Questa è la nostra terra – Parte quarta

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

C’è una parola quasi intraducibile in italiano, sumud, che rappresenta le decine di forme adottate dal popolo palestinese dentro la Palestina storica nell’obiettivo di mantenere la propria presenza fisica sulla terra. Forme più o meno dirette, dinamiche e statiche, che coprono il più ampio raggio delle pratiche quotidiane: “Sorridere, ballare, piantare un albero d’ulivo, portare i figli a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Aspettare in piedi per quattro ore per attraversare un checkpoint e poi passare. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui.” Questo è quello che ci disse qualche anno fa Nassar Ibrahim, attivista, analista e giornalista.
Da “Cinquant’anni dopo”, di Chiara Cruciati e Michele Giorgio.

Esulterò di Gerusalemme
Non si udrà in essa più grida di pianto, grido di lamento
Non vi sarà più un bimbo dai giorni contati,
né vecchio che non compia i suoi giorni: giovane morirà chi muore a cent’anni
(Isaia 65,19-20)

Lunedì 23/10/2017 – I murales di Banksy e soci, l’hotel con la vista più brutta del mondo, la Natività e a Battir UNESCO batte muro 1-0

Ho dormito abbastanza bene, ma al risveglio accuso ancora qualche problemino gastrointestinale. Niente di serio, non è una roba da Imodium (che avrei) ma… servirebbe qualcosa di più soft che però mi rimetta a posto. Per fortuna c’è Serena, che ha dei fermenti lattici. Io quelli li ho presi prima di partire ma qui non ne ho. Tra l’altro ho scoperto che non sono l’unico, nel gruppo ci sono altre due o tre persone che hanno qualche problema. Questo smonta definitivamente l’ipotesi tequila.
Stamattina rimarremo a Betlemme per vedere la parte vecchia e il tratto di muro più “sfruttato” dagli street artist, che lo hanno ricoperto di graffiti praticamente in ogni angolo. Poi, nel pomeriggio, ci sposteremo verso il villaggio di Battir, che è ricco sia di storia passata che di storia attuale, ed è forse l’unico che è riuscito a sfuggire alla trappola del muro con l’arma della cultura, diventando patrimonio UNESCO. Serena verso le 11.30 ci dovrà lasciare, ha una riunione molto importante per la sua ONG. E non c’è neanche Giulia, che è impegnata in un’altra riunione più o meno contemporaneamente. Quindi ci dovremo arrangiare: Claudio farà da capogruppo, e a Battir avremo una guida locale, che per fortuna parla inglese. Io mi sono offerto di tradurre, dato che non tutti nel gruppo lo capiscono bene. Siamo già d’accordo così con Serena.
Raggiungiamo il centro a piedi con l’idea di partire da lì ma poi invece decidiamo che, dato che i fotografi preferiscono la luce del mattino, per prima cosa andremo al muro.
Il tratto di muro dove veramente ci si può sbizzarrire è quello che si snoda nelle vicinanze di un hotel che è stato definito “L’hotel con la vista più brutta del mondo”. Si tratta di un hotel una volta anonimo la cui prospettiva è completamente cambiata con la costruzione del muro, che da una parte gli ha tolto la vista ma dall’altra gli ha dato grande notorietà internazionale. Sì, perché Banksy, lo street artist di Bristol, uno dei più grandi al mondo, la cui fama è accresciuta dall’alone di mistero che circonda la sua identità, ha rilevato questo albergo e ne ha fatto il Walled Off Hotel. Con l’opera di ristrutturazione e decorazione degli interni (molte camere sono state dipinte dallo stesso Banksy), il Walled Off è diventato famoso e meta privilegiata di artisti, giornalisti internazionali e seguaci della cultura alternativa. Purché abbiano qualche soldino da spendere, perché i prezzi non sono proprio popolari. Abbiamo chiesto informazioni, mentre ci prendevamo un tè, e pare che la suite presidenziale venga via sui 1000 dollari a notte. Però lì, oltre al dipinto di Banksy, c’è la Jacuzzi. Se ti accontenti di qualcosa di meno impegnativo con una cifra sui 200 euro te la cavi.
Di fronte, il muro è strapieno di graffiti per un intero isolato e anche oltre. C’è di tutto, dalle semplici tag alle scritte ai disegni che ritraggono leader politici, palestinesi e non, o martiri della lotta per la libertà della Palestina. I murales cambiano abbastanza di frequente, spesso vengono cancellati e coperti da nuovi disegni più “attuali”. Infatti ora furoreggia Trump: Trump che sbeffeggia Hillary Clinton, Trump che promette al muro di costruirgli un “fratellino” (evidente riferimento al muro al confine messicano), Trump che sbaciucchia una torretta militare.
E ci siamo persi, per pochissimi giorni, l’ultimo: Trump che limona con Netanyahu, un grande classico rivisto e corretto, da attribuire a un artista australiano che si fa chiamare Lushsux e che è con ogni probabilità lo stesso degli altri Trump. Quest’ultimo disegno è comparso solo pochi giorni dopo il nostro ritorno, in contemporanea con la provocazione opera dello stesso Banksy, che ha voluto “celebrare” a modo suo il centenario della dichiarazione di Balfour che pose le basi per la creazione dello stato ebraico in Palestina, durante il mandato britannico. E per farlo ha messo in scena una specie di party con una finta Regina Elisabetta. Trovate tutti i dettagli in questo articolo segnalato dal nostro compagno di viaggio Luigi, a cui va reso il giusto merito:

L’ultimo graffio di Banksy

Ma non finisce qui. C’è, per esempio, un disegno che testimonia l’attaccamento dei cileni di origine palestinese alle loro radici. Ci sono testimonianze di solidarietà col popolo palestinese da varie parti del mondo. E ci sono diversi personaggi ispirati al cartone animato americano Rick & Morty e ai fumetti di Naji al-Ali, l’artista palestinese ucciso dal Mossad a Londra nel 1987 e creatore del personaggio di Handala. Handala è un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata. Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non è d’accordo con la situazione attuale: mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà; è rimasto bambino perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.

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Davanti al muro c’è anche un negozio, un negozio di souvenir che una signora cristiana testardamente tiene aperto anche se ormai qui viene poca gente a comprare i souvenir “classici” di Betlemme, quelli religiosi legati alla Natività. Lei, almeno in parte, ha riconvertito il negozio e ora vende souvenir legati al muro, ai murales, a Banksy e quant’altro. Ci racconta la sua storia facendoci vedere delle foto che estrae da sotto il bancone: foto di quando il muro non c’era, e poi di quando lo stavano costruendo. Ci mostra sulla pianta della città il percorso del muro in questa zona, e spiega che all’inizio sembrava che il muro glielo volessero costruire addirittura su quattro lati dell’edificio, poi il progetto è cambiato e ora ce l’ha “solo” su tre.
A due passi da qui c’è la Tomba di Rachele, che durante la seconda intifada è stata attaccata con armi da fuoco, sia dalla direzione del campo profughi di Aida tra Beit Jalla e Betlemme che dai tetti delle case a ovest e a sud-est. Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese presero parte attiva ai combattimenti. A un certo punto, 50 ebrei si trovarono assediati all’interno della Tomba di Rachele, mentre era in corso uno scontro a fuoco tra l’esercito israeliano e le forze dell’Autorità Palestinese. Il 2 aprile del 2002, l’esercito israeliano è tornato a Betlemme, nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo. Nel settembre 2002 la tomba, che è in area C, è stata incorporata nel lato israeliano della “barriera” e circondata da un muro in cemento con torri di guardia.
Torniamo verso la città vecchia per andare a visitare la Chiesa della Natività. Lungo la strada ci fermiamo da un panettiere a mangiare una focaccia con lo za’atar appena sfornata, come spuntino che per oggi sostituisce il pranzo. Io prendo la misura più piccola che c’è, perché il mio stomaco fa ancora i capricci e per il momento non vuole saperne di andare a posto. Qui Serena ci saluta e si avvia verso la sua riunione, mentre noi proseguiamo fino alla piazza su cui si affaccia la chiesa, sperando che non ci sia troppa coda per entrare.
La Basilica della Natività è eretta nel luogo dove secondo un’antica tradizione sarebbe nato Gesù. È costituita dalla combinazione di due chiese e una cripta, la grotta della Natività, che è il luogo preciso in cui Gesù sarebbe nato.
Nel giugno 2012 la Basilica della Natività è stata inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, su richiesta dello Stato di Palestina.
Verso il 330, su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della moglie Elena, ebbe inizio la costruzione della basilica. Lavori di restauro e ampliamento vennero avviati nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I, in seguito alla distruzione causata dalla rivolta dei Samaritani: venne rialzato il pavimento dell’atrio di circa un metro e aggiunto un nartece.
Nel 614 la basilica riuscì a salvarsi dalla distruzione dei persiani grazie alla presenza, sul prospetto del tempio, della raffigurazione dei Re Magi nel costume nazionale persiano. L’edificio di culto venne poi risparmiato anche dall’invasione araba e, nel corso del tempo, è stato ulteriormente esteso.
Ma c’è un altro episodio per cui, in tempi più recenti, la basilica è passata alla storia. Tra il 2 aprile e il 10 maggio 2002, nell’ambito dell’operazione Scudo Difensivo, le forze di difesa israeliane occuparono Betlemme e tentarono la cattura di alcuni militanti palestinesi ricercati. Decine di questi si rifugiarono nella basilica della Natività. Dopo 39 giorni di assedio fu raggiunto un accordo con i militanti, che furono condotti in Israele e quindi esiliati in Europa e nella Striscia di Gaza.
Oggi, per fortuna, l’unico assedio è quello dei turisti, che penso sia abbastanza abituale qui. Noi riusciamo a entrare nella basilica, ma per accedere alla grotta della Natività c’è una gran fila; non riusciamo a stimare quanto possa essere lunga. Abbiamo a disposizione circa un’ora e mezza, poi ci dobbiamo ritrovare nella piazza per andare a prendere il pullmino. In molti preferiscono rinunciare a vedere la grotta, il gruppo si riduce a tre persone: io, Luisa e Pietro. Essendo arrivati fin qui, ci piacerebbe vedere cosa c’è lì sotto, così decidiamo di provare a fare la fila e vedere come butta. All’inizio la coda sembra scorrevole ma poi, per scendere quei pochi gradini che portano alla grotta, l’attesa diventa lunga e l’accesso è male organizzato. Fanno passare le persone a gruppi, ogni tanto bloccano senza che da fuori si capisca il motivo. Probabilmente non si può entrare durante i momenti di preghiera. La fila, comunque, è tutt’altro che ordinata.
Finalmente riusciamo a scendere. Il punto esatto in cui, secondo la tradizione cristiana, avrebbe avuto luogo la nascita di Gesù è simbolicamente segnato da una stella d’argento in cui è incisa, in latino, la frase «Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù». La stella ha 14 punte perché 14 sono le generazioni che separano Abramo da Davide, e quelle che separano Davide dall’esilio babilonese, e quelle che intercorrono tra l’esilio e Gesù. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta, così come del resto della basilica (a parte uno spazio riservato alla Chiesa apostolica armena), è della Chiesa greco-ortodossa.
Nella grotta-cripta vi è anche il luogo in cui era situata la mangiatoia in cui Maria avrebbe deposto il bambino Gesù subito dopo la nascita. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta è dei padri francescani della Custodia di Terra Santa.
La grotta, nonostante quella che dovrebbe essere la gestione degli accessi, è affollata. Dopo pochi minuti vorremmo raggiungere l’uscita ma, per quanto si capisce, stanno pregando nella parte di chiesa sopra di noi dove dovremmo sbucare. Rimaniamo perciò bloccati all’interno della cripta, senza poter tornare indietro e neanche procedere verso l’uscita, in troppe persone per uno spazio così angusto, per almeno altri 10-15 minuti.

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Quando finalmente riusciamo a uscire incontriamo Claudio, che ci ha aspettato. Abbiamo circa dieci minuti di ritardo rispetto all’appuntamento. Ci precipitiamo nel tentativo di raggiungere il gruppo e ci riusciamo proprio prima che salgano sul pullmino. Qui scopriamo che anche Patrizia e Luciano hanno visitato la grotta, ma l’hanno fatto con una guida con la quale si poteva saltare la fila… a saperlo avremmo anche pagato i circa 10 euro che hanno pagato loro, ma non avevamo capito che c’era questa possibilità.
Va bene, poco importa. Adesso dobbiamo dirigerci verso Battir.
Battir è un villaggio di quasi 5000 abitanti che si trova circa 6 km a ovest di Betlemme. Anticamente, quando si chiamava Betar, fu un villaggio fortificato ebraico che vide svolgersi la battaglia finale della rivolta ebraica contro i romani nota come la rivolta di Bar Kokhba, nel II secolo. È situata proprio sopra la linea ferroviaria Gerusalemme-Jaffa, che fu anche la linea dell’armistizio tra Israele e Giordania dal 1949 fino al 1967. Battir si trovava pochi metri a est del confine tra Israele e Giordania. Almeno il 30% delle terre di Battir stavano dalla parte israeliana della linea verde, ma agli abitanti fu concesso di mantenerle, a patto che non causassero problemi alla ferrovia. Erano perciò i soli palestinesi autorizzati ufficialmente a passare il confine per lavorare le proprie terre fino alla guerra dei Sei Giorni. Gli israeliani si sarebbero ripresi la terra e la ferrovia se ci fosse stato il minimo problema, invece niente: neanche una pietra venne lanciata, nemmeno dalla scuola, che era a pochi metri dalla ferrovia.
La storia ce la racconta Hassan, un ingegnere civile che conosce ogni pietra del suo villaggio e che è stato l’uomo chiave del percorso con il quale Battir ha ottenuto il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. E io sono incaricato di tradurre. Tra ingegneri dovremmo riuscire a capirci, butto lì come battuta. Ed effettivamente non è difficile, Hassan parla un ottimo inglese, con accento arabo ovviamente ma neanche troppo pesante. L’unica difficoltà è che, anche se gli ho raccomandato all’inizio di fermarsi ogni tanto e darmi il tempo di tradurre, a volte non è semplice fermarlo: ci mette grande enfasi, ha un modo di raccontare quasi da attore dal quale traspare l’amore per il suo villaggio e la sua gente. Ma comunque me la cavo.
Battir è un villaggio agricolo dove il paesaggio è cultura, un paesaggio che è stato creato dall’uomo adattando una vallata profonda per poterla coltivare, grazie a una buona disponibilità di acqua fornita da sette sorgenti. Il complesso sistema di irrigazione sfrutta, fin dall’antichità, una serie di terrazze create con muri a secco. Il sistema, costituito da una vasca di raccolta e da una rete di canali e di chiuse, viene gestito in modo da fornire acqua, a rotazione, in modo uguale a tutte le famiglie di coltivatori. È la testimonianza di molti secoli di cultura e di interazione dell’uomo con l’ambiente, come ha scritto l’UNESCO nelle sue motivazioni, una testimonianza autentica e ancora integra.
Il paesaggio delle colline di Battir comprende una serie di valli terrazzate, chiamate widian, alcune delle quali sono abbondantemente irrigate per la produzione di ortaggi e la floricoltura, mentre altre sono più secche e coltivate a viti e ulivi.
Senza contare le ricchezze archeologiche. Qui, ci racconta Hassan, gli israeliani sono venuti a scavare, nella speranza di trovare i resti del villaggio protagonista della rivolta ebraica contro i romani, ma sfortunatamente per loro hanno trovato resti cananei, romani, islamici, ottomani… di tutti i periodi ma non ebraici. Perciò se ne sono andati.
Mentre passeggiamo tra le antiche sorgenti e ammiriamo il paesaggio di Battir, Hassan prosegue il racconto. A quel punto a Battir avrebbero potuto proseguire con gli scavi e cercare di valorizzare il patrimonio archeologico, ma, a parte i costi, essendo in area C avrebbero avuto bisogno di permessi anche per fare le opere necessarie a fruire di questo patrimonio e a conservarlo, permessi che non avrebbero mai ottenuto.
Così, nel 2009, nacque l’idea di chiedere la qualifica di patrimonio UNESCO per il paesaggio, che si può conservare anche senza bisogno di permessi. Ma l’ANP si dimostrò contraria, asserendo che il primo patrimonio UNESCO palestinese doveva essere la Chiesa della Natività. Ma perché, obiettò allora Hassan, se quella comunque non potranno mai toccarla, e lo si è visto anche in occasione dell’assedio?
Allora Hassan, deluso dal comportamento dell’Autorità Palestinese, rinunciò al progetto e fece domanda per una borsa di studio come ricercatore all’Università di Melbourne. Mentre era ancora in attesa di risposta, arrivò l’opportunità di andare a lavorare a Doha, in Qatar, e decise di accettarla.
Dopo qualche tempo lo richiamarono per ritornare a occuparsi del progetto UNESCO. Lui si fece convincere ma dettò le sue condizioni: dal momento che lui non si fidava più di nessuno dei “politici” locali, voleva essere solo lui a rispondere alla commissione dell’UNESCO e a gestire i rapporti. Gli venne concesso e così il tutto si rimise in moto.
Nel 2011, Battir vinse il premio “Melina Mercouri” dell’UNESCO greca per la “Salvaguardia e gestione dei paesaggi culturali”, primo tra tutti i 104 progetti partecipanti. Un riconoscimento importante, ma soprattutto 15.000 dollari.
Nel maggio 2012, l’ANP mandò la sua delegazione a Parigi, all’UNESCO, per discutere la domanda e far entrare Battir nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità. All’ultimo minuto, però, la domanda venne bloccata perché formalmente era stata presentata fuori tempo massimo.
Nel frattempo, c’era in progetto un’estensione del muro che avrebbe distrutto ogni possibilità di conservazione del paesaggio e, nel 2007, il villaggio aveva fatto causa al Ministero della Difesa israeliano per fare in modo che fosse cambiato il percorso del muro, che avrebbe tagliato fuori una parte del sistema di irrigazione in uso da 2000 anni.
La Israel Nature and Parks Authority (INPA), che aveva approvato il percorso originale del muro nel 2005, cambiò idea e scrisse che le terrazze di Battir erano un’eredità culturale anche israeliana da salvaguardare che sarebbe stata danneggiata dal muro in maniera irreversibile. Era la prima volta che un’agenzia governativa israeliana esprimeva un’opposizione alla costruzione di un segmento della barriera. E nel 2013 l’Alta Corte di Giustizia israeliana bloccò il progetto del muro, chiedendo al Ministero della Difesa un nuovo progetto che non distruggesse il paesaggio di Battir.
La domanda all’UNESCO venne ripresentata, tramite la Croce Rossa Internazionale perché allora l’ANP non era membro UNESCO. La sua ammissione, infatti, è più recente ed è quello che recentemente ha portato gli USA di Trump ad annunciare la loro uscita dall’organizzazione. 300.000 euro, allora, arrivarono anche dalla cooperazione italiana.
Nell’estate 2014, finalmente, il tutto andò a buon fine e a Battir venne accordata la qualifica di Patrimonio dell’Umanità per le sue terrazze, il suo sistema di irrigazione e il suo paesaggio culturale.
Alla Corte Suprema, i rappresentanti di Battir poterono portare sia il premio Melina Mercouri che l’acquisizione del titolo di Patrimonio UNESCO e così, nel gennaio 2015, la corte respinse la richiesta delle autorità militari israeliane di costruire il muro tagliando in due il villaggio, separandolo dalle sue terre.
Ora il paesaggio di Battir è protetto dalla legge palestinese ed è stato creato un Ecomuseo per garantirne la protezione e la gestione, in accordo e in collaborazione con la comunità locale.
Finalmente una bella storia, una storia dove l’ingegno, la passione e la determinazione di poche persone di una piccola comunità hanno portato a una vittoria eccezionale. A diventare Patrimonio UNESCO e a impedire la costruzione del muro. E tutto questo è stato ottenuto con la forza della cultura, senza far ricorso alla violenza. Hassan ci ha raccontato che, quando si discuteva di cosa fare, nella comunità hanno ragionato, hanno guardato gli esempi che avevano davanti. Tutti quelli che avevano tentato di opporsi al muro con proteste violente avevano perso, alla fine. Il muro era stato costruito comunque e le comunità avevano anche dovuto contare morti e feriti. Loro hanno scelto una strada diversa, e hanno vinto. È un esempio veramente importante, che speriamo possa fare scuola. Sarebbe un’illusione pensare che possa funzionare dappertutto, ma abbiamo visto una tale quantità di brutture e ingiustizie, in questi giorni, che una boccata dell’aria fresca di Battir ci voleva proprio.
Intanto è arrivata anche Serena, che ci accompagna a fare qualche acquisto in una mostra-mercato dell’artigianato locale. Anche qui Hassan ci ha messo il suo zampino, convincendo un suo amico artista e spronando tutti quelli che a Battir avevano una qualche abilità nel lavoro artigianale a entrare nel progetto.
Un’altra breve passeggiata ed è ora di cena. Siamo ospiti, qui a Battir, di Hassan e dei suoi amici e compaesani impegnati nella valorizzazione del villaggio. È pronta una bella tavolata all’aperto, dove possiamo rifocillarci abbondantemente alla fine di un’altra giornata abbastanza lunga. Finalmente anch’io posso approfittarne pienamente, i fermenti lattici di Serena mi stanno rimettendo al mondo.
Dopo cena, Hassan ha ancora voglia di raccontarci una storia. Serena mi chiama, vuole che traduca ancora io, visto che con Hassan ormai ci troviamo bene… mi coglie un po’ alla sprovvista, ormai mi ero rilassato e non pensavo di dover ancora “lavorare”… ma lo faccio più che volentieri.
È una storia che risale a quasi 70 anni fa, ma che è impressa in modo indelebile nella memoria storica degli abitanti di Battir e fa parte ormai della loro eredità culturale; Hassan in particolare la racconta con la passione che ormai abbiamo imparato a conoscere e con grande orgoglio, anche perché il protagonista è un suo illustre omonimo, Hassan Mustafa.
Hassan Mustafa è l’uomo che, nel 1948, salvò il villaggio dalla colonizzazione, che durante la guerra arabo-israeliana era diventato un rischio più che concreto. La maggior parte degli abitanti erano fuggiti a causa della guerra, non dimentichiamo che questa è una zona di confine. Erano rimasti solo Hassan Mustafa e un pugno di altri coraggiosi testardi decisi a difendere il villaggio: Hassan ce li mostra in una bella foto d’epoca. Ma dovevano, per scoraggiare nuovi attacchi israeliani, far credere di essere ancora in tanti e allora Hassan Mustafa e i suoi escogitarono una serie di ingegnosi stratagemmi. Accendevano candele in tutte le case la sera, e fuochi come se la gente dovesse cucinare. Facevano andare avanti e indietro un finto plotone di guardia, con bastoni al posto dei fucili. E la mattina portavano fuori il bestiame.
Così gli israeliani caddero nell’inganno e, pensando che il villaggio fosse ancora abitato, non attaccarono. Man mano, tutti i profughi tornarono e il villaggio riprese a vivere. Ma non è finita qui, poi Hassan Mustafa fece molto altro per la sua comunità. Ad esempio, grazie a lui anche le bambine cominciarono ad andare a scuola. Fece un’opera di convincimento nei confronti dei più tradizionalisti, che erano ovviamente contrari, riuscì a trovare i fondi per costruire la scuola, e trovò il posto ideale per farla, dove c’era una moschea, proprio vicino alla ferrovia. Per convincere tutti disse che in fondo gli uomini potevano pregare ovunque, anche nei campi o sotto un albero, mentre le ragazze potevano farlo solo in moschea. E una volta che erano state ammesse in moschea, non fu difficile costruire la scuola e aprirla come scuola mista.
Per tutto questo, dice Hassan, Hassan Mustafa si meriterebbe una statua sulla collina, come quella del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, perché lui è il nostro redentore… e come dargli torto?
Lasciamo Battir stanchi ma felici, con la bellezza negli occhi e un po’ più di speranza nel cuore.

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Martedì 24/10/2017 – La fabbrica di maftoul, la scuola di bambù, i sandali resistenti e ceramiche à gogo

Oggi è l’ultimo giorno, purtroppo, ma abbiamo ancora parecchi appuntamenti da onorare.
Il primo è con la fabbrica di maftoul Alreef. Il maftoul è un prodotto simile al couscous, ma a grana più grossa, che è tipico soprattutto di Gaza, ed è lì che sorgeva la fabbrica. Ma ora, date le enormi difficoltà di continuare l’attività nella situazione di blocco e di sostanziale assedio che a Gaza dura da dieci anni, la produzione si è trasferita qui nei dintorni di Gerico.
Qui possiamo vedere la lavorazione, che ha come fasi fondamentali la setacciatura e la cottura a vapore. Le operaie sono tutte donne: in estate possono essere fino a 30, negli altri periodi una quindicina. Lavorano 5 giorni a settimana per un salario di 525 dollari al mese, che qui è decisamente buono.
Le donne lavorano sedute sul pavimento, in una posizione che mi ricorda molto quella delle donne che lavorano le noci di argan in Marocco. Ci sono anche delle macchine, ma gran parte della lavorazione è ancora manuale, e forse è un bene che sia così: dà un lavoro a tutte queste donne.
Alla fine, il maftoul viene essiccato in un grande tendone fuori dal capannone che è una specie di serra, a una temperatura intorno ai 50°C. Si producono, qui, circa 700 kg al giorno, che vanno praticamente tutti all’estero perché in Palestina tradizionalmente la gente se lo fa in casa.

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Il secondo appuntamento è quello con l’ultima scuola che visiteremo, quella di Abu Hindi chiamata anche la Scuola di Bambù.
Il villaggio beduino di Abu Hindi si trova ad est di Gerusalemme in Area C. Si tratta di un’area semidesertica e priva di servizi di base: mancano acqua, elettricità e l’unico collegamento è una strada in terra battuta. Come altri villaggi beduini, è fatto di baracche in lamiera su cui sventolano tappeti impolverati e fogli di plastica. Dei circa 3000 abitanti di Abu Hindi molti soffrono di malattie respiratorie, intossicazioni, dermatiti e leucemie a causa della presenza della discarica dell’insediamento di Maale Adumim. La comunità beduina si è stanziata qui fin dagli anni ’50, ma la discarica è stata impiantata senza tenere in alcun conto la loro presenza.
I beduini sono spesso vittime delle aggressioni dei coloni e la scuola è stata già demolita due volte dall’esercito israeliano negli anni ’90.
Prima del progetto di Vento di Terra, la scuola era fatta di baracche di lamiera zincata nel deserto. La riabilitazione delle aule è avvenuta nel 2010 su progetto di ARCO’ – Architettura e Cooperazione, con la partecipazione attiva della comunità beduina locale. Dato il divieto di costruzione per gli abitanti di Abu Hindi, si è operato ricostruendo il plesso dall’interno. Le aule sono state isolate con pareti in argilla e paglia rivestite in bambù. Una soluzione in grado di garantire sia l’isolamento termico che quello acustico.  Il tetto è stato inclinato per garantire un’adeguata circolazione dell’aria tramite un sistema di micro finestre.
Qui, sul sito di Vento di Terra, trovate tutti i dettagli sul progetto:

La Scuola di Bambù di Abu Hindi

Sulla scuola, contrariamente alla Scuola di Gomme, non pendono attualmente ordini di demolizione. Questa è proprio l’area dove il governo israeliano vorrebbe trasferire i beduini di Khan al Ahmar, il villaggio della Scuola di Gomme. Qui si troverebbero quindi a convivere due diverse comunità beduine, in un’area resa già quasi invivibile dalla presenza della discarica.
La Scuola di Bambù accoglie 85 bambini Jahalin degli accampamenti vicini, dal primo al nono grado, seguiti da 15 insegnanti. Fino all’anno scorso i bambini erano 120, ora sono diminuiti perché è stata aperta un’altra scuola che per alcuni è più comoda da raggiungere. Soprattutto d’inverno, naturalmente, per i bambini è difficoltoso fare lunghi percorsi a piedi su queste colline, che si riempiono di fango. I più fortunati hanno l’asino, ma devono fare fino a 3 km. E per di più, come il preside e un professore ci raccontano durante la visita, anche i bambini sono spesso vittime di attacchi da parte dei coloni, che arrivano a volte anche a picchiarli. Quando l’ho sentito non volevo crederci, ho chiesto all’insegnante di ripetere sperando di non aver capito bene il suo inglese ma è proprio così.
La prima e la seconda classe hanno un solo maestro, poi c’è un insegnante per materia. Da qualche anno, i bambini studiano inglese fin dalla prima.
La scuola funziona con pannelli solari, quindi in inverno ci possono essere problemi, ma è l’unico modo: al villaggio non c’è elettricità.
Appesi alla lavagna della classe 3 abbiamo trovato dei bellissimi collage di foglie: una rana, un pesce, un fiore. La scuola è l’unico luogo della comunità beduina di Wadi Abu Hindu dove ci siano degli alberi, una piccola oasi di cui la comunità si prende cura da anni con amore.
Gli insegnanti vengono a scuola tutti insieme utilizzando un pullmino messo a disposizione dal Ministero dell’Educazione palestinese, perché in questa zona non esistono trasporti pubblici. Ma oggi il prof. di scienze, che ci ha fatto da cicerone e da interprete del preside che non parla inglese, ha perso il pullmino. Per arrivare ha dovuto prendere un taxi, che gli è costato 30 Shekel. E ora, per dar retta a noi, rischia di perderlo di nuovo. Decidiamo di dargli un passaggio sul nostro pullmino.
Al suono della campanella Dana e Iman ci hanno invitati ad accompagnarle verso casa. Sguardi, sorrisi, parole in arabo, inglese e italiano. Salutiamo loro e gli altri bambini, che si avviano lentamente verso i loro accampamenti. Li guardiamo mentre si arrampicano sulla collina nel sole di mezzogiorno e, piano piano, diventano tanti puntini sempre più piccoli tra nuvolette di terra sollevata dal vento.
Il prof., che ha circa quarant’anni, ci racconta che ha vissuto negli Stati Uniti dal 2000 al 2010, si è sposato, ha ottenuto la green card e si è separato. Lavorava, ma non come insegnante, sarebbe difficile per un palestinese. Dopo la separazione ha deciso di tornare in Palestina, dove ha sempre lavorato come insegnante. In questa scuola, naturalmente, non ha deciso lui di venire, ce lo ha mandato il Ministero. È chiaro che, in queste condizioni, non si tratta di una scuola particolarmente ambita. Lui però è contento di averci lavorato, lo vive come un contributo importante che ha dato al suo paese, ed è vero, lo è. Ma ora basta, dice, non ce la faccio più. Quello che potevo dare l’ho dato, ma dopo sette anni non me la sento di continuare in queste condizioni di precarietà, dove non ci sono prospettive per il futuro e non c’è neanche il minimo indispensabile, c’è da temere anche per la propria sicurezza, continuamente esposti agli attacchi dei coloni. Ora aspetta la fine dell’anno scolastico e poi ha già deciso, se ne tornerà a San Francisco, avendo la cittadinanza americana lo può fare. Lì spera di poter aprire un piccolo negozio, inshallah. E avrà le comodità, e una macchina nuova.
Lo saluto con un po’ di malinconia ma non mi sento di biasimarlo, in fondo forse ha ragione lui, quello che poteva fare lo ha fatto, ora è giusto che scelga quello che pensa sia meglio per la sua vita.

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Noi ora, invece, ci dirigeremo verso il laboratorio di pelletteria “Peace Steps”, un altro progetto di Vento di Terra. Dobbiamo anche trovare un posto per il pranzo, ma prima c’è tempo per un breve passaggio che ci consenta di vedere da vicino un’altra opera di Banksy, forse la più iconica che ha realizzato qui in Palestina, e la più riprodotta: Il lanciatore di fiori. Come spesso accade per la street art, la collocazione è periferica, su un anonimo muro di una stazione di servizio, con sul tetto due serbatoi di carburante. Realizzato nel 2003, il lanciatore è un po’ sbiadito dagli anni, ma non ha perso nulla della sua carica evocativa. Resta un simbolo potente di pace in una terra dilaniata, dove due popoli sono prigionieri di un conflitto di cui non si vede la fine.
Per il pranzo ci fermiamo in un bar segnalato da Walid, il nostro autista, dove una signora ci accoglie calorosamente e, appena scoperto che siamo italiani, precisa subito di essere cristiana, pensando evidentemente che questo le serva come captatio benevolentiae. Non sa che con noi, in questo senso, casca piuttosto male, ma come al solito in questi casi sorridiamo e diciamo “Ah, sì? Che bello!”.
Il falafel non è male ma alla fine il conto, per gli standard palestinesi, risulta un po’ salato. Del resto, è piuttosto evidente che si tratta di un posto turistico, poco dopo di noi sono entrate due comitive di stranieri appena scese da pullman israeliani. Serena è visibilmente contrariata, ho l’impressione che Walid si sia appena guadagnato un altro cazziatone. Un po’ mi dispiace per lui, ma in fondo è vero quello che dice Serena, lui fa di tutto per meritarseli.

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Arriviamo al laboratorio della cooperativa Peace Steps, dove ci riceve Abu Abdallah, pronto a mostrarci le macchine e a farci vedere qualche pezzo in lavorazione, oltre che naturalmente a farci vedere i prodotti finiti che possiamo acquistare. Intanto i ragazzi della cooperativa ci offrono dell’uva.
Peace Steps (passi di pace o impronte di pace) rappresenta lo sviluppo della partnership realizzata negli anni da Vento di Terra con le associazioni dei Campi Profughi di Shu’fat e Kalandia. Il progetto è finalizzato allo sviluppo delle comunità locali, tramite la promozione di attività di generazione di reddito e il supporto ai servizi socio educativi rivolti ai minori. In particolare il progetto offre un’opportunità formativa e di lavoro nel settore della manifattura della pelle, per alcuni giovani uomini del campo profughi di Kalandia. La Palestina, in particolare il Distretto di Hebron, ha una radicata tradizione manifatturiera, che il progetto ha valorizzato avviando un laboratorio specializzato nella produzione di sandali in pelle, che sono commercializzati oltre che sul mercato locale nel circuito del Commercio Equo e Solidale italiano attraverso la Cooperativa Nazca. Oltre a garantire un’opportunità di lavoro ad alcuni giovani, i proventi delle vendite vengono reinvestiti a sostegno dei servizi socio educativi promossi da Vento di Terra nei Campi Profughi, contribuendo così a consolidarne la sostenibilità economica.
Nel 2011 tramite un programma del Ministero degli Affari Esteri è stato possibile formare lo staff interno sulla produzione di accessori in pelle, mirando a diversificare la produzione della cooperativa. Grazie all’intervento di esperti italiani, con training in loco e a distanza, Peace Steps ha avviato la produzione di borse, cinture e portafogli, da commercializzare principalmente sul circuito equo e solidale italiano. Come previsto, il progetto ha sostenuto il servizio educativo di Kalandia e un intervento terapeutico destinato alle vittime di traumi da guerra nel Campo profughi di Shu’fat.
E qui ci sarebbe una sorpresa, nel senso che il gruppo, trainato in questo dalla sua componente femminile, ha deciso di fare un regalo a Serena. L’idea sarebbe di comprarle una borsa, magari cercando di capire, senza lasciar trasparire troppo, quale le piace di più… ma qualcuno ha inavvertitamente “spoilerato” e quindi a questo punto tanto vale che se la scelga lei. Lei però non è convinta, si dichiara affezionata alla sua vecchia borsa, lo zainetto non le piace tanto… insomma sembra che non se ne faccia niente. Lei ci ringrazia, ma preferirebbe di no. Se non che, dietro insistenza delle signore, ammette che la borsa no però effettivamente un paio di sandali poi… non le dispiacerebbe. E così sceglie un bel paio di sandali nuovi e finisce tutto bene.

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Prima di tornare verso Betlemme, ci manca ancora una tappa, che è irrinunciabile in quanto molto attesa da giorni da diverse aficionadas delle ceramiche. Si tratta, appunto, di un altro laboratorio-negozio che produce e vende oggetti di ceramica e di vetro. Prima di entrare nel negozio, abbiamo la possibilità di ammirare il mastro vetraio al lavoro in officina; vederlo soffiare e modellare il vetro con gesti sapienti è come sempre affascinante. E poi viene dato libero sfogo alle pulsioni di ciascuno nel magazzino, dove sugli scaffali sono in bella mostra oggetti delle più varie forme e colori: vasi, piatti, bicchieri, tazze e tazzine, oggetti decorativi tra cui spicca una ricca collezione di pesci in vetro di vari colori: se ne appendono un po’ a un filo e il gioco è fatto. Insomma, c’è un po’ di tutto.
Anche Claudio ha incarico da Rossana, sua moglie, di fare acquisti: più precisamente, dovrebbe comprare tutto quello che compra Gabriella, che di Rossana è amica e che evidentemente gode della sua stima in quanto a gusti. Ma lui comincia ad attuare delle manovre diversive, giura che dirà a Rossana che lui avrebbe comprato un sacco di roba ma proprio Gabriella gli ha sottratto una serie di pezzi unici sotto il naso, e cerca testimoni pronti a dargli manforte… le schermaglie continuano per un po’, finché anche lui si convince che gli conviene di più comprare qualcosa.
Io mi diverto più che altro a guardarli, a dire il vero non impazzisco per le ceramiche e ho difficoltà a infilarle nello zaino senza rischiare di romperle. Quindi faccio solo un paio di acquisti simbolici.

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Ripartiamo col pullmino in direzione Betlemme. A questo punto, visto che per stasera abbiamo il puntello con Father Boulus, il reverendo siriaco ortodosso, può scattare la telefonata per prendere accordi più dettagliati. Secondo quello che ci ha detto, dovrebbe essere ormai tornato dal suo tour e disponibile. Ci vorrebbe Giulia, che è quella che lo conosce meglio, ma non c’è e quindi Claudio si prende lui l’incarico. Lo chiama ed esordisce con un “Hello Brother” che ci fa molto ridere, ma si capisce subito che qualcosa non va: sembra che il prete quasi non si ricordi di lui, e che comunque questa sera debba tornare al monastero. Dice che potremmo trovarlo a Betlemme solo se torniamo in un tempo che, al momento, da dove siamo neanche in elicottero… eppure l’altra sera sembrava così convinto, non vedeva l’ora di esibirsi per noi e soprattutto di vendere un po’ di dischi. Mah… cominciamo a pensare che sia stato richiamato all’ordine dal suo vescovo, ammesso che abbia un vescovo, o dal superiore del monastero, chi lo sa. Insomma, che si sia preso un cazziatone e debba starsene tranquillo per un po’, facendo veramente vita monastica. Che, per quanto abbiamo visto l’altra sera, non sembrava troppo nelle sue corde. È un peccato: pregustavamo già la serata, e salta anche il jingle per la radio, ma va così…
Dobbiamo, a questo punto, ripiegare su qualcosa di diverso. Intanto dobbiamo trovare un posto per la cena, che già non è semplice perché quello a cui aveva pensato Serena per stasera è pieno. Quindi lei, dall’albergo, fa una serie di telefonate, ma senza risultati. Alla fine si lascia consigliare dalla signora dell’albergo, che ci manda in un posto davvero carino e, oltretutto, chiama lei per prenotare presentandoci come una specie di gruppo di VIP.
Il posto si chiama Al Karmeh ed è praticamente annesso al Museo di Betlemme, per entrare si passa proprio dal museo.
È arredato con gusto, pieno di foto e oggetti d’epoca. E ci trattano davvero da VIP, forse per la telefonata della signora, ma tant’è… perché non approfittarne? Una volta prese le ordinazioni, dato che il servizio va un po’ a rilento, a sorpresa aprono solo per noi il museo e ci fanno fare un breve ma bellissimo tour guidato. Vediamo solo le cose principali, ma davvero vale comunque la pena. Anche perché quello che fino ad ora ci era sembrato un cameriere, solo molto gentile, ci fa da guida e si rivela quasi un archeologo, comunque un appassionato conoscitore del patrimonio palestinese. In un ottimo inglese sciorina pezzi di storia, a partire dall’epoca dei cananei, un popolo stanziato in Palestina già dal 1500 a.C., che lui definisce i progenitori del popolo palestinese. Come dire: attenzione, noi eravamo qui anche da prima degli ebrei…
C’è un segmento di un acquedotto romano, che portava l’acqua da Hebron a Gerusalemme, insieme con altri reperti di epoca cananea e romana. Ci sono antichi costumi riccamente ricamati, e gioielli. E poi sculture in legno d’ulivo, madreperla, icone, dipinti, di tutto insomma.
E giunti alla fine del giro la nostra guida d’eccezione ci annuncia che… è pronto in tavola.
Per cena, dopo aver visto oggi come si fa, non posso che scegliere… il maftoul! In questo caso con un pesce che qui chiamano Denise fish, che penso sia un’orata. Buono, comunque.
Intanto, continuiamo a chiacchierare con il cameriere-archeologo. Abbiamo scoperto che viene dal campo profughi di Aida, 2 km a nord del centro di Betlemme, vicino a Beit Jalla, dove abita Giulia. Tra l’altro, lui dice di conoscere una Giulia, italiana, che lavora per una ONG, ma la descrizione non corrisponde totalmente. Gli mostro una foto, e così scopriamo che è un’altra Giulia. E scopriamo anche che lui sta per fidanzarsi! Applauso e auguri.
Devo dire che, con un po’ di fortuna, abbiamo trovato veramente un posto perfetto per la nostra ultima cena palestinese.
Uscendo, noto appena fuori dal museo una cosa a cui entrando non avevo fatto caso. C’è un piccolo giardinetto con un giovanissimo albero di ulivo che, come spiega un cartello, è circondato da salvia che libera l’energia, menta che conforta l’anima, timo che stimola il cervello e basilico che protegge dalle malattie e dà benessere. Ma, insieme, sono stati anche “piantati” dei proiettili e dei candelotti di gas lacrimogeno, regali delle forze occupanti, con l’auspicio che questo sia una finestra su un mondo di pace dove gli ulivi saranno sempre più forti dei proiettili. Mi sembra bello.
Non è prestissimo, ma io e Claudio vorremmo comunque, anche senza il prete che canta in aramaico, continuare la serata da qualche altra parte, anche solo per bere una cosa. Le adesioni, però sono talmente poche (una) che decidiamo di rinunciare, e forse è meglio così perché quasi tutti dobbiamo ancora fare i bagagli, domani mattina partiremo presto.
Torniamo in albergo, dove salutiamo Giulia, con la promessa di rivederci quando tornerà in Italia. E poi c’è un’altra cosa importante da fare, prima di fare le valigie e andare a nanna: Già da un paio di giorni abbiamo nelle nostre camere delle bellissime bambole fatte dalle donne di Gaza, che Serena deve portare in Italia per venderle nelle iniziative natalizie di Vento di Terra. In realtà, molte ce le porteremo a casa noi. Io, per esempio, ho già deciso di comprarne una per la mia nipotina. Visto che sono un po’ ingombranti e non tutti hanno spazio per infilarle nei propri bagagli, oggi abbiamo comprato apposta una bella valigia rosa shocking dove metterle tutte assieme. Quindi, nella hall dell’hotel, foto di gruppo con le bambole e poi le mettiamo tutte nella loro valigia. Ci dobbiamo preparare una qualche spiegazione per l’aeroporto, nel caso ce la dovessero aprire; ma ci penseremo domani, adesso è proprio il momento di salire a fare lo zaino e andare a dormire.

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Mercoledì 25/10/2017 – Epilogo

Ci alziamo presto anche stamattina. Abbiamo votato democraticamente, anche stavolta, per partire presto, in modo da poterci godere il più possibile anche l’ultima mezza giornata a Gerusalemme. Il nostro volo parte verso le 16.30.
La prima cosa che facciamo è andare a visitare l’orto dei Getsemani. La proposta è stata lanciata da alcune persone del gruppo, visto che finora l’avevamo visto solo da lontano. Effettivamente, valeva la pena di dargli un’occhiata più da vicino.
Il nome Getsemani, che significa “Frantoio d’olio”, è il nome di una grotta naturale situata vicino alla tomba di Maria e al luogo della sua assunzione. Ma è anche il nome di tutta questa zona ai piedi del Monte degli Ulivi. Nell’orto ci sono otto ulivi secolari, che secondo la tradizione furono testimoni della preghiera e della sofferenza di Gesù, l’ultima sera della sua esistenza terrena. E poi c’è il santuario, detto “Basilica dell’Agonia”. Sul luogo furono costruite successivamente tre basiliche: la basilica bizantina, costruita da Teodosio nel 380, aveva già al centro la roccia della preghiera di Gesù, che ancora oggi si conserva. Fu distrutta nel 614. Poi la basilica crociata, del XII secolo, che fu distrutta attorno al 1200 e i cui resti si vedono sul lato sud della chiesa attuale. E infine la nuova basilica, costruita tra il 1920 e il 1924, che è chiamata anche “Chiesa delle Nazioni” per il contributo offerto da diverse nazioni per i mosaici delle absidi e delle cupole. Nel pavimento, sotto vetro, si possono vedere anche pezzi di mosaici bizantini. Le vetrate tra il blu e il viola creano una particolare luce attenuata. Quando entriamo, sta per finire la messa officiata da un sacerdote in spagnolo per un gruppo di pellegrini latinoamericani.

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Passeggiamo ancora un po’ intorno all’orto, mentre il sole del mattino comincia a farsi caldo. Poi, dopo una passeggiata e un caffè in Mamilla Road, una delle strade più cool di Gerusalemme Ovest, ci dirigiamo verso il Mahane Yehuda market. Ci eravamo ripromessi di tornarci di giorno, quando è nel pieno della vitalità, e ora senz’altro lo è. Compriamo qualcosa qua e là per finire gli ultimi shekel. Ed è anche il posto ideale per un pranzetto street food a base di piccoli burek con carne, funghi, spinaci, patate o formaggio.

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La mattina, pur partendo presto, è volata ed è il momento di andare all’aeroporto. Lì salutiamo Luigi che, buon per lui, si fermerà ancora qualche giorno per andare ad una festa con il suo amico Youssef. Youssef è un arabo israeliano, cioè un palestinese che vive in Israele e ha la cittadinanza israeliana. Lui e Luigi si sono conosciuti a Milano, dove Youssef ha vissuto per alcuni anni. È venuto a prendere Luigi all’aeroporto, così lo possiamo salutare anche noi. In questo momento tutti invidiamo Luigi, non solo perché vanno a una splendida festa e poi andranno in spiaggia, ma anche perché lui sembra molto simpatico. La festa è una specie di addio al nubilato della cugina di Youssef, si fa alla vigilia del matrimonio ed è tutta dedicata alla sposa, lo sposo arriva solo alla fine. Poi Luigi mi ha mandato qualche foto, che volentieri pubblico. Nella prima la sposa, con in mano due ceri, fa una danza e accende alcuni bracieri intorno a lei. Nella seconda, alla fine della cerimonia, arriva lo sposo e ballano insieme. Tutto si è svolto in un paesino vicino a Nazareth, erano circa 500 invitati…

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Noi, però, purtroppo, dobbiamo entrare nell’aeroporto, andando verso il controllo di polizia che ci deve dare il visto di uscita da Israele, altro momento temuto. È possibile che ci chiedano dove siamo stati, cos’abbiamo fatto, chi abbiamo conosciuto… addirittura che ci guardino le foto sul telefonino. È un po’ improbabile, ma non si può escludere. Nel dubbio, io e altri ieri sera abbiamo trasferito altrove le foto più “a rischio”, quelle del muro, dei checkpoint, delle torrette militari, dei soldati, dei murales palestinesi. Ovviamente la versione concordata è sempre quella: siamo un gruppo di semplici turisti, siamo stati solo a Gerusalemme e Betlemme. Ah, che belli i luoghi santi…
Come ulteriore misura precauzionale, abbiamo deciso che Serena starà qualche passo dietro a noi, nella fila, e si presenterà da sola, mentre noi ci presenteremo come gruppo di ViaggieMiraggi con Claudio come guida. Tutto sommato, funziona. Il grosso dell’interrogatorio tocca a lui, che se la cava bene, con un piccolo brivido quando gli chiedono quale compagnia di trasporti abbiamo usato… lì è difficile, in realtà oltre a Walid abbiamo avuto un altro paio di autisti ma tutti palestinesi. Però su, ci sta anche di non ricordarselo. Infatti ci fanno passare senza problemi. Nel colloquio individuale, che comunque c’è, solo le solite domande: “Porta armi o oggetti che possano essere usati come un’arma?”. “Qualcuno le ha consegnato regali o souvenir da portare in Italia?”.
I problemi sono tutti di Serena, che avendo i timbri di Gaza non la può passare liscia, la sua mezz’oretta con la soldatessa non gliela toglie nessuno. Ma spiegando che in fondo lavorare per una ONG è un lavoro come un altro, non è lei che sceglie dove andare ecc. ecc., anche lei viene “rilasciata”.
Anche questa è andata, è stato anche più facile di quanto ci facevano temere le nostre paranoie. Non ci hanno neanche aperto la valigia delle bambole, dove tra l’altro Alessandra, che ha solo il bagaglio a mano, aveva infilato la kofiyah, una maschera di Anonymous e altro materiale “compromettente”…
E siamo giunti al momento di chiudere questo lungo racconto. Se vi ho annoiato me ne scuso.
Non è facile trovare una chiusura come si deve per un viaggio come questo. La citazione biblica con cui ho aperto quest’ultima parte è frutto della volontà di finire con un messaggio che lasci le porte aperte alla speranza, anche se in questo momento, e dopo quello che abbiamo visto e sentito, qualunque prospettiva di pace sembra lontanissima.
Nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo, ero all’università. Ho partecipato a qualche manifestazione contro la guerra e a favore della Palestina: urlavamo “Shamir boia”, “Palestina libera Palestina rossa” e “Intifada fino alla vittoria!”. Nella nostra ingenuità, dicevamo che se le risoluzioni dell’ONU valevano per Saddam dovevano valere anche per Israele. Sono passati ventisei anni, cinquanta dall’occupazione, e le risoluzioni sono ancora lì, lettera morta come allora.
David Grossman ha scritto che ogni israeliano dovrebbe sforzarsi di non proteggere sé stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che lui fa al nemico, né dai sorprendenti tratti di somiglianza tra lui e il nemico. Solo così si può non essere più condannati a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale tra essere vittima e aggressore, senza che sia concessa una terza possibilità, più umana. Solo così si può essere uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità. E tutto questo lo ha scritto dopo aver perso un figlio in guerra nel sud del Libano nel 2006. Vorrei che ci fossero più intellettuali come lui, in Israele.
Durante questo viaggio, ho sentito il peso di essere qui a guardare e di non poter far nulla per cambiare le cose. Ho dovuto combattere contro questa sensazione di impotenza, finché ho capito che essere qui era già fare qualcosa per cambiare le cose; l’ho letto negli occhi dei bambini, l’ho sentito nelle parole di Issa, di Rabbi Jeremy e di Hassan. E soprattutto ho capito che i progetti di Vento di Terra ogni giorno cambiano le cose: ogni bambino in più che va a scuola può fare tutta la differenza del mondo. Lo abbiamo visto anche a Battir, se c’è una speranza viene dalla cultura. Del resto quello palestinese è un popolo giovanissimo: metà dei palestinesi sono nati dopo gli accordi di Oslo del 1994. Un popolo così giovane, anche se colpito duramente dalla reazione israeliana all’ultima intifada, quella dei coltelli del 2015-2016 (234 morti di cui il 76% aveva meno di 24 anni), non può e non deve non avere speranza nel futuro. L’istruzione è davvero il fattore decisivo.
E allora, se questo racconto non vi ha lasciato indifferenti, sostenete Vento di Terra, credo che non ci possa essere un modo migliore per chiudere.

Ventoditerra.org

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Grazie a Tina per i vestitini che abbiamo portato alla scuola di gomme.
Grazie a Patrizia per la riflessione sul vero muro del pianto e per tutte le foto che mi ha fornito. Grazie a Luigi per le foto della festa della cugina di Youssef.
Grazie a Michele per averci aperto una finestra sul kibbutz e sul suo mondo.
Grazie a Giulia per il preziosissimo contributo e per quel fine serata un po’ folle a base di shisha e tequila che difficilmente dimenticherò.
Un enorme grazie a Serena per la pazienza e le amorevoli cure (nel mio caso, anche sotto forma di fermenti lattici) con cui ha guidato il gruppo.
Grazie a Claudio per le storie di radio che come sempre ci ha regalato e per l’insostituibile sguardo di chi sa fare davvero il giornalista e il viaggiatore.
Grazie a Radio Popolare, a Vento di Terra, a ViaggieMiraggi.
Grazie a tutto il gruppo per la condivisione di questa esperienza e per quel senso di comunità che, come sempre, è scattato fin da subito.

E grazie a tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi rendo conto che ce n’è voluta tanta.

 

Questa è la nostra terra – Parte terza

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

Sabato 21/10/2017 – Tensione a Hebron, Dabka, Shisha e Tequila

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo, non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
(Mahmoud Darwish – Carta d’Identità)

Oggi partiamo per Hebron, che sarà la meta principale della giornata. E stasera dormiremo a Betlemme, quindi dobbiamo fare i bagagli e caricarli sul pullmino, impresa che si rivela davvero non semplice. Questo, al contrario di quello che avevamo usato per venire dall’aeroporto, ha poco spazio di bagagliaio, e noi abbiamo in più Michele, il suo zaino, il materiale per le scuole, che abbiamo separato, e un sacco di mappe che abbiamo preso all’OCHA arrotolate.
Siamo costretti a utilizzare l’ultima fila di sedili per i bagagli. Dietro ci sono anche Michele e Luigi con delle valigie in equilibrio precario che potrebbero cadergli in testa alla prima curva, ma bene o male ci mettiamo in marcia.
I checkpoint per passare dalle zone palestinesi a quelle sotto controllo israeliano e viceversa sono diventati ormai un’abitudine, per noi. A volte un soldato sale sul pullmino e chiede i passaporti, tutti o solo qualcuno, non si capisce in base a quale criterio; altre volte invece va liscia. Quelli che stanno ai checkpoint sono tutti soldati molto giovani, 18-19 anni. Non deve essere facile neanche per loro.
Oggi, qui a Hebron, troveremo la situazione forse più pesante da questo punto di vista: ci sono checkpoint molto “duri” nel pieno centro della città vecchia, che è divisa in due. Tutta la città, che ha circa 200.000 abitanti, è divisa tra la zona denominata H1, che è sotto controllo palestinese, e la zona H2, che è sotto stretto controllo militare israeliano perché ci vivono i coloni più estremisti di tutti i territori occupati, protetti da battaglioni di soldati appostati sui tetti. Dovremo attraversare questi checkpoint a piedi.
Ma prima di entrare nella città vecchia, incontriamo Giulia e ci facciamo spiegare un po’ meglio da lei, mentre sorseggiamo un succo di tamarindo che abbiamo comprato da un venditore ambulante che lo spaccia spillandolo da una botticella metallica di quelle che di solito vengono utilizzate per il tè o per il caffè.
Il nome della città, sia in ebraico (Hebron) che in arabo (al-Khalīl), significa letteralmente “amico”; è riferito al patriarca Abramo, ma suona veramente stridente rispetto a quello che è oggi questa città. Ancor di più se si pensa che entrambi i popoli che se la contendono dovrebbero discendere dal patriarca. Ai 200.000 abitanti palestinesi sono da aggiungere i 600-700 ebrei che vivono nell’antico quartiere ebraico della città vecchia, e i circa 7.000 ebrei della contigua Kiryat Arba.
Nel 2017 la città vecchia di Hebron/Al-Khalil è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.
I riscontri archeologici pongono la data di fondazione dell’insediamento alla metà del IV millennio a.C. e Hebron è più volte menzionata nell’Antico Testamento. Secondo quanto dice il Pentateuco, dopo l’insediamento degli ebrei con il Patriarca Abramo, la città divenne il principale centro della Tribù di Giuda; lo stesso Davide venne incoronato re d’Israele a Hebron, che fu la sua prima capitale. Solo dopo la conquista di Gerusalemme lasciò Hebron e si trasferì nella nuova capitale.
Una grotta situata nella parte bassa di Hebron è detta la “Tomba dei Patriarchi”. È il luogo in cui secondo la Bibbia sono sepolti Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia.
Nel dicembre 1917, Hebron fu occupata dalle truppe britanniche. Nell’agosto del 1929, si verificò il primo dei due eventi tragici che maggiormente ne hanno segnato la storia nel ‘900. Durante una serie di moti in Palestina tra i coloni ebraici e la popolazione araba preesistente, l’Haganah, un’organizzazione paramilitare ebraica, offrì la propria protezione alla comunità ebraica di Hebron (circa 600 persone su un totale di 17.000 abitanti), che la rifiutò contando sui buoni rapporti che si erano instaurati da tempo con la popolazione araba e i suoi rappresentanti. Ma il 24 agosto furono uccisi 67 ebrei (la metà del totale dei caduti ebraici morti durante la rivolta), alcuni dopo violenze carnali e torture, e 135 furono feriti (episodio passato alla storia come il massacro di Hebron del 1929). Secondo alcune testimonianze, sebbene questo non ne attenui la gravità, il massacro fu scatenato da una serie di aperte provocazioni dei coloni. Molto interessante, in questo senso, quello che dice il rabbino Boruch Kaplan, che in quei giorni c’era. Il nostro Michele ha scovato un suo scritto e lo ha inserito in un post sul suo blog, che anche in questo caso vi consiglio vivamente:

Hebron città occupata

La popolazione ebraica fu spostata a Gerusalemme al termine degli scontri; alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche.
Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti, guidati dal rabbino Moshe Levinger, occupò il principale hotel di Hebron rifiutando di lasciarlo. In seguito occuparono una base militare abbandonata fondando l’insediamento di Kiryat Arba.
Il processo di espansione della presenza ebraica a Hebron è proseguito negli anni e nel 2005 si contavano più di 20 insediamenti in città e nei dintorni. Gli ebrei che vivono in queste aree, e coloro che li appoggiano, affermano di essersi reinsediati in terre tradizionalmente ebraiche, e in edifici appartenenti da secoli alla comunità ebraica. Gli ebrei presenti a Hebron, soprattutto nella città vecchia, sono coloni ultra-ortodossi che vivono in enorme contrasto con la popolazione palestinese. Ma questo ce lo racconterà meglio la nostra guida d’eccezione, Issa Amro, un attivista palestinese fondatore del movimento “Giovani contro gli insediamenti”. Il suo attivismo è totalmente basato sulla resistenza pacifica e non violenta. Tuttavia, o forse proprio per questo, è stato arrestato varie volte. Sulla sua testa pendono 18 capi d’imputazione da parte della giustizia israeliana, ma dà talmente fastidio che l’ultima volta, il 2 settembre scorso, è stato arrestato anche dall’Autorità Palestinese per aver denunciato su Facebook l’arresto di un giornalista.

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Questo è Issa: “Palestinians should be free”, c’è scritto sulla sua maglietta

 

Issa ci racconta, tra le prime cose, che non più di una settimana fa è stato annunciato l’insediamento di 30 nuove unità abitative nella città vecchia, al posto di una struttura militare. Dice che è lo schema classico: i soldati se ne vanno e i coloni prendono il loro posto, sempre naturalmente sotto protezione militare.
Poi ci racconta quello che è successo a partire dal 1994 in Shuhada Street, la strada principale della vecchia Hebron, che vedremo appena passato il checkpoint che è qui davanti a noi.
Il 25 febbraio1994 è la seconda data che ha segnato profondamente la storia recente di Hebron.
Baruch Goldstein, un membro d’origine statunitense della Lega di Difesa Ebraica, residente a Kiryat Arba, medico ed ex ufficiale dell’esercito, penetrò nella moschea di Abramo in uniforme, evitando quindi i superficiali controlli militari predisposti, e trucidò a colpi di fucile mitragliatore 29 musulmani in preghiera, causando l’esasperata reazione dei sopravvissuti, che linciarono l’attentatore, e della popolazione palestinese. Nelle successive rivolte in tutti i territori occupati, vennero uccisi altri 125 palestinesi. L’atto sarebbe stato compiuto, secondo alcune fonti, per vendicare l’uccisione di una bambina israeliana ma in realtà in piena coerenza con l’ideologia della Lega di Difesa Ebraica, che dichiarò sul suo sito web: “Non abbiamo vergogna di dire che Goldstein fu membro fondatore dell’organizzazione”.
Dopo il massacro, la città nel 1997 venne divisa in due settori: Hebron 2 (circa il 20% della città), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’Autorità Palestinese, in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron. In accordo con il protocollo sia i Palestinesi sia gli Israeliani hanno accettato una presenza internazionale, denominata T.I.P.H. (Temporary International Presence in Hebron), con compiti di osservazione, al fine di migliorare la situazione nella città.
Ad oggi, per i civili israeliani è legale accedere al 4% del territorio della città di Hebron, mentre i palestinesi sono sottoposti ad uno stretto regime di permessi e controlli per accedere a servizi e abitazioni rimaste nella zona sotto controllo israeliano. Per proteggere qualche centinaio di coloni, è stato messo in piedi un sistema che rende la vita quasi impossibile a tutto il resto della popolazione di una città di 200.000 abitanti.
Shuhada Street, la via dei martiri, che per gli israeliani è King David Street, è oggi in gran parte una strada fantasma, come anche molte altre parti della città vecchia. Niente più negozi, o mercati. 1000 appartamenti vuoti e abbandonati. 1800 negozi chiusi. 100 barriere mobili che chiudono le strade e 23 checkpoint. Diverse strade sono vietate alla popolazione palestinese.

Ieri Peace Now, un’organizzazione pacifista israeliana, ha organizzato una manifestazione davanti a una casa palestinese occupata per chiedere al governo di evacuare i coloni che sono lì in violazione della legge israeliana. Naturalmente i coloni hanno costantemente molestato gli attivisti e fatto tutto il possibile per disturbare la manifestazione. Issa, che era lì solo per parlare, è stato arrestato e detenuto per alcune ore, dopo di che l’area è stata dichiarata zona militare chiusa in modo da poterlo mandare via da lì. Tutto ciò contro la stessa legge israeliana. “Qui ci sono due leggi” – ironizza Issa: “Una per loro e una contro di noi.”

Passiamo attraverso i tornelli del checkpoint e il metal detector, passaporti alla mano e non senza una certa tensione che aleggia nell’aria. Forse ingiustificata, perché noi non rischiamo niente. Issa un po’ di più; le guardie lo conoscono bene, ma potrebbero sempre decidere arbitrariamente di non farlo passare. Ma comunque, come si fa a non sentire anche sulla propria pelle il peso della cappa di odio e incomunicabilità che pervade questo posto?

Dall’altra parte, H2. Bandiere israeliane, murales che raccontano la storia di Hebron dal punto di vista dei coloni: la città dei patriarchi e di Davide, una comunità pia e devota. La distruzione del 1929 e la rinascita del 1967.

E, ciò che colpisce di più, stelle di David dipinte con la vernice spray sulle porte. Una folle ripetizione, chissà quanto consapevole, del modo in cui i nazisti segnavano case e negozi ebraici con quello che per loro era un marchio d’infamia. Cosa possa portare centinaia di persone a rinchiudersi volontariamente e convintamente in quello che è pur sempre un ghetto, per quanto protetto possa essere, ci risulta davvero difficile da comprendere. Nell’area H2, insieme ai 600 coloni, vivono ancora 40.000 palestinesi, soggetti a grandi restrizioni nell’accesso ai servizi essenziali: scuola, pronto soccorso, rifornimenti di acqua. Diverse migliaia se ne sono andati.

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Nel frattempo si sono avvicinate due colone israeliane, due signore di circa 50-60 anni, con il capo coperto per nascondere i capelli. Si, perché non l’abbiamo ancora detto ma anche le ebree ortodosse si coprono, o a volte si rasano, i capelli, perché sono considerati un attributo sessuale. E quindi nessuno deve vederli, per i più estremisti neanche il marito, perché nella coppia la sessualità deve essere finalizzata solo alla riproduzione, e non al piacere. Per un po’ hanno seguito in silenzio quello che Issa sta dicendo in inglese. Ora una delle due decide di intervenire, e lo fa in modo verbalmente molto aggressivo. Sostiene che Issa mente, e lo accusa di appoggiare il terrorismo. A proposito di quest’ultimo episodio, dice che il soldato ha fatto solo il suo dovere, impedendo al terrorista di nuocere e salvando altre vite. “E perché ora è in prigione?” – la incalza Issa. “Questo è ingiusto. Quel soldato è un eroe.” Ribatte lei convinta. Aggiunge che Issa non può dire che il checkpoint è qualcosa di sbagliato, perché è lì per proteggere le loro vite dai continui attacchi dei terroristi arabi. E lui non sta dicendo che il male è il terrorismo. Issa ribadisce più volte: “La violenza è male. Il terrorismo è male. Mi ascolta? Glielo sto dicendo.” Ma lei insiste che quel checkpoint non è lì per l’occupazione, ma per “Your terrible terror”.
“Quando è stato aperto il checkpoint?” – chiede Issa. E la colona afferma sicura che è stato dopo l’uccisione di suo padre, il rabbino Shlomo Ra’aman, barbaramente pugnalato nella sua casa da un palestinese nel 1998. L’episodio è vero, ho scoperto poi, ed effettivamente ci sono stati negli anni numerosi attacchi di questo tipo, anche se lei ne ingigantisce il numero parlando di 50 accoltellamenti. Peccato, però, che lei stessa colloca il fatto, correttamente, nel 1998, e i checkpoint sono stati istituiti prima, con il protocollo di Hebron nel 1997 a seguito del massacro di Goldstein del 1994. Quindi è lei che mente sapendo di mentire, e questo fa capire molte cose. E “dimentica” di citare tutti gli altri, innumerevoli, episodi di violenza gratuita commessi dai coloni contro i palestinesi. La violenza c’è stata da ambo le parti, la lista purtroppo è lunghissima. Posso comprendere umanamente il rancore che prova, ma questo non la autorizza ad accusare Issa, che non ha niente a che vedere con i terroristi e che, anche se suo padre è stato ucciso dai soldati israeliani, vuole la pace. Come non la autorizza a dire, come fa, che se noi crediamo alle menzogne di Issa siamo antisemiti. Questo non posso tenermelo. “Noi non siamo antisemiti, signora. Nessuno di noi” le rispondo, ma naturalmente non mi ascolta.
Continua a contestare Issa anche sull’episodio della ragazza. Sostiene che aveva un coltello, che è stato trovato. Di questa storia esistono due versioni, come quasi sempre. L’esercito israeliano, chiaramente, ha dovuto giustificare l’incidente e lo ha fatto mostrando la foto di un coltello e asserendo che questo aveva fatto suonare il metal detector e che la ragazza lo stava per usare. Ma questa ricostruzione è totalmente falsa per i testimoni palestinesi ed evidentemente anche per Amnesty.
A questo punto Issa chiede: “Questa è Palestina o Israele?”. E lei risponde, senza che il minimo dubbio la sfiori: “Questo è Israele”. “E allora dov’è la Palestina?” – chiede Issa. “So Palestine doesn’t exist for you” aggiungo io.
Ma è chiaro che non esiste per lei. Per lei non esiste l’occupazione, non esistono gli accordi di Oslo, non esiste il diritto internazionale, non esiste nulla se non il suo fanatismo e il presunto diritto divino di stare qui perché questa è la terra che Dio ha dato al popolo eletto, e Hebron è la città di Davide e dei patriarchi. Per lei Palestina è solo il nome che i romani hanno dato a un territorio, di fatto nega addirittura l’esistenza di un popolo palestinese, come del resto fanno tutti i coloni estremisti. È inutile continuare a discutere con lei, la salutiamo e ce ne andiamo. Ma abbiamo avuto davvero un esempio che più chiaro non si può di chi rende la convivenza impossibile, qui. La convivenza che è stata possibilissima fino al 1929. E di come la religione viene usata come un’arma di sopraffazione e come uno schermo dietro il quale nascondere le proprie azioni, accusando tutto il resto del mondo di antisemitismo.
In tutto questo i soldati, armati di fucili mitragliatori, per tutto il tempo ci hanno osservato da non troppo distante, e questo non ci rasserena più di tanto.
Mentre ci allontaniamo, qualcuno del gruppo mi chiede di tradurre, almeno in sintesi, il contenuto della discussione. È successo tutto in inglese e abbastanza rapidamente, non tutti hanno capito. Dalle facce che vedo intorno a me, parecchi sembrano un po’ scossi.

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Andando verso le tombe dei patriarchi, incrociamo qualche altro gruppetto di stranieri (a noi si aggregano per un po’ tre ragazzi tedeschi). C’è anche una troupe della BBC, che sta girando un servizio o un documentario. Il giornalista ci tiene a farci sapere che è londinese, ma tifa Manchester United. Qualcuno di noi probabilmente è finito nelle sue immagini, ma al momento non sappiamo se e quando il tutto andrà in onda.

Serena ci racconta di una lettera di Freud, non esattamente un ebreo qualunque, nella quale lui critica apertamente il sionismo e indirettamente l’amministrazione del mandato britannico per la scelta di prospettare la fondazione di uno stato ebraico in Palestina. E, grazie alla velocità di Michele nel cercare sul cellulare e al fatto che è l’unico qui ad avere una SIM israeliana, può anche leggerla.

La lettera è datata 26 febbraio 1930 e indirizzata a Chaim Koffler, membro del Keren Hajessod, che gli aveva chiesto di sostenere pubblicamente il diritto degli ebrei di pregare davanti al Muro del Pianto a Gerusalemme:

«Non posso fare quello che Lei desidera. Non sono capace di vincere la mia avversione ad annoiare con il mio nome e proprio la situazione critica attuale non mi sembra giustificarlo. Chiunque voglia influenzare le masse deve dar loro qualcosa di eccitante e di infiammante e il mio sobrio giudizio sul sionismo non me lo permette.

Certamente io simpatizzo con i suoi fini, sono fiero della nostra università in Gerusalemme, e sono lieto per il prosperare dei nostri insediamenti. Ma, d’altra parte, io non penso che la Palestina potrà mai diventare uno stato ebraico e che il mondo cristiano e il mondo islamico potranno mai essere disposti ad avere i loro luoghi sacri sotto il controllo ebraico. Mi sarebbe parso più sensato fondare una patria ebraica in una terra meno gravata dalla storia. Ma so che un punto di vista così razionale non avrebbe mai ottenuto l’entusiasmo delle masse e il supporto finanziario dei ricchi. Riconosco con tristezza che è in parte da imputare al fanatismo irrealistico del nostro popolo il risveglio della diffidenza araba. Non ho alcuna simpatia per la pietà mal diretta che trasforma un pezzo del muro di Erode in una reliquia nazionale che offende i sentimenti delle popolazioni locali. Giudichi ora lei stesso, se con un simile atteggiamento critico io sia la persona giusta per confortare un popolo illuso da una speranza ingiustificata.»

Per arrivare al complesso delle tombe dei patriarchi, ora dobbiamo passare un altro checkpoint per uscire da H2 e rientrare in H1, dato che noi entreremo dal lato arabo, cioè dalla moschea di Abramo, proprio quella del massacro. Ora la moschea è anch’essa divisa da un muro interno, e dall’altro lato è una sinagoga. Da entrambi i lati ci si può affacciare sulla fossa dove si dice si trovino le tombe, ma gli accessi sono separati. Se anche volessimo entrare dal lato ebraico, oggi non potremmo farlo perché è Shabbat. Issa ha dovuto fare un lungo giro per arrivare fin qui, perché lui in Shuhada Street non può camminare.

Appena passato quest’altro checkpoint, un altro piccolo incidente che ci fa comunque una certa impressione. Dei ragazzini palestinesi stanno litigando, e uno di loro cadendo a terra lascia cadere una bottiglia di vetro che rotolando va ad infrangersi contro il checkpoint. I ragazzini sono molto agitati, urlano e continuano a picchiarsi. Issa e Mohammed, il suo amico e compagno di lotta non violenta, intervengono per dividerli. Dopo un po’ i ragazzi si calmano, ma a noi resta la percezione che la tensione che si è creata in quest’area, anche e forse soprattutto tra i più giovani, sia tale che basta pochissimo per far sì che la rabbia repressa esploda e non possa essere facilmente incanalata in gesti non violenti. Il lavoro che fa il gruppo di Issa è davvero importantissimo.

Anche nella violenza, comunque, c’è una certa sproporzione. Dall’inizio del 2012, circa 700 palestinesi sono stati feriti dai soldati israeliani o dai coloni, mentre 44 israeliani sono stati feriti da palestinesi.

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Entriamo nella moschea, dove le donne devono bardarsi con dei lunghi mantelli grigio-azzurrini dotati di cappuccio.

Fu Erode il grande a costruire la struttura sopra le grotte. Questo, quindi, è ritenuto il luogo di culto usato continuativamente più antico del mondo: qui si prega da più di 2000 anni. La struttura era priva di tetto fino al periodo bizantino, nel quale venne costruita una semplice basilica.

Nel periodo arabo, nel 637, fu costruita la moschea con il tetto.

Nel 1100, dopo che l’area era stata catturata dai crociati, l’edificio tornò ad essere una chiesa e fu vietato l’ingresso ai musulmani.

Nel 1188 Saladino la riconvertì in moschea, consentendo però che i cristiani continuassero ad entrare, e aggiunse i minareti. La moschea fu poi ampliata nel 1300, durante il periodo mamelucco, e restaurata durante il periodo ottomano.

Sostiamo per un po’ nella sala della preghiera. Della fossa dove dovrebbero trovarsi le tombe, non si vede molto. Bisogna più che altro immaginare, farsi trasportare dalla potenza dei simboli. Difficile però non pensare che il simbolo più forte è proprio quella parete divisoria, dall’aspetto anche piuttosto brutto, che taglia in due la moschea-sinagoga.

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Usciamo e ci dirigiamo verso il souq, dove il tour continua con qualche fuori programma tipo un signore che sulla porta di un negozio intona un canto da muezzin con una voce potentissima. Anche qui i vicoli del souq sono protetti con reti metalliche contro i lanci dei coloni, che però rispondono lanciando sostanze liquide che possono passare attraverso la rete. Quando va bene acqua, come abbiamo visto noi, in genere acqua sporca, ma a volte anche altre sostanze organiche poco piacevoli. L’acqua possono permettersi anche di sprecarla, visto che ne hanno a disposizione dieci volte di più degli abitanti palestinesi.
Anche questo fa parte dell’apartheid che si vive in questa città, dice Issa, che si ferma di proposito a parlare davanti a un cancello orlato di filo spinato dietro il quale c’è un presidio di soldati. Passa sì e no un minuto e il cancello si apre; i soldati armati si affacciano a vedere cosa succede. Issa resta calmo e chiede anche a noi di mantenere la calma: non possono farci niente, non stiamo facendo nulla di illegale. Sarà, ma preferiamo allontanarci a scanso di equivoci.
Lui non perde proprio la calma, anzi è in vena di battute. Se i coloni hanno diritto a stare qui per la storia, dice, allora perché non considerare anche che Hebron è stata lungamente dominata dai romani? E allora anche voi italiani potreste venire qui e dire: Questa è la nostra terra! Potremmo farci un pensierino ma… no, grazie. La situazione è già abbastanza incasinata così.
In chiusura del tour, Issa ci saluta e ci ringrazia ribadendo che il suo intento non è di generare odio, ma solo di far conoscere il più possibile quello che è diventata la vita qui. Perché, dice, Israele non avrebbe potuto mantenere questo stato di cose così a lungo se all’estero non avessero fatto finta di non vedere. E voi siete responsabili di quello che avete visto, dovete esserne testimoni nel vostro paese. Che è poi il motivo per cui mi sono dilungato tanto su questo argomento, per fare nel mio piccolissimo qualcosa. Spero che mi perdonerete.
Per chi vuole approfondire, qui potete trovare la scheda di Issa su Wikipedia e la sua pagina Facebook.

Issa Amro – Wikipedia

Issa Amro – Facebook

 

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E qui c’è un bel documentario del 2010:

Hebron – This is my land

C’è tempo per qualche acquisto, in particolare presso una cooperativa di donne che lavora con Vento di Terra, e poi siamo attesi per il pranzo a casa della signora Laila di Women in Hebron, che ci accoglie con tutti gli onori e con una cerimonia molto scenica con la quale il piatto principale viene “scodellato” per la gioia dei fotografi. Si tratta di un piatto chiamato Makloube, cioè appunto “la rovesciata”. È a base di riso, agnello e verdure, ed è accompagnato poi da salsa allo yogurt e insalata. Tra le verdure pomodori, patate, cavolfiori e melanzane.

Laila, gentilmente, si informa: vuole sapere se ci piace. “Hamdulillah!” – rispondo – che letteralmente significa “Dio sia lodato”, ma in arabo si usa in tantissime situazioni, quando si vuole esprimere felicità, soddisfazione, apprezzamento per qualcosa di bello e gratitudine per chi ti sta trattando bene.

C’è tanta altra roba, a dire il vero. Tutti i piatti sono gustosi, come sanno essere i piatti della cucina casalinga, e il clima conviviale è molto piacevole. Ci sentiamo veramente a casa. Per questo ci dispiace ancora di più, se possibile, scoprire che proprio ieri il figlio di Laila è stato arrestato mentre andava a lavorare clandestinamente in Israele. Come sempre accade in questi casi, non ha ancora potuto parlare con la sua famiglia, né presumibilmente con un avvocato. E non è dato sapere quanto potrà restare in carcere senza processo. Noi, purtroppo, non possiamo fare altro che esprimere solidarietà.

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Passeggiando nel souq torniamo verso il pullmino, che ci porta a Betlemme. Ci sistemiamo nel nuovo hotel, che si chiama Holy Land Hotel, facciamo una doccia veloce e ci prepariamo per l’appuntamento del tardo pomeriggio, che è quello con uno spettacolo della compagnia di danze tradizionali palestinesi El Funoun.
Per assistere allo spettacolo dobbiamo spostarci all’Università di Gerusalemme, dove la compagnia si esibisce in un teatro all’aperto. Fa un freddo inaspettato, rispetto a quello che abbiamo avuto le altre sere; c’è sempre una certa escursione termica tra il giorno e la sera, ma stasera si sente particolarmente, anche perché c’è un vento piuttosto forte. Non tutti siamo venuti abbastanza attrezzati, anche perché non sapevamo che sarebbe stato all’aperto. Io posso comunque cedere la mia seconda felpa, con una ce la faccio; ma sono un po’ rammaricato di non aver portato la mia kofiyah nuova, con cui mi sarei potuto riparare la gola. In realtà, però, sui gradini del teatro il vento si sente meno e si sta tutto sommato bene.
Lo spettacolo inizia con una lunga serie di discorsi di saluto e ringraziamenti da parte delle autorità, che naturalmente non capiamo. Tranne quando, a un certo punto, è chiaro che la personalità di turno, forse il rettore, fa riferimento all’Italia! Ci guardiamo e guardiamo Serena e Giulia, in cerca di spiegazioni. Viene fuori che Giulia ha comunicato all’organizzazione che saremmo stati presenti e così… ci stanno ringraziando! Clamoroso.
Finalmente inizia lo spettacolo. La danza tradizionale palestinese si chiama Dabka, e questa compagnia è la migliore su piazza, di tanto in tanto si esibisce anche all’estero. In effetti lo spettacolo è piacevole, bei costumi, belle coreografie e giochi di luci. Molti dei numeri di danza sono chiaramente ispirati a momenti della vita contadina, dalla semina al raccolto, al ritmo delle stagioni e così via, o alla pastorizia. Solo alcuni sono più guerreschi, con spade e acrobazie. Un piccolo assaggio:

 

Ci accorgiamo, a spettacolo già iniziato, che intorno a noi, sul lato destro del teatro, ci sono solo donne o famiglie con bambini. I ragazzi e i giovani uomini stanno dall’altra parte, sul lato sinistro, e naturalmente fanno molto più casino: si alzano, ballano, urlano, mentre le ragazze vicino a noi sono decisamente più tranquille. Giulia ci spiega che per spettacoli di questo tipo è abbastanza normale che ragazzi e ragazze stiano in settori separati. In mezzo c’è proprio una specie di cordone di sicurezza, fatto da uomini del servizio d’ordine, che quando qualche ragazzo prova a passare di qua lo prendono e lo ributtano di là senza tanti complimenti.
A un certo punto si scatena un parapiglia apparentemente senza motivo. Quasi tutti i ragazzi corrono verso l’alto delle gradinate, come se volessero scappare verso l’uscita. Il loro settore quasi si svuota per qualche minuto, poi lentamente tornano indietro. Anche questo ci dicono che è normale, i ragazzi possono facilmente diventare un po’ sovraeccitati e allora si scatenano delle mini-risse che raramente degenerano, ma provocano sempre grandi movimenti di folla.
Finito lo spettacolo, anche noi sciamiamo lentamente verso l’uscita. Poiché il nostro autista per oggi ha finito di lavorare, dobbiamo trovare un altro minibus per tornare a Betlemme. E Michele rimarrà con noi anche stasera, perché l’autista nella fretta si è portato via il suo zaino… ma questa per noi è senz’altro una buona cosa. Dobbiamo trovargli un posto per dormire, ma nella camera di Claudio c’è un letto libero. Per fortuna Serena e Giulia riescono a trovare un trasporto in un tempo ragionevolmente breve, così possiamo dirigerci verso un istituto religioso cristiano, dove ci aspettano per la cena.
Mangiamo in una specie di refettorio, in un clima un po’ ovattato, ma forse è quello che ci voleva dopo una giornata lunga e un po’ stressante, sul piano emotivo. La cena comunque è abbondante.
Non mi dilungo troppo sulla cena perché lo spazio a disposizione non è infinito e neanche la vostra pazienza, presumo; perciò, preferirei concentrarmi sul dopocena. Sì, perché è la sera della promessa di Giulia e così un piccolo drappello da lei guidato e composto anche da Claudio, Michele, Elena, Patrizia e da me decide di recarsi al Nativity Hotel, dove presta la sua opera un barman amico e pusher di tequila della nostra Giulia. Gli altri, che preferiscono raggiungere al più presto le braccia di Morfeo, tornano all’hotel e lì si fermano.
Noi, invece, partiamo in sei sulla macchina di Giulia, con Claudio seduto davanti accanto a lei e Michele, che è il più leggero, sulle sue ginocchia. Il viaggio per fortuna è breve e, arrivati al Nativity, saliamo nel salone bar al primo piano, dove c’è ancora qualche cliente ma data l’ora in parecchi sono già andati via o se ne stanno andando. Meglio, è quasi tutto per noi. Notiamo subito uno strano personaggio vestito da prete ortodosso dietro il bancone del bar. Sarebbe fantastico se fosse il barista, ma in realtà è solo un avventore molto… abituale che è in confidenza con il barista stesso. Non è il barista, ma è comunque un gran personaggio, scopriremo presto.
Infatti, dopo il primo giro di tequila di riscaldamento, visto il nostro evidente interesse si siede con noi e ci allunga il biglietto da visita: Rev. Fr. Boulus Khano – St. Mark’s Monastery – Old City – Jerusalem.
Cosa voglia dire quel Fr. non l’abbiamo mai capito, ma l’ipotesi più accreditata è che sia l’abbreviazione di Father. Fatto sta che, benché dal look possa sembrare un prete armeno, soprattutto dal copricapo, ho scoperto poi che appartiene alla Chiesa ortodossa siriaca. La Chiesa ortodossa siriaca è una Chiesa ortodossa autocefala originaria del Vicino Oriente, ma con fedeli sparsi in tutto il mondo. È una delle Chiese ortodosse orientali. Nel mondo i fedeli di questa Chiesa sono circa due milioni.
I siro-ortodossi sono tuttora monofisiti, cioè credono in un Cristo solo apparentemente uomo, la cui natura è totalmente divina; pertanto non riconoscono i decreti del concilio di Calcedonia, il IV concilio ecumenico della cristianità (451). La Chiesa ortodossa siriaca utilizza come lingua liturgica il siriaco, un idioma appartenente al gruppo dell’aramaico. A capo della Chiesa è il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, con sede a Damasco.
Ebbene, il nostro, oltre ad essere piuttosto giovane e dotato di un certo fascino, non è solo un prete. In un ottimo inglese, si presenta subito come cantautore in lingua aramaica, che mastica per questioni liturgiche. Sostiene di aver scritto più di duemila canzoni. A richiesta (ma non si fa certo pregare), ce ne accenna una a cappella. Diciamo che non è esattamente hard rock come ritmo, ma ha sicuramente un suono evocativo, ed è molto alternative. Ci fa vedere anche un video, fatto con una certa professionalità, sembrerebbe. Be’, fa un genere veramente di nicchia. Quante persone ci saranno che parlano correntemente aramaico nel mondo? Secondo Wikipedia 445.000, non credevo. Ma comunque cantautori in aramaico penso pochini, è facile che sia uno dei migliori tre, ammesso che ce ne siano altri due.
Nasce l’idea di fargli fare un jingle per la radio, Claudio è specialista in queste cose. Stanno già decidendo di cercare un posto un po’ più tranquillo nell’hotel per registrarlo, ma poi viene fuori che Father Boulus potrebbe essere disponibile anche per una serata. Però, dato che fa anche l’accompagnatore turistico e che parte domani con un gruppo, non potrà essere disponibile prima di martedì, che sarebbe la nostra ultima sera. Per noi va bene, ci mettiamo d’accordo così e ci salutiamo.
La serata va avanti, tra un bicchiere di tequila e una fumatina di Shisha. Sì, perché dopo il primo giro, sempre grazie ai buoni uffici di Giulia, è comparso un Arghilè e allora… non ci tiriamo indietro. Tutta roba legale, ci tengo a precisare.
Ora, non scendo in dettagli sul numero di giri di tequila bevuti ritualmente, tutti d’un fiato con sale e limone, sul chi, sul quanto e sul come. E neanche sul tenore delle successive conversazioni, che hanno toccato argomenti dei più vari.
Mi limito a dire che, a una certa ora della notte, ce ne siamo tornati in albergo sempre sulla macchina di Giulia. Ma stavolta, visto che lei preferiva guidare il meno possibile, ha guidato Claudio e io mi sono tenuto in braccio Michele. Giulia, comunque, poi a casa sua ci è arrivata tranquillamente, e il giorno dopo era fresca e lucidissima, quindi vuol dire che non aveva bevuto poi così tanto… o che regge l’alcol alla grande, scegliete voi.

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Domenica 22/10/2017 – La Scuola di gomme, Rabbi Jeremy e il campo profughi di Shu’fat

Oggi è il giorno della Scuola di gomme, il progetto forse più noto internazionalmente di Vento di Terra e tra i più importanti sul piano simbolico.
Per arrivarci passiamo da Gerusalemme, dove lasciamo Michele, in un punto comodo per raggiungere a piedi la stazione degli autobus. Lì prenderà un pullman per tornare verso il nord, verso il suo kibbutz. Ci mancherà, in questi ultimi tre giorni. Ci ha detto che spera di portare a Hebron qualcuno dei suoi amici israeliani. Dal kibbutz realtà come quella appaiono molto lontane. Genericamente tutti sanno che in Cisgiordania ci sono dei problemi, ma non è qualcosa che li tocca realmente nella vita di tutti i giorni e, ovviamente, tendono a vederla dal punto di vista israeliano. Quasi tutti hanno un parente, un amico, una persona che conoscono in maniera più o meno diretta, qualcuno che è morto, è rimasto ferito o ha comunque un’esperienza drammatica legata al conflitto. E lì finisce. Anche perché l’informazione “mainstream” è piuttosto condizionata. La maggior parte delle persone non sa cosa succede davvero in posti come Hebron. Ma ci sono alcuni ragazzi, nel kibbutz di Michele, che si sono dimostrati curiosi di capire di più, di vedere con i loro occhi cosa c’è al di là del muro. Speriamo che ci vadano davvero, e che serva a qualcosa.

Gerusalemme in questi giorni è un po’ in subbuglio per le manifestazioni degli ebrei ortodossi, che protestano contro la proposta, attualmente sul tavolo politico, di abolire la legge che consente loro di essere esentati dal servizio militare. Questo, dal resto della popolazione israeliana, è vissuto come uno dei tanti privilegi di cui godono gli ortodossi, ma loro evidentemente ci tengono e sono pronti a difenderlo con i denti.
La Scuola di Gomme si trova a Khan al Ahmar, campo beduino situato tra Gerusalemme e Gerico, e ospita oggi quasi duecento bambini della comunità Jahalin. Circondati da insediamenti israeliani, esclusi da ogni servizio di base, i beduini vivono in condizioni di estrema marginalità. Molti bambini prima della costruzione della scuola, che è una scuola primaria, avevano abbandonato gli studi. Gli altri raggiungevano a piedi o in pullman la scuola più vicina (si fa per dire), a Gerico.
La scuola, anche questa in architettura bioclimatica e dotata di un impianto fotovoltaico grazie al contributo della cooperazione italiana, è stata costruita nel 2009, in due settimane. Il cantiere doveva durare il meno possibile per sfuggire al gruppo di monitoraggio dei coloni, che tiene sotto controllo tutto quello che succede nell’area. L’edificio, “non permanente” dal punto di vista strutturale, è stato realizzato con pneumatici usati riempiti di sabbia e sassi, con argilla e con legno. Tutto, ovviamente, per non contravvenire ai regolamenti militari israeliani che vietano la costruzione non autorizzata di edifici in area C.
I volontari che hanno costruito la scuola venivano da Ramallah, da Gerusalemme e dall’Italia. Lentamente sono arrivati anche i soldi. Prima 8.000 euro, racimolati da donatori e cooperazione. Poi le suore comboniane hanno aggiunto 10.000 euro e Israeli committee against house demolitions (Icahd) altri 8.000 euro.
Il progetto ha beneficiato di un’ampia copertura mediatica. Nonostante ciò la Scuola di gomme è al centro di una complessa vicenda legale ed è da anni sotto ordine di demolizione. A difesa del diritto allo studio per questi bambini Vento di Terra ha lanciato la campagna: “Chi demolisce una scuola demolisce il futuro”, a cui si sono uniti Amnesty International, UNRWA (United Nations Relief & Works Agency, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi) e Unicef.
Successivi interventi hanno realizzato aule e spazi aggiuntivi, sempre tramite l’utilizzo di tecniche di architettura bioclimatica con materiali naturali e di riciclo. Le gomme, tra l’altro, offrono un buon isolamento termico: la scuola è fresca in estate e calda in inverno.
Per saperne di più:

La Scuola di Gomme

L’attenzione intorno alla scuola è dovuta anche al fatto che si trova su quello che viene chiamato il “Corridoio E1”, che se fosse “liberato” dalla presenza dei beduini connetterebbe gli insediamenti con Gerusalemme, completando il percorso del muro e dividendo di fatto quel che resta della Palestina in due tronconi. Poco lontano sorge Maale Adumim, una delle colonie israeliane illegali più grandi e organizzate dei Territori Palestinesi. Proprio per questo sono sotto ordine di demolizione anche le case del vicino villaggio beduino.
Arrivarci, alla scuola, non è banale. Parcheggiamo il pullmino in una piazzola, dove ci aspetta quello che potrebbe sembrare un hippy con un cappello da cowboy ma è in realtà il rabbino Jeremy Milgrom, dell’associazione “Rabbis for Human Rights”, che ci accompagnerà nella visita. Da qui dobbiamo percorrere un sentiero pietroso che costeggia per un po’ la strada asfaltata, poi disegnando una curva si incunea sotto di essa per sbucare dall’altra parte. Il tunnel che passa sotto la strada è stato decorato con graffiti da Ivan Tresoldi, per tutti Ivan, poeta e street artist milanese. Oltre il tunnel ecco il villaggio, e la scuola. Anche questo è un po’ simbolico, in fondo.

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Noi arriviamo al momento dell’intervallo, quando i bambini, come in tutto il mondo, corrono felici fuori dalle classi per godersi qualche minuto di giochi. E quindi, è l’occasione migliore per consegnare uno dei nostri regali, sicuramente uno dei più graditi dai bambini a qualsiasi latitudine: il pallone. Sì, proprio QUEL pallone, il famoso pallone giallo che tanto abbiamo penato per portare qui e che ha rischiato di restare all’aeroporto di Istanbul. Ed eccoli, tutti dietro a un pallone in uno sciame leggeri come stracci, diceva il poeta.
Sono belli da vedere, ma serve un po’ d’ordine. E allora Claudio, come ha detto lui, per cinque minuti si sente un po’ Mourinho e si mette a fare l’allenatore, con un gruppo di bambini davanti che si divertono come matti a provare i colpi di testa.
Fatalmente restano un po’ tagliate fuori le bambine. Ma ci sono giochi anche per loro, e ci sono per esempio anche un po’ di vestitini che ho portato io che sono tutti per bambine. E c’è tanto materiale scolastico per tutti.
È così bello vederli giocare e sorridere, e provare a scambiare qualche parola con loro, in inglese con quelli che lo parlano un po’ o spendendo le mie quattro parole di arabo, che la visita alla scuola passa quasi in secondo piano. Ma è importante sapere che oggi ci sono otto classi, e che la Corte suprema israeliana si è espressa nel 2014 invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura. Ma sempre nel 2014, sotto gli sguardi stupiti ed impauriti di oltre un centinaio di bambine e bambini, l’altalena e lo scivolo regalati dal Governo italiano sono stati confiscati perché l’installazione delle attrezzature da gioco non era stata autorizzata dall’Amministrazione Civile israeliana.
Nell’agosto 2016 è arrivato un nuovo ordine di demolizione. L’intenzione dell’esecutivo israeliano è demolire la scuola e riallocare in tempi brevi gli alunni nel plesso di Al Jabal. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

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Salutiamo, un po’ a malincuore, i bambini e ci spostiamo al villaggio, dove ci accoglie Hamiz. Hamiz, spiega Serena, è il figlio di Suleyman, il mukhtar del villaggio, che normalmente è quello che fa gli onori di casa, ma oggi non c’è e quindi il figlio lo sostituisce. Con lui e con il rabbino Jeremy ci sediamo all’ombra, in uno strano piccolo angolo di verde in mezzo al deserto, con un incredibile sottofondo di uccelli che cantano. Hamiz non parla inglese, ma parla ebraico. E perciò questa volta serve una doppia traduzione: Hamiz è tradotto da Jeremy che è tradotto da Serena.
La storia della comunità beduina di Khan al Ahmar è abbastanza simile a quella dei beduini di Wadi Kafar, e probabilmente anche a quella delle altre comunità beduine stanziate in Cisgiordania. Sono arrivati qui nel ’52, profughi dalle terre conquistate da Israele nel ’48. E quindi sono qui, in realtà, da molto prima dei coloni di Maale Adumim e Kfar Adumim.
Dieci anni fa, racconta Jeremy, si è venuti a sapere del progetto di ampliare il muro annettendo quindi, di fatto, a Israele questa parte di territorio abitata dalle comunità beduine, che ormai non sono più nomadi ma che continuano a mantenere un stile di vita legato profondamente alla pastorizia. A lui diedero un GPS e gli chiesero di venire qui a vedere chi c’era in quest’area, ed è così che è entrato in contatto con questa comunità, che prima non aveva mai avuto contatti con nessuna ONG e di cui ben poco si sapeva. Subito i membri della comunità gli dissero che c’era bisogno di una scuola, perché i bambini erano costretti per andarci a spostamenti lunghi, costosi e pericolosi, a Gerico o ancora più lontano. Avevano fatto dei tentativi per costruirne una, ma senza successo.
La costruzione della scuola di gomme fu un grande evento per la comunità, perché non solo era una scuola, ma anche il primo vero spazio che avevano i bambini per giocare. Al tempo stesso, però, la comunità finì sotto pressione, e alcuni suoi membri non poterono più andare a lavorare negli insediamenti, il che rappresentava la loro unica fonte di reddito.
L’anno scorso, sempre per la costante pressione dei coloni, sono stati confiscati i pannelli solari. Fortunatamente, andando davanti alla corte, la comunità è riuscita a riaverli, ma questo testimonia ulteriormente quanto i coloni cerchino di render loro la vita difficile.
Nelle ultime settimane, però, è sorto un piccolo segnale positivo: sembra che nell’insediamento più vicino si stia sviluppando un inizio di discussione tra i coloni. Alcuni cominciano a pensare che tutta questa pressione per espellere i beduini, alla fine, forse non sia una cosa giusta. Un piccolo gruppo è venuto qui la settimana scorsa, almeno a vedere e a prendere i primi contatti, forse ne verranno altri. È la prima volta in trent’anni che si muovono per vedere cosa c’è a soli 3 km dalla loro colonia. È un piccolo barlume di speranza, ma ce lo prendiamo. È così raro, in questi giorni di viaggio, che qualcuno ci dia delle buone notizie. Al di fuori dei progetti di Vento di Terra, è chiaro, che valgono tanto in questo senso.
Un altro fatto positivo è che questa storia è tra quelle più note in Israele, per diversi motivi: perché la scuola è insolita come struttura, perché è stata creata da una ONG italiana e perché si sa che ha raccolto consensi in Europa, sia a livello politico che di opinione pubblica. E perciò oggi è più difficile che possano davvero demolirla, anche perché, dice Jeremy, la comunità ha trovato un buon avvocato. Speriamo tutti che sia così. Comunque, almeno fino alla fine dell’anno scolastico ci arriverà sicuramente, e qui è così: ogni anno scolastico in più che si chiude con la scuola ancora in piedi è una vittoria.
D’altra parte, bisogna purtroppo anche tener conto che c’è questa narrazione, che rimane, che i beduini siano un ostacolo all’espansione degli insediamenti, anche se qui in realtà gli insediamenti non sono così vicini. E che il pregiudizio contro i beduini è ancora forte nella stessa società palestinese, figuriamoci tra gli israeliani. Jeremy fa un interessante parallelo con il pregiudizio che colpisce i rom in Europa, ed è vero: forse qui non si dice che i beduini rapiscono i bambini, ma se si va al fondo delle cose è ancora la contrapposizione antica come il mondo tra le civiltà stanziali e le civiltà nomadi, almeno culturalmente. Molti pensano: ma perché devono stare qui? Ci sono tanti paesi arabi dove potrebbero andare. E poi non hanno i permessi per costruire. Ed è vero, ma come potrebbero ottenerli, in area C? Le autorità militari non glieli concederebbero mai. Esistono anche dei documenti, in possesso dei beduini, che attestano la proprietà di queste terre, ma è chiaro che non verranno mai presi in considerazione.
Insomma, c’è sì qualche motivo per sperare, ma la situazione resta molto complicata.
La Scuola di gomme non è l’unica sotto ordine di demolizione. 51 scuole in area C e a Gerusalemme Est sono a rischio di chiusura o di demolizione, e questo chiaramente impedisce sia la manutenzione che l’ampliamento delle infrastrutture scolastiche. Gli studenti delle comunità più remote spesso devono camminare fino a dieci chilometri per andare e tornare da scuola, mettendo anche a rischio la loro sicurezza.
Anche allargando lo sguardo, la situazione internazionale generale non offre prospettive entusiasmanti. Jeremy è nato negli Stati Uniti, e si trasferito in Israele all’età di 15 anni. Parte della sua famiglia vive tuttora negli USA. E ci informa, non senza una puntina di vergogna, che suo fratello ha votato Trump.
In Israele, anche lui ci conferma, la maggior parte delle persone sa poco o niente di quello che succede qui. Molti preferiscono non sapere. David Grossman ha scritto che i media israeliani hanno inventato un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più facile da digerire per il loro pubblico, creando così una separazione tra tutto ciò che lo Stato compie nelle zone d’ombra del conflitto e il modo in cui i suoi cittadini scelgono di vedere se stessi.
Organizzazioni come quella di Jeremy hanno, purtroppo, poco peso politico e poca visibilità. La politica israeliana, anche quella della sinistra, va in tutt’altra direzione. Come esempio, cita un articolo apparso ieri su Haaretz, un giornale definito “liberal”: L’ex ministro laburista Moshe Ya’alon ha dichiarato che in Cisgiordania c’è spazio ancora per un milione, o due milioni, di coloni. Il che è incredibile, se si pensa a quanti ce ne sono già ora. Nel 1992, un anno prima di Oslo, compresa Gerusalemme Est erano 248.000. Nel 2016, tuttavia, sono diventati 763.000, il triplo. E si prevede che raggiungano le 800.000 unità nel 2017, rispetto a una popolazione palestinese di 2.900.000 abitanti. Forse è il caso di ricordare, così en passant, che da 50 anni Israele non rispetta la Convenzione di Ginevra, che vieta la colonizzazione dei territori occupati, negando che si tratti di territori occupati.
Salutando Jeremy, mi sento in dovere di ringraziarlo per quello che fa. “Go on with your work” – gli dico – “Don’t give up.” Non arrenderti. Lui sorride amaro e mi guarda come dire “Sì, io faccio quello che posso, ma è molto dura.” Sono sicuro che lo è, ma ci è sembrato un po’ scoraggiato e questo ci dispiace. Abbiamo scoperto, comunque, che a brevissimo sarà in Italia per un tour di conferenze organizzato da Vento di Terra, e stiamo già brigando per infilarci una data nell’auditorium di Radio Popolare.

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Torniamo verso Gerusalemme, dove la prossima tappa è il campo profughi di Shu’fat. Quando in Palestina si parla di campi profughi, si parla di qualcosa di molto diverso da quello che siamo abituati a immaginare. Non sono campi di tende, o strutture provvisorie. Sono ormai piccole città, perché sono stati creati nel 1948 o al più tardi nel 1967. I profughi, ormai, sono i discendenti dei profughi originari, che hanno tuttora lo status di rifugiati e come tali la protezione dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa di loro. I campi sono ancora, però, chiusi all’interno dello stesso perimetro originario, il che significa che sono sovraffollati e che gli edifici possono crescere solo in altezza, non in estensione, perché spazio non ce n’è più.
Oggi in Cisgiordania vivono più di 800.000 profughi registrati, di cui 237.000 vivono ancora nei campi, che sono 19. Oltre al sovraffollamento, esistono altri grandi problemi: alti livelli di disoccupazione, povertà, un’alimentazione spesso ai limiti della sussistenza, e la violenza derivante dalle frequenti incursioni dell’esercito israeliano in cerca di terroristi veri o presunti. Solo da gennaio a settembre 2016, 5 profughi sono stati uccisi, 306 feriti e ci sono state 522 incursioni.
Questo campo in particolare, che si trova a 4 km da Gerusalemme, è nato nel 1966, quando la popolazione palestinese dell’attuale quartiere ebraico di Gerusalemme venne forzosamente spostata dal governo giordano in accordo con le Nazioni Unite, con la promessa di case dove abitare e terra da coltivare. Allora i profughi erano 3.000. Con la guerra del 1967 e l’occupazione, nuovi profughi si sono aggiunti ai primi. Ora ci sono circa 32.000 persone, di cui 18.872 profughi ufficialmente riconosciuti tali dall’UNRWA, più altre 30.000 persone circa fuori dal perimetro. L’età media è 17 anni.
Negli anni il campo ha visto crescere la propria popolazione ben al di là del normale tasso di natalità. Ai profughi del 1966-67 si è aggiunto un flusso continuo di esuli da Gerusalemme a cui venivano espropriate le case o che venivano indirettamente espulsi dall’impoverimento e dall’esclusione sociale di Gerusalemme Est. Il 90% dei nuovi profughi vive sotto il livello di povertà.
Negli ultimi dieci anni il flusso ha raggiunto dimensioni ancora maggiori con l’arrivo dalla Cisgiordania di tutti coloro che, per mantenere la carta d’identità di Gerusalemme, si sono visti costretti a rientrare. La carta d’identità permette infatti di entrare in Israele a lavorare, ma è anche un simbolo per i palestinesi. Altre cause di incremento demografico sono la detassazione in vigore qui come in tutte le aree sotto il mandato UNRWA, e i ricongiungimenti familiari.
Pur aumentando la popolazione, non è pensabile però alcuna estensione territoriale del campo. Al contrario, sono i quattro insediamenti israeliani che circondano Shu’fat ad avanzare. La collocazione di Shu’fat è strategica: a cavallo tra Gerusalemme e Cisgiordania, unico spazio di continuità tra i due territori. Senza Shu’fat, Gerusalemme sarebbe completamente circondata da insediamenti. La gente di Shu’fat subisce quindi una doppia pressione: da un lato gli israeliani cercano di rendere impossibili le condizioni di vita per espellere le persone ed eliminare il campo, chiudendo così la città tra le colonie e rendendo impossibile qualsiasi rivendicazione palestinese su Gerusalemme capitale; dall’altro i palestinesi per la stessa ragione spingono i residenti a non abbandonare l’area.
Attualmente la popolazione edifica senza permesso (che costa 150.000 Shekel, quasi 40.000 euro) anche fuori dai confini del campo, finché l’esercito non arriva a demolire senza preavviso e senza nemmeno lasciare il tempo alla gente di portare via le proprie cose. Spesso, poco tempo dopo si ricostruisce sullo stesso sito. A causa dell’elevatissima densità di popolazione, non esistono aree verdi, perché la popolazione ha costruito ovunque. Per la stessa ragione, le strade sono quasi tutte ridotte a vicoli.
Come se non bastasse, UNRWA si occupa solo dei rifugiati ufficialmente riconosciuti. Questo significa, per esempio, che la raccolta dei rifiuti è fatta per 18.000 persone anziché 32.000 ed è gravemente insufficiente: la spazzatura è ovunque, nel campo.
In tutto questo, noi visitiamo una realtà fatta di persone che tenacemente cercano di resistere e di alleviare le sofferenze dei più deboli tra coloro che già vivono in una situazione così svantaggiata. Il centro per disabili e persone con speciali necessità della Al-Quds Charitable Society è veramente un punto di riferimento importantissimo, con le sue attività terapeutiche, riabilitative, educative e ricreative, che si rivolgono anche a chi non ha lo status di profugo. Al Quds significa “La Santa”, è il nome arabo di Gerusalemme.
Salim, il direttore, ci accoglie con cordialità e vorrebbe farci fare un giro nel campo, come programmato, ma proprio non se la sente. Spiega a Serena e Giulia che, con tutte le incursioni di soldati che ci sono state negli ultimi giorni, teme per la nostra sicurezza. Generalmente vengono di notte, ma non si sa mai… e soprattutto la gente è esacerbata e potrebbe reagire male, vedendo persone estranee che si aggirano per il campo. Forse è una preoccupazione esagerata, ma non possiamo che adeguarci, anche se ci dispiace.
Ho ripensato a questo, poi, leggendo sul Jerusalem Post il risultato di uno studio della ONG israeliana B’tselem. Ne viene fuori che da gennaio 2014 ad agosto 2016 nella sola area di Gerusalemme Est sono stati arrestati più di 1700 minori, da 12 a 17 anni. Quasi tutti sono stati arrestati di notte e interrogati di notte, spesso in condizioni di costrizione e comunque in violazione della stessa legge israeliana. Molti di questi arresti avvengono nei campi profughi.

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Per pranzo siamo ospiti di un’altra comunità beduina nei dintorni di Betlemme. La tavolata è imbandita nel cortile della sede della loro associazione. Anche qui un sacco di cose buone, peccato che io riesca ad approfittarne poco perché nel frattempo il mio stomaco ha iniziato a dare pesanti segni di nervosismo. Non ho per niente fame, cerco di assaggiare qualcosa qua e là giusto per non sprecare tanto ben di Dio. Insieme al caffè, spunta uno scatolone pieno di oggetti di artigianato realizzati con la lana intorno a delle piccole sagome di legno. Sono soprattutto pecorelle e caprette, come è giusto che sia, ma ci sono anche i Re Magi e le richiestissime renne, che essendo poche vanno letteralmente a ruba.
Intanto, si è fatto già pomeriggio inoltrato e quindi, a democratica votazione, decidiamo che per oggi ci rilasseremo un po’. Un piccolo giro nel centro storico di Betlemme, ma è solo un assaggio perché la visita vera è prevista per domani mattina. E poi ce ne torniamo in albergo per un riposino e per fare, una volta tanto, una doccia con calma.
Per la cena abbiamo prenotato in un locale che si chiama Shepherd’s valley – The tent, ed effettivamente mangiamo sotto una tenda, anche se riscaldata e con tutti i comfort. Forse anche troppi, nel senso che lo schermo gigante che trasmette la partita, a volume piuttosto alto, risulta un po’ fastidioso. Il cibo però è buono, dicono tutti. Io sto ancora decisamente poco bene di stomaco, quindi faccio molta fatica ed è un peccato perché è davvero buono. Lentamente, con molta calma, riesco a mangiare quasi tutta la mia batata harra: si tratta di un gustoso piatto a base di patate, peperoni, coriandolo, peperoncino e aglio, il tutto fritto insieme in olio d’oliva. Ci aggiungo anche un paio di piccoli spiedini di pollo, ma poi mi devo proprio fermare, e avendo preso dei medicinali preferisco non partecipare al giro di arak (liquore a base di anice simile al raki turco) che qualcuno ha lanciato. C’è chi insinua che questo mio malessere abbia a che vedere con qualche (ehm…) bicchierino di tequila che potrei aver bevuto ieri sera, ma io smentisco seccamente, un po’ perché se così fosse mi sembrerebbe un po’ troppo a scoppio ritardato, ma soprattutto perché vorrebbe dire che sto invecchiando e faccio fatica ad accettare la cosa col giusto grado di serenità.
Fatto sta che, una volta tanto, non mi dispiace tornare in albergo abbastanza presto. Spero che un bel sonno mi faccia bene.

batara harri

(Continua…)

 

Questa è la nostra terra – Parte seconda

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

O voi, viaggiatori tra parole fugaci
da voi la spada … e da noi il sangue
da voi l’acciaio, il fuoco … e da noi la carne
da voi un altro carro armato … e da noi un sasso
da voi una bomba lacrimogena … e da noi la pioggia.
è nostro ciò che avete di cielo ed aria.
Allora, prendete la vostra parte del nostro sangue,
ed andatevene.

(Mahmoud Darwish – Passanti tra parole fugaci)

Giovedì 19/10/2017 – Briefing all’OCHA, la prima scuola, i primi incontri ravvicinati con il muro e… la più fotografata di Qalqiliya

La notte, alla fine, non è andata poi così male. Però, a scanso di equivoci, mi bevo due belle tazze di caffè a colazione e sono pronto per affrontare la giornata. La voce della mia piccola disavventura di ieri sera, ovviamente, si è sparsa in un baleno e quindi devo sopportare di buon grado le battute e raccontare com’è andata a quei pochi del gruppo che ancora non lo sanno.
Oggi la giornata è densa di appuntamenti. Il primo è con un rappresentante dell’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa, qui in Palestina, del coordinamento degli affari umanitari. Servirà per farci avere un quadro un po’ più preciso e completo, per quello che si può fare in un paio d’ore, degli enormi problemi di cui soffrono gli abitanti dei territori occupati. Si tratta di un appuntamento atteso dal gruppo, anche perché molti sentono il bisogno di avere qualche strumento in più per capire una realtà così complessa.
Una piccola nota a margine, forse era meglio farla prima ma facciamola adesso. Avrete visto che ogni tanto butto lì qualche pezzetto di storia, quando proprio mi sembra necessario, o almeno utile, per mettere nel giusto quadro quello che abbiamo visto e che sto provando a raccontare. Ovviamente, però, non è pensabile tracciare un quadro storico serio, non solo perché non ne sarei capace ma anche perché se ne fossi capace mi servirebbe qualche annetto per farlo, e perché questo è solo un diario di viaggio. Al massimo posso consigliare a chi fosse interessato un libro che a me è stato utile, “La vittoria maledetta” di Ahron Bregman, uno storico israeliano che guarda le cose in modo molto oggettivo (lo si capisce già dal titolo) senza la pretesa di essere asettico. Mancano purtroppo gli ultimi dieci anni, ma quelli ce li abbiamo tutti un po’ più freschi nella memoria.
Per fare solo un esempio, abbiamo già parlato parecchio di aree A, B e C. Serena ha spiegato cosa vuol dire, e anch’io ho fatto la mia piccola parte per chi ancora fa un po’ fatica a entrare nell’ottica. Le aree A sono quelle sotto totale controllo, con tutti i limiti che questo comunque comporta, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le aree B sono quelle dove l’ANP ha il controllo amministrativo, ma la sicurezza e l’ordine pubblico, ancora una volta con tutto ciò che comporta, dovrebbero essere sotto controllo congiunto, il che significa che di fatto sono di competenza israeliana. Le aree C, invece, sono quelle sotto completo controllo israeliano amministrativo e militare (in primo luogo le colonie, e tutti i territori che i coloni sfruttano a loro piacimento). Dove, per dirne una, i palestinesi non possono costruire nulla se non chiedendo il permesso delle autorità militari israeliane. Il che, tradotto, significa che semplicemente non possono costruire nulla. E già oggi vedremo gli effetti di questo. Oggi, il 60% della Cisgiordania è area C. Per questo ieri Suad diceva che i palestinesi controllano solo il 40% del 22%, si riferiva alle aree A e B.
Tutto questo è stato deciso con gli accordi di Oslo e, ancora oggi, molti rimproverano ai leader palestinesi di allora di aver sottoscritto questo tipo di suddivisione della Cisgiordania. Ma allora si pensava che sarebbe stata una situazione provvisoria, doveva durare solo per cinque anni e poi, gradualmente, le aree C sarebbero dovute diventare B, e poi A, e passare sotto il controllo palestinese. Dura invece da ventitré anni, nei quali le aree C si sono ridotte solo dal 72% iniziale al 60% di oggi.
Ma ora qui nel palazzo dell’OCHA, con Ezequiel, entreremo ancora più nel concreto e vedremo un altro po’ di numeri.
Prima di tutto, Ezequiel ci parla di Gaza, e dei tre fattori che, interagendo tra loro, ne determinano l’attuale drammatica situazione. Non ci potremo andare nella Striscia, proprio per uno di questi fattori, la totale chiusura dei confini, compreso quello con l’Egitto, il valico di Rafah, che viene aperto solo molto saltuariamente. Ma almeno potremo, in questo modo, farci un’idea. Gli altri due fattori sono il cosiddetto “Palestinian divide”, la divisione tra Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da OLP/Fatah, e le frequenti escalation di violenza tra i palestinesi di Gaza e l’esercito israeliano, violenza che c’è stata da ambo le parti ma con evidente sproporzione di potenza di fuoco. Solo negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a tre conflitti nella Striscia, che complessivamente hanno fatto più di 3000 morti. È evidente, dice Ezequiel, che questi tre fattori si alimentano l’uno con l’altro; quando il blocco crea maggiore pressione, e la divisione maggiori sofferenze, aumentano le possibilità che esploda un nuovo conflitto. E anche le speranze destate dall’accordo Hamas-Fatah sono per ora nient’altro che speranze, appunto.
Cosa significa l’assedio della Striscia di Gaza, che dura dal 2007? Significa che Israele controlla lo spazio aereo, i confini di terra e anche il mare. Anche i permessi di pesca vengono concessi solo fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Ad oggi, un solo valico permette l’ingresso delle merci. Il valico di Erez, che è l’unico da cui le persone possono uscire ed è quello che in teoria potrebbe mettere in comunicazione Gaza e Cisgiordania, sia pure passando attraverso Israele, è aperto solo a chi ha un permesso, che viene concesso solo a un ristretto elenco di categorie: chi deve curarsi per malattie gravi, pochi commercianti, personale delle agenzie internazionali e pochi casi umanitari. Così, ad esempio, non è possibile per uno studente andare in Cisgiordania a frequentare un corso di studi che non sia disponibile a Gaza. E non è possibile andare a trovare membri della famiglia, o presenziare a un funerale, a meno che non sia quello di un familiare stretto.

È una situazione di totale asfissia, molto pesante per le persone. Se ti avvicini a meno di 300 m dal confine, ti possono sparare. Ma nulla ti segnala quando stai passando quel limite, né una striscia per terra né un avvertimento. Si impara solo con… l’esperienza, sempre che poi lo si possa raccontare.
Dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010, nel quale una nave di aiuti umanitari venne attaccata provocando 9 morti e oltre 60 feriti, il blocco si è leggermente allentato. Ma c’è una lista infinita di prodotti che vengono definiti “A doppio uso” e che quindi non possono comunque entrare, tra cui anche molti materiali edilizi, il che sta impedendo una vera ricostruzione dopo l’ultimo grande intervento militare israeliano del 2014, e parti di ricambio necessarie per far funzionare, ad esempio, le pompe dell’acqua.
Altro problema gigantesco è quello dell’elettricità, dato che Ramallah (l’ANP) non paga le forniture di carburante a Israele per produrre elettricità a Gaza, e il risultato è che nella Striscia la corrente arriva per 4-6 ore al giorno. Significa non poter avere un frigorifero, per non parlare di quello che può succedere in un ospedale.
Inoltre, milioni di litri di liquami non trattati o parzialmente trattati vengono scaricati nel Mediterraneo, e l’infiltrazione di liquami e percolato di rifiuti solidi non isolati porta a un grave inquinamento delle acque di falda sotto le aree urbane. A causa anche dell’eccessiva estrazione, che provoca l’infiltrazione di acqua marina, il 96% delle acque di falda disponibili a Gaza è inadatto al consumo umano.
Per tutto questo è ormai necessario porsi una domanda: Gaza sarà un posto vivibile nel 2020? Purtroppo tanti indicatori dicono che c’è un forte rischio che non lo sia. Uno per tutti è la densità di popolazione: con l’attuale ritmo di crescita, la popolazione potrebbe raggiungere nel 2020 i 2,2 milioni, con una densità di circa 6200 abitanti per km2, che è veramente al limite della vivibilità. E con oltre 60.000 persone ancora sfollate per effetto dei conflitti del 2008 e 2014.
Veniamo alla Cisgiordania. In Cisgiordania oggi, con 3 milioni di abitanti palestinesi, vivono più di 600.000 coloni israeliani, di cui 200.000 a Gerusalemme Est. Tra le aree A e B, sotto controllo palestinese, non vi è di fatto continuità territoriale. Sono 200 isole immerse nel mare dell’area C, che rappresenta appunto oltre il 60% del territorio. E in area C vivono circa 300.000 palestinesi (il 10% del totale di abitanti palestinesi della Cisgiordania, mentre un altro 10% vive a Gerusalemme Est). Di questa situazione soffrono in particolare le comunità beduine, che si trovano tutte in area C. Esiste un piano israeliano di ricollocamento (leggasi spostamento forzato) di 46 comunità beduine in tre aree specificamente individuate. Questo con la promessa di una vita migliore, anche con qualche compensazione economica, ma perdendo completamente la loro identità sociale e culturale che è legata alle greggi e alla possibilità di vivere un territorio non urbanizzato. E con i problemi che derivano dal mettere insieme forzatamente nuclei tribali diversi il cui equilibrio funziona solo se vivono separati. In totale, le persone appartenenti alle comunità beduine considerate a rischio di trasferimento forzato sono circa 30.000.
Altri dati generali fanno decisamente impressione.
Nel 2016 si sono registrati 92 morti (di cui 27 bambini) e 3022 feriti (1069 bambini) per azioni delle forze di occupazione o dei coloni in Cisgiordania e Israele. A Gaza 8 morti, di cui 3 bambini. Sono state aperte indagini penali solo su 24 casi.
Un milione di persone, tra cui 655.000 profughi, hanno restrizioni nell’accesso a cure sanitarie di base. I checkpoint, la vicinanza agli insediamenti, la distanza dagli ospedali, le condizioni delle strade e la mancanza di trasporti pubblici sono tutti fattori che limitano l’accesso dei pazienti e dello stesso personale sanitario.
Si stima che 504.000 bambini e ragazzi in età scolare abbiano bisogno di assistenza umanitaria per accedere all’istruzione in un ambiente sicuro e consono.
L’espansione degli insediamenti, illegali per il diritto internazionale, continua in un quadro di impunità, con un 40% di incremento registrato nei primi 6 mesi del 2016 rispetto ai 6 mesi precedenti. 32 su 100 outpost sono stati già retroattivamente autorizzati o sono in corso di autorizzazione.
Nel 2016 si è avuto anche un aumento degli edifici palestinesi demoliti o confiscati per mancanza di permessi in area C, e conseguentemente del numero di persone rimaste senza casa: 1052, alla fine di settembre. Anche il numero di strutture umanitarie, finanziate dalla cooperazione, demolite o confiscate è senza precedenti.
Il consumo giornaliero di acqua in alcune comunità prive di infrastrutture idrauliche è di solo 20 litri a persona, con una media generale nei territori intorno agli 80 (secondo l’OMS, il valore ideale va da 150 a 180 litri). In Cisgiordania il 25% della popolazione riceve l’acqua una volta a settimana o meno, mentre il 44%  dipende dalla fornitura tramite autobotti.

Il protrarsi della crisi umanitaria e decenni di occupazione, insieme con la cultura prevalentemente patriarcale della società palestinese, hanno esacerbato la violenza di genere in tutte le sue forme: stupri, violenza domestica e matrimoni precoci.
Destano preoccupazione, poi, gli sforzi delle autorità israeliane per screditare le organizzazioni per i diritti umani e il loro lavoro e la mancata protezione degli attivisti dagli attacchi di coloni ed estremisti.
Al termine dell’incontro facciamo un po’ di decompressione nell’atrio della sala riunioni e ne approfittiamo per prendere un po’ di mappe tematiche e del tanto materiale informativo che OCHA mette a disposizione.
Insomma, usciamo dall’incontro che ne sappiamo sicuramente di più, e con il dolore per queste profonde ingiustizie che continuano ad essere perpetrate che comincia a montare. A questo proposito, ci tengo a sottolineare una seconda volta che tutte le informazioni che ho riportato sono fornite da un’agenzia dell’ONU, dovrebbe essere chiaro ma lo ripeto ancora: ONU. No, perché so già che qualcuno dirà che noi in questo viaggio abbiamo avuto una visione di parte della realtà, che abbiamo sentito una sola campana ecc. ecc.. Poi uno può crederci o no, ma l’ONU dovrebbe essere quanto di più super partes ci sia. Per chi volesse approfondire, il sito dell’OCHA www.ochaopt.org contiene tantissimo materiale. Vi raccomando in particolare l’Overview del 2017, che si trova qui:

HNO 2017

Ma potete trovare veramente tutto.

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Prendiamo il nostro pullmino per raggiungere la scuola di Ramadin Al Janubi, progetto di Vento di Terra, che è la seconda tappa della giornata. La scuola si trova nei dintorni di Qalqilya, nordovest della Cisgiordania, molto vicino al confine con Israele. Noi, infatti, ci arriveremo passando da Israele, che è decisamente la strada più comoda. Lo possiamo fare, perché abbiamo la targa gialla, ma non è il percorso che farebbe un palestinese.
Per essere più precisi, Ramadin Al Janubi si trova in quella che viene chiamata “Seam zone”, cioè la fascia tra il muro e quello che dovrebbe essere il vero confine di Israele (la linea verde), che come abbiamo visto non coincidono praticamente mai. Si tratta quindi di un’area particolarmente difficile, sotto tutti i punti di vista. Prima della costruzione della scuola i bambini del villaggio, che è un villaggio beduino, prendevano un autobus per andare alle scuole primarie e secondarie di Qalqiliya e Habla, ma per farlo dovevano attraversare un checkpoint molto “duro”, gestito da imprenditori privati. Che significa lunghe attese, temporanee chiusure casuali dei cancelli e a volte molestie da parte delle guardie private. Di conseguenza il tasso di abbandono scolastico era molto elevato.
Ora invece i 95 bambini, dal 1° al 9° grado, quindi da 6 a 14 anni, che provengono da due villaggi, hanno a disposizione una scuola ristrutturata in architettura bioclimatica, quindi limitando l’uso di calcestruzzo e usando materiali naturali come paglia, fango, legno e argilla. Ma soprattutto senza fondamenta, perché essendo in area C secondo la legge israeliana sarebbe impossibile ottenere il permesso dalle autorità militari per qualcosa di non “provvisorio”. Come tutte le scuole di Vento di Terra, anche questa è stata realizzata da Arcò, una piccola società fondata da un gruppo di giovani architetti italiani che è specializzata in questo tipo di strutture. Per chi volesse saperne di più:

La scuola di Ramadin al Janubi

I bambini, che sono in classi da 6 a 15 alunni, 60% maschi e 40% femmine, ci accolgono festosi anche se un po’ intimiditi da tanta attenzione e da questa “invasione”, anche se decisamente più pacifica di quelle a cui sono abituati.
Facciamo un giro completo accompagnati dalla direttrice Sayf (che in arabo significa estate), e poi ci sediamo in cerchio nel cortile della scuola per l’ormai classico caffè di benvenuto e per un breve giro di domande e curiosità. La direttrice ad esempio ci informa, orgogliosa, che le bambine studiano più dei maschi, a volte fino all’università. Vicino a lei c’è il piccolo Abed, il suo bambino, che però a un certo punto inizia a imbronciarsi e poi scoppia in lacrime. Serena ed io, che siamo lì vicino, cerchiamo di rassicurarlo: “Jalla, habibi” – Su, tesoro… ma sembra inconsolabile. Sayf ci spiega che è la troppa attenzione che lo disturba: troppe foto, troppa gente, troppo tutto. C’è da capirlo, in fondo.

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Lasciata la scuola, riprendiamo il pullmino per avvicinarci un po’ al muro, per vedere il mostro da vicino. Io continuo, e continuerò, a chiamarlo muro, e non barriera. Anche su questo c’è una disputa lessicale, tra palestinesi e israeliani. Ma le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e questo è un muro. È bene chiamarlo col suo nome.

Questa è una zona dove gli effetti devastanti del muro si possono vedere bene. Ad esempio, se tu sei un contadino e abiti al di qua del muro, ma il tuo campo è al di là, non puoi più coltivarlo, di fatto. O devi fare un lungo giro per passare dal checkpoint, ammesso che oggi si possa passare. Se no riprovi domani, no? Con un po’ di pazienza e di fortuna ce la farai. Qualche ora di attesa magari, ma che vuoi che sia? E se il pozzo è dall’altra parte, vuol dire che non potrai prendere l’acqua.

Be’, sembra che questo non a tutti piaccia. Chiaramente il muro, al di là del suo effetto concreto, ha un valore simbolico forte. È per questo che spesso qui, come in molti altri tratti, si scatenano proteste, vengono lanciate pietre o bruciate gomme, come si vede dalle tante zone di muro annerite dalle fiamme. Sono gesti sicuramente inutili e forse anche controproducenti, ma figli dell’esasperazione.

Ci avviciniamo, ma restando a distanza di sicurezza. Siamo sicuramente a meno di 300 metri, ma qui non siamo a Gaza, non ci spareranno. Sul muro, vicino a una bandiera americana con la stella di David e al centro una piccola svastica, hanno scritto in inglese un verso del più grande poeta palestinese, Mahmoud Darwish: “Solo il mio sanguinare mi dice che esisto”.

Incontriamo casualmente Abu Nidal (il papà di Nidal, che è il suo figlio primogenito, ormai abbiamo imparato), che ci racconta di come i gas lacrimogeni sparati dai soldati danneggino i suoi campi, quelli che ancora riesce a coltivare. Vorrebbe ospitarci per un tè, o un caffè, ma noi siamo già un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, dovremmo spostarci a Qalqiliya per il pranzo. Un altro dei figli di Abu Nidal si offre di accompagnarci in un posto che conosce lui.

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Si tratta di un posto davvero super-super-popolare, dove certo la pulizia non è quella di un bar fighetto di Corso Como ma che fa delle spettacolari focacce condite con ogni ben di Dio (carne, uova, formaggio, verdure, za’atar, semi di sesamo) a un prezzo ridicolo. Ce ne portano praticamente a getto continuo appena sfornate, noi le facciamo a fettine, con il coltello e a volte anche con le mani (stiamo diventando già meno schizzinosi, ed è solo un bene), ce le dividiamo e ce le mangiamo come se non ci fosse un domani.
Intanto il diciassettenne fratello del gestore si avvicina e, capito che Claudio è un po’ il capo della banda, gli chiede a bruciapelo, senza troppi convenevoli: “Ce l’hai Instagram?”. E come no. Così inizia un giro di selfie e foto varie, dove ovviamente Serena è in assoluto la più gettonata. Tutti vogliono farsi una foto con lei: il ragazzo, il figlio di Abu Nidal, altri avventori… oggi è decisamente la più fotografata di Qalqiliya. Tra l’altro, il figlio di Abu Nidal continua a chiamarla Karina, anziché Serena. Sicuramente è un caso, non ha capito bene il nome. Del resto, non credo che carina in arabo abbia quel senso, però a vederlo… quasi sembrerebbe.

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Ci spostiamo nel bar a fianco a prendere un altro caffè arabo. È un tipo di caffè denso, che viene servito in tazza piccola e generalmente si beve amaro. È fortemente aromatizzato al cardamomo, che (a volte insieme ad altri profumi) viene aggiunto ai chicchi di caffè tostato, e macinato insieme al caffè. Il sapore di cardamomo, forse anche per il profumo, è molto intenso. A volte, come in questo caso, mi verrebbe da chiedere: “Posso avere un po’ di caffè nel mio cardamomo?”, però ormai mi sto abituando.
Dopo il caffè, ci facciamo un giro nel centro di Qalqiliya. Fa molto caldo. Tutti i negozianti fanno a gara per cercare di attirarci, è evidente che non vedono molti turisti qui. Incontriamo un uomo che parla un italiano perfetto, ci spiega che ha studiato giornalismo a Urbino dal 1990 al 1994, ha vissuto in Italia per un po’ e poi è tornato qui. Ora ha una cartoleria. Claudio lo intervista, è interessante perché è molto consapevole della situazione politica. Non è molto tenero con quelli di Gaza. Lo so che lì stanno male e che sono sotto assedio, ci dice, ma loro non pagano le tasse che paghiamo qui in Cisgiordania, e lì la vita costa meno. Non crede all’accordo Hamas-Fatah, perché le differenze tra i due territori a sentir lui sono anche culturali e a maggior ragione ora, dopo dieci anni di divisione, non è possibile tornare a stare insieme. È convinto che, nel lungo termine, l’effetto dell’accordo sarà che l’Egitto aprirà il valico di Rafah e la Striscia entrerà nell’orbita egiziana, verrà quasi annessa di fatto all’Egitto.
“E come vedi Qalqiliya tra dieci anni?” – Chiede Claudio. “Distrutta” – Risponde lui. Dice che per il suo bambino di 4 anni, che è qui in cartoleria con lui, non c’è futuro qui, come per tutti i giovani. Se ne dovrà andare. Forse vede tutto nero perché è un periodo pesante per lui sul piano personale, ha da poco perso il padre. Ma probabilmente non è l’unico a pensarla così.
Ripartiamo e, dopo questo momento non proprio di grande ottimismo, arriva un incontro inaspettato a risollevarci un po’ lo spirito. Ci siamo fermati a guardare il panorama sul muro da un’altra angolazione, e stiamo attirando l’attenzione delle poche macchine che passano. Probabilmente ci scambiano per coloni, quindi cerchiamo di far capire che non abbiamo cattive intenzioni. Si avvicina al ciglio della strada una signora che sta raccogliendo le olive nel suo campo con sua figlia Maya, che avrà 10-12 anni. Lei all’inizio è un po’ diffidente, ma quando Serena le parla in arabo e lei capisce che non siamo coloni si scioglie. La bambina ci fa grandi sorrisi un po’ timidi e vuole farci vedere che sa parlare inglese. Ci fermiamo lì per qualche minuto a goderci il sole del pomeriggio, chiacchieriamo e chiediamo il permesso per fare una foto con loro. Non a tutte le persone qui piace essere fotografate, ma per loro non è un problema, anzi sono contente. Ci vorrebbero offrire delle olive, ma è il momento di ripartire.

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Dobbiamo tornare a Gerusalemme, stavolta passando per la Cisgiordania, perché alle 18.30 dovremmo essere alla libreria “Educational Bookshop” per la presentazione del libro “Cinquant’anni dopo” che il giornalista del Manifesto Michele Giorgio ha scritto con la collega Chiara Cruciati. Purtroppo tutto si complica perché Walid, il nostro autista, sbaglia strada, ignorando le indicazioni di Serena. Lei gli dice di andare a destra e lui va a sinistra. Probabilmente non gli sfagiola molto farsi indicare la strada da una donna, per di più straniera. Ma così ci mette un po’ in un casino, perché dobbiamo passare da un altro checkpoint dove c’è una coda impressionante. Anche passato quello, il traffico resta congestionato e così accumuliamo ritardo.
Riusciamo ad arrivare solo verso le 19.30, a presentazione abbondantemente iniziata, anzi quasi finita. La sala è piena, ovviamente sono tutti italiani, molti giornalisti e forse qualche cooperante. C’è solo un palestinese, che però parla perfettamente italiano. Riusciamo a captare qualcosa delle domande finali, e comunque Michele Giorgio gentilmente si ferma alla fine per registrare un’intervista con Claudio.
Una delle tesi portanti del libro è il fallimento della soluzione “Due popoli in due stati” che era alla base del processo di Oslo ed è sempre stata sostenuta dall’Unione Europea, ma che oggi appare ormai improponibile a causa delle politiche di colonizzazione israeliana, che rendono impossibile la creazione di uno stato palestinese omogeneo.
Ma questo fallimento, che è ormai conclamato, a cosa apre le porte? Prima di tutto al mantenimento dello status quo, cioè dell’occupazione. Che, forse sperano gli israeliani, potrebbe a un certo punto essere riconosciuta anche internazionalmente. Ma anche, in una visione più ottimistica, ad uno stato unico su basi diverse, dove nel tempo si potrebbe raggiungere la piena uguaglianza tra ebrei e arabi e la piena cittadinanza per tutti, anche se al momento può sembrare un’utopia. È una soluzione che si sta già imponendo almeno a livello accademico tra i palestinesi, mentre gli israeliani naturalmente sono più restii ad accettarla. Michele Giorgio sostiene però che anche i più illuminati tra i coloni in fondo la vedono così, che si può convivere con gli arabi purché si scordino per sempre l’indipendenza e lo stato palestinese.
D’altra parte, sta tornando di attualità anche la cosiddetta “Opzione Giordana”, che era in auge quarant’anni fa e che prevede, sostanzialmente, che sia la Giordania a diventare lo stato palestinese, cioè che la stragrande maggioranza dei palestinesi se ne vada in Giordania. Sembra che questa vecchia idea sia portata avanti, più o meno segretamente, anche da vari ministri dell’attuale governo israeliano. È chiaro che, se anche si riuscisse con le buone o con le cattive a fare questa operazione, i giordani non sarebbero per niente d’accordo, a maggior ragione dovendo già fare i conti con un milione e mezzo di profughi siriani.
Comunque, un altro libro interessante che mi leggerò. Intanto, Elena mi fa notare che in libreria ci sono parecchie opere di Joe Sacco, il maestro maltese del reportage a fumetti, tra cui “Palestina” che avevo proposto su queste pagine prima del viaggio. Ed è proprio così, in effetti! Be’, qui non torno sull’argomento, ma per chi volesse…

Palestina: una storia a fumetti

In libreria abbiamo anche il primo incontro con Michele, che ci accompagnerà per un pezzo di viaggio. Serena ci ha anticipato qualcosa. Sappiamo che questo ragazzo di Villasanta, che sta facendo il servizio civile volontario in un kibbutz in Galilea, nel nord di Israele, ha preso contatto con lei e le ha chiesto se era possibile fare un tratto di strada insieme perché è curioso di vedere cosa c’è… al di là del muro.
Andiamo a cena all’Azzahra, il locale della prima sera. In fondo ci eravamo trovati molto bene qui, perché non tornare? E lui viene con noi, così abbiamo l’opportunità di scambiare le prime chiacchiere, anche se ci sarà tempo per approfondire. Intanto c’è da dire che si presenta con lo zaino (il che già me lo rende simpatico) e con un taglio di capelli piuttosto… creativo, che giustifica il suo nickname: Mohicanino. In pratica, capelli rasati sui fianchi e dietro, lunghi sopra; praticamente una cresta lunga, in genere portata raccolta a cipolla ma a volte anche… sciolta. 27 anni, nella vita fa il videomaker, ma da marzo vive nel kibbutz di Megiddo, dove lavora con persone con disagi psichici o mentali aiutandole a coltivare l’orto, a curare gli animali e a fare altre attività. La sua scelta si spiega anche con il suo interesse per la cultura ebraica, dovuto anche (ma non solo) al fatto che ha qualche ascendenza ebraica: un suo bisnonno materno. Ci ha detto che in effetti probabilmente, se volesse, potrebbe “diventare” ebreo ma non è nei suoi programmi. Il progetto dovrebbe durare fino a gennaio, ma lui se sarà possibile vorrebbe fermarsi fin quasi alla prossima estate. Ha un suo blog molto ben fatto dove tiene un taccuino multimediale della sua esperienza nel kibbutz, che vi consiglio vivamente di andare a sbirciare:

Il taccuino di Michele

e lì ha già iniziato a pubblicare anche gli appunti del suo pezzo di viaggio con noi, anche questi da non perdere:

Gli appunti di viaggio di Michele

Per questa prima serata, abbiamo scoperto che… non ci sono più i kibbutz di una volta. Sì, cioè… quelli di cui parlava Fantozzi nella leggendaria scena in cui dice che kibbutz è quello che dice una contadina di Alberobello quando qualcuno bussa alla porta del trullo: “Kibbutz?!?”. Insomma quelli che sono stati un mito socialista, le fattorie collettive in cui la proprietà era tutta comune, i figli venivano educati dalla comunità e quant’altro. Oggi i kibbutz esistono ancora ma tutto questo non c’è più, ognuno ha la sua casa e il suo pezzetto di terra, si cresce i suoi figli… insomma, tutto molto più regolare. E per quanto riguarda la politica in senso stretto, anche lì la sinistra israeliana ha perso terreno: molti votano Netanyahu.

Con questa ennesima delusione politica ad appesantirci il cuore, andiamo a dormire perché anche domani si annuncia una giornata piuttosto lunga.

 

Venerdì 20/10/2017 – San Giorgio sulla rupe, ospitalità beduina e la casa di Serena al di là del muro

Oggi scenderemo da Gerusalemme a Gerico, proprio come faceva l’uomo che viene attaccato dai briganti nella parabola del buon samaritano. E perciò, dice Serena, è d’uopo che Michele ce la racconti. Ha ragione. Chi meglio di lui? In fondo è un capo scout. In mezzo a questa marmaglia di atei miscredenti (non tutti, eh? Si fa per ridere)…
Il ragazzo, comunque, è preparato. Prende il microfono e dimostra di saperla. O meglio, più o meno è così che me l’hanno raccontata al catechismo. Ma è passato un po’ di tempo.
Comunque, anche allora c’era inimicizia tra giudei e samaritani. Gesù era giudeo e predicava per i giudei, ai quali diceva che anche un samaritano può essere più giusto e generoso di un sacerdote o di un religioso giudeo. In fondo, è una parabola antirazzista. Venendo ai giorni nostri, mi viene in mente che per gli israeliani la Cisgiordania è “Giudea e Samaria”, quindi è loro. Cisgiordania non si può dire, ci mancherebbe: Sottolinea un possibile legame con la Giordania, con l’altra sponda del Giordano. Però in qualche modo così si accetta di essere discendenti dei samaritani idolatri e quasi pagani. Strane acrobazie nella lettura della storia.
Meglio guardare il paesaggio, che è magnifico nella sua desertica asprezza. Stiamo andando verso sudest, verso la depressione della Valle del Giordano che porta al Mar Morto, il punto più basso della terra. A un certo punto passiamo quota zero, quindi siamo sotto il livello del mare. E continuiamo a scendere. Intorno a noi, montagne aride e desolate, un paesaggio lunare ma affascinante. Le montagne a tratti sembrano tagliate di netto e mostrano la stratificazione delle ere geologiche, in altri punti sono più dolci, di forma tondeggiante, come grandi dune di pietra. I colori sono mutevoli con la luce e vanno dal quasi bianco al dorato a un ocra acceso. Il cielo è fosco, ma a tratti l’azzurro si fa strada e si andrà ad imporre col passare delle ore.
La nostra meta è il monastero di San Giorgio, che riusciamo a raggiungere nonostante i numeri, ormai consueti, di Walid. Non ci vuole proprio stare, a farsi guidare da Serena.
O meglio, raggiungiamo un parcheggio dove lasciare il pullmino. E da qui parte il sentiero per il monastero, che dopo le prime curve cominciamo a vedere in lontananza incastonato nella roccia. Il sentiero è ampio, praticamente una mulattiera. E infatti asini e muli sono presenti, abbastanza in forze. Certo, ormai sono ridotti ad attrazione turistica. Pochi li prendono davvero come mezzi di trasporto. Per quanto, c’è da dire che all’andata il percorso è in discesa, ma al ritorno sarà in salita. E con questo caldo forse… ci si potrebbe fare un pensierino.
Patrizia ha sentito dire non so da chi o ha letto non so dove che bisogna raccogliere un sasso lungo la strada e portarlo fin giù, per poi gettarlo dal ponte sul wadi. In questo modo ci si libera dei pensieri e delle preoccupazioni che appesantiscono il nostro cammino. In fondo provare non costa niente, perché no?
L’afflusso di turisti in effetti è massiccio, e un pochino sciupa la sacralità e la bellezza del luogo, che di per sé dovrebbe essere un posto di eremitaggio. Ma tant’è… entrando incrociamo un numeroso gruppo di romeni con bandiera al collo. Anche altri paesi dell’Est sono rappresentati, direi che comunque ci sta che essendo un monastero ortodosso attiri il mondo slavo. Anche se si tratta di un monastero greco ortodosso, la bandiera greca che garrisce accanto a quella con la croce di San Giorgio lo racconta meglio della Lonely Planet.
San Giorgio di Koziba, è il nome completo. Risale al VI secolo ed è eretto su tre livelli sul versante roccioso settentrionale del deserto di Giuda (Wadi el-Kelt). La parola wadi, in arabo, identifica il letto di un torrente. Distrutto dai persiani nel 614, rimase in stato di abbandono fino a quando i crociati, nel 1173, lo restaurarono. Fu completamente ricostruito nel 1878 da un monaco greco. Serena ci legge i punti essenziali dalla sua guida.
All’interno c’è la piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria, piena di icone e piuttosto tenebrosa. Sopra la chiesa si trova la grotta del profeta Elia, decorata con pitture, nella quale si dice che il profeta visse per tre anni e mezzo nutrito dai corvi. Su questo il nostro Michele Mohicanino, che di Bibbia la sa lunga, dice che qualcosa non quadra, anzi qualquadra non cosa. Ma questo leggetelo sul suo blog.
Noi approfittiamo del caffè generosamente offerto dai monaci e ripartiamo per ripercorrere i nostri passi in salita. Alla fine, nonostante il clima sfavorevole e la salita che incuteva timore a qualcuno, ce la facciamo tutti (quasi) agevolmente.

 

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La tappa successiva ci porta nei pressi di Gerico, ed è Ksar Hisham, il Palazzo di Hisham.
Il Palazzo di Hisham è un complesso residenziale invernale dei califfi omayyadi. Fu eretto tra il 743 ed il 744 a cura di al-Walid II ibn Yazid II, nipote e successore del califfo Hisham ibn ‘Abd al-Malik. Eretto sul modello delle terme romane, fu decorato con mosaici e stucchi.
Il complesso comprendeva un palazzo, un cortile pavimentato, un ambiente per i bagni, due moschee, un cortile con fontana, un giardino di 60 ettari. Il palazzo era un ampio edificio quadrato con un’entrata monumentale e stanze su due piani circostanti un lungo porticato. Il complesso fu distrutto da un terremoto nel 747.
Elemento caratteristico ed emblema del Palazzo è una finestra, probabilmente crollata a causa del terremoto, ricostruita e sorretta da un apposito muretto in mattoni. Si tratta di una finestra a forma rotonda: una corona circolare in laterizio nella quale è inscritta una rosetta esalobata con al centro un foro a sezione circolare. Pare che sia stata questa finestra, la cui forma divenne nota in Europa grazie ai crociati, ad ispirare la forma dei rosoni che ornano le facciate di molte cattedrali gotiche europee.
Nell’angolo destro dei bagni c’era un diwan, un piccolo locale riservato alle udienze con gli ospiti importanti. In esso stava un delizioso e misterioso pannello in mosaico, che è arrivato fino a noi. Il disegno è un grande albero sotto il quale si vede sul lato destro un leone attaccare un cervo, mentre sul sinistro due cervi pascolano tranquillamente. L’interpretazione di questa raffigurazione non è univoca. Quella più accreditata è che essa rappresenti il bene e il male, mentre altri la spiegano sostenendo che il leone rappresenta il principe ed i cervi le donne del suo harem.
Gli stucchi che mostrano dipinti di donne seminude sono unici nell’arte islamica e le decorazioni per tutto il palazzo che superano in sontuosità le equivalenti romane vengono considerate come la dimostrazione della natura poco religiosa degli Omayyadi.
Come ci racconta il filmato introduttivo, il sito fu scoperto nel 1873, ad eccezione dell’area a nord che venne scoperta parecchi anni più tardi, nel 1894. Ma gli scavi vennero condotti da archeologi palestinesi tra il 1934 e il 1948. Molti degli oggetti ritrovati si trovano ora al museo Rockefeller di Gerusalemme. Negli anni ’30 si fecero delle scelte di restauro che oggi sicuramente non verrebbero fatte e che purtroppo hanno reso il tutto un po’ finto, come gli enormi colonnoni ricostruiti con i ferri che spuntano. Ma il sito ha comunque fascino.

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Ci spostiamo poi verso un altro landmark di Gerico: il sicomoro di Zaccheo, quello dove secondo il Vangelo il pubblicano Zaccheo salì per vedere Gesù, il quale gli intimò di scendere, dicendo che sarebbe andato ospite a casa sua. Zaccheo si convertì e promise di rifondere tutti quelli a cui aveva spillato dei soldi truffando sulle tasse.
Mi riesce difficile credere che sia ancora QUEL sicomoro, e onestamente non mi dà una grande emozione. Approfitto della sosta, però, per comprarmi una kofiyah da uno dei venditori che stazionano davanti al sicomoro. Non potevo tornare a casa senza. Il prezzo, per la verità, non è troppo a buon mercato ma il tessuto è buono e l’anziano venditore probabilmente non nuota nell’oro, non mi dispiace dargli qualche Shekel in più.
Nel frattempo, abbiamo anche fatto rifornimento di guava, un frutto tropicale che a me fa subito venire in mente Cuba, anche se questo frutto è diverso dalla guayaba cubana sia per il colore della polpa (quella è rossa, questa è verde) che per il sapore, che è un po’ meno dolce.
Per il pranzo, siamo ospiti della comunità beduina di Wadi Kafar. Ci accoglie Jamil, uno dei capi della comunità. Anche qui il rituale del caffè di benvenuto che profuma di cardamomo è qualcosa di importante, è un segno che ci dice che siamo ammessi nel loro accampamento e simbolicamente nella loro tribù. Ci togliamo le scarpe ed entriamo. Sotto la grande tenda la tavola è già parzialmente imbandita, ma il piatto forte deve ancora arrivare, sotto forma di una griglia a tre piani piena di carne e verdure appena uscita da un forno sotto terra. Possiamo servirci liberamente di tutti i piatti a base di riso, delle insalate e di tutto quello che l’ospitalità beduina ci offre, per poi consumarli morbidamente adagiati sui cuscini. È la prima volta in questo viaggio che mangio senza le sedie, mi godo il momento anche perché mi fa pensare ai tanti pasti consumati in famiglia sull’Alto Atlante, seduto su un cuscino intorno a un tavolino basso intingendo il pane con tutti gli altri nello stesso piatto di tajine.
Jamil ha messo su un’attività di ospitalità per chi vuole conoscere la cultura beduina e farsi qualche pezzo di trekking nel deserto di Giuda, ma in fondo non fa altro che fare in modo un po’ più organizzato quello che la sua comunità comunque farebbe nei confronti di qualunque viaggiatore curioso e rispettoso. E questo gli permette di portare a casa qualche Shekel in più, Dio sa quanto ce n’è bisogno. Dice che vengono parecchi europei, ma qualche volta anche israeliani.
Il pranzo è abbondante e i piatti tra i più gustosi che abbiamo assaggiato finora, siamo tutti soddisfatti e satolli. Dietro la tenda, sul pendio della collina, decine di caprette bianche e nere stanno ferme a prendere il sole, sparse sugli scalini naturali che il tempo ha scavato sul versante. Vedendole da lontano, sembrano appese alla collina. È abbastanza folle come scena, sembra un quadro surrealista.
Ma… che succede? Mi sono distratto un attimo ed è saltato fuori un pallone. È Michele, che voleva movimentare un po’ il dopo pranzo ed è riuscito a farsi dare un pallone. L’ha chiesto prima in ebraico, ma non ha funzionato. Allora ha chiesto aiuto a Serena per superare la barriera linguistica ed ecco che da chissà dove è spuntato un vecchio pallone un po’ sgonfio, che ora passa dai suoi piedi a quelli di quattro ragazzi, due più piccoli e due più grandi. Decido di buttarmi anch’io nella mischia. Io non ho mai giocato a calcio seriamente, voglio dire qualcosa di più dei tornei interclasse al liceo e delle partite di calcetto con gli amici. E un po’ si vede. Ma non è questo che conta, è passare la palla ai ragazzini più piccoli con qualche “Jalla” lanciato nel silenzio del deserto. È sentire le loro risate, è vedere ancora una volta che basta un pallone per trovare un linguaggio comune, anche quando apparentemente nulla ci accomuna.
Ma ci richiamano all’ordine, è il momento della spiega. Jamil si siede con noi ed è pronto a raccontarci, in un buon inglese tradotto da Serena, qualcosa della vita in una comunità beduina. Partendo dalla storia di questa piccola tribù, che è originaria del deserto del Negev, oggi Israele. Da lì vengono molte delle comunità beduine che oggi vivono in modo più o meno stanziale, ma sempre precario, in Cisgiordania. Da lì sono stati costretti a fuggire nel 1948, in quella che fu la Naqba, la tragedia palestinese. Erano 100.000 allora, i beduini del Negev. Ne rimasero solo 15.000, gli altri si rifugiarono in Cisgiordania. Ma anche qui nel 1967 arrivarono le truppe di occupazione israeliane, e una parte dei beduini furono di nuovo costretti a lasciare anche questa terra, il loro numero dimezzato.
Si può dire che questa, come le altre comunità beduine, sia un concentrato di sfighe non da poco, sia detto col massimo del rispetto possibile. Prima di tutto sono nati palestinesi, e già questo, di per sé, non è uno scherzo. Poi sono anche beduini, che significa che anche all’interno della stessa società palestinese devono subire discriminazioni: anche qui esistono gli stereotipi. E secondo gli stereotipi i beduini sono solo dei pecorai ignoranti, che non conoscono la civiltà. Ma sono anche profughi, cacciati dalla loro terra d’origine ormai da settant’anni, senza nessuna speranza concreta di poter tornare. E, dulcis in fundo, vivono in area C, sotto rigido controllo militare israeliano. Con il loro stesso diritto ad esistere come beduini e a vivere qui continuamente in discussione, le loro baracche a costante rischio di essere demolite non appena un colono decide che qui danno fastidio.
L’asilo che vediamo, attaccato alla tenda sotto cui abbiamo mangiato, è stato distrutto due volte nel 2016.
Nel 2016, secondo i dati OCHA, nelle comunità beduine in area C 390 strutture, comprese case e stalli per il bestiame, 150 delle quali appartenenti a profughi, sono state demolite.
Jamil ha poco più di 30 anni. La comunità che vive qui nasce da tre fratelli, che complessivamente hanno avuto 30 figli.
Ora i bambini della comunità sono 90, e vanno a scuola tutti con lo stesso pullmino. Significa, ovviamente, che il pullmino deve fare molti viaggi. Per portare tutti i bambini a scuola per la prima campanella, il primo viaggio deve partire alle 5 di mattina.
Jamil ci racconta anche della nonna, centenaria, che ha avuto quattro mariti e li ha seppelliti tutti, uno dopo l’altro. E con quattro mariti, quanti figli ha avuto? – chiede qualcuno. Soltanto tre, ma molti sono nati morti o morti nei primi mesi di vita. È chiaro che vivendo in queste condizioni la mortalità infantile, soprattutto in passato, era molto alta. Qualcuno di noi pensa che forse su questo possa avere qualche influenza il fatto che spesso, se non quasi sempre, in queste realtà ci si sposa tra consanguinei. O comunque vorrebbe chiedere a Jamil se non pensa che questo possa essere un problema. Ma nessuno ha il coraggio di fare la domanda. Ci pensa Michele, che con la sua grande curiosità e con la sfrontatezza della gioventù non si fa problemi. La risposta di Jamil, però, è un po’ evasiva. Fa capire che per loro è una cosa normale. Può succedere ogni tanto che qualche bambino abbia dei problemi, ma sono pochi casi fisiologici, secondo lui. Non sa a cosa siano dovuti, ma non crede che abbia a che vedere con i matrimoni tra consanguinei.
Preferisce parlare del processo che hanno in corso per salvarsi da nuove demolizioni. Non esprime grande ottimismo, ma la loro vita è questa. Se andrà bene, inshallah, staranno tranquilli per un po’. Se no, le baracche verranno distrutte e loro le ricostruiranno poco lontano. Non hanno intenzione di andare via da qui. Non vogliono andare in città. Non potrebbero vivere senza le greggi, in una periferia sovraffollata, insieme con altre tribù con le quali riescono a vivere in pace solo se ogni tribù ha la sua terra. In una parola, vogliono continuare ad essere beduini, non si vogliono snaturare. Per loro l’identità, e laIl tempo per qualche acquisto di oggetti di artigianato prodotti dalle donne beduine (io, ad esempio, compro un paio di orecchini molto carini fatti con i noccioli d’oliva) e ce ne andiamo. È il momento di salutare Jamil, e anche Ahmad e Hamzi, i due ragazzi più grandi con cui ho giocato a pallone. I piccoli sono spariti, saranno a giocare tra le tende. dignità, sono ormai le sole cose che contano.

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Ripartiamo per Gerusalemme, dove saliremo sul Monte degli Ulivi per guardare la città dall’alto e vedere come il muro la taglia in due, anche qui ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine Est-Ovest sancito dal diritto internazionale.
Dando per assodato che la situazione di Gerusalemme Est era già critica, con 4 milioni di palestinesi praticamente impossibilitati ad entrarvi senza permessi difficilissimi da ottenere e con anche i residenti privi di uno status sicuro (dal 1967 è stata revocata la residenza a 14.000 palestinesi), con il muro le cose sono ulteriormente peggiorate. Ora decine di migliaia di palestinesi residenti a Gerusalemme Est sono fisicamente separati dal centro urbano dal muro e devono attraversare affollati checkpoint per accedere alle cure sanitarie, all’istruzione e ad altri servizi a cui avrebbero diritto in qualità di residenti. A Gerusalemme Est ci sono 6 importanti ospedali, che servono tutta la Cisgiordania, per cui le persone sono sottoposte per visite, cure ed esami a tutto il sistema di permessi che regola l’ingresso a Gerusalemme Est.
Il 35% della terra è stato confiscato per uso dei coloni. Solo sul 13% della terra nell’area di Gerusalemme Est è possibile ottenere un permesso di costruire, ed è di fatto la terra dove i palestinesi già vivono. Ragion per cui fioriscono le costruzioni illegali. Almeno un terzo delle case palestinesi è senza permesso, il che mette potenzialmente 90.000 persone a rischio di spostamento forzato. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito 2000 case.
Con tutto questo, è comunque impossibile, sul Monte degli Ulivi, non farsi trasportare dalla magia della vista della cupola dorata che sovrasta le mura della spianata e il cimitero ebraico.
Guardando questo spettacolo incredibile anche se deturpato, però, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto? È quello del Tempio di Erode distrutto dai romani quasi duemila anni fa o è quello che, oggi, ferisce in profondità questa terra tormentata? Sono grato a Patrizia per questa considerazione, che ho inserito anche nel “sottotitolo” di questo racconto.
L’idea, poi, sarebbe di andare a vedere la vecchia casa di Serena, dove abitava quando viveva a Gerusalemme, che ora è finita dall’altra parte del muro, nell’area di fatto annessa a Gerusalemme Ovest e quindi a Israele. La vista di quella casa ora abbandonata, è naturale, le fa male al cuore. Riusciamo a vederla, ma senza poterci avvicinare più di tanto, perché tra strade chiuse e camionette blindate di soldati preferiamo come gruppo non dare troppo nell’occhio. Non succede niente, ma non si sa mai.

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Il sole sta per tramontare, tra poco sarà già Shabbat. Il sabato ebraico, infatti, inizia dal tramonto del venerdì e dura fino al tramonto del sabato. Michele, che nel kibbutz ne ha viste un po’ e che comunque vivendo in Israele da sette mesi molte cose le sa, anche solo per sentito dire, ci racconta di alcune interpretazioni del sabato a dir poco fanatiche. Ad esempio, secondo alcuni non si possono azionare apparecchiature elettriche o elettroniche di alcun genere, per cui se vuoi la luce, o la televisione o la radio, le devi lasciare accese dalla sera prima e non le puoi più toccare fino al tramonto. Per lo stesso motivo, alcuni non aprono il frigorifero, perché si accende la luce.
Questi possono sembrare fanatismi tutto sommato innocui, ma venendo a discorsi più generali in Israele, ad esempio, non si possono celebrare matrimoni tra ebrei e non ebrei. Tuttavia quelli celebrati all’estero vengono riconosciuti, anche quelli omosessuali. Sembra un paradosso.
Ci spostiamo, su suggerimento di Claudio, verso il Mahane Yehuda market, sicuramente il mercato più vivo e pulsante di Gerusalemme Ovest. È un posto anche tristemente famoso perché vi sono stati compiuti due attentati da terroristi palestinesi. Mercoledì 30 luglio 1997, due militanti di Hamas con borse cariche di esplosivo e chiodi si fecero esplodere, quasi simultaneamente, a circa 45 metri di distanza l’uno dall’altro, uccidendo 16 persone – tra cui un cittadino arabo – e ferendone altre 178. Venerdì 12 aprile 2002, una ragazza palestinese di 21 anni di Beit Fajar si fece esplodere poco dopo le 16:00 alla fermata del bus in Jaffa road presso l’entrata del mercato, uccidendo sei persone e ferendone altre 104.
Ora, però, anche per gettare alle spalle questo passato, il mercato è stato riqualificato e intorno c’è stata una fioritura di bar e locali. Quando arriviamo il mercato è chiuso, stanno cominciando a ripulire. Non c’è grande vita, ma d’altra parte è il momento migliore per vedere le opere di street art che Solomon Souza ha realizzato sulle saracinesche. Vedendole tutte abbassate, l’effetto non è male. Sono caricature molto colorate di personaggi famosi, principalmente ebrei, israeliani e non, tra cui Ben Gurion, Golda Meir e Steven Spielberg. Il mercato si chiama Shuk in ebraico, che non è poi così distante dal souk arabo. Ci ripromettiamo, comunque, di trovare il modo di tornare quando è aperto.

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Vorremmo anche mangiare in uno di questi locali, ma pare che stasera sia impossibile, tutti rispettano lo Shabbat. Proviamo a chiamare un locale della First Station, più laico, ma ha posto solo dopo le 22.30.
Ripieghiamo sul Jerusalem Hotel, che essendo un posto molto internazionale è una garanzia anche di Shabbat. È un posto molto elegante, dal sapore un po’ retrò. Noi siamo seduti nel dehors. Buttiamo un occhio all’Hotel per curiosità, bello ma sicuramente al di sopra delle nostre tasche. Il servizio non è velocissimo, anche perché è pieno; stasera c’era un concerto, ma noi siamo arrivati quando avevano già finito di suonare. Il cibo comunque, quando arriva, si fa apprezzare.
Con noi c’è Giulia, che da domani si unirà al gruppo in pianta più o meno stabile. Giulia lavora anche lei per Vento di Terra e abita a Beit Jalla, nei dintorni di Betlemme, anche se ha un marito in Italia, a Trento, che l’aspetta. Non passa certo inosservata per le strade della Palestina, sia per la statura che per i capelli rosso Tiziano. Non so se il colore sia proprio quello, a dirla tutta. Ma sicuramente è un rosso che si nota. L’avevamo già incrociata qualche sera fa, e avevamo capito che è una tipa tosta, che sa il fatto suo sotto tutti i punti di vista, oltre che essere molto simpatica. Ci darà sicuramente un contributo importantissimo. E poi, a me e ad altri alcolisti del gruppo ha promesso una seratina a base di tequila. Dice che l’ha scoperta qui e che non ne può più fare a meno. Ma come, direte voi, una va a vivere in Palestina e scopre la tequila? Be’, in fondo perché no? I percorsi della vita spesso non sono così lineari come vorrebbero quelli che sono troppo razionali…

 

(Continua…)