Rumbo a Oriente – Diario Oriental – Parte Terza

 

Diario di un secondo viaggio a Cuba, in una Cuba più calda e umida, più nera, india e meticcia, più spirituale e vibrante, dove lo spirito ancestrale di questa terra sembra permeare tutto. Dove l’uragano Matthew ha lasciato devastazione ma non ha ucciso nessuno, ha abbattuto le palme ma non ha scalfito l’orgoglio di questa gente, alla quale neanche l’uragano Donald può fare paura più di tanto. Dove Fidel ormai è il passato, che non si deve dimenticare ma nemmeno santificare. È un padre amato ma ingombrante, che per tanti anni ha tenuto per mano il suo popolo, ma ora la stretta di quella mano grande e forte si deve allentare, perché il lutto è finito e il futuro è ancora tutto da costruire. Non ci crederete, lo so, ma ho trovato questa frase scritta su un cartello, sopra un calendario, in un bagno di una casa di Santiago, una casa qualunque di un quartiere popolare: “Si no sueltas el pasado, con què manos agarras el futuro?”. Se non lasci andare il passato, con che mani afferri il futuro?

 

01/02/2017 Giorno 10: Nel quale diamo solo un piccolo morso a Camagüey, prima che inizi la festa, e Casimiro ci mostra come si ricava energia dal letame per arrivare muy cerca del sueño

Ci alziamo presto e alle 8 siamo pronti per la colazione. Nell’attesa che sia pronta anche la colazione, Lisset ci intrattiene nel fresco del cortile, ai bordi della vasca dove tiene una tartarughina. Nel patio c’è anche un tinajon, un grande otre di terracotta. Questi otri, che in passato servivano a raccogliere l’acqua piovana, sono un tratto distintivo della città.

Da camagueyana orgogliosa qual è, Lisset ci tiene a farci sapere quant’è bella la sua città e come ha cercato di rifarsi il trucco negli ultimi anni. Camagüey, storicamente, è sempre stata vista come una città grande, non particolarmente bella, ma una comoda tappa di passaggio nel lungo viaggio da oriente a occidente, o viceversa. Quindi si arriva, ci si riposa quel tanto che basta e poi, appena possibile, si riprende il viaggio. Esattamente quello che faremo noi, purtroppo. E proprio oggi che inizia la festa. Ma negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate: in centro molti palazzi storici sono stati restaurati, ma anche fuori dal centro, in un posto che prima era sostanzialmente una discarica, oggi c’è un piacevole parco con tanta natura, tanta ombra, tanti ristoranti e locali piccoli e grandi per passare la giornata o la serata. Ci sono concerti, attività ricreative e sportive, c’è anche lo stadio del baseball. Si chiama Casino campestre.

Ma non è solo questo, è anche la gente con la sua cordialità e il suo attaccamento alle tradizioni. Lisset ci racconta della sua mamma, che ancora oggi riunisce spesso e volentieri tutta la famiglia a casa sua e prepara un dolce tipico.

A Camagüey dobbiamo tornare, dico, è proprio un peccato gustarla così poco. Ci sediamo per la colazione e troviamo, ciascuno al suo posto, un piattino di frutta con un ananas tagliato a forma… di Cuba, con perfino un pezzetto a fare la Isla de la Juventud! Una piccola, deliziosa sorpresina di Lisset. Ecco perché non voleva che vedessimo la tavola prima che fosse tutto pronto. La ringraziamo della gentilezza, lei ci sorride e ci augura buon appetito. Ma attenzione, ci dice, qui a Camagüey c’è un’altra tradizione: l’ultimo che si alza da tavola lava i piatti. L’ ultimo ad alzarmi, alla fine, sono io e Luciano ovviamente mi addita: “E’ lui, è lui l’ultimo! Adesso deve lavare i piatti!”. Ma fortunatamente Lisset me la fa passare liscia.

La chiacchierata e la colazione sono state molto piacevoli, ma adesso siamo già in ritardo per l’appuntamento che avevamo preso ieri sera, alle 8.30 ai murales dei gatti. Per di più, ora non ci ricordiamo più esattamente dove sono, quei benedetti murales. Diversi tentativi ma, gira che ti rigira, io e Luciano non riusciamo a trovarli. Questa città è un po’ un labirinto. Il primo insediamento venne costruito volutamente in questo modo, con strade strette e tortuose, per disorientare eventuali assalitori e difendersi così dagli attacchi dei pirati. Ed è tuttora così, fatta quasi come una medina marocchina, ben diversa da altre città cubane e latinoamericane in genere, con le loro regolarissime piante a griglia. Questo è anche il suo fascino, ha molti angolini nascosti da scoprire. E tante chiese, dato che è la roccaforte cubana della Chiesa cattolica.

L’appuntamento ormai è saltato, giriamo un po’ per conto nostro. Ammiriamo la Iglesia de Nuestra Señora de la Soledad, una imponente costruzione in mattoni risalente al 1779, con un pittoresco campanile color crema e terracotta. Entriamo nella Iglesia de Nuestra Señora de la Merced, del 1748, che si affaccia sulla Plaza de los Trabajadores. Nella piazza spiccano anche due palazzi con l’effige di Ernesto Guevara: uno bianco e azzurro, col profilo stilizzato del Che come il più celebre della Plaza de la Revoluciòn dell’Avana e la scritta “Che Comandante amigo”; e uno grigio, in tutti i sensi, ma sovrastato da una grande insegna con l’immagine del Che e la scritta “Hasta la victoria siempre”.

Poi, però, dobbiamo partire. Il viaggio verso Remedios è lungo. Usciti dalla provincia di Camagüey, attraversiamo quella di Ciego de Avila. Dopo un paio d’ore ci fermiamo per una sosta e un aperitivo in un “autogrill” che si chiama “El Vaquero”. Il baretto ostenta un cartello che dichiara “La mejor/The best Piña Colada” e noi… be’, non possiamo non verificare se c’è del vero. In effetti, è più che dignitosa.

Siamo ora nella provincia di Sancti Spiritus, dove ci aspetta la visita al progetto che sosteniamo quest’anno: la fattoria biologica di Casimiro.

Entrando nella finca di Casimiro (lui si chiama Josè Antonio Casimiro, quindi Casimiro in realtà è il cognome, ma a noi piace chiamarlo così) si vede subito che è una finca un po’ speciale. I silos, a forma di igloo, sono ricoperti di vegetazione per ridurne al minimo l’impatto. L’acqua arriva con un sistema di trasporto azionato dal vento. Se si entra nelle stanze (perché questa è anche una casa particular, in pratica uno dei rari esempi di agriturismo a Cuba) sia l’illuminazione che l’acustica sono molto curate.

Casimiro ci accoglie con un cappello di paglia da guajiro, unica concessione all’iconografia classica. La sua figura è imponente, con la barba e il vocione profondo che contribuiscono al suo carisma. Ma più di tutto sono le cose che dice a colpire. La sua scelta in favore dell’agricoltura biologica è convinta e ormai consolidata da molti anni. Il biologico a Cuba nasce con il periodo especial, ma in quel caso si trattava, banalmente, di un biologico obbligato: tra le tante cose che non arrivavano più, in quel periodo, c’erano anche pesticidi, fertilizzanti e agrochimici in genere, bisognava fare di necessità virtù. Solo poi è potuta diventare una scelta, e non è ancora certamente una scelta molto diffusa. I “cugini” intorno a Casimiro fanno agrochimica, non riescono a capire che c’è un altro modo di coltivare i campi. Questa è una zona dove l’ambiente è molto degradato da tante fattorie che coltivavano tabacco, che ora non ci sono più. È un ambiente che, secondo Casimiro, ha bisogno della permacultura, cioè quella disciplina che permette di riprogettare un territorio fortemente antropizzato in modo che, pur fornendo all’uomo tutto quello che serve al suo sostentamento, sia il più simile possibile ad un ambiente naturale.

E infatti, pur in un momento in cui si viene da 4 anni di siccità e tutti i raccolti intorno sono miseri, la finca di Casimiro è la meno colpita. Non solo, dal 2003 vanta i migliori rendimenti per la produzione di riso della zona. L’agroecologia, garantisce Casimiro, è progettata per il cambio climatico. Se ci fossero 250.000 fattorie come la sua, assicura, ciascuna in grado di fornire tutto quello che serve per l’alimentazione di 48 persone, si potrebbero sfamare, senza bisogno di comprare nulla da fuori, 12 milioni di persone, quindi tutta la popolazione, che attualmente non raggiunge gli 11,5 milioni. Siamo “muy cerca del sueño”, afferma ispirato: molto vicini al sogno. Ed è uno slogan che, a noi utopisti, non può che scaldare il cuore.

Casimiro potrebbe parlarne per ore, si vede. Del resto non di rado gli capita di tenere conferenze in giro per l’isola spiegando i suoi metodi. Sua figlia ha fatto una tesi di laurea su questa forma di agricoltura e sulla sua concreta applicazione, e anche questa tesi è già diventata oggetto di studi. Lei è qui, ma preferisce non rubare la scena al padre. Si limita a sorridere, a scambiare di tanto in tanto qualche parola con qualcuno di noi e a fotografarci.

Anche noi forse lo ascolteremmo per ore, ma al sole fa caldo ed è più conveniente spostarci nella sala attrezzata per il pranzo. Ci sarà tempo per tutte le nostre curiosità anche mentre mettiamo qualcosa sotto i denti. I prodotti stessi che la tavola offre sono fonte di diverse curiosità. Ad esempio, il miele “de caña”, che poi è in realtà melassa, è qualcosa che non avevamo mai visto, almeno io. E di sicuro non sapevo che potesse avere un apporto di minerali, vitamine e carboidrati come quello di cui ci parla Casimiro. Che ci offre, peraltro, anche dell’ottimo miele d’api e marmellata di mango. Quello su cui Casimiro è un po’ restio a scendere in dettagli è su come ha trovato i finanziamenti. Sicuramente ci sono dei fondi pubblici, giustamente investiti direi, ma lui preferisce stare un po’ sul generico.

Scopriamo anche un piccolo cruccio di Casimiro: qualcuno gli ha regalato una macchina per gelato Girmi, ma non ci sono le istruzioni e lui non sa come usarla. Quindi, un’altra missione per quando torneremo a casa diventa rintracciare quelle istruzioni e spedirgliele.

Per il dopo pranzo ci ha promesso, come dolce, del guarapo (succo di canna) fresco, e anche su questo è un uomo di parola. Con l’aiuto del figlio, si mette lui stesso al torchio per estrarlo.

Dopo di che, per il caffè, ci trasferiamo in un’altra zona della fattoria, dove c’è l’impianto di produzione biogas. Un’altra innovazione che, se per noi è già abbastanza ordinaria (ma non è che tutte le aziende agricole ce l’abbiano, anzi!), per Cuba è un salto notevole. I liquami, attraverso un processo di digestione, ovvero di fermentazione, producono biogas, che è composto per il 60% circa da metano. E questo gas, bruciato, fornisce energia a tutta la fattoria. Di questo ne so qualcosa, perché qualche anno fa (una ventina abbondante, a dire il vero) ho fatto una tesi di laurea su un modello di gestione degli impianti di depurazione, dove generalmente i fanghi, che sono poi fatti alla fine della stessa… materia prima, vengono trattati nello stesso modo, ricavandone biogas.

È arrivato il momento di ripartire. Salutiamo Casimiro e ritorniamo al pullmino. Il sistema di produzione biogas ha colpito un po’ tutti, tanto che fioriscono battute che ironizzano sui problemi intestinali che qualcuno di noi comincia ad accusare: in pratica, stiamo tutti producendo grandi quantità di biogas per Casimiro…

Ripartiamo e David nota che davvero, biogas a parte, sembriamo tutti molto soddisfatti della visita al progetto che stiamo sostenendo. Gli rispondo che è davvero così. Noi amiamo Cuba e vedere persone come Casimiro, che ci danno speranza nel futuro di questo paese, nonostante tutte le difficoltà, ci fa sicuramente stare meglio.

Qualche altra ora di viaggio e, nel tardo pomeriggio, raggiungiamo Remedios.

Qui dormiremo, questa volta tutti insieme, nella grande e bella casa (si chiama “Casona Cueto” non per nulla) di una famiglia di grandi proprietari terrieri, che possedevano tra l’altro Cayo Santa Maria, l’isoletta dove andremo domani. Con la rivoluzione persero le terre, ma mantennero la proprietà della casa, che oggi, restaurata, ha ritrovato l’antico splendore.

Nella grande piazza centrale, sulla quale si affaccia anche la nostra casona, ci sono ancora i carri allegorici utilizzati circa un mese fa per la grande festa popolare chiamata “Las Parrandas”. Questa festa è forse la più importante e la più scatenata delle feste popolari di strada cubane, insieme al carnevale di Santiago. Normalmente si svolge alla vigilia di Natale, ma questo Natale è stato un Natale di lutto per Cuba, che ancora piangeva la dipartita fisica di Fidel. Tra l’altro, faccio davvero fatica a immaginare una Cuba dove per nove giorni la gente non beve alcol, non ascolta musica, non balla… deve essere stata davvero una sensazione straniante. Dato il lutto, la festa di Remedios è stata eccezionalmente spostata all’inizio di gennaio, e questa si è rivelata una coincidenza fortunata per il gruppo di ascoltatori di Radio Popolare che ha fatto quest’anno il viaggio “Classic” di Capodanno, che noi avevamo fatto l’anno scorso. Si sono trovati qui proprio durante quella notte di festa, che David ci racconta come indimenticabile. Hanno avuto decisamente più suerte di noi, che non riusciamo a beccare una festa. Carri allegorici, costumi, danze e fuochi d’artificio fanno parte della sfida che ogni anno mette di fronte i due quartieri di Remedios, San Salvador e il Carmen. I due quartieri competono fraternamente fra loro, alternandosi attorno al Parco Centrale e presentando le loro iniziative con animati balli popolari come la conga, la polka e il changüi. Tutti i preparativi vengono fatti in stretto segreto per essere rivelati solo la sera dell’apertura delle Parrandas. Vere e proprie opere d’arte sfilano per questo evento, opera di centinaia di ore di lavoro di carpentieri, elettricisti, progettisti, sarte e intere squadre di lavoratori locali. La tradizione prevede che i due quartieri della cittadina si sfidino in una gara di fantasia espressa nella realizzazione di carrozze, costumi ed impalcature che verranno allestite nel parco Martì, oltre a fuochi d’artificio e luminarie. Evento singolare, che festeggia insieme il carnevale ed il Natale miscelando elementi sacri e profani al suono della polka remediana, culminando quindi in una battaglia selvaggia di spettacoli pirotecnici e luci fino alla celebrazione della Santa messa di mezzanotte del 24 dicembre. Quando le campane della Parrocchia Maggiore annunciano le nove della sera, ogni quartiere rivela le sue abilità artigianali: le creazioni di piazza, le lanterne, le cascate di fuoco e le carrozze. Molte strutture fisse raggiungono anche i 30 metri di altezza, con disegni allegorici. Il resto sono giochi pirotecnici che si riferiscono a fatti storici o leggende mitologiche. All’alba del 25 dicembre l’incontro si conclude di solito senza vinti o vincitori, o meglio vincono tutti, perché ognuno dei due quartieri regolarmente sostiene di aver vinto e non esiste un giudice imparziale. Perciò tutti festeggiano a suon di musica.

Può essere calzante, almeno per certi versi, il paragone col palio di Siena, ma sicuramente la festa che, almeno tra quelle che ho visto io, somiglia di più a questa è la Fiesta de las Fallas di Valencia: anche lì i quartieri si sfidano a colpi di enormi sculture allegoriche di legno e cartapesta (lì però esiste una giuria) e anche lì i fuochi d’artificio sono grandiosi. Anche la gente partecipa spesso con petardi e fuochi artigianali, con una salva pressoché continua di botti che fin dal pomeriggio scuotono la città. La polizia cerca di tenere sotto controllo la situazione, ma non sempre ci riesce. L’ultima notte si dà fuoco a tutte le sculture, e le luci dei falò punteggiano la città.

Anche senza festa, comunque, Plaza Martì è davvero molto affascinante, circondata da case coloniali, portici eleganti e tinte pastello, colori che fanno pensare a un western degli anni ’50.

Ovviamente non manca, come in tutte le principali piazze delle città, il collegamento wi-fi. Ce ne accorgiamo subito perché Elena, che per tutto il viaggio è stata la nostra rabdomante del wi-fi, anche qui si accomoda e si concede una sessione di chat.

Per tirare l’ora di cena ci concediamo un aperitivo in un locale dove un simpatico trio di soneros, anche piuttosto valido in realtà, allieta gli avventori. Dopo qualche pezzo del loro repertorio, dato che nel locale ci siamo quasi solo noi, vengono a chiederci se abbiamo richieste. Io non mi faccio pregare e chiedo “Y tu què has hecho”, un brano del repertorio “Buena Vista” forse meno noto ma che mi è sempre piaciuto molto, anche per il testo delicatamente poetico. Loro non ce l’hanno proprio pronta e lo ammettono ma, in quattro e quattr’otto, si organizzano e ce ne propongono un’ottima versione:

 

Dopo di che chiediamo un cha cha cha e… incredibile coincidenza: ci regalano proprio “El bodeguero”, con il nostro tormentone preferito: Toma chocolate… paga lo que debes…

 

Per cena ancora aragosta, che ci gustiamo nel salone ricco di storia della nostra casona, sotto lo sguardo benevolo ma un po’ inquietante di una madonna e di un santo… quest’ultimo, soprattutto, che non riusciamo a identificare, è rivolto verso la tavola ma alza gli occhi al cielo, come scandalizzato dalla maniera in cui ci abbuffiamo.

Dopo cena usciamo per un giretto. Ci fermiamo per un po’ a ballare al suono di un’orchestrina con corpo di ballo, per la verità un po’ turistica ma divertente. Poi, però, quasi tutti risentono della stanchezza della giornata e si dirigono verso le camere per abbandonarsi tra le braccia di Morfeo. Io non ne ho per niente voglia e non lo nascondo, tanto che Carlitos si offre di accompagnarmi per un supplemento di esplorazione dei quartieri un po’ meno centrali di Remedios. Accetto con entusiasmo e così per un’oretta abbondante passeggiamo per le strade della cittadina, che pur essendo buie sono molto vive. Ci fermiamo qua e là chiacchierare con le persone che sono fuori dalle casette basse a prendere il fresco, ad ascoltare musica, a portare a spasso il cane o a tenere d’occhio i bimbi che giocano. Come sempre a Cuba, e in particolare qui, tutte le porte sono aperte. In ogni casa c’è una televisione accesa, spesso su una telenovela, su una partita di baseball o sul telegiornale della sera. Quasi sempre nessuno la guarda, ma nessuno si sogna neanche di spegnerla, è una sorta di sottofondo che accompagna la siesta o i pettegolezzi serali. A un certo punto siamo attirati da una donna che sta sulla soglia di casa tenendo tra le mani e accarezzando un tenerissimo maialino bianco appena nato, due giorni appena. Ci invita a entrare e ci presenta la sua famiglia, una volta tanto Carlitos non viene preso per Yuma e raccontiamo in breve il nostro viaggio. Parliamo del più e del meno per qualche minuto, poi salutiamo e torniamo verso la plaza.

Ci sediamo su una panchina e restiamo lì, fin ben oltre la mezzanotte, a chiacchierare prevalentemente di teatro, spontaneo e non. Dato che c’è il wi-fi e che nel frattempo ho scoperto che funziona almeno col telefono vecchio che ho portato per usare un’altra SIM (non posso usare il telefono nuovo, che è aziendale, costerebbe troppo qui), ne approfitto per far vedere a Carlitos il video che ho girato durante la serata del Teatro Espontaneo l’anno scorso e che ho caricato sul blog. Questo, in pratica:

 

Anche lui mi mostra un suo video, che usa per pubblicizzare in rete gli spettacoli, e mi racconta di alcune delle performance che ricorda con più piacere, una delle quali si è svolta proprio qui, a Remedios, con tanta gente che riempiva la chiesa dove per l’occasione si esibivano e con diversi ragazzini con problemi di apprendimento, che trovano giovamento dalla partecipazione agli spettacoli della Compagnia. C’era anche un prete messicano di sinistra, che ora purtroppo non esercita più qui; dai racconti di Carlitos mi sarebbe piaciuto molto conoscerlo. A Remedios hanno fatto addirittura 7 spettacoli in 5 giorni.

Mi racconta anche delle ragazze della compagnia, di cosa fanno nella vita. C’è chi fa teatro, anche se in genere chi fa teatro spontaneo poi fa fatica a fare anche un tipo di teatro più tradizionale. C’è chi dipinge, chi suona… molte fanno qualcosa nell’ambito dell’arte, ma ce n’è anche una che insegna psicologia.

Conclude dicendo che il teatro spontaneo è la sua vita, e che quello che si augura per il futuro è di invecchiare con le ragazze e i ragazzi della compagnia. Al che io sorrido e rispondo che anch’io mi auguro di invecchiare con questo gruppo col quale sono qui. E lui dice che l’aveva capito: come ho già detto è uno che con facilità ti legge dentro…

 

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02/02/2017 Giorno 11: Nel quale facciamo l’ultimo tuffo e torniamo a passare l’ultima sera a Remedios la bella

Facciamo colazione e subito dopo partiamo verso Cayo Santa Maria, percorrendo il Pedraplen, la strada rialzata lunga 48 km che collega il Cayo a Remedios. Ci fermiamo a Villa Las Brujas, da dove si può raggiungere una spiaggia di sabbia bianca e fine, forse un po’ troppo attrezzata per i miei gusti ma senz’altro molto bella.

E qui grande sorpresa: proprio contemporaneamente a noi sta arrivando al parcheggio, su uno scooter a noleggio, una coppia di ragazzi… ricordate quelli che avevamo conosciuto all’Avana, sulla terrazza del Chanchullero? Incredibile, sono proprio loro! Che coincidenza! Ci eravamo detti, senza darci nessun appuntamento preciso: dai, magari ci rivediamo a Remedios… ed eccoli qua. Sembra una di quelle cose che succedono solo nei film. Anche loro sono ormai vicini alla fine del viaggio e sono venuti qui a godersi un ultimo giorno di mare. Passeggiando sulla spiaggia, ci raccontano frammenti dei loro giorni cubani. Hanno già colto alcune delle contraddizioni di quest’isola, dalla quale peraltro sono affascinati, come è quasi inevitabile. Chissà, forse anche loro torneranno. Noi proviamo a descrivere la magia dell’Oriente, a trasmetter loro un po’ delle sensazioni che ci portiamo via e che ci terranno ancora più legati a questa terra.

La mattinata passa tra sole, bagni e partite a domino. Questa volta faccio coppia con David, e solo in questo modo riesco a vincere qualche partita. Pranziamo a base di pesce nel ristorante della spiaggia, poi qualche altro bagnetto (il mare è leggermente mosso oggi, ma l’acqua è piacevolissima) alternato con la lettura dei racconti dell’ultimo libro di Luis Sepùlveda.

Viene il momento di lasciare la spiaggia, non senza un pizzico di malinconia. Sappiamo che questi sono stati gli ultimi bagni di questo viaggio.

Tornati a Remedios, dopo la doccia, possiamo consolarci con un bello spettacolo afrocubano a base di rumba. Soprattutto imperversa, con i suoi scherzi, il ballerino vestito di rosso e nero che impersona Eshu, l’Orisha più capriccioso e dispettoso della tradizione Yoruba. Può essere facilmente scambiato per un diavoletto, ma in realtà nella santeria è a volte identificato con Sant’Antonio, a volte con San Michele. Il suo ruolo è quello di intermediario tra gli dei e l’uomo, e di messaggero, un po’ come Mercurio. A lui vengono attribuiti i colpi di fortuna, le intuizioni geniali, il buon successo nel commercio e nelle imprese di qualsiasi genere. Per questo lo si invoca all’inizio di ogni rituale religioso e magico. È anche il protettore dei viaggiatori e il dio delle strade, in particolare degli incroci, dove vengono lasciate offerte in suo onore. Speriamo che sia di buon auspicio per i nostri prossimi viaggi.

 

Rivediamo anche Carlitos, che oggi non è venuto in spiaggia con noi. Doveva andare a Santa Clara da Alessandra, un’altra ascoltatrice e viaggiatrice di Radio Pop che ben conosciamo. Lei si fa un sacco di viaggi anche da sola, beata lei, e infatti anche in questo caso farà un giro dell’Oriente cubano come il nostro, ma per conto suo, in maniera più rilassata e molto meno programmata. È arrivata a Cuba un paio di giorni fa. Carlitos lo ha conosciuto in occasione di un altro viaggio, anche quello autogestito. Sono rimasti in contatto e ora lui, che avrebbe voluto accompagnarla almeno per una parte del viaggio ma probabilmente non potrà per i suoi vari impegni, è andato almeno a trovarla.

Io e Luciano, prima di cena, ci concediamo ancora un giretto per le vie di Remedios, per assaporare ancora un po’ di questa magica atmosfera.

Ceniamo ancora nella nostra casona, in un clima che risente un po’, inevitabilmente, delle prime tristezze da imminente fine del viaggio. A questo si aggiunge che una parte non piccola del gruppo continua ad accusare problemi intestinali, dai quali io per il momento sembro essere fortunatamente immune. Ma questo fa sì che molte delle nostre battute ruotino attorno al tema scatologico, e soprattutto al fatto che continuiamo a produrre incessantemente materia prima per fornire energia al carismatico Casimiro…

Dopo cena, facciamo un giro di perlustrazione dei locali che offre Remedios, per vedere se c’è la possibilità di fare quattro salti e mandare via un po’ di malinconia. Ma purtroppo non si trova niente che incontri i gusti di tutto il gruppo, e così ci rifugiamo in un bar e anneghiamo i dispiaceri in un’ennesima, lunga e rilassata Piña Colada. Potrebbe essere davvero l’ultima, se non che da un breve scambio di battute in spagnolo tra David e Carlitos intuisco che, molto probabilmente, non sarà così. Ma preferisco tacere, per non guastare la sorpresa al gruppo.

 

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03/02/2017 Giorno 12: Nel quale anche il cielo piange mentre di nuovo salutiamo il Che e poi salutiamo anche Cuba con l’ultima, rituale Piña Colada

 

Ci alziamo e facciamo colazione mentre fuori, per la prima volta da quando siamo a Cuba, piove a dirotto. Se da una parte questo potrebbe essere una consolazione, che allevia il rammarico della partenza, dall’altra però non contribuisce ad alzare il morale del gruppo. Diamo fondo a tutte le riserve di Imodium per chi ne ha bisogno, in vista del viaggio non breve che ci aspetta verso L’Avana, e poi del volo.

Per fortuna smette almeno per un po’, così possiamo uscire per un ultimo giro di acquisti e per non andarcene senza aver visitarto le principali attrattive di Remedios, innanzitutto la chiesa di San Juan Bautista. Sulla piazza principale, Plaza Martì, ci sono due chiese ma l’altra, la settecentesca Iglesia de Nuestra Señora del Buen Viaje, è in fase di restauro da parecchi anni. Anche San Juan Bautista è del ‘700, ed è impreziosita da varie gemme: L’altare maggiore dorato, il bellissimo soffitto in mogano e l’Inmaculada concepciòn raffigurata in stato di gravidanza, che è unica nel suo genere, almeno a Cuba. A mostrarci tutto questo c’è Marta, detta Martica. Carlitos, che la conosce bene, ci aveva parlato di lei ieri sera, assicurandoci che avrebbe potuto farci apprezzare al meglio tutte queste bellezze. Ed è davvero così, è una signora simpaticissima e molto coinvolgente, che ci dedica tempo e che ci regala anche, qua e là, qualche battuta divertente. Nelle navate laterali, una di fronte all’altra come in segno di sfida, ci sono le statue che rappresentano i due quartieri di Remedios: San Salvador e la Madonna del Carmen. San Salvador regge in mano un aspersorio che da lontano ricorda un po’ un microfono e lei, subito, ci dice: guardate che non è il patrono del Reggaeton…

Ci racconta anche che la statua della Libertà (o dei Martiri) che si trova qui a Remedios, a due passi da questa chiesa, scolpita dall’italiano Carlo Nicoli in marmo di Carrara, ha fatto da modello a quella, ben più famosa, di New York. Chi l’avrebbe detto? Questa, realizzata nel 1870 e premiata all’Esposizione di Parigi, rappresenta Cuba sulle rovine della schiavitù, che sorregge in una mano la torcia della libertà ma nell’altra, invece del libro, brandisce il machete redentore.

Partiamo in direzione L’Avana, ma faremo una prima tappa a Santa Clara, per tornare a far visita al mausoleo del Che. L’abbiamo saputo solo ieri sera, ma credo che a nessuno dispiaccia, anche se tutti l’abbiamo già visto, chi ha partecipato al viaggio cubano dell’anno scorso e anche Marcello e Alessio, che ci erano stati durante il loro precedente viaggio. Quest’anno iniziato da poco, tra l’altro, è quello in cui ricorrono i 50 anni dalla morte del Che. Un omaggio mi sembra doveroso.

Purtroppo mentre percorriamo i pochi chilometri che separano Remedios da Santa Clara ricomincia a piovere, e così arriviamo al mausoleo sotto una pioggerella non molto intensa ma insistente. Questo induce quasi tutti a non scendere dal pullmino, ma io, Paola, Alessio e Marcello, oltre naturalmente a David e Carlitos, non ci facciamo spaventare. Sostiamo per qualche minuto davanti al monumento che ospita al suo interno i resti ritrovati in una fossa comune in Bolivia nel 1997. Poi andiamo, su suggerimento di Carlitos, a comprare una rivista che riporta, in copertina, il testo della poesia “Che Comandante, Amigo”, scritta da Nicolas Guillèn in morte del Che. Carlitos propone di solennizzare il momento cantando insieme, io e lui, “Hasta Siempre Comandante” di Carlos Puebla; lui, poi, potrebbe recitare questa poesia. Io accetto con entusiasmo l’idea e così, tornati sul pullmino, cerchiamo di richiamare l’attenzione, di creare il clima giusto, dopo di che la mettiamo un pratica. Io attacco, cantiamo tutte le strofe della canzone e tra una strofa e l’altra lui recita, da par suo, le strofe della poesia, con tutto il sentimento, il dolore e quasi la rabbia che i versi richiedono. Questo è il testo, con traduzione:

 

No porque hayas caído

 tu luz es menos alta.

 Un caballo de fuego

 sostiene tu escultura guerrillera

 entre el viento y las nubes de la Sierra.

 No por callado eres silencio.

 Y no porque te quemen,

 porque te disimulen bajo tierra,

 porque te escondan

 en cementerios, bosques, páramos,

 van a impedir que te encontremos,

 Che Comandante,

 amigo.

 

Non perchè sei caduto

la tua luce è meno alta.

Un cavallo di fuoco

sostiene la tua scultura guerrigliera

fra il vento e le nubi della Sierra.

Non per il fatto di essere stato messo a tacere sei silenzio.

E non il fatto che ti brucino,

che ti occultino sotto terra,

che ti nascondano

in cimiteri, boschi, altopiani

ci impedirà di incontrarti,

Che Comandante,

Amico.

 

Con sus dientes de júbilo

 Norteamérica ríe. Mas de pronto

 revuélvese en su lecho

 de dólares. Se le cuaja

 la risa en una máscara,

 y tu gran cuerpo de metal

 sube, se disemina

 en las guerrillas como tábanos,

 y tu ancho nombre herido por soldados

 ilumina la noche americana

 como una estrella súbita, caída

 en medio de una orgía.

 Tú lo sabías, Guevara,

 pero no lo dijiste por modestia,

 por no hablar de ti mismo,

 Che Comandante,

 amigo.

 

Coi suoi denti di giubilo

il Nordamerica ride. Ma d’un tratto

si rotola nel suo letto

di dollari. Gli si coagula

il sorriso in una maschera,

e il tuo gran corpo di metallo

sale, si dissemina

nelle guerriglie come tafani,

e il tuo ampio nome ferito da soldati

illumina la notte americana

come una stella improvvisa, caduta

nel mezzo di un’orgia.

Tu lo sapevi, Guevara,

ma non lo dicesti per modestia,

per non parlare di te stesso,

Che Comandante,

Amico.

 

Estás en todas partes. En el indio

 hecho de sueño y cobre. Y en el negro

revuelto en espumosa muchedumbre,

 y en el ser petrolero y salitrero,

 y en el terrible desamparo

 de la banana, y en la gran pampa de las pieles,

y en el azúcar y en la sal y en los cafetos,

tú, móvil estatua de tu sangre como te derribaron,

 vivo, como no te querían,

 Che Comandante,

 amigo.

 

Sei in ogni luogo. Nell’indio

fatto di sonno e rame. E nel negro

avvolto in spumosa moltitudine,

e nel lavoratore del petrolio e del salnitro,

e nella terribile abbandono

della banana, e nella grande pampa delle pelli,

e nello zucchero e nel sale e nelle piante di caffè,

tu, mobile statua del tuo sangue, come ti hanno abbattuto,

vivo, come non ti volevano,

Che Comandante,

Amico.

 

Cuba te sabe de memoria. Rostro

 de barbas que clarean. Y marfil

 y aceituna en la piel de santo joven.

 Firme la voz que ordena sin mandar,

 que manda compañera, ordena amiga,

 tierna y dura de jefe camarada.

 Te vemos cada día ministro,

 cada día soldado, cada día

 gente llana y difícil

 cada día.

 Y puro como un niño

 o como un hombre puro,

 Che Comandante,

 amigo.

 

Cuba ti conosce a memoria. Volto

con barbe che rischiarano. E avorio

e oliva nella pelle del giovane santo.

Ferma la voce che ordina senza comandare,

che comanda da compagna, ordina da amica,

tenera e dura da capo e compagno.

Ti vediamo ogni giorno ministro,

ogni giorno soldato, ogni giorno

gente umile e difficile

ogni giorno.

E puro come un bimbo

o come un uomo puro,

Che Comandante,

Amico.

 

Pasas en tu descolorido, roto, agujereado traje de campaña.

 El de la selva, como antes

 fue el de la Sierra. Semidesnudo

 el poderoso pecho de fusil y palabra,

 de ardiente vendaval y lenta rosa.

 No hay descanso.

 ¡Salud, Guevara!

 O mejor todavía desde el hondón americano:

 Espéranos. Partiremos contigo. Queremos

 morir para vivir como tú has muerto,

 para vivir como tú vives,

 Che Comandante,

 amigo.

 

Avanzi nella tua scolorita, rotta, bucata divisa militare.

Quella della selva, come prima fu

quella della Sierra. Seminudo

il potente petto di fucile e parole,

di ardente vento e lenta rosa.

Non c’è riposo.

Salute, Guevara!

O, meglio ancora, dalla gola americana:

Aspettaci. Partiremo con te. Vogliamo

morire per vivere come tu sei morto,

per vivere come tu vivi,

Che Comandante,

Amico.

 

A volte penso che lui, il Che, non vorrebbe questo culto della personalità che si è sviluppato negli anni intorno alla sua figura. Ma di sicuro sarebbe felice nel vedere per quante persone è stato ed è una fonte di ispirazione. In fondo era questo che lui pensava, guardava anche al di là della sua vita, nella consapevolezza che probabilmente non sarebbe stata lunga. Si augurava di poter trasmettere a chi sarebbe venuto dopo di lui quello che per lui era il modo di essere rivoluzionario. Il rivoluzionario, diceva, è colui che sente nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo.

L’emozione, comunque, tornando qui è ancora forte. Per me e per tanti nel mondo il Che rappresenta l’utopia. E l’utopia è fondamentale per andare avanti.

Ripartiamo e prendiamo l’autopista che unisce Santa Clara a L’Avana. Al km 259 ci fermiamo per il pranzo in un’area di sosta, uno di quelli che ci piace chiamare autogrill, anche se non hanno molto a che vedere con gli autogrill italiani. Il posto, come sempre, è ruspante quanto basta. Ci gustiamo l’ultimo pollo fritto e l’ultima birra cubana, mentre la TV trasmette una improbabile partita di basket del campionato cubano tra la squadra di Santiago e quella di Matanzas. È evidente il perché gli sport popolari nell’isola sono altri. Intanto, Carlitos mi chiede lumi su alcune espressioni italiane che ancora non gli sono del tutto chiare. Mi ha chiesto spesso di fargli da traduttore in questi giorni, anche se come ho già detto forse non ce ne sarebbe neanche stato molto bisogno. Ma se ho potuto dargli una piccola mano per imparare qualcosina in vista dei prossimi viaggi che accompagnerà, ne sono solo contento.

Ripartiamo verso l’aeroporto, abbiamo ancora parecchi chilometri da fare. Ne percorriamo un bel po’, ma al km 104 ci aspetta la vera sorpresa della giornata, l’ultima gradita sorpresa di questo viaggio. Io in realtà lo sapevo da ieri sera, in questo momento mi era ormai passato di mente ma quando, senza che la sosta sia annunciata da David, ci fermiamo di nuovo capisco subito. Siamo nello stesso posto dove l’anno scorso facemmo l’ultima sosta e le ragazze bevvero l’ultima Piña Colada, quella che poi hanno sempre raccontato come davvero speciale, forse proprio perché era l’ultima. E che era stata immortalata nella foto che fu l’immagine di copertina dell’ultimo capitolo del mio diario dello scorso anno. Io purtroppo me l’ero persa, avevo altre necessità organiche e anche poca voglia, ma ecco che un anno dopo… posso rimediare! Quante volte capita, nella vita?

E infatti le ragazze, appena realizzano dove siamo, ricoprono di abbracci e baci David per ringraziarlo della sorpresa e si preparano per la foto a questo punto di rito. Che, l’avete già capito, è la copertina di questo pezzo di diario. Anche il ragazzo che prepara i cocktail è lo stesso dell’anno scorso! Lui ovviamente non si ricorda, ma quando gli spieghiamo il perché di tanto entusiasmo si sente lusingato e ci mette tutto l’impegno possibile. Ci dà addirittura una bottiglia di Havana Club invecchiato per aggiungere noi tutto il rum che vogliamo. È davvero buona, non era solo suggestione. Brindiamo a Cuba e, chissà, a un futuro nuovo ritorno.

Un altro centinaio di chilometri e, nel tardo pomeriggio, entriamo nella capitale, attraversando i quartieri periferici sulla strada dell’aeroporto. Il nostro volo parte questa sera alle 10.30 circa. Abbiamo ancora una breve sosta da fare, a casa di una sorella di David, che abbiamo conosciuto l’anno scorso alla festa di Capodanno. Passiamo da lei per ritirare i sigari che ha comprato per qualcuno del gruppo, e anche perché ci fa piacere salutarla. Il tempo di un abbraccio, di sgranocchiare insieme due chicharritas, di constatare quanto è cresciuto il suo figlio adolescente in un solo anno, e dobbiamo andare.

Regalo a David una maglia del Real Madrid che ho vinto qualche anno fa giocando al fantacalcio con i colleghi. Non l’ho messa molto, perché io tifo Barça, ma per i nipoti di David sarà perfetta. Per Mario invece, che è tifoso blaugrana come me, c’è il cappellino del Barça.

Da qualche minuto, Mario ha messo un po’ di musica che viene da una sua chiavetta USB. All’improvviso parte un pezzo dei Toto! All’inizio c’è quasi incredulità, poi le risate e le battute all’indirizzo di Marcello si sprecano… subito dopo arriva “Another day in Paradise” di Phil Collins. Mi sembra sintomatico. Forse è quello che vorremmo tutti, in questo momento. Almeno un altro giorno qui, nel nostro paradiso. Ma non si può, purtroppo…

Prima di arrivare all’aeroporto, ci fermiamo anche per far scendere Carlitos, visto che passiamo dalle sue parti. È il primo saluto “definitivo” che facciamo, negli abbracci c’è già un po’ di commozione. Ma lui, com’è suo solito, ha pronta una battuta al tempo stesso allegra e spiazzante: “Non posso piangere nel mio quartiere!”.

All’aeroporto, bisogna salutare anche Mario, e soprattutto David, che ormai consideriamo tutti un nostro caro amico. Qualche altra lacrima sgorga inevitabilmente.

Sul pullmino siamo tornati a ragionare, come già nei giorni scorsi, sul fatto che a questo punto per andare oltre dovremmo fare un nuovo viaggio più lungo, che sia davvero di conoscenza, magari anche fermarci almeno 2-3 mesi, collaborare a qualche progetto… forse io, per esempio, potrei davvero dare una mano a Casimiro col suo impianto, o fare qualche altra cosa. Purtroppo in questo momento, per quasi tutti, è impossibile prendersi un periodo lungo, ma tra qualche anno forse si potrà. Io, in fin dei conti, non escludo neanche l’idea di seguire l’esempio del mio amico Vittorio e di venire a vivere qui.

Ma non sappiamo come sarà Cuba tra qualche anno, per ora possiamo solo sperare. Sperare che si possa fare, sempre, possibilmente… antes que lleguen los yanquis!

 

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Un grazie particolare a Marcello, che si è sforzato di ricordarsi un po’ dei gruppi “di nicchia” che sono stati nominati in questi giorni. Ma un grazie enorme soprattutto a Radio Popolare, a Eddi Berni, a ViaggieMiraggi, a David, a Carlitos, a tutti quelli che hanno vissuto questo viaggio con me e a voi che avete avuto la bontà di leggere questo lungo resoconto.

 

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