Al di là delle montagne – 5

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Venerdì 15 giugno 2018: Quinto giorno – La sinagoga di Elie Wiesel, anche noi lungo la via incantata e la Spoon River dei Carpazi

Scendo per fare colazione nella nostra pensione dei poveri e che ti trovo? Una tavola imbandita con ogni ben di Dio, che non ha nulla da invidiare a nessun buffet di nessun hotel a cinque stelle, anzi è senz’altro meglio. C’è un piatto di salumi, innanzitutto: prosciutto fatto in casa, salsiccia e lardo, tutti ottimi. Un piatto di formaggi, e uno di verdure (pomodori e cetrioli). Questo solo per il salato, ma la parte dolce non manca di certo: abbiamo tre marmellate diverse, una meglio dell’altra: di prugne, di visciole e di mele cotogne. E una ciotolona di yogurt denso e cremoso Balkan style. Alle travi del soffitto di legno sono appesi piatti di ceramica decorati e tovaglie ricamate, tutto con motivi floreali.
Ma soprattutto, è quasi tutto fatto in casa. Come facciamo a non assaggiare tutto? Ramona si offenderebbe. E poi il cibo, soprattutto quello casalingo, è cultura, è conoscenza. E allora ci dedichiamo con impegno e dedizione a questo compito di documentarci per accrescere la nostra conoscenza: nulla deve rimanere inesplorato. Ma intanto chiacchieriamo con Ramona, che fa andirivieni dalla cucina per portare tè e caffè. Scopro che ieri sera, dopo che eravamo già saliti nelle stanze per andare a dormire, le signore romagnole sono riscese con una scusa e si sono intrattenute con lei e il marito, ovviamente hanno bevuto un bicchierino con loro e hanno già più confidenza.

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C’è anche la sorella di Ramona, Elena, che ha vissuto a Ciserano, in provincia di Bergamo, per cinque anni. Lei lavorava in fabbrica, ed è rimasta molto legata a una signora che ora ha 78 anni e che quando lei è arrivata, e si sentiva sola e sperduta, le ha fatto da mamma e le ha insegnato l’italiano. Che ha imparato bene, devo dire. Intanto suo figlio cresceva con i nonni; ora è grande, e lei ha preferito tornare a casa. Ma ogni tanto va ancora a trovare la signora di Ciserano a cui è molto affezionata, anche se per farlo si deve sobbarcare giorni di viaggio con il pullman o con pullmini privati.
Ci racconta anche di come si viveva qui quando lei era bambina, all’epoca di Ceauşescu. Questa regione aveva resistito alla collettivizzazione forzata delle terre, anche grazie al fatto che il regime era poco interessato a quest’area così remota e isolata, tanto che alla fine aveva deciso di lasciarla al suo destino. La vita contadina continuava con i suoi ritmi antichi. Avevano la corrente elettrica solo due ore al giorno, giusto dalle 8 alle 10 di sera, per guardare il telegiornale di regime.
Ramona ha aperto la pensione dieci anni fa, e le cose le vanno abbastanza bene: Ieri, ad esempio. prima che arrivassimo noi, aveva 13 persone. Tant’è vero che stanno costruendo un’altra casetta di legno, per ingrandirsi. È una casa vecchia di cent’anni, che è stata smontata e che ora verrà rimontata qui, pezzo per pezzo. In giardino ci sono le assi, tutte numerate. Chissà se hanno delle istruzioni tipo quelle dell’IKEA…
A questo punto, prima di salutarci, è d’obbligo una foto di gruppo con Elena e Ramona. Facciamo aspettare qualche minuto Miki, che è già pronto a partire. Ci deve portare a Sighet, che sarà la prima tappa di oggi.

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Prima di raggiungere Sighet carichiamo Teofil, che sarà la nostra guida locale nel Maramureş. Lui è un personaggio importante qui, è autore di una guida in rumeno che Eugenio ci fa sfogliare, ed è citato anche dalla Lonely Planet, niente di meno. Anche Peter ieri ce lo ha raccomandato, dice che è il migliore, senza ombra di dubbio.
A Sighet o Sighetu, che significa isola, una cittadina di circa 40.000 abitanti, per anni furono rinchiusi gli oppositori del regime in un penitenziario costruito sotto l’impero austroungarico nel 1897 che dal 1948 fu messo sotto il controllo della Securitate e destinato ai detenuti politici. Ora questo carcere è stato trasformato in Museo delle Vittime del Comunismo e della Resistenza. È proprio da qui che iniziamo la nostra visita. L’aspetto dall’esterno è ancora lugubre.
Nei giorni 5 e 6 di maggio del 1950 furono portati al penitenziario di Sighet più di cento dignitari di tutto il Paese (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), alcuni dei quali condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati. La maggior parte di loro aveva più di 60 anni. Nell’ottobre-novembre 1950 furono trasportati a Sighet anche una cinquantina di vescovi e preti greco-cattolici e cattolici romani.
Il penitenziario era considerato una unità di lavoro speciale, conosciuta con il nome di Colonia Danubio; in realtà, si trattava di un luogo di sterminio per l’alta società del Paese e allo stesso tempo un luogo sicuro, da dove non si poteva fuggire, essendo la frontiera con l’Unione Sovietica situata a meno di 2 chilometri.
I prigionieri erano tenuti in condizioni insalubri, nutriti miserabilmente, ed era impedito loro di sdraiarsi di giorno sui letti delle piccole celle prive di riscaldamento. Era vietato persino guardare fuori dalle finestre. Coloro che si ribellavano alle dure regole venivano puniti con l’isolamento in celle senza luce in cui i prigionieri venivano legati con catene e costretti a restare in piedi per ore.
Nel 1955, come conseguenza degli accordi sulla Convenzione di Ginevra e dell’ingresso della Romania comunista nell’ONU, venne concessa una grazia. Una parte dei detenuti politici delle prigioni rumene furono liberati, un’altra parte trasferiti in altri luoghi, a volte condannati agli arresti domiciliari. A Sighet, degli iniziali 200 detenuti ben 54 erano però già morti. Sighet ridiventò un carcere normale; tuttavia, anche negli anni seguenti ci furono detenuti politici, che spesso passavano dall’ospedale psichiatrico della città.
Nel 1977 la prigione venne abbandonata. Solo nel 1995 la Fondazione Accademia Civica si prese in carico la ristrutturazione delle rovine dell’ex-carcere, in vista della sua trasformazione in memoriale.
Il corridoio di ingresso è tappezzato di oltre 8000 immagini dei prigionieri politici che sono passati di qui. Teofil spiega che, per questioni di tempo, non possiamo vedere tutto. Il museo, aperto 20 anni fa, è molto grande ed è uno dei tre siti di questo genere più visitati in Europa, insieme ad Auschwitz e alle spiagge dello sbarco in Normandia. Lui ha fatto per noi una selezione delle sale più interessanti. Teofil parla un ottimo inglese, poi ci pensa Eugenio a tradurre. Lui il rumeno non lo parla ancora, anche se ci sta lavorando.
Ci sono molti oggetti e testimonianze impressionanti, come una poesia scritta da un detenuto con il proprio sangue (naturalmente non avevano a disposizione nulla per scrivere) e addirittura un autoritratto, fatto da un artista sempre col sangue su tessuto, su un pezzo di una maglia che aveva strappato. Un altro detenuto scriveva su un pezzo di lenzuolo in alfabeto Morse.
È importante la sala dedicata alla collettivizzazione forzata, che avvenne in varie fasi e con diversi metodi. Nel marzo 1949 le grandi proprietà dei latifondisti vennero sequestrate; la parte rimanente, perché erano state già ridotte a 50 ettari con la riforma agraria del 1945. I proprietari terrieri e le loro famiglie vennero deportati in località remote (spesso in Dobrugia, la regione del Delta del Danubio, dove siamo stati l’anno scorso e dove venivano anche mandati al confino prigionieri politici) e le loro terre trasferite allo Stato.
Subito dopo la riforma agraria, i comunisti promisero di non realizzare fattorie collettive sul modello dei kolkhoz sovietici. Tuttavia, con il sistema delle quote obbligatorie i contadini erano costretti a consegnare gran parte del raccolto, e questo portò molti al fallimento. Così non ebbero altra scelta che aderire alle associazioni o comunità. Quelli che non consegnavano le quote erano considerati sabotatori e arrestati.
Poi, nel marzo 1949, il Partito dei Lavoratori Rumeni decise che era venuto il momento di passare apertamente alla collettivizzazione di stampo sovietico. Nello spirito della cosiddetta “Guerra di classe”, i contadini furono divisi in tre categorie: poveri, classe media e benestanti. I poveri dovevano essere illuminati sui vantaggi di unirsi alle organizzazioni collettive, combattendo allo stesso tempo i “medi” e i benestanti che esitavano. Ci furono significative resistenze. Nei primi anni dopo la prima sessione plenaria del Partito, gli attivisti mandati a rinforzare la polizia vennero spesso mandati via dalla popolazione locale. In molte comuni ci furono rivolte aperte e combattimenti con l’esercito, con morti, arresti e deportazioni. Tra il 1949 e il 1952 furono arrestate oltre 800.000 persone, 30.000 delle quali vennero giustiziate.
Tra il 1952 e il 1958 il ritmo della collettivizzazione fu più lento ma poi, nell’ottica di finire il lavoro, il Partito lanciò una nuova offensiva, che provocò nuove resistenze. Nelle rivolte tra il 1959 e il 1962 molti persero la vita o furono messi in carcere. In alcuni villaggi furono usati cannoni per intimidire e “convincere” i contadini.
Dopo 13 anni di terrore, la collettivizzazione fu finalmente dichiarata conclusa il 27 aprile 1962 davanti a 11.000 contadini vestiti nei tradizionali costumi nazionali, portati da tutte le parti del paese. Il 96% della superficie arabile e 3.201.000 famiglie erano state portate nelle strutture collettive.
Nel Maramureş le cose andarono un po’ diversamente, come racconta William Blacker:
“Persino l’avvento del comunismo non portò grandi cambiamenti. I contadini si opposero con forza alla collettivizzazione. I comunisti vennero coi trattori e le ragazze che marciavano in prima fila, sventolando bandiere e cantando canzoni patriottiche. Con gli aratri cancellarono le divisioni tra le strisce di terreno. Ma la notte i contadini estirpavano le pianticelle di mais dai nuovi, enormi campi e abbattevano i meli e i susini di Stato, piantati su quella che consideravano la loro terra. Alla fine lo Stato li lasciò perdere e loro, soddisfatti, tornarono alla tradizione”.
È curioso scoprire che a un certo punto il cavallo venne etichettato come nemico del popolo dal comunismo, perché nelle campagne rumene avere un cavallo significava indipendenza, possibilità di spostarsi e un aiuto fondamentale per lavorare la terra ciascuno nella propria piccola fattoria. Quindi i cavalli vennero fatti oggetto di una vera e propria politica repressiva, facendone diminuire di molto il numero. I contadini furono costretti a mandare al macello i loro fedeli animali. Ne furono uccisi a centinaia di migliaia, e al loro posto arrivarono i trattori. Ma, a dispetto della grancassa, quella politica non ebbe successo perché in molte zone del paese i trattori, semplicemente, non erano un’alternativa valida. I cavalli erano più adatti al terreno e ai compiti da svolgere, e come carburante avevano solo bisogno di fieno, che i contadini potevano produrre da soli. E così fecero il loro ritorno, gradualmente. Negli anni novanta in Romania c’erano più cavalli che in ogni altro paese europeo. Ma poi. dopo l’ingresso nell’UE, le cose sono tornate a peggiorare, dice Teofil, a causa delle regole troppo rigide per la gestione del cavallo come animale da lavoro: veterinari, condizioni di lavoro ecc. Negli ultimi 20 anni i cavalli nel Maramureş si sono ridotti da 14.000 a 7.000. Eppure – continua Teofil – questo è forse l’unico posto dove i cavalli hanno le ferie. Dalla metà di giugno a fine agosto o ai primi di settembre, i cavalli riposano liberi, e per questo ogni contadino paga 150 Lei al mese per ogni cavallo. È una tradizione che va avanti da mille anni, ma a Bruxelles non lo sanno.
Una sala è dedicata alla repressione etnica. Conosciamo già la storia della persecuzione dei sassoni nel dopoguerra e di come molti furono “venduti” alla Germania Federale. Qui ci sono anche i prezzi esatti: una persona senza titoli di studio costava 1.800 marchi, uno studente 5.500, un laureando negli ultimi due anni di università 7.000, un laureato 11.000. Ma c’è altro, purtroppo. Nello stesso periodo 44.000 persone tra tedeschi, bulgari, macedoni, bessarabi e serbi furono deportati nelle steppe del Baragan, dove furono costretti a lavorare la terra e a costruire capanne di fango fino al 1956. C’è, purtroppo, un lungo elenco di bambini morti nel Baragan negli anni dal 1951 al 1956. Dopo la sollevazione ungherese del 1956, la comunità ungherese in Transilvania fu anch’essa soggetta a persecuzione, con numerosi arresti. La repressione colpì anche la comunità ebraica, all’interno della quale molti furono accusati di “Sionismo”. Anche gli ebrei vennero poi venduti a Israele. Pare che una volta Ceauşescu abbia detto: “Per noi ebrei, tedeschi e petrolio sono i prodotti di esportazione più redditizi”.
Un’altra sala riguarda le demolizioni degli anni ’80 a Bucarest. In quegli anni, per far posto al palazzo presidenziale e agli altri edifici di istituzioni pubbliche che dovevano sorgere intorno ad esso, chiese e monasteri, alcuni con più di 300 anni di storia, furono distrutti, insieme con altri edifici abitativi e pubblici. Altre chiese furono spostate e finirono totalmente nascoste dai nuovi edifici. L’episodio più noto è la demolizione dell’intero complesso del monastero Vacareşti, situato nei sobborghi della capitale. L’area doveva essere usata per un Palazzo di Giustizia, ma i lavori non iniziarono mai.
Poi Teofil ci tiene a farci vedere anche la sala dedicata a “Il Comunismo contro la Monarchia”. Dopo il colpo di Stato del 23 agosto 1944, quando la Romania si unì alla coalizione anti-Hitler, il che portò a più di 100.000 morti sul fronte occidentale, il paese fu convertito dai sovietici da alleato a stato satellite. Degli otto paesi satellite, la Romania era l’unico con una monarchia molto rispettata, considerata quindi dai comunisti l’ultimo ostacolo. Re Michele fu perciò rimosso, pur essendo stato considerato uno degli artefici della sconfitta tedesca e pertanto decorato dai russi e dagli americani.
Usciamo nel cortile, dove si trova lo Spazio di Raccoglimento e Preghiera, situato in una sorta di catacomba. Sulle pareti del corridoio di discesa allo spazio sotterraneo sono incisi i nomi di quasi ottomila morti nelle carceri, nei campi e nei luoghi di deportazione in Romania.
Nel cortile c’è anche un gruppo di statue: un uomo senza testa indica la via a persone senza faccia, che simboleggiano l’annientamento dell’identità e che si trovano di fronte un muro, altra simbologia molto chiara.

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Lui è Teofil

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Dopo un caffè di metà mattina, ci spostiamo alla sinagoga, che visitiamo accompagnati da un esponente della locale comunità ebraica, mentre fuori cade una lieve pioggerella.
Ci troviamo nella città del premio Nobel per la pace Elie Wiesel, che nacque qui nel 1928. Con il diktat di Vienna del 1940, la Romania perse parte della Transilvania a favore dell’Ungheria. Il 6 maggio 1944, le autorità ungheresi diedero l’autorizzazione all’esercito tedesco di effettuare la deportazione degli ebrei di Sighet ad Auschwitz-Birkenau.
Così Wiesel descrisse, ne La notte, il tragico arrivo al campo di Auschwitz:

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
Elie aveva 16 anni quando fu liberato dal campo di concentramento, qualche giorno prima aveva visto suo padre morire davanti ai suoi occhi.
Nel 1955, Wiesel si trasferì a New York, dopo aver ricevuto la cittadinanza statunitense. Negli USA scrisse più di 40 libri e vinse alcuni premi letterari. L’opera di Wiesel è considerata la più importante nella letteratura che parla dell’Olocausto. È morto nel 2016.
L’Istituto Nazionale per gli Studi dell’Olocausto di Romania porta il suo nome. Nel 2002 Wiesel è stato decorato dell’Ordinul Steaua României, nel grado di Grande Ufficiale, dall’allora Presidente, Ion Iliescu. Lo scrittore restituì la Medaglia d’Oro nel 2004, dopo che questa venne ricevuta da Corneliu Vladim Tudor e Gheorghe Buzatu, sostenendo che i due erano noti antisemiti e negazionisti dell’Olocausto.
La comunità ebraica rumena ha radici lontane. A partire dal XVIII secolo, gli ebrei della Galizia austriaca e gli ebrei russi iniziarono ad emigrare verso le terre fertili e libere della Romania. Nel 1830, in Moldavia e in Valacchia gli ebrei costituivano il 3,6 per cento della popolazione totale. Tuttavia sino al 1866 la Costituzione del recente Stato di Romania esplicitava all’articolo 7 che solo gli stranieri di religione cristiana avrebbero potuto acquisire lo status di romeni e in tal modo godere dei pieni diritti civili e politici. Grazie alle pressioni delle potenze occidentali, nel 1879 il Parlamento emendò l’articolo 7, permettendo a tutti gli stranieri, a prescindere dal credo, di ottenere la naturalizzazione. Gli ebrei entrarono a tutti gli effetti nella vita economica e politica della società romena, contribuendo alla sua crescita. Il numero degli ebrei in Romania crebbe costantemente: nel 1912 la comunità ebraica contava 240.000 persone.
Con il diktat di Vienna il dittatore Antonescu accettò la deportazione degli ebrei di Bessarabia e Moldavia verso la Transnistria, mentre gli ebrei di Transilvania, riconquistata dall’Ungheria, vennero deportati in Polonia. Gli ebrei romeni deportati furono 120.000. Solo in Transnistria vennero uccisi 115.000 ebrei deportati.
Nel dopoguerra la nazionalizzazione delle industrie, delle banche, delle scuole colpì la comunità ebraica nelle sue fondamenta. Molti ebrei scampati all’Olocausto non fecero più ritorno in Romania. La nascita dello Stato di Israele, nel 1948, fornì un ulteriore incentivo all’emigrazione di massa di chi era rimasto. Ceauşescu usò gli ebrei come merce di scambio, li vendette allo Stato di Israele.
Nel 1977 la comunità ebraica contava 25.000 persone, nel 1992 si annoveravano appena 9.000 aderenti.
La sinagoga è costruita secondo i precetti dell’ebraismo sefardita: lo si vede dal fatto che lo spazio di preghiera per gli uomini è separato da quello per le donne, che si trova in alto sulla balconata.
All’interno si trovano anche antichi oggetti rituali provenienti da sale di preghiera dei villaggi dei dintorni.
Anche la nostra guida ci conferma che qui la comunità ebraica, fino alla seconda guerra mondiale, aveva sempre prosperato in un clima di grande tolleranza; paradossalmente, erano più forti i conflitti all’interno della comunità stessa, in particolare tra gli ebrei ultraortodossi del movimento chassidico e il resto della comunità.
Poi, nel 1944, la tragedia della deportazione di massa. Molte targhe sono dedicate a personalità di Sighet morte durante l’Olocausto. Dei circa 13.000 deportati da Sighet, solo 2.308 fecero ritorno, tra cui il padre della nostra guida. Due dei superstiti, due donne, sono ancora in vita: una ha 96 anni, l’altra 103. Era di Sighet anche l’uomo che arrestò Adolf Eichmann.

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Breb è il villaggio dove William Blacker, l’autore di “Lungo la via incantata”, che ho già citato più e più volte, si stabilì per il suo primo periodo rumeno, prima di trasferirsi nella casa di una famiglia di zingari in un villaggio della Transilvania. Qui a Breb visse da Mihai e Maria, due anziani contadini che non avevano figli e che quindi lo accolsero come un figlio. Fu difficile per lui convincerli che, anche se era un ospite, voleva lavorare nei campi, e ottenere che gli lasciassero usare la sua bella falce austriaca che aveva comprato apposta.
La casa di Mihai e Maria ora è vuota: loro sono morti anni fa, William forse avrebbe potuto ereditarla ma non la vuole, dice che ormai il paese non è più quello che lui aveva conosciuto e ci torna soltanto di rado. Così è passata a un nipote, che l’ha messa in vendita. Ma per noi vederla è comunque emozionante. Per strada ci passa accanto un contadino con la falce in spalla e il cappellino di paglia tipico del Maramureş, che sembra davvero uscito dalle pagine del libro.
Il cambiamento William lo racconta così:
“I cambiamenti erano stati accelerati quando l’antica strada di pietra e terra che attraversava il villaggio era stata asfaltata. Prima, il tragitto in auto dalla strada principale alla casa di Mihai richiedeva un quarto d’ora. Si poteva andare solo a passo d’uomo. Adesso ci volevano pochi minuti.
L’asfalto era arrivato qualche anno prima, quando vivevo ancora a Breb. Ricordavo bene come nel giro di poche settimane il nastro nero si fosse insinuato fin dentro il villaggio. Il rombo dei camion che portavano il catrame e la ghiaia mi aveva fatto pensare al rumore delle asce nel Giardino dei ciliegi. Ma per gli abitanti la nuova strada era stata occasione di festa. La gente aveva cominciato a descrivere le cose in termini di “liscio come l’asfalto”.
Io avevo pronosticato un disastro, e la gente mi aveva guardato con sorpresa.
«I bambini non potranno più giocare per strada» avevo detto.
«Be’, giocheranno da un’altra parte».
«Ma voi vi domanderete dove sono, e non starete più in pace come adesso».
Nessuno ci aveva riflettuto granché. La strada era un segno del progresso. Gli altri villaggi avevano le strade asfaltate. Adesso ce l’aveva anche Breb. E poi, c’erano i limiti di velocità.
Poco dopo, il nipote di otto anni del raccontastorie, l’uomo cui avevo regalato la falce austriaca, fu ucciso da un’auto in corsa, e la gente non fu più così entusiasta”.

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La casa di Mihai e Maria

Andiamo a mangiare da Penny, una signora inglese piuttosto “alternativa” amica di Peter Hurley che ci accoglie con calore e che ci ha preparato un altro pranzetto niente male: crema di melanzane, uova sode, formaggi (sia di vacca che di pecora), pomodori, cetrioli, assaggi di torta di mele e torta al formaggio. E naturalmente horinca a volontà: abbiamo scoperto che è usanza, da queste parti, mettere nelle bottiglie di grappa oggetti in legno, soprattutto il fuso cerimoniale di cui Peter ci ha spiegato il significato.
A tavola, Teofil ci racconta di come due volte in questi boschi si è trovato di fronte un orso maschio; sono orsi che pesano attorno ai 350 kg, che fanno sicuramente paura. Lui dice che quello che davvero non si dimentica è l’odore dell’orso: quando l’hai sentito una volta non te lo scordi più. È difficile da definire, non è né buono né cattivo, ma quando lo senti istintivamente hai paura, forse è qualcosa che deriva da un ricordo ancestrale sedimentato nella nostra mente.
Su un portale abbiamo visto scolpito quello che potrebbe essere il simbolo dell’orso, costituito da una serie di mezzelune che rappresenterebbero i segni lasciati sul tronco dalle zampe dell’orso quando si arrampica.
Salutata Penny e il suo simpatico cagnone, andiamo a vedere la chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, che ha un bel portale in legno decorato con l’albero della vita. La chiesa fu costruita nel 1622, ma alcune parti della struttura della torre sono state datate al 1530, il che ne fa la chiesa con la più antica torre in Romania. L’interno conserva alcuni resti di affreschi del XVII secolo, che in parte purtroppo sono andati persi perché durante un restauro una delle assi era stata montata al contrario, lasciando l’affresco esposto alle intemperie. C’è anche il piccolo cimitero del villaggio.

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Le chiese di legno sono un’altra caratteristica della regione. Sono comuni un po’ in tutta l’Europa Orientale, ma queste hanno costruzioni così particolari che otto di esse sono entrate nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Questa particolare architettura deriva dalla proibizione di costruire chiese in muratura che gli ungheresi cattolici imposero ai rumeni ortodossi nel lontano 1278. La maggior parte delle chiese fu ricostruita dopo l’ultima invasione dei tartari, nel 1717, spesso con un ampio porticato davanti all’entrata e con dei campanili altissimi, qualche volta abbelliti da dei pinnacoli angolari.
I tetti sono tutti ricoperti da scandole, piccole tegole di legno, che sono sistemate con infinita pazienza da dei carpentieri specializzati, appollaiati vertiginosamente su uno speciale sedile attaccato alle travi del tetto. La struttura di ogni chiesa è costituita da robuste travi di quercia, incastrate con perfette giunzioni, senza l’ausilio di nessuna vite o collante, e spesso è decorata, per tutto il suo perimetro, da una corda scolpita nel legno, segno dell’unità della chiesa e dei suoi fedeli.
È probabilmente in questa chiesa che si celebrarono i funerali di due giovani fratelli di Breb, Ion e Vasile, annegati in un lago non lontano dal villaggio. È uno dei passi che più mi hanno colpito del libro di William Blacker.
Il mondo degli spiriti qui ritorna anche nel culto dei morti, dove i rituali da osservare sono codificati e ometterne anche uno solo potrebbe comportare il ritorno dell’anima come fantasma o addirittura come vampiro. La cerimonia, che non è facile osservare, si compone di tre fasi: la separazione dal mondo dei vivi, la preparazione al viaggio e l’ingresso nell’altro mondo.
La persona morente chiede il perdono della propria famiglia e dei vicini e tutti sono tenuti a obbedire ai suoi ultimi desideri, mentre le donne piangono e improvvisano poesie rimate declamanti la personalità e le imprese compiute dal defunto. Dopo la veglia del morto, che dura tre giorni, si celebra un pasto commemorativo a base di pane a forma di nodo e uova rosse che vengono offerte sia a chi partecipa al funerale che ai passanti. Il lutto dura un anno, durante il quale i parenti stretti non possono partecipare a cerimonie nuziali o balli e le donne vestono di nero. Anche il matrimonio è un evento molto importante nella cultura della regione al punto che se una persona in età di matrimonio muore prima di essersi sposata, viene addirittura tenuto un «Matrimonio del Morto».
Ed è proprio questo il caso dei funerali dei due ragazzi, della cui vivida descrizione vi riporto uno stralcio.

Nel Maramureş matrimoni e funerali si somigliano in maniera lampante. Entrambe le cerimonie riguardano partenze senza ritorno, e questo è il motivo delle molte lacrime versate ai matrimoni, quando un figlio o una figlia lasciano la casa dei genitori per sempre. Ma il prendere moglie è uno dei principali traguardi della vita, e perciò quando una persona muore in età da matrimonio deve assolutamente sposarsi prima della sepoltura. Per questa ragione si dovevano celebrare le nozze simboliche tra due ragazze e due ragazzi già morti – morti, anzi, da quasi una settimana, con tre giorni passati sott’acqua. Eravamo dalle parti del macabro, ma andava fatto, perché i due ragazzi non dovevano avere motivo di considerare incompiuta la loro esistenza.
[…]
Naturalmente la Chiesa non approva questa pratica, ma nemmeno cerca di fermarla. I missionari della Chiesa bizantina, quando nei secoli bui per primi arrivarono in queste vallate remote, furono costretti a scendere a compromessi per convincere le popolazioni locali a venerare il nuovo Dio, e forse la straordinaria messinscena cui stavo assistendo ne era una conseguenza diretta. Il parroco officiava un funerale cristiano tradizionale e i contadini lo reinterpretavano per conto loro come un matrimonio. I preti in paramenti dorati reggevano la croce e dondolavano il turibolo, assistendo impassibili mentre i contadini intrecciavano i loro rituali pagani ai riti funebri ortodossi.
La stanza con le due bare era piena di gente; la maggior parte guardava con raccapriccio e si faceva il segno della croce. Le donne si premevano sul naso il fazzoletto o delle foglie di noce. Da venerdì il caldo si era fatto soffocante. Nell’aria l’odore era dolciastro, nauseabondo, e le mani dei due ragazzi iniziavano a mostrare segni di putrefazione. I due cadaveri adesso indossavano bellissimi abiti nuziali, con bluse dai ricami elaborati e gilè ricoperti di nappe con piccolissimi specchietti rotondi, che servivano ad allontanare il male. Erano cosparsi con fiori selvatici di tutti i tipi raccolti nei campi e nel nastro dei cappelli di paglia erano infilati rametti di bosso. Tra le braccia avevano dei pani e tra i pani c’erano, presumibilmente per pagare il traghettatore, non una sola moneta come al tempo dei romani, ma tante quante ce ne stavano – non si badava a spese.
Fuori, il cortile era ormai affollato. Il testimone dello sposo portava il tradizionale palo nuziale decorato con campanelli e fazzoletti e organizzava concitato la celebrazione, proprio come avrebbe fatto per qualsiasi altro matrimonio. In un angolo del cortile c’era un violinista accanto a un gruppo di dieci ragazze, vestite tutte di bianco. Alzò il violino al mento e si mise a suonare; le ragazze iniziarono a cantare sulla sua melodia dolente.
[…]
Finalmente le orazioni terminarono e ripresero i pagani lamenti contro l’ingiustizia del mondo. Dodici ragazzi scapoli si misero le due bare in spalla e il violinista imbracciò ancora una volta il suo strumento. Questa volta però la musica mi sorprese: non era più la nenia funebre di prima. La gente tutt’attorno gemeva e piangeva, ma il violinista attaccò invece l’allegra marcia nuziale del Maramureş. Il contrasto confondeva i sensi. L’atmosfera cambiò all’istante; dopo la tristezza delle lacrime e del lutto, si fece subito più leggera grazie al ritmo vivace della musica, e si iniziò a chiacchierare. I testimoni agitarono i pali e la processione, con in testa le casse seguite dalle spose e dalle loro damigelle, si rimise in moto sugli stretti sentieri che attraversavano i campi in direzione della chiesa, col ritmo vorticoso del violino, il tonfo del tamburo e il cadenzato tintinnio dei campanelli dei pali nuziali.
Lasciando il cortile sentii il canto di una donna: “Su, Ionuc e Vasiluc, mentre ve ne andate staccate un fiore dal magico sambuco e mettetelo nella gronda del portico. Lasciatelo lì per i vostri genitori, cosicché il loro dolore passi più in fretta”.
Su una collinetta sopra la casa c’erano tre pastori. Suonarono un lungo richiamo coi loro corni, che risuonò per colli e vallate. Poi, quando la processione si dipanava ormai per le strade del villaggio, con le donne che gemevano e il violino che suonava, i pastori si spostarono di corsa su altri poggi che sovrastavano il sentiero del cimitero, per soffiare il loro ultimo saluto.
La processione faceva sosta a ogni incrocio e a ogni ponte, luoghi da sempre ritenuti carichi di energia spirituale e dove si dice che si appostino gli spiriti maligni. Il violinista abbassava il violino, i testimoni smettevano di scuotere i campanelli, le lamentatrici tacevano, gli uomini chinavano la testa, e per qualche istante al mondo cristiano venivano concesse le sue preghiere. Poi i pastori soffiavano nel corno e il mondo precristiano riprendeva il sopravvento.

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Lasciamo, un po’ a malincuore, Breb per dirigerci verso un altro dei luoghi più suggestivi e attesi di questo viaggio: il Cimitero Allegro di Săpănţa.
Abbiamo imparato che il nome di questo villaggio si pronuncia in maniera un po’ diversa da quello che pensavamo. Sì, perché questa ă col segno sopra si pronuncia con un suono molto breve, che non sembra una vocale, in pratica quasi non si pronuncia. Un po’ come la i senza puntino turca, ammesso che qualcuno ce l’abbia presente. Per metterlo per iscritto in qualche modo, potrebbe essere qualcosa tipo “S’p’nza”. L’avrei dovuta usare già altre volte in realtà questa ă, ma per pigrizia non l’ho fatto, spero che mi perdonerete. Colgo l’occasione per darvi due dritte due sulla pronuncia rumena; era meglio farlo prima, ma lo facciamo adesso, meglio tardi che mai.
La ţ, appunto, con il segno sotto si pronuncia come una z sorda italiana, come in calza.
La ş con il segno sotto si pronuncia come la “sc” di sciare, o se preferite come la “sh” inglese.
Il villaggio deve la sua fama, in gran parte, a questo cimitero così particolare. Perché allegro? Perché le lapidi non sono lapidi, nel senso che non sono di pietra ma di legno, sono dipinte di un blu intenso che fa da sfondo e sopra sono raffigurate scene di vita (a volte anche ironiche) della persona sepolta, accompagnate da un testo, generalmente in rima, una sorta di poesia umoristica che descrive il defunto: come è morto o come ha vissuto.
La persona è dipinta a colori vivaci in un momento della vita, accompagnata da elementi dell’universo contadino e pastorizio. I dipinti rappresentano quindi uomini che vanno a cavallo, che lavorano il legno, che cantano, con la falce o col bestiame, che vanno a fare la guerra o altro. Le donne in genere sono rappresentate con bambini tra le braccia, che ballano, che filano la lana col fuso o con la filatrice, fanno i lavori di casa, cucinano ecc. Si è creata così un’atmosfera serena che non teme la morte e glorifica la vita.
Le lapidi sono spesso dipinte sui due lati, perché dopo 25 anni il defunto può essere esumato e ne viene sepolto un altro, quindi viene aggiunto un altro epitaffio sull’altro lato o vengono rifatti entrambi. È un’opera d’arte che si rinnova e cambia continuamente, e proprio per questo non può essere patrimonio UNESCO, perché UNESCO significa conservazione e il titolo viene concesso solo per quello che resta congelato nel tempo.
Tutto è cominciato nel 1934, quando un artista locale, lo scultore Stan Ioan Patraș, fece una decorazione per la sua futura sepoltura in legno di castagno. Piacque così tanto che molti ne vollero una per sé, così l’artista cominciò a dipingere praticamente per tutto il paese. Altri poi hanno continuato la sua opera. Oggi sono due gli artisti che lavorano per questo cimitero, ma uno non riceve turisti perché è troppo impegnato col lavoro e l’altro… è così impegnato a ricevere turisti che bisogna prenotarsi con largo anticipo.
In questo cimitero non ci sono persone famose, ma solo gente comune di qui, contadini o artigiani. Ma tutti insieme sono diventati famosi in tutto il mondo. In realtà poi di allegro non c’è così tanto, se si va a leggere gli epitaffi molti parlano della morte, a volte sono giovani, anche bambini. Quindi le poesie possono essere tristi, ma ce ne sono alcune, che sono diventate le più famose, che sono davvero buffe e ironiche.
C’è il Don Giovanni e c’è l’ubriacone, che invita a non fare come lui, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia in mano. L’epigrafe potrebbe essere così tradotta:
«La grappa è un veleno puro / che porta pianto e tormento / Anche a me li ha portati / La morte mi ha messo sotto i piedi.
Coloro che amano la buona grappa / Come me patiranno / Perché io la grappa ho amato / Con lei in mano sono morto.
(Qui giace Dumitru Holdis, vissuto 45 anni, morto di morte non naturale nel 1958)»
Ma quella più divertente di tutte è forse quella cosiddetta “della suocera”, fatta realizzare dal genero della signora in questione, che dice così:
«Sotto questa pesante croce
Giace la mia povera suocera.
Se lei fosse vissuta tre giorni in più
Sarei io che giaccio qui, e lei leggerebbe questa croce.
Tu che passi per favore cerca di non svegliarla
Perché se torna a casa mi criticherà ancora di più.
Ma io sicuramente mi comporterò come si deve
Per non farla tornare dalla tomba.
Stai qui, mia cara suocera!»
Sembra che, da allora, tutte le suocere del paese stiano bene attente a farsi fare la loro croce in anticipo, per non rischiare che sia il genero a decidere come farla…
La tomba di un uomo ucciso dai soldati ungheresi durante la seconda guerra mondiale è stata rifatta ben tre volte. La prima volta diceva la verità su come quest’uomo era morto, ma gli ungheresi imposero che fosse bruciata e rifatta con solo le date di nascita e di morte. A guerra finita, cacciati gli ungheresi, l’artista si prese la rivincita. Non solo rifece la tomba con la vera storia, ma aggiunse, nel 1949, un’altra croce all’entrata, che è quella che oggi fa da introduzione a tutto il cimitero.
Secondo molti studiosi questo cimitero è l’espressione della visione rumena della morte, che deriva dalla cultura degli antichi daci, che consideravano la morte non solo un fatto naturale ma addirittura un momento di gioia, perché il defunto approdava ad una vita migliore. Si dice che i daci salutassero le nascite con il pianto e le morti con le risate. Di sicuro è un cimitero unico, dove sulle croci di legno è scritta una sorta di antologia di Spoon River dei Carpazi; e proprio per questo un posto qui costa piuttosto caro per gli standard locali, circa 1000 euro. Più il costo della lapide, che va da 400 euro a 900 se è dipinta sui due lati. Nel villaggio c’è anche un altro cimitero, gratuito, dove vanno i meno abbienti ma anche quelli, pare siano parecchi, che potrebbero permettersi un posto qui ma preferiscono un cimitero più tranquillo e non turistico, dove sia possibile visitare i propri cari in un’atmosfera di maggiore raccoglimento.

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L’ubriacone

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La suocera

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L’artista fondatore: naturalmente anche lui è sepolto qui

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Dobbiamo accelerare i tempi della nostra visita, purtroppo, a causa di un acquazzone imminente. È anche piuttosto tardi, dobbiamo dirigerci verso la nostra pensione. Anzi, verso le nostre pensioni: anche qui a Săpănţa ci divideremo in due gruppi. Il gruppo degli emarginati è quello di ieri con l’aggiunta di Fabiola, la fotografa del gruppo. La nostra pensione si chiama Păstrăvul, che significa trota. È un po’ più grande, più anonima e meno accogliente di quella di Ramona, purtroppo. All’inizio del corridoio che porta alle nostre camere c’è una compilation di animali impagliati, tra cui una volpe con un galletto in bocca che nell’insieme non è di un gusto eccezionale.

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Per la cena, però, Miki ci viene a prendere col pullmino e ci porta all’altra pensione, che invece si chiama Plai cu peri (campo di alberi di pere). E qui per noi, prima e durante la cena, il nostro Eughenio ha organizzato uno spettacolo di musica e danze tradizionali del Maramureş. Sono ragazzi e ragazze, più o meno dagli otto ai sedici anni, vestiti nei loro costumi tradizionali colorati e ricamati, i maschietti coi loro bravi cappellini di paglia.

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I più grandi sono anche bravi, i più piccoli si impegnano comunque tanto e fanno un’allegra confusione. Qui li vediamo impegnati in una canzone popolare della loro terra:

Dopo di che, via alle danze. E dopo aver ballato loro, coinvolgono anche noi nell’invirtiţa, la scatenata danza tipica del Maramureş. Si balla in coppia e si chiama così (almeno credo) perché si gira cambiando continuamente verso di rotazione. Anch’io ci provo, guidato dalla mia giovanissima dama; i risultati sono abbastanza pietosi, ma è divertente. Potete vedere la nostra performance in questo video sulla pagina Facebook della pensione:

Video danze alla pensione Plai cu Peri

E così, tra un giro di danza e un bicchierino di horinca della casa, anche questa serata se ne va che è un piacere.

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 4

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa

Giovedì 14 giugno 2018: Quarto giorno – Finalmente Maramureş, la scelta di Peter l’irlandese e Padre Albano, il prete di strada

Partiamo verso le 9, con Eugenio che si è alzato alle 4 per accompagnare Donata all’aeroporto e che un po’ sembra risentirne… ma conto sulle sue capacità di recupero.
Horia è venuto a salutarci, il suo compito finisce qui e un po’ sicuramente ci mancherà.
Dopo tre giorni di Transilvania, è giunto per noi il momento di scavalcare le montagne e di entrare nel Maramureş, uno degli ultimi territori d’Europa ancora poco contaminati, forse l’ultimo dove è la natura a scandire i ritmi della vita e tutto è ancora strettamente legato alla terra. Qualcosa che è Europa sulla carta, ma forse è ancora, almeno in parte, così isolato da essere veramente altro. Lo scopriremo. Per molti è sicuramente la parte più attesa del viaggio.
Ed ecco che finalmente posso spiegare questo titolo: Al di là delle montagne. Per arrivare nel Maramureş bisogna davvero passare dall’altra parte, al di là di quella propaggine dei Carpazi che delimita questo angolo di mondo. Bisogna ripercorrere quella via incantata che una ventina abbondante d’anni fa portò William Blacker a Breb, il “suo” villaggio, e prima di lui altri viaggiatori, come Patrick Leigh Fermor, autore di “Tra i boschi e l’acqua”. È proprio una sensazione fisica quella che provo mentre il pullmino abilmente guidato dal nostro Miki si inerpica sulla strada stretta e tortuosa che supera il passo, e dopo aver scollinato l’impressione è subito quella di trovarsi in un altrove e di aver fatto un salto indietro nel tempo. Sarà anche suggestione, non lo nego, il potere della mente e dei libri. Ma è una sensazione piacevole.
Subito il verde sembra più verde, gli alberi più alti; guardiamo fuori dai finestrini, da una parte e dall’altra, in cerca di chiesette di legno, e ci aspettiamo da un momento all’altro di incrociare un carretto tirato da cavalli adornati con nastri rossi (il rosso qui è un colore beneaugurante, abbiamo scoperto). O di vedere una pentola appesa fuori da una casa, che significherebbe che lì c’è una ragazza in età da marito che si deve sposare.
Sarà che sono seduto vicino a Elena, che è un’altra che ha già letto e profondamente apprezzato William Blacker (io durante il viaggio per essere onesto lo stavo ancora finendo, ndr). In effetti qualcosa di questo genere si vede, sicuramente il panorama è cambiato, è davvero un territorio poco urbanizzato, con grandi distese di prati e covoni di fieno. Non le balle di fieno regolari fatte da una macchina, proprio i covoni di una volta, quelli fatti come un monticello con un paletto di legno in mezzo. Quelli che da noi sono spariti da almeno cinquant’anni.

Ma per ora non possiamo ancora addentrarci in questo mondo a parte che è il Maramureş profondo. La prima tappa è Baia Mare, che è il capoluogo e che è una città di più di 100.000 abitanti.
Arriviamo in tarda mattinata. Il primo incontro fissato per noi è quello con Peter Hurley, ex console onorario irlandese a Bucarest. Eugenio ci ha accennato qualcosa su di lui sul pullmino: sappiamo che ha 50 anni, che vive qui da tempo, si è sposato con una ragazza del posto e sarà padre ad agosto. Il resto ce lo racconterà lui, che ci aspetta al tavolo di un bar in una piazza assolata. È così gentile con noi che vuole, come prima cosa, che possiamo rinfrescarci con una limonata dissetante. Ragazzi, questa si chiama ospitalità. Non per niente è irlandese. Sì, lo so, forse sono un po’ di parte. Io amo l’Irlanda e gli irlandesi, meglio chiarirlo subito. Mi basta sentir parlare inglese con quel meraviglioso accento irlandese, e già divento subito di buon umore e ben disposto ad ascoltare. È un pregiudizio, lo ammetto, ma almeno in questo caso è un pregiudizio positivo. Scopriamo che questo bar offre infiniti tipi di limonate, aromatizzate con le erbe e i profumi più vari. Sono così tante che faccio fatica a scegliere, e allora opto per una limonata classica, liscia e senza zucchero. Sono già concentrato su quello che Peter dirà. Anche il suo aspetto, c’è da dire, è molto irlandese: ha capelli rossi e barba rossiccia con qualche spruzzata di bianco, occhi chiari, porta i jeans e una camicia a quadri.
La sua storia, al di là di tutto, è davvero interessante. Lui parte da Dublino a 25 anni, nel 1993, per esplorare l’Europa dell’Est, un mondo che lo affascina particolarmente. Si ferma a Praga per un periodo, e resta colpito al punto di pensare “Ragazzi, fino ad ora non sapevo cosa fosse il mondo”. Torna in Irlanda ma, senza farne parola con nessuno, comincia a rimuginare sull’idea di trasferirsi in uno dei paesi dell’Est, non sa ancora quale. Pochi mesi dopo, un amico d’infanzia che vive già in Romania lo chiama e, per assoluta coincidenza, lo invita con tono perentorio ad andare a Bucarest per aprire un’attività con lui. Lui prende al volo l’opportunità e, senza pensarci troppo, accetta. Nel ’94 aprono una piccola società che si occupa di marketing e ricerche di mercato. Sono in tre, il più vecchio ha 27 anni. Siamo ancora in quella fase in cui il capitalismo è agli albori in Romania, c’è molta voglia di libero mercato, poche regole e spazio per tutti. Loro sono anche bravi e in breve tempo il successo è travolgente. 15 anni dopo, nel 2009, hanno 150 dipendenti, un fatturato da capogiro di 20 milioni di euro l’anno e una delle agenzie di pubblicità più grandi del paese. È in questo periodo che Peter, come accade a molti imprenditori di successo, diventa anche console onorario del suo paese a Bucarest.
A un certo punto lui si rende conto, però, che quel tipo di successo non gli basta più. Capisce che la cosa più bella di questa esperienza che sta vivendo è in realtà la Romania stessa, soprattutto la gente, la sua anima pura, la sua spiritualità, la sua generosità e la sua immediatezza nel mettersi a disposizione senza riserve quando si ha bisogno di aiuto. E decide che l’unica cosa giusta da fare per lui per ripagare questa gente è mettere le sue capacità e la sua esperienza al servizio di una nuova missione, che è promuovere la Romania stessa.
Ma non puoi – dice Peter – promuovere qualcosa se non la conosci profondamente, se non ne cogli l’essenza. Ed è per questo che comincia a scavare – mentre lo dice fa proprio il gesto di affondare una pala nel terreno – a scavare nel profondo di questa terra, parlando con le persone, guardandole e filmandole. Ne escono due cortometraggi sulla spiritualità rumena, e in breve tempo lui realizza che la sorgente, la fonte di tutto – per dirlo usa la parola rumena izvor, che è una parola slava, Eugenio fa notare che è la stessa parola anche in serbo – non è la Romania urbana, ma la Romania rurale. La struttura stessa del paese è una struttura di tipo rurale. La storia della Romania si è costruita attorno a questo mondo rurale, attorno alla vita di villaggio. Quindi è nelle storie della vita di villaggio che in questi anni Peter ha continuato a scavare, per tirarne fuori l’essenza e capirla fino in fondo, ma anche per aumentare la consapevolezza dei valori di questa vita e dell’eredità che si tramanda attraverso il mantenimento di questi valori.
E la culla della vita di villaggio e di questi valori antichi in Romania è soprattutto un territorio che nel frattempo ha scoperto e di cui si è follemente innamorato, che è – indovinate un po’ – il Maramureş! È qui che c’è l’ultimo esempio in Europa di vita e civiltà contadina da preservare. La gente vive semplicemente del lavoro della terra. Qualche ortaggio, qualche albero da frutta, ma soprattutto immense distese d’erba che, falciata, diventa fieno con cui nutrire gli animali, soprattutto le vacche da latte. Con quel latte si fa il formaggio e lo si va a vendere al mercato, questo è tutto.
Mi colpisce che lui dica esplicitamente che questo stile di vita non c’è più neanche in Irlanda, per quanto anche l’Irlanda possa apparire come un paese ancora a vocazione agricola. Ma lì – argomenta – la vera cultura contadina popolare si è già persa, quello che c’è ora in fondo è tutto un revival; qui invece è una fiamma viva, che non bisogna far spegnere. È un’eredità che si tramanda da secoli, che ha resistito a tutte le guerre e a tutte le invasioni. Ma ora è molto vulnerabile, è vicina alla fine. È una corsa contro il tempo quella che abbiamo davanti per provare a salvarla.
Si stima che ogni giorno in Romania spariscano tre fattorie. Peter paragona lo spopolamento di oggi delle campagne rumene alla grande migrazione che dall’Irlanda, a causa della grande carestia dovuta alla perdita di due raccolti di patate, negli anni ’40 del 1800 portò un milione di persone negli Stati Uniti.
Tutto questo è triste, ma al tempo stesso è un’opportunità, una sfida: bisogna rendersi conto di quanto si perderebbe se questa cultura sparisse e provare a valorizzarla. Dice Peter che tutto dipende dalla prospettiva, dallo sguardo, che noi siamo fortunati a essere qui nel capoluogo del Maramureş. Qui, in questa piazza, è il luogo dove ogni settimana i contadini dei villaggi vengono a vendere i loro prodotti. E quando li vendono non si portano i soldi a casa, al villaggio, ma li spendono qui, in città. Quindi la storia urbana di questa città è fatta in realtà dalla storia rurale dei contadini che fanno vivere questa città. È quello che lui dice ai rumeni, che secondo lui sono in una posizione unica, molto speciale, quella di avere una vita di campagna così sviluppata da essere ad un livello più alto, quasi un’aristocrazia.

In questi anni Peter ha cercato in tutti i modi di portare avanti questa battaglia, di vincere la sfida e di preservare l’unicità di questa cultura. Attraverso la musica, innanzitutto. Dal 2010 organizza un festival musicale che, ogni mese d’agosto, riunisce cantanti e band di musica popolare e tradizionale da tutto il mondo. Ha cominciato ovviamente con i musicisti irlandesi, com’è naturale che sia: l’Irlanda in questo senso ha una tradizione ricchissima. Si ricorda di una violinista irlandese che aveva portato a suonare in un villaggio, e che poi sarebbe dovuta andare a suonare anche in un altro villaggio. Ma lei non voleva più muoversi da lì, dove aveva fatto il primo concerto. Stava lì, a piedi nudi, a suonare con i pastori per far fare più latte alle pecore.
Nel 2010 il musicista irlandese Shaun Davey compose appositamente per il festival un brano intitolato “Voices from the Merry Cemetery” e dedicato al cimitero allegro di Săpănţa (che vedremo domani). Nel 2011 la trasmissione del concerto di apertura su Radio Romania Actualitati, la sera della vigilia di Ferragosto, fcce un milione di ascoltatori.
All’inizio Peter ha investito del suo, per fare il festival. La prima edizione costò 143.000 euro, con un misero ricavo di 1.600 Lei. Ora le cose vanno un po’ meglio, qualche sponsor lo ha trovato e anche qualche finanziamento pubblico. Ma c’è chi continua a chiedersi perché deve essere uno straniero a fare tutto questo per la cultura rurale rumena. Mi scuso se metto in imbarazzo qualcuno, dice Peter, ma la risposta è molto semplice: è impossibile rimpiangere tuo padre quando è ancora vivo. Il padre ancestrale dei rumeni è ancora vivo. Io il mio l’ho perso tanto tempo fa, forse non l’ho mai conosciuto.
Nel dicembre 2012, partendo proprio dal cimitero allegro, Peter ha percorso a piedi i 650 km che separano Săpănţa da Bucarest senza un soldo in tasca, con lo scopo di dimostrare che in Romania questo è possibile, perché i contadini dei villaggi rumeni sono estremamente aperti e capaci di dividere tutto con chiunque vada a visitarli. È un qualcosa che va ben oltre l’ospitalità, è un profondo desiderio di comunicare la loro umanità che è evidente dal primo momento in cui li incontri. E quando sentono che tu ricambi, il loro spirito è così contento che è come se brillassero, e diventa uno scambio magico di gioia. Ricorda ad esempio di quando arrivò a bussare alla porta di un contadino in un piccolo villaggio alle undici di sera, in una notte fredda e tempestosa. La porta era aperta e il contadino, senza nemmeno alzarsi dal letto, mentre guardava la TV, lo invitò ad entrare come se lo stesse aspettando e disse semplicemente: “Nessuno dovrebbe essere fuori in una sera come questa”.
“Ma se fosse stato un rumeno, o peggio un rom?” – chiede Gabriella – “L’avrebbe fatto entrare comunque, o è perché era uno straniero a bussare?”. La domanda è pertinente, e ben posta, ma lui è sicuro che non importa chi sia a bussare, quello che importa è che è un contadino a tenere la porta aperta. Tutto sta lì, nella differenza profonda tra campagna e città. Forse è una visione fin troppo idealizzata, ma lui lo ha sperimentato direttamente e lo dice con un tale trasporto che non si può che credergli.
Ha fatto questo viaggio per mostrare solidarietà con i 9 milioni di rumeni, cittadini dell’UE, che provano a sopravvivere con un’agricoltura di sussistenza in 4 milioni di piccole case di contadini, in assenza di una strategia coerente per il loro futuro. Da questa esperienza ha tratto un libro, intitolato “The Way of the Crosses”. Il titolo viene dalle croci che spesso si trovano ai lati delle strade di campagna rumene, che possono essere semplicemente segni di devozione popolare o anche, a volte, il ricordo di persone che in quel punto hanno perso la vita a causa di un incidente stradale, cosa che da queste parti purtroppo è frequente.
Uno strumento fondamentale con il quale per lui è possibile salvare questa cultura, che è patrimonio di tutti, è il turismo. Ma deve essere naturalmente un turismo responsabile, ecosostenibile e assolutamente non di massa. Un nanoturismo, lo chiama con un’espressione efficace.
In nome di questa sua missione Peter ha persino sfidato, durante una conferenza stampa, il Commissario Europeo all’agricoltura, un irlandese, consegnandogli una lettera dove lo invitava ad agire al più presto per salvare la civiltà contadina rumena. Una lettera che non ha mai avuto risposta.
Ora Peter sostiene la creazione di un fondo di investimento rurale che incoraggi la cooperazione nell’economia locale, in particolare tra i piccoli produttori, e che dia un supporto per accedere a fondi pubblici per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.

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Ci sono cinque parole che, per lui, si possono usare per far passare il suo messaggio, e ognuna di queste è un valore aggiunto, parlando nel linguaggio della pubblicità: la prima è la lingua rumena. Se ci fosse una montagna delle lingue, dice, io non so se il latino sarebbe sopra il rumeno, ma sicuramente entrambe stanno in alto.
La seconda è la fede in Dio. C’è un famoso monaco rumeno che dice che l’ortodossia è connaturata all’essere umano, è lo stato naturale dell’uomo. La Romania è l’unico paese latino ortodosso, anche questo è una sua peculiarità.
La terza sono i Carpazi, che sono la colonna vertebrale del paese. Per i rumeni i Carpazi non sono stati mai un muro, un confine, come per gli ungheresi o per i tedeschi. Erano piuttosto un albero su cui arrampicarsi quando si sentivano in pericolo; di fronte alle avanzate dei nemici, i rumeni si rifugiavano nei boschi dei Carpazi.
La quarta sono le tradizioni. Di queste ci mostra un esempio, che è un fuso per filare la lana. Ma è un fuso molto speciale, di tipo cerimoniale, realizzato tutto in legno e con un disegno unico e particolare. Quando un giovane del Maramureş è in grado di fare questo, lo dà alla sua promessa sposa per simboleggiare tre cose: prima di tutto sono 22 pezzi di legno messi insieme, senza nessuna vite o chiodo, solo ad incastro. Esattamente come le case di legno del Maramureş. Perciò, se un giovane ha l’abilità per fare questo, vuol dire che può anche costruire una casa per la sua famiglia. Questi 22 pezzi che una volta messi insieme non si separano più rappresentano anche la complessità di una relazione di coppia che dura per tutta la vita. Nel centro, ci sono nove spazi vuoti e in ognuno c’è un seme di grano. Così se lo agiti suona, e si può usare anche come sonaglio per i bambini. Dentro il fuso c’è un bambino. Ed ecco la quinta parola, che è vita: la vita che c’è nelle tradizioni. Ogni generazione è un nuovo anello di una catena umana ininterrotta che da millenni tramanda la cultura della terra. Ma ve lo dice direttamente lui in questo video:

 

 

Mentre ascolto Peter penso a quanti punti in comune ha la sua storia con quella di William Blacker. I toni con cui descrive i suoi incontri con la gente del Maramureş, la passione con cui ne parla, il suo desiderio profondo di capire e di portare anche dentro di sé questa cultura. E poi, scusate se insisto su questo, sono entrambi irlandesi. Anche William è di famiglia angloirlandese, pur essendo nato e cresciuto in Inghilterra. Forse il punto di partenza di Peter è diverso da quello di William, e anche il suo approccio in parte lo è, ma le cose che dicono sono molto simili. William alla fine un po’ ha mollato, se n’è andato perché, a parte le vicende personali, ha perso un po’ la speranza, non riconosce più il Maramureş che ha amato. Peter invece continua tenacemente a credere in questo sogno un po’ folle, forse un po’ velleitario, molto poetico, molto irlandese.
Per chi volesse approfondire, qui c’è un bel documentario con il nostro Peter che ci guida alla scoperta della Romania, ripercorrendo il suo viaggio a piedi da Săpănţa a Bucarest:

Discover Romania with Peter Hurley

Dobbiamo purtroppo salutare Peter. Mentre gli stringo la mano gli auguro buona fortuna e gli chiedo se ha già deciso il nome del bambino. “È una bambina” – mi dice – “e si chiamerà Orla Helena”. Helena è il nome della sua mamma, mentre Orla è un antico nome irlandese che significa “Principessa d’oro”. Era il nome della sorella e della figlia di Brian Boru, che fu re e condottiero d’Irlanda intorno all’anno Mille ed è ancora oggi ricordato come l’eroe che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi. Mi sembra molto appropriato.

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Foto di gruppo con Peter

Noi andiamo a mangiare in una vecchia palincieri, che è come dire palincheria, grapperia, nel centro di Baia Mare. E non possiamo che iniziare, nella migliore tradizione balcanica, con un assaggio della palinca del Maramureş, che si chiama horinca ed è una vera religione, lo so da William Blacker, naturalmente. Il menù dovrebbe essere “leggero”: si inizia con una zuppa di verdure e carne alla quale, come abbiamo imparato, si aggiunge panna acida a piacere. Poi arrivano dei taglieri pieni di assaggi di vari formaggi con cumino e altre erbe, da accompagnare con fichi, noci e marmellata di mirtilli. Non ci possiamo proprio lamentare.

Abbiamo parlato tanto di cultura, tradizioni, vita di villaggio e civiltà contadina. Ma qui siamo a Baia Mare, che è una città, ed è una città con grandi problemi. Dopo pranzo ci aspetta un altro incontro importante, quello con Padre Albano, che ce lo farà capire.
Baia Mare significa letteralmente “Grande Buca”. Si chiama così perché è costruita sulle sue ricche miniere d’oro, le miniere che ora non ci sono più. Baia Mare è terra di confine, lontana dalla più movimentata e moderna Bucarest. Qui all’incirca 115.000 anime convivono e si confrontano con gli effetti mai veramente sopiti della storia di questa città, in una particolare combinazione di rurale e moderno.
Si dice che il cielo che sovrasta Baia Mare sia particolarmente intenso, e che una volta la città sia stata colonizzata da alcuni pittori d’avanguardia alla ricerca di colori insoliti e luminosi; quegli stessi colori che si riflettono sulla neve ghiacciata di un inverno a 20 gradi sotto zero, qui alle pendici dei Munții Maramureșului, i monti del Maramureș.
Tra i polverosi palazzoni della città nuova e i centri commerciali, la sensazione che si avverte è quella di un tentativo mal riuscito di rialzarsi, di confrontarsi con la modernità: nell’urbanistica, nella vita economica, politica e sociale sembra essere mancata una qualsiasi fase intermedia capace di favorire il passaggio tra il vecchio regime e il capitalismo.
La ciminiera più alta d’Europa svetta sui kombinat, gli ex edifici che ospitavano gli operai impiegati nell’industria socialista. Palazzoni fatiscenti abitati ora da intere comunità rom. Centinaia di famiglie stipate dentro a vere e proprie bombe ad orologeria, dove le fughe di gas e gli incendi sono all’ordine del giorno, dove la sporcizia si accumula e cola giù da un piano all’altro. Una sorta di villaggio post-industriale in cui esseri umani, cavalli e maiali condividono il pochissimo spazio esistente.
Strada Electrolizei, dove sorgono i kombinat, e la situazione dei rom di Baia Mare balzarono all’attenzione internazionale qualche anno fa dopo un’ambigua mossa dell’amministrazione comunale. Il sindaco Cătălin Cherecheș – rieletto due anni fa mentre si trovava agli arresti domiciliari per corruzione – mise infatti nella sua agenda elettorale la demolizione di Craica, uno dei più poveri campi rom ai margini della città, argomentando così la scelta: “Le sacche di povertà cittadine, dove da vent’anni vengono costruite abitazioni improprie, e dove mancano acqua, una rete fognaria e l’elettricità, devono essere estirpate in quanto rappresentano un disagio per coloro che vivono nei distretti urbani del comune”.
Almeno metà della baraccopoli di Craica venne di conseguenza demolita, e un numero non precisato di famiglie venne letteralmente deportato in Strada Electrolizei, costretto nei kombinat. Solo quando l’amministrazione venne aspramente criticata dalle organizzazioni umanitarie Cherecheș iniziò a parlare di veri piani di integrazione, che rimasero però solo sulla carta.
Non molto tempo dopo, infatti, il sindaco diede l’ordine di recintare la zona dei kombinat con uno spesso muro di cemento alto circa due metri. La giustificazione addotta risiede nell’ampia definizione di “sicurezza cittadina”: “Il muro di Horea-Electrolizei è stato costruito per limitare i numerosi incidenti occorsi in zona”, dichiarò il primo cittadino. “Molti bambini rom, giocando fra i palazzi, correvano il rischio di finire in strada e venire investiti dalle auto. Alcuni di loro, inoltre, si divertivano a lanciare sassi contro gli automobilisti. Grazie a questo muro siamo tutti più sicuri”. Non vi ricorda qualcuno?
Ma la versione secondo cui il muro avrebbe dovuto salvaguardare i bambini rom dai pericoli della strada non convinse una buona parte dell’opinione pubblica, la quale invece parlò di vero e proprio “muro di segregazione”.
Come raccontato in “Il muro di Baia Mare”, un mini reportage del 2011 a cura di Gabriele Pieroni, muro o non muro, è un’altra la barriera da abbattere fra i kombinat: “La ghettizzazione non è frutto del muro. È semmai l’opera di anni di politiche sociali sbagliate, che portano i rom a vivere tutti assieme in quartieri dove la loro presenza è maggioritaria (…). Il muro è una prigione che fa comodo un po’ a tutti. Gli zingari non vedono ciò che succede fuori, è vero. Ma da fuori, nessuno può vedere quello fanno dentro”.
Il Muro di Baia Mare diventa quindi un simbolo pesante di una situazione cancrenizzatasi nel più ampio contesto del cambiamento sistemico romeno: come reazione alla pressione di forze strutturali, le fasce sociali impoverite si ritrovano a fare i conti con condizioni socio-economiche sempre più marginalizzanti e speculari ad una nuova conformazione sociale, urbana, esistenziale. Le nuove politiche abitative diventano una delle maggiori cause nella creazione di marginalità geograficamente isolate, socialmente segregate e culturalmente stigmatizzate. Dal punto di vista delle fasce più colpite, tra le quali spiccano le minoranze etniche, il corrotto e distorto mercato immobiliare sostenuto dalle nuove politiche statali ha generato un processo tutt’altro che democratico, privando le fasce più deboli della possibilità di agire come cittadini.
Le dinamiche che affliggono Baia Mare e le sue comunità etniche sono solo una piccola parte di quello che è la nuova Romania nel contesto comunitario. Queste dinamiche hanno assunto caratteristiche particolarmente preoccupanti in tutte quelle aree post-industriali dove i cambiamenti hanno lasciato intere fasce sociali a fare i conti con deprivazioni e politiche pubbliche discriminatorie.
È la stazione ferroviaria di Baia Mare il luogo in cui le zone d’ombra iniziano ad emergere pesantemente.
Li chiamano “i ragazzi della stazione”. Randagi di strada strafatti di colla che per sopravvivere svendono il loro corpo e aspettano qualche pasto caldo fornito dal furgoncino dell’associazione Volontari Somaschi. Sono moltissimi: rom, moldavi, ma anche ungheresi. Attendono l’arrivo del treno per poi rincorrere qualche viaggiatore con la speranza di racimolare qualche spicciolo per la colla.
La colla è una ferita che qui ha le dimensioni di una piaga sociale. Solventi per scarpe del costo di 2 Lei inalati in modo sistematico fino al collasso cerebrale. La colla fa passare la fame, fa passare il freddo, fa passare le giornate. È un porto sicuro, un migliore amico con cui condividere le proprie paure.
Qui ad occuparsi di questi ragazzi è la Fondazione Somaschi fondata da Padre Albano, senza la quale a Baia Mare sarebbe difficile parlare di assistenza sociale. Oltre a fornire una forma primaria di sussistenza, l’Associazione, attiva da ormai undici anni sul territorio, si occupa dell’organizzazione di una vasta gamma di attività volte all’inclusione sociale dei gruppi svantaggiati, che spesso e volentieri coincidono con le minoranze etniche presenti in Romania. Saranno proprio Padre Albano e Bogdan Ilutiu, presidente dell’associazione, a spiegarci come ogni giorno si combattono ad armi impari la ghettizzazione, il razzismo, la paura.
Li incontriamo in una sala della biblioteca comunale di Baia Mare. Un po’ ne resto sorpreso, mi ero immaginato di vederli nel loro ambiente “naturale”, e magari di poter avere anche qualche contatto con i ragazzi. Ma dice giustamente Eugenio che rischierebbero di vederci come i turisti in cerca di emozioni forti che vanno a vedere le “favelas” come se fossero allo zoo.
Dopo la caduta del regime il cambio di sistema economico e l’inizio delle privatizzazioni innescarono un processo terrificante, a cui nessuno era preparato. Baia Mare era un centro monoindustriale dedito all’estrazione mineraria, e una grossa fetta della popolazione era impiegata o in questa industria, o in quella tessile. Migliaia di persone persero il lavoro. In tantissimi emigrarono in cerca di fortuna, e ben presto gli ex centri monoindustriali come questo diventarono città fantasma. La deprivazione e i continui tagli ai servizi pubblici peggiorarono infine la già difficile situazione tra la parte della popolazione maggioritaria e quella minoritaria.
Quelli più colpiti furono sicuramente i rom. Prima il regime garantiva loro la possibilità di lavorare nelle fabbriche, per effetto della politica definita di “sedentarizzazione”, più o meno forzata. Era una sorta di compromesso, tutto sommato. In cambio della perdita di un pezzo della loro identità culturale, avevano comunque un posto di lavoro sicuro e un’esistenza dignitosa.
Ma ora la situazione rende impossibile ogni tentativo di inserimento. Manca il lavoro, mancano le forme d’assistenza e i programmi di scolarizzazione. Qui il capitalismo ha creato differenze sociali enormi, lasciando indifese grosse fette di popolazione e marginalizzando i gruppi minoritari.
Padre Albano non è decisamente il genere di missionario che ci si aspetta, fin dal look: si presenta tranquillamente in bermuda e t-shirt, nessun segno che lo identifichi come sacerdote; non parla lentamente e a bassa voce, alternando sospiri e pacate parole di pace. È un incontenibile istrione, che è quasi impossibile fermare; cerca abbastanza costantemente la frase ad effetto, e per dare maggiore enfasi non disdegna qualche parolaccia, ma sempre a fin di bene. Lo fa per coinvolgere, non vuole che nessuno possa restare indifferente di fronte alle sue parole, alla realtà che racconta e che vive. Ci mette anche la sua fisicità, che ben si accorda con il suo piglio deciso ed energico.
Sappiamo che la sua ultima trovata è stata quella di imbastire un import-export di legname tra la Romania e l’Italia per finanziare un mercatino di vestiti usati e di beni di prima necessità a prezzi stracciati. Con il suo furgone e l’aiuto dei volontari, preleva i ragazzi dalla strada e li porta su, sui monti, a far legna. In questo modo è riuscito a creare un canale alternativo per immettere i ragazzi in un mondo diverso, per dar loro una possibilità.

Padre Albano ci accoglie con una serie di considerazioni tra il serio e il faceto sulla politica italiana e sul giornalismo italiano, che in parte condivido anche ma che preferisco non riportare qui perché rischierei la querela, o la farei rischiare a lui… ma evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere con qualcuno su quello che sta succedendo nel nostro amato Bel Paese e avere un gruppo di italiani non gli sembrava vero.
Venendo però a quello che fa qui, parte da una frase di Gandhi che lo ha sempre entusiasmato: Spesso sentirete i potenti della terra, anche quelli religiosi, che parlano dei poveri, ma quasi nessuno si ferma mai a parlare CON i poveri.
Facendo un po’ di numeri, descrive così la situazione di Baia Mare: Su 100.000 persone ci sono 10.000 miserabili, più poveri dei poveri, in situazioni veramente critiche, e 20.000 “semplicemente” poveri. Gli altri con 3 stipendi sopravvivono, e poi ci sono pochi ricchissimi. Numeri abbastanza impressionanti.
Grazie al lavoro di Bogdan, Albano e tutta la Fundaţia, numerosi bambini di Pirita e Craica sono riusciti ad accedere all’istruzione prescolare e primaria. Un’eventualità che, senza un appoggio esterno, sarebbe stata sicuramente poco probabile e che li ha salvati da un destino di analfabetismo e di sfruttamento, in tutti i sensi. Dice Padre Albano che esiste anche un mercato, che i bambini vengono a volte comprati, anche da stranieri, e in particolare italiani (in questo settore non manchiamo mai di distinguerci), per farne oggetti di sfruttamento sessuale.
E poi c’è la scuola dei mestieri, che è un altro suo grande sogno che sta per realizzarsi. Oltre ai ragazzi che porta a far legna, ora c’è un nuovo contratto con la Natuzzi, che ha uno stabilimento qui e che metterà a disposizione uno spazio per un gruppo di ragazzi che costruiranno bancali di legno per l’azienda. Poi una Onlus ha dato 100.000 euro per realizzare dei laboratori e una casa che verrà chiamata “La casetta nella prateria”, per i bambini abbandonati.
C’è molto volontariato, ad esempio signore che vengono a cucinare per i bambini. Si è creato un clima di fiducia che favorisce anche la lotta all’abbandono scolastico perché i genitori, che erano i primi a non credere nella scuola, ora accompagnano i figli a scuola. Anche le istituzioni scolastiche locali faticavano a capire che l’abbandono era anche figlio del disagio sociale, che famiglie che non avevano di che mangiare o di che scaldarsi durante i rigidissimi inverni difficilmente potevano mandare i figli a scuola. E pur di non perdere i contributi europei venivano falsificati i registri segnando come presenti anche i bambini che non andavano a scuola. Ma ora alcuni insegnanti sono venuti a vedere la scuola di Padre Albano e stanno cominciando a capire.
Se la prende anche con la Chiesa, sia quella di qui che quella italiana, e non è difficile capire perché, come non è difficile immaginare come e perché sia stato messo ai margini in Italia e abbia deciso di venire qui. È un prete di strada che può ricordare Don Gallo o Don Ciotti, sicuramente un prete scomodo, uno che però fa quello che forse dovrebbero fare tutti i preti, se prendessero sul serio quella che dovrebbe essere la loro missione. In Romania c’è un detto: “Segui quel che il prete dice, non quel che fa”. Ecco, per lui è proprio il contrario. Quello che fa lo definisce come e più di quello che dice.
Anche parecchi giovani italiani, soprattutto d’estate, vengono a fare i volontari. E così lui invita anche noi, invita per esempio le signore del gruppo che vogliono a venire qui e a cucinare per 200 bambini.
Elena chiede di Parada, la fondazione del clown franco-algerino Miloud che lavorava con i bambini di strada che sniffavano colla nelle fogne di Bucarest. Lui dice che Parada non c’è più perché Miloud, purtroppo, è andato fuori di testa. Ma a Bucarest c’è il Don Orione.
Ci parla poi con commozione di un ragazzo di 14 anni morto pochi giorni fa, e del suo funerale.
Ci dedica anche più tempo del previsto, perché la voglia di parlare dei suoi progetti è tanta. Ma alla fine lo dobbiamo proprio salutare, anche se è un saluto che si prolunga in un’altra mezz’ora almeno di piacevoli chiacchiere. Dobbiamo partire verso il villaggio dove dormiremo questa sera.

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Padre Albano

Restando sull’argomento rom, Eugenio ci aveva letto per preparare questo incontro con Padre Albano alcuni stralci del libro “I rom d’Europa” di Leonardo Piasere, che racconta la storia di questo popolo di cui si parla tanto spesso senza saperne quasi niente. Sarà banale dirlo, ma per giudicare bisognerebbe prima conoscere, anche se questo concetto non è più in voga da parecchio ormai, anzi va sempre peggio in questo senso. Siccome però io sono ancora affezionato, forse stupidamente, a quest’idea, vorrei riportare anche qui un estratto, come piccolo contributo di conoscenza.

 

Le tracce della presenza rom nelle terre bizantine prima del Trecento sono sporadiche e non sempre chiare. Alcuni documenti del Trecento e del Quattrocento, più dettagliati, ne attestano la presenza in terre greche, dove già convivono con le popolazioni locali in situazioni che prefigurano quelle che nell’era moderna caratterizzeranno le loro esistenze anche in altre parti d’Europa.
Viene chiamato modello balcanico quello che vede l’inserimento dei rom nelle strutture socio-economiche locali attraverso il sistema tributario e/o lo sfruttamento coatto della loro forza lavoro, che si ritrova molto sviluppato nei Balcani ottomani.
La situazione dei rom sotto gli ottomani, pur non essendo ancora stata studiata a fondo, non è sconosciuta e si può dire per certo che essa era completamente diversa da quella che si ritrovava in Occidente. Gli ottomani non hanno mai bandito i rom dai loro territori.
La popolazione rom era divisa in unità fiscali (ğemaat), composte di unità minori (mahala, quartiere) ciascuna affidata a un capo, responsabile verso il governo. Un ğemaat poteva essere costituito da una banda nomade (ghezende). I rom svolgevano molteplici attività, spesso legate all’artigianato: calderai, fabbri ferrai, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri ecc. Erano pure boia e impagliatori di teste (dei nemici decapitati in battaglia, fatte portare a Istanbul), lavoro immondo a cui erano costretti e che i non rom rifiutavano. Dal 1800, in Bulgaria e altrove, aumenta la tendenza dei rom a insediarsi nelle campagne e a diventare contadini. Come è noto, la schiavitù era molto praticata nell’Impero ottomano, ma in generale i rom non erano schiavi; essi potevano essere resi in schiavitù se non pagavano il tributo annuale (harağ), ma per il resto sono entrati a pieno titolo nel gioco delle multiformi identità del cosmopolitismo balcanico, con le sue accettazioni e i suoi odi, i suoi conflitti, i suoi stereotipi. Anche se i rom costituivano gli ultimi gradini della stratificazione sociale ed erano spesso mal considerati e mal trattati, non hanno mai subito le politiche di negazione totale messe in atto in Occidente.

Ben diversa era la situazione in Valacchia e in Moldavia. È in questi due principati cristiani, per secoli vassalli degli ottomani, che dal Trecento all’Ottocento si costruisce il più grande, sistematico, controllato sistema schiavistico dell’Europa moderna.
Il principe Dan I, nel 1385, conferma al monastero di Tismana la donazione di quaranta famiglie di atsigani, già appartenute al monastero di Vodiţa. La donazione era stata fatta dal principe Vladislav I fra il 1371 e il 1377. Questo è il primo documento che attesta la presenza zingara nell’attuale Romania e parla già di zingari schiavi. A partire da questa data la documentazione diventa imponente, anche se resta largamente inesplorata: è uno dei più grandi silenzi costruiti dagli storici moderni.
La Valacchia e la Moldavia, incerti stati sorti dalle brume del collasso bizantino, delle continue invasioni tartare, delle mire espansionistiche di tutti i vicini, di un legame che si mantiene stretto con la Chiesa greca, tra il XV e il XVI secolo cercano di parare la travolgente avanzata ottomana dandosi in vassallaggio all’Impero ottomano stesso. Il vassallaggio comporta il mantenimento di una certa autonomia amministrativa, che si fa risicata in certi periodi, ma che permette la non islamizzazione dei due principati.
La struttura sociale era di tipo piramidale e contemplava, al di sotto dell’Impero e del voivoda, i boiari e il clero; seguiva una piccola classe di mercanti composta soprattutto da ebrei e greci, e poi vi era la grande massa dei contadini. I contadini potevano appartenere a villaggi liberi o a villaggi asserviti (asserviti a uno o più boiari o a enti ecclesiastici, specie monasteri). Al di sotto c’erano gli schiavi (robi) e, tranne che per un breve periodo, fino agli inizi del Quattrocento, in cui ci sono anche dei tartari, gli schiavi potevano essere solo zingari, tanto che i due termini robi e ţigani diventano alla lunga sinonimi.
Uno zingaro, appena metteva piede in uno dei due principati, era automaticamente uno schiavo del principe. Gli zingari del principe dipendevano formalmente dal tesoriere di corte, che doveva tenerne la “contabilità”: redigeva registri in cui essi erano suddivisi per gruppi occupazionali (tagme) e ogni gruppo per ceate, gruppi sedentari o bande nomadi che giravano per il territorio svolgendo il proprio lavoro, con l’impegno di versare una volta l’anno o a rate il bir (tributo) stabilito. Queste bande erano guidate da un “capo” o “giudice” (vătaf), responsabile di tutto il gruppo verso il principe. Insomma (questa è una nota mia), l’idea del censimento dei rom non è poi del tutto nuova…
In base al nome dei gruppi occupazionali, che poteva indicare il mestiere principale più che la reale gamma dei mestieri praticati, essi erano divisi in aurari (cercatori d’oro), ursari (addestratori di orsi e altri animali), lingurari (fabbricanti di utensileria in legno), lăieşi (calderai, fabbri, esercitanti mestieri vari).
Anche i boiari e i monasteri potevano avere i loro lăieşi, che svolgevano i lavori per loro e per il resto giravano per la regione, ma per lo più possedevano gli schiavi detti “di casa”, i quali a loro volta potevano essere divisi in schiavi “di corte” e schiavi “di campo”.
Gli “zingari di corte” svolgevano tutti i lavori necessari in una casa nobiliare che tendeva a essere il più autosufficiente possibile. Erano fabbri, ciabattini, macellai, cuochi, domestici, giardinieri, bovari, guardie del corpo, guardiani, falegnami, carpentieri, muratori, fabbricanti di mattoni, sarti, musicisti ecc. Da notare che i rom venivano venduti insieme ai loro familiari, e le donne e i bambini concorrevano all’espletamento dei lavori della casa signorile o del monastero.
Un monastero o un boiaro poteva aumentare il proprio numero di schiavi in diversi modi. Prima di tutto attraverso la normale crescita demografica, per cui i matrimoni tra schiavi (e tra schiavi e non schiavi) erano strettamente controllati con varie interdizioni e c’era tutta una normativa che stabiliva la proprietà dei figli. Poi, oltre che ricevuti in donazione, gli zingari potevano essere comprati (anche in parte), scambiati, ricevuti in eredità, portati in dote. Si conoscono casi di boiari che fanno incursioni fuori dal principato (nell’allora vicina Polonia, in Sassonia) per razziare zingari e portarseli a casa.
Gli zingari erano abbastanza cari, equiparati agli animali più cari in assoluto, i cavalli. Erano un capitale di valore.
Anche se non risulta che ci siano mai state violente ribellioni di massa alla Spartacus, piccole ribellioni localizzate sembra siano spesso avvenute, specie contro i propri capi. Ma le modalità di ribellione più consuete erano altre: i rom non si presentavano al lavoro e si nascondevano, oppure si davano alla fuga.
I proprietari non avevano diritto di morte sui propri schiavi, eccetto il principe, ma la repressione poteva essere comunque durissima. Tra le sevizie più comuni c’erano la bastonatura delle piante dei piedi, e un collare a raggi appuntiti che non permetteva di appoggiare mai la testa. Anche l’imprigionamento e la messa ai ceppi nei monasteri erano comuni.
Possiamo suddividere l’era della schiavitù in tre periodi:

  • Il periodo consuetudinario (fino al 1780 circa), nel quale la schiavitù si consolida e viene retta da norme non scritte.
  • Il periodo normativo (un cinquantennio tra il 1780 e il 1832 circa), quando la schiavitù raggiunge il suo massimo e i governanti sentono il bisogno di codificarla precisamente.
  • Il periodo abolizionista (grosso modo tra il 1827 e il 1856), caratterizzato dalla campagna interna, prima condotta in sordina, poi sempre più impetuosa, contro la schiavitù zingara, che sarà definitivamente abolita nel 1855 in Moldavia e nel 1856 in Valacchia.

E in Transilvania? Posta al di là dei Carpazi, la Transilvania aveva subito influenze storiche e culturali diverse nel corso dei secoli, e anche la storia dei rom in questo paese è in parte diversa. Anche qui i primi documenti del basso Medioevo parlano di zingari schiavi, ma pare che la schiavitù non si sia poi sviluppata come altrove. Sta di fatto che, per alcuni secoli, i rom hanno goduto in Transilvania di un’autonomia altrove sconosciuta.
Da quando la regione cadde sotto gli ottomani fu istituito un “voivodato degli zingari”, dato in assegnazione a nobili transilvani i quali dovevano controllare tutti gli affari concernenti gli zingari, in primo luogo il versamento delle tasse.
Pare evidente che, tra il 1700 e il 1780, già sotto gli Asburgo, si facciano forti le spinte verso un consolidamento delle forme esistenti di schiavitù. Un esempio è questa pagina tratta dal diario di un nobile transilvano del Settecento:
“In questi giorni sono fuggiti tre schiavi zingari e sono stati catturati dal magnifico servitore Fara Janos. Uno, di nome Chutschdy Peter, è già la seconda volta che fugge. Su suggerimento della mia amata moglie, l’ho fatto battere a sangue nelle piante dei piedi e poi gli ho fatto tenere i piedi immersi in acqua e soda caustica. Dopo di che, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, l’ho fatto cuocere e gliel’ho fatto mangiare. Agli altri due zingari, di nome Rütyös Ferki e Tschingely Andris, ho fatto dare cinquanta bastonate e li ho costretti a mangiare due carriole di letame”.
La schiavitù e la servitù della gleba sono abolite ufficialmente con le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II alla fine del Settecento, ma di fatto solo nel 1848.

 

Avendo sentito tutto questo, si capisce meglio perché qui in Romania la marginalizzazione e la stigmatizzazione sociale del popolo rom sono così forti, forse più che in ogni altra parte d’Europa. Questo clima affonda le sue radici molto lontano, nel passato. Del resto, una delle leggende sui rom dice che furono loro a forgiare i chiodi per la crocifissione di Gesù, e quindi furono condannati da Dio a vagare per il mondo per l’eternità. Ma si capisce meglio anche perché dall’altra parte, da parte dei rom, ci sia tanta diffidenza e a volte ostilità nei confronti dei gagé, dei non rom. Queste cose restano, nella memoria storica di un popolo, ed è molto difficile cancellarle.
Eppure, scriveva Konrad Bercovici che “La Romania senza zingari è inconcepibile, come l’arcobaleno senza colori o la foresta senza uccelli”.
Mentre l’inglese Henry Crofton diceva: “Gli zingari sono i beduini delle nostre terre e dei nostri boschi, non sono reietti della società, si mantengono volontariamente lontani dalla sua organizzazione oppressiva, e rifiutano di accettare i vincoli che essa impone. La monotonia e le costrizioni della vita civile, la ripetitività del lavoro e del commercio, i cieli plumbei, gli spazi chiusi, la mancanza di vivacità e bellezza naturale – queste condizioni di esistenza sono per loro insopportabili.”
Questa visione romantica del popolo rom – ma si possono chiamare anche zingari, in fondo, tutto dipende dal tono; in italiano il termine suona dispregiativo, è vero, ma spesso anche tra di loro si chiamano così, in modo più o meno scherzoso – questa visione è ovviamente quella che abbraccia anche William Blacker nel suo libro. Quando parla delle infedeltà della sua prima “fiamma” zingara, Natalia, cita il poemetto di Puškin “Gli zingari”, dove un vecchio, a proposito della zingara Zemfira, dice: “Non esser triste… tu ti preoccupi senza ragione. Tu ami con angoscia e furore. Una donna ama a cuor leggero. Guarda come la luna vaga libera in cielo e getta la stessa luce sul mondo intero… Chi vorrebbe indicarle un posto nel firmamento e dirle di restarci?”.
Ora, è proprio verso il Maramureş profondo raccontato da William Blacker che ci dirigiamo. E riempiendoci gli occhi dei primi panorami autenticamente maramureşeni raggiungiamo Vadu Izei, dove passeremo questa notte.
Questo è un villaggio così piccolo che è anche difficile trovare una pensione abbastanza grande per ospitarci tutti. E così dobbiamo dividerci in due gruppi. Eughenio ci annuncia che, nello scegliere chi doveva andare nella pensione “principale”, diciamo così, la prima che aveva scelto, e chi no, ha seguito il criterio più equo possibile: il classico “chi tardi arriva, male alloggia”. Nel senso che chi ha prenotato il viaggio prima ha il posto in teoria “migliore”, forse solo più comodo. Comunque io, che per ragioni personali ho potuto confermare il viaggio relativamente tardi rispetto ad altri, mi ritrovo nel gruppo detto dei “poveri” o degli “emarginati” (ci abbiamo giocato parecchio, su questa cosa… così, per ridere) con Irma e con Angela, Anna e Lucia, ovvero le tre signore di Sant’Arcangelo di Romagna. Bene, penso, sarà l’occasione per conoscerle un po’ meglio. E, ve lo dico subito, scopriremo che in questo caso “male alloggia” è veramente solo un modo di dire.
Si capisce fin da subito, in realtà. La nostra pensione, gestita dalla simpatica Ramona, è bella e accogliente. Tutta in legno, ovviamente. Molto curata, poche stanze tutte sullo stesso pianerottolo, arredate in modo semplice ma con gusto, i balconcini pieni di fiori. Ti dà quel senso di calore che ti fa sentire subito a casa. E il posto è magnifico, su questo non c’è dubbio. Lo sguardo spazia sulle colline boscose circostanti, una distesa di verde a perdita d’occhio con qualche casetta di legno qua e là. Un paesaggio che dà una sensazione di pace.

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Ramona parla un discreto inglese, ma conosce anche qualche parola di italiano, che si sforza di provare a usare per metterci a nostro agio. Ci presenta suo figlio Vladuţ (si pronuncia Vladuz, è un diminutivo-vezzeggiativo di Vlad o Vladislav), un ragazzino di circa dieci anni.
Abbiamo giusto un’oretta per fare una doccia e rilassarci un attimo, poi dobbiamo muoverci per andare a cena all’altra pensione, quella dei “privilegiati”, che si chiama Doina. Dobbiamo fare due o forse tre chilometri di strada, sulla distanza esatta ci sono pareri discordanti, ma comunque non ci spaventa e, di comune accordo con le altre “emarginate”, abbiamo deciso di farceli a piedi piuttosto che in pullmino. Così Miki può rispettare le sue ore di riposo e noi ci facciamo una passeggiata, che sarà sicuramente piacevole. Ramona ci ha spiegato come arrivare, e del resto non è particolarmente difficile: di fatto tutto il villaggio si sviluppa ai lati di un’unica strada sterrata.
Ed è davvero piacevole, camminiamo tra alberi di noci e di nocciole, con un torrentello che scorre al lato della strada, qualche croce, una chiesa bianca e tante case di legno nello stile dei villaggi del Maramureş che stiamo imparando a conoscere. Intanto ci stiamo conoscendo un po’ meglio anche tra noi. Scopro per esempio che Lucia, o forse dovrei dire Lucie, è cresciuta in Francia, vicino a Grenoble, perché il papà era emigrato da quelle parti per lavoro, è un’attrice di teatro e cantante, e ha tante storie interessantissime da raccontare.
La cosa che più si nota, e che forse più caratterizza questi villaggi, sono i cancelli. Praticamente tutte le case hanno un cancello con un portale in legno intagliato, che oggi indica la condizione sociale e la ricchezza degli abitanti della casa, ma in origine serviva, secondo la credenza popolare, per tenere lontani gli spiriti maligni. Nel Maramureş spesso la religione ortodossa si impasta con antichissime credenze precristiane. I cancelli rappresentavano la barriera simbolica tra la sicurezza della casa ed il mondo esterno sconosciuto (immaginate le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa), e la gente poneva denaro, incenso ed acqua santa sotto di essi per assicurarsi una maggiore protezione contro le forze del male. Tra le figure scolpite l’albero della vita, il serpente (guardiano contro gli spiriti maligni), uccelli (simboli dell’anima umana) o un volto (sempre per proteggersi dagli spiriti). Nelle decorazioni ricorrono anche corde o catene, che rappresentano i legami con il passato e tra le generazioni, ognuna delle quali è un anello della catena. Anche la recinzione è fatta quasi sempre di legno intrecciato.
Nel Maramureş si dice che un cancello di ferro va bene per un cimitero, non per la casa di un uomo. Per una casa ci vuole il legno perché il legno è vivo, il legno respira, il legno avvolge in un abbraccio caldo e protettivo, e questo vale anche per il portone.
Da uno di questi cancelli ci viene incontro Maria, che ha sentito parlare italiano e ci vuole dare il benvenuto. Lei che per cinque anni e mezzo ha fatto la badante in Italia, e che ci vorrebbe tornare, perché è il paese dove si è trovata meglio (probabilmente ha lavorato anche in altri paesi), ma ora deve stare qui per curare i nipotini. La figlia è a Treviso, il figlio è anche lui via per lavoro; qui c’è la nuora, che tiene per mano Iulia Maria, di tre anni, e in braccio la piccola di due mesi.
Parla bene l’italiano, Maria. Ha vissuto a Ispra, sul lago maggiore, e a Varese, ovviamente conosce anche Milano. Ricorda con tenerezza le anziane signore che ha accudito.
Iulia Maria ci invita a entrare tirando dolcemente per il braccio una delle signore, ma purtroppo le dobbiamo spiegare che ci piacerebbe, ma ci aspettano per cena alla pensione.

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Anche questa pensione, bisogna ammetterlo, è carina, ha uno splendido giardino e anche dentro non è affatto male. Però a noi la nostra pensione dei poveri piace, ci va bene così.
In tavola troviamo una brocca con qualcosa che all’inizio ci sembra succo di mirtillo, ma la cosa sarebbe sospetta… e in effetti basta un po’ di naso e un sorso per capire che è ţuica al mirtillo! Che è leggera e per l’aperitivo va benissimo.
La cena prevede come sempre una zuppa, poi maiale con patate e peperoni in abbondanza. Il dolce è una specie di bombolone che dopo cotanto pasto non ci starebbe, ma come si fa a mandarlo indietro? Non ho cuore di farlo. E poi, grazie ad un’altra grappa decisamente più forte che deve essere horinca, va giù abbastanza tranquillamente anche lui.
Senza dimenticare che, prima di andare a dormire, abbiamo da fare la passeggiata per tornare da Ramona, che ha anche un ottimo effetto digestivo.

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(Continua…)

Al di là delle montagne – 3

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Mercoledì 13 giugno 2018: Terzo giorno – Ancora chiese di diverse confessioni, antichi tappeti e moderni mosaici

Partiamo verso le 9 in direzione Cluj. Il viaggio dovrebbe durare intorno alle quattro ore, ma sarà anche oggi a tappe, quindi saranno quattro ore al netto delle pause.
La prima tappa è la cittadina di Mediaş. Poco prima di raggiungerla, passiamo da un villaggio abitato in prevalenza da rom, che per la maggior parte per vivere lavorano il rame. È uno dei classici mestieri tradizionali dei rom, non solo qui. Gli usi del rame sono ovviamente molteplici; per esempio da queste parti, visto che molti hanno delle piccole distillerie per farsi la grappa in casa, c’è un gran bisogno di alambicchi. Ed ecco che l’offerta viene incontro alla domanda. In tutta la Romania, l’abbiamo già imparato lo scorso anno, c’è una grande tradizione del bere grappa, come del resto in tutti i Balcani. È veramente un rito di socialità che ha radici profonde. Sono in genere distillati di frutta, soprattutto di prugna ma anche di mele, pere, albicocche o mele cotogne. La principale variante, al di là del gusto, riguarda il processo di distillazione. Se la grappa è distillata una sola volta si chiama ţuica, se è distillata due volte, quindi più forte, viene di solito chiamata palinca.
Le case dei rom, in questo villaggio ma un po’ dappertutto in Transilvania, sono ovviamente autocostruite, di solito in mattoni, con un gusto marcatamente kitsch che tende al neoclassico. Spesso non sono finite. Una addirittura ha dentro un’altalena… e comunque sì, qui i rom vivono nelle case, non nei campi. Non sono nomadi. Questo è, in gran parte, il risultato di un’operazione di “sedentarizzazione” messa in atto dal regime comunista. Ma qui il discorso sarebbe lungo, lo riprenderemo più avanti.

A Mediaş si può ammirare una torre pendente consolidata 80 anni prima di quella di Pisa. È quella della chiesa fortificata di S. Margherita, che è la fusione di 3 chiese di epoche diverse, l’ultima del 1488 in stile gotico. La chiesa è passata nei secoli attraverso varie modifiche. Nel 1551 furono aggiunte quattro torri piccole, poi rinnovate nel 1783, quando fu cambiata anche la struttura del tetto. Secoli fa la torre più alta era fondamentale come posto di avvistamento, e altrettanto fondamentale era il ruolo del trombettiere che suonava l’allarme se vedeva un pericolo in avvicinamento.
Sulle pareti della chiesa, che ora è una chiesa protestante, restano visibili alcuni rimasugli di affreschi del XIV e XV secolo; ma soprattutto è strapiena di tappeti anatolici, come quella di Biertan ma in numero decisamente maggiore. Alcuni risalgono al XVI secolo. Il più antico e prezioso, con un motivo che rappresenta degli scorpioni, vale 2 milioni di euro.
L’altare gotico del 1480 risale anch’esso, naturalmente, a quando era una chiesa cattolica e rappresenta la Passione. È opera della scuola viennese; se ci fossero dubbi in merito, la prova evidente è che il panorama di Gerusalemme rappresentato sotto Gesù crocifisso è in realtà quello di Vienna. Ora però, nella navata destra ai piedi dell’altare, si è aggiunta una statua di Martin Lutero.
In questa piccola città, ci racconta la nostra guida che è un anziano signore molto tedesco nell’aspetto e nei modi, convivono dodici confessioni religiose diverse. Mediaş ora ha 40.000 abitanti, ma solo 30 anni fa erano 80.000. È un esempio di come la regione si stia spopolando. Horia ci dice che ormai la chiesa si riempie solo quando si celebra il Natale: allora addirittura a volte i posti non bastano, perché è un evento così importante che per l’occasione non ci sono solo sassoni, ma anche rumeni, ungheresi, rom; e non mancano i politici locali.

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Ripartiamo verso Blaj. Lungo la strada sono evidenti le tracce lasciate da una fabbrica di nerofumo (un pigmento nero derivato dal petrolio, utilizzato soprattutto nell’industria della gomma ma anche negli inchiostri): nonostante la fabbrica abbia chiuso nel 1993, ancora oggi i tetti sono anneriti per chilometri, ma purtroppo non è solo questo. Horia ci racconta che in questa zona non si contano i casi di malattie respiratorie. Il nerofumo è una sostanza classificata come probabile cancerogeno dalla IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro, e per decenni qui è stato prodotto senza nessuna misura di contenimento dell’impatto ambientale. Quando la fabbrica era in funzione, anche gli alberi erano neri, e perfino le pecore avevano la lana grigia.
A Blaj ci aspetta un’altra chiesa, questa volta greco-cattolica. La Chiesa greco-cattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino e di lingua liturgica rumena, presente in Romania (specialmente in Transilvania) e in altri paesi del mondo.
Quando nel 1683, dopo oltre 150 anni di sovranità turca, gli Asburgo riconquistarono non solo l’intera Ungheria ma anche il principato semi-indipendente di Transilvania, cominciarono a imporre gradualmente la propria autorità appoggiandosi alla Chiesa cattolica. Sotto la pressione asburgica, molte chiese protestanti passarono al culto cattolico mentre gli ortodossi, già provati dalla secolare lotta con il calvinismo dell’Ungheria dei nobili, salvarono la propria religione tradizionale grazie alla cosiddetta “Unione con Roma”.
Preparata ad Alba Iulia nel sinodo del 1697 e decisa ufficialmente in quello del 7 ottobre 1698, l’unione con Roma vide l’accordo di tutto il clero ortodosso della Transilvania e degli altri territori più occidentali abitati dai rumeni (il Banato, la Crișana, il Sătmar e il Maramureș). Venivano riconosciuti formalmente il primato di Roma e alcuni punti chiave della dottrina cattolica (il Filioque, il pane azzimo per l’Eucaristia e l’esistenza del Purgatorio) pur senza rinunciare alla liturgia e alle tradizioni orientali.
Moltissimi sacerdoti ortodossi e i loro fedeli si convertirono, anche se per la maggior parte di questi non era del tutto chiara la differenza tra le due denominazioni dal momento che esteriormente nulla era mutato.
A Blaj, uno dei maggiori centri del cattolicesimo nell’Europa orientale, sorsero le prime scuole in cui il rumeno veniva insegnato utilizzando l’alfabeto latino e non più quello cirillico. Insieme ad esse, si diffusero anche i testi degli studiosi, scrittori e teologi greco-cattolici della cosiddetta Scuola Ardeleana, il movimento culturale e patriottico che svolse un importante ruolo nella riscoperta delle radici latine della nazione rumena e per lo stesso riconoscimento dell’identità rumena. Alla fine del XVIII secolo l’Impero riconobbe ufficialmente la Chiesa greco-cattolica e con essa, almeno in parte, la maggioranza rumena che fino ad allora in Transilvania era stata soltanto “tollerata”.
Durante il periodo comunista la Chiesa greco-cattolica rumena fu perseguitata per volontà di Stalin in persona, il quale già nel 1946 aveva provveduto ad annientare la Chiesa greco-cattolica ucraina, ossessionato dall’idea che le “divisioni del Papa” costituissero l’unico vero ostacolo al trionfo del sistema sovietico.
La cattedrale della Santissima Trinità di Blaj, completata nel 1748, ha una facciata con due torri e al suo interno una bella iconostasi barocca, davanti alla quale si trova una statua di S. Antonio.

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Per il pranzo, avremmo dovuto essere ospiti di una cantina gestita da alcuni membri della minoranza ungherese, ma purtroppo per qualche motivo è saltata, probabilmente per un errore dell’agenzia locale a cui ci siamo appoggiati. Quindi ripieghiamo su un locale che è una specie di autogrill, dove facciamo comunque un pranzetto sostanzioso. C’è una zuppa di verdura e carne con panna acida, poi degli spiedini.
Arriviamo a Cluj nel primo pomeriggio, passando dai quartieri periferici pieni di nuovi palazzi consacrati alla New Economy o Net Economy, fate voi, che pare ne facciano una piccola silicon valley rumena.
Terza città del Paese con 379.000 abitanti considerando l’area metropolitana, Cluj è il principale polo economico del nord-ovest e allo stesso tempo il più grande polo universitario della Transilvania e il secondo del Paese. Il nome Cluj deriva secondo alcuni dal latino Castrum Clus usato per la prima volta nel secolo XII. Il termine Clus significa chiuso e si riferisce alle colline che chiudono la città.
Ci sistemiamo velocemente nel nostro hotel, il Capitolina, e usciamo per un giro del centro città, sempre guidato da Horia anche se qui ci ricongiungiamo finalmente con Eugenio e con Donata, che ha trovato un volo per tornare a casa e partirà domani mattina presto.
La città, nelle sue architetture, ha una forte impronta magiara e non è nulla di strano se si pensa che il più grande re ungherese, Mattia Corvino, è nato qui. A dirla tutta il buon Mattia aveva origini rumene, come il nostro Horia ci fa notare con malcelata ironia mentre, davanti alla sua casa, ci racconta un po’ chi era.
Mattia Corvino, Mátyás Hunyadi, detto Mattia il giusto (Cluj-Napoca, 23 febbraio 1443 – Vienna, 6 aprile 1490), è stato re d’Ungheria dal 1458 al 1490.
Il termine Corvino gli fu attribuito da un biografo italiano, il quale affermava che la famiglia Hunyadi (sul cui stemma era ritratto un corvo) discendeva dall’antica famiglia romana dei Corvini.
Mattia apparteneva ad una casata molto ricca: era figlio di un nobile d’origine valacca (quindi rumena), nonché voivoda di Transilvania, e di una nobildonna ungherese. Alla morte del re Ladislao V, avvenuta nel 1458 forse per avvelenamento, il giovane Mattia fu eletto re d’Ungheria con l’aiuto del suo zio Mihály Szilágyi.
Nel 1464 liberò la Bosnia sconfiggendo i Turchi. Diede inizio nel 1468 alla crociata contro l’ex suocero Podebrady, che aveva lasciato la fede cattolica per quella riformista di Jan Hus, conquistando Moravia, Slesia e Lusazia nel 1469. Morto il Podebrady, continuò la guerra contro il successore Ladislao II di Boemia, che nel 1478 fu costretto a riconoscergli le conquiste firmando la pace di Olomouc, con la quale a Mattia fu riconosciuto anche il titolo di re di Boemia.
Nel 1485 guadagnò il controllo di parte dell’Austria. Tentò anche di ottenere la corona imperiale ma gli fu preferito Massimiliano d’Asburgo. Fece dell’Ungheria un potente stato, dove, con la seconda moglie Beatrice d’Aragona, introdusse la cultura rinascimentale italiana.
Mattia ebbe al proprio fianco nel conflitto con gli Ottomani Vlad III, principe della Valacchia. Sì, proprio lui, Vlad l’Impalatore aka Dracula. Benché Vlad avesse molto successo contro gli eserciti ottomani, i due sovrani cristiani entrarono in conflitto nel 1462 a causa delle crudeltà di Vlad contro i mercanti sassoni, portando Mattia ad invadere la Valacchia e ad incarcerare Vlad a Buda. Tuttavia, l’ampio sostegno che Vlad III riceveva da molti sovrani europei spinse Mattia Corvino a concedere gradualmente uno status privilegiato al suo controverso prigioniero.
Mattia, che non aveva figli legittimi, pochi anni dopo morì improvvisamente scatenando una controversia per la sua successione.
La tradizione ungherese considera Mattia il più giusto tra i vari sovrani e sono numerose le leggende e i racconti popolari che lo vedono protagonista. Questi racconti parlano dell’abitudine del re di viaggiare in incognito nel paese per parlare con il popolo, scoprendo di volta in volta le malefatte o gli inganni dei vari potenti locali. Il suo intervento più o meno diretto riusciva a ristabilire l’ordine.
Insomma, non è un caso se l’enorme statua equestre di Mattia con la scritta “Mathias Rex” campeggia nella piazza principale della città. Il progetto di questo monumento, nel 1894, vinse il Gran Premio all’Esposizione Mondiale d’Arte a Parigi. Sulla stessa piazza si affaccia la chiesa di San Michele, nata cattolica, diventata protestante e successivamente tornata cattolica.
Rispondendo agli appelli del re Stefano V d’Ungheria, coloni tedeschi cominciarono a insediarsi a Cluj dal 1270 circa. All’inizio del XIV secolo la città aveva tre nomi: in tedesco Klausenburg, in ungherese Kolozsvár, in rumeno Klus o Cluj. È a quest’epoca che iniziò la costruzione della Chiesa di San Michele, di impianto gotico.
A metà del XVI secolo, la popolazione ungherese della città si convertì all’unitarianismo (dottrina protestante che nega la Trinità) e questo causò la dispersione e l’assimilazione della popolazione tedesca nella massa ungherese.
Nel 1699, in seguito alla Pace di Carlowitz, la Transilvania entrò a far parte dell’Arciducato d’Austria preservando al tempo stesso il suo statuto di principato autonomo.
Dopo la costituzione dell’Austria-Ungheria nel 1867, Cluj e tutta la Transilvania furono annesse al Regno d’Ungheria. In termini economici e demografici, Cluj era la seconda città del Regno, seconda solo a Budapest. Durante la seconda metà del XIX secolo, la città conobbe grandi trasformazioni a livello urbanistico (le mura furono smantellate per costruire i grandi complessi architettonici attuali) e a livello politico-demografico (lo sviluppo della borghesia rumena).
Dopo essere diventata rumena nel 1918, Cluj ritornò ungherese tra l’agosto 1940 e l’agosto 1944, riprendendo il nome ungherese, Kolozsvár, poi fu occupata dai sovietici dal 1944 al 1952. Nel 1974 Nicolae Ceaușescu decise di aggiungere Napoca al nome della città, cercando di affermare la continuità della presenza rumena.
Una certa tensione nazionalista si manifestò dopo il 1990, quando Cluj fu governata per parecchi anni da un sindaco nazionalista, Gheorghe Funar. Ma attualmente la convivenza delle diverse etnie è tranquilla, e numerose famiglie sono miste e bilingui.
Tra i simboli della città contenuti nel nuovo stemma adottato nel 1999 c’è la lupa, che fa riferimento alla “latinità” del popolo rumeno.

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A breve distanza dalla chiesa di San Michele, si incontra un’altra chiesa molto più moderna (è stata finita solo qualche anno fa) ma altrettanto interessante: è la chiesa ortodossa della Trasfigurazione. Da fuori non le daresti… un Leu, anzi è quasi difficile capire che è una chiesa. Ma dentro è un tripudio di mosaici, opera di Marko Ivan Rupnik, un artista, sacerdote e teologo gesuita sloveno.
È una chiesa ortodossa, lo si capisce perché ha un’iconostasi, che nell’icona in basso a destra, come vuole la tradizione, rappresenta la “dedica” della chiesa, in questo caso alla Trasfigurazione. Però le immagini potrebbero essere quelle di una chiesa cattolica, e del resto Rupnik è cattolico. È veramente qualcosa di nuovo, che non è facile nell’arte sacra, anche per come sono fatti i mosaici.
I mosaici di Rupnik sono composti con tessere irregolari (da pochi millimetri a decine di centimetri) di materiali diversi: granito, marmi, travertino, smalto, argento, madreperla, foglie d’oro. In essi il rosso e il blu “esplodono” come segni della “divino-umanità” del Cristo, di Maria, dei suoi discepoli e di quanti si lasciano muovere dallo Spirito: questi due colori sono il fondamento dell’armonia dei colori, i due colori in cui i cristiani del primo millennio riconoscevano il divino e l’umano.

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Per cena si unisce a noi Lucian, del Convivium slow Food di Cluj, per aiutarci ad apprezzare ancora meglio la gastronomia transilvana. Il ristorante si chiama Rod e i piatti forti del menù sono due: l’alternativa è tra trota con asparagi (che è la mia scelta, avevo voglia di un po’ di pesce ed è la prima volta che ce lo propongono) e maiale Bazna con patate. La trota è più che dignitosa, ma mi hanno detto che anche il maiale era molto gustoso. Si tratta, tra l’altro, di una razza tipica di queste parti, selezionata in origine dai sassoni a fine ‘800. Bazna è proprio un villaggio sassone, dove questa razza è nata, sembra per caso, dall’incrocio tra l’antica razza locale chiamata Mangaliţa e la razza inglese Berkshire. Dato che i Mangaliţa sono piuttosto piccoli e hanno ritmi lenti di riproduzione, l’allora direttore del complesso termale di Bazna, dove soggiornavano due ingegneri inglesi, aveva strappato ai due ospiti la promessa di mandargli una coppia di grossi maiali Berkshire dall’Inghilterra. Ma durante il viaggio la scrofa morì, e così non rimase altra scelta che far accoppiare il verro con una scrofa Mangaliţa. Ne venne fuori un maiale dalla carne saporita ma piuttosto grassa, anche se recenti studi l’hanno rivalutata anche in questo senso: pare che sia ricca di colesterolo, ma di quello “buono”.
Mentre mangiamo all’aperto, sotto una tettoia, scoppia un violento acquazzone: non è certo la prima volta in questi giorni, ma abbiamo visto che per fortuna passa presto. Anche stavolta è così, basta indugiare qualche minuto e bere un bicchierino di palinca in più brindando come si usa qui: “noroc!”.

Regaliamo a Horia, che da domani non sarà più dei nostri, una bottiglia di vino. Meno male che le zie premurose ci hanno pensato, e hanno trovato il tempo di occuparsene. Lui ringrazia con un bel discorsetto, e anche noi lo ringraziamo per la sua gentilezza, la sua innata eleganza e tutti gli aneddoti curiosi e divertenti che ci ha regalato.
Dopo cena, con Eugenio, Lucian, Elena e Gabriella ci concediamo anche una birra in un pub. Naturalmente si parla soprattutto di viaggi, e anche di ViaggieMiraggi, di Bosnia e di Palestina, due paesi con una storia travagliatissima e con grandi problemi ma ai quali siamo molto affezionati. E così la serata finisce in gloria.

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 2

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

 

Martedì 12 giugno 2018: Secondo giorno – I sassoni, le chiese fortificate, le torri e la città del Principe Vlad.

Dopo colazione, Eughenio ci saluta e parte per Cluj con Donata. Ma c’è Horia (ormai il nome stiamo cominciando a impararlo) che è pronto ad accompagnarci in giro per il centro di Sibiu.
Sibiu, che oggi ha circa 150.000 abitanti, è una città che ha una forte impronta sassone. Dice una leggenda che i sassoni sarebbero i discendenti dei bambini che seguivano il pifferaio magico, e che così sarebbero arrivati qui. La realtà, sappiamo, è un po’ diversa, ma comunque siano arrivati le tracce del loro passaggio sicuramente ci sono. Horia ci racconta che quegli “occhi” nei tetti che già abbiamo notato ieri e che sembrano caratteristici delle case sassoni servivano per la ventilazione, perché quelle case probabilmente quando furono costruite erano granai. Un’altra caratteristica architettonica ricorrente e piuttosto riconoscibile sono le case con un portico davanti, dove gli artigiani si mettevano a vendere la loro merce. Oggi, però, come in tutta la Transilvania, la presenza di popolazione sassone è molto ridotta rispetto al passato.
Non si vedono invece tracce ottomane, nonostante la città sia stata parte dell’impero ottomano per un secolo e mezzo, perché i turchi lasciavano alle città della Transilvania un certo grado di autonomia, era più una sorta di protettorato che una vera dominazione con una presenza tangibile sul territorio.
Un’altra minoranza importante, ora meno che in passato, è quella ungherese. Sappiamo che tutta la Transilvania, comunque, è una di quelle regioni dei paesi limitrofi che il governo di Viktor Orban rivendica come parte di quella che è stata la Grande Ungheria e che lui, idealmente, vorrebbe ricostruire. Ci sarebbero dentro pezzi di Romania, appunto, ma anche di Serbia, Croazia e Slovacchia. Per questo il buon Viktor, detto Viktator, ha dato la possibilità a tutte le minoranze ungheresi presenti in questi paesi di prendere la cittadinanza ungherese. Naturalmente, i paesi vicini non hanno gradito troppo. Il governo della Slovacchia, ad esempio, ha detto agli ungheresi: Se volete la cittadinanza ungherese, rinunciate a quella slovacca.
La presenza di più nazionalità significa anche la convivenza di diverse religioni: i rumeni sono generalmente ortodossi, gli ungheresi cattolici e i sassoni, arrivati anch’essi da cattolici nel XII secolo, avevano poi abbracciato in massa la fede protestante dopo la Riforma, sul modello di quello che avveniva nella madrepatria. Horia ci ricorda che l’Editto di Turda del 1568, che consentiva ad ogni comunità di eleggere i suoi predicatori e di praticare la sua religione, fu il primo atto di tolleranza di questo tipo in Europa.
Sibiu si divide in due parti, la città bassa e la città alta. La città bassa è l’area compresa tra il fiume Cibin e la collina e si sviluppò attorno alle fortificazioni più antiche. Le strade sono lunghe e piuttosto larghe rispetto a quanto usuale nelle città medievali, mentre le costruzioni sono solitamente basse e coperte da ripidi tetti. Gran parte delle fortificazioni esterne sono andate perdute a causa della pianificazione urbanistica e dello sviluppo industriale della fine del XIX secolo.
La città alta, dove ci troviamo noi, è il vero e proprio centro storico di Sibiu ed è organizzata attorno a tre piazze, con una serie di vie che seguono l’andamento della collina.
La Piazza Grande (Piața Mare) è, come suggerisce il nome, la più grande della città e ha costituito fin dal XVI secolo il centro della vita cittadina. Sulla piazza si affacciano alcune tra le più importanti costruzioni della città, tra cui il Palazzo Brukenthal, un palazzo in stile barocco costruito tra il 1777 e il 1787 quale principale residenza del Governatore della Transilvania Samuel von Brukenthal, che oggi ospita la parte principale del Museo nazionale Brukenthal, e la cosiddetta “Casa Blu”, una costruzione del XVIII secolo che porta sulla facciata l’antico stemma della città.
Sul lato settentrionale, la Chiesa dei Gesuiti e la “Torre del Consiglio”, uno dei simboli della città, inizialmente una torre di fortificazione del XIV secolo più volte ricostruita, con accanto il Palazzo del Consiglio, antico luogo di riunione del consiglio cittadino, sotto al quale un passaggio unisce la Piazza Grande con la Piazza Piccola.
La Piazza Piccola (Piață Mică), collegata alla Piazza Grande da alcuni stretti passaggi, è appunto più piccola ed è caratterizzata dalla curvatura del lato nord-occidentale. In questa piazza, passando sotto un piccolo ponte metallico del 1859, giunge la Strada Ocnei che porta alla città bassa.
Horia, appoggiato alla ringhiera di questo ponte chiamato il Ponte delle Bugie, ce ne racconta divertito l’origine del nome, un po’ a metà tra storia e leggenda. Ce ne sono diverse di leggende popolari, ma quella che a lui piace di più è questa. Nelle vicinanze del ponte si trovava una scuola militare, i cui allievi in libera uscita si mettevano ovviamente in “caccia” delle ragazze più belle della città. Pur di passare una notte con loro si inventavano di tutto, si presentavano magari come ricchi proprietari e si dichiaravano pronti a sposarle, dopo di che sparivano. E le ragazze camminavano avanti e indietro sul ponte nella vana speranza di vederli passare, mentre la gente le additava e commentava “Ecco, ne hanno ingannata un’altra!”. Molti anni dopo anche Ceauşescu passò da questo ponte, ma Sibiu non gli piaceva e quindi non ci tornò più. Suo figlio, però, era il famigerato capo della Securitate di questa regione. Ancora oggi è in qualche modo il Ponte delle Bugie, perché è uso per gli innamorati venire qui a dichiararsi amore eterno, suggellando poi la promessa con l’apposizione di un lucchetto, come sul Ponte Milvio a Roma. Ne vediamo qualcuno, in effetti, ma pochi perché, dice Horia, quando diventano troppi l’amministrazione comunale li fa togliere.
Su Piazza Huet si affacciano due importanti edifici: la Cattedrale Evangelica Luterana, costruita nel XIV secolo, ed il Liceo Brukenthal, costruito nel luogo in cui esisteva una precedente scuola del XV secolo. Esistono ancora a Sibiu scuole tedesche pubbliche, dove però vanno anche rumeni che in questo modo ritengono di potersi meglio preparare, imparando il tedesco, per cercare un lavoro, in Romania o fuori.
Un’altra storia curiosa e divertente che ci racconta Horia è quella della torre della chiesa evangelica. Questa torre, nelle intenzioni, doveva essere più alta di quella della chiesa della città di Bistriţa, ma in realtà non è così. Accadde che gli emissari di Sibiu che erano andati a Bistriţa per misurare l’altezza della torre vennero accolti così… bene che si ubriacarono e al loro risveglio non si accorsero che gli avevano tagliato un pezzo della corda che avevano usato per prendere la misura.
Sibiu, per la sua importanza, ebbe nel tempo diversi sistemi di fortificazione, con diversi anelli di mura, in gran parte in mattoni. La parte sud-orientale è quella meglio conservata. Sono infatti tuttora visibili tre linee parallele di mura: la più esterna è un alto terrapieno, l’intermedia è costituita da un muro in mattoni alto 10 metri, mentre la più interna è costituita da un sistema di torri collegate anch’esse da mura in mattoni dell’altezza di 10 metri.
Il centro sembra comunque abbastanza vivo: ci sono cartelloni che pubblicizzano una lunga serie di spettacoli all’aperto per tutta l’estate, e dappertutto ci sono giochi per bambini, realizzati con gonfiabili o, in alcuni casi, con materiali riciclati. Questi ultimi, devo dire, sono anche di una certa bellezza.

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Divagando un po’ sull’attualità, Horia ci racconta anche un episodio piuttosto significativo dell’attuale clima politico: La sindaca di Bucarest che va allo stadio per festeggiare la tennista Simona Halep, fresca vincitrice del Roland Garros, e si prende bordate di fischi da chi (molti, evidentemente) ritiene che stia tentando di sfruttare un successo sportivo a fini propagandistici.
Prima di proseguire, dobbiamo fermarci a cambiare un po’ di soldi. Qui l’euro non è ancora arrivato, c’è il Leu (plurale Lei) che vale tra i 20 e i 25 centesimi di euro.
Avere due soldini in tasca ci serve anche per fare qualche spesuccia al mercato contadino, anche se la cosa più bella è senz’altro curiosare: guardare le facce, cercare di riconoscere gli ortaggi, capire i prezzi. Ma le ciliegie sono davvero buone.

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In tarda mattinata lasciamo Sibiu per dirigerci verso Richiş, dove abbiamo appuntamento per il pranzo da una famiglia sassone, l’ultima rimasta nel villaggio, che gestisce un agriturismo. Qui un tempo c’erano qualcosa come 300 ettari di vigne, ma ora sono molti, molti meno, anche se ancora un po’ di buon vino c’è.
I sassoni sono rimasti davvero in pochi, ormai, in tutta la Transilvania. La minoranza tedesca in Romania ha un illustre rappresentante in Klaus Iohannis (il nome dice tutto), l’attuale Presidente della Repubblica. Ma, per il resto, sono lontani i giorni in cui i sassoni qui e gli şvabi nel Banato prosperavano nelle floride micro-società che si erano costruiti, gelosi delle proprie tradizioni e della propria lingua. Due grandi esodi di tedeschi dalla Romania hanno segnato il ‘900.
Il primo fu la più grande compravendita di esseri umani avvenuta nel XX secolo, contraenti il governo della Germania Ovest e quello comunista rumeno.
Nel 1943, nel pieno della guerra, Romania e Germania firmarono un accordo in base al quale veniva permesso ai tedeschi di Romania di arruolarsi nelle Waffen SS. Non furono pochi i sassoni che optarono per questa scelta; molti di questi furono inviati a dirigere campi di concentramento, o a lavorare nelle strutture ad essi connesse. Famoso è il caso di Victor Capesius, che divenne il direttore della farmacia di Auschwitz.
A guerra terminata, la maggior parte degli arruolati nelle Waffen SS si stabilì in Germania e non tornò in Romania, dove i sassoni rimasti entrarono nel mirino. I comunisti rumeni dissero “È finita la pacchia” e i sassoni, considerati in maniera indiscriminata responsabili dei crimini nazisti, vennero deportati in campi di concentramento sovietici, dove morirono in molti. Dei 700.000 tedeschi registrati dal censimento rumeno del 1930, nel 1948 ne restavano 400.000.
Negli anni successivi molti cercarono di emigrare in Germania Federale, sia per sfuggire alle angherie del regime che per ricongiungersi ai familiari. Il governo rumeno capì di poter trarre un beneficio dal loro desiderio di fuga. All’inizio degli anni ’60 iniziarono dei contatti tra Bucarest e Bonn, e si aprì un canale di comunicazione non ufficiale. Il governo rumeno avrebbe permesso l’emigrazione dei sassoni rimasti dietro il pagamento di un compenso da parte della Germania Ovest; la cifra variava a seconda del titolo di studio e della qualifica professionale: per un laureato, soprattutto se in discipline tecniche, potevano essere chiesti più di 10.000 marchi, per un lavoratore non qualificato ne bastava qualche migliaio. La Romania guadagnava liquidità fresca, mentre la Germania Federale, in pieno boom economico, otteneva lavoratori che conoscevano già la lingua e la cultura tedesca e che avrebbero fatto meno fatica a integrarsi rispetto alla moltitudine di turchi che allora stava cominciando ad arrivare.
Le negoziazioni erano portate avanti da un avvocato per il governo tedesco e da agenti della Securitate. Gli incontri si tenevano solitamente in una stanza dell’Hotel Ambassador di Bucarest, nella più totale riservatezza. Venivano redatte le liste dei partenti e si trattava il compenso per ognuno di loro. La Securitate, tuttavia, giocava su più tavoli: gli agenti della polizia politica intascavano infatti anche i soldi degli stessi richiedenti che, ignari delle trattative dei due governi, pagavano migliaia di Lei per velocizzare le operazioni.
Un meccanismo molto simile si era creato, negli stessi anni, per gli ebrei che emigravano verso Israele. Ce lo raccontava l’anno scorso la nostra guida nella sinagoga di Bucarest. In entrambi i casi, i partenti potevano portare solo pochissimi effetti personali e i vestiti che avevano indosso. Si raccontano storie tristi di gente che, anche in piena estate, partiva con tre o quattro cappotti addosso, uno sopra l’altro, per poterseli portare via e avere di che coprirsi in inverno.
Il secondo esodo, lo racconta bene William Blacker, arrivò nel 1989-1990, quando divenne più facile passare le frontiere e si sparse la voce che la Germania, in via di riunificazione, era intenzionata a concedere la cittadinanza a tutti i sassoni. Fu come se fosse crollata una diga. Nel giro di un paio d’anni la popolazione sassone calò drasticamente. Ne rimanevano solo poche migliaia e una cultura unica, con ottocentocinquant’anni di storia, stava per estinguersi. I più anziani non volevano andare via, ma i figli insistevano. Negli anni seguenti molti morirono di Heimweh, di nostalgia, seduti negli appartamentini delle periferie di Amburgo o di Francoforte, sognando la loro terra bellissima e lontana. In Germania non avevano campi da coltivare, animali a cui badare, viti da legare o galline da nutrire, e non c’erano foreste fitte e riecheggianti sulla collina. Nei villaggi, le grandi, antiche campane nelle torri delle loro chiese rintoccavano quando l’ennesimo sassone morto di nostalgia veniva sepolto in qualche distante, freddo cimitero municipale tedesco.
Per i sassoni rimasti, poi, un altro grande dolore era vedere le case sassoni abbandonate occupate dai rom, per i quali (eufemismo) non nutrivano grande simpatia.
Oggi in Romania vivono meno di 38.000 persone di etnia tedesca.
Ma bando alle tristezze, il pranzo è pronto, la tavola è apparecchiata nello splendido cortile di una vecchia casa con le pareti ridipinte di fresco in verde pastello e le finestre contornate di decori bianchi. La data sopra la porta d’ingresso è 1934. Intorno alla tavola, appesi alle travi di legno che sovrastano i mattoni a vista, panni ricamati con motti in tedesco come “Morgen Stund Hat Gold in Mund”. Questo lo capiamo anche noi: il mattino ha l’oro in bocca. In fondo, a pensarci, è molto tedesco. Lo diceva, anzi lo scriveva, anche Jack Nicholson in Shining, ma lì non andava a finire benissimo… be’, lasciamo stare.

Il cibo è buono e il vino è abbondante. Noi siamo qui ospiti di questa famiglia, con i genitori, due gentili signori di mezza età che sorridono senza scomporsi troppo, i due figli e un simpatico barboncino bianco. I due ragazzi sono molto diversi, ce lo racconta Horia che li conosce e si vede anche. Il più grande è un pacioso bonaccione dall’aspetto che più tedesco non si può, volenteroso ma un po’ impacciato. Il piccolo invece non sta fermo un attimo, parla tanto in un ottimo inglese e fa di tutto per mostrarci il meglio della sua piccola “azienda” e per metterci a nostro agio. Fin troppo, forse. Però come si fa a dirgli che Toto Cutugno anche no? Ma sì, lasciamolo fare, in fondo ci siamo abituati. In una settimana qui prima o poi “L’italiano” ce lo dovevano mettere, meglio che sia subito, così via il dente via il dolore.
In casa ci si entra solo per andare in bagno (anche se, in realtà, c’è anche una bella latrina in un gabbiotto di legno nel cortile). Ma è l’occasione per buttare l’occhio e scoprire, per esempio, che le case tradizionali sassoni sono fatte con tutte le camere da letto una dietro l’altra, senza anticamera.
A pranzo il clima è ciarliero, con Horia stiamo prendendo confidenza. Si parla di quello che più ci è rimasto impresso del periodo immediatamente successivo alla fine del comunismo, gli orfanotrofi rumeni e quelle immagini terribili dei posti dove erano rinchiusi i malati mentali. Del periodo comunista lui ha una visione un po’ diversa da quella della maggior parte dei rumeni, almeno quelli che ho conosciuto finora: ritiene che ovviamente Ceauşescu sia stato un dittatore ma che a volte sia stato anche mal consigliato dalla sua “corte”, che poi naturalmente quando è caduto in disgrazia è stata rapidissima nel fare voltafaccia e nel toglierlo di mezzo in modo sbrigativo sfruttando gli umori della piazza. Dopo di che, si sono riverniciati e presentati come i nuovi eroi della rivoluzione popolare, quando erano tutti esponenti della vecchia nomenklatura. Su questo non gli si può dare torto.

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Dopo pranzo, si riparte verso Biertan, con la sua chiesa fortificata patrimonio UNESCO. Per trecento anni (dal 1500 al 1800 circa) questa chiesa è stata la sede del vescovo luterano di Transilvania. Ma non solo, serviva anche per rifugiarvisi in caso di attacco.
Biertan è un villaggio di circa 2500 abitanti, fondato dai sassoni nel XIII secolo. Tra il ‘400 e il ‘500 i coloni sassoni costruirono nel centro del villaggio, sopra una collina, la basilica in stile gotico circondata da ben 3 cinte murarie ancora oggi ben visibili. Per entrare nella fortezza è necessario percorrere una scala interamente coperta in legno, i cui gradini salgono in serie di sette come i giorni della settimana. A dimostrarci come la chiesa sia in stile gotico ci sono le pareti contraffortate, mentre il portale di fronte alla scalinata presenta elementi rinascimentali ed è scolpito con motivi floreali.
All’interno dell’edificio di culto non ci sono affreschi, come sempre nelle chiese protestanti, ma curiosamente si trovano tappeti orientali, anche tappeti di preghiera, che i mercanti sassoni portavano a casa dalla Turchia e che erano usati per decorare le pareti della chiesa. C’è un pulpito gotico in legno scolpito da Ulrich di Brașov nel XVI secolo. Il trittico dell’altare, poi, è uno dei più interessanti di tutto il paese per la sua ricchezza iconografica: sono rappresentate ben 28 scene della vita della Madonna, patrona della chiesa.
La porta della sacrestia, con i suoi battenti in legno intarsiato, è considerata un capolavoro di arte gotica ed è stata realizzata sempre nel XVI secolo. Questa porta è nota soprattutto per il suo complesso sistema di chiusura, con 21 chiavistelli, e vinse un premio all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
La prima cinta muraria ospita perfettamente conservate le 4 torri originarie, di cui una è lignea. La torre orientale è particolarmente interessante per la funzione anomala che svolgeva: qui venivano condotti e tenuti “prigionieri” i coniugi che desideravano separarsi, che per questo avevano bisogno del consenso del vescovo. Qui, per almeno due o tre settimane, dovevano condividere forzatamente lo stesso letto, lo stesso tavolo, le stesse posate, finché non cambiavano idea e optavano quindi per rimanere uniti. Forse avevano tutte le posate tranne il coltello, dice qualcuno tra noi. Ma sembra che in 400 anni ci sia stato un solo divorzio. Il metodo era dunque efficace. Nella torre, ora, c’è una ricostruzione di questa stanza.
La torre cattolica è così denominata perché al suo interno si trova una cappella riservata a coloro i quali, con l’avvento della Riforma protestante, si rifiutarono di abbracciare il nuovo credo religioso. In un’altra torre invece si teneva custodito del lardo in tempi di assedio, e quindi si chiama Speckturm o torre del lardo. I pezzi di lardo affumicato erano appesi a dei ganci e portavano nella parte bassa il timbro del proprietario. Ogni famiglia, infatti, aveva il suo posto e le sue riserve di lardo. Quando ce n’era bisogno, se ne tagliava un pezzo e si apponeva di nuovo il timbro: era un modo per essere certi che un ladro di lardo non passasse inosservato, e pare che funzionasse.
Esiste anche una torre dell’orologio del ‘500, una torre difensiva, basti notare le finestre da tiro. La torre del campanile contiene una campana in legno restaurata agli inizi dell’800. A Biertan vive ancora una comunità sassone di circa 200 persone e una famiglia abita all’interno della fortezza per custodirla.

William Blacker racconta così le fortificazioni dei sassoni:
“Le fortificazioni erano una testimonianza della pericolosità di questa parte di mondo nel medioevo. I sassoni vi si erano stabiliti nel dodicesimo secolo sotto la protezione del re degli ungari. Ma il re era una figura lontana, e i sassoni erano costretti a badare a sé stessi. In qualsiasi momento potevano apparire all’orizzonte e imperversare nel villaggio bande di razziatori tartari stanziatisi sulle coste del Mar Nero, soldati ottomani lasciati senza paga e perciò incoraggiati a colonizzare le terre di nuova conquista, vicini ungheresi mossi dall’invidia, o anche semplici bande di predoni. Avvertiti dal suono delle campane o di un enorme tamburo, gli abitanti del villaggio correvano a rifugiarsi dietro le mura delle loro chiese-fortezza, sempre rifornite di provviste d’acqua e cibo, e vi rimanevano per tutto il tempo che gli aggressori erano disposti a perdere. Nel sedicesimo secolo i sassoni divennero luterani. Il famoso motto di Lutero, “Ein feste Burg ist unser Gott” – una solida fortezza è il nostro Dio, per loro non era soltanto una metafora. Scritto a grandi lettere sopra i cancelli delle chiese fortificate o dipinto sulle porte delle sagrestie medioevali, ricordava che la loro Chiesa offriva protezione non soltanto spirituale, ma anche terrena.”

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Proseguiamo fino a Sighişoara, dove pernotteremo all’Hotel Casa Wagner (ancora una volta un nome che più tedesco non si può).
Sighişoara è stata fondata nel XII secolo dai sassoni che si stabilirono qui su invito del re ungherese Gheza II. Il sistema impressionante di difesa che la rese la più difficile da conquistare di tutte le cittadelle della Transilvania è stato costruito nel XV secolo e si componeva di 14 torri, ciascuna costruita e difesa da una gilda diversa. Nove torri originali sono ancora in piedi: la Torre dei Calzolai, la Torre dei pellicciai, la Torre dei Sarti, la Torre dei Fabbri, ecc.
La più alta (64 metri) e la più famosa di queste è la Torre dell’Orologio, un simbolo della città. La sua posizione sul lato orientale della fortezza era strategica nel medioevo, perché ne proteggeva l’ingresso. La principale attrazione della torre sono le figurine in stile barocco che indicano il momento della giornata ed il giorno della settimana.
Così William Blacker descrive questa città:
“Da ottocentocinquant’anni l’antica città di Sighişoara sorge su uno sperone roccioso al centro della Transilvania e domina il fiume Tarnava con le sue torri e cuspidi medioevali. Ancora oggi, chi osa arrampicarsi fino ai suoi parapetti sporgenti può scorgere le dolci colline e i boschi della Transilvania che si estendono per chilometri e chilometri in ogni direzione. In alcuni punti la foresta tocca la città, con i giardini delle case che si perdono tra gli alberi, e qualche volta, dalle case più vicine ai boschi, nel cuore dell’inverno si sentono i lupi ululare nella notte”.
Ora siamo in primavera inoltrata, quasi in estate, e forse stanotte non sentiremo i lupi ululare. Ma magari ci sentiremo gelare il sangue per un rumore che potrebbe essere lo sbattere d’ali di un pipistrello… sì, perché questa è la città natale di Dracula, o meglio del principe Vlad.
Davanti al busto che lo raffigura, Horia ci racconta la sua vita turbolenta.
Vlad III (1431-1477) fu un voivoda (“principe” nella lingua locale) della regione chiamata Valacchia e non della Transilvania, come suggerisce Stoker.
Il nome Dracula viene dal padre Vlad II, che assunse il titolo di Dracul quando entrò a far parte dell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare segreta creata per proteggere il Cristianesimo. Dracula dunque significa proprio “figlio di Dracul”.
Vlad visse gli anni dell’adolescenza alla corte dell’Impero Ottomano, poiché il padre lo aveva inviato insieme al fratello come ostaggio per poter mantenere il trono, minacciato fortemente dalle armate musulmane che premevano ai confini.
Durante questo periodo, Vlad alimentò un odio inestinguibile per i Turchi e per la vita umana in generale, affinando uno stile di leadership basato sulla brutalità e l’assenza pressoché totale di pietà.
Quando ritornò a casa, il padre di Vlad era stato ucciso dai rivali ungheresi, e l’intera regione era scossa da conflitti sanguinosi. Vlad non ci mise molto a mettersi alla testa di un esercito e a riconquistare il regno.
Purtroppo per Vlad però, il suo potere era ancora troppo instabile e in pochi mesi si ritrovò nuovamente in esilio. Rifugiatosi in Moldavia, il principe valacco riabbracciò il Cristianesimo (senza però abbandonare i suoi metodi crudeli) e decise di difendere il suolo patrio dagli invasori islamici.
Grazie alla conoscenza del nemico turco, Vlad entrò nelle grazie del re d’Ungheria, che pur in passato gli era stato avverso, il quale lo sguinzagliò contro i suoi avversari cristiani e musulmani.
Nonostante i grandi bagni di sangue con cui Dracula otteneva le sue vittorie, la forza turca non faceva che aumentare e dopo il 1453, quando Costantinopoli cadde definitivamente, gli fu impossibile impedire che l’esercito turco si abbattesse sull’Ungheria.
Da spietato stratega qual era, però, Vlad approfittò della situazione di confusione per tornare in Valacchia, uccidere il suo rivale Vladislav II e riappropriarsi del trono!
Durante il suo secondo regno, Dracula instaurò un regime duro e dedito alla violenza, soprattutto nei confronti dei nobili locali (i boiardi) che ne misero in discussione l’autorità. Chi gli intralciava la strada non faceva una bella fine. Continuò inoltre una feroce guerra contro i turchi, i quali erano ormai convinti che dietro le sortite che decimavano le loro truppe ci fosse nient’altro che il figlio del Diavolo.
Alla lunga però il piccolo regno rumeno nulla poté contro il colosso turco e nonostante alcune strabilianti vittorie il principe valacco fu nuovamente privato del trono. Particolarmente doloroso per Vlad fu il fatto che tra i ranghi dell’armata turca si trovava anche il fratello Radu, che a differenza sua era rimasto fedele al Sultano.
Imprigionato per la seconda volta, Vlad fu però liberato nel 1474 e quando l’anno dopo il fratello Radu morì si dichiarò per la terza volta signore di quella terra che gli apparteneva per diritto di nascita. Durante la riconquista però, Vlad cadde infine in battaglia in circostanze poco chiare.
Per la tradizione religiosa rumena, dunque, Dracula viene ricordato come un eroe nazionale che difese la Croce e l’intera cristianità dall’avanzata turca. La sua crudeltà però gli valse anche quella fama sinistra che contribuì a creare il personaggio ideato da Stoker. Se infatti da un lato l’Europa applaudiva il suo salvatore, dall’altro voci e storie lugubri ammantavano Vlad III di un’aura davvero maligna. Vlad infatti passò alla storia con l’appellativo di Țepeş, “l’Impalatore”, perché aveva la simpatica abitudine di impalare i propri nemici a monito per chiunque volesse sfidarlo. Si narra che una volta impalò un intero esercito sulla strada che i turchi dovevano percorrere per raggiungere il suo accampamento e fece apparecchiare la tavola in mezzo a tutti quei corpi per mangiare godendosi lo spettacolo!
Si capisce bene dunque perché la sete di sangue di questo controverso personaggio ispirò la nascita di un vampiro altrettanto bramoso di morte e il cui nome scatenava il terrore più cieco. Stoker attinse a miti e leggende popolari sul vampirismo e, sembra, ad una strana epidemia di tubercolosi verificatasi qualche anno prima; dai resoconti dell’epoca risulterebbe che le vittime, prima di morire, diventavano pallide come cadaveri, come se qualcuno ne avesse bevuto il sangue… ma serviva un’ambientazione esotica ed esoterica e, per un europeo della fine del XIX secolo, la Transilvania era perfetta in tal senso. Stoker non visitò mai la Transilvania, ma si documentò sulle fonti disponibili all’epoca in cerca di ispirazione e scoprì questo principe sanguinario che faceva proprio al caso suo… anche per l’assonanza tra Vlad e blood, in inglese. Forse per dargli ancora più “spessore” lo fece discendere da Attila e gli attribuì la nazionalità szekely ungherese, non quella rumena, ma c’è anche da dire che allora la Transilvania era Ungheria, all’interno dell’impero asburgico. Il vero castello di Vlad, oggi in rovina, gode senz’altro minore fama del castello di Bran, quello che viene “venduto” ai turisti come il castello di Dracula.
Horia ci racconta anche di un altro principe, meno macabro, che promuove la Transilvania a livello turistico, forse non quanto Dracula, ma ci prova: il Principe Carlo d’Inghilterra, che è appassionato di questi boschi e viene spesso da queste parti, dove ha diverse proprietà. Ha anche promosso un’associazione che si occupa della conservazione e del restauro delle case sassoni; pare che le tegole dei tetti siano costruite da artigiani rom. Ma perché tutto ciò? Be’, è questione di genealogia, forse non solo questo ma anche questo. Si sa che i nobili d’Europa sono un po’ tutti imparentati. E sembra che Carlo abbia dichiarato, senza imbarazzo, che la genealogia lo vuole discendente di Vlad l’Impalatore…

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Vlad Țepeş – “Dracula”

Noi, dopo un bel giro della città, torniamo in albergo. Ci aspetta uno spettacolo di danze sassoni organizzato apposta per noi nel cortile interno del nostro albergo. Sono un gruppo di giovani allievi di una scuola, che nel tempo libero cercano di tenere vive le tradizioni della comunità sassone, anche attraverso le danze popolari. Non sono neanche tutti sassoni, lo si capisce dai nomi, ma sappiamo ormai che di sassoni “puri” ne sono rimasti ben pochi. Quello che conta è che sono volenterosi e simpatici: qualcuno, soprattutto dei ragazzi, appare più di una volta in evidente difficoltà, ma se la ridono e vanno avanti, tra un valzer e una danza popolare. Ecco, quando fanno le “loro” danze con questi costumi fanno un po’ un effetto gioventù hitleriana, ma non importa.

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Horia e la “maestra” di danze

 

 

Anche la cena è apparecchiata qui in hotel: insalata con formaggio, pomodoro e cetrioli, poi bocconcini di petto di pollo con polenta e peperoni, e per dolce una torta tipo sbrisolona servita calda con le bisciole: niente male.
La cena ci dà anche l’occasione per scoprire qualcosa di più sul nostro Horia, che è di Cluj e che vanta niente meno che tre lauree: economia, marketing e sport. Come se non bastasse, in Svizzera è diventato anche maestro di sci.
Dopo cena, ci arrampichiamo fino a una terrazza tra le mura, da dove non riusciamo a sentire i lupi ma la vista sulle dolci colline e sui boschi della Transilvania di cui parla William Blacker c’è davvero…

 

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(Continua…)