Questa è la nostra terra – Parte prima

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento  sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della Città Santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

 

Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
(…)
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi alle sue ali,
la vita, la morte.

(Mahmoud Darwish – Al figlio del nomade)

Prologo

La Palestina. Da quant’è che non ne sentivate parlare? Dite la verità. Quando raccontavo a qualcuno di questo viaggio che stavo per fare, mi son sentito più volte dire: “Ma in che senso vai in Palestina? Ma esiste la Palestina?”.
“Bella domanda” – Rispondevo io. Dovrebbe esistere, almeno come entità realmente autonoma se non come stato indipendente. Ci sono fior di accordi internazionali in tal senso, ampiamente disattesi. Ma no, in effetti forse di fatto non esiste. Anche a livello mediatico.
Da cinquant’anni è una ferita aperta nel cuore del Medio Oriente, ma negli ultimi anni, salvo rare eccezioni, nei mezzi d’informazione è scesa una pesante coltre di silenzio. Non fa comodo parlarne, non fa vendere i giornali (ammesso che se ne vendano ancora in generale), non fa ascolti in TV, non cattura contatti in rete. È una situazione troppo complicata, chi ci capisce più niente? Non si presta ad essere spiegata in poche battute. E poi divide. Se prendi una posizione troppo netta, sicuramente ti inimichi qualcuno. Se sei troppo filopalestinese, l’accusa di antisemitismo è sempre lì pronta. E se invece sei troppo filoisraeliano, o sei islamofobo o sei un sionista servo degli USA e del sistema capitalista. A non parlarne, si campa molto meglio.
E allora sapete cosa? Ho deciso di cogliere l’occasione, un’occasione che aspettavo da un po’ di anni, per andare a vedere di persona. Sapevo già che sarei stato male, che non mi sarebbe piaciuto quello che avrei visto. Sono convinto che è così per tutti noi che facciamo parte della comunità degli ascoltatori/viaggiatori di Radio Popolare; ormai ne conosco tanti, e so che siamo fatti così. Facciamo fatica a digerire le ingiustizie. Però questa è una cosa che andava fatta. È un piccolo gesto, da solo non cambierà certo le cose. Ma tutto serve a rompere il muro dell’isolamento, a far sentire a chi è lì, ancora sotto occupazione, che non tutti in Europa hanno scelto di dimenticare. Noi saremo pochi ma ci siamo. Spero che possa servire davvero. E vedrete che, nonostante tutto, abbiamo scoperto tante piccole oasi di speranza. È questo che fa Vento di Terra, portare solidarietà e speranza nel futuro.
Ma adesso riavvolgiamo il nastro di questo viaggio, proviamo a mettere un po’ di ordine tra le tante immagini, tra le tante voci, tra le tante sensazioni, anche se non è facile, e ripartiamo dall’inizio.

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Martedì 17/10/2017 – Si parte

Di Venere e di Marte, non ci si sposa e non si parte. Mi pare che dica questo, grosso modo, la saggezza popolare. Ecco, non solo oggi è martedì, ed è il 17, ma siamo pure in 17. Sì, perché al gruppo di 15 ascoltatori e viaggiatori, parecchi dei quali seriali, si aggiungono Claudio Agostoni per Radio Popolare, direttore dei programmi, conduttore di Onde Road e deus ex machina di tutti i viaggi targati RP, e Serena Baldini, di Vento di Terra, la piccola ma valorosa ONG che ci accompagna e ci guida, della quale visiteremo numerosi progetti. E, come se non bastasse… il gate di partenza è il 17!
Vabbe’, ma allora… così ce la andiamo proprio a cercare. Già non andiamo in una terra baciata dalla fortuna. È vero che sul Sinai, non lontanissimo da dove andremo, è caduta la manna dal cielo, ma era tanto tempo fa. Adesso c’è chi ha paura, ad andare in Palestina. Già, l’altra domanda: “Ma non hai paura?”. In parecchi ce la siamo sentita fare. No, non abbiamo paura, però almeno non sfidiamo la sorte! Mah, meno male che siamo tutti più o meno razionalisti (parecchi tendenti all’ateismo) e poco inclini alla superstizione.
Questo è un po’ il tenore delle battute che ci scambiamo, tra i convenevoli, al ritrovo del gruppo a Malpensa, con i sensi un po’ ottenebrati e gli occhi velati di sonno, vista l’ora antelucana. Il nostro volo Turkish Airlines per Tel Aviv, via Istanbul, parte alle 6.45. Nel gruppo, l’ho già detto, ci sono molte facce amiche per me, e questo aiuta a sopportare meglio gli effetti della levataccia.
Non conosco ancora invece Serena, anche se ho scoperto che abitiamo vicino. Ma non puoi non rimanere colpito dai suoi riccioli, dal suo sorriso e dalla dolcezza della sua voce, nella quale si intuisce la cadenza toscana, ormai un po’ attenuata da 17 anni di vita milanese. Non per niente ha fatto anche radio, e indovinate quale. Ok, era facile, ma del resto non si vince niente: Radio Popolare. Ebbene sì, qualche anno fa curava e conduceva l’ultimo GR della sera. Ed è stata la voce che ha raccontato per la radio i funerali di Arafat, nel 2004. Allora lei viveva a Gerusalemme, dove ha passato un paio d’anni. Ora è di base a Milano, ma spesso torna in Palestina per accompagnare viaggi di sostegno e conoscenza come il nostro, che Vento di Terra organizza già da parecchi anni. Questo è già il terzo quest’anno per lei, e a novembre seguirà il quarto.
Il primo volo scivola via tranquillo e poco dopo le 10 ora locale (+1 rispetto all’Italia, che poi è anche il fuso della Palestina) sbarchiamo all’aeroporto Atatürk di Istanbul. Qui, in attesa del volo per Tel Aviv, ci tocca il primo serio controllo di sicurezza. Gli addetti ci chiedono di toglierci le scarpe e di aprire i bagagli a mano. Dallo zaino di Serena spunta un pallone. Un bel pallone giallo da calcio, dono di una scuola del milanese per la scuola di gomme, uno dei progetti di Vento di Terra che visiteremo. Abbiamo con noi parecchio materiale scolastico per le diverse scuole che toccheremo nel nostro tour: quaderni, matite colorate, pennarelli, materiale vario di cancelleria, qualche libro, un po’ di disegni fatti dai bambini delle scuole italiane per le scuole palestinesi. Materiale raccolto sia da Vento di Terra che da noi viaggiatori: io, personalmente, ho comprato un po’ di roba e ho ricevuto anche in dono dalla mia collega Tina dei vestiti usati di sua figlia Asia, 10 anni. Ci siamo divisi tutta questa roba prima della partenza, ognuno di noi ne ha un po’ nel bagaglio da stiva.
Ma questo pallone scatena un putiferio: sembra proprio che portarlo sull’aereo sia un problema insormontabile. Difficile capirne i motivi, forse semplicemente non si riesce a catalogare né tra gli articoli consentiti né tra quelli vietati; in effetti è un po’ insolito. Partono lunghi conciliaboli tra gli addetti, ci tengono in attesa per un po’ finché, quando stiamo cominciando a temere di doverlo lasciare qui, ci dicono che si può portare solo se sgonfio. Forse pensano che possiamo averlo riempito con un gas tossico, o un’arma batteriologica letale, che ne so, l’antrace… Già, solo che sgonfiarlo sembra facile. Per aprire la valvola servirebbe un attrezzo specifico, un ago che qui non è reperibile. Vengono fatti un po’ di tentativi di sgonfiarlo a mano, senza successo. Di nuovo cominciamo a perdere le speranze ma alla fine… quello che sembra il capo dice che va bene, farà un’eccezione. Lo possiamo portare, a patto che Serena lo tenga nello zaino e non lo tiri fuori per nessun motivo. Se qualcuno dell’equipaggio lo vede rischio il posto, sembra dire il nostro. Peccato, avevo proprio voglia di una partitella nel corridoio dell’aereo, sarebbe stata un’esperienza da ricordare.
Prima che ci ripensi, ci dirigiamo all’imbarco e saliamo sull’aereo. Se non che, ci aspetta una lunga attesa, prima di poter partire. Ci informano che non possiamo decollare perché dobbiamo attendere i passeggeri di alcuni voli in coincidenza che sono in ritardo. Quando finalmente, alla spicciolata, cominciano a salire, ci rendiamo conto che sono in maggioranza ebrei ortodossi, con le loro barbe, i loro riccioli sulle tempie, i loro scialle di preghiera con le frange e i loro cappelloni neri. È l’occasione, per noi, di avere il primo incontro ravvicinato con quelli che poi, per tutto il viaggio, chiameremo confidenzialmente “i cappelloni”. Quello che ci incuriosisce di più è uno strano oggetto che, scopriremo poi, si chiama Tefillin e viene usato anch’esso per la preghiera, in particolare quella del mattino. Ma per noi sono, più semplicemente, “i cubetti”. Effettivamente è questo l’aspetto che hanno, di cubetti neri, che sono in realtà scatolette di cuoio di un animale kasher, cioè puro, con delle cinghie che si usano per legarle, una sul braccio sinistro (destro per i mancini) e una sulla fronte. Ci hanno spiegato che quella sul braccio, messa all’altezza del cuore, rappresenta appunto la preghiera che viene dal cuore, mentre quella sulla fronte rappresenta la preghiera della mente. Ogni scatoletta contiene quattro brani della Torah, scritti su piccoli rotoli di pergamena. A quanto pare, c’è una festa ebraica per cui molti ortodossi stanno affluendo a Gerusalemme.
Anche il secondo volo se ne va e atterriamo, in discreto ritardo, all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Qui arriva il momento del controllo passaporti, un momento che genera qualche tensione nel gruppo. Sì, perché Serena, all’incontro pre-viaggio, ci ha istruito su come comportarci durante il mini-interrogatorio che i poliziotti israeliani fanno prima di concedere il visto turistico: motivo del viaggio, destinazioni eccetera. Agli israeliani non piace che si vada in Palestina, a vedere cose che è meglio non vedere. Non è che non diano il visto, ma ti possono trattenere per qualche ora in attesa, giusto per fare qualche verifica, tanto per farti capire che è meglio non ficcare il naso in affari che non ti riguardano. Perciò noi dobbiamo dire che andremo in Israele (mai dire Palestina o Cisgiordania, West Bank come si chiama in inglese) e solo a Gerusalemme e Betlemme, luoghi talmente turistici da non costituire un problema; al massimo, a piacere, possiamo aggiungere il Mar Morto, anche quello ci può stare e non desta sospetti. Effettivamente, ci chiedono dove andremo, quanti giorni, con quante persone, i nomi degli hotel. Niente di che, ma bisogna essere preparati. Un supplemento tocca a chi ha sul passaporto timbri “sospetti” come quello dell’Iran, che molti del gruppo hanno, anche perché quest’anno sono stati organizzati ben quattro viaggi in Iran con la radio. Io purtroppo non ci sono stato, ma altri sì. Generalmente, in questo caso la domanda di fondo è perché ci sei andato. Ovviamente per turismo, e bisogna negare di aver conosciuto persone e intrattenuto rapporti di qualunque tipo. Patrizia, che ci è andata per conto suo, pensa bene di citare i siti archeologici per motivare il suo interesse e si sente chiedere: “Ma allora perché non è andata in Grecia?”…L’interrogatorio più lungo, naturalmente, tocca a Serena, che ha i timbri di Gaza, ma lei è ormai un’esperta nel cercare di intortare il poliziotto di turno. Alla fine, ne veniamo fuori tutti senza danni.
Appena usciti dall’aeroporto, ci accoglie il canto degli uccelli. Il nostro pullmino ci aspetta.
Una delle prime cose da fare è cambiare un po’ di euro in Shekel, la moneta locale, che circola sia in Israele che in Palestina. Un euro vale circa 4 Shekel.
Partiamo in direzione Gerusalemme e Serena prende il microfono per darci le prime coordinate per cominciare a capire dove ci troviamo. Ad esempio sulle targhe delle auto: Le targhe gialle sono quelle israeliane, come quella che abbiamo noi. Con quelle si può andare dove si vuole. Ma le targhe delle auto dei palestinesi in genere sono verdi, o bianche con le cifre in verde. Con quelle su questa strada non si può circolare, tant’è vero che intorno a noi vediamo solo targhe gialle. Le targhe verdi hanno molte più restrizioni, sostanzialmente si possono muovere solo nelle zone controllate completamente dall’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese istituita dagli accordi di Oslo nel 1993-1994. Che però, lo vedremo, sono solo una parte di quello che dovrebbe essere il territorio palestinese.
Un altro fatto che limita non poco la libertà di movimento dei palestinesi è avere o non avere la carta blu, che è la carta d’identità dei residenti di Gerusalemme. Averla, e mantenerla, non è affatto semplice neanche per quelli che ci sono nati, quasi impossibile per chi viene da fuori.
Vediamo anche le torrette militari grigie che punteggiano il territorio, e che ci fanno capire quanto il controllo militare sia pervasivo in questo paese. Un paese, del resto, dove la leva obbligatoria dura tre anni per gli uomini, due anni per le donne. E che costruisce molta della sua retorica nazionalista sul difendere la patria con le armi.
Un altro elemento caratteristico del paesaggio che Serena ci fa notare è la presenza degli insediamenti, che continuano a sorgere quasi ogni giorno, in barba agli accordi di Oslo e alla presunta volontà di dialogo del governo israeliano. È facile riconoscerli, si trovano quasi sempre sulle colline e sono densi agglomerati di case visibilmente nuove, con molto più verde di quello che si può vedere negli abitati palestinesi, dove è quasi assente. Questo è dovuto, ovviamente, alla possibilità di sfruttare le risorse idriche, un punto sul quale la disparità tra le colonie e i villaggi palestinesi è nettissima. Se da una parte ci sono i pozzi e il consumo pro capite è a livelli europei, dall’altra l’acqua arriva spesso solo grazie ad autobotti, viene raccolta in cisterne sui tetti delle case e deve essere razionata. Le colonie sono spesso circondate da muri o reticolati, con varchi di accesso supercontrollati da soldati o guardie armate fino ai denti.
La maggior parte degli insediamenti sono “legali”, lo metto tra virgolette perché sono legali per la legge israeliana ma non per il diritto internazionale (per quello che conta, ormai). Ma ce ne sono parecchi anche che sorgono in maniera più o meno spontanea, rapidamente e senza permessi. Sono i cosiddetti “outpost”, avamposti, quelli che per l’ultradestra servono a rendere sempre più irreversibile il processo di colonizzazione, come se non bastassero quelli autorizzati, e che si ammantano di una specie di eroismo nella sfida alle stesse istituzioni israeliane. Anche questo tipo di insediamenti, nella stragrande maggioranza dei casi, non vengono sgomberati. A volte si fanno dei tentativi di sgombero per salvare la faccia, ma di fatto poi sono tollerati e col tempo vanno a costituire parte dello status quo.
Tutto questo riduce sempre più anche la disponibilità di terreni agricoli sfruttabili per i palestinesi, tant’è vero che ormai molti mercati palestinesi sono pieni di prodotti agricoli israeliani. Non c’è scelta, se no non si mangia.
Arrivati a Gerusalemme, ci sistemiamo nel nostro albergo, il Grand Park Hotel, che si trova a Gerusalemme Est, poco a nord della città vecchia. Ormai c’è tempo solo per una doccia e poco altro, poi dobbiamo andare a cena. Il locale si chiama Azzahra (rosa), è raggiungibile a piedi e offre un bel menù di cucina palestinese. Noi iniziamo con un po’ di meze, di antipastini misti, da condividere. I meze sono tipici della cultura gastronomica turca, e si trovano infatti in tutti i paesi che hanno fatto parte dell’impero Ottomano, quindi anche qui. In questo caso abbiamo hummus, una salsa allo yogurt, un’altra salsina ai semi di sesamo, involtini di riso fatti con le foglie di vite (un altro grande classico ottomano) e naturalmente falafel. Poi prendiamo dei piatti principali, anche questi da dividere perché le porzioni, come avremo modo di scoprire durante tutto il viaggio, sono più che generose. Nel mio caso, addento un gustoso pollo con cipolle caramellate su una fetta di pane e il Fattoush, che è uno dei più tipici piatti palestinesi. Trattasi di un’insalata a base di verdure come cetrioli, ravanelli, peperoni e pomodorini arricchita con pezzetti di pane tostato e condita con olio e limone. Il tutto innaffiato con la Taybeh, la birra palestinese.
Come prima cena è decisamente piacevole, sia per il cibo che per la compagnia, ma poi la stanchezza prende il sopravvento e, dato che domani abbiamo in programma di alzarci presto per andare alla Spianata delle Moschee prima che inizi l’assalto dei turisti, la serata può finire qui. Tutti a nanna per un bel sonno ristoratore.

 

Mercoledì 18/10/2017 – La città vecchia di Gerusalemme e le tre vite di Suad

Detto fatto. Ci alziamo presto e, dopo colazione, alle 8 (minuto più, minuto meno) siamo già pronti per prendere il pullmino che ci porterà alle porte della Spianata delle Moschee, il luogo simbolo di Gerusalemme, anzi un concentrato di luoghi simbolo. Spianata delle Moschee per gli arabi, per gli israeliani è il Monte del Tempio. Fin dalla toponomastica, le divisioni sono palesi. Secondo la tradizione ebraica, una parte del muro che oggi circonda la spianata è tutto ciò che è rimasto del Tempio di Erode, il secondo grande tempio ebraico, distrutto dai romani nel 70 d.C. (il primo, quello di Salomone, fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C.). Ed è quello il Muro del Pianto dove gli ebrei, ancora oggi, pregando piangono la distruzione del tempio. Gli accessi all’area sono naturalmente separati, quello alla spianata riservato agli arabi e ai musulmani in genere, quello al Muro del Pianto riservato agli ebrei.
Questo luogo ha una storia così lunga ed è così carico di simboli che se ne potrebbero scrivere paginate. Basti ricordare che, ad esempio, il controllo dei luoghi santi della spianata, per gli arabi Haram al-Sharif, insieme alla mancanza di qualsiasi prospettiva di ritorno per i profughi palestinesi, fu quello che spinse Arafat a non accettare l’offerta di Ehud Barak, con la mediazione di Clinton, durante i colloqui di Camp David II, nel 2000, nonostante le concessioni territoriali per il potenziale futuro stato palestinese in Cisgiordania fossero amplissime. Quello fu l’ultimo tentativo di dialogo bilaterale, da allora in poi ci sono state solo iniziative unilaterali di Israele come il ritiro da Gaza nel 2005. Fu un’occasione persa, sicuramente; c’è chi dice, però, che l’offerta fu solo una trappola per fare in modo che Arafat passasse come quello che aveva fatto fallire i negoziati. Ma questo lasciamolo agli storici.
Non si può, poi, non citare la passeggiata di Sharon sulla spianata di pochi mesi dopo, settembre 2000; un gesto volutamente provocatorio che diede l’avvio alla seconda intifada e di cui ancora oggi si pagano le conseguenze. Intifada, in arabo, ha a che vedere con l’azione di scuotersi di dosso qualcosa, in questo caso il pesante fardello dell’occupazione. La prima intifada, la prima rivolta, quella delle pietre, nacque nel 1987. La seconda, che salì di livello fino all’uso di attentatori suicidi, appunto nel 2000.
Restando sull’attualità più stretta, è della scorsa estate l’ultimo episodio, quando l’ingresso dei musulmani alla spianata, in seguito ad un attentato che aveva provocato la morte di due soldati israeliani, è stato limitato con tornelli e metal detector e soprattutto interdetto agli uomini con meno di cinquant’anni. Questo ha scatenato scontri anche violenti in tutti i territori occupati, con cinque palestinesi uccisi e l’accoltellamento di tre coloni. In seguito il governo israeliano, anche per non pregiudicare le relazioni diplomatiche con la Giordania, è stato costretto a rimuovere i metal detector, sostituendoli con telecamere di sicurezza dotate di riconoscimento facciale.
Noi entriamo dalla Porta dei Mori (Bab al-Magharbeh), o porta dei Marocchini, l’unica accessibile ai non musulmani. La porta si chiama così perché qui sorgeva un intero quartiere abitato dai discendenti di arabi arrivati dal Marocco in epoche lontane. Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967, una delle prime cose che il governo israeliano fece fu quella di prendere possesso del Muro del Pianto e di creare, davanti al muro stesso, un’area sufficientemente ampia perché centinaia di persone potessero venire qui a pregare insieme. Un generale venne a fare un sopralluogo e si decise di demolire immediatamente quel quartiere, che essendo situato proprio a ridosso del muro riduceva le possibilità di accesso. Le 650 persone che abitavano negli edifici da demolire ebbero due ore per lasciare le proprie case, portando via quel poco che potevano, dopo di che venne tutto raso al suolo. Parecchie persone, che si erano rifiutate di uscire, vennero poi ritrovate morte sotto le macerie. Non male come inizio, no?
Stamattina, però, il clima è molto tranquillo. Fa freschino, ma il sole sta cominciando già a scaldare. C’è poca gente, la spianata è quasi tutta per noi e c’è una luce molto bella.
Sulla nostra destra la moschea di Al Aqsa, la più importante per i fedeli musulmani. È la più grande moschea di Gerusalemme e può ospitare circa 5.000 fedeli all’interno e attorno ad essa.
L’espressione “al-Masjid al-Aqṣā”, traducibile come “la moschea ultima”, deriva dalla narrazione coranica che riferisce di un miracoloso viaggio effettuato dal profeta Maometto nel 621 circa. Secondo un versetto (ayat) Maometto effettuò un viaggio in una sola notte su una cavalcatura misteriosa, Burāq, che lo condusse dalla “sacra moschea” (che si pensa fosse la Kaʿba della Mecca) alla “moschea estrema” (al-Masjid al-Aqṣā). Da una roccia quivi esistente, Maometto sarebbe asceso ai 7 cieli, accompagnato dall’arcangelo Gabriele, accostandosi infine ad Allāh prima di tornare per comunicare lo straordinario avvenimento ai fedeli. Il luogo della “moschea estrema” non è esplicitamente definito; fu poi associato alla città di Gerusalemme, anche se ai tempi di Maometto non vi era alcuna moschea.
La prima struttura in materiale non precario fu costruita tra il 705 e il 715 dal califfo omayyade Al-Walīd I, figlio di ʿAbd al-Malik. Al-Walīd chiamò questa nuova moschea al-Aqṣā, “moschea ultima”. Nel 747 essa fu gravemente danneggiata da un terremoto e poi ricostruita su assai maggiore scala.
A partire dal 1099, anno della conquista di Gerusalemme da parte dei crociati, la città fu capitale del Regno di Gerusalemme e fu oggetto di un’intensa attività edilizia che interessò anche il Monte del Tempio. L’area della moschea di al-Aqṣā venne considerata parte del Tempio (o Palazzo) di Salomone (Templum Salomonis) e fu residenza del re di Gerusalemme.
In seguito, con la riconquista musulmana, l’edificio subì ulteriori modifiche ad opera prima di Saladino, poi dei mamelucchi e poi in epoca ottomana.
Verso il 1119, il re Baldovino II di Gerusalemme, che aveva convertito la vasta moschea nel proprio palazzo, assegnò un’ala al piccolo e ancora poco conosciuto Ordine dei Cavalieri Templari. Quando Saladino riconquistò Gerusalemme nel 1187, riconvertì la struttura di al-Aqṣā nuovamente in moschea.
Con la guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme, ivi compresa la Spianata. Il controllo della moschea è quindi stato attribuito dagli occupanti alla Fondazione islamica dei Waqf (Islamic Waqf trust), indipendente dal governo israeliano cui però è stato concesso, per motivi di sicurezza, il diritto di accesso al luogo santo.
Sulla nostra sinistra la moschea della Cupola della Roccia, che con la sua cupola dorata è sicuramente un’immagine più nota ed è quella che più caratterizza lo skyline di Gerusalemme oltre che, secondo alcuni, l’edificio islamico più antico del mondo ancora oggi esistente. Fu costruita fra il 687 e il 691, nell’era degli Omayyadi. È talora chiamata Moschea di Omar dal momento che, all’epoca del 2º califfo, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, era stato costruito su quel sito un oratorio in legno (successivamente andato a fuoco). In quel punto esatto in cui ʿUmar aveva pregato al momento della sua visita alla Città Santa, dopo la conquista di Gerusalemme nel 637, fu edificato un santuario adornato da mosaici realizzati da maestranze bizantine, appositamente chiamate dal califfo omayyade.
La Cupola della Roccia fu fatta edificare sfruttando l’opera di artigiani bizantini forniti dall’Imperatore. La costruzione dell’edificio avrebbe risposto alla volontà del califfo ʿAbd al-Malik di dotare di pregevoli monumenti i suoi domini (opera perfezionata poi dal figlio e successore al-Walīd I) e di contrastare i sentimenti di stupore tra i musulmani alla vista della Basilica cristiana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, la cui cupola destava grande ammirazione, oltre che di sottolineare il carattere musulmano di un personaggio sacro a musulmani, ebrei e cristiani (Abramo) e celebrare la vittoria dell’Islam sulle altre fedi.

La roccia al centro del santuario è ritenuta dai musulmani come il posto da cui Maometto fece la sua ascesa al cielo. Sulla medesima roccia Abramo (in Arabo Ibrāhīm) sarebbe stato sul punto di sacrificare Ismaele (ovvero Isacco) prima di essere fermato da Dio. Da questo episodio, narrato sia nella Bibbia che nel Corano, nasce la Festa del Sacrificio, una delle più importanti del calendario islamico.
La pianta ottagonale della Moschea della Roccia è comune all’architettura tardo antica e bizantina. La cupola è ispirata alla cupola del Santo Sepolcro, di cui ha circa le stesse dimensioni. Originariamente in piombo di colore grigio, venne sostituita negli anni ‘60 del XX secolo da una in bronzo e alluminio (prodotta in Italia) e successivamente rivestita con doratura. Nel 1993 la copertura d’oro è stata sostituita grazie a re Hussein di Giordania, a causa della ruggine e dell’usura. La cupola ha un diametro di circa 20 metri e raggiunge un’altezza di più di 35 metri sopra la “Nobile roccia”.
L’interno è riccamente dipinto, con archeggiature mosaicate a forma di corone, gioielli e motivi floreali, di gusto bizantino, privo di rappresentazioni di esseri viventi. In origine esistevano mosaici anche all’esterno, ma furono rimossi dai sultani ottomani e sostituiti da ceramiche colorate. Nella moschea è conservata in un’urna la reliquia di peli della barba di Maometto.
Noi, in quanto non musulmani, non siamo autorizzati ad entrare nelle moschee. Ma il luogo comunica una sensazione di pace, oltre che di sacralità. A vederlo così tranquillo, viene difficile pensare a tutto quello che è successo qui.

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Usciamo dalla Porta dei Leoni e percorriamo un tratto della Via Dolorosa, lungo la quale si trovano tutte le stazioni della Via Crucis. Passiamo davanti al luogo di nascita della Vergine Maria, poi al posto in cui Gesù dovrebbe essere stato flagellato prima di salire al Calvario. I negozi di souvenir, tutti gestiti da palestinesi, vendono paccottiglia di ogni genere, tra cui delle fantastiche corone di spine.
Intorno ad alcune porte le pareti sono dipinte di bianco punteggiato di rosso, verde e nero: sono le case di chi ha fatto l’haji, il pellegrinaggio alla Mecca.
Qui siamo sempre a Gerusalemme Est, teoricamente zona palestinese, anche se la città vecchia è un po’ un mondo a parte. Molte case sono state occupate negli anni da coloni israeliani, sempre col concetto di segnare il territorio con la loro presenza. Coloni che poi sono costretti a vivere asserragliati con le loro famiglie. Vediamo un papà che accompagna i bambini a scuola, seguito da un uomo che è chiaramente una guardia del corpo.
La più famosa di queste case è nota da molti anni come “Casa di Sharon”, anche se lui non ci ha mai veramente vissuto. Sulla facciata si srotola una grande bandiera con la stella di David, sul tetto troneggia un’imponente Menorah, il candelabro a sette candele simbolo dell’ebraismo. La casa fu acquistata nel 1987 da un’organizzazione di coloni, Ateret Cohanim, che convinse a suon di bigliettoni il proprietario palestinese a vendere tutto il palazzo, e regalò un appartamento a Sharon, allora Ministro dell’Industria e del Commercio. I coloni arrivarono subito con intenzioni bellicose. Il possibile arrivo di Sharon, anche per pochi giorni, era la scusa per perquisire gli appartamenti delle poche famiglie palestinesi rimaste nel palazzo. I soldati entravano con i cani a qualsiasi ora del giorno e della notte. E così ora la casa è il simbolo della riappropriazione ebraica della città vecchia e di tutta l’area di Gerusalemme Est, dove vivono più di 200.000 ebrei sparsi tra le varie colonie.
La pressione dei coloni è così forte che in alcune strade della città vecchia, piene di negozi e caratterizzate da grande passaggio, sono state installate delle reti metalliche di copertura, per proteggere i passanti dagli oggetti che i coloni lanciano dalle finestre.

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Dopo una pausa a base di spremuta di melograno, ritorniamo verso la spianata per accedere al Muro del Pianto. L’accesso, dalla piazza antistante, è separato per uomini e donne, che pregano in due aree diverse. Anche noi, quindi, ci dividiamo. Io, Claudio e gli altri uomini del gruppo indossiamo la kippah bianca in distribuzione all’ingresso e, con rispetto, ci avviciniamo al muro, dove i nostri amici “cappelloni” depongono bigliettini con preghiere nelle fessure e pregano con tutto l’armamentario che abbiamo già visto in aereo, compresi i famosi cubetti. I movimenti della parte superiore del corpo, in effetti, possono far pensare a una persona che si lamenta, che piange. I fedeli sono attrezzati con leggii, tavoli e sedie. Le sedie, per la verità, sono sedie di plastica da bar sulla spiaggia che sembrano un po’ stonare con la sacralità del luogo. Molti leggono la Bibbia, c’è chi canta, chi recita qualcosa che forse è un salmo. La ritualità di ogni gesto è quello che colpisce di più.
Lasciando il muro, Claudio ci racconta di quella volta che dovette fare una sorta di cerimonia di riconciliazione al consolato israeliano di Milano, per farsi “perdonare” la partecipazione alla carovana dell’acqua, con la quale nel 2011 diverse associazioni pacifiste e solidali avevano voluto mettere al centro dell’attenzione il problema, tuttora estremamente sentito, dell’accesso all’acqua della popolazione palestinese. La gestione dell’acqua è tuttora sottoposta a ordini militari israeliani, che negano il diritto all’acqua del popolo palestinese limitando e di fatto impedendo la costruzione di nuovi pozzi o la riabilitazione di quelli esistenti, la costruzione di nuove reti idriche e di impianti di trattamento delle acque reflue, la gestione complessiva delle risorse idriche da parte dell’Autorità Palestinese. La storia della riconciliazione è divertente di per sé, ma la cosa curiosa è che con lui a riconciliarsi c’era… Cecchi Paone!

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La prossima tappa è la Basilica del Santo Sepolcro, in cima al monte del Calvario. La basilica ingloba al suo interno il luogo della crocifissione, la pietra della deposizione e il sepolcro scavato nella roccia dove secondo i Vangeli Gesù fu sepolto. La prima basilica fu costruita da Costantino nel IV secolo, ma l’edificio è passato nella sua storia per mille traversie: incendi, terremoti, la distruzione da parte di un califfo pazzo nel 1009. Fu ricostruita dai crociati nel XII secolo, poi di nuovo distrutta da un incendio e quello che si vede oggi è in sostanza la ricostruzione in stile barocco turco degli inizi del 1800. Il rivestimento dell’edicola in marmo rosso, però, è pericolante ed è tenuto in piedi da un’impalcatura in travi di ferro installata ai tempi del mandato britannico, nel 1947. Non esiste ancora un progetto di restauro. La basilica è sede del patriarca greco ortodosso e, formalmente, anche del patriarca cattolico latino, che però celebra normalmente in un’altra chiesa.
Quando ci arriviamo noi, purtroppo, non è certamente l’ora migliore. La basilica è presa d’assalto da orde di turisti, il sepolcro è inavvicinabile se non con ore di coda. Riusciamo giusto a dare un’occhiata al luogo della crocifissione, salendo per una ripida scala, ma anche questo da lontano, perché davanti c’è una massa di persone. La sola cosa che si può vedere bene è la pietra della deposizione o dell’unzione, dove si ritiene che il corpo di Gesù venne preparato per la sepoltura. Il rituale, per quanto vediamo, sembra prevedere che la pietra venga bagnata (forse a rappresentare le lacrime della Vergine Maria) e che poi i fedeli la asciughino con straccetti o fazzoletti che immagino poi vengano conservati come reliquie.
Noi, comunque, dobbiamo andare. Raggiungiamo la porta di Damasco con un breve passaggio nel souk, tra piramidi di za’atar (una miscela di spezie a base di timo, origano e semi di sesamo) e spezie varie, i cui profumi riempiono l’aria, e da lì partiamo col pullmino in direzione Ramallah, dove abbiamo appuntamento con l’architetta e scrittrice Suad Amiry.

 

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Andando verso Ramallah, cominciamo a vedere da vicino il muro, la barriera che Israele negli anni ha costruito intorno ai territori palestinesi. In alcuni tratti è soltanto un reticolato, ma per la maggior parte è un vero muro fatto di blocchi di cemento alti da 6 fino a 9 metri, sormontati da filo spinato. In teoria, dovrebbe servire a difendere la sicurezza di Israele, contro il terrorismo. Peccato, però, che il suo percorso, per quasi tutta la sua lunghezza, corra ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine di Israele, cioè la cosiddetta “Linea verde”, il confine di prima della guerra dei sei giorni del 1967. Così, di fatto, Israele ha annesso ampie porzioni di territorio che gli servivano per ragioni strategiche, perché è dove si concentrano la maggior parte delle colonie, e/o per la presenza di risorse: pozzi, terreni agricoli. Entrando nell’area sotto effettivo controllo palestinese, grandi cartelli rossi informano i cittadini israeliani che, se proseguono, lo fanno a rischio della vita e contro la legge israeliana. Anche se, ovviamente, nessun israeliano è stato mai arrestato per essere entrato in territorio palestinese. Mentre ogni giorno vengono arrestati palestinesi per aver essere entrati illegalmente in Israele, il più delle volte soltanto per lavorare.
Serena, che parla un arabo fluente, dà indicazioni al nostro autista, Walid, che però fa un po’… di testa sua e non conosce molto le strade, dal momento che lui lavora prevalentemente con i turisti su Gerusalemme. Google Maps o Waze non funzionano nei territori occupati. Esiste, abbiamo scoperto, un’apposita app che però non sembra patrimonio di Walid.
Riusciamo comunque ad arrivare a Ramallah, dove ci concediamo un veloce spuntino a base di Falafel in un bar popolare, prima di raggiungere Suad presso la sede di Riwak, l’associazione che lei dirige e che si occupa del recupero e della conservazione dell’architettura palestinese.
Fuori, un uomo vende dei portadocumenti in plastica verde e ripete ossessivamente uno slogan: “Change yourself, change your life!”. Non è chiaro perché lo dica in inglese, ma soprattutto perché un portadocumenti dovrebbe cambiarti la vita. Forse vuole sottintendere che, una volta comprato quello, arriverà anche il documento. Ma, sapendo quanto è difficile ottenere la carta d’identità per i palestinesi, soprattutto quella blu dei residenti di Gerusalemme, suona un po’ ironico. Di sicuro, il personaggio è sui generis.

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Suad ci riceve nel piacevole giardino della sede di Riwak, con un bel caffè di benvenuto. Alcuni di noi si siedono intorno a lei sul muretto, altri davanti a lei sul prato. Mi viene da chiamarla così, Suad, senza il cognome, perché dopo aver letto due suoi libri mi sembra quasi di conoscerla personalmente, come se fosse una mia amica. Forse perché in quei due libri c’è tanto della storia personale sua e della sua famiglia. Il primo che ho letto è in realtà l’ultimo che ha scritto, cioè Damasco, dove racconta una saga familiare degna quasi di un Garcia Marquez ma tutta vera, dai nonni che si sposarono ai primi del novecento fino ai giorni nostri. Il nonno materno era un ricco mercante siriano di Damasco, la nonna palestinese. Ho scoperto Suad quando, un annetto fa, quel libro lo ha presentato nell’auditorium di Radio Popolare. E poi ho letto il primo libro che ha scritto, quello che l’ha resa famosa: Sharon e mia suocera. Dove racconta il doppio assedio che subì nel 2002 qui a Ramallah: quello delle truppe di Sharon, che assediavano la Muqata, il quartier generale di Arafat, durante la seconda intifada, e quello della suocera novantenne, che lei generosamente si era portata a casa per salvarla dagli scontri più sanguinosi che si svolgevano praticamente sotto casa sua, dato che la suocera abitava a un passo dalla Muqata. Ciò che unisce i due libri è la scrittura al tempo stesso colta e leggera, con un’inesauribile carica di ironia, e la capacità di Suad di affrontare la vita armata di lucidità sentimentale e politica, senza mai perdere lo humour.

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Ma quella da scrittrice è solo l’ultima vita di Suad, quella che quasi suo malgrado si è trovata a vivere dai cinquant’anni in poi. Prima, come ha raccontato a Claudio in una lunga intervista, ce ne sono state altre due. La prima è quella da attivista politica. Nata a Damasco, è cresciuta ad Amman perché il papà, palestinese di Jaffa, fu costretto a fuggire in Giordania dalla prima guerra arabo-israeliana del 1948, come almeno altre 800.000 persone. Per i primi 16-17 anni della sua vita, racconta, non è stata così cosciente della sua identità palestinese. Si sentiva giordana, come tutti gli altri; o meglio, non era importante la nazionalità. C’erano arabi, curdi, circassi, siriani, musulmani e cristiani, tutti insieme. E i suoi genitori, per proteggerla, preferivano non parlare di tutto quello che avevano lasciato in Palestina. Poi, nel 1967, Israele occupa l’altra parte della Palestina storica, e tutto cambia. E lei si ricorda proprio bene, dice, il giorno in cui è “diventata” palestinese, dopo aver partecipato a una delle prime manifestazioni dell’OLP. Lo racconta in questo breve spezzone di video, attribuendo all’OLP il merito fondamentale di questa presa di coscienza di un popolo:

 

Ha studiato architettura all’American University di Beirut, poi all’università del Michigan, per specializzarsi infine a Edimburgo.
Negli anni ’70 ha vissuto in Libano, dove è diventata un’attivista dell’OLP, che allora aveva lì la sua base. Solo dopo parecchi anni riuscì finalmente a tornare in Palestina, perché come racconta nessun profugo, da nessun paese arabo, era autorizzato a tornare. La sua mamma e suo fratello non sono mai potuti tornare. Lei ottenne, con grandi difficoltà, un permesso per andare a insegnare all’università di Bir Zeit. E anche ora della sua famiglia possono venire a trovarla, a Ramallah, solo due sorelle che hanno preso la cittadinanza americana.
Ha partecipato alla delegazione palestinese ai negoziati di Madrid, nel 1991, e poi di Washington, dove si avviò il processo di pace poi concluso con gli accordi di Oslo nel 1994. Ed era l’unica donna, in entrambe le delegazioni.
Contemporaneamente, nel 1991, era iniziata l’attività di Riwak, alla quale Suad si dedicò a tempo pieno dopo il 1994.
Riwak è una ONG che si occupa del restauro e della conservazione dei palazzi storici e dei villaggi che presentano caratteristiche tipiche dell’architettura palestinese. Le pietre per noi sono la cosa più importante, dice Suad. Non abbiamo il petrolio, e poi difendere i nostri villaggi vuol dire resistere all’occupazione che, giorno dopo giorno, si appropria di estensioni sempre maggiori di terra palestinese. Ci vollero quasi 8 anni per fare un lavoro completo di documentazione, censimento e mappatura degli edifici storici, che sono ben 50.320. Quando Sharon, nel 2000, decise di bloccare l’ingresso in Israele dei lavoratori palestinesi, 150.000 persone si trovarono da un giorno all’altro senza lavoro e senza sostegno per le loro famiglie. A quel punto, Riwak fece la scelta di creare lavoro attraverso la conservazione. Un progetto che ebbe grande successo, portando tra l’altro alla costruzione di 120 strutture per le comunità, con scuole, biblioteche, teatri, centri per l’infanzia e per le donne. Il progetto del momento, invece, si prefigge di restaurare e rivitalizzare 50 villaggi. Per ora, sono 20 i villaggi completati. Le persone coinvolte sono molte, ed è anche questo un risultato fondamentale. I finanziamenti arrivano da diversi paesi europei. I migliori sono gli svedesi, dice Suad: danno tanto e non chiedono niente. Gli italiani invece parlano, parlano… e non si conclude mai. Ci sono, comunque, fondi italiani per l’archeologia in Palestina, ma non per Riwak.
Poi Suad racconta di come, nel 2002, durante i 42 giorni di coprifuoco senza poter uscire neanche in giardino, iniziò a tenere un diario quasi per terapia, raccontando le bizze della testarda Umm Salim, la mitica suocera. Umm, in arabo, significa “Mamma di” ed è un modo in cui, affettuosamente, si chiamano le signore, soprattutto di una certa età, con il nome del loro figlio primogenito. Lo stesso vale per i papà, con Abu al posto di Umm. È una cosa tipica soprattutto di quest’area del Medio Oriente. Il diario doveva essere riservato a cinque amici, ma poi intervenne Luisa Morgantini, all’epoca vicepresidente del Parlamento Europeo, che lo trovò talmente bello da volerlo distribuire a diversi parlamentari europei. E fu sempre la Morgantini a mandarlo alla Feltrinelli. Suad le diede della pazza, naturalmente. Ed è genuina quando ci racconta il suo stupore nel ricevere la telefonata di Alberto Rollo che le chiedeva di poter comprare tutti i diritti. “Diritti? Ma come diritti? Io conosco i diritti dei palestinesi, ma non so niente dei diritti dei libri…”. Alla fine, il libro venne tradotto in venti lingue.
Claudio fa una domanda nel suo stile inconfondibile: tre canzoni, una per ogni vita. Suad, senza neanche pensarci tanto, snocciola: Imagine per la vita politica; una canzone della grande cantante egiziana degli anni ‘60 Umm Kulthum, che parla di quanto sia importante rispettare le vestigia del nostro passato, per la vita dedicata all’architettura e al restauro; e… Volare per la vita da scrittrice, che per lei è stata proprio un sogno strano e inaspettato.
Suad, poi, ci spiega bene quanto è importante la terra, soprattutto quando ogni giorno ne perdi un po’. Ad oggi, sotto il controllo palestinese resta un 40% del territorio della Cisgiordania, che è poi il 22% della Palestina storica. Quindi, a conti fatti, meno del 9% del territorio in cui, liberamente, i palestinesi potevano vivere prima del 1948.
Suad ci tiene a enfatizzare questo aspetto: più di tutto, al di là di ogni questione etnica o religiosa, il problema è la terra. Gli israeliani vogliono la terra, sempre più terra, la NOSTRA terra.
In molti abbiamo voglia di chiedere qualcosa a Suad. Lei sollecita domande che abbiano a che vedere con il suo lato “politico” e, guarda caso, ne ho una. Vorrei sapere da lei come vede il recente accordo firmato tra Hamas e Fatah, con il quale si dovrebbe mettere fine a dieci anni di divisione interna tra i palestinesi, tra il governo della striscia di Gaza targato Hamas e il governo dell’ANP in Cisgiordania. Se pensa che sia possibile che, come chiesto da Abu Mazen, vengano disarmate le brigate Ezzedim al-Qassam, il braccio armato di Hamas, e che in un anno si arrivi ad elezioni libere e congiunte. Lei non è molto ottimista in merito, com’è normale che sia. Dice che molto dipenderà dalla reazione di Israele, ed è chiaro che è così: la divisione del fronte palestinese ha sempre fatto molto comodo a Israele, che chiaramente farà tutto quello che è in suo potere per mantenerla.
Luciano invece, che ha appena finito di leggere Damasco, vuole sapere come sta Norma, che è uno dei personaggi più pazzi e divertenti descritti da Suad. Sta bene, e ne siamo tutti contenti.
Prima di salutare Suad, mentre mi faccio autografare anche il secondo libro, le chiedo un’ultima cosa: se ancora oggi, ogni tanto, le viene voglia, passando da un checkpoint, di guardare fisso negli occhi un soldato israeliano così, per vedere l’effetto che fa. Questo è uno degli episodi che mi ha colpito di più, e dei più gustosi tra i tanti che Suad racconta in “Sharon e mia suocera”. A proposito, se non l’avete ancora letto leggetelo, vale davvero la pena. Lei sorride e risponde di no, che ormai si sente troppo vecchia e stanca per queste cose. Ma a me invece sembra ancora combattiva, ed esco dall’incontro con lei con ancora più ammirazione e con la speranza che possa trasmettere quello che ha da dare, che è tanto, a molte giovani donne palestinesi.

Una breve visita alla tomba di Arafat e poi passeggiamo per Ramallah. I muri sono tappezzati di manifesti con le immagini dei prigionieri politici. Un gruppetto di bambini, vedendoci, improvvisa una specie di blocco della strada con un nastro bianco e rosso. Noi stiamo al gioco e giochiamo anche noi al checkpoint. Effettivamente la realtà che vivono ogni giorno è questa, a cosa possono giocare?
Entriamo in un edificio restaurato da Riwak, dove ora c’è una scuola di musica. Saliamo sul tetto, dove un vecchio divano fa un curioso effetto salotto. Altri bambini, dalle strade e dalle finestre, ci vedono e ci salutano sbracciandosi tra urla e risatine. Vogliono sapere come ci chiamiamo io e Serena. Mi sto accorgendo che quelle quattro parole di arabo che ho imparato in Marocco servono a ben poco qui, è proprio un arabo diverso, anche e soprattutto nelle espressioni più semplici e colloquiali. Oltretutto, io in realtà non ho neanche imparato tanto, perché la mia “famiglia” marocchina, della quale ho avuto occasione di parlare tanto su queste pagine, è berbera e parla Tashelhit, non arabo.
Ci fermiamo a prendere un tè in un locale che è sicuramente popolare, anche se forse non è l’ideale per un gruppo di stranieri, soprattutto per le signore. Sono tutti uomini, giocano a carte e fumano Arghilé (qui la Shisha, la pipa ad acqua, si chiama così). Preferiscono sistemarci nel retro, in un cortile con tettoie di lamiera, cercando di pulire alla bell’e meglio le sedie e i tappeti. Se non altro è tranquillo, possiamo riposarci e chiacchierare un po’. Forse stimolati dall’ambiente, forse perché chi l’ha visto (io no) racconta che il bagno non è esattamente quello di un boutique hotel di design, finiamo a parlare dei bagni più strani o più… al limite che ci siamo trovati ad usare durante i nostri viaggi. È comunque un modo per testare l’affiatamento del gruppo, che anche stavolta è più che buono.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che Serena insegna anche yoga e Pietro, uno dei nostri compagni di viaggio, è un allievo della stessa scuola dove insegna lei, anche se non suo.

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Per cena siamo di nuovo a Gerusalemme. Il posto di questa sera si chiama Askadinya, è anche questo raggiungibile a piedi dall’albergo ed è vicino a un’area verde che si trova nella parte ovest della città (il confine è qui a due passi), dove stasera si tiene un evento che attira, a quanto vediamo, masse di “cappelloni”. Ci avviciniamo per curiosità e le guardie armate, per prima cosa, ci tengono a farci sapere che “Qui è Israele”. Questo giusto perché sappiamo regolarci. Dopo di che, ci spiegano che è una specie di celebrazione in memoria di un rabbino molto noto e con un grande seguito. Gli avventori sono praticamente tutti ebrei ortodossi, ma di aspetto (almeno qualcuno) un po’ più rilassato. Pare che ci sia un concerto, probabilmente seguito da una festa. Noi, comunque, intanto andiamo a cena. Non so nemmeno se saremmo molto graditi.
Anche qui il cibo non è male, ma è un po’ più caro di ieri sera e c’è forse anche meno scelta. Dopo cena, con un gruppetto selezionato ci dirigiamo verso un posto segnalato da Claudio. È la “First Station”, che si trova anch’essa a Gerusalemme ovest ed è una vecchia stazione ottomana riconvertita nel 2013 in una specie di centro commercial-culturale pieno di bar e locali. Per arrivarci, essendo in sei, dobbiamo prendere due taxi. Io salgo sul secondo, con Luciano e Luigi. Il tassista non è certo loquace; in compenso la radio trasmette una partita di calcio, è sicuramente il Barcellona ma non riusciamo a identificare l’avversario. Non capiamo granché della radiocronaca, ma di sicuro a un certo punto segna Messi: l’urlo è inequivocabile e internazionale. Fatto sta che, forse distratto da questo o più probabilmente per generale rincoglionimento, quando scendiamo lascio sul taxi lo zainetto con tanto di macchina fotografica nuova di pacca. Me ne accorgo un secondo dopo essere entrato nella stazione, ma ormai è troppo tardi.
In preda al panico, chiedo ad un altro tassista come fare per recuperare oggetti smarriti. Lui dice: chiama la compagnia dei taxi. Sì, ma quale? Il nostro non ci ha dato la ricevuta. Perfetto. Allora come? L’unico modo è chiamare il ristorante, o tornarci. È stato il tipo del ristorante a chiamare il taxi. Già, ma come si chiama il ristorante? Nessuno se lo ricorda.
Il panico cresce. A malincuore, sono costretto a chiamare Serena. Non vorrei farlo, è tornata in albergo perché si sentiva poco bene, povera. Ed è già tardino. Ma come fare, se no? È l’unica che può sapere come diavolo si chiama quel posto.
Serena non risponde, né al cellulare palestinese né a quello italiano. Panico a mille. Cerco di razionalizzare e penso che almeno portafoglio e documenti li ho con me, è solo per la macchina fotografica, che comunque non è poco. Ma, più o meno consciamente, comincio a darla per persa.
Chiamo Serena in albergo, è l’ultima chance. Il portiere dice che il numero della stanza risulta occupato; mi sembra molto strano, ma le lascio il messaggio di chiamarmi appena può. Dopo pochi minuti, dato che non mi chiama, su suggerimento di Claudio richiamo l’albergo e, con voce ancora più concitata, dico al portiere di andare a bussare. Lui dice che le ha già passato il messaggio, ma non so se credergli. Forse vuole solo togliersi uno scocciatore dagli zebedei.
Continuando a non sentire Serena, decido di prendere un taxi e tornare in albergo. Mi accompagna Luigi, un po’ come supporto psicologico e un po’ perché se restasse lì sarebbero in 5 e per tornare, poi, dovrebbero prendere altri due taxi.
Spiego la situazione al tassista, gli dico che il ristorante è vicino a quel posto della festa ebraica. Improvvisamente, ho un flash e mi torna anche in mente qualcosa che somiglia vagamente al nome del ristorante. Il tassista mi fa: “Askadinya”. Sì, è lui, ci siamo! Mi faccio portare lì, invece che in albergo. Nel frattempo Serena mi chiama e spiego anche a lei cos’è successo. È quasi sollevata, da quello che le aveva detto il portiere pensava molto peggio. Arrivo al ristorante e ritrovo il tipo di prima. Serena lo ha già chiamato, e lui sta chiamando la compagnia di taxi. Mi dice, in diretta, che il tassista ha trovato lo zaino e lo sta riportando qui. Quasi non ci credo, un’efficienza pazzesca. Non ci speravo un granché.
Un quarto d’ora dopo il tassista è lì, davanti al ristorante. Lo zainetto c’è, la macchina pure, non manca niente. Gli pago la corsa con un sospirone di sollievo, poi io e Luigi torniamo a piedi in albergo.
Mi sento veramente un idiota. Sì, mi è capitato di fare qualche cazzata in viaggio, ho lasciato ombrelli un po’ ovunque ma una cosa importante mai, non mi era mai successo. E soprattutto mi dispiace da pazzi aver svegliato Serena, ma per fortuna è andato a finire tutto bene. Serata agitata, tento di dormire ma non sarà facilissimo. Domani per stare in piedi mi dovrò drogare di caffè. Per fortuna qui non manca.

 

(Continua…)

2 comments

  1. Maria Chiara Saporito · novembre 10

    che viaggio incredibile!

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    • Piero · novembre 10

      Eh sì, è uno dei più ricchi di sensazioni che ho fatto. Molto forte dal punto di vista emotivo, è una cosa che non ti può lasciare indifferente. Spero di essere riuscito a trasferire almeno una parte di questo nel racconto.

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