again

Brothers, sisters, where are you now

As I look for you right through the crowd

All my life here I’ve spent

With my faith in God, the Church and the Government

But there’s sadness abound

Some day soon they’re gonna pull the old town down

(Belfast Child, Simple Minds, 1989)

 

Parte I

Prologo

Miei cari lettori, mi corre prima di tutto l’obbligo di spiegare questo titolo. Anche perché chi di voi mi conosce, e sa come la penso sulla questione dell’Irlanda del Nord, potrebbe pensare che ho deciso di passare alla lotta armata, come si diceva una volta. Aderendo magari a quei gruppuscoli che si sono staccati dall’IRA storica, perché contrari al processo di pace in ogni forma, e cercano ancora di portare avanti la lotta. Si fanno chiamare “Real IRA”, se non sbaglio.

Niente di tutto ciò. Sarebbe fortemente stridente con la mia ben nota indole pacifica, del resto.

No, solo la I è maiuscola, se ci fate caso; si tratta di un’altra Ira, un’Ira che piace sicuramente di più a noi ascoltatori di Radio Popolare: Ira Rubini. È lei che ci guiderà in questo viaggio nella Belfast vecchia e nuova. Lei, che ogni giorno ci guida, con il suo programma “Cult”, tra teatro, cinema, arti visive, musica, letteratura, filosofia, sociologia, comunicazione, danza, fumetti e graphic-novels… qui non ci guiderà solo con la sua voce, ma sarà proprio qui con noi, in carne ed ossa, a calpestare con noi le strade di questa città così complicata, che non è certo di quelle che si fanno amare a prima vista. Ma con lei, ne sono certo, potremo apprezzarla e perfino provare a capirla.

Per me, anche stavolta, non è una prima volta. Sono già stato in Irlanda parecchi anni fa, nell’agosto del 2000. E da allora sono sempre rimasto molto legato all’Irlanda, per vari motivi, e ho sempre sognato e progettato di tornarci, senza mai riuscire a realizzare il proposito. Sono stato anche a Belfast, 16 anni fa. Ma so che la città, da allora, è parecchio cambiata, anche se non in tutte le zone. E poi quella volta, a dire il vero, ci passai solo una giornata, prendendo un treno da Dublino la mattina presto e tornando alla base la sera tardi.

Una giornata, però, che è difficile dimenticare. Quel giorno Belfast si era svegliata con i blindati dell’esercito britannico nelle strade, per la prima volta dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo del 1998. Era successo che la sera prima c’era stato un violento scontro a fuoco tra due bande paramilitari protestanti, gli UVF (Ulster Volunteer Force) e gli UFF (Ulster Freedom Fighters), che poi è l’altro nome dell’UDA (Ulster Defense Association), quello che hanno adottato quando come UDA sono stati messi fuori legge. Già da qui si capisce che questa città è complessa, se qualcuno aveva dei dubbi. Qui non si sono sparati solo tra protestanti e cattolici, ma ogni tanto anche tra diverse fazioni della stessa confessione (soprattutto i protestanti unionisti, ma a volte è capitato qualche regolamento di conti anche tra cattolici). La sparatoria aveva lasciato due morti sull’asfalto. Lessi su un giornale locale che si trattava di una vecchia faida che periodicamente tornava a riacutizzarsi, e che la polizia cercava un certo “Mad Dog” Adair, che era il gentiluomo che aveva dato inizio alle danze, quella sera. Non era stato lui a sparare i colpi fatali, anche perché i due morti erano uomini suoi, ma di sicuro la prima provocazione era partita da lui. Pochi giorni dopo fu arrestato, e condannato a due anni di carcere.

Va da sé che quel giorno il clima in città era piuttosto cupo, credo più del solito anche se per me era la prima volta che ci mettevo piede e non avevo termini di paragone. Restando nel centro, in realtà, non si percepiva nulla di particolare, sembrava una tranquilla giornata d’estate. Ma muovendosi verso West Belfast si vedevano i primi blindati, e i soldati armati di mitra a presidiare le strade.

West Belfast è la zona più “calda” della città, quella che si divide tuttora tra la parte cattolica, intorno a Falls Road, e la parte protestante unionista, intorno a Shankill Road. Entrambe le parti hanno le loro bandiere e i loro murales. Allora, in alcuni punti, persino la cordolatura dei marciapiedi era dipinta, in verde-bianco-arancio nella parte cattolica e in bianco-rosso-blu nella parte unionista.

L’idea con cui ero arrivato era, dopo un giro delle principali attrattive del centro, di andare a West Belfast a piedi o, vista la distanza, con un autobus pubblico. Visto che però il clima era quello, decisi per prudenza di andarci con un tour organizzato. C’era poca gente che voleva farlo quel giorno, ma io non volevo rinunciare. Trovai un pullmino, semivuoto, che partiva da una strada del centro. La guida ci raccontò brevemente quello che era successo e ci spiegò che, su indicazione della polizia, lui doveva consigliarci di non scendere neanche per fare le foto durante le soste. Era solo un consiglio, anche piuttosto eccessivo in realtà. Cosa avrebbe potuto succedere a dei turisti con l’esercito nelle strade? Ma nessuno si sentiva di trasgredire, forse anche per non far perdere tempo al gruppo, e così feci anch’io. Quindi ho un sacco di foto dei murales scattate da dietro i vetri del pullmino. Questa volta sarà sicuramente diverso, potremo fare un tour più lungo e prenderci i nostri tempi.

Il gruppo, questa volta, è più piccolo rispetto agli altri viaggi che ho fatto con la radio. Siamo 12 persone, compresa Ira. Forse l’interesse per Belfast non era alle stelle e, in più, qualche traversia con i prezzi dei voli ha portato a chiudere presto le iscrizioni. Ma tra queste 12 persone ci sono alcune delle mie più care amiche, e questo non può che far nascere il viaggio sotto i migliori auspici. L’organizzazione, come sempre, è a cura di ViaggieMiraggi, ma questa volta non avremo un loro accompagnatore/trice. Sarà Ira il nostro unico punto di riferimento.

Insomma, rendiamo merito a Claudio Agostoni, che ci ha messo l’idea iniziale, ma questo per noi sarà il viaggio dell’Ira, che per la prima volta accompagna un viaggio di Radio Pop e che non vediamo l’ora di conoscere.

E ora può cominciare il racconto.

 

15/9/2016 – Giorno 1: Nel quale, non senza difficoltà, arriviamo a Belfast

Il viaggio, per me e per le amiche con cui ho appuntamento alla Stazione Centrale di Milano per prendere il pullman che porta all’aeroporto di Orio al Serio, comincia subito, per la circostanza fortunata che Ira ha deciso, evidentemente, di prendere lo stesso pullman. Siamo noi, ovviamente, a farci riconoscere: per noi è soprattutto una voce, nessuno di noi la conosce personalmente, ma abbiamo già avuto occasione di vederla dal vivo e così, quando non senza sorpresa la vediamo salire, spolverino nero e sciarpa rossa, la invitiamo a sedersi vicino a noi. E subito scatta quella magia che sembra unirci alle voci della nostra radio, per cui iniziamo a chiacchierare come se ci conoscessimo da sempre.

Ira conosce benissimo il mondo anglosassone, ha vissuto a Londra e parla inglese come i madrelingua, anzi forse meglio di parecchi che ho conosciuto. In realtà, non so esattamente quante lingue parla. Lei è nata a Bruxelles, è di madre tedesca, che però le parlava in francese, ha vissuto lì da piccolissima, poi a Milano, poi da giovanissima è andata a vivere a Londra con quello che allora era suo marito. Ci ha raccontato che, quando lo disse a suo padre, lui alzò gli occhi dal giornale solo brevemente e le chiese: “Hai di che pagare l’affitto?”. “Sì” – disse lei – e lui: “Allora va bene”.

Ira, per altro, è un nome russo, perché nella sua famiglia ci sono anche delle ascendenze russe.

Ci racconta anche dei ritardi nella definizione del nuovo palinsesto e delle interminabili, a volte un po’ folli, riunioni di redazione a Radio Popolare, e ci sembra di vederli. Parliamo delle nostre trasmissioni e dei nostri conduttori preferiti, di quello che ci piace (tanto) e quello che non ci piace (poco) della nostra radio. Parliamo dei bellissimi e intensi 3 giorni di festa per i 40 anni della radio lo scorso giugno, e della necessità di ripetere una festa come quella, anche un po’ più piccola, ma una volta l’anno.

Così il viaggio verso l’aeroporto, sotto la pioggia, scorre via veloce. All’aeroporto il gruppo si riunisce, alle 8, al check in di Ryanair. Il nostro volo dovrebbe partire poco dopo le 10. Abbiamo così l’opportunità di conoscere anche gli altri compagni di viaggio, tra cui Marcello, che sarà il mio compagno di stanza. Qualcuno fa notare che, in qualche punto, dal tetto piove dentro. Forse è un segnale che il viaggio di andata non sarà dei più fortunati… in effetti piove sempre più forte, anche se da dietro le vetrate si capisce relativamente. In attesa dell’imbarco, incontriamo due giovani ascoltatrici della radio, che vanno anche loro in Irlanda. Regaliamo loro qualche gadget, in cambio della promessa che faranno il possibile per abbonarsi e, chissà, per partecipare anche loro a qualche viaggio in futuro.

Intanto, però, notiamo un primo spostamento dell’ora di partenza del nostro volo, poi un altro. Un quarto d’ora, poi mezz’ora, poi un’ora. Comincia a serpeggiare una certa preoccupazione. Si viene a sapere che il nostro aereo, quello che ci avrebbe dovuto portare a Dublino, non è riuscito ad atterrare per il maltempo. Dopo aver girato un po’ intorno all’aeroporto, per non restare senza carburante è dovuto atterrare a Verona. Ora dovrà tornare qui, e questo chiaramente non sarà indolore. Il nuovo orario di partenza è fissato per le 14, con quasi 4 ore di ritardo. Speriamo che almeno questo venga rispettato, perché perdere un intero giorno su un viaggio di 4 non è il massimo. Un po’ per scaramanzia, valutiamo anche l’ipotesi peggiore e decidiamo che, se non dovessimo riuscire a partire entro stasera, sarebbe il caso di rinunciare e riprogrammare il viaggio in un altro momento, per quanto difficile possa essere. Ma qui il tempo sta migliorando, gli aerei ricominciano ad arrivare e a decollare. Forse il nostro ha beccato proprio il momento peggiore, ci rendiamo conto che è uno dei pochi che hanno un ritardo così grande.

Alla fine le nostre scaramanzie funzionano e, abbastanza puntuali nel nostro ritardo, riusciamo a partire. Abbiamo perso qualche ora, ma pazienza.

Sul pullman che ci porta dal gate all’aereo Marcello ricorda un episodio divertente che gli è successo a Caracas, dove il pullman girava per la pista con l’autista che chiedeva in giro quale fosse l’aereo dove doveva portare i passeggeri, e io commento che… succede nei peggiori aeroporti di Caracas. Siamo già in sintonia.

Il volo è tranquillo e, dopo poco più di due ore, atterriamo a Dublino. Da qui abbiamo un bus per Belfast, che avevamo prenotato e che ovviamente abbiamo perso. Ma le regole della compagnia di trasporti ci consentono di prenderne uno successivo se il ritardo, come in questo caso, è dovuto a cause di forza maggiore… aerea. Purché ci sia posto per 12 persone, che per fortuna c’è. Ce la facciamo per un pelo, il bus è completamente pieno. Molti probabilmente si dirigono a Belfast per la Belfast Culture Night che è in programma domani sera, una specie di notte bianca nordirlandese.

Sul bus Ira chiacchiera per tutto il tempo con una gentile signora irlandese, ma purtroppo sono troppo indietro per riuscire a captare qualcosa. Dato che il bus era già quasi pieno, ci siamo dovuti disporre in ordine sparso. Riesco solo a sapere che, dopo l’annuncio della Brexit, pare che nel nord ci sia una corsa, per chi ha i requisiti, ad accaparrarsi anche il passaporto della Repubblica d’Irlanda, che diventa ormai un passaporto per l’Europa. In passato, naturalmente, era il passaporto britannico ad essere più desiderabile, ed ora ecco che gli scherzi della storia offrono questo curioso contrappasso.

A Belfast fa abbastanza fresco ma non piove, smentendo le fosche previsioni meteo con le quali siamo partiti. Il Travelodge hotel, dove ci sistemiamo, è in Brunswick Street, in pieno centro, a due passi dalla City Hall. È estremamente essenziale ma, ci dicono, è quello che era possibile trovare nel weekend della Culture Night senza muoversi con mesi di anticipo. Ad ogni modo sono solo tre notti, anche se le comodità non abbondano non importa.

Si è fatta una cert’ora e così, prima di cena, c’è solo il tempo per un giro veloce nei dintorni e una prima puntatina al pub.

Davanti alla City Hall, Ira ci fa un interessante discorsetto introduttivo sulla storia della città, che è relativamente recente, anzi molto recente rispetto agli standard italiani ed europei. A parte qualche insediamento più o meno stabile in epoche più lontane, la fondazione risale al ‘600 ma allora Belfast era solo un villaggio di qualche centinaio di abitanti. Lo sviluppo vero della città arriva solo con la rivoluzione industriale, che nell’800 trasformò Belfast più di ogni altro luogo in Irlanda. La vocazione industriale della città si sviluppò intorno al tessile soprattutto, all’inizio (ancora oggi il lino di Belfast è famoso), poi alla produzione di corde, in particolare corde da marinai, e infine ai cantieri navali, che sono stati la gloria della città tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900. Sappiamo già che il Titanic è uscito dai cantieri di Belfast, della Harland & Wolff, e in questi giorni visiteremo il nuovo museo interattivo dedicato allo sfortunato transatlantico, che ebbe vita breve ma che è diventato immortale nel mito. La storia industriale della città, ci fa notare Ira, è quella che in fondo ne segna anche la storia politica e sociale, e che porta ai “troubles” degli anni ’70 e ’80. Sì, perché dall’800 in poi l’industria attira persone da tutta l’Irlanda cattolica e la città, nata come insediamento protestante presbiteriano, si trova a dover fronteggiare un impetuoso aumento della popolazione cattolica. Cattolici che vivono in condizioni di sfruttamento e discriminazione, situazione che enfatizza i contrasti e fa aumentare la diffidenza della maggioranza protestante e unionista. Tutto questo, nei quartieri più poveri, diventerà il brodo di coltura della violenza e del settarismo.

Mentre Ira ci spiega questi fatti, siamo distratti dal viavai di limousine, uomini in abito scuro e donne che zompettano gaie ma con passo un po’ incerto su tacchi altissimi, fasciate in abitini un po’ improbabili e a volte troppo stretti. Scopriamo che la City Hall ospita una serata dedicata ad una di quelle cerimonie tipiche del mondo anglosassone, la premiazione dei cittadini e delle cittadine che più si sono distinti, nell’ultimo anno, nelle varie categorie professionali. Quelle che abbiamo proprio davanti a noi, per esempio, sono le migliori estetiste della città! La vena caustica di Ira ha subito modo di esercitarsi, ma in effetti bisogna ammettere che, anche ad essere più indulgenti, sono davvero piuttosto buffe.

Il pub che scegliamo per la nostra prima birra non può che essere quello che è probabilmente il più famoso e il più carico di storia di tutta Belfast: il Crown Liquor Saloon, che si trova anch’esso a breve distanza dal nostro albergo. Già da fuori è molto bello, decorato com’è con una miriade di piastrelle di differenti forme e colori e con i vetri a mosaico. Ma l’interno è un gioiello di stile vittoriano, conservato com’era alla fine del XIX secolo, con marmi e legno di mogano e con, in ogni sedile, le placche di ottone che servivano ad accendere i fiammiferi.

La curiosità che si trova su tutte le guide, anche sulla mia vecchia Lonely Planet in inglese del 1998 (allora non esistevano in italiano), è che i primi proprietari erano una coppia di coniugi divisi dalla fede religiosa e anche sul nome da dare al locale. Prevalse lei, che da brava unionista lo volle chiamare “Crown”, ma lui, cattolico e nazionalista irlandese, scelse un modo sottile di prendersi la sua rivincita: fece disegnare una corona proprio sul pavimento, anch’esso a mosaico, dell’ingresso, in modo che tutti la calpestassero entrando e uscendo. E ancora oggi è così.

La prima birra, almeno per me, ma per quasi tutti, non può che essere una Guinness. Sì, è vero, è di Dublino, ma cosa c’è che rappresenti di più l’Irlanda nel mondo? Eppure, lo racconto perché forse non tutti lo sanno, la tradizione della birra scura viene dall’Inghilterra. La birra più classica irlandese, puramente irlandese, era la rossa. Ma nel 1759 il signor Arthur Guinness, che era un mercante e che faceva la spola tra Dublino e Londra, si rese conto che, tra i facchini che lavoravano al mercato della frutta di Covent Garden, a Londra, la birra più popolare era proprio una scura, una corposa stout. E, va da sé, quei facchini erano in gran parte irlandesi. Per questo il signor Guinness decise di provare a produrre quel tipo di birra in Irlanda ed ebbe, diciamo… un certo successo. Ed è sempre per questo che, ancora oggi, la birra scura si chiama anche “Porter Black”, la nera dei facchini, o semplicemente “Porter”. Oggi, bè, oggi sì, si può dire che la birra più tipica irlandese sia la scura.

Certo, ha un gusto particolare, non a tutti piace. E molti pensano, erroneamente, che sia forte. Le signore preferiscono, a stomaco vuoto, optare per la mezza pinta, ma per me una Guinness deve essere una pinta. E vai col primo brindisi.

Per la cena ci trasferiamo da Acton & Sons, che è un po’ il nostro ristorante di casa. È attaccato all’albergo, con il quale comunica attraverso una porta. È qui che verremo a fare colazione domani mattina. Stasera c’è un “Thursday Special” al quale è difficile resistere: Rump & Ribs (bistecca di controfiletto e costolette di maiale) per 2 persone a sole 25 sterline. Parecchi di noi, me compreso, ne approfittano. Non è proprio un piattino leggero, anche perché la porzione, anche per due, è abbondante, ma soprattutto le costolette sono molto saporite. E con un bicchiere di Belfast Blonde, una “Ale” locale leggera e profumata, vanno giù ancora meglio.

Anche il clima nel gruppo, come sempre, è già ottimo e l’affiatamento cresce.

Dopo cena altra breve passeggiatina e a nanna, ché stamattina è stata per tutti una levataccia e un po’ di stanchezza inizia ad affiorare.

img_004

img_010

img_011

16/9/2016 – Giorno 2: Nel quale scopriamo tutto, ma proprio tutto, di Van the Man e respiriamo l’atmosfera della Notte Bianca di Belfast

Abbiamo appuntamento abbastanza presto, perché il programma della mattinata è piuttosto denso.

La colazione la facciamo, come detto, da Acton & Sons. Il buffet non è ricchissimo, diciamo che è quella che qui chiamano colazione “continentale”: pane, burro, marmellata, yogurt e cereali. Niente a che vedere con la colazione tradizionale “Irish”, che prevede il classico Eggs & Bacon con l’aggiunta della salsiccia.

A servire la colazione c’è un ragazzo molto giovane, con i capelli rossi e un sorriso un po’ sdentato che certo non aiuta la comprensibilità del suo eloquio. Io riesco a capirlo abbastanza bene, però, devo dire, anche se l’accento di qui è molto tosto e io sono più avvezzo a quello di Dublino, che è un po’ più vicino a quello “British”, per ovvie ragioni geografiche e storiche: Dublino è sempre stata la città che ha subito maggiormente l’influenza inglese. Per quanto, in realtà, anche per capire i dublinesi bisogna farci un po’ l’orecchio. Stamattina indosso una vecchia maglia biancoverde del Celtic, la squadra cattolica (e con radici irlandesi) di Glasgow. L’ho comprata proprio lì nel 2002. E subito il ragazzo mi dice che il Celtic è anche la sua squadra. È andata bene, in effetti avevo più o meno il 50% di possibilità. Qui, da sempre, il campionato di calcio scozzese è più seguito di quello nordirlandese, il cui livello qualitativo è obiettivamente bassino. E ci si divide, su base confessionale, tra le due squadre di Glasgow: i cattolici tifano Celtic, i protestanti Rangers. È stato particolarmente così durante gli anni dei “troubles”. Allora, anche nella Repubblica, ogni bravo ragazzo irlandese cattolico aveva nella sua cameretta un poster del Celtic. Oggi non è più così sentito, ma questa maglia vuole ancora dire qualcosa, anche per questo ragazzo. Che, però, poi mi chiede se è originale o se è una replica. Certo che è originale, rispondo, in che senso? “Sai” – fa lui – “è di tanto tempo fa…”

Ha capito dallo sponsor che la maglia ha parecchi anni, probabilmente lui l’ha vista solo nei vecchi filmati in TV… insomma, per lui è come se fosse una maglia d’epoca. La cosa mi lascia un po’ sconcertato, ma devo incassare. Spiego che l’ho comprata nel 2002, e aggiungo: “Se per te 14 anni è ‘a long time’…”. Ma è chiaro che lo è. Mi son preso del vecchio, insomma.

Comunque, me lo sono fatto amico. Ma Ira mi chiede se ho intenzione di girare per tutta Belfast con quella maglia. Pensavo di sì, rispondo… dici che non è il caso?

Lei spiega che indossare questa maglia è una scelta di campo, vuol dire esporsi, prendere una parte e quindi essere preparati ad affrontare qualche reazione ostile dalla parte avversa. Lo so benissimo – dico io – e infatti non mi sogno di metterla domani, quando andremo a West Belfast, ma pensavo che oggi, stando in zone relativamente centrali e tranquille, non avrei avuto particolari problemi.

Fai come vuoi, dice lei, ma non ne sarei così sicura. A questo punto ci ripenso, e decido di seguire il suo consiglio. Quando, dopo colazione, saliamo brevemente in camera per lavarci i denti, me la tolgo e metto quella di Radio Popolare, quella dell’anno scorso col disegno di Zerocalcare. Preferisco non correre nessun rischio, anche perché se fossi da solo potrei scegliere di prendermi tranquillamente gli eventuali insulti e se ho voglia anche rispondere, ma essendo in gruppo veramente non è il caso. Non dimentichiamo che questa città è ancora divisa da una barriera, chiamata ironicamente Peace Line, lunga 14 km. A Berlino il muro è caduto, qui ancora no.

Per prima cosa, facciamo una breve visita alla City Hall, che è doverosa ed è comunque un buon punto di partenza. L’edificio, costruito tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, è veramente schizofrenico, come dice Ira. Lo stile principale vorrebbe essere neoclassico, ma all’interno ci sono marmi italiani per renderlo più sontuoso, ci sono vetrate gotiche, dipinti naif, c’è davvero un po’ di tutto. Probabilmente i vari mecenati che l’hanno finanziato, ricchi imprenditori della città, o magari le loro signore, avevano idee diverse e non una grande cultura. Ha, in fondo, un suo stile nel non avere stile, o nel mescolare diversi stili un po’ a caso. È comunque un modello interessante, che racconta la storia di un’epoca e di una città. E la piccola collezione di vetrate che riproducono simboli della città o ricordano momenti storici è da vedere. Davanti all’ingresso principale, una statua della Regina Vittoria.

Ci spostiamo poi verso il mercato coperto, il St. George’s Market. Ma prima, Ira fa un veloce collegamento telefonico con la radio, precisamente con la trasmissione Moby, condotta da Disma Pestalozza.

Gironzoliamo per una mezz’oretta all’interno del mercato, curiosando e assaggiando scones (piccole focaccine ripiene), soda bread (pane fatto col bicarbonato di sodio al posto del lievito) e formaggi locali. Facciamo anche un incontro assolutamente inaspettato: quattro ragazze della nazionale italiana di calcio femminile, che devono giocare stasera in Irlanda del Nord per le qualificazioni agli Europei. Scopriremo poi che si sono imposte con un netto 3-0: Brave!

Ma ora è il momento di partire per il Van Morrison Trail, una delle tappe più attese di questo viaggio. Per farlo ci spostiamo nella parte Est di Belfast, dove “Van the Man” è nato e dove ha mosso i primi passi artistici.

A farci da guida per questo tour è Al, un personaggio davvero incredibile. È completamente pazzo, a dire il vero, e forse è interessante proprio per questo. È un uomo sulla cinquantina abbondante, anche se per fare il brillante sostiene di avere 35 anni. Si presenta con un giubbotto di jeans “griffato” Van Morrison e un cappello tipo pescatore che, scopriremo poi, è identico al copricapo preferito del suo mito. Ha un passato da elicotterista della RAF (Royal Air Force), per la quale è stato in missione in Afghanistan e in Kosovo. Ora, invece, fa il volontario in una struttura che assiste anziani e disabili mentali e, per il resto, si dedica a tempo pieno a una passione musicale che appare veramente totalizzante. In una pausa del tour mi ha detto che per rilassarsi e sentirsi bene, in una bella giornata come questa, il suo ideale sarebbe girare in macchina per il quartiere con il finestrino abbassato, il braccio fuori e la musica di Van a palla. In effetti la giornata si è messa, almeno per il momento, al bello; le previsioni negative della vigilia, per ora, sono dimenticate, anche se si sa che qui il tempo è molto variabile. Il cognome di Al è Bodkin, che può riferirsi a un grosso ago o a un pugnale, il che, considerando il suo passato, ci fa pensare che sia preferibile non contrariarlo.

Solo l’anno scorso, che per altro era un anno speciale perché Van Morrison ha compiuto 70 anni, è andato a 14 concerti. Tra l’altro, ci racconta Ira, alla grande festa per i 70 anni di Van c’era anche Claudio Agostoni. Forse è lì che è nata l’idea…

Girando per il quartiere, tra le casette basse di mattoni rossi tipiche di qualsiasi periferia “working class” del Regno Unito, si nota pressoché ovunque una selva di Union Jack. Non sapevo, devo ammetterlo, che East Belfast fosse così fortemente caratterizzata in questo senso: è una zona completamente, e ostentatamente, unionista, dove ancora oggi si sente il bisogno di marcare il territorio esponendo le bandiere. Visto dove è cresciuto, anche Van deve essere di famiglia unionista, ci viene da dedurre. Aveva ragione Ira, comunque, devo ammettere anche questo: con la mia maglia biancoverde mi sarei sentito un po’ a disagio.

La casa natale di Sir George Ivan “Van” Morrison, davanti alla quale Al ci scatta una foto di gruppo, ora appartiene ad un’altra famiglia, che sembra per il momento restia a cederla per consentire che venga trasformata in un museo. Per ora, solo una targa ricorda che la casa, negli anni ’50, ebbe un illustre inquilino.

Per chi non lo conoscesse, Van Morrison è un cantautore che, dopo gli esordi votati al blues-rock con il gruppo dei Them, ha portato avanti una lunga e gloriosa carriera solista mantenendo sempre un legame con la passione giovanile per la musica nera, sconfinando spesso nel jazz e con qualche riferimento anche alla musica tradizionale irlandese. Secondo Rolling Stone, è 42° nella classifica dei migliori artisti di sempre.

Noi, grazie ad Al, e alla traduzione di Ira, abbiamo la possibilità di esplorare ogni anfratto di quello che è il suo mondo fisicamente ma anche musicalmente, quel miglio quadrato della sua Belfast a cui spessissimo ha fatto riferimento nelle sue canzoni, rendendo famose stradine di cui a volte nemmeno gli stessi abitanti di Belfast conoscevano l’esistenza. Molti artisti americani hanno cantato la Route 66, lui ha cantato questo suo piccolo mondo di periferia, trovandoci anche degli spunti poetici.

La sua prima band, all’inizio degli anni ’60, si chiamò The Monarchs perché il suo amico George Jones, anche lui membro della band, prese “in prestito” una targa della Royal Mail, per la quale in quel momento lavorava, da un furgoncino della posta e la appiccicò sulla batteria di quel primo sgangherato complesso. I Monarchs, per altro, ebbero un certo successo riuscendo anche a fare un tour delle basi NATO in Germania.

Il vero successo, però, venne coi Them, anche grazie a un’intelligente campagna pubblicitaria che giocava sul nome “Loro” con claim tipo “Who are Them?”, “Who knows Them?”, “They are Them”, ecc. Soprattutto venne con la canzone Gloria. Scopriamo che Gloria era una cugina di Van, parecchio più grande di lui, con la quale fin da bambino aveva un rapporto un po’ speciale, forse la vedeva come la sua ragazza ideale, o qualcosa del genere.

È interessante anche la storia che c’è dietro Brown Eyed Girl, un altro dei pezzi-mito di Van. In realtà doveva essere Brown Skinned Girl, il che cambierebbe completamente il senso: non ragazza dagli occhi scuri, ma dalla pelle scura. Ma pare che, per un errore di battitura del producer americano (forse un errore voluto, ci viene da pensare, chissà), divenne Brown Eyed Girl. Il nuovo titolo “sbagliato” piacque a Van, che abbandonò quello originale. Se volete ascoltare il pezzo, cliccate qui sotto.

Brown Eyed Girl

Bright Side of the Road, che farebbe pensare a chissà quale significato, in realtà si riferisce ad una panetteria, dove Van ha lavorato da giovane, che aveva un lato più buio e un lato illuminato dal sole.

Durante il trail possiamo vedere il parchetto dove Van giocava da bambino, la sua scuola, la chiesa dove si sono sposati i suoi genitori e infiniti altri luoghi che lo hanno influenzato, che sono finiti nelle sue canzoni e da lì nell’immaginario di tanti, soprattutto del nostro Al che veramente rasenta l’ossessione. Il suo più grande rammarico è non avere una foto con Van, perché pare che lui ami farsi fotografare solo con le donne.

Facciamo una piccola pausa nel parco di Orangefield, durante la quale ci offre dei dolcetti ripieni di marmellata e ricoperti di cocco che si chiamano snowballs e che, manco a dirlo, erano tra i preferiti del Van bambino. Ci racconta anche dei funerali della madre di Van, dove Van ha cantato, e di tanti altri eventi che per lui sembrano epocali ma che, per la maggior parte di noi, non sono poi così degni di attenzione. Ogni tanto, infatti, ci guardiamo smarriti. In realtà, nessuno di noi è un grande fan di Van, e temiamo che Al l’abbia capito. Del resto, siamo il suo primo gruppo italiano. Non gli diamo grandi soddisfazioni neanche quando tenta di farci cantare e/o ballare sulle note del suo mito. All’inizio del tour, aveva annunciato con piglio piuttosto solenne che aveva con sé “la musica di Van”, indicando il grosso zaino che portava sulle spalle. Al che, tutti ci eravamo immaginati una mega sound-machine portatile con la quale avrebbe fatto tremare i vetri delle finestre. In realtà, quando arriva il momento, estrae da quello zaino un minuscolo i-pod, che si sente anche male. Lui si giustifica dicendo che è colpa di un gruppo di australiani che ha voluto a tutti i costi fare il tour sotto la pioggia, così l’aggeggio si è bagnato e… comunque sia, il momento ha veramente del surreale, anche perché noi, che chiaramente non sappiamo le parole di Brown Eyed Girl, non sentendo bene non riusciamo neanche ad andare a tempo, pur leggendo il testo da un cellulare, e l’esecuzione risulta obiettivamente penosa. Tant’è vero che il povero Al, che probabilmente aveva in programma altri tentativi in altri luoghi, non ci riprova più.

Per riparare, cerchiamo di essere “nella parte” almeno quando Al ci chiede di inscenare il furto della targa di Cyprus Avenue, la strada che dà il titolo a un altro dei classici di Van. Anche qui c’è una storia curiosa, nel senso che il nome vero di questa strada doveva essere “Cypress Avenue”, Viale dei Cipressi, anche se cipressi non ce ne sono. Ma un impiegato trascrisse male, dato che “Cyprus” e “Cypress” hanno più o meno lo stesso suono, e così divenne Viale Cipro. Bè, fatto sta che pare che la targa della strada sia spesso oggetto di furti o tentati furti da parte di fanatici di Van, e così anche noi, grazie alla riproduzione che Al si porta nello zaino, possiamo fare la foto mentre tentiamo di trafugare la targa. Devo dire che Franca, con gli occhiali scuri e il cappuccio della felpa alzato, era perfetta nella parte.

Veniamo a sapere anche di un periodo travagliato nella vita di Van. Nel 2009, a 64 anni, ha avuto un figlio dalla sua tour manager, ma il bambino è morto di diabete infantile all’età di un anno, e dopo pochi mesi anche lei è morta per un tumore alla gola.

Con questa nota triste salutiamo Al, che nonostante tutto mi ha colpito per l’enorme passione con cui fa questo lavoro, anche se per una parte del gruppo il tour è forse risultato un po’ lungo. Io, personalmente, lo consiglio comunque. Per chi volesse prenotare un tour con Al, cercate “Irish Heartbeat Tours” su facebook.

Ci concediamo un veloce pranzetto e poi ripartiamo, in taxi, verso il Belfast Castle, che si trova su una collina a nord del centro cittadino. Ovviamente, dobbiamo dividerci tra tre taxi. Il tassista che capita al mio gruppetto non è particolarmente loquace, un altro invece racconta alcune cose interessanti. Ad esempio che qui non si può essere atei e basta; si può essere atei cattolici o atei protestanti. Ecco, se io vivessi qui sicuramente sarei un ateo cattolico.

Il castello richiama in maniera evidente lo stile dei castelli scozzesi, anche se con alcune incongruenze (ad esempio le finestre troppo grandi), che fanno capire che in realtà è stato costruito alla fine del 1800. Un precedente castello, del 1600, fu distrutto da un incendio.

È piacevole passeggiare nei giardini, e cercare di individuare i 9 gatti che sono stati disseminati qua e là, in varie forme. Ira ci racconta della sua gatta Pashtun, che è convinta di essere la proprietaria di casa e che, con magnanimità, consente anche a lei di starci, ma non sempre ammette l’ingresso di visitatori. Se il nome della gatta vi sembra insolito, sappiate che ha anche un pesce di nome Sushi…

Prima di cena, l’idea sarebbe di curiosare un po’ tra i vari eventi della Belfast Culture Night, che in realtà è iniziata già dal primo pomeriggio. Il programma sembra ricco e vario, con un sacco di proposte che includono musica di vari generi, teatro, letteratura, arte, eventi dedicati ai bambini e altro ancora. Il tempo che resta però non è molto, e così riesco solo ad avere un assaggio dell’atmosfera e ad assistere allo spettacolo di un gruppo che fa musica tradizionale, con il pubblico che improvvisa danze irlandesi. È bello comunque vedere un clima di festa, tanta gente nelle strade, trampolieri che distribuiscono palloncini bianchi ai bambini… qui siamo in centro, è vero, ma è sempre Belfast.

Al rientro in albergo, scopriamo che una nostra compagna di viaggio, Patrizia, ha avuto purtroppo un piccolo incidente, una caduta che le ha lasciato qualche segno ma che speriamo non la limiti troppo nel godersi il resto del viaggio. Paola, che è un medico, tra l’altro proprio del Pronto Soccorso (lavora al Fatebenefratelli), l’ha già assistita egregiamente. Ci auguriamo tutti che non serva, ma con Ira decidiamo che se domani mattina sarà necessario portarla all’ospedale Ira andrà con lei e io, per quanto posso, farò da traduttore per il gruppo durante il tour guidato dei murales di West Belfast.

Per la cena ci siamo organizzati in un altro ristorante molto vicino al nostro albergo, dove mi gusto un buon agnello con salsa di peperoni.

Dopo di che, con quelli del gruppo che ne hanno voglia, ci dirigiamo verso il quartiere della Cattedrale, dove si concentravano la maggior parte degli eventi della Culture Night, per vedere se c’è ancora qualcosa. Purtroppo, nonostante siano da poco passate le 22.30, stanno già sbaraccando e non c’è quasi più nessuno in giro, se non qualche gruppetto di ragazzi ubriachi. L’unica “proposta” nella quale ci imbattiamo è una specie di concerto abbastanza improvvisato di un gruppetto che suona qualcosa tipo revival punk o post punk. Ci fermiamo giusto un paio di minuti per pura curiosità, ma non vale proprio la pena.

Diciamo che forse non è proprio una notte bianca  come la intendiamo noi: finisce tutto un po’ presto. Ma per questa città, dove per tanti anni la sera era meglio non mettere neanche il naso fuori di casa, è già molto.

IMG_1332.JPGimg_1334

img_1340c

img_1341b

img_1341e

img_1360

img_1360c

IMG_1361b.jpg

img_1361c

img_1361d

(continua…)

Vita da cani sotto le bombe a Belgrado

Riporto qui il testo della lettera che Dragan Petrovic, corrispondente dell’ANSA e di Radio Popolare da Belgrado, scrisse… anzi, che la sua cagnetta Donna dettò a Dragan nel 1999, sotto le bombe della NATO, perché la recapitasse a Buddy, il labrador di Bill Clinton, allora presidente degli USA.

Parlavo del nostro incontro con Dragan e di questa lettera nella prima parte del mio diario del viaggio lungo il Danubio serbo con Radio Popolare, Viaggiare i Balcani, ViaggieMiraggi e Slow Food.

Eccola qui, è un piccolo gioiello, non c’è altro da aggiungere:

UNA ‘VITA DA CANI’ A BELGRADO

BELGRADO, 7 MAGGIO 1999

“Caro Buddy, sono una vecchia belgradese, ho 7 anni, mi chiamo Donna Petrovic e sono un cocker spaniel; so che tu sei un bellissimo labrador che vive alla Casa bianca a Washington. Anche io sono bella e sono convinta che, come me, avverti a casa tua che da 44 giorni sta succedendo qualcosa di strano. Ora ti spiego come si vede tutto questo qui, a casa mia.

All’inizio pensavo che si stesse preparando una grande festa: tanto cibo, tante cose da bere… ma ora nessuno mangia… fumano tutti come matti (cioè, come al solito)… nessuno cucina, mangiano tutti in fretta, sandwich, sandwich e ancora sandwich… non ci capisco niente. Puoi immaginare la mia paura quando ho sentito per la prima volta le sirene, non sapevo dove fuggire. Grazie a Dio i miei padroni non scendono nei rifugi, perché ci sono tanti belgradesi che lasciano i loro cani a spasso e altra gente che non permette l’ingresso dei cani nei rifugi. Puoi immaginare una signora da casa come me con tutti questi mascalzoni da strada!

Ma poi, una bella sera (anzi una bruttissima sera), è caduta la prima bomba. Tutta la casa tremava e sono molto grata al mio padrone che, dopo aver abbracciato la figlia, ha preso anche me nelle sue mani. ‘Lui non ha paura’, mi son detta, dunque non devo averne neanche io. Per 24 ore con le candele, ma non c’era nessuna torta e non era il compleanno di nessuno. Ma questa strana situazione presenta anche alcuni piccoli vantaggi: per esempio manca l’acqua e dunque il pericolo di farmi un bagno è sospeso, almeno per il momento. Le passeggiate sono sempre più corte e devo fare in fretta ciò che devo fare.

Caro Buddy, la mia vita è cambiata tanto, non voglio dirti che soffro ma parla un po’ con il tuo padrone e cerca di spiegargli i problemi anche dal nostro punto di vista. Da bravo cane, fedele al tuo padrone Bill, tu mi chiederai perché io non abbia scritto questa lettera al presidente jugoslavo ma vedi, caro Buddy, ci avevo pensato, ma c’è un piccolo problema. Miloševic non ama neanche i cani.”

Grazie infinite a Dragan, che apposta per me è andato a recuperare il testo nel suo archivio.