Cilento Groove

Un viaggio speciale in Campania in occasione del Negro Festival, il festival musicale che si tiene a Pertosa e prende il nome dal fiume che scorre nella Grotta dell’Angelo. E poi sentieri nella natura, colline, boschi e cascate, erbe spontanee e borghi che portano le tracce del passaggio dei popoli, tra il Cilento e il Vallo di Diano.

 

Venerdì 25/8/2017: Primo giorno, nel quale il fiume Negro ci porta nelle viscere della terra

Un weekend lungo di fine agosto nel Cilento. Certo, perché no? C’è il mare di Palinuro, Marina di Camerota, Castellabate… è perfetto per godersi l’ultimo sole estivo! E invece no. Si va nell’entroterra. Certo che siamo piuttosto strani, noi che viaggiamo con Radio Popolare. Ne abbiamo parlato più di una volta, in questi giorni. È stato proprio Luigi Saccenti, il presidente di ViaggieMiraggi, che ci ha accompagnato in questo viaggio, a farcelo notare, un po’ per il gusto della battuta ma forse non solo per questo. È veramente una scelta nel più tipico stile di Radio Pop. Non per niente l’idea viene da Claudio Agostoni, che ha già esplorato tempo fa i territori ancora poco battuti del Cilento profondo, quello dell’entroterra appunto, e ne ha tirato fuori un altro bel servizio per la radio. La motivazione, in realtà, è abbastanza chiara, a ben vedere. In questi giorni alle grotte di Pertosa c’è il Negro Festival, che da 22 anni in uno scenario quanto mai suggestivo mescola la musica popolare, soprattutto quella del Sud naturalmente, con le nuove tendenze musicali e con le più varie influenze da ogni parte del mondo. E allora l’occasione di unire la musica e la scoperta di un territorio ricchissimo di natura, storia e cultura è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
Perciò, spiegato l’arcano, riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio con il racconto.
L’appuntamento è davanti alla stazione di Salerno, alle 14.30 di questo caldo venerdì di fine agosto. Il gruppo è composto da 15 persone. Ci aspetta Luigi, anima della sede napoletana di ViaggieMiraggi nonché, l’abbiamo già detto, presidente della cooperativa; e ci aspetta, a rappresentare Radio Popolare, per la prima volta accompagnatrice di un viaggio della radio, Paola Piacentini.
Paola non puoi non riconoscerla, già da lontano, per i suoi ricci ribelli che, anche se raccolti, fanno sempre un volume notevole. Io ho la fortuna di averla già conosciuta: con lei e con la sua socia Giorgia Battocchio ho diviso per alcuni minuti il palco della festa per i quarant’anni della radio all’ex OP Paolo Pini, nel giugno dell’anno scorso. Paola e Giorgia dovevano intrattenere il folto pubblico nell’attesa del concerto di Eugenio Finardi, e io avevo il compito di fare da testimonial per i viaggi della radio. Ne avevo già fatti cinque o sei, all’epoca. Non è stato sicuramente merito mio, ma da allora ne sono stati fatti molti altri, che hanno avuto tutti grande successo tra gli ascoltatori. Ma chissà se Paola si ricorda di me, pensavo. Certo che si ricorda! Senza un attimo di dubbio, mi riconosce subito e ricordiamo insieme il mio breve momento di gloria. In realtà, poi, sul palco di quella festa sono salito anche l’ultima sera per partecipare al quizzone tra gli ascoltatori. Non è andata benissimo, in generale, ma ho vinto la prova “Talent”, quella in cui bisognava provare a fare radio (ehm, scusate il momento di autocompiacimento).
Paola ha fatto diverse cose in radio ma, da qualche anno, lei e Giorgia sono le affiatate compagne di scorribande ciclistiche che conducono il programma “Cosa ne bici”. E non sono solo i ricci, ma anche il suo sorriso e la sua simpatia che non possono che conquistare subito tutti.
Saliamo sul pullmino guidato da Vincenzo, che ci accompagnerà in tutti questi tre giorni di full immersion cilentana. Per adesso ci avviamo verso Polla, dove faremo base. Ci sistemiamo in hotel e ci concediamo una breve pausa per riprenderci dal viaggio, che non è stato breve per nessuno. Per la maggior parte veniamo da Milano e dintorni, ma ci sono due ascoltatrici da Bergamo e da Mantova e quattro che compongono una nutrita “colonna” fiorentina. Loro non sono ascoltatrici, anche per ragioni banalmente… geografiche, ma hanno già dei trascorsi con ViaggieMiraggi, e nello specifico con la sezione campana. Come sempre, le donne sono in netta maggioranza.
Io ho un legame… di sangue con la provincia di Salerno, perché la mia mamma era di Nocera Inferiore, un paesone di questa provincia famoso più che altro per le conserve di pomodoro. Ma la provincia è grande, qui siamo lontani da lì e questo è un territorio che conosco pochissimo, tutto da scoprire anche per me.
La prima tappa del viaggio è la visita alle grotte di Pertosa, che sono a due passi da Polla e che saranno anche lo scenario del Negro Festival. Per essere precisi, dovremmo dire grotte di Pertosa-Auletta. Si tratta di un complesso di cavità carsiche che si sviluppa nel sottosuolo anche dei vicini comuni di Auletta e Polla, a 263 m s.l.m., lungo la riva sinistra del fiume Tanagro. Sono molto estese, tanto che risulta difficile farne una completa mappatura. Le cavità scavano la parte settentrionale della catena dei monti Alburni e si suppone che la loro genesi ed evoluzione siano addebitabili a fenomeni tettonici ed all’oscillazione del livello di base della falda (il calcare per crescere di un solo centimetro impiega ben 100 anni). Gli studiosi ritengono che le acque che fuoriescono dalle grotte di Pertosa-Auletta siano da collegare con uno o più punti di emergenza della falda freatica presente nel massiccio degli Alburni. Le sorgenti pompano circa 600-700 litri di acqua al secondo. Il fiume, chiamato Negro, che sorge e sparisce nell’antro per poi gettarsi dopo un breve tragitto nel Tanagro dà a queste grotte una caratteristica particolare: sono infatti tra le poche grotte non marine attraversate da un corso d’acqua navigabile in barca.
I reperti recuperati e tra il 1896 ed il 1898 provano che la cavità fu abitata intorno al bronzo medio. Si suppone che gli abitanti fossero per lo più pastori e che vivessero su palafitte.
Per circa otto anni le grotte di Pertosa-Auletta hanno ospitato “L’Inferno di Dante nelle Grotte”. Il pubblico, diviso in gruppi di 30/35 unità, veniva affidato ad un “Dante” ed in compagnia di questi attraversava i dieci cerchi dell’Inferno.
Attualmente, invece, le grotte ospitano lo spettacolo itinerante “Ulisse: il Viaggio nell’Ade”, per la prima volta in una particolare forma di “speleoteatro in barca”. Lo spettacolo mette in scena la discesa di Ulisse negli Inferi alla ricerca dell’indovino Tiresia e racconta l’incontro dell’eroe greco con gli spettri della sua storia. È stato recentemente installato un nuovo sistema di filodiffusione e di proiezione che rende il teatro in grotta un’esperienza unica nel panorama nazionale.
Il tratto iniziale delle grotte è invaso dalle acque del Negro, che è possibile percorrere a bordo di una barca. Il nostro “Caron dimonio”, che ci porta nelle viscere della terra, si chiama Pasquale. Il suo aspetto, in realtà, non è per niente demoniaco, anzi grazie al fisico e al capello lungo raccoglie parecchi consensi tra il pubblico femminile. Anche perché, a vederlo, il lavoro che fa di muovere la barca, in piedi, facendola navigare lentamente a forza di braccia aggrappandosi ad un cavo d’acciaio sospeso sembra richieda una forza non comune. Ma lui assicura che il più è dare lo spunto iniziale, poi non è così pesante come sembra.
Una volta sbarcati sono previsti più percorsi e itinerari guidati. Un paio percorrono settori ipogei marcatamente speleologici, e per visitarli bisogna armarsi di stivali, torcia e caschetto. L’alternativa un po’ più “light”, che è quella che facciamo noi, si snoda per circa ottocento metri in un percorso caratterizzato dal succedersi di ampie cavità all’interno delle quali è possibile osservare imponenti gruppi stalattito-stalagmitici e straordinarie concrezioni. Le luci colorate che le illuminano sono sicuramente suggestive, anche se a mio parere tolgono un po’ di naturalezza.
C’è una formazione che può ricordare un trono, ma per Pasquale è più un fungo atomico. Un’altra assomiglia ad una grande medusa. Ci si può sbizzarrire con la fantasia. Alcune formazioni sono “deviate” dal loro sviluppo naturale, frutto di uno stillicidio lento che le correnti d’aria hanno influenzato creando strani effetti.
Una parte della grotta è la casa dei pipistrelli, che devono essere veramente tanti se Pasquale ci racconta che durante un’operazione di “pulizia” sono state portate via 30 tonnellate di guano. Gli altri particolari abitanti delle grotte sono i gamberetti albini: Pasquale ci mostra una foto sul suo telefonino.
Per quanto riguarda gli abitanti umani, in tempi più recenti, durante la seconda guerra mondiale, le grotte sono state utilizzate come nascondiglio. Alcuni soldati ebrei hanno lasciato traccia del loro passaggio nella forma di due stelle di David disegnate su una parete rocciosa.
E poi, in occasione del terremoto del 1980, che qui sotto non ha fatto danni, una piccola parte della grotta è stata anche usata per ospitare persone nei primi giorni successivi alla scossa.

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Dopo un’oretta abbondante usciamo a riveder le stelle e ci sediamo a bere una birretta rinfrescante allo “Speleobar” delle grotte. Il salto di temperatura tra il fresco delle grotte e il caldo che fa fuori, in effetti, è impegnativo.
Fatto l’aperitivo, ci trasferiamo per la cena da Zi’ Marianna, a Pertosa. La specialità del posto, e di questo locale in particolare, è il carciofo bianco, che si può trovare in molti piatti e fatto un po’ in tutti i modi. Per noi, stasera, antipasti vari e bis di primi a base appunto di carciofo bianco.
La cena è anche l’occasione per fare conoscenza con un po’ più di calma e amalgamare il gruppo. Per quanto riguarda me, ci sono tre persone che conosco già, con le quali ho condiviso già diversi viaggi: Patrizia, Giovanna e Luciano. Partiamo con una specie di giro di presentazioni con il quale, oltre a ripetere i nomi che male non fa, dovremmo cercare di fornire qualche informazione di base su noi stessi. Per esempio, cosa facciamo nella vita. Non è obbligatorio, chiaramente, ma chi ne ha voglia lo può dire, in poche parole. La risposta che vince di gran lunga su tutte le altre è quella di Luciano: “In genere mi alzo alle 6, vado a prendere il giornale e… torno a dormire”. Genio.
Il resto della cena passa tra piacevoli chiacchiere. Il gruppo sembra già abbastanza formato. Io, per esempio, mi trovo a raccontare alle signore fiorentine il mio più recente viaggio in Marocco, dove ho ritrovato il mio fratello berbero acquisito e ho approfondito la conoscenza della sua grande famiglia e di un’altra valle dell’Alto Atlante, la cosiddetta Valle Felice. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

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La serata non può che finire al Negro Festival, dove questa sera la star in cartellone è Levante. Quando arriviamo davanti al palco principale ci giungono da lontano gli echi di un gruppo che sta finendo di suonare sul palco secondario. Sono i “Cafè Loti”, un trio composto da Nando Citarella, Stefano Saletti e Pejman Tadayon, che viaggia nell’anima fondante della civiltà mediterranea, nei dintorni di Bisanzio (il Cafè Loti esiste davvero a Istanbul, su una collina che si affaccia sul Corno d’Oro) e fa incontrare culture musicali che fanno parte della nostra identità universale più profonda: quella turca, quella greca, quella persiana. Negli anni passati il palco “minore” del festival era montato all’interno della grotta, il che dava alla musica un’acustica particolarissima e una suggestione davvero unica, probabilmente. Ma purtroppo un paio d’anni fa si è verificato un crollo di una parete rocciosa all’interno della grotta, e questo ora impedisce la fruizione di quello spazio. Sempre a causa di questo, si è dovuto anche modificare il percorso di visita utilizzando come entrata quella che un tempo era l’uscita. Sono in programma dei lavori di ripristino, che però non è stato ancora possibile realizzare. Peccato. Il “main stage” apre invece con un gruppo culturalmente nomade anche se di chiara impronta caraibica, i “Caracas”, che ospitano alcuni protagonisti del mondo della musica di contaminazione, come Luca Morino dei Mau Mau, Badara Seck (Griot, rappresentante dell’antica cultura del canto sociale africano) e Canio Loguercio (recente vincitore della targa Tenco per il miglior disco in dialetto).
È poi la volta di Levante, attesissima dai suoi fan più scatenati che si accalcano sotto il palco. L’attesa è stata più lunga del previsto, la mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Ma qui si può tranquillamente suonare anche fino alle tre del mattino, e ci dicono che i DJ set vanno avanti a volte fino alle sei. La ragazza ci mette energia, anche se la qualità del suono non è ideale. L’apoteosi, comunque, si raggiunge con il recente pezzo scritto in collaborazione con Max Gazzè “Un pezzo di me”, che racconta del senso di smarrimento dopo un addio e di come il tempo lenisca ogni ferita e si possa reagire alla delusione attraverso l’ironia (Un giorno qualunque mi ricorderò/di dimenticarti dentro a un cestino/Tu sei un pezzo di me).

 

 

Sabato 26/8/2017: Secondo giorno, nel quale ‘o professore ci guida nel mondo sciamanico delle erbe medicinali ed Enzo Avitabile ci trascina nel suo groove

Facciamo colazione e ci prepariamo per raggiungere la Valle delle Orchidee, che sarà il clou della mattinata. Si è già sparsa ampiamente nel gruppo la voce che di orchidee non ne vedremo: ormai anche chi proprio di fiori e piante non capisce niente si è reso conto che non è il periodo giusto; per quello saremmo dovuti venire in primavera, è ovvio. Ma in primavera non c’è il Negro Festival.
Lungo la strada Vincenzo non fa solo l’autista ma ci dà anche qualche coordinata per capire meglio dove siamo, facendo un’apprezzata introduzione al suo territorio. Intanto non dovremmo parlare solo di Cilento: il Parco nazionale è del Cilento e del Vallo di Diano, e quello che attraverseremo è appunto il Vallo di Diano; i due territori sono uniti sia nel parco che nell’attribuzione della qualifica di patrimonio dell’umanità UNESCO, ma sono due territori distinti, ciascuno con le proprie specificità. Diano è l’antico nome del comune di Teggiano, che quindi dà il nome a tutta la vallata. Il Vallo di Diano fa parte della regione storica della Lucania; l’odierna Lucania, la Basilicata, infatti è qui a due passi e i legami sono evidenti sul piano culturale, della lingua e anche della toponomastica: Vallo della Lucania, Atena Lucana. Insomma, tutto dice che questo confine tra la Campania e la Lucania è piuttosto artificioso, tanto che qui non poche persone vorrebbero diventare Lucania anche dal punto di vista amministrativo.
La vocazione del territorio è sempre stata prettamente agricola, ma negli ultimi anni molti piccoli agricoltori, dice Vincenzo, hanno dovuto chiudere per le regole troppo restrittive imposte dall’UE. Ci sono molti anziani, che vivono di pensione, mentre tanti giovani se ne devono andare per trovare lavoro. La ferrovia è stata chiusa nel 1984, ma in seguito inspiegabilmente tutte le stazioni sono state ristrutturate per poi essere lasciate all’abbandono e ai vandalismi. Gli abitanti sono circa 40.000, ma bisogna fare 120 km per andare in ospedale. Anche il tribunale è da anni abbandonato. Una storia tipicamente italiana, insomma.
Ed eccoci nella valle delle Orchidee, nei dintorni di Sassano. Scendiamo dal pullmino e ci viene incontro un omone con berretto e camicia bianca a quadri, portata disinvoltamente fuori dai pantaloni. È lui, Nicola Di Novella, “’o professore”. 73 anni portati alla grandissima e una laurea in farmacia che ha presto messo nel cassetto per dedicarsi alla sua vera vocazione, quella di erborista, naturalista, forse anche un po’ sciamano. In realtà lui lo vede semplicemente come un altro modo di fare il farmacista, non dietro al banco ma dividendosi tra la natura, le valli dove va a raccogliere erbe officinali usate da secoli per curare quasi tutti i mali, e il laboratorio dove crea le sue preparazioni. Collabora con Istituti Universitari e svolge la sua attività di docente presso importanti scuole nazionali di naturopatia.
È direttore scientifico del Museo delle Erbe di Teggiano e del Museo delle Antiche Coltivazioni di Sassano. Parla un italiano ricco e raffinato, con un accento campano usato in modo sapiente per conferire maggiore autenticità e naturalezza alle parole con le quali, sempre col sorriso, smonta quelli che per lui sono falsi miti e propone la sua visione alternativa delle cose.
Conosce, una per una, le 184 entità tra specie, sottospecie, variabilità ed ibridi di orchidee che popolano questi assolati valloni calcarei e che purtroppo ora non possiamo vedere. Se non vengono qui i botanici non vedranno mai certe varietà di ibridi, come la orchis simia, un’orchidea che deve il suo nome al fatto che i suoi fiori sembrano una serie di scimmiette che si arrampicano sul fusto centrale dello spigastro. Il nome orchidea deriva dalla parola greca orchis, testicolo, perché l’orchidea, nel suo apparato radicale, ha due tuberi: di uno la pianta si serve per fiorire, l’altro resta sottoterra e darà origine alla fioritura dell’anno dopo. Le piante, nelle loro forme primarie come le alghe, sono sulla terra da quasi due miliardi di anni. Le orchidee invece sono spuntate dopo l’ultima glaciazione e ne hanno solo diecimila. Rispetto alle altre piante, sono delle neonate e si stanno ancora evolvendo. È per questo che Nicola, in una precedente intervista con Claudio Agostoni, ha affermato che l’orchidea sta al regno vegetale come l’uomo sta al regno animale. A noi racconta, invece, che le orchidee usano i colori per difendersi: per questo gli animali non le mangiano. Ora la transumanza non c’è più, quindi il bestiame è qui per tutto l’anno. Se non adottassero questa “strategia difensiva” rischierebbero di essere viste come cibo e mangiate.
Allargando lo sguardo sulle altre piante ed erbe spontanee, qui abbiamo un terzo di tutte le piante censite in Italia. Questo la dice lunga sull’incredibile ricchezza della natura di questo territorio. Ci sono particolarità come l’acero dell’appennino meridionale, che ha tre punte e non cinque come normalmente. C’è un’euforbia che è tossica, perché contiene lattice, ma a piccole dosi è un ottimo rimedio per la stipsi.
Ci troviamo sulla direttrice di un’antica via del sale che dalla colonia chiamata dai greci Elea e dai romani Velia, che si trova nel territorio dell’odierna Ascea, passava da Buonabitacolo e poi di qui per raggiungere Padula.
Nicola stigmatizza i cartografi piemontesi che, dopo l’unità d’Italia, hanno italianizzato i nomi in dialetto anziché tradurli correttamente, facendone così perdere il senso profondo.
Nel parco ci sono cinghiali e lupi, ed è in corso anche un tentativo di reintrodurre cervi e caprioli.
Ci facciamo una bella foto di gruppo mentre abbracciamo un faggio gigante, poi lasciamo la valle delle orchidee per andare a pranzo in trattoria.

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Dopo pranzo ci aspetta un nuovo incontro con Nicola, questa volta nel suo museo delle erbe, a Teggiano. In questo museo, vero orgoglio di Nicola, sono esposte 720 specie vegetali, di cui 514 piante officinali. Entrare nel museo è come varcare una soglia che ti fa fare un salto indietro nel tempo e ti porta in una spezieria medioevale. Ci sono erbe secche appese al soffitto, 14 tipi di agli, sugli scaffali alambicchi e ampolle contenenti vini medicali aromatizzati alle erbe, lattate e orzate, ma orzate fatte davvero con l’orzo fermentato, non con le mandorle. Sui cartellini scritti in caratteri gotici si può leggere “Balsamo di cinabro”, “Spirito di issopo”, “Essenza alessandrina”…
Il professore tiene per noi una lunga conferenza colta, spiegandoci gli usi di quasi tutte le erbe officinali presenti nel museo. Le piante, spiega, hanno effetti diversi a seconda di dove vengono messe a macerare: nel vino, nell’orzo fermentato, nel latte, nel miele, nell’aceto. Ci spiega la differenza tra un infuso, che si fa con le foglie, e un decotto, che si fa con le parti dure della pianta (rami, radici, corteccia…). E l’origine dei fiori di Bach, che anche lui prepara. Non apro il cassetto del laboratorio, dice, ma il cassetto della natura.
Rievochiamo anche la figura della Principessa Costanza, una figura chiave nella storia di Teggiano. Nel 1480 Antonello Sanseverino, principe di Salerno e Signore di Diano, sposa Costanza, figlia di Federico di Montefeltro, Duca di Urbino. Dopo le nozze, i principi si recano in visita a Diano (l’odierna Teggiano), dove per l’occasione l’intero feudo ha organizzato grandiosi festeggiamenti in loro onore. A Teggiano, ancora oggi, si lavora la pietra, la pietra bianca teggianese, perché Costanza portò degli scalpellini dalle cave che la sua famiglia possedeva nel senese. In genere, nei borghi rurali, i portali, anche gentilizi, sono un po’ rozzi. Qui invece si nota la finezza della lavorazione. E ogni anno si organizza una rievocazione del matrimonio, con piatti medievali preparati a regola d’arte nelle taverne di Teggiano.

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Dopo il museo è Riccardo, uno dei figli di Nicola, ad accompagnarci in una breve visita di Teggiano, un borgo fuori dal tempo posizionato su una collina che domina il Vallo di Diano, un borgo scelto nel medioevo dai Sanseverino come roccaforte e oggi patrimonio dell’umanità UNESCO. Chiese edificate su templi romani e conventi, edifici impreziositi da soffitti lignei finemente lavorati, affreschi e bassorilievi. Un castello passato alla storia per essere stato il covo dove nel 1485 venne partorita la cosiddetta “Congiura dei Baroni”, la congiura dei più importanti aristocratici del Regno di Napoli contro Ferrante I d’Aragona.
Nel 1497 Teggiano, rifugio inespugnabile del principe ribelle, fu assediata dall’esercito del Duca delle Calabrie, Federico, divenuto re nel frattempo. La fama di castello imprendibile non fu sfatata nemmeno in quell’occasione: l’assedio durò molto più del previsto senza che l’esercito riuscisse ad ottenere la presa del maniero. Una resa onorevole, quindi, sancita da patti sottoscritti dal Re e dal Principe, diede salva la vita a quest’ultimo e salvaguardò l’integrità della popolazione che, in massa, era accorsa a dar manforte all’amato signore. Dopo il 1552, anno in cui si verificò l’allontanamento definitivo della famiglia dei Sanseverino, Teggiano diventò feudo di altre nobili famiglie del Regno, che seppero governarlo con alterna fortuna.

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Lasciamo Teggiano per tornare verso Polla, dove in hotel ci aspetta una doccia e un po’ di riposo in preparazione per la seconda serata del Negro Festival. Stasera andremo al festival un po’ prima e mangeremo qualcosa lì, nell’ampia area “street food” che si trova a breve distanza dal palco principale.
Stasera c’è tanta gente, decisamente più di ieri, e una bella atmosfera. Io e Paola facciamo la stessa scelta, tra le varie opzioni mangerecce disponibili, e ci orientiamo su un panino con carciofo bianco e scamorza affumicata, accompagnato da una birra. Non è niente male, ma quando ci sediamo per addentarlo con più comodità facciamo conoscenza con una simpatica coppia locale che, tra l’altro, ci magnifica le delizie di altre due specialità: il caciocavallo “impiccato” (cioè appeso per il “collo” sopra la brace) e il pasticcio caggianese, che con qualche piccola variante può diventare “pizza chiena”: è più o meno la stessa cosa, si tratta di una torta salata rustica di pasta sfoglia con ripieno di uova, prosciutto crudo, carne macinata e formaggi vari (caciocavallo, pecorino, scamorza, ricotta e chi più ne ha più ne metta). Vorrà dire che è un appuntamento rinviato a domani sera, ora dobbiamo andare sotto il palco per ballare con Enzo Avitabile, la star di questa sera.
Il grande sassofonista napoletano appare subito molto carico quando si presenta in scena e dice “Voglio ca trasite int’o groove”, un curioso mix anglopartenopeo che ci invita a entrare nel suo ritmo, nel suo spirito… “groove” in effetti è difficile da tradurre in italiano, letteralmente significa “solco” ma nella musica indica di solito uno stato d’animo, una profonda empatia con il pubblico che un artista è in grado di creare con la sola potenza del ritmo. Ritmo che questa sera non può che essere più importante e più forsennato che mai, dato che sul palco con Avitabile ci sono i Bottari di Portico, in provincia di Caserta. Il modo di fare musica dei Bottari nasce da un’antica tradizione che narra che i contadini, nel tentativo di scacciare gli spiriti maligni dagli angoli bui delle loro cantine, percuotevano freneticamente botti, tini e falci, attrezzi impiegati nel quotidiano lavoro nei campi. Questo rituale si ripeteva anche all’aperto per propiziare un buon raccolto e durante le tradizionali fiere agricole per evidenziare la robustezza degli attrezzi da un lato e dall’altro per attirare l’attenzione dei passanti. Nata come rituale pagano, questa tradizione è confluita nella festa religiosa di S. Antonio Abate (17 gennaio), durante la quale vengono costruiti dei carri a forma di barca decorati con foglie di palma, a rievocare la traversata via mare per raggiungere l’Italia dall’Egitto da parte del Santo. Su un carro si dispone un gruppo di giovani (“pattuglia”) che, con mazze e bastoni, percuotono ritmicamente botti e barili mentre altri battono con delle falci bacchette di metallo. Sul palco fanno veramente il loro effetto e suscitano ammirazione anche perché deve essere faticosissimo, un vero lavoro usurante.
Avitabile precisa subito che tutti devono partecipare (“Non voglio disertori stasera al Negro Festival”) e, per mantenere costante il contatto con il pubblico, lo “interroga” continuamente chiedendo conferme: “Agg’a suna’?” o, quando invita a suonare un altro musicista, “Addasuna’? L’amm’a fa’?”. Oppure, semplicemente, ogni tanto chiede: “Fratellini, ci siete? Tutto bene?”. Paola, Patrizia ed io ci lasciamo trascinare e, abbracciandoci, ci mettiamo a saltare al ritmo dei Bottari. È veramente una festa popolare molto coinvolgente.
C’è tempo anche per un sentitissimo omaggio a Pino Daniele, poi tutti balliamo sulle note di “Soul Express”. Anche questa sera andremo a letto molto tardi…

 

 

Domenica 27/8/2017: Terzo giorno, nel quale scopriamo la seconda certosa d’Europa e una chiesa rupestre sconosciuta e bellissima

Oggi la prima meta della giornata è la Certosa di San Lorenzo a Padula. È un immenso monastero del XIV secolo, uno dei più grandi al mondo. Con i suoi 52.000 mq di superficie in Europa questa certosa è seconda solo a quella di Grenoble. Nel corso della sua storia travagliata è stata utilizzata anche come campo di concentramento e come orfanotrofio. La certosa si offre ai visitatori spoglia della quasi totalità dei suoi interni, finiti in musei francesi e napoletani. Questo non impedisce di rimanere affascinati dagli sterminati chiostri, dai raffinati stucchi, dalla ricca cappella del priore, dalle confortevoli celle dei frati… Achille Bonito Oliva negli scorsi anni ha curato un progetto grazie al quale alcune celle dei monaci sono diventate ateliers dove hanno lavorato artisti come (tra gli altri) Michelangelo Pistoletto e Jan Fabre.
La nostra guida sarà Valentina, una bella ragazza di Padula che suscita subito consensi, questa volta del pubblico maschile, meno numeroso di quello femminile ma attento. Luciano si autoelegge portavoce del gruppo e trova subito una scusa per baciarla. Ma scopriamo ben presto che è anche brava: ci porta con competenza e disinvoltura nella storia della Certosa, le cui tracce sono visibili nella stratificazione dei diversi stili, dal 1300 al 1500 al 1700.
I lavori alla certosa iniziarono per volere di Tommaso II Sanseverino il 28 gennaio 1306. Il Sanseverino, conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, personalità molto vicina agli angioini che avevano preso il posto degli svevi dopo la battaglia di Benevento, successivamente donò all’ordine religioso il complesso monastico appena edificato, ordine per l’appunto di origine francese. Nacque così il secondo luogo certosino nel sud Italia, dopo la certosa di Serra San Bruno in Calabria, con lo scopo per la famiglia salernitana di ingraziarsi i piaceri dei reali di Napoli. Il nome Padula fa capire che questa era allora una zona paludosa, che venne bonificata per costruire questo complesso.
La dedica a San Lorenzo della certosa si deve invece alla preesistente chiesa dedicata al santo che insisteva nell’area, appartenente all’ordine benedettino, poi abbattuta a seguito della costruzione della certosa.
L’area in cui il Sanseverino decise di edificare il sito monumentale era di sua proprietà, essendo egli un ricco e potente feudatario. Il punto risultò sin da subito strategico e cruciale, potendo infatti contare su dei grandi campi fertili circostanti dove venivano coltivati i frutti della terra (i monaci producevano vino, olio di oliva, frutta ed ortaggi). Inoltre, dalle montagne circostanti si poteva estrarre la pietra bianca che fu una delle materie prime fondamentali per la costruzione della Certosa. Come tutte le certose, anche questa si divide in due aree principali: una casa bassa, che conteneva gli ambienti di servizio destinati all’accoglienza dei pellegrini e dei monaci provenienti da altri conventi, come la spezieria, la farmacia/erboristeria del tempo, che forniva prodotti preparati dagli stessi monaci; e una casa alta, dove vivevano i monaci di assoluta clausura. I certosini si dividevano infatti tra i conversi, che potevano avere relazioni col mondo esterno, e i frati di clausura, che si dedicavano esclusivamente alla preghiera e alla meditazione.
Nel cinquecento il complesso divenne meta di pellegrinaggi illustri. Carlo V vi soggiornò con il suo esercito nel 1535 di ritorno dalla battaglia di Tunisi; secondo la tradizione fu in questa occasione che i monaci prepararono una frittata di mille uova. In questo stesso periodo, dopo il concilio di Trento, si aggiunsero alla struttura trecentesca il chiostro della Foresteria e la facciata principale nel cortile interno.
Nei secoli successivi, a partire dal 1583 la certosa subì ingenti rimaneggiamenti, che durarono fino alla seconda metà del settecento determinandone l’attuale predisposizione architettonica, di impianto quasi esclusivamente barocco.
Caduti i Sanseverino alla metà del seicento, i loro possedimenti andarono ai monaci certosini di Padula, che divennero così anche padroni dei terreni su cui si sviluppava il paese soprastante. Disponendo così di proventi derivanti dalle tasse che i civili pagavano al priore, oltre che delle ricchezze che la certosa aveva accumulato nel corso dei secoli, tramite donazioni, profitti commerciali e quant’altro, tutto il XVII e XVIII secolo furono il periodo di massimo splendore per il complesso di San Lorenzo.
I rimaneggiamenti ripresero così nel corso del seicento e per quasi tutto il settecento. Essendo stati questi decisivi e numerosi, fecero sì che un sito nato in stile gotico assurse a diventare ben presto uno dei simboli della cultura barocca nel regno di Napoli. Durante questi due secoli, il sito fu inoltre ancora una volta ampliato: risalgono a quest’epoca infatti diversi corpi di fabbrica, come il chiostro grande, il refettorio e lo scalone ellittico del retro che, datato 1779, è di fatto l’ultima opera architettonica della certosa, prima della soppressione dell’ordine per mano dei francesi.
Nel 1807, l’ordine certosino fu soppresso ed i monaci della certosa, così come tutti quelli del regno, furono costretti a lasciare lo stabile, che invece fu destinato a diventare una caserma. Seguirono all’evento furti di svariate opere d’arte: testi storici in biblioteca, ori, statue, argenti e pitture, in particolar modo dentro la chiesa, la quale fu spogliata del tutto dalle tele seicentesche che possedeva. Passato il periodo napoleonico, con il ripristino del regno borbonico i certosini rientrarono nel complesso. Spogliati di quasi ogni bene, il peso politico che avevano nell’area circostante e nelle gerarchie dei reali fu certamente minore.
Nel 1866, dopo l’unità d’Italia, l’ordine fu nuovamente soppresso e dunque i monaci dovettero nuovamente lasciare, per l’ultima volta, la certosa, poi dichiarata monumento nazionale venti anni dopo.
Durante le due guerre mondiali della prima metà del Novecento, invece, essendo l’intero complesso un luogo abbandonato e inutilizzato, fu usato come campo di prigionia e di concentramento.
Dal 1957 alcune sale ospitano il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula, dalla preistoria all’età ellenistica.
L’ingresso alla certosa avviene dal lato orientale dove, varcata la porta d’ingresso, ci si immette in un ampio cortile a forma rettangolare. La facciata principale che dà accesso all’intero monastero risale al cinquecento, seppur ci siano stati rimaneggiamenti in stile barocco nel corso del settecento. Risalgono infatti al 1718 le quattro sculture entro altrettante nicchie eseguite da Domenico Antonio Vaccaro e raffiguranti, da sinistra a destra: San Bruno, detto anche San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, San Paolo, San Pietro e San Lorenzo, rappresentato sempre con la graticola su cui fu arso vivo.
La porta monumentale d’ingresso alla chiesa è una delle rare testimonianze trecentesche della certosa; essa infatti risale al 1374, secondo alcuni di Antonio Baboccio da Piperno, e presenta bassorilievi lignei sulla Vita di San Lorenzo e sull’Annunciazione.
L’interno della chiesa è a navata unica, con archi ogivali e volte a crociera affrescate nel 1686 con Storie del Vecchio Testamento. Le decorazioni interne sono tipiche del barocco napoletano, con stucchi dorati, pavimenti maiolicati e altari marmorei. I dipinti che ornavano la chiesa furono portati via durante il “decennio francese”.
L’altare maggiore è di stucco lucido, incrostato di madreperla. Intorno ad esso i dipinti ottocenteschi di Salvatore Brancaccio, che raffigurano il martirio di San Lorenzo, la Madonna con il Bambino tra San Lorenzo e San Bruno, la morte di San Bruno. In quest’ultima opera abbiamo un caso di “selfie”, con il pittore che in un angolo raffigura se stesso, un vezzo già caro al Caravaggio. Anche qui San Bruno, come nella statua sulla facciata, è rappresentato con la croce, il libro della Regola e un teschio. Sono tre simboli della vita del monaco eremita, le cui riflessioni spesso vertono sul tema della morte e della vita eterna.
Da notare anche il bellissimo coro in legno intarsiato. Questo tipo di lavorazione era fin da allora una delle eccellenze del territorio campano. Il legno veniva sottoposto a due procedimenti: la bollitura e la brunitura, il primo destinato a schiarire il legno, il secondo a ottenere invece un legno più scuro. Dopo di che, senza nessun tipo di verniciatura, gli effetti di chiaroscuro si ottenevano componendo con tasselli di diversi colori una sorta di mosaico, realizzato con pazienza… certosina.
La sala del Capitolo, utilizzata dai monaci certosini per le confessioni, presenta decorazioni in stucco settecentesche, nella volta il seicentesco ciclo di affreschi dei Miracoli di Cristo, mentre lungo le pareti è decorata da statue in pietra settecentesche. La sala veniva anche utilizzata per riunirsi e prendere decisioni, ma i novizi per parecchi anni non potevano partecipare, finché non avevano acquisito un certo prestigio, sancito da un’autorizzazione del Priore. Da qui l’espressione “Avere voce in capitolo”.
Il refettorio risale alle aggiunte settecentesche della certosa ed è caratterizzato da mobilia lignea dell’epoca, da un affresco ritraente le Nozze di Cana che i francesi non riuscirono a staccare, databile al 1749 e restaurato da Salvatore Brancaccio, da un pulpito sorretto da un’aquila con due bassorilievi raffiguranti il Martirio di san Lorenzo e la Morte di San Bruno.
La cucina fu riadattata a tale destinazione solo sul finire della prima metà del Settecento. L’elemento centrale che salta subito all’occhio è la grande cappa posta al centro, su una grande fornace centrale decorata alla base da mattonelle maiolicate. Maioliche che ricoprono anche le pareti. Già allora, forse inconsapevolmente, i monaci rispettarono le attuali norme che vogliono che le pareti di una cucina siano almeno fino all’altezza di due metri rivestite di una superficie lavabile. E scelsero una combinazione di colori, il giallo del polline e il verde delle foglie, in grado di attirare gli insetti ed evitare che si andassero a posare sul cibo.
Al centro del chiostro una fontana in pietra con un delfino e altri animali domina lo spazio, mentre ai piani superiori ci sono le camere in cui vivevano i procuratori della certosa e l’antica biblioteca del monastero. Alla biblioteca si accede percorrendo il corridoio che porta al chiostro grande e, proprio in prossimità dello stesso, accedendo ad una porta sulla sinistra immediatamente dopo l’ingresso all’appartamento del priore. E da lì, tramite una piccola scala elicoidale in pietra della metà del Quattrocento.
L’appartamento del priore si sviluppa nelle circa dieci sale che si sviluppano verso sud del complesso. Nelle sale sono conservate alcune testimonianze settecentesche della certosa, come la cappella di San Michele Arcangelo, decorata da stucchi, mobilia ed affreschi barocchi del Settecento. Ad Alessio D’Elia sono attribuiti i cicli sulla volta e nelle pareti ritraenti l’Immacolata e Storie di San Michele.
Le celle dei novizi, la cui formazione durava sette anni, dovevano essere più piccole delle altre per ridurre ulteriormente la possibilità di distrazioni. Le altre celle, in realtà, erano molto grandi se paragonate, ad esempio, a quelle dei francescani, e ciascuna con giardino. Ed erano già dotate di servizi igienici due secoli prima delle abitazioni nobiliari, che li ebbero solo ai primi del ‘900. Ogni cella era dotata di un passavivande, in modo che non vi fosse alcun contatto tra il monaco e l’inserviente che veniva a portare i pasti.
Il chiostro grande, opera iniziata alla fine del cinquecento e finita nella prima metà del seicento, la parte inferiore, e nel Settecento, la parte superiore, è uno degli elementi di maggior spicco sotto il profilo architettonico e artistico della certosa, fungendo da punto di congiunzione tra la zona di clausura del monastero e quella più “rivolta all’esterno”.
Sul lato estremo occidentale del complesso, risalente all’ultimo quarto del Settecento, è il monumentale scalone ellittico. Chiuso all’esterno da una torre ottagonale, lo scalone conduce al primo piano del chiostro grande, utilizzato dai monaci di clausura per la loro “passeggiata settimanale”. Il materiale usato per l’opera, secondo fonti dell’epoca costata ben 64.000 ducati, è anche in questo caso la pietra di Padula. Al centro dello scalone è lo stemma della certosa di San Lorenzo: la mitria vescovile (il priore era comunque un vescovo), la corona di marchese, il bastone pastorale vescovile, il simbolo di San Lorenzo (la graticola) ed infine la fiaccola, che rivolta verso l’alto avrebbe significato anni di buon augurio, rivolta verso il basso anni di miseria.

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Per il pranzo rimaniamo a Padula, anche se per raggiungere il posto, che è l’agriturismo fattoria Alvaneta, occorre affrontare qualche chilometro di curve su una strada sterrata. Anche qui abbondanti antipasti, un bis di primi e… le porzioni sono tali che non tutti riescono ad arrivare al secondo. Però è un peccato avanzare tanto bendidio, allora decidiamo di farci fare delle doggy bag. Nel frattempo, veniamo coinvolti nei festeggiamenti per i cinquant’anni di matrimonio di una coppia. Uno dei figli ci spiega che sono di queste parti, ma vivono a Milano da molti anni. Hanno anche sentito parlare di Radio Popolare, ma non sono ascoltatori. Sarebbe stata un po’ eccessiva, come carrambata. Vorrebbero offrirci anche loro una fetta di torta e un bicchiere di vino, ma dobbiamo proprio andare.
Per il pomeriggio, dobbiamo farci ancora un po’ di chilometri per raggiungere Sant’Angelo a Fasanella.
Qui abbiamo appuntamento con Manuela e Rosalba, altre due belle ragazze (oggi siamo davvero fortunati con le guide) di queste parti, che avranno il compito di farci scoprire quest’altro borgo. Manuela è di Buonabitacolo, Rosalba di Teggiano. Entrambe vengono da un percorso di studi e di vita che le ha portate lontano da qui, prima a Roma, poi anche all’estero (Barcellona, Valencia). Ma entrambe hanno fatto una scelta non delle più facili, quella di tornare a vivere qui e di far vivere e conoscere questo territorio.
Con loro facciamo un giro del paese, che vanta ben due patrimoni UNESCO. Il primo si trova a circa 4 km dal centro abitato, sulla cima di Costa Palomba (1.125 m s.l.m.) ed è un po’ complicato da raggiungere. È una figura intagliata nella roccia databile al V-IV secolo a.C. che rappresenta un guerriero armato di scure o clava e di uno scudo. Orientata verso ponente, potrebbe essere la rappresentazione di un dio o di un eroe. Localmente è conosciuta con il nome di “Antece” (“l’Antico” in dialetto cilentano).
Il secondo, che è poi il vero motivo per cui siamo qui, è la grotta santuario di San Michele Arcangelo. In età paleolitica era abitata, è lunga 75 metri. La tradizione vuole che sia stata lavorata dagli angeli. Tutto è pregno di storia e mistero.
Il luogo fu sede di una comunità religiosa benedettina risalente all’XI secolo, ma sono ipotizzati anche possibili insediamenti precedenti legati alla diffusione della civiltà greca nel Cilento. Le opere murarie, di cui restano ruderi addossati alla parte esterna della roccia, sembrano risalire ai primi decenni del trecento. L’ingresso è costituito da un semplice portale che, alla base dei due stipiti, presenta un leone e una leonessa di fattura arcaica. All’interno della grotta, oltre alla tomba di Francesco Caracciolo e al pozzo, si nota un’altissima edicola di stile gotico. La cavità più profonda costituisce la cappella, dedicata all’Immacolata, sul cui altare una cornice lignea racchiude una tela databile XVII secolo. Tutto intorno si possono ammirare affreschi trecenteschi e sculture. Sul fondo della grotta si può ammirare, invece, un ricco altare seicentesco fatto costruire, come anche il pozzo e il pulpito, dall’abate Fabio Caracciolo. Su questo altare troneggia la statua in marmo di S. Michele Arcangelo. Il pavimento, del 1614, è in cotto napoletano.
Chi ci accoglie e ci fa da guida è una persona del paese, un volontario, che si dà da fare per tenere aperta la chiesa e per farla conoscere. Ci racconta, tra l’altro, una curiosità: l’altare dell’Immacolata è stato restaurato grazie al premio che una ragazza di Sant’Angelo vinse partecipando ad una trasmissione televisiva di Giancarlo Magalli su Rai 1 nel 1989. Lei mandò una foto della grotta, che venne estratta a sorte, insieme ad altre, tra le tante inviate dai telespettatori. Si trattava poi di partecipare a un quiz, dimostrando di ricordarsi di tutte le estrazioni avvenute durante la settimana. Vinse 50 milioni di lire per lei e 50 milioni da devolvere per il restauro di un’opera d’arte; lei, essendo molto religiosa, scelse la tela seicentesca che si trova dietro l’altare dell’Immacolata.
Continuiamo la passeggiata per il borgo e, dopo un simpatico incontro con alcune anziane signore che stanno sedute fuori dalla porta di casa a prendere un po’ d’aria, come usa qui, raggiungiamo un altro luogo molto suggestivo, la cascata dell’Auso.

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Vorremmo fermarci a prendere un aperitivo in paese con Manuela e Rosalba, ma purtroppo s’è fatto tardi e dobbiamo fare un bel tratto di strada. Siamo costretti quindi a salutarle e a rimetterci in viaggio per tornare a Polla in tempo perché chi vuole possa assistere all’ultima serata del Negro Festival.
Alla fine almeno una metà abbondante del gruppo decide di vincere la stanchezza e partecipare. Ne vale la pena, oltre che per godersi ancora un po’ l’atmosfera anche per l’opportunità che abbiamo di fare una lunga chiacchierata con Dario Zigiotto, il direttore artistico del festival, che è un amico di Radio Popolare e in particolare di Claudio Agostoni, a cui ha rilasciato un’intervista che è già andata in onda durante una puntata di Onde Road in preparazione di questo viaggio. Per lui questa è la dodicesima edizione, sulle ventidue totali. È arrivato qui niente meno che da Bollate, dove per anni aveva curato il festival di Villa Arconati. Ci racconta del tema del festival di quest’anno, che è “Anime”, ovvero profondità e spiritualità in musica. Tema che poi ogni artista chiaramente declina a modo suo, quindi abbiamo avuto ad esempio l’anima giovane e rock al femminile di Levante e l’anima partenopea più legata alla tradizione di Enzo Avitabile. E ci racconta anche di come stia cercando di costruire un’eredità da lasciare a un gruppo di giovani locali, che possa continuare a tenere in vita questo festival, che pur tra molte difficoltà è uno degli eventi più importanti per questo territorio.
La chiusura del festival, questa sera, è affidata a due importanti gruppi della scena progressive italiana degli anni ’70-’80: gli Osanna e il Banco del Mutuo Soccorso. Facciamo in tempo a sentire, dal bar dove siamo ad ascoltare Dario Zigiotto, gli ultimi pezzi degli Osanna e siamo curiosi di capire cos’hanno ancora da dire quelli del Banco (dove ormai, però, della formazione originale è rimasto solo il tastierista Vittorio Nocenzi) dopo che lo storico front-man e cantante Francesco Di Giacomo è scomparso qualche anno fa. Purtroppo, però, fin da subito si presentano dei grossi problemi tecnici che sembra non si riescano a risolvere, per cui il suono è quasi inascoltabile. Credo si possa dire, con una certa tristezza, che probabilmente oggi il gruppo non può più permettersi uno staff di tecnici del suono all’altezza. Quando finalmente riescono a proporre un suono decente, purtroppo sono quasi le due e dobbiamo proprio andare.
È un peccato chiudere così con il festival, anche perché questo segna un po’ la chiusura del nostro viaggio. Domani ci sarà tempo solo per i saluti, dopo di che io e altri torneremo a Milano, mentre i più fortunati (anzi, le più fortunate) faranno ancora qualche giorno chi a Procida chi ai Campi Flegrei. Ed è tempo di chiudere anche questo racconto. È stato un altro viaggio molto ricco, anche se breve. Abbiamo scoperto un territorio quasi sconosciuto che invece ha tantissimo da offrire, a livello di natura, di storia e di cultura. A me, come credo anche a molti altri, se non a tutti, è venuta voglia di conoscerlo meglio, quindi forse questo sarà solo un primo approccio. E spero che ci serva, ora che l’estate finisce, a rimanere ancora un po’ nel… groove di questi tre intensi giorni.

Chiudo con uno slogan che abbiamo rielaborato con Paola sulla falsariga di quello a cui lei da un po’ di tempo dà la voce: Radio Popolare. Se viaggi con lei… si sente meglio!

 

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Grazie a ViaggieMiraggi e a Radio Popolare, a Luigi e a Paola, a Patrizia che mi ha fornito qualche foto e a tutto il gruppo