Questa è la nostra terra – Parte seconda

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

O voi, viaggiatori tra parole fugaci
da voi la spada … e da noi il sangue
da voi l’acciaio, il fuoco … e da noi la carne
da voi un altro carro armato … e da noi un sasso
da voi una bomba lacrimogena … e da noi la pioggia.
è nostro ciò che avete di cielo ed aria.
Allora, prendete la vostra parte del nostro sangue,
ed andatevene.

(Mahmoud Darwish – Passanti tra parole fugaci)

Giovedì 19/10/2017 – Briefing all’OCHA, la prima scuola, i primi incontri ravvicinati con il muro e… la più fotografata di Qalqiliya

La notte, alla fine, non è andata poi così male. Però, a scanso di equivoci, mi bevo due belle tazze di caffè a colazione e sono pronto per affrontare la giornata. La voce della mia piccola disavventura di ieri sera, ovviamente, si è sparsa in un baleno e quindi devo sopportare di buon grado le battute e raccontare com’è andata a quei pochi del gruppo che ancora non lo sanno.
Oggi la giornata è densa di appuntamenti. Il primo è con un rappresentante dell’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa, qui in Palestina, del coordinamento degli affari umanitari. Servirà per farci avere un quadro un po’ più preciso e completo, per quello che si può fare in un paio d’ore, degli enormi problemi di cui soffrono gli abitanti dei territori occupati. Si tratta di un appuntamento atteso dal gruppo, anche perché molti sentono il bisogno di avere qualche strumento in più per capire una realtà così complessa.
Una piccola nota a margine, forse era meglio farla prima ma facciamola adesso. Avrete visto che ogni tanto butto lì qualche pezzetto di storia, quando proprio mi sembra necessario, o almeno utile, per mettere nel giusto quadro quello che abbiamo visto e che sto provando a raccontare. Ovviamente, però, non è pensabile tracciare un quadro storico serio, non solo perché non ne sarei capace ma anche perché se ne fossi capace mi servirebbe qualche annetto per farlo, e perché questo è solo un diario di viaggio. Al massimo posso consigliare a chi fosse interessato un libro che a me è stato utile, “La vittoria maledetta” di Ahron Bregman, uno storico israeliano che guarda le cose in modo molto oggettivo (lo si capisce già dal titolo) senza la pretesa di essere asettico. Mancano purtroppo gli ultimi dieci anni, ma quelli ce li abbiamo tutti un po’ più freschi nella memoria.
Per fare solo un esempio, abbiamo già parlato parecchio di aree A, B e C. Serena ha spiegato cosa vuol dire, e anch’io ho fatto la mia piccola parte per chi ancora fa un po’ fatica a entrare nell’ottica. Le aree A sono quelle sotto totale controllo, con tutti i limiti che questo comunque comporta, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le aree B sono quelle dove l’ANP ha il controllo amministrativo, ma la sicurezza e l’ordine pubblico, ancora una volta con tutto ciò che comporta, dovrebbero essere sotto controllo congiunto, il che significa che di fatto sono di competenza israeliana. Le aree C, invece, sono quelle sotto completo controllo israeliano amministrativo e militare (in primo luogo le colonie, e tutti i territori che i coloni sfruttano a loro piacimento). Dove, per dirne una, i palestinesi non possono costruire nulla se non chiedendo il permesso delle autorità militari israeliane. Il che, tradotto, significa che semplicemente non possono costruire nulla. E già oggi vedremo gli effetti di questo. Oggi, il 60% della Cisgiordania è area C. Per questo ieri Suad diceva che i palestinesi controllano solo il 40% del 22%, si riferiva alle aree A e B.
Tutto questo è stato deciso con gli accordi di Oslo e, ancora oggi, molti rimproverano ai leader palestinesi di allora di aver sottoscritto questo tipo di suddivisione della Cisgiordania. Ma allora si pensava che sarebbe stata una situazione provvisoria, doveva durare solo per cinque anni e poi, gradualmente, le aree C sarebbero dovute diventare B, e poi A, e passare sotto il controllo palestinese. Dura invece da ventitré anni, nei quali le aree C si sono ridotte solo dal 72% iniziale al 60% di oggi.
Ma ora qui nel palazzo dell’OCHA, con Ezequiel, entreremo ancora più nel concreto e vedremo un altro po’ di numeri.
Prima di tutto, Ezequiel ci parla di Gaza, e dei tre fattori che, interagendo tra loro, ne determinano l’attuale drammatica situazione. Non ci potremo andare nella Striscia, proprio per uno di questi fattori, la totale chiusura dei confini, compreso quello con l’Egitto, il valico di Rafah, che viene aperto solo molto saltuariamente. Ma almeno potremo, in questo modo, farci un’idea. Gli altri due fattori sono il cosiddetto “Palestinian divide”, la divisione tra Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da OLP/Fatah, e le frequenti escalation di violenza tra i palestinesi di Gaza e l’esercito israeliano, violenza che c’è stata da ambo le parti ma con evidente sproporzione di potenza di fuoco. Solo negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a tre conflitti nella Striscia, che complessivamente hanno fatto più di 3000 morti. È evidente, dice Ezequiel, che questi tre fattori si alimentano l’uno con l’altro; quando il blocco crea maggiore pressione, e la divisione maggiori sofferenze, aumentano le possibilità che esploda un nuovo conflitto. E anche le speranze destate dall’accordo Hamas-Fatah sono per ora nient’altro che speranze, appunto.
Cosa significa l’assedio della Striscia di Gaza, che dura dal 2007? Significa che Israele controlla lo spazio aereo, i confini di terra e anche il mare. Anche i permessi di pesca vengono concessi solo fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Ad oggi, un solo valico permette l’ingresso delle merci. Il valico di Erez, che è l’unico da cui le persone possono uscire ed è quello che in teoria potrebbe mettere in comunicazione Gaza e Cisgiordania, sia pure passando attraverso Israele, è aperto solo a chi ha un permesso, che viene concesso solo a un ristretto elenco di categorie: chi deve curarsi per malattie gravi, pochi commercianti, personale delle agenzie internazionali e pochi casi umanitari. Così, ad esempio, non è possibile per uno studente andare in Cisgiordania a frequentare un corso di studi che non sia disponibile a Gaza. E non è possibile andare a trovare membri della famiglia, o presenziare a un funerale, a meno che non sia quello di un familiare stretto.

È una situazione di totale asfissia, molto pesante per le persone. Se ti avvicini a meno di 300 m dal confine, ti possono sparare. Ma nulla ti segnala quando stai passando quel limite, né una striscia per terra né un avvertimento. Si impara solo con… l’esperienza, sempre che poi lo si possa raccontare.
Dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010, nel quale una nave di aiuti umanitari venne attaccata provocando 9 morti e oltre 60 feriti, il blocco si è leggermente allentato. Ma c’è una lista infinita di prodotti che vengono definiti “A doppio uso” e che quindi non possono comunque entrare, tra cui anche molti materiali edilizi, il che sta impedendo una vera ricostruzione dopo l’ultimo grande intervento militare israeliano del 2014, e parti di ricambio necessarie per far funzionare, ad esempio, le pompe dell’acqua.
Altro problema gigantesco è quello dell’elettricità, dato che Ramallah (l’ANP) non paga le forniture di carburante a Israele per produrre elettricità a Gaza, e il risultato è che nella Striscia la corrente arriva per 4-6 ore al giorno. Significa non poter avere un frigorifero, per non parlare di quello che può succedere in un ospedale.
Inoltre, milioni di litri di liquami non trattati o parzialmente trattati vengono scaricati nel Mediterraneo, e l’infiltrazione di liquami e percolato di rifiuti solidi non isolati porta a un grave inquinamento delle acque di falda sotto le aree urbane. A causa anche dell’eccessiva estrazione, che provoca l’infiltrazione di acqua marina, il 96% delle acque di falda disponibili a Gaza è inadatto al consumo umano.
Per tutto questo è ormai necessario porsi una domanda: Gaza sarà un posto vivibile nel 2020? Purtroppo tanti indicatori dicono che c’è un forte rischio che non lo sia. Uno per tutti è la densità di popolazione: con l’attuale ritmo di crescita, la popolazione potrebbe raggiungere nel 2020 i 2,2 milioni, con una densità di circa 6200 abitanti per km2, che è veramente al limite della vivibilità. E con oltre 60.000 persone ancora sfollate per effetto dei conflitti del 2008 e 2014.
Veniamo alla Cisgiordania. In Cisgiordania oggi, con 3 milioni di abitanti palestinesi, vivono più di 600.000 coloni israeliani, di cui 200.000 a Gerusalemme Est. Tra le aree A e B, sotto controllo palestinese, non vi è di fatto continuità territoriale. Sono 200 isole immerse nel mare dell’area C, che rappresenta appunto oltre il 60% del territorio. E in area C vivono circa 300.000 palestinesi (il 10% del totale di abitanti palestinesi della Cisgiordania, mentre un altro 10% vive a Gerusalemme Est). Di questa situazione soffrono in particolare le comunità beduine, che si trovano tutte in area C. Esiste un piano israeliano di ricollocamento (leggasi spostamento forzato) di 46 comunità beduine in tre aree specificamente individuate. Questo con la promessa di una vita migliore, anche con qualche compensazione economica, ma perdendo completamente la loro identità sociale e culturale che è legata alle greggi e alla possibilità di vivere un territorio non urbanizzato. E con i problemi che derivano dal mettere insieme forzatamente nuclei tribali diversi il cui equilibrio funziona solo se vivono separati. In totale, le persone appartenenti alle comunità beduine considerate a rischio di trasferimento forzato sono circa 30.000.
Altri dati generali fanno decisamente impressione.
Nel 2016 si sono registrati 92 morti (di cui 27 bambini) e 3022 feriti (1069 bambini) per azioni delle forze di occupazione o dei coloni in Cisgiordania e Israele. A Gaza 8 morti, di cui 3 bambini. Sono state aperte indagini penali solo su 24 casi.
Un milione di persone, tra cui 655.000 profughi, hanno restrizioni nell’accesso a cure sanitarie di base. I checkpoint, la vicinanza agli insediamenti, la distanza dagli ospedali, le condizioni delle strade e la mancanza di trasporti pubblici sono tutti fattori che limitano l’accesso dei pazienti e dello stesso personale sanitario.
Si stima che 504.000 bambini e ragazzi in età scolare abbiano bisogno di assistenza umanitaria per accedere all’istruzione in un ambiente sicuro e consono.
L’espansione degli insediamenti, illegali per il diritto internazionale, continua in un quadro di impunità, con un 40% di incremento registrato nei primi 6 mesi del 2016 rispetto ai 6 mesi precedenti. 32 su 100 outpost sono stati già retroattivamente autorizzati o sono in corso di autorizzazione.
Nel 2016 si è avuto anche un aumento degli edifici palestinesi demoliti o confiscati per mancanza di permessi in area C, e conseguentemente del numero di persone rimaste senza casa: 1052, alla fine di settembre. Anche il numero di strutture umanitarie, finanziate dalla cooperazione, demolite o confiscate è senza precedenti.
Il consumo giornaliero di acqua in alcune comunità prive di infrastrutture idrauliche è di solo 20 litri a persona, con una media generale nei territori intorno agli 80 (secondo l’OMS, il valore ideale va da 150 a 180 litri). In Cisgiordania il 25% della popolazione riceve l’acqua una volta a settimana o meno, mentre il 44%  dipende dalla fornitura tramite autobotti.

Il protrarsi della crisi umanitaria e decenni di occupazione, insieme con la cultura prevalentemente patriarcale della società palestinese, hanno esacerbato la violenza di genere in tutte le sue forme: stupri, violenza domestica e matrimoni precoci.
Destano preoccupazione, poi, gli sforzi delle autorità israeliane per screditare le organizzazioni per i diritti umani e il loro lavoro e la mancata protezione degli attivisti dagli attacchi di coloni ed estremisti.
Al termine dell’incontro facciamo un po’ di decompressione nell’atrio della sala riunioni e ne approfittiamo per prendere un po’ di mappe tematiche e del tanto materiale informativo che OCHA mette a disposizione.
Insomma, usciamo dall’incontro che ne sappiamo sicuramente di più, e con il dolore per queste profonde ingiustizie che continuano ad essere perpetrate che comincia a montare. A questo proposito, ci tengo a sottolineare una seconda volta che tutte le informazioni che ho riportato sono fornite da un’agenzia dell’ONU, dovrebbe essere chiaro ma lo ripeto ancora: ONU. No, perché so già che qualcuno dirà che noi in questo viaggio abbiamo avuto una visione di parte della realtà, che abbiamo sentito una sola campana ecc. ecc.. Poi uno può crederci o no, ma l’ONU dovrebbe essere quanto di più super partes ci sia. Per chi volesse approfondire, il sito dell’OCHA www.ochaopt.org contiene tantissimo materiale. Vi raccomando in particolare l’Overview del 2017, che si trova qui:

HNO 2017

Ma potete trovare veramente tutto.

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Prendiamo il nostro pullmino per raggiungere la scuola di Ramadin Al Janubi, progetto di Vento di Terra, che è la seconda tappa della giornata. La scuola si trova nei dintorni di Qalqilya, nordovest della Cisgiordania, molto vicino al confine con Israele. Noi, infatti, ci arriveremo passando da Israele, che è decisamente la strada più comoda. Lo possiamo fare, perché abbiamo la targa gialla, ma non è il percorso che farebbe un palestinese.
Per essere più precisi, Ramadin Al Janubi si trova in quella che viene chiamata “Seam zone”, cioè la fascia tra il muro e quello che dovrebbe essere il vero confine di Israele (la linea verde), che come abbiamo visto non coincidono praticamente mai. Si tratta quindi di un’area particolarmente difficile, sotto tutti i punti di vista. Prima della costruzione della scuola i bambini del villaggio, che è un villaggio beduino, prendevano un autobus per andare alle scuole primarie e secondarie di Qalqiliya e Habla, ma per farlo dovevano attraversare un checkpoint molto “duro”, gestito da imprenditori privati. Che significa lunghe attese, temporanee chiusure casuali dei cancelli e a volte molestie da parte delle guardie private. Di conseguenza il tasso di abbandono scolastico era molto elevato.
Ora invece i 95 bambini, dal 1° al 9° grado, quindi da 6 a 14 anni, che provengono da due villaggi, hanno a disposizione una scuola ristrutturata in architettura bioclimatica, quindi limitando l’uso di calcestruzzo e usando materiali naturali come paglia, fango, legno e argilla. Ma soprattutto senza fondamenta, perché essendo in area C secondo la legge israeliana sarebbe impossibile ottenere il permesso dalle autorità militari per qualcosa di non “provvisorio”. Come tutte le scuole di Vento di Terra, anche questa è stata realizzata da Arcò, una piccola società fondata da un gruppo di giovani architetti italiani che è specializzata in questo tipo di strutture. Per chi volesse saperne di più:

La scuola di Ramadin al Janubi

I bambini, che sono in classi da 6 a 15 alunni, 60% maschi e 40% femmine, ci accolgono festosi anche se un po’ intimiditi da tanta attenzione e da questa “invasione”, anche se decisamente più pacifica di quelle a cui sono abituati.
Facciamo un giro completo accompagnati dalla direttrice Sayf (che in arabo significa estate), e poi ci sediamo in cerchio nel cortile della scuola per l’ormai classico caffè di benvenuto e per un breve giro di domande e curiosità. La direttrice ad esempio ci informa, orgogliosa, che le bambine studiano più dei maschi, a volte fino all’università. Vicino a lei c’è il piccolo Abed, il suo bambino, che però a un certo punto inizia a imbronciarsi e poi scoppia in lacrime. Serena ed io, che siamo lì vicino, cerchiamo di rassicurarlo: “Jalla, habibi” – Su, tesoro… ma sembra inconsolabile. Sayf ci spiega che è la troppa attenzione che lo disturba: troppe foto, troppa gente, troppo tutto. C’è da capirlo, in fondo.

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Lasciata la scuola, riprendiamo il pullmino per avvicinarci un po’ al muro, per vedere il mostro da vicino. Io continuo, e continuerò, a chiamarlo muro, e non barriera. Anche su questo c’è una disputa lessicale, tra palestinesi e israeliani. Ma le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e questo è un muro. È bene chiamarlo col suo nome.

Questa è una zona dove gli effetti devastanti del muro si possono vedere bene. Ad esempio, se tu sei un contadino e abiti al di qua del muro, ma il tuo campo è al di là, non puoi più coltivarlo, di fatto. O devi fare un lungo giro per passare dal checkpoint, ammesso che oggi si possa passare. Se no riprovi domani, no? Con un po’ di pazienza e di fortuna ce la farai. Qualche ora di attesa magari, ma che vuoi che sia? E se il pozzo è dall’altra parte, vuol dire che non potrai prendere l’acqua.

Be’, sembra che questo non a tutti piaccia. Chiaramente il muro, al di là del suo effetto concreto, ha un valore simbolico forte. È per questo che spesso qui, come in molti altri tratti, si scatenano proteste, vengono lanciate pietre o bruciate gomme, come si vede dalle tante zone di muro annerite dalle fiamme. Sono gesti sicuramente inutili e forse anche controproducenti, ma figli dell’esasperazione.

Ci avviciniamo, ma restando a distanza di sicurezza. Siamo sicuramente a meno di 300 metri, ma qui non siamo a Gaza, non ci spareranno. Sul muro, vicino a una bandiera americana con la stella di David e al centro una piccola svastica, hanno scritto in inglese un verso del più grande poeta palestinese, Mahmoud Darwish: “Solo il mio sanguinare mi dice che esisto”.

Incontriamo casualmente Abu Nidal (il papà di Nidal, che è il suo figlio primogenito, ormai abbiamo imparato), che ci racconta di come i gas lacrimogeni sparati dai soldati danneggino i suoi campi, quelli che ancora riesce a coltivare. Vorrebbe ospitarci per un tè, o un caffè, ma noi siamo già un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, dovremmo spostarci a Qalqiliya per il pranzo. Un altro dei figli di Abu Nidal si offre di accompagnarci in un posto che conosce lui.

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Si tratta di un posto davvero super-super-popolare, dove certo la pulizia non è quella di un bar fighetto di Corso Como ma che fa delle spettacolari focacce condite con ogni ben di Dio (carne, uova, formaggio, verdure, za’atar, semi di sesamo) a un prezzo ridicolo. Ce ne portano praticamente a getto continuo appena sfornate, noi le facciamo a fettine, con il coltello e a volte anche con le mani (stiamo diventando già meno schizzinosi, ed è solo un bene), ce le dividiamo e ce le mangiamo come se non ci fosse un domani.
Intanto il diciassettenne fratello del gestore si avvicina e, capito che Claudio è un po’ il capo della banda, gli chiede a bruciapelo, senza troppi convenevoli: “Ce l’hai Instagram?”. E come no. Così inizia un giro di selfie e foto varie, dove ovviamente Serena è in assoluto la più gettonata. Tutti vogliono farsi una foto con lei: il ragazzo, il figlio di Abu Nidal, altri avventori… oggi è decisamente la più fotografata di Qalqiliya. Tra l’altro, il figlio di Abu Nidal continua a chiamarla Karina, anziché Serena. Sicuramente è un caso, non ha capito bene il nome. Del resto, non credo che carina in arabo abbia quel senso, però a vederlo… quasi sembrerebbe.

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Ci spostiamo nel bar a fianco a prendere un altro caffè arabo. È un tipo di caffè denso, che viene servito in tazza piccola e generalmente si beve amaro. È fortemente aromatizzato al cardamomo, che (a volte insieme ad altri profumi) viene aggiunto ai chicchi di caffè tostato, e macinato insieme al caffè. Il sapore di cardamomo, forse anche per il profumo, è molto intenso. A volte, come in questo caso, mi verrebbe da chiedere: “Posso avere un po’ di caffè nel mio cardamomo?”, però ormai mi sto abituando.
Dopo il caffè, ci facciamo un giro nel centro di Qalqiliya. Fa molto caldo. Tutti i negozianti fanno a gara per cercare di attirarci, è evidente che non vedono molti turisti qui. Incontriamo un uomo che parla un italiano perfetto, ci spiega che ha studiato giornalismo a Urbino dal 1990 al 1994, ha vissuto in Italia per un po’ e poi è tornato qui. Ora ha una cartoleria. Claudio lo intervista, è interessante perché è molto consapevole della situazione politica. Non è molto tenero con quelli di Gaza. Lo so che lì stanno male e che sono sotto assedio, ci dice, ma loro non pagano le tasse che paghiamo qui in Cisgiordania, e lì la vita costa meno. Non crede all’accordo Hamas-Fatah, perché le differenze tra i due territori a sentir lui sono anche culturali e a maggior ragione ora, dopo dieci anni di divisione, non è possibile tornare a stare insieme. È convinto che, nel lungo termine, l’effetto dell’accordo sarà che l’Egitto aprirà il valico di Rafah e la Striscia entrerà nell’orbita egiziana, verrà quasi annessa di fatto all’Egitto.
“E come vedi Qalqiliya tra dieci anni?” – Chiede Claudio. “Distrutta” – Risponde lui. Dice che per il suo bambino di 4 anni, che è qui in cartoleria con lui, non c’è futuro qui, come per tutti i giovani. Se ne dovrà andare. Forse vede tutto nero perché è un periodo pesante per lui sul piano personale, ha da poco perso il padre. Ma probabilmente non è l’unico a pensarla così.
Ripartiamo e, dopo questo momento non proprio di grande ottimismo, arriva un incontro inaspettato a risollevarci un po’ lo spirito. Ci siamo fermati a guardare il panorama sul muro da un’altra angolazione, e stiamo attirando l’attenzione delle poche macchine che passano. Probabilmente ci scambiano per coloni, quindi cerchiamo di far capire che non abbiamo cattive intenzioni. Si avvicina al ciglio della strada una signora che sta raccogliendo le olive nel suo campo con sua figlia Maya, che avrà 10-12 anni. Lei all’inizio è un po’ diffidente, ma quando Serena le parla in arabo e lei capisce che non siamo coloni si scioglie. La bambina ci fa grandi sorrisi un po’ timidi e vuole farci vedere che sa parlare inglese. Ci fermiamo lì per qualche minuto a goderci il sole del pomeriggio, chiacchieriamo e chiediamo il permesso per fare una foto con loro. Non a tutte le persone qui piace essere fotografate, ma per loro non è un problema, anzi sono contente. Ci vorrebbero offrire delle olive, ma è il momento di ripartire.

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Dobbiamo tornare a Gerusalemme, stavolta passando per la Cisgiordania, perché alle 18.30 dovremmo essere alla libreria “Educational Bookshop” per la presentazione del libro “Cinquant’anni dopo” che il giornalista del Manifesto Michele Giorgio ha scritto con la collega Chiara Cruciati. Purtroppo tutto si complica perché Walid, il nostro autista, sbaglia strada, ignorando le indicazioni di Serena. Lei gli dice di andare a destra e lui va a sinistra. Probabilmente non gli sfagiola molto farsi indicare la strada da una donna, per di più straniera. Ma così ci mette un po’ in un casino, perché dobbiamo passare da un altro checkpoint dove c’è una coda impressionante. Anche passato quello, il traffico resta congestionato e così accumuliamo ritardo.
Riusciamo ad arrivare solo verso le 19.30, a presentazione abbondantemente iniziata, anzi quasi finita. La sala è piena, ovviamente sono tutti italiani, molti giornalisti e forse qualche cooperante. C’è solo un palestinese, che però parla perfettamente italiano. Riusciamo a captare qualcosa delle domande finali, e comunque Michele Giorgio gentilmente si ferma alla fine per registrare un’intervista con Claudio.
Una delle tesi portanti del libro è il fallimento della soluzione “Due popoli in due stati” che era alla base del processo di Oslo ed è sempre stata sostenuta dall’Unione Europea, ma che oggi appare ormai improponibile a causa delle politiche di colonizzazione israeliana, che rendono impossibile la creazione di uno stato palestinese omogeneo.
Ma questo fallimento, che è ormai conclamato, a cosa apre le porte? Prima di tutto al mantenimento dello status quo, cioè dell’occupazione. Che, forse sperano gli israeliani, potrebbe a un certo punto essere riconosciuta anche internazionalmente. Ma anche, in una visione più ottimistica, ad uno stato unico su basi diverse, dove nel tempo si potrebbe raggiungere la piena uguaglianza tra ebrei e arabi e la piena cittadinanza per tutti, anche se al momento può sembrare un’utopia. È una soluzione che si sta già imponendo almeno a livello accademico tra i palestinesi, mentre gli israeliani naturalmente sono più restii ad accettarla. Michele Giorgio sostiene però che anche i più illuminati tra i coloni in fondo la vedono così, che si può convivere con gli arabi purché si scordino per sempre l’indipendenza e lo stato palestinese.
D’altra parte, sta tornando di attualità anche la cosiddetta “Opzione Giordana”, che era in auge quarant’anni fa e che prevede, sostanzialmente, che sia la Giordania a diventare lo stato palestinese, cioè che la stragrande maggioranza dei palestinesi se ne vada in Giordania. Sembra che questa vecchia idea sia portata avanti, più o meno segretamente, anche da vari ministri dell’attuale governo israeliano. È chiaro che, se anche si riuscisse con le buone o con le cattive a fare questa operazione, i giordani non sarebbero per niente d’accordo, a maggior ragione dovendo già fare i conti con un milione e mezzo di profughi siriani.
Comunque, un altro libro interessante che mi leggerò. Intanto, Elena mi fa notare che in libreria ci sono parecchie opere di Joe Sacco, il maestro maltese del reportage a fumetti, tra cui “Palestina” che avevo proposto su queste pagine prima del viaggio. Ed è proprio così, in effetti! Be’, qui non torno sull’argomento, ma per chi volesse…

Palestina: una storia a fumetti

In libreria abbiamo anche il primo incontro con Michele, che ci accompagnerà per un pezzo di viaggio. Serena ci ha anticipato qualcosa. Sappiamo che questo ragazzo di Villasanta, che sta facendo il servizio civile volontario in un kibbutz in Galilea, nel nord di Israele, ha preso contatto con lei e le ha chiesto se era possibile fare un tratto di strada insieme perché è curioso di vedere cosa c’è… al di là del muro.
Andiamo a cena all’Azzahra, il locale della prima sera. In fondo ci eravamo trovati molto bene qui, perché non tornare? E lui viene con noi, così abbiamo l’opportunità di scambiare le prime chiacchiere, anche se ci sarà tempo per approfondire. Intanto c’è da dire che si presenta con lo zaino (il che già me lo rende simpatico) e con un taglio di capelli piuttosto… creativo, che giustifica il suo nickname: Mohicanino. In pratica, capelli rasati sui fianchi e dietro, lunghi sopra; praticamente una cresta lunga, in genere portata raccolta a cipolla ma a volte anche… sciolta. 27 anni, nella vita fa il videomaker, ma da marzo vive nel kibbutz di Megiddo, dove lavora con persone con disagi psichici o mentali aiutandole a coltivare l’orto, a curare gli animali e a fare altre attività. La sua scelta si spiega anche con il suo interesse per la cultura ebraica, dovuto anche (ma non solo) al fatto che ha qualche ascendenza ebraica: un suo bisnonno materno. Ci ha detto che in effetti probabilmente, se volesse, potrebbe “diventare” ebreo ma non è nei suoi programmi. Il progetto dovrebbe durare fino a gennaio, ma lui se sarà possibile vorrebbe fermarsi fin quasi alla prossima estate. Ha un suo blog molto ben fatto dove tiene un taccuino multimediale della sua esperienza nel kibbutz, che vi consiglio vivamente di andare a sbirciare:

Il taccuino di Michele

e lì ha già iniziato a pubblicare anche gli appunti del suo pezzo di viaggio con noi, anche questi da non perdere:

Gli appunti di viaggio di Michele

Per questa prima serata, abbiamo scoperto che… non ci sono più i kibbutz di una volta. Sì, cioè… quelli di cui parlava Fantozzi nella leggendaria scena in cui dice che kibbutz è quello che dice una contadina di Alberobello quando qualcuno bussa alla porta del trullo: “Kibbutz?!?”. Insomma quelli che sono stati un mito socialista, le fattorie collettive in cui la proprietà era tutta comune, i figli venivano educati dalla comunità e quant’altro. Oggi i kibbutz esistono ancora ma tutto questo non c’è più, ognuno ha la sua casa e il suo pezzetto di terra, si cresce i suoi figli… insomma, tutto molto più regolare. E per quanto riguarda la politica in senso stretto, anche lì la sinistra israeliana ha perso terreno: molti votano Netanyahu.

Con questa ennesima delusione politica ad appesantirci il cuore, andiamo a dormire perché anche domani si annuncia una giornata piuttosto lunga.

 

Venerdì 20/10/2017 – San Giorgio sulla rupe, ospitalità beduina e la casa di Serena al di là del muro

Oggi scenderemo da Gerusalemme a Gerico, proprio come faceva l’uomo che viene attaccato dai briganti nella parabola del buon samaritano. E perciò, dice Serena, è d’uopo che Michele ce la racconti. Ha ragione. Chi meglio di lui? In fondo è un capo scout. In mezzo a questa marmaglia di atei miscredenti (non tutti, eh? Si fa per ridere)…
Il ragazzo, comunque, è preparato. Prende il microfono e dimostra di saperla. O meglio, più o meno è così che me l’hanno raccontata al catechismo. Ma è passato un po’ di tempo.
Comunque, anche allora c’era inimicizia tra giudei e samaritani. Gesù era giudeo e predicava per i giudei, ai quali diceva che anche un samaritano può essere più giusto e generoso di un sacerdote o di un religioso giudeo. In fondo, è una parabola antirazzista. Venendo ai giorni nostri, mi viene in mente che per gli israeliani la Cisgiordania è “Giudea e Samaria”, quindi è loro. Cisgiordania non si può dire, ci mancherebbe: Sottolinea un possibile legame con la Giordania, con l’altra sponda del Giordano. Però in qualche modo così si accetta di essere discendenti dei samaritani idolatri e quasi pagani. Strane acrobazie nella lettura della storia.
Meglio guardare il paesaggio, che è magnifico nella sua desertica asprezza. Stiamo andando verso sudest, verso la depressione della Valle del Giordano che porta al Mar Morto, il punto più basso della terra. A un certo punto passiamo quota zero, quindi siamo sotto il livello del mare. E continuiamo a scendere. Intorno a noi, montagne aride e desolate, un paesaggio lunare ma affascinante. Le montagne a tratti sembrano tagliate di netto e mostrano la stratificazione delle ere geologiche, in altri punti sono più dolci, di forma tondeggiante, come grandi dune di pietra. I colori sono mutevoli con la luce e vanno dal quasi bianco al dorato a un ocra acceso. Il cielo è fosco, ma a tratti l’azzurro si fa strada e si andrà ad imporre col passare delle ore.
La nostra meta è il monastero di San Giorgio, che riusciamo a raggiungere nonostante i numeri, ormai consueti, di Walid. Non ci vuole proprio stare, a farsi guidare da Serena.
O meglio, raggiungiamo un parcheggio dove lasciare il pullmino. E da qui parte il sentiero per il monastero, che dopo le prime curve cominciamo a vedere in lontananza incastonato nella roccia. Il sentiero è ampio, praticamente una mulattiera. E infatti asini e muli sono presenti, abbastanza in forze. Certo, ormai sono ridotti ad attrazione turistica. Pochi li prendono davvero come mezzi di trasporto. Per quanto, c’è da dire che all’andata il percorso è in discesa, ma al ritorno sarà in salita. E con questo caldo forse… ci si potrebbe fare un pensierino.
Patrizia ha sentito dire non so da chi o ha letto non so dove che bisogna raccogliere un sasso lungo la strada e portarlo fin giù, per poi gettarlo dal ponte sul wadi. In questo modo ci si libera dei pensieri e delle preoccupazioni che appesantiscono il nostro cammino. In fondo provare non costa niente, perché no?
L’afflusso di turisti in effetti è massiccio, e un pochino sciupa la sacralità e la bellezza del luogo, che di per sé dovrebbe essere un posto di eremitaggio. Ma tant’è… entrando incrociamo un numeroso gruppo di romeni con bandiera al collo. Anche altri paesi dell’Est sono rappresentati, direi che comunque ci sta che essendo un monastero ortodosso attiri il mondo slavo. Anche se si tratta di un monastero greco ortodosso, la bandiera greca che garrisce accanto a quella con la croce di San Giorgio lo racconta meglio della Lonely Planet.
San Giorgio di Koziba, è il nome completo. Risale al VI secolo ed è eretto su tre livelli sul versante roccioso settentrionale del deserto di Giuda (Wadi el-Kelt). La parola wadi, in arabo, identifica il letto di un torrente. Distrutto dai persiani nel 614, rimase in stato di abbandono fino a quando i crociati, nel 1173, lo restaurarono. Fu completamente ricostruito nel 1878 da un monaco greco. Serena ci legge i punti essenziali dalla sua guida.
All’interno c’è la piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria, piena di icone e piuttosto tenebrosa. Sopra la chiesa si trova la grotta del profeta Elia, decorata con pitture, nella quale si dice che il profeta visse per tre anni e mezzo nutrito dai corvi. Su questo il nostro Michele Mohicanino, che di Bibbia la sa lunga, dice che qualcosa non quadra, anzi qualquadra non cosa. Ma questo leggetelo sul suo blog.
Noi approfittiamo del caffè generosamente offerto dai monaci e ripartiamo per ripercorrere i nostri passi in salita. Alla fine, nonostante il clima sfavorevole e la salita che incuteva timore a qualcuno, ce la facciamo tutti (quasi) agevolmente.

 

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La tappa successiva ci porta nei pressi di Gerico, ed è Ksar Hisham, il Palazzo di Hisham.
Il Palazzo di Hisham è un complesso residenziale invernale dei califfi omayyadi. Fu eretto tra il 743 ed il 744 a cura di al-Walid II ibn Yazid II, nipote e successore del califfo Hisham ibn ‘Abd al-Malik. Eretto sul modello delle terme romane, fu decorato con mosaici e stucchi.
Il complesso comprendeva un palazzo, un cortile pavimentato, un ambiente per i bagni, due moschee, un cortile con fontana, un giardino di 60 ettari. Il palazzo era un ampio edificio quadrato con un’entrata monumentale e stanze su due piani circostanti un lungo porticato. Il complesso fu distrutto da un terremoto nel 747.
Elemento caratteristico ed emblema del Palazzo è una finestra, probabilmente crollata a causa del terremoto, ricostruita e sorretta da un apposito muretto in mattoni. Si tratta di una finestra a forma rotonda: una corona circolare in laterizio nella quale è inscritta una rosetta esalobata con al centro un foro a sezione circolare. Pare che sia stata questa finestra, la cui forma divenne nota in Europa grazie ai crociati, ad ispirare la forma dei rosoni che ornano le facciate di molte cattedrali gotiche europee.
Nell’angolo destro dei bagni c’era un diwan, un piccolo locale riservato alle udienze con gli ospiti importanti. In esso stava un delizioso e misterioso pannello in mosaico, che è arrivato fino a noi. Il disegno è un grande albero sotto il quale si vede sul lato destro un leone attaccare un cervo, mentre sul sinistro due cervi pascolano tranquillamente. L’interpretazione di questa raffigurazione non è univoca. Quella più accreditata è che essa rappresenti il bene e il male, mentre altri la spiegano sostenendo che il leone rappresenta il principe ed i cervi le donne del suo harem.
Gli stucchi che mostrano dipinti di donne seminude sono unici nell’arte islamica e le decorazioni per tutto il palazzo che superano in sontuosità le equivalenti romane vengono considerate come la dimostrazione della natura poco religiosa degli Omayyadi.
Come ci racconta il filmato introduttivo, il sito fu scoperto nel 1873, ad eccezione dell’area a nord che venne scoperta parecchi anni più tardi, nel 1894. Ma gli scavi vennero condotti da archeologi palestinesi tra il 1934 e il 1948. Molti degli oggetti ritrovati si trovano ora al museo Rockefeller di Gerusalemme. Negli anni ’30 si fecero delle scelte di restauro che oggi sicuramente non verrebbero fatte e che purtroppo hanno reso il tutto un po’ finto, come gli enormi colonnoni ricostruiti con i ferri che spuntano. Ma il sito ha comunque fascino.

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Ci spostiamo poi verso un altro landmark di Gerico: il sicomoro di Zaccheo, quello dove secondo il Vangelo il pubblicano Zaccheo salì per vedere Gesù, il quale gli intimò di scendere, dicendo che sarebbe andato ospite a casa sua. Zaccheo si convertì e promise di rifondere tutti quelli a cui aveva spillato dei soldi truffando sulle tasse.
Mi riesce difficile credere che sia ancora QUEL sicomoro, e onestamente non mi dà una grande emozione. Approfitto della sosta, però, per comprarmi una kofiyah da uno dei venditori che stazionano davanti al sicomoro. Non potevo tornare a casa senza. Il prezzo, per la verità, non è troppo a buon mercato ma il tessuto è buono e l’anziano venditore probabilmente non nuota nell’oro, non mi dispiace dargli qualche Shekel in più.
Nel frattempo, abbiamo anche fatto rifornimento di guava, un frutto tropicale che a me fa subito venire in mente Cuba, anche se questo frutto è diverso dalla guayaba cubana sia per il colore della polpa (quella è rossa, questa è verde) che per il sapore, che è un po’ meno dolce.
Per il pranzo, siamo ospiti della comunità beduina di Wadi Kafar. Ci accoglie Jamil, uno dei capi della comunità. Anche qui il rituale del caffè di benvenuto che profuma di cardamomo è qualcosa di importante, è un segno che ci dice che siamo ammessi nel loro accampamento e simbolicamente nella loro tribù. Ci togliamo le scarpe ed entriamo. Sotto la grande tenda la tavola è già parzialmente imbandita, ma il piatto forte deve ancora arrivare, sotto forma di una griglia a tre piani piena di carne e verdure appena uscita da un forno sotto terra. Possiamo servirci liberamente di tutti i piatti a base di riso, delle insalate e di tutto quello che l’ospitalità beduina ci offre, per poi consumarli morbidamente adagiati sui cuscini. È la prima volta in questo viaggio che mangio senza le sedie, mi godo il momento anche perché mi fa pensare ai tanti pasti consumati in famiglia sull’Alto Atlante, seduto su un cuscino intorno a un tavolino basso intingendo il pane con tutti gli altri nello stesso piatto di tajine.
Jamil ha messo su un’attività di ospitalità per chi vuole conoscere la cultura beduina e farsi qualche pezzo di trekking nel deserto di Giuda, ma in fondo non fa altro che fare in modo un po’ più organizzato quello che la sua comunità comunque farebbe nei confronti di qualunque viaggiatore curioso e rispettoso. E questo gli permette di portare a casa qualche Shekel in più, Dio sa quanto ce n’è bisogno. Dice che vengono parecchi europei, ma qualche volta anche israeliani.
Il pranzo è abbondante e i piatti tra i più gustosi che abbiamo assaggiato finora, siamo tutti soddisfatti e satolli. Dietro la tenda, sul pendio della collina, decine di caprette bianche e nere stanno ferme a prendere il sole, sparse sugli scalini naturali che il tempo ha scavato sul versante. Vedendole da lontano, sembrano appese alla collina. È abbastanza folle come scena, sembra un quadro surrealista.
Ma… che succede? Mi sono distratto un attimo ed è saltato fuori un pallone. È Michele, che voleva movimentare un po’ il dopo pranzo ed è riuscito a farsi dare un pallone. L’ha chiesto prima in ebraico, ma non ha funzionato. Allora ha chiesto aiuto a Serena per superare la barriera linguistica ed ecco che da chissà dove è spuntato un vecchio pallone un po’ sgonfio, che ora passa dai suoi piedi a quelli di quattro ragazzi, due più piccoli e due più grandi. Decido di buttarmi anch’io nella mischia. Io non ho mai giocato a calcio seriamente, voglio dire qualcosa di più dei tornei interclasse al liceo e delle partite di calcetto con gli amici. E un po’ si vede. Ma non è questo che conta, è passare la palla ai ragazzini più piccoli con qualche “Jalla” lanciato nel silenzio del deserto. È sentire le loro risate, è vedere ancora una volta che basta un pallone per trovare un linguaggio comune, anche quando apparentemente nulla ci accomuna.
Ma ci richiamano all’ordine, è il momento della spiega. Jamil si siede con noi ed è pronto a raccontarci, in un buon inglese tradotto da Serena, qualcosa della vita in una comunità beduina. Partendo dalla storia di questa piccola tribù, che è originaria del deserto del Negev, oggi Israele. Da lì vengono molte delle comunità beduine che oggi vivono in modo più o meno stanziale, ma sempre precario, in Cisgiordania. Da lì sono stati costretti a fuggire nel 1948, in quella che fu la Naqba, la tragedia palestinese. Erano 100.000 allora, i beduini del Negev. Ne rimasero solo 15.000, gli altri si rifugiarono in Cisgiordania. Ma anche qui nel 1967 arrivarono le truppe di occupazione israeliane, e una parte dei beduini furono di nuovo costretti a lasciare anche questa terra, il loro numero dimezzato.
Si può dire che questa, come le altre comunità beduine, sia un concentrato di sfighe non da poco, sia detto col massimo del rispetto possibile. Prima di tutto sono nati palestinesi, e già questo, di per sé, non è uno scherzo. Poi sono anche beduini, che significa che anche all’interno della stessa società palestinese devono subire discriminazioni: anche qui esistono gli stereotipi. E secondo gli stereotipi i beduini sono solo dei pecorai ignoranti, che non conoscono la civiltà. Ma sono anche profughi, cacciati dalla loro terra d’origine ormai da settant’anni, senza nessuna speranza concreta di poter tornare. E, dulcis in fundo, vivono in area C, sotto rigido controllo militare israeliano. Con il loro stesso diritto ad esistere come beduini e a vivere qui continuamente in discussione, le loro baracche a costante rischio di essere demolite non appena un colono decide che qui danno fastidio.
L’asilo che vediamo, attaccato alla tenda sotto cui abbiamo mangiato, è stato distrutto due volte nel 2016.
Nel 2016, secondo i dati OCHA, nelle comunità beduine in area C 390 strutture, comprese case e stalli per il bestiame, 150 delle quali appartenenti a profughi, sono state demolite.
Jamil ha poco più di 30 anni. La comunità che vive qui nasce da tre fratelli, che complessivamente hanno avuto 30 figli.
Ora i bambini della comunità sono 90, e vanno a scuola tutti con lo stesso pullmino. Significa, ovviamente, che il pullmino deve fare molti viaggi. Per portare tutti i bambini a scuola per la prima campanella, il primo viaggio deve partire alle 5 di mattina.
Jamil ci racconta anche della nonna, centenaria, che ha avuto quattro mariti e li ha seppelliti tutti, uno dopo l’altro. E con quattro mariti, quanti figli ha avuto? – chiede qualcuno. Soltanto tre, ma molti sono nati morti o morti nei primi mesi di vita. È chiaro che vivendo in queste condizioni la mortalità infantile, soprattutto in passato, era molto alta. Qualcuno di noi pensa che forse su questo possa avere qualche influenza il fatto che spesso, se non quasi sempre, in queste realtà ci si sposa tra consanguinei. O comunque vorrebbe chiedere a Jamil se non pensa che questo possa essere un problema. Ma nessuno ha il coraggio di fare la domanda. Ci pensa Michele, che con la sua grande curiosità e con la sfrontatezza della gioventù non si fa problemi. La risposta di Jamil, però, è un po’ evasiva. Fa capire che per loro è una cosa normale. Può succedere ogni tanto che qualche bambino abbia dei problemi, ma sono pochi casi fisiologici, secondo lui. Non sa a cosa siano dovuti, ma non crede che abbia a che vedere con i matrimoni tra consanguinei.
Preferisce parlare del processo che hanno in corso per salvarsi da nuove demolizioni. Non esprime grande ottimismo, ma la loro vita è questa. Se andrà bene, inshallah, staranno tranquilli per un po’. Se no, le baracche verranno distrutte e loro le ricostruiranno poco lontano. Non hanno intenzione di andare via da qui. Non vogliono andare in città. Non potrebbero vivere senza le greggi, in una periferia sovraffollata, insieme con altre tribù con le quali riescono a vivere in pace solo se ogni tribù ha la sua terra. In una parola, vogliono continuare ad essere beduini, non si vogliono snaturare. Per loro l’identità, e laIl tempo per qualche acquisto di oggetti di artigianato prodotti dalle donne beduine (io, ad esempio, compro un paio di orecchini molto carini fatti con i noccioli d’oliva) e ce ne andiamo. È il momento di salutare Jamil, e anche Ahmad e Hamzi, i due ragazzi più grandi con cui ho giocato a pallone. I piccoli sono spariti, saranno a giocare tra le tende. dignità, sono ormai le sole cose che contano.

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Ripartiamo per Gerusalemme, dove saliremo sul Monte degli Ulivi per guardare la città dall’alto e vedere come il muro la taglia in due, anche qui ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine Est-Ovest sancito dal diritto internazionale.
Dando per assodato che la situazione di Gerusalemme Est era già critica, con 4 milioni di palestinesi praticamente impossibilitati ad entrarvi senza permessi difficilissimi da ottenere e con anche i residenti privi di uno status sicuro (dal 1967 è stata revocata la residenza a 14.000 palestinesi), con il muro le cose sono ulteriormente peggiorate. Ora decine di migliaia di palestinesi residenti a Gerusalemme Est sono fisicamente separati dal centro urbano dal muro e devono attraversare affollati checkpoint per accedere alle cure sanitarie, all’istruzione e ad altri servizi a cui avrebbero diritto in qualità di residenti. A Gerusalemme Est ci sono 6 importanti ospedali, che servono tutta la Cisgiordania, per cui le persone sono sottoposte per visite, cure ed esami a tutto il sistema di permessi che regola l’ingresso a Gerusalemme Est.
Il 35% della terra è stato confiscato per uso dei coloni. Solo sul 13% della terra nell’area di Gerusalemme Est è possibile ottenere un permesso di costruire, ed è di fatto la terra dove i palestinesi già vivono. Ragion per cui fioriscono le costruzioni illegali. Almeno un terzo delle case palestinesi è senza permesso, il che mette potenzialmente 90.000 persone a rischio di spostamento forzato. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito 2000 case.
Con tutto questo, è comunque impossibile, sul Monte degli Ulivi, non farsi trasportare dalla magia della vista della cupola dorata che sovrasta le mura della spianata e il cimitero ebraico.
Guardando questo spettacolo incredibile anche se deturpato, però, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto? È quello del Tempio di Erode distrutto dai romani quasi duemila anni fa o è quello che, oggi, ferisce in profondità questa terra tormentata? Sono grato a Patrizia per questa considerazione, che ho inserito anche nel “sottotitolo” di questo racconto.
L’idea, poi, sarebbe di andare a vedere la vecchia casa di Serena, dove abitava quando viveva a Gerusalemme, che ora è finita dall’altra parte del muro, nell’area di fatto annessa a Gerusalemme Ovest e quindi a Israele. La vista di quella casa ora abbandonata, è naturale, le fa male al cuore. Riusciamo a vederla, ma senza poterci avvicinare più di tanto, perché tra strade chiuse e camionette blindate di soldati preferiamo come gruppo non dare troppo nell’occhio. Non succede niente, ma non si sa mai.

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Il sole sta per tramontare, tra poco sarà già Shabbat. Il sabato ebraico, infatti, inizia dal tramonto del venerdì e dura fino al tramonto del sabato. Michele, che nel kibbutz ne ha viste un po’ e che comunque vivendo in Israele da sette mesi molte cose le sa, anche solo per sentito dire, ci racconta di alcune interpretazioni del sabato a dir poco fanatiche. Ad esempio, secondo alcuni non si possono azionare apparecchiature elettriche o elettroniche di alcun genere, per cui se vuoi la luce, o la televisione o la radio, le devi lasciare accese dalla sera prima e non le puoi più toccare fino al tramonto. Per lo stesso motivo, alcuni non aprono il frigorifero, perché si accende la luce.
Questi possono sembrare fanatismi tutto sommato innocui, ma venendo a discorsi più generali in Israele, ad esempio, non si possono celebrare matrimoni tra ebrei e non ebrei. Tuttavia quelli celebrati all’estero vengono riconosciuti, anche quelli omosessuali. Sembra un paradosso.
Ci spostiamo, su suggerimento di Claudio, verso il Mahane Yehuda market, sicuramente il mercato più vivo e pulsante di Gerusalemme Ovest. È un posto anche tristemente famoso perché vi sono stati compiuti due attentati da terroristi palestinesi. Mercoledì 30 luglio 1997, due militanti di Hamas con borse cariche di esplosivo e chiodi si fecero esplodere, quasi simultaneamente, a circa 45 metri di distanza l’uno dall’altro, uccidendo 16 persone – tra cui un cittadino arabo – e ferendone altre 178. Venerdì 12 aprile 2002, una ragazza palestinese di 21 anni di Beit Fajar si fece esplodere poco dopo le 16:00 alla fermata del bus in Jaffa road presso l’entrata del mercato, uccidendo sei persone e ferendone altre 104.
Ora, però, anche per gettare alle spalle questo passato, il mercato è stato riqualificato e intorno c’è stata una fioritura di bar e locali. Quando arriviamo il mercato è chiuso, stanno cominciando a ripulire. Non c’è grande vita, ma d’altra parte è il momento migliore per vedere le opere di street art che Solomon Souza ha realizzato sulle saracinesche. Vedendole tutte abbassate, l’effetto non è male. Sono caricature molto colorate di personaggi famosi, principalmente ebrei, israeliani e non, tra cui Ben Gurion, Golda Meir e Steven Spielberg. Il mercato si chiama Shuk in ebraico, che non è poi così distante dal souk arabo. Ci ripromettiamo, comunque, di trovare il modo di tornare quando è aperto.

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Vorremmo anche mangiare in uno di questi locali, ma pare che stasera sia impossibile, tutti rispettano lo Shabbat. Proviamo a chiamare un locale della First Station, più laico, ma ha posto solo dopo le 22.30.
Ripieghiamo sul Jerusalem Hotel, che essendo un posto molto internazionale è una garanzia anche di Shabbat. È un posto molto elegante, dal sapore un po’ retrò. Noi siamo seduti nel dehors. Buttiamo un occhio all’Hotel per curiosità, bello ma sicuramente al di sopra delle nostre tasche. Il servizio non è velocissimo, anche perché è pieno; stasera c’era un concerto, ma noi siamo arrivati quando avevano già finito di suonare. Il cibo comunque, quando arriva, si fa apprezzare.
Con noi c’è Giulia, che da domani si unirà al gruppo in pianta più o meno stabile. Giulia lavora anche lei per Vento di Terra e abita a Beit Jalla, nei dintorni di Betlemme, anche se ha un marito in Italia, a Trento, che l’aspetta. Non passa certo inosservata per le strade della Palestina, sia per la statura che per i capelli rosso Tiziano. Non so se il colore sia proprio quello, a dirla tutta. Ma sicuramente è un rosso che si nota. L’avevamo già incrociata qualche sera fa, e avevamo capito che è una tipa tosta, che sa il fatto suo sotto tutti i punti di vista, oltre che essere molto simpatica. Ci darà sicuramente un contributo importantissimo. E poi, a me e ad altri alcolisti del gruppo ha promesso una seratina a base di tequila. Dice che l’ha scoperta qui e che non ne può più fare a meno. Ma come, direte voi, una va a vivere in Palestina e scopre la tequila? Be’, in fondo perché no? I percorsi della vita spesso non sono così lineari come vorrebbero quelli che sono troppo razionali…

 

(Continua…)

 

 

One comment

  1. pnsist · novembre 4

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