In viaggio con Alì – 1

Diario di un viaggio in Iran con Radio Popolare e ViaggieMiraggi. Un viaggio in un paese pieno di straordinarie ricchezze, dove l’arte, la cultura e l’architettura islamica raggiungono l’apice, ma sono presenti anche le vestigia degli antichi splendori dell’impero persiano. Un paese lontano eppure vicino, che ci è stato troppo spesso raccontato senza essere davvero spiegato e che non si può capire se non si ascolta la sua gente, che ha una grande voglia di aprirsi e di rompere le barriere imposte dal regime teocratico.
Noi l’abbiamo girato con una guida speciale che porta un nome speciale, tanto da essere accostato, in Iran, al nome di Dio: Alì e Allah. Abbiamo visto le torri del vento e le torri del silenzio. E abbiamo scoperto, tra le altre cose, quanto i grandi poeti persiani del medioevo siano ancora presenti nella cultura e addirittura nella vita di tutti i giorni delle persone, come fonte costante di ispirazione nel tentativo a volte disperato di coniugare il rispetto dei principi religiosi musulmani e i piaceri terreni. È uno dei modi in cui questo paese cerca di far convivere due culture apparentemente opposte tra loro, ma entrambe parte della vita di ogni persona, e di andare avanti nonostante tutto. Sì, perché in questo paese i sogni dei ragazzi, e soprattutto delle ragazze, sono ancora illegali, come scrive Azar Nafisi nel suo bellissimo libro “Leggere Lolita a Teheran”. Se anche voi volete abbattere le barriere, anche mentali, per provare a capirci qualcosa, e magari anche a sognare, venite con noi.

La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte
(Omar Khayyam, poeta persiano XI-XII secolo)

 

Capitolo 1: Teheran

Mercoledì 4 aprile 2018

È da un po’ che volevo fare questo viaggio. L’Iran mi ha sempre affascinato, per la sua ricchezza di storia e cultura e per la sua unicità all’interno del mondo islamico: la cultura persiana che si contrappone a quella araba, l’Islam sciita contrapposto all’egemonia sunnita. E poi i siti archeologici, la cucina, la poesia persiana, il grande cinema iraniano di Abbas Kiarostami, Jafar Panayi, Asghar Farhadi… sono pressoché infiniti i motivi per avere voglia di conoscere questo paese. Eppure, ogni volta che ne ho parlato con qualcuno al di fuori, diciamo così, del solito giro, invariabilmente le stesse domande: Ma non hai paura? E poi, cosa c’è di interessante in Iran?
Non me ne voglia chi mi ha fatto queste domande, se ora mi sta leggendo, e anche chi me le avrebbe fatte. Posso capirle, in un certo senso, ma un po’ mi spiazzavano anche. Provavo a rispondere, ma senza mai avere la sensazione di riuscire a far superare al mio interlocutore le sue perplessità. Mi sembrava di dover dimostrare una cosa talmente ovvia che facevo quasi fatica a trovare le parole per farlo. È anche che io non sono bravo a convincere le persone, questa è la realtà. Ma comunque, sono convinto io e, in questo caso, è quello che conta.
Sono così convinto che ci avevo provato anche l’anno scorso, quando sono stati lanciati i primi viaggi in Iran con Radio Popolare, ma per varie ragioni ho tergiversato troppo e alla fine sono rimasto fuori, nonostante ci fossero quattro viaggi in programma. Nell’ultimo c’era un posticino, ma non mi andavano bene le date. Così quest’anno ci ho riprovato, mi sono iscritto ma per parecchio tempo sono stato in forte dubbio, anzi a un certo punto, per problemi familiari con i quali non vi voglio annoiare, ero quasi certo di non poter più partire. Ma poi le cose, in un modo o nell’altro, si sono risolte ed ora eccomi qua.
Siamo appena sbarcati all’aeroporto “Imam Khomeini” di Teheran, dopo un volo tranquillo di quasi cinque ore. Abbiamo preso il volo diretto da Milano della compagnia iraniana Mahan Air, che è partito con circa un’ora di ritardo, e questo, insieme all’anticipo di tre ore per fare il check in e alla differenza di fuso orario, fa sì che pur essendo usciti di casa questa mattina presto non siamo riusciti ad arrivare prima di sera. A proposito del fuso, un’altra delle anomalie di questo paese è che ha il fuso con la mezz’ora: rispetto all’Italia siamo a +2,5, quindi ora sono circa le 20.30.

Il gruppo è composto da 15 persone. Ci accompagna, in rappresentanza di Radio Popolare, Marco Di Puma, un’altra voce che ho finalmente il piacere di conoscere di persona. L’ho già visto alla riunione pre-viaggio, ma qui ci sarà tutto il tempo per approfondire la conoscenza. Finora lo conosco come voce del Popogusto, la trasmissione che parla del cibo buono, sano e… sostenibile, ed è collegata al mercato che si tiene ogni sabato nel cortile dell’Umanitaria a Milano. Ma mi ha raccontato che da poco conduce anche un altro interessante programma sui discorsi di odio nell’informazione e nella rete, un programma che si intitola Respect Words. Nel gruppo c’è anche sua moglie Ingela, che è di origine svedese, di Göteborg. Forse questo limiterà qualcuna delle signore nel fargli troppi complimenti sul suo look un po’ alla Richard Gere, ma alla fine penso che non si faranno inibire più di tanto. E poi c’è la mia amica Elena, alla quale devo rendere merito perché anche lei ha contribuito a convincermi a fare questo viaggio, anche se come ho detto ero già parecchio convinto di mio.
Le altre persone non le conosco ma fin dai primi convenevoli ho capito che, come sempre nei viaggi della radio, fin da subito si respirerà quel senso di comunità che solo in questo tipo di gruppi ho trovato. Abbiamo già scoperto che tra noi ci sono una Daria e un Alessandro, il che trovandoci in Persia è quanto mai appropriato. Non credo che si scontreranno come il Dario e l’Alessandro di 2300 anni fa, ma è stata l’occasione per qualche battuta. Tutto il resto lo scopriremo nei prossimi giorni. Un’altra cosa che sappiamo già, però, è che tra noi ci sono ben due psicologhe, quindi se qualcuno andrà in crisi non ci mancherà l’assistenza. Ma speriamo proprio di non averne bisogno, anche loro sono qui per godersi il viaggio e non vogliamo far niente che possa in qualche modo guastarglielo.
La maggioranza, come di consueto, è al femminile: 10 donne e 6 uomini, compreso Marco. Le donne si sono dovute velare prima ancora di scendere dall’aereo. in questo paese, purtroppo per loro, funziona così; anche le donne straniere, e non musulmane, hanno l’obbligo del velo, che va portato sempre. Lo si può togliere solo nella propria camera, o in case private se il padrone di casa è d’accordo. Ma per strada, in tutti i posti pubblici, e anche in hotel nelle parti comuni, non si può sgarrare. Naturalmente tutte lo sapevano, quello dell’abbigliamento femminile è stato uno degli argomenti clou della riunione pre-viaggio. Per fortuna i giorni bui dei primi anni dopo la rivoluzione khomeinista, ammesso che ora ci sia luce, sono alle spalle. Il controllo sull’abbigliamento delle donne, se non altro, è meno rigido. I capelli possono uscire dal velo, non si rischiano più frustate per una ciocca ribelle. Si possono portare i tacchi, senza esagerare, e ci si può truccare. Ma spalle e braccia scoperte no, pantaloni attillati no, caviglie scoperte no, scollature poi neanche parlarne. Bisogna cercare il più possibile di nascondere le forme, per non turbare i sonni dell’uomo timorato di Dio. Purtroppo, ancora oggi può succedere alle iraniane, se incontrano il poliziotto o la poliziotta sbagliata, di essere schiaffeggiate e umiliate per un velo “portato male”. E pensare che nel 1934 Reza Shah, il primo Pahlavi, un ex militare senza quarti di nobiltà, in un impeto di modernizzazione aveva addirittura messo al bando il velo.
Pur comprendendo il fastidio fisico e psicologico delle donne del gruppo, non si può non dire che è divertente vedere come ciascuna di loro ha deciso di declinare questo obbligo del velo. C’è chi lo porta come un hijab, il velo islamico più classico, chi ha scelto un semplice foulard, in fondo poi non così diverso da quello che portavano le nostre nonne. Chi ha preferito il bianco, chi colori tenui, chi colori vivaci, tinta unita o fantasie e motivi più o meno elaborati. Tutte, chi più chi meno, manifestano già insofferenza, ma si dovranno abituare.
Guardandosi intorno, le donne che indossano il chador nero sono poche, e tutte anziane. Il chador è quel mantello, lungo fino ai piedi, che le donne portano tenendolo chiuso con una mano all’altezza del collo. Le donne in chador nero sono una delle immagini che viene più immediato associare alla rivoluzione iraniana, ma tutti ci auguriamo che un giorno restino solo un ricordo del passato.

L’aria è fresca ma non più di tanto, la temperatura è tutto sommato gradevole. Quello che è certo, purtroppo, è che è molto inquinata. Teheran è oggi una caotica metropoli di circa 14 milioni di persone, l’attenzione all’ambiente è ancora di là da venire.
Prima di prendere il pullman che ci porterà in città, dobbiamo fare un’operazione fondamentale: cambiare un po’ di soldi per la cassa comune di cui usufruiremo in questi giorni. Poi, con calma, ci sarà anche l’opportunità di cambiare qualcosa in più per le nostre necessità personali. È necessario anche perché qui i nostri Bancomat non funzionano, neanche quelli internazionali. Scopriamo che il cambio, nel breve spazio di una decina di giorni che è passato dalla riunione pre-viaggio a oggi, è passato da 46.000 Rial per un Euro a 60.000. Restiamo tutti un po’ impressionati. Sappiamo, ovviamente, della grave crisi economica che attanaglia l’Iran, ma una perdita di valore così notevole in pochi giorni non ce l’aspettavamo. Per noi è un vantaggio, ma per gli iraniani, se questo corrisponde a una perdita di potere d’acquisto, si mette davvero male. Sappiamo, poi, che c’è anche per noi una complicazione. Oltre al Rial, che è la moneta ufficiale, esiste il Tuman, che è una moneta convenzionale che tutti usano e che riprende il nome di una vecchia moneta. Un Tuman vale 10 Rial, in pratica serve a togliere uno zero dai prezzi. È un po’ poco, restano sempre tanti gli zeri se si pensa ai prezzi in euro, ma per noi in fondo è un tuffo nel passato: ci fa pensare alle nostre vecchie lirette. In Turchia un po’ di anni fa avevano fatto la lira (turca) pesante, che valeva mi pare un milione di vecchie lire. Forse dovrebbero farlo anche qua.
Per il momento non siamo ancora in grado di renderci bene conto della situazione economica, perché i due autisti che ci hanno accolto parlano un inglese molto essenziale e hanno troppo da fare per poter parlare di questo argomento con loro. La nostra guida la conosceremo soltanto domani.
Sul pullman, però, ci offrono dei dolcetti. Si crea un piccolo equivoco linguistico, perché quando qualcuno gli chiede come si dice grazie, l’autista non capisce e risponde “Baghlava”, che è chiaramente il nome del dolce. L’assonanza con il turco Baklava è troppo immediata per non coglierla, se come me si ha un po’ di familiarità con l’oggetto in questione. A parte le dimensioni, che sono senz’altro più piccole, si tratta anche di un Baklava piuttosto diverso da quello turco più classico: questo è fatto di pasta di mandorle, mentre quello è fatto con tanti strati di pasta fillo sottilissima. Ma è pur vero che anche in Turchia le variazioni sul tema sono tantissime, e viene sempre chiamato Baklava. Comunque sia, è molto gradito, anche se per la verità in aereo ci hanno rimpinzato per bene.

Il tragitto non è breve, per arrivare in città con il traffico che c’è impieghiamo quasi un’ora. La prima cosa che salta all’occhio è che ci sono ancora le luminarie del Nowrouz, il capodanno persiano. Secondo il calendario persiano, che conta gli anni dall’Egira, la fuga di Maometto dalla Mecca (622 d.C.), ma a differenza di quello arabo è un calendario solare e non lunare, è appena iniziato l’anno 1397. L’inizio della festa è segnato dall’equinozio di primavera, il 21 marzo, con cui prende il via una celebrazione che dura 13 giorni di cene, visite familiari e riflessioni per l’anno a venire. Tutto si conclude con il Sizdah bedar, che in farsi significa “13 all’aperto”, ed è l’evento che segna la fine dei festeggiamenti. Secondo la tradizione, la giornata di Nowrouz va trascorsa all’aria aperta per allontanare gli spiriti maligni, in modo che, se questi vengono a far visita nelle case, non trovano nessuno e se ne vanno. Si celebra naturalmente anche l’uscita dall’inverno, con l’arrivo della stagione del risveglio della terra, dei fiori e degli amori. Infatti le decorazioni sono spesso a forma di uovo, che come nella nostra Pasqua simboleggia la vita che nasce.
Già che ci siamo, diciamolo, per quei pochi (speriamo) che non lo sapessero: gli iraniani non sono arabi e non parlano arabo. In Iran si parla farsi, o forse dovremmo dire più correttamente persiano: dire farsi è come dire che in Germania si parla deutsch. Ma la parola farsi ha un suono così bello… comunque sia, è la lingua che è l’evoluzione dell’antico persiano e che ne ha mantenuto parecchie caratteristiche. Ed è, forse qualcuno si sorprenderà, una lingua indoeuropea, che ha insospettate assonanze addirittura con lingue germaniche come il tedesco o l’inglese. Per esempio padre si dice pedar, figlia dokhtar (in inglese daughter), nome nam, porta dar (in inglese door), topo mush (in inglese mouse), tuono tondar (in inglese thunder). Il suono è molto diverso dall’arabo, meno secco e gutturale, più dolce e musicale. Ricorda sicuramente di più il turco, come sonorità.

L’alfabeto, però, è arabo. O per meglio dire, è arabo come base, ma poi anche qui sull’alfabeto arabo si sono innestate delle specificità persiane. Per noi, comunque, è dura. Nemmeno i numeri ci sono amici: qui non si usano i numeri che NOI chiamiamo numeri arabi, e che sono arabi, ma i numeri persiani, che sono anche questi arabi ma sono derivati dai numeri arabi orientali, mentre noi usiamo i numeri arabi occidentali, o qualcosa del genere. Ma niente panico, a volte si trovano anche i “nostri” numeri arabi. E poi, in fondo si tratta di imparare dieci simboli, in qualche giorno ce la fai. Oddio, dieci… a dire il vero il 4 si trova in due modi diversi: a volte te lo trovi fatto come una epsilon, altre volte come una specie di calibro… aiutooo! Lo ammetto, all’inizio decifrare i prezzi nei negozi è complicato: non solo devi aggiungere uno zero ma ci sono anche questi c…zo di numeri. Ma poi, fidatevi, si impara. Io, intendiamoci, tutte queste cose le ho scoperte solo dopo, col passare dei giorni; quando sono arrivato sapevo che si parlava farsi e l’alfabeto era arabo, punto.
Ma basta divagare, non devo farmi trascinare dalla mia passione di linguista mancato. Torniamo a noi, che intanto siamo arrivati in albergo. Il nostro hotel, il Parsian Kowsar, si trova in una zona abbastanza centrale, nel Distretto 6, tra i quartieri di Behjat Abad e Sazman Aab. Data l’ora, abbiamo appena tempo per prendere possesso delle nostre camere e darci una veloce rinfrescata, poi per chi vuole fissiamo il ritrovo per andare a mangiare qualcosa.
Ma prima Elena deve fare una cosa molto importante: chiamare la sua mamma per rassicurarla che è il volo è andato bene e che è arrivata tranquillamente a destinazione. C’è un piccolo dettaglio, in realtà: la sua mamma crede che lei abbia raggiunto un’altra destinazione, l’Armenia. Ricordate la domanda: non hai paura? Ecco, Elena ha pensato che per una signora anziana e un po’ ansiosa sapere che la sua bambina era in Iran sarebbe stato troppo e così… ha detto una piccola bugia a fin di bene, dichiarando una meta più accettabile. La cosa, ovviamente, è stata oggetto di qualche battuta scherzosa nel gruppo, ma per quanto ne so è andata a finire bene (al ritorno ha confessato, ma la mamma aveva già capito che c’era qualcosa che non tornava…). Il fatto è che telefonare dall’Iran non è così banale, o meglio, rischia di costare uno sproposito. Ci hanno detto che, se proprio devi chiamare, la cosa più facile è farlo dall’albergo. Oppure, meglio ancora, si può chiamare con whatsapp sfruttando la rete wi-fi, sempre in hotel. Ma la mamma di Elena non usa whatsapp… comunque, alla fine è riuscita a chiamare dall’albergo senza troppe difficoltà.

A proposito della rete wi-fi, c’è da dire che è sempre stata la prima o tra le prime cose a cui abbiamo pensato appena arrivati in un nuovo hotel. Nessuno di noi ha attivato la rete dati col proprio operatore telefonico, perché i costi dall’Iran generalmente sono elevati, e non era troppo conveniente nemmeno usare una SIM iraniana, se non strettamente necessario. Ormai però è dura ammetterlo ma non ce la facciamo a stare disconnessi per troppo tempo, quindi di solito la scena era quella di noi che ci avventavamo sulla password come un branco di lupi affamati, per poi smadonnare sulle schermate di collegamento in farsi
Già dalla prima sera abbiamo scoperto, o meglio molti di noi già lo sapevano, che l’uso di internet è soggetto a forti limitazioni in Iran. Facebook è bloccato, Twitter è bloccato, alcuni server di mail non funzionano, né tantomeno i blog. L’unico social network che funziona è Instagram, sul quale anch’io, che in genere lo uso poco, mi sono buttato per fare qualche… esperimento. Probabilmente è una sorta di valvola di sfogo che il regime ha deciso di lasciare ai giovani iraniani. Ma su questo tornerò in una delle prossime puntate. In realtà, se sei un po’ “nerd” e disposto a correre qualche rischio, c’è modo anche di aggirare i blocchi. Ci sono dei software con i quali si può cambiare il proprio indirizzo IP simulando di essere in un altro paese, o altri sistemi antifiltro come i VPN (Virtual Private Network), che ci hanno detto siano piuttosto popolari. Basta acquistare una schedina al mercato nero (ma neanche tanto nero, pare che molti internet cafè le vendano senza nascondersi troppo) e il gioco è fatto. Anche questo, è difficile pensare che la polizia non lo sappia.
Le camere sono tutte piuttosto grandi. Il look dell’albergo è decisamente internazionale, quello che lo caratterizza come iraniano è solo la presenza in ogni camera del Corano, del tappeto per la preghiera e di una freccia che indica la direzione della Mecca. il fascicolo di presentazione dell’hotel riporta, nel retro di copertina, una citazione dell’Imam Alì, primo Imam della tradizione sciita, risalente al VII secolo d.C.: “Finchè un viaggiatore si trova in un paese islamico, il governo islamico è responsabile di garantire la sua sicurezza e il suo benessere. Se un viaggiatore in un paese islamico perde qualcosa di sua proprietà, il governo deve sostenerlo e rifonderlo di quanto ha perso”. Ci dà un primo spunto per capire quanto gli Imam, e in particolare Alì, siano delle figure chiave nella cultura religiosa di questo paese.

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Noi ora dobbiamo pensare a trovare un posticino nelle vicinanze per mettere qualcosa sotto i denti, o se non altro abbiamo voglia di fare due passi, senza allontanarci troppo sia perché è già tardi sia perché per ora siamo senza guida. A venire incontro ai nostri desideri c’è Hassan, il nostro autista, che ha parcheggiato il pullman poco distante dall’hotel. Lo incontriamo proprio mentre stiamo cercando di capire cosa c’è in zona, e lui si offre di accompagnarci.
Ci porta in un posto che ha l’aspetto di un piccolo fast food, che non è esattamente il genere di posto che immaginavamo per la nostra prima cena iraniana ma è certamente vero e popolare. Naturalmente, visto il genere di posto, siamo i soli stranieri. La TV rimanda le immagini di Barcellona-Roma di Champions League.

Se non altro, la lista è scritta anche in inglese e così possiamo cercare di capire cosa ordinare. Prima sembrava che quasi nessuno avesse voglia di mangiare, ma ora siamo qua… che fai, non prendi niente? Io ordino “chips and cheese”, che si rivela essere un piatto di patatine, proprio tipo quelle che si trovano nei sacchetti, coperte di formaggio fuso. Non è poi male, anche se pensavo a un altro genere di chips, che però qui, all’americana, vengono chiamate French Fries. C’è chi osa un hot dog, e riceve un enorme panino contenente un würstelone di pollo e traboccante di salse varie, chi la pizza, che è anche questa “american style”. Noi non avevamo, purtroppo, un’idea delle porzioni, ma ci accorgiamo che mettendo insieme tutto ci sarebbe cibo per sfamare un battaglione di artiglieria. Eppure il conto ammonta a circa 1.200.000 rial, qualcosa come 20 euro. Torniamo appesantiti verso l’albergo, la stanchezza prende il sopravvento e ci diamo appuntamento per domani mattina.

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Giovedì 5 aprile 2018

Anche il buffet della colazione è internazionale, con delle piacevoli caratteristiche mediorientali come la presenza di yogurt in abbondanza, formaggi di pecora o di capra tipo feta, olive nere, pomodori, cetrioli, melone e halva, un dolce a base di pasta di semi di sesamo.
Mentre stiamo facendo conoscenza, ognuno a modo suo, con le varie possibilità di colazione che ci vengono offerte, si avvicina un signore sulla sessantina che, sorridendo e in un perfetto italiano, ci chiede: “Voi siete il gruppo di Radio Popolare?”. È Alì, la nostra guida, che ci accompagnerà per tutta la durata del viaggio. Gentilmente si informa su come è andato il nostro viaggio, come abbiamo dormito, e tutti i convenevoli di prammatica.
E ti credo che parla bene l’italiano: scopriamo che Alì ha studiato lingua e letteratura italiana all’Università di Perugia, dove si è fermato anche dopo la laurea e ha vissuto in totale per 18 anni. Ora di anni ne ha 59, è divorziato e ha due figlie che vivono a Tampa, in Florida. È tornato a vivere in Iran già da molto ma continua a mantenere contatti con l’Italia, dove ha molti amici e dove torna di frequente. È stato pochi mesi fa a Palermo, e conosce un po’ anche Milano, oltre a Roma e Firenze. Abbiamo subito l’impressione che con lui avremo l’opportunità di capire tanto di questo paese, certo compatibilmente con i pochi giorni che abbiamo a disposizione.
Saliamo sul pullman che ci accompagnerà nella visita della capitale. Alì ci conferma l’impressione che avevamo avuto ieri sera, e cioè che ci sia ancora un clima festivo, o post-festivo: “Ah, che bello vedere Teheran con poco traffico”. Ci guardiamo perplessi: ovviamente non abbiamo termini di paragone con altri periodi, ma a noi il traffico sembrava a dir poco sostenuto. Ma lui dice che no, che questo è niente, Teheran può essere molto, ma molto più trafficata di così. Ora molta gente è ancora via, molti sono andati dai parenti nelle loro zone d’origine, ai quattro angoli del paese, per festeggiare il nowrouz, il capodanno. Comunque sia il traffico, pur non seguendo certamente regole “europee”, è meno caotico, e soprattutto meno rumoroso, di altre grandi città del Medio Oriente o del Nordafrica. Ogni tanto si sente qualche colpo di clacson, ma non il concerto che si potrebbe immaginare.

Quello che mi sembra di sentire, anche solo respirando l’aria di Teheran, è la concentrazione di inquinanti. Facilmente la gola mi si secca, e mi viene la tosse, ma forse è anche l’effetto dell’altitudine: la città si trova a una quota che varia dai 1200 m delle zone più basse agli oltre 1600 dei quartieri settentrionali alle pendici dei monti Alborz, dove vivono i ricchi, che possono permettersi di snobbare la repubblica islamica. Quasi tutto l’Iran, in realtà, si trova sul grande altopiano chiamato proprio altopiano iranico, e quindi tutte le città che toccheremo si trovano a quote simili.

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Teheran è una città divisa da grandi arterie, la più importante delle quali è Vali Asr, dedicata al Mahdi, chiamato anche Vali Asr, Signore del Crepuscolo, una sorta di messia che verrà alla fine dei tempi e decreterà il destino dei salvati e dei dannati. Una strada alberata che, fiancheggiando il maggior torrente della città, univa lungo l’asse sud-nord la Teheran storica alle residenze estive dei nobili e dei mercanti. Con l’incanalamento del torrente, Vali Asr è diventata una strada a sei corsie lunga venti chilometri, la più lunga del Medio Oriente, fiancheggiata da 12.000 antichi platani.

Non è una città bella, è cresciuta troppo disordinatamente per esserlo. Qua e là ci sono palazzi lasciati a metà, dimenticati, abbandonati al loro destino. Forse erano finiti i soldi. E tanti, troppi casermoni e grattacieli, venuti su come funghi. Hanno comprato interi quartieri, buttato giù le case a due-tre piani, costruito torri gigantesche e fatto soldi a palate. Il piano regolatore? Scrive Farian Sabahi, giornalista iraniana che collabora con diverse testate italiane e con Radio Popolare, nel suo libro “Noi donne di Teheran”, che il piano regolatore c’è ma, come recita un vecchio proverbio mediorientale, “L’odore dei soldi sposta anche il corso dei fiumi”.

E non è una città antica, è capitale solo dalla fine del 1700. Il primo imperatore della dinastia Qajar era preoccupato per i russi, che minacciavano il confine settentrionale, e spostò la capitale a nord, senza per altro riuscire a impedire che gli venissero sottratte l’Armenia, la Georgia, il Turkmenistan e l’Azerbaigian, tranne la piccola parte della regione storicamente nota come Azerbaigian che è ancora una provincia dell’Iran. Ma – Aspetta un attimo – Armenia? Eh già, l’Armenia all’epoca faceva parte dell’Iran! Ed ecco che quella di Elena non è nemmeno più completamente una bugia… Comunque, questa è una delle prime cose che ci racconta Alì, che dice senza mezzi termini che la dinastia Qajar è stata la rovina dell’Iran.

Ma prima ancora, come fanno molti iraniani, ci tiene a precisare “Non siamo arabi”. Scopriremo che quella certa dose di astio nei confronti degli arabi invasori è ancora in qualche modo parte dell’orgoglio persiano, che è comunque sconfinato e prescinde da tutti i problemi dell’Iran di oggi. “Se il mondo è un corpo, la Persia ne è il cuore”, scrisse Nezamì. Persia, che deriva dal Fars, la regione centrale, è stato il nome del paese fino agli anni trenta del novecento. Reza Shah decise di prendere le distanze dall’imperialismo britannico e nel 1936 scelse il nome Iran, che evoca la gloria dell’antico impero persiano.

Prima di entrare nel Palazzo Golestan, che sarà la nostra prima visita, Alì ci parla anche della bandiera iraniana. L’attuale bandiera dell’Iran venne adottata il 29 luglio 1980, ed è un riflesso dei cambiamenti portati in Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979. La forma base della bandiera è composta da tre bande orizzontali di uguali dimensioni. I colori, partendo dall’alto, sono: verde (è il colore dell’Islam e rappresenta anche la crescita), bianco (simboleggia l’onestà e la pace) e rosso (sinonimo di coraggio e martirio). Questa configurazione è stata utilizzata fin dall’inizio del XX secolo ed era presente anche nella bandiera dell’Iran dello Shah. Allora, però, al centro della bandiera era presente l’immagine di un leone con una spada, che è un simbolo classico della Persia. Dalla rivoluzione islamica, questa immagine è stata sostituita con l’emblema rosso nel centro della bandiera, disegnato da Hamid Nadimi. È stilizzato e composto di vari elementi islamici: in una forma geometricamente simmetrica le quattro mezzelune formano la parola Allah: leggendo da destra a sinistra la prima è la lettera Alif, la seconda mezzaluna è il primo Lām, la linea verticale (spada) è il secondo Lām, e la terza e quarta mezzaluna, insieme, formano l’Hāʾ. Sopra il tratto centrale c’è uno shadda, un segno diacritico simile alla lettera W. La forma a tulipano dell’emblema, nel suo complesso, commemora coloro che sono morti per l’Iran e simboleggia i valori di patriottismo e di sacrificio, sulla base della leggenda che i tulipani rossi crescono dal sangue versato dei martiri. Un altro cambiamento portato alla bandiera dalla rivoluzione islamica è l’aggiunta di una scritta in arabo, in cufico stilizzato (identico comunque al farsi) sul bordo della striscia verde e di quella rossa. La scritta riporta la frase Allahu Akbar, ovvero Dio è grande. Questa frase è ripetuta 22 volte, e ciò è simbolico della rivoluzione, che avvenne il ventiduesimo giorno dell’undicesimo mese del calendario iraniano.

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Un’altra cosa da sapere, prima di entrare nel palazzo, è che vedremo alcune caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno).

Il Palazzo del Golestan è la residenza storica della dinastia reale Qajar. Si tratta del più antico monumento della città, parte di un complesso di edifici un tempo racchiusi dalle mura della storica cittadella (Arg).

Il complesso dell’Arg testimonia dell’arte e dell’architettura del periodo Qajar, il che comprende anche l’introduzione di motivi e di stili europei nell’arte persiana. Il palazzo, oltre ad essere la residenza dei sovrani, era anche il centro della produzione artistica nel XIX secolo. Il palazzo testimonia di un’importante periodo culturale e artistico della storia dell’Iran durante il XIX secolo, quando la società persiana conobbe un processo di modernizzazione e subì influenze europee: i valori e l’eredità artistica e architettonica dell’antica Persia vennero integrati in una nuova forma d’arte e di architettura che ebbe un lungo periodo di transizione dove l’influenza occidentale venne acquisita gradualmente dagli artisti iraniani.

Il Qajar Agha Mohammad Khan scelse Teheran come nuova capitale nel 1783 e l’Arg divenne così la cittadella reale durante l’epoca qajara. Il palazzo venne ricostruito (nella forma che si può ammirare oggi) nel 1865. Durante l’epoca Pahlavi (1925-1979), il palazzo del Golestan venne utilizzato per cerimonie ufficiali, come l’incoronazione dello Shah Mohammad Reza, dato che la dinastia Pahlavi aveva edificato le proprie residenze a nord della città, a Sa’dabad e Niavaran.

La prima sala che vediamo è la sala del trono del reggente. Reggente era il titolo scelto da Karim Khan, il fondatore della dinastia Zand, che regnò dal 1751 al 1779. A lui è appartenuto il sontuoso trono in alabastro che domina la sala. Nella sala adiacente si trova il Cenotafio di Naser od-Din Shah, terzo re del periodo Qajar.

Le decorazioni dell’esterno, a motivi geometrici e floreali, danno ad Alì lo spunto per parlarci dell’architettura del periodo sasanide (dal 224 al 651 d.C), che ha influenzato tutto il mondo islamico. In Iran i motivi floreali sono molto più diffusi che negli altri paesi musulmani.

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Vediamo poi il Palazzo delle Udienze, quello utilizzato per le cerimonie. Attraversiamo un salone dopo l’altro, in un tripudio di specchi, di lampadari in cristallo di Boemia e di sfarzo un po’ tendente al kitsch. La sala più importante è quella dell’incoronazione di Reza Pahlavi, dove si trova una copia del mitico trono del pavone, realizzato nel 1600 e poi andato distrutto. Il pavone è un simbolo importante, rappresenta lo spirito e il sole. E infatti del complesso fa parte anche il Palazzo del Sole.

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Qui facciamo anche la conoscenza con la torre del vento (Badgir), che è una delle grandi invenzioni persiane e uno dei simboli dell’Iran.

Introdotte in Iran nel X secolo a.C., queste torri sono degli speciali camini con pianta a sezione rettangolare o poligonale, divisi da setti verticali in mattoni e con delle aperture sul lato superiore. In corrispondenza di ogni apertura vi è un condotto, nel quale s’incanalano i venti.

Vi sono le torri del vento che ventilano gli interni per convezione, introducendo quindi aria fresca negli ambienti e spingendo fuori aria calda, e le torri del vento che raffrescano la struttura per l’azione congiunta di convezione ed evaporazione, dove la temperatura del flusso d’aria entrante si abbassa anche per evaporazione, essendo l’aria spinta sopra un canale d’acqua o in un condotto interrato nel terreno profondo.

L’uso di queste torri come sistema di climatizzazione passiva funziona anche in assenza di venti, trasformandosi in una struttura di estrazione naturale, dove l’aria calda, che tende naturalmente a salire verso l’alto perché più leggera, esce dalle aperture del camino; di notte la torre si raffredda, quindi di giorno l’aria a contatto con la muratura fredda della torre diventa più densa, scende ed entra nell’edificio. La bocca del camino è disegnata in modo da creare una zona di bassa pressione alla sommità della torre e la caduta di pressione innesca una corrente d’aria verso il camino. Poi, durante il giorno, la torre si riscalda e la muratura cede il calore creando una corrente d’aria discendente verso la torre. I muri di costruzione delle torri sono molto spessi in modo da avere un alto potere di accumulo termico, cosicché innescano una forte differenza di pressione tra interno ed esterno.

Durante la costruzione delle torri del vento si tenevano in considerazione sia la direzione prevalente del vento che la corrente d’aria maggiore del luogo, perciò si trovano diverse tipologie di torri a seconda del luogo. Per esempio, nel sud dell’Iran le torri sono relativamente basse perché i venti soffiano generalmente a bassa quota.

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Ci trasferiamo al museo archeologico, dove Alì, prima di entrare, ci spiega la struttura, che si basa su un altro concetto fondamentale dell’architettura persiana, l’iwan. L’iwan è uno spazio chiuso su tre lati, con un lato completamente aperto o quasi completamente aperto, spesso con un ingresso ad arco, tipico dell’architettura sasanide. Lo ritroveremo poi nelle moschee, dove possiamo trovare un iwan, due iwan o quattro iwan.

All’interno, breve lezione sulla geografia dell’Iran, aiutati dalla grande mappa con le catene montuose in rilievo. Scopriamo che la presenza di distese di sale nei deserti iraniani è un’eredità della lontana epoca in cui, ere geologiche fa, il Mar Caspio e il Golfo Persico erano uniti in un unico mare. Le acque si sono poi separate e hanno lasciato due grandi deserti, il Dasht-e Kavir e il Dasht-e Lut. Il deserto del Lut è, secondo i meteorologi, il luogo più caldo del pianeta, dove le temperature possono salire fino a 70°C.

Il museo è pieno di oggetti interessantissimi, se avessimo il tempo meriterebbe probabilmente un giorno intero di visita. Ci sono reperti che vanno dal paleolitico, al neolitico, alle età degli Achemenidi (559-330 a.C.), dei Seleucidi (313-146 a.C.), dei Parti (250 a.C.-224 d.C.) e dei Sasanidi (224-651 d.C.).

Uno è il toro guardiano di Gilgamesh, l’antica divinità babilonese. Poi abbiamo immagini degli ziggurat iraniani, che a differenza di quelli della Mesopotamia non sono costruiti un piano sopra l’altro ma uno dentro l’altro, con tutte le pareti che partono dal livello del suolo.

Ma il reperto più spettacolare è la scena dell’udienza di Dario I (o Serse I), del periodo achemenide (VI secolo a.C.), da Persepoli. Si vede l’imperatore sul trono, con dietro di lui e davanti a lui i cortigiani. Il primo dietro di lui, che porta un fiore di loto, è l’erede al trono, che potrebbe essere quindi Serse I o Artaserse I. Più indietro la guardia reale, i cui membri erano chiamati “Gli immortali”. Questi diecimila uomini erano così chiamati perché il loro numero non diminuiva mai: se uno moriva o era gravemente ferito o malato, veniva immediatamente sostituito.

Poi c’è la statua di Dario, in granito grigio, purtroppo mancante della testa e della parte superiore del corpo. Viene da Susa, l’antica capitale. Nelle pieghe della veste ci sono delle iscrizioni, da una parte in caratteri cuneiformi nelle tre lingue dell’impero (antico persiano, elamita e babilonese) e dall’altra parte in geroglifici egizi. Riportano i titoli del re e registrano che la statua è stata scolpita in Egitto. Sulla base della statua è rappresentato Hapi, il dio egizio del Nilo.

Ci sono anche i resti del cosiddetto Uomo del Sale, scoperti negli anni scorsi nella storica miniera di sale di Chehrabad, Zanjan, Iran nordorientale. I resti mummificati datano 1.700 anni: il particolare ambiente salino ha influito sullo stato di conservazione. Sono rimasti la testa, con tanto di capelli, e il piede sinistro: si presume sia una delle vittime (nell’area sono stati trovati resti di altri sei lavoratori) del collasso della miniera.

E per finire la grande statua detta del Principe dei Parti, il popolo persiano che si batté contro i romani.

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Usciti dal museo, decidiamo, per guadagnare tempo, di non pranzare tutti insieme seduti al ristorante, ma di disperderci tra le tante bancarelle che servono street food nei dintorni. Io divido con Elena un panino con salsiccia (presumiamo di manzo), un altro se lo dividono Vanda e Antonio, che ci accompagnano nella piccola… avventura di spiegare al venditore cosa vogliamo. Lui sembra veramente tra il sorpreso e il contrariato che noi si voglia mangiare così poco, ha l’aria di pensare “Certo che son strani ‘sti europei”. Ma noi siamo appena arrivati, siamo ancora un po’ intimoriti dalla quantità di cibo che ingurgitano i locali… alla fine, però, a conti fatti, io e Antonio conveniamo che, almeno per noi, forse un panino intero ci stava. Però stasera abbiamo una cena presso una famiglia iraniana, sappiamo che dovremo mangiare tanto e non potremo rifiutare nulla, per non offenderli. E allora va bene così.

Intorno alla fontana nel giardino del museo c’è una bella atmosfera, tanta gente che mangia il suo pranzo. Il sole è caldo, ma la temperatura resta gradevole. Facciamo i primi incontri e cominciamo a capire che gli iraniani hanno una voglia incontenibile di contatto con il mondo esterno: ci salutano, ci chiedono da dove veniamo, vogliono fare selfie con noi e soprattutto ci danno il benvenuto. Sarà che di turisti se ne vedono in giro pochi, siamo merce rara. Alì ci ha detto che l’anno scorso ne erano venuti molti di più, ma ora, con la rimessa in discussione da parte di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano, è tornata più che mai la paura. Comunque, questa sarà una costante di tutto il viaggio: in nessun posto al mondo mi sono sentito dare il benvenuto con una tale frequenza.

Ripartiamo in pullman verso la prossima meta, il museo di arte contemporanea. La scelta era tra questo e il museo di arte moderna, ma Claudio Agostoni, di Radio Popolare, che è di recente passato di qui con il viaggio che poi si è diretto verso l’Iran del nord, ha raccomandato caldamente una mostra che ora è ospitata nel museo di arte contemporanea e quindi è lì che ci dirigiamo. Purtroppo oggi è chiuso il museo dei gioielli, con grande dispiacere delle signore.

Alì approfitta del tragitto per qualche notizia sullo stato dell’economia iraniana. Lo stipendio medio si aggira sui 250 euro, ovviamente incassati in Rial. Ma – dice Alì – “Noi guadagniamo in Rial e spendiamo in euro”, nel senso che i prezzi dei beni di importazione sono legati all’euro. E abbiamo visto quanto attualmente il cambio sia ballerino. Così ci vogliono tre stipendi per portare avanti la famiglia, per cui spesso il marito ha due lavori.

E poi una curiosità legata al tema della condizione della donna, che ovviamente sarà uno dei temi portanti del viaggio. Sugli autobus, ancora oggi, uomini e donne viaggiano separati. Ma prima gli uomini stavano davanti, ora almeno è il contrario: donne davanti e uomini dietro.

Passiamo per la piazza di Teheran dove campeggia la statua del grande poeta Firdusi, vissuto attorno all’anno 1000 e autore dello Shāh-Nāmeh (“Libro dei re”), l’epopea nazionale dei re di Persia. Si tratta di una figura fondamentale, perché viene ritenuto il salvatore della lingua persiana, colui che dopo l’invasione araba l’ha tenuta viva quando rischiava di essere completamente soppiantata dall’idioma degli invasori.

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Il museo di arte contemporanea è al momento quasi completamente dedicato alla mostra di Alì Akbar Sadeghi, poliedrico artista 81enne, pittore, illustratore, autore e regista di film di animazione. Sono oltre 200 opere, raccolte in sale a tema, che abbracciano 60 anni di attività. Lo stile di Sadeghi rappresenta un po’ la via iraniana al surrealismo. Nei suoi lavori trae spesso ispirazione dall’eredità culturale persiana, con le sue saghe e leggende, i poemi epici, la filosofia e le religioni. Nei suoi quadri, pieni di movimento e azione, ritorna di frequente l’iconografia iraniana con i suoi motivi e i suoi simboli, declinata in chiave surrealista in un’esplosione di colori. Il quadro intitolato “Il Re Dario” è chiaramente ispirato al bassorilievo di Persepoli che abbiamo visto questa mattina, ovviamente riveduto e corretto. Ma ci sono anche avventure di eroi e cavalieri, matrimoni e danze tradizionali e molto altro. Si spazia anche su grandi temi come l’amore e la guerra, trattati nei modi più vari.

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Noi non abbiamo molto tempo, purtroppo, e forse qualche spiegazione in più non guasterebbe, anche se in alcuni casi è facile riconoscere la rivisitazione di grandi opere come l’Urlo di Munch o il Giardino delle Delizie di Bosch. Per chi fosse interessato ad approfondire, vi rimando al sito ufficiale di Sadeghi, dove si trova veramente un’ampia panoramica della sua opera:

Alì Akbar Sadeghi

Torniamo in albergo per prepararci per la cena. Stasera siamo attesi in una casa alla periferia di Teheran, dove incontreremo la sorella di Yalda, la cantante iraniana trapiantata a Milano che una decina d’anni fa aveva fatto un bel disco che Radio Popolare aveva giustamente spinto molto.

La casa non è sua, lei abita a circa 30 km da Teheran che già di per sé si estende per oltre 50 km e quindi sarebbe un po’ scomodo andare da lei. Generalmente (anche per gli altri viaggi della radio sono state organizzate serate come questa) fa in modo di ricevere il gruppo a casa di amici. Ma questa sera, lo scopriremo poi, quegli amici non sono disponibili e quindi siamo in un’altra casa, a casa di Teema, che si rivelerà un personaggio molto particolare.

L’accoglienza è quanto mai calda. Ci togliamo le scarpe e ci accomodiamo sul tappeto nel soggiorno. Ci sono un po’ di sedie, ma ovviamente non bastano per tutti e quindi molti di noi si adagiano sui cuscini, come nella migliore tradizione islamica. Ci dicono subito che le signore possono togliersi il velo, e per loro è ovviamente un grande sollievo.

Dopo i primi convenevoli, ci offrono come aperitivo un distillato (ma senza alcol) di menta e semi di basilico, poi cominciano ad arrivare i piatti. Se hanno ospiti, i persiani offrono cibo e bevande in abbondanza, ma veramente in abbondanza. E se non mangi il padrone di casa si offende, un po’ come nel Sud Italia. Noi lo sappiamo e non vogliamo offendere.

Un’altra cosa che sappiamo già, dai racconti di Alì, è che nella cultura persiana c’è una cosa che si chiama taroof, che si vede spesso nei rapporti sociali. Quando ti cedono il passo, ad esempio, tu devi cederlo a tua volta, e l’altra persona te lo cede di nuovo, e così via… si può andare avanti per ore, sembra. E se ti invitano, ad esempio a cena, bisognerebbe fare complimenti e salamelecchi finché l’invito non viene ripetuto per tre volte, solo allora è davvero valido. Questione di buona educazione. Ma forse per noi in questo caso non vale…

Ci sono dei piattoni di riso con zafferano e marmellata di carote, o anche con ribes e melograno, che servono per accompagnare un po’ tutto. Ci sono le fave del Mar Caspio, molto apprezzate, per non parlare delle melanzane, che sono molto presenti nella cucina persiana. C’è una crema a base di yogurt e aglio molto simile allo Tzatziki, ma con gli spinaci al posto dei cetrioli. C’è un pollo gustosissimo, c’è l’insalata di Shiraz (dove andremo domani) che è fatta con cipolla, pomodori, cetrioli e aneto. C’è un dolce di riso, latte, farina e acqua di rose… e chissà quante altre cose dimentico. Si beve Coca Cola, Sprite, birra analcolica (c’è anche aromatizzata al limone) o dugh, una bevanda a base di yogurt, acqua e sale simile all’ayran turco, ma con una spruzzata di menta.

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Ci serviamo da soli, così possiamo anche… gestirci un po’ per tenere spazio per tutto, ma mangiamo comunque tutti in abbondanza. Poi arriva il tè. C’è anche una scatola di Ferrero Rocher che gira, è divertente da vedere perché è stata fatta apposta per il nowrouz, ma non la tocca nessuno.

Nel frattempo la padrona di casa, Teema, ha fatto la sua entrata in scena, e da questo momento la serata non sarà più la stessa. È arrivata con i capelli bagnati, come se fosse appena uscita dalla doccia, e con pose da diva anni ’50. I capelli sono biondi, ossigenati. E non è la sola cosa non proprio… naturale. Ha sicuramente fatto diversi interventi di chirurgia estetica al viso: il naso, gli zigomi e una bella gonfiata alle labbra. Ma anche altre parti sono decisamente sospette. È un po’ tutta innaturale, insomma. Porta pantaloni bianchi aderenti, scarpe col tacco e una maglia a colori vivaci, anche questa attillata e con le braccia scoperte. Un abbigliamento decisamente non in linea con i dettami degli ayatollah.

In un ottimo inglese, si presenta come la padrona di casa, ci ridà il benvenuto e ci dice che vorrebbe sapere qualcosa di noi, per conoscerci meglio. Perciò ci chiede di fare un giro di presentazione in cui ciascuno di noi deve dire come si chiama, quanti anni ha, che lavoro fa e che cosa lo ha spinto a venire in Iran. Partiamo col giro e uno per uno ci presentiamo, chi in inglese chi in italiano con la traduzione in farsi di Alì. Quando è il mio turno, le racconto in inglese che sono un ingegnere ambientale e che mi piace viaggiare e scrivere di viaggi sul mio piccolo blog. Aggiungo che il viaggio è organizzato da Radio Popolare, di cui quasi tutti siamo ascoltatori affezionati (nessuno l’aveva ancora detto), e che il mio interesse per l’Iran è legato a molti aspetti: il patrimonio artistico, architettonico e culturale, ma anche altro. Lei pensa subito alla situazione politica, e sembra un po’ infastidita, come se non avesse voglia di parlarne. Ma io la rassicuro: certo, c’è anche questo, non posso negarlo, ma preferisco parlare della curiosità che mi suscita un’altra cosa che so dell’Iran, e cioè il grande interesse che c’è per la poesia, in particolare i grandi poeti persiani medioevali come Hafez, un interesse che coinvolge anche le giovani e giovanissime generazioni, e anche le persone con un basso livello di istruzione. Mi incuriosisce capire il perché, capire come queste poesie possano essere di ispirazione anche nella vita di tutti i giorni e possano essere un riferimento culturale così importante da essere citate anche nelle conversazioni più comuni. Lei sembra apprezzare, e infatti alla fine del giro torna da me e scambiamo ancora due chiacchiere sulla poesia. Mi conferma che anche lei conosce a memoria diverse poesie di Hafez e di altri poeti. Le dico che anche in Italia abbiamo grandi poeti di quel periodo, come Dante o Petrarca, ma da noi non è comune che un adolescente si appassioni davvero a questi poeti, li studi a memoria e li onori al punto da andare a recitare le loro poesie sulla loro tomba, come succede qui in Iran al mausoleo di Hafez, dove andremo domani. È una visita che aspetto con ansia per questo, le spiego. Lei si mostra contenta, ma non è troppo convincente: anche in questo, sembra un po’ finta. Mi dà la netta impressione che lo dica tanto per dire, ma che non sia una cosa che le interessa veramente.

Quanto a lei, ci racconta che ha 43 anni (secondo alcuni ne dimostra di più, e forse è vero: colpa del chirurgo) e che lavora per una compagnia petrolifera. Sostiene di avere un ruolo tecnico, ma anche su questo non convince del tutto: a vederla così non si direbbe, diciamola tutta. A parecchi del gruppo sembra più una che si occupa di “pubbliche relazioni”, mettiamola così. Di sicuro i soldi non le mancano, anche perché se no non si sarebbe potuta permettere tutte quelle operazioni. Alì ci ha detto che moltissime ragazze iraniane si rifanno il naso, e anche qualche ragazzo. È diventata quasi una mania nazionale. Il naso persiano tipicamente è piuttosto lungo, e va all’ingiù. Quindi, per rispondere a un canone di bellezza più “occidentale”, si fanno fare un nasino all’insù alla francese. Ma Teema non si è certo fermata lì, lei ha fatto ben di più, e francamente non tutto è venuto bene.

Deve essere una che la pensa come Agrado, la trans di “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar, quando diceva che una è tanto più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sé stessa. Ma Agrado era un personaggio magnifico, ed era molto più simpatica.

Arriva anche un’amica di Teema con la figlia, una ragazza molto giovane con i riccioli biondi.

E arriva finalmente il gruppo che deve suonare. Questa è anche una serata musicale, infatti. Sono tre ragazzi, che fanno musica tradizionale persiana. Uno canta, uno suona le percussioni e l’altro suona il santur, un antichissimo strumento persiano a corde percosse che si dice sia l’antenato del pianoforte. Io lo conosco perché l’ho già visto suonare dai Kara Güneş, un gruppo turco che suonò per noi tre anni e mezzo fa in un centro sociale di Istanbul. Anche quello era un viaggio organizzato dalla radio e da ViaggieMiraggi. Quella sera i Kara Güneş suonarono al termine di un incontro con alcuni ragazzi che rappresentavano il movimento di Gezi Park, l’ultimo movimento nato dal basso che ha avuto il coraggio di opporsi a Erdoǧan. La ricordo come una bellissima serata. Poco tempo dopo vennero a suonare anche a Milano, nell’auditorium della radio.

 

Anche questi ragazzi sono molto bravi, riescono a creare una bella atmosfera che risolleva la serata. Quando, con gli applausi, riescono a prendere un po’ di confidenza, iniziano a dire anche qualche parola per introdurre alcuni pezzi. Ad esempio, ci fanno un paio di canzoni della zona di Gilan, una provincia del nord, sul Mar Caspio, di cui è originario il percussionista.

Non è un caso, purtroppo, che siano tre uomini. In Iran è molto difficile per le donne fare musica, soprattutto non possono cantare se non nei cori, perché il canto femminile è ritenuto in grado di suscitare desiderio sessuale e quindi di turbare l’uomo timorato di Dio ecc. ecc.

Intanto Teema ha fatto partire le danze, coinvolgendo alcune signore del gruppo e soprattutto Marco, che come rappresentante della radio non si può tirare indietro. Lei catalizza su di sé le attenzioni anche facendo un giochino con le dita delle mani intrecciate che nessuno di noi, per quanto si sforzasse, è riuscito poi a ripetere e che produce in modo ritmato uno schiocco molto forte. Invita anche me a ballare, ma preferisco di no. Io non so ballare, sono decisamente negato, ma se si crea la situazione giusta in genere mi butto lo stesso, non mi interessa. È che qui con lei, non lo so, mi sentirei un po’ in imbarazzo, non me la sento.

E poi si esibisce in una danza con un vassoio, che simula pieno di riso da gettare a piene mani. Forse in questo modo lo distribuisce, o forse questo movimento rappresenta la semina.

Alla fine della serata, una bella serie di foto di gruppo. Anche qui Teema si mette sempre al centro e, per non smentirsi, dice “Sexy” anziché “Cheese”.

Prima di uscire, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con i musicisti, in particolare con il percussionista, che è quello che parla meglio l’inglese. Dopo i complimenti di rito, chiedo se riescono a fare concerti e lui mi dice di sì, che suonano anche nei locali e hanno un buon successo. Lui, poi, suona tutte le percussioni anche in un’altra band che fa musica pop. Mi spiega che è possibile fare del pop, purché non sia troppo occidentale ma sia comunque caratterizzabile come “iraniano”. Gli racconto dei Kara Güneş e di come ho scoperto il santur, ma lo rassicuro: ricordo che loro, i Kara Güneş, precisarono subito, fin dall’inizio del concerto, che loro lo avevano adottato ma era uno strumento persiano.

Il Santur

Dopo di che, tutti sul pullman e via verso l’albergo. Ci serve qualche ora di sonno, perché domani mattina dovremo partire presto per prendere un volo interno diretto a Shiraz. Sul pullman Teema tiene ancora banco, in qualche modo: si continua a parlare di lei, e capiamo subito che l’argomento tornerà spesso ad affacciarsi nei nostri discorsi anche nei prossimi giorni.

 

(continua…)