Felices Fiestas

Vorrei augurarvi buone feste a modo mio, se ci riesco.

Sta per concludersi il primo anno intero di questo blog, e devo dire che i numeri, senza imbrodarmi troppo, sono abbastanza buoni: abbiamo superato abbondantemente i 4.000 contatti. Di questo devo ringraziare tutti voi, miei cari amici che avete dedicato qualche minuto del vostro tempo a leggere queste note di viaggio.

Se qualcuno di voi, evidentemente non troppo sano di mente, pensasse di continuare a farsi del male in questo modo anche l’anno prossimo e volesse sapere in anticipo che viaggi ho in mente, il programma è più o meno questo. Sono, ovviamente, tutti viaggi targati Radio Popolare e ViaggieMiraggi. Chi è venuto alla bellissima festa dei viaggiatori di qualche giorno fa al Mare Culturale Urbano ha già un’idea.

Si parte il prossimo 23 gennaio con l’attesissimo seguito del tour cubano, che toccherà questa volta la parte orientale della Isla. Da Santiago, culla della musica cubana, a Baracoa, remota perla orientale purtroppo duramente colpita dall’uragano Matthew, anche se diversamente da Haiti lì non si sono registrate vittime, grazie all’efficiente sistema di allerta che ha portato ad evacuare circa 900.000 persone. Da Bayamo a Playa Pilar, la spiaggia di Hemingway. E su, su per i sentieri della Sierra maestra, sulle orme dei Barbudos.

L’anno scorso il claim era “Andiamo a Cuba prima che ci arrivino gli Yankee”, ricordate? Nessuno si sarebbe aspettato che, dopo un anno, tutto sarebbe cambiato così, con Trump presidente e un processo di riavvicinamento USA-Cuba che sembra destinato a rallentare bruscamente se non a fermarsi del tutto. Certo ora la fine del bloqueo non appare più così vicina, ammesso che lo sia mai realmente stata. Scopriremo cosa ne pensano i cubani.

L’altro appuntamento già certo, e targato anche Viaggiare i Balcani, è quello con il delta del Danubio, proseguimento ideale del mitico “barcone” sul Danubio serbo dell’estate scorsa. Qui siamo tra la fine di maggio e i primi di giugno.

In mezzo, in aprile, è possibile che ci scappi anche l’Iran, che mi stuzzica molto, ma purtroppo qui non ho ancora certezze.

Per l’estate si comincia a parlare di Cina, un viaggio ancora tutto da costruire ma che si annuncia, come dire… per viaggiatori veri.

Ma tutto questo è ancora abbastanza lontano. Per ora, devo confessare che la mia testa è già a Cuba. Si tratta, lo sapete, di un caso di fuga di cervelli (ma in questo caso il corpo è rimasto qui). E quindi ho deciso di regalarvi due canzoni di Natale un po’ alternative, dal sapore decisamente cubano. La prima è di Silvio Rodríguez, il De André cubano, ed è bellissima ancorché malinconica. Ma siccome non voglio che si dica che vi faccio intristire a Natale, ne ho scovata anche un’altra più leggera e più… “classicamente” natalizia, per quanto in salsa tropicale.

Che altro dire? Felices fiestas e grazie ancora a tutt*

Cancion de Navidad – Silvio Rodriguez

Navidad Tropical

 

Hasta Siempre Fidel

Diario privato di un cubano per scelta, nei giorni della despedida di Fidel

Di Vittorio Tolio

 

Quello che state per leggere è un diario privato. O così doveva essere. Era destinato a me e a pochi altri amici, che ci troviamo qui, da questa parte dell’oceano. Ma è talmente bello che, naturalmente con il consenso dell’autore, ho pensato di pubblicarlo su queste pagine.

Lo ha scritto il mio amico Vittorio, che invece sta lì, dall’altra parte dell’oceano. Vittorio vive a la Habana da quasi due anni, ormai. In tanti abbiamo detto, almeno una volta: “Ma a me, chi me lo fa fare di rimanere qui? Io mollo tutto e me ne vado a Cuba”. Bè, lui l’ha fatto davvero. Forse i più fedeli e attenti tra voi si ricorderanno che l’anno scorso, quando sono arrivato a Cuba con il gruppo di Radio Popolare, avevo un PC portatile da consegnare. Era per lui. Nel frattempo, si è sposato con Kenia e, per quanto ne so, se la passa bene.

Come tutti sapete, sabato 26 novembre è arrivata la notizia della “desapariciòn fisica” (trovo molto bella questa espressione) del grande vecchio, del padre della rivoluzione cubana. E’ capitato anche a me, piuttosto indegnamente, di parlarne in radio in occasione dei funerali, anche perché farò parte del gruppo che, il prossimo 23 gennaio, andrà per la prima volta a Santiago dopo la deposizione delle ceneri nel cimitero di Santa Ifigenia. Ho raccontato molto velocemente uno dei tanti incontri del nostro viaggio dell’anno scorso, quello con Juan Millo, il mio padrone di casa di Viñales: coltivatore di tabacco e caffè, meccanico di trattori ma anche appassionato, istrionico e vorace conoscitore di arte e di filosofia. Un incontro che è continuato, in qualche modo, anche a distanza. Con un successivo viaggio della radio, io gli ho fatto avere un libro pieno di belle foto della Cappella Sistina, per cui lui aveva espresso la sua ammirazione, e lui mi ha mandato sigari e tabacco in foglie. Lui è la dimostrazione vivente di come tanti cubani abbiano messo in pratica uno degli insegnamenti di Fidel: No le decimos al pueblo “Cree”, le decimos “Lee”. Non diciamo al popolo di credere, ma di leggere. Chiunque abbia girato Cuba sa che il popolo cubano, pur nelle sue difficoltà, è un popolo colto e consapevole.

Ma, meglio di me, queste cose le può dire Vittorio, che a Cuba ci vive. E che, devo dire in maniera davvero provvidenziale, ha deciso di tenere un diario degli eventi storici di questi giorni appena passati.

Quindi non è un diario di viaggio, stavolta. O forse invece sì. E’ il viaggio delle ceneri di Fidel, che ripercorrono a ritroso il cammino che lui fece da rivoluzionario trionfante. Ed è il viaggio di un popolo, che si lascia alle spalle un’epoca che idealmente finisce e va verso un futuro pieno di incognite. Raul resta fino al 2018, ma poi? E con Trump, che fine farà il processo di disgelo con gli USA? Troppe domande senza risposta. Ma i cubani, appunto, sono un popolo consapevole e non permetteranno tanto facilmente che sia qualcun altro a decidere il loro futuro. Seguiamoli insieme in questo viaggio.

A qualcuno, forse, qualcosa di questo diario potrà sembrare eccessivo, ma è un punto di vista che arriva direttamente da Cuba, sicuramente più attendibile di tanti che sputano sentenze senza averci mai messo piede. Sappiamo tutti che Fidel non è un santo e Cuba non è il paradiso. Ma proviamo a guardare le cose non solo dal punto di vista europeo o “norteamericano”, come si dice in America Latina.

E allora, senza aggiungere altro, lascio la parola a Vittorio e lo ringrazio per avermi permesso di fare questo regalo ai miei lettori. Gracias, compañero! Hasta siempre.

E a voi buona lettura.

Piero

 

28 novembre

Sto vivendo un po’ emozionato e un po’ incuriosito quello che senza dubbio è il momento più significativo degli ultimi decenni. Sulla morte di Fidel Castro Ruz si scriveranno fiumi di parole nel bene e nel male,  perlopiù senza sapere e conoscere abbastanza sull’uomo ed il suo paese. Io non mi aggiungerò a questa piena, mi limiterò a parlare delle sensazioni che da quando ho ricevuto la notizia provo parlando con i miei vicini o conoscenti cubani, camminando per la strada e cercando di compiere, per quanto possibile, i gesti di tutti i giorni.
Sabato mattina ci siamo svegliati, mia moglie ed io, con la notizia della morte di Fidel. Fidel è come lo chiamano tutti qui, da quelli della sua generazione ai bambini dell’asilo, per i quali spesso è una sorta di supereroe,  insieme ad Elpidio Valdes e l’uomo ragno. Abbiamo fatto colazione guardando la televisione che annunciava nove giorni di lutto nazionale e poi io sono andato a lezione all’università, e mentre camminavo sulla 23 che è una strada a sei corsie mi sono immediatamente accorto  che malgrado il traffico e la gente per strada c’era meno rumore del solito, tutto sembrava ovattato, non un clacson o un vociare, e per  chi conosce l'”algarabia” (casino, ndr) habanera è veramente una sensazione strana. Alla facoltà di arte e lettere il sabato ci sono i corsi per studenti lavoratori, hanno cercato di fare lezione ma alle 11.00 hanno detto di andare tutti alla scalinata dell’Alma Mater, gli studenti della FEU (Federación Estudiantil Universitaria, ndr) hanno convocato una prima spontanea manifestazione. Quando arriviamo malgrado sia sabato c’è abbastanza gente, mi metto in posizione defilata e osservo i volti di questi ragazzi; qualcun,o piange, molti si abbracciano fra loro e con i professori che sono riusciti ad arrivare, ci sono con loro due dei “cinco heroes”.  La musica accompagna l’atto. Tutto con molta dignità e nel ricordo di “uno di loro”.
Nel pomeriggio esco in cerca di caffè, l’atmosfera non è cambiata, nel frattempo tutte le bevande alcoliche sono sparite dai negozi e la musica tace. In televisione i cinque canali trasmettono a reti unificate programmi su Fidel, sarà così per i prossimi nove giorni. Guardo Telesur: il Venezuela ha proclamato 3 giorni di lutto nazionale, così come l’Algeria, 9 il Nicaragua e la Nigeria, 3 la Repubblica Saharawi e cosi altri paesi, tutto il terzo mondo è in lutto. Anche qui per 9 giorni solo programmi su Fidel. Intervistano compagni vietnamiti,  che ricordano come Fidel fu l’unico capo di stato a visitare il paese durante la guerra, ad inviare aiuti, ad aiutare nella formazione di futuri medici e professionisti nelle varie discipline, le immagini mostrano Fidel con Ho Chi Minh sul 17mo parallelo, confine fra gli allora due Vietnam. Fanno vedere un’intervista con Nelson Mandela, ricorda che senza l’aiuto di Cuba nella guerra fra l’Angola ed il Sudafrica probabilmente l’apartheid sarebbe ancora una realtà e lui sarebbe morto in prigione. La domenica trascorre in questo irreale, educato, silenzioso lutto. Si annunciano tutte le attività per i giorni successivi: lunedì tutto il giorno e martedì fino a mezzogiorno si potrà andare a rendergli omaggio al mausoleo dedicato a José Martí en la Plaza.de la.Revoluciòn. Martedì alle 19.00 è convocato un “Acto de masas” en la Plaza.
Lunedì ci svegliamo alle nove, non abbiamo puntato la sveglia… ci svegliano le salve di cannone che sparano dalla Plaza de la Revolución. Dopo colazione decido di andare alla Plaza, in 15 minuti a piedi arrivo all’angolo tra Zapata e Paseo, marciapiede a sinistra, quello all’ombra, cammino non più di trenta metri, ore 11.00 inizia la coda. Osservo in silenzio i volti della gente, coppie, giovani, gruppi di colleghi di lavoro con le divise. Tutto in ordinato silenzio. La coda è male organizzata, la gente protesta con chi prova  a fare il furbo, una medico grida: “Non è questo che ci ha insegnato Fidel!”. Silenzio, appaiono militari prima e volontari poi, tutti in fila ordinatamente si continua. Davanti a me un giovane medico transessuale, penso malignamente che Saviano è servito. Sono le 14.00, abbiamo percorso meno di duecento metri…. Alle 15.00 la fila inizia a muoversi più velocemente, in un’ora riusciamo a fare cento metri, siamo al teatro Nacional; la fila si fa indiana,  si può firmare se si vuole il libro delle condoglianze per la famiglia, ce ne sono venti. La fila scorre più veloce, fuori si riallarga,  è un fiume,  un’altra ora e siamo all’ingresso del mausoleo; non sono l’unico straniero che ha fatto più di cinque ore di coda, un compagno con maglia del P.C.  DE BRASIL e un altro con la maglia numero dieci dell’Argentina quelli che posso vedere. Fin qui ho scattato poche foto, entriamo; noi siamo una delle tre file che da tre lati diversi hanno portato tutti quelli che hanno voluto esserci, dentro ci sono tre postazioni con corone di fiori bianchi, la sua immagine, il picchetto d’onore con 4 militari in alta uniforme e al lato dei militari 4 persone per rappresentare la sua opera. L’emozione si fa ancora più grande quando vedo due delle morenas del caribe (3 medaglie d’oro olimpiche consecutive nella pallavolo) ed altri due atleti medaglia d’oro olimpica che non riconosco, il volto di Mireya Luis è tirato  come se avesse perso più di un padre. È durato non più di cinque secondi, un secondo per ogni ora di coda, uscendo filmo le decine di migliaia di persone ancora in attesa di sfilare,  in teoria alle 22.00 si chiude, dubito che succederà. L’impressione a mente serena è stata di aver partecipato ad un atto di amore, rispetto e ringraziamento di massa.
Mia moglie aveva ragione quando mi diceva che i cubani si lamentano e criticano molto del loro paese, ma sono e saranno sempre Fidelisti! Torno a casa in attesa di tornare domani sera en La Plaza per onorarlo prima del suo viaggio a Santiago. Ore 19.00, alla mesa redonda (tavola rotonda, è un programma televisivo, ndr) Frey Betto ricorda l’intellettuale Fidel.
caravana-fidel-castro-santa-ifigenia-foto-raul-abreu-3-580x437
untitled
29 novembre
Martedì mattina si continua, la notte in TV è trascorsa con la diretta dall’aeroporto internazionale José Martí, arrivano le delegazioni da tutto il mondo, atterrano e subito leggono un messaggio di cordoglio, Cina, Africa,  Sudamerica;  il giovane Premier canadese Trudeau, che è appena venuto in visita ufficiale, ricorda in video dal Canada come molti anni prima, quando venne in visita con suo padre allora primo ministro canadese, fosse stato preso in braccio de Fidel, il ricordo più emozionante della sua vita. Il presidente colombiano Santos ricorda che Fidel e Cuba sono stati determinanti per la firma della pace dopo più di mezzo secolo di guerra civile. Faccio colazione e ancora mi ritornano in mente le immagini di ieri, giovani studenti della ELAM Escuela Latino Americana de  Medicina provenienti da Palestina, Africa, medio oriente, sperdute isole del Pacifico,  perfino dagli Stati Uniti hanno sfilato per rendergli omaggio, sanno che senza di lui non avrebbero mai potuto studiare medicina,  nei loro paesi o costa troppo o non c’è proprio la facoltà. E sanno che un giorno sostituiranno i medici cubani che oggi lavorano nei loro paesi, sono 38000 in 76 nazioni di tutti i continenti. Saranno questi i terroristi di cui parlano gli americani? Anche oggi la TV mostra le immagini delle tre lunghissime file che continuano a sfilare en la Plaza, Maduro insieme ad Evo Morales gli rendono omaggio,  ieri era previsto di sospendere la cerimonia alle 22.00; quando ho spento la TV a mezzanotte la gente continuava a sfilare. Ero già stato in piazza il primo maggio, e confesso che quel giorno percepii che molti lavoratori erano stati “cammellati”, adesso questa percezione è completamente assente!
Esco, devo fare un po’ di spesa, la città continua la sua vita nella calma irreale di questi giorni, mi connetto al wifi pubblico e provo a cambiare la foto del mio profilo Facebook con una pagina di Juventud Rebelde con il giuramento che i cubani potranno firmare in questi giorni, misteriosamente non è possibile caricare la foto, democrazia e libertà di opinione all’americana? Torno a casa e mi guardo l’intervista con le abuelas de Plaza de Mayo che piangono il loro amico scomparso. Si pranza tardi, alle 17.00 andremo en la Plaza per L’Acto de Masas in suo onore delle 19.00, spero che due ore prima sia sufficiente. La Habana, ore 16.00, continua.
tributo-a-fidel-cuba-1-580x387
tributo-a-fidel-cuba2-580x387
30 novembre
Usciamo di casa alle 16.45, nella nostra via hanno già parcheggiato molti autobus che trasportano i lavoratori dai centri di lavoro, tutti con viveri ed acqua. Non sarà breve. Arriviamo in Paseo e Zapata e malgrado manchino più di due ore l’impatto è già forte. Per chi non abbia mai percorso Paseo, da Zapata verso la Plaza deve immaginarsi un viale lungo cinquecento metri e largo più di viale Zara, senza spartitraffico o aiuole alberate in mezzo,  vederlo letteralmente pieno di persone che vanno verso la Plaza fa impressione. Prima di arrivare alla Plaza  già si rallenta, ci si ferma, riusciamo a proseguire seguendo un gruppo di studenti delle medie che crea una fila e prosegue pazientemente nel tentativo di prendere una buona posizione. Dopo dieci minuti di lotta ci sfiliamo,  il caldo e la pressione umana ci fanno fermare in un’isola di persone che aspettano sedute, siamo in piazza ed in buona posizione. Alle 18.00 è buio, l’aria è fresca, clima perfetto, le sculture del Che e di Camilo si illuminano. Fa effetto vedere che quasi tutte le persone che arrivano dal lavoro non hanno cambiato la divisa, medici e infermieri, lavoratori di vari enti, anche gli studenti sono venuti con la divisa, che è diversa per ogni livello di insegnamento, dai 14 ai 90 anni tutte le generazioni sono presenti. Sono le 18.50, la musica inizia a diffondersi per tutta la Plaza, i due schermi giganti trasmettono il video dei cantautori che hanno composto una canzone dedicata a Fidel, alle 19.00 in punto Rafael Correa, presidente ecuatoriano, prende la parola per primo, poi Dominica, il presidente del Sudafrica, del Salvador, Salvador Sánchez, che ricorda l’aiuto ricevuto dal FMLN (Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, ndr), tocca ad Alexis Tsipras che saluta in spagnolo e prosegue in greco, a metà discorso pronuncia un patria o muerte in spagnolo e di riflesso la piazza grida venceremos; tocca all’Algeria, altro paese in debito con lui, seguono Cina e Iran. 20.30, vedo passare la prima barella, malgrado il fresco qualcuno cede. Russia, Vietnam, Qatar, Bielorussia, la piazza ascolta tutti in silenzio, annunciano che tocca a Evo Morales, la piazza si risveglia, lui esordisce con un “que viva cuba que viva Fidel” che scatena gli entusiasmi. Sono le 21.00, la schiena comincia a farsi sentire, guardo i molti anziani presenti e penso a quante volte avranno passato giornate intere sotto il sole in questa piazza ad ascoltare Fidel, mi domando quali emozioni stanno provando, semplicemente inimmaginabili. Namibia, Messico, arriva Daniel Ortega, esordisce con un “donde esta Fidel”; la piazza urla “Aquí!” e “yo soy Fidel”. Poi si perde in un lungo discurso sussurrato, così, quando alle 22.15 tocca a lui, Nicolas Maduro deve ripartire arringando la folla, il suo discorso è energico e el pueblo apprezza. Ultimo arriva Raúl, la piazza è tutta con lui, ne riconosce la leadership, sa che da ormai dieci anni è lui che guida il paese, hanno imparato a rispettarlo, a volergli bene. Confesso che non l’avrei pensato, in fondo Raúl è lontano anni luce dal carisma di Fidel; quando durante il discorso a volte cita frasi di Fidel la gente le grida con lui, le sanno a memoria, impressionante. Quando ricordando il brutale attentato  all’aereo di Cubana de aviación del 6 ottobre del ’76 pronuncia: “quando un popolo energico e virile piange” la piazza esplode un “l’ingiustizia trema!!” da pelle d’oca. 22.50, 6 ore dopo iniziamo a sfollare, il colpo d’occhio è impressionante, torno a casa e mi viene un pensiero veramente curioso.
Se contiamo i paesi in America latina, Africa e Asia che Cuba e Fidel hanno contribuito a rendere liberi ed indipendenti o a cui hanno semplicemente dato esempio, che hanno ispirato a credere nei loro mezzi per liberarsi dal giogo del colonialismo o liberismo, con quelli cui dovrebbero aver portato la democrazia gli Stati Uniti non c’è storia, KO TECNICO. Ironico, vero?
tributo-a-fidel-cuba4-580x387
tributo-a-fidel-cuba7-580x387
1° dicembre
Mercoledì mattina, sono ufficialmente anziano, due giorni in piazza e il corpo reclama, accendo la TV mentre preparo la colazione; le immagini mostrano che il viaggio delle ceneri di Fidel verso Santiago è iniziato. Quando trionfa la Revolución, quando il Che e Camilo entrano a La Habana, Fidel è ad oriente,  a Santiago. Da lì pochi giorni dopo parti una marcia simbolica, la “caravana de la libertad”, che in quattro giorni percorse i mille km che separano Santiago da La Habana. Fidel e gli altri revolucionarios attraversarono il paese in festa per la vittoria, raggiungendo il Che e Camilo l’otto gennaio 1959. Oggi l’urna di Fidel ha iniziato il viaggio al contrario: ripeterà esattamente l’itinerario di 57 anni fa, portata da una jeep militare, al lato del conducente siede Raúl,  86 anni, non so come possa farcela,  evidentemente quella generazione era speciale. Fidel riposerá nel cimitero di Santa Ifigenia, con l’apostolo José Marti. Le immagini mostrano la colonna che sta già lasciando La Habana, i marciapiedi al lato della strada sono pieni di gente, tutti sanno dove passerà, chi può non se lo perde.
Durante il giorno riprendo la vita di sempre; quando guardo la tele mostrano le stesse immagini del mattino, interrotte dalle immagini in diretta quando il corteo attraversa i centri abitati, il panorama non cambia,  folla lungo le strade. A sera alla mesa redonda, programma di un’ora di politica, Evo Morales ricorda e risponde alle domande su Fidel, l’impressione ascoltando lui e tutti gli altri leader in questi giorni è che in gran parte dei paesi del pianeta ci sia commozione e senso di smarrimento, è come se dopo sessant’anni avessero perso la loro guida, il loro esempio, colui che per primo dimostrò che “yes we can”. Parlando con la gente comune emerge l’abisso del percepito fra un europeo e chi ha passato tutta la vita dal lato meno fortunato della tavola. Ci sono cose e meriti che non avrei mai pensato: Fidel ha dato ai negri e alle donne cubane diritti che tutt’oggi non sono acquisiti dai negri e dalle donne negli USA, a differenza del resto dell’America Latina a Cuba non spariscono bambini per fornire organi agli ospedali. La cosa che tutti ripetono di più e che: “Fidel siempre cumplió”, Fidel ha sempre mantenuto le promesse, certo noi non siamo abituati a pensare lo stesso dei nostri presunti leader… chiudo, in attesa di scrivervi l’ultima puntata sabato,  con un racconto che forse non conoscete. Nel 1958 si correva a La Habana il GP di formula 1, l’aveva fortemente voluto Batista, il dittatore voleva dare un’immagine tranquilla e positiva di Cuba malgrado la rivoluzione in atto. Un gruppo di rivoluzionari rapì nel suo hotel nientemeno che Juan Manuel Fangio, e lo trattenne fino a fine gran premio,  ridicolizzando così il dittatore che ebbe il gran premio senza il pilota più famoso. Quando fu liberato, Fangio ai giornalisti disse che ringraziava i suoi amici sequestratori per come lo avevano trattato. Oggi il figlio, ancora vivo, ha porto le sue condoglianze per Fidel.
tributo-a-fidel-cuba8-580x387
tributo-a-fidel-cuba12-580x387

 

2 dicembre

Santa Clara, Camaguey, Bayamo fino a Santiago dove Maradona, Lula, Dilma Rousseff e tutti gli altri amici di Cuba daranno l’ultimo saluto al Comandante, al soldato delle idee. Queste le tappe della carovana con il piccolo feretro in cedro contenente le ceneri di Fidel. È stato scortato per mille chilometri dall’affetto di milioni di cubani che come in una tappa di montagna del giro o del tour affollavano i marciapiedi molto prima del suo passaggio. Kenia mi aveva anticipato che se La Habana era scesa in piazza per lui massicciamente, avrei visto molta più gente man mano che arrivava a Santiago, oriente, culla di tutte le rivoluzioni cubane. Fidel era originario della provincia di Holguin, e lontano dalla capitale il sentimento rivoluzionario è più radicato. Fidel è curiosamente morto poche ore prima che scoccassero i sessant’anni della partenza del Granma dal Messico e oggi 2 dicembre sono sessant’anni che sbarcarono a Cuba. Sembra un copione ben scritto, nel frattempo La Habana tenta di riprendere un ritmo normale di vita, anche se fino a domenica a mezzanotte è proibita la vendita di alcolici e tutti i locali di divertimento sono silenziati. Da sabato si trasmette solo una canzone in TV o radio:”Cabalgando con Fidel”, struggente canzone che Raúl Torres ha composto per l’occasione.
Se mi avessero detto che un giorno avrei visto La Habana senza musica e alcol per nove giorni avrei pensato ad una pellicola di fantascienza. Per tranquillizzarvi sul mio stato mentale avevo appena fatto scorte di vino, birra e rum quando è entrato in vigore il lutto. Dal bombardamento implacabile che i media stanno facendo sul comandante en jefe, ovviamente a senso unico, mi vengono decine di pensieri e ragionamenti su cose sentite dire da suoi oppositori cubani e non, e curiosamente nessuno dei residenti che ho sentito lamentarsi negli anni lo faceva riferendosi alla mancanza di democrazia e libertà, bensì si riferiva alle condizioni materiali che indubbiamente dal ’90/91 in poi sono state durissime. Per noi che siamo stati abituati a ragionare sempre in termini economici il prezzo per la sua coerenza è stato alto,  per molti incomprensibile, per noi che siamo stati educati a votare leader inetti e codardi, mi riferisco ai signori che liquidarono il PCI e le sue idee in fretta e furia nel ’90, a votare il frate Bertinotti, sigh,  per noi che non abbiamo potuto processare i piloti autori della strage del Cermis perché erano americani. Tutto questo può apparire strano, osannare e piangere un leader che ti ha fatto passare gli ultimi 27 anni in condizioni difficilissime. La gente sta dimostrando amore. Ci sono vari racconti sul  Fidel che non si è mai nascosto, che ci ha sempre messo letteralmente la faccia e sulle sue capacità “divine”, nel ’94, anno più duro del periodo especial, in alcune strade del centro città habanero la gente esasperata iniziò ad assaltare i negozi semivuoti e a rompere vetrine; non ci fu repressione poliziesca come avverrebbe anche in Europa, Fidel si recò sul posto con la scorta personale che sempre lo accompagna e quando scese dalla jeep la gente si fermò e iniziò ad acclamarlo. Famose le sue “veglie” ai cicloni: quando il meteo annunciava l’arrivo di qualche uragano, lui si recava ad aspettarlo nella zona dove ne era previsto il passaggio e si metteva in un rifugio (leggi casa in muratura) con la gente comune, caso vuole che in un paio di occasioni il ciclone cambiò rotta e non colpì l’isola, santo subito! Per questo una litania che spesso sento in questi giorni è Fidel sempre andava, Fidel sempre veniva, Fidel era realmente il popolo.
Hasta siempre Comandante eterno!
tributo-a-fidel-cuba87-1-580x387
tributo-fidel-castro-santiago-cuba-ladyrene-5-580x395
4 dicembre
Domenica ore 15.00: improvvisamente i cinque canali TV di cui dispongo tornano alla programmazione normale,  o quasi; Real-Barca su tele Rebelde mi fa capire che il “duelo” (lutto) è finito, unica eccezione i film trasmessi sono solo cubani, evidente omaggio ancora a lui che già nel primo anno di revolución affidò 500000 dollari di allora ad Alfredo Guevara (non era parente del Che) per fondare e dirigere l’ICAIC, istituto cubano arte e industria cinematográfica. In mattinata hanno trasmesso la cerimonia privata al cimitero di S. Ifigenia, il monumento sembra un enorme masso di cemento, sulla piccola lapide in marmo nero una parola sola: FIDEL.
Alla base una panchina, dove prima i famigliari, Fidelito,  primogenito e ricercatore scientifico, poi gli altri 5 figli maschi con rispettive mogli e stuolo di figli e nipoti depongono un fiore bianco, poi i politici presenti più Maradona compiono lo stesso gesto. Il tutto si svolge in un silenzio irreale rispetto alla piazza. Dolore privato e dolore pubblico.
Fidel lascia un paese pieno di contraddizioni, dai salari che bastano per una settimana, eppure tutti mangiano, alla mortalità infantile più bassa che in Canada o Stati Uniti e alla vita media di quasi ottant’anni. Lascia un paese povero del terzo mondo che garantisce cose che oramai tutti i paesi ricchi tolgono, leggi sanità e scuola e diritto allo sport gratis e di buona qualità. Lascia un paese all’avanguardia nella ricerca scientifica sia medica che di biotecnologie, il tutto senza risorse del sottosuolo. Quindi una buona domanda è: come mai da noi ci convincono che queste cose sono un lusso che bisogna pagare e li autorizziamo con il voto?
E’ vero che qui il dissenso è represso, ma per caso da noi o negli Stati Uniti se qualcuno volesse cambiare l’ordine costituito non verrebbe spiato e perseguitato? Il più vecchio prigioniero politico del continente è in carcere da più di 35 anni negli USA, è un compagno portoricano che lotta per l’indipendenza del suo paese dal colonialismo USA. Cosa farebbero i critici di Cuba in caso di guerra? Non limiterebbero le libertà ed i diritti civili per proteggere il paese? Nella seconda guerra mondiale gli USA, sì, sempre loro, rinchiusero centinaia di migliaia di cittadini americani di origine giapponese in campi di concentramento, non potevano rischiare; quando li liberarono a fine conflitto non possedevano più niente, avevano svenduto le loro attività e proprietà per sostentarsi nei campi. Chi ci dice che senza 60 anni di guerra economica e non… questo non sarebbe un paese diverso? Perché l’unico paese al mondo che ha tirato più di cento ordigni nucleari in zone abitate, Giappone più isole del Pacifico per esperimenti, più di novanta milioni di litri di agente Orange (diossina) in Vietnam, che ha finanziato tutto il peggio dalla seconda metà del 20mo secolo ad oggi: dai khmer rossi all’isis, decine di colpi di stato con milioni di morti, tutte le ultime guerre etc. etc., è la “nostra guida morale” in fatto di diritti umani?
Vivo a Cuba da quasi due anni e non è un paese facile, neanche con l’innegabile vantaggio economico che mi dà la mia vita precedente,  eppure non mi manca niente di quella vita, a parte alcune persone. Credo che sia impossibile giudicare serenamente Fidel, ma lascia un paese che a parte l’economia è umanamente eccellente, che potrà solo migliorare economicamente e lo sta già facendo, che probabilmente proprio perché ha dimostrato che “nosotros podemos” (eh sì, quarant’anni prima di Obama era il motto di Fidel), possiamo dimostrare che si può essere orientati al popolo, alla gente umile, sarà sempre osteggiato dai vari Superciuk della politica occidentale che spiegano ai poveri e li convincono che non si può più sostenere i costi di servizi basici essenziali, e li aizzano contro i poveri che scappano da quei paesi dove con i soldi di quei servizi essenziali si sono scatenate guerre…..
Un abbraccio a tutti, compagni e non.