In viaggio con Alì – 5

Capitolo 5: Kashan e Qom

Coloro che indossano il saio, nel nome di Dio, lascia stare,
e mostralo, il volto, a chi nulla possiede ma ha gioia ribelle!
In quelle tonache, invero, è sozzura abbondante:
quant’è più beata la veste di quanti dispensano vino!
Tu di certo non puoi tollerare, ché sei di natura cortese,
la noia gravosa che dà una congrega di tonache rudi.
L’osservi tu stesso, a che cosa conduce un inganno bigotto:
ricolme, le brocche, del sangue d’un cuore, i liuti che piangono tristi.
M’hai fatto ubriaco. No, no, non sparir proprio adesso!
Dolce ambrosia mi desti: ora forse tu m’offri veleno?
Non mai scorsi un dolore sincero nei sufi che fingon sé stessi.
Sia tersa sempre la gioia di quelli che bevono il nero del vino!
Scotta, il cuore di questo poeta, sta’ attento,
nel petto suo che qual pentola bolle e ribolle.
(Hafez, Divan 379)

Venerdì 13 aprile 2018

Oggi comincia il lungo viaggio che ci riporterà a Teheran, il che purtroppo significa che cominciamo ad essere agli sgoccioli. Ma stasera arriveremo a Kashan, che non si può considerare una semplice tappa di avvicinamento. È una città che ha parecchie attrattive. E anche per arrivare lì, faremo una tappa interessante nel villaggio di Abyaneh, sui monti Zagros.
Lungo la strada, ai piedi di spettacolari montagne, Alì ci mostra una centrale nucleare. Viene immediato pensare all’accordo sul nucleare iraniano, e a tutto quello che si porta dietro. E chiedersi se anche qui non ci sia in corso qualche esperimento di tipo non proprio… civile.
Su un picco, in lontananza, si vede il mausoleo che Shah Abbas fece costruire per il suo falco.

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Abyaneh è un piccolo villaggio situato a 2200 m di quota, ai piedi del Monte Karkas alto 3899 m, in una vallata con caratteristiche geografiche che hanno mantenuto questo villaggio pressoché isolato fino ad oggi. Ci troviamo 30 km a ovest della strada che unisce Esfahan a Kashan, nei dintorni di Natanz. Qui sorge questo antico villaggio fatto di case multipiano in argilla e legno, tra il rosso e il color ocra, con porte e finestre dalle belle forme geometriche. Oggi Abyaneh ha un centinaio di abitanti, prevalentemente anziani, ed è conosciuta in tutto il paese per la sua storia e le sue tradizioni.
L’abitato è orientato a est in modo da beneficiare del maggior numero di ore di sole e ridurre gli effetti dei venti invernali. Il villaggio ha 2500 anni di storia e ha preservato la sua cultura, che tuttora si manifesta in forme diverse, attraverso i costumi, il dialetto e le tradizioni. È stato registrato come patrimonio nazionale nel 1973, mentre il dialetto e le cerimonie tradizionali come la processione con la nakhl, la palma di Hosein, sono registrati come eredità culturale intangibile dal 2013.
Noi arriviamo in tarda mattinata, nel pieno di un giorno di festa (oggi è venerdì), e ce ne accorgiamo subito dal numero di turisti che affollano le stradine. Forse troppi, si perde un po’ l’atmosfera. Ma non possiamo farci niente. Tra questi, attira la nostra attenzione un gruppo di ragazze della scuola coranica della città santa di Qom, tutte in chador nero. Anche loro, però, ci salutano e ci sorridono. Qualcuna parla inglese, e scopriamo che vengono anche dall’estero, dal Belgio per esempio. La scuola di Qom è molto prestigiosa, probabilmente le famiglie iraniane religiose che vivono all’estero ci tengono a mandare lì le figlie.
Abyaneh si caratterizza per il colore ocra delle case, legato al terreno ricco di ossidi di ferro. Le abitazioni sono costruite con mattoni crudi, ottenuti da un impasto di acqua, paglia e terreno argilloso. Finestre e balconi mantengono ancora l’antico stile di un tempo.
Il villaggio è noto anche per i colorati costumi tradizionali indossati dalle donne del paese, le cui origini sono molto antiche. Una donna di Abyaneh indossa di solito una lunga sciarpa bianca (che copre le spalle e la parte superiore del tronco), sopra un vestito molto colorato con la gonna sotto il ginocchio. Il dialetto del popolo di Abyaneh ha conservato alcune caratteristiche dell’antica lingua dell’Impero dei Medi, ormai scomparsa in tutto il paese.
Una fortezza sasanide domina il borgo poco distante dal paese, mentre al suo interno si trova il Santuario di Zeyaratgah, con una vasca per le abluzioni. È presente anche l’antichissimo tempio del fuoco zoroastriano Harpak, che dovrebbe risalire all’era Achemenide (550-330 a.C.), rinnovato in epoca sasanide.
Dal 1995 è in corso un programma di restauro delle case, alcune delle quali sono in cattive condizioni. A partire dal giugno 2005, il villaggio è stato sottoposto anche a scavi archeologici.
Noi abbiamo un’oretta per passeggiare liberamente per queste stradine strette e ripide, arrampicate sulla montagna. Per Rita, la fotografa del gruppo, è un’altra occasione di sbizzarrirsi alla ricerca di un’inquadratura irripetibile. Quasi ad ogni angolo di strada donne in costume tipico espongono e vendono un po’ di tutto. Non mancano, però, anche le grandi foto dei martiri.
Sarebbe bello, forse, godersi la passeggiata in un clima più tranquillo e più vicino a quella che deve (o dovrebbe) essere la vita quotidiana del villaggio. Per contro, però, non mancano le occasioni di incontro con qualcuno dei tanti turisti iraniani che affollano il villaggio. Io ed Elena, per esempio, ci fermiamo cinque minuti a parlare con Sara, una ragazzina che non avrà più di quindici o sedici anni, e con il suo fratellino Arash, che ne ha circa dodici. Sono di Esfahan. Dopo le prime classiche domande (di dove siete, dove siete stati in Iran, vi piace il nostro paese), lei ci mostra sul telefono una foto del mausoleo di Hafez e da lì partiamo: le racconto che anche noi ci siamo stati, che mi è piaciuta molto l’atmosfera di quel luogo e che sto imparando ad apprezzare la poesia di Hafez. Lei sorride e, in un buon inglese, ci tiene a dire che ama molto Hafez e che ha partecipato a delle gare di poesia che fanno a scuola: dice che le fanno in quasi tutte le scuole del paese. I ragazzi devono recitare a memoria più poesie possibili; prendendo la parola o la sillaba finale della prima poesia, devono trovarne un’altra che cominci in quel modo, e così via. Poi ci dice cose belle di Kashan, che sarà la nostra prossima tappa, e ci racconta che suo fratello porta il nome di un eroe persiano, un mitologico arciere. La salutiamo perché dobbiamo andare, tra poco abbiamo appuntamento per il pranzo in un ristorante di Abyaneh, appena fuori dal centro storico.
A pranzo, come è ovvio, si parla di Siria e Iran, ma anche del nostro viaggio che volge alla fine: stiamo tutti realizzando che oggi è il penultimo giorno. Affiorano le prime tristezze, e si comincia a pensare a quello che ci aspetta al ritorno. Vanda, che oltre ad essere una grande cantante è una delle due psicologhe del gruppo, insieme a Rita, è un po’ preoccupata per i suoi pazienti. Il suo è sicuramente un mestiere delicato, non può assentarsi per troppo tempo. Ma tutti, chi più chi meno, abbiamo qualcuno o qualcosa a cui tornare, anche se qui stiamo bene.

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Dopo pranzo si riparte e, nel tardo pomeriggio, raggiungiamo Kashan.
Kashan, situata a 1600 m di quota, è la prima di una serie di grandi oasi lungo la strada che porta da Qom a Kerman, al margine dei grandi deserti centrali dell’Iran. Il suo nome deriva dalla parola kashi che significa piastrella. Ha circa 250.000 abitanti.
I rinvenimenti archeologici sulle collinette di Tepe Siyalk, 4 km ad ovest di Kashan, rivelano come questa sia stata una delle prime zone di civilizzazione nella preistoria; i reperti la fanno risalire a 8000 anni fa. Manufatti del sito si trovano al Louvre, al Metropolitan Museum di New York e al Museo Nazionale dell’Iran a Teheran. Kashan risale al periodo elamita e nei sobborghi si erge ancora uno ziggurat che risulta essere più antico di quello di Ur.
Il terremoto del 1778 rase al suolo la città e gli edifici safavidi facendo 8000 vittime, ma Kashan si è rinnovata ed è oggi un punto focale d’attrazione turistica con le sue case storiche del XVIII e XIX secolo, esempi di architettura residenziale persiana tradizionale e dell’estetica Qajar.
Noi prendiamo alloggio all’hotel Noghli, che è ricavato in un’antica dimora tradizionale. Il pullman non può arrivarci, dobbiamo scendere e addentrarci a piedi nei vicoli della vecchia Kashan. La casa non è forse bella come quella di Yazd, e non è tenuta altrettanto bene, ma è sicuramente suggestiva. Le scale con i gradini alti, qui come in altre case antiche, creano qualche disagio, ma abbiamo scoperto che servivano per impedire agli scorpioni di entrare. Mentre arriviamo inizia a piovere forte, quindi ci chiudiamo nelle camere fino all’ora di cena.
Stasera ci attende l’ultima serata in famiglia. Arriviamo in pullman fino alla periferia della città, sotto una pioggia battente. Questa volta, curiosamente, a riceverci ci sono solo donne. Gli uomini non possono, o non vogliono, partecipare.
Anche qui ci apparecchiano un pic-nic in… salotto con ogni ben di dio. Dopo cena si chiacchiera, con le ragazze che, senza uomini, sembrano divertirsi come matte. Noi facciamo il solito giro di autopresentazione, ormai siamo allenati. Una delle prime domande che ci fanno è, come sempre, l’età. Le colpisce sempre molto vedere persone che dimostrano, sia per il fisico che per lo spirito, meno anni di quelli che hanno all’anagrafe. Sottolineano questa cosa con grandi sorrisi di approvazione e anche con qualche applauso, prima timido poi, visto che anche noi ci divertiamo, più convinto. Qui, poi, sullo spunto fornito da alcune delle donne del nostro gruppo, parte un giochino che consiste, sostanzialmente, nel cercare di indovinare loro le nostre età e noi le loro. Anche questo le diverte molto. Vorrebbero sapere anche cosa significano i nostri nomi. I nomi iraniani, infatti, nella maggior parte dei casi, hanno un significato, o almeno riprendono i nomi di personaggi della storia o della mitologia persiana. Per noi, cerchiamo di spiegare, non sempre è così. Io forse sarei uno dei pochi il cui nome ha un significato: Piero, in fin dei conti, deriva da Pietro, quindi roccia, solidità. E poi San Pietro, l’apostolo più vicino a Gesù. Potrei citare Gesù quando disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”, ma al momento purtroppo non mi viene in mente.
Comunque la serata è molto piacevole. Arriva anche una giovane mamma che, con molta naturalezza, permette alle signore del gruppo di spupazzarsi un po’ la sua bambina di pochi mesi. Si crea, come sempre, un bel clima. Vorrebbero anche far vedere un album di foto di un matrimonio, ma solo alle donne del gruppo. Nelle feste di matrimonio, donne e uomini stanno in due sale separate, e le donne, quando sono tra loro, si tolgono il velo. Per questo noi uomini non le possiamo vedere. Sarebbe un’altra bella occasione per capire ancora meglio cosa pensano, forse tra donne si creerebbe una sorta di intimità e si lascerebbero andare a qualche confidenza, ma è il tempo che manca, alla fine.
Noi non vorremmo venire più via ma purtroppo s’è fatto tardi, sia per noi che, soprattutto, per loro, le donne della famiglia. Un gruppetto, per la verità, se n’era andato già prima. Ci hanno raccontato che andavano a una festa, ma alcuni tra noi sospettavano che dovessero invece tornare dai mariti…

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Sabato 14 aprile

Questa notte aerei americani, britannici e francesi hanno bombardato la Siria. Sono stati colpiti un centro di ricerca a Damasco e un sito di stoccaggio per armi chimiche a Homs. Questo attacco sarebbe una ritorsione contro Assad per l’uso di armi chimiche in febbraio e, sembra, ancora pochi giorni fa nella Ghouta orientale. Pare che i russi siano stati avvertiti dell’attacco. Anche per questo non ci sono state vittime, perché i siti erano stati già svuotati ed evacuati. Del resto, che per combattere l’uso di armi chimiche si vada a bombardare un deposito pieno di armi chimiche provocando un disastro ambientale di proporzioni bibliche sarebbe abbastanza curioso. Sembra più un gesto dimostrativo. Insomma, ci sono un po’ di punti oscuri. Ci chiediamo come gli iraniani vivano queste notizie, e come gli vengano raccontate. Molti le avranno viste sulle televisioni straniere, via satellite (esiste perfino un canale della BBC in farsi). Le parabole sarebbero vietate, in teoria, ma guardando i tetti delle città iraniane se ne vedono eccome. E anche quelli che non ce l’hanno, per quanto ho capito, non danno troppo credito all’informazione di regime.
Ma oggi è un giorno di festa, una festa religiosa che ricorda il giorno in cui Maometto iniziò la sua missione profetica. C’è parecchia gente in giro in città, e il bazar è bardato a festa con bandiere verdi.
Noi iniziamo la giornata con la visita alla moschea di Agha Bozorgh, che è nelle vicinanze del nostro albergo. Ma prima dobbiamo caricare i bagagli sul pullman. Ciascuno di noi si è preparato, oltre al bagaglio, una borsa o uno zainetto, con la roba che può servire durante il giorno. Qualcuno se lo porta dietro per la visita alla moschea, e gli altri li lasciano qui insieme ai bagagli grossi (alcuni, dopo lo shopping compulsivo di Esfahan, lo sono diventati davvero); ci penseranno gli autisti a caricare.
La moschea di Agha Bozorgh, conosciuta anche come la moschea del nonno, è stata costruita alla fine del XVIII secolo dal maestro Ustaz Haji Sya’ban-ali. La moschea e l’annessa scuola teologica (madrasa) sono state costruite per la preghiera, la predicazione e le sessioni di insegnamento detenute da Molla Mahdi Naraghi II, noto come Agha Bozorgh.
Notevole per la sua conformazione simmetrica, la moschea si compone di due grandi iwan, uno davanti al miḥrab e l’altro all’ingresso. Il cortile ha una seconda corte al centro che comprende un giardino con alberi e una fontana. L’iwan davanti al miḥrab ha due minareti e una cupola in mattoni, famosa per la sua simmetria architettonica.

Disposta su quattro piani, la moschea comprende un grande cortile interno sottostante con vasca per le abluzioni. Oltre ai due minareti sono presenti anche dei badgir, le torri del vento alte e slanciate.
Si dice che il numero di borchie che decora la porta di legno d’ingresso corrisponda al numero dei versetti del Corano, mentre le pareti sono ricoperte da iscrizioni del Corano e mosaici.

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Torniamo al pullman e Franca vuole verificare che sia stata caricata la sua borsa “piccola” per il giorno. Inizialmente non si trova, ci sono attimi di concitazione finché finalmente salta fuori un borsone nero di tela che sembra un po’ troppo grande per una borsetta da donna. Al che Marco se ne esce, nel suo stile, con la battuta: “Franca, ma questa è la tua pochette?”, che suscita l’ilarità generale del gruppo.
Il pullman ci porta a vedere il giardino di Fin (Bagh-e Fin), uno storico giardino persiano. Fu completato nel 1590 ed è il più antico giardino oggi esistente in Iran. Qui venne assassinato Amir Kabir, il primo ministro della dinastia Qajar ucciso da un sicario inviato dallo Shah Nasser al-Din nel 1852.
Successivamente il giardino soffrì di un lungo periodo di completo abbandono e venne danneggiato più volte fino a quando, nel 1935, è stato indicato come bene nazionale dell’Iran. Il 18 luglio 2012 è stato infine riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Alì ci spiega a modo suo la differenza tra il concetto di giardino occidentale e quello che rappresenta invece il giardino nella cultura persiana. Prima di tutto la parola bagh è una parola che viene dall’arabo; in persiano, già lo sappiamo, si dice pardis, da cui paradiso. Da voi in occidente, dice, il giardino può essere un giardino condominiale, o di quartiere, o un parco, che comunque deve rispettare certi standard. Ci sono labirinti, immagini leggendarie, statue, grotte e quant’altro. Da noi, invece, gli elementi fondamentali sono quattro: la recinzione (da fuori non si deve vedere niente), l’acqua, un padiglione e gli alberi, in questo caso alberi di cipresso. Un ambiente più essenziale, più naturale, creato per rilassare e dare una sensazione di pace.

Effettivamente è un po’ questo l’effetto che fa questo posto. Noi ci immergiamo in questa sensazione anche prendendo un tè o un caffè. Anche il ritmo con cui arrivano le ordinazioni, in tono con il clima generale, è molto rilassato.
Il giardino copre una superficie di 2,3 ettari e ha un gran numero di giochi d’acqua, alimentati da una sorgente ubicata sulla collina. L’acqua viene distribuita con un ingegnoso e sofisticato sistema di canali sotterranei, che senza bisogno di pompe sfrutta al massimo la portata della sorgente, i dislivelli e le pendenze per far arrivare l’acqua a sgorgare nei vari bacini.
Anche qui non mancano gli incontri. In particolare, c’è un gruppo di ragazzi molto simpatici e che parlano bene inglese, forse perché stanno facendo un MBA (Master in Business Administration). Uno di loro ha la carnagione più chiara e, se vogliamo, un aspetto poco “iraniano”. Viene dal nord e discende da una tribù di origine turca. Infatti, ci racconta, parla anche turco e quando parla farsi lo fa con un accento diverso da quello della maggior parte degli iraniani. Gli altri lo guardano, annuiscono e ridono, probabilmente lo prendono un po’ in giro per questo. Il giochino si autoalimenta perché tutti quelli che arrivano e lo vedono gli dicono: “Ma tu sei inglese?”, “Però potresti essere anche greco!”, “Ma anche italiano, allora!”. Lui si diverte ad essere al centro dell’attenzione e continua a rispiegare la storia delle sue origini, mentre gli amici continuano a ridere e a prenderlo in giro. C’è un bel clima di festa e di serenità, e forse davvero anche l’ambiente del giardino in questo aiuta.
Noi però abbiamo ancora altre visite in programma. Kashan offre parecchio, e il tempo che abbiamo non è molto. Stasera dobbiamo arrivare all’aeroporto di Teheran, e abbiamo in programma di fermarci anche a Qom.

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Punti di vista

 

Non possiamo partire senza aver fatto almeno un breve giro nel bazar, ma soprattutto senza aver visto due belle dimore storiche. La prima è Casa Tabatabaei, che venne costruita verso il 1880 per la ricca famiglia del mercante di tappeti Seyyed Ja’far Tabatabaei.
Questa residenza è celebre per i raffinati stucchi dei suoi interni e i rilievi in pietra, nonché per le vetrate colorate e gli specchi. Si compone di quattro cortili, il più grande dei quali ha una vasca con una fontana, diverse pitture murali e include altre caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come il biruni (ossia una zona esterna adibita allo svago e agli ospiti), il daruni (la zona interna dove vivevano i membri della famiglia e il proprietario) e il khadame (gli alloggi della servitù).

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Uscendo da qui, lo sguardo ci cade su un manifesto. Ci sono delle scritte in farsi che non riusciamo a decifrare, ma appare chiaro che ad essere rappresentata è la ragazza arrestata nello scorso dicembre per essersi tolta il velo in pubblico e averlo sventolato come una bandiera. È sull’orlo del precipizio della corruzione, e dietro di lei a spingerla ci sono il grande satana americano (rappresentato proprio da un diavoletto con la testa a stelle e strisce) e i soldi degli inglesi. Davanti a lei una parabola tenuta da una mano con una manica su cui c’è la bandiera israeliana, forse a dire che anche l’odiato nemico sionista beneficia della rappresentazione mediatica di un Iran dove le donne protestano. Insomma, il messaggio è palese: dietro a quella ragazza e alle proteste ci sono i nostri nemici di sempre, non fatevi ingannare. Non credo che una cosa del genere possa funzionare, è troppo forzata e la semplificazione è quasi infantile. Però è chiaro che la Suprema Guida, l’ayatollah Khamenei, raffigurato nella foto in alto a destra, ci prova.

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La seconda residenza storica da non perdere è Casa Borujerdi, che fu costruita nel 1857 dall’architetto Ustad Ali Maryam per la moglie di Sayyed Jafar Natanzi, un ricco mercante di tappeti. La moglie proveniva dalla famiglia benestante Tabatabaei (proprietari della casa Tabatabaei); quando si innamorò di lei, Sayyed le fece costruire questa casa per assolvere le condizioni imposte dal padre, il quale voleva che la figlia vivesse in una dimora degna di quella da cui proveniva.
L’edificio si compone di un bel cortile rettangolare e di tre torri del vento, alte 40 metri, che svolgono un’efficace funzione di raffreddamento.
La casa dispone di 3 ingressi, e ha anche questa tutte le caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno). Nel cortile è presente una vasca con fontana alla cui estremità si apre un iwan con sala di ricevimenti decorata con elementi a muqarnas, specchi e vetrate.
Per costruire la residenza furono necessari 18 anni, durante i quali lavorarono 150 artigiani. L’edificio ospita oggi il Kashani Culture & Heritage Office.
Anche questa casa, come quella precedente, è affollata di gente, soprattutto iraniani, che girano per le stanze e i cortili, guardano, si fanno i selfie, cercano forse semplicemente di apprezzare il bello e respirare un po’ d’aria di festa. Molte donne indossano foulard firmati di grandi marche europee. Intorno alla vasca, alcune ragazze si adornano il capo velato con coroncine di rose. Kashan è la città delle rose, come Shiraz, ma con ancora più convinzione di Shiraz cerca di accreditarsi come tale. Tantissimi negozi, praticamente tutti, vendono acqua di rose e/o olio di rose, molti anche sacchetti di petali di rose seccati.

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Andiamo a pranzo. Dopo quello che abbiamo mangiato ieri sera, molti vorrebbero fare un pranzo leggero; abbiamo detto diverse volte, in questi giorni, che sarebbe stato meglio mangiare leggero, anche solo frutta e verdura. Alessandro, che è stato il più assiduo nel dichiarare questa intenzione, è stato nominato per questo “Ministro della frutta e verdura”. Ma niente, anche oggi non ce la facciamo. Il ristorante ha annessa, manco a dirlo, una profumeria che vende oli ed essenze varie estratte dalla rosa, ma anche dal gelsomino. E qui, sorpresa: la commessa altri non è che la giovane mamma di ieri sera! Che, ovviamente, ci riconosce e ci accoglie con calore.
Dopo pranzo partiamo in pullman verso Qom, la città santa. L’accesso è interdetto ai pullman turistici, quindi dobbiamo parcheggiare e prendere un autobus locale, con il quale entriamo in città e che ci porta fin quasi all’ingresso del grande santuario.
Qom fu il cuore della Rivoluzione iraniana e rimane tuttora uno dei luoghi più conservatori del paese. È stata la residenza di Khomeini che per un periodo, dopo la rivoluzione del 1979, ha guidato l’Iran proprio da questa città. Ancora oggi Qom attira studiosi e studenti sciiti da tutto il mondo, oltre a migliaia di pellegrini.
Il santuario di Fatima al-Ma’sumeh è considerato per i musulmani sciiti il secondo luogo più sacro in Iran dopo Mashhad. Fatima era la sorella dell’ottavo Imam Ali al-Rida e la figlia del settimo Imam Musa al-Kazim. Nell’islam sciita, le donne sono spesso venerate come sante se sono parenti strette di uno degli imam duodecimani. Sì, insomma l’Islam sciita si conferma una religione… familista. Anche se la teologia sciita afferma formalmente che i parenti degli Imam, gli Imamzadeh, sono in possesso di uno status inferiore a quello degli Imam, nello sciismo popolare ancora si venerano fortemente gli Imamzadeh. All’interno del santuario sono anche sepolte tre figlie del nono Imam Muhammad al-Taqi.
La moschea è costituita da una camera sepolcrale, tre cortili e tre grandi sale di preghiera, per un totale di una superficie di 38.000 m2.
Fin dall’inizio della storia di Qom nel VII secolo, la città è stata associata allo sciismo e considerata un “luogo di rifugio per i credenti”. Dopo la morte di Fatima al-Masumeh e la costruzione del suo Santuario, gli studiosi cominciarono a riunirsi a Qom e la città guadagnò la sua reputazione per l’insegnamento religioso.
Fatima morì a Qom nell’816 d.C. viaggiando per raggiungere il fratello, l’Imam Alì al-Riḍa di Khorasan. La carovana venne attaccata a Saveh, e 23 membri della famiglia vennero uccisi. Fatima fu poi avvelenata, si ammalò e chiese di essere portata a Qom, dove morì.
Lo stile del Santuario si è sviluppato nel corso dei secoli. In un primo momento, la tomba era coperta da un baldacchino di bambù. Cinquant’anni dopo, fu costruito un edificio a cupola più durevole.
Nel 1519, Taj Khanum, la moglie di Shah Ismail I, fece impreziosire il Santuario con un iwan e due minareti, e ricostruire la camera di sepoltura con una cupola a ottagono. Durante la dinastia safavide, le donne della famiglia furono molto attive nell’abbellire il Santuario.
Dal 1795-1796, Fath-Ali Shah Qajar convertì due cortili safavidi in un unico grande cortile e, nel 1803, creò la cupola dorata, ricoperta con 190 kg d’oro. La gran parte di quello che si vede oggi è una struttura abbastanza recente, della prima metà del XX secolo.
Con la rivoluzione iraniana, Qom prese ancora più importanza come “luogo di nascita” di questo movimento. Khomeini ha studiato a Qom e vi ha vissuto all’inizio e alla fine della Rivoluzione. Khomeini ha anche ampliato il Santuario, aggiungendo più spazio per i pellegrini. Inoltre, la tomba di Khomeini utilizza elementi architettonici che sono simili a quelli del Santuario di Fatima al-Ma’sumeh, come la cupola dorata.
Gli Sciiti comunemente fanno un viaggio di pellegrinaggio ai santuari degli Imamzadeh perché ricercano cure per i loro disturbi, e soluzioni ai problemi, nonché il perdono dei peccati. Molti hadith, o insegnamenti, proclamano che coloro che fanno un pellegrinaggio al Santuario di Fatima al-Ma’sumeh saranno “certamente ammessi al cielo.”
L’economia di Qom fa affidamento su questo pellegrinaggio per il turismo che porta, e la città si è mantenuta conservatrice per garantire un ambiente pio per i pellegrini. Molti miracoli sono stati registrati in questo santuario, e sono documentati in un apposito ufficio all’interno del complesso. I pellegrini al Santuario seguono rituali tramandati da secoli, come il lavaggio rituale, il vestirsi con abiti profumati, ed entrare nel sito con il piede giusto.
Noi, anche qui come nel santuario di Shiraz, entrare nella moschea non possiamo, con nessuno dei due piedi. L’ingresso è vietato ai non musulmani. Ma possiamo entrare nel complesso e visitarne i cortili ammirando dall’esterno la magnificenza degli edifici.
E anche qui le donne devono mettere il chador, come a Shiraz un chador bianco a motivi floreali. L’ingresso per le donne è separato, entrano passando da una tenda blu, come fosse un sipario, e riappaiono “purificate”.

Per la visita, abbiamo a disposizione la nostra “Guida Suprema”, un giovane mullah che ci accompagnerà e sarà pronto a rispondere alle nostre curiosità. Si chiama Mohammad, ha 23 anni, la barba non troppo lunga per non incutere timore e il turbante bianco. Non è discendente, quindi, del suo illustre omonimo, almeno per ora. Se diventasse ayatollah, forse… una parentela anche alla lontana si fa sempre in tempo a trovare, credo. È sorridente e gentile nei modi, parla in un buon inglese con toni felpati, anche quando fa affermazioni decise, e gesti morbidi. Tutto in lui sembra costruito per dare agli stranieri l’immagine di un Islam dal volto umano, in contrasto con quella che passa nei media che alimentano la paura. Evidentemente è stato scelto per questo, sta studiando e lo sta facendo con impegno.
Ci racconta che è al sesto anno della scuola coranica, dove generalmente si entra dopo la scuola superiore ma a volte, come nel suo caso, anche prima. Scherza un po’ sul vestito da mullah che si è potuto comprare una volta raggiunto questo grado di studi e ci parla della scuola di Qom, che è un centro di eccellenza per gli studi coranici, oltre che essere il secondo luogo santo per gli sciiti. Al piano terra ci sono le classi, al primo e secondo piano i dormitori e le altre parti comuni. Gli studenti dormono all’interno della scuola soltanto se non sono sposati, altrimenti dormono fuori. Ci sono anche studenti stranieri che arrivano da 120 paesi, Italia compresa.
Richiama la nostra attenzione sulle bellezze architettoniche, prima di tutto la cupola dorata e poi il muqarnas luccicante che può sembrare argento ma in realtà è un mosaico di specchi. “Fatima al Ma’sumeh era la sorella dell’ottavo Imam, per noi è come la vostra Maria” – ci dice.
Il santuario, secondo Mohammad, attira dieci milioni di pellegrini ogni anno. I visitatori non musulmani, invece, sono 2000 al mese. Gli chiedo se esistono dati su quanti dei visitatori musulmani sono sciiti, perché vorrei capire quanto sia profonda la divisione anche nella possibilità di accedere ai luoghi santi. In Iran, va detto, ci sono chiese armene e sinagoghe, ma non ci sono moschee sunnite. Mi risponde che è impossibile dirlo con esattezza, perché non viene chiesto ai visitatori musulmani se siano sunniti o sciiti (ed è una risposta che ci sta), ma è sicuro che ci siano anche sunniti. Noi abbiamo visto due persone che dall’abbigliamento sembravano decisamente arabi, secondo lui hanno l’aspetto di arabi americani. Ma potrebbero essere arabi sciiti, non vuol dire. Mohammad ci ricorda, comunque, che anche “noi cristiani” abbiamo avuto guerre tra cattolici e protestanti, e non c’è il minimo dubbio. Dice che in tutte le religioni ci sono estremisti, ma i veri credenti perseguono come primo obiettivo la pace.
Nel frattempo ci concede, sempre con i suoi modi affabili, di fare una foto di gruppo con lui. Sicuramente è abituato a queste richieste, quindi le previene.
Alessandro chiede quanti degli 80 milioni di iraniani sono musulmani. Mohammad dice che sono praticamente tutti, è normale che sia così in un paese che da più di mille anni è un paese islamico. I non musulmani sono pochi, non arrivano al milione (il dato forse è un po’ sottostimato, ma anche questo ci può stare, da parte sua). Precisa, poi, che i visitatori non musulmani non sono ammessi nella sala di preghiera perché in passato, quando l’accesso era consentito, non erano abbastanza rispettosi. Anche ai musulmani, ci tiene a dire, non è consentito entrare con macchine fotografiche. È il luogo che lo richiede. Sì, solo che dare per scontato che un non musulmano non possa essere rispettoso non è il massimo, ma è inutile dirglielo. Alessandro lo incalza anche sulle motivazioni dell’intervento iraniano in Siria e lui non si fa pregare: Quando dei musulmani, o (azzarda) anche dei non musulmani, hanno bisogno di aiuto, è nostro dovere intervenire, contro gli estremisti. In effetti semplifica un po’, ma è così che in Iran viene presentata la cosa: Assad è il re buono che protegge il suo popolo, chi lo avversa sono gli integralisti di Daesh, o ISIS, IS, come vogliamo chiamarlo. L’Iran non è presente solo in Siria, ma anche a sostegno dei ribelli Houthi (sciiti) nello Yemen, teatro di un’altra guerra dimenticata che sta creando una delle situazioni umanitarie peggiori al mondo.
Qui la nostra guida si lascia prendere dalla discussione e va un po’ oltre, affermando che gli ayatollah iraniani sono da 40 anni un esempio di bontà e di saggezza per tutto il Medio Oriente. Alessandro non molla l’osso e chiede: “Ma allora perché un ayatollah iraniano non fa una pubblica dichiarazione contro Daesh, dicendo che viola i principi dell’Islam, come ha fatto il Gran Muftì d’Egitto, che è la massima autorità dell’Islam sunnita?”. La risposta, in sostanza, è che non ce n’è bisogno, perché nessun ayatollah iraniano ha mai ucciso nessuno, o predicato odio e violenza. E qui ci sarebbe molto da dire, ma servirebbe a poco. Tra l’altro, la nostra guida, gentilmente, ci sta accompagnando verso l’uscita, facendoci capire abbastanza chiaramente che il tempo che aveva da dedicarci è finito. È stato un confronto interessante, comunque.
Un confronto che, ancora una volta, ci fa capire quanta strada ha ancora da fare questo paese per liberarsi della teocrazia. Certo, Alì Khamenei è anziano e malato, ma anche quando non ci sarà più lui è difficile immaginarsi un cambio repentino di prospettiva. E cosa succederà, poi, con l’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano? Difficile da dire, ma il rischio è che porti a un ritorno indietro, a una nuova fase di chiusura.

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Da Qom, ormai, ci dirigiamo verso l’aeroporto di Teheran. Domani mattina prestissimo abbiamo il volo di ritorno. Resterebbe da raccontare una cena e una brevissima notte all’Ibis dell’aeroporto, ma credo proprio che non ne valga la pena. Non aggiungerebbe niente al racconto, che è già fin troppo lungo.
Sarebbe il momento di fare una sintesi conclusiva, ma sarebbe davvero impegnativo provare a riassumere in poche righe un viaggio così. Sono troppe le impressioni, le sensazioni, le voci, le immagini che ti restano, a volte contrastanti. È inevitabile che sia così, in un paese così complesso e per di più così grande (5 volte e mezzo l’Italia): in dieci giorni effettivi di viaggio abbiamo visto forse le città più importanti, ma ci manca molto altro. Abbiamo avuto l’opportunità di andare un po’ al di là della superficie, grazie all’insostituibile Alì e agli incontri che abbiamo avuto. Abbiamo scoperto che c’è un abisso tra la propaganda antioccidentale del regime e come la gente si comporta con gli occidentali, nella realtà quotidiana. Uno dei tanti paradossi iraniani è proprio questo, che il grande orgoglio nazionale spesso convive con un atteggiamento molto filooccidentale. Ma non è certo abbastanza per dire di conoscere l’Iran. E per di più io il dono della sintesi proprio non ce l’ho, l’avrete già capito se avete avuto la pazienza di leggere fin qui. Anzi, proprio per questo vi devo ringraziare di averla avuta.
Quale sarà il futuro dell’Iran, sia nel breve che nel lungo periodo, in questo momento ben pochi sono in grado di prevederlo, e io non sono certo tra questi. Preferisco lasciare il compito di concludere a quello che ormai è il mio poeta persiano di riferimento, Hafez. E non abbiate paura, questa sarà sicuramente l’ultima volta che lo citerò. Ma se leggerete questa poesia, credo che penserete anche voi che è stata scritta sette secoli fa ma, incredibilmente, sembra scritta oggi.

Tu lo sai quel che van declamando, e l’arpa, e il liuto?
Di nascosto bevete, altrimenti è scomunica certa!
No, non dite la cifra d’amore, e no, non l’ascoltate!
È difficile storia davvero che vanno narrando.
Cancellan la legge d’amore ed il lustro d’amanti,
al giovane pongon divieti e al canuto rampogne.
Ci ingannaron, qui fuori, in ben cento maniere diverse:
chi può dire che cosa decidan laggiù, al di là di quel velo?
[…]
Su uno stabile mondo non devi pertanto contare,
ché questa è officina ove mutano sempre le cose.
Versa vino, ché il prete e il poeta e il muftì e il censore,
se bene osservi le cose, son tutti finzione e null’altro.
(Hafez, Divan 195)

 

Come sempre grazie, mamnoun, mersi a Radio Popolare e a ViaggieMiraggi per l’organizzazione.
Grazie a Marco per come ha guidato il gruppo con innata eleganza e con illuminata (quasi persiana) regalità.
Grazie ad Alì per aver ispirato il titolo di questo racconto e molto di più: per tutta la sapienza e l’umanità che ci ha regalato.
Grazie a tutte/i quelle/i che mi hanno fornito delle belle foto (vedi sotto) e degli spunti, e grazie a tutto il grande gruppo degli iranisti provvisori.
Photo credits (in rigoroso ordine alfabetico): Alberto, Alessandro, Franca, Luigina, Rita, Vanda.

In viaggio con Alì – 4

Capitolo 4: Esfahan

 

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

(Omar Khayyam)

 

Martedì 10 aprile 2018

È uscita la notizia che lsraele avrebbe colpito una base iraniana in Siria, nei dintorni di Homs. Sembra che siano morti 7 militari iraniani. Non ci sono ancora conferme, ma se fosse così salirebbe ulteriormente il livello dello scontro in Medio Oriente. L’Iran e la Russia sono i soli alleati importanti di Bashar Al Assad. L’Iran non solo lo sostiene in quanto sciita, ma ha chiaramente interessi nell’area. L’obiettivo, neanche tanto mascherato, sarebbe quello di crearsi un corridoio per attaccare Israele, che naturalmente non sta a guardare.

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Noi cerchiamo di non pensare ai venti di guerra e partiamo di buon’ora, questa volta in direzione nordovest. Il viaggio fino a Esfahan durerà almeno 4 ore, ma lo spezzeremo con due soste.
La prima è nella cittadina di Meybod, che ospita diversi edifici interessanti. Vediamo prima di tutto la ghiacciaia, recentemente restaurata, che risale al XVI secolo ed è realizzata interamente in mattoni crudi. Il meccanismo era questo: nel periodo invernale, durante la notte, l’acqua nelle vasche situate all’esterno ghiacciava e, nelle prime ore del mattino, il ghiaccio veniva frantumato e trasportato all’interno dell’edificio, nel contenitore scavato nel suolo. Le pareti della ghiacciaia, spesse oltre due metri, e la particolare conformazione della cupola alta 15 metri permettevano al ghiaccio di conservarsi per essere poi utilizzato durante i mesi estivi. Lo spessore della cupola varia da 2,40 m alla base fino a 25 cm (un solo mattone) sulla sommità. Ghiacciaia in farsi si dice yakchal, un’altra parola con delle curiose assonanze. Entrando, e cominciando a girare intorno al pozzo del ghiaccio, ci colpisce la luce suggestiva, ma soprattutto ci colpisce l’acustica. Partono i primi vocalizzi, i primi gorgheggi finché… non so bene come (ero lontano), si comincia a sentire una voce angelica che sale fino a riempire la volta. È Vanda che ha cominciato a cantare il Va’ pensiero, e lo canta da brividi! Anche altre voci si aggiungono. L’iniziale sorpresa diventa emozione, che poi si scioglie in un applauso. Un momento di grande intensità.

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A Meybod c’è anche un antico caravanserraglio, dove ora si trovano diversi negozi e laboratori artigianali. Noi ci soffermiamo, in particolare, su un laboratorio di ceramica (è sempre bello vedere un maestro vasaio che lavora al tornio, e invariabilmente il pensiero va a “Ghost”…), uno di tessitura e uno di pelletteria. Una piastrella che rappresenta un sole con il volto di donna ci permette di scoprire che il sole in persiano è femmina: la parola aftab (sole) può essere anche femminile, e soprattutto quel sole donna è un simbolo del mitraismo, cioè il culto di Mitra, il dio sole, che è alle radici dello zoroastrismo.
Ma non basta: c’è anche un ab anbar, una cisterna per l’acqua tradizionale del 1659 circondata da quattro torri del vento, e c’è una bella colombaia di epoca Qajara.

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Ripartiamo verso la seconda tappa, Nain. Durante il tragitto in pullman, che dura circa un’ora e mezza, un’altra sorpresa; questo gruppo ne offre veramente tante. Scopriamo che Luigina dipinge dei bellissimi acquerelli iperrealisti. Spinta dalle nostre insistenze, vince un po’ di naturale ritrosia e ci mostra sul cellulare le foto dei suoi lavori. Ha già fatto la sua prima mostra, e vinto un primo premio.
Arriviamo a Nain in tempo per il pranzo, che è l’occasione per apprezzare l’ennesimo ricco buffet e per festeggiare Ingela: oggi è il suo compleanno! Non dirò quanti sono, non è carino, ma portati benissimo. Nel gruppo abbiamo fatto una piccola colletta per regalarle un piatto in ceramica con un disegno di pesci, poi toccherà a Marco… il coro di “Tanti auguri” e l’applauso sono d’obbligo. Non abbiamo lo spumante, naturalmente; dobbiamo accontentarci della solita birra analcolica Parsi, che però, dai e dai, ci sta cominciando quasi a piacere. E abbiamo dei buoni dolcetti persiani.

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Segue la visita alla Moschea del Venerdì di Nain, che con i suoi mille anni di storia è una delle più antiche in Iran. Risale all’epoca buwahyide (X secolo), sebbene l’interno sia stato rimaneggiato in epoca selgiuchide e sia pertanto riferibile al secolo successivo. Questa moschea costituisce uno degli esempi più significativi e meglio conservati di architettura religiosa di stile Khorasani. Ha quattro iwan ed è ispirata alla casa-moschea di Maometto. Notevoli soprattutto il mihrab con una splendida decorazione a stucco (IX-X secolo), il minbar in legno del 1400 e il minareto alto 28 metri di epoca selgiuchide. C’è anche il forte Narin Qal’eh, una fortezza sasanide ora in rovina.

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Dopo un altro paio d’ore di viaggio, raggiungiamo Esfahan, o Isfahan. Come per molti nomi iraniani, la traslitterazione nell’alfabeto latino non è univoca. Io adotterò la prima, che mi sembra un po’ più diffusa. Quello che è certo è che qui si dice che “Esfahan è metà del mondo” (Esfahan nesf-e jahān), a testimonianza della grandezza di questa città.
Esfahan, che sorge a 1600 m di quota e ha oggi circa 1.600.000 abitanti, è una città molto antica, importante anche nell’Impero sasanide. Fu conquistata dagli Arabi nel 642 e fece parte del Califfato abbaside finché Toghrul Beg, sovrano dei Grandi Selgiuchidi, la conquistò nel 1055 e la scelse come capitale del suo Sultanato. Perse la sua importanza con la fine del dominio selgiuchide in Persia. Fu poi occupata dai Mongoli, che in seguito ad una rivolta degli abitanti saccheggiarono la città e sterminarono la popolazione, e dagli Afghani. Nel 1930 lo Shah Reza Pahlavi ordinò che fosse messo in atto un ampio progetto di ricostruzione, per riportarla al suo antico splendore.
Noi abbiamo subito un assaggio del traffico di questa città, trovandoci imbottigliati in un ingorgo che non ha nulla da invidiare a quelli di Teheran. Anzi, forse è addirittura peggio. Così arriviamo piuttosto tardi al nostro albergo, che è il Venus Hotel. Abbiamo soltanto il tempo di sistemarci e di prendere confidenza con quello che è indiscutibilmente il centro della vita cittadina, che possiamo raggiungere con una passeggiata di un quarto d’ora. È la stupenda piazza che ufficialmente ora è Piazza dell’Imam (Meidan-e Imam), dopo essere stata Piazza dello Shah (Meidan-e Shah). L’Imam è l’Imam Khomeini, naturalmente. Ma per tutti questa piazza è Naqsh-e Jahan, l’Immagine del Mondo. Certo, forse c’è un filo di megalomania ma devo dire che l’impressione che fa, vista così con le fontane che zampillano e i giochi di luce e di colori, è davvero notevole. Lunga 560 metri per una larghezza di 160, è la seconda piazza più grande al mondo, dopo Tien An Men. Venne costruita tra il 1598 e il 1629, nel 1979 è stata inserita nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. E da qui inizia un bazar che si estende per cinque chilometri. Nella parte più vicina alla piazza, che è la sola che abbiamo modo di esplorare, furoreggia il rame smaltato, che sembra sia uno dei prodotti più classici dell’artigianato locale.
È bellissima, forse per i miei gusti fin troppo bella. Troppo precisa nella sua armonia di forme e proporzioni, troppo elegante, troppo ordinata. È come se questo me la facesse sembrare un po’ fredda, come se fosse meno pulsante di vita. Forse non è giusto farlo, ma mi viene spontaneo paragonarla a un’altra grande piazza, la Djemaa el Fna di Marrakech; la Diemaa el Fna con i musicisti Gnawa, gli acrobati, i giocolieri, i cantastorie, gli incantatori di serpenti, i venditori d’acqua, le finte odalische che sono uomini travestiti. Forse quello è più il mio mondo, ma anche questa “Immagine del mondo” è indiscutibilmente bella.

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Avremo modo di apprezzarla ancora meglio domani. Ora andiamo a cena in un ristorante tipico, dove ci aspetta, dopo il solito ricchissimo buffet di zuppe, insalate, riso di vari tipi ecc. ecc., un tris di piatti che non abbiamo ancora provato: pollo con noci e melograno, pollo alle prugne, spezzatino con mele cotogne. Sapori insoliti per noi, ma ai quali facciamo onore con entusiasmo. Doveva essere un assaggino di ogni piatto, ma (soprattutto per me) è diventato ben di più. Questa volta tutti sono decisi a non avanzare niente, ma chissà perché guardano sempre me… Be’, come si dice è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, mi “sacrifico” volentieri.
Dopo di che, arriva la torta per Ingela. C’è ancora un ultimo scampolo di festa per lei, e per noi. Ancora tanti auguri tutti in coro, ancora applausi, e tutti a nanna. Domani ci aspetta un’altra giornata intensa.

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Mercoledì 11 aprile 2018

Oggi è la prima giornata dedicata ad Esfahan. E la giornata non può che cominciare dalla piazza “Immagine del mondo”, sulla quale si affacciano diversi edifici di grande interesse storico e artistico.
La gloria di Esfahan è molto legata al periodo Safavide. Nel 1598, quando lo Shah Abbas decise di spostare la capitale del suo impero dalla città nord-occidentale di Qazvin alla città centrale di Esfahan, iniziò quello che sarebbe diventato uno dei più grandi programmi della storia persiana: il rifacimento completo della città. Scegliendo la città di Esfahan, fertilizzata dal fiume Zāyandeh (“Il fiume che dà la vita”), sdraiato come un’oasi di intensa coltivazione nel bel mezzo di una vasta area di paesaggio arido, allontanò la capitale da eventuali attacchi futuri degli ottomani, gli arcirivali dei safavidi, e degli uzbeki, guadagnando allo stesso tempo un maggiore controllo sul Golfo Persico, che era da poco diventato un’importante via commerciale.
Con la costruzione della grande piazza, Shah Abbas avrebbe riunito le tre componenti principali del potere della Persia: il potere del clero, rappresentato dalla moschea (Masjed-e Shah), il potere dei mercanti, rappresentato dal Bazar Imperiale, e, naturalmente, il potere dello Shah stesso, residente nel palazzo Ali Qapu. Costruita come una fila di due piani di negozi, affiancata da un’architettura imponente, fino al lato nord, dove era situato il Bazar imperiale, la piazza era un’arena occupata da intrattenimenti e da commerci tra persone provenienti da tutti gli angoli del mondo. Esfahan era una tappa fondamentale lungo la Via della Seta.
Durante il giorno, gran parte della piazza era occupata dalle tende e dalle bancarelle dei commercianti, che pagavano un affitto settimanale al governo. C’erano anche animatori e attori. All’ingresso del Bazar Imperiale c’erano dei caffè, dove le persone potevano rilassarsi. Al crepuscolo, i bottegai mettevano via le loro merci, e il vociare dei commercianti e degli acquirenti desiderosi di contrattazione era sostituito da altri suoni: della piazza prendevano possesso dervisci, mimi, giocolieri, burattinai, acrobati e prostitute. Forse allora sì, che era un po’ come la Djemaa el Fna.
Ogni tanto la piazza veniva ripulita per le cerimonie pubbliche e le feste, soprattutto quella del Nowrouz, il capodanno persiano. Inoltre, lo sport nazionale persiano del polo poteva essere giocato nella Meidan, fornendo una fonte di intrattenimento allo Shah, residente nel palazzo Ali Qapu, e agli acquirenti occupati nelle contrattazioni.
Sotto Abbas, Esfahan divenne una città molto cosmopolita, con una popolazione residente fatta di turchi, georgiani, armeni, indiani, cinesi e un numero crescente di europei. Gli indiani erano presenti in numeri molto grandi, ospitati nei numerosi caravanserragli che sono stati a loro dedicati, e lavoravano principalmente come mercanti e cambiavalute. Gli europei erano qui come mercanti, missionari cattolici, artisti e artigiani.
Inoltre, molti storici hanno ragionato sul peculiare orientamento della Meidan. Quando si entra nel portale della Moschea dell’Imam si fa, quasi senza rendersene conto, una mezza svolta a destra che consente nella corte principale all’interno di guardare verso la Mecca. Se l’asse della piazza fosse stato coincidente con la direzione della Mecca, la cupola della moschea sarebbe stata nascosta alla vista dal torreggiante ingresso-portale. Con la creazione di questo angolo, le due parti dell’edificio, l’ingresso-portale e la cupola, sono entrambe visibili da tutti all’interno della piazza.

La prima visita, per noi, è quella alla Moschea dell’Imam, che condivide il nome con la piazza. Anch’essa quindi, già Moschea dello Shah, è diventata Moschea dell’Imam dopo la rivoluzione islamica.
Eretta nel 1629, la moschea è riconosciuta come uno dei più grandi capolavori dell’architettura persiana. Fu voluta da Abbas I il Grande, che nel 1611 ordinò l’inizio dei lavori. A quel tempo lo Shah aveva già compiuto 52 anni; per permettergli di vedere compiuta la sua opera si introdusse per la prima volta in Iran la tecnica delle piastrelle già dipinte da assemblare poi secondo il modello prestabilito. Precisamente, se si guarda il portale dell’iwan, sul lato sinistro la lavorazione è a intarsio, sul lato destro è fatta a piastrelle. Tramite questa innovazione già nel 1629 (18 anni dopo dall’inizio dei lavori) la moschea fu praticamente terminata, anche se i lavori si protrassero fino al 1638.
La pianta asimmetrica della moschea è dovuta a un doppio allineamento: il portale è orientato verso la piazza in direzione opposta alla porta Qeysarieh ossia la porta del Bazar di Esfahan, la moschea invece in direzione della Mecca.
Il portale dell’edificio è alto 30 metri ed è decorato da mosaici raffiguranti motivi geometrici, floreali e calligrafici; è affiancato da due minareti di 42 metri. Tutte le mura dell’edificio sono decorate con tessere di mosaico di sette colori. La porta di accesso, in legno ricoperto da strati di oro e argento, è decorata con alcuni poemi scritti in caratteri calligrafici nasta’liq. Sopra una finestra reticolata è raffigurato un vaso, con ai lati due pavoni. Secondo la credenza musulmana sciita, il pavone tiene lontano il diavolo. Per i romani era l’uccello di Giunone, simbolo di bellezza e di immortalità. Anche in questo caso, quindi, i persiani sarebbero arrivati prima.
La moschea è dotata di quattro iwan, dei quali il più grande è quello che indica la direzione della Mecca. Dietro di esso si apre uno spazio ricoperto dalla più grande cupola della città, alta 52 metri (il santuario principale). L’edificio contiene due madrase, due scuole coraniche.
Alì ci racconta che quello che chiamiamo “arabesco” deriva in realtà da un motivo sasanide. E ti pareva che ci fosse qualcosa che avevano inventato gli arabi e non i persiani… di sicuro gli uni e gli altri, per motivi religiosi, nelle moschee non potevano rappresentare figure umane o animali. “Maledetto il pittore che ha voluto copiare l’opera di Dio” – dicevano i dotti musulmani. E per questo sia gli arabi che i persiani hanno sviluppato in maniera incredibile i motivi geometrici e calligrafici. Alì da giorni sta cercando di convincerci che tutto quello che di bello esiste al mondo, gira gira, l’hanno inventato i persiani, e c’è quasi riuscito ormai, ma ogni tanto ci sorge qualche margine di dubbio.
Molto bello il mihrab, affiancato da un minbar in alabastro. Fu forse ispirato da questo mihrab che Italo Calvino scrisse:
«Il mihrab è la nicchia che nelle moschee indica la direzione della Mecca. Ogni volta che visito una moschea, mi fermo davanti al mihrab e non mi stanco di guardarlo. Quello che m’attira è l’idea d’una porta che fa di tutto per mettere in vista la sua funzione di porta ma che non s’apre su nulla; l’idea di una cornice lussuosa come per racchiudere qualcosa d’estremamente prezioso, ma dentro alla quale non c’è niente».

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All’interno della moschea, ci capita anche di assistere a una preghiera cantata di grande suggestione. Il muezzin invoca Dio con gli occhi chiusi e le mani sulle tempie, come per concentrarsi e isolarsi da quello che c’è intorno, da noi e dalle nostre fotocamere, forse anche dalla nostra mancanza di fede e spiritualità.

 

Proseguiamo visitando il palazzo Alì Qapu, la Porta di Alì. Alì, ancora lui!
La parola Qapu deriva dalla lingua turca e significa “Soglia Reale”. Il palazzo venne eretto agli inizi del XVII secolo su ordine dello Shah Abbas I il Grande, che lo utilizzò per gli incontri con i visitatori importanti e con gli ambasciatori. L’edificio, a pianta rettangolare, si sviluppa su sei piani (per circa 38 metri di altezza) ed ha una vasta terrazza nella sua parte frontale, coperta con un soffitto di legno intarsiato sostenuto da alte colonne lignee.
All’interno del palazzo vi sono ricchi affreschi di Reza Abbasi (il pittore di corte di Abbas I) e della sua scuola, con numerosissimi motivi a soggetto naturalistico. Le porte e le finestre del palazzo erano in origine estremamente decorate, ma esse vennero quasi tutte saccheggiate o distrutte durante i periodi di anarchia sociale che si sono succeduti nei secoli, con l’eccezione di un’unica finestra al terzo piano.
Abbas II era entusiasta della perfezione di Ali Qapu e volle lasciare un segno con la costruzione della grande sala che si trova al terzo piano. Sorretta da 18 colonne ricoperte da specchi, la sala presenta un mirabile soffitto decorato da grandi affreschi.
Al sesto piano del palazzo si tenevano i ricevimenti reali e i banchetti. Qui si trovano le stanze più grandi di tutto il palazzo, con quella dedicata ai banchetti che abbondava in stucchi rappresentanti vasi e coppe di tutte le forme. Qui si trova anche la cosiddetta sala della musica, senza dubbio la più spettacolare, dove gruppi musicali e solisti erano soliti suonare e cantare. Tutte le decorazioni intagliate sono a tema musicale, con dei vuoti fatti per esaltare l’acustica della sala. Ed è qui che incontriamo una scolaresca iraniana, formata tutta da ragazze, guidate dalla loro insegnante di inglese. Lei ha veramente un inglese perfetto, con un accento solo leggermente più americano che british, ma anche le ragazze sono molto brave. Sono attirate soprattutto da chi tra noi ha gli occhi chiari. Qui non sono molto comuni, ci spiega sorridendo l’insegnante, e quindi per loro rappresentano qualcosa di bello ed “esotico”. Per noi, invece, sono molto belli i loro espressivi occhi neri. È normale che sia così. I selfie si sprecano, quindi.

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Prima di pranzo abbiamo due momenti dedicati ad attività e prodotti tradizionali, che fanno parte comunque della cultura iraniana. Sono “consigli per gli acquisti”, ma c’è anche la possibilità di apprezzare l’aspetto artistico di questi oggetti e di comprenderne le radici storiche. Il primo appuntamento è in una gioielleria che è l’apoteosi del turchese, la pietra nazionale persiana, dove ci insegnano a distinguere il vero turchese iraniano da quello egiziano che, manco a dirlo, è di qualità inferiore. E poi nella bottega di un miniatore, che possiamo ammirare all’opera.
Oggi abbiamo deciso di fare un pranzo veloce, per sfruttare tutta la giornata al massimo possibile. Entriamo in un piccolo bar-pasticceria, dove ci facciamo un succo di melograno con dei dolci di pasta sfoglia. Il melograno è tra le cose buone create da Dio e cresce nel giardino del paradiso, si legge nel Corano. Anche nell’ebraismo è tenuto in gran conto: è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia tra quelli prodotti dalla Terra promessa, simbolo di ricchezza e fertilità, onestà e correttezza.
Molti di noi, poi, hanno nello zaino un po’ di frutta presa dal ricco buffet della colazione. Io ho un’arancia. Me la sto gustando seduto su una panchina della Naqsh-e Jahan, quando mi si avvicina Mansour, che come sempre vuole darmi il benvenuto nella sua città. Avrà circa quarant’anni. Mi chiede se sono della Repubblica ceca, perché ha visto un gruppo di cechi e pensa che sia con loro. No, dico, sono italiano, sono con un altro gruppo. Spiego che prevalentemente siamo di Milano e dintorni. Lui sa che Milano è la “capitale economica” d’Italia, e vuol sapere se anche da noi c’è turismo. Dico che ce n’è, per la moda e il design, e comunque un po’ di arte e di cultura ce l’abbiamo anche noi. Gli spiego che giro abbiamo fatto, poi facciamo un po’ di confronti tra cucina iraniana e cucina italiana. Mi spiega che lui lavora in un negozio, gestito da un suo amico. Vorrebbe viaggiare, ma purtroppo finora non è mai uscito dal paese. Lo saluto, perché devo andare all’appuntamento con il gruppo, e ci augura buona permanenza.
Dobbiamo visitare un’altra importante moschea, la Moschea dello sceicco Lotfollah che è uno dei capolavori architettonici dell’architettura safavide iraniana, sul lato orientale della piazza.
La costruzione della moschea, iniziata nel 1603, fu terminata nel 1619. Fu costruita dal capo architetto Shaykh Bahai, durante il regno di Shah Abbas I della dinastia safavide.
Dei quattro monumenti che hanno dominato il perimetro della Piazza Naqsh-e Jahàn, questo è stato il primo ad essere costruito.
Lo scopo di questa moschea era d’essere una moschea privata della corte reale, a differenza della Moschea dello Shah, che è stata pensata per il pubblico. Per questo motivo, la moschea non ha minareti ed è di una dimensione più piccola. Ma come stile è addirittura superiore alla Moschea dello Shah. Prende il nome di Sheikh Lotfollah, un famoso mullah che fu la guida della comunità religiosa.
Come nella Moschea dello Shah, la facciata inferiore della moschea e l’ingresso sono costruiti in marmo, mentre le piastrelle a mosaici policromi decorano le parti superiori della struttura.
L’orientamento nord-sud della Meidan, come già detto, non è in accordo con la direzione sud-ovest della Mecca, ma è a 45 gradi rispetto ad esso. Questa caratteristica, chiamata pāshnah in architettura persiana, fa sì che la base della cupola non sia direttamente dietro l’iwan d’ingresso. La cupola è di 13 m di diametro, con la parte esterna riccamente ricoperta di piastrelle.
Rispetto alla Moschea dello Shah, l’architettura di questa moschea è abbastanza semplice, non c’è cortile e non ci sono iwan interni. In contrasto con la semplice struttura, la decorazione sia dell’interno che dell’esterno è estremamente complessa. Nella sua costruzione sono stati utilizzati i migliori materiali e impiegati gli artigiani più talentuosi.
Il “pavone” disegnato al centro della cupola è una delle caratteristiche uniche della moschea. Se ti trovi all’ingresso della sala interna e guardi al centro della cupola, vedi un pavone, la cui coda è composta dai raggi del sole provenienti dal foro nel soffitto. Un pavone con la coda di luce. Ritorna ancora il pavone, quindi, simbolo di bellezza e di immortalità oltre che protezione dal demonio. Lo scopo estetico del lungo, basso e cupo passaggio che porta alla camera della cupola diviene evidente, perché è con un senso di attesa che si entra nel Santuario, dove la cupola colpisce per la sua imponenza e l’oscurità viene dissipata.
Le iscrizioni della Moschea riflettono le questioni che preoccupavano lo Shah al tempo della costruzione, vale a dire la necessità di definire lo sciismo duodecimano (dei dodici Imam) in contrasto con l’Islam sunnita, e la resistenza persiana all’invasione ottomana. È proprio nel periodo safavide che lo sciismo diventa religione di stato. L’iscrizione eseguita in piastrelle bianche su fondo blu sul tamburo esterno della cupola, visibile al pubblico, si compone di tre sure (capitoli) del Corano: al-Shams (91, Il sole), al-Insan (76, Uomo) e al-Kauthar (108, Abbondanza). Le sure sottolineano la giustezza di un’anima pura e il destino all’inferno di chi rifiuta la via di Dio, molto probabilmente riferendosi ai turchi.
Entrando nella camera della preghiera, ci si confronta con le pareti ricoperte di piastrelle blu, gialle, turchese e bianche con motivi ad arabeschi intricati. Intorno al mihrab vi sono i nomi dei dodici Imam sciiti, e l’iscrizione contiene i nomi di Sheikh Lotfollah, Ostad Mohammad Reza Isfahani (l’ingegnere), e Baqir al- Banai (il calligrafo).

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Lasciata la moschea, ci dirigiamo verso il Palazzo delle Quaranta Colonne (Chehel Sotoun); è un padiglione persiano nel mezzo di un parco, in fondo a una lunga piscina, costruito da Shah Abbas II e utilizzato per il suo svago. In questo palazzo, Shah Abbas II e i suoi successori avrebbero ricevuto dignitari e ambasciatori, sia sulla terrazza che nei saloni signorili. Il nome è stato ispirato dalle venti sottili colonne di legno che sostengono il padiglione d’ingresso e, quando si riflettono nelle acque della piscina, si dice che sembrino essere quaranta, anche se noi non le vediamo riflesse, forse non è l’ora giusta.
Il palazzo, con il suo giardino, è tra i 17 siti patrimonio UNESCO dell’Iran: di questi 9 sono giardini. Va detto che la parola “paradiso” deriva dal persiano pardis che significa, indovinate un po’, giardino.
L’esistenza dell’edificio è documentata sin dal 1614, tuttavia un’iscrizione parla della fine dei lavori di costruzione nel 1647, sotto Abbas II. L’edificio venne poi ricostruito a causa di un incendio scoppiato nel 1706. Durante l’invasione afgana nel XVIII secolo gli affreschi vennero ricoperti di calce come segno di disapprovazione per lo sfarzo della corte, pur tuttavia si sono ben conservati.
Il padiglione è costruito secondo lo stile del portico colonnato di epoca achemenide. È composto da un ingresso coperto da colonne scanalate e un soffitto a cassettoni con decori e intarsi.
Il Grande Salone o Sala del Trono è una sala decorata da affreschi e dipinti su ceramica. La parte superiore è decorata da affreschi di soggetto storico di grandi dimensioni che raffigurano la vita di corte in epoca Safavide nonché alcune grandi battaglie. Alcune pitture risentono dell’influenza europea, altre mantengono lo stile delle miniature persiane.

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Tutto intorno al palazzo e ai suoi giardini, appesi alla recinzione, decine di cartelloni gialli riportano brani del Corano, in bella grafia e con la traduzione in inglese, a mo’ di lezione o di ammonimento: “Allah è il supremo guardiano e dispensatore di pietà”. “Voi dovete competere in bontà”. “Obbedite ad Allah e al suo messaggero, solo così potrete ottenere pietà”. “Pregate regolarmente, perché davvero la preghiera impedisce all’uomo di compiere atti indecenti e vergognosi”. “Dì, o messaggero, agli uomini credenti di non fissare una donna negli occhi e di avere il controllo dei loro desideri carnali”. “Evitate il troppo sospetto, perché in certi casi il sospetto stesso è un peccato”. È abbastanza inquietante, se si pensa a come questi messaggi sono stati a volte tradotti nella pratica, in passato e ancora oggi. Mi torna in mente una scheda di Amnesty International che Azar Nafisi cita come esempio di uno dei tanti, un ragazzo giustiziato nel 1982 con questi capi di imputazione: “Soggetto occidentalizzato, e cresciuto in una famiglia occidentalizzata; ha soggiornato troppo a lungo in Europa per i propri studi; fuma sigarette Winston; mostra tendenze sinistrorse”.

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Nel frattempo sono quasi le cinque e, considerato che anche oggi è una giornata molto calda, ci sta bene una pausa in una sala da tè che fonde sapientemente lo stile tradizionale con scelte di design più improntate al modernariato. È impressionante il numero di quadri, lampade, piatti, vasi, brocche e oggetti di ogni tipo che dilagano ovunque, tappezzando le pareti e penzolando dal soffitto.

Passando e ripassando dalla piazza ci si accorge che è viva perché, sul prato verdissimo e intorno alla grande vasca d’acqua, brulica di gente che, seduta su una stuoia, chiacchiera, fa spuntini, beve tè, contornata da bambini che corrono e si bagnano nella vasca.

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Un bel giro al bazar, ad assaggiare e a comprare pistacchi, zafferano, spezie e chi più ne ha più ne metta. E poi si torna in albergo a riposare un po’ prima di cena.
Usciamo a piedi per andare a cena al Partikan Restaurant e Franca, senza pensarci, con un gesto naturale di amicizia, mi prende a braccetto. Facciamo qualche passo così e poi subito bruscamente si stacca: “Oddio, pensa cos’abbiamo rischiato. E se ci vedevano? Io non ci ho proprio pensato!”. Un po’ scherziamo, naturalmente, ma gli iraniani non possono permettersi tanto di scherzare. Un buon musulmano, secondo i precetti più rigidi, può toccare una donna solo se è sua madre, sua sorella o sua moglie. È capitato anche a noi, anche se non sempre, che persone dell’altro sesso, magari scusandosi, non ci dessero la mano. Ora non c’è più il cieco furore dei primi anni ’80, ma è meglio stare sempre attenti, se non sai chi hai di fronte o chi ti sta guardando. Per noi è difficile accettarlo, ma è così.
A cena il solito clima conviviale si interrompe per qualche minuto perché c’è una decisione da prendere; spesso, in questi giorni, abbiamo messo ai voti piccole scelte quotidiane. Marco, anche se ogni tanto ci chiede il gesto dell’indice piegato, è un despota illuminato, un po’ come Dario e Ciro. Stavolta dobbiamo decidere come gestire un incontro che domani, secondo il programma, dovremmo avere con un rabbino della comunità ebraica di Esfahan. Il punto che potrebbe risultare un po’ critico è che ci chiede un’offerta obbligatoria per la comunità, minimo 10 euro a testa. Per una questione di principio questa richiesta infastidisce molti, e devo dire che anche a me non piace particolarmente; però, dato che l’opportunità di sentire da lui se la pratica della religione ebraica è davvero tollerata come dicono, e come vive una comunità ebraica nella Repubblica Islamica, mi sembra molto interessante, sono disposto a passarci sopra. Altri, invece, esprimono posizioni di maggiore chiusura. Alla fine troviamo un compromesso un po’ democristiano, e cioè si decide che Alì, a nome del gruppo, dovrà contrattare per ottenere almeno uno sconto a 5 euro. Così, giusto per fargli capire che la cosa non ci piace. In realtà, poi, il problema si risolverà da solo perché il rabbino, per sopraggiunti impegni, non ci può incontrare comunque.

 

Giovedì 12 aprile 2018

La seconda giornata a Esfahan inizia con la visita alla Moschea Jameh; anche qui, e come dubitarne, c’è una moschea del venerdì, una moschea congregazionale. Ma questa è davvero speciale. Sorge in una zona che oggi è periferica, a due passi da uno svincolo sotto un sottopasso intasato di fumi e gas di scarico. Ma mille anni fa questo era il centro della città, ben lontano da quella che nel ‘600 divenne Naqsh-e Jahan. Da qui inizia lo sterminato bazar che arriva proprio fino alla grande piazza.

La Moschea del Venerdì di Esfahan è probabilmente l’espressione architettonica più importante della dominazione selgiuchide in Persia (1038-1118), ma ci furono molte aggiunte nei secoli successivi. Dal 2012 è divenuta anche un bene protetto dall’UNESCO.
Nel 1051 Esfahan divenne la capitale dei selgiuchidi, giunti dall’Asia centrale nell’XI secolo. Di fede sunnita, essi miravano alla restaurazione del califfato abbaside. La potenza dell’Impero selgiuchide trovò concreta manifestazione in una serie di edifici, dei quali il più importante era la moschea.
I Selgiuchidi progettarono il centro della città e la piazza in prossimità della preesistente moschea del Venerdì, che esisteva già almeno dal IX secolo. Del primo nucleo architettonico della moschea sono sopravvissute le due grandi cupole a nord e sud, mentre le restanti parti sono andate distrutte in un incendio nel XII secolo. Nel 1121 venne ricostruita e nel corso del tempo ogni sovrano diede il proprio contributo attraverso degli ampliamenti.
La pianta della moschea si sviluppò da quella originaria, che prevedeva un cortile interno di forma regolare circondato da sale di preghiera provviste di colonne a sezione circolare che sostenevano il soffitto in legno. Il nuovo progetto prevedeva una pianta con quattro iwan, attuata nel XII secolo con l’edificazione/aggiunta degli iwan, della sala con cupola sud-occidentale affiancata da due minareti, della sala settentrionale con cupola. Tra tutte le aggiunte e ricostruzioni successive vi è la serie di archi su due livelli intorno alla corte (datati 1447), che hanno rimpiazzato la precedente serie unificando gli elementi del cortile in un unico spazio. Al centro del cortile principale si trova una fontana per le abluzioni che ricalca il modello della Kaaba della Mecca. La struttura si estende per oltre 20.000 m² di superficie.
Le due cupole hanno diverse tipologie di decorazioni. In quella meridionale sono rintracciabili ancora tracce di ornamenti in stucco, mentre la cupola settentrionale è prevalentemente decorata da disegni integrati nella struttura, costituiti da mattoncini. I loro diversi gradi di rilievo e disposizioni creano una vasta gamma di disegni. Questo linguaggio decorativo manca nella cupola meridionale, costruita su una struttura preesistente. L’incongruenza tra vecchio e nuovo è evidente anche a livello strutturale, confrontando la massiccia struttura originaria, con pilastri doppi e archi a curvature diverse, con la nuova concezione costruttiva, decisamente più leggera.
Come parte del processo di ricostruzione della moschea danneggiata, Nizam al-Mulk, visir di Abu al-Fath Malik Shah, ordinò nel 1086 la costruzione di una sala con cupola (avente lati di 15 metri e un’elevazione di 30 metri) nell’ala di sud-ovest. La cupola, rinforzata da nervature, poggia su muqarnas, a loro volta sostenuti da un muro portante e da otto pilastri, appartenenti alla vecchia moschea.
Commissionata da Taj al-Mulk (successore di Nizam e principale consigliere della madre di Malik Shah), la cupola di nord-est fu costruita nel 1088-9 per conto di Terken Khatun (moglie di Malik Shah e figlia del sultano Tamghach Khan). A causa della posizione distaccata della struttura dal resto del complesso è stato ipotizzato che l’area venisse utilizzata come spazio privato di preghiera, zona riservata alle donne o anche come biblioteca. Di dimensioni più contenute e collocata sullo stesso asse longitudinale della cupola meridionale, la cupola settentrionale poggia su piloni disposti a formare uno spazio quadrato, con una zona ottagonale di transizione sormontata da quattro volte. Al di sopra delle volte troviamo sedici archi (quattro per lato) che sostengono il tamburo della cupola. Quest’ultimo presenta alla base iscrizioni religiose. Dieci doppie nervature ascendono dal tamburo della cupola inscrivendo un pentagono. Questa componente architettonica è considerata dagli storici dell’architettura un tentativo di Taj al-Mulk di costruire una cupola più alta di quella del suo rivale Nizam al-Mulk, quella meridionale.
I quattro iwan non sono tutti di uguale importanza e tale fatto è reso evidente dalle loro diverse dimensioni, strutture e decorazioni. Gli iwan orientale e occidentale sono costruiti con tecniche analoghe e nello stesso periodo, presentano elementi architettonici tardo-safavidi. L’iwan meridionale è indubbiamente il più importante dei quattro. Al di sotto dell’iwan sono state trovate colonne e basamenti della moschea originaria. I muqarnas sono di epoca mongola mentre i mosaici sulle pareti e sui minareti sono del XV secolo.
Presso la sala del Sultano Uljeitu, accanto all’iwan occidentale, si trova il miḥrab di Uljeitu, del 1310. La costruzione presenta una complessa composizione in stucco costituita da iscrizioni tridimensionali che si fondono con intagli floreali e geometrici. Il miḥrab è costituito da un arco esterno all’interno del quale è inscritto un arco più piccolo, la cui altezza e profondità sono pari alla metà del primo.
La Sala d’inverno è un ambiente adiacente alla sala del Sultano Uljeitu ed è utilizzata nel periodo invernale, essendo particolarmente protetta; è illuminata da una tenue luce dal soffitto al centro delle volte. La sala venne costruita dai timuridi nel 1448.
Usciamo con negli occhi una serie infinita di immagini di una perfezione unica: ogni parte è di un’epoca diversa e di uno stile diverso, ma tutte sono un’esaltazione della bellezza della creazione artistica.

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Ci spostiamo verso il quartiere armeno, per visitare la Cattedrale di Vank (Vank significa monastero in armeno) o “Cattedrale di San Salvatore d’Esfahan”, le cui pareti sono interamente decorate con dipinti ad olio.
Dopo la guerra tra la Persia safavide e l’Impero Ottomano nel periodo 1603-1605, gli armeni iniziano ad arrivare in Iran alla ricerca di una nuova vita nel regno del re safavide Shah Abbas I. Dal 1604, lo Shah Abbas attuò una politica di “terra bruciata” nella regione armena, per proteggere le sue frontiere nord-occidentali, con il reinsediamento forzato di circa 300.000 armeni in Iran. Molti vennero trasferiti nel quartiere chiamato Nuova Julfa, ad Esfahan. Migliaia di armeni morirono durante il viaggio. I sopravvissuti godettero di una grande libertà religiosa a Nuova Julfa. Al loro ingresso in Iran, i rifugiati armeni iniziarono la costruzione di chiese e monasteri. Gli armeni sono cristiani ortodossi e, ci ricorda Alì, sono monofisiti, cioè credono che Gesù abbia solo la natura divina e non quella umana. Ed ecco che nel 1606 nacque a Nuova Julfa il primo monastero che comprendeva una piccola chiesa, che venne poi ampliata e trasformata nella magnifica cattedrale di Vank, costruita circa 50 anni dopo e completata nel 1664. Include un campanile, costruito nel 1702, una tipografia fondata dal cardinale Khachatoor, una libreria inaugurata nel 1884 e un museo aperto nel 1905.
L’architettura dell’edificio è unica al mondo perché è una commistione tra l’arte safavide del XVII secolo e lo stile di alte arcate delle chiese cristiane. Gli armeni, ci racconta Alì, furono fin da subito autorizzati a costruire le loro chiese, purché assomigliassero a delle moschee, per non dare troppo nell’occhio. E infatti l’edificio ha una cupola simile a quella delle moschee, e secondo gli studiosi ha influenzato e ispirato la costruzione di molti altri luoghi di culto cristiani in Iran e in Mesopotamia.
Un’altra caratteristica coerente con la vita degli armeni in terra persiana è che, mentre in Armenia le chiese sono molto decorate all’esterno, qui sono pulite ed essenziali fuori e ricche di decorazioni dentro. L’interno è rivestito con grandi affreschi: La creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la morte di Abele, la nascita di Gesù, l’Ultima Cena, la Crocifissione e l’Ascensione. La cupola centrale verniciata delicatamente in blu e oro raffigura la storia biblica della creazione del mondo e dell’espulsione dell’uomo dall’Eden. Il soffitto sopra l’ingresso è dipinto con motivi floreali delicati nello stile di miniatura persiana. Due sezioni di dipinti murali corrono lungo le pareti interne: la sezione superiore raffigura gli eventi della vita di Gesù, mentre la sezione inferiore raffigura le torture inflitte ai martiri armeni da parte dell’Impero Ottomano.
In fondo al cortile e dinanzi alla cattedrale vi è un edificio che ospita la libreria e il museo. La libreria contiene più di 700 antichi manoscritti rari in armeno ed in lingue europee, risalenti al medioevo. Il museo di Vank ospita un’unica e inestimabile collezione di oggetti riguardanti la storia della cattedrale e della comunità armena di Esfahan, incluso l’Editto del 1606 di Shah Abbas I che decretò la fondazione di Nuova Julfa e proibì l’intromissione di qualsiasi persona negli affari della comunità armena.
Ci sono molte copie antiche dei Vangeli e della Bibbia, tra cui una bibbia di soli 7 grammi realizzata da miniaturisti armeni, secondo gli studiosi la più piccola che esiste al mondo. Poi costumi dell’era safavide, tappeti, dipinti europei acquistati dai mercanti armeni nei loro viaggi, arazzi, ricami ed altri oggetti del patrimonio artistico iraniano-armeno. C’è perfino una preghiera in armeno scritta su un capello, che si guarda (facendo la fila) al microscopio!
Il museo ospita anche una completa collezione di fotografie, mappe e documenti turchi inerenti al genocidio armeno del 1915, quello che tuttora la Turchia nega o minimizza.

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Passeggiando per il quartiere armeno, troviamo anche un bar che è dotato della macchina per fare il caffè espresso, che è una rarità in Iran, e lo fa anche buono. Finora è capitato di bere caffè a colazione o in altre occasioni, ma quasi sempre è caffè solubile. In Iran non c’è una grande cultura del caffè. Si beve molto più tè (chay) che caffè. Si dice che il caffè si beve ai funerali. Infatti, dire che si vuole bere il caffè di qualcuno è un’espressione idiomatica, significa che non si vede l’ora di andare al suo funerale.
Andiamo poi a pranzare in un locale del quartiere armeno che si chiama Partak e fa una pizza più che dignitosa. Ma perché? Perché la pizza, non ve lo sto neanche a dire, l’hanno inventata i persiani! Alla fine Franca tenta, con autoironica civetteria, di sedurre i pizzaioli e i camerieri, che sono tutti ragazzi giovani e di bell’aspetto e sembrano molto allenati a farsi fotografare. Si mettono in posa come modelli consumati.

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Il programma del pomeriggio prevede innanzitutto i mitici ponti di Esfahan, che sono un altro degli elementi caratteristici che rendono unica questa città. Certo che vederli con l’acqua però farebbe un altro effetto. Da anni ormai una diga ha deviato verso zone agricole il corso del fiume Zayandeh-Rud, che è quasi sempre in secca. Bisogna essere proprio fortunati per vedere il fiume scorrere in città, e noi non abbiamo questa fortuna. I ponti, ciononostante, mantengono intatta la bellezza delle loro architetture e, almeno in parte, la loro funzione sociale come luoghi di aggregazione dove, all’ombra dei padiglioni dipinti, si viene a chiacchierare, a sorseggiare il tè o a fumare il narghilè. Sono undici i ponti, in totale.
Il primo ponte che vediamo è il ponte Si-o-se Pol, il ponte dei 33 archi, capolavoro dell’architettura persiana costruito dallo Shah Abbas I in epoca safavide, all’inizio del XVII secolo. Aveva lo scopo principale di collegare la parte musulmana della città con il quartiere armeno. Lo stesso Shah Abbas aveva l’abitudine di sedersi sul ponte ad ammirare il panorama.
Poi il ponte Khaju, costruito da Shah Abbas II intorno al 1650, sulle fondamenta di un ponte vecchio preesistente. Serve sia come ponte che come diga e collega il quartiere Khaju, sulla riva nord, con il quartiere zoroastriano oltre il fiume. La struttura è stata originariamente decorata con piastrelle e dipinti, ed è stata utilizzata come sala da tè.
Il ponte Khaju ha 24 arcate, è lungo 110 metri e largo 12. Le iscrizioni suggeriscono che è stato restaurato nel 1873. È un ponte che regola il flusso di acqua del fiume, tramite paratoie disposte sotto i suoi archi. Quando le paratoie sono chiuse, il livello dell’acqua dietro il ponte viene sollevato per facilitare l’irrigazione dei tanti giardini lungo il fiume.
Al livello superiore del ponte, il corridoio centrale è stato utilizzato da cavalli, carri e dai pedoni su entrambi i lati. I padiglioni ottagonali nel centro del ponte, sia in basso che ai lati, forniscono punti di osservazione per ammirare una vista notevole, o almeno così dev’essere quando c’è l’acqua. Il livello più basso del ponte può essere raggiunto dai pedoni e rimane un luogo ombreggiato e popolare per il relax.

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Ci rimane ancora un’ultima perla di Esfahan da vedere: il padiglione Hasht Behesht (o degli Otto Paradisi), un’altra meraviglia safavide.
Consiste in due gruppi di quattro camere ottagonali, gli otto paradisi. Questi s’innestano attorno ad un ottagono centrale abbellito da una magnifica cupola a lanterna. Le stanze superiori e la lanterna conservano in parte i colori originali, sfarzosi e scintillanti, su tutti l’oro, il rosso e il blu cobalto. Il Padiglione del Piacere era inserito nel Giardino degli Usignoli, attraversato da canali che si intersecavano sotto il padiglione centrale. Anche qui la vegetazione, l’acqua e il cinguettio degli uccelli, uniti alla bellezza degli affreschi, anticipavano in terra le gioie del paradiso.

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Dopo una breve pausa per una doccia e un riposino, il pomeriggio continua con un po’ di tempo libero, che possiamo sfruttare a piacimento. C’è chi, come Alberto e Silvana, sceglie di approfittare dei massaggi offerti dal nostro hotel, e c’è chi, come quasi tutto il resto del gruppo, si dedica ancora al coté commercial-culturale. E cosa si può acquistare, se non quello che c’è di più legato alla cultura persiana, quello che è persiano per antonomasia? A questo punto le possibilità sono sostanzialmente due: un gatto o un tappeto. Avrete già capito che propendiamo per la seconda ipotesi. Fondamentalmente quelli decisi all’acquisto sono Marco e (soprattutto) Ingela. Già, perché lui le ha già fatto un regalino, ma ora gli tocca quello vero. E affronta la prova con la consueta eleganza ed ironia, con tutti noi che fungiamo un po’ da gruppo di supporto psicologico per lui e un po’ da istigatori di Ingela, che peraltro non ne ha troppo bisogno.
Entriamo nel negozio di Majid Esmaili, il più noto e qualificato commerciante di tappeti di Esfahan, che con grazia e abilità ci fa da anfitrione e ci spiega, in sintesi, i segreti dell’arte della tessitura dei tappeti.
Prima di tutto bisogna distinguere tra tappeti e kilim. La differenza sostanziale è che i kilim non sono annodati, quindi hanno solo trama e ordito. Poi le due grandi categorie sono quelle dei tappeti dei nomadi e dei tappeti di città. Il disegno dei tappeti dei nomadi è realizzato a memoria, sulla base della fantasia del tessitore. Il telaio è orizzontale e i disegni sono al 99% geometrici. I kilim sono una prerogativa dei nomadi. I kilim più belli vengono dalla zona di Kerman, nel sudest. Ognuna delle tante tribù che compongono il mosaico iraniano ha un suo stile nel tessere tappeti. I tappeti di città, invece, hanno disegni più ricercati e contengono figure, come il cipresso, che è simbolo di lunga vita. Alcuni richiedono anche 18 mesi di lavoro. Quelli caratteristici di Esfahan sono solo in lana e seta, senza cotone. Tendenzialmente, un tappeto è tanto più bello quanto maggiore è il numero dei nodi: si può arrivare fino a 144 nodi.
La scelta è lunga e difficile, è anche un rituale che si perpetua nei secoli e che deve essere così. Richiede di vederne tanti, e di toccarne tanti, accarezzandone il vello tra un bicchiere di tè e l’altro. Per nostra fortuna Ingela è piuttosto decisa e Marco sufficientemente… rassegnato, anche se ovviamente hanno fissato un limite di spesa. Questi tappeti sono di una bellezza che personalmente non ho mai visto; non sono un grande esperto, ma avendo viaggiato abbastanza in Marocco per forza di cose tappeti ne ho visti, come anche in Turchia e in Palestina, ma nulla che si avvicini a questa perfezione. Io sono legato ai miei tappeti marocchini, ma più per il loro valore affettivo, perché mi ricordano un viaggio o perché mi sono stati regalati dalla mia “famiglia” marocchina e sono stati realizzati dalle donne di famiglia, come da tradizione berbera. Ma non divaghiamo. Questi sono oggettivamente di un altro livello, però non costano poco.
Fatta la faticosa scelta, si chiacchiera ancora un po’ con Majid e i suoi collaboratori, e mi sento chiedere come mai porto una sciarpa con i colori della Palestina. Non è proprio una kofiyah, che in questa stagione sarebbe impegnativa, ma un qualcosa di simile in versione ridotta. Mi sto accorgendo, in questi giorni, che devo rivedere le mie convinzioni sul sostegno che il popolo iraniano accorda alla causa palestinese. In effetti, non è la prima volta che mi chiedono di questa sciarpa, in tono non particolarmente benevolo. Ho capito, da quello che mi hanno detto, che in realtà la gente comune, in Iran, non è filopalestinese come si potrebbe pensare, un po’ perché i palestinesi sono a grande maggioranza sunniti e soprattutto perché la percezione è che il governo investa troppi soldi per finanziare la lotta dei palestinesi, con tutti i problemi economici che ci sono in Iran, specialmente adesso.

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Ci spostiamo in un altro negozio vicino, che vende tovaglie ricamate. Anche qui ci sono cose molto belle, a prezzi un po’ più abbordabili. E allora anch’io, che ero uscito con la ferma intenzione di guardare ma non comprare niente, mi lascio tentare e mi compro una tovaglia che adibirò alla funzione di copridivano.
Andiamo a cena in un locale frequentato da famiglie o gruppi di amici iraniani, soprattutto per feste e ricorrenze. Infatti c’è un gruppo che allieta la serata con un po’ di musica dal vivo, anche se il livello a dire il vero non è eccezionale, almeno per i miei gusti.
Anche stasera abbiamo mangiato veramente tanto, quindi usciamo con le migliori intenzioni di farci una bella passeggiata fino all’albergo. Peccato però che nel frattempo si è messo a piovere con una certa insistenza e la temperatura è scesa non poco, quindi quasi tutti preferiamo ripiegare su una corsa in taxi. A un certo punto, ci troviamo imbottigliati nell’ennesimo ingorgo e quindi il tassista fa un percorso alternativo, che si addentra in alcune strade secondarie. Incappiamo in qualcosa che sembra una festa di strada e che ci incuriosisce, ma purtroppo il tassista non ci sa dare delucidazioni in merito. Peccato, ma non avremmo comunque avuto tempo di fermarci, è meglio immagazzinare qualche ora di sonno perché domani ci aspetta un altro viaggio non breve fino a Kashan.

 

(Continua…)

In viaggio con Alì – 3

Capitolo 3: Yazd

Prima di me e di te notti e giorni molti son stati,
I giri grandi del cielo per qualche cosa son stati;
Dovunque poggi il piede, tu, sulla terra,
Quei grani di polvere pupille di belle fanciulle son stati.
(Omar Khayyam)

Domenica 8 aprile 2018

Partiamo verso nordest in direzione di Yazd, che è situata in un’oasi fra i deserti del Dasht-e Kavir e del Dasht-e Lut. Sono previste tra le cinque e le sei ore di viaggio.
Lungo il tragitto, la prima sosta è per visitare la prima capitale achemenide, Pasargade, che fu il centro del primo impero persiano durante il regno di Ciro il Grande, fondatore della dinastia.
Qui sorge anche la tomba di Ciro, che è il monumento più noto di Pasargade. Il sovrano venne sepolto qui dopo la sua morte, avvenuta nell’estate del 530 a.C.. Secondo diverse fonti letterarie circa due secoli dopo Alessandro il Grande ordinò un restauro della struttura. Gli archeologi non hanno tuttavia trovato tracce di questo restauro.
La parte inferiore è una piattaforma, alta 5 metri, la cui forma ricorda uno ziggurat mesopotamico. La parte superiore è divisa in due camere: una è la tomba reale, a pianta quadrata, l’altra è un attico. La funzione di questa seconda stanza è sconosciuta. La camera interna è larga 2 metri, alta 2 metri e lunga 3 metri. In passato conteneva un sarcofago d’oro, le armi del sovrano, i suoi gioielli e un mantello.
In passato la tomba era circondata da un portico. Questo era già crollato prima delle ricerche archeologiche, e molte sue pietre erano state riutilizzate per realizzare una recinzione nei pressi della tomba. Ciò che era rimasto del portico venne rimosso in seguito per creare un campo di atterraggio per elicotteri, costruito in occasione delle festività organizzate da Mohammad Reza Pahlavi per celebrare nel 1971 i 2500 anni della monarchia in Persia. Il portico in realtà era un’aggiunta risalente al primo quarto del XIII secolo.
Come altre strutture pre-islamiche la tomba era stata trasformata in moschea, e ribattezzata con un nome che la collegava a re Salomone: Qabr-e Madar-e Solaiman, ovvero la “moschea della madre di Salomone”.

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E qui Alì, anche questa volta in maniera molto appropriata, ci legge quello che dice il Cilindro di Ciro.
Nel 1879, durante gli scavi del tempio di Marduk, in Mesopotamia, fu scoperto un cilindro di argilla cotta di 22 cm. La sua iscrizione cuneiforme, di 45 righe, una volta decifrata, risultò essere una dichiarazione che garantiva la liberazione delle genti conquistate, emanata da Ciro II, conosciuto come Ciro il Grande, dopo la sua conquista di Babilonia.
Ciro attuò nel suo vasto impero caratterizzato da diverse lingue, fedi e culture una politica tollerante e liberale per quei tempi; permise tra l’altro agli Ebrei deportati a Babilonia, dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. ad opera del re babilonese Nabucodonosor, di rientrare in Palestina e di ricostruire il loro tempio. Per questo Ciro fu considerato dal profeta Isaia come un messia, consacrato dal Signore per una missione di liberazione del popolo ebraico e citato nell’Antico Testamento.
Il Cilindro di Ciro (539 a.C.) è oggi considerato come la prima carta dei diritti umani nella storia dell’umanità. Da Babilonia, l’idea dei diritti umani si diffuse rapidamente in India, in Grecia ed infine a Roma. Solamente più di mille anni dopo, la Magna Charta, documento siglato nel 1215 da re Giovanni d’Inghilterra, sancì nuovi diritti individuali.
Le clausole del Cilindro di Ciro, il cui originale è conservato al British Museum a Londra, e una copia del quale è esposta al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, nonostante siano state oggetto di alcune controversie sulla loro traduzione e interpretazione, sono riprese nei primi quattro articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nella voce di Alì si sente risuonare l’orgoglio persiano.
“Io sono Ciro, Re del mondo, grande Re, potente Re, Re di Babilonia, Re della Terra di Sumer e Akkad, Re dei quattro angoli della terra, figlio di Cambise, grande Re, Re di Anshan, nipote di Ciro, grande Re di Anshan, discendente di una infinita linea reale…
Quando io ben disposto entrai a Babilonia, fondai la mia residenza sovrana nel palazzo reale in mezzo a giubilo e felicità… Le mie numerose truppe marciarono pacificamente in mezzo a Babilonia. Non permisi a nessuno di impaurire la terra di Sumer e Akkad. Io li sollevai da un giogo non appropriato per loro.
Restaurai le loro dimore dilapidate. Misi fine alle loro sfortune… Da … alle città di Ashur, Sua, Eshnuna, le città di Zamabn, Meurnu, Der, fino alla regione lontana di Gutium, le città sacre oltre il Tigri, i cui santuari rimasero in rovina per un lungo periodo, gli dei la cui residenza è in mezzo a loro io riportai nei loro luoghi e alloggiai in santuari eterni. Io riunii insieme tutti i loro abitanti e li ristabilii nelle loro abitazioni…”
Appena ieri siamo stati tutti dariani, ma oggi come non diventare tutti ciriani, o ciristi, o cirini? Ragazzi, questi re persiani sono uno meglio dell’altro. Bisogna trovare un nuovo nome al partito, che metta insieme Dario e Ciro. Ci penseremo. Del resto, nella migliore tradizione della sinistra, come farsi mancare un cambio di nome? E se no, meglio ancora, ancora più coerentemente con la nostra storia, ci scindiamo: seguaci di Dario e seguaci di Ciro. Sempre meglio che Renzi e Bersani, con tutto il rispetto.
Comunque non siamo certamente i primi a volerci inventare discepoli di Ciro. Anche lo Shah voleva farsi costruire il mausoleo vicino al suo, c’è ancora il basamento.
Ripartiamo e c’è un’altra sorpresa per noi. Per aiutarci a passare meglio la prossima ora e mezza – due ore di viaggio, sullo schermo del pullman si proietta Persepolis, il capolavoro di animazione di Marjane Satrapi. Un film che racconta con grazia e levità, nella forma di un’autobiografia tenera e ironica, ma a tratti anche graffiante, trent’anni di storia dell’Iran, dalla caduta dello Shah fino a una decina di anni fa (è datato 2007). Personalmente deve essere la quarta volta che lo vedo, ma è talmente bello che non si può non guardarlo. Per chi non lo aveva mai visto è anche un utile riassunto che ha dentro anche alcune cose non proprio notissime, per esempio le illusioni della sinistra iraniana, che sia pure per poco ha creduto che la rivoluzione khomeinista potesse avere un lato positivo nel suo carattere anticapitalistico; quella sinistra che poi fu oggetto di una persecuzione peggiore di quella dello Shah. Alla fine in diversi hanno gli occhi lucidi, e non può essere altrimenti. È un peccato che gli iraniani non lo possano vedere, se non rivolgendosi a qualche “spacciatore” di film proibiti.

Il film, come è naturale, scatena altre domande. E una discussione tra noi, che cominciamo a fare il punto delle cose che abbiamo sentito dire in questi primi giorni dagli iraniani.
La repressione del dissenso è ancora così feroce come si vede nel film? Sì e no. È meno plateale. Per esempio, mi aspettavo un controllo poliziesco molto più presente, più percepibile. Invece, esercito, polizia o i guardiani della rivoluzione con le loro uniformi verde scuro raramente li abbiamo visti. Forse perché abbiamo girato soprattutto in zone dove c’è turismo, quel poco che c’è ora, e lì l’Iran non può permettersi di dare un’immagine negativa. Il regime, lo abbiamo già detto, cerca di concedere qualcosa di marginale per mantenere il controllo sulle cose che contano. Anche all’estero, dopo l’accordo sul nucleare, bisogna dare l’immagine di un sistema che sta cercando di riformarsi, sia pure gradualmente. Ma è la realtà? Abbiamo sentito parlare anche di gente che sparisce, tuttora. Il problema centrale, questo lo sanno un po’ tutti, è che Rouhani, ammesso che sia davvero un moderato, conta pochissimo, e il parlamento ancora meno. Nella Repubblica Islamica, il potere resta in mano agli ayatollah. Religione e politica sono difficilmente distinguibili.
Lo sappiamo cosa succede a chi viene beccato a bere, o con dell’alcol in casa. La prima volta, se confessa, sono 70 frustate, che dovrebbero essere date col Corano sottobraccio, in modo che il movimento del braccio sia limitato e il colpo più morbido. Ma se sei sfortunato puoi trovare una guardia in vena di sadismo, e allora, più o meno casualmente, il Corano può cadere. La seconda volta, altre 70. La terza volta si va in carcere, c’è un processo e non si sa cosa può succedere. La sharia è molto soggetta all’interpretazione. Su un piano puramente teorico, si rischia addirittura la condanna a morte. Frustate vengono inflitte anche per adulterio, e in generale per relazioni sessuali illecite. Occasionalmente, vengono ancora praticate amputazioni per furto. La lapidazione è stata abolita nel 2012, ma reintrodotta nel 2013 per le adultere, anche se da allora non sono trapelate notizie su pene effettivamente eseguite. Per altri reati, però, la pena di morte è ampiamente praticata, soprattutto per impiccagione. Secondo Nessuno tocchi Caino, sotto la presidenza Rouhani sono avvenute 2277 esecuzioni.
L’uso di droga, invece, ora è punito dalla legge civile ma non da quella religiosa e quindi è diventato più facile; il consumo di droghe è aumentato. Da sempre, l’oppio afgano passa per l’Iran. Quasi tutto passa soltanto, ma una piccola parte si ferma.
Altra contraddizione: L’omosessualità è reato, ma è consentito cambiare sesso, proprio con lo scopo di ridurre il “problema”. C’è addirittura un contributo statale, per chi lo fa.
Che cosa è cambiato, allora, in questi anni? Qualcuno ci ha detto che nei primi anni della rivoluzione, se non altro, non c’era corruzione, ma ora, e da più di 20 anni, su questo fronte va sempre peggio. È anche vero che è difficile trovare un paese del mondo dove la gente comune non si lamenti della corruzione dei politici.
E come è messa l’opposizione al regime, se esiste? Male. Non ha un programma e non ha leader. Kharroubi e Moussavi, i leader del movimento verde del 2009, sono ancora agli arresti domiciliari.
In questa situazione, è più che normale che le persone cerchino di andare all’estero, ma non è certo facile. Non tanto perché l’Iran non lasci uscire, ma perché i paesi occidentali concedono il visto con molta difficoltà. Gli iraniani sono ancora i cittadini di uno stato canaglia. Del resto, anche dopo l’accordo sul nucleare, che ora l’amministrazione Trump pare decisa a stracciare, non tutte le sanzioni sono state tolte, soprattutto dagli USA. Anche per avere un visto turistico, le ambasciate straniere chiedono infiniti documenti e prove che la persona abbia disponibilità economiche e quindi non voglia emigrare.

Ci distoglie dalle discussioni l’arrivo all’autogrill, dove ci fermiamo per un pranzo veloce. Il cibo magari non è eccezionale, ma è comunque passabile; in compenso, c’è un’altra cameriera con dei bellissimi occhi.

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Raggiungiamo Abarkuh, che è la seconda tappa della giornata. Prima di tutto vediamo un cipresso storico, che ha più di 4000 anni ed è monumento naturale nazionale dal 2003. È alto 25 metri, con un tronco di diametro circa 3 metri e una chioma larga 14 metri. È considerato la creatura più vecchia sulla terra; secondo alcuni studiosi, potrebbe essere stato piantato da Iafet, il figlio di Noè. Anche qui, naturalmente, la lettura in chiave religiosa non può mancare. Il cartello turistico a firma del Dipartimento per l’Ambiente della Provincia di Yazd recita in inglese: “Gli alberi antichi sono una manifestazione della gloria di Dio nella creazione dell’universo, perciò trattateli con rispetto”. Anche qui le immancabili famiglie che fanno pic-nic.

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Ma (almeno per me) la vera perla di Abarkuh è palazzo Aghazadeh. Questa dimora nobiliare costruita in epoca Qajar, con la sua torre del vento principale alta 18 metri, è veramente un’icona dell’architettura persiana, al punto da essere raffigurata sulla banconota da 20.000 Rial. Nella torre ci sono 19 prese d’aria, che sono internamente connesse a una seconda torre del vento. Questo sistema è in grado di funzionare anche in assenza di vento e, a differenza della maggior parte delle altre torri del vento, è una struttura a due piani.
L’ala nord, a forma di croce, si affaccia su un patio centrale con una grande vasca in pietra. Il palazzo è diviso in tre parti, che davano modo a chi vi risiedeva di vivere in un’ala diversa a seconda della stagione. Il pergolato è decorato a muqarnas. Ma la cosa più bella, forse, è andare sul tetto e lasciare lo sguardo spaziare tra tutte le altre torri del vento, i tetti, le piccole cupole e i terrazzi. Tutto è costruito in mattoni crudi e tutto ha il colore della sabbia del deserto.
Un’altra caratteristica delle antiche città persiane, visibile anche qui, è quella dei qanat. I qanat sono una rete di canali sotterranei in lieve pendenza e di cunicoli verticali simili a pozzi. In questo modo si attinge a una falda acquifera in maniera da trasportare efficientemente l’acqua in superficie senza necessità di pompaggio. L’acqua fluisce per effetto della gravità, poiché la destinazione è più bassa rispetto all’origine. Questa tecnica consente di trasportare l’acqua a grande distanza in zone dal clima caldo e secco senza perderne una grande quantità a causa dell’evaporazione. In Iran ci sono 200.000 km di qanat, costruiti fin dal periodo achemenide.

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Ripartiamo e, dopo altri chilometri di deserto e di splendide montagne, raggiungiamo Yazd nel tardo pomeriggio.
La città sorge a 1.216 m s.l.m. e ha circa 400.000 abitanti. Yazd è la più secca fra le principali città iraniane, con una media annuale delle precipitazioni di 60 mm, ed è anche la più calda fra le città a nord del Golfo Persico, con temperature estive che superano frequentemente e abbondantemente i 40°C senza umidità.
Vanta 3.000 anni di storia, in quanto risale al tempo dell’impero medo, quando era nota come Ysatis (o Issatis). L’attuale nome della città potrebbe derivare da Yazdgard I, un re sasanide. La città era già un centro zoroastriano in epoca sasanide. Dopo la Conquista islamica della Persia, molti zoroastriani delle province circostanti trovarono rifugio a Yazd. La città rimase zoroastriana anche dopo la conquista dietro il pagamento di un tributo e solo gradualmente l’Islam divenne la principale religione della città.
Ancora oggi, infatti, dei 300.000 zoroastriani nel mondo, 20.000 vivono in Iran e di questi 12.000 a Yazd; gli altri vivono soprattutto in India.

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Noi ci sistemiamo al Khaneh Se Nik Hotel, che è una casa tradizionale vecchia di 200 anni con un bellissimo cortile dove si può prendere il fresco ai bordi di una vasca d’acqua tra due aiuole fiorite. La chiave che ci danno è quella di un lucchetto che chiude il portone di legno della camera. Per raggiungere alcune camere (compresa la mia) bisogna fare un po’ un’arrampicata, ma ne vale davvero la pena. Rispetto all’ecomostro di Shiraz, veramente un salto di qualità.
Ceniamo in un “Tourist Restaurant” nelle vicinanze. Il fatto che il locale abbia un’insegna così lascia presagire che l’atmosfera non sarà il suo forte, e infatti è un po’ freddina, ma il cosciotto di agnello (mi perdonino le vegetariane del gruppo) ha un suo perché. Poi facciamo due passi e torniamo in albergo, dove con un gruppetto ci fermiamo ancora un po’ a chiacchierare e a goderci il cortile (anche perché le pareti sono così spesse che in quasi tutte le camere la rete wi-fi non prende…). A tarda sera, Alì si fa ancora massaggiare da Alberto su un divano ai bordi della vasca.

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Lunedì 9 aprile 2018

La visita della città comincia dalla moschea Jameh, o moschea congregazionale, o moschea del venerdì. Tutte le comunità di più di 5000 persone, in Iran, devono averne una. Ma questa è davvero spettacolare, con i suoi altissimi minareti gemelli.
La moschea, del XII secolo, è stata costruita sotto Ala’oddoleh Garshasb della dinastia Al-e Bouyeh (Bouayhidi) e in gran parte ricostruita tra il 1324 e il 1365.
La moschea è un bell’esempio di stile azero di architettura persiana. I suoi minareti sono i più alti in Iran, e sono stati costruiti successivamente, nel periodo safavide (1600); misurano 52 metri di altezza e 6 metri di diametro. La facciata del portale è decorata da cima a fondo di piastrelle di una brillantezza abbagliante, prevalentemente di colore blu. All’interno c’è un lungo cortile porticato dove, dietro un Iwan infossato a sud-est, vi è una camera santuario (Shabestan). Questa camera, sotto una cupola in maiolica, è squisitamente decorata con maioliche a mosaico. Bellissimo anche l’alto miḥrab, datato 1365 e decorato a muqarnas. Al fondo della sala ci sono delle poltroncine messe lì per le persone che per motivi fisici non riescono a inginocchiarsi in adorazione, che così possono pregare sedute appoggiando la fronte, con la pietra, su un banchetto. Un anziano mullah parla al telefonino.
Le eleganti decorazioni in mattoni lavorati e le tessere di mosaico recanti caratteri cufici angolari creano un senso di bellezza. Su due piastrelle a forma di stella, il nome del costruttore e l’anno di costruzione della sala di preghiera. Sotto gli archi sono scritti i 99 appellativi di Dio; sui muri, tra i motivi geometrici, come sempre i nomi di Alì e Allah.

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Davanti alla moschea, c’è un negozio di abbigliamento gestito da un profugo afgano che ha parecchia roba, con bei colori e belle fantasie. Qualche signora si fa tentare dallo shopping, anche per rimpinguare un po’ il guardaroba “islamico”, quello a prova di ayatollah che le donne del gruppo devono per forza indossare in questi giorni. Stanno imparando dalle donne iraniane che, giocando sapientemente sui colori e sugli abbinamenti, si può essere “cool” anche rispettando il rigido codice di abbigliamento imposto dal regime. Azar Nafisi racconta che, nei primi anni della rivoluzione, l’ossessione per il velo l’aveva indotta a comprare un’ampia veste nera che la copriva fino alle caviglie, e lei era arrivata a fingere che quando portava la veste tutto il suo corpo si dissolvesse: restava solo la stoffa con la sua forma, che andava in giro guidata da una forza invisibile. Ora i tempi sono cambiati; si vedono ancora donne che scelgono di annullarsi in questo modo, ma tante altre invece, approfittando anche del clima un po’ più permissivo, adottano una strategia di sopravvivenza diversa.

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Ci addentriamo nella città vecchia di Yazd, dove tutte le case sono costruite in mattoni crudi di fango e paglia, color del deserto, e dove le torri del vento sono una miriade. Un’altra caratteristica di molte antiche case iraniane, che è particolarmente presente qui a Yazd, è che sulle porte di sono due batacchi di forma diversa: uno ad anello per le donne e uno più pesante e di forma allungata per gli uomini. Questo serviva per riconoscere dal suono chi stesse bussando, in modo che una donna non andasse ad aprire se era un uomo a bussare o che le donne si coprissero se stava per entrare un uomo. È divertente vedere come parecchie donne iraniane si facciano fotografare nell’atto di bussare con il batacchio da uomo; una specie di piccola ironica sfida, una simbolica trasgressione che evidentemente hanno voglia di concedersi. Stiamo vedendo che in questi piccoli gesti le donne, soprattutto le giovani, cercano di trasgredire appena possono.
Passiamo da una piazza dove è in bella mostra un oggetto che non potremmo riconoscere senza il fondamentale aiuto di Alì: è la palma (o cipresso) di Hosein. In farsi si chiama Nakhl, che significa palma, ma la sua forma ricorda quella di un cipresso. È una struttura di legno che simboleggia la bara di Hosein e che viene portata in processione nel giorno dell’Ashura, ricordando la sua morte e il suo funerale, in quella che è la celebrazione più sentita dagli sciiti. Si chiama palma perché si narra che il corpo di Hosein riposò all’ombra di una palma, o che fu trasportato in una bara fatta con rami di palma. Può essere di piccole dimensioni, nei piccoli villaggi dove può essere portata anche da due persone, o una grande struttura come questa, trasportata da decine o addirittura centinaia di persone. Alì ci racconta che quel giorno, in Iran, nessuno cucina a casa, ma tutti escono e, partecipando alla processione, mangiano cibo di strada preparato appositamente per la celebrazione. È un giorno di grande dolore collettivo, in cui si commemora un lutto, ma anche una grande festa popolare.

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Una visita a un laboratorio di tessitura, e poi è il momento di una sosta per un tè, che serve anche per sfuggire un attimo alla calura, che oggi si fa sentire. La sala da tè, ricavata anche questa in un antico palazzo, ha un piacevolissimo giardino con l’immancabile vasca, che qui si riempie anche di petali di fiori. Incontriamo un bel gruppo di donne, molto allegre e che come sempre hanno voglia di chiacchierare e fare foto con noi. Scopriamo che una ha perfino un cugino a Torino, ma soprattutto è bello vederle qui insieme a rilassarsi, ridere e non preoccuparsi se a un certo punto cade il velo. Vorremmo che si potesse interpretare come un piccolo segnale di distensione (Ah, quella a sinistra nella foto è la nostra Franca, ma ormai con il cuore è un po’ iraniana anche lei).

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Visitiamo anche un laboratorio di ceramica, un’altra forma di artigianato per cui Yazd va famosa, insieme alla lavorazione dei tessuti. Qui la sosta un po’ si prolunga, perché possiamo vedere un maestro vasaio al lavoro e perché la scelta di piastrelle, vasi, tazze, tazzine e quant’altro è vasta, ci vuole il suo tempo. Per cui, quando usciamo, ormai è ora di pranzo.
Ci facciamo un pranzo a buffet in un bel locale tipico. Il menù prevede tante specialità: le solite ottime melanzane, ma anche una zuppa di Yazd a base di lenticchie, e carne di cammello (dromedario, per essere precisi). Per me è la prima volta, devo dire che non è male. Per finire gelato alla crema e dolcetti di pasta di mandorle e acqua di rose.

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Dopo pranzo ripartiamo verso un altro sito archeologico importante: le Torri del Silenzio.
Le torri del silenzio sono delle strutture relative al culto zoroastriano poste su due colline a sud della città. Esse sono state utilizzate per secoli per la distruzione dei corpi dei defunti da parte degli uccelli, dato che la religione zoroastriana imponeva di non contaminare la terra con i corpi dei defunti, ritenuti impuri. Consistono di due torri con degli alti muri, al cui interno i cadaveri venivano riposti e lasciati decomporre, con l’aiuto degli avvoltoi.
Le torri vennero utilizzate sino agli anni ‘70 del XX secolo, quando il governo iraniano ne impose la chiusura e la modifica del culto.
Lo Zoroastrismo, forse bisogna precisarlo, è la religione sviluppatasi durante l’Impero persiano achemenide nel VII-VI secolo a.C. ad opera di un sacerdote di nome Zarathustra (Zoroastro per i greci). Zarathustra nacque però, secondo i testi sacri zoroastriani, molto prima, nel 1767 a.C., e morì ucciso da invasori all’interno di un tempio.
Lo zoroastrismo, presente essenzialmente nella corte e nell’aristocrazia persiana, oltre che nella classe sacerdotale durante il periodo achemenide e quello sasanide, cedette il posto all’Islam, portato dai conquistatori arabo-musulmani tra il VII e l’VIII secolo, ma sopravvive ancor oggi in Iran e in piccole comunità dell’India, dette parsi.
Le torri sono impalcature di legno e argilla, che sostengono una piattaforma esposta ai venti. Servivano per l’eliminazione dei cadaveri, che venivano esposti agli elementi atmosferici e divorati dagli uccelli rapaci. La piattaforma ha una circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, tre cerchi concentrici, e al suo centro un’apertura. Le ossa rimanenti venivano gettate dentro il pozzo fino a riempirlo completamente. I cadaveri venivano disposti da speciali addetti, i Nāsāsālar (letteralmente, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”), gli unici che avevano la facoltà di toccare i morti: gli uomini venivano sistemati nel cerchio esterno, le donne in quello mediano e i bambini in quello più interno. Alì ci spiega tutto questo prima di salire verso la torre, disegnando dei cerchi sulla sabbia con un bastoncino. Ci racconta che in India le torri del silenzio avevano anche un quarto cerchio per i neonati, ma qui no. Il cerchio è un elemento simbolico fondamentale nello zoroastrismo, perché rappresenta il patto con Dio: lo avevamo già visto nei rilievi delle tombe reali, dove il re riceveva un anello dalle mani del dio Ahura Mazda. Simbolicamente, il cerchio significa anche che tutto ciò che facciamo segue un percorso circolare: se facciamo del bene, riceviamo bene; se facciamo del male, riceviamo male. Così parlò Zarathustra.
Nello zoroastrismo il cadavere è considerato impuro perché appena dopo la morte viene invaso da demoni e spiriti, che rischiano di contaminare non soltanto gli uomini retti, ma anche gli elementi. Non si seppellivano i morti perché la terra è sacra. Anche Il fuoco è sacro, e pertanto non può essere contaminato, rendendo impossibile il ricorso alla cremazione; né tantomeno si gettavano i morti nelle acque, perché anch’esse sacre.
Saliamo fino alla torre. Alì, con la sua gamba malridotta, non se la sente di accompagnarci. Oggi non c’è molto vento, ma il posto è comunque suggestivo. Da quassù, se non fosse che vediamo in lontananza le ultime propaggini della città, potremmo pensare di essere ritornati indietro di più di duemila anni. Sembra quasi di sentire gli avvoltoi volteggiare sulle nostre teste… meglio tornare giù per non farsi suggestionare troppo.

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Pausa

 

Tornando in città, il percorso nello zoroastrismo continua con la visita al Tempio del Fuoco zoroastriano. Alberto ha già affermato, tra il serio e il faceto, di volersi convertire allo zoroastrismo, e ha chiesto delucidazioni ad Alì per capire se e come sia possibile. Pare che non ci siano particolari fattori ostativi, in teoria. Lo zoroastrismo è tuttora esistente e tollerato nella Repubblica Islamica. Però, nella pratica, non si può diventare zoroastriani, si può solo nascere zoroastriani. Un musulmano che volesse diventare zoroastriano potrebbe essere accusato di apostasia, e non è mai bello da queste parti. Per uno straniero non musulmano il problema non si dovrebbe porre, ma insomma… la vedo un po’ dura. Certo che il motto zoroastriano che si riassume in “Pensare bene, parlare bene, agire bene” non può che essere condivisibile.
Sulla facciata del tempio, costruito nel 1934, nell’epoca laica e tollerante di Reza Shah, campeggia l’uomo alato, simbolo dello zoroastrismo. L’uomo alato tiene un anello nella mano sinistra, a significare che per progredire nella vita bisogna mantenere ciò che si promette, e la destra verso l’alto, in segno di preghiera e venerazione.
All’interno del tempio è conservato il fuoco sacro, o “fuoco vittorioso”, datato 470 d.C. Si tratta di uno dei nove Templi del Fuoco (Atash Behram) esistenti; gli altri otto sono in India. Nel 1960 è stato aperto ai visitatori non zoroastriani.
Il fuoco, nella religione zoroastriana, è la manifestazione di Ahura Mazda. Il fuoco sacro del tempio sarebbe stato originariamente avviato dallo Shah sasanide nel tempio del fuoco Pars Karyan nel Fars meridionale. Da lì sarebbe stato trasferito varie volte, e infine consacrato nel nuovo tempio nel 1934.
Il tempio del fuoco è stato costruito in stile architettonico achemenide in muratura di mattoni con uno stile predisposto dagli architetti di Bombay. È simile nel design ai templi Atash Behram in India. L’edificio è circondato da un giardino con alberi da frutto. Il sacro fuoco è installato nel tempio dietro una recinzione di vetro ambrato colorato. Solo gli zoroastriani sono autorizzati a passare alla zona sacra del fuoco. I non-zoroastriani, come noi, possono vederlo solo dall’esterno della camera di vetro.
Nel tempio, al quale è annesso un piccolo museo, ci devono essere anche degli zoroastriani, ma facciamo fatica a riconoscerli. Sappiamo solo che spesso si vestono di bianco, perché il bianco rappresenta pulizia, austerità e modestia.

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Ci spostiamo nella splendida piazza Amir Chakhmagh, con una moschea in stile azero ad un solo iwan. Il complesso Amir Chakhmagh contiene anche un caravanserraglio, un tekyeh (dove si preparano le celebrazioni dell’Ashura), uno stabilimento termale, un antico pozzo e una pasticceria.
La piazza prende il nome da Amir Jalaleddin Chakhmagh, un governatore di Yazd durante la dinastia timuride (XV secolo). L’importante struttura ha tre piani ed una elaborata facciata simmetrica a nicchie ad arco. È la più grande struttura di questo tipo in Iran. Nel centro vi sono due minareti altissimi. Solo il primo piano sopra il livello del suolo è accessibile.
Passeggiando sulla piazza, incontriamo Taraniyeh e il suo papà. Taraniyeh ha 7 anni ed è battriana, viene cioè da una regione situata nell’attuale nord dell’Afghanistan che anticamente faceva parte dell’impero persiano. Regione di cui indossa un costume tipico, per farsi fare le foto e rendere ancora più orgoglioso il suo papà, anche se lei sembra poco convinta.

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E nei dintorni della piazza c’è anche il posto dove abbiamo il prossimo appuntamento in programma: Zurkhaneh, la casa della forza.
È la “palestra” in cui si pratica l’attività sportiva tradizionale iraniana, un mix di allenamento fisico e purificazione spirituale. Con qualche aggiustamento, questa tradizione nata (pare) nell’Iran preislamico sopravvive ancora oggi, rigorosamente solo per uomini. La tradizione narra che con la caduta dell’impero persiano per mano degli arabi, i guerrieri e gli atleti persiani non potessero più praticare sport all’aria aperta. Decisero quindi di continuare gli allenamenti in case private, per poi spostarsi in strutture simili a quelle odierne, tra il ritrovo clandestino e la palestra.
La struttura della palestra è essenzialmente sempre la stessa da secoli. Si tratta di un’ampia sala a cui si accede da una porta piuttosto bassa, che costringe a chinare il capo in segno di rispetto. Al centro della sala c’è una zona più bassa, con il pavimento di legno, a cui hanno accesso gli atleti. Attorno alla “pedana” c’è un angolo per gli attrezzi ginnici, una zona dedicata agli spettatori, e un cabinotto per il moršed, la guida.
Il moršed è quello che, a vederlo, si potrebbe confondere con un deejay/vocalist: suona e canta in quella che sembra la cabina di un deejay… In realtà questa persona scandisce il tempo dell’allenamento suonando incessantemente il tamburo, e accompagna lo sforzo degli atleti recitando versi religiosi o dei grandi classici persiani.
La mise degli atleti si è adeguata ai tempi. Una volta gli uomini si spogliavano simbolicamente del loro status sociale e indossavano solo dei “parei” che coprivano i fianchi e giravano tra le gambe: oggi sfoggiano bermuda lunghi al ginocchio e maglietta, visto che tra il pubblico sono ammesse anche donne. In vita hanno delle grosse cinture di cuoio per dare supporto alla schiena, i piedi sono scalzi.
L’inizio dell’allenamento è molto simile alla fase di riscaldamento di tanti sport occidentali; gli attrezzi che vengono sollevati e roteati, invece, sono piuttosto peculiari. Ci sono i sang, delle grosse tavole di legno con una maniglia per sollevarle. Ci sono i mils, che vengono roteati sopra la testa e dietro le spalle, che sembrano dei grossi birilloni ma arrivano a pesare fino a 30 chili. E poi i kabbāda, delle catene di metallo con dei dischi, che venivano usate anticamente per allenarsi a tirare con l’arco. L’allenamento si concludeva con una specie di lotta, oggi non più praticata. Così gli atleti si sfidano a piroette, roteando come i dervisci. Tra loro, anche un bambino che può avere cinque anni, vestito di tutto punto ma molto spaesato, per cui mi veniva voglia di chiamare il Telefono Azzurro iraniano, ammesso che esista.
Questo spettacolo ci era stato segnalato fin dalla riunione pre-viaggio, mettendoci sull’avviso che ci poteva essere, come dire, un certo… odore di maschio. In effetti è così, i ragazzi sudano e si sente, ma non è neanche questo il problema. È che, almeno personalmente, non ci ho visto grande spiritualità, anche se non tutti nel gruppo la pensavano così. E se non c’è quello, come spettacolo atletico obiettivamente non vale molto. Alcuni degli “atleti” hanno veramente un fisico imbarazzante.

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Ma per fortuna, Yazd è famosa anche per i suoi dolci. E così ci possiamo consolare facendo incetta di Baghlava e altre prelibatezze nella migliore pasticceria della città, segnalataci da Alì.
Per cena, andiamo al Fazeli Hotel, nella piazza dove si trova la palma di Hosein. Una bella grigliata mista e melanzane del mar Caspio con pomodoro e aglio. Dopo di che, ci vorrebbe una bella passeggiata digestiva, ma il nostro hotel è piuttosto lontano e la serata si è fatta molto fresca e ventilata. Qui, essendo vicino al deserto, c’è una forte escursione termica tra il giorno e la sera. Così preferiamo rientrare in taxi, non senza aver dato un ultimo sguardo ai minareti della moschea Jameh, proiettati verso il cielo e illuminati di azzurro. Domani mattina si riparte, stavolta in direzione Esfahan.

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(Continua…)

In Viaggio con Alì – 2

 

Capitolo 2: Shiraz e Persepoli

Quant’è bella Shiraz, al mondo non ha pari!

Preservala, mio Dio, da tutte le sciagure!

Scorra, scorra per sempre questo ruscello nostro,

che fa, con le sue acque, senza fine la vita.

Fra i sereni abitati e le liete radure

uno zefiro fresco che dell’ambra ha il profumo.

Vieni a Shiraz, tra la sua gente cerca,

così perfetta, grazie celestiali.

(Hafez. Divan, 274)

Venerdì 6 aprile 2018

Colazione presto e veloce questa mattina, dobbiamo prendere il volo per Shiraz alle 9.30.

Attraversiamo Teheran che si è appena svegliata verso l’aeroporto di Mehrabad, quello dei voli interni. Lungo il percorso, abbiamo l’opportunità di fermarci un minuto a scattare qualche foto alla Torre Azadì, la Torre della Libertà, uno dei monumenti simbolo della capitale. Questa imponente costruzione in marmo bianco è stata edificata nel 1971 su progetto di un architetto appartenente alla minoranza religiosa bahai, Hossein Amanat. Amanat fu poi condannato all’esilio dopo la rivoluzione perché negli anni ’70 i bahai erano troppo vicini allo Shah e perché l’Islam non ammette altri profeti dopo Maometto, quindi la religione dei bahai è considerata eresia. La torre oggi è un centro culturale. Alì la smitizza un po’ raccontandoci che, per la sua forma a Y rovesciata, è stata paragonata alle gambe di Farah Diba, l’ultima moglie dello Shah, che erano, sembra, un po’ storte.

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La compagnia è ancora la Mahan Air, la stessa del volo da Milano. Si parte alle 9.30 in perfetto orario, ma dopo pochi minuti cominciamo a sentire rumori sinistri e un po’ inquietanti. Soprattutto, un fischio continuo e decisamente più forte di quello che siamo abituati a sentire nelle fasi di decollo. Io sono seduto vicino a Marco e a Daria, che ho appena scoperto essere… la seconda moglie di Marco! Sentivo tra loro una confidenza che mi pareva eccessiva per essere due persone che si conoscono da due giorni; ho già detto che i gruppi dei viaggi della radio sono speciali per il senso di comunità che si crea fin da subito, ma così era troppo anche tenendo conto di questo… ora mi torna tutto un po’ di più. Effettivamente sono amici da ben prima di questo viaggio, al punto che lei, in circostanze che non mi sono state del tutto chiarite ma che non intendo indagare, è stata nominata seconda moglie. Be’, Daria, che è seduta tra me, che ho il posto finestrino, e Marco, che ha il corridoio, è fin da subito molto infastidita da questo suono. Io cerco di minimizzare, per tranquillizzare lei e me stesso. È vero che non è proprio una roba normale, ma siamo su un volo interno, l’aereo non è nuovissimo… dopo una ventina di minuti dal decollo, però, scopriamo che aveva ragione lei: non era per niente normale. C’è una grande virata, di cui lì per lì non capiamo la motivazione, e si torna indietro. In realtà c’è stato l’annuncio, anche in inglese, ma eravamo distratti per colpa mia (o forse merito mio, a conti fatti è stato forse meglio così), che stavo raccontando a Daria del mio blog. Ce ne rendiamo conto quando ci abbassiamo per l’atterraggio decisamente troppo presto e su una città così grande che non può essere che Teheran. Ora è chiaro a tutti, c’è un problema.
La mente va a quando, scoperto che c’era in programma un volo interno e ricordando che un paio di mesi fa proprio un volo interno di una compagnia iraniana è caduto, ero andato a verificare di che compagnia si trattava. Non era la Mahan, il che al momento mi era sembrata una buona notizia ma ora, se si ragiona sulla statistica, forse non lo è più. Per fortuna c’è Franca, che ci informa che ha fatto una specie di rito sciamanico con il quale si è messa in contatto con il suo spirito guida, il quale l’ha rassicurata: non è giunto il suo momento. “Ragazzi, è tutto a posto” – afferma sicura – “Finché siete con me non avete nulla da temere”. Noi abbiamo, lo giuro, il massimo rispetto possibile per il suo spirito guida, ma il gretto razionalista che è in me si rifiuta di prenderla come una certezza assoluta… fatto sta che, ormai lo avete capito perché se no non stareste leggendo questo diario, o avreste bisogno di un medium per farlo, l’atterraggio va a buon fine. Va detto che Franca ha una lunga frequentazione con l’Africa e gli africani, e ha fatto qualcosa tipo un corso per diventare sciamana, mi perdonerà se le parole non sono esatte. Tra l’altro, lei è la compagna di stanza di Daria, e non mi posso dilungare ma vi assicuro che la coppia formatasi per caso è davvero ben assortita. Comunque, così sono i gruppi di Radio Popolare, e questo in particolare.
Ci dicono che dobbiamo restare seduti, in attesa che si decida se l’aereo può essere riparato e ripartire o dobbiamo cambiare aereo. Tutti a questo punto saremmo più per la seconda ipotesi, e infatti così finisce. Un altro annuncio ci informa, porgendoci le sentite scuse della compagnia per il disagio, che a breve ripartiremo, ma su un altro aeromobile.
Prima di scendere, però, c’è un ultimo colpo di teatro. Il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e si dirige verso di noi, che siamo un po’ sparsi ma il grosso è nella parte centrale dell’aereo. Forse perché siamo il solo gruppo di stranieri, ha deciso di spiegarci un po’ meglio quello che è successo. Inizia in inglese parlando di un problema idraulico. Spiega che non abbiamo corso nessun pericolo reale, è solo una questione di procedure di sicurezza: se a un certo punto un sistema non funziona e sei ancora in condizioni di tornare all’aeroporto di partenza, devi tornare, anche se i sistemi di comando e di sicurezza sono tutti ridondanti e quindi avremmo potuto comunque portare a termine il volo. Il rumore che sentivamo era dovuto al fatto che, con questo sistema idraulico automatico che non funziona, entra più aria nel carrello. Per essere sicuro che tutti capiscano, ripete più o meno lo stesso discorso in spagnolo, lingua che padroneggia bene e che gli sembra più comprensibile da parte di noi latini. È molto gentile, probabilmente sta facendo qualcosa che va anche al di là di quello che gli è richiesto dalla sua professione. Oltretutto è anche belloccio, ha (a detta della componente femminile del gruppo) un sorriso che conquista, è spiritoso, e quindi in breve tempo diventa un idolo. Per cui un po’ ci dispiace quando, alla fine, annuncia con l’ennesimo sorriso che ora tornerà a casa a dormire, perché se decollasse di nuovo supererebbe il numero massimo di ore di lavoro che può fare secondo le regole dell’aviazione civile. Molti (soprattutto molte) avrebbero voluto a questo punto fare l’altro volo con lui ai comandi, ma non si può.
Dopo un’attesa tutto sommato breve, poco più di mezz’ora, con un pullmino ci trasferiamo e saliamo sull’altro aereo. Il decollo, dopo questa esperienza, diventa un momento un po’ più critico del normale e così Daria, per tenerci tranquilli, dà la mano a me e a Marco (mettiamola così)… in realtà è più che altro un gioco, ma in questi casi tutto serve. La hostess, passando, vede che ci teniamo tutti e tre per mano e sorride. Loro sono del mestiere, ma non devono essere situazioni troppo piacevoli neanche per loro, che poi non hanno nemmeno la tranquillità che abbiamo noi, che sappiamo che lo spirito guida di Franca ci protegge…
Il volo stavolta scivola via senza problemi e senza rumori inquietanti e, sia pure ormai in forte ritardo, atterriamo al piccolo aeroporto di Shiraz.

Aereo Alberto
Qui ci viene a prendere il nostro nuovo pullman, che è giallo come il primo. Abbiamo però due nuovi autisti, che ci portano subito al nostro albergo, l’hotel Chamran, che è un grattacielo ultramoderno di 24 piani alla periferia della città. Onestamente, è un po’ un ecomostro, ma per una volta ci possiamo adattare. Se non altro, c’è un ascensore panoramico, che può essere sempre un’esperienza. Abbiamo solo il tempo di prendere possesso delle camere, poi dobbiamo uscire per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto. Il programma delle cose da vedere e da fare qui, come in tutto il viaggio, è denso.
Shiraz, situata nel sudovest dell’Iran a 1500 m di quota, ha circa 1.700.000 abitanti. È una città che è cresciuta, negli ultimi anni, anche se oggi, persa ogni rilevanza industriale, religiosa o strategica, è diventata un centro solamente amministrativo. È stata capitale durante la dinastia Zand, nella seconda metà del 1700.
È nota come città dei fiori, del vino e della poesia. Poesia significa soprattutto Hafez, che qui nacque e che qui è sepolto, nel mausoleo che visiteremo più tardi. E il vino di Shiraz ha una tradizione antichissima, che si è dovuta interrompere con l’avvento della repubblica islamica nel 1979. Esiste un famoso vitigno che porta il nome Shiraz, che è diventato Syrah in Europa ma è tornato Shiraz in Australia. È un vino di colore rosso rubino dalle sfumature violacee e dal profumo intenso e fruttato con sentori di piccoli frutti neri e spezie.
Del vino di Shiraz parla anche questa canzone, interpretata da Yalda, la cantante italo-persiana di cui abbiamo già parlato:

Sharabe Shiraz – Yalda

La nostra visita a Shiraz comincia dalla Moschea Nasir ol Molk, nota anche come Moschea Rosa a causa del considerevole uso di questo colore per gli interni e nelle vetrate. La moschea è stata costruita durante l’era Qajar, tra il 1876 e il 1888.
Prima ancora di entrare, impariamo un’altra parola che ritornerà spesso durante tutto il viaggio, perché è legata ad un elemento architettonico presente in tantissime moschee iraniane. È la parola araba muqarnas, che indica una soluzione decorativa propria dell’architettura islamica, originata dalla suddivisione della superficie delle nicchie angolari raccordanti il piano d’imposta circolare della cupola con il quadrato o il poligono di base in numerose nicchie più piccole (8, 16, 32, ecc.) con la tecnica cosiddetta degli angoli falsi. Il muqarnaṣ si diffuse rapidamente in tutto il mondo islamico a iniziare dal XII secolo ma la sua origine, ci racconta Alì, viene dai Sasanidi. Viene usato, oltre che nelle cupole, in volte di ogni tipo e, come in questo caso, in nicchie di portali. Può essere realizzato in pietra, mattoni, stucco, legno o ceramica.
La moschea è caratterizzata dalle ampie vetrate colorate della sala di preghiera invernale. Al mattino la luce del sole, passando attraverso le vetrate, inonda di luce colorata l’interno della sala con un effetto spettacolare. L’effetto risulta amplificato soprattutto nelle prime ore del mattino o nei mesi invernali, quando l’altezza del sole è minore e i raggi penetrano sino al fondo del salone. Le colonne interne sono decorate da piastrelle policrome.
Essendo la prima sala di preghiera che vediamo, Alì si preoccupa di spiegare a tutti che cos’è il mihrab, la nicchia orientata in direzione della mecca che fa da punto di riferimento per la preghiera. Agli albori dell’Islam si pregava in direzione di Gerusalemme, poi, dopo la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622 (data da cui si contano gli anni nel calendario islamico), un giorno l’arcangelo Djibril (Gabriele) apparve a Maometto e gli disse che da quel giorno i fedeli avrebbero dovuto pregare verso la Mecca. Questo mihrab è molto bello, decorato anch’esso a muqarnas.
Un altro gesto di cui bisogna spiegare il significato è quello di toccarsi la fronte con una pietra, usando quella pietra per poggiare la fronte a terra. Significa: veniamo dalla terra, e alla terra torneremo.
Ma non dimentichiamo che qui siamo nella principale roccaforte dell’Islam sciita, è necessario spiegare un po’ che differenze ci sono tra sunniti e sciiti. Il dissidio nasce quando Maometto, ancora in vita, nomina come suo successore Alì, suo cugino e genero, avendo sposato la figlia Fatima. I sunniti riconoscono questo episodio, ma non lo considerano una vera e propria investitura, solo un attestato di stima. E quindi, alla morte di Maometto, viene scelto come califfo Abu Bakr, con l’idea che per guidare la comunità serve un uomo saggio, dotto e rispettoso della Regola, ma non necessariamente imparentato con Maometto. Per gli sciiti, invece, il califfo doveva essere Alì e dopo di lui la sua discendenza, che attraverso Fatima discende anche da Maometto. Alì diventa poi il quarto califfo, ma viene assassinato. La rottura definitiva si consuma quando, nel 680, anche il secondo figlio di Alì, Hosein, che si era ribellato al potere sunnita, viene ucciso in battaglia a Kerbala, nell’odierno Iraq. Proprio per questo Kerbala è un luogo santo di grande importanza per gli sciiti, e per questo ogni anno l’uccisione di Hosein viene commemorata nella celebrazione chiamata Ashura, che è la più importante ricorrenza religiosa sciita.
Ecco perché il nome di Alì è così importante che, nelle decorazioni delle moschee sciite, è sempre associato a quello di Dio: in modi diversi e con diverse calligrafie, troveremo sempre Alì e Allah.
Per gli sciiti Imam non è semplicemente qualcuno che è in grado di predicare e di guidare una comunità religiosa; il titolo di Imam è qualcosa di estremamente importante, che si dà solo a personaggi di altissima rilevanza. Per esempio, Khomeini è chiamato Imam ma il suo successore, l’ayatollah Alì Khamenei, è tuttora la Guida Suprema della Rivoluzione, ma non è un Imam. A proposito, ayatollah significa “Segno di Dio”.
Nello sciismo si conoscono soltanto undici Imam, più un dodicesimo che è chiamato lmam scomparso o nascosto. La tradizione vuole che l’undicesimo Imam abbia avuto un erede ma che dopo la sua morte il figlio, all’età di soli cinque anni, sia sparito o sia stato nascosto per evitare che fosse perseguitato dai sunniti. Ma un giorno, quando sarà il suo momento, questo dodicesimo Imam tornerà per ristabilire il legittimo potere di Dio sulla terra. Questa figura messianica, quindi, nello sciismo, viene a coincidere con quella del Mahdi, ed è ovvio il paragone con il Messia tuttora atteso dagli ebrei o con la dottrina dell’Apocalisse e della seconda venuta di Cristo.
Ma a livello di teologia e morale? Alì spiega che la differenza più importante sta nel diverso atteggiamento nei confronti del peccato: per i sunniti Dio è così grande che può anche decidere di perdonare i peggiori peccatori, per gli sciiti chi commette peccati gravi non può che andare all’inferno, il concetto del perdono è meno presente nella morale sciita. E poi, c’è il fatto che gli sciiti credono in altri scritti di Maometto che si sarebbero tramandati, oltre al Corano che è ispirato direttamente da Dio.
E perché gli iraniani sono sciiti? Si trattò in realtà di una scelta politica, fatta nel 1501 dallo Shah safavide Ismail per distinguersi dagli ottomani sunniti, che erano allora gli invasori alle porte. Ma ora, dopo cinque secoli, lo sciismo è parte fondamentale dell’identità iraniana.

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Dopo la moschea, visitiamo l’Hammam-e-Vakil, che ora è un museo. Faceva parte del quartiere reale costruito durante il regno di Karim Khan Zand, il Reggente, nel 1700. Nelle diverse sale sono rappresentate, con dei manichini, scene di vita quotidiana dell’hammam in quell’epoca. Alcune non sono poi così diverse da quello che si fa in un hammam di oggi, ma altre sono decisamente più particolari. Ad esempio, all’hammam venivano spesso praticati salassi, che nella medicina di allora si credeva potessero curare un po’ tutto. La tecnica era di usare corna di animali bucate, con cui si succhiava fino a far gonfiare la parte, sulla quale poi si praticavano delle incisioni. Vista così, ti fa ringraziare di non essere nato allora. Il posto è bello comunque, ha un’atmosfera evocativa, nonostante i manichini.

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Passiamo davanti alla Fortezza del Reggente, che sembra un po’ il centro della vita cittadina. Oggi è venerdì, quindi un giorno di festa, ed è pieno di famiglie con bambini che fanno pic-nic (stiamo cominciando a constatare che è veramente una mania nazionale) o prendono semplicemente un gelato davanti alle mura, caratterizzate da una torre pendente.

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Notiamo anche, come già a Teheran, la presenza quasi ossessiva di gigantografie con i volti dei martiri della guerra Iran-Iraq degli anni ’80. Quella guerra, voluta da Saddam Hussein per approfittare della debolezza dell’Iran post-rivoluzionario e dell’appoggio dell’occidente, fu uno straordinario strumento di propaganda usato da Khomeini per compattare il paese contro il nemico esterno e contro il grande Satana americano. Il risultato furono otto anni di inutile guerra e un milione di morti, alcuni poco più che bambini, mandati a combattere convinti che sacrificando la propria vita per la patria si sarebbero aperte per loro le porte del paradiso, grazie alla chiave di plastica che portavano al collo. Carne da macello, niente di più. Le tracce di questo scempio sono ancora presenti in queste foto e nei nomi delle vie, che molto spesso sono quelli dei martiri.

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Decidiamo che è venuto il momento di rilassarsi un attimo e di prendere un tè, magari accompagnato da una fetta di torta, dato che dopo il pranzo-snack dell’aereo non abbiamo più mangiato niente. Alì conosce un posto con i tavoli all’aperto in una bella piazza con al centro una fontana, ma al momento è vuoto e non si vede in giro nessuno. Non è chiuso, ma il padrone deve essersi momentaneamente assentato. Ripieghiamo su un altro caffè sul lato opposto della piazza, che si chiama Joulep ed è comunque un posto gradevole. Ci serve una ragazza bellissima, che parla un ottimo inglese e che scopriamo essere un’architetta che per ora fa la barista. Il suo collega (o forse il padrone del bar) è un tipo che, per essere in Iran, è parecchio alternativo e in effetti il locale è abbastanza “occidentalizzato”, sia per l’atmosfera che per il genere di musica diffusa. Ha l’aria di una specie di piccola isola di tolleranza, tanto che per la prima volta in un luogo pubblico vediamo una ragazza che si toglie il velo. Si può scegliere tra infiniti tipi di tè semplici o aromatizzati, che si possono accompagnare con torte al cioccolato, alla carota o alle mele. Essendo il posto piacevole, la pausa si prolunga.
Uscendo sulla piazza, assistiamo ad una scena inattesa: Alì è sdraiato su una panchina vicino alla fontana e si sta facendo massaggiare una gamba da Alberto. Sì, perché non l’abbiamo ancora detto ma il gruppo dispone anche di un massaggiatore-shiatsuka, che lo fa principalmente per passione ma che, a detta di chi l’ha provato (e ce ne sono stati, nel gruppo) è molto bravo. Effettivamente dopo qualche minuto di trattamento Alì, che aveva sentito una fitta improvvisa e sembrava molto dolorante, si è rimesso in piedi e sembra in grado di proseguire, come si dice in questi casi. Bene, perché gli siamo tutti già affezionati e anche perché non avremmo un rimpiazzo… scherzi a parte, ci stiamo rendendo conto che, al di là della simpatia, è una fortuna avere una guida con una conoscenza così vasta della storia e della cultura del suo paese, ma anche così disponibile e paziente.

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Nel frattempo, un duo composto da un violinista e un percussionista suona al bordo della fontana, mentre i bambini giocano con l’acqua, e continua a manifestarsi la curiosità degli iraniani nei nostri confronti. Sono curiosi di noi almeno quanto noi di loro. Continuano ad avvicinarcisi persone, soprattutto giovani, che ci sorridono, ci salutano, ci chiedono di dove siamo e ci danno il benvenuto. Tra i tanti, una coppia di giovani architetti (sarà una coincidenza, ma pare che ce ne siano parecchi) che vuole venire a fare un dottorato in Italia. Parlano già un discreto italiano (anche se per la verità parla solo lei), perché hanno fatto un corso di italiano di sei mesi. Hanno già fatto le pratiche per il visto ma non sanno ancora quale università scegliere: vorrebbero un clima mite, una città tranquilla, ma anche una buona università. Hanno un po’ di riserve sulle università del Sud, perché hanno sentito che lì si parla un italiano un po’ difficile da comprendere per uno straniero. Cerchiamo di rassicurarli, dicendo che dipende, può essere vero che in alcune città si parla di più il dialetto, ma sicuramente non in università. Sanno anche che negli uffici pubblici pochi impiegati (o nessuno) parlano inglese, e su questo è difficile smentire. Anche la nostra Daria è architetta, quindi parte un breve conciliabolo sulle università italiane e alla fine gli viene consigliata Pescara, che sembra una buona soluzione di compromesso.

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Ci avviamo verso il mausoleo di Hafez, percorrendo un viale dove l’aria si riempie del profumo dei fiori d’arancio. Più ci avviciniamo, più l’atmosfera appare piacevole e festosa. Nel cortile d’ingresso, tra le aiuole fiorite, c’è tanta gente, famiglie con bambini ma anche molti ragazzi, soprattutto giovani coppie. Ovviamente, questo è un posto perfetto per gli innamorati. Sapendo cos’è questo paese, ci sembra già una bella cosa che possano venire qui insieme liberamente. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essere anche coppie sposate, ma sicuramente non tutte. Anche la scalinata che porta alla tomba è coperta di vasi di fiori. I profumi si sovrappongono e si confondono.
Gli edifici attuali, costruiti nel 1935 e progettati dall’architetto e archeologo francese André Godard, lo stesso del museo archeologico di Teheran, sono nel sito di strutture precedenti, la più nota delle quali è stata costruita nel 1773. La pietra tombale risale proprio a quest’epoca. Otto colonne sostengono una cupola di rame a forma di cappello derviscio (non dimentichiamo che Hafez è considerato un poeta mistico). La parte inferiore della cupola è un mosaico decorato ad arabesco e colorato. Le colonne sono otto perché Hafez visse nell’ottavo secolo dall’Egira, secondo il calendario islamico.

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Hafez nacque a Shiraz tra il 1315 e il 1325 (la data esatta è controversa) e visse 75 anni. In quel periodo la città era sottomessa ad un principe sunnita vassallo dei Mongoli e protettore dei poeti. A seguito di una sfortunata impresa bellica, il mecenate fu sconfitto e fatto giustiziare dal principe Mobarez al-Din Kirmani, un personaggio descritto come un uomo ascetico e bigotto che fece chiudere le taverne e altri luoghi malfamati di Shiraz – un provvedimento lamentato dal poeta nei suoi componimenti – inaugurando un periodo di austerità di costumi. Successivamente, Hafez ottenne la protezione del principe e poeta Shah Shoja’, figlio gaudente del precedente monarca, da lui stesso spodestato e fatto accecare. Il poeta registra indirettamente anche questo avvenimento, gioendo per la riapertura delle taverne della città decretata dal nuovo signore.
Hafez frequentò soprattutto l’ambiente della corte di Shiraz, città da cui pare si sia allontanato solo per un breve periodo. Controversa è la questione del suo rapporto con l’ambiente delle confraternite sufi: benché egli amasse presentarsi, nel canzoniere, con un’identità sufi, queste confraternite sono, spesso e volentieri, “bacchettate” nelle poesie per la loro ipocrisia o malaffare. Forse insegnò materie religiose nella locale madrasa. In ogni caso, egli mostra nei suoi versi una straordinaria cultura religiosa, attestata peraltro dallo stesso nom de plume – Hafez – che significa «colui che ha memorizzato [il Corano]».
I suoi circa 500 poemi lirici (ghazal) sono notissimi in tutti i paesi di influenza persiana, fatti oggetto di studio da numerosi commentatori e spesso appresi a memoria anche dalla gente più umile e meno istruita. Il suo Divan (canzoniere), aperto a caso, è usato ancor oggi come popolare libro di divinazione.
Hafez nei suoi componimenti canta il vino, le gioie e le pene amorose; ma soprattutto canta le grazie di un misterioso e innominato “amico” (talora presentato nelle maschere di un bel coppiere, di un mago zoroastriano, di un “turco predone”, ma anche in quelle dell’assassino, del medico, del giocatore di polo ecc.) che tipicamente mostra crudeltà e indifferenza nei confronti della laude incessante del poeta-amante, risultando in sostanza inafferrabile.

Quanto Hafez si riferisse a un amore terreno o a uno divino (mistico) è oggetto di controversia tra gli studiosi; la critica iraniana, ovviamente, soprattutto al giorno d’oggi, tende a ridurre gli aspetti trasgressivi (vino, amore omoerotico) della poesia di Hafez, accentuandone la lettura in chiave simbolica e misticheggiante. In pratica, canterebbe l’amore per Dio. Mi sembra comunque una contraddizione incredibile che un poeta che scrive di queste cose e in questo modo, scagliandosi spesso e volentieri contro i censori e gli ipocriti, possa essere non solo tollerato, ma esaltato in questo paese. È questa la mia curiosità. Pensate solo a questo pezzettino, ma ce ne sono a decine così:
Se solo le porte delle taverne potessero essere riaperte,
se solo i nodi delle misure repressive potessero essere sciolti!
Tu sii paziente, per volere di Dio riapriranno,
riapriranno grazie alla purezza dei bevitori mattutini.
Stanno chiudendo le porte delle taverne,
ma tu, Dio, non concedere la tua approvazione,
perché così apriranno le porte dell’ipocrisia.
È anche vero che la contraddizione con i principi dell’Islam più radicale è un fatto che accomuna un po’ tutti i poeti sufi, anche il grande Rumi, per esempio. Forse, semplicemente, è una tradizione troppo radicata e troppo connaturata alla cultura persiana perché la Repubblica Islamica potesse permettersi di metterla al bando. Sarebbe stato troppo impopolare, e Khomeini era molto abile nell’andare incontro al comune sentire del popolo, guidandolo ma anche assecondandolo all’occorrenza.
Alì ci racconta, infatti, che nella casa di ogni iraniano non possono mancare due libri: il Corano e il Divan di Hafez. Hafez si recita sempre, ma ci sono due momenti dell’anno particolarmente dedicati alle sue poesie: Il nowrouz (capodanno persiano) e l’ultima sera d’autunno. Le sue sono poesie di difficile traduzione, molto legate alla musicalità della lingua persiana. Ma ci si può provare, esistono delle traduzioni anche in italiano. Questa, ad esempio, è la poesia preferita di Alì e, devo dire, anche la mia:

 

Ero perso con lo sguardo verso il mare
Ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.
Ah, stenderei il mio cuore come un tappeto sotto i tuoi passi,
ma temo per i tuoi piedi le spine di cui lo trafiggi.
“L’idioma dell’Amore non si può veicolare con la lingua:
versa il vino, coppiere, e smetti quest’insulso parlare”.

 

Poi Alì ci ha letto anche questa, sia in versione originale che tradotta:

 

Venga, venga una lieta novella d’incontro, ed io lascio la vita!
Io volavo nei santi giardini, ecco, voglio fuggire la rete del mondo!
Sull’amore per te io lo giuro! Mi chiami tuo servo,
e rinuncio al dominio su tutte le cose che sono.
Oh, una pioggia da quella Tua nube che illumina i passi,
prima ch’io come polvere perso nel vento svanisca.
Al mio sepolcro tu vieni a posare col vino e il melode,
e risorgo danzando, al dolcissimo aroma che sale.
Orsù levati alto, mio idolo bello e soave,
ed io come il poeta abbandono la vita e le cose!
Sono vecchio, ma stringimi forte una notte sul seno,
ed io dal tuo abbraccio ancor giovane nasco nell’alba.

 

Ceniamo in un ristorante tradizionale. Si parte con un ricco buffet di antipasti, poi pesce del golfo persico e costolette di agnello, tutto accompagnato con riso.
Dopo di che si torna in albergo e si va a letto abbastanza presto, perché domani ci si prospetta un’altra giornata intensa, con la visita a Persepoli.

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Ma prima di andare a dormire voglio fare un piccolo esperimento… social. Premetto che io in genere uso pochissimo Instagram, mi dà l’idea di essere troppo dedicato agli appassionati di foto e soprattutto di selfie. Ma qui è il solo social network che funziona senza strani marchingegni, quindi voglio provare a postare qualche foto, le migliori della giornata, geolocalizzarle a Shiraz, mettere un semplicissimo hashtag #Iran, e vedere cosa succede. Be’, in pochi minuti arrivano 10-15 ragazzi iraniani a mettere like, faccine sorridenti, cuoricini e quant’altro. Alcuni commentano in inglese, altri in farsi, che purtroppo faccio un po’ fatica a capire, però usando il traduttore si scopre che sono apprezzamenti alla foto, ma spesso anche frasi di benvenuto e ringraziamenti per essere venuto a vedere le bellezze dell’Iran. Insomma, un’altra prova che c’è una grande voglia di contatto con il mondo esterno, che si esprime in tutti i modi, nella realtà reale come in quella virtuale. Alla fine del viaggio, ho messo insieme almeno una cinquantina di nuovi follower iraniani. Ce ne sono alcuni che sono “interessati”, e ci sta anche questo: account di hotel, locali, negozi, che vedono che sei lì e cercano di agganciarti. Ma per la maggior parte sono persone assolutamente disinteressate, che cercano proprio solo un contatto: un professore di fisica, un avvocato, un paio di fotografi, musicisti, blogger, un po’ di tutto.
E mi sembra abbastanza chiaro che questa sia una valvola di sfogo volutamente lasciata dal regime per fare in modo che i giovani (Instagram lo usano soprattutto i giovani, si sa) si distraggano, abbiano almeno un’illusione di libertà e non pensino a fare la rivoluzione. La recente breve stagione di proteste di piazza che è partita nel dicembre scorso è nata dalla situazione economica (la disoccupazione giovanile è superiore al 40%, per dirne una), ma la repressione violenta è iniziata quando si sono mossi gli studenti, che pur senza leader e senza una piattaforma politica di qualsiasi genere hanno cercato di muovere un po’ le acque. Della ragazza che si è tolta il velo e lo ha sventolato non si sa più niente o quasi, si sa che è in carcere e purtroppo è facile pensare che stia subendo violenze, molti lo pensano. C’è anche chi dice che la protesta sia stata fomentata da ambienti ultraconservatori, forse addirittura vicini all’ex presidente Ahmadinejad, perché all’inizio era diretta contro il Presidente Rouhani, che passa come un moderato (anche se ha un passato khomeinista), ed è partita dalla città religiosa e conservatrice di Mashhad. Difficile dire se sia andata così, è possibile ma poi forse la situazione è sfuggita di mano. Comunque sia, all’apice della protesta il governo ha bloccato proprio Instagram e Telegram, che è l’app di messaggistica più usata. Evidentemente volevano evitare che le immagini e le notizie girassero e alimentassero le manifestazioni, e l’obiettivo è stato raggiunto. Questo, e soprattutto la repressione, ha fatto sì che tutto finisse in un tempo abbastanza breve. Anche se, da quel poco che abbiamo potuto capire, una netta maggioranza delle persone è contro il regime. Ma da qui a muoversi concretamente il passo non è breve: i giovani appena possono preferiscono cercare di andare all’estero, anche questa è una cosa che stiamo constatando direttamente, parlando con loro.

 

Sabato 7 aprile 2018

A colazione con Ingela, non so bene come, finiamo a parlare di Israele e Palestina. Forse lo spunto viene dalla presenza, anche qui, di halva nel buffet. Lei mi racconta della sua esperienza giovanile in un kibbutz, negli anni ’70. Io durante il viaggio in Palestina lo scorso ottobre ho conosciuto un ragazzo italiano che ha fatto un pezzo di viaggio con noi e che stava facendo il servizio civile internazionale in un kibbutz. Lui è molto contento della sua esperienza di lavoro con dei ragazzi disabili, ma è rimasto invece piuttosto deluso dall’ambiente del kibbutz, che è molto diverso da quello che era negli anni ’70; molto di quel concetto di vita comunitaria oggi si è perso, purtroppo.
Partiamo in pullman: la prima tappa sarà alle tombe reali, poi Persepoli. L’intento è di arrivare abbastanza presto per schivare un po’ di folla. Parliamo del sito turistico più visitato del paese, anche in un momento di poca affluenza come questo gente ce n’è.

Il viaggio dura più di un’ora, quindi c’è l’opportunità per Alì di intrattenerci con qualche altra notizia sul paese. Ormai ha capito più che bene quali sono le nostre domande, riesce facilmente ad anticiparci.
La benzina, è facile immaginarlo, costa davvero poco: con un euro si fanno 6 litri.
L’università è quasi gratuita, ma a numero chiuso. I due terzi delle matricole sono ragazze, e questo è un dato che un po’ stupisce, ma fa parte delle contraddizioni iraniane. Le donne in realtà studiano e, almeno nelle città, spesso lavorano arrivando anche a occupare posti di responsabilità. Sono pagate meno degli uomini a parità di lavoro, ma questo, inutile dirlo, succede anche da noi.
I matrimoni, soprattutto nelle città, nella maggior parte dei casi non sono più combinati. La cerimonia è fatta da un mullah a casa della sposa, ed è il marito a dover pagare la dote. Se non lo fa rischia il carcere. Un uomo in teoria può avere fino a quattro mogli, ma oggi pochi ne hanno più di una, soprattutto per questioni economiche. Comunque, per sposare una seconda moglie il marito ha bisogno del consenso della prima.
Ma in caso di divorzio solo i figli hanno diritto al mantenimento, la moglie no. Ed è il marito a decidere se tenere i figli con sé o no.
Le ragazze possono sposarsi già a 9 anni, i ragazzi a 13. Nelle zone rurali e conservatrici, esiste ancora il fenomeno delle spose bambine. All’epoca dello Shah ci volevano 18 e 20 anni. Secondo una legge recente la ragazza dovrebbe avere almeno 15 anni, ma in realtà questa legge si può aggirare con il consenso del padre.
La cosa che forse meno immaginavamo è che gli sciiti hanno il matrimonio a tempo (sigheh), che può durare anche poche ore. È previsto negli altri scritti tramandati da Maometto in cui loro credono, a differenza dei sunniti. È un contratto di matrimonio in cui i contraenti stabiliscono la durata che può variare «da un minuto a 99 anni». In questo caso, l’uomo (sposato o no), e la donna non sposata (vergine, divorziata o vedova) possono concordare la durata del rapporto e l’importo della compensazione da versare alla donna. Questa disposizione non richiede testimoni e non richiede alcuna registrazione. Un uomo può avere un numero illimitato di sigheh e contemporaneamente può avere anche uno o più (fino a quattro) matrimoni permanenti, mentre la donna può essere coinvolta solo in un matrimonio e al termine non ne può contrarre uno nuovo prima di un periodo di attesa di tre mesi o di due cicli mestruali. Questo periodo obbligatorio di attesa si applica anche alle donne divorziate nel matrimonio permanente ed è destinato a determinare la paternità nel caso in cui la donna dovesse rimanere incinta. Per le donne è sempre meglio un matrimonio in piena regola e per molte il sigheh è un compromesso nella speranza di trasformare questa unione in un contratto a tempo indeterminato, infatti il sigheh è rinnovabile. La condizioni di moglie temporanea è in genere tenuta nascosta agli estranei soprattutto tra i ceti più popolari, dove le tradizioni sono più radicate. Il matrimonio temporaneo garantisce maggiori libertà alla donna: vive a casa propria, esce senza chiedere il permesso e può lavorare, ma deve essere disponibile quando il marito la cerca. Negli anni passati erano soprattutto motivi finanziari che spingevano la donna ad accettare il sigheh. Ai nostri giorni, il matrimonio temporaneo viene utilizzato dai giovani per aggirare tutti i divieti delle leggi islamiche iraniane sui rapporti tra ragazzi e ragazze. Altrimenti, infatti, potrebbero convivere solo di nascosto. Per le coppie non sposate, può creare problemi anche tenersi per mano. È chiaro, però, che se poi una ragazza si vuole sposare di nuovo in maniera permanente con un altro dovrà “rifarsi” una verginità, ma per quello ormai c’è il chirurgo.

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E siamo alle tombe reali. Naqsh-e Rostam è un sito archeologico sulle montagne a circa 12 km a nord-ovest di Persepoli.
Il rilievo più antico di Naqsh-e Rostam è molto danneggiato e risale al 1000 a.C.; raffigura un uomo con uno strano copricapo e si ritiene essere di origine elamita. L’uomo con il copricapo strano dà il nome al sito: Naqsh-e Rostam significa infatti “Immagine di Rostam”, in quanto una leggenda locale voleva raffigurato l’eroe mitico Rostam, che secondo Alì e un po’ l’Ercole persiano. In questa località si trovano le tombe dei grandi re dei Persiani.
Quattro sarebbero le tombe di re achemenidi, scavate nella roccia. Sono tutte a notevole altezza dal suolo. Le tombe sono conosciute come le “quattro croci persiane”, per la forma della loro facciata. L’ingresso di ogni tomba è al centro di una croce, che si apre su di una piccola camera, dove il re giaceva in un sarcofago.
Una delle tombe è stata identificata da un’iscrizione che la accompagna e si tratterebbe della tomba di Dario I (che regnò dal 522 al 486 a.C.). Le altre tre tombe si ritiene siano quelle di Serse I (486-465 a.C.), Artaserse I (465-424 a.C.) e Dario II (423-404 a.C.). Una quinta incompiuta potrebbe appartenere ad Artaserse III, che regnò solo due anni, ma è più probabile che si tratti di quella di Dario III (336-330 a.C.), ultimo della dinastia achemenide.
C’è il cosiddetto “Cubo zoroastriano”, per lungo tempo ritenuto un tempio del fuoco. Le moderne ricerche invece propendono per l’ipotesi che sia stata la sede del Tesoro di Stato.

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Ci sono poi le tombe dei sasanidi.
Qui al fondatore della dinastia sasanide, Ardashir, è consegnato il diadema della regalità da Ahura Mazda, il Dio della luce e della Verità, il Dio dello zoroastrismo, l’antica religione persiana. Nell’iscrizione, dove appare per la prima volta il termine “Iran”, Ardashir ammette di tradire il suo re Artabano V (i Sasanidi erano stati infatti uno Stato vassallo della dinastia dei Parti Arsacidi), ma legittima la sua azione sulla base del fatto che è Ahura Mazda a volerlo creare nuovo regnante.

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Qui viene raffigurata la vittoria di Sapore (Shapur) su due imperatori romani, Filippo l’Arabo (che implora la pace) e Valeriano (che viene catturato, in ginocchio).

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In questo rilievo chiamato “La grandezza di Bahram II” vediamo il re, che è raffigurato con una spada di grandi dimensioni. Sulla sinistra ci sono cinque figure (forse i membri della famiglia imperiale), di cui tre con diadema. A destra tre cortigiani, che fanno un gesto tipico dell’impero persiano di quel periodo: l’indice piegato in giù, che esprime rispetto e sottomissione. Questo gesto è stato poi “adottato” all’interno del nostro gruppo per mostrare (con una certa ironia, chiaramente) la nostra sottomissione al nostro capo, cioè Marco, in varie situazioni in cui lui ci richiamava all’ordine. A un certo punto era lui a chiederlo, per chiudere ogni discussione. Detta così sembra una roba un po’ scema, e forse lo è, ma ci ha fatto molto ridere. Sapete quelle cose che vengono fuori per caso e che poi, ripetute n volte, fanno ridere anche solo per l’effetto tormentone? Ecco, quella cosa lì.

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Questo rilievo equestre, che si trova immediatamente sotto la tomba di Dario I, è diviso in due parti, una superiore ed una inferiore. Nella parte superiore il re sembra costringere un nemico romano a scendere da cavallo. Nella parte inferiore, il re combatte ancora con un soldato romano a cavallo. Entrambi i rilievi raffigurano un nemico morto sotto gli zoccoli del cavallo del re.

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Ripartendo in pullman verso Persepoli, Alì ci legge giustamente come introduzione il testamento di Dario, colui che fece costruire Persepoli.
V sec. a.C.
Susa, Iran
Il testamento di Dario I il Grande
a suo figlio Serse Re dei Re

Ora che sto andando via da questo mondo,
Ci sono 25 paesi sotto il mio Impero, e in tutti questi paesi vige la moneta iraniana, gli iraniani hanno grande rispetto per tutti e altrettanto le popolazioni di questi paesi verso di loro.
Serse! Figlio mio e successore, devi adoperarti come ho fatto io nel mantenere questi paesi!
Il successo per mantenerli è nei seguenti punti:
Non intervenire nei loro affari interni. Rispettare la loro religione e le loro usanze.
Adesso che vado via da questo mondo, tu avrai 12 Krur in oro nella tesoreria, questa quantità d’oro sarà solo uno dei tuoi poteri, perché il potere di un Re non è solo la spada ma anche la ricchezza.
Perciò ricordati, tu dovrai aumentare i tuoi beni e non diminuirli, non dico che, nel momento necessario, non devi usarli, ma nella prima occasione quello che hai tolto devi rimetterlo al suo posto.
Tua madre Atusa, figlia di Ciro, ha dei diritti sulla mia spalla, perciò dalle la sua comodità e la sua soddisfazione.
Sono 10 anni che m’impegno a costruire i granai. La tecnica della loro costruzione, fatti in pietra e in forma cilindrica, l’ho imparata in Egitto. Dato che i granai sempre si svuotano,  sono stati creati i setti, così i cereali rimangono sani per diversi anni e tu dovrai continuare a costruirli dopo di me, finché avrai le scorte per almeno 2 o 3 anni per tutto il paese e così ogni anno che avrai i cereali nuovi dovranno essere immagazzinati, quando si sente il loro profumo. In questa maniera non avrai preoccupazione se capiterà che per 2 o 3 anni ci saranno le carestie.
Mai dovrai dare ad amici e a conoscenti i lavori del paese; per loro, il vantaggio di essere amico con te è sufficiente. Se li impegnerai nei lavori amministrativi e loro faranno degli errori, opprimeranno la gente, o faranno dei lavori illegittimi, tu non potrai punirli perché sono tuoi amici e sarai costretto a sopportarli.
Il canale che volevo fare tra il Nilo e il Mar Rosso non è finito! Ha la massima importanza nel commercio e nella guerra, tu dovrai finirlo! (è il canale di Suez, lo finiranno gli europei… giusto qualche anno dopo, ndr)
Le tasse di pedaggio di questo canale non dovranno essere esagerate in modo che i capitani preferiranno attraversarlo.
Ho mandato un esercito alla volta dell’Egitto per dare un ordine e una sicurezza al territorio, ma non ho fatto in tempo a mandare un altro esercito verso la Grecia, tu dovrai farlo!
Con la massima potenza attacca in Grecia, e fai capire loro che il Re della Persia è capace di punire i traditori e di creargli dei disagi.
Un’altra raccomandazione che ti faccio, è di non avere mai intorno a te bugiardi o lusingatori, perché tutti e due sono un disastro per il regno! Manda via i bugiardi senza pietà!
Mai dovrai permettere ai governatori di predominare sul popolo! Per non far prevalere i governatori ho fatto la legge delle tasse, così diminuisce il rapporto diretto tra l’agente del Governo e il tuo popolo!
Riguardo all’Educazione io ho cominciato, tu continua!
Lascia che i tuoi cittadini riescano a leggere e a scrivere! Più si sviluppa la loro istruzione ed il loro giudizio, più tu regnerai con sicurezza e popolarità!
Segui sempre il monoteismo, però non obbligare mai i tuoi popoli a seguire il tuo credo!
Ricordati sempre che ognuno deve essere libero di scegliere quello che pensa e che preferisce.
Dopo il mio addio, lava il mio corpo, avvolgilo nel sudario e mettilo nella bara di pietra, poi nella tomba.
Però non chiudere la mia tomba! Ogni volta che vuoi, puoi entrare a vedere la mia bara in pietra, capirai e ti accorgerai che io, tuo padre, ero un Re potente e capace, che regnava su 25 paesi del mondo!
Perciò tutti, anche tu, morirete… perché il destino dell’uomo, di un Re di 25 paesi o di un raccoglitore o venditore di prugnoli è lo stesso! Nessuno rimarrà per l’eternità!
Ogni volta che entrerai nella mia tomba e vedrai la mia bara non avrà predominio l’Egoismo.
Quando vedrai la tua morte vicino ordina di chiudere la mia tomba, e raccomanda a tuo figlio di lasciare aperta la tua per poter vedere la tua bara.
Mai, mai devi accusare e allo stesso tempo giudicare!
Se accusi qualcuno, prendi un giudice neutro che studia e decide per fare giustizia, perché se l’accusatore fa il giudice, è molto probabile che opprima!
Non abbandonare mai la costruzione della Prosperità; se non dai importanza a questo, piano piano si rovina il paese e rimane un rudere, perché la regola è questa: Se il Paese non va verso la Prosperità va verso la devastazione.
Fare i qanat, le infrastrutture stradali e l’urbanistica sono fatti da mettere nelle priorità!
Non scordare il perdono e l’amicizia!
Sappi che dopo la giustizia, la qualità più elevata del Re è il perdono e la generosità, però il perdono deve essere fatto quando qualcuno fa un errore verso di te, se invece l’errore o il peccato lo fa verso un altro, e tu lo perdoni, in questo caso, hai fatto un’oppressione e non la Giustizia! Non hai rispettato i diritti di un altro, allora non c’è più Giustizia.
Oltre a questo non dico più niente.
Queste dichiarazioni le ho fatte oltre a te alla presenza di altri, come testimoni al mio Testamento Storico,
ora andate via e lasciatemi solo
perché sento che la mia morte è vicina.

Segue un lungo applauso, ad Alì per avercelo letto e fatto conoscere, ma anche a Dario! Se si tiene conto dell’epoca, questo testo è un vero manifesto di tolleranza e di buon governo. Certo, era un monarca assolutista ma decisamente illuminato. Se i politici di oggi tenessero presenti almeno alcuni di questi principi, diciamo pressoché in coro, staremmo molto meglio. Insomma, in un attimo siamo tutti daristi, dariani o come si può dire, non importa. Comunque vogliamo fondare il partito di Dario! La Carta dei Valori è già lì pronta.

Ed eccoci a Persepoli.
I primi resti di Persepoli risalgono al 515 a.C. André Godard, l’archeologo francese che scavò le rovine di Persepoli nei primi anni ‘30, credeva che non fosse stato Dario ad aver scelto il sito di Persepoli, ma che fosse stato lui a costruire il terrazzamento ed i palazzi, su una superficie di 125.000 mq. Dal momento che, a giudicare dalle iscrizioni, gli edifici di Persepoli vennero costruiti da Dario I, fu probabilmente sotto questo re, con il quale lo scettro passò a un nuovo ramo della casa reale, che Persepoli divenne capitale della Persia. Come residenza dei governanti dell’impero, tuttavia, era un luogo remoto in una regione montagnosa di difficile accesso e tutt’altro che conveniente. Le vere capitali del paese erano Susa, Babilonia e Ecbatana. Questo spiega il fatto che i greci non erano a conoscenza della città fino all’epoca di Alessandro Magno che la conquistò e saccheggiò. Qui, però, venivano ricevute le delegazioni delle diverse satrapie che facevano parte dell’impero e qui si svolgeva la festa di nowrouz.
Dario I ordinò la costruzione dell’Apadana e della Sala del Consiglio, del principale Tesoro imperiale e dei suoi dintorni. Questi edifici vennero completati durante il regno di suo figlio, Serse I. Inoltre la costruzione degli edifici sulla terrazza continuò fino alla caduta dell’impero achemenide.
Intorno al 519 a.C., ebbe inizio la costruzione di un’ampia scalinata. La scala doveva inizialmente essere l’ingresso principale alla terrazza posta a 20 metri rispetto al suolo. La doppia scalinata, nota come scala di Persepoli, venne costruita simmetricamente sul lato occidentale della grande muraglia. I gradini sono 111 perché 111 erano le stazioni della posta, le fermate sulla strada Reale che da Susa portava a Sard.

Il calcare grigio è la pietra principale usata per costruire gli edifici di Persepoli. Vennero usati anche legno di cedro, proveniente dal Libano, e mattoni crudi. Dopo che la roccia naturale era stata livellata e le depressioni riempite, venne preparata la terrazza. Il piano irregolare della terrazza, tra cui le fondazioni, funse da castello, le cui pareti consentivano ai suoi difensori di visualizzare qualsiasi sezione del fronte esterno. Diodoro Siculo scriveva che Persepoli aveva tre mura con bastioni, tutte munite di torri, per offrire uno spazio protetto agli uomini addetti alla difesa. Le prime mura erano alte 7 metri, le seconde 14 e le terze, che coprivano tutti e quattro i lati, 27 metri, anche se oggi non ci sono mura che si siano conservate. Gli operai che costruirono Persepoli non erano schiavi, erano pagati e avevano le ferie. Per l’epoca, un altro esempio di liberalità.
Persepolis è il nome attribuito alla città dai greci, il nome persiano era Parse. In epoca più tarda fu chiamata, in Iran, anche Takht-e Jamshid, (trono di Jamshid), perché se ne attribuiva la fondazione al mitico re Jamshid.
Dopo l’invasione della Persia, nel 330 a.C., Alessandro Magno inviò il grosso del suo esercito a Persepoli attraverso la via Reale e riuscì facilmente a prendere la città prima che il suo tesoro potesse essere messo in salvo. Dopo diversi mesi, Alessandro consentì alle sue truppe di saccheggiare Persepoli.

In quel periodo, un incendio bruciò i “palazzi” o “il palazzo”. Gli studiosi concordano sul fatto che questo evento, descritto nelle fonti storiche, si verificò presso le rovine che sono state ora ri-identificate come Persepoli. Non è chiaro se il fuoco sia stato un incidente o un atto deliberato di vendetta per l’incendio dell’Acropoli di Atene durante la seconda invasione persiana della Grecia.
Anche gli ayatollah volevano distruggere Persepoli, perché nella loro visione tutto quello che viene prima dell’Islam non ha valore. Ma dovettero rinunciare, perché il sito ha troppa importanza storica, avrebbero generato ulteriore riprovazione a livello internazionale; senza contare gli introiti di Persepoli come attrazione turistica, ai quali l’Iran non può certo facilmente rinunciare.
La Porta di tutte le Nazioni, riferita ai sudditi delle diverse nazioni che costituivano l’Impero, era una grande sala a forma di quadrato di circa 25 metri di lato, con quattro colonne e l’ingresso sulla parete occidentale.
Due androcefali con corpo di toro e teste di uomini barbuti si trovano sulla soglia occidentale. Altri due, con ali e teste persiane, erano all’ingresso orientale, a riflettere il potere dell’impero.
Il nome e la dedica di Serse I sono scritti in tre lingue: persiano antico, Elami e babilonese. L’incisione si trova sull’ingresso in alto:
“Ahura Mazda è un grande dio per aver creato la terra, il cielo, l’uomo e per lui la felicità, colui che creò Serse e lo fece diventare Re, Re dei Re, Re dei differenti popoli, Re di questo mondo vasto e immenso, sono figlio di Dario il Re, discendo dagli Achemenidi.”

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In direzione ovest-est nella parte nord della terrazza c’era il Viale delle processioni, ai cui lati si trovano capitelli a forma di aquila-grifone. Sono stati trovati a Persepoli, ma non montati su colonne. Probabilmente erano stati scartati perché non perfetti o perché il gusto era cambiato. Questo animale fantastico, chiamato Homa in farsi, è considerato di buon auspicio ed è quindi stato scelto come simbolo della compagnia aerea di bandiera iraniana.

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Il più famoso palazzo di Persepoli è l’Apadana. Il Re dei Re lo usò per le udienze ufficiali. La costruzione ebbe inizio nel 515 a.C., e suo figlio, Serse I, lo completò trent’anni dopo. Il palazzo aveva una grande sala a forma quadrata, e ognuno dei lati misurava 60 metri. C’erano 72 colonne, 13 delle quali si trovano ancora erette sull’enorme piattaforma. La sommità delle colonne era costituita da sculture rappresentanti animali come tori a due teste, leoni e aquile. Le colonne erano unite tra loro con travi di quercia e cedro.
Le pareti erano piastrellate e decorate con immagini di leoni, tori e fiori. Dario ordinò di incidere il suo nome e i dettagli del suo impero, in oro e argento, su piatti che vennero collocati in contenitori di pietra nelle fondamenta sotto i quattro angoli del palazzo. Due scalinate simmetriche vennero costruite sui lati settentrionale e orientale dell’Apadana per compensare una differenza di livello. La scala a nord fu completata durante il regno di Dario I, ma l’altra venne completata molto più tardi. Le rampe sono decorate con bassorilievi raffiguranti le delegazioni dei vari popoli, ciascuna delle quali porta animali e doni legati al suo territorio e alla sua cultura. Ci sono, ad esempio, i Medi, i Susiani, gli Armeni, i Babilonesi, i Lidiani, gli Assiri, gli Egizi, gli Ioni, i Parti, gli Indiani, i Traci, gli Arabi, i Drangiani (attuale Turkmenistan), i Libici, gli Etiopi. Le figure sono intervallate da cipressi, che segnano lo stacco tra una delegazione e l’altra.

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Il Tachara, o Palazzo di Dario, si trova a sud dell’Apadana. Le decorazioni della scalinata sud presentano una raffigurazione simbolica di Nowrouz: un leone che divora un toro; l’interpretazione più accreditata è appunto che il leone sia l’anno nuovo che scaccia il toro, che rappresenta l’anno vecchio. Quando il sole raggiunge la costellazione del toro e la supera, infatti, l’anno si rinnova.

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L’Hadish, o Palazzo di Serse, è costruito su un piano simile al Tachara ma due volte più grande. La sua sala centrale era costituita da trentasei colonne di pietra e legno. Queste erano realizzate con tronchi di alberi di grandi dimensioni e di grande diametro, delle quali non resta più nulla. È circondato ad est e ad ovest da piccole stanze e corridoi, e sulle porte vi sono dei bassorilievi. Sono rappresentate processioni reali con Serse I accompagnato da servitori che sostengono un baldacchino. La parte meridionale del palazzo è composta da appartamenti la cui funzione è controversa: una volta descritti come quelli della regina, oggi sono considerati dei negozi o appendici del Tesoro. Hadish è un’antica parola persiana che appare su una iscrizione trilingue in quattro copie sotto il portico e la scalinata: significa “palazzo”. Gli archeologi citano questo palazzo con il nome di Hadish, ma il nome originale non è noto. L’assegnazione a Serse è certa in quanto, oltre a queste quattro iscrizioni, il suo nome e il suo titolo si trovano incisi non meno di quattordici altre volte.

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Il palazzo delle 100 colonne, o anche Sala del Trono, ha una forma quadrata con lati di 70 metri: è il più grande dei palazzi di Persepoli. In occasione del suo primo scavo parziale, emerse che era coperto da uno strato di terra e di ceneri di cedro del Libano di più di tre metri di spessore. Gravemente danneggiati dal fuoco, solo le basi delle colonne e gli stipiti sono sopravvissuti.
Due tori colossali costituiscono le basi delle colonne principali, alte 18 metri, che sostenevano il tetto del portico d’ingresso, a nord del palazzo. L’ingresso avveniva attraverso una porta riccamente decorata con bassorilievi. Tra queste rappresentazioni, si descrive l’ordine delle cose, mostrato da cima a fondo: Ahura Mazda, il re sul suo trono, poi diverse file di soldati che lo sostengono, alternativamente medi (riconoscibili dai cappelli rotondi) e persiani. Il re detiene quindi il suo potere, che gli proviene da Ahura Mazda che lo protegge, e controlla l’esercito che porta il suo potere.
Il Tesoro, costruito da Dario il Grande, è costituito da una serie di camere situate nell’angolo sud-est della terrazza, che si estende su una superficie di 10.000 mq. Il tesoro comprende due sale più importanti il cui tetto era sostenuto rispettivamente da 100 e 99 colonne di legno. Sono state ritrovate delle tavolette di legno e d’argilla, che specificano l’ammontare dei salari e dei benefici pagati ai lavoratori che costruirono il sito. Secondo Plutarco, 10.000 muli e 5.000 cammelli furono necessari ad Alessandro Magno per trasportare il tesoro di Persepoli.
Uscendo, scopriamo che Silvana ha trovato un ammiratore iraniano, probabilmente una guida, che in perfetto francese dice che somiglia a Mireille Mathieu. Dopo un po’ diventa Carla Bruni, forse in quanto italiana… purtroppo non ci possiamo fermare per vedere come va a finire. Dobbiamo andare a pranzo. Ma comunque per noi, almeno per un paio di giorni, resterà Mireille.

Prima di riprendere il pullman, facciamo in tempo a fermarci in libreria. Oltre ad una guida di Persepoli, non resisto alla tentazione di comprarmi il Divan di Hafez in versione Persiano-Italiano. Così ora sapete il perché di tante citazioni…
Ci facciamo un ricco pranzo a buffet e ripartiamo in direzione Shiraz. Ci aspettano altri appuntamenti da programma.
Il primo è con il mausoleo di Shah-e Cherag, ovvero del fratello dell’ottavo Imam, vissuto nel secolo VIII. La prima cosa che ci chiediamo, e che chiediamo ad Alì, è proprio questa: ma l’Islam sciita è una religione così familista che non solo si venerano gli Imam, ma anche i parenti degli Imam? Parrebbe proprio di sì. E vedendo quanto è grandioso questo mausoleo, ci chiediamo anche allora come sarà quello dell’Imam. Alì ci informa che si trova a Mashhad, nel nordest dell’Iran. Che è appunto, insieme a Qom, la culla della religione sciita in Iran. Se qualcuno vorrà fare il viaggio nel nord, lo vedrà. Chissà, forse l’anno prossimo. Inshallah (a proposito, si dice anche qui).
Qui non si può entrare con la macchina fotografica (ma col telefonino sì) e le donne devono mettere il chador, gentilmente fornito dagli addetti dello stesso mausoleo. Per le donne del gruppo, è la prima esperienza. Al velo qualcuna si sta già un po’ adattando, ma qui si sale di livello. Non è nero, per fortuna. Non abbiamo capito se per alleggerire l’esperienza o per identificarle meglio, alle turiste straniere viene dato un chador bianco decorato con motivi floreali. Allegro, tutto sommato. C’è un ingresso separato per le donne, con una camera di… compensazione dove avviene la vestizione. Noi uomini siamo già dall’altro lato in attesa. Quando le signore sbucano, sembrano ovviamente un po’ a disagio ma divertite. Partono subito le foto e i selfie. La prima cosa che salta all’occhio è che Franca è l’unica che ha il chador più il velo in testa: Non hanno trovato un chador abbastanza lungo da coprirla tutta! Del resto, la ragazza in gioventù faceva pallavolo. La statura supera decisamente quella dell’iraniana media.

Il sito è il luogo di pellegrinaggio più importante della città di Shiraz. Aḥmad, il fratello dell’Imam, venne a Shiraz all’inizio del III secolo islamico (circa 820 d.C.), e vi morì. Verso il 1130 fu costruita la camera di sepoltura, con la cupola e a cipolla e un portico colonnato. La moschea è rimasta così per circa 200 anni, prima di ulteriori lavori avviati dalla regina Tash Khātūn durante gli anni 1344-1349 (745-750 del calendario islamico) di cui non è rimasto nulla. La moschea fu di nuovo impegnata in riparazioni nel 1506 e nel 1588, quando la metà della struttura crollò a seguito di un terremoto. Nel corso del XIX secolo, la moschea è stata danneggiata più volte e successivamente riparata. Infine, nel 1958 tutta la cupola fu rimossa e al suo posto venne inserita una struttura in ferro, che era più leggera e suscettibile di durare più a lungo. La nuova struttura fu posta con la forma della cupola originale e venne finanziata a spese del popolo di Shiraz. L’attuale edificio è costituito da un portico originale con le sue dieci colonne sul lato orientale, un ampio santuario con nicchie alte sui quattro lati, una moschea sul lato occidentale del santuario, e varie sale. Ci sono anche numerose tombe contigue al mausoleo. Due piccoli minareti, situati alle due estremità del portico a colonne, aggiungono imponenza al mausoleo, che fa parte della lista dei monumenti nazionali dell’Iran.
Noi, purtroppo, possiamo vedere solo i cortili e le strutture dall’esterno, dato che qui l’ingresso nella moschea è vietato ai non musulmani. Ci si avvicina un tipo un po’ strano che potrebbe essere un custode e che, quando gli diciamo che siamo italiani, cerca di comunicare snocciolando calciatori della Juve, magari non recentissimi: Michel Platini e Zinedine Zidane. Alì, invece, ci racconta una curiosità interessante: il turbante nero è riservato ai mullah (sacerdoti) che sono discendenti di Maometto; tutti gli altri portano il turbante bianco. Anche qui come in tanti altri posti, e qui era inevitabile, l’ayatollah Khomeini e l’ayatollah Khamenei con i loro turbanti neri (ora sappiamo perché) ci guardano severi e accigliati.

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Dobbiamo ancora vedere anche la Moschea Vakil, la Moschea del Reggente, per cui non abbiamo avuto tempo ieri.
Edificata tra il 1751 e il 1773, durante il periodo Zand, è stata restaurata nel XIX secolo durante il periodo Qajar.
La moschea ha solo due iwan, sui lati nord e sud di una grande corte aperta. Gli iwan e le corti sono decorati con tipiche piastrelle di Shiraz. La sua sala di preghiera invernale (Shabestan), con una superficie di circa 2.700 metri quadrati, contiene 48 colonne monolitiche scolpite a spirale, ognuna con un capitello a foglie di acanto. Il minbar (pulpito) di questa sala, tagliato da un unico blocco di alabastro e realizzato a Tabriz, è considerato uno dei capolavori del periodo Zand. Le esuberanti piastrelle decorative floreali risalgono in gran parte al periodo Qajar.

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Ci concediamo poi un bel giro al bazar, dove scopriamo cose interessanti come le mandorle verdi (qui si mangiano così) e un gelato fatto con amido di mais, limone e zucchero. Alì è in cerca di un particolare anello in osso di cammello e bronzo, che sa di poter trovare qui, e infatti c’è. Ma quello che si nota di più, girando per il bazar, unico in Iran per l’architettura in mattoni dipinti, è che è molto ordinato e composto, quasi silenzioso, soprattutto se paragonato ad un souk arabo. Ricorda più un bazar ottomano, anche nell’architettura. Non si sentono urla di venditori per attirare i clienti, né si vedono discussioni animate e contrattazioni all’ultimo sangue. A me piacciono anche i souk arabi, soprattutto quelli più autentici e non turistici, ma bisogna ammettere che forse al di là di tutto questa differenza culturale tra arabi e persiani esiste e si misura anche da queste cose.

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Un tè ai germogli rilassante al Joulep, che ormai è il “nostro” caffè a Shiraz, e poi via verso l’albergo a prepararci per una serata in famiglia.
Il padrone di casa è abituato per lavoro a conoscere stranieri, e spesso li invita a casa. Gli piace ospitare persone, e poter scambiare qualche idea con gente che viene da paesi lontani. Ma lascia volentieri che a fare gli onori di casa siano la moglie e i figli, una ragazza diciottenne e un ragazzo più grande. C’è anche uno zio, e ci sono un paio di altri ragazzi, un cugino e forse un amico di famiglia. E soprattutto c’è una zia di cui Alì ci ha già parlato, che è la persona più conservatrice della famiglia e che, come ogni zia che si rispetti, ha la tendenza a mettere becco in tutte le questioni, anche quelle che non la dovrebbero riguardare. Quindi un po’ la temiamo, più che altro temiamo che intimidisca un po’ i ragazzi e non li lasci parlare liberamente.
Ci servono il tè e dei dolcetti di benvenuto. Ormai abbiamo imparato a dire almeno “grazie” in farsi. Si può dire mamnoun o kheili mamnoun (molte grazie), ma c’è anche l’alternativa mersi, più facile da ricordare.
All’inizio le curiosità si concentrano sulla figlia diciottenne, che risponde con un sorriso un po’ imbarazzato. Lei studia ragioneria, ma ha fatto anche un corso da parrucchiera, per tenersi aperta un’altra strada. Nel tempo libero fa danza hip-hop, il che ovviamente ci incuriosisce molto: vorremmo sapere dove può praticarla, poi. Lei accenna a delle feste tra ragazzi, dove si può ballare, e subito la zia ci tiene a precisare che balla solo in casa e che sono feste “di famiglia”. Sì, me la vedo proprio che balla hip-hop per le vecchie zie… comunque, facciamo finta di crederci. Sappiamo, in realtà, che di feste private i giovani ne fanno, anche parecchie. C’è un po’ di tolleranza su questo, fa parte della politica di lasciare qualche spazio minimo di libertà, una modica quantità di briglia sciolta almeno nelle case. Per essere ancora più sicuri, però, in questi casi, è meglio allungare una mazzetta sottobanco al poliziotto di turno. Funziona così.
Viene fuori che i ragazzi possono uscire, le ragazze solo di nascosto. Mi torna in mente un passo del libro che sto leggendo in questi giorni, “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi. Racconta di una professoressa che, di nascosto, fa lezione di letteratura in casa a un gruppo di ragazze, le conforta e le sprona a leggere libri proibiti. C’è un pezzo in cui lei e le ragazze si confrontano sui loro sogni, e scoprono che tutte hanno sogni ricorrenti in cui sono senza velo in situazioni pubbliche, per propria volontà o per un incidente casuale; allora si sentono in pericolo, braccate dai guardiani della rivoluzione, e scappano, senza sapere dove. “Sogni illegali”, li chiamano. Quante cose sono ancora sogni illegali, per queste ragazze.
Ci interessa, su questo, sentire anche l’opinione dei ragazzi: per esempio, sposerebbero una ragazza che esce di nascosto? Che magari ha già avuto un ragazzo? Ovviamente, c’è un po’ di imbarazzo. La zia ci guarda un po’ in cagnesco. Il cugino, che fa palestra e si vede, ammette che non sposerebbe una ragazza che esce di nascosto e che potrebbe aver già avuto delle storie. Dice qualcosa tipo che non vorrebbe zappare un giardino che ha già zappato qualcun altro. È una frase che non vorresti sentire da un ragazzo, ma probabilmente questo retaggio culturale è duro a morire, a maggior ragione in questo paese. È anche una questione di reputazione, probabilmente. La reputazione è tutto, nessuno vuole che gli altri parlino alle sue spalle. Si può solo sperare, io ne sono abbastanza convinto, che non siano tutti così.

Come sempre anche loro hanno tante curiosità su di noi, e così anche qui facciamo un giro di presentazione e raccontiamo ciascuno due cose di sé stesso. La cosa che li incuriosisce di più, si capisce, è la nostra età. L’osservazione è, in genere, “Sembrate più giovani”. Non è solo l’aspetto, è anche quello ma più che altro li colpisce che persone che per loro hanno… be’, diciamo, una certa età (mi ci metto anch’io) abbiano ancora voglia di scoprire il mondo e si siano imbarcate in un viaggio comunque abbastanza impegnativo, in un paese lontano, di cui tanti hanno paura. Per loro viaggiare è ancora una cosa non comune anche da giovani, figuriamoci quando giovani non si è più o lo si è… diversamente.
Intanto, cominciano i preparativi per la cena. Questa volta la cena non è a buffet ma… a pic-nic. Che non si fa solo su un prato, sull’asfalto, sul cemento, ovunque. Un’altra abitudine iraniana che abbiamo scoperto è che, se ci sono tante persone a cena, si prende una bella tovagliona, la si butta sul pavimento e si fa pic-nic… in salotto. Ho saputo che in queste occasioni a volte spunta anche qualche bottiglia di alcolici, ma stasera no. C’è il riso con polpettine, e la crosta di riso. Ci sono le immancabili melanzane, il pollo e l’insalata di Shiraz (stasera abbiamo scoperto che ci si mette anche del succo d’uva non ancora matura).
Gli iraniani dell’Italia conoscono l’arte, l’archeologia, forse un po’ la cucina, e il calcio. Il calcio soprattutto, che in genere (almeno i maschi) conoscono meglio dell’arte e dell’archeologia (temo che qui quello che non è islamico si studi poco), è spesso un buon argomento con cui cercare di entrare un po’ in sintonia. Va così anche col padrone di casa, che avendo sentito che sono di Milano mi chiede: “Sei dell’Inter?”. Inorridisco. “No no, Milan! Milan AC.” “E il Real Madrid? Ti piace?”. Inorridisco di nuovo. “No, in Spagna tifo Barça.” Troviamo una specie di accordo solo sul Manchester United. Ci tiene a dire che lui ha giocato a calcio, e anche lo zio. Poi mi fa vedere sul telefonino foto di altri gruppi, e singoli, che ha ospitato. Parecchi italiani, e francesi. Finché spunta una foto di lui con un gruppo di amici iraniani che hanno appena fatto pic-nic in salotto, proprio come noi, e fumano il narghilè. Mi chiede se lo conosco e rispondo di sì, che ho già avuto occasione di fumarlo in Marocco, in Turchia e in Palestina. Bene, dice, allora poi ci facciamo una fumatina. Provo a chiedergli se è religioso praticante, ma non capisce la domanda o preferisce far finta di non capire. L’argomento in effetti è delicato e la domanda era troppo diretta, lascio subito cadere il discorso.

Tutto il cibo è davvero ottimo, e come sempre in grande quantità. È impossibile non avanzare qualcosa. Vorrei però far sapere alla cuoca che abbiamo davvero apprezzato. In queste occasioni nel mondo arabo si usa dire Hamdulillah, che letteralmente significa “Dio sia lodato” ma si usa in un’infinità di situazioni, quando sei contento perché qualcosa ti è andato bene, quando ti stanno trattando bene e vuoi esprimere soddisfazione e gratitudine. Chiedo ad Alì se si usa anche qui. “Si usa ma non è una parola nostra” mi risponde. Deduco che forse è meglio non usarlo e mi unisco semplicemente all’applauso.
Ci rilassiamo sui cuscini dopo l’abbondante cena e, come promesso, arriva il narghilè. Il padrone di casa e Alì aprono le danze, poi a turno in diversi ci facciamo qualche tiro. Quando arriva il mio turno, però, faccio un po’ fatica, il fumo non viene su bene. Non ci faccio una gran figura, dopo che ho fatto l’uomo di mondo, ma sono abituato col bocchino e senza ho un po’ di problemi a prendere confidenza con l’attrezzo. Alla fine ce l’ho fatta, comunque, bene o male. Marco ha una disinvoltura e un’eleganza decisamente superiore. Del resto, mi ha raccontato che da giovane ha passato un lungo periodo in Algeria, dove ha lavorato all’ambasciata italiana e dove ha rischiato di essere rimandato a casa per aver partecipato a una serata organizzata dal Polisario, il movimento del popolo Saharawi per la liberazione del Sahara occidentale dall’occupazione marocchina (che ancora continua, tra l’altro).
Alla fine anche l’ineffabile zia ci ha provato a fare la guastatrice, ma non è riuscita a fare più di tanto.
Anche qui la bella serata si conclude con sorrisi e foto di gruppo, poi si va via. Domani mattina presto dobbiamo partire per Yazd.

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(continua…)