Rumbo a Oriente – Diario Oriental – Parte seconda

Diario di un secondo viaggio a Cuba, in una Cuba più calda e umida, più nera, india e meticcia, più spirituale e vibrante, dove lo spirito ancestrale di questa terra sembra permeare tutto. Dove l’uragano Matthew ha lasciato devastazione ma non ha ucciso nessuno, ha abbattuto le palme ma non ha scalfito l’orgoglio di questa gente, alla quale neanche l’uragano Donald può fare paura più di tanto. Dove Fidel ormai è il passato, che non si deve dimenticare ma nemmeno santificare. È un padre amato ma ingombrante, che per tanti anni ha tenuto per mano il suo popolo, ma ora la stretta di quella mano grande e forte si deve allentare, perché il lutto è finito e il futuro è ancora tutto da costruire. Non ci crederete, lo so, ma ho trovato questa frase scritta su un cartello, sopra un calendario, in un bagno di una casa di Santiago, una casa qualunque di un quartiere popolare: “Si no sueltas el pasado, con què manos agarras el futuro?”. Se non lasci andare il passato, con che mani afferri il futuro?

28/01/2017 Giorno 6: Nel quale balliamo un minuetto africano e percorrendo la Farola scavalchiamo le montagne per raggiungere la remota, magica Baracoa

Nel giorno del genetliaco di Josè Martì, lasciamo Santiago per cominciare la marcia d’avvicinamento verso Baracoa, la prima città fondata a Cuba, situata oltre la Sierra del Puril sull’estrema punta orientale dell’isola. Ora davvero partiamo “Rumbo a Oriente”, in direzione del sole nascente finché l’isola non finisce.

Per la prima volta tutti dobbiamo caricare le nostre valigie e i nostri zaini, con gli attrezzi all’interno, nel bagagliaio del pullmino. L’abile Mario, con l’aiuto di David, si produce in un tetris perfetto per farci stare tutto.

Partiamo in un clima piuttosto allegro. Mi esibisco in un’apprezzata imitazione di Guccini accennando “Canzone per un’amica”: “Lunga e dritta correva la strada…”. All’inizio è anche dritta la strada, poi lo sarà molto meno. Viene sempre bene questa canzone, perché è piena di R da pronunciare alla Guccini, però Eddi mi fa notare che non è l’ideale per iniziare un viaggio con i migliori auspici… lo so bene, infatti mi limito a un accenno. Poco dopo, non so come, si ritorna a parlare di un fantomatico dolce chiamato “Sarah Bernhardt”, che qualcuno voleva prendere ieri a pranzo, ma, come spesso succede qui, pur essendo indicato sul menù non c’era. Laura ne trae ispirazione per un nuovo ipotetico dolce da chiamare “Sarà Bernarda?” e tutti scoppiamo a ridere. Carlitos, ovviamente, non capisce perché ridiamo tanto e così gli spieghiamo che bernarda è un altro nome per… quella cosa che qui non chiamano patata ma papaya. Altro esempio di come le diverse culture alimentari influenzano la lingua. E da questo spunto parte l’elenco, che naturalmente qui non ripeto, di tutti (o quasi) i possibili modi di chiamare in italiano l’organo genitale femminile. Il ragazzo si sta facendo una cultura, non c’è che dire.

Terminato il primo breve tratto di strada, raggiungiamo Guantanamo: sono circa le 11. Guantanamo è una piccola città famosa per due cose. Una è Guantanamera, la notissima canzone popolare cubana ricavata dall’adattamento dei Versos Sencillos di Josè Martì. Una versione poco nota riprende anche il verso in cui Martì vuole morire “de cara al sol”. L’altra, molto meno allegra, è la base militare statunitense, che dal 1903 gode di un diritto di extraterritorialità, a seguito di un accordo firmato tra il fragile governo di Cuba che aveva appena ottenuto l’indipendenza e il potente vicino “norteamericano”, che allora era l’alleato che aveva svolto un ruolo fondamentale nella cacciata degli spagnoli. Oggi la prospettiva è completamente cambiata, ma allora era così. Da allora la città è mutilata del suo sbocco al mare, e soffre di un sostanziale abbandono. Questo lo sapevo. Ma non sapevo che la baia è chiusa anche da una rete, che impedisce l’accesso perfino ai pesci. Dal 2002 nella base c’è anche il tristemente famoso carcere di massima sicurezza per i detenuti accusati di terrorismo, che Obama aveva promesso di chiudere senza mai mantenere completamente la promessa.

Noi siamo a Guantanamo per assistere a uno spettacolo di Tumba Francesa. La Tumba Francesa è una incredibile combinazione delle radici musicali africane con i balli francesi da sala del ‘700, principalmente la contredanse e il minuetto. Un’altra eredità lasciata dagli schiavi giunti da Haiti con i coloni francesi alla fine del XVIII secolo. Qualcosa di talmente unico da essere dal 2008 Patrimonio Culturale Immateriale per l’UNESCO.

Entriamo in una sala, dove ci stanno aspettando. È già tutto pronto. Su un lato della sala una “regina” vestita di chiaro aspetta paciosa seduta su un trono sotto la bandiera cubana. Sull’altro lato, una fila di tamburi africani di differenti fogge e dimensioni. I percussionisti si scaldano, anche loro sono pronti per cominciare. Noi, seduti in cerchio, ascoltiamo una breve spiegazione delle origini e delle caratteristiche di questo ballo, in cui le donne hanno un maggiore protagonismo facendo in qualche modo una satira delle dame di corte, poi si parte. Le donne sono elegantissime nei loro vestiti azzurri, come vere dame del ‘700, con collane e colorati ventagli, ma con i fazzoletti in testa come le loro antenate schiave. Gli uomini, in pantaloni e camicia, portano dei fazzoletti azzurri al collo. I pezzi cantati sono in una lingua creola derivata dal francese, naturalmente simile a quella haitiana.

Dopo qualche giro di danza, che guardiamo incuriositi e affascinati, arriva il momento anche per noi di essere coinvolti. Le ballerine invitano noi uomini e i ballerini invitano le donne. Io sono piuttosto negato per il ballo, soprattutto per i balli di coppia di questo genere, ma ci provo. Per fortuna Alicia, la mia ballerina, dolcemente mi guida e mi perdona se ogni tanto non la guardo negli occhi ma le guardo i piedi per poterla seguire e per non pestarglieli, i piedi. Alla fine abbiamo tutti dei grandi sorrisi stampati in faccia.

È strano, dopo un ballo, uscire nel sole di mezzogiorno ma, logisticamente, per noi era il solo orario possibile. Ora c’è la seconda sosta a Guantanamo, quella in un punto panoramico, che è uno dei pochi da dove, almeno con binocoli o teleobiettivi, si può vedere la base americana. Sì, perché chiaramente è impossibile avvicinarsi. Uno sguardo e ce ne andiamo.

Prima di imboccare la mitica Farola, la tortuosa strada che raggiunge Baracoa scavalcando le montagne, ci fermiamo per pranzare in un’area di sosta vicino a una spiaggetta popolare, attrezzata con un piccolo bar. Non facciamo il bagno, perché nessuno di noi ha il costume sotto e tirarlo fuori dalle valigie vorrebbe dire dover smontare il tetris. Passeggiamo, nell’attesa che ci preparino qualcosa. Purtroppo il gestore ci fa vedere del pesce che ci potrebbe cucinare, ma pochi minuti dopo si scopre che non ce n’è più, perché quel poco che c’era è destinato tutto ad un gruppetto di francesi che è arrivato qualche minuto prima di noi. Per noi resta solo il pollo, fritto o al sugo. Ci sediamo fiduciosi, ma l’attesa diventa molto lunga. Abbiamo imparato ormai a “gestire” queste attese impedendo al milanese che è in noi di uscire, ma David si preoccupa per noi e va a chiedere. Scopriamo che da un po’ di tempo non c’è più gas. Si cucina col carbone, che però è finito anche quello, per cui stanno raccogliendo dei gusci di cocco per alimentare il fuoco. Sapendo questo, ci armiamo di ancora un po’ di pazienza e ci godiamo intanto la tranquillità di questo posto, che per noi che siamo reduci da tre giorni di Santiago è una pausa che non può fare male.

Addentato il pollo ripartiamo. La Farola non è certo l’ideale per chi soffre i percorsi tutti curve e tornanti, e nel gruppo qualcuno c’è. Ma è davvero spettacolare. Fino agli anni ’60 Baracoa era raggiungibile solo via mare. Questa strada fu costruita nel 1964, mettendo fine a quattro secoli di sostanziale isolamento. Fidel lo doveva, in un certo senso, ai rivoluzionari di Baracoa che lo avevano sostenuto. Saliamo tra le pareti della Sierra del Puril, poi la strada inizia a scendere sempre ripida e sinuosa tra picchi di granito grigio e foreste profumate di resina. Purtroppo, qui si comincia a vedere la devastazione lasciata dall’uragano Matthew. Interi palmeti sono stati rasi al suolo. Qua e là si vede anche qualche segno di rinascita, ma è ancora poco. Ci raccontano che prima in molti punti la vegetazione era così fitta da non lasciar vedere nulla, ma ora non è più così. Vediamo distintamente tante case di contadini aggrappate ai pendii. David spiega che, nonostante questa zona abbia altre risorse come cacao e caffè, il cocco è quella davvero fondamentale. Fondamentale perché è la base dell’alimentazione dei maiali, e in campagna il maiale è la vita, per le famiglie contadine.

Ci fermiamo per una piccola sosta e per guardare da una terrazza panoramica. Appena scesi dal pullmino, un assalto di venditori di cucurucho e di cioccolato, come usciti dal nulla. Il cioccolato è forse il principale prodotto di Baracoa. Poco fuori città c’è una famosa fabbrica inaugurata dal Che negli anni ’60. E il cucurucho l’abbiamo già incontrato, ma questo è completamente diverso: questo è il cucurucho di Baracoa. Il cono qui è fatto con foglie di palma reale, con sopra una specie di tappo legato con un cordino ricavato anch’esso da una foglia di palma. E dentro… dentro una dolcissima e profumata delizia a base di miele, cocco, mango e banana. Questi sono gli ingredienti principali, ma ognuno è diverso dall’altro. Ci possono essere pezzetti d’arancia, di mandorla… Da leccarsi le dita, perché davvero si mangia così, impiastricciando il dito senza ritegno. Avendolo, si potrebbe usare un cucchiaino, ma al momento siamo sprovvisti. Forse si è capito, ma io l’ho comprato e mi è molto piaciuto. Eppure, in genere il cocco non mi piace! Ne offro uno anche a Laura ed Eddi, che ricambiano con gli ultimi avanzi di un dolce fornito da Marisol alla partenza dall’Avana, insieme a vari altri generi di conforto. Anche questo è una goduria, dove si mischiano jalea de guayaba e dulce de leche. Va preso a piccole dosi perché, a parte l’apporto calorico, è una droga. Poi, naturalmente, il cucurucho fa il giro di tutto il pullmino, anche se non sempre raccoglie consensi.

Dopo un po’ David dà istruzioni a Mario e ci fermiamo di nuovo. Scende solo lui e fa una scorta di cucuruchos da portare all’Avana per tutto il parentado. Io scherzosamente lo rimprovero: se sapeva che qui è più buono ce lo doveva dire!

Arriviamo a Baracoa nel tardo pomeriggio. Io e Luciano, con Alma, Franca, Elena e Paola, staremo a casa di Tamara Sanchez. Una doccia e usciamo per la prima passeggiata. Diamo un’occhiata veloce all’interno della Catedral de Nuestra Señora de la Asunciòn, costruita nel 1833 sul sito di una chiesa più antica. Qui è custodita la Cruz de la Parra, una croce di legno che secondo la tradizione sarebbe stata piantata da Colombo vicino a Baracoa nel 1492. Di fronte alla cattedrale è collocato il busto di Hatuey, il cacique (capo) degli indios Taino che lottò contro gli spagnoli e fu bruciato sul rogo nel 1512 dopo avere rifiutato la conversione al cristianesimo. Il primo segno che questa è la città più india di Cuba. Forse per questo ha qualcosa di magico, di esoterico. Anche nelle facce delle persone qui si notano a volte tratti indios, che nel resto di Cuba sono quasi totalmente assenti.

Prendiamo un aperitivo su una bella terrazza con vista, poi torniamo a casa per cena. Questa sera si cena da noi, cena come sempre lauta. Scherziamo con il figlio di Tamara, che indossa una fantastica maglietta dell’argentina con stampate le facce di Messi e altri giocatori.

Dopo cena, passeggiata per le strade di Baracoa. Si mantiene il buonumore, con Carlitos che parte a cantare “La negra Tomasa” e noi che lo seguiamo.

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29/01/2017 Giorno 7: Nel quale giochiamo a domino in spiaggia, marciamo cantando e organizziamo una… “sega collettiva”

Colazione ricca anche qui, dove non può mancare… la cioccolata! Siamo a Baracoa, no? E a noi non può cbe tornare in mente il nostro tormentone preferito: Toma chocolate… paga lo que debes…

Giornata passata al mare, sulla spiaggia scura di Baracoa, a due passi da dove il Rio Miel si butta nell’oceano. All’inizio il cielo sembra nuvoloso. La mole scura di El Yunque, l’incudine, la montagna che sovrasta Baracoa, sembra ancora più imponente. Sul percorso verso la spiaggia incontriamo il vecchio, fatiscente stadio del baseball, che è a un passo dal mare, e la statua di Cristoforo Colombo, che ci conferma ancora una volta che questo è stato uno dei primi luoghi d’America dove gli europei abbiano messo piede. Per poi, però, lasciarlo ben presto al suo destino. Dopo che, nel 1515, la capitale fu trasferita a Santiago, questa regione vide diminuire la propria importanza divenendo un’area isolata e quasi irraggiungibile in cui si esiliavano i carcerati e le antiche tradizioni sopravvivevano incontrastate, fino a mescolarsi, alla fine del XVIII secolo e poi nel XIX secolo, con quelle degli schiavi neri giunti da Haiti.

Vediamo anche, sulla porta di un ufficio comunale, un cartello con le istruzioni per i cittadini su come certificare i danni subiti dalle loro abitazioni a causa dell’uragano. Per avere i risarcimenti, c’è un modulo da compilare dopo la visita del tecnico comunale.

Col passare della mattinata, il sole buca le nuvole. La giornata in spiaggia passa tra una passeggiata sul bagnasciuga, qualche bagnetto e varie partite a domino. Una parte del gruppo si sta appassionando al gioco, soprattutto la coppia formata da Alma e Paola, che sembra vincere a man bassa. Compriamo da due venditori ambulanti del burro di cacao e delle statuette di legno carine che rappresentano una donna con un vestito da sera fatto di sabbia, mentre Carlitos passeggia con l’ombrello come una dama dell’ottocento.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che Alessio e Marcello si sposeranno, o meglio si uniranno civilmente, molto presto: Auguri!

Prima di cena, usciamo con David per una passeggiata sul Malecon fino alla Punta, all’estremità occidentale della città. Abbiamo già visto qua e là delle zone dove Matthew ha colpito duro, ma questa è sicuramente quella che fa più impressione. Anche un pezzo di lungomare è crollato.

Molti palazzi sono davvero in pessime condizioni, con diversi balconi crollati e le scale all’interno che non esistono più, sostituite da scale di fortuna costruite con assi di legno. Ma nonostante questo sono ancora abitati. Parliamo con una signora che dal balcone ci dice che tutta la sua vita è lì, che non vuole lasciare la casa dove ha vissuto per tanti anni. Le hanno proposto di andare a vivere per un periodo in campagna, ma lei non vuole, dice che non fa per lei e che avrebbe paura di non tornare più. David dice che queste persone veramente “estan en candela”. Di fianco, un altro edificio identico in due mesi è già stato completamente restaurato ed è come nuovo. Aveva subito meno danni, ci spiega la signora, per via della posizione. Qui la costa disegna un piccolo promontorio e la casa risulta più distante dal muretto del Malecon, quindi l’onda è arrivata con meno forza.

Entriamo in casa di una famiglia di amici di David, che ci raccontano con molta emotività, ed è inevitabile, la loro esperienza. Loro, come tutti gli altri qui, sono stati evacuati. Il sistema di allerta, già collaudato in occasione di altri eventi di questo tipo, si è dimostrato molto efficace. Nei giorni successivi, le notizie parlavano di nessuna vittima e di circa 900.000 persone evacuate, in tutto l’Oriente, ospitate in scuole o in altre strutture attrezzate. Loro sono stati relativamente fortunati perché la loro casa non è nella prima fila che si affaccia sul lungomare, ma nella seconda. Ma quando, il giorno dopo, sono tornati qui, hanno trovato la strada ingombra di macerie, suppellettili, vestiti. Ci fanno vedere anche un video, girato da un vicino di casa, in cui si vede l’acqua invadere le case e portare via tutto. E un ragazzino ci racconta di un vicino che ha rischiato di morire perché è tornato ed è salito al quarto piano a prendere il cane, mentre ancora il diluvio e le onde infuriavano. Non è stata questione di un attimo, tutto è andato avanti per diverse ore con onde anche di 8 metri. Ma alla fine tutti dicono la stessa cosa: “Estamos con vida”, siamo vivi e lo possiamo raccontare, questo è quello che conta. Con gli aiuti che arrivano, ma soprattutto stando uniti e con la solidarietà tra di noi, ci risolleveremo, anzi ci stiamo già risollevando. Questa è Cuba.

Per distenderci un attimo prendiamo l’aperitivo in un locale che si chiama Marco Polo, dove David fa amicizia con una coppia di ragazzi inglesi che si dichiarano innamorati di Baracoa, al punto che si sono fermati 12 giorni. Probabilmente si sono presi un anno sabbatico o almeno dei mesi, di certo hanno tempi di viaggio più rilassati dei nostri. David ha vissuto a Londra, per cui non ha difficoltà a sfoderare un ottimo inglese.

Noi, però, siamo più concentrati, tanto per cambiare, sulla Piña Colada, in particolare su quella che Alma oggi ha vinto a Domino in spiaggia e che ha deciso di riscuotere. Lei normalmente non beve, solo di rado si concede qualche trasgressione. L’ultima volta che ricordo era stata con un’altra Piña Colada, lo scorso anno a Viñales. Quella era del tipo autogestito, col rum a parte che puoi aggiungere a piacere. Questa è preparata dal barista, ed è discretamente carica. Non ci sono effetti gravi, ma quel po’ di euforia che fa sì che, incamminandoci, Alma si appoggia sulle spalle mie e di Carlitos, e improvvisiamo un balletto veramente da ubriachi…

Passiamo dalle nostre case a prendere gli attrezzi, che stasera consegneremo nella casa dove andremo a cena, che è quella di Ñico, professore di letteratura. Mentre ci avviamo, ecco di nuovo l’estro canoro di Carlitos. Stavolta ci chiede di cantare Bella Ciao, ma non di cantarla così, tanto per fare, di cantarla forte, mettendoci l’anima. Lui, che sicuramente l’ha sentita da qualche altro gruppo di italiani ma non conosce le parole, ci viene dietro ripetendo quello che cantiamo noi. L’armonia e l’intonazione dell’improvvisato coro partigiano forse non sono eccezionali, ma il cuore c’è. E così camminiamo per le strade di Baracoa cantando Bella Ciao a squarciagola, con la gente che si affaccia per vedere cosa sta succedendo. Qui non siamo a Santiago, normalmente le strade la sera sono piuttosto buie e silenziose. Sempre cantando, saliamo la scala che porta alla terrazza dove è tutto pronto per la cena e dove i padroni di casa, un po’ sorpresi ma felici di vedere tanto entusiasmo, ci accolgono con altrettanto trasporto.

La cena è come sempre ottima e il clima che s’è creato aiuta a renderla ancora più piacevole. Dopo cena, vista l’entrata che abbiamo fatto, non si può che ricominciare a cantare. E allora, in sequenza, eseguiamo qualche classico italiano: Battisti, Gino Paoli con “Il cielo in una Stanza”, ma quello che mette d’accordo tutti e che riscuote più successo anche presso i cubani è “Alla fiera dell’Est” di Angelo Branduardi. Pare che anche loro abbiano una canzone simile, costruita un po’ come una filastrocca. Poi, è chiaro, dobbiamo fare qualcosa di cubano. Inevitabilmente, arriva subito la richiesta di “Hasta siempre Comandante”. Tutti sanno che la conosco, l’anno scorso l’avevamo perfino provata la sera prima di andare al mausoleo del Che a Santa Clara, con l’idea di cantarla tutti insieme lì; poi, per problemi di tempo, non se n’era fatto nulla. E allora parto io e chi può mi segue, tutto sommato non viene male.

Dopo di che, un altro inevitabile grande classico: è Guantanamera, da dedicare di cuore alla padrona di casa, la moglie di Ñico, Margarita, che è di Guantanamo.

Margarita viene poi coinvolta anche in uno scherzo di David, che le suggerisce un’imitazione di Franca che tende a… sottolineare che lei usa spesso l’esclamazione “Minchia!”. Naturalmente, Margarita lo ripete senza capire cosa sta dicendo e David, tra le risate generali, le spiega che è quello che loro chiamano “Pinga”. Curiosa assonanza.

Cerchiamo di tornare seri per la consegna ufficiale degli attrezzi a Ñico, che ringrazia con un discorso forbito ed ispirato nel quale sottolinea la generosità degli italiani e dice che farà in modo che tutti sappiano, a Baracoa, che un aiuto concreto per ricostruire è venuto dalla solidarietà umana e politica degli ascoltatori di Radio Popolare. E conclude con una poesia del poeta cubano Nicolas Guillèn, dedicata a Martì e a Fidel.

Certo che, dice David, sarebbe bello se riuscissimo a far arrivare qui anche una sega circolare elettrica grande, servirebbe molto. “Che problema c’è?” – diciamo tutti all’unanimità – “Facciamo una colletta, la compriamo e la carichiamo sul prossimo volo della radio, o la spediamo, un modo si trova”. Ed è così che David si fa prendere dall’entusiasmo ed esclama: “Sì, ragazzi, dai! Organizziamo una sega collettiva!”.

Riusciamo a fatica a riprenderci dall’ilarità generale quel tanto che basta per spiegare all’orecchio a uno stupito David che cosa c’è da ridere così tanto. Lui parla benissimo italiano, ma qualche espressione gergale ancora gli sfugge… da stasera, una di meno. E così salutiamo Margarita, Ñico e tutta la loro famiglia con le lacrime agli occhi, non tanto per la commozione ma più per le risate… tornando seri, comunque, la cosa si farà. La stiamo definendo proprio in questi giorni. Certo, c’è il rischio che l’operazione che Radio Popolare aveva lanciato come “Cazzuole per Cuba” diventi “Una sega per Cuba”, ma questo è un dettaglio, l’importante è il risultato.

Tornati a casa, non abbiamo ancora voglia di dormire e tiriamo tardi giocando a domino al fresco del terrazzo, questa volta ognuno per conto suo e non in coppia. Ma Paola, anche così, vince quasi sempre.

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30/01/2017 Giorno 8: Nel quale percorriamo la Carretera Central canticchiando con Compay

Stanotte ho dormito poco e male, anche perché alle 5 di mattina Tamara, o qualcun altro della famiglia, stava guardando una telenovela alla TV e la nostra camera è proprio adiacente alla sala. Ma qui è così, gli orari non sono esattamente paragonabili a quelli a cui siamo abituati.

Dopo aver… tomado chocolate a colazione, per l’ultima volta a Baracoa, saliamo sul pullmino e iniziamo un altro lungo spostamento in direzione Bayamo. La strada è accidentata ma affascinante, per quanto anche qui purtroppo gli effetti dell’uragano siano ancora ben visibili: vediamo ad esempio un ponte spezzato a metà, e ancora tanta vegetazione distrutta.

La prima sosta è ancora relativamente vicino a Baracoa, presso la spiaggia di Maguana. Stavolta è tutto programmato, e tutti abbiamo il costume sotto per concederci un altro po’ di relax e qualche bagno. La spiaggia, con la sabbia bianca e il mare di un bel turchese, non è certo affollata, del resto sappiamo che questa per i cubani non è stagione per andare al mare. Facciamo un paio di incontri, prima con un signore non molto anziano ma abbastanza mal messo che vende foto del Che e ci racconta di essere stato in Angola negli anni ’80, poi con un venditore di conchiglie che dice di essere di Moa e di aver perso tutto a causa dell’uragano. Curioso che quest’ultimo, sentendomi parlare, mi prenda per cileno. Questo ancora non me l’avevano detto…

Per il pranzo David ha organizzato tutto a casa di una famiglia che abita proprio qui, a due passi dalla spiaggia.

Anche questo pranzo è da ricordare, soprattutto per una spettacolare aragosta. Era tanto che non ne mangiavo una così. Intanto, Laura è stata soprannominata da Carlitos “la mia nutria”, perché a sentir lui si avventa sul cibo con l’avidità di un roditore. Dopo un po’ capiamo che c’è un equivoco linguistico: in spagnolo si chiama nutria quella che noi chiamiamo lontra. Sono due animali simili, in realtà. La differenza principale sta nella pelliccia (quella della lontra è un po’ più pregiata) e nella dieta: la lontra mangia pesce, mentre la nutria è erbivora. Comunque, se non altro come immagine, la lontra è più carina.

L’atmosfera è quella della campagna cubana, che ormai abbiamo imparato a conoscere. Dietro la casa, vicino a una capanna di legno, sonnecchiano due maialini, uno nero e uno pezzato. Intorno, razzola qualche gallina.

Noi ripartiamo verso Holguin, percorrendo la Carretera Central, che a dispetto del nome altisonante è anch’essa piuttosto difficile, per quanto riguarda le condizioni del manto stradale. Ma, in compenso, attraversiamo una serie di paesini di campagna bellissimi e dai nomi evocativi, per chi conosce un po’ di musica cubana. Avete presente l’inizio di Chan Chan, quello che fa “De Alto Cedro voy para Marcanè, llego a Cueto, voy para Mayarì…”? Bè, noi facciamo proprio una parte di quel giro, anche se al contrario: passiamo da Mayarì, anche se la strada passa fuori dal paese, e poi da Cueto, che invece attraversiamo. E così viene naturale cercare sul cellulare il pezzo di Compay e canticchiarci sopra…

Da Holguin la Carretera diventa veramente abbastanza scorrevole, e verso sera raggiungiamo Bayamo, città antica (è la seconda più antica di Cuba, subito dopo Baracoa) e ricca di storia. È da qui che partì la lotta per l’indipendenza cubana, anche se per noi sarà soprattutto la base da cui raggiungere la Sierra Maestra.

È qui che l’avvocato diventato rivoluzionario Carlos Manuel de Cèspedes, sfidando le tradizionali posizioni coloniali, attaccò nel 1868 le autorità spagnole conservatrici e riuscì a sottrarre loro il controllo della città. Ma la liberazione ebbe breve durata. Dopo che il mal addestrato esercito ribelle fu sconfitto da 3000 soldati spagnoli, il 12 gennaio 1869 gli abitanti, temendo che Bayamo sarebbe stata di nuovo occupata, preferirono dar loro stessi fuoco alla città piuttosto che vederla ricadere in mano nemica.

Io e Luciano, con Elena e Paola, dormiremo nella bella casa di Alvaro e Alina. Ma per cena andiamo invece da Oscar, in una casa di musicisti. Tutti, in famiglia, suonano qualche strumento, a livello più o meno professionale, ma soprattutto la signora dirige l’orchestra locale e la figlia maggiore suona il violoncello, oltre che nell’orchestra, in un apprezzato trio di Jazz. Eddi e Marcello si perdono nella collezione di dischi cubani e latinoamericani d’epoca. Continua la sfida musicale tra i due, alla quale nel frattempo si è aggiunto un altro divertente tormentone: Laura che chiama “Marcello! Come here!” come Anita Ekberg dalla fontana di Trevi ne “La dolce vita”…

Ceniamo con in sottofondo la musica del trio della figlia di Oscar. Dopo cena, ci facciamo un giro nel centro di Bayamo, dato che non avremo altre opportunità di vederlo. Nella piazza centrale, una di fronte all’altra, ci sono la statua in bronzo di Carlos Manuel de Cèspedes e il busto in marmo di Perucho Figueredo, autore dell’inno nazionale, che scrisse nel 1868 e che si chiama infatti La Bayamesa.

L’atmosfera è fin troppo tranquilla, il che ci fa capire che i festeggiamenti per la vittoria del campionato di beisbol sono ormai finiti e anzi, forse, i bayameses devono ancora riprendersi: si stanno riposando per smaltire la sbornia.

Entriamo in un bar a bere qualcosa per festeggiare il compleanno di Elena. Il locale ha stile, perché unisce alcuni elementi moderni con molti richiami alla tradizione, prima di tutto la grande immagine di Cuba nella cartografia cinquecentesca che campeggia tra i mattoni a vista, insieme ad una citazione di Colombo che, in castigliano antico, magnifica la natura dell’isola, definendola “la più bella che occhi abbiano visto”. Proviamo anche uno strano intruglio fatto con miele e aguardiente, ma alla fine per un brindisi è meglio andare sul classico: Mojito, Daiquiri o l’immancabile Piña Colada.

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31/01/2017 Giorno 9: Nel quale come i barbudos ci arrampichiamo fino alla Comandancia

Oggi, finalmente, è il giorno della Comandancia. Partiamo presto, ma non troppo. C’è tempo per una bella colazione in terrazza, con uno sguardo al traffico di bici, moto e risciò che passano sotto di noi.

La giornata non sembra promettere benissimo, a livello meteo, ma poi alla fine andrà bene. Non c’è un sole cocente, il che tutto sommato non è male, ma non avremo problemi di pioggia e di sentieri bagnati.

Saliamo col pullmino verso la Sierra Maestra. Ci fermiamo a Santo Domingo, da dove partono le jeep per l’escursione. Vediamo già, intorno a noi, monti di un verde brillante e rigoglioso. Inganniamo l’attesa comprando qualche bottiglia di rum Cubay. Chi si aspettava una jeep da veri guerriglieri resta un po’ deluso. Si tratta ormai di moderni e comodi monovolume 4×4, che riescono senza troppe difficoltà a portarci su per la ripida salita che porta ad Alto del Naranjo, con un dislivello di 750 m in soli 5 km. Anche qui c’è un belvedere che offre scorci del mar dei Caraibi. Da qui si può raggiungere anche il Pico Turquino, la montagna più alta di Cuba con i suoi 1972 m.

Da Alto del Naranjo inizia il sentiero di 3 km che ci porterà fino alla Comandancia La Plata. Ci farà da guida Miguel, che è proprio di queste parti, di Santo Domingo, e che da 15 anni accompagna i visitatori nei luoghi della rivoluzione. Ci racconta, innanzitutto, che i guerriglieri sopravvissuti allo sbarco del Granma, solo 12 all’inizio, impiegarono circa 6 mesi per arrivare qui e, per riuscirci, dovettero passare parecchi periodi nascosti per evitare di essere scoperti e superare vari scontri con l’esercito di Batista. Scelsero di creare una base in questa zona perché questa è da sempre una terra ribelle. Qui ci sono famiglie che hanno avuto diverse generazioni di rivoluzionari. Miguel ci racconta che fino a una ventina d’anni fa era ancora in vita uno dei reduci della guerra d’indipendenza, uno che aveva conosciuto Josè Martì e che poi è morto alla veneranda età di 112 anni. Fidel sapeva, quindi, di poter contare sulla gente di qui per rinforzare le file della guerriglia e per costituire quella che fu la rete di supporto. Poi la nostra guida parte su per il sentiero, con passo abbastanza spedito. Dopo qualche minuto sono costretto a chiedergli di andare un po’ più piano e di fermarsi un attimo, perché parte del gruppo comincia a rimanere troppo indietro. Gli abbiamo spiegato che Franca, anche se non si direbbe, ci vede molto poco e per lei non è certo uno scherzo affrontare un sentiero così, senza contare che anche altri non sono propriamente abituati a camminare in montagna. Ma per lui evidentemente non è semplice regolarsi su un passo diverso. Intanto, gli chiedo il perché del nome La Plata, se ha a che vedere con l’argento, e mi spiega che no, che è il nome del pueblo che si trova qui sotto, sul mare, e che probabilmente si chiama così perché questo tratto di mare è sempre stato molto ricco di pesce. E quindi molto pesce voleva dire la possibilità di fare un po’ di plata, un po’ di soldi.

Avanziamo nella foresta, tra la vegetazione molto fitta. Un paio di volte Miguel ci indica tra i rami degli esemplari di Tocororo, l’uccello nazionale dal piumaggio rosso, bianco e azzurro. Una volta riesco a intravederlo anch’io, sia pure di sfuggita. Questo sentiero, spiega Miguel, non esisteva prima della rivoluzione, furono i barbudos stessi ad aprirselo. Era perfetto, appunto perché con la vegetazione così fitta vederli dall’alto era quasi impossibile. Per il trasporto di armi e vettovaglie ebbero un ruolo importante i muli, che sono tuttora utilizzati.

Fidel e i suoi applicarono qui le tecniche di guerriglia che avevano appreso durante un anno di addestramento in Messico. Facevano rapidi attacchi a sorpresa, in piccoli gruppi, e poi rientravano. Spesso attaccavano contemporaneamente in diversi punti, per dare al nemico l’impressione di essere più di quanti erano in realtà. Il nucleo dei guerriglieri contava al suo massimo 350 uomini, contro i 10.000 che Batista aveva mandato sulla Sierra Maestra.

Ottennero rapidamente l’appoggio dei campesinos locali, tra cui la famiglia Medina che viveva proprio qui e che era una famiglia di musicisti, che si mise a suonare anche per i ribelli; suonavano anche canzoni di lotta per motivare la popolazione. Osvaldo Medina e i suoi figli si chiamavano “Quinteto Rebelde”. Furono loro a dare i primi aiuti ai guerriglieri per stabilirsi e a metterli a conoscenza della topografia della zona. Oggi i figli di Osvaldo, ormai anziani, continuano ancora a suonare in giro per l’isola.

Raggiungiamo la prima capanna del campo base. Ci troviamo, qui, a circa 880-890 m sul livello del mare, e dobbiamo salire ancora poco, perché la Comandancia di Fidel è a 920. Ma, così per scherzare, dico al gruppo che questo è solo il primo dei 15 avamposti che incontreremo prima di raggiungere la Comandancia. Vedo sguardi di panico e quindi decido di non prolungare lo scherzo, ma mi becco comunque la mia dose di insulti.

Arriviamo ad uno spiazzo, dove si trova un’altra baracca con all’interno un piccolo museo. Ci sono gli strumenti utilizzati dai medici del campo, tra cui Che Guevara, poi una macchina da scrivere, una cinepresa, una macchina per cucire, un plastico, mappe e documenti dell’epoca.

Poco più su si trova quello che era l’ospedale da campo, dove il Che curava i feriti. L’ospedale era solo per i guerriglieri, perché naturalmente sarebbe stato pericoloso permettere l’accesso anche alla popolazione; non si poteva essere certi che qualcuno non tradisse. Ma per la popolazione i rivoluzionari, più in basso, avevano allestito un altro ospedale.

C’è la cucina dove si preparavano i pasti, solo una volta al giorno e non nelle ore di luce, perché altrimenti il fumo avrebbe potuto rivelare la posizione dell’accampamento. E c’è la Casa de la Prensa, recentemente restaurata, dove Fidel rilasciava interviste ai giornalisti stranieri che, dopo aver dato prova inequivocabile di non essere spie, riuscivano ad arrivare fin quassù.

Poi, finalmente, la Comandancia vera e propria, la cosiddetta “Casa de Fidel”. È tutto originale, solo il tetto di paglia, ovviamente, viene periodicamente rifatto. Si apre su tutti i lati, il che avrebbe permesso ai leader di scappare in ogni direzione se il posto fosse stato scoperto. All’interno c’è il mitico frigorifero, alimentato a gasolio, che venne portato fin quassù e che ha un buco di proiettile per essere stato colpito dalla mitragliatrice di un aereo di Batista. Mentre l’aereo faceva il giro per ritornare, i guerriglieri adottarono un espediente diversivo: nascosero il frigorifero e portarono in mezzo al sentiero un lenzuolo bianco, riuscendo così a ingannare il mitragliatore nemico, che dall’alto sparò al lenzuolo.

Be’, non c’è che dire, te lo possono aver raccontato finché vuoi ma essere qui è comunque un’emozione forte. Per solennizzare ulteriormente il momento, visto il mood che abbiamo preso in questi giorni, bisogna cantare qualcosa. Mi chiedono di nuovo “Hasta siempre Comandante” ma io, visto che siamo proprio davanti alla “Casa de Fidel”, penso sia più adatta “Que linda es Cuba”, che ha quel verso che dice:

Un Fidel che vibra en la montaña

Un rubì, cinco franjas y una estrella

(un rubino, cinque strisce e una stella, ovvero la bandiera cubana).

Chiedo a Carlitos se la conosce, lui naturalmente risponde di sì e il gioco è fatto, la cantiamo in duo. Purtroppo non esistono testimonianze audio o video dell’evento, ma se non conoscete la canzone e volete sentirla c’è questa versione:

Què linda es Cuba

L’unico rammarico, almeno per me, è non poter salire più in alto fino alla postazione da cui trasmetteva Radio Rebelde, la radio dei rivoluzionari. Ma richiederebbe ancora un bel po’ di tempo, tra andata e ritorno, e il gruppo non ce la farebbe. Mi accontento di una foto al cartello che indica il sentiero.

Scendendo, ci fermiamo a mangiare il nostro panino davanti alla casa della famiglia Medina, rischiando l’assalto delle galline. E poi ci aspetta l’altro tratto di discesa fino ad Alto del Naranjo. Lo facciamo in un tempo sicuramente inferiore a quello che ci ha richiesto la salita, anche perché Franca ora ha due uomini di… scorta tutti per lei, David e Carlitos che la accompagnano passo passo e a volte, addirittura, pare che Carlitos la sollevi di peso prendendola per la maniglia dello zaino per farle superare i tratti un po’ più difficili.

Ad Alto del Naranjo ci fermiamo un attimo al baretto del belvedere e ci mangiamo dei succosi pompelmi, affettati al momento col machete (!).

Poi il tratto in discesa con le 4×4, fino all’Hotel dove abbiamo lasciato il pullmino. Lì avremmo diritto, compresa nel prezzo dell’escursione, a una merenda costituita da un panino e da una bibita, ad esempio una Tukola, la coca-cola cubana. Ma preferiamo mettere tutto in saccoccia e ripartire subito, ci aspetta un altro bel pezzo di strada fino a Camagüey.

Abbiamo scelto Camagüey come tappa di passaggio per spezzare il viaggio che ci riporta verso occidente, che altrimenti risulterebbe piuttosto pesante. Ci aiuta, in questo senso, l’esperienza del primo gruppo della radio che ha fatto questo viaggio a novembre scorso con Claudio Agostoni. Percorriamo un altro tratto della Carretera Central e, attraversando la piccola provincia di Las Tunas e quella più grande di Camagüey, arriviamo in città che è già sera. La prima cosa che ci colpisce sono i diversi murales colorati e fantasiosi, come se fossero tavole da fumetto, che raffigurano soprattutto gatti. Scopriremo poi che sono opera dell’artista camagueyana Ileana Sanchez, che ha questo stile e, come temi ricorrenti, i pesci e soprattutto i gatti.

Io e Luciano questa volta saremo nella stessa casa di Alessio e Marcello, come all’inizio del viaggio. Ci accoglie la vivace e simpatica Lisset. La casa sua e di suo marito Kiko si trova proprio di fronte al Teatro Principal, sede della locale compagnia di balletto fondata da Fernando Alonso, ex marito di Alicia. Questa compagnia, a Cuba, gode di un prestigio inferiore solo a quella dell’Avana. Lisset, dopo averci mostrato le camere, ci racconta subito che domani inizieranno i festeggiamenti per l’anniversario di fondazione della città. “Bello!” – dico – “E che anniversario è?”. A questa domanda lei ha un attimo di dubbio, non si ricorda subito, cosa della quale si scusa e che la fa vergognare molto, ma poi si illumina: “501! Sì, certo, che stupida. L’anno scorso abbiamo celebrato i 500”. La festa, dice, sarà grandiosa, durerà dieci giorni e avrà un programma fitto di eventi, dalla musica, di vari generi, al teatro, naturalmente la danza… e poi quest’anno ci sarà la Carmen!

David e Carlitos mi avevano detto che qui a Camagüey si parla il castigliano più pulito, con meno inflessione di tutta Cuba, e sentendo parlare Lisset mi accorgo subito che è proprio così. Purtroppo, però, continua la nostra sfortuna con le feste. Siamo arrivati a Bayamo che era appena finita quella per la vittoria del Granma, la squadra di baseball, e ora arriviamo qui quando inizia un’altra festa che non ci godremo, perché domani mattina abbastanza presto dobbiamo partire.

Andiamo a cena e poi usciamo per una passeggiata in centro. È talmente bello che decidiamo di andare a letto presto per poterci alzare presto domani mattina e fare un bel giro con la luce del giorno prima della partenza, che sarà intorno alle 10.30.

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(Continua…)

Rumbo a Oriente – Diario Oriental – Parte prima

Diario di un secondo viaggio a Cuba, in una Cuba più calda e umida, più nera, india e meticcia, più spirituale e vibrante, dove lo spirito ancestrale di questa terra sembra permeare tutto. Dove l’uragano Matthew ha lasciato devastazione ma non ha ucciso nessuno, ha abbattuto le palme ma non ha scalfito l’orgoglio di questa gente, alla quale neanche l’uragano Donald può fare paura più di tanto. Dove Fidel ormai è il passato, che non si deve dimenticare ma nemmeno santificare. È un padre amato ma ingombrante, che per tanti anni ha tenuto per mano il suo popolo, ma ora la stretta di quella mano grande e forte si deve allentare, perché il lutto è finito e il futuro è ancora tutto da costruire. Non ci crederete, lo so, ma ho trovato questa frase scritta su un cartello, sopra un calendario, in un bagno di una casa di Santiago, una casa qualunque di un quartiere popolare: “Si no sueltas el pasado, con què manos agarras el futuro?”. Se non lasci andare il passato, con che mani afferri il futuro?

23/01/2017 Giorno 1: Nel quale partiamo carichi, e il nuovo viaggio inizia

Un año despues, los yanquis todavia no llegaron. Non sono ancora arrivati. E chissà poi se arriveranno più, e quando arriveranno, e come. Con Trump alla Casa Bianca, chi può dirlo? Il futuro di Cuba, ma non solo di Cuba, si presenta più che mai pieno di incognite. Forse non ci sarà un’altra Baia dei Porci, ma il simpatico e folkloristico parruccone, tra le tante roboanti sparate di questi giorni, ha da poco annunciato una stretta nei rapporti con Cuba, in particolare riguardo al tema dei diritti umani. Che, detto da uno che aveva appena finito di dire che il waterboarding non è tortura, ma anche se lo fosse la tortura funziona, e non se ne parla neanche di abolirla, ci mancherebbe… be’, il ragazzo è un esempio di coerenza, bisogna dirlo.

Ma in fondo, a noi, che ce ne importa? Noi a Cuba ci torniamo, e non sarà un tipo buffo con un gatto in testa a impedircelo. Lo abbiamo deciso da tempo, fin da quando, poco più di un anno fa, siamo tornati dal primo viaggio e abbiamo capito che quest’isola ci era entrata dentro, e non se ne sarebbe più andata. È da allora che progettiamo il ritorno.

Ma andiamo con ordine. “Noi” siamo i viaggiatori di Radio Popolare e, per i pochi che non lo sapessero, questo incipit fa riferimento al viaggio che abbiamo fatto l’anno scorso, nella Cuba più “classica”: L’Avana, Viñales, Cienfuegos, Trinidad, Santa Clara. La parola d’ordine di quel viaggio era: “Andiamo a Cuba prima che ci arrivino gli americani”. Antes que lleguen los yanquis, appunto, che è anche il titolo del mio diario di quel viaggio (che ovviamente, se non lo avete letto, trovate su questo stesso blog).

Antes que lleguen los yanquis – Capitolo Primo

Allora, nessuno di noi si immaginava quello che poi è successo in quest’anno. Il processo di distensione tra Stati Uniti e Cuba sembrava avviato, anche se il bloqueo, l’embargo, era ancora ben lontano dall’essere anche solo in discussione. Però Cuba non era più uno stato canaglia, erano state riallacciate le relazioni diplomatiche, aveva da poco riaperto l’ambasciata americana, il viaggio di Obama era alle porte, e poi addirittura i Rolling Stones!

Ora, un anno dopo, tutto è cambiato. Obama, con uno degli ultimi atti della sua amministrazione, ha posto fine alla politica denominata “Pies secos – Pies mojados”, cioè “Piedi asciutti – Piedi bagnati”, quell’assurda prassi per cui i migranti cubani intercettati in mare (pies mojados) venivano rimandati a Cuba, o verso un paese terzo, mentre quelli che riuscivano, al termine del viaggio della speranza, a poggiare i piedi sul suolo statunitense (pies secos) venivano immediatamente accolti con tutti gli onori e con molti diritti che qualunque altro migrante si sogna. Un ultimo gesto di distensione verso il governo cubano, che certo non gradiva che si incentivassero i viaggi su natanti di fortuna che tanti morti hanno causato. Ma ora? Che succederà? Trump tornerà indietro, su questo provvedimento, che per altro il Congresso non ha ancora approvato, e anche su altro? Devo dire che una delle più grosse curiosità che mi porto in questo viaggio è di sapere cosa pensano i cubani del clamoroso esito delle elezioni presidenziali americane. I cubani di Cuba, perché quelli di Miami lo sappiamo già cosa pensano. Li abbiamo visti abbondantemente festeggiare, come pochi giorni dopo hanno festeggiato la morte di Fidel. Immagini piuttosto tristi, comunque la si veda.

Come ho già detto, questo viaggio lo progettavamo da tanto. E ora eccoci qua, con un gruppo un po’ più piccolo, ma che annovera una buona parte degli effettivi dello scorso anno. Lo guida ancora, per la radio, Eddi Berni. Abbiamo conosciuto Eddi e Laura, la di lui consorte, proprio in occasione di quel viaggio; ci siamo frequentati parecchio quest’anno, e ora possiamo davvero dire di essere loro amici. Laura è stata la fondatrice e animatrice del gruppo chiamato, per ovvi motivi, Piña Colada, del quale hanno fatto parte fin dall’inizio anche le altre viaggiatrici che sono qui, in rigoroso ordine alfabetico Alma, Elena, Franca e Paola. Poi c’è Luciano, che anche lui ha già fatto il viaggio “classic” l’anno scorso, ma con un altro gruppo, e che sarà il mio compagno di stanza. E per finire, due gradite new entry: Marcello, che abbiamo già conosciuto e apprezzato a Belfast (lì è stato lui il mio compagno di stanza), e Alessio, il suo compagno, che invece lì non era potuto venire e che quindi accogliamo ora con piacere. Anche Alessio e Marcello sono già stati a Cuba, una quindicina d’anni fa.

Il nostro viaggio ha come destinazione l’Oriente cubano, che per mancanza di tempo non abbiamo toccato l’anno scorso: Santiago, Guantanamo, Baracoa, Bayamo, la Sierra Maestra. L’Oriente caldo e ribelle, culla di tutte le rivoluzioni cubane.

Nelle valigie (io nello zaino) abbiamo di tutto e di più: prima di tutto siamo incaricati di portare avanti l’operazione “Cazzuole per Cuba” di Radio Popolare, che già il primo viaggio a Oriente dello scorso novembre ha iniziato. Baracoa, pur non dovendo contare morti, è stata la città più colpita nello scorso ottobre dall’uragano Matthew, quello che ha devastato Haiti e ampie zone della Florida. E noi porteremo a Baracoa un contributo… concreto per la ricostruzione: chiodi, viti, martelli, seghetti, attrezzi vari recuperati in cantina o comprati per l’occasione, l’importante è che siano robusti. Ciascuno di noi ha un po’ di attrezzi nel bagaglio. Poi Marianna, amica nostra e di David, mi ha affidato parecchi capi di vestiario, da consegnargli per le sue sorelle e le sue nipoti, e… un prosciutto. Non intero, eh? No, ma… un bel pezzo di prosciutto. Io, non potendo portare tutto, ho cercato di distribuire un po’ di vestiti nei bagagli dei compagni di viaggio, tenendomene solo una parte, insieme col prosciutto. Poi, come se non bastasse, io ho anche un’altra consegna da fare. Ho un amico lecchese trapiantato ormai da due anni all’Avana, che mi ha chiesto di portargli una piccola fornitura di due… generi di conforto che sono praticamente impossibili da trovare a Cuba, se non a prezzo assolutamente proibitivo: 1 kg di grana e un barattolo grande di nutella. Problemi di peso del bagaglio, con un limite di 23 kg, non ne ho ma di… ingombro un po’ sì. Insomma, si può davvero dire che partiamo belli carichi, e non solo in senso figurato.

Il viaggio, come sempre, è organizzato dagli amici di ViaggieMiraggi. Partiamo da Linate verso Madrid e, da lì, dieci ore di volo transoceanico verso L’Avana. Il volo scorre abbastanza tranquillo quasi per tutti: solo Paola, che è seduta vicino a me, lo accusa un po’, non si sente bene ed è costretta a rinunciare ai pasti offerti da Iberia (nulla di indimenticabile, anzi). La nostra hostess, con una sua burbera premura, di tanto in tanto passa e le chiede: “Como tiene la tripa?”, finchè, verso le otto di sera ora locale, siamo finalmente in vista dell’aeroporto dell’Avana. Un piccolo contrattempo rallenta un po’ le operazioni di sbarco: ritirato il bagaglio, io e qualche altro compagno di viaggio abbiamo l’infelice idea di strappare e buttare via l’etichetta del volo, ma una scorbutica e corpulenta addetta dell’aeroporto pretende di vederla per farci uscire e ci costringe quindi ad andarla a cercare nei cestini della spazzatura. Per fortuna riesco a recuperarla abbastanza facilmente e, con un sospiro di sollievo, mi dirigo verso l’abbraccio e il volto amico di David, che ci aspetta con i suoi dread e il suo sorriso aperto e solare. La sua risata contagiosa mi ritorna subito familiare mentre ci scambiamo i primi convenevoli e mi fa sentire la calda sensazione di essere a casa. In pochi minuti è come se quest’anno non fosse passato e non ci fossimo mai lasciati. Guardo i sorrisi dei compagni di viaggio dell’anno scorso e riconosco anche nei loro occhi, sia pure velati di stanchezza, questa stessa piacevole sensazione. Ad aumentarla ulteriormente, ecco che riconosciamo anche la figura dinoccolata di Carlitos, l’altro nostro amico cubano che sarà con noi per tutto il viaggio, che si avvicina e ci saluta con calore. Vedo Paola e mi accorgo che anche lei, che era scesa dall’aereo in condizioni pietose, ora che ha visto David e Carlitos è come rifiorita in un attimo.

Anche qui si impone un piccolo riassunto per chi si fosse perso le puntante precedenti. David è stato, l’anno scorso, e sarà ancora in questo viaggio la nostra guida e il nostro mediatore culturale. La sua formazione è da biologo. Ha lavorato come ricercatore nel settore, occupandosi prevalentemente dell’alimentazione del bestiame, ma poi ha preferito dedicarsi all’informatica, che gli sembrava aprire migliori prospettive per lui e per la sua numerosa famiglia, che ama molto. È stato programmatore e webmaster, ma ora è pienamente coinvolto nel progetto di turismo responsabile che ViaggieMiraggi sta cercando di portare avanti a Cuba. È lui che organizza tutti i trasporti e le sistemazioni, che saranno sempre in “casas particulares”, cioè case private che affittano camere, che sono onnipresenti nell’isola e riconoscibili dall’insegna con il simbolo azzurro sulla porta.

A differenza di molti suoi coetanei (lui ha poco più di 40 anni, anche se ne dimostra decisamente meno), ha deciso di rimanere a Cuba perché ama profondamente non solo la sua famiglia, ma anche il suo paese.

Carlitos, invece, è il direttore della Compagnia del Teatro Espontaneo de La Habana. Abbiamo conosciuto anche lui lo scorso anno, durante quella che per me è senza alcun dubbio la serata più emozionante e indimenticabile di quel viaggio, quella in cui abbiamo scoperto appunto il teatro spontaneo, che è anche il progetto che abbiamo finanziato con una parte del costo di quel viaggio. Quella diretta da Carlitos, all’anagrafe Carlos Borbòn, è una compagnia teatrale interdisciplinare, composta da musicisti, attori e psicologi che da anni forniscono servizi alla comunità, a istituzioni e a gruppi diversi, utilizzando il Playback Theatre, il Teatro Spontaneo e lo Psicodramma. Esiste dal gennaio 2001, ed è diventato un laboratorio per il recupero della spontaneità, offrendo a migliaia di persone di tutta l’isola spettacoli aperti e altre performance. I temi trattati emergono sempre dal pubblico e di frequente riguardano disagi individuali o sociali legati ai temi più vari, tra i quali: HIV, sessualità, condizioni economiche, disparità di genere, mutamenti socio-economici, desideri e aspirazioni individuali e collettivi. La parte “psicologica” del lavoro consiste nel favorire processi terapeutici partendo da una pratica coerente con i metodi usati dalla compagnia anche per gestire i conflitti interiori, le dinamiche e i processi di gruppo e comunità.

Carlitos è diplomato infermiere professionale e laureato in comunicazione audiovisiva e psicodramma. Il teatro spontaneo è la sua vita, ma da qualche mese ha deciso di dedicarsi in parte anche al turismo, perché purtroppo di solo teatro è difficile vivere. È per questo che è qui, perché sta “studiando” da mediatore, e quello che farà con noi sarà probabilmente il suo ultimo viaggio di formazione, in affiancamento con l’ormai esperto David. L’abbiamo saputo soltanto il giorno prima di partire, e per me (ma credo per tutti) è stata una meravigliosa sorpresa. Ci ho già chiacchierato un po’ l’anno scorso, sia la sera del teatro, quando poi venne con noi alla Fabrica de Arte, sia la sera di capodanno, quando dopo la mezzanotte venne a festeggiare con la famiglia di David e con noi. Non posso dimenticare il suo ballo scatenato e divertentissimo con la mamma di David. È bastato per capire che persona speciale è. Sarà bello poterlo conoscere meglio.

Come l’anno scorso, ci siamo già liberati in fretta e furia di giubbotti, felpe, maglioni e tutto quanto ci ricorda l’inverno milanese. Ora dobbiamo soltanto cambiare un po’ di soldi e saltare sui taxi verso il Vedado, il quartiere dove faremo base per un breve passaggio all’Avana, che è poi lo stesso quartiere dove stavamo l’anno scorso.

Io e Luciano, insieme con Marcello e Alessio, veniamo sistemati a casa di Yurami, detta Yuri, una giovane signora dallo sguardo dolce, che abita in una bella casa grande al primo piano. David mi presenta subito come uno che parla perfettamente spagnolo e che ama praticarlo, e lei mi sorride. Perfettamente forse no, ma me la cavo abbastanza bene e sicuramente mi piace molto praticarlo. Poi per mia fortuna ho fatto un altro viaggio in America Latina, in Argentina e in Cile, col quale mi sono fatto l’orecchio alla parlata latinoamericana, e naturalmente ho l’esperienza del viaggio dell’anno scorso. Quindi ormai anche l’accento cubano mi è familiare, così come alcune espressioni tipiche: asere (amico, fratello), compadre/compay (compare), Yuma (straniero), Hasta ahorita (ci vediamo presto), guagua (autobus), estar en candela (essere nei casini)… e poi tutti quei fantastici vezzeggiativi con cui i cubani si chiamano, anche tra semplici amici (ma l’amicizia è una cosa molto seria, qui): mamita, papito, mi amor, mi vida, corazòn…

Ma ora non c’è tempo per chiacchierare, è già tardi e dobbiamo andare a cena. David ha prenotato da Biky, un ristorante gestito da una cooperativa, che non ha una grande atmosfera ma ha due grandi pregi: è molto vicino ed è abbastanza grande da poter sistemare senza problemi un gruppo di 12 persone, cosa che non è banale qui.

Prima di uscire, apro lo zaino e consegno subito l’agognato prosciutto a David, in modo che possa metterlo in fresco. Per i vestiti, ci sarà tempo domani.

Davanti alla prima birra Bucanero e a un buon cordero (agnello) al vino, possiamo cominciare a farci aggiornare da David sulle ultime novità. Fatalmente il discorso cade su Trump, ma David non appare così pessimista come sarebbe facile pensare. “Allora… vediamo…”, dice con quel suo classico intercalare che, a risentirlo, mi torna subito familiare. Il suo carattere lo porta a essere ottimista per natura. In fondo non è ancora successo niente, dice, e non sappiamo quello che succederà. Io gli faccio notare che Trump è stato appoggiato entusiasticamente dagli esuli anticastristi di Miami, e che non li potrà tradire, dovrà sicuramente fare la faccia feroce con Raul. Ma lui, giustamente, ribatte che una cosa è la campagna elettorale e una cosa è governare davvero un paese, anche Trump dovrà essere realista. Sottolinea che la fine della politica “Pies secos, pies mojados”, anche se Obama l’ha fatto a fine mandato, è un fatto positivo. Può essere che abbia ragione lui, non sarà semplice neanche per Trump tornare indietro e chiudere completamente il dialogo.

Venendo al personale, ci sono delle ottime notizie: alla finca degli zii di David, nella provincia di Pinar del Rio, che abbiamo visitato l’anno scorso, ci sono finalmente due pozzi, con la pompa per estrarre l’acqua. Sei mesi fa in un campo lì vicino hanno installato dei pannelli solari, e dopo poco l’energia è arrivata anche da loro. E, cosa che ci rende felici, le pompe sono arrivate dall’Italia, grazie a ViaggieMiraggi e ad alcuni viaggiatori che le hanno finanziate e trasportate.

Con Carlitos rievochiamo la splendida serata del teatro espontàneo dell’anno scorso, quei momenti finali in cui tutti ci tenevamo per mano e avevamo gli occhi che brillavano, non solo per il rum bevuto a stomaco vuoto. L’italiano lo sta studiando, ma ci deve ancora lavorare un po’ e lo sa; ci racconta di una professoressa particolarmente noiosa, che non glielo ha fatto certo amare. Ma lui è talmente espressivo e intuitivo che se la cava sempre. Gli diciamo che ci piacerebbe averlo, con la sua compagnia, a fare uno spettacolo alla prossima festa di Radio Popolare, che tutti ci auguriamo ci sia anche quest’anno. È difficile, ma sarebbe molto bello. Loro girano tutta Cuba e si sono già esibiti all’estero in Ecuador e, per un breve tour, in Germania e Svizzera, sebbene in formazione ridotta (Carlitos e un’attrice). Chissà…

Per quanto riguarda il programma del nostro viaggio, ci sono notizie non troppo rassicuranti: sembra (ma è tutto un si dice) che la Cubana de Aviaciòn, la compagnia aerea nazionale, abbia cancellato il volo per Santiago che dovremmo prendere dopodomani mattina, molto presto. Il perché non si sa; David ci dice semplicemente che a volte capita, i soldi sono pochi, la compagnia è male in arnese… quindi è possibile che noi si debba prendere un volo successivo (forse lo stesso giorno, nel pomeriggio, ma chi lo sa…) o addirittura ci si debba organizzare per raggiungere Santiago con altri mezzi, che non è una passeggiata e vorrebbe dire perdere parecchio tempo. Avremmo fatto a meno di questa suspense, ma in fondo è un modo come un altro per capire subito che ci siamo lasciati alle spalle il “nostro” mondo e siamo tornati in un altro mondo, dove i ritmi sono diversi e i programmi si possono fare, sì, ma possono anche saltare, va messo nel conto. Per ora quello che è certo è solo che Carlitos partirà domani, con il pullman, e si sciropperà 16 ore di “guagua” per arrivare a Santiago: forse dopo di noi, forse prima di noi. Per lui, comunque, il posto sul volo interno non c’è: la sua partecipazione è stata decisa all’ultimo momento e si va un po’ al risparmio. La prospettiva, comunque, non lo spaventa: è abituato allo psicodramma, ci vuole altro per turbarlo.

Dopo cena c’è tempo solo per una passeggiata fino al Malecon, che è ancora mezzo allagato. Negli ultimi giorni ci sono state grandi mareggiate, l’acqua in alcuni punti è arrivata fin quasi all’altezza della terza strada parallela al lungomare. E, rispetto all’anno scorso, fa sicuramente più fresco. Questa sera, ovviamente, c’è poca gente: i capannelli di ragazzi intenti a suonare, cantare, bere e tirar tardi non ci sono. Anche per noi ormai la stanchezza prevale: quasi tutti abbiamo dormito poco o nulla in aereo, desideriamo una doccia e un sonno ristoratore.

 

24/01/2017 Giorno 2: Nel quale riabbracciamo l’Avana, vediamo con la fantasia Alicia Alonso ballare sulle tavole del palcoscenico del Gran Teatro e… alla fine una lieta sorpresa

La giornata inizia con una colazione ricca, forse non come quella di Marisol, che è rimasta nel cuore di tutti, ma ricca come possono essere le colazioni delle Casas Particulares cubane. Un bel piatto di frutta: banana, papaya, ananas… e succo di guayaba. Prosciutto, formaggio, caffè, latte, tè, pane a volontà, su cui si può spalmare il burro e/o la marmellata di guayaba. E per finire, volendo, ci sarebbe una bella frittatina, ma preferisco declinare.

Mentre aspetto che tutti si alzino, chiacchiero un po’ con Yurami, che mi spiega come preparare la marmellata di Guayaba. Difficilmente potrò farla a casa, ma lei lo spiega con tale passione e lo fa sembrare così semplice che mi verrebbe voglia di prendere appunti. Mi chiede dei terremoti in Italia, vuole sapere se abbiamo avuto problemi. Le spiego che al nord no, non li sentiamo nemmeno, però io ho parecchi amici in Abruzzo e per loro sì, c’è sempre un po’ di preoccupazione ultimamente. Le chiedo del terremoto che c’è stato qui a Cuba la settimana scorsa, del quale ho saputo. L’epicentro era in mare, a un’ottantina di km a sud della costa meridionale, in corrispondenza della Sierra Maestra. So che non ha fatto danni, né feriti, anche perché la zona non è molto densamente popolata, ma so anche che a Santiago lo hanno sentito, e lei me lo conferma. Santiago è da sempre zona di terremoti, non solo politici.

L’appuntamento con David e gli altri è da Marisol, che ci saluta anche lei con baci e abbracci calorosi. Si ricorda di me e di Luciano, che sia pure in gruppi diversi siamo entrambi passati da lei l’altr’anno. Io non dormivo da lei ma per me, nei quattro giorni all’Avana, era il posto delle colazioni conviviali, con tutto il gruppo riunito. Io e Giuseppe, che era il mio compagno di stanza l’anno scorso, stavamo invece da Nilda, una simpatica vecchietta che sapeva i fatti di tutto il quartiere. Forse era un’informatrice del CDR (Comité de Defensa de la Revoluciòn), o forse era solo curiosa. Lei viveva (e spero viva ancora) di fronte alla casa col dipinto murale del Che, che ancora mi fa da punto di riferimento per orientarmi.

Qui davanti c’è quella piccola piazzetta dove ci trovavamo sempre e dove la prima sera, come se fosse un allegro comitato di accoglienza, trovammo un piccolo gruppo di cubani di tutte le età a chiacchierare e a improvvisare balli intorno a una radio.

Questa mattina ce ne andiamo a passeggiare fino all’ambasciata americana, dove una folla ordinata aspetta il suo turno per fare domanda per il visto. Dopo la riapertura e il riallaccio delle relazioni diplomatiche, gli USA concedono 20.000 visti l’anno. Da lì in un attimo siamo sul Malecon e poi di nuovo, come l’anno scorso, un aperitivo all’Hotel Nacional. È il momento della prima Piña Colada.

Ci fermiamo anche a visitare l’interessante mostra di Wilay Mendez Paez, un artista contemporaneo cubano che realizza sculture-installazioni con materiali di recupero, soprattutto metallo, meglio se colorato e arrugginito.

Facciamo la coda per comprare schede telefoniche e tesserine per il wi-fi, che ormai a Cuba è di regola in molte piazze. Realizzo subito che il mio telefono fa fatica a fraternizzare con la rete wi-fi di ETECSA, ma riesco almeno a chiamare dal telefono pubblico il mio amico Vittorio, col quale devo mettermi d’accordo per questa sera: devo riuscire a vederlo, anche per consegnargli il grana e la nutella. Lui non c’è, ma parlo con Kenia, sua moglie. Le chiedo di dirgli che ho chiamato e di farmi contattare al cellulare.

Per la prima volta, prendiamo una guagua habanera per spostarci verso Centro Habana. Anche questo è un modo per sentirsi per un giorno parte di questa città, e non soltanto turisti distratti. Fa caldo ed è affollata, ma tutto sommato non supera la 90-91 nell’ora di punta.

Andiamo a mangiare al Chanchullero, un bar con una piacevole terrazza dove possiamo farci un Daiquiri in attesa che si liberi un tavolo per pranzare. All’ingresso una targa informa che “Hemingway non è mai stato qui”, tanto per marcare subito la differenza con i locali turistici che immancabilmente si fanno vanto del passaggio vero o presunto del grande scrittore. Ci portano un menù scritto nella forma un po’ dissacrante ma molto divertente di un comunicato ufficiale, con il quale l’”Estimado cliente” è informato che, dato lo strano momento storico che si sta vivendo, questo è quello che l’”Aguerrido y heroico pueblo de Cuba” può cucinargli, e niente di più.

Facciamo anche conoscenza con una coppia di ragazzi italiani, lei bolognese lui siciliano. Sono appena arrivati anche loro, è la loro prima volta a Cuba (anche se lei parla bene spagnolo e sembra sapersi muovere) e quindi ci sentiamo in dovere di dar loro qualche consiglio, oltre che naturalmente di spiegare chi siamo, da dove veniamo e… dove stiamo andando. Loro faranno più o meno il giro che abbiamo fatto noi l’anno scorso, ma dovremmo incrociarli a Remedios. Chissà che non capiti di incontrarli ancora…

Dopo pranzo, andiamo a visitare il Gran Teatro de La Habana, che ha riaperto al pubblico da un anno dopo tre anni di restauri che l’hanno davvero rimesso a nuovo. Ora è intitolato ad Alicia Alonso, un mito della danza cubana e latinoamericana. Un mito vivente, sebbene le abbiano già intitolato il teatro. A 96 anni compiuti da poco, Alicia è ancora attiva nella direzione della compagnia di balletto nazionale. Ci fa da guida nella visita una bella ragazza dai lunghi riccioli neri, che ci racconta tra l’altro che Alicia ballò ancora all’età di 74 anni, ormai praticamente cieca. Aveva già perso quasi completamente la vista da un occhio a 19 anni, ma questo non le impedì di diventare prima ballerina del Balletto di New York. Poi la nostra guida ci mostra tutte le bellezze di questo maestoso teatro, che esiste dal 1838, anche se l’edificio attuale è del 1914. Tra i grandi nomi che hanno calcato il suo palcoscenico, anche Eleonora Duse. Una curiosità è che non c’è un palco centrale destinato a regnanti o politici di alto rango, ma è costruito per essere un teatro popolare. E c’è un altro retroscena clamoroso, almeno per me: fu proprio qui, nel 1849, che Meucci fece i primi esperimenti, mentre lavorava come macchinista, e si può dire che inventò il telefono, per comunicare tra il palco e dietro le quinte.

Il resto del pomeriggio è libero, e lo spendiamo curiosando nelle librerie di Calle Obispo e sulle bancarelle di libri di Plaza de Armas, dove mi faccio convincere ad acquistare un altro testo fondamentale di Ernesto Che Guevara: “Pasajes de la guerra revolucionaria”, che riguarda gli anni della rivoluzione cubana. Non so se lo leggerò davvero, ma dovendo andare tra qualche giorno sulla Sierra Maestra mi sembra appropriato, anche perché sono stato nominato ideologo del gruppo e qualcosa dovrò pur fare per meritare la qualifica. Anni fa ho letto il Diario Boliviano, ma non credo che basti… ah, be’, poi certo, ho letto i diari della motocicletta e che resti tra di noi, ma quello è forse il Che che preferisco.

Poco prima di andare a cena, ecco la lieta sorpresa: arriva la notizia che il nostro volo, non si sa come non si sa perché, è confermato. Si decolla domattina alle 6.30. Forse a qualcuno tutto sommato non dispiaceva evitare la levataccia, ma io sono contento: mi sarebbe dispiaciuto perdere un giorno a Santiago.

Per cena torniamo da Biky. È la cosa più comoda, così poi ce ne possiamo andare subito a nanna per cercare di immagazzinare almeno qualche ora di sonno.

A cena con noi c’è anche il mio amico Vittorio: ci siamo messaggiati nel pomeriggio e il posto, tutto sommato, è comodo anche per lui, che abita a una ventina di minuti a piedi da qui. Arriva con Kenia, che ora è sua moglie: si sono sposati circa tre mesi fa. Quando siamo passati di qui l’anno scorso mi aveva detto che aveva messo la testa a posto, ed effettivamente ha mantenuto i buoni propositi. Vittorio vive qui da due anni, ha mollato tutto in Italia senza particolari rimpianti ed anche ora è convinto più che mai della sua scelta. Ha iniziato a frequentare la facoltà di Arte e Letteratura dell’Università dell’Avana per avere il visto a lungo termine, ma continua anche ora che è sposato, perché ama Cuba e gli piace studiarne la storia e la cultura. Ha dato anche un po’ di esami, anche se l’idea per il futuro sarebbe quella di aprire un’attività nel settore immobiliare. C’è già stato un primo tentativo in questo senso non andato a buon fine, ma lui non è uno che si perde d’animo e ora che la sua situazione è più… regolare le prospettive sono migliori. Vittorio è anche l’autore del diario dei giorni del lutto per la “desapariciòn fisica” di Fidel che ho pubblicato su questo stesso blog. Se non l’avete ancora letto fatelo, ve lo consiglio:

Hasta Siempre Fidel

Parlare con lui di Cuba è sempre interessante. Poi, manco a farlo apposta, stasera al nostro tavolo non ci sono cubani, perché Carlitos è già partito alla volta di Santiago e David aveva delle sue faccende da sbrigare. Quindi il cubano è lui, a parte naturalmente Kenia, che non avevo mai conosciuto e che mi sembra una persona molto piacevole. Scopriamo, tra l’altro, una cosa che nemmeno io sapevo e cioè che Vittorio è un ex abbonato di Radio Popolare! Sapevo che era un ascoltatore, ma non sapevo che fosse anche abbonato. Invece lui conferma che ha disdetto l’abbonamento solo quando ha deciso di venire qui, dove per ora l’ascolto in streaming è ancora un po’ difficile. Ma in futuro magari…

Ci racconta parecchie cose interessanti. Per esempio che la squadra di baseball di Bayamo, che si chiama Granma come la provincia, e naturalmente come il battello su cui i barbudos arrivarono a Cuba dal Messico, ha appena vinto il suo primo titolo in 40 anni di storia. Tra l’altro, qui il baseball (anzi, il “beisbol”) si chiama anche pelota (da non confondere con la pelota basca, ci sono caduto anch’io), perché in fondo è un gioco che si gioca con una palla. E resta lo sport più popolare nell’isola, anche se il calcio sta prendendo piede, lo si vede anche dai gruppi di ragazzini che capita di veder giocare nelle strade. La vittoria di Granma ha dato la stura a una settimana di festa scatenata di cui se siamo fortunati, chissà, potremmo ancora intercettare qualche scampolo.

Ci racconta anche delle ore di fila fatte per omaggiare Fidel, neanche le sue ceneri, ma semplicemente una foto. E, per quanto ha potuto vedere lui, dice che la partecipazione e la commozione dei cubani erano genuine. Un piccolo esempio può essere, forse, che lo slogan “Yo soy Fidel” coniato per l’occasione è stato sì riprodotto sui muri in maniera organizzata, ma si vedono in giro anche parecchi cartelli “casalinghi” fatti alla buona e appesi, per esempio, ai vetri delle finestre.

Poi, non so come, il discorso si sposta sul sistema giudiziario cubano, che è noto per essere veloce e particolarmente severo. Ad esempio, Vittorio ci racconta di una banda organizzata di ladri d’auto. Gli esecutori materiali hanno preso 7 anni di carcere. Un notaio, che si era reso complice falsificando documenti, 9 anni. E la mente di tutto addirittura 25. Molti restano attoniti, qualcuno sembra apprezzare. Forse è per questo che i livelli di criminalità, a Cuba, sono decisamente bassi, soprattutto in rapporto agli altri paesi dell’America Latina. Prima del Periodo Especial, cominciato agli inizi degli anni ’90 con il crollo dell’Unione Sovietica, erano addirittura vicini allo zero, poi ovviamente sono aumentati ma restano bassi.

C’è da dire che in questo paese, purtroppo, il carcere è ancora utilizzato anche a sproposito. Abbiamo seguito la vicenda di El Sexto, l’artista e writer dissidente che è rimasto due mesi in carcere per aver scritto, dopo la morte di Fidel, semplicemente “Se fue” (se n’è andato) sul muro dell’Hotel Habana Libre.

Dopo cena salutiamo Kenia e Vittorio e torniamo a casa. Qualche altra chiacchiera con Yuri e suo marito, che ci dicono che a Santiago troveremo il sole, e il caldo. Per loro in questi giorni è freddo, ovviamente tutto è relativo. Dopo di che, ce ne andiamo a dormire. Ci restano solo poche ore, alle 4 dovremo essere già pronti per partire in direzione aeroporto.

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25/01/2017 Giorno 3: Nel quale atterriamo e ci immergiamo nella calda e ribelle Santiago, capitale d’Oriente

Cuando yo llegue

A mi Oriente querido

Cuando yo asome

Al balcòn de la Capital

Cuando yo sienta sonar

Las campanas de la Catedral

Doy un salto de alegrìa

Y les digo a los viajeros

Estamos en Santiago 

(Compay Segundo, 1956)

 

E così si parte. Niente colazione, data l’ora, ma la dolce Yuri ci ha preparato dei panini da portare via e si è pure alzata alle 4 di mattina per consegnarceli e per salutarci.

Partiamo verso l’aeroporto su 3 taxi. Il nostro è una Chevrolet del ’52. Mi siedo davanti, di fianco all’autista, che mi racconta che circa un mese fa con quella macchina, e con due italiani a bordo, ha fatto tutto il tragitto L’Avana-Santiago in 12 ore, con le sue brave soste per rifocillarsi e guardare il panorama. Il motore non è più sicuramente quello originale, e avrà dentro i soliti ricambi inventati chissà come, ma si può proprio dire che non ne fanno più, di macchine così.

Il Terminal dei voli nazionali dell’aeroporto dell’Avana è una specie di salto indietro nel tempo. Tutto, dalla struttura agli arredi, sembra anni ’70 – ’80. C’e’ una sola sala d’aspetto, che sembra uscita da un film di quegli anni, con un baretto dove ovviamente si paga anche in pesos cubani e dove vendono il rum in un bricchetto di tetrapak da 20 cl.

È il caso di ricordare, per chi non lo sapesse, che a Cuba circolano due monete: i pesos cubani, o moneda nacional, e i pesos convertibili, legati al dollaro e chiamati anche CUC (Cubanos Convertibles). Un CUC vale 24 pesos cubani. Gli stranieri pagano praticamente tutto in CUC, a meno che non riescano a mescolarsi con i cubani nei negozi o nei mercati popolari e non turistici. Per i cubani la moneta di tutti i giorni è il peso cubano, ed è anche la moneta in cui ricevono lo stipendio, salvo pochissime eccezioni. Ma per comprare certi generi considerati “di lusso” anche i cubani devono pagare in CUC. Una doppia economia, di fatto.

Dalla sala d’aspetto si accede direttamente alla pista e si raggiunge, a piedi, l’aereo. Che è un Antonov che sembra avere anche lui qualche annetto sulle spalle, ma non è vecchissimo: chi si aspettava un aereo a elica resta deluso. A bordo, quasi solo cubani. La Cubana de Aviaciòn non ha una grande fama, generalmente gli stranieri preferiscono non prenderla. Ma per i voli interni non c’è altro. Le hostess distribuiscono caramelle e copie del Granma, l’organo ufficiale del Partito Comunista Cubano.

Dopo un volo movimentato da qualche turbolenza, sbarchiamo finalmente nella capitale orientale. Sì, perché Santiago fu capitale dal 1515, dopo l’abbandono di Baracoa da parte degli spagnoli, al 1607, quando il governatorato si spostò definitivamente all’Avana. E ancora oggi rivendica questo suo periodo glorioso, insieme con la sua più recente fama di città dove sono nati tutti i moti rivoluzionari, da quelli che portarono all’indipendenza a quelli contro Batista.

Don Facundo Bacardì, catalano, scelse Santiago per impiantarvi la prima distilleria di rum. Inoltre, quasi tutti i generi musicali cubani, dalla salsa al son, hanno avuto origine tra le sue strade polverose dall’atmosfera pulsante e sensuale.

Ci accorgiamo subito che il traffico, già la mattina presto, è decisamente caotico. David ci avverte che qui sia gli automobilisti che i motociclisti, che nelle strette strade del centro imperversano su moto e scooter di ogni genere e cilindrata, hanno una guida piuttosto spericolata. Diciamo che l’attenzione ai pedoni non è massima… non che a Milano a volte sia molto meglio; non è la Svizzera, ecco. È meglio che sia il pedone a fare attenzione a loro, che per altro hanno l’abitudine di annunciarsi con grandi strombazzate di clacson, un po’ a prescindere. Della serie: poi non dire che non ti avevo avvertito. Insomma, non si rallenta ma si suona, l’uso è questo. Ricorda abbastanza da vicino Napoli, o Palermo. Anche se qui tutti indossano il casco, c’è da dirlo. Un caschetto tipo aviatore che da noi non sarebbe certamente omologato, ma tant’è…

Del resto, tutti ci hanno detto che per Cuba Santiago, e in generale l’Oriente, rappresenta quello che per noi è il sud, mentre l’occidente è il nord. La dinamica è un po’ quella, sia dal punto di vista climatico che culturale. Qui la gente è più calorosa, l’approccio è più fisico, più viscerale. Anche durante le conversazioni, facilmente ci si tocca e tutti i gesti sono più enfatizzati.

Io e Luciano, ancora con Alessio e Marcello, ci sistemiamo dalla signora Nieves Vàzquez Dominguez, a due passi dal Parque Cèspedes, che è senza dubbio il centro pulsante di Santiago. Ecco, Nieves è un po’ in antitesi rispetto a quello che ci hanno descritto come l’approccio tipico della gente di Santiago. Lei è di una calma serafica, parla lentamente e a bassa voce, fa gesti eleganti ma un po’ trattenuti, non sembra affatto una persona molto “caliente”. Certo, per saperlo bisognerebbe conoscerla meglio, ma la prima impressione è questa. Del resto, lei rivendica la sua pura origine spagnola e questo in parte spiega il suo modo di fare. Non si tratta di un’origine che risale ai conquistadores, già i suoi genitori sono spagnoli. E infatti il suo castigliano è più “pulito” di quello che si sente normalmente qui, meno cubano. Santiago è città nera per eccellenza, ma lei non lo è per niente. Mi racconta che questa casa è proprio dei suoi genitori, che ora sono ancora in vita ma quasi ottantenni, e abitano da un’altra parte. Lei è tornata a viverci due anni fa, dopo aver divorziato, ma già i suoi genitori affittavano camere. Ora vive qui da sola. Ha una figlia qui a Santiago, un altro figlio che vive in Spagna e una bella nipotina.

David ci guida all’esplorazione di Santiago partendo dai quartieri del centro storico. Intorno al Parque Cèspedes, intitolato a uno dei padri della Patria cubani, ci sono la cattedrale e, di fronte, il municipio. Dal balcone del palazzo municipale il 2 gennaio 1959 Fidel Castro fece la sua prima apparizione pubblica per annunciare al popolo il trionfo della rivoluzione.

Ci soffermiamo sulla chiesa di San Francisco de Asis, del 1717, che è bellissima anche se avrebbe disperato bisogno di un restauro. Nel suo cortile, che ci concede una pausa di frescura da un clima esterno già caldo, c’è una piccola “Casa de abuelos”, una sorta di centro anziani. Al centro del cortile, la statua della Vergine, sotto una palma. Qui incontriamo Agustin, 85 anni, un po’ di acciacchi ma molto orgoglio santiaguero, che per qualche spicciolo ci fa da guida improvvisata.

Poi il balcone di Velàzquez, che nel sito di un antico forte spagnolo offre una bella vista sul porto. È il balcone di cui parla la canzone di Compay Segundo che ho citato, e che si chiama proprio Balcòn de Santiago. Per chi vuole ascoltarla, eccola qui.

Balcòn de Santiago

Sulla scalinata di Padre Pico, nel vecchio quartiere francese chiamato Tivolì, David si ferma a parlare con un anziano signore seduto sui gradini, pensando che sia del quartiere. In realtà scopre che il signore è sì originario di qui, ma ha quasi sempre vissuto all’Avana ed è tornato qui, ora che è in pensione, perché qui c’è una parte della sua famiglia. Una mezza carrambata, insomma.

Dal porto, torniamo verso il Parque Cèspedes. Dopo un mojito e un pranzetto leggero sulla terrazza dell’Hotel Casa Granda, visitiamo la cattedrale di Nuestra Señora de la Asunciòn. Qui c’è sempre stata una cattedrale fin dalla fondazione della città, ma l’attuale edificio, caratterizzato da due torri neoclassiche e dall’angelo trombettiere ad ali spiegate, è del 1922. All’interno, un bel soffitto affrescato e l’altare consacrato alla veneratissima Virgen de la Caridad, la cui statuina con il bambino e il mantello dorato si trova anche in tante case cubane. È nota anche come Virgen del Cobre, perché il suo santuario sorge vicino al luogo dove anticamente c’era una miniera di rame, ma il suo nome popolare è Cachita. La leggenda narra che la statuetta venne ritrovata ai primi del ‘600 da tre pescatori nella Bahia de Nipe, durante una terribile burrasca, e che il suo primo miracolo fu proprio quello di permettere ai pescatori di riguadagnare la terraferma. Nella santeria, è associata all’Orisha Oshun, dea Yoruba dell’amore e della danza, identificata dal colore giallo.

Visitiamo poi anche il museo del Carnaval, che però purtroppo è solo un misero surrogato, rispetto allo scatenatissimo carnevale che fa impazzire Santiago nel mese di luglio. Con un po’ di maschere, di costumi e di strumenti musicali si può solo immaginare quello che deve essere.

E per finire la cinquecentesca casa di Diego Velàzquez, la dimora più antica di Cuba, in stile andaluso con i tipici balconi chiusi fra graticci moreschi.

Una cosa che non si può non notare, dopo la prima giornata a Santiago (ma David ci aveva anticipato anche questo) è che in centro l’assalto al turista è praticamente incessante. Non è nulla di particolarmente fastidioso o invasivo, ma la gente che tenta di venderti sigari, rum o altri prodotti locali, o ti chiede se hai bisogno di una sistemazione, di un passaggio per andare da qualche parte, o di una guida, è davvero tanta. Ci mettono un attimo a capire che sei straniero, non è certo difficile. Soprattutto le offerte di “Taxi? Taxi?” non si possono proprio contare, arrivano praticamente a ogni piè sospinto.

L’appuntamento per andare a cena è naturalmente al Parque Cèspedes, dove ritroviamo Carlitos che finalmente è arrivato dopo il lungo viaggio. Sembra un po’ provato, ma non ha perso la verve e la voglia di stupire. Sentirlo raccontare il viaggio è un pezzo di autentico teatro. Ci racconta di un suo vicino di pullman, che per ore non gli ha parlato e poi di colpo ha iniziato a raccontargli tutta la sua vita con una logorrea inarrestabile, dopo di che gli ha chiesto di usare il suo telefono come se da quella telefonata dipendesse la sua vita, con un comportamento un po’ schizoide. Con lui c’è anche un’altra sua compagna di viaggio, Zorica, una ragazza serba che parla un po’ di italiano ma se la cava meglio con l’inglese, che però Carlitos non parla. Quindi inizia una conversazione un po’ surreale in cui mescoliamo, in maniera del tutto casuale, tre lingue: spagnolo, italiano e inglese. In qualche modo ci capiamo, nonostante tutto, e risulta anche divertente. Dico a Zorica che io e Luciano siamo stati in Serbia l’estate scorsa, viaggiando in battello sul Danubio, e lei ci saluta con baci e abbracci.

Andiamo a cena in un’altra casa particular, da Julian e Yaninia. Julian, nell’attesa che arrivino tutti, ci offre subito una birretta e ci accoglie con calore santiaguero. David, da parte sua, ha portato il rum e… come rinunciare a un chupito di Havana Club invecchiato? Così la serata inizia nel migliore dei modi, e anche a cena si vede che il gruppo è sempre più unito. Anche con Alessio e Marcello ci troviamo già a meraviglia.

Sulla tavola riccamente imbandita non può mancare il maiale, come sempre a Cuba, ma c’è anche dell’ottimo pesce. Alla domanda “Ma che pesce è?” Carlitos risponde con quella che è, lo dichiara apertamente, la sua risposta classica. Per superare le difficoltà di traduzione e di identificazione, da parte nostra, di un pesce che potrebbe anche non essere presente nei nostri mari e quindi non avere un nome italiano/europeo, la risposta, che non ammette repliche, è “Un pesce tropicale”. Per accompagnare, a profusione, verdure, yucca e generose porzioni di moros y cristianos (riso e fagioli neri). Un altro piatto che non manca mai sulle tavole cubane e che spesso, soprattutto nelle zone rurali, viene chiamato anche congrì. Me lo ha insegnato, tra le tante perle che mi ha regalato, quel personaggio incredibile che risponde al nome di Juan Millo, il mio padrone di casa di  Viñales dell’anno scorso: “Noi siamo guajiros (contadini) e per noi questo è congrì”.

Dopo cena andiamo a sentire un po’ di musica in un locale che si chiama La Claqueta. David dice che la famosa Casa de la Trova è troppo turistica, e che questo posto è più autentico. In effetti un po’ di cubani e cubane ci sono, anche se alcune ragazze sembrano lì più che altro per abbordare i turisti. Del resto, sappiamo che a Santiago il jineterismo è socialmente accettato e fa parte ormai in qualche modo della cultura della città: si dichiara tranquillamente di farlo per i figli. La musica è un’onesta salsa, ma per il mio gusto personale non è il massimo.

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26/01/2017 Giorno 4: Nel quale stappiamo il prù, siamo anche noi moncadistas e scopriamo la differenza tra pirati, corsari e bucanieri

A colazione Nieves, tra le altre cose, ci offre del succo che, dal colore, mi sembra possa essere di guayaba. Le chiedo conferma e mi dice che si tratta invece di zapote, un frutto tropicale con la polpa molto dolce diffuso nell’Oriente cubano. Ma se ti piace il succo di guayaba – mi dice – domani te lo faccio trovare. Effettivamente mi piace, però anche questo andava più che bene, le rispondo, ma lei ormai ha deciso e se vuole farmi questa gentilezza perché rifiutare?

Alcune bancarelle e carretti che vendono zapote li troviamo anche mentre, con David e Carlitos, ci dirigiamo verso Flores, un barrio popolare dove stamattina abbiamo appuntamento con quella che Carlitos definisce la sua “mamma di Santiago”.

Carlitos frequenta Santiago da quando era bambino, per ragioni collegate alla sua famiglia, quindi conosce molto bene la città e conosce tante persone.

Il quartiere è chiaramente di quelli dove i turisti “normali” non vanno. È costruito in maniera abbastanza disordinata ma non ci sono baracche di lamiera, le case sono in muratura o in legno, qualcuna dall’esterno appare un po’ male in arnese ma in generale l’impressione è quella di un quartiere certamente non ricco ma dove si vive dignitosamente. È a maggioranza nera o comunque meticcia, con tutte le gradazioni di colore che può offrire la popolazione cubana.

A vederli insieme, il contrasto di colori tra Carlitos e la sua “mamma” santiaguera è effettivamente forte. Lui, come dice il suo cognome, è di pura discendenza spagnola ed è di carnagione anche piuttosto chiara, tanto che spesso viene scambiato per “Yuma” e questa cosa ci diverte molto, anche perché lui, ben lungi dall’infastidirsi, riesce sempre a mettere in evidenza il lato comico della faccenda, con battute o espressioni davvero impagabili. Lei invece è nerissima. Ma a guardarli insieme si capisce anche che c’è davvero un rapporto profondo.

Syomara, questo è il suo nome, ci accoglie nella sua bella casetta e ci fa accomodare nel rigoglioso giardino che ha sul retro. A fare gli onori di casa con lei c’è una ragazza, che ci presenta come sua nipote. Come Carlitos ci aveva già anticipato ieri sera a cena, ci offrono un bicchiere di prù. Il prù è una bevanda fermentata frizzante (molto frizzante: quando apri la bottiglia manca poco che… esploda!) tipica dell’Oriente. Sembra che la tradizione della sua preparazione risalga agli schiavi neri che arrivarono con i piantatori francesi dopo la rivolta degli schiavi di Haiti del 1791, un evento che ha segnato profondamente la storia e la cultura di questo lembo d’isola. Si ricava da tre ingredienti fondamentali: jaboncillo (si chiama proprio così, pianta del sapone), che dà l’effervescenza, raiz de China (radice di Cina), che dà il colore, e pimienta dulce (pepe dolce), che dà il sapore. Il colore è simile a quello del tè, e il sapore non a tutti piace. C’è chi dice che sa di medicina, e in effetti al prù vengono attribuite innumerevoli proprietà curative: si dice che dà energia, che abbassa la pressione e che fa molto bene alla pelle. Non so se è una prova, ma Syomara dimostra nettamente meno dei suoi 67 anni. Sicuramente è rinfrescante, e col caldo di oggi ce n’è bisogno. A me anche il gusto non dispiace.

Syomara ci racconta qualcosa di Flores, che prende il nome da colui che era il proprietario di tutta l’area e che iniziò a un certo punto a vendere le terre. Qui e nel vicino quartiere di Chicharrones si rifugiarono molti barbudos in clandestinità durante gli anni pre-rivoluzionari. Per questo Chicharrones era chiamato “Sierra chiquita”, la piccola sierra. Dopo la rivoluzione con la riforma agraria le terre vennero distribuite e tutti i contadini della zona divennero proprietari. Oggi è un quartiere che, ammette Syomara, ha i suoi problemi, ha un certo indice di povertà, ma non c’è delinquenza, non c’è droga, tutti i bambini vanno a scuola. Ci vivono anche molti professionisti: lei stessa è psicopedagoga. Il “problema” principale, ma lo dice con un grande sorriso, è il rumore: il rumore della gente per strada, della musica, delle congas… e poi che si fuma molto, e si beve molto. Carlitos le fa notare che anche lei beve parecchia birra, e lei non ha difficoltà ad ammetterlo. Ma non si ubriaca mai, precisa. Quello che conta, comunque, è che il barrio è una comunità molto coesa, dove la gente si aiuta e sente un forte senso d’appartenenza.

Dopo questa piacevole pausa che è stata anche un po’ una… lezione di vita, ci dirigiamo verso quella che è una delle mete principali in città: la caserma Moncada, teatro del fallito assalto portato da Fidel e dai suoi il 26 luglio del 1953; sì, proprio quel 26 luglio, da cui poi prese il nome il movimento rivoluzionario.

È in quest’occasione che prendiamo “possesso” del nostro pullmino e conosciamo il nostro autista, Mario, che ci accompagnerà di qui in avanti. Anche se le ragazze un po’ rimpiangono Ronald, l’autista dell’anno scorso, Mario è simpatico ed è un abile guidatore. Del resto, le strade di Cuba possono mettere a dura prova mezzi e persone. Il suo cognome, Laffita, ricorda curiosamente quello del pilota di formula 1 degli anni ’70 – ’80 Jacques Laffite, ma lui è più prudente ed affidabile. Mario ha anche un altro punto a suo favore, che per altro lo accomuna a Ronald: nella dicotomia Barcelona – Real Madrid che caratterizza gli appassionati di calcio cubani, lui è tifoso del Barça. Carlitos ci fa notare che gli fa strano sentirlo chiamare autista, perché in spagnolo “autista” significa “autistico”… qui si dice chofer.

La caserma, che era all’epoca la seconda per importanza di Cuba, ora è stata in parte trasformata in museo, ma al suo interno c’è anche un complesso scolastico. Attraverso una visita guidata, ripercorriamo tutte le fasi dell’assalto dei “moncadistas”. Il loro obiettivo era di impadronirsi di una buona quantità di armi e munizioni, per poi rifugiarsi sulla Sierra Maestra. Castro scelse il Moncada perché lontano dall’Avana e poco difeso, e scelse anche una data strategica, immediatamente dopo il carnevale di Santiago quando, si augurava, le guardie sarebbero state ancora sotto l’effetto dei balli e delle libagioni. Ma il piano venne tenuto talmente segreto che anche molti dei guerriglieri non sapevano esattamente a cosa andavano incontro. Così, quando lo scoprirono, ci furono delle defezioni. E per di più solo uno degli assaltanti era di Santiago, per cui alcune vetture si persero per strada. Alla fine l’assalto dei castristi, pochi e male armati, si risolse rapidamente in una disfatta. Fidel ordinò la ritirata e riuscì a fuggire, ma un contingente dei suoi venne catturato e i componenti torturati e giustiziati. Fanno parecchia impressione le foto dei torturati. La guida ci racconta che l’unica donna del gruppo, la sorella di Abel Santamaria, dovette assistere alle torture del fratello, a cui vennero cavati gli occhi, e del fidanzato, che venne castrato. Riuscì, nonostante questo, a non parlare, ma anni dopo si suicidò. Fidel venne catturato alcuni giorni dopo, ed ebbe la fortuna di non essere ucciso perché il tenente che lo arrestò disapprovava questi metodi. Poté così arrivare al processo, in cui pronunciò la famosa arringa di autodifesa “La storia mi assolverà”. Condannato a 15 anni, venne poi liberato da Batista, che proclamò un’amnistia generale nel tentativo di recuperare popolarità e vincere le successive elezioni per legittimare il suo potere. Come effettivamente accadde, anche se le elezioni furono con ogni probabilità irregolari. Fidel fuggì in Messico e da lì ripartì alla volta di Cuba con il Granma nel novembre 1956. Il battello, stracarico (aveva 82 persone a bordo contro le 22 previste), dovette anche tornare indietro per recuperare un uomo finito in mare e arrivò con un ritardo di due giorni su quanto programmato, il 2 dicembre, mentre il 30 novembre, proprio per distrarre l’attenzione delle truppe di Batista da quello sbarco, veniva dato l’assalto all’altra caserma di Santiago, quella della polizia. Insomma, colpisce che tutta una serie di circostanze fortuite abbiano influenzato il corso della storia, a volte in un senso a volte nel senso opposto. E da qui la storia continua… sulla Sierra Maestra.

Pranziamo al birrificio “Puerto del Rey” e ci riposiamo un po’, per poi ritrovarci pronti a ripartire verso la fortezza del Morro. Il forte, costruito nel 1600 su un promontorio alto 60 m, 10 km a sudovest della città, per difenderla dagli attacchi dei pirati, venne ultimato un po’ troppo tardi per servire al suo vero scopo e fu poi usato come prigione. Restaurato, oggi ospita un piccolo museo ed è patrimonio UNESCO, anche perché basato su principi progettuali del rinascimento italiano. È qui che, finalmente, ci si chiarisce un po’ meglio la differenza tra alcuni termini che spesso vengono usati come sinonimi: pirata, corsaro e bucaniere. In realtà, pirata era colui che agiva per conto proprio, mentre il corsaro agiva su mandato di un re o comunque di un governo, cui cedeva parte degli utili in cambio appunto della “lettera di corsa”, che lo autorizzava a rapinare solo navi mercantili nemiche. I bucanieri, invece, erano in origine avventurieri prevalentemente francesi che, stabilitisi nella parte occidentale dell’isola di Hispaniola (oggi Haiti e Repubblica Dominicana), si dedicavano alla caccia per vendere carne e pelli alle navi di passaggio. Poi, quando questi passarono in gran parte alla pirateria, il termine venne usato per indicare questi pirati, che però attaccavano spesso dalla costa e non in mare aperto.

Dalla sommità del Morro si gode una bellissima vista sulla baia, purtroppo in parte deturpata da una raffineria. Noi aspettiamo il tramonto per assistere al cosiddetto “Cañonazo”, cioè lo sparo di una salva di cannone che si ripete ogni giorno e che consiste in un lungo e complesso rituale nel quale i soldati, vestiti con buffe uniformi nello stile dell’epoca, preparano il cannone, lo caricano e poi danno fuoco alle polveri. Il tutto intervallato da ordini e risposte urlate a squarciagola tipo “Capitàn! La pieza està cargada!” o “Capitàn! La pieza està lista!”.

Vicino a me assistono allo spettacolo, reso suggestivo dal tramonto, due ragazze americane, accompagnate da ragazzi cubani. Alla domanda “Ma il cannone spara per davvero?” i ragazzi cubani rispondono con grasse risate, e anche a me scappa un sorriso.

Dopo la cena, ancora a casa di Julian e Yaninia, scegliamo questa volta il locale segnalatoci da due ragazzi che ci avevano avvicinato prima in piazza per fare un po’ di autopromozione e che sono tra i componenti del gruppo che suona. Si tratta di son piuttosto fedele alla tradizione e ben suonato, con impegno. Poi i ragazzi sono simpatici. Nel locale c’è poca gente, così durante la pausa i due di prima, per ringraziarci di essere venuti, si siedono al nostro tavolo e scherzano con noi. Soprattutto, la serata verrà ricordata per la canzone “El bodeguero”, che nessuno di noi conosceva e che abbiamo scoperto poi essere un vecchissimo “standard” del cha-cha-cha cubano. La canzone ha un buffo ritornello che fa “Toma chocolate, paga lo que debes…”, ripetuto varie volte. Sarà forse l’interpretazione divertente che ne fanno i ragazzi, ma la cosa ci fa molto ridere e si capisce subito che diventerà uno dei tormentoni, forse il tormentone principe di tutto il viaggio…

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27/01/2017 Giorno 5: Nel quale andiamo a trovare Fidel, Martì e Compay, e poi balliamo un reggaeton galleggiante nella baia di Santiago

Colazione da Nieves. Come promesso c’è il succo di guayaba. La ringrazio sentitamente e, nell’attesa che arrivino anche Alessio e Marcello, chiacchieriamo un po’. Vuole sapere che lavoro facciamo, tutti quanti. Glielo racconto e, dato che Alessio lavora in comune, viene fuori che anche lei ha lavorato in comune per 30 anni, qui a Santiago, proprio in quel palazzo comunale dal cui balcone si affacciò Fidel… lei non lavorava ancora lì all’epoca, naturalmente, era molto piccola. Effettivamente ce la vedo abbastanza, ha quella flemma tipica degli impiegati pubblici cubani. Ci promette anche che in maggio sistemerà il bagno. L’acqua della doccia, che dovrebbe funzionare col solito sistema della resistenza che c’è nella maggior parte delle casas particulares, proprio non si scalda, non ce n’è. Luciano si è già lamentato, lei ha tentato di fare qualcosa, ma non è riuscita a risolvere il problema. E poi la vasca è piuttosto rovinata, dice per colpa del cloro. Comunque metterà tutto a posto, ha già i soldi e ha anche scelto i materiali, serve solo il tempo di farlo. Per i viaggi di quest’anno della radio non servirà, ma se ci si tornerà l’anno prossimo…

Questa mattina, a grande richiesta, andiamo… al cimitero. Detta così non suona benissimo, lo so, ma il cimitero di Santa Ifigenia è un monumento importante, ospita il mausoleo di Josè Martì, c’è la tomba di Compay Segundo… e da due mesi anche quella di Fidel. Non possiamo non andare. Tra l’altro, ho promesso a Vittorio, il mio amico italo-cubano e fidelista, che avrei reso omaggio anche per lui.

Arriviamo mentre è in corso una cerimonia ufficiale, alla presenza anche di Ramon Labañino, uno dei cinco heroes, i cinque eroi, come li chiamano qui. Sono cinque uomini dell’intelligence cubana che sono stati in carcere negli Stati Uniti per anni, accusati di spionaggio, e che Obama ha liberato circa due anni fa nel quadro del processo di normalizzazione dei rapporti USA-Cuba.  Contemporaneamente stanno iniziando le prove per la cerimonia che si terrà domani, che è l’anniversario della nascita di Josè Martì, poeta, eroe dell’indipendenza caduto sul campo di battaglia e padre della Patria.

Noi faremo una visita guidata, accompagnati da Danelis Rodriguez Del Toro (sì, come Benicio), una donna che si rivela subito di una simpatia travolgente. Ha una vitalità prorompente che contrasta in maniera davvero singolare con il luogo in cui si trova ad… esercitare. Sembra un’attrice di telenovelas, sia detto con tutta la simpatia possibile, per il modo in cui enfatizza i gesti, le parole, e le risate con cui accompagna le battute con cui cerca di sdrammatizzare anche il tema della morte. Parla lentamente e scandisce bene per essere sicura che anche chi non capisce lo spagnolo recepisca il più possibile. Ogni tanto, quando proprio serve, David traduce qualcosa. E poi, forse per la presenza di David e soprattutto di Carlitos, che la asseconda molto, si crea fin da subito una certa complicità con noi, per cui spesso assume l’atteggiamento di quella che l’ha detta grossa e sembra dire: “Ma tenetevelo per voi”, anche se in realtà non dice niente di così compromettente. Ci racconta invece parecchie cose interessanti, tanto che alla fine Eddi decide di registrare un’intervista vera e propria per la radio. E alla fine dell’intervista, ormai da diva della radio, invita tutti gli ascoltatori a venire a Cuba. Sempre che abbiano il “dinerito”, eh? Che possano permetterselo.

In sintesi, ci parla innanzitutto del rapporto dei cubani con la morte, e con le tombe. Qui la cremazione non è ancora diffusa, soprattutto perché costa troppo. Invece il funerale e la sepoltura sono gratuiti per tutti. L’uso è seppellire in terra, però c’è l’obbligo, per chi non ha una tomba di famiglia di proprietà ma usufruisce di una tomba comune, di esumare dopo due anni, perché lo spazio è poco e va recuperato (il cimitero è in uso da 148 anni, ed è nato quando la città era molto più piccola). Però, assicura Danelis, con il clima caldo e umido di qui, in due anni la decomposizione è completata. È uso anche che i parenti ripuliscano le ossa, che poi vanno negli ossari.

È possibile, per chi ha i soldi necessari, comprare una tomba privata. Ma non tutti lo fanno, perché si dice che comprare una tomba porti sfortuna. Danelis ne è convinta, perché quando ne comprò una la sua mamma morì poco tempo dopo. Ci porta anche davanti alla tomba della sua mamma, con un moto di comprensibile commozione.

Anche oggi il sole picchia forte. Danelis cerca avidamente un po’ d’ombra per lei e per noi, per continuare il racconto.

Il mausoleo di Martì, realizzato tramite un concorso pubblico indetto nel 1943, in cui fu scelto il migliore tra 18 progetti, ha un “sistema deambulatorio” che permette di vedere la cripta dall’alto, senza entrarci. Ma soprattutto, è pieno di simbologie. L’urna è pentagonale, a ricordare la stella a 5 punte della bandiera cubana, e contiene, insieme ai resti, un pugno di terra di ogni paese dell’America Latina. È circondata dagli scudi delle provincie storiche di Cuba. Nei giorni di pioggia, l’acqua entra dal fronte e dal fondo della scalinata formando due correnti che simboleggiano due fiumi, ovvero Dos Rios, il luogo dove cadde Martì. E il lucernario situato alla sommità del monumento permette l’ingresso di luce naturale e fa in modo che, in certe ore del giorno, i raggi del sole si riflettano sull’urna, esaudendo quello che era il desiderio di Martì, che nei suoi Versos Sencillos scrisse:

No me pongan en lo oscuro

a morir como un traidor

Yo soy bueno, y como bueno

morirè de cara al sol!   

Qui riposano, naturalmente, anche tutti i martiri del Moncada e molti di coloro che persero la vita nelle varie missioni mandate da Fidel per la liberazione di vari paesi africani, in particolare l’Angola.

Compay Segundo, il cui vero nome era Maximo Francisco Repilado Muñoz (fu soprannominato Compay Segundo perché era il secondo compare, la seconda voce, di un duo), è stato per un periodo sepolto insieme ai martiri, poi la sua famiglia ha fatto costruire una tomba privata ed è stata criticata per questo. Ora c’è un monumento che rappresenta la sua chitarra e il suo cappello, con la scritta “Las flores de la vida”.

La tomba di Fidel è estremamente semplice ed è, per sua volontà, vicina al mausoleo di Martì, a cui si è sempre dichiaratamente ispirato. L’urna con le ceneri è deposta in una nicchia all’interno di una grande pietra, la cui forma ricorda quella di un chicco di mais. Questo perché Martì, di cui appunto Fidel era un grande ammiratore e seguace, disse che tutte le glorie del mondo possono entrare in un chicco di mais. Sul masso una sola parola: Fidel. Tutto questo era pianificato da anni, e Fidel ha lasciato espressa volontà che nulla gli sia dedicato: nessun monumento, o piazza, o scuola. Almeno da morto, ha dato prova di non volere il culto della personalità. Lo scorso sabato si è registrato il record di visite, circa 7000 persone. Che arrivano da tutta l’isola, e ovviamente molti anche da fuori. Tutti con ordine, calma e rispetto, soprattutto i cubani, che fin da bambini sono abituati a fare le file.

Le ceneri sono state portate qui dall’Avana ripercorrendo a ritroso, tra due ali di folla, quello che fu il cammino di Fidel da rivoluzionario trionfatore nei primi giorni del 1959.

Dal punto di vista politico, Fidel aveva lasciato tutti gli incarichi già dal 2008, dopo la malattia. Ma sul piano simbolico, la sua presenza era ancora forte. Lo diceva il volto terreo di Raul mentre cercava di restare freddo, la sera dell’annuncio, per poi alla fine accasciarsi sulla sedia. Questa immagine si è vista solo in diretta, nei notiziari successivi è stata eliminata. E lo si capisce anche dai versi della canzone, si dice scritta in 24 ore, che Raul Torres ha dedicato a Fidel e che poi è passata infinite volte alla radio e alla televisione. È chiaramente un po’ strappalacrime, ma è interessante.

Cabalgando con Fidel

Se ci fate caso, c’è un pezzo di ritornello che dice “Abbiamo imparato a saperti eterno, come Olofi (il dio supremo della religione Yoruba, ndr), Gesù Cristo, non c’è nessun altare senza una luce per te”. Che, a parte l’accostamento tipico della santeria, per un leader marxista non è male. Ora, è vero che in America Latina non è così strano che il crocifisso e la bandiera rossa vadano insieme. Ed è anche vero che Fidel ha ricevuto un’educazione cattolica, dai gesuiti, e si è sempre dichiarato cristiano nel senso di uno che segue gli insegnamenti di Cristo sul piano sociale, se non religioso. Ma con la Chiesa ha avuto anche rapporti conflittuali, fino al riavvicinamento degli ultimi anni. E poi c’è il verso che dice:

Hoy quiero gritarte, Padre mío,

 no te sueltes de mi mano,

 aún no sé andar bien sin ti.

Oggi voglio gridarti, Padre mio,

non lasciare la mia mano,

ancora non so camminare bene senza di te.

Credo che davvero molti cubani abbiano vissuto la “desapariciòn fisica” (perché non si dice morte) di Fidel così, come quella di un padre amato e odiato al tempo stesso. Che hanno criticato (non in pubblico, certo) per tutti gli errori che ha commesso, primo tra tutti quello di aver accentrato troppo il potere e di non aver lasciato crescere una generazione di suoi “figli” politici in grado di succedergli. Ma a lui e alla rivoluzione sentono di dovere quello che ora è Cuba, che se confrontato con gli altri paesi dell’area non è poco. E questo si leggeva nello sgomento di molte persone che, intervistate nei giorni successivi, dicevano “Io ancora non riesco a crederci”.

Aperitivo e pranzo, di nuovo sulla terrazza dell’Hotel Casa Granda, e poi, dopo una mattinata che poteva essere un po’… funerea (ma grazie a Danelis non lo è stata), abbiamo in programma un pomeriggio di divertimento: ci faremo il giro della baia, fino a Cayo Granma e ritorno, a bordo di un battello, con musica e spuntino a base di pollo fritto e chicharritas (banane fritte tagliate sottili, come le patatine).

All’inizio il battello non risulta molto “invitante”, e c’è chi manifesta addirittura dubbi sulla sua solidità. Ma in realtà, una volta saliti, capiamo che sarà un’esperienza tra le più puramente “cubane” del viaggio.

La partenza è abbastanza tranquilla ma, una volta preso il largo, la musica viene sparata a tutto volume e tutti si lanciano nelle danze. È incredibile come anche diverse coppie evidentemente “sovradimensionate” riescano ad essere quasi aggraziate nei movimenti. Fa sensazione e raccoglie applausi un ragazzino che potrà avere al massimo otto anni, scatenatissimo, che si lancia in numeri da circo, come un consumato astro dell’hip hop o, meglio, del reggaeton. Sì, perché ovviamente è quella la musica che domina. A un certo punto parte una canzone che conosciamo bene, per il viaggio dell’anno scorso: Hasta que se seque el Malecon! E lì anche noi non possiamo fare a meno di scatenarci. I cubani (sono praticamente tutti cubani, tranne noi) sembrano stupirsi che la conosciamo e ci guardano un po’ strano, ma poi vanno avanti a ballare.

Da come reagisce la folla, ci pare di capire che la hit del momento sia Shaky Shaky, del portoricano Daddy Yankee, che naturalmente lo pronuncia tipo “Ceky Ceky”, il che, ovvio, lo rende ancora più divertente! Gradualmente, chi più chi meno, ci facciamo tutti coinvolgere dal clima festaiolo.

È bello anche vedere come, quando il barcone si avvicina a un molo o a una spiaggetta, anche la gente che c’è lì, che dato il volume sente la musica come se fosse qui con noi, saluta e a volte si mette a ballare.

Nel pacchetto-merenda che ci hanno fornito ci sono anche un sacco di caramelle, ma noi in questo momento non ne abbiamo proprio voglia. Già il pollo fritto ci stava fino a un certo punto… perciò preferiamo raccoglierle in un sacchetto e, una volta scesi, le distribuiremo ai bambini che incrociamo al porto.

Al porto, compriamo anche cucurucho de manì per tutti. Cucurucho è un termine che sta ad indicare un cono, in questo caso fatto con un semplice foglio di carta, un cartoccio dove puoi mettere qualcosa da mangiare “a passeggio”. Quello di manì, tipico di Santiago, è riempito di noccioline tostate e salate.

Una volta tornati a casa, c’è una missione da compiere. Marcello ha perso le chiavi del lucchetto della sua valigia, e le ragazze (da notare chi è il sesso forte del gruppo) gli hanno promesso che, in un modo o nell’altro, riusciranno ad aprire quel lucchetto. Neanche a farlo apposta, abbiamo con noi degli attrezzi che potrebbero essere idonei. Io provo a tirar fuori il seghetto che ho portato, ma è per il legno, sul metallo fa poco più che il solletico. Ci vorrebbero un martello e una pinza, ma (almeno qui) non li abbiamo. Per fortuna, ce li ha Nieves. O meglio, lei non c’è ma ci sono in casa due amiche sue che sanno dove tiene le cose. L’operazione è lunga e faticosa (lo dico io che non ho fatto niente, ma so che in questi lavori sono particolarmente impedito e faccio più danni che altro), ma alla fine le nostre forzute Paola e Franca, una alla pinza e l’altra al martello, hanno ragione della resistenza del lucchetto. Per la precisione, è il cursore della cerniera della valigia a cedere, ma poco importa: basta che si possa aprire e richiudere, anche senza lucchetto, tanto manca la chiave. Poi, al rientro, saranno problemi di Marcello. Che comunque è soddisfatto e ringrazia.

Appuntamento per cena, come al solito, al sempre animato Parque Cèspedes. Siamo seduti aspettando che arrivino tutti. Mentre un gruppetto di vecchi soneros improvvisa il suo concertino, mi avvicina una vecchietta che mi vuole vendere.. cucurucho de manì! Cerco di spiegarle che noi, tutto il nostro gruppo, l’abbiamo mangiato non più di un’ora fa, forse un’ora e mezza, al porto. Ma non capisce o finge di non capire. Dice che il suo è fresco, ed è il migliore di tutta la città. Non ne dubito, dico, ma per oggi basta. Continuo a ripeterle che l’ho già mangiato. Forse è un po’ sorda, penso, quindi alzo un pochino la voce. Ma lei non mi crede e si infuria, sembra che la prenda come un’offesa personale. Potrei darle dei soldi per farla andare via, ma mi sembrerebbe, questa sì, un’offesa. Coinvolgo anche Carlitos e le dico: guarda, se non credi a me, chiedi a lui. Lui è cubano, mi ha detto lui dove comprarlo, l’abbiamo comprato insieme. Ma non c’è niente da fare, la signora è sempre più fuori di sé. E forse, come al solito, neanche lei crede che Carlitos sia cubano e pensa che voglia prenderla in giro! Devo per forza comprarle due cucuruchos, non c’è altro da fare, anche perché vedo che il gruppo si sta muovendo. Mentre andiamo insieme verso il pullmino, Carlitos mi spiega che la conosce, anche se non sembrerebbe; probabilmente lei non si ricorda di lui, sono molti anni che bazzica questa piazza ma ormai non c’è più molto con la testa. Forse se l’avessi saputo mi sarei comportato diversamente, ma ormai è andata così. Regalo i cucuruchos a Marcello e Alessio, che ne hanno ancora voglia.

Prendiamo il pullmino per andare a cena in un altro quartiere popolare di Santiago, dove vive Marlene, mamma dell’altra Marlene amica di David e di Carlitos (nonché ex collaboratrice di ViaggieMiraggi) che ora vive negli USA.

Nel frattempo, stiamo notando che Marcello, grandissimo appassionato di musica ed ex DJ di Radio Olona Popolare (!!), ha trovato in Eddi un naturale alleato, o compagno di merende, fate voi. Di fatto, è in corso una sorta di disputa per iniziati, dalla quale tutti gli altri sono pressoché tagliati fuori. È in pratica una disfida a chi tira fuori il gruppo più di nicchia o il genere più improbabile, di quelli durati 6 ore limitatamente ad alcuni quartieri periferici di Manchester. Vi faccio un breve elenco di alcune perle, ma se li conoscete tenete ben presente che non sono affatto i più strani, perché quelli né io né Marcello ce li ricordiamo più:

  • Martha & The Muffins (CAN)
  • XTC (UK)
  • The Cure (UK)
  • Joy Division (UK)
  • Siouxsie & The Banshees (UK)
  • Bon Iver (USA)
  • Tom Waits (USA)
  • James Blake (UK)
  • XX (UK)
  • Daft Punk (F)
  • Calibro 35 (I)
  • Paolo Benvegnù (I)
  • Einstürzende Neubaten (D)
  • Nine Inch Nails (USA)
  • Faith No More (USA).

I due sono quasi sempre più o meno d’accordo, ma a un certo punto si registra una netta divergenza sul nome dei Toto: Marcello li disprezza totalmente, mentre a Eddi tutto sommato non dispiacciono, per lo meno attribuisce loro una certa dignità. Di qui in poi, i Toto diventeranno un altro tormentone…

Il quartiere è fatto di palazzoni piuttosto grigi, di stampo quasi sovietico, ed è molto buio. Come spesso a Cuba, l’illuminazione stradale è quasi assente. Non che sia sempre un male, ma a volte un po’ più di luce aiuterebbe.

Arrivati a casa di Marlene, veniamo come sempre accolti con grande calore e con un buffet preparato per un’altra grande abbuffata. Dopo di che, via alla musica e alle danze. David come sempre si distingue, ma anche Paola e Alma sono sempre in prima fila. Fa veramente caldo, qualcuno di noi per respirare esce a ballare sul pianerottolo. Fa un po’ sensazione, per noi, pensare a una serata così, in un condominio, con questo volume della musica e con la porta aperta… se fossimo a Milano i vicini avrebbero già chiamato i vigili, o peggio sarebbero qui con un randello per fare a pezzi lo stereo. Per fortuna siamo a Cuba.

Per finire la serata, con tutta la famiglia, e soprattutto con David che non l’ha ancora visto, ci riguardiamo il film del viaggio dello scorso anno montato da Eddi con i suoi video e le foto di Franca. Eddi l’ha portato su una chiavetta USB. È sempre bello rivederlo, e ancora più bello vedere le reazioni delle persone della famiglia, che conoscono bene David… lui si schermisce, dice che non vuole essere sempre protagonista… forse non se lo aspettava così. Ma è contento, in fondo.

Quando ce ne andiamo non è prestissimo, ma non vorremmo, almeno i più resistenti di noi, rinunciare a fare un salto, anche breve, alla Casa de la Trova. Chissà se e quando ci ritorniamo, a Santiago…

In realtà, come diceva David, il posto ormai è diventato molto turistico, e terreno di caccia prediletto per jineteras. Ce n’è una con un vestitino a righe attillato che si mette chiaramente in mostra e, per quanto l’eleganza della mise sia discutibile, fa girare la testa a tutti i maschietti in sala…

La musica, però, purtroppo, è così così. Forse dipende dal gruppo che suona stasera, anche in questo ci vuole un po’ di buena suerte. Prende molti punti invece la Piña Colada, di gran lunga la migliore assaggiata finora in questo viaggio. Ma, nonostante questo, dopo un’oretta decidiamo di andarcene a casa, anche perché domani si parte abbastanza presto.

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(Continua…)