Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota e ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

11 giugno 2018: Primo giorno – Le icone di vetro e i primi assaggi di slow food transilvano

Anche quest’anno è arrivato il momento della mia dose annuale di Balcani, senza la quale non posso vivere. E per la dose di quest’anno ho scelto il nord della Romania, una regione che ha sicuramente molti motivi di interesse, anche se… a giudicare dalla reazione delle persone a cui mi è capitato di dire che venivo qui non si direbbe. Si direbbe invece che non ce ne siano, o che tutt’al più ce ne sia soltanto uno: ebbene sì, lui, il conte Dracula. Una delle creature più macabre e al tempo stesso cariche di un fascino perverso che la mente umana abbia mai partorito. Che forse ha popolato con il suo nero mantello e i suoi canini ipertrofici qualche incubo di quando eravamo bambini e che non ha ancora smesso di terrorizzarci, ma anche di generare empatia per la sua condizione di essere condannato in eterno al male. Ho sperimentato che se tu dici Transilvania e Maramureş, nel 99,9% dei casi (statistica approssimativa, ma non lontana dalla realtà) il nome Maramureş viene istantaneamente rimosso, come se non l’avessi mai pronunciato (anch’io, lo confesso, fino all’anno scorso non sapevo che esistesse), e ti dicono qualcosa tipo: “Ah, figo, il castello di Dracula!”. E se tu dici che no, veramente l’idea non sarebbe quella, ti guardano perplessi. Tra l’altro, quello che viene presentato come il castello di Dracula, cioè il castello di Bran, non è il vero castello di Dracula, o meglio del principe Vlad, colui che ha ispirato il personaggio. Provi a spiegare, però la perplessità difficilmente svanisce. Ma fidatevi, ci sono altre buone ragioni per visitare questi luoghi, le scopriremo cammin facendo se avrete voglia di seguirmi.
Ho detto che fino all’anno scorso non sapevo che esistesse il Maramureş. L’anno scorso perché, come forse i più attenti tra voi sapranno, l’anno scorso sono già stato in Romania, con un viaggio di Radio Popolare sul Delta del Danubio. Una zona diversa e lontana da quelle che vedremo quest’anno, non solo geograficamente ma anche per clima, natura e culture. Parlo di culture al plurale perché anche lì ce ne sono diverse, ma a parte quella rumena e forse in parte quella ucraina nessuna è in comune con quelle che caratterizzano il nord. E allora, direte voi, dov’è il legame? Be’, tutto nasce dal cibo. Quello era un viaggio slow food e anche questo sarà un viaggio slow food. E uno dei pranzi slow food dell’anno scorso, organizzato presso un mercato contadino di Bucarest, era proprio a base di prodotti del Maramureş. Che, forse insieme ai costumi tipici e alla calda ospitalità delle persone che ce li offrivano, hanno suscitato una tale curiosità, soprattutto in una componente del gruppo, da far nascere la voglia di conoscere quei luoghi. Curiosità che probabilmente è stata amplificata dai racconti di Eugenio Berra, che ormai per noi è l’insostituibile guru che seguiamo ciecamente quando si tratta di Balcani. Eugenio vive a Belgrado da 4 anni, prima ha vissuto a Sarajevo ed è un profondo conoscitore di tutte le culture balcaniche.
Ed ecco che ho già svelato, quindi, che ancora una volta è lui l’artefice del viaggio, oltre che colui che ci farà da guida. E quindi è suo il merito, in questo caso però da dividere con quella componente del gruppo che era rimasta affascinata dal Maramureş e che lo ha gentilmente “pressato” perché organizzasse un viaggio quasi su misura, forse anche senza il quasi. Devo ringraziare, quindi, se ora sono qui, le compagne di viaggio che conosco già bene e che hanno fatto il viaggio sul Delta, anche se in un gruppo diverso dal mio, e cioè Elena, Gabriella e Miriana. E devo ringraziare anche, ça va sans dir, ViaggieMiraggi per l’organizzazione.

C’è un’altra persona che devo ringraziare, una persona che non conosco, anche se in realtà ora che ho letto il suo libro mi sembra quasi di conoscerlo. È William Blacker, un inglese (di origine irlandese) che ha scritto un bellissimo libro intitolato “Lungo la via incantata”. La storia che racconta è una storia personale, ma dove si coglie anche in modo profondo l’essenza, lo spirito di una terra, o forse due terre, e due popoli: Maramureş e Transilvania, i rumeni del Maramureş e i rom di Transilvania. È il racconto di un viaggio che nasce come fuga, come avventura, e diventa via via ricerca di uno stile di vita più puro e in armonia con la natura, voglia di mettere radici, immedesimazione profonda in una cultura ancestrale, poi di nuovo irrequietezza e bisogno di nuove esperienze. È tante cose, insomma. William – mi viene proprio di chiamarlo per nome, come se lo conoscessi – ha vissuto per anni qui tra la seconda metà degli anni ’90 e gli anni 2000. Il suo libro ci è stato consigliato da Eugenio, e per me e per altri del gruppo è stato fondamentale per entrare nel mood di questo viaggio. Abbiamo capito che questa terra è un po’ uno stato della mente, dell’anima se esiste.
Il gruppo stavolta è un po’ più eterogeneo del solito come provenienza, nel senso che annovera una componente romana e una componente romagnola, oltre a noi che veniamo da Milano e dintorni. In totale siamo 14 persone, come sempre a maggioranza femminile: 3 uomini e 11 donne.

Dove andremo si può vedere in questa bella cartina del periodo tra le due guerre, che Eugenio ci ha fornito a corredo della sua come sempre preziosissima dispensa, piena di riferimenti storici, antropologici e culturali:

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Siamo appena sbarcati a Cluj, una delle maggiori città della Transilvania. Il volo da Bergamo Orio al Serio, con la compagnia low cost Wizzair, è durato poco meno di due ore. Sono circa le 10.30 ora locale (un’ora avanti rispetto all’Italia). Siamo partiti molto presto, tant’è vero che qualcuno di noi ancora accusa gli effetti della levataccia.
Il cielo è nuvoloso e fa abbastanza fresco, il che forse non è poi male.
Insieme a Eugenio, che riabbracciamo sempre volentieri, ci accolgono Miki, il nostro autista, e Horia, la nostra guida transilvana, un uomo con un indiscutibile appeal (penso di poter parlare a nome delle signore del gruppo) e che parla uno splendido italiano. Scopriremo poi che ha studiato e vissuto in Svizzera, nel canton Ticino, ma per fortuna (non me ne vogliano gli amici ticinesi all’ascolto) non ha preso l’accento ticinese. È un po’ più difficile per noi capire e ricordare il suo nome, ed ecco che subito, con la complicità di Eugenio che in uno dei suoi rarissimi lapsus lo chiama Rohia, viene soprannominato Rocco.
È lui che, sul pullmino che ci porta verso Sibiu, ci comincia a raccontare la storia della Transilvania. La storia è molto lunga, ma ci aspetta un viaggio di circa tre ore, c’è il tempo per raccontarla, almeno in sintesi.

Si parte dai Daci. Con Burebista, il più grande re della Dacia e contemporaneo di Giulio Cesare, il regno daco raggiunse la sua massima estensione. L’area che attualmente costituisce la Transilvania fu il centro politico della Dacia.
I Daci sono spesso menzionati sotto Augusto, a detta del quale essi furono costretti a riconoscere la supremazia romana. Comunque essi non furono sottomessi, e successivamente colsero ogni occasione di attraversare il Danubio ghiacciato durante l’inverno e saccheggiare le città nella provincia romana recentemente acquisita della Mesia.
L’espansione dell’Impero romano nella penisola balcanica portò i Daci in aperto conflitto con Roma. Durante il regno di Decebalo, i Daci furono impegnati in numerose guerre con i romani. Dopo due pesanti disfatte, i Romani ebbero la meglio ma furono obbligati a firmare una pace. Come conseguenza, ai Daci fu lasciata l’indipendenza, con l’obbligo di pagare un tributo annuale all’imperatore.
Nel 101-102 Traiano iniziò una campagna militare contro i Daci, che incluse anche l’assedio della capitale Sarmizegetusa e l’occupazione di parte del paese. Decebalo fu lasciato come un re cliente sotto un protettorato romano. Tre anni dopo, i Daci si ribellarono e sconfissero le truppe romane. La seconda campagna (105-106) terminò con il suicidio di Decebalo e la trasformazione della Dacia nella provincia romana della Dacia Traiana. La storia delle Guerre daciche ci è tramandata da Dione Cassio, ma un ottimo resoconto storico è la famosa Colonna Traiana a Roma.
I Romani sfruttarono ampiamente le miniere d’oro della provincia, costruendo strade d’accesso e forti per proteggerle. Nuovi coloni, provenienti dalla Tracia, dalla Mesia, dalla Macedonia, dalla Gallia, dalla Siria e da altre province romane, si stabilirono nella nuova provincia, portando allo sviluppo di città come Apulum (oggi Alba Iulia) e Napoca (oggi Cluj-Napoca).
I Daci si ribellarono frequentemente; la loro più accesa ribellione fu alla morte di Traiano. Nel 271 l’imperatore romano Aureliano diede ordine all’esercito romano di abbandonare la Dacia Traiana e riorganizzò una nuova Dacia “Aureliana” nella precedente Mesia Superiore. Non ci è dato sapere in che misura l’abbandono della Dacia, voluto da Aureliano, coinvolse la popolazione civile romanizzata o fu semplicemente un’operazione militare, purtuttavia alcuni storici ritengono che un numero più o meno consistente di Romani e Daci romanizzati si sia rifugiato tra i monti della Transilvania, conservando la lingua latina e tornando successivamente ad insediarsi, in età basso-medioevale, nelle pianure valacche e moldave. L’antica Dacia Traiana fu sotto il controllo dei Visigoti e dei Carpi sino a quando non vennero sottomessi dagli Unni nel 376. Gli Unni, sotto la guida di Attila, si stabilirono nella pianura pannonica sino alla morte di Attila nel 453.
Dopo la disintegrazione dell’impero di Attila, nessun’altra potenza fu capace di esercitare il controllo sulla regione per molto tempo, finché gli Avari dalla Scizia non affermarono la loro supremazia militare. Il Khanato avaro, tuttavia, fu schiacciato dai Bulgari agli inizi del IX secolo, e la Transilvania, insieme alla parte est della Pannonia, fu incorporata nel primo impero bulgaro.
I Magiari entrarono in possesso dell’intera Transilvania durante il X secolo. Nell’anno 1000 Vajk, principe d’Ungheria, giurò lealtà al Papa e diventò re Stefano I d’Ungheria, adottando il Cristianesimo e cristianizzando gli ungheresi.
Nel XII e nel XIII secolo, alcune aree della Transilvania furono occupate da coloni di origine germanica, i Sassoni. Siebenbürgen, il nome tedesco per Transilvania, deriva dalle sette città fortificate principali dei Sassoni di Transilvania. Sette città che, ancora oggi, hanno anche un nome tedesco. Molti sassoni, in realtà, non venivano dalla Sassonia ma dalla Valle della Mosella. L’influenza sassone diventò più marcata quando, ai primi del XIII secolo, il re Andrea II d’Ungheria fece appello ai Cavalieri dell’Ordine teutonico per difendere il regno dalle tribù nomadi asiatiche e dai Mongoli.
Dopo la morte del re Luigi II nella battaglia di Mohács (1526), combattuta contro gli Ottomani, l’ascesa di Ferdinando d’Austria al trono ungherese fu ostacolata dal governatore della Transilvania, Giovanni Zápolya; nella conseguente lotta dinastica s’inserì anche Solimano il Magnifico, che dopo la morte di Zapolya occupò l’Ungheria centrale con l’intenzione di sostenere la causa del figlio del precedente governatore, Giovanni Sigismondo.
Il 13 gennaio 1568 la Dieta di Transilvania riunitasi a Turda dichiarò la piena libertà religiosa. Nessuno poteva essere perseguitato o menomato per causa della sua confessione. Questa legge rimase nei secoli uno dei capisaldi dell’identità transilvana e pose le basi della Transilvania multietnica e multireligiosa.

La situazione si stabilizzò per qualche decennio con la Transilvania semi-indipendente, che gravitava nell’orbita dell’impero ottomano ma con un certo grado di autonomia. Nel 1571 il principe di Valacchia Michele il Coraggioso prese possesso della Transilvania e la unì con i Principati di Moldavia e Valacchia; tuttavia l’unificazione fu rapidamente sovvertita dagli Asburgo che, con un esercito mercenario, eliminarono il principe Michele ed instaurarono un governo autoritario, il quale si prodigò nel restaurare il cattolicesimo mediante la controriforma. Il Principato di Transilvania riacquistò tuttavia la propria indipendenza fra il 1604 e il 1606, quando il calvinista Stefano Bocskai, eletto principe di Transilvania nel 1603, condusse con successo una ribellione contro il governo asburgico. La dinastia che ne seguì condusse il Principato attraverso un periodo di massimo sviluppo.
La sconfitta turca nella battaglia di Vienna (1683) sancì il progressivo ritorno della zona della Transilvania sotto il controllo asburgico, che attraverso le istituzioni della Chiesa cattolica iniziò ad incrinare i rapporti fra protestanti e cattolici. Nel 1711 la Transilvania perse il Principato per essere sottoposta al controllo diretto di governatori asburgici, in quanto parte del riunificato Regno d’Ungheria.
A causa della repressione dei protestanti e della divisione delle terre, nel 1703 una sommossa contadina portò ad un periodo di 8 anni di rivolta contro il governo degli Asburgo. In Transilvania la popolazione venne riunita sotto Francesco II Rákóczi, un magnate cattolico. Gran parte dell’Ungheria presto si schierò dalla parte di Rákóczi, e la Dieta ungherese votò per annullare i diritti degli Asburgo al trono. Ad ogni modo, quando gli Asburgo si riappacificarono ad ovest dei loro possedimenti (guerra di successione spagnola) e si rivolsero completamente alla causa dell’Ungheria la rivolta fu soffocata e si concluse nel 1711, quando il conte Károlyi, generale delle armate ungheresi, concluse il Trattato di Szatmár. Il trattato prevedeva ancora una volta la sottomissione degli ungheresi agli Asburgo ma l’obbligo da parte dell’imperatore di convocare periodicamente la Dieta ungherese e di garantire l’amnistia a tutti i ribelli.
Re Carlo III (1711–40) chiese alla Dieta di Budapest di approvare la Prammatica Sanzione, con la quale si prevedeva che i monarchi asburgici non potessero reggere l’Ungheria come imperatori, ma come re soggetti alla costituzione ed alle leggi ungheresi. Egli sperava che la Prammatica Sanzione avrebbe potuto mantenere intatte tutte le terre del vasto impero asburgico anche se sua figlia Maria Teresa avesse dovuto succedergli come unica erede al trono. La Dieta approvò la Prammatica Sanzione nel 1723 e l’Ungheria divenne così una monarchia ereditaria sotto il controllo degli Asburgo per tutto il periodo in cui la dinastia rimase al potere. A livello pratico, però, Carlo ed i suoi successori governarono perlopiù autocraticamente, controllando tutti gli aspetti della vita pubblica e sociale dell’Ungheria, di cui la Transilvania era parte integrante, ad eccezione dell’imposizione delle tasse che dovevano essere promulgate con il consenso dei nobili locali.
Maria Teresa (1741–80) regina d’Ungheria nel 1741 presenziò per la prima volta alla Dieta di Budapest portando con sé il figlio da poco avuto e seppe guadagnarsi il supporto dei nobili ungheresi i quali vedevano nel mantenimento degli Asburgo sul trono ungherese la sicurezza della difesa dei loro interessi. Le forze ungheresi furono decisive nella vittoria di Maria Teresa nella Guerra di Successione Austriaca.
Giuseppe II (1780–90), sovrano dinamico e fortemente influenzato dall’Illuminismo, ereditò il trono da sua madre, Maria Teresa, e tentò di centralizzare il controllo dei domini della Casa d’Austria reggendolo come un despota illuminato. Nel 1781-82 Giuseppe emise la Patente di Tolleranza seguita dall’Editto di Tolleranza che garantì a protestanti e ortodossi i pieni diritti civili ed agli ebrei la libertà di confessione. Egli decretò inoltre che il tedesco avrebbe rimpiazzato il latino nei documenti ufficiali come accadeva nel resto dell’Impero. Le riforme di Giuseppe oltraggiarono i nobili ed il clero ungherese ed i contadini non furono soddisfatti, alimentando il malcontento per le tasse, per la coscrizione obbligatoria e per la requisizione dei raccolti. Gli ungheresi percepirono inoltre la riforma della lingua introdotta da Giuseppe come un vero e proprio tentativo di egemonia culturale e reagirono continuando ad utilizzare la loro lingua madre. Negli ultimi anni del suo regno, Giuseppe portò avanti una costosa e sfortunata campagna contro i turchi che indebolì l’impero. Il 28 gennaio 1790, tre settimane prima della sua morte, l’imperatore emise un decreto cancellando tutte le sue precedenti riforme come la Patente di Tolleranza e l’abolizione degli ordini religiosi.
Dopo la fine dell’epoca rivoluzionaria e napoleonica, gli Asburgo divennero imperatori d’Austria ed ebbero confermati i loro diritti ereditari sull’Ungheria e dunque sulla Transilvania. Nel 1843 sotto il regno di Ferdinando V (1835–48) venne varata una legge che prevedeva la proclamazione dell’ungherese a lingua nazionale, con molte e pesanti obiezioni da parte dei rumeni che abitavano il territorio transilvano. Nel 1867 sotto l’imperatore Francesco Giuseppe fu proclamato l’Ausgleich tra l’Impero d’Austria ed il Regno d’Ungheria, una sorta di “bilanciamento” tra le due monarchie che vennero costituite, col nome di Impero Austro-Ungarico, in unione sotto il medesimo sovrano. La situazione rimase invariata fino allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale.
Nonostante il fatto che re Carlo I e Ferdinando I fossero tedeschi e appartenessero al casato di Hohenzollern, il Regno di Romania rifiutò di allearsi con gli Imperi centrali e rimase neutrale quando scoppiò la Prima guerra mondiale. Nel 1916 la Romania si unì alla triplice intesa, firmando una convenzione militare che riconosceva i diritti della Romania sulla Transilvania. Come conseguenza di questo patto, la Romania dichiarò guerra alle potenze centrali il 27 agosto 1916, ed oltrepassando i Carpazi e giungendo in Transilvania le costrinse a combattere su un altro fronte. L’uscita della Russia dalla guerra nel marzo 1918 con il Trattato di Brest-Litovsk lasciò la Romania sola nell’est Europa, cosicché fu firmato un trattato di pace tra Romania e Germania nel maggio 1918 (il Trattato di Bucarest). Tuttavia esso non fu mai ratificato dalla Romania, la quale rientrò in guerra poco dopo.
Nell’ottobre del 1918 l’esercito rumeno avanzò fino al fiume Mureș, in Transilvania. Nella seconda metà del 1918 Germania e Austria-Ungheria stavano perdendo la guerra, e l’impero austro-ungarico si stava sbriciolando. Le nazioni all’interno dell’Austria-Ungheria proclamarono la loro indipendenza tra settembre ed ottobre. I leader del Partito Nazionale della Transilvania si riunirono e secondo il diritto di autodeterminazione proclamarono l’unificazione della Transilvania alla Romania. A novembre il consiglio centrale nazionale rumeno, che rappresentava i rumeni di Transilvania, notificò al governo di Budapest di aver assunto il controllo di ventidue contee e parte di altre tre. Un’assemblea generale il 1º dicembre ad Alba Iulia promosse una delibera per l’unificazione di tutti i rumeni in un singolo stato, la cosiddetta Dichiarazione di Alba Iulia. Proprio cent’anni fa, quindi, nel 1918, nacque la Romania con i confini di oggi. Il consiglio nazionale dei tedeschi di Transilvania approvò il proclama, così come fecero gli Svevi del Banato. In risposta, l’assemblea generale ungherese riunita a Cluj riaffermò la propria lealtà all’Ungheria il 22 dicembre 1918.
Il Trattato di Versailles, firmato il giugno del 1919, riconobbe la sovranità della Romania sulla Transilvania. I trattati di Saint-Germain (1919) e del Trianon (1920) perfezionarono lo status della provincia e definirono il confine tra Ungheria e Romania. Ferdinando I di Romania e Maria di Sassonia-Coburgo-Gotha furono incoronati ad Alba Iulia nel 1922.
Nell’agosto 1940, durante la seconda guerra mondiale, Adolf Hitler restituì parte della Transilvania all’Ungheria. Il 12 settembre del 1944 le autorità rumene conclusero un armistizio con l’Unione Sovietica che, in cambio della cessione della Bessarabia e della Bucovina del nord, restituiva alla Romania tutta la Transilvania. I trattati di Parigi del 1947 dopo la fine della guerra confermarono i termini dell’armistizio con l’URSS, rendendo definitivo il ritorno di tutta la Transilvania alla Romania. I confini, in base al trattato, corrispondevano a quelli del 1920. Nel 1952 il governo comunista rumeno, dichiarando di voler meglio tutelare i diritti delle minoranze presenti nella regione, concesse ad una parte della Transilvania (3 contee, la cosiddetta Terra dei Siculi, o Szekely, una minoranza di lingua ungherese) un regime di autonomia interna, costituendo la Regione autonoma degli ungheresi; ma l’opinione degli ungheresi andò in senso opposto: ritenevano che non fossero quelli dichiarati dal governo rumeno i veri motivi che lo portavano a costituire la regione autonoma e questa fu soppressa nel 1968. In realtà il governo rumeno tentò di attuare una vera e propria politica di denazionalizzazione ai danni della minoranza ungherese, attraverso ad esempio la limitazione del numero di corsi d’insegnamento della lingua magiara.
Anche la minoranza tedesca fu perseguitata durante il periodo comunista, perché identificata con la vecchia minaccia nazista. Effettivamente, durante la guerra molti sassoni si arruolarono nelle SS e altri furono comunque collaborazionisti, ma questo portò a guerra finita all’ingiustificata criminalizzazione dell’intera minoranza. Nicolae Ceaușescu negli anni settanta concluse un importante accordo con la Germania Ovest in base al quale Bonn concedeva un contributo economico alla Romania in cambio dell’immigrazione in Germania di parti consistenti di questa minoranza.
Con la caduta del regime, dopo la rivoluzione rumena del 1989, nella regione si verificò un revival nazionalista della minoranza ungherese, che portò ad un drammatico conflitto interetnico a Târgu Mureș nel marzo 1990.
Anche Eugenio, qua e là, integra le informazioni fornite da Horia-Rocco. E il paesaggio che vediamo scorrere dai finestrini anch’esso racconta.
In lontananza si vedono i Carpazi meridionali. Vediamo le ferite bianche delle miniere di sale, poi i campi di patate della regione dei Secleri. I secleri sono poi ancora i siculi/szekely. Un altro nome ancora per questo popolo antico e misterioso: si dice che siano discendenti degli Unni. Lo stesso Bram Stoker, autore di Dracula, fa dire al Conte: “Noi szekely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perchè discendiamo da Attila e dagli Unni”. Oggi gli ungheresi in Romania, szekely e non, rappresentano il 6,6% della popolazione e sono concentrati soprattutto in Transilvania dove sono il 19,6%.
Horia ci racconta che molti campi agricoli sono diventati pascoli perché devono riposare dopo anni di sfruttamento intensivo con concimi chimici ed antiparassitari. Ma ci sono nuovi allevamenti di bufale per fare mozzarella e ricotta. “La nostra ricotta è meglio della vostra” – dice Horia tra il serio e il faceto.
E del resto, in qualche modo l’economia della regione deve andare avanti. Dopo la caduta del regime, in libero mercato, molte fabbriche hanno chiuso perché non redditizie. La situazione occupazionale è ancora drammatica. La Romania, è sempre Horia a farcelo notare, negli ultimi anni è stato il secondo paese di emigrazione dopo la Siria. Cinque milioni di rumeni hanno lasciato il paese.
La sua visione della Romania attuale non è delle più rosee. Non usa mezzi termini quando dice che è un periodo triste per la Romania. L’attuale Primo ministro Viorica Dancila è un’incompetente, secondo lui, ed è anche per questo che l’attuale governo ha preso una decisione sbagliata come quella di bloccare il percorso verso il riconoscimento di patrimonio UNESCO della zona di Roșia Montană, qui in Transilvania, dove una società canadese vorrebbe aprire la miniera d’oro a cielo aperto più grande d’Europa. La volontà di salvare quest’area, già sfruttata in passato, da un nuovo disastro ambientale, ha fatto da detonatore ad un movimento che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone, come non accadeva dal 1989, e che si è esteso fino a diventare un movimento contro la corruzione della politica rumena. L’anno scorso, a Bucarest, ce ne aveva parlato Claudiu, un attivista del gruppo Demos, che rappresentava un po’ l’ala sinistra di quel movimento, nel quale c’era anche una forte componente di destra. La battaglia sembrava vinta, almeno quella contro la miniera, con la candidatura all’UNESCO, ma ora tutto sembra ritornato in gioco. Horia sostiene che si vede gente portata a manifestare a favore del governo come avveniva sotto il regime comunista.

Qui, per chi vuole, un breve ripassino di quello che è successo in Romania all’inizio del 2017:

Romania in piazza

A completare il quadro, scopriamo che la Transilvania è sempre terra di gelidi inverni ma, anche qui, non nevica più come una volta.

Attraversiamo Alba Iulia, che ha un nome che più latino di così si muore e dove si può vedere una fortezza austriaca costruita nello stile delle fortificazioni di Vauban, l’ingegnere militare del Re Sole, per raggiungere poi Sibiel, dove ci fermiamo per il pranzo.
Ormai è piuttosto tardi, siamo affamati e anche curiosi di assaggiare del cibo rumeno, qualcuno per la prima volta. Ci gettiamo quindi con una certa avidità sugli antipasti, seguiti da zuppa, semolino e sarma (involtini ripieni fatti con foglie di cavolo) con polenta e crauti.
Durante il pranzo scopro che, dopo il recente viaggio in Bosnia al quale purtroppo non ho partecipato, Eugenio è diventato Eughenio (immagino che il nuovo nome abbia a che vedere con la pronuncia di qualche referente locale, ma non so i dettagli) e le mie amiche Elena, Gabriella e Miriana sono ormai ufficialmente le sue zie. In quanto tali, naturalmente si preoccupano che il nipotino mangi, ché poverino è così magro… lui, che è uno abituato a far colazione con caffè e sigaretta e che effettivamente non mangia molto, sorride e fa buon viso a cattivo gioco, anche se dà già qualche piccolo segno di insofferenza.
Il pranzo è allietato da un duo di musicisti che, con un sax e una fisarmonica, ci danno un assaggio di musica popolare rumena. Alcuni dei pezzi sono del genere doina, uno stile musicale di origine probabilmente mediorientale, suonato a orecchio e spesso basato su improvvisazioni, fatto di languide melodie e melanconiche canzoni che parlano d’amore, di dolore e della durezza della vita contadina. Ma ci sono anche brani un po’ più vivaci e qualche concessione a standard più internazionali come Cielito Lindo e… grande sorpresa per tutti gli ascoltatori di Radio Popolare: il Valzer n. 2 di Shostakovich che per noi non è altro che lo stacco di Esteri, la trasmissione curata dal mio amico, ma soprattutto impareggiabile giornalista Chawki Senouci. Poi, sì, l’ha usato anche Kubrick per Eyes Wide Shut.

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Ma noi siamo a Sibiel per un motivo preciso: per visitare la vera attrazione di questo piccolo villaggio, che è il museo delle icone su vetro.
In questo che è il più grande museo di icone su vetro del mondo, in uno dei più piccoli villaggi di Romania, sono raccolti circa 600 capolavori dell’arte popolare contadina prodotti in Transilvania tra il ‘700 e il ‘900.
La pittura su vetro è una tecnica millenaria, ma in Transilvania si è diffusa dai primi del ‘700, quando, a seguito di un miracolo, vero o presunto poco importa, iniziò una grande produzione di icone su vetro. Parliamo, manco a dirlo, di una madonna che piange, forse una delle prime della storia, rappresentata proprio in un’icona, in questo caso su legno, nella chiesa del villaggio di Nicula.
E così nacque, ad opera prima di artigiani venuti da fuori poi di pittori locali, un grande fenomeno di arte religiosa, praticata da pittori contadini che vi si dedicavano dopo il lavoro nei campi o quando la stagione non permetteva attività all’aperto. Erano contadini che dipingevano per contadini, perché poi queste icone non finivano nelle chiese ma nelle case ed erano il segno e l’espressione della religiosità della gente più umile. L’icona su vetro era più piccola, facilmente trasportabile e molto più economica.
Essendo un fenomeno di popolo, l’icona su vetro parte dalla tradizione ortodossa classica ma ne rielabora temi e stili con ispirazione originale, naïf nel senso più puro di questa parola.
I soggetti più rappresentati sono la Madonna con il Bambino e la Madonna addolorata, mentre le numerose icone dedicate a Cristo rappresentano soprattutto la Natività, il Battesimo, l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Risurrezione. Ispirata all’allegoria evangelica della vite e dei tralci, l’icona del cosiddetto Torchio Mistico, simbolo dell’Eucaristia, raffigura Gesù come radice della vite da cui proviene il vino-sangue eucaristico. Pregando davanti all’icona, il contadino rumeno sa di poter contare anche sull’intercessione dei santi, per questo presenti in gran numero e invocati specificamente in relazione a determinate necessità: ad esempio, si prega Sant’Elia quando c’è bisogno di pioggia in periodi di siccità o di protezione del raccolto durante i temporali, mentre San Giorgio e San Nicola sono invocati rispettivamente dai militari e dalle donne povere. La vita di tutti i giorni del contadino di Transilvania si svolge così sotto la luce dello sguardo divino. Ma anche i santi, in queste icone, hanno spesso proprio delle belle facce paciose di contadini.
L’icona è indissolubilmente legata alla religiosità ortodossa. Contemplando l’immagine, il fedele non adora questa in quanto tale ma sta alla presenza di Colui che in essa è rappresentato e lo prega. Si dice che l’icona fa scendere il cielo in terra, che è una finestra verso la divinità.
Prima la dominazione ungherese, poi nel ‘700 l’annessione all’Impero Asburgico fecero della Transilvania una regione dove per secoli la popolazione rumena, pur numericamente maggioritaria, visse in condizioni di dura sudditanza: relegata nelle campagne, quasi sempre analfabeta, dedita prevalentemente alla pastorizia e al lavoro della terra, non aveva in alcun modo accesso ad attività borghesi (commercio, studio, affari). Servi della gleba, i rumeni erano liberi – e non senza limitazioni – solo in ambito religioso. Uno dei mezzi più efficaci per conservare l’identità rumena e ortodossa è stata proprio l’icona su vetro. Nella dote delle ragazze da maritare dovevano esserci anche dodici icone su vetro, tra cui l’immancabile Madonna con il Bambino, simbolo di benedetta fecondità.
Interessante anche l’aspetto tecnico della realizzazione. La pittura delle icone seguiva infatti un procedimento che – come più propriamente reso in tedesco dal termine Hinterglasmalerei – dovrebbe definirsi pittura “sotto” vetro anziché “su” vetro. Il pittore disegnava e colorava l’icona su quello che, a opera finita, sarebbe risultato il verso del vetro, mentre la parte opposta, esposta all’occhio dell’osservatore, fungeva da schermo protettivo. Questo procedimento comportava che i contorni fossero disegnati in modo inverso così che, una volta girato il vetro, l’immagine si presentasse correttamente. Per questo a volte, guardando bene le icone, si possono trovare degli errori. Il disegno dei contorni mediante un sottile pennello, prima fase della realizzazione dell’icona, forniva lo schema della composizione, quindi si procedeva alla colorazione delle parti delle figure e del fondo, facendo molta attenzione a ordine e successione poiché il colore che si assegnava per primo sarebbe poi risultato non modificabile. Il pittore produceva tutti i suoi colori con materiali naturali: calce, argilla gialla, sali di rame, sali di cobalto, grassi animali, tuorli d’uovo.
Le scritte sono quasi tutte in cirillico, che era l’alfabeto usato in Romania fino alla metà dell’800. Dato che gli autori erano contadini, non sono infrequenti gli errori di ortografia. Il rumeno, del resto, è una lingua difficile. Il rumeno moderno è una lingua a metà tra il neolatino e lo slavo, con antichi influssi daco-traci, greci e celtici, e più recenti tracce turche, francesi e tedesche. Nelle sue sillabe, si dice, si sente la storia. William Blacker, che lo ha imparato bene, ci dice che le parole plug, uger e ax, per esempio, hanno origini celtiche come gli equivalenti inglesi plough (aratro), udder (mammella) e axle (asse), e del resto ci sono evidenze archeologiche che fanno presumere il passaggio di popolazioni celtiche nelle terre corrispondenti alla Romania odierna. Stefano il Grande, massimo eroe nazionale e fondatore dei monasteri dipinti, aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, o almeno così è raffigurato negli affreschi del monastero di Putna. Ogni popolo che abbia attraversato questa regione negli ultimi millenni ha lasciato traccia nel rumeno, che ha una ben distinguibile vena slava e un’impalcatura grammaticale latina.
Ma come nasce questo museo? Romania, anni sessanta. Il paese è ridotto alla fame, gli oppositori del regime vengono sbattuti in galera. Padre Zosim Oancea (1911-2005), prete ortodosso con alle spalle dieci anni di carcere e cinque di lavori forzati solo per aver aiutato famiglie di preti imprigionati, ha un’idea geniale, non senza un preciso significato pastorale: raccogliere le icone su vetro che si trovavano nel villaggio in un museo accanto alla chiesa per conservarle e presentarne il significato profondo ai visitatori. La gente risponde con generosità e Padre Zosim riesce, con la forza della sua pazienza e intelligenza, ad ottenere le necessarie autorizzazioni da Bucarest. La sua strategia, che si rivela vincente, è non dire mai che fa attività di Chiesa, ma dire che fa opera di cultura.
Realizzato nel 1970 il primo edificio del museo, Padre Oancea inizia a ospitare, insieme ai suoi parrocchiani, visite di delegazioni dall’estero. Verso la metà degli anni settanta Sibiel diventa così una sorta di piccolo centro ecumenico, dove ortodossi, cattolici e protestanti pregano con la comunità locale. Tra questi insigni personalità delle Chiese cristiane mondiali. Si deve proprio all’aiuto finanziario concesso nel 1976 dal Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra, nonché al supporto del Metropolita di Transilvania e del Patriarca di Romania dell’epoca, la realizzazione del museo che si può visitare oggi.

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Dopo aver visitato il museo e la chiesa del ‘700, ripartiamo verso Sibiu, che ormai è vicina.
Entrando nel centro storico della città, ormai verso sera, la prima cosa che si nota sono le caratteristiche finestre di forma allungata, che sembrano tanti occhi nei tetti di tegole rosse.
Ma avremo modo di guardarci in giro un po’ meglio domani, ora dobbiamo prendere possesso delle nostre stanze all’Am Ring Hotel. Un nome tedesco, che si riferisce alla grande piazza a forma di anello che si chiama proprio Piaţa Mare in rumeno, Piazza Grande. Sibiu è una delle sette città storiche sassoni, il suo nome tedesco è Hermannstadt. Hermann è un calzolaio, protagonista di una leggenda popolare. Si racconta che andò da un nobile a chiedere un pezzo di terra, e questi, che voleva mostrarsi generoso ma in realtà voleva prendersi gioco di lui, gli disse: “Potrai avere tutta la terra che riuscirai a delimitare con una pelle di bue.” Il furbo Hermann, allora, tagliò la pelle a striscioline sottilissime e riuscì con essa a circondare un’area molto grande, che sarebbe poi diventata la sua città, Hermannstadt appunto.

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Ci aspettano a cena in un locale che si chiama Syndicat Gourmet. Il menù, a cura del locale Convivium Slow Food, prevede: Zuppa di rafano, davvero una gustosa sorpresa. Poi un piatto tipico contadino rumeno, costituito da ravioli con ripieno di tuorlo d’uovo e cipolla, con polenta di farina macinata grossa; un piatto tradizionale, a detta di Horia, un po’ reinterpretato dallo chef. Poi lingua con insalata di peperoni e rabarbaro caramellato, e ancora, per finire, torta di rabarbaro.
Il vino è un bianco sauvignon di Turda, vicino alla miniera di sale.
Il lavoro dello chef Ioan, detto Bebe, è apprezzato da tutti.
Dopo cena Monica di Slow Food ci parla del progetto della coppia che gestisce questo ristorante: Iuliana e Cristian, che prima lavoravano in banca, si sono dedicati con entusiasmo alla ristorazione, con l’idea di portare avanti il concetto di Slow Food, che qui ha ancora un po’ di strada da fare. Attualmente non ci sono ancora ristoranti Slow Food in Romania. Loro organizzano Transilvanian Brunch e altri eventi gastronomici, attraverso un’agenzia che si occupa anche di turismo. La cucina di questa regione è particolarmente ricca grazie alla sua multietnicità: si contano 11 diverse influenze culturali. Forse per questo Sibiu sarà il primo distretto della Romania a diventare Regione Europea della Gastronomia nel 2019, dopo essere stata capitale culturale 2007.
Il clima conviviale è già buono, anche perché il gruppo non ha grandi difficoltà a trovare il suo affiatamento, tutti conoscono già qualcuno. Purtroppo, però, c’è una nota dolente: la nostra compagna di viaggio Donata questa mattina all’aeroporto ha riportato un piccolo infortunio, una distorsione alla caviglia. Eugenio l’ha accompagnata al Pronto Soccorso, e la prognosi prevede assoluto riposo, difficile da rispettare se si fa un viaggio come questo. Così lei, anche se a malincuore e anche se dispiace un po’ a tutti, preferisce rinunciare. Eugenio starà con lei domani e la aiuterà a prenotare un volo per ripartire in anticipo. Li ritroveremo mercoledì a Cluj, da dove lei partirà probabilmente giovedì mattina presto.
Il cielo è ancora nuvoloso. Oggi abbiamo avuto qualcosa come sei temporali in un giorno, anche se brevi. Domani forse sarà un po’ meglio, ma pare che per un miglioramento importante dovremo aspettare qualche giorno. Le informazioni sul meteo girate prima della partenza, in effetti, erano contrastanti: chi aveva trovato temperature oltre i 30°C, chi previsioni funeste e acqua a catinelle. Si vedrà. Intanto, dopo un breve giretto nel centro storico, ce ne andiamo a nanna per recuperare un po’ del sonno perduto.

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Monica e Horia

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(Continua…)