Viaggio in Messico con Radio Popolare e ViaggieMiraggi – Quarta parte: Città del Messico

Pies para qué los quiero
Si tengo alas pa’ volar.
(Perché dovrei volere dei piedi
Se ho le ali per volare.)

(Frida Kahlo)

Decimo giorno: mercoledì 7 novembre

Da qui in avanti in realtà il corrido chiapaneco diventa un corrido di Città del Messico, dove il viaggio si conclude e dove passeremo in totale due giorni e mezzo; ma non si può mica cambiare il titolo in corsa.
Questa notte Andrea è stato male, ha avuto la febbre alta. In piena notte, ha chiesto sul gruppo Whatsapp che abbiamo creato per il viaggio se qualcuno poteva dargli qualcosa per la febbre. Io dormivo, come penso la maggior parte di noi; ho visto il messaggio solo stamattina. Ho della tachipirina, ma ho saputo che è già intervenuta Paola, che da medico di Pronto Soccorso è sempre pronta.
A vederlo adesso, il ragazzo, sembra si sia un po’ ripreso. Certo si capisce che non è al massimo della forma. Con fatica, riusciamo a convincerlo a restare in albergo mentre noi giriamo per il centro di Città del Messico con Priscilla, la nostra guida locale.
Priscilla è una signora che dichiara orgogliosamente i suoi 71 anni, ma ne dimostra molti meno e ha un’energia invidiabile. Dice che la chiamano “Speedy Rodriguez” (Rodriguez è il suo cognome) e se la vedi non fai fatica a crederci, è davvero inarrestabile. L’altro suo soprannome, altrettanto meritato, è “la pasionaria”. E anche qui, dalle prime chiacchiere con lei, che tra l’altro parla uno splendido italiano, il perché è molto chiaro. Penso che abbia saputo che siamo un gruppo un tantino… “politicizzato”, e quindi va subito sull’argomento, dichiarandosi apertamente di sinistra. Ma lo fa, appunto, con una passione tale che non ti viene neanche per un attimo da pensare che non sia sincera. Rispetto a tutte le altre voci che abbiamo sentito finora, è molto più entusiasta di Lopez Obrador, il nuovo presidente, e molto più fiduciosa, o quanto meno speranzosa, per quello che sarà il futuro prossimo del paese sotto la sua guida. Anche se, ovviamente, anche lei è consapevole degli ostacoli giganteschi che AMLO si troverà di fronte, anche a volerlo accreditare delle migliori intenzioni. Secondo lei l’atteggiamento degli zapatisti, e del subcomandante Marcos-Galeano in particolare, è legato a fatti personali, e in qualche modo c’entra anche il fatto che la sorella di Marcos ha un passato nel PRI.
È chiaro che Priscilla è di Città del Messico, molto dipende da questo. Qui AMLO anni fa è stato governatore del Distrito Federal, quindi ha governato la città, e stando a quanto dice lei lo ha fatto bene. Non è solo lei, comunque, sappiamo che qui è amato e ha la sua più grande base elettorale. Del resto, se si contano i sobborghi Città del Messico raggiunge da sola i 24 milioni di abitanti, non è poco. La città propriamente detta, invece, è intorno agli 8 milioni.

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Noi vorremmo poter essere fiduciosi quanto lei, ma non è facile. Oggi, comunque, i giornali strillano in prima pagina quello che dovrebbe essere uno dei primi provvedimenti del nuovo governo, e cioè la svolta antiproibizionista sulle droghe leggere. Sono stati annunciati alcuni dettagli: il consumo di marijuana dovrebbe essere depenalizzato fino a 30 grammi, che sarà la quantità massima concessa per uso personale; una quantità decisamente alta. E pare che, chiedendo un permesso speciale, sarà possibile detenerne anche di più. Sarà consentito coltivare fino a 20 piante, e sarà possibile anche pubblicizzarla, ma solo in relazione all’uso terapeutico, che verrà incentivato.
L’altra notizia di questi giorni che è senz’altro buona è che Lopez Obrador ha confermato di voler bloccare il progetto del nuovo aeroporto di Città del Messico, criticatissimo da tutti i movimenti sociali per il costo, stimato oltre i 13 miliardi di dollari, per l’impatto ambientale devastante e per la corruzione nell’aggiudicazione dei contratti. Il 28 ottobre si è svolta una consultazione popolare che, per quanto discussa in quanto non organizzata dalle autorità elettorali nazionali, ha visto una buona partecipazione e un risultato chiaro: 70% contro il nuovo aeroporto. AMLO, che già aveva criticato il progetto del governo precedente, ha dichiarato che bisogna tenerne conto e che quindi si farà invece un ampliamento dell’attuale aeroporto internazionale, insieme a una riqualificazione dell’aeroporto militare di Santa Lucia, a sud della capitale.

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Noi intanto abbiamo bisogno di una bella e ricca colazione per iniziare belli carichi la giornata. Priscilla ci porta in un caffè che si chiama “El Popular”. Un nome che non può non piacerci e che è tutto un programma; anche l’atmosfera tiene abbastanza fede a questo nome, e meno male. Del resto, è lo stesso posto dove avrebbe voluto portarci Andrea se fosse stato in forma.

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Così ritemprati saliamo sul pullmino e ci avviamo verso quella che si annuncia una mezza giornata intensa. Io, Elena e Paola avremo la possibilità di fermarci un po’ di più, ma per il resto del gruppo questo sarà tutto il tempo da passare a Città del Messico. Alle 15 è fissato il ritrovo in hotel, da lì poi loro andranno all’aeroporto. Quindi, insomma, tante cose da vedere in poco tempo.
È anche l’estensione delle città che spaventa, non per nulla è chiamata “El monstruo”: 90 km per 47 di asfalto, anche se ci dicono che negli ultimi anni la situazione del verde è migliorata. Secondo il rapporto Urbanistico delle Nazioni Unite, la zona metropolitana di Città del Messico è l’agglomerato urbano più grande dell’emisfero occidentale e il secondo più grande del mondo dopo Tokyo. Il traffico è sicuramente caotico ma, almeno oggi, forse non quanto ci si potrebbe aspettare. Ci troviamo a 2.250 m di quota.
Priscilla, oltre alla sua naturale simpatia, è una miniera di curiosità. Scopriamo che qui la parola mango è spesso usata come sinonimo di bello, soprattutto riferito a una bella ragazza. E scopriamo, ancora più importante, che la città, costruita su un lago prosciugato, sprofonda di 3 cm ogni anno. Una città così grande eppure dal futuro così incerto, come se fosse sempre in qualche modo precaria e sul punto di affondare. È una metafora a cui è immediato pensare, e che colpisce.
Lo zocalo di Città del Messico è, naturalmente, il primo e il più importante del paese, quello da cui prendono il nome tutti gli altri. Ma da dove viene questo nome? Nel 1883 il presidente dell’epoca voleva mettere nel mezzo della piazza centrale un obelisco per celebrare l’indipendenza. Fu costruita la base, lo zocalo appunto, e nient’altro. Ma se ne parlò così tanto che la parola, nel linguaggio popolare, passò ad indicare la piazza e, per estensione, qualunque piazza principale di qualunque città. Il vero nome della piazza è Piazza della Costituzione ma, ci dice Priscilla, quasi nessuno lo sa.
Gli aztechi arrivarono qui nel XII secolo. Il loro sommo sacerdote Tenoch disse che per trovare il posto dove fondare la città avrebbero dovuto vedere un’aquila, su un cactus, che mangiava un serpente. Fatto che secondo la leggenda avvenne il 13 marzo 1325, ed è ricordato dal simbolo riportato sulla bandiera tricolore nazionale.
La città di Tenochtitlán prese il nome da Tenoch e fu la capitale dell’Impero azteco; venne fondata nel 1325 e in breve tempo divenne la città più importante della regione e una tra le più grandi città del mondo di allora con una popolazione di più di 500.000 abitanti.
La città sorgeva nel centro del Lago Texcoco ed era collegata con la terra ferma da quattro grandi ponti in legno che potevano essere rapidamente smontati; era dotata di ampi viali e grandi canali che la attraversavano permettendo un continuo rifornimento. La decisione di prosciugare il sistema lacustre fu presa all’epoca del vicereame coloniale, anche se le opere furono realizzate in conseguenza dell’inondazione del 1629.
Il 17 marzo del 1900, il presidente Porfirio Díaz inaugurò il sistema di drenaggio della valle, che continua a funzionare impedendo all’acqua di riformarsi nel sottosuolo della città. Gli ultimi resti del lago si trovano a Xochimilco e Tláhuac.
Dagli aztechi viene anche il nome Mexico, che significa ombelico della luna. Aztechi, in realtà, è un nome che è stato dato solo a posteriori. Quelli che noi conosciamo come aztechi parlavano di sé stessi come del popolo Mexica.
Oggi lo zocalo, da sempre il cuore di Città del Messico, svolge anche la funzione di un luogo dove decine di lavoratori si propongono per svolgere piccoli o grandi lavori: imbianchini, falegnami, idraulici, fabbri, artigiani in genere. Chi ha bisogno di questo tipo di lavori sa che se viene qui troverà qualcuno che, a prezzi popolari, sarà in grado di soddisfare le sue richieste. È un modo informale di mettere in contatto domanda e offerta di lavoro. Trovare un lavoro non è affatto facile, del resto. Priscilla pensa con dolore ai 18 milioni di giovani messicani che non studiano e non lavorano: tutta carne da cannone per i narcos, dice.
Da qui ogni 15 settembre alle 23 il presidente suona la campana per celebrare la festa dell’indipendenza.

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Ora il nostro percorso, per come l’ha pensato Priscilla, vedrebbe la visita al Palacio Nacional, sede del governo federale. Il palazzo, costruito nel 1524 inizialmente come residenza di Hernan Cortés, è stato attaccato 11 volte e restaurato per l’ultima volta nel 1927, aggiungendo due piani e la facciata principale con lo stemma del Messico, appunto l’aquila sul cactus che mangia il serpente.
Il palazzo è famoso soprattutto per i murales di Diego Rivera che raccontano l’epopea del popolo messicano. Ma purtroppo abbiamo una sgradita sorpresa: il palazzo è chiuso al pubblico fino a data da destinarsi, causa restauri. Priscilla però non si perde d’animo e in tre secondi abbiamo cambiato programma: ci porta al palazzo del Ministero della Pubblica Istruzione, che è anch’esso qui vicino, dove vedremo dei murales quasi altrettanto belli e significativi.

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E così, per compensare, nel cortile di questo palazzo l’epopea del popolo messicano ce la racconta lei, dalla colonizzazione ai giorni nostri, in maniera molto vivace e con dovizia di particolari e di curiosità. Purtroppo non è possibile qui riportarla, neanche in sintesi: ve ne regalerò solo qualche brandello.
Martedì 13 Agosto 1521 inizia la conquista, che per tutti i popoli indigeni è un periodo funesto. Per questo oggi qui i grattacieli non hanno il piano 13. C’è sempre un motivo, insomma, per cui il 13 debba portare sfortuna. Anche qui ritorna il simbolo dell’aquila, associata alla figura di Cuauhtemoc, l’ultimo imperatore azteco. Gli spagnoli distrussero i templi indigeni e ne riutilizzarono le pietre per le loro costruzioni.
Tutti sappiamo che gli indigeni erano tremendamente spaventati dalle armi da fuoco, al punto da pensare che questi esseri portatori di un potere così grande e terribile non potessero essere che dei. Ma non conoscevano neanche i cavalli, che sembravano anche questi animali mostruosi al servizio di questi nuovi dei, né conoscevano la lavorazione dei metalli duri, per cui non avevano mai visto armature di ferro, spade e lance. I loro utensili e le punte di freccia erano in ossidiana.
Gli spagnoli approfittarono di questo e li trattarono come bestie. Anche i frati che arrivarono per “evangelizzare” furono spesso complici dei crimini della conquista: se i francescani, che furono i primi ad arrivare nel 1522, fecero anche molte cose buone, i domenicani portarono l’inquisizione e sono ricordati per questo, con lodevoli eccezioni come quella di Fray Bartolomè de Las Casas.
La Chiesa cattolica ebbe grande potere in Messico fino a quando, nel 1859, il presidente Benito Juarez nazionalizzò le proprietà ecclesiastiche e pose le basi di uno stato laico. Le relazioni col Vaticano sono riprese solo nel 1992 e ancora oggi non ci sono crocifissi nelle scuole. La cosa singolare che ha colpito me e credo colpirà anche voi è che il padre di Mussolini, che era un socialista (del resto da giovane lo è stato anche il mascellone), era stato un grande ammiratore di Juarez e per questo decise di chiamare il figlio Benito! Se lo sapessero tutti i nostalgici di casa nostra…
Un’altra storia affascinante, più popolare e leggendaria, è quella della Llorona.
Il Messico è il paese in cui è più radicata questa leggenda. Secondo la tradizione messicana, la leggenda della Llorona nacque dove oggi è Città del Messico.
Esistono due versioni. La prima, la più conosciuta e diffusa in Messico, racconta che c’era una donna indigena – meticcia in alcune versioni – che aveva avuto un amore con un gentiluomo spagnolo. Come risultato di questa storia nacquero dei bambini, che la madre amava, curava e proteggeva. Quando la donna chiese al gentiluomo di avere una relazione formale, lui la schivò, forse per paura di cosa potesse pensare la gente. Dopo un po’ di tempo la donna lasciò l’uomo e lui si sposò con una donna spagnola dell’alta società. Quando la donna se ne rese conto, ferita e disperata, uccise i suoi figli annegandoli nel fiume o accoltellandoli, secondo altre versioni della leggenda. Dopo si suicidò perché non sopportava la sua colpa. Da quel giorno nel fiume dove si è tolta la vita si ascolta il grido pieno di dolore e di pianto della donna. Quando venne costituito lo stato del Messico, venne dichiarato il coprifuoco alle undici di sera. A quanto si diceva si ascoltava un lamento vicino alla piazza della Patria, e se ci si affacciava alla finestra per vedere chi chiamava i suoi figli con tanta disperazione, si vedeva una donna magra, vestita tutta di bianco, che scompariva tra le strade.
La seconda versione, che precede la prima, è poco conosciuta, sebbene sia una delle più vecchie di tutte le leggende della Llorona. Si racconta che prima dell’arrivo degli spagnoli in Messico, la gente che abitava la zona del lago di Texcoco, oltre a temere il dio del vento della notte (Yoalli Ehécatl), poteva sentire durante la notte i lamenti della donna che vagava per l’eternità lamentando la morte dei suoi figli e la propria. La chiamavano Chocacihuatl – dal náhualtl choka (piangere) e cihualtl (donna).
La Llorona è anche uno dei primi segni di mescolanza razziale, perché è durante il periodo coloniale che, in Messico, questo personaggio spettrale viene identificato con Doña Marina, la Malinche, che torna pentita a piangere la sua sventura, il tradimento della sua gente indigena e la sua relazione con Hernán Cortés. La Malinche era una donna indigena bellissima, che insieme ad altre 19 donne fu donata a Cortés e ne divenne interprete e amante. Da qui sembrano venire molte versioni che portano alla Llorona come protagonista di una tragica storia di amore e tradimento tra una donna indigena (o meticcia o creola) e il suo amante spagnolo. E la Malinche è rappresentata in uno dei più grandi e spettacolari murales che vediamo, nell’atrio del palazzo.

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Intorno a noi decine di altri murales, prevalentemente di Diego Rivera, che in modo immaginifico celebrano l’identità messicana, la storia del Messico e in particolare del periodo rivoluzionario e post-rivoluzionario. Uno rappresenta Zapata, mentre altri raffigurano in modo satirico i nemici del popolo, come in “La cena del capitalismo” e “Banchetto a Wall Street”, entrambi del 1928.
Diego Rivera è stato senza dubbio il più importante, ma attorno a lui si raccolse negli anni ’20 del ‘900 una vera scuola di muralistas, tra cui spiccano Josè Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros.
In un altro mural si vede al centro una donna che somiglia incredibilmente a Frida Kahlo, moglie di Diego Rivera e a sua volta grande pittrice, che negli ultimi anni ha superato il marito in quanto a notorietà diventando una vera icona pop, anche a seguito del film del 2002 interpretato da Salma Hayek.

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La cena del capitalismo

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Banchetto a Wall Street

Uscendo dal palazzo ministeriale, attraversiamo una piazza interessata da scavi archeologici che hanno svelato il “Recinto sacro” dell’antica Tenochtitlan, dove si concentravano gli edifici di maggior rilevanza politico-religiosa. Questo spazio era delimitato da una piattaforma di 460 per 430 metri, con quattro accessi. All’interno del recinto si trovavano ben 78 templi. La disposizione architettonica e spaziale degli edifici seguiva strettamente una struttura cosmogonica, poiché il recinto sacro replicava lo stesso universo.

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Andiamo verso la cattedrale, ma prima ci fermiamo un attimo a visitare il Sacrario del Santissimo Sacramento, che si trova proprio a destra della facciata principale; costruito durante il culmine del periodo barocco tra il 1749 e il 1760 per ospitare gli archivi, continua a funzionare come luogo di culto e registro parrocchiale.
L’esterno è in stile barocco interamente ornato con decorazioni, mensole, nicchie e statue, molte di cherubini. Sculture che rappresentano frutta come viti, tralci e uva, melograni per simboleggiare le offerte rituali. Tra gli elementi floreali, rose, margherite e vari tipi di fiori. La facciata meridionale è quella più riccamente decorata. Il tema è la gloria dell’Eucaristia con immagini di apostoli, Padri della Chiesa, santi, martiri, scene tratte dalla Bibbia, rilievi zoomorfi, fitoformi e antropomorfi, vedi il leone infuriato e l’aquila dello stemma del Messico.
All’interno si nota l’altare principale in stile churrigueresco realizzato dall’artista indigeno Pedro Patiño Ixtolinque. E si conferma anche la caratteristica delle chiese messicane di avere statue di santi “vestite”.
La cattedrale, iniziata nel 1500 (ma ci vollero 250 anni per finirla), ha la facciata principale sullo Zocalo.
Doppie coppie di colonne delimitano nicchie con statue. Al primo ordine le statue di San Pietro e San Paolo incorniciano il portale. Al secondo ordine le statue di San Matteo e Sant’Andrea incorniciano l’altorilievo dell’Assunzione della Vergine Maria a cui la cattedrale è dedicata.
Tutti gli altorilievi dei portali della cattedrale sono stati ispirati a capolavori fiamminghi affini a Pieter Paul Rubens. Le colonne tortili sono espressioni dello stile barocco.
All’interno, la struttura della cattedrale risente delle influenze arabe presenti nell’architettura spagnola. Ci sono tre navate, due altari principali e 14 cappelle, 7 per ogni lato.
L’altare principale, chiamato altare del Perdono, si trova nella parte anteriore della navata centrale ove è collocato il coro. L’intera struttura, in legno ricoperto di foglie d’oro, è ancorata alle imponenti colonne laterali mediante fastose balconate barocche.
Un racconto popolare vuole che dinanzi a questo altare fossero condotti i condannati giudicati dall’Inquisizione spagnola per chiedere perdono prima della loro imminente esecuzione capitale. Un altro aneddoto riguarda il pittore Simon Pereyns, autore di molte delle opere presenti nella cattedrale, accusato di bestemmia. Secondo il racconto, mentre Pereyns era in prigione a scontare la condanna, dipinse un’immagine della Vergine Maria talmente bella che il suo crimine fu perdonato e il quadro messo qui come pala d’altare.
Un altro aneddoto ancora riguarda il Crocifisso collocato nelle immediate vicinanze altrimenti noto come Cristo Nero o del Veleno: Si narra che un sacerdote devotissimo a questa statua dopo le preghiere ne baciasse sempre i piedi. Un criminale confessatosi a questo sacerdote, pentito di avergli raccontato le sue malefatte, decise di bagnare i piedi del Cristo con del veleno. Quando il sacerdote nel ripetere l’atto di venerazione si avvicinò, il Cristo ritrasse prontamente i piedi e assorbì il veleno salvando la vita al sacerdote. L’evento miracoloso spiegherebbe l’anomala piegatura delle ginocchia e l’inconsueto colore nero del manufatto.
Nel gennaio del 1967 la tribuna è stata gravemente danneggiata da un incendio provocato da un corto circuito. Ma grazie al restauro congiunto di esperti messicani e spagnoli, oggi possiamo ancora ammirare una grande opera d’arte coloniale.

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Ci incamminiamo per Avenida Francisco Madero, la strada commerciale che è un po’ il salotto di Città del Messico. In fondo si staglia la mole della Torre Latinoamericana, un grattacielo che è uno degli edifici più importanti ed emblematici della città.
Il luogo dove attualmente sorge la torre era occupato dal serraglio dell’imperatore azteco Montezuma II. Dopo la conquista del Messico, fu costruito l’antico convento di San Francesco.
La Torre Latinoamericana fu costruita nel 1948 per alloggiare gli uffici della compagnia assicurativa La Latinoamericana Seguros.
Dopo lo studio del terreno, si arrivò alla conclusione di progettare una struttura che sarebbe stata d’esempio nell’ingegneria moderna, visto che il sottosuolo della città è fangoso, con consistenza spugnosa. Per creare questa torre fu necessario piantare 361 piloni specialmente progettati fino ad una profondità di 33 metri. Si costruì un fondo di calcestruzzo così da far “galleggiare” l’edificio indipendentemente dal terreno e dai piloni. Questa tecnologia originale del Messico fu usata per la prima volta al mondo e continua ad essere utilizzata in tutte le costruzioni di grattacieli in zone a rischio sismico.
Per sopportare un peso totale dell’edificio di 24.100 tonnellate, si costruì una struttura rigida di acciaio che dà forma a 3 piani interrati e a 44 piani che si alzano per 138 metri, più un’antenna di 44 metri arrivando così ad un totale di 182 metri sul livello della strada, con una superficie di 27.700 m² di cristallo. La torre acquistò prestigio a livello internazionale quando resistette ad un forte terremoto nel 1957, proprio grazie alla sua costruzione con struttura d’acciaio e ai piloni profondi. Tuttavia il più grande pericolo la torre lo superò il 19 settembre 1985 quando resistette ad un terremoto di gran lunga superiore al precedente.

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Proseguiamo fino al Palacio de Bellas Artes, che è il teatro dell’Opera e la sala da concerto più importante del Messico. Al suo interno si trovano murales di José Clemente Orozco, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, tra gli altri.
Il palazzo ospita diverse sale ed esposizioni di opere d’arte. Spicca su tutto la Gran Sala che ha una capacità di 1.900 spettatori e un proscenio di 24 metri di lunghezza. In questa sala si sono esibiti tra gli altri: Maria Callas, Zubin Mehta, Luciano Pavarotti, Plácido Domingo, Joaquín Cortés e Rudolf Nureyev. È sede di due musei: il museo del Palazzo di Belle Arti e il Museo Nazionale di Architettura.
L’edificio fu cominciato nel 1904 con l’obiettivo di rimpiazzare l’ormai demolito Teatro Nazionale. Il progetto esecutivo fu affidato all’architetto italiano Adamo Boari. A causa di problemi tecnici dovuti allo sprofondamento del terreno, di problemi economici e della Rivoluzione Messicana, la costruzione fu sospesa e ripresa varie volte nell’arco di trent’anni, invece che nei quattro previsti. Il palazzo venne inaugurato ufficialmente il 29 novembre 1934 dal presidente Abelardo L. Rodríguez.

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Il nostro tempo, però, è agli sgoccioli. Nella piazza del Palacio de Bellas Artes ci viene a prendere il pullmino con il quale la nostra speedy-pasionaria Priscilla ci riporta in hotel. E qui arriva il momento dei saluti con tutto il gruppo, che prelevati i bagagli prosegue per l’aeroporto. Siamo stati davvero bene insieme, ma ora loro tornano a casa. Elena, Paola ed io, invece, prendiamo un taxi per raggiungere l’albergo dove passeremo le prossime due notti, l’hotel Corinto, a due passi da Plaza de la Republica. Andrea ci accompagna per assicurarsi che sia tutto a posto anche per noi, poi si avvia verso il luogo dove sono accampati i migranti della prima carovana, che sono già arrivati a Città del Messico. In questi giorni seguirà da vicino le loro vicissitudini. Sarà ospite di un suo amico giornalista, in attesa dell’arrivo del gruppo ska-rocksteady italiano dei Bluebeaters, che accompagnerà nel tour messicano. Ma, se tutto va bene, lo rivedremo domani sera.
Noi ci sistemiamo velocemente nelle nostre stanze e poi usciamo per fare una passeggiata e mangiare qualcosa, dato che non abbiamo ancora pranzato. Andrea, per quel che resta del pomeriggio, ci ha consigliato di tornare al Palacio de Bellas Artes, e seguiremo il suo consiglio. Prima, però, ci fermiamo alla taqueria “La fonda Argentina”, dove possiamo placare i morsi della fame. Io lo faccio con un’empanada con spinaci e formaggio, seguita da un taco de pastor, che è fatto con la carne tenera tagliata da uno spiedone gigante tipo kebap.
Fuori dal palazzo si esibiscono due simpatici clown, che però non si avvicinano neanche al livello dei nostri Zapayasos. Ma c’è anche un vivace e colorato mercato dove si trova di tutto, dal mangereccio all’abbigliamento, dai libri ai classici souvenir un po’ kitsch, ma divertenti.

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Ci facciamo un bel giro rilassato, mettiamo il naso nel palazzo per ammirare i murales e poi torniamo verso l’albergo. Io comincio ad accusare un po’ di mal di gola, quasi sicuramente da attribuire all’aria condizionata dell’aeroporto di Tuxtla. Per cui, su consiglio della dott.sssa Paola, mi fermo in farmacia a comprare dell’ibuprofene. Il prezzo, rispetto all’Italia, è ridicolo, anche tenendo conto che è un generico.

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Mentre stiamo facendo una doccia e un breve riposino, arriva la notizia che Marcella non è riuscita a partire. Sembra che le mancasse un timbro sulla forma migratoria, quel foglietto destinato alla polizia di frontiera che abbiamo compilato prima di sbarcare a Città del Messico dieci giorni fa. Da quello che scrive sul gruppo di Whatsapp, pare di capire una cosa del genere. E così è stata costretta a un’inutile corsa all’ufficio immigrazione dell’aeroporto, cosa che le ha fatto perdere il volo. Ha fatto un altro biglietto per domani, ma ora non sa dove passare la notte. Le diciamo di venire da noi, cercheremo di trovarle un posto nel nostro hotel.
Un’ora dopo arriva, trafelata e ancora scossa. Ci racconta che in realtà i timbri li aveva tutti, ma al check in le hanno pinzato sul biglietto una parte del modulo, che però non era quella che ci voleva per partire. Ci deve essere stato un fraintendimento, perché poi all’imbarco l’hanno mandata all’ufficio immigrazione per farsi fare un altro documento col timbro in uscita. Messo questo timbro è tornata di corsa al gate, ma nonostante mancassero ancora 20 minuti alla partenza non l’hanno fatta salire. Incredibile!
Chiedo alle signore alla reception, che a dirla tutta non brillano per efficienza e simpatia, se è possibile mettere un altro letto nella stanza di Elena e Paola, che è spaziosa. Ma a quanto pare non è possibile, e non c’è nemmeno un’altra stanza libera. Dopo un po’ di insistenza acconsentono almeno a farla dormire con loro senza un altro letto, e cioè nello stesso letto di Elena, dietro pagamento di una modesta cifra. Si dovranno stringere un po’, ma è l’unica soluzione.
Portiamo Marcella a cena, per cercare di farle dimenticare la disavventura e i 500 euro spesi per rifare il biglietto aereo, che non sa se riuscirà a recuperare. Troviamo un localino carino e non lontano dall’albergo. Un piattone di nachos con formaggio fuso da condividere e un bicchiere di birra ben si prestano alla bisogna. Anche un po’ di musica dal vivo aiuta, e la serata finisce tutto sommato in allegria.

Undicesimo giorno: giovedì 8 novembre

Oggi abbiamo in programma un giro che comprende Piazza delle Tre Culture, l’importantissimo sito archeologico di Teotihuacan e la Basilica della Virgen de Guadalupe. Priscilla ci ha dato il numero di suo figlio Manuel, che fa anche lui la guida e che oggi ha questo tour che fa giusto al caso nostro. Lo abbiamo chiamato e ci siamo messi d’accordo, verrà a prenderci qui in hotel alle 9. Marcella resterà in camera a dormire un po’ di più e poi si farà un giro nell’attesa di poter prendere il suo volo nel primo pomeriggio.
Manuel arriva quasi puntuale, considerato il traffico di Città del Messico, e ci fa salire su un pullmino, dove si è già formato un gruppo multietnico: Brasile, Cuba, Costa Rica e una cospicua pattuglia dal Minnesota. Manuel, che pure parla italiano, oggi farà il tour solo in spagnolo e inglese. Per noi non è un problema, capiamo abbastanza bene entrambe le lingue. Quando proprio dovesse servire, io tradurrò qualcosa per le ragazze.
Avenida Insurgentes è la più lunga delle arterie della città con i suoi 70 km. Noi ne percorriamo un tratto per raggiungere la meta della prima tappa, Piazza delle Tre Culture. Intanto Manuel, a velocità supersonica, ci bombarda di notizie sulla città. Oltre ai 24 milioni di abitanti dell’area metropolitana, ci sono anche i 15 milioni che popolano l’Estado de Mexico, che è lo stato che comprende la regione che si trova intorno alla città, tolta la città che ha un governo a parte. È un popolo giovanissimo, il 70% delle persone ha meno di 25 anni. La città è senza dubbio enorme, ma si riesce a girare abbastanza bene con la metropolitana, il cui biglietto costa solo 5 pesos.
Ci racconta anche la storia di un principe vichingo arrivato qui in un’epoca lontana, che sembra sia fuggito verso sud, dalla terra dei toltechi, antenati degli aztechi, a quelle dei maya, perché i toltechi lo avevano fatto ubriacare con il pulque, una bevanda che si ottiene facendo fermentare il succo dell’agave. Il vichingo lo aveva preso come un affronto, si era sentito tradito e se n’era andato. Partendo aveva detto, però, che un giorno sarebbe tornato. Quando Hernan Cortés, un uomo bianco a capo di un esercito, arrivò in Messico gli aztechi pensarono che fosse la reincarnazione di quel principe, la cui figura si pensa abbia ispirato quella del mitico sacerdote Quetzalcoatl, e anche per questo lo onorarono come una divinità. Questa storia si collega a quello che avvenne dove oggi si trova Piazza delle Tre Culture.
La Plaza de las Tres Culturas o Plaza de Tlatelolco è situata nel centro di Città del Messico; il suo nome proviene dal fatto che gli edifici che sorgono attorno provengono da tre tappe differenti della storia del Messico: Cultura di Tenochtitlan, prima della conquista del Messico da parte degli spagnoli, rappresentata da una serie di piramidi e rovine precolombiane del popolo mexica. In quell’epoca in questo posto esisteva un famoso mercato. Cultura spagnola coloniale, rappresentata da un convento e da una chiesa cattolica. E cultura del Messico moderno, rappresentata dalla Torre Tlatelolco, sede fino al 2005 della segreteria di relazioni estere del Messico, e dagli edifici privati sede di abitazioni.
Il mercato fu visitato da Hernan Cortés prima della guerra di conquista. Qualche giorno dopo ebbe luogo l’ultima e decisiva battaglia contro i mexica: il 13 agosto 1521, sconfitto, Cuauhtémoc fu obbligato ad arrendersi a Cortés. La mattanza dei mexica, quel giorno, fu così sanguinaria che era impossibile camminare per i tanti cadaveri sparsi nella piazza; si pensa che più di 40.000 indigeni furono uccisi.
Qui, l’anno prima, avvenne anche il secondo incontro di Cortés con Montezuma (o Moctezuma secondo la grafia spagnola). Montezuma si mostrò molto amichevole con Cortés e comunicò al popolo che sarebbero state imposte tasse, usanza che in mesoamerica non esisteva. La gente, infuriata nel vedere il sovrano così arrendevole, iniziò a tirare pietre; una di queste pietre centrò alla testa Montezuma, che al contrario di Cortés non indossava un elmo, e lo uccise. Questa, in realtà, è una delle varie versioni che esistono sulla morte di Montezuma, ma forse la più affascinante.
Il successore di Montezuma fu il fratello, che morì di vaiolo, e poi venne Cuauhtémoc. Compiuta la conquista, dei 25 milioni di indigeni abitanti in Messico in quell’epoca ne erano rimasti solo 5, gli altri erano morti massacrati dalla spada o dalle malattie.

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Il 2 ottobre del 1968 ebbe luogo un secondo Massacro di Tlatelolco, più di 400 anni dopo il primo. Vi persero la vita centinaia di civili, principalmente studenti, per mano dell’esercito e della polizia e per ordine del presidente Gustavo Diaz Ordaz. Era in corso una manifestazione pacifica di protesta: gli studenti contestavano il colossale spreco di denaro nelle olimpiadi che stavano per iniziare da parte di un governo che invece non investiva in scienza, educazione e sanità. È la storia di sempre in America Latina, dice Manuel. Per di più era stata varata un’imposta di 200 pesos per tutti gli studenti, che aveva provocato mobilitazioni studentesche fin da giugno di quell’anno. Il presidente, convinto che il Messico rischiasse una deriva comunista, impose la mano dura. Furono mandati franchi tiratori, carri armati ed elicotteri. Quando, alle 18, terminò la manifestazione pacifica, entrò in piazza un gruppo di “pseudo-studenti” che erano in realtà paramilitari, vestiti di bianco e con guanti bianchi. Gettarono in terra i guanti e lanciarono bengala verdi e rossi. Era il segnale per iniziare a sparare. Fu il massacro di studenti più brutale della storia: 254 morti e 1000 studenti scomparsi nel nulla.
Oriana Fallaci, che si trovava qui per le olimpiadi, rimase ferita quel giorno e disse che un solo giorno in Messico era stato per lei peggio dei sei mesi precedenti che aveva passato in Vietnam. Scrisse un libro, che nella versione in spagnolo fu censurato, ma fu pubblicato in italiano e inglese, intitolato “Niente e così sia”. Esiste anche un film che racconta i fatti di quel giorno, intitolato “Rojo Amanecer” (alba rossa). Manuel, giustamente, paragona quel massacro che avvenne esattamente 50 anni fa a quello di Tien An Men.
Da non dimenticare, poi, che la città si trova in una valle, circondata da alte montagne, e che per la sua particolare conformazione geologica risente dei movimenti della faglia di San Andreas, in California, e della faglia di Cocos, nel Pacifico. Questo significa che ogni anno ci sono sette o otto terremoti. Il più forte fu 33 anni fa, nel 1985. L’epicentro era nello stato di Oaxaca, a 500 km dalla città, con una magnitudo di 7,1. Anche quella volta, come l’anno scorso, il movimento fu prima oscillatorio e poi sussultorio. In un minuto tutta la città fu devastata.

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Ripartiamo in direzione di Teotihuacan, che si trova circa 40 chilometri a nordest di Città del Messico.
Lungo la strada, Manuel non manca di raccontarci altre curiosità. Per esempio, scopriamo che la parola barbecue viene da barbacoa, un termine spagnolo che a sua volta deriva da babacuy, che per gli indigeni era un piatto fatto con carne di cane, di razza chihuaha. Gli spagnoli, che non mangiavano carne di cane, avevano iniziato a fare lo stesso piatto con carne di agnello o capretto. Gli indigeni erano molto legati a questa razza di cani: non solo ne mangiavano la carne, ma erano anche convinti che il solo contatto con questi animali avesse proprietà curative, per cui chi stava male si stringeva un chihuahua al petto e pensava che questo potesse far guarire molte malattie.
Ma non solo: da queste parti cresce anche un albero chiamato falsa pimienta (albero del falso pepe), che produce un frutto da cui si ricava un farmaco per il diabete che presto, sembra, la Novartis inizierà a commercializzare.
Prima di visitare il sito archeologico, ci aspetta la visita ad un negozio gestito da una famiglia che lavora l’agave e ne ricava un ottimo mezcal. Abbiamo la possibilità di vedere come la pianta viene tagliata per utilizzarne solo il cuore, e poi di fare qualche assaggino. Col caldo di mezzogiorno magari non è l’ideale, ma come si fa a dire di no?

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Teotihuacan è uno dei maggiori siti archeologici mesoamericani, conosciuto per le sue imponenti piramidi e le pregevoli architetture. Inoltre, la gente di Teotihuacan esportava ceramiche di pregevole fattura e sottili strumenti di ossidiana, oggetti che ottennero grande prestigio e un diffuso utilizzo in tutto il mesoamerica.
Si ritiene che la città sia stata fondata intorno al 100 a.C., con i principali monumenti che continuarono ad essere edificati fino a circa il 250 d.C. Il nucleo urbano continuò ad essere abitato fino al VII-VIII secolo d.C.
Teotihuacan, fondata come nuovo centro religioso delle alture messicane, ben presto divenne la più grande e popolata città del Nuovo Mondo. Al suo apice, probabilmente avvenuto intorno alla prima metà del I millennio d.C., fu tra i più grandi centri urbani delle Americhe precolombiane, con una popolazione stimata di oltre 125.000 abitanti, che la rendeva almeno la sesta città più grande in tutto il mondo di quell’epoca. Per contenere questa grande popolazione, nella città sorsero case a più piani che ospitavano più famiglie.
Anche se vi è un dibattito circa il ruolo di Teotihuacan come centro per un impero statale, la sua influenza in tutto il Mesoamerica è ben documentata; testimonianze della presenza della civiltà teotihuacana possono essere riscontrate in numerosi siti archeologici di Veracruz e della regione Maya. Molto probabilmente gli aztechi potrebbero essere stati influenzati da questa città. L’etnia degli abitanti di Teotihuacan è anch’essa oggetto di studi. Possibili candidati sono i gruppi etnici Nahua, Otomi o Totonachi. Gli studiosi hanno anche suggerito che Teotihuacan fosse uno stato multietnico.
Il sito è stato designato come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1987 ed è il sito archeologico più visitato del Messico.
Il nome Teotihuacan fu dato alla città dagli aztechi solo secoli dopo la sua caduta, e viene tradotto come “il luogo dove vengono creati gli dei”. Non conosciamo quale fosse il nome originario, ma in alcuni testi geroglifici della regione Maya compare definita come “puh”, ovvero la “regione dei canneti”.
I primi anni della storia di Teotihuacan sono avvolti nel mistero, e l’origine dei suoi fondatori è tuttora oggetto di discussione. Per molti anni gli archeologi hanno creduto che fosse stata costruita dal popolo dei toltechi, una delle più antiche civiltà messicane. Questa teoria si basava sul ritrovamento di alcuni scritti di origine azteca che attribuivano l’origine del sito appunto ai toltechi. Tuttavia, il termine Nahuatl Toltec significa grande maestro artigiano e potrebbe non essere sempre stato usato solo per fare riferimento alla civiltà tolteca. Inoltre Teotihuacan risale ad un’epoca precedente a quella della civiltà tolteca, escludendola quindi dal novero dei possibili fondatori.
La cultura e l’architettura di Teotihuacan furono influenzate da quelle della civiltà Olmeca, che è considerata la “civiltà madre” delle varie culture centroamericane. La grande Piramide del Sole fu costruita circa nel 150 a.C.
La città raggiunse il culmine del suo splendore nel periodo compreso tra il 150 e il 450 d.C., quando fu il centro principale di un’importante cultura che dominò l’America Centrale, esercitando un potere ed un’influenza paragonabili a quelli dell’antica Roma. Nel momento di massimo sviluppo aveva un’ampiezza di più di 30 km², e probabilmente ospitava una popolazione di oltre 150.000 persone, arrivando forse anche a 200.000. I vari quartieri cittadini ospitavano persone provenienti da tutto l’impero teotihuacano.
È interessante notare come in città siano del tutto assenti fortificazioni o costruzioni ad uso militare: la sua influenza potrebbe essere stata, infatti, maggiormente esercitata per mezzo dei commerci e della religione piuttosto che delle conquiste militari. Di fatto è molto probabile che una concentrazione così esorbitante di abitanti in una sola città, tale da impoverire demograficamente tutti i dintorni, sia stata possibile anche perché le città e le zone circostanti erano state asservite politicamente e militarmente da un impero che trovava in questa città la propria capitale. Magari seguendo il modello, tipico del mesoamerica e diffuso anche in seguito, della prominenza di una città-stato imperiale su varie città-stato sottomesse a tributi e private di parte dell’indipendenza spirituale, politica ed economica, o con dinastie locali costrette ad imparentarsi ad una dinastia centrale.
Il declino della città avvenne intorno al 750; su come avvenne ci sono quattro ipotesi.
Secondo la prima la morte di uno dei due sacerdoti che realmente detenevano il potere portò a una guerra di successione tra il figlio di questo sacerdote e gli altri sacerdoti anziani. Si ebbe una divisione della società teotihuacana, con un’emigrazione di massa in parte verso la valle dove oggi si trova Città del Messico e in parte verso il mare a 500 km da qui.
La seconda racconta di una città cosmopolita, abitata da gente proveniente da diverse regioni. Soffrendo durissime siccità, la gente iniziò a ritornare al suo luogo di origine e la città abbandonata dopo un po’ di tempo iniziò a crollare.
La terza ipotesi parte dal ritrovamento, nella zona di Puebla, di una città grande addirittura il doppio di Teotihuacan. Secondo questa ipotesi, al verificarsi delle grandi siccità gli abitanti, dopo aver coperto le strutture, furono mandati dai sacerdoti verso quella zona e fondarono questa città a cui misero il nome di Cantona.
La quarta ipotesi, attualmente la più accreditata, dice che intorno a Teotihuacan c’erano sei città più piccole che pagavano tributi alla capitale. La prima generazione pagò i tributi, così fece anche la seconda ma la terza, non volendo più pagare, chiuse le rotte commerciali che portavano a Teotihuacan generandone il collasso.
Lo stile architettonico di Teotihuacan fornì un grande contributo alla cultura centroamericana in generale. Ad esempio qui hanno avuto origine le piramidi a gradini, che furono assolutamente fondamentali nell’architettura azteca e maya. Lo stile con cui sono costruite è chiamato “talud-tablero“, vale a dire che un pannello rettangolare (tablero) viene sistemato sopra un piano inclinato (talud).
Sfortunatamente non si conoscono testi scritti nell’antica lingua di Teotihuacan. Tutto ciò che comunque possiamo desumere della cultura di Teotihuacan viene tratto dai bassorilievi.
La religione praticata a Teotihuacan era simile a quelle di altre civiltà centroamericane. Si adoravano molti dei comuni come il Serpente Piumato e il Dio della pioggia. Teotihuacan era un importante centro religioso, e probabilmente la classe sacerdotale esercitava largamente anche il potere politico. A governare erano nove sacerdoti anziani. Come succedeva in altre culture della regione, a Teotihuacan si praticavano sacrifici umani: durante gli scavi delle piramidi sono stati trovati i resti sia di uomini che di animali offerti in sacrificio agli dei. Si pensa che, quando gli edifici venivano costruiti ex novo oppure ampliati, si facessero dei sacrifici per consacrarli.
Sui lati dell’ampio viale centrale della città, chiamato “Viale dei Morti”, sorgono ancora imponenti edifici cerimoniali, tra i quali l’immensa Piramide del Sole, la Piramide della Luna e molte altre piattaforme. Gli Aztechi credevano che queste ultime fossero tombe, e da quest’idea trassero il nome assegnato al viale, che era in realtà un viale processionale. Oggi sappiamo che si trattava di altari cerimoniali, sopra i quali venivano eretti dei templi. Anche sulla cima delle piramidi sorgevano dei templi.
Esiste un’affascinante leggenda, che ci ha raccontato Manuel, sull’attribuzione dei nomi di Piramide del Sole e Piramide della Luna. Questa leggenda narra che prima di noi ci furono altre quattro generazioni di esseri umani, scomparse per catastrofi naturali, e che noi, la quinta, ci trovammo senza sole. I sacerdoti decisero di preparare per un anno intero un giovane che doveva, nel corso di un rito, lanciarsi da quella che si chiama la Piramide del Sole a un grande fuoco dando così origine al sole. Il giovane, al momento di lanciarsi, si fece prendere dal panico e vedendo la sua insicurezza fu allora un anziano della nobiltà, dietro di lui, a lanciarsi e a generare un primo sole. Il giovane, a quel punto, si vergognò e si lanciò anche lui, creando così un secondo sole. Ma, siccome non ci potevano essere due soli, il sacerdote dalla pelle chiara chiamato Quetzalcoatl scese dalla piramide e vide un coniglio saltare. Prese il coniglio, risalì sulla piramide e lo lanciò verso il secondo sole. Allora il secondo sole perse un po’ della sua luminosità e nacque la luna.
La disposizione geografica di Teotihuacan è un ottimo esempio di pianificazione urbana centroamericana: il posizionamento degli edifici è, in accordo con le convinzioni dell’epoca, una rappresentazione simbolica dell’universo. Il reticolato urbano è allineato con precisione a 15.5° nord-est. Il Viale dei Morti, in particolare, sembra puntare verso il Cerro Gordo che si trova a nord della Piramide della Luna. Man mano che ci si avvicina alla piramide, questa copre la montagna diventando essa stessa l’immagine della montagna sacra.
Oltre alla Piazza della Luna c’è quella che viene chiamata la Piazza delle Colonne, un ampio spazio che permetteva l’ingresso a una serie di edifici, cortili e piazze più piccole che probabilmente funzionavano come abitazioni o spazi di lavoro per famiglie o gruppi relazionati con il governo della città, poiché la loro ubicazione strategica nel cuore dell’area monumentale permetteva agli abitanti di presenziare agli eventi religiosi e politici più importanti.
Sul lato destro del Viale dei Morti si incontra un dipinto murale noto come Mural del Puma, molto ben conservato. Si pensa che sia un puma per il colore, l’assenza di macchie e la forma della coda. È dipinto su un fondo a strisce oblique bianche, rosse e verdi in alternanza, che rappresenta un ambiente acquatico. Sotto, dei cerchi verdi che raffigurano chalchihuites, pietre semipreziose che rappresentavano il divino.
Vediamo anche il palazzo Quetzalpapalotl, che era forse la residenza dell’elite teotihuacana. Il nome significa “farfalla preziosa” ed è dovuto alle colonne che delimitano il patio centrale, che sono decorate con molte rappresentazioni di gufi e dell’altro uccello chiamato quetzal.
Nel diciannovesimo secolo furono intrapresi alcuni scavi archeologici minori, mentre scavi e restauri più significativi iniziarono nel 1905. Negli anni 1917-1928, 1960-65 e 1980-82 sono state eseguite delle altre importanti serie di scavi e restauri. Gli scavi sono comunque tuttora in corso.
Gli scavi del 1905-1910 e quelli, pionieristici, precedenti, furono condotti in un’ottica nazionalista, ricercando in questa città il mito di fondazione del Messico per smarcarlo dalla conquista spagnola, ma con un’importante contraddizione: infatti la classe dirigente messicana di allora (che politicamente li sponsorizzava) era espressione delle classi ricche creole, in stragrande maggioranza bianche e ispanizzate, affette da un duraturo pregiudizio razzista verso i nativi.
Gli scavi iniziati nel 1917 al contrario furono svolti, tra mille difficoltà, nello spirito della rivoluzione messicana, e quindi volti al recupero di un’identità che si voleva meticcia e mescolante elementi indigeni ed europei, esaltando anche l’elemento nativo nello spirito dello zapatismo e degli ideali rivoluzionari. Inoltre gli scavi, soprattutto dopo la fine della rivoluzione, furono compiuti con maggiore scientificità, senza prendersi libertà di fare restauri ricostruttivi ma solo conservativi. In questa direzione, che incrocia sempre più i metodi e le pratiche desunte dall’antropologia, si sta lavorando ancora adesso.
Si tratta di un sito veramente stupendo, di grande solennità e suggestione. Peccato solo che l’atmosfera sia un po’ guastata dalla presenza di troppi venditori e di un vero e proprio mercato di souvenir all’interno del perimetro recintato del sito.

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La Piramide del Sole

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Il mural del Puma

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Viale dei Morti con sullo sfondo la Piramide della Luna

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Palazzo Quetzalpapalotl

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Palazzo Quetzalpapalotl

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La tappa successiva è il santuario della Virgen de Guadalupe, o meglio i due santuari, perché esiste una basilica del 1600 e una molto più recente, degli anni ’70, costruita per accogliere più fedeli e perché la prima sta sprofondando.
La vecchia basilica è sicuramente più suggestiva; la nuova fa impressione per le dimensioni, per l’architettura molto moderna, perché vi si accede con dei cancelli da stadio e all’interno, per vedere il mantello su cui sarebbe impressa l’immagine della Vergine, bisogna passare su un tapis roulant, installato per evitare che si formino lunghe code. La Basilica è uno dei luoghi di culto più visitati d’America.
Virgen de Guadalupe è l’appellativo con cui la Chiesa Cattolica venera Maria in seguito ad un’apparizione avvenuta in Messico nel 1531.
Secondo il racconto tradizionale, tra il 9 e il 12 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac a nord di Città del Messico, Maria apparve più volte a Juan Diego Cuauhtlatoatzin, uno dei primi aztechi convertiti al cristianesimo. Il nome Guadalupe venne dettato da Maria stessa a Juan Diego: alcuni hanno ipotizzato che sia la trascrizione in spagnolo dell’espressione azteca Coatlaxopeuh, “colei che schiaccia il serpente” (cfr. Genesi 3,14-15), oltre che il riferimento al Real Monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe fondato da re Alfonso XI di Castiglia nel comune spagnolo di Guadalupe nel 1340.
A memoria dell’apparizione, sul luogo fu subito eretta una cappella, sostituita dapprima nel 1557 da un’altra cappella più grande, e poi da un vero e proprio santuario consacrato nel 1622. Infine nel 1976 è stata inaugurata l’attuale Basilica di Nostra Signora di Guadalupe.
Nel santuario è conservato il mantello (tilmàtli) di Juan Diego, sul quale è raffigurata l’immagine di Maria, ritratta come una giovane india: per la sua pelle scura ella è chiamata dai fedeli Virgen morenita (“Vergine meticcia”). Nel 1921 Luciano Pèrez, un attentatore inviato dal governo, nascose una bomba in un mazzo di fiori posti ai piedi dell’altare; l’esplosione danneggiò la basilica, ma il mantello e il vetro che lo proteggeva rimasero intatti.

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Si ritiene che l’apparizione, pur non essendo stata riconosciuta con un decreto ufficiale, abbia ottenuto dalla Chiesa cattolica un riconoscimento di fatto: il vescovo di allora fece costruire una cappella là dove aveva chiesto la Vergine e il veggente Juan Diego è stato proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II il 31 luglio 2002. Secondo la dottrina cattolica queste apparizioni appartengono alla categoria delle rivelazioni private.
La Madonna di Guadalupe è venerata dai cattolici come patrona e regina di tutti i popoli di lingua spagnola e del continente americano in particolare. La sua festa si celebra il 12 dicembre, giorno dell’ultima apparizione. In Messico il 12 dicembre è festa di precetto.
Secondo il racconto tradizionale Juan Diego avrebbe visto per la prima volta la Madonna la mattina del 9 dicembre 1531, sulla collina del Tepeyac. Ella gli avrebbe chiesto di far erigere un tempio in suo onore ai piedi del colle: Juan Diego corse a riferire il fatto al vescovo Juan de Zumárraga, ma questi non gli credette. La sera, ripassando sul colle, Juan Diego avrebbe visto per la seconda volta Maria, che gli avrebbe ordinato di tornare dal vescovo l’indomani. Il vescovo lo ascoltò di nuovo e gli chiese un segno che provasse la veridicità del suo racconto.
Juan Diego tornò quindi sul Tepeyac dove avrebbe visto per la terza volta Maria, la quale gli avrebbe promesso un segno per l’indomani. Il giorno dopo, però, Juan Diego non poté recarsi sul luogo delle apparizioni in quanto dovette assistere un suo zio, gravemente malato. La mattina dopo, 12 dicembre, lo zio appariva moribondo e Juan Diego uscì in cerca di un sacerdote che lo confessasse. Ma Maria gli sarebbe apparsa ugualmente, per la quarta e ultima volta, lungo la strada: gli avrebbe detto che suo zio era già guarito e lo avrebbe invitato a salire di nuovo sul colle a cogliere dei fiori. Qui Juan Diego trovò il segno promesso: dei bellissimi fiori di Castiglia, sbocciati fuori stagione in una desolata pietraia. Egli ne raccolse un mazzo nel proprio mantello e andò a portarli al vescovo.
Di fronte al vescovo e ad altre sette persone presenti, Juan Diego aprì il mantello per mostrare i fiori: ed ecco, all’istante sul mantello si sarebbe impressa e resa manifesta alla vista di tutti l’immagine della Vergine Maria. Di fronte a tale presunto prodigio, il vescovo cadde in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagnò il presule al Tepeyac, per indicargli il luogo in cui la Madonna avrebbe chiesto che le fosse innalzato un tempio e l’immagine venne subito collocata nella cattedrale.
A causa della sua origine miracolosa, l’immagine della Madonna di Guadalupe è oggetto di devozione paragonabile a quella rivolta alla Sindone. La sua fama si sparse rapidamente anche al di fuori del Messico: nel 1571 l’ammiraglio genovese Gianandrea Doria ne possedeva una copia, dono del re Filippo II di Spagna, che portò con sé sulla propria nave nella battaglia di Lepanto.
Il mantello è del tipo chiamato tilma: si tratta di due teli di ayate (fibra d’agave) cuciti insieme. L’immagine di Maria è di grandezza lievemente inferiore al naturale, alta 143 cm. Le sue fattezze sono quelle di una giovane meticcia: la carnagione è scura. Maria è circondata dai raggi del sole e ha la luna sotto i piedi; porta sull’addome un nastro di colore viola annodato sul davanti che, tra gli aztechi, indicava lo stato di gravidanza; sotto la luna vi è un angelo dalle ali colorate di bianco, rosso e verde (i colori dell’attuale bandiera messicana), che sorregge la Vergine.
La figura ha caratteristiche particolari che la ricollegano alle divinità della religione azteca. Il mantello verde e blu che indossa la Madonna era anche un simbolo della divinità chiamata Ometeotl. La Luna è un simbolo ricorrente nelle raffigurazioni mariane e pagane, quasi sempre associato alle divinità femminili. Elemento non trascurabile è il luogo dell’apparizione, ovvero la collina di Tepeyac, sulla quale sorgeva un tempio dedicato alla dea locale Tonantzin, la cui pianta sacra era proprio l’agave associata all’apparizione mariana.
Alcuni autori, che hanno eseguito degli studi scientifici sul mantello, sostengono che effettivamente l’immagine non sarebbe dipinta, ma acheropita (non realizzata da mano umana); essa presenterebbe inoltre caratteristiche particolari difficili da spiegare naturalmente. Altri autori sostengono il contrario.
Nonostante in Messico il clima (caratterizzato da un’atmosfera ricca di salnitro) causi il rapido deterioramento dei tessuti (specialmente di quelli in fibra vegetale), la tilma invece si sarebbe conservata pressoché intatta per circa cinquecento anni.
L’immagine non ha alcun tipo di fondo, tanto che si può guardare da parte a parte del telo (questo è un elemento a sostegno dell’ipotesi che si tratti di un’immagine acheropita). Già nel 1666 la tilma fu esaminata da un gruppo di pittori e di medici per osservarne la composizione: essi asserirono che era impossibile che l’immagine, così nitida, fosse stata dipinta sulla tela senza alcuna preparazione di fondo, e inoltre che nei 135 anni trascorsi dall’apparizione, nell’ambiente caldo e umido in cui era conservata, essa avrebbe dovuto distruggersi. Nel 1788, per provare sperimentalmente questo fatto, venne eseguita una copia sullo stesso tipo di tessuto: esposta sull’altare del santuario, già dopo soli otto anni era rovinata. Al contrario l’immagine originale, a distanza di quasi 500 anni, è ancora sostanzialmente intatta.
Gli Aztechi dipingevano i volti in modo elementare usando la prospettiva frontale o quella di profilo. La figura presente sulla tilma è, invece, rappresentata con la prospettiva di un volto leggermente piegato in avanti e visto di tre quarti. La realizzazione dell’immagine (se fosse stata realizzata da mano umana) secondo alcuni richiede capacità superiori a quelle esistenti all’epoca in Messico; parimenti, nessun artista occidentale era attivo nella regione in quegli anni (elemento a sostegno dell’ipotesi dell’origine acheropita dell’immagine).
I caratteri somatici della donna raffigurata sono quelli tipici di una persona di sangue misto, meticcia. L’immagine risale a pochi anni dopo la conquista del Messico, quando il tipo meticcio era assolutamente minoritario. La Madonna di Guadalupe prefigura un tipo di popolazione che diverrà maggioritario sono dopo alcune generazioni. Rimane un mistero come il presunto autore abbia raffigurato in forma così perfetta un soggetto allora così poco diffuso (altro elemento a sostegno dell’ipotesi dell’origine acheropita dell’immagine).
Particolarità singolari presenti e riscontrate sugli occhi dell’immagine secondo chi crede nel miracolo della Vergine sono assolutamente inspiegabili se si ritiene che l’immagine sia stata realizzata da mano umana: Nel 1951 il fotografo José Carlos Salinas Chávez dichiarò che in entrambe le pupille di Maria, fortemente ingrandite, si vedeva riflessa la testa di Juan Diego. Nel 1977 l’ingegnere peruviano José Aste Tonsmann analizzò al computer le fotografie ingrandite 2500 volte e affermò che si vedono ben cinque figure: Juan Diego nell’atto di aprire il proprio mantello, il vescovo Juan de Zumárraga, due altri uomini (uno dei quali sarebbe quello originariamente identificato come Juan Diego) e una donna.
Vi sono, peraltro, anche elementi che porterebbero a confutare la tesi che l’immagine sia di origine soprannaturale.
Elaborazioni fotografiche ottenute con tecnica di ripresa ai raggi infrarossi evidenziano alcuni ritocchi successivi e rendono lecita l’ipotesi che l’autore abbia realizzato il contorno della figura a mo’ di schizzo, per poi colorarla.
Nel 1556, nel corso di un esame del mantello, fu affermato che l’effigie fosse stata dipinta dal “pittore indiano Marcos” (che alcuni studi riconducono a Marcos Cipac d’Aquino, un artista azteco dell’epoca) l’anno prima.
Nel 1982 José Sol Rosales esaminò il tessuto al microscopio e affermò che la colorazione dell’immagine è dovuta ad alcuni pigmenti già disponibili e utilizzati nel XVI secolo.
Le caratteristiche dell’immagine rispecchiano gli schemi dell’arte figurativa spagnola del XVI secolo avente come oggetto le rappresentazioni mariane; la tradizione su Juan Diego invece, secondo alcuni studi, risalirebbe al secolo successivo.
L’esistenza stessa di Juan Diego è stata decisamente messa in dubbio, anche da importanti esponenti cattolici, nel periodo del processo di canonizzazione.
L’immagine che si vede nelle pupille ha una risoluzione troppo bassa per poter affermare con certezza che vi si vedano i personaggi che alcuni affermano di riconoscere. Gli scettici liquidano questa affermazione come un caso di pareidolia, la tipica tendenza umana a ricondurre a forme note degli oggetti o dei profili dalla forma casuale.
Al di là di queste dispute, l’importanza della Virgen de Guadalupe sta nel fatto che è una vergine india, come sottolinea Octavio Paz. La località della sua apparizione (davanti all’indio Juan Diego) è una collina che fu in precedenza un santuario dedicato a Tonantzin, “nostra madre”, dea della fertilità per gli aztechi. La conquista coincide con l’apogeo del culto a due divinità maschili: Quetzalcoatl, il dio dell’immolazione (crea il mondo, secondo il mito, gettandosi sul rogo a Teotihuacan) e Huitzilopochtli, il giovane dio guerriero sacrificatore. La disfatta di questi dei – perché questo fu la conquista per il mondo indio: la fine di un ciclo cosmico e l’instaurazione di un nuovo regno divino – produsse tra i fedeli una sorta di ritorno alle antiche divinità femminili.
La Vergine è la consolazione dei poveri, lo scudo dei deboli, il riparo degli oppressi. Insomma, è la madre degli orfani. Gli uomini nascono diseredati e il loro vero stato è quello di orfani, ma questo è vero in modo particolare per gli indi e i poveri del Messico.

Noi, a questo punto, siamo arrivati alla fine della nostra lunga giornata. Torniamo in albergo per una doccia e un riposino, dopo di che si va a cena. Andrea ci ha invitato a raggiungerlo in un locale che si chiama El Carnivoro, dove ci ha promesso che si mangia carne buonissima e cotta come si deve, che in Messico non è facile, lo dice lui che se ne intende.
Lui arriva insieme al suo amico Federico Mastrogiovanni, un giornalista romano trapiantato da quasi 10 anni a Città del Messico, con il suo bambino di 7 anni Emiliano (il nome non è certo casuale: prima di tutto è un nome romano, dice Federico, poi certo c’è anche Emiliano Zapata…).
Federico è un giornalista e come tale ha molte storie da raccontare. Si occupa di migrazione, violazioni dei diritti umani, criminalità e politica internazionale dal Messico. Collabora con Gatopardo, Esquire Latinoamérica, Internazionale e con il sito di informazione brasiliano Opera Mundi. Qualche anno fa, per esempio, è salito sul treno merci chiamato “la bestia”, mescolandosi ai migranti centroamericani, un viaggio che non è certo una passeggiata. Questo è un paese dove, in generale, già essere giornalisti non è proprio semplice se lo vuoi fare come si deve. Le cifre dicono che dal 2000 sono 120 i giornalisti uccisi, 11 solo quest’anno.
Lui, oltre che giornalista, è anche professore universitario e anche in quella veste ne ha viste parecchie. In particolare ci racconta dell’incredibile impreparazione che gli capita di trovare nei suoi studenti, che spesso sono anche incapaci di scrivere correttamente in spagnolo, date le condizioni disastrose delle scuole primarie e secondarie messicane. Ma a volte anche gli stessi professori sono clamorosamente impreparati.
Andrea ha invece da raccontarci della carovana dei migranti di passaggio in questi giorni da Città del Messico. Anche lì ha trovato, nella disperazione, un’incredibile determinazione e una grande dignità. Sono in corso trattative, i migranti hanno fatto appello all’ONU per avere dei mezzi con cui proseguire il viaggio, ma è molto difficile che ottengano qualcosa (infatti poi hanno proseguito sempre a piedi o con mezzi di fortuna).
Intanto, Emiliano studia… sì, perché vi sembrerà incredibile ma si è portato al ristorante una grammatica italiana e, in attesa dei piatti, ripassa i verbi… certo, è importante che impari bene l’italiano e qui lo può studiare solo così, ma in realtà gli piace pure! Per fortuna ogni tanto si distrae per addentare un hamburger che divora con gusto e per farci vedere la sua felpa col cappuccio da Spiderman. È simpaticissimo, e parla già un ottimo italiano anche se ogni tanto il padre lo corregge… lui e Federico insieme sono uno spasso.
Qui potete vedere una breve intervista con Federico, che è andata in onda in Rai pochi mesi fa. Nel finale si vede anche Emiliano, ma solo di spalle.

Intervista con Federico Mastrogiovanni

E qui c’è un interessantissimo documentario intitolato “Ni vivos ni muertos” che ha realizzato con il collega Luis Ramires Guzman sulle sparizioni forzate in Messico.

Ni vivos ni muertos

Per quanto riguarda il cibo, c’è da dire che la carne è davvero buona ma… non è solo di manzo. Andrea e Federico cercano di convincerci a provare due specialità messicane davvero particolari: chapulines (cavallette fritte) e gusanos de maguey (la traduzione letterale sarebbe vermi, ma in realtà sono delle larve di coleottero che si annidano nella pianta di agave… sono proprio i gusanos che poi vanno a finire nelle bottiglie di mezcal). Bè, insomma, ammetto che l’aspetto non è invitante, bisogna ovviamente vincere una certa resistenza psicologica. Io non avevo mai mangiato insetti prima… però se te lo consigliano due che ormai sono due messicani doc come fai a dire di no? Io poi sono noto per essere di bocca buona, mangio un po’ tutto. Onestamente non posso dire che sono buoni, ma neanche che sono disgustosi. Si mangiano… in realtà io credo che qui si applichi il vecchio adagio per cui qualunque cosa fritta, anche una ciabatta, alla fine sa solo di fritto. Comunque la prova l’abbiamo fatta ed è andata discretamente, se proprio come si dice gli insetti saranno il cibo del futuro non dico di essere pronto ma almeno non sono totalmente impreparato.

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E con questo direi che la nostra ultima serata messicana si conclude degnamente, possiamo davvero dire che almeno a livello gastronomico in Messico abbiamo provato un po’ di tutto.

Dodicesimo giorno: venerdì 9 novembre 2018

Ebbene sì, questo è proprio l’ultimo giorno anche per noi. Ma abbiamo ancora delle cose da fare, prima di avviarci verso l’aeroporto per prendere il nostro volo di rientro via Madrid che parte verso le 18.30. Tra l’altro, vorremmo andare con un discreto anticipo per essere tranquilli e poter gestire eventuali situazioni impreviste, dopo quello che è successo a Marcella. Anche se abbiamo controllato bene, ovviamente, e abbiamo tutti i timbri.
La cosa principale che vorremmo fare è visitare la Casa Azul di Frida Kahlo (e Diego Rivera, ma ormai lei è molto più popolare di lui e quindi passa come casa di Frida. Del resto il museo è dedicato a lei, e forse è anche giusto così). Abbiamo scoperto che in questo momento è forse il posto più visitato di Città del Messico, quindi è praticamente obbligatorio fare una prenotazione on-line, che siamo riusciti a fare ieri sera con lo smartphone, non senza una certa fatica perché la rete wi-fi in hotel non funzionava proprio alla grande. Per il resto, abbiamo appuntamento di nuovo con il nostro Manuel che ci porterà un po’ in giro per Coyoacan, che è il quartiere dove si trova la casa di Frida.
Oggi Manuel sarà tutto per noi. Ci viene a prendere in macchina, non in pullmino, e a questo punto possiamo parlare italiano, dato che anche lui come mamma Priscilla lo parla in maniera pressoché perfetta. Vuol dire che anch’io mi potrò rilassare un po’ di più, senza dover tradurre, per quanto ieri l’ho dovuto fare abbastanza poco, alla fine.
Mentre raggiungiamo in macchina Coyoacan, che si trova nella parte sud della città, come un utile ripassino Manuel ci racconta la vita di Frida, che già in buona parte conosciamo ma lui con grande precisione aggiunge date, riferimenti, dettagli. Ora non mi dilungherò qui perché sono sicuro che molti di voi già sanno parecchio di lei. Se comunque qualcuno fosse del tutto a digiuno di conoscenze su questa grande artista, c’è sempre Wikipedia:

Frida Kahlo – Wikipedia

La visita l’abbiamo prenotata per le 12.00, che era il primo orario disponibile. Perciò, prima c’è tutto il tempo di farsi un bel giro per il quartiere. Si vede fin dai primi passi che muoviamo che è un quartiere residenziale, con belle case coloniali e belle ville e villette decisamente non alla portata di tutti. Questo è uno di quei posti dove la gente comune di Città del Messico sogna di poter vivere, ma sa che non se lo potrà mai permettere; e allora, quando può, ci viene a passare qualche ora, a prendere un caffè o un gelato, solo così, per il gusto di sentirsi anche se per poco tra chi vive una vita diversa.
Anche noi, prima di iniziare il giro, ci prendiamo un cafè de olla tradizionale al mitido Cafè El Jarocho, un locale storico che è stato tra i primi a ingrandirsi e a offrire vari tipi di caffè compresi americano, espresso, cappuccino ecc. Un precursore di Starbucks, secondo Manuel. Jarocho è il modo in cui vengono chiamati in Messico gli abitanti di Veracruz.
La visita non può che cominciare dalla piazza centrale, dove si trova il Jardin Hidalgo, dominato dalla statua di Miguel Hidalgo, il Padre della Patria, il prete rivoluzionario considerato l’iniziatore della guerra di indipendenza del Messico, e dalla fontana dei Coyotes. Sì, perché il nome di Coyoacan deriva da coyote, significa più o meno “il posto dei coyote”.

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Sulla piazza si affacciano anche il palazzo del Municipio e la cattedrale, due esempi di splendore barocco del Messico.
Davanti alla cattedrale c’è un gazebo dove, su iniziativa del governo di Città del Messico, e specificamente della Procuradoria General de Justicia, si mette in atto un programma di disarmo volontario: il cittadino consegna un’arma e in cambio gli vengono regalati gadget tecnologici. Le armi poi vengono smontate proprio qui, sulla pubblica piazza, perché risulti più credibile che l’intento è veramente di neutralizzarle e non di rivenderle o riutilizzarle contro i cittadini stessi. Sappiamo che qui la sfiducia nelle istituzioni è radicata, e bisogna dire anche giustificata.
Ci facciamo un giro all’interno, con Manuel che continua instancabile a raccontarci curiosità: ogni santo qui ha una sua funzione, per esempio al “nostro” Sant’Antonio da Padova le donne si rivolgono per trovare marito. San Giuda Taddeo viene considerato, per antichissima tradizione, patrocinatore dei casi disperati e grande taumaturgo. Importantissima anche la figura di San Felipe de Jesus, primo santo messicano, martirizzato in Giappone, dove era missionario, nel 1597 e patrono di Città del Messico. E, sempre per la rubrica “Forse non tutti sanno che…”, in Messico i regali per tradizione si fanno il 6 gennaio, per l’Epifania. Sono i Re Magi a portare i regali ai bambini. Anche se ovviamente oggi la tradizione si sta perdendo e Babbo Natale sta prendendo il sopravvento.

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Andiamo a vedere una pasticceria storica dove ci sono dolci veramente spettacolari, che appagano la vista oltre che il palato, e facciamo un primo giro per il vivace mercato di Coyoacan, ma veloce perché ormai è ora di andare da Frida, ci torneremo dopo.

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Ci mettiamo diligentemente in coda (anche con la prenotazione 20 minuti – mezz’ora di coda si fanno) ed eccoci qua. C’è veramente molta gente, e noi purtroppo non abbiamo neanche molto tempo, al massimo un’ora o poco più. Qui Manuel temporaneamente ci abbandona, ma io prenderò un’audioguida e cercherò di tradurre quello che posso.
Ci introduce alla casa il grande e coloratissimo altare che è stato fatto anche qui per il Dia de Muertos e che non hanno ancora smontato.
Frida e Diego vissero qui dal 1929 al 1954, anno in cui Frida morì a 47 anni. Da vedere c’è tanto, incluse alcune opere di Frida.

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C’è ad esempio un quadro incompiuto in cui Frida ritrae la sua famiglia, un quadro che lei riprese in mano più volte, anche poco prima di morire, senza mai riuscire a concluderlo.
C’è “Frida e il cesareo”, un’altra incompiuta che Frida iniziò nel 1932 a Detroit quando era incinta di Diego; sapendo che lui non voleva figli e che c’erano rischi nel portare avanti la gravidanza, aveva tentato di abortire con medicinali e olio di ricino, ma senza successo. Allora aveva deciso di avere il bambino e i medici le avevano detto che avrebbe potuto nascere col cesareo. In quel periodo aveva iniziato questo quadro, che esprime insieme speranza e paura. Invece ebbe poi un aborto spontaneo con il quale rischiò di morire e, a seguito di questo evento tragico, abbandonò il quadro.
C’è “Il marxismo darà salute agli ammalati”, uno degli ultimi lavori che realizzò prima di morire. In quest’opera Frida dipinge una confusa scena, dove al centro si erge lei stessa, con un corpetto ed una lunga gonna verde; l’ambiente alle sue spalle è diviso in due parti: a sinistra c’è pace, rigogliosità e vita, mentre sulla destra, la terra è arida, colma di distruzione e morente. Ai lati della protagonista, si notano due stampelle che stanno cadendo e che simboleggiano la precedente cura alla quale era sottoposta Frida; oltre a questi due strumenti, ci sono due grandi mani che stanno abbracciando l’artista, e non sono altro che il simbolo del marxismo. Su una delle mani si trova un occhio, o meglio, il cosiddetto “occhio della saggezza”, che permette a Frida di godere della cura definitiva e quindi di abbandonare definitivamente le stampelle. Alle spalle dell’artista si vedono: il pianeta Terra, una colomba (simbolo di pace), il volto di Karl Marx, che con una mano sta strangolando un tacchino con il volto umano (che potrebbe essere il simbolo del capitalismo americano). Stilisticamente, nonostante la composizione sia stracolma di elementi, i dettagli sono resi con poca attenzione, lasciando intuire che il dolore fisico che caratterizzava la fase finale della vita di Frida non le abbia permesso di completare l’opera alla perfezione.
In “Viva la vida”, che è proprio l’ultima opera che realizzò prima di morire, Frida dipinge una natura morta fatta di angurie su uno sfondo azzurro, alcune intere, altre tagliate. Otto giorni prima di morire aggiunse la frase “VIVA LA VIDA”. Secondo un’altra ipotesi, il quadro sarebbe stato dipinto nel 1952 ma proprio sentendo che stava per morire Frida sentì il bisogno di inserire quella frase come un commiato dalla vita. In questo senso, il cielo mezzo illuminato e mezzo oscuro esprimerebbe la dualità vita-morte. Negli ultimi anni della sua vita, Frida dipinse molte nature morte, che ritraevano la frutta che si metteva sul comodino perché non era più in grado di alzarsi dal letto a causa delle lesioni alla colonna vertebrale sommate alla spina bifida.
C’è anche un teatro delle marionette che il padre di Frida fece costruire per lei durante la convalescenza dopo l’incidente che ha segnato la sua vita e che lei ha sempre conservato come uno dei suoi oggetti più cari; lei stessa costruiva e decorava marionette.

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La Casa Azul inizialmente era bianca e di dimensioni ridotte rispetto a come la vediamo ora: dopo aver a lungo viaggiato, a contatto con personaggi di spicco dell’alta società del tempo, sposatasi con il muralista Diego Rivera, un amore malato di tradimenti eppure così grande, Frida si trasferisce definitivamente nell’edificio nel 1940, dopo la morte dei genitori.
Si narra che scelga di far dipingere le pareti con il blu perché è un colore magico per le culture precolombiane, usato contro gli spiriti maligni; più probabile che Frida abbia attinto alle immagini del passato tipiche dell’arte popolare delle civiltà messicane, in prevalenza di tonalità azzurre.
La casa azul diventa presto un luogo di ritrovo per artisti, intellettuali e politici, tra cui Breton, Eisenstein, Gershwin e Trotsky: un piccolo microcosmo che pone le basi del cambiamento sociale di quel periodo.
Frida e Diego sono una coppia insolita, passionale e anticonformista: decidono di attuare modifiche strutturali alla casa, in modo da avere ognuno la propria autonomia, senza intaccarne il tipico stile coloniale.
Le camere da letto sono rigorosamente separate, realizzate in pietra vulcanica del Pedregal; il cortile centrale, dove Frida teneva gli animali, dai cani, alle scimmie, ai pappagalli, si arricchisce di una splendida fontana e di una piramide a gradoni, che accoglie collezioni di statuette precolombiane. L’ingresso è decorato con un mosaico in pietra naturale, opera dell’artista Mardoño Magaña.
La sala da pranzo e la cucina sono puramente messicani, colme di ceramiche, e i pavimenti di un giallo brillante. Intorno alla grande tavola gialla del comedor si sono seduti alcuni tra i più grandi artisti e intellettuali dell’epoca. Tutti venivano per Diego ma finivano inevitabilmente per innamorarsi di lei. E a lei piaceva cantare con gli ospiti canzoncine a doppio senso.
Nel 1945 viene fatto costruire lo studio di Frida, progettato per offrirle più spazio e mobilità: in questa stanza si possono vedere la sua sedia a rotelle, usata negli ultimi anni di vita, dopo l’amputazione della gamba destra, il cavalletto, le polveri dei pigmenti, le spatole e ben tre opere incompiute.
Alcune camere contengono costumi colorati, maschere, idoli e tantissimi “Judas”: mostri di cartapesta appesi al soffitto, che per tradizione si riempiono di petardi e si fanno esplodere nel Sabado de Gloria, il sabato prima di Pasqua.
Nella camera da letto “da giorno” c’è una porta verde che è quella del famoso bagno dove è stato aperto un archivio segreto che era chiuso a chiave da decenni. Diego Rivera aveva posto come condizione nel suo testamento di non aprirlo mai. Alla morte, ha lasciato tutto alla sua mecenate Dolores Olmedo che ha rispettato i suoi voleri. Quando lei se n’è andata però, il figlio ha deciso di aprirli, in occasione del centenario della nascita di Frida, e si è aperto davvero un mondo; c’era di tutto: disegni, lettere, vestiti, documenti, protesi. Molto di quel materiale è stato la base di partenza su cui è stata costruita la mostra ospitata pochi mesi fa dal MUDEC di Milano.
Tutto parla di Frida in questa casa, e del messaggio insito nelle sue opere: la sofferenza, ma la testa sempre alta e lo sguardo fiero, il suo coraggio, i suoi sogni e i suoi incubi, il suo mondo interiore.
Quattro anni dopo la sua morte, grazie all’impegno del marito, la Casa Azul è diventato un museo, realizzando il suo ultimo desiderio.
Per noi è sicuramente una degna conclusione del nostro viaggio e del nostro percorso alla scoperta dell’anima del Messico.

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Ma ci resta tempo, anche se poco, per ributtarci con Manuel nel mercato, che ha anche una parte coperta. Io ho finalmente l’opportunità di comprare due chili di guayaba che mi sono stati espressamente chiesti dalla nostra amica Giordana, che ha fatto questo viaggio l’anno scorso, per farci una delle sue deliziose marmellate. Non sarà facile portarle a casa, perché non so come supereranno il lungo viaggio nello zaino nella stiva di due aerei, ma ci proviamo.
È al mercato di Coyoacan che, in un locale molto popolare, facciamo l’ultimo pranzo. Per le ragazze pollo ripieno con mole, per me chicharrones de cerdo (pezzetti di pelle e carne di maiale fritti) in salsa verde (ovviamente, piccante).
Dopo di che dobbiamo veramente partire in direzione aeroporto. Manuel, con un piccolo sovrapprezzo, si è offerto di accompagnarci e allora ne approfittiamo. Il traffico, per fortuna, è piuttosto scorrevole. Chiacchierando adesso in maniere più rilassata, Manuel non si dimostra così ottimista come mamma Priscilla sul futuro del Messico sotto la presidenza Lopez Obrador. Del resto, non è davvero facile essere ottimisti, anche per i nomi che circolano come possibili membri del nuovo governo.
Sarebbe anche il momento di tirare le somme di questo viaggio e concludere il racconto. Ogni corrido, normalmente, dovrebbe avere una morale finale. Ma non è facile, un viaggio così ti lascia un impasto di sensazioni, voci, colori, odori, sapori forti che è molto difficile far capire a chi non l’ha vissuto, figuriamoci condensarlo in poche parole. La morale, se ce ne deve essere una, non può che essere quella che emerge dagli incontri con le comunità indigene, zapatiste e non: che se ci si unisce, ci si organizza e ci si batte per i propri diritti con coraggio e dignità si ottiene sicuramente qualcosa di importante. Se lo fai sai che è un cammino lungo, probabilmente la vittoria non la vedrai tu, forse la vedranno i tuoi figli, forse nemmeno loro. Ma è quello il cammino.
Non voglio aggiungere altre parole io, che sarebbero inutili. Ho pensato che forse è meglio chiudere con un vero corrido, che contiene più o meno questo messaggio e che è stato scritto da un uomo che in queste cose ci credeva, le cantava ed è stato disposto a sacrificare la vita per non tacere davanti alle ingiustizie. Un uomo che si chiamava Victor Jara e che ha dedicato questo corrido, intitolato Juan sin tierra, a un altro uomo che ha dato la vita per quello in cui credeva: proprio lui, Emiliano Zapata. Come scandiscono gli zapatisti in marcia: Zapata vive vive, la lucha sigue sigue!

Juan sin tierra – Victor Jara

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Grazie di cuore a Radio Popolare, a ViaggieMiraggi, ad Andrea Cegna senza il quale questo viaggio non si sarebbe mai potuto fare, alle nostre impareggiabili guide “indigene” Betty e Roberto, a Giulio, a Giovanni Gianfranco Candida al quale (con il suo permesso) ho rubacchiato qualche foto, a tutte le compagne e tutti i compagni di un altro viaggio indimenticabile.