Volando con le Mariposas – Seconda parte

Viaggio in Sardegna tra Marmilla, Campidano di Oristano (Penisola del Sinis) e Guilcer con Radio Popolare e ViaggieMiraggi sulle note del Dromos Festival

Seconda parte: Cabras, il Sinis e il Guilcer

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Domenica 5 agosto 2018: Terzo giorno – I giganti di Mont’e Prama e le antiche pietre di Tharros

Ultima colazione da Michele Cuscusa: il clima è come sempre allegro e ciarliero ma ci dispiace andare via, ci mancheranno le impareggiabili colazioni di Michele e anche i suoi racconti.
Oggi quello che si racconta è il Michele movimentista: lui ha fatto e fa parte del movimento dei pastori sardi. Dice che si sono dovuti autorganizzare perché il sindacato, ormai, fa solo consulenza: pensa a fare le cose che rendono, e non a difendere realmente gli interessi e i diritti dei lavoratori. Ricorda i blocchi stradali, e le varie volte in cui è stato schedato.
Noi sardi siamo un popolo di pastori, dice Michele, non di pescatori. Sì, ci sono anche i pescatori, ma… e fa un’espressione come per dire: non contano, non sono la vera Sardegna, quella profonda. È per questo che anche la cucina sarda, a ben guardare, è più una cucina di terra che di mare. Quello dei pastori è un mondo antico, fatto di lavoro duro senza sosta, di orgoglio, di attaccamento alla propria terra e alla tradizione. Ma in tutto questo rientrano, apparentemente senza stonare, senza guastarne l’armonia, dei guizzi di modernità difficilmente immaginabili. Ad esempio, abbiamo scoperto che non si usa più marchiare le pecore o pinzarne le orecchie. Ora si fa ingoiare all’animale un bolo che rimane nello stomaco, così la pecora diventa “microchippata” e la si può identificare con un apposito lettore di codici.
Nel frattempo, Diletta sta trattando gli ultimi dettagli per l’acquisto e la spedizione di dieci bottiglie di vino, riuscendo a ottenere anche un pacco di fregola in regalo. Lei è una che di enogastronomia se ne intende, si capisce subito. Un po’ perché la sua terra, l’Umbria, è tra le più ricche in Italia da questo punto di vista, e un po’ perché le capita di occuparsene anche per lavoro: è laureata in scienze politiche indirizzo Relazioni internazionali, specializzata in diritto dell’Unione Europea, e si occupa di consulenza sui fondi europei, diretti e indiretti. Ma soprattutto si è dichiarata fin da subito una mangiona, e devo dire che sta tenendo fede a questa sua dichiarazione, che era anche… programmatica, per quello che riguarda questi giorni. Senza, peraltro, che il suo invidiabile fisico ne risenta. È vero che è talmente alta che, come dire, ha modo di distribuire quello che immagazzina. Starle vicino è imbarazzante, soprattutto per noi… diversamente alti. Praticamente una sua gamba è lunga come me, grosso modo…

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Ma, insomma, anche se un po’ a malincuore dobbiamo andare. Le colline e i boschi della Marmilla sono piacevolissimi e ci resteranno nel cuore, ma ci aspetta il mare cristallino di Cabras e della penisola del Sinis.
Partiamo con Silvia alla guida del pullmino e con il reggae degli Arrokibi Roots, il gruppo dove fino a poco tempo fa suonava il fidanzato musicista-ingegnere di Gegia, a farci da colonna sonora. E così siamo sicuri anche di prendere “The Right Directions”… ascoltatevene un pezzetto anche voi, non sono niente male.

Arrokibi Roots – Right Directions

Per quanto, ad indicarci la strada, c’è la macchina di Lalli, anche se ogni tanto corre un po’ troppo per le possibilità del povero pullmino.
Arriviamo a Cabras e, sia pure con qualche difficoltà legata alla viabilità (le strade sono strette, quasi tutte a senso unico, e in alcune col pullmino non si passa o non si riesce a girare), ci sistemiamo tutti nei nostri B&B. Qui ci dovremo dividere in tre posti diversi: uno di questi è una casa antica ristrutturata, molto suggestiva, dove è stato girato recentemente anche un film (Figlia mia, di Laura Bispuri, con Valeria Golino e Alba Rohrwacher). Io sarò alla “Locanda” con Antonella e Umberto; anche il nostro B&B è carino e confortevole, e Giorgia, la padrona di casa, è molto gentile.
Cabras sorge sulle sponde della vasta laguna omonima; l’abitato di origine medioevale possedeva un castello dei signori d’Arborea, di cui permangono scarsi resti sul bordo dello stagno, dietro la cinque-seicentesca Chiesa di Santa Maria. Il paese, popolato da circa 9.000 abitanti, è dalla notte dei tempi vocato alla pesca ed è noto anche per la produzione di ottimi vini, tra cui la Vernaccia.

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A Cabras, la prima cosa che dobbiamo fare è visitare il museo civico Giovanni Marongiu, inaugurato nel 1997, che ospita un’ampia raccolta di reperti archeologici che ci consentono di ripercorrere la millenaria storia della penisola del Sinis, la vasta regione che con il capo San Marco delimita a nord-ovest il golfo di Oristano.
L’esposizione museale si articola in diverse sezioni. La prima è dedicata alla località di Cuccuru is Arrius, sita lungo la sponda meridionale dello stagno di Cabras, dove recenti scavi hanno evidenziato fasi di frequentazione particolarmente intense in età preistorica e protostorica. La seconda è riservata all’antica città di Tharros, fondata dai Fenici all’estremità meridionale della penisola e fiorente centro urbano anche nelle successive età punica e romana. Tharros la visiteremo poi nel pomeriggio.
Nel 2014 è stata aggiunta una nuova sezione dedicata ai Giganti di Mont’e Prama, considerati le prime sculture a tutto tondo del Mediterraneo: statue megalitiche dalla forma umana con occhi concentrici e dalla genesi sconosciuta. È questa la sezione del museo che ci interessa di più e sulla quale ci concentreremo, con l’aiuto di una guida.
La necropoli di Mont’e Prama (Monte della Palma) si trova alla base del colle omonimo, a una distanza di circa 2 km dallo stagno di Cabras. La scoperta del sito avvenne casualmente nel marzo del 1974 ad opera di contadini che eseguivano lavori agricoli. Seguirono diversi interventi di scavo e di recupero, tra il 1975 e il 1979, condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Cagliari e Oristano e dall’Università degli Studi di Cagliari. La prima campagna di scavo fu condotta nel 1975 e consentì di individuare una decina di sepolture a cista litica quadrangolare e altre a pozzetto circolare, alcune delle quali associate a materiali ceramici nuragici.
Con il secondo intervento, condotto tra il 1977 e il 1979, vennero individuate altre trenta tombe allineate su un unico filare da sud a nord, più altre tre poste ad est delle precedenti; immediatamente a ridosso delle tombe fu riconosciuto un tratto di strada cerimoniale con lo stesso orientamento. Le sepolture, scavate nel terreno, sono del tipo a pozzetto subcilindrico, con un diametro da 60 a 70 cm e una profondità dai 70 agli 80; queste erano coperte da lastroni quadrangolari di arenaria gessosa. Gli individui sepolti, in posizione seduta o inginocchiata, appartengono ad entrambi i sessi e sono tutti in età adulta. La posizione è stata dedotta dal ritrovamento delle ossa del cranio all’interno della cavità dove si trovavano le viscere. Le tombe scavate con il secondo intervento erano del tutto prive di corredo, ad eccezione di una che ha restituito uno scaraboide egittizzante di incerta attribuzione. Queste erano ricoperte da un accumulo di materiali scultorei in cui erano compresi 5178 frammenti di statue maschili e di altri elementi scultorei in calcare arenaceo. Tali materiali, recentemente restaurati nel Centro di Conservazione e Restauro di Li Punti (Sassari), sono pertinenti a statue maschili, modelli di nuraghe e betili (personificazioni della divinità). Le 28 statue finora identificate, tutte frammentarie, rappresentano 16 pugilatori, 5 arcieri e 5 guerrieri. I pugilatori indossano un gonnellino e sono a torso nudo; proteggono la testa con uno scudo tenuto dalla mano sinistra posta alla sommità del capo, mentre la mano destra, protetta da un guanto, regge l’altro lato dello scudo. Gli arcieri, che indossano una corta tunica e una protezione sul petto, hanno un elmo a due corna sulla testa da cui spuntano lunghe trecce; il braccio sinistro, protetto da una guaina e da un guanto, tiene un arco. Il braccio destro ha avambraccio e mano protesi in avanti. Le gambe sono protette da schinieri. La presenza di frammenti non riconducibili alle iconografie descritte ha suggerito la possibilità che vi siano altre figure di guerriero tra cui quella connotata dalla presenza dello scudo. Quasi certamente il modello di riferimento furono i bronzetti, piccole statuine in bronzo dei quali le statue in pietra riprendono abbastanza fedelmente i personaggi e gli stilemi. Allo stato attuale degli studi sulla civiltà nuragica, si ritiene che la necropoli di Mont’e Prama possa aver costituito lo spazio funerario riservato ad un gruppo familiare dominante nella società nuragica della Prima età del Ferro.
Per quasi quarant’anni, ci racconta la guida, tutto il materiale recuperato è rimasto di nuovo sepolto e quasi dimenticato in uno scantinato del Museo Archeologico di Cagliari. Poi però è stato varato il progetto “Sistema Museale di Mont’e Prama”, che prevede due fasi espositive, una temporanea, inaugurata il 22 marzo 2014, e una definitiva, che prevede l’ampliamento del Museo di Cabras per poter riunire il complesso statuario in un’unica sede museale.
L’esposizione temporanea si sviluppa su due poli espositivi, il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, in cui si offre la lettura delle statue all’interno del disegno complessivo dell’archeologia sarda e mediterranea, e il Museo Civico di Cabras, in cui invece vengono approfonditi il contesto della scoperta, il luogo e le condizioni di rinvenimento, all’interno di un percorso che attraversa tutta l’archeologia del Sinis.
Nel Museo di Cabras, in particolare, è esposta una selezione di statue maschili, sei in totale (tre pugilatori, due arcieri e un guerriero), oltre che quattro modellini di nuraghe.
All’esterno del museo, nel cortile, si trova la riproduzione, a grandezza… naturale, quindi molto più grande dell’originale, di una statuina femminile della Dea Madre, di epoca neolitica, ritrovata a Cuccuru is Arrius.
La guida ci racconta anche, con orgoglio, che il museo ha vinto un importante premio internazionale battendo addirittura Stonehenge.

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Stefania mi fa notare che c’è una curiosa somiglianza tra i giganti e il robot di Star Wars… sapete, C-3PO… insomma, lui:

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Questo potrebbe accreditare l’ipotesi dei nuraghi porte cosmiche… c’è da pensarci su.

Lasciamo il museo per dirigerci verso la spiaggia di San Giovanni di Sinis. L’archeologia ci affascina, ma ora c’è anche un po’ di voglia di vedere finalmente questo mare, e di fare un tuffo rinfrescante. Questa mattina siamo partiti con il costume sotto ed è giunto il momento di usarlo… o quasi. Dato che nel frattempo s’è fatta l’ora di pranzo, ci concediamo prima uno spuntino in un bar nei pressi della spiaggia. Spuntino abbondante a dire il vero, a base di insalatone, patatine e birra gelata.
È durante questa pausa che scopro qualcosa che per me è sensazionale: Antonella e Umberto hanno un gatto che si chiama Lopez! L’associazione mi viene istantanea. “Ma… Lopez come Gato Lopez? La canzone degli Ska-p?” – chiedo – e Antonella mi conferma che sì, è proprio per quello. Ovviamente il nome è stato scelto dai loro figli, lei e Umberto hanno un’idea abbastanza vaga del perché, ormai lo hanno accettato come una cosa normale. Be’, per chi non lo sapesse, gli Ska-p sono una leggendaria band di ska-punk, che ormai si è sciolta da qualche anno e che veniva dagli ambienti dei centri sociali e dalla periferia sudest di Madrid, Vallecas per la precisione. Gato Lopez, un pezzo del primo disco, a metà degli anni ’90, è per loro un brano fortemente simbolico, da cui è nato anche il logo che hanno poi utilizzato per tutta la loro carriera. Loro sono naturalmente una band di estrema sinistra e Gato Lopez è un gatto operaio, un randagio tosto che si contrappone ai gatti dei padroni e dei borghesi, agli “aristogatti” insomma, che è perennemente in cerca un po’ di cibo nella spazzatura e perennemente inseguito da “perros policia”, cani poliziotto. Perché lui “desde cachorrito ya bailaba ska”, già da cucciolotto ballava lo ska, e soprattutto “no està adomesticado, ama la libertad!” (qui non serve traduzione). Praticamente, è questo micetto qua:

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Insomma, è stupendo: forse si è capito, ma gli Ska-p quando ero giovane (sob) sono stati tra i miei idoli musical-politici e non pensavo che avrei mai trovato un gatto che si chiama davvero Lopez. Ma è anche da queste cose che si capisce che è un gruppo di Radio Popolare…Non è male anche scoprire che Gato Lopez rappresenta qualcosa anche per i figli di Antonella e Umberto, che sono decisamente molto più giovani di me.
Rinfrancato da questa scoperta, mi avvio con il gruppo verso la spiaggia. Il tempo oggi non è eccezionale, a tratti il sole si copre, ma anche questo non è male per chi ha la pelle chiara come me. Io ho bisogno di espormi in modo molto graduale e di usare per le parti più sensibili come minimo una protezione 30, se no vado incontro a scottature epocali. E quindi qui, avendo solo tre giorni di mare, mi incremerò per bene le parti che finora quest’estate non ho mai esposto, ben sapendo e dando per scontato che tornerò a casa con la più classica delle abbronzature da muratore.
Tra l’altro devo dire che a livello di pelle c’è chi è messo peggio di me: per non fare nomi Stefania, la psichiatra del gruppo, che è una grande arrampicatrice (non sociale, però, eh?) ma è poco avvezza alla vita da spiaggia, tant’è vero che non è riuscita a imparare a nuotare neanche facendo il corso con la terza età (parole sue, spero che mi perdonerà…). Per completezza d’informazione, lei sostiene di possedere la verità su questo argomento: sono sbagliati quelli che nuotano, non quelli che vanno a fondo, giacché tutta l’evoluzione di noi umani procede dall’acqua a fuori dall’acqua; per cui gli umani che non sanno nuotare sono quelli più avanti nella scala evolutiva. È una teoria affascinante. Ma, per dirla tutta, neanche Diletta sa nuotare, anche se poi durante il viaggio l’ho vista fare progressi…
Comunque la spiaggia è decisamente bella e tranquilla, è libera e di gente non ce n’è tantissima. Abbiamo la possibilità di piantare tranquillamente i nostri ombrelloni e di goderci un primo bagnetto: l’acqua è una favola, pulita e a temperatura perfetta.
Verso le 17 veniamo via, perché di sole praticamente non se ne vede più ma soprattutto perché abbiamo programmato, nel tardo pomeriggio per evitare di farla con il sole a picco, la visita del sito archeologico di Tharros.

Le ragazze ci devono temporaneamente abbandonare perché devono andare a prendere Roberta, la cugina di Silvia, che vive a Firenze ma che ogni estate viene in Sardegna e che si unirà al gruppo da questa sera.
In loro assenza, per acclamazione viene eletta vice-guida, cioè vice-mariposa, Diletta, che ha varie caratteristiche che ben si adattano al ruolo: la si segue facilmente, vista la statura, senza neanche bisogno dell’ombrellino da guida (anche se, per lo stesso motivo, ogni tanto tende ad allungare il passo fino a una falcata che per noi non è neanche avvicinabile); ha una bella parlantina ed è preparata, se non altro conosce il programma di viaggio meglio della media del gruppo, me compreso, ma non solo questo.
Lei è contenta e anche piuttosto compresa nel ruolo, anche se un po’ si schermisce con una battuta molto divertente: “Io sto ancora studiando da farfalla, al massimo potrei essere un bruco”. Come bruco è il bruco più lungo che abbia mai visto, però l’immagine funziona e da quel momento diventa “Diletta la bruchetta”.
Guidati quindi dalla nostra bruchetta, ci avviamo verso la biglietteria del sito archeologico, dove però ci informano che la prossima visita guidata è prevista per le 18.30. Decidiamo quindi di fare un piccolo cambio di programma e di andare a vedere prima la torre di San Giovanni.
Tra il XVI e il XVII secolo, su iniziativa della Corona di Spagna, furono costruite lungo il litorale del Sinis di Cabras le torri di San Giovanni, di Torre Vecchia (o di San Marco) e del Sevo (Turr’e Seu). Come le altre torri costiere sarde, esse furono edificate per proteggere le popolazioni locali dalle incursioni dei pirati e dei corsari barbareschi provenienti dal vicino Nord-Africa. La torre di S. Giovanni, così denominata per essere vicina alla chiesa di San Giovanni di Sinis, fu costruita tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo sulla sommità dell’altura (50 m s.l.m.) che sovrasta l’area archeologica di Tharros. Di notevoli dimensioni e con ampio dominio visivo sul Golfo di Oristano e verso il mare aperto, era armata con cannoni e spingarde e presidiata da una guarnigione composta da un alcaide, un artigliere e quattro soldati. La torre fu costruita, si suppone, sui resti di un nuraghe monotorre e di una torre punica, con pietre di spoglio della città di Tharros; essa si compone di due corpi cilindrici sovrapposti con un diametro di base di 14 m e un’altezza complessiva di 15 m. L’ingresso si apre ad una quota di circa 8 m da terra, raggiungibile oggi tramite un vano scala esterno realizzato nell’Ottocento; un’ampia sala circolare voltata a cupola, illuminata dall’alto tramite un lucernario, presenta sul pavimento una botola che permetteva l’accesso alla cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, mentre intorno si collocano il caminetto e il locale della “santabarbara”. Dalla terrazza, accessibile tramite una scala interna, si gode una magnifica vista su Capo San Marco. L’edificio è stato restaurato tra il 1987 ed il 1990.

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E ci accingiamo quindi alla visita dell’importantissimo sito archeologico di Tharros, con la nostra guida, il simpaticissimo Renzo.
La città di Tharros, ubicata all’estremità meridionale della Penisola del Sinis, venne fondata alla fine dell’VIII sec. a.C. o nel VII da genti fenicie in un’area già frequentata in età nuragica. Su una delle tre colline su cui sorge la città, la più settentrionale, nota con il nome di Su Murru Mannu (in sardo “grande muso”), è visibile ancora oggi un importante villaggio protostorico (età del Bronzo medio-recente) che doveva essere già abbandonato al momento dell’arrivo dei Fenici. I resti di un monumento nuragico sono stati riconosciuti alla base della torre spagnola del colle di S. Giovanni; altri due nuraghi si trovano sul Capo S. Marco, uno nella parte più alta del promontorio, l’altro presso l’insenatura di Sa Naedda.
L’arrivo dei Fenici dall’attuale Libano-Siria, nell’VIII secolo a.C., e la fondazione della città su un’area al riparo dai forti venti occidentali coincidono con un momento di straordinaria attività coloniale da parte dalle genti levantine in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo. Tharros era, per i Fenici che erano grandi navigatori, un approdo doppiamente strategico. Ci hanno spiegato che il golfo di Oristano è un tratto di mare molto protetto e quindi molto calmo con il vento prevalente, che come si sa qui è il maestrale. Così calmo che nella tradizione viene chiamato addirittura “Mar morto”. Ma se il vento soffia nella direzione opposta, da scirocco o da levante, ecco che il golfo può essere agitato, e calmo il mare aperto. Qui a Tharros, data la sua posizione sul capo, erano possibili due approdi: col vento dominante di maestrale si approdava nel golfo “a mar morto”, ma col vento da direzione contraria si poteva approdare sull’altro lato, “a mare vivo”, che in quel caso si appiattisce come fosse mar morto. I Fenici sapevano navigare anche di notte, orientandosi con la stella polare che infatti i greci chiamano “stella fenicia”.
I Fenici erano anche un grande popolo di commercianti. Un’altra ragione che li trattenne qui era l’opportunità di scambi con le popolazioni autoctone nuragiche che già abitavano questo territorio. Cercavano materie prime, soprattutto metalli come ferro e argento.
Non conosciamo tuttavia l’esatta ubicazione dell’abitato fenicio, che certo non doveva avere carattere di monumentalità, mentre abbiamo alcune testimonianze di ambito funerario e votivo. Fin da questo periodo sono in uso contemporaneamente due necropoli, ubicate a una distanza di qualche chilometro l’una dall’altra: quella più nota è posta sul Capo S. Marco, l’altra, mai indagata in maniera sistematica, si trova oggi all’interno del villaggio moderno di S. Giovanni di Sinis.
Quanto all’ambito del sacro, si possono ricordare i materiali più antichi rinvenuti nel tofet, il tipico santuario fenicio-punico a cielo aperto, circondato da un recinto sacro e contenente le urne, con i resti incinerati dei bambini morti in tenerissima età e degli animali sacrificati, e le stele in pietra con il simbolo o l’immagine della divinità posta su un trono o all’interno di un tempietto in miniatura. Ancora si discute sulla natura del santuario tofet (la parola è di origine ebraica), se luogo di sacrificio dei fanciulli in offerta alla divinità o, più probabilmente, necropoli destinata ai bambini nati morti o a quelli deceduti prematuramente prima di aver subito un rito di passaggio e dunque di essere stati accolti nella comunità degli adulti. Gli storici sono divisi, ma alcuni sottolineano che le fonti che accreditano la teoria del sacrificio dei bambini sono storici greci e romani, cioè di due popoli storicamente nemici dei fenici e dei punici, per cui potrebbe trattarsi in realtà di una storiografia influenzata da una propaganda ante litteram.
Nella seconda metà del VI secolo, momento di grandi cambiamenti non solo in Sardegna per il prevalere della politica espansionistica di Cartagine, Tharros non sfugge al controllo da parte della metropoli africana. Ad età punica deve riferirsi la monumentalizzazione della città il cui centro viene ora a trovarsi sul versante orientale della collina di S. Giovanni. Nel periodo compreso tra la fine del VI secolo e il 238 a.C., anno della conquista romana dell’isola, vengono costruiti numerosi edifici che ancora in parte si conservano sotto quelli di età successiva.
Il tofet, che viene ora compreso all’interno dello spazio fortificato, continua la sua attività, subendo varie risistemazioni dovute anche al saturarsi degli spazi per l’alto numero delle deposizioni (si sono recuperate circa 5000 urne e oltre 300 stele). Da notare che nell’area immediatamente ad ovest del santuario, nello spazio compreso tra questo e le mura, si impianta, verosimilmente alla fine del V sec. a.C., un importante quartiere artigianale specializzato nella lavorazione del ferro.
Ad età punica sono da riferire alcuni tra i più importanti luoghi di culto di Tharros, tra cui il cosiddetto tempio monumentale o “tempio delle semicolonne doriche”, una struttura in parte risparmiata nel bancone naturale di roccia, in parte costruita con grossi blocchi squadrati. Tale monumento, in gran parte smontato in età primo-imperiale, doveva essere costituito da una grande piattaforma gradonata al culmine della quale doveva ergersi un tempietto o un altare.
A partire dalla conquista romana dell’isola, avvenuta nel 238 a.C., inizia un processo di profondo cambiamento che ebbe compimento solo in età romano-imperiale. Ad età repubblicana viene attribuita la risistemazione delle fortificazioni di Su Murru Mannu. Per quanto riguarda gli edifici di culto, va segnalato il cosiddetto “tempietto K”, attribuito al II secolo a.C. che, pur rifacendosi a schemi architettonici tipicamente italici, conserva alcuni elementi di tradizione punica.
Nella successiva età imperiale la città si trasforma notevolmente. Viene effettuata una imponente risistemazione urbanistica che prevede l’organizzazione secondo schemi ortogonali del quartiere di Su Murru Mannu; attorno al II secolo d.C. le strade vengono dotate di una pavimentazione in basalto e viene realizzato un sistema fognario molto articolato per lo smaltimento delle acque bianche. Vengono edificati numerosi edifici pubblici monumentali, tra cui tre impianti termali, ubicati nella parte centrale della città, a poca distanza l’uno dall’altro. Tali edifici, realizzati in laterizi, erano dotati di spogliatoi, ambienti riscaldati artificialmente e altri in cui potevano farsi dei bagni freddi, in vari casi decorati con mosaici policromi. Ancora ad età imperiale deve attribuirsi l’acquedotto, i cui resti sono in parte visibili lungo la strada moderna che conduce agli scavi; a questo viene connesso il cosiddetto castellum aquae, un grande edificio posto al centro della città, all’incrocio tra le due principali arterie stradali. La struttura, di pianta quasi quadrata, con all’interno otto pilastri delimitanti tre navate, pareti prive di aperture verso l’esterno e con tracce di malte idrauliche, viene generalmente interpretata come deposito dell’acqua portata a Tharros dall’acquedotto; davanti ad essa sono stati riconosciuti i resti di una fontana monumentale.
In età paleocristiana e altomedievale le principali strutture pubbliche romane subiscono delle modifiche; in particolare le terme vengono annesse ad un complesso cultuale cristiano o cambiano comunque d’uso.

Il continuo spoglio delle strutture antiche, perpetrato per secoli, ha notevolmente pregiudicato la ricostruzione di questa fase tarda della storia del centro. Sappiamo di una lenta decadenza, dovuta anche alle incursioni dei Saraceni, e di un progressivo spopolamento. Fino al 1000 Tharros mantenne un ruolo di preminenza rispetto ai paesi vicini, poi, con le continue incursioni dei Saraceni, gli abitanti furono costretti a spostarsi verso l’interno. La costruzione del nuovo centro avvenne con l’ausilio dei materiali del vecchio insediamento, come anche nei secoli successivi Tharros fu costantemente soggetta alla spoliazione delle sue antiche pietre. Questo fatto è rimasto nella cultura locale fino al giorno d’oggi. Lo scopriamo grazie a un piccolo quiz del nostro Renzo che, dopo essersi accertato che non ci siano sardi tra noi, ci chiede di provare a tradurre l’espressione sarda “Portant de Tharros sa perda a carros”. Io ci provo e vado anche parecchio vicino alla soluzione giusta, dicendo “Da Tharros si portano via la preda coi carri”. Ma sono stato tratto in inganno dalla parola perda: io ho pensato alla preda, nel senso di bottino, che aveva comunque un senso. In realtà significa pietra, quindi “Da Tharros si portano via la pietra coi carri”, cioè a dire “a carrettate”. Renzo mi fa lo stesso i complimenti, dicendo che si trattava comunque di una buona traduzione letterale. “È sicuro che non ha origini sarde?” – mi fa. Ma io rispondo di no, che non ne ho. Probabilmente parlare spagnolo aiuta, con il sardo, ma comunque era abbastanza intuibile. Insomma, diciamo che ho fatto la mia porca figura…
E quindi direi che, visto anche che è una giornata dove c’è stata molta archeologia, è giusto che perda = pietra sia la parola sarda del giorno.
Già dal XVII sec. le necropoli di Tharros erano meta di cercatori di tesori, attirati dalla ricchezza dei corredi funerari. Fu però nel corso dell’Ottocento che si compì l’esplorazione e lo scavo delle aree necropolari, soprattutto con interventi non scientifici che determinarono la distruzione di parte delle tombe e la dispersione dei materiali.
Tanta era la fama della necropoli che perfino il Re Carlo Alberto e suo figlio Vittorio Emanuele nell’aprile del 1841 presenziarono e parteciparono allo scavo di alcune sepolture.
Solo nel 1850, però, fu condotta la prima indagine scientifica ad opera del Canonico Giovanni Spano, prontamente pubblicata nelle Notizie sull’antica città di Tharros. L’intervento effettuato nell’anno successivo dall’inglese Lord Vernon, che partì da Tharros con il prezioso contenuto di oltre quattordici tombe a camera inviolate, scatenò quella sorta di «caccia all’oro» che vide circa cinquecento uomini di Cabras e dei paesi vicini operare uno dei più grandi saccheggi che la necropoli mai conobbe; per tre settimane, alla disperata ricerca di gioielli e suppellettili varie, questi uomini, scavando giorno e notte, depredarono più di cento tombe, contribuendo alla dispersione dei corredi in numerosissime collezioni pubbliche e private.
Negli anni successivi, così come anche era avvenuto in precedenza, continuò l’opera di saccheggio sistematico da parte di cercatori occasionali che contribuirono ulteriormente alla dispersione dei corredi.
Dopo la fortunata stagione degli scavi ottocenteschi, effettuati principalmente nella necropoli meridionale, Tharros per oltre un cinquantennio non conobbe ricerche regolari. È probabile però che scavi clandestini siano continuati soprattutto nelle sue necropoli, benché non se ne abbia notizia ufficiale.
La ripresa delle indagini, avvenuta nel 1956, si deve alla pervicace volontà dell’allora Soprintendente Gennaro Pesce che, con fondi della Cassa per il Mezzogiorno, poté scavare per lunghi periodi, dal 1956 al 1964, ampi tratti della città. La scelta del Pesce ricadde infatti non sulla necropoli meridionale, che appariva ormai irrimediabilmente compromessa e devastata, ma sull’abitato punico-romano che, grazie alla presenza di strutture affioranti in superficie, venne correttamente individuato sul versante orientale del colle di S. Giovanni. E da lì gli scavi, in diverse fasi, sono andati avanti fino al giorno d’oggi.
L’abitato della città punico-romana di Tharros si sviluppa sul versante orientale del Colle di S. Giovanni e sull’altura di Murru Mannu, quest’ultima indagata solo in minima parte.
Per quanto riguarda la prima area, il lungo utilizzo, lo spoglio che ha interessato la città da epoca medievale e la mancanza di dati di scavo impediscono di datare in maniera puntuale le strutture che si sviluppano senza soluzione di continuità lungo tutto il versante orientale del colle. I quartieri di San Giovanni, verosimilmente di origine punica, si dispongono su terrazzamenti digradanti scavati nel banco di arenaria affiorante.
I pavimenti erano costituiti da semplici battuti in terra o erano rivestiti in cocciopesto (calce, inerti e piccoli frammenti ceramici); le coperture erano piane e realizzate con elementi vegetali (travi lignee, canne, frasche). L’approvvigionamento idrico era assicurato dalla presenza di cisterne a “bagnarola”, vale a dire di forma allungata con i lati corti arrotondati, coperte con lastre poste in orizzontale o contrapposte (“a schiena d’asino”); tali cisterne sono tipiche del mondo punico, ma continuano ad essere realizzate ed utilizzate anche in età successiva.
L’impianto viario risulta assai irregolare, probabilmente perché di tipo punico; le strade in tale epoca sono a fondo naturale rappresentato dalla roccia affiorante; questa talvolta era segnata dai solchi prodotti dal passaggio dei carri. Alcuni di questi solchi sono ben visibili ancora oggi.
In età imperiale l’abitato subisce interventi di urbanizzazione importanti che prevedono anche l’impianto di un efficace sistema fognario scavato al di sotto del piano stradale in cui confluivano le acque reflue sia degli edifici pubblici che di quelli privati, scaricando poi a mare. Nella stessa epoca le strade irregolari a fondo naturale di epoca punica vengono lastricate in pietra vulcanica nera (basalto).
Nel quartiere di Murru Mannu, urbanizzato probabilmente in età romana, le strade si sviluppano con un impianto ortogonale, vale a dire si intersecano ad angolo retto, delimitando così isolati di forma regolare. La strada più importante di tale settore, denominata cardo maximus, è stata interpretata come via cerimoniale in quanto non presenta traccia di solchi carrai; su di essa si aprivano numerosi edifici privati, alcuni dei quali probabilmente destinati ad accogliere botteghe artigianali.
Il Tempio delle semicolonne doriche è il principale edificio di culto punico, ubicato al centro della città. La caratteristica principale del tempio, detto “monumentale” per la sua imponenza, è il fatto di essere costituito da una rampa gradonata non costruita, ma risparmiata nel bancone di arenaria. La roccia affiorante, infatti, appare tagliata in maniera tale da far risaltare la struttura al centro di uno spazio ribassato, circondato da un muro costruito con grandi blocchi squadrati.
Per la struttura sono state ipotizzate tre fasi di vita. Nella prima, di età arcaica, l’area sacra doveva comprendere un roccione di forma irregolare, con numerosi fori, interpretati in relazione ad offerte votive e rituali. Nella seconda fase, datata invece tra il IV e il III sec. a.C., il roccione originario sarebbe stato regolarizzato in forma di parallelepipedo con la parte più alta decorata su tre lati da semicolonne doriche e lesene (semipilastri) a rilievo. Le semicolonne e le lesene dovevano essere sormontate in origine rispettivamente da semicapitelli dorici ed eolico-ciprioti, scolpiti su blocchi di arenaria poggiati sul basamento, tutti trovati fuori posto. Al di sopra della struttura è stata ipotizzata la presenza di una cappella ospitante il simulacro divino, oppure di un semplice altare.
In una terza fase, infine, il tempio punico venne obliterato con un vespaio in calce e pietrisco su cui si impostò il pavimento di un nuovo santuario romano con un tempietto poggiante sul basamento quadrato costituito da blocchi prelevati dal tempio precedente, ancor oggi visibile a est del basamento punico. A questa fase viene riferita la costruzione di una grande cisterna posta lungo il lato meridionale del monumento punico.
La struttura del Tempio tetrastilo (con 4 colonne), messa in luce da G. Pesce negli anni Cinquanta, venne impiantata probabilmente nel I sec. a.C. su una potente colmata che sigillò strutture preesistenti. Del tempio si conserva parte del basamento rettangolare in blocchi squadrati di arenaria su cui si sviluppava il resto dell’edificio. Subito dopo lo scavo, per fini puramente turistici, vennero ricostruite due delle colonne del pronao e su una di queste venne collocato un capitello di ordine corinzio-italico appartenente al tempio.
Le terme, in alcune parti assai mal conservate, comprendevano uno spogliatoio (apodyterium), tre vani riscaldati (due calidaria e un tepidarium), due praefurnia (fornaci per il riscaldamento dei vani) e vari ambienti di servizio.
C’è anche l’anfiteatro dove domani sera si terrà il concerto, molto atteso, dell’artista maliana Fatoumata Diawara.

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Terminata la visita a Tharros, torniamo verso Cabras per concederci una doccia e/o un riposino pre-cena. Oggi abbiamo saltato la siesta pomeridiana, quindi una pausa è d’obbligo. Dopo di che, potremmo andare alla fiera del calamaro fritto, che c’è questa sera in Piazza Stagno, nel pieno centro di Cabras, e che propone anche musica popolare sarda. La maggioranza di noi preferisce però una bella cena tranquilla, gambe sotto il tavolo come si dice, e con un menù più vario, quindi optiamo per il ristorante Leopardi. È l’occasione anche per conoscere Roberta, la cugina di Silvia, che da questa sera sarà con noi per questi giorni tra Cabras e il Sinis. Lei vive a Firenze, ma almeno per metà le sue origini sono in Marmilla, nel paese di Silvia, che è Simala, vicino a Mogoro.
Il menù proposto è indubbiamente allettante, e il cibo tutto di qualità: si parte con un bel giro di antipasti di pesce (suggerito proprio da Roberta), che comprende tra l’altro bottarga, muggine, anguille e burrida (esistono diverse varianti di burrida in Sardegna, ma la nostra è quella tipica di Cabras, a base di ali di razza, passata di pomodoro, limone, prezzemolo, aglio e basilico). Poi sui primi ci dividiamo: io mi oriento sulla fregola con i frutti di mare. E per finire, come dolce, un’altra tipica delizia sarda: la seada, che è un “raviolone” di pasta sfoglia di semola, ripiena di pecorino, fritta e guarnita con zucchero o (come nel nostro caso) miele.

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Anche stasera la chiacchiera è piacevole, il cibo pure, e così tiriamo tardi e non c’è più tempo di fare un salto alla fiera del calamaro fritto. Anche perché a mangiare non ce la faremmo più, e la musica è decisamente cambiata: dalla musica tradizionale sarda siamo passati ad un dj set a base di techno e house… meglio andare a dormire, o provarci almeno, visto che il nostro B&B dà proprio su Piazza Stagno.

 

Lunedì 6 agosto 2018: Quarto giorno – L’isola di Malu Entu e l’energia di Fatou

Prima colazione da Giorgia: non possiamo pretendere che sia come quelle di Michele, ma tutto sommato non ci possiamo lamentare neanche qui. Se non altro abbiamo frutta fresca in abbondanza, che è già un buon inizio. Per di più siamo su una bella terrazza con vista mare, e abbiamo a farci compagnia le due gatte di Giorgia, mamma gatta e la sua cucciolina, che sono entrambe ghiotte di yogurt e quindi si piazzano con aria supplichevole nei pressi dei nostri tavoli nella speranza che, prima o poi, qualcosa arrivi. Ogni tanto si distraggono giocando tra loro, ma per lo più sono lì in vigile attesa. Ovviamente hanno cibo in abbondanza, ma è la gola che le spinge… e noi non possiamo non farci intenerire, per cui a turno allunghiamo all’una o all’altra il vasetto vuoto, che loro ripuliscono leccandolo con grande impegno e dedizione.
Oggi è il giorno dell’isola di Mal di Ventre, per cui c’è nel gruppo una certa attesa. Ci vengono a prendere Silvia e Lalli, carichiamo gli ombrelloni sul pullmino e partiamo per la spiaggia di Mari Ermi, da cui prenderemo la barca per l’isola. Abbiamo appuntamento anche con Claudio e Rossana, che oggi saranno con noi per tutto il giorno.
L’isola (che fa parte dell’Area Marina protetta Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre) è un affioramento lungo 2 km su un mare di smeraldo, fatto di graniti paleozoici coronati da lentisco e altre essenze mediterranee, regno di conigli, tartarughe e rettili.
Saliamo sulla barca e, dopo esserci assicurati che anche chi non sa nuotare sia in totale sicurezza con il suo bravo giubbotto salvagente dotato di fischietto, partiamo a tutta verso l’isola. Il nostro timoniere ci racconta che il curioso nome dell’isola viene dalla deformazione linguistica di malu ‘entu (cattivo vento). Sì, perché l’isola si trova fuori dal golfo di Oristano, in mare aperto (o mare vivo), e quindi quando soffia il vento dominante di maestrale qui il mare può essere molto mosso. Ancora più specificamente, se uscendo dal golfo si fa rotta verso l’isola la bussola segna nordovest, quindi esattamente contro il vento di maestrale. Per questo l’isola si chiama così, malu ‘entu. Ma oggi la giornata è stupenda, il mare è una tavola e di vento praticamente non ce n’è. Dice Silvia che così noi milanesi non ci sentiamo stontonare, che vuol dire traballare, barcollare. Abbiamo già due potenziali parole sarde del giorno, ma direi che la scelta non può che cadere su malu ‘entu.
L’isola è interessata, come area protetta, da tre diversi livelli di protezione.
La zona C, che riguarda il lato est, è l’area più vasta e quella con il minore livello di protezione. Qui c’è divieto di pesca subacquea, e gli altri tipi di pesca devono comunque essere autorizzati.
La zona B ha un grado di tutela generale. In questa zona tutte le attività devono essere improntate a criteri di uso compatibile della risorsa, con il controllo del numero degli utilizzatori e dei suoi metodi di utilizzo. Sono consentite le attività secondo le modalità stabilite dall’Ente Gestore, alcune delle quali previa autorizzazione.
La zona A è quella più piccola e prevede un grado di tutela integrale. Comprende la parte settentrionale dell’Isola di Mal di Ventre e lo scoglio del Catalano. La Zona A ha un elevato livello di protezione degli habitat e delle specie. In essa è consentito l’accesso ai soli mezzi autorizzati e al personale autorizzato per la ricerca e la sorveglianza.
Sull’isola ci sono anche i resti di un nuraghe e di una villa romana, e c’è un’altra curiosità: anni fa un indipendentista sardo aveva fondato la sua repubblica autonoma qui su quest’isola, prima di essere arrestato.

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Lalli

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Magali in posa da diva

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Sbarchiamo sull’isola ed è un vero paradiso terrestre: sabbia bianca finissima, mare di mille colori dal blu intenso al turchese al verde smeraldo, fino a diventare chiaro e trasparente in prossimità della riva. E un’infinità di piccole calette tra cui scegliere, dove passare una giornata di puro relax. Volendo ci si può anche avventurare all’interno della macchia che si trova al centro dell’isola, ma ci hanno sconsigliato di… darci alla macchia, appunto, perché pare che succeda spesso che qualcuno, allontanandosi troppo dalla spiaggia, si perda e non riesca più a trovare una via d’uscita: è meglio camminare sulla battigia, tanto l’isola non è molto grande e ci si può spostare anche così.
Noi per la verità, inizialmente, trovato un buon posto per piantare gli ombrelloni, preferiamo farci subito un bel bagno e poi goderci il sole (io sempre con una certa moderazione). La spiaggia è praticamente tutta per noi, o quasi. La gente che arriva qui è poca, anche per questioni legate all’accesso in un’area protetta, e le calette sono tante, quindi ci si distribuisce facilmente.
Dopo il bagno c’è il tempo per una passeggiata: con Silvia, Claudio e Laura, dopo aver percorso un bel tratto di spiaggia, ci addentriamo un pochino nella macchia, sia pure con prudenza. E siamo in mezzo al lentisco quando viene l’ora del collegamento con la radio, con Elena Mordiglia che in questo periodo conduce su RP la trasmissione Bam Bam Bam. Claudio e Silvia raccontano dove siamo, cosa stiamo facendo e qual è a grandi linee il programma per questa sera (l’attesissimo concerto di Fatoumata Diawara) e per i prossimi giorni.
Durante questa passeggiata scopriamo anche il sogno proibito di Laura: Rodrigo, il pilota più figo. Be’, io l’ho sintetizzata così, ma la storia è che lei durante un volo con Easyjet, credo per Catania, si è innamorata della voce del comandante, che aveva questo accento spagnolo… pare che lei al solo sentire l’accento spagnolo vada in brodo di giuggiole… anzi, visto che siamo in Sardegna, in fregola! Si tratta, in questo caso, di un altro tipo di fregola, ma passatemi la battuta. E insomma, da allora ogni volta che può prende un volo Easyjet nella speranza di incontrarlo di nuovo. L’ha fatto anche per venire qui in Sardegna, ma almeno per ora niente. Può ancora sperare nel ritorno… io da parte mia posso raccontare di un altro innamoramento collettivo di un pilota da parte delle donne del gruppo. È successo in Iran, dopo un volo interno Teheran-Shiraz che ha avuto non pochi problemi. Lì forse era, come dire, un po’ più giustificato: si riteneva che ci avesse salvato facendo atterrare un aereo che aveva problemi, poi è stato anche gentile nel venire da noi a spiegare cos’era successo, per di più era belloccio… il punto in comune è che anche lui, pur essendo iraniano, parlava spagnolo! Dato che eravamo italiani e che aveva forse percepito che non tutti avevano capito cos’aveva detto in inglese, l’ha ripetuto in spagnolo nella speranza che così capissimo tutti meglio, in quanto latini. Insomma, il messaggio è che se sei un pilota e parli spagnolo il successo con le donne è assicurato. Io con lo spagnolo me la cavo abbastanza bene, ma temo che per prendere il brevetto sarebbe un po’ un casino… vabbe’, non divaghiamo troppo.
Pranzo in spiaggia a base di panini e frutta a volontà, e il resto del tempo passa tra un bagno in un mare da sogno e una passeggiatina. Alle quattro, purtroppo, ce ne dobbiamo andare perché la barca torna a prenderci. Silvia ironizza sull’eccessiva puntualità di noi milanesi, che alle quattro meno dieci siamo già (quasi) tutti pronti, vestiti, zaino in spalla e ombrellone in mano, e forse ha ragione lei.
Comunque sia, c’è tempo solo per un paio di foto di gruppo con il mare sullo sfondo e poi si va.

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Questa sera, dato che non vogliamo rischiare di perdere neanche un minuto del concerto, che tra l’altro si terrà nello scenario a dir poco suggestivo dell’anfiteatro di Tharros, abbiamo deciso di mangiare presto, alle 19.30, in una pizzeria che si trova proprio sotto… casa nostra. La scelta del posto, purtroppo, non si rivela felicissima, sia per chi ha preso la pizza sia per chi è andato sull’antipasto di mare… meglio sorvolare.
È invece davvero indimenticabile il concerto. Fatoumata Diawara è indubbiamente una delle figure più carismatiche della scena attuale della musica africana e una delle voci più intense nel panorama internazionale della world music. È cantante, autrice, chitarrista e attrice (ha recitato ad esempio nel film Timbuktu del regista mauritano Abderrahmane Sissako, che nel 2014 ha vinto diversi premi ed è stato candidato all’Oscar). Nei suoi concerti riesce a far emergere il coraggio di una guerriera, in una grande avventura musicale tra Costa d’Avorio e Mali, con un linguaggio universale ma consapevole delle proprie radici.
E anche stasera è proprio così: sale sul palco inguainata in un vestito rosso da regina, con un turbante nero che però a un certo punto si toglie per sciogliere le lunghe treccine rasta, che diventano anche quelle parte dello spettacolo mentre le agita a ritmo forsennato accompagnando i riff di chitarra. Ha anche alcuni oggetti che sicuramente fanno parte di riti tribali ancestrali africani, e che simboleggiano appunto le sue radici.

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Ma la musica alterna tanta Africa con momenti di puro rock. Il momento forse più intenso arriva quando, in sequenza, c’è una dedica Afrobeat a Fela Kuti e poi Four Women di Nina Simone, stravolta in una bellissima ballata funk-soul.
Noi, che alla fine siamo arrivati comunque quando l’anfiteatro era già quasi tutto pieno, resistiamo ben poco a stare seduti sui gradini nelle ultime file. Ben presto ci lanciamo giù, davanti al palco. All’inizio stiamo seduti per terra davanti alla prima fila, ma dopo un po’ tutta l’area sotto il palco viene “invasa” da gente che balla. Ci alziamo anche noi e ci diamo dentro, come sempre. Silvia, che è vicino a me, è particolarmente presa e scatenata: ho scoperto in quest’occasione che fischia più forte di un pastore sardo, soprattutto l’ha scoperto il mio timpano sinistro che ancora ne risente. Ma ne è valsa la pena, vi assicuro.
Tra un pezzo e l’altro Fatou, come viene chiamata, lancia anche dei messaggi contro il razzismo più che mai necessari, purtroppo, di questi tempi, con frasi come “We can’t all be White on this planet”, “We all have red blood” e “Open the doors, they are human beings!”.
Alla fine è un delirio pressoché totale: parecchia gente sale sul palco prendendo possesso anche del microfono, mentre lei scende giù e si offre all’abbraccio del pubblico.
Anche qui, è ben difficile raccontare un concerto del genere. Posso solo suggerirvi di guardare questo video, che è una piccola sintesi:

Fatou a Tharros – Dromos Festival

Dopo il concerto, mentre la gente sciama e noi torniamo verso il pullmino, che abbiamo dovuto parcheggiare lontano, con Claudio commentiamo non solo sull’intensità del concerto, ma anche sull’affluenza di pubblico: 1200 persone. Claudio ricorda che in un recente concerto che Fatoumata ha fatto a Milano gli spettatori erano molti meno, forse la metà, e che la sua manager, che poi è la stessa di Bombino e che curiosamente si chiama Magali, gli ha detto che era stato un concerto moscio. Certo, è ovvio che a Milano l’offerta di concerti non è paragonabile a quella che c’è qui, qui un concerto così è l’evento dell’estate, che vuol dire l’evento dell’anno. Ma comunque è una cosa che fa pensare. Forse con tanta offerta diventa tutto “ordinario” e si perde la capacità di apprezzare quello che davvero vale. In ogni caso, per fortuna stasera eravamo qui ed è stata una serata stupenda.

 

Martedì 7 agosto 2018: Quinto giorno – Spaghetti Western e saggezza popolare

Oggi il programma prevede di spendere la mattina in una visita guidata del borgo di San Salvatore, antico villaggio di pescatori ormai quasi completamente abbandonato, nella cui omonima chiesetta è visibile un antico santuario ipogeo pagano, incentrato sul culto delle acque. Il borgo, che si trova a circa 8 km da Cabras, è celebre anche per essere stato location di numerosi film del genere Spaghetti Western negli anni ’60 e ’70, grazie alla somiglianza a paesaggi americani di frontiera. Saranno con noi Silvia e Lalli, e anche Claudio e Rossana.
Prima di iniziare la visita, facciamo una breve sosta per un caffè in un fantastico baretto dove sono esposte foto del Che, di Gramsci, di Berlinguer e di Gigi Riva, in un accostamento di icone che già ci fa capire dove ci troviamo. Qui ci raggiunge Maurizio, della Cooperativa Alea di Cabras, che si occupa di sostenibilità ambientale e di tutela e valorizzazione dei beni naturalistici e culturali della Penisola del Sinis. Sarà lui a farci da guida.

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Ci troviamo in una piazza che già lascia immaginare perché il borgo sia stato scelto come set per Spaghetti Western, all’ombra di un grande albero. Maurizio ci spiega innanzitutto che in Sardegna esistono diversi villaggi “temporanei” come questo, ma l’importanza di San Salvatore è data dal fatto che è il più grande esistente nell’isola, con più di 130 casette chiamate in sardo cumbessias o muristenes. La loro forma tradizionale è quella di un unico ambiente lungo con una porta d’ingresso e un’altra porta sul cortile, per garantire la circolazione dell’aria. Gli ambienti, tradizionalmente, non erano neanche separati con tramezzi proprio per garantire una migliore circolazione d’aria. Sono abitazioni temporanee nel senso che si animano solo nel periodo immediatamente vicino alla festa del patrono, in questo caso la festa di San Salvatore. Per questo vengono chiamati anche novenari. Nascono tutti a coronamento di chiesette campestri, come quella di San Salvatore che abbiamo qui. La chiesa attualmente visibile è del XVI secolo. Questo, a differenza di altri novenari, è stato storicamente caratterizzato anche da un’attività di tipo agricolo, cioè era abitato dai contadini del Sinis anche nei periodi della semina e della raccolta del grano. Pare che questa zona fosse a vocazione cerealicola fin dall’epoca punica. La Sardegna era uno dei granai non solo di Roma, ma anche dei cartaginesi, come testimonia il ritrovamento di monete decorate con delle spighe. Il clou dell’animazione arriva in vista della prima domenica di settembre, quando si svolge la festa, con la corsa degli scalzi. La corsa degli scalzi, importantissima per i cabraresi, rievoca un’antica vicenda dei primi del 1500, quando le donne, per sottrarre il simulacro del San Salvatore ai pirati barbareschi, lo portarono di corsa verso il paese. Lo portarono le donne, ma la corsa rievocativa l’hanno sempre fatta gli uomini. Il sabato mattina presto partono da Cabras, portano di corsa il simulacro qui alla chiesa, e poi la domenica sera lo riportano sempre di corsa in paese. Alla corsa partecipano ultimamente anche più di 800 persone, tutte abbigliate con un saio bianco e ovviamente scalze. Percorrono un tratto su strada bianca per uscire dal borgo e poi un tratto su asfalto. Si fermano a tappe determinate, anche per darsi il cambio nel portare il simulacro, che si trova su una portantina. Uno porta la bandiera e durante la corsa pregano, con grida dedicate al santo.

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Per quanto riguarda la vita più “profana” e moderna del borgo, dobbiamo andare alla seconda metà degli anni ’60, quando con il boom del genere Spaghetti Western iniziò ad essere scelto come location per diversi film che possono essere considerati di serie B o C ma hanno comunque vissuto recentemente un’epoca di revival. Non dimentichiamo che un regista come Quentin Tarantino, oltre a dichiararsene apertamente maniaco, li ha ripetutamente citati. E infatti proprio lui ha omaggiato una delle pellicole sicuramente dal titolo più divertente ed evocativo di un cinema che non c’è più: Giarrettiera Colt. Lo ha fatto citando questo film come una delle fonti di ispirazione del mitico Kill Bill, con la sposa vendicativa interpretata da Uma Thurman, e dando a una delle sue eroine il nome della bella Nicoletta Machiavelli, la supersexy attrice protagonista di Giarrettiera Colt.

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A pochi metri da qui era stata appositamente costruita una posada, che poi è stata demolita. Ma se ce la immaginiamo ora, se la visualizziamo, non è difficile vederne uscire un giovane Clint Eastwood, o più propriamente Tomas Milian, come giustamente fa notare Claudio.
Noi ci siamo ripromessi di organizzare (chissà, forse in radio, Claudio sembrava possibilista) una serata cineforum con proiezione di Giarrettiera Colt. E magari dibattito…
Ma non è tutto, perché San Salvatore ha fatto da sfondo anche ad un video dei Placebo, per il pezzo Jesus’ Son del 2016:

Jesus’ Son – Placebo

Ci spostiamo verso la chiesa per la parte più… seria della nostra visita. Maurizio ci spiega che la cosa più interessante è senz’altro quello che c’è sotto, cioè questo tempio ipogeico la cui esistenza è da ricondurre alla presenza di una vena d’acqua sotterranea, che ha permesso lo svilupparsi del culto delle acque, presente in diverse zone della Sardegna. Probabilmente è nato come pozzo sacro e poi nel corso dei secoli è stato riutilizzato dalle varie popolazioni che hanno abitato questo territorio. È stato frequentato a più riprese, e lo si vede dai graffiti murali che sono presenti sulle pareti delle varie stanze. Ce ne sono veramente moltissimi, che testimoniano un utilizzo che può essere datato fino al 1000, poi più nulla fino al XVI-XVII secolo, e poi ci sono i graffiti “moderni”, risalenti al ‘900. In passato si riteneva che quest’acqua avesse proprietà medicamentose, quindi si accedeva al santuario per questo o soltanto per curiosità. È presente una pietra lavorata di epoca nuragica, che permette di determinare il periodo del primo utilizzo della sorgente. L’attuale conformazione è datata alla tarda epoca imperiale, quindi 200-300 d.C.
L’interpretazione, storicamente, è stata varia. Per molti secoli si è ritenuto che fossero catacombe, ma non è possibile perché non ci sono tracce di sepolture, poi si pensò che fossero delle celle, il che giustificherebbe la presenza dei graffiti, ma anche questa ipotesi è stata poi esclusa. Per quanto se ne sa ora, si tratta solo di un luogo di culto.
L’ipogeo è costituito da un complesso di ambienti scavati nella roccia. Alla struttura si accede da una scalinata, aperta nel pavimento della chiesa, che immette in un corridoio su cui si affacciano due vani rettangolari affrontati coperti a volta; al termine del corridoio si trova un piccolo ambiente circolare cupolato con pozzo a ghiera quadrata su cui si aprono due vani laterali con volta, con lato di fondo absidato, e uno semicircolare coperto a volta.
Sulle pareti intonacate dell’ipogeo si conservano numerose pitture tracciate con il carbone e il colore raffiguranti divinità ed eroi della tradizione classica (tra cui Venere, Marte, Pegaso, Proserpina, Ninfe, Ercole in lotta con il leone), altre figure (personaggio maschile circondato da leoni, auriga vittorioso), simboli cristiani (pavone, pesce) e numerose imbarcazioni, in un caso un veliero del XVI-XVII secolo. Tali raffigurazioni vengono collegate ad un culto salutifero connesso con quello delle acque di cui il sacello fu sede; si contano inoltre numerose iscrizioni latine, un alfabeto greco e un’iscrizione araba (secc. XVI-XVII).

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Maurizio sa tutto di San Salvatore, al punto che si comincia a chiedergli di tutto. Risulta impreparato solo su un albero, ma è talmente scrupoloso che se lo segna. Il giorno dopo ci farà sapere che trattavasi di Robinia.
Girando per le stradine, ci imbattiamo in una casa aperta, da cui spunta un signore che vende souvenir realizzati con i giunchi dello stagno di Cabras. I più belli rappresentano i fassonis, le barche da pesca tradizionali dei pescatori di Cabras. È Francesco, 82 anni portati con fierezza, che su quelle barche ci ha passato un bel pezzo di vita.
I fassonis sono imbarcazioni costruite con materiali raccolti sul posto: tolti gli scalmi e i sostegni di questi il resto, persino il banco di voga e il fermo per i piedi, è di fieno palustre. Negli stagni e nelle peschiere di Cabras si usavano anche barche più moderne, ma il fassoni serviva bene a rappresentare la condizione di sfruttamento dei pescatori perché era utilizzato dai più miseri, quelli che stavano al gradino più basso di una sorta di piramide feudale: a loro era consentito di utilizzare soltanto il palamìte, un insieme di cordicelle con ai capi tanti ami; anche la barca di erbe palustri era un’imposizione, perché così non era possibile caricarvi altro che quel semplice attrezzo e qualche chilo di pesce; d’altra parte in passato era proibito ai lavoratori degli stagni utilizzare qualsiasi mezzo di trasporto, per non portare via altro prodotto oltre quello che poteva stare in una bisaccia. Oggi quelle norme sono tramontate, ma i pescatori degli stagni non hanno dimenticato l’arte di costruire i fassoni: una volta tagliato il fieno palustre, lo stringono in fasci che poi legano, facendo in modo che la parte più sottile sia sul davanti; rialzano la punta e i bordi, inseriscono gli scalmi e pochi altri elementi e l’imbarcazione, che risulterà lunga quattro metri e larga poco meno di uno, è pronta a prendere il largo. È ancora possibile, come accadeva un tempo, vederne degli esemplari messi ad asciugare dopo l’uso, sui bordi dello stagno, sorretti dai due remi.
Francesco ha smesso da un po’, perché la salute non lo sorreggeva più. Ora è qui, a cercare di arrotondare la pensione con questi lavoretti, mentre la moglie in cucina sta cuocendo le anguille.
Il personaggio è troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire, e infatti Claudio ha già in mano il suo mini-registratore e gli sta già chiedendo un’intervista, che lui accetta di buon grado, mentre le ragazze ridono e gli dicono in sardo che finirà alla radio, a Milano.
Gli piace raccontare storie, si vede. All’inizio un po’ si schermisce: “Ma cosa posso avere da dire, io, alla radio? Un vecchio come me…”, ma basta qualche domanda ben fatta per farlo sciogliere.
È stato in mare fino a 65 anni. “Ma come si fa a stare in equilibrio su quella barca?” – chiede Claudio. Lui risponde che si lavorava in piedi, con la fiocina. Si stava sempre in bilico, ma la barca non si capovolgeva mai, né tanto meno affondava. Si pescavano soprattutto anguille e muggine. Prima di ferragosto si andava a tagliare delle erbe palustri, che erano già mature, per poi farle essiccare. Così diventavano, detto in sardo, fenu, fieno palustre. Sarà la parola, che in effetti potrebbe sembrare portoghese, sarà la pronuncia di Francesco, ma Claudio sottolinea divertito che il sardo di qui sembra brasiliano, ed effettivamente può sembrare così, difficile dargli torto. Quel fieno palustre veniva usato poi per costruire i fassonis: ogni due mesi se ne faceva uno nuovo.

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L’intervista continua, Francesco si racconta, anche se in pochi minuti, e si diverte sempre di più. Tanto che, per salutarci, vuole raccontare una storia a metà tra realtà e leggenda popolare: il protagonista di questa storia vorrebbe andare alla festa, ma anno dopo anno c’è sempre qualcosa che glielo impedisce, finché, quella volta che finalmente potrebbe andarci, lo arrestano. Perchè? Non si sa. In fondo è un po’ questo il succo della storia, che nella cultura popolare di queste parti se sei sardo può sempre succedere che ti arrestino, anche senza motivo, solo perché sei sardo e magari povero, un pastore o un pescatore, non servono altre motivazioni. E infatti la morale della favola è proprio questa: qui, per qualsiasi cosa, che sia andare alla festa o qualunque altro progetto della vita, si dice “Deu bollada, e is carabineris”. Si pronuncia “deu vollara” e significa “Lo voglia Dio”, è una sorta di inshallah sardo; ma si aggiunge “is carabineris”, i carabinieri. Perché appunto, non basta che lo voglia Dio, devono volerlo anche i carabinieri, che non ci si devono mettere di mezzo.
È un’espressione bellissima, secondo me, che contiene un pezzo di storia. È da quando la Sardegna è passata sotto i Savoia, all’inizio del ‘700, che i “piemontesi” storicamente sono stati vissuti come un dominio opprimente e vessatorio, lontanissimo dalla storia e dalla sensibilità del popolo sardo. Un corpo estraneo che è entrato nel tessuto sociale senza rispetto e senza comprendere quelle che erano le specificità della cultura e delle tradizioni secolari locali. E dal 1814, quindi prima ancora dello Stato unitario, il carabiniere è stato il volto e il simbolo di questo Stato lontano, oppressivo e nemico.
Tant’è vero che esistono altre versioni, sempre in sardo, di questo motto, come “Si deus cheret e sos carabineris lu permittin”, usato in Barbagia, una zona ancora più “calda” da questo punto di vista, dove si dice che viga ancora il famoso “codice barbaricino”.
Lì la giustizia ufficiale è stata spesso tenuta alla larga, e i loro rappresentanti, in particolare i carabinieri, spesso sbeffeggiati e derisi. Su di loro sono fiorite una infinità di storielle e di battute, spesso taglienti, ed il riferimento ironico ai carabinieri condisce costantemente il linguaggio della vita quotidiana. La particolare concezione della giustizia e del ruolo prevaricante delle forze dell’ordine, quasi sempre rappresentate da uomini forestieri, “istranzos”, non appartenenti quindi alla Comunità, ha fatto sì che essi venissero visti come corpi estranei, persone che disturbavano la quiete comunitaria. In Barbagia, ancora oggi, può capitarti di sentire espressioni come: “No b’at presse, no nos sun currende sos carabineris in fatu” (non c’è fretta, non abbiamo i carabinieri appresso), altra espressione ricorrente per significare che i carabinieri causano interruzione al ritmo lento e pacifico, senza angosce, del vivere quotidiano.
La scarsa considerazione nei confronti degli uomini dell’Arma era cosa così diffusa che non era rara la feroce battuta, ancorché scherzosa, che li definiva stupidi: “Ses tontu che sa merd’e sos carabineris” (Sei tonto come la cacca dei carabinieri). Battute di questo tipo, ad onor del vero, circolano in tutta Italia.
D’altro canto, però, ai carabinieri era riconosciuta “forza di legge”, tant’è che per sancire un’unione o un patto si diceva: “Né Deus né sos carabineris”, cioè né Dio né le forze dell’ordine potranno mai sciogliere questo nostro contratto verbale.
Ecco la parola sarda di oggi: “Carabineris”. Mi sembra perfetta.

Salutiamo Francesco, Maurizio e San Salvatore per dedicarci a un po’ di mare, che dovrebbe riempire il resto della giornata. La prima tappa è la spiaggia di Is Arutas, caratterizzata da un lungo arenile con un fondo di brillante quarzo bianco, con tratti di sabbia ocra molto fine. Qui c’è tempo per un primo bagnetto prima di pranzo, dopo di che ci facciamo una mangiata di pesce e frutti di mare al “chiosco” della spiaggia.

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Nel pomeriggio ci trasferiamo alla spiaggia di Maimoni, che dovrebbe essere meno affollata di Is Arutas ed effettivamente lo è. Nel frattempo però il tempo è peggiorato, e il sole è sparito dietro le nuvole. Da un certo punto di vista non è male, fa meno caldo e ci si può comunque godere un ultimo bagno e un paio d’ore di relax.
A un certo punto però le nuvole si addensano e diventano nuvoloni neri e minacciosi, che incombendo sopra alcune case rosse di legno vicine alla spiaggia creano un curioso effetto che ricorda paesaggi scandinavi. Decidiamo di andarcene prima che arrivi un acquazzone e torniamo a Cabras.
Il temuto acquazzone in effetti arriva, ma con un certo ritardo, quando siamo già nei nostri B&B e ci stiamo preparando per la serata.
Questa sera il Dromos Festival si sposta a Oristano, e noi con lui. Partiamo mentre il sole si immerge nello stagno di Cabras colorandolo di varie sfumature di rosso: un tramonto da favola.

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Mangiamo a Oristano da Librid, un posto carino che unisce libreria e ristorante, con un bel giardino, per poi spostarci all’Hospitalis Sancti Antoni, che è un edificio del XIV secolo, un tempo ospedale e lebbrosario, ora sede della biblioteca e della pinacoteca comunale. Anche qui c’è un suggestivo cortile, dove si tiene il concerto del Mal Bigatto Trio.
Questo progetto musicale nasce nel 2014 dall’unione di tre jazzisti sardi: Antonio Farris (contrabbasso ed elettronica), Giuseppe Joe Murgia (sassofono) e Alessandro Garau (batteria). Sono bravi ma, onestamente, non è esattamente il mio genere. Mettiamola così: dopo il concerto di Fatou Diawara di ieri sera era difficile andare in crescendo…

Mercoledì 8 agosto 2018: Sesto giorno – La poetessa delle perdularie, i due Nino e… i saluti finali

Oggi la nostra giornata si andrà a dipanare nella regione storica del Guilcer. Ad accompagnarci Gegia e Silvia.
La prima tappa è a Ghilarza, piccolo paese ai piedi della catena del Marghine, nel cuore del Guilcer, che tra l’Ottocento e i primi del Novecento fu un importante centro culturale grazie, anche, alla fondazione del Circolo di Lettura e del primo Circolo Femminile. Sulla via principale di Ghilarza, Antonio Gramsci visse gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma noi torneremo solo nel pomeriggio a visitare la sua casa-museo, per adesso abbiamo invece appuntamento con Lidia Murgia, eclettica artista nata a Bolotana in provincia di Nuoro, pittrice, poetessa e creatrice delle “Perdularie”, delle bambole molto particolari.
Lidia ci accoglie nella sua antica casa, dove quasi tutto quello che vediamo è fatto da lei. Precisa subito che non vuole che siano pubblicate né foto sue, né foto dei suoi lavori, perdularie comprese. Perciò, per rispetto dell’impegno preso con lei, qui di seguito troverete solo parole. Che però, vedrete, sono comunque parole che hanno un peso e un significato, parole che vale la pena di leggere.

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Lei scrive poesie “in limba”, in lingua sarda. tutte le sue poesie non solo sono scritte, ma sono soprattutto pensate in limba, e quindi, dice lei, la traduzione è poca cosa, non può rendere davvero l’idea. Vero, però io, tranquilli, per voi che non potete capire qualche traduzione la riporterò.
Negli ultimi anni si è dedicata prevalentemente alle perdularie, ci dice, perché è stata male e non aveva energie per dedicarsi all’arte più “importante”. Lei, più che bambole, le definisce delle piccole sculture: la struttura di base è una struttura rigida, che non permette nessun tipo di movimento, quindi quello che conta è soprattutto l’abito. La struttura interna è costituita da una canna spezzata in quattro, la testa è bianca, senza volto e quindi, appunto, senza espressione, che può essere data solo dall’abito. Sono tutti abiti tradizionali, realizzati naturalmente anch’essi da Lidia. Grazie a questi abiti le perdularie, da oggetto stereotipato e anonimo, diventano varie e preziose, acquistano carattere e personalità. Ognuna è diversa e contemporaneamente uguale alle altre, e alla loro creatrice.
“Le perdularie sono me” – dice Lidia – “Sono nuragiche cosmiche”. Lei crede che i nuraghi siano, in realtà, delle porte cosmiche verso altri mondi. E quindi forse per capire chi sono le perdularie è necessario capire prima chi è lei. A noi lo ha spiegato attraverso una poesia, che si intitola Cando so’ naschida (quando sono nata) e di cui vi riporto la traduzione.
Quando sono nata, dove e che cosa ho fatto da allora, ve lo posso dire, ma voi ci crederete? Ad ogni modo questo è il racconto: le donne insieme ai bambini, ordivano in una radura, con un filo di lana che altre avevano filato e tinto con lo zafferano. Mia madre sedeva di fronte al sole, vestita come una regina, davanti alla porta del nuraghe. Impersonava la luna piena! E infatti era piena di una creatura di un mese soltanto. Non c’erano vecchi come ora, perché non era necessario. Gli anziani, infatti, si distinguevano dagli altri per la bellezza e per la luce che emanavano. Quelli che c’erano in quel posto, il giorno, stavano seduti intorno al nuraghe grande: che era tutto dipinto sull’intonaco di cera d’api. Sembravano stelle vicino a mia madre quei vecchi! Loro mostravano il cammino a tutti quelli che nascevano sulla terra e che vi sarebbero dovuti tornare quando la gente avesse a dimenticare che la vita non è dolore, ma amore; per ricordarlo a tutti. Mio padre stava dentro il nuraghe, seduto alle spalle di mia madre, e intorno a lui giovani e giovinette di ogni colore e forma, seduti sulla pietra, che correva come una panca ai piedi del nuraghe intonacato, anche all’interno, di cera d’api. Le donne che ordivano, indossavano abiti di lino naturale che facevano fresco solo a guardarli. Il colore dello zafferano suscitava gioia. Le risa dei bambini sembravano melodie venute dal cielo. Vi ho mostrato il luogo, mentre il tempo era quello in cui ciò che accadeva era un rituale fatto col cuore di chi sta pregando. Dopo, tutto quello che c’era: il luogo, mia madre, il nuraghe, babbo, le persone ridiventavano energia e come la luce, accompagnata dal suono, ancora stanno viaggiando nell’universo e aspettano noi per essere più luce. Quello che ho fatto da allora è stato di cercare i fratelli che sono nati in quel luogo perché mi aiutino a ricordare da dove sono venuta, per quale ragione e dove dovrò andare.

La parola perdularia è, naturalmente, una parola sarda, derivata direttamente dallo spagnolo. Significa vagabonda, ma anche trasandata, trascurata, con un senso dispregiativo che, ovviamente, per Lidia non c’è. Per lei la perdularia è una vagabonda che cerca e che canta la bellezza, un piccolo oggetto d’arte alla portata di tutti con cui lei contribuisce all’idea che sostiene che la bellezza guarisce il mondo.
Anche per capire chi è veramente la perdularia, non possiamo che leggere la poesia che parla di lei. Stavolta ve la riporto in sardo e in italiano, così la apprezzate meglio.

ISCHIDADINDE PERDULARIA                               SVEGLIATI VAGABONDA

A tie, chi sese… e no’ ses fizza                            A te che sei… e non sei figlia
e sese sorre intr’e su coro                                   e sei sorella dentro al cuore
deppo narrer carchi cosa                                    devo dire qualcosa
chi m’an’ nadu                                                       che mi hanno detto
pro ti narrere                                                          per dirtela
a s’iscusia.                                                                sottovoce.
S’anima tua ticchirriada…                                    L’anima tua grida…
disisperada                                                               disperata
perdularia in sas carrelas de sa vida.                 vagabonda per le strade della vita.
Ischidadinde!                                                           Svegliati!
Ischidadinde, est’unu sonniu                               Svegliati, è un sogno
su chi ses faghinde.                                                quello che stai facendo.
Ischidadinde!                                                           Svegliati!
Ischidadinde e bae cantande                                Svegliati e vai cantando
de s’amore sa bellesa.                                             dell’amore la bellezza.

Chi vuole poi se la può portare a casa una perdularia, io preferisco portare a casa il libro delle poesie di Lidia, che si intitola “Deo tue e Deus” (Io, te e Dio).
Ora Lidia sta riprendendo a dipingere, c’è in preparazione un nuovo progetto. Ci offre dei dolcetti, un bicchiere di vino, e ci fa vedere la casa. Parlare con lei penso ci abbia arricchito tutti. E penso che tutti abbiate capito qual è la parola sarda del giorno: non può che essere “Perdularia”.
Salutata Lidia, ci trasferiamo a Norbello da Nino, l’apicultore nomade: La sua azienda LIUNE Apicoltura Nomade ha le sue sedi a Norbello e Ghilarza, antichi borghi situati al centro della Sardegna. L’altopiano basaltico dove sorgono i due paesi offre panorami spettacolari e territori incontaminati nei quali le api vivono per buona parte dell’anno.
A cavallo tra Barbagia e Campidano, la naturale posizione geografica del Guilcer ha fatto incontrare le popolazioni locali con Fenici, Punici, Romani, Bizantini. Liune pratica da anni la transumanza degli alveari, producendo mieli di qualità, ricavandone abbamele (prodotto della cultura rurale sarda a base di favo di miele, polline e scorza di agrumi), idromele, polline e creme biologiche.
Nino e Michela, la sua compagna, ci parlano appunto della produzione di mieli di eccellenza attraverso l’arte del nomadismo, cioè la transumanza, lo spostamento degli alveari sul territorio per seguire il ciclo delle fioriture pregiate ed ottenere mieli monofloreali di altissima qualità.
L’idromele, che è una bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione del miele, è forse il fermentato più antico del mondo, più ancora della birra, e nell’antichità era noto come la bevanda degli dei. È ottimo anche come aperitivo, e infatti Nino ce lo offre subito insieme a una ricca scelta di stuzzichini.
Nino ci parla, tra le altre cose, del progetto Bee life, una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi contro i pesticidi e in favore delle api e della biodiversità, organizzata dall’associazione Bee Generation.
E c’è spazio per tante curiosità sui tantissimi tipi di miele biologico prodotti da Nino: Scopriamo ad esempio che il miele di corbezzolo è l’unico miele amaro.
Per saperne di più sull’attività e i prodotti di Liune, potete farvi un giro sul suo sito www.liune.it.
L’aperitivo diventa un ricco pranzetto con tanti tipi di formaggi, ognuno con il miele giusto a cui accoppiarlo, altri piattini sfiziosi, frutta a volontà e due tipi diversi di dolci.

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Per il caffè ci spostiamo al bar della vicina struttura che ospita richiedenti asilo, dove Nino è di casa e dove anche noi ci sentiamo subito a nostro agio. Scopriamo che a Norbello dopodomani è in programma una sfida calcistica Africa-Sardegna, della quale purtroppo non abbiamo più saputo l’esito, ma è già bello che ci sia, di questi tempi.
Dopo di che, siamo pronti ad una passeggiata per andare a vedere le arnie, sfidando il sole cocente. Qui Nino ci spiega che l’alveare è un super organismo, dove le api sono in realtà un tutt’uno: ognuna ha il suo compito e tutto è perfettamente organizzato per produrre miele e per mantenere in vita questo organismo, sano e produttivo. Forse è vero che le api sono più evolute di noi… Anche questa è un’immagine che ci resterà, che rappresenta bene questo territorio.

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Salutati Nino e Michela, torniamo a Ghilarza per la visita al museo dedicato ad Antonio Gramsci.
Gli ambienti familiari della sua infanzia e giovinezza vengono oggi rievocati in una preziosissima casa-museo, già nel 1965 acquistata e trasformata dal Partito Comunista Italiano in centro di documentazione e ricerca sull’opera gramsciana e sul movimento operaio. Oggi la casa è gestita dalla neonata “Fondazione Antonio Gramsci”, che ci ha messo a disposizione una guida, una ragazza preparatissima e che fa il suo compito oltre che con impegno anche con passione, che non guasta mai.
Ci racconta prima di tutto, per sommi capi, la difficile e tormentata vita di Gramsci. Antonio ha dovuto fare i conti fin da piccolissimo con una malattia invalidante, il morbo di Pott, con un padre in carcere, una famiglia numerosa e condizioni di vita non certo facili. Conseguita la licenza elementare, con il massimo dei voti in tutte le materie, per le difficili condizioni economiche della famiglia, dovette interrompere gli studi e lavorò per due anni presso l’Agenzia delle Imposte dirette e del Catasto di Ghilarza, dove, a dodici anni e con una malattia che ne aveva fortemente minato la crescita, spostava tutto il giorno pesantissimi faldoni.
Io mi auguro che non ci sia nessuno tra voi che non sa chi era Antonio Gramsci, ma se ci fosse può fare un ripasso qui.

Il percorso espositivo e l’allestimento museale di questa casa sono stati progettati a metà degli anni Settanta e sono opera di due donne particolarmente autorevoli nei rispettivi ambiti scientifici e professionali: Elsa Fubini e Cini Boeri, madre tra l’altro di Stefano e Tito Boeri.
Il percorso è organizzato al primo piano della Casa Museo in tre stanze, una volta camere da letto della famiglia Gramsci.
I documenti e gli oggetti sono distribuiti secondo un criterio tematico o storico in 9 teche:
1. Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare (questo era il proponimento del regime fascista al momento della condanna di Gramsci, ndr)
2. Dalla cella di Turi di Bari (qui ci sono le foto di famiglia che Antonio aveva con sé in carcere e altri oggetti, tra cui una trottola in legno incisa da lui in carcere per i bambini)
3. La lingua sarda
4. Ghilarza, il territorio e i problemi di emancipazione della società sarda
5. Torino, l’università, la classe operaia
6. Da L’Ordine nuovo a L’Unità
7. La dittatura e l’arresto
8. La morte
9. Dopo Gramsci.
In una delle sale – allo scopo di restituire al visitatore il senso della vita domestica e degli autentici affetti famigliari – è allestita una camera da letto con alcuni mobili provenienti dalla famiglia.
Integrano ed arricchiscono il percorso le immagini e i suoni dell’Archivio multimediale della Casa Museo e, in particolare, le testimonianze di oltre quaranta contemporanei di Gramsci, personaggi noti e meno noti, personalità differenti che tratteggiano, ciascuna a modo proprio, la sua umanità.

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Anche la nostra guida ci mette del suo raccontandoci qualche curiosità. Ad esempio i Quaderni dal carcere, l’opera più nota di Gramsci, usciti in edizione critica solo negli anni ‘70, vinsero il premio Strega di quell’anno, per la prima volta nella storia assegnato ad un autore non vivente.
Possiamo poi vedere, nel giardino, una pianta che il giovane Antonio curava amorevolmente e che ancora sopravvive. Quest’anno ha subito le conseguenze delle pazzie del clima e quindi le foglie stanno spuntando dal basso, non sul ramo “storico”, che prima ha sempre avuto una bella chioma.
Noi purtroppo non abbiamo tantissimo tempo, e l’impostazione di questo museo è chiaramente più centrata sulla vita di Gramsci che sul suo pensiero politico. Anche se, volendo, si potrebbero passare ore a sfogliare le sue opere utilizzando i supporti multimediali. Ma era comunque importante e doveroso passare di qui. Vorrei concludere questa parte con una citazione, che ci è stata giustamente ricordata da Stefania e che rappresenta, sia pure in poche righe, una buona sintesi del pensiero gramsciano.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire partecipare. Chi vive veramente non può non essere cittadino partecipe. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Io partecipo, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, partecipo. Perciò odio chi non partecipa, odio gli indifferenti. — Antonio Gramsci

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Conosciuto più da vicino anche il secondo Nino di oggi, forse anche il più importante (sono certo che non me ne vorrà l’amico apicultore), è il momento di tornare a Cabras e riposarci un po’ in vista dell’ultima serata. Sì, perché finora abbiamo cercato di non pensarci ma purtroppo è così: domani si parte. Silvia ci accompagnerà a Cagliari, dove ad ore diverse e con voli diversi tutti ritorneremo a casa.
Perciò ci saluteremo stasera, con l’ultimo concerto, quello di Dee Dee Bridgewater, e con le quattro Mariposas finalmente riunite, di nuovo tutte insieme. Ci saranno anche Claudio e Rossana.
Anche questo concerto si tiene a Oristano, ma questa volta nella bella piazza della Cattedrale. Il pubblico, ovviamente, sarà molto più numeroso di ieri sera.
Noi, prima del concerto, ci facciamo un aperitivo con qualche sfiziosità. Tra l’altro, si tratta di un’iniziativa di solidarietà organizzata da un’associazione locale, quindi meglio ancora. Le Mariposas ci raggiungeranno solo più tardi, al concerto. E quindi è l’occasione anche per mettere a punto gli ultimi dettagli di una piccola sorpresa che abbiamo pensato per loro. Era doveroso ringraziarle per tutta la bellezza che ci hanno comunicato in questi giorni. È un piccolo regalino, una cremina presa da Nino, ma è il pensiero che conta. Da parte mia, ho pensato di aggiungere una piccola dedica in rima: sono quatto righe stupidelle, che non ho il coraggio di chiamare versi, ma voglio sottoporle prima al gruppo per avere l’approvazione di tutti e far firmare il foglietto, precisando che chi vuole, ovviamente, può anche dissociarsi e non firmare, ma nessuno sembra intenzionato a farlo. Anzi, sembra che l’idea piaccia, e incredibilmente anche la dedica. C’è anche un’altra dedica che aveva preparato Laura, forse con la collaborazione di qualche altra ragazza del gruppo, quindi decidiamo che le leggeremo tutte e due.
Il concerto è anche questa volta emozionante: Dee Dee sembra in grande forma, la voce è quella di sempre ma quest’anno propone il suo ultimo lavoro “Memphis… Yes, I’m Ready”, un appassionante viaggio fra i classici della black music, un sentito omaggio a una delle città che fu culla della lotta per i diritti civili dei neri e, insieme, un tributo alle tante star e alla tanta musica che Memphis ha prodotto.
Ma Dee Dee, che non avevo mai visto dal vivo, è anche coinvolgente, dialoga con il pubblico, compresa una bambina bionda che avrà non più di sei anni che va da sola fin sotto il palco per vederla da vicino e riprenderla col telefonino.

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A proposito di Memphis c’è, ad esempio, un omaggio a Elvis con la rivisitazione di “Don’t be Cruel”. Ma io preferisco farvi sentire, e vedere, un omaggio a Prince che Dee Dee ha fatto durante i bis con questa sua intensa versione di Purple Rain.

 

Un altro momento importante arriva quando Dee Dee, con Why (am I treated so bad), rende omaggio ai nove di Little Rock, Arkansas, i primi studenti neri che nel 1957 rifiutarono la discriminazione razziale e vinsero la loro battaglia per essere ammessi alla locale High School.

Finito il concerto, ce ne andiamo a berci l’ultima birra insieme in una birreria di Oristano, e qui arriva davvero il momento dei saluti. Prima dell’ultimo brindisi c’è la consegna del regalino, e ovviamente mi tocca il compito di leggere la “poesiola”. La cosa mi emoziona non poco e, una volta conclusa la lettura, per stemperare mi esce la battuta “Be’, ragazze, se vi piace l’ho scritta io, se fa cagare l’abbiamo scritta tutti insieme…”. In realtà non faccio neanche in tempo a finire la frase che mi stanno già sommergendo di baci, per cui deduco che forse è piaciuta… e ci sono baci e abbracci per tutti. Scusate il momento che potrebbe sembrare inutilmente autocelebrativo, e forse lo è, ma visto che è piaciuta a loro la ripropongo anche qui:

Quattro farfalle di Sardegna
Quattro splendidi fiori
Ci hanno acceso come legna
Ci hanno preso i cuori

Per nuraghi, boschi e calette
volando ci han portato
Fregola e porceddu, vernaccia e birrette
con loro abbiamo assaggiato

Con Dee Dee e Fatoumata
con Pedrito e con Bombino
insieme ce la siam spassata
e abbiam fatto casino

Grazie a loro quest’isola non potremo scordare
E anche quando saremo lontano
a Palermo, a Perugia o a Milano
pensare a loro ci farà volare

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Ma non voglio concludere così, voglio concludere con una vera poesia. E quindi chiedo aiuto a Lidia Murgia. Tra le sue poesie ho scelto questa, che credo ben si adatti alla bisogna:

JANA MANNA MAMA MIA                               JANA GRANDE MADRE MIA

Tu andas pro’ torrare,                                       Tu vai per tornare,
ma no b’es custu intr’ ‘e su coro tou.             ma non c’è questo dentro il tuo cuore.
Como b’es solu su trummentu.                       Adesso c’è soltanto il tormento.
Iscurta custa oghe fizzu!                                  Ascolta questa voce figlio!
A tie mancari t’ada a parrere                          Forse ti sembrerà
su fruschiu de su ‘entu,                                     il fischio del vento,
ma es’ sa mia ‘oghe.                                           ma è la mia voce.
Boghe de mama de onzi mama                       La voce della Grande Madre
chi ti nara’: “Bae ma posca torra;                   che ti dice: “Vai, ma dopo ritorna;
no morzas atterue!                                            non morire altrove!
Torra, ca inoghe addurada su coro tou.         Torna, perché qui rimane il tuo cuore.
Ti lu custoo deo,                                                 Lo custodisco io,
parisi cun cussu de s’amada.                           insieme al cuore della tua amata.
No andese gai tristu                                           Non andare così triste
deo so terra e pedra                                           Perché io sono terra e pietra
e lagrimas no’ zutto.                                           e non ho lacrime.
Ti aso e ti beneigo”.                                            Ti bacio e ti benedico”.

Ecco, io in questo momento mi sento un po’ così: vorrei tornare ma non posso, e mi sembra di sentire perfino “su fruschiu de su ‘entu” (che a Milano, figurati…). Vorrei tornare perché lì ho lasciato un pezzetto di cuore. Ma spero di farlo presto, e che fino ad allora il mio pezzetto di cuore lo custodiscano loro, le Mariposas. Che per me sono le vere Janas, farfalle ma anche un po’ fate, che con i loro incantesimi ci hanno fatto scoprire tanta bellezza. E spero che per allora avranno anche un pullmino nuovo, tutto per loro e tutto decorato a Mariposas. Ovviamente deu bollada… e is carabineris!

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Si ringrazia:
Il Dromos Festival, Christian Sebis per le foto del concerto di Fatoumata Diawara, l’agriturismo Fattorie Cuscusa, la Cooperativa Su Trobasciu, il Comune di Mogoro, Paolo Pinna, Roberto Scema, il Museo Giovanni Marongiu di Cabras, la Cooperativa Alea di Cabras, Lidia Murgia, Liune Apicoltura Nomade, la Casa-Museo Antonio Gramsci di Ghilarza.

Grazie a Radio Popolare, nella persona di Claudio Agostoni, il mitico direttore dei programmi e… dei viaggi.
Grazie a ViaggieMiraggi.
Grazie a Lauretta, che con la sua cronaca in tempo reale via whatsapp mi ha permesso di ricostruire anche momenti e nomi che non ricordavo. Ma grazie a tutto il gruppo, siete stati dei grandi compagni/e di viaggio (grazie anche per tutte le foto che ho rubacchiato qua e là).
E soprattutto grazie a loro, le dolci farfalline-fatine: Gegia, Lalli, Silviz e Viola.

https://mariposasdesardinia.netsons.org/

https://www.facebook.com/viaggiemiraggisardegna/

Volando con le Mariposas – Prima parte

Viaggio in Sardegna tra Marmilla, Campidano di Oristano (Penisola del Sinis) e Guilcer con Radio Popolare e ViaggieMiraggi sulle note del Dromos Festival

Prima parte: La Marmilla

Prologo: giovedì 2 agosto 2018 – The Terminal

Avrei voluto iniziare questo diario di viaggio diversamente. Avrei voluto portarvi direttamente sulle strade e sulle note di questo viaggio, che ho iniziato con grande entusiasmo. Con entusiasmo perché alla mia bella età non ero mai stato in Sardegna, e questo è molto grave, ma in Sardegna c’è modo e modo di andarci e io credevo di aver trovato finalmente il modo giusto, cosa di cui poi ho avuto conferma. E anche perché sapevo di andare a seguire un festival che annoverava due miei idoli come Vinicio Capossela e Bombino, insieme ad altri artisti, anzi artiste, che apprezzo pur conoscendole meno, come Dee Dee Bridgewater e Fatoumata Diawara.
Tornando un attimo al modo giusto, andiamo a spiegare questo titolo. Chi sono le Mariposas? Mariposas, sono sicuro che lo sapete, significa farfalle. In spagnolo ma anche… in sardo, nel sardo campidanese che, come e più di altre varianti della lingua sarda, ha dentro diversi lasciti dello spagnolo, eredità di circa quattro secoli di dominazione aragonese-catalana. Nel nostro caso, però, le Mariposas sono quattro deliziose ragazze, Angelica, Laura, Silvia e Viola, che andremo a conoscere nel corso di questo racconto. Quattro amiche che nell’agosto del 2015 a Mogoro, in Marmilla, hanno fondato un’associazione di promozione sociale che si chiama appunto Mariposas de Sardinia. Ciò che le unisce è l’amore per il loro territorio e la voglia di viverci, scommettendo su nuovi orizzonti di sviluppo possibili e mettendo insieme le loro diverse competenze, professionalità e personalità. E non è poco, per niente. Questa è la loro presentazione:
In questi anni abbiamo lavorato e continuiamo ad impegnarci con pazienza e creatività per promuovere la bellezza e la biodiversità umana e naturale della nostra affascinante isola, attraverso la messa in rete di attori e stakeholders locali. Il nostro obiettivo è quello di rispettare, proteggere, valorizzare e offrire a tutt*, senza barriera alcuna, la possibilità di godere di ciò che già esiste, in modo leggero e non impattante.
Tutti i nostri viaggi e progetti nascono dalla relazione profonda con il territorio e con chi lo abita, perché siamo convinte che solo conoscendo le proprie radici si possa, poi, volare.
Mariposas de Sardinia fa parte della grande famiglia ViaggieMiraggi onlus: cooperativa sociale-tour operator, rete di soggetti e associazioni in Italia e nel mondo, nata alla fine degli anni ‘90 con l’obiettivo di creare un’impresa sociale che si occupasse di stravolgere i paradigmi del turismo e lavorare a contatto diretto con la società civile dei luoghi visitati, con persone ed associazioni direttamente coinvolte in progetti di sviluppo.
Crediamo in un modo gentile di viaggiare, profondo e responsabile, attento alla cultura locale e alla sostenibilità, passo dopo passo.
Di loro e del loro modo di accogliere e accompagnare i viaggiatori ho avuto recensioni entusiastiche da parte di tutti i miei amici e amiche che hanno già avuto modo di conoscerle. Perciò non vedevo l’ora di conoscerle anch’io di persona.
Prima di entrare nel vivo del racconto del viaggio, però, mi sembra giusto partire da come ci sono arrivato, in Sardegna. È una premessa necessaria, leggendo capirete.
Il mio volo Ryanair Bergamo-Cagliari dovrebbe partire alle 17.40. Arrivo in aeroporto verso le 15.30. All’inizio sembra tutto normale ma poi, verso le 16, gli schermi cominciano ad annunciare un ritardo. 1.15, c’è scritto. Verrebbe normale pensare a un’ora e un quarto di ritardo, però… a guardar bene il titolo della colonna è “Partenza stimata”. 1.15 di notte?!? Possibile? Comincia a spargersi il panico tra le persone in attesa, si guarda il sito dai cellulari, si cerca il personale di Ryanair per chiedere conferma, sperando che sia un errore. Non è un errore: l’ora stimata è proprio quella. Ci toccano altre sette ore di attesa. Come minimo, perché è un orario stimato, non certo. E così intanto realizzo che il concerto di Vinicio Capossela, che si terrà stasera, per me salta senza speranza.
La prima versione che ci viene fornita dalla compagnia è quella di un problema tecnico, che si sta cercando di risolvere. Bisogna capire se i pezzi necessari sono disponibili e se l’intervento è fattibile nei tempi necessari. Dopo una fase iniziale di rabbia in cui tutti smadonnano e annunciano richieste di rimborso, comincia a subentrare la rassegnazione. C’è da dire che noi siamo quelli messi peggio, ma guardando gli schermi quasi tutti i voli Ryanair sono in ritardo. Passano un paio d’ore e viene comunicato che se ci rechiamo al banco della compagnia ci verrà consegnato un buono pasto da 10 euro per la cena. Ci confermano che l’ora prevista resta sempre quella.
Tento di ammazzare il tempo come posso, leggendo un libro e ascoltando musica, soprattutto Bombino, il Jimi Hendrix dei Touareg, che a questo punto è il primo concerto che posso sperare di vedere. Ogni tanto devo per forza alzarmi, e giro come un’anima in pena per la sala dei gate trascinando il mio trolley. La sala non è grandissima per cui mi trovo a fare sempre gli stessi giri; man mano che passano le ore mi sento sempre più come Tom Hanks in The Terminal, quel film dove lui per questioni burocratiche restava per mesi bloccato in aeroporto senza poterne uscire.
Per fortuna riesco almeno a fare due chiacchiere con una ragazza andalusa e un ragazzo catalano, che anche loro sono entrambi da soli in attesa del volo per Barcellona, anch’esso in ritardo. Argomento principale: Ryanair. E come ti sbagli… tutti lì a dire che non prenderemo mai più un loro volo, che forse siamo anche stati un po’ stupidi, che dovevamo saperlo, sì va be’ però oggi non c’erano scioperi programmati e poi non pensi mai che possa capitare proprio a te ecc. ecc.
Nel frattempo, dai messaggi che arrivano sul gruppo whatsapp che le Mariposas hanno aperto per i viaggiatori, scopro che tutti i miei compagni di viaggio, uno dopo l’altro, stanno arrivando a Cagliari e la frustrazione aumenta. Per quanto riguarda me, le ragazze mi assicurano che verranno loro a prendermi, anche nel cuore della notte: il volo atterrerà verso le tre. Ma come, chiedo, non potete mandare qualcuno, oppure prendo un taxi… mi dispiace farvi fare quest’ora, anche se ovviamente non è colpa mia. Ricevo in risposta l’hashtag #Mariposasontheroad. Comincio a capire che queste ragazze sono davvero speciali.
Si fa la fila per caricare i telefoni nell’unico posto dove ci sono delle prese disponibili, perché per il resto anche le colonnine di ricarica sono a pagamento. Un altro diversivo ce lo fornisce un pianoforte a coda piazzato nel mezzo della sala che ogni tanto qualcuno suona. Il più delle volte sono bambini che picchiano sui tasti a caso, con effetti non proprio piacevoli. Ma a un certo punto si siede una ragazza che, prima timidamente poi con più sicurezza, sciorina brani di musica classica. Gli applausi la spingono a continuare per un quarto d’ora buono.
E così finalmente arriva l’ora di partire. Come da politica recentemente instaurata da Ryanair (io lo scopro in questa occasione), solo chi ha pagato la priorità può imbarcare il bagaglio a mano in cabina, tutti gli altri bagagli finiranno in stiva. Domando allora a cosa serve rispettare delle misure per il bagaglio a mano, se comunque non si carica in cabina, ma la hostess mi fulmina con lo sguardo. Lascio perdere, capisco che sono stressati anche loro e ovviamente non hanno colpa, polemizzare con loro non serve a niente. Ma non tutti sembrano capirlo, e così l’imbarco va a rilento.
Si decolla, alla fine. Il comandante saluta e si scusa per il ritardo, attribuendolo però non a un problema tecnico ma ad un ritardo dell’equipaggio dovuto a un volo precedente. C’è un brusio di sconcerto.
Il volo fila via liscio, tento di dormire ma non c’è verso. All’atterraggio nuove scuse, e di nuovo si torna a parlare di problema tecnico. Forse c’è sotto qualcosa, queste diverse versioni sono sospette, ma in questo momento tutti abbiamo solo voglia di andare a dormire e non pensarci più. Si scende, a piedi sulla pista e poi nell’aeroporto deserto trascinandosi assonnati e silenziosi come un branco di fantasmi. Ho scritto alle ragazze (sì, perché sono pure venute in due, Viola e Angelica) che dovranno aspettare anche la consegna dei bagagli al nastro, ma nulla le spaventa: solo emoji sorridenti e parole dolci di benvenuto.
Ed eccole, nel salone degli arrivi, con la maglietta nera di ViaggieMiraggi: il sorriso ce l’hanno per davvero, appena un’ombra di stanchezza sui faccini ma comunque belle, solari e accoglienti, subito baci come se ci conoscessimo da tempo. Essere accolti così ti fa dimenticare in un attimo le lunghe ore di attesa e pregustare già i giorni che verranno.
Con Viola abbiamo già parlato al telefono, mi ha spiegato che in effetti un pochino mi conosce… “di fama”, per così dire. Ha letto il mio diario del Delta del Danubio, perché quel viaggio lo ha fatto anche lei, e così abbiamo anche un po’ di amici (e soprattutto amiche) in comune, un po’ per quel viaggio e un po’ per quello che Radio Popolare ha organizzato in Sardegna nel dicembre 2016. È lei che guida nella notte verso Mogoro, mentre Angelica, per tutti Gegia, ha guidato per raggiungere l’aeroporto.
Le prime chiacchiere con loro sono appunto sugli amici in comune e sui viaggi, poi mi raccontano qualcosa dei compagni di viaggio e di quello che faremo domani… anzi oggi, per la verità. Scopro che purtroppo, venendo a prendere me, hanno dovuto riportare all’aeroporto una persona che deve rinunciare al viaggio perché la salute del suo anziano padre è improvvisamente peggiorata. Mi dispiace, anche perché so cosa vuol dire, ma naturalmente noi non ci possiamo fare niente.
Scopro anche, parlando di come per caso ho scoperto Bombino tre anni fa a Lecce, dove apriva un concerto del tour della Notte della Taranta, che Viola è salentina, di Galatina, bellissimo paese dove sempre tre anni fa mi è capitato di assistere a un altro concerto di musica più… tradizionale. Lei ha studiato a Bologna e vissuto a Lodi, poi l’amore l’ha portata qui in Sardegna: il suo fidanzato è di queste parti.
Il ragazzo di Gegia invece fa lo stesso lavoro mio, quello che faccio per mangiare intendo, cioè è un ingegnere ambientale. Ma lei ci tiene a dire che è anche un musicista e che ha cominciato prima a suonare e poi a fare l’ingegnere, quindi prima creativo e poi sì, anche ingegnere. Come la capisco…
Mi chiedono se ho mangiato, rispondo di sì, un panino in aeroporto l’ho addentato, fino alla mattina posso reggere. Loro hanno fatto una bella e ricca cena con i miei compagni di viaggio all’agriturismo di Michele Cuscusa, nelle campagne tra Mogoro e Gonnostramatza, dove ci stiamo dirigendo ora. Anzi, la cena si è prolungata al punto che nessuno è riuscito ad andare al concerto di Vinicio Capossela, tranne Silvia, un’altra delle Mariposas che conoscerò domani. In un certo senso questo un po’ mi consola, è sempre una delusione averlo perso ma in fondo io Vinicio lo conosco bene, ho già visto diversi suoi concerti… insomma va bene, è andata così. Quando arriviamo sono ormai quasi le quattro ma loro, impagabili, mi offrono una fetta d’anguria e… come faccio a dire di no? Così, mentre loro salutano e se ne vanno verso Mogoro per dormire almeno tre o quattro ore, io resto qualche minuto seduto al fresco del cortile, sbocconcellando una fetta di succosa anguria su un tavolo di legno grezzo e pensando alle cose belle che mi aspettano domani, anzi oggi.
E ora sì, ora il racconto del viaggio può veramente cominciare.

 

Abberi sa zanna                                                             Apri la porta
e sona su solittu                                                             e suona il flauto,
sona pro lu cramare,                                                    suona per chiamarlo,
che sia’ comente a tie.                                                   che sia come te.
Ma prima de sonare                                                      Ma prima di suonare
faghedi bella, e                                                                fatti bella, e
no’ solu a fora,                                                                non solo esternamente,
si lu cheres bellu.                                                            se lo vuoi bello.
Imbiache unu sonu                                                         Soffia un suono
chi no’ sia dae te                                                             che non venga da te
ma dae su chelu.                                                             ma dal cielo.
Chi su solittu                                                                   Che il flauto
siada sa carrela                                                              sia la strada
chi paris pode’ ponnere                                                 che unisce
sa terra con su chelu.                                                     la terra con il cielo.

(Solittu ‘e canna, Lidia Murgia)

Venerdì 3 agosto 2018: Primo giorno – Le tessitrici, il nuraghe, il porceddu e… Bombino!

Circa tre orette di sonno, in un modo o nell’altro, sono riuscito a farle, anche se faccio sempre un po’ fatica ad adattarmi a un letto nuovo e il caldo era pesante. Non ho voluto accendere l’aria condizionata, di notte non lo faccio mai se non in situazioni veramente disperate, perché mi infastidisce il rumore.
Ad ogni modo, la mia faccia non può peggiorare più di tanto e quindi mi faccio forza e mi dirigo verso la sala della colazione, per fare conoscenza con il gruppo. Alla spicciolata arrivano un po’ tutti; dovevamo essere dieci, ma per motivi diversi due persone hanno rinunciato e quindi siamo in otto. Come sempre schiacciante maggioranza femminile: l’unico uomo, oltre a me, è Umberto, che è con la moglie Antonella. Poi abbiamo Diletta, Laura, Mariarosa, Simona e Stefania. Che se aggiungiamo le Mariposas ci mettono veramente più che in minoranza… e non è tutto: ora non è qui ma so che nel gruppo c’è anche la “collega” francese Magali, che è una blogger di viaggi sicuramente più seria di me, per cui siamo praticamente 11 a 2. Ma a me poi in fondo non dispiace, anzi. Come provenienza geografica, prevalentemente siamo su Milano e dintorni, ma abbiamo Mariarosa che viene da Palermo e Diletta da Perugia.
A fare gli onori di casa c’è Michele, pastore e agricoltore, che gestisce l’agriturismo. I Cuscusa sono sette fratelli, tutti impegnati con compiti diversi in questa fattoria. Ci troviamo a Gonnostramatza, che è un piccolo comune di 880 abitanti; il nome Gonnos (paese) Tramatza (tamerice) viene dalla ampia presenza della pianta nei dintorni del paese. Questo agriturismo è anche una fattoria didattica ed è la prima Accademia del latte in Italia, con un ampio ventaglio di corsi che abbracciano tutti i saperi del mondo del latte. Si può diventare “Milk Master” (o per meglio dire casaro) in tre giorni, imparando a fare oltre 50 prodotti diversi. Poi ci sono i corsi specialistici, su tutte le fasi del processo, su tutto quello che serve per diventare imprenditori del latte e su tutti i prodotti: bevande lattiche, dessert e creme spalmabili, formaggi fusi, yogurt agricolo, formaggi a pasta molle e a pasta dura, erborinati o lattosio free, per tutti i gusti insomma, e, dulcis in fundo, il gelato agricolo. Michele propone infatti il Bèè…lato, ovvero il gelato di pecorino. Tutto ciò rigorosamente biologico: da anni Michele scommette sul biologico e su un nuovo modo di fare accoglienza etico, esperienziale e sostenibile.

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Michele e il suo vino

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Avrete già capito che in un posto del genere anche la colazione non può che essere… un’esperienza sensoriale. Ci sono croissant freschi appena sfornati, dolci sardi, yogurt, panna cotta, budino al cioccolato, ogni genere di delizia del palato. E c’è Michele che, instancabile, porta caffè, latte e succhi a getto continuo, senza per questo smettere di spiegare con orgoglio i suoi prodotti: soprattutto vi raccomando lo yogurt, che è fatto con un misto di latte di pecora e di capra, con il metodo greco ma probiotico. Insomma fa bene, ma soprattutto è una bontà.
A un certo punto ci dobbiamo alzare, anche per non immagazzinare in un solo colpo tutte le calorie che ci basterebbero per un paio di giorni… è veramente dura trattenersi, qui. Per fortuna arrivano le nostre ragazze e ci richiamano all’ordine, con l’aiuto di Michele che chiama a raccolta i ritardatari con i campanacci delle pecore. Questa mattina saranno con noi Gegia e Silvia, la terza Mariposa che conosco: riccioli neri, occhi scuri e sorriso che conquista. La povera Gegia ha dormito quanto me, forse meno, e anche Silvia, che è stata al concerto, non deve aver dormito molto. Eppure eccole qua, allegre e prontissime a scarrozzarci un po’ in giro. L’altro loro nuovo hashtag “#Mariposas mairiposan” è quanto mai appropriato.
Disponiamo di un pullmino bianco preso a noleggio, diciamo non nuovissimo, che Silvia si incarica di condurre, e della macchina di Gegia, dato che nel pullmino tutti non ci stiamo. Si è unita a noi anche la collega Magali (ovviamente si dice Magalì con l’accento sulla i, alla francese), da Parigi. Parla un italiano praticamente perfetto, giusto con quel goccino di accento francese che male non fa. Somiglia un po’ a Audrey Hepburn, con in più una macchina fotografica superprofessionale dotata di un megateleobiettivo. Lei è una vera globetrotter, anzi al femminile globetrotteuse: non per niente il nome del suo blog è maglobetrotteuse.com. Se ci fate un giro, e ve lo consiglio vivamente (ovviamente serve un minimo di conoscenza della lingua dei cugini d’oltralpe), scoprirete che è stata veramente ovunque nel mondo, e se esiste un posto dove non è ancora andata sicuramente ci andrà.

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Silvia al volante

Con i nostri potenti mezzi partiamo alla scoperta della Marmilla, questa “sub regione” storica dell’isola, che deriva il suo nome dalle sinuose colline simili a mammelle e che è terra rurale di antica tradizione contadina, testimoniata dai piccoli centri storici sospesi nel tempo, tra corti murate, abitazioni in ladiri (mattoni di terra cruda) e antichi portali. È terra ricca di storia, di archeologia e di cultura, lo raccontano bene menhir, domus de janas (le janas sono le fate della tradizione sarda), e nuraghi, tesori disseminati in tutto il territorio. È dolce, antica e forte, la Marmilla, terra di antichi saperi, di esperte mani artigiane che lavorano tessuti, legno, ossidiana e ceramiche, e di sapori unici: pasta, dolci, olio d’oliva, miele, legumi, pane e buon vino.

A proposito di esperte mani artigiane, il primo appuntamento è con la cooperativa di tessitrici “Su Trobasciu” (Il Telaio) a Mogoro. Mogoro, scherzano le ragazze, è la Big City della Marmilla, e si riconosce perché la gente cammina in mezzo alla strada. Effettivamente, con i suoi 4.000 abitanti circa, Mogoro è il paese più popoloso della sub-regione collinare della Marmilla e vanta una fiorente attività dell’artigianato artistico tessile e del legno, oltre ad una eccellente produzione vitivinicola. Premiato nel 2015 per la Sostenibilità Ambientale, Mogoro fa parte dell’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi, una rete di Enti locali che opera a favore di una armoniosa e sostenibile gestione dei propri territori. Da sempre impegnata nella preservazione e nella valorizzazione della tradizione sarda, la comunità mogorese ha l’obiettivo di far riconoscere il paese quale polo d’attrazione culturale ed artistica, salvaguardando e diffondendo la lingua e la cultura della Sardegna.
La Cooperativa Artigiana SU TROBASCIU, costituita nel I978, è composta esclusivamente da donne e continua una tradizione che sino a pochi decenni fa veniva tramandata di madre in figlia. Al telaio le donne mogoresi producevano i tessuti che componevano il corredo: da quelli utili come il tovagliato e le coperte, a quelli decorativi come gli arazzi. Il laboratorio mantiene ancora oggi inalterata la tecnica di lavorazione su telai manuali. I materiali utilizzati sono tutte fibre naturali (lana, cotone, lino, seta) ad eccezione dei fili dorati e argentati che impreziosiscono i bellissimi arazzi dove ritroviamo i motivi tradizionali quali il liocorno, i cavalli, le colombe e i motivi floreali.
A spiegarci tutto c’è Vilda, che è la presidente della cooperativa. Ci conferma che qui ogni donna a 14 anni iniziava a tessere: la prima cosa, la più semplice, da cui si iniziava era la tela per i sacchi del grano. Poi si facevano le bisacce, il copritavolo, la coperta, il copriletto estivo e per finire gli arazzi. Gli arazzi erano quegli oggetti che le donne facevano per abbellirsi la casa, in mancanza di architetti e designer…
In Sardegna, a partire dal ’56, alcuni artisti sensibili alla questione dei saperi che si sarebbero persi pensarono di creare un ente strumentale della Regione per sostenere soprattutto la tessitura. Andarono nei paesi più rinomati per la tessitura e chiesero a diverse donne di costituire imprese per poter continuare questi mestieri. Quello dove ci troviamo ora è proprio uno di quei centri, nati per tutelare la tessitura tradizionale. Le donne si costituirono in cooperativa, e nel ’78 nacque appunto Su Trobasciu, dove oggi oltre al laboratorio c’è uno spazio espositivo per artigianato, non solo tessile, da tutta la Sardegna.
L’epoca più fiorente per l’artigianato in Sardegna è stata tra gli anni ’70 e gli anni ’80, grazie anche a questo ente che sosteneva le imprese in particolare nella fase iniziale. Ora qui nella cooperativa lavorano sette donne. Dice Vilda, e come darle torto, che i fili sono una cosa che ti lega: quando ci entri non riesci più a uscirne, resti intrappolata nella rete che tu stessa hai tessuto; passando tutto il giorno al telaio questo diventa in qualche modo il tuo compagno per la vita. E così il matriarcato continua… del resto il matriarcato in Sardegna è storia, ci ricorda Vilda, e anche qui non si può che darle ragione.
Passiamo al laboratorio, dove una signora sta realizzando un disegno della tradizione, un antico copritavola del 1800. Questi telai sono orizzontali, e permettono di fare tante cose, mentre con i telai verticali ci si deve limitare a trama e ordito, tutto di lana, che è la tessitura primordiale più diffusa nel mondo. In questo momento sono in lavorazione anche quelli che poi, tagliati, diventeranno dei portachiavi con il tradizionale disegno sardo di “Isso e Issa”, lui e lei. Ma qui, attenzione, esistono tutte le varianti: ci sono anche “Isso e Isso” e “Issa e Issa”.
Possiamo vedere anche la tecnica dei cosiddetti pibiones. Quella dei pibiones è una tecnica tradizionale di tessitura a grani tipica della Sardegna. La parola pibiones in Sardo significa acini d’uva, ed è il nome dato ai piccoli anelli di filato che sporgono dalla superficie del tessuto formando un disegno. Il disegno, il vero e proprio pibiones, è creato da un filo di trama supplementare, di dimensione maggiore di quelli che costituiscono la tela di fondo. Questo filo supplementare, detto tramone, dopo essere stato fatto entrare nel passo viene alzato con le dita, facendolo passare tra due fili d’ordito vicini, poi viene fatto girare attorno ad una sottile bacchetta metallica, detta agu, formando un anellino. Alzati tutti gli anelli della riga il tramone viene bloccato con la battitura di qualche riga della trama di fondo e successivamente la bacchetta viene sfilata. La dimensione dell’anellino è determinata dal diametro della bacchetta che è posata sopra i fili dell’ordito. Alzando il filo a formare gli anelli solo in corrispondenza dei punti stabiliti dallo schema, tradizionalmente disegnato su un foglio quadrettato, si crea il disegno, che può essere geometrico o riportare animali, fiori o personaggi fortemente stilizzati.
Anticamente questa tecnica era destinata ai copriletti di pregio, detti “fànugas“, che comparivano solo nei corredi più ricchi, oggi trova applicazione in molti oggetti di arredamento come cuscini, tovaglie, tappeti, tende.
È ovvio dirlo, ma guardando la manualità e l’abilità di queste signore si riesce solo a immaginare quanta pazienza, applicazione e concentrazione richieda questo lavoro, fatto in questo modo. Con telai manuali come questi, costruiti dalla stessa cooperativa con l’aiuto dove serve di esperti artigiani del legno, a seconda del tipo di tessitura si possono fare da 7 cm al giorno a 20 cm. È davvero un sapere che è anche cultura, bisogna impedire che vada perso anche se oggi è sempre più dura. Si dice che fossero le janas, le fate, a tramandare l’arte della tessitura, e vedendo lavorare queste signore viene da pensare che sia proprio così: si sente nell’aria qualcosa che assomiglia davvero a una magia.

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Salutiamo Vilda e ripartiamo verso la seconda importante meta della giornata, che è il nuraghe di Cuccurada.
Il complesso archeologico di Cuccurada sorge sulla punta meridionale del tavolato basaltico mogorese di “Sa Struvina”, in posizione di ampio dominio sulla piana del Campidano e sulla valle del Rio Mogoro. Le attività di scavo effettuatesi dal 1994 ad oggi hanno evidenziato la presenza di strutture monumentali riferibili a diversi periodi: una muraglia megalitica, una struttura ciclopica a pianta ellittica (Cuccurada A), riferibili all’Eneolitico evoluto (Cultura Monte Claro 2700 – 2200 a.C.) e un insediamento abitativo su cui insistono le spettacolari strutture di un originale nuraghe complesso (Cuccurada B), originatosi su un primitivo edificio a corridoio. Nell’area archeologica si segnalano inoltre rinvenimenti isolati di materiali più antichi, riferibili alla Cultura di S. Michele di Ozieri, risalente al Neolitico Finale (3200 – 2800 a.C.).
Il nuraghe Cuccurada, lungo 47 m, largo 33 m e alto circa 17 m, è di tipo polilobato, con quattro torri angolari collegate da mura rettilinee che racchiudono un cortile dove si trova anche la torre centrale, detta mastio, e può essere datato al primo periodo nuragico (1600 a.C. circa). Ma come si è scoperto durante gli ultimi scavi l’origine dell’insediamento è probabilmente da collocare in età prenuragica, ad opera di popolazioni inquadrabili nella cosiddetta Cultura di Monte Claro, come dimostrano i ritrovamenti litici in ossidiana, le particolari ceramiche, e la costruzione della parte più antica del nuraghe, che è realizzata con grossi massi appena sbozzati, sistemati in filari discontinui e irregolari, in una tecnica non attribuibile ai nuragici.
La torre che si trova a sud-est è sicuramente un cosiddetto proto-nuraghe, infatti la muratura è apparentemente diritta e non rastremata verso l’alto, e terminava con una copertura di lastroni orizzontali in pietra. Sempre nella parte più antica sono presenti una grande scalinata, che probabilmente apparteneva ad un luogo di culto prenuragico, e un’antichissima muraglia dello stesso periodo. Tra i molti reperti trovati appartenenti ad un periodo di tempo che va da oltre il 2000 a.C. al periodo paleocristiano, si segnalano alcune monete puniche e romane, spilloni in osso, centinaia di teste di capra, lucerne cristiane e con simboli ebraici. Gli scavi ancora in corso potranno far luce sui molti misteri di questo monumento preistorico.
L’archeologo che ci accompagna nella visita, Paolo Pinna, ci tiene giustamente anche a spiegarci dove ci troviamo. Siamo a 110 m di quota, su un’altura che è in realtà una lingua di lava che ha creato “Sa Struvina”. Da qui si vede tutto il Sinis di Cabras e il golfo di Oristano, che si trova a 47 km in linea d’aria. Questo luogo, la piana del Campidano, dato che solo un terzo della terra sarda è coltivabile, è da sempre il granaio della Sardegna, fin dall’epoca romana e ancora prima, in epoca nuragica appunto. È dal IV millennio a.C. che l’uomo vive su questa altura. Poco distante da qui, al di là del fiume, c’è uno dei siti capannicoli più importanti della Cultura di Ozieri. Qui a Cuccurada si vedono tutte le tecniche costruttive dell’uomo in Sardegna, dal neolitico fino al medioevo. Attorno al 2700 a.C. sorgono le prime strutture in pietra. Cosa fondamentale, sono tutte pietre appoggiate, senza l’uso di malta. Uno dei più grandi misteri rimane proprio questo, come riuscissero a costruire in questo modo e come facessero, soprattutto, a sollevare le pietre più grandi e pesanti. Il protonuraghe, datato circa 1900 a.C., era fatto a corridoio, con una struttura tronco-ogivale e una grande pietra appoggiata sopra di piatto. A un certo punto, poi, i nuragici scoprono che andando avanti a cerchi concentrici che vanno a stringersi verso l’alto si può chiudere la struttura con quella che viene chiamata una tholos, una falsa cupola.

Con l’inizio dei grandi commerci e delle grandi navigazioni nasce l’esigenza di fortificarsi, per questioni socio-economiche e politiche. Ed ecco che nascono le grandi torri, antenate di quelle dei castelli medioevali. Qui erano quattro. Circa 500 anni dopo il protonuraghe viene costruito, con una tecnica ormai più raffinata, il grande muro che unisce le quattro torri. Si può vedere una sala con nicchie di forma ogivale e sedute, che era probabilmente una sala di riunione, dove forse avveniva anche la filatura della lana. Qui è stato ritrovato un bottone con una scena di caccia rituale, dove il cacciatore affonda la lancia in un muflone, che viene anche morso da un cane.
Dall’alto del nuraghe lo sguardo spazia e si vede in lontananza un monte che si dice ricordi il profilo di Napoleone, ma ci vuole un po’ di fantasia, ne conviene anche Magali.
Visita molto interessante, anche perché Paolo è bravo e coinvolgente, sa come esporre in maniera completa ed esaustiva alleggerendo con una battuta quando serve. Lui, in società con un architetto (la società si chiama “Arch” non a caso: un archeologo e un architetto), ha da poco avuto in appalto dal Comune la gestione di questo sito, dove sono ancora in corso lavori di scavo, e ha tutta l’aria di uno che è in grado di fare questo lavoro al meglio.

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Noi, però, dopo aver fatto questa visita forse in condizioni non ideali dal punto di vista climatico, sotto il sole a picco di mezzogiorno, abbiamo bisogno di un momento di relax. E allora cosa c’è di meglio di un bel pranzo all’aperto, nel verde? Con il pullmino raggiungiamo un’area appositamente attrezzata nella località campestre di Santa Maria Carcaxia, dove si tengono anche feste, pranzi di matrimonio e quant’altro. Le nostre solerti Mariposas-mairiposan hanno portato tutto quello che serve per… il “Porceddu Moment”! Nel senso che il re della tavola è lui, il leggendario maialino sardo, tenero al punto giusto e presentato come si deve su un vassoio tradizionale in sughero.
Ma se il porceddu è il clou anche tutto quello che lo introduce e lo accompagna non è affatto da meno: Assaggi di pecorino e salame, pomodori ripieni, cipolline, olive, insalata e per finire un gustoso melone.
Il Porceddu Moment serve anche a cementare il gruppo, anche se in realtà non è che ce ne sia troppo bisogno. È solo il primo giorno (almeno per me, il resto del gruppo è stato già un po’ insieme ieri), ma sembra già che stiamo insieme da una settimana. Intanto, è arrivata e si è unita a noi anche Viola.

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Gegia e il porceddu

La parola in sardo del giorno è sicuramente sciadau (sciadada al femminile), che significa povero/a, poverino/a, non in senso dispregiativo ma proprio per riferirsi a qualcuno che in quel momento se la passa male, ma non dipende da lui, che anzi si sforza e fa tutto quello che può. Silvia la usa spesso. Va detto, en passant, che prima di tutto il sardo è una lingua e non un dialetto, e questo si sa; ma anche che esistono diverse varianti della limba sarda: quello che si parla in questa zona è il sardo campidanese, che nel 2006 risultava capito da 942.000 persone (96,9% dei residenti) e parlato da 670.000 persone (68,9% della popolazione). Abbiamo già visto che Viola, pur essendo salentina, lo capisce e lo parla piuttosto bene. Ma per lei è facile, ha studiato lingue, è portata… noi non avremo certamente modo di impararlo, ma a me piace sempre portarmi a casa qualche parola, nel mio piccolo sono anch’io un appassionato, e allora magari vi butterò lì qualche chicca. Qualcosa di più dei soliti “Eia” e “Aió”, insomma. Comunque, per quei pochi che non lo sapessero eia vuol dire sì, mentre aió è un incoraggiamento, è come dire su, forza, dai.

A questo punto, visto il sole accecante e la calura delle prime ore del pomeriggio, la cosa migliore è rifugiarsi da Michele e farsi una bella siesta. Volendo, c’è anche un’amaca a disposizione.
Dobbiamo riposarci in vista del primo concerto che seguiremo stasera nell’ambito del Dromos festival, un festival itinerante che tocca località piccole e grandi della Marmilla e del Campidano oristanese. Questa sera fa tappa proprio qui, a Mogoro. Si tratta di un festival che abbraccia vari generi musicali e che fa del meticciato musicale e culturale una delle sue ragioni d’esistere. Inoltre il tema di quest’anno, che in occasione dei cinquant’anni dal ’68 è “Revolution”, non può che essere gradito e di buon auspicio per un gruppo come noi, patrocinato da Radio Popolare. Ecco un estratto della presentazione di questo tema, dal sito del festival www.dromosfestival.it:

Fu vera rivoluzione o fu, piuttosto, una catastrofe generazionale? A cinquant’anni dal ’68, anno “formidabile” e cruciale per alcuni dei suoi protagonisti, horribilis per altri – almeno per coloro che dalle barricate sono approdati a posizioni antitetiche rispetto agli ideali e alle utopie di allora –, il festival Dromos proporrà una meditazione e alcuni spunti di riflessione inserendosi in un dibattito che, giocoforza, caratterizzerà e accenderà gli animi per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario.
Sarà, pertanto, DromosRevolution, e sarà, al contempo, l’occasione per festeggiare un altro anniversario, di certo meno dirompente ma che, nell’ambito della cultura isolana, ha segnato e continua a segnare il percorso musicale e culturale più in generale: il ventennale del festival.
Certo è che il ’68 innestò mutamenti reali nel costume, nella musica, nell’arte, nei rapporti tra le persone, nella sessualità, nell’abbigliamento e nelle tendenze giovanili, determinando o aprendo a stravolgimenti e aperture nei diritti individuali – delle donne in primo luogo –, dei discriminati, degli emarginati, dei pazienti psichiatrici e, ancora, una diversa sensibilità verso i problemi ecologici dei quali si cominciò a cogliere la reale portata a causa di una sempre più pervasiva e incontrollata industrializzazione.
Fu, soprattutto – e questo è l’aspetto che vorremmo approfondire, in linea con le tematiche che da sempre caratterizzano il festival Dromos – l’aspirazione di una generazione nel portare l’immaginazione al potere, secondo le teorie di Herbert Marcuse, uno dei padri nobili di quell’immaginifico e per certi versi irripetibile momento politico, sociale e culturale.
In tale ottica, si muoverà anche il festival Dromos che – tagliato il lusinghiero traguardo dei vent’anni di vita –, affiderà ancora una volta alla musica, nelle sue diverse declinazioni e contaminazioni, all’arte, alla fotografia, alla letteratura e al cinema, il compito di esaltare la forza utopica e vivificante dell’immaginazione, la possibilità di liberare il pensiero creativo, di divulgarlo e di condividerlo con un pubblico sempre più vasto ed esigente, festeggiando il potere dell’immaginazione e nella consapevolezza che la “rivoluzione umana” è più importante di tutte le rivoluzioni e, allo stesso tempo, la più necessaria per l’umanità (Daisaku Ikeda).

Per chi si chiedesse cosa significa Dromos, il dromos è un corridoio a cielo aperto di varia lunghezza, scavato nel terreno o ricavato nella roccia, che conduce all’ingresso di una sepoltura. È un elemento architettonico piuttosto usato nelle necropoli a domus de janas (dimore delle fate), che sono tipiche della Sardegna.

La line up, come ho già detto, è di tutto rispetto. Stasera è di scena Bombino, che dopo averlo scoperto per caso a Lecce è diventato uno dei miei idoli musicali in assoluto di questo periodo, prima ancora che suonasse alla festa di Radio Popolare del settembre 2017.
Prima di partire per finire il pomeriggio alla Fiera dell’Artigianato di Mogoro e poi gustarci il concerto, Michele ci offre un caffè e si chiacchiera in libertà. Ci ha raggiunto la quarta Mariposa, ultima ma solo in ordine di apparizione, nel senso che è l’ultima che conosco: Laura, per tutti Lalli. Lei è la sola delle quattro che ha i capelli lisci. Esiste infatti una versione secondo cui Lalli sarebbe un’abbreviazione di “Lalliscia”. Ma in fondo per una che si chiama Laura, al di là di questo, Lalla o Lalli ci sta. Lei è anche quella che, nel gruppo, si è assunta una delle incombenze che in genere non piacciono a nessuno, cioè quella di fare i conti. Ma non è solo questo, ovviamente. Scopriremo che è anche lei, come le altre, una piacevolissima compagna di viaggio. E per di più queste ragazze sono una più bella dell’altra.

Nel frattempo, ci ascoltiamo anche la performance di Silvia, che stamattina ha registrato un’intervista a Radio Popolare sui contenuti del nostro viaggio, e che sta andando in onda adesso. Parliamo delle nostre aspettative per la serata e di fronte a tanto entusiasmo, soprattutto da parte mia, per Bombino, Michele si mostra perplesso:
“Ma questo Bombino… è del continente?”
“Ehm… sì” – rispondo ridendo – “In effetti sì, ma… del continente africano!”.
Invitiamo anche lui a venire al concerto, ma non sembra ancora troppo convinto.
Noi partiamo, perché prima del concerto vogliamo visitare la Fiera dell’Artigianato artistico di Mogoro, che si tiene in un edificio che affaccia proprio sulla piazza dove si terrà il concerto.
Giunta alla sua 57esima edizione, la fiera rappresenta un momento importante per tutto il settore dell’artigianato artistico d’eccellenza dell’isola: al centro di tutto ci sono gli Artigiani e le loro preziose opere. Trame e orditi, legni intagliati testimoni di tradizioni secolari, ori raffinati e lucenti, ceramiche dalle mille forme e colori, riflessi di ferri, vetri e coltelli, dettagli minuziosi di cestini intrecciati e pelli cucite, si presentano agli occhi dei visitatori in uno spazio espositivo di oltre 2500 mq.
La fiera ospita lavori di artigiani da tutta la Sardegna, e in settori molto vari: ceramica, oreficeria, legno, tessitura, metalli, vetro, coltelleria, cestineria, pelletteria, ricamo e anche agroalimentare. È grande e piena di oggetti interessanti. Rincontriamo la nostra amica Vilda, di Su Trobasciu, che qui ha un’ampia esposizione di prodotti. Ma ci sono tanti oggetti interessanti e creativi, di tutti i generi.
Restando nel tessile, c’è un laboratorio di Mogoro che propone la fibra di latte, un filato ecologico e alternativo derivato dalla caseina del latte, che compare per la prima volta nel campo della tessitura tradizionale. Può essere realizzata con gli scarti della lavorazione del latte, o con il latte non utilizzato che verrebbe altrimenti smaltito.
Mentre invece, ad esempio, nella parte dedicata all’oreficeria ci sono le fedi sarde. Con il termine fede sarda, si intende il tipico anello realizzato in filigrana sarda utilizzato fin dall’antichità dalle donne della regione. L’anello aveva un valore non soltanto economico ma anche simbolico. Veniva tramandato da madre in figlia di generazione in generazione ed è per questo motivo che ancora oggi è possibile vedere degli esemplari antichissimi di fede sarda alle dita di giovanissime ragazze.
Non ne esiste un solo modello, ma veniva e viene tutt’ora realizzata in modi differenti da provincia a provincia. I modelli più conosciuti sono quelli a nido d’ape e quelli a foglia. Il primo è composto da piccoli ricci di filigrana che creano la sembianza di un nido d’ape mentre il secondo modello è composto da piccole palmette sempre in filigrana che danno l’effetto di una foglia. Tutti i modelli sono realizzati con microsfere. Nell’anello sardo, i pallini hanno non solo una funzione ornamentale ma anche simbolica, rappresentavano infatti i chicchi di grano, simbolo di abbondanza e di prosperità (così come tuttora viene lanciato il riso misto a grano durante i matrimoni).
Questo prezioso monile era il tipico anello di fidanzamento, e si racconta che nell’antichità l’uomo si rivolgesse a delle piccole fate (le famose Janas, che trascorrevano la loro vita a tessere su telai d’oro e a cucire stoffe preziose con fili d’oro e di argento), per avere protezione e un gioiello da dare alla sua amata.
Un altro gioiello tipico è Su coccu, antico amuleto sardo, che serve per proteggere dal malocchio. La pietra infatti assorbe gli influssi negativi. Tradizionalmente la pietra è di ossidiana o di onice, incastonata tra due coppette d’argento. Portato come ciondolo è un potente amuleto contro il malocchio. Si narra che se gli influssi negativi sono troppo forti, su coccu si spezza, ma la persona rimane illesa. Ha il compito di proteggere la persona che lo indossa da ogni dolore, di preservarla dalle aggressioni di animali velenosi, ma soprattutto dalle persone velenose. Questo amuleto deve assolutamente essere caricato con delle preghiere particolari in lingua sarda che attivano la sua potente protezione contro il male. Su coccu montato sulla spilla d’argento, lavorata a mano finemente, viene regalato ai bambini appena nati dalla nonna o dalla madrina per proteggerli dall’invidia e dal malocchio. Si appuntava all’altezza del cuore e aveva il compito di catturare l’occhio invidioso altrui che avrebbe potuto causare al bambino del male. Si mette sulla culla, sul passeggino o sugli abiti e assorbe le energie negative. Con il tempo anche su coccu ha subito delle modifiche, nel senso che nell’antichità era molto gettonata la spilla; dato che le donne portavano il velo in testa, si usava appuntarlo lì oppure nel corpetto. Attualmente, essendo cambiati i tempi ma soprattutto i vestiti, si usano bracciali, orecchini e ciondoli. Prima veniva rigorosamente regalato, ma oggi si usa anche comprarlo per sé stessi. Si può regalare anche a una sposa per proteggere lei e il suo rapporto, oppure a una persona cara colpita dal malocchio.

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Su coccu

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Usciti dalla fiera, in attesa del concerto ci facciamo un panino veloce e una birra al baracchino in piazza, dove tra l’altro questa sera lavora il fidanzato di Viola.
In questa piazza abbiamo appuntamento anche con Claudio Agostoni, che accompagnerà il viaggio per Radio Popolare. Sono amico di Claudio e di sua moglie Rossana da parecchio tempo, ormai, e lo rivedo sempre con piacere.
Prima del concerto, vediamo Bombino rilasciare un’intervista con il suo solito fare da ragazzo timido e quella sua voce così particolare. So già che sul palco, poi, si trasformerà. Il suo vero nome è Goumar Moukhtar, è nigerino. Il nome Bombino viene dal soprannome che gli era stato affibbiato, storpiando la parola bambino, quando da ragazzino era il più piccolo del gruppo.

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E finalmente arriva il momento del concerto. La piazza è piccola, più di qualche centinaio di persone non ci possono stare. Ma i posti a sedere sono tutti pieni.
Questa volta il grande chitarrista, il Jimi Hendrix dei Touareg o se preferite il Carlos Santana del Sahara, inizia con una prima parte di concerto acustica, dove però comincia già a scaldare il pubblico con alcuni riff indiavolati, come è nel suo stile. È però solo quando imbraccia la chitarra elettrica che può dare il massimo, supportato da un ottimo bassista, che riscuote anche consensi tra il pubblico femminile, e da un percussionista altrettanto valido anche se… bianco. Le sonorità blues si mischiano in maniera perfetta, come sempre, con il sapore di Sahara dato dal canto della tradizione Touareg: tutti i pezzi sono in lingua Tamashek, la lingua berbera del suo popolo. Ed ecco che per una sera anche Mogoro è Touareg.
Anche noi, che all’inizio ci eravamo seduti (anche se io avevo da subito sollevato dei dubbi che si potesse restare seduti per tutto il tempo a un concerto di Bombino), ci alziamo e quasi tutti ci fiondiamo sotto il palco a ballare e battere le mani al ritmo incessante e ipnotico della sua chitarra. In poco tempo, almeno la metà del pubblico è in piedi, anche perché è stato lo stesso batterista a chiedere esplicitamente, in inglese: “Ma volete restare seduti?”. La risposta era scontata.
Ho intorno parecchi ragazzi sardi, che sicuramente non lo avevano mai visto dal vivo, e tutti conveniamo che è un vero fenomeno, con quelle dita fa delle cose che lasciano veramente a bocca aperta: i paragoni che si fanno su di lui sono certamente impegnativi, ma non ci trovo nulla di sacrilego.
Ma basta, ho detto abbastanza. Un concerto così non si può raccontare, bisogna viverlo. Per chi non c’era, posso solo provare a darvi un’idea con qualche spezzone di video, ma sappiatelo: anche così non sarà mai la stessa cosa.

Dopo il concerto, Bombino e i musicisti si dimostrano anche ragazzi molto disponibili, venendo al banco dei cd a firmare autografi, stringere mani e fare foto. Avranno posato per centinaia di selfie, tra cui naturalmente anche il nostro. È venuto magari così così, ma è sempre un bel ricordo.

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Selfie di gruppo con Bombino…

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E questo è il bassista

 

Tornando, a tarda notte, all’agriturismo, c’è per me un piccolo fuoriprogramma. Questa mattina Michele ci aveva invitato a lasciare le chiavi delle stanze nella sala della colazione, e io l’ho fatto. Quando siamo tornati per il riposino pomeridiano, le chiavi erano state messe nelle toppe, e contavo che sarebbe stato così anche stasera. Invece forse Michele se ne è dimenticato, e comunque devo prendere atto che solo io l’avevo lasciata lì, alla fine, perché tutti gli altri ce l’hanno con loro. Fatto sta che, dal momento che la sala della colazione è chiusa e che Michele non abita qui, non posso entrare in stanza. Quando, raggiunta la stanza, me ne accorgo, le ragazze che ci hanno accompagnato fin qui col pullmino sono già ripartite verso casa. Alcuni compagni di viaggio mi suggeriscono di entrare dalla finestra, ma preferirei qualcosa di più tranquillo, vista anche l’ora.
Chiamo Viola per farmi dare il numero di Michele; lei mi dice di star tranquillo, che lo chiamerà lei. Un minuto dopo, però, mi richiama per dire che Michele non risponde. Mi suggerisce anche lei: “Se l’hai lasciata aperta, puoi entrare dalla finestra”. A questo punto diventa davvero l’unica soluzione: effettivamente la stanza è al piano terra, la finestra è abbastanza bassa e mettendo un piede sull’unità esterna del condizionatore si può entrare quasi comodamente. Per fortuna l’avevo lasciata aperta…

 

Sabato 4 agosto 2018: Secondo giorno – Nel bosco con il cantastorie e con… Gramsci, serata cubana con Pedrito Martinez

La mattina dopo, per un po’ aspetto con fiducia che qualcuno mi venga ad aprire ma a un certo punto capisco che evidentemente Michele non sa che sono chiuso dentro; nessuno lo ha avvertito e lui, probabilmente, ha trovato la chiamata di Viola ma non ha pensato di richiamarla per capire cosa volesse alle due e passa di notte: avrà pensato che ormai era tutto risolto. A questo punto, ormai, poco male: sono allenato e, come sono entrato dalla finestra, ci posso anche uscire.
Arrivo nella sala della colazione e spiego la situazione a Michele, il quale mi conferma che in effetti ha visto la chiamata ma ha pensato che non fosse importante. Ironizzo un po’ sulla mia “abilità” e sulla possibilità di buttarmi nel settore del furto con destrezza, oltre che sulla poca sicurezza delle camere di questo agriturismo. Con i tempi che corrono… ma per fortuna da queste parti si ragiona ancora in maniera diversa.
Talmente diversa che, quando gli chiedono: “Ma Michele, scusa, tu dove dormi?”, lui risponde serio serio: “Il pastore non può dire dove dorme”. È eccezionale, non c’è che dire.
Dopo di che, mi butto anch’io sulla ricca colazione. Mentre gustiamo tutto il bendidio che anche stamattina ci ha messo in tavola, Michele ci racconta un po’ di storie divertenti legate alla sua attività. Soprattutto, ci incuriosisce scoprire che ha avuto molti clienti giapponesi, grazie ad un tour operator locale che ha un accordo con un’agenzia giapponese. Ma soprattutto, la cosa veramente curiosa è che parecchi giapponesi sono venuti qui a fare corsi di produzione di formaggi e di cucina sarda. Qui Michele sfodera qualcosa che ha veramente dell’incredibile: un libro di cucina sarda scritto da uno di questi suoi amici in giapponese! E non è tutto: scopriamo che il campione mondiale di filindeu è giapponese. Il filindeu (fili di Dio) è un tipo di pasta per minestra formata da sottilissimi fili sovrapposti in tre strati incrociati, ricavati con abilità manuale da un impasto con semola di grano duro, che viene poi cotta nel brodo di pecora e condita con pecorino fresco. Per estensione, viene chiamata filindeu anche la minestra stessa. Si tratta, ovviamente, di un piatto tipico sardo. Ora, ammetterete che già è sensazionale che esista un campionato mondiale di filindeu. Ma che poi il campione sia giapponese, be’, è oltre ogni immaginazione. Effettivamente, c’è una cosa che sicuramente accomuna i due popoli, i sardi e i giapponesi, ed è la longevità. Credo che siano le popolazioni che hanno più centenari al mondo. Che questo abbia fatto nascere un desiderio di scambi culturali, anche dal punto di vista gastronomico? Forse ci sono altri punti di contatto che neanche immaginiamo. In ogni caso non avrei mai pensato che esistessero a Tokyo dei ristoranti di cucina sarda, giuro.
Partiamo col nostro pullmino: oggi è Viola a mettersi alla guida. Ci sono anche Gegia e Silvia.

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Il programma di oggi è incentrato su una passeggiata nel bosco, a passi lenti, assaporando la natura e con essa la storia dei luoghi.
Il bosco è quello di Mitza Margiani, nel parco del Monte Arci, dove si trova anche un complesso nuragico. A farci da guida c’è Roberto Scema, insegnante di lettere ed ex sindaco del comune di Villa Verde, un piccolo comune di poco più di 300 abitanti che è quello nel cui territorio ricade questo versante del Monte Arci. Roberto, oltre a tutto ciò, può essere considerato un vero cantastorie, e ce ne accorgeremo cammin facendo. Comincia a raccontare, a fargli da colonna sonora il frinire delle cicale.
Ci racconta, prima di tutto, che negli ultimi 25 anni il comune ha perso il 30% della popolazione. Questa è una costante, purtroppo, nelle aree interne della Sardegna e forse in tutte le aree interne. Ma sta diventando, in Sardegna, una costante anche nelle aree urbane, compresa l’area metropolitana di Cagliari. Si calcola che la Sardegna perderà 300.000 abitanti nei prossimi 30-40 anni, sugli attuali 1.500.000. Qui i paesi sono abbastanza piccoli come estensione, ma più si va verso l’interno più diventano pochi comuni ognuno con un vasto territorio da controllare. In genere in estate qui, a parte quest’anno che è un’estate un po’ anomala, c’è il problema degli incendi, che comporta un grosso dispendio di energie economiche e anche umane. Lui, che è stato sindaco fino al mese scorso (ora, caso raro, ha deciso lui di farsi da parte e di lasciare spazio al suo vice), lo sa bene. Nel 2009 un incendio molto grave colpì questo territorio. Furono bruciati 1000 ettari su 1700. L’incendio partì da alcuni operai che stavano facendo dei lavori in un giorno assolutamente controindicato e avevano abbandonato un focolaio, secondo loro spento. In realtà lo scirocco soffiava a 60 km/h e a mezzogiorno il fuoco ripartì propagandosi molto rapidamente: in due ore aveva bruciato praticamente tutto quello che c’era da bruciare. Il tratto di bosco che percorreremo noi si salvò quasi completamente solo per la conformazione orografica. Per lo stesso motivo, probabilmente, si era già salvato da incendi precedenti. Esiste una vera e propria linea, qui, che separa, secondo il detto locale, l’inferno dal paradiso, ovvero la zona arsa da quella risparmiata. Il giorno dopo il vento girò, da scirocco a maestrale, e il fuoco si diresse verso un altro paese bruciando praticamente tutto l’altipiano per poi ridiscendere verso Villa Verde. Fu fermato all’ingresso del paese solo con i Canadair all’ora del tramonto.
Il Monte Arci, antico vulcano spento, rappresenta uno degli ultimi testimoni dell’attività vulcanica in Sardegna; è stato il “creatore” del territorio della Marmilla. La sua conformazione, che si estende su un territorio che abbraccia diversi comuni, ricorda più una grande collina. Dal punto di vista storico il Monte Arci ha sempre rivestito un’importanza enorme per i ricchissimi giacimenti di ossidiana, roccia vulcanica prodotta dall’effusione della lava. Legati all’ossidiana sono i primi insediamenti del neolitico. Gli uomini di quell’epoca lavoravano l’ossidiana, e quella del Monte Arci è stata ritrovata dispersa per tutto il mediterraneo e il centro Europa.
Il monte Arci è un massiccio, basso come quota (non supera gli 800 m), che ha però i caratteri della montagna: asperità, pendenze e vegetazione. Mitza Margiani significa sorgente della volpe, che è uno degli animali più presenti in questo habitat. La sorgente si trova proprio qui. Il bosco è fondamentalmente una lecceta, ma c’è anche qualche sughero. Oltre alle volpi, sono presenti cinghiali e qualche gatto selvatico.
Noi, a seguirci nel bosco, abbiamo anche un simpatico cagnone bianco da pastore, che ci dicono abbia un padrone, ma che spesso si diverte ad andarsene in giro per il bosco seguendo i viaggiatori che passano di qui.

C’è anche, purtroppo, quello che Roberto chiama “L’orrore anni ‘80”, cioè quello che è rimasto di un centro servizi costruito nel cuore del bosco per servire non si sa chi.
Ci fermiamo presso un albero che ha una forma particolare, i cui rami ricordano dei tentacoli. Per questo è chiamato “Su Pruppu”, il polpo, ed è un po’ un luogo simbolico di questo bosco. E quindi direi che “Pruppu” può essere degnamente la parola sarda di oggi.
Il racconto di Roberto è così bello e coinvolgente che, quasi subito, viene soprannominato “Il Franco Arminio della Sardegna”, anche se lui si schermisce e ritiene il paragone piuttosto impegnativo. Se volete sapere chi è Franco Arminio, potete dare un’occhiata qui.

Salendo nel bosco, cominciamo a incontrare i resti del villaggio nuragico di Su Bruncu e S’Omu. Il villaggio è stato oggetto di una prima campagna di scavo nel 1982, mentre nuove indagini proseguono anche oggi. La parte scavata corrisponde ad una parte dell’abitato, che sicuramente è molto più esteso, e comprende dodici capanne circolari, delle quali solo alcune sono state completamente scavate e restaurate. Il problema più grosso, fondi a parte, è che per scavare il villaggio bisogna tagliare gli alberi, che anche questi sono una ricchezza del territorio, e quindi bisogna cercare di mantenere un equilibrio che non è facile.
L’insediamento è stato datato all’ultimo periodo nuragico, intorno al 1000 a.C., e fu abbandonato in maniera repentina, senza una ragione evidente; da allora il sito non è stato più abitato. Il nuraghe, anch’esso interessato da recenti lavori di scavo, è di tipo complesso, in parte inaccessibile e ostruito dai crolli. Noi, sia pure con qualche difficoltà, ci siamo arrivati, anche perché da lì si gode una bella vista.
C’è la capanna delle riunioni, che aveva probabilmente una copertura a tholos o di frasche, la capanna con la macina e la capanna 17, che era forse quella del “capo” del villaggio.

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Foto di gruppo con Su Pruppu e Roberto al centro

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Il villaggio è un luogo di grande suggestione, che secondo alcuni emana anche una particolare energia. Pare che una medium che è venuta qui sentisse questo tipo di energia, per esempio sentisse dolori da parto nella capanna che potrebbe essere quella dove venivano fatti nascere i bambini. Queste cose, onestamente, mi convincono poco ma di certo c’è un’atmosfera un po’ speciale. Ed è qui che, a sorpresa, ci fermiamo per un reading letterario. Sapevamo che era previsto nel programma di oggi, ma credevamo che sarebbe stato più tardi; fatto qui, invece, assume un valore ancora maggiore ed è una sorpresa davvero bellissima.
Dall’alto delle rocce che sovrastano la capanna, vediamo spuntare Viola, che per la prima volta ha sciolto i capelli, che porta quasi sempre raccolti. Con i ricci che le scendono sulle spalle, gli occhiali e il cappellone di paglia, sembra una fatina del bosco.

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La lettura che ci propongono è quella di alcune delle lettere che Antonio Gramsci scrisse dal carcere. Viola legge in italiano, e si dimostra molto brava anche in questo. Ma di alcune lettere abbiamo anche la versione in sardo, letta da Giacomo, un amico delle Mariposas che fa laboratori di teatro.
Questa è la toccante lettera che Gramsci scrisse alla madre prima di essere trasferito a Roma per il processo.

10 maggio 1928

Carissima mamma,
sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco. Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata. Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.
Ti abbraccio teneramente.
Nino
Ti scriverò subito da Roma. Di’ a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente.
Baci a tutti.

 

Poi c’è quest’altra, dove Gramsci parla di come cerca di passare il tempo in carcere, della natura, delle stagioni e dei fenomeni cosmici come possono essere vissuti in prigionia. Io, se fossi in voi, mi guarderei questo pezzettino di video per sentirla direttamente dalla voce di Viola, poi se volete ve la leggete tutta sotto. Scusate se a un certo punto la ripresa è un po’ ondeggiante, sarà stata l’emozione.

 

11 luglio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto le famose sopracalze beduine, col resto: vanno benissimo, sembrano proprio inventate apposta per il mio bisogno. Per il resto non posso scriverti un giudizio di utilità, perché ancora non mi serve e ho lasciato tutto in magazzino. In questo ultimo mese mi è passato il malessere che avevo precedentemente, ma mi è rimasta addosso una grande svogliatezza: gli altri carcerati mi dicono che questo è il sintomo più vistoso del carcere, che nei più resistenti incomincia ad operare nel terzo anno, determinando appunto questa atonia psichica. Al terzo anno, la massa di stimoli latenti che ognuno porta con sé dalla libertà e dalla vita attiva, comincia ad estinguersi e rimane quel barlume di volontà che si esaurisce nelle fantasticherie dei piani grandiosi mai realizzati: il carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il soffitto, sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto! A proposito: sai, la rosa si è completamente ravvivata (scrivo «a proposito» perché l’osservazione della rosa ha forse in questo tempo sostituito gli sputi contro il soffitto!). Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde: adesso ha dei rametti lunghi già 15 centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però a un certo punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo la pianta è attecchita e l’anno venturo darà certamente i fiori. Non è neanche escluso che qualche rosellina timida timida la conduca a compimento quest’anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è posto secondo la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell’organismo roteano all’unisono con tutto l’universo). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono più contento (la questione è legata col lume che portano la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizii e agli equinozii, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, ecc. ecc.; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me. Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio.
Antonio

 

E anche questa, dove Gramsci racconta una novella sarda con una bellissima morale, raccomandando alla moglie di raccontarla a sua volta ai bambini, è un’ottima scelta.

1 giugno 1931

Carissima Giulia,
Tania mi ha trasmesso l’«epistola» di Delio (adopero la parola più letteraria) con la dichiarazione del suo amore per i racconti di Puškin e per quelli che si riferiscono alla vita giovanile. Mi è piaciuta molto e vorrei sapere se questa espressione l’ha pensata Delio spontaneamente o se si tratta di una reminiscenza letteraria. Vedo anche con una certa sorpresa che adesso tu non ti spaventi delle tendenze letterarie di Delio; mi pare che una volta eri persuasa che le sue tendenze fossero piuttosto da… ingegnere che da poeta, mentre ora prevedi che egli leggerà Dante addirittura con amore. Io spero che ciò non avverrà mai, pur essendo molto contento che a Delio piaccia Puškin e tutto ciò che si riferisce alla vita creativa che sbozzola le sue prime forme. D’altronde, chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna deve leggere i classici in generale con un certo «distacco», cioè solo per i loro valori estetici, mentre l’«amore» implica adesione al contenuto ideologico della poesia; si ama il «proprio» poeta, si «ammira» l’artista «in generale». L’ammirazione estetica può essere accompagnata da un certo disprezzo «civile», come nel caso di Marx per Goethe. Dunque sono contento che Delio ami le opere di fantasia e fantastichi anche per conto proprio; non credo che perciò egli non possa diventare lo stesso un grande «ingegnere» costruttore di grattacieli o di centrali elettriche, anzi. Puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puškin ami di più; io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore. Conosco poi la storia della «catinella» col cuscino che salta come un ranocchio, il lenzuolo che vola via, la candela che va balzelloni a nascondersi sotto la stufa ecc., ma non è di Puškin. Te ne ricordi? Sai che ne ricordo ancora a memoria delle decine di versi? Vorrei raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano. – Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo il latte, strilla e la mamma strilla. Il topo disperato si batte la testa contro il muro, ma si accorge che non serve a nulla e corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il mastro muratore che la riatti. Il topo va dal mastro muratore: vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà pini, querce, castagni, ecc. Così la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura ecc. Insomma il topo concepisce un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento. Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi le impressioni dei bambini. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Segue picnic nel bosco, che sta diventando un must di questi giorni in Marmilla. Anche oggi abbiamo a disposizione tanta bella robina: fregola (una pasta di semola tipica sarda), insalata di riso, salame, formaggi e marmellate di agrumi: arancia, limone, mandarino e poi la mitica “Tottus in pari”, tutto insieme. E per finire, frutta a volontà. Il clima è molto rilassato e il pranzo si prolunga. Riparliamo dei momenti emozionanti appena vissuti e si chiacchiera a ruota libera, anche con Roberto che è rimasto con noi.

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Dopo di che, nel pomeriggio, anche oggi è meglio concedersi una bella siesta e prepararsi al meglio per il concerto di stasera. Ma prima è d’obbligo almeno un passaggio da Ales, il paese natale di Gramsci, anche se non c’è altro che una targa sulla casa dove è nato. Il museo Gramsci, che visiteremo tra qualche giorno, si trova a Ghilarza, dove la famiglia Gramsci si trasferì quando Antonio aveva 6 anni.

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Questa sera il Dromos Festival, nella piazza del paesino di Baratili San Pietro, propone una serata al ritmo cubano delle percussioni del Pedrito Martinez Group. Lui, Pedrito, è un cubano trapiantato a New York dal 1998. Ha suonato con artisti come Wynton Marsalis, Paul Simon, Bruce Springsteen e Sting. È stato uno dei fondatori della band Afro-Cubana/Afro-Beat “Yerba Buena”. Cantante e percussionista, con la sua band ha dispensato musica dai colori forti e ritmi incandescenti nel solco della migliore tradizione caraibica. Martinez però non è dedito soltanto a perpetuare tale tradizione ma l’ha ibridata con suggestioni metropolitane rock, pop e jazz.
Noi arriviamo in tempo per curiosare un po’, in attesa del concerto, tra le varie bancarelle che propongono assaggi di specialità gastronomiche sarde. Dopo di che, una pizza e una birra (naturalmente la sarda Ichnusa non filtrata) seguita da un bicchierino di Vernaccia. La Vernaccia di Oristano è un vino tipico di queste parti, dal colore dorato/ambrato, con un profumo delicato con sfumature di fior di mandorlo e un leggero e gradevole retrogusto di mandorle amare. Ha origini molto antiche: Il suo nome deriva dal latino “Vernacula” e il primo cenno storico scritto risale al 1327.
Il concerto è piacevole e divertente, anche se per me personalmente non coinvolgente come quello di Bombino di ieri sera. Pedrito si presenta con un look da rapper e il suo suono, almeno stasera (non lo conoscevo prima, lo ammetto, anche se durante la siesta pomeridiana mi sono un po’ informato attraverso Spotify), è molto caratterizzato dai classici ritmi cubani tra la salsa e la timba, le annunciate variazioni verso il latin jazz sono poche e così non è un genere che mi fa impazzire. Però per ballare (o meglio, nel mio caso, agitarsi in maniera assolutamente incongrua e scoordinata), va benissimo. E infatti, con le Mariposas, con Magali e con altre rappresentanti del gruppo siamo anche stasera in prima fila.

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Anche questa sera molto tardi, si torna da Michele, ma stavolta, ammaestrato dall’esperienza di ieri sera, ho la mia brava chiave in tasca. Sì, è vero, la finestra è comoda ma se posso continuo a preferire la porta…

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 7

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Domenica 17 giugno 2018: Settimo giorno – La messa della domenica al monastero di Rohia, un ultimo pomeriggio a Cluj e il teatro sociale Reactor

E così è arrivato l’ultimo giorno. Dopo una rilassata colazione alla pensione, ci avviamo verso il primo appuntamento della giornata, che è quello con la liturgia ortodossa al monastero di Sant’Anna di Rohia. Il monastero è situato in cima a una collina, in mezzo a una foresta di querce e faggi. Ha un campanile molto alto, una veranda con elementi gotici e il tetto in stile moldavo. Al piano interrato si trova un’icona della Madonna miracolosa.
Noi siamo qui per immergerci, anche se solo per qualche decina di minuti, una mezz’oretta al massimo, nel clima così particolare, così intriso di religiosità popolare, di questa liturgia. La “messa” ortodossa dura almeno un’ora e mezza; quando va bene, perché se sono previsti riti particolarmente solenni può arrivare facilmente a due ore e mezza, tre ore o anche di più. Noi non abbiamo tutto questo tempo, ma se lasciassimo il Maramureş senza fare questa “esperienza” ci sembrerebbe di aver lasciato in qualche modo incompleto il nostro viaggio.
Ed effettivamente ne vale la pena. La celebrazione, almeno per quella parte che vediamo noi, si svolge prevalentemente all’aperto, sotto la veranda decorata con fiori rossi, tra fumi d’incenso, canti salmodiati, inchini e segni della croce ripetuti all’infinito (il segno della croce ortodosso si fa al contrario rispetto a quello cattolico). I sacerdoti intorno all’altare sono molti, alcuni vestiti con i paramenti bianchi da celebrante e altri in nero, con gli abiti talari di tutti i giorni, per così dire.
La gente partecipa avvicinandosi a turno e baciando le icone e il Vangelo, che si trovano alla base delle scalette che salgono alla veranda. Le mamme prendono in braccio i bambini e li sollevano perché possano anche loro baciare i sacri simboli. Le donne indossano quasi tutte foulard neri, ma se per le donne più anziane è un nero tinta unita per le più giovani è un nero alleggerito e vivacizzato da motivi floreali, motivi che spesso ritornano anche nelle gonne, che possono essere corte, sopra il ginocchio, e accompagnate da tacchi alti. È come una fusione di sacro e profano, con un gusto che forse a noi può apparire un po’ sopra le righe. Quello che è certo è che tutte indossano il vestito della festa per andare a messa, come in Italia avveniva fino agli anni ’50-’60. Probabilmente è vero che in questi villaggi la vita ruota ancora, almeno in parte, intorno ai riti religiosi, con il loro retrogusto pagano. E chissà se i primi approcci tra ragazzi e ragazze avvengono ancora in chiesa: forse questo ormai non succede più nemmeno qui, ma sicuramente per molti anni è stato così.
Intorno al monastero, come sempre in questi casi, fiorisce la vendita di icone e altri oggetti religiosi, che riempiono le bancarelle.

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Noi dobbiamo ripartire, per raggiungere Cluj non troppo tardi. Arriviamo verso mezzogiorno e ci sistemiamo velocemente nello stesso albergo di qualche sera fa, dove passeremo l’ultima notte. Dopo di che, abbiamo un po’ di tempo libero per il pranzo.
Dopo tutte le abbondanti libagioni dei giorni scorsi, ne approfitto per fare un pranzetto leggero e veloce: dei piccoli Bretzel ad anello legati con una cordicella, comprati in panetteria. E poi un gelato da Moritz: ci sono parecchi gusti originali, io scelgo arancia e vodka, che col limone ci sta benissimo.
Alle 14 abbiamo appuntamento con Eugenio nella piazza centrale di Cluj. Con lui ci aspetta Laura detta Lala, un’antropologa rumena sua amica che ci guiderà alla scoperta di alcuni lati più nascosti della città.
Partiamo dalla piazza. Questa piazza affonda le sue radici storiche molto lontano, in epoca romana. Qui nei secoli c’è stato un grande laboratorio di lavorazione dei metalli, poi nel ‘700 un mercato di animali, ed è sempre stato un luogo di grande importanza per la parte ungherese della città. Ancora oggi la componente ungherese della popolazione è stimata tra il 20 e il 30%. Nel 2006-2008 il nuovo sindaco fece un bando indirizzato ad urbanisti e architetti per ripensare la piazza, che doveva diventare tutta pedonale. In realtà il processo è partito ma è molto lento, e solo un lato oggi è effettivamente pedonale. A Cluj durante il periodo comunista, rispetto al resto della Romania, soprattutto a Bucarest dove interi quartieri sono stati rasi al suolo e completamente rifatti in stile socialismo reale, il centro si è salvato. Ma tante aree verdi attorno al centro sono invece state trasformate in quartieri dormitorio fatti di enormi blocchi di cemento.
La rivoluzione del 1989 ha segnato anche questa città, come Bucarest e Timişoara. Qui su questa piazza i cecchini ancora legati a Ceauşescu, o forse ai servizi segreti che stavano per soppiantarlo, sparavano sui civili. Un monumento ricorda i civili morti a Cluj e tra gli altri un artista locale che si aprì la camicia dicendo “Sparatemi”. Lo uccisero senza pensarci due volte.

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Facciamo una capatina al vivace mercato dei fiori, dove incontriamo due ragazze che rappresentano un’associazione di architetti del paesaggio che monitora costantemente i metri quadri di spazi verdi in città e fa attività di sensibilizzazione su queste tematiche.

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Poi ci dirigiamo verso il cimitero principale della città, che è un altro luogo simbolico perché fu creato nel 1585, sotto gli ungheresi, a seguito di una grande epidemia di peste che fece molti morti e che costrinse a destinare un grande spazio alla sepoltura di massa di persone, per la prima volta mescolando diverse etnie e diverse religioni. Ora è ancora così. Davanti ad alcune tombe ci sono delle panchine, come un invito a fermarsi un attimo e a passare un po’ di tempo con chi ci ha lasciato, come se fosse ancora con noi. L’idea è sempre che con la morte non finisce tutto, è solo un passaggio. L’altra particolarità è che alcune tombe sono già pronte ma ancora vuote, sulle lapidi manca la data di morte. Farsi preparare la tomba in anticipo è un uso non infrequente, da queste parti.

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Un altro landmark non molto conosciuto ma importante per la città è la chiesa ungherese riformata. Una parte degli ungheresi, che erano ferventi cattolici, con la Riforma si convertirono al protestantesimo e esattamente 450 anni fa, nel 1567, trasformarono questa chiesa costruita nel 1510 in una chiesa protestante.
Il costo della vita di Cluj è addirittura più alto di quello di Bucarest ma gli stipendi non sono altrettanto alti. E c’è l’annosa questione della restituzione degli immobili privati sequestrati e nazionalizzati in epoca comunista: nel 1990 è iniziato un processo che non si è ancora concluso, nel quale la Chiesa cattolica ungherese si è inserita riuscendo a ottenere molte proprietà che non le appartenevano. Nel palazzo dove vive Lala, un palazzo ungherese vecchio di duecento anni, la Chiesa ha rivendicato appartamenti su cui non avrebbe diritti. Questo ha sottoposto le persone a uno stress che non tutti sono stati in grado di reggere: un vicino di Lala che temeva di perdere la sua casa e di non essere in condizione di trovare un’altra sistemazione è caduto in una disperazione così profonda che si è impiccato.
Su alcuni muri scritte che rivendicano come rumena la Bessarabia, oggi divisa tra Moldavia e Ucraina.
Passando per la piazza intitolata al patriota rumeno dell’800 Avram Iancu, Lala ci strappa un sorriso facendoci notare la strana posa della statua che lo raffigura, eretta nel periodo di un sindaco nazionalista: in città si dice che sembra che giochi con uno yo-yo, ed effettivamente a guardarla è proprio così.

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Andiamo verso l’ultimo appuntamento importante del pomeriggio, e anche di questo viaggio, che è quello con il teatro sociale Reactor.
Ci troviamo in un contesto post-industriale, seduti nel cortile di questo teatro giovane e insolito, per non dire unico nel panorama cittadino e forse rumeno. Giovane perché esiste da poco, solo quattro anni, e perché giovani sono i suoi artefici, quelli che lo fanno vivere. A spiegarci il senso di questo teatro e della sua attività ci sono Raul Coldea, che è attore ma soprattutto regista teatrale, e l’autrice Petro Ionescu. Entrambi hanno meno di trent’anni.
Reactor è nato come uno spazio di teatro indipendente. I fondatori hanno studiato teatro qui a Cluj, perfezionandosi poi con un master a Barcellona. Inizialmente non aveva una linea precisa, era semplicemente un teatro alternativo che faceva da punto di riferimento per tutti quelli che a Cluj avevano voglia di fare teatro ma, per propria volontà o per necessità, di farlo fuori dai canali ufficiali. A Cluj ci sono due teatri statali e soprattutto c’è una scuola di recitazione che sforna ogni anno nuovi talenti, per cui c’era e c’è bisogno di nuovi luoghi per fare teatro, dato che i due teatri statali non sono sufficienti per dare a tutti la possibilità di esprimersi. In questo primo periodo il teatro si autososteneva, un po’ con la vendita dei biglietti e un po’ grazie a risparmi, investimenti di guadagni personali messi insieme lavorando in altri teatri e donazioni.
Petro (è soprattutto lei a parlare) ci racconta che si è unita al progetto circa tre anni fa e ha partecipato anche alla parte amministrativa, gestionale e logistica. Per poter accedere a finanziamenti pubblici, Reactor ha dovuto trovare una propria progettualità, degli obiettivi specifici: innanzitutto quello di concentrarsi sulla dimensione sociale, sia su scala cittadina che nazionale, andando a indagare attraverso il teatro soprattutto la storia recente della Romania con le sue contraddizioni, con un occhio alle fasce più marginali della società. Questo si è concretizzato anche con progetti in aree urbane periferiche disagiate. Uno dei loro primi spettacoli, intitolato “Il miracolo di Cluj”, riguardava un famoso caso di bolla speculativa “a piramide” verificatosi a Cluj durante la transizione degli anni ’90. La loro prima produzione in assoluto, nel 2015, era incentrata sul tema dell’invisibilità sociale dei nuovi poveri, delle persone che perdono il lavoro e si ritrovano emarginate o che hanno uno stipendio, ma troppo basso per arrivare alla fine del mese. Hanno lavorato molto su storie personali e anche sui loro stessi anni da teenager.
Il loro pubblico di riferimento è composto prevalentemente da giovani, anche adolescenti. In Romania c’è un certo gap in ambito teatrale, perché ci sono molti teatri per bambini e per adulti ma poco o nulla per le fasce giovanili, anche a livello di spettacoli pensati e scritti per i giovani. Il loro pubblico sta di fatto crescendo con loro, perché quelli che hanno iniziato a seguirli da adolescenti ora sono universitari e ciò consente di far girare di più il nome del teatro e di salire un po’ di livello. Ma hanno bisogno comunque di fare molti progetti diversi, perché le spese sono tante e per poterle pagare bisogna lavorare tanto.
Riguardo al loro rapporto con il quartiere, Petro dice che il loro pubblico in gran parte viene da fuori, da aree differenti della città. Ogni tanto ci sono occasioni in cui i “vicini” vengono. Proprio ieri si è presentata una signora che vive qui vicino e che era curiosa di capire cosa fanno. Nonostante siano qui da quattro anni, poca gente del quartiere partecipa o li conosce davvero.
Nelle città, con il processo di gentrificazione, gli spazi alternativi vengono cacciati sempre più verso le periferie, ed è una lotta quotidiana per mantenere viva la struttura, avere una programmazione ricca e avere dei progetti. Si vive molto su bandi annuali, quindi senza poter programmare su orizzonti temporali più lunghi e dovendo un po’ reinventarsi ogni anno.
All’interno di Reactor c’è anche uno spazio dedicato alle arti visuali e un altro per la musica. Per quanto riguarda la musica, ora stanno ospitando un esperimento di opera lirica indipendente. C’è un piccolo angolo per presentazioni di libri o opere teatrali. Quest’autunno ci sarà un festival internazionale di teatro e loro ne faranno parte; due dei loro spettacoli sono inclusi nel programma: “Il miracolo di Cluj” e un altro testo su un controverso gruppo di praticanti di yoga. Nel 2004 ci fu un grosso scandalo legato a questo gruppo che, a Bucarest, girava intorno a un guru rumeno che fu accusato di pedofilia. Questo ebbe un impatto molto negativo su tutti coloro che praticavano yoga, con una vera e propria criminalizzazione: molte persone innocenti furono arrestate e interrogate a causa di questo fatto, all’epoca amplificato dai media. In una nazione ortodossa e molto religiosa, in anni in cui la religiosità stava tornando prepotentemente a imporsi dopo il periodo comunista, sembrava che anche lo yoga o qualunque fenomeno alternativo rispetto a quel tipo di tradizione fosse da rifiutare in quanto portatore di valori negativi.
In questi giorni sta partendo un progetto dedicato ad indagare narrazioni alternative legate al centenario della nascita dello Stato rumeno, che si celebra proprio quest’anno: storie minori, storie degli oppressi, degli emarginati, andando un po’ oltre le narrazioni ufficiali. I temi principali saranno tre: gli anziani, le donne e la comunità LGBT.
Io, che ho molto vivo il ricordo dell’esperienza del Teatro Spontaneo dell’Avana, vorrei sapere se anche loro coinvolgono nelle loro performance il pubblico, la gente che li conosce e li sostiene, e trovano anche da lì ispirazione per i loro spettacoli. Nella capitale cubana questo viene fatto sistematicamente, ed ha anche un benefico effetto terapeutico sui conflitti, sui problemi dei quartieri più disagiati e sulle ansie legate al cambiamento in corso in questi anni. Mi rispondono che può succedere, di tanto in tanto, che qualcuno venga coinvolto, anche se è difficile che salga sul palco: è una modalità che potrebbero esplorare, ma per loro al momento ancora non usuale.
Al termine della chiacchierata ci fanno fare un bel giro turistico: vediamo la sala principale, la sala prove, il magazzino delle scenografie e dei costumi e lo spazio per mostre, dove ora ci sono delle foto che riguardano le tematiche su cui verterà il progetto legato al centenario.
Lucia-Lucie, che è anche lei un’attrice, è particolarmente interessata e ci tiene ad invitare i ragazzi ad un festival di teatro che si tiene ogni anno a Santarcangelo. Loro sorridono e promettono che faranno il possibile per prendere contatti.

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Li salutiamo e torniamo verso l’albergo per prepararci per la cena. Abbiamo un tavolo prenotato per una cena con menù armeno al bistrò “1568”, nel centro di Cluj. Dopo, faremo un giro al mercato dei fiori, dove stasera c’è l’ultima serata di un festival musicale. Ma non ci fermeremo molto: bisogna andare a letto presto, domattina la sveglia suonerà alle 4.30.
Andando verso il locale incrociamo nella piazza una manifestazione contro la corruzione. Pare che l’argomento “forte” sia ancora il caso, recentemente riapertosi, della miniera d’oro da costruire a Roșia Montană. Si tratta di qualche decina di persone, ma potrebbe essere il segno che il paese sta ricominciando a mobilitarsi. Seguiremo gli sviluppi da lontano, perché per noi è giunto ormai il momento di ripartire.

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Abbiamo avuto la possibilità, nei primi giorni di viaggio, di capire cos’è veramente la Transilvania, e di apprezzarne il carattere multietnico e multireligioso. Poi abbiamo scavalcato le montagne e, per tre intensi giorni, ci siamo immersi in quel mondo a parte che è il Maramureş, un mondo fatto di natura, fede ortodossa e spiritualità pagana, tradizione, attaccamento alla terra e ai suoi valori. Abbiamo seguito le orme di William Blacker e abbiamo ascoltato le parole accorate di Padre Albano, che ogni giorno è sulla strada dalla parte giusta, al fianco degli ultimi. Abbiamo capito che, purtroppo, è vero quello che dice Peter Hurley: questa civiltà contadina che è durata millenni sta scomparendo, è una corsa contro il tempo. Cosa posso dire di più? Andateci, ma andateci responsabilmente. Cerchiamo di salvarla.

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Grazie all’unico e insostituibile Eugenio, anzi Eughenio, e alle sue zie. Grazie a Horia, a Teofil, a Peter, a Padre Albano, a tutte le persone che ci hanno ospitato e ci hanno fatto conoscere questa realtà. Grazie a ViaggieMiraggi. E grazie a tutte e tutti i componenti del gruppo, per la compagnia e per la pazienza di aver letto queste umili note di viaggio.

 

Al di là delle montagne – 6

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Sabato 16 giugno 2018: Sesto giorno – La Cappella Sistina di legno, due passi nella foresta e il contadino violinista

La giornata inizia con la visita alla chiesa di Deseşti, che tra tutte le chiese di legno del Maramureş, patrimonio UNESCO, è quella con gli affreschi più estesi, più spettacolari e meglio conservati.
La chiesa si trova su una collina a breve distanza dal centro del villaggio ed è circondata da un bel cimitero immerso nel verde, fatto di semplicissime croci di metallo piene di fiori colorati. Certo non è unico e originale come quello di Săpănţa, ma è come se anche qui si respirasse la particolare serenità del rapporto dei contadini rumeni con la morte.

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Costruita nel 1770, la chiesa rispetta la tradizionale suddivisione degli spazi delle chiese ortodosse: ha un nartece, una navata e un altare, separato da un’iconostasi dal resto della chiesa. La sala di preghiera degli uomini è separata da quella delle donne. C’è poi una torre campanaria con un alto tetto piramidale. Il bellissimo portone esterno è decorato con motivi attorcigliati e a denti di lupo.
La chiesa è stata dipinta da due dei più grandi pittori rumeni del XVIII secolo, Radu Munteanu e Alexandru Ponehalski, che hanno lasciato le loro firme su una grande e colorata rappresentazione del Giudizio Universale. Lo stile tardo-bizantino qui si mischia all’arte popolare. Leggendo le iscrizioni si può entrare nella quotidianità religiosa di quei tempi e capire come la gente pregava. La tecnica di pittura è a tempera, i pigmenti sono tutti realizzati con prodotti naturali.
L’iconostasi è divisa in tre livelli, dove sono rappresentati la Crocifissione, i dodici apostoli e i profeti. La porta centrale, che si apriva solo una volta l’anno, rappresenta l’Annunciazione nella parte alta e in basso i quattro Evangelisti.
Nella navata sono rappresentate scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, a partire da Adamo ed Eva. Si vede tra l’altro una città rovesciata, rappresentazione di Sodoma e Gomorra con i loro peccati. C’è un ovvio intento moralizzatore che enfatizza il sacrificio di Gesù in un’ampia serie di 16 scene del ciclo della Passione.
Nel nartece, che era la sala delle donne, il messaggio delle pitture aumenta in drammaticità. L’inferno e il paradiso sono vividamente rappresentati, con l’intento di far riflettere il popolo sulla vita dopo la morte e su come comportarsi per poter essere dalla parte giusta, alla destra di Gesù, nel giorno del Giudizio.
Insieme ai peccatori, che vanno all’inferno inghiottiti dalla bocca di un drago, ci vanno anche tutti i popoli nemici e non ortodossi: gli ebrei, gli austriaci, i tartari, i turchi e i franchi. È una chiara dichiarazione politica, fatta in un tempo in cui la stessa esistenza della Chiesa Ortodossa era minacciata dalla complicata situazione politica della regione.
Il complesso di tutti gli affreschi è davvero spettacolare, è sicuramente arte popolare ma, senza voler essere irriverente, credo di poterla definire una piccola Cappella Sistina di legno.
Fuori dalla chiesa, come succede spesso in Romania, si può accendere una candela per i morti, ma anche per i vivi.

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Dopo la chiesa, è il momento di una bella passeggiata nel bosco. Ci addentriamo per un’oretta nella foresta di Craiasca, larga un chilometro e lunga tre, dove vivono 51 specie di uccelli.
Ci sono diverse specie di querce che possono arrivare a 50 metri di altezza, con tronchi di uno o due metri di diametro; poi carpini, larici, noccioli, biancospino e corniolo.
Ci sono anche diverse specie di funghi: sembra che qui arrivino cercatori da tutto il paese e anche dall’estero, e che quelli bravi ne possano portare a casa decine di chili in un giorno.
Si dice che questa foresta, probabilmente piantata almeno in parte nel XIX secolo e allora parte del demanio reale dell’Impero Austroungarico, fosse un terreno di caccia favorito della famiglia reale. Nel 1977 fu per la prima volta legalmente protetta con alcune restrizioni per il pascolo e il taglio degli alberi, ma solo dal 2000 è stata dichiarata area naturale protetta.
Le foreste del Maramureş sono state fonte di materia prima per quella che è chiamata “La civiltà del legno”. Legno usato per tutto, dalle case alle chiese ai portoni finemente scolpiti, ai mobili, fino agli utensili e agli oggetti di uso più comune. La quercia è sempre stata preferita per il suo legno forte e durevole: una quercia deve avere almeno 150 anni per diventare un buon legno da costruzione.
Il legno veniva raccolto e trasportato al sito di costruzione seguendo riti secolari legati alla superstizione popolare. Per portare bene, il taglio doveva essere fatto in un periodo di luna piena, mentre il trasporto doveva avvenire in giorni lavorativi, quando la gente non digiunava.
Nel tempo, l’intensificazione del disboscamento e l’espansione delle aree abitate hanno portato a una significativa riduzione delle aree boscose. Il legno iniziò ad essere sostituito da altri materiali da costruzione e gli edifici “moderni” iniziarono a sostituire le case tradizionali. Si può dire che ora la civiltà del legno sia sull’orlo dell’estinzione, che è un po’ quello che ci ha già detto Peter Hurley. Questa foresta resta come uno scampolo isolato delle grandi distese boschive del passato e ora funziona sia come rifugio per gli uccelli che come vivida memoria della relazione ancestrale tra il popolo del Maramureş e i suoi boschi.

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Pranziamo dai fratelli Benţa, una famiglia di contadini di Barsana. Uno dei due è un grande violinista, ci ha raccontato Eugenio. In realtà lo è anche il figlio. Pare che oggi il padre non sia in vena di esibirsi per noi, e allora ci pensa lui, il figlio, peraltro bravissimo. Appena inizia a suonare, una gallina salta fuori dal pollaio, come richiamata dalla musica. Possiamo anche vedere le donne di famiglia filare la lana mentre aspettiamo che il pranzo sia pronto.
La casa si trova nel mezzo di un altro scenario da favola, tra colline verdissime, boschi e prati punteggiati di covoni di fieno.
Dopo la solita abbondante razione di formaggi, uova, salsicce e altro ben di Dio, e dopo due o tre giri di horinca, è il momento di ripartire. Ci augurano drum bun (buon viaggio); noi rispondiamo mulţumesc (grazie, una delle pochissime parole di rumeno metabolizzate) e ripartiamo.

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Il pomeriggio passa girando per il villaggio e visitando artigiani.
Dopo aver visto una pressa per il feltro (fondamentale per il tradizionale abbigliamento invernale del Maramureş), un’antica trebbiatrice e un mulino per la farina, tutto alimentato ad acqua, facciamo visita a Gheorghe, un anziano artigiano-artista del legno che costruisce interessanti oggetti sia utili che ornamentali. Ma non è tutto, perché è anche percussionista e improvvisatore di canzoni popolari; a suo modo, una specie di rapper locale.
Su un cancello è installato un incredibile rubinetto distributore di horinca.
Passiamo poi da un’altra famiglia, che si occupa di tessitura e confeziona tra l’altro dei fantastici costumi regionali. C’è chi fa acquisti, altri semplicemente guardano… e magari provano qualche capetto.

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Finita con tutta calma la fase esplorazione-shopping dell’artigianato locale, un salto alla chiesa di Barsana e poi ci dirigiamo verso Rohia, dove passeremo l’ultima serata.

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Qui siamo ospiti (tutti insieme, stavolta) della Pensiunea Maria, gestita da Maria, appunto, e da suo marito Iov.
Prima di cena, abbiamo l’opportunità di godere un po’ del bel giardino della pensione con una band di musica tradizionale locale che si esibisce per noi. In realtà loro avrebbero voluto esibirsi al chiuso, nella sala, e usando tutta l’attrezzatura che si erano portati per la bisogna: amplificatori, microfoni e tutto il consueto armamentario. Ma qui inizia una lunga battaglia di Eughenio con il cantante e front-man del gruppo, lunga perché durerà poi sostanzialmente tutta la sera, per fare in modo che invece suonino in acustico, nella versione più genuina e tradizionale possibile. Considerata la situazione e considerata l’esiguità del pubblico, praticamente solo noi, è una battaglia che ha senso e che ci sentiamo di condividere. Ad ogni modo il primo round lo vince il nostro Eughenio (per l’occasione anche lui in costume tradizionale) e suonano all’aperto sul prato con voce, violino, fisarmonica e clarino. Sciorinano una bella serie di melodie tradizionali, alternando ritmi lenti e altri più ballabili. Tant’è vero che Maria e Iov prima ci danno un saggio di come si fa e poi invitano anche noi a ballare. Gabriella e Luciano, che hanno esperienze di danze popolari, non si fanno pregare e si buttano. Per cui abbiamo una divertente esibizione delle due coppie Gabriella-Iov e Maria-Luciano.
Dopo di che, per coinvolgere il più possibile tutti, ci lanciamo nel classicissimo ballo in cerchio che imperversa nei Balcani a tutte le latitudini.

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Eughenio in costume tradizionale

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A questo punto, abbiamo l’appetito giusto per la cena che ci aspetta. Il solito lauto antipasto a base di formaggi, uova, salsiccia e lardo, una cosa leggerina così, tanto per rompere il ghiaccio. Poi zuppa di carne con panna acida, e poi stufato di manzo con purè. Non mancano vino e horinca.
Durante e dopo la cena, continuano in maniera un po’ più estemporanea ad esibirsi i musicisti. Iniziano col microfono, poi interviene Eugenio e provano senza, ma il cantante proprio non è soddisfatto del sound e fa capire che senza microfono non canta, non riesce a farsi sentire. Eugenio fa notare che eppure prima dell’invenzione del microfono la gente cantava già, in qualche modo ci riusciva… insomma un po’ di schermaglie. Il violinista e il clarinettista si esibiscono in un piacevole duetto a ritmo sostenuto, senza il cantante, ma alla fine bene o male la cosa si ricompone e lui accetta di cantare a cappella una canzone popolare insieme al clarinettista e a Iov. A questo punto, credo complice l’alcol, cominciamo a cantare anche noi le nostre… canzoni popolari. Alla ricerca di qualcosa che sia veramente popolare e che tutti conosciamo passiamo per Azzurro, La bella la va al fosso, ‘O surdato ‘nnammurato e… l’immancabile (in questi casi) Quel mazzolin di fiori!

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(Continua…)

Al di là delle montagne – 5

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Venerdì 15 giugno 2018: Quinto giorno – La sinagoga di Elie Wiesel, anche noi lungo la via incantata e la Spoon River dei Carpazi

Scendo per fare colazione nella nostra pensione dei poveri e che ti trovo? Una tavola imbandita con ogni ben di Dio, che non ha nulla da invidiare a nessun buffet di nessun hotel a cinque stelle, anzi è senz’altro meglio. C’è un piatto di salumi, innanzitutto: prosciutto fatto in casa, salsiccia e lardo, tutti ottimi. Un piatto di formaggi, e uno di verdure (pomodori e cetrioli). Questo solo per il salato, ma la parte dolce non manca di certo: abbiamo tre marmellate diverse, una meglio dell’altra: di prugne, di visciole e di mele cotogne. E una ciotolona di yogurt denso e cremoso Balkan style. Alle travi del soffitto di legno sono appesi piatti di ceramica decorati e tovaglie ricamate, tutto con motivi floreali.
Ma soprattutto, è quasi tutto fatto in casa. Come facciamo a non assaggiare tutto? Ramona si offenderebbe. E poi il cibo, soprattutto quello casalingo, è cultura, è conoscenza. E allora ci dedichiamo con impegno e dedizione a questo compito di documentarci per accrescere la nostra conoscenza: nulla deve rimanere inesplorato. Ma intanto chiacchieriamo con Ramona, che fa andirivieni dalla cucina per portare tè e caffè. Scopro che ieri sera, dopo che eravamo già saliti nelle stanze per andare a dormire, le signore romagnole sono riscese con una scusa e si sono intrattenute con lei e il marito, ovviamente hanno bevuto un bicchierino con loro e hanno già più confidenza.

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C’è anche la sorella di Ramona, Elena, che ha vissuto a Ciserano, in provincia di Bergamo, per cinque anni. Lei lavorava in fabbrica, ed è rimasta molto legata a una signora che ora ha 78 anni e che quando lei è arrivata, e si sentiva sola e sperduta, le ha fatto da mamma e le ha insegnato l’italiano. Che ha imparato bene, devo dire. Intanto suo figlio cresceva con i nonni; ora è grande, e lei ha preferito tornare a casa. Ma ogni tanto va ancora a trovare la signora di Ciserano a cui è molto affezionata, anche se per farlo si deve sobbarcare giorni di viaggio con il pullman o con pullmini privati.
Ci racconta anche di come si viveva qui quando lei era bambina, all’epoca di Ceauşescu. Questa regione aveva resistito alla collettivizzazione forzata delle terre, anche grazie al fatto che il regime era poco interessato a quest’area così remota e isolata, tanto che alla fine aveva deciso di lasciarla al suo destino. La vita contadina continuava con i suoi ritmi antichi. Avevano la corrente elettrica solo due ore al giorno, giusto dalle 8 alle 10 di sera, per guardare il telegiornale di regime.
Ramona ha aperto la pensione dieci anni fa, e le cose le vanno abbastanza bene: Ieri, ad esempio. prima che arrivassimo noi, aveva 13 persone. Tant’è vero che stanno costruendo un’altra casetta di legno, per ingrandirsi. È una casa vecchia di cent’anni, che è stata smontata e che ora verrà rimontata qui, pezzo per pezzo. In giardino ci sono le assi, tutte numerate. Chissà se hanno delle istruzioni tipo quelle dell’IKEA…
A questo punto, prima di salutarci, è d’obbligo una foto di gruppo con Elena e Ramona. Facciamo aspettare qualche minuto Miki, che è già pronto a partire. Ci deve portare a Sighet, che sarà la prima tappa di oggi.

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Prima di raggiungere Sighet carichiamo Teofil, che sarà la nostra guida locale nel Maramureş. Lui è un personaggio importante qui, è autore di una guida in rumeno che Eugenio ci fa sfogliare, ed è citato anche dalla Lonely Planet, niente di meno. Anche Peter ieri ce lo ha raccomandato, dice che è il migliore, senza ombra di dubbio.
A Sighet o Sighetu, che significa isola, una cittadina di circa 40.000 abitanti, per anni furono rinchiusi gli oppositori del regime in un penitenziario costruito sotto l’impero austroungarico nel 1897 che dal 1948 fu messo sotto il controllo della Securitate e destinato ai detenuti politici. Ora questo carcere è stato trasformato in Museo delle Vittime del Comunismo e della Resistenza. È proprio da qui che iniziamo la nostra visita. L’aspetto dall’esterno è ancora lugubre.
Nei giorni 5 e 6 di maggio del 1950 furono portati al penitenziario di Sighet più di cento dignitari di tutto il Paese (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), alcuni dei quali condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati. La maggior parte di loro aveva più di 60 anni. Nell’ottobre-novembre 1950 furono trasportati a Sighet anche una cinquantina di vescovi e preti greco-cattolici e cattolici romani.
Il penitenziario era considerato una unità di lavoro speciale, conosciuta con il nome di Colonia Danubio; in realtà, si trattava di un luogo di sterminio per l’alta società del Paese e allo stesso tempo un luogo sicuro, da dove non si poteva fuggire, essendo la frontiera con l’Unione Sovietica situata a meno di 2 chilometri.
I prigionieri erano tenuti in condizioni insalubri, nutriti miserabilmente, ed era impedito loro di sdraiarsi di giorno sui letti delle piccole celle prive di riscaldamento. Era vietato persino guardare fuori dalle finestre. Coloro che si ribellavano alle dure regole venivano puniti con l’isolamento in celle senza luce in cui i prigionieri venivano legati con catene e costretti a restare in piedi per ore.
Nel 1955, come conseguenza degli accordi sulla Convenzione di Ginevra e dell’ingresso della Romania comunista nell’ONU, venne concessa una grazia. Una parte dei detenuti politici delle prigioni rumene furono liberati, un’altra parte trasferiti in altri luoghi, a volte condannati agli arresti domiciliari. A Sighet, degli iniziali 200 detenuti ben 54 erano però già morti. Sighet ridiventò un carcere normale; tuttavia, anche negli anni seguenti ci furono detenuti politici, che spesso passavano dall’ospedale psichiatrico della città.
Nel 1977 la prigione venne abbandonata. Solo nel 1995 la Fondazione Accademia Civica si prese in carico la ristrutturazione delle rovine dell’ex-carcere, in vista della sua trasformazione in memoriale.
Il corridoio di ingresso è tappezzato di oltre 8000 immagini dei prigionieri politici che sono passati di qui. Teofil spiega che, per questioni di tempo, non possiamo vedere tutto. Il museo, aperto 20 anni fa, è molto grande ed è uno dei tre siti di questo genere più visitati in Europa, insieme ad Auschwitz e alle spiagge dello sbarco in Normandia. Lui ha fatto per noi una selezione delle sale più interessanti. Teofil parla un ottimo inglese, poi ci pensa Eugenio a tradurre. Lui il rumeno non lo parla ancora, anche se ci sta lavorando.
Ci sono molti oggetti e testimonianze impressionanti, come una poesia scritta da un detenuto con il proprio sangue (naturalmente non avevano a disposizione nulla per scrivere) e addirittura un autoritratto, fatto da un artista sempre col sangue su tessuto, su un pezzo di una maglia che aveva strappato. Un altro detenuto scriveva su un pezzo di lenzuolo in alfabeto Morse.
È importante la sala dedicata alla collettivizzazione forzata, che avvenne in varie fasi e con diversi metodi. Nel marzo 1949 le grandi proprietà dei latifondisti vennero sequestrate; la parte rimanente, perché erano state già ridotte a 50 ettari con la riforma agraria del 1945. I proprietari terrieri e le loro famiglie vennero deportati in località remote (spesso in Dobrugia, la regione del Delta del Danubio, dove siamo stati l’anno scorso e dove venivano anche mandati al confino prigionieri politici) e le loro terre trasferite allo Stato.
Subito dopo la riforma agraria, i comunisti promisero di non realizzare fattorie collettive sul modello dei kolkhoz sovietici. Tuttavia, con il sistema delle quote obbligatorie i contadini erano costretti a consegnare gran parte del raccolto, e questo portò molti al fallimento. Così non ebbero altra scelta che aderire alle associazioni o comunità. Quelli che non consegnavano le quote erano considerati sabotatori e arrestati.
Poi, nel marzo 1949, il Partito dei Lavoratori Rumeni decise che era venuto il momento di passare apertamente alla collettivizzazione di stampo sovietico. Nello spirito della cosiddetta “Guerra di classe”, i contadini furono divisi in tre categorie: poveri, classe media e benestanti. I poveri dovevano essere illuminati sui vantaggi di unirsi alle organizzazioni collettive, combattendo allo stesso tempo i “medi” e i benestanti che esitavano. Ci furono significative resistenze. Nei primi anni dopo la prima sessione plenaria del Partito, gli attivisti mandati a rinforzare la polizia vennero spesso mandati via dalla popolazione locale. In molte comuni ci furono rivolte aperte e combattimenti con l’esercito, con morti, arresti e deportazioni. Tra il 1949 e il 1952 furono arrestate oltre 800.000 persone, 30.000 delle quali vennero giustiziate.
Tra il 1952 e il 1958 il ritmo della collettivizzazione fu più lento ma poi, nell’ottica di finire il lavoro, il Partito lanciò una nuova offensiva, che provocò nuove resistenze. Nelle rivolte tra il 1959 e il 1962 molti persero la vita o furono messi in carcere. In alcuni villaggi furono usati cannoni per intimidire e “convincere” i contadini.
Dopo 13 anni di terrore, la collettivizzazione fu finalmente dichiarata conclusa il 27 aprile 1962 davanti a 11.000 contadini vestiti nei tradizionali costumi nazionali, portati da tutte le parti del paese. Il 96% della superficie arabile e 3.201.000 famiglie erano state portate nelle strutture collettive.
Nel Maramureş le cose andarono un po’ diversamente, come racconta William Blacker:
“Persino l’avvento del comunismo non portò grandi cambiamenti. I contadini si opposero con forza alla collettivizzazione. I comunisti vennero coi trattori e le ragazze che marciavano in prima fila, sventolando bandiere e cantando canzoni patriottiche. Con gli aratri cancellarono le divisioni tra le strisce di terreno. Ma la notte i contadini estirpavano le pianticelle di mais dai nuovi, enormi campi e abbattevano i meli e i susini di Stato, piantati su quella che consideravano la loro terra. Alla fine lo Stato li lasciò perdere e loro, soddisfatti, tornarono alla tradizione”.
È curioso scoprire che a un certo punto il cavallo venne etichettato come nemico del popolo dal comunismo, perché nelle campagne rumene avere un cavallo significava indipendenza, possibilità di spostarsi e un aiuto fondamentale per lavorare la terra ciascuno nella propria piccola fattoria. Quindi i cavalli vennero fatti oggetto di una vera e propria politica repressiva, facendone diminuire di molto il numero. I contadini furono costretti a mandare al macello i loro fedeli animali. Ne furono uccisi a centinaia di migliaia, e al loro posto arrivarono i trattori. Ma, a dispetto della grancassa, quella politica non ebbe successo perché in molte zone del paese i trattori, semplicemente, non erano un’alternativa valida. I cavalli erano più adatti al terreno e ai compiti da svolgere, e come carburante avevano solo bisogno di fieno, che i contadini potevano produrre da soli. E così fecero il loro ritorno, gradualmente. Negli anni novanta in Romania c’erano più cavalli che in ogni altro paese europeo. Ma poi. dopo l’ingresso nell’UE, le cose sono tornate a peggiorare, dice Teofil, a causa delle regole troppo rigide per la gestione del cavallo come animale da lavoro: veterinari, condizioni di lavoro ecc. Negli ultimi 20 anni i cavalli nel Maramureş si sono ridotti da 14.000 a 7.000. Eppure – continua Teofil – questo è forse l’unico posto dove i cavalli hanno le ferie. Dalla metà di giugno a fine agosto o ai primi di settembre, i cavalli riposano liberi, e per questo ogni contadino paga 150 Lei al mese per ogni cavallo. È una tradizione che va avanti da mille anni, ma a Bruxelles non lo sanno.
Una sala è dedicata alla repressione etnica. Conosciamo già la storia della persecuzione dei sassoni nel dopoguerra e di come molti furono “venduti” alla Germania Federale. Qui ci sono anche i prezzi esatti: una persona senza titoli di studio costava 1.800 marchi, uno studente 5.500, un laureando negli ultimi due anni di università 7.000, un laureato 11.000. Ma c’è altro, purtroppo. Nello stesso periodo 44.000 persone tra tedeschi, bulgari, macedoni, bessarabi e serbi furono deportati nelle steppe del Baragan, dove furono costretti a lavorare la terra e a costruire capanne di fango fino al 1956. C’è, purtroppo, un lungo elenco di bambini morti nel Baragan negli anni dal 1951 al 1956. Dopo la sollevazione ungherese del 1956, la comunità ungherese in Transilvania fu anch’essa soggetta a persecuzione, con numerosi arresti. La repressione colpì anche la comunità ebraica, all’interno della quale molti furono accusati di “Sionismo”. Anche gli ebrei vennero poi venduti a Israele. Pare che una volta Ceauşescu abbia detto: “Per noi ebrei, tedeschi e petrolio sono i prodotti di esportazione più redditizi”.
Un’altra sala riguarda le demolizioni degli anni ’80 a Bucarest. In quegli anni, per far posto al palazzo presidenziale e agli altri edifici di istituzioni pubbliche che dovevano sorgere intorno ad esso, chiese e monasteri, alcuni con più di 300 anni di storia, furono distrutti, insieme con altri edifici abitativi e pubblici. Altre chiese furono spostate e finirono totalmente nascoste dai nuovi edifici. L’episodio più noto è la demolizione dell’intero complesso del monastero Vacareşti, situato nei sobborghi della capitale. L’area doveva essere usata per un Palazzo di Giustizia, ma i lavori non iniziarono mai.
Poi Teofil ci tiene a farci vedere anche la sala dedicata a “Il Comunismo contro la Monarchia”. Dopo il colpo di Stato del 23 agosto 1944, quando la Romania si unì alla coalizione anti-Hitler, il che portò a più di 100.000 morti sul fronte occidentale, il paese fu convertito dai sovietici da alleato a stato satellite. Degli otto paesi satellite, la Romania era l’unico con una monarchia molto rispettata, considerata quindi dai comunisti l’ultimo ostacolo. Re Michele fu perciò rimosso, pur essendo stato considerato uno degli artefici della sconfitta tedesca e pertanto decorato dai russi e dagli americani.
Usciamo nel cortile, dove si trova lo Spazio di Raccoglimento e Preghiera, situato in una sorta di catacomba. Sulle pareti del corridoio di discesa allo spazio sotterraneo sono incisi i nomi di quasi ottomila morti nelle carceri, nei campi e nei luoghi di deportazione in Romania.
Nel cortile c’è anche un gruppo di statue: un uomo senza testa indica la via a persone senza faccia, che simboleggiano l’annientamento dell’identità e che si trovano di fronte un muro, altra simbologia molto chiara.

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Lui è Teofil

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Dopo un caffè di metà mattina, ci spostiamo alla sinagoga, che visitiamo accompagnati da un esponente della locale comunità ebraica, mentre fuori cade una lieve pioggerella.
Ci troviamo nella città del premio Nobel per la pace Elie Wiesel, che nacque qui nel 1928. Con il diktat di Vienna del 1940, la Romania perse parte della Transilvania a favore dell’Ungheria. Il 6 maggio 1944, le autorità ungheresi diedero l’autorizzazione all’esercito tedesco di effettuare la deportazione degli ebrei di Sighet ad Auschwitz-Birkenau.
Così Wiesel descrisse, ne La notte, il tragico arrivo al campo di Auschwitz:

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
Elie aveva 16 anni quando fu liberato dal campo di concentramento, qualche giorno prima aveva visto suo padre morire davanti ai suoi occhi.
Nel 1955, Wiesel si trasferì a New York, dopo aver ricevuto la cittadinanza statunitense. Negli USA scrisse più di 40 libri e vinse alcuni premi letterari. L’opera di Wiesel è considerata la più importante nella letteratura che parla dell’Olocausto. È morto nel 2016.
L’Istituto Nazionale per gli Studi dell’Olocausto di Romania porta il suo nome. Nel 2002 Wiesel è stato decorato dell’Ordinul Steaua României, nel grado di Grande Ufficiale, dall’allora Presidente, Ion Iliescu. Lo scrittore restituì la Medaglia d’Oro nel 2004, dopo che questa venne ricevuta da Corneliu Vladim Tudor e Gheorghe Buzatu, sostenendo che i due erano noti antisemiti e negazionisti dell’Olocausto.
La comunità ebraica rumena ha radici lontane. A partire dal XVIII secolo, gli ebrei della Galizia austriaca e gli ebrei russi iniziarono ad emigrare verso le terre fertili e libere della Romania. Nel 1830, in Moldavia e in Valacchia gli ebrei costituivano il 3,6 per cento della popolazione totale. Tuttavia sino al 1866 la Costituzione del recente Stato di Romania esplicitava all’articolo 7 che solo gli stranieri di religione cristiana avrebbero potuto acquisire lo status di romeni e in tal modo godere dei pieni diritti civili e politici. Grazie alle pressioni delle potenze occidentali, nel 1879 il Parlamento emendò l’articolo 7, permettendo a tutti gli stranieri, a prescindere dal credo, di ottenere la naturalizzazione. Gli ebrei entrarono a tutti gli effetti nella vita economica e politica della società romena, contribuendo alla sua crescita. Il numero degli ebrei in Romania crebbe costantemente: nel 1912 la comunità ebraica contava 240.000 persone.
Con il diktat di Vienna il dittatore Antonescu accettò la deportazione degli ebrei di Bessarabia e Moldavia verso la Transnistria, mentre gli ebrei di Transilvania, riconquistata dall’Ungheria, vennero deportati in Polonia. Gli ebrei romeni deportati furono 120.000. Solo in Transnistria vennero uccisi 115.000 ebrei deportati.
Nel dopoguerra la nazionalizzazione delle industrie, delle banche, delle scuole colpì la comunità ebraica nelle sue fondamenta. Molti ebrei scampati all’Olocausto non fecero più ritorno in Romania. La nascita dello Stato di Israele, nel 1948, fornì un ulteriore incentivo all’emigrazione di massa di chi era rimasto. Ceauşescu usò gli ebrei come merce di scambio, li vendette allo Stato di Israele.
Nel 1977 la comunità ebraica contava 25.000 persone, nel 1992 si annoveravano appena 9.000 aderenti.
La sinagoga è costruita secondo i precetti dell’ebraismo sefardita: lo si vede dal fatto che lo spazio di preghiera per gli uomini è separato da quello per le donne, che si trova in alto sulla balconata.
All’interno si trovano anche antichi oggetti rituali provenienti da sale di preghiera dei villaggi dei dintorni.
Anche la nostra guida ci conferma che qui la comunità ebraica, fino alla seconda guerra mondiale, aveva sempre prosperato in un clima di grande tolleranza; paradossalmente, erano più forti i conflitti all’interno della comunità stessa, in particolare tra gli ebrei ultraortodossi del movimento chassidico e il resto della comunità.
Poi, nel 1944, la tragedia della deportazione di massa. Molte targhe sono dedicate a personalità di Sighet morte durante l’Olocausto. Dei circa 13.000 deportati da Sighet, solo 2.308 fecero ritorno, tra cui il padre della nostra guida. Due dei superstiti, due donne, sono ancora in vita: una ha 96 anni, l’altra 103. Era di Sighet anche l’uomo che arrestò Adolf Eichmann.

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Breb è il villaggio dove William Blacker, l’autore di “Lungo la via incantata”, che ho già citato più e più volte, si stabilì per il suo primo periodo rumeno, prima di trasferirsi nella casa di una famiglia di zingari in un villaggio della Transilvania. Qui a Breb visse da Mihai e Maria, due anziani contadini che non avevano figli e che quindi lo accolsero come un figlio. Fu difficile per lui convincerli che, anche se era un ospite, voleva lavorare nei campi, e ottenere che gli lasciassero usare la sua bella falce austriaca che aveva comprato apposta.
La casa di Mihai e Maria ora è vuota: loro sono morti anni fa, William forse avrebbe potuto ereditarla ma non la vuole, dice che ormai il paese non è più quello che lui aveva conosciuto e ci torna soltanto di rado. Così è passata a un nipote, che l’ha messa in vendita. Ma per noi vederla è comunque emozionante. Per strada ci passa accanto un contadino con la falce in spalla e il cappellino di paglia tipico del Maramureş, che sembra davvero uscito dalle pagine del libro.
Il cambiamento William lo racconta così:
“I cambiamenti erano stati accelerati quando l’antica strada di pietra e terra che attraversava il villaggio era stata asfaltata. Prima, il tragitto in auto dalla strada principale alla casa di Mihai richiedeva un quarto d’ora. Si poteva andare solo a passo d’uomo. Adesso ci volevano pochi minuti.
L’asfalto era arrivato qualche anno prima, quando vivevo ancora a Breb. Ricordavo bene come nel giro di poche settimane il nastro nero si fosse insinuato fin dentro il villaggio. Il rombo dei camion che portavano il catrame e la ghiaia mi aveva fatto pensare al rumore delle asce nel Giardino dei ciliegi. Ma per gli abitanti la nuova strada era stata occasione di festa. La gente aveva cominciato a descrivere le cose in termini di “liscio come l’asfalto”.
Io avevo pronosticato un disastro, e la gente mi aveva guardato con sorpresa.
«I bambini non potranno più giocare per strada» avevo detto.
«Be’, giocheranno da un’altra parte».
«Ma voi vi domanderete dove sono, e non starete più in pace come adesso».
Nessuno ci aveva riflettuto granché. La strada era un segno del progresso. Gli altri villaggi avevano le strade asfaltate. Adesso ce l’aveva anche Breb. E poi, c’erano i limiti di velocità.
Poco dopo, il nipote di otto anni del raccontastorie, l’uomo cui avevo regalato la falce austriaca, fu ucciso da un’auto in corsa, e la gente non fu più così entusiasta”.

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La casa di Mihai e Maria

Andiamo a mangiare da Penny, una signora inglese piuttosto “alternativa” amica di Peter Hurley che ci accoglie con calore e che ci ha preparato un altro pranzetto niente male: crema di melanzane, uova sode, formaggi (sia di vacca che di pecora), pomodori, cetrioli, assaggi di torta di mele e torta al formaggio. E naturalmente horinca a volontà: abbiamo scoperto che è usanza, da queste parti, mettere nelle bottiglie di grappa oggetti in legno, soprattutto il fuso cerimoniale di cui Peter ci ha spiegato il significato.
A tavola, Teofil ci racconta di come due volte in questi boschi si è trovato di fronte un orso maschio; sono orsi che pesano attorno ai 350 kg, che fanno sicuramente paura. Lui dice che quello che davvero non si dimentica è l’odore dell’orso: quando l’hai sentito una volta non te lo scordi più. È difficile da definire, non è né buono né cattivo, ma quando lo senti istintivamente hai paura, forse è qualcosa che deriva da un ricordo ancestrale sedimentato nella nostra mente.
Su un portale abbiamo visto scolpito quello che potrebbe essere il simbolo dell’orso, costituito da una serie di mezzelune che rappresenterebbero i segni lasciati sul tronco dalle zampe dell’orso quando si arrampica.
Salutata Penny e il suo simpatico cagnone, andiamo a vedere la chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, che ha un bel portale in legno decorato con l’albero della vita. La chiesa fu costruita nel 1622, ma alcune parti della struttura della torre sono state datate al 1530, il che ne fa la chiesa con la più antica torre in Romania. L’interno conserva alcuni resti di affreschi del XVII secolo, che in parte purtroppo sono andati persi perché durante un restauro una delle assi era stata montata al contrario, lasciando l’affresco esposto alle intemperie. C’è anche il piccolo cimitero del villaggio.

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Le chiese di legno sono un’altra caratteristica della regione. Sono comuni un po’ in tutta l’Europa Orientale, ma queste hanno costruzioni così particolari che otto di esse sono entrate nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Questa particolare architettura deriva dalla proibizione di costruire chiese in muratura che gli ungheresi cattolici imposero ai rumeni ortodossi nel lontano 1278. La maggior parte delle chiese fu ricostruita dopo l’ultima invasione dei tartari, nel 1717, spesso con un ampio porticato davanti all’entrata e con dei campanili altissimi, qualche volta abbelliti da dei pinnacoli angolari.
I tetti sono tutti ricoperti da scandole, piccole tegole di legno, che sono sistemate con infinita pazienza da dei carpentieri specializzati, appollaiati vertiginosamente su uno speciale sedile attaccato alle travi del tetto. La struttura di ogni chiesa è costituita da robuste travi di quercia, incastrate con perfette giunzioni, senza l’ausilio di nessuna vite o collante, e spesso è decorata, per tutto il suo perimetro, da una corda scolpita nel legno, segno dell’unità della chiesa e dei suoi fedeli.
È probabilmente in questa chiesa che si celebrarono i funerali di due giovani fratelli di Breb, Ion e Vasile, annegati in un lago non lontano dal villaggio. È uno dei passi che più mi hanno colpito del libro di William Blacker.
Il mondo degli spiriti qui ritorna anche nel culto dei morti, dove i rituali da osservare sono codificati e ometterne anche uno solo potrebbe comportare il ritorno dell’anima come fantasma o addirittura come vampiro. La cerimonia, che non è facile osservare, si compone di tre fasi: la separazione dal mondo dei vivi, la preparazione al viaggio e l’ingresso nell’altro mondo.
La persona morente chiede il perdono della propria famiglia e dei vicini e tutti sono tenuti a obbedire ai suoi ultimi desideri, mentre le donne piangono e improvvisano poesie rimate declamanti la personalità e le imprese compiute dal defunto. Dopo la veglia del morto, che dura tre giorni, si celebra un pasto commemorativo a base di pane a forma di nodo e uova rosse che vengono offerte sia a chi partecipa al funerale che ai passanti. Il lutto dura un anno, durante il quale i parenti stretti non possono partecipare a cerimonie nuziali o balli e le donne vestono di nero. Anche il matrimonio è un evento molto importante nella cultura della regione al punto che se una persona in età di matrimonio muore prima di essersi sposata, viene addirittura tenuto un «Matrimonio del Morto».
Ed è proprio questo il caso dei funerali dei due ragazzi, della cui vivida descrizione vi riporto uno stralcio.

Nel Maramureş matrimoni e funerali si somigliano in maniera lampante. Entrambe le cerimonie riguardano partenze senza ritorno, e questo è il motivo delle molte lacrime versate ai matrimoni, quando un figlio o una figlia lasciano la casa dei genitori per sempre. Ma il prendere moglie è uno dei principali traguardi della vita, e perciò quando una persona muore in età da matrimonio deve assolutamente sposarsi prima della sepoltura. Per questa ragione si dovevano celebrare le nozze simboliche tra due ragazze e due ragazzi già morti – morti, anzi, da quasi una settimana, con tre giorni passati sott’acqua. Eravamo dalle parti del macabro, ma andava fatto, perché i due ragazzi non dovevano avere motivo di considerare incompiuta la loro esistenza.
[…]
Naturalmente la Chiesa non approva questa pratica, ma nemmeno cerca di fermarla. I missionari della Chiesa bizantina, quando nei secoli bui per primi arrivarono in queste vallate remote, furono costretti a scendere a compromessi per convincere le popolazioni locali a venerare il nuovo Dio, e forse la straordinaria messinscena cui stavo assistendo ne era una conseguenza diretta. Il parroco officiava un funerale cristiano tradizionale e i contadini lo reinterpretavano per conto loro come un matrimonio. I preti in paramenti dorati reggevano la croce e dondolavano il turibolo, assistendo impassibili mentre i contadini intrecciavano i loro rituali pagani ai riti funebri ortodossi.
La stanza con le due bare era piena di gente; la maggior parte guardava con raccapriccio e si faceva il segno della croce. Le donne si premevano sul naso il fazzoletto o delle foglie di noce. Da venerdì il caldo si era fatto soffocante. Nell’aria l’odore era dolciastro, nauseabondo, e le mani dei due ragazzi iniziavano a mostrare segni di putrefazione. I due cadaveri adesso indossavano bellissimi abiti nuziali, con bluse dai ricami elaborati e gilè ricoperti di nappe con piccolissimi specchietti rotondi, che servivano ad allontanare il male. Erano cosparsi con fiori selvatici di tutti i tipi raccolti nei campi e nel nastro dei cappelli di paglia erano infilati rametti di bosso. Tra le braccia avevano dei pani e tra i pani c’erano, presumibilmente per pagare il traghettatore, non una sola moneta come al tempo dei romani, ma tante quante ce ne stavano – non si badava a spese.
Fuori, il cortile era ormai affollato. Il testimone dello sposo portava il tradizionale palo nuziale decorato con campanelli e fazzoletti e organizzava concitato la celebrazione, proprio come avrebbe fatto per qualsiasi altro matrimonio. In un angolo del cortile c’era un violinista accanto a un gruppo di dieci ragazze, vestite tutte di bianco. Alzò il violino al mento e si mise a suonare; le ragazze iniziarono a cantare sulla sua melodia dolente.
[…]
Finalmente le orazioni terminarono e ripresero i pagani lamenti contro l’ingiustizia del mondo. Dodici ragazzi scapoli si misero le due bare in spalla e il violinista imbracciò ancora una volta il suo strumento. Questa volta però la musica mi sorprese: non era più la nenia funebre di prima. La gente tutt’attorno gemeva e piangeva, ma il violinista attaccò invece l’allegra marcia nuziale del Maramureş. Il contrasto confondeva i sensi. L’atmosfera cambiò all’istante; dopo la tristezza delle lacrime e del lutto, si fece subito più leggera grazie al ritmo vivace della musica, e si iniziò a chiacchierare. I testimoni agitarono i pali e la processione, con in testa le casse seguite dalle spose e dalle loro damigelle, si rimise in moto sugli stretti sentieri che attraversavano i campi in direzione della chiesa, col ritmo vorticoso del violino, il tonfo del tamburo e il cadenzato tintinnio dei campanelli dei pali nuziali.
Lasciando il cortile sentii il canto di una donna: “Su, Ionuc e Vasiluc, mentre ve ne andate staccate un fiore dal magico sambuco e mettetelo nella gronda del portico. Lasciatelo lì per i vostri genitori, cosicché il loro dolore passi più in fretta”.
Su una collinetta sopra la casa c’erano tre pastori. Suonarono un lungo richiamo coi loro corni, che risuonò per colli e vallate. Poi, quando la processione si dipanava ormai per le strade del villaggio, con le donne che gemevano e il violino che suonava, i pastori si spostarono di corsa su altri poggi che sovrastavano il sentiero del cimitero, per soffiare il loro ultimo saluto.
La processione faceva sosta a ogni incrocio e a ogni ponte, luoghi da sempre ritenuti carichi di energia spirituale e dove si dice che si appostino gli spiriti maligni. Il violinista abbassava il violino, i testimoni smettevano di scuotere i campanelli, le lamentatrici tacevano, gli uomini chinavano la testa, e per qualche istante al mondo cristiano venivano concesse le sue preghiere. Poi i pastori soffiavano nel corno e il mondo precristiano riprendeva il sopravvento.

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Lasciamo, un po’ a malincuore, Breb per dirigerci verso un altro dei luoghi più suggestivi e attesi di questo viaggio: il Cimitero Allegro di Săpănţa.
Abbiamo imparato che il nome di questo villaggio si pronuncia in maniera un po’ diversa da quello che pensavamo. Sì, perché questa ă col segno sopra si pronuncia con un suono molto breve, che non sembra una vocale, in pratica quasi non si pronuncia. Un po’ come la i senza puntino turca, ammesso che qualcuno ce l’abbia presente. Per metterlo per iscritto in qualche modo, potrebbe essere qualcosa tipo “S’p’nza”. L’avrei dovuta usare già altre volte in realtà questa ă, ma per pigrizia non l’ho fatto, spero che mi perdonerete. Colgo l’occasione per darvi due dritte due sulla pronuncia rumena; era meglio farlo prima, ma lo facciamo adesso, meglio tardi che mai.
La ţ, appunto, con il segno sotto si pronuncia come una z sorda italiana, come in calza.
La ş con il segno sotto si pronuncia come la “sc” di sciare, o se preferite come la “sh” inglese.
Il villaggio deve la sua fama, in gran parte, a questo cimitero così particolare. Perché allegro? Perché le lapidi non sono lapidi, nel senso che non sono di pietra ma di legno, sono dipinte di un blu intenso che fa da sfondo e sopra sono raffigurate scene di vita (a volte anche ironiche) della persona sepolta, accompagnate da un testo, generalmente in rima, una sorta di poesia umoristica che descrive il defunto: come è morto o come ha vissuto.
La persona è dipinta a colori vivaci in un momento della vita, accompagnata da elementi dell’universo contadino e pastorizio. I dipinti rappresentano quindi uomini che vanno a cavallo, che lavorano il legno, che cantano, con la falce o col bestiame, che vanno a fare la guerra o altro. Le donne in genere sono rappresentate con bambini tra le braccia, che ballano, che filano la lana col fuso o con la filatrice, fanno i lavori di casa, cucinano ecc. Si è creata così un’atmosfera serena che non teme la morte e glorifica la vita.
Le lapidi sono spesso dipinte sui due lati, perché dopo 25 anni il defunto può essere esumato e ne viene sepolto un altro, quindi viene aggiunto un altro epitaffio sull’altro lato o vengono rifatti entrambi. È un’opera d’arte che si rinnova e cambia continuamente, e proprio per questo non può essere patrimonio UNESCO, perché UNESCO significa conservazione e il titolo viene concesso solo per quello che resta congelato nel tempo.
Tutto è cominciato nel 1934, quando un artista locale, lo scultore Stan Ioan Patraș, fece una decorazione per la sua futura sepoltura in legno di castagno. Piacque così tanto che molti ne vollero una per sé, così l’artista cominciò a dipingere praticamente per tutto il paese. Altri poi hanno continuato la sua opera. Oggi sono due gli artisti che lavorano per questo cimitero, ma uno non riceve turisti perché è troppo impegnato col lavoro e l’altro… è così impegnato a ricevere turisti che bisogna prenotarsi con largo anticipo.
In questo cimitero non ci sono persone famose, ma solo gente comune di qui, contadini o artigiani. Ma tutti insieme sono diventati famosi in tutto il mondo. In realtà poi di allegro non c’è così tanto, se si va a leggere gli epitaffi molti parlano della morte, a volte sono giovani, anche bambini. Quindi le poesie possono essere tristi, ma ce ne sono alcune, che sono diventate le più famose, che sono davvero buffe e ironiche.
C’è il Don Giovanni e c’è l’ubriacone, che invita a non fare come lui, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia in mano. L’epigrafe potrebbe essere così tradotta:
«La grappa è un veleno puro / che porta pianto e tormento / Anche a me li ha portati / La morte mi ha messo sotto i piedi.
Coloro che amano la buona grappa / Come me patiranno / Perché io la grappa ho amato / Con lei in mano sono morto.
(Qui giace Dumitru Holdis, vissuto 45 anni, morto di morte non naturale nel 1958)»
Ma quella più divertente di tutte è forse quella cosiddetta “della suocera”, fatta realizzare dal genero della signora in questione, che dice così:
«Sotto questa pesante croce
Giace la mia povera suocera.
Se lei fosse vissuta tre giorni in più
Sarei io che giaccio qui, e lei leggerebbe questa croce.
Tu che passi per favore cerca di non svegliarla
Perché se torna a casa mi criticherà ancora di più.
Ma io sicuramente mi comporterò come si deve
Per non farla tornare dalla tomba.
Stai qui, mia cara suocera!»
Sembra che, da allora, tutte le suocere del paese stiano bene attente a farsi fare la loro croce in anticipo, per non rischiare che sia il genero a decidere come farla…
La tomba di un uomo ucciso dai soldati ungheresi durante la seconda guerra mondiale è stata rifatta ben tre volte. La prima volta diceva la verità su come quest’uomo era morto, ma gli ungheresi imposero che fosse bruciata e rifatta con solo le date di nascita e di morte. A guerra finita, cacciati gli ungheresi, l’artista si prese la rivincita. Non solo rifece la tomba con la vera storia, ma aggiunse, nel 1949, un’altra croce all’entrata, che è quella che oggi fa da introduzione a tutto il cimitero.
Secondo molti studiosi questo cimitero è l’espressione della visione rumena della morte, che deriva dalla cultura degli antichi daci, che consideravano la morte non solo un fatto naturale ma addirittura un momento di gioia, perché il defunto approdava ad una vita migliore. Si dice che i daci salutassero le nascite con il pianto e le morti con le risate. Di sicuro è un cimitero unico, dove sulle croci di legno è scritta una sorta di antologia di Spoon River dei Carpazi; e proprio per questo un posto qui costa piuttosto caro per gli standard locali, circa 1000 euro. Più il costo della lapide, che va da 400 euro a 900 se è dipinta sui due lati. Nel villaggio c’è anche un altro cimitero, gratuito, dove vanno i meno abbienti ma anche quelli, pare siano parecchi, che potrebbero permettersi un posto qui ma preferiscono un cimitero più tranquillo e non turistico, dove sia possibile visitare i propri cari in un’atmosfera di maggiore raccoglimento.

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L’ubriacone

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La suocera

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L’artista fondatore: naturalmente anche lui è sepolto qui

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Dobbiamo accelerare i tempi della nostra visita, purtroppo, a causa di un acquazzone imminente. È anche piuttosto tardi, dobbiamo dirigerci verso la nostra pensione. Anzi, verso le nostre pensioni: anche qui a Săpănţa ci divideremo in due gruppi. Il gruppo degli emarginati è quello di ieri con l’aggiunta di Fabiola, la fotografa del gruppo. La nostra pensione si chiama Păstrăvul, che significa trota. È un po’ più grande, più anonima e meno accogliente di quella di Ramona, purtroppo. All’inizio del corridoio che porta alle nostre camere c’è una compilation di animali impagliati, tra cui una volpe con un galletto in bocca che nell’insieme non è di un gusto eccezionale.

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Per la cena, però, Miki ci viene a prendere col pullmino e ci porta all’altra pensione, che invece si chiama Plai cu peri (campo di alberi di pere). E qui per noi, prima e durante la cena, il nostro Eughenio ha organizzato uno spettacolo di musica e danze tradizionali del Maramureş. Sono ragazzi e ragazze, più o meno dagli otto ai sedici anni, vestiti nei loro costumi tradizionali colorati e ricamati, i maschietti coi loro bravi cappellini di paglia.

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I più grandi sono anche bravi, i più piccoli si impegnano comunque tanto e fanno un’allegra confusione. Qui li vediamo impegnati in una canzone popolare della loro terra:

Dopo di che, via alle danze. E dopo aver ballato loro, coinvolgono anche noi nell’invirtiţa, la scatenata danza tipica del Maramureş. Si balla in coppia e si chiama così (almeno credo) perché si gira cambiando continuamente verso di rotazione. Anch’io ci provo, guidato dalla mia giovanissima dama; i risultati sono abbastanza pietosi, ma è divertente. Potete vedere la nostra performance in questo video sulla pagina Facebook della pensione:

Video danze alla pensione Plai cu Peri

E così, tra un giro di danza e un bicchierino di horinca della casa, anche questa serata se ne va che è un piacere.

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 4

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa

Giovedì 14 giugno 2018: Quarto giorno – Finalmente Maramureş, la scelta di Peter l’irlandese e Padre Albano, il prete di strada

Partiamo verso le 9, con Eugenio che si è alzato alle 4 per accompagnare Donata all’aeroporto e che un po’ sembra risentirne… ma conto sulle sue capacità di recupero.
Horia è venuto a salutarci, il suo compito finisce qui e un po’ sicuramente ci mancherà.
Dopo tre giorni di Transilvania, è giunto per noi il momento di scavalcare le montagne e di entrare nel Maramureş, uno degli ultimi territori d’Europa ancora poco contaminati, forse l’ultimo dove è la natura a scandire i ritmi della vita e tutto è ancora strettamente legato alla terra. Qualcosa che è Europa sulla carta, ma forse è ancora, almeno in parte, così isolato da essere veramente altro. Lo scopriremo. Per molti è sicuramente la parte più attesa del viaggio.
Ed ecco che finalmente posso spiegare questo titolo: Al di là delle montagne. Per arrivare nel Maramureş bisogna davvero passare dall’altra parte, al di là di quella propaggine dei Carpazi che delimita questo angolo di mondo. Bisogna ripercorrere quella via incantata che una ventina abbondante d’anni fa portò William Blacker a Breb, il “suo” villaggio, e prima di lui altri viaggiatori, come Patrick Leigh Fermor, autore di “Tra i boschi e l’acqua”. È proprio una sensazione fisica quella che provo mentre il pullmino abilmente guidato dal nostro Miki si inerpica sulla strada stretta e tortuosa che supera il passo, e dopo aver scollinato l’impressione è subito quella di trovarsi in un altrove e di aver fatto un salto indietro nel tempo. Sarà anche suggestione, non lo nego, il potere della mente e dei libri. Ma è una sensazione piacevole.
Subito il verde sembra più verde, gli alberi più alti; guardiamo fuori dai finestrini, da una parte e dall’altra, in cerca di chiesette di legno, e ci aspettiamo da un momento all’altro di incrociare un carretto tirato da cavalli adornati con nastri rossi (il rosso qui è un colore beneaugurante, abbiamo scoperto). O di vedere una pentola appesa fuori da una casa, che significherebbe che lì c’è una ragazza in età da marito che si deve sposare.
Sarà che sono seduto vicino a Elena, che è un’altra che ha già letto e profondamente apprezzato William Blacker (io durante il viaggio per essere onesto lo stavo ancora finendo, ndr). In effetti qualcosa di questo genere si vede, sicuramente il panorama è cambiato, è davvero un territorio poco urbanizzato, con grandi distese di prati e covoni di fieno. Non le balle di fieno regolari fatte da una macchina, proprio i covoni di una volta, quelli fatti come un monticello con un paletto di legno in mezzo. Quelli che da noi sono spariti da almeno cinquant’anni.

Ma per ora non possiamo ancora addentrarci in questo mondo a parte che è il Maramureş profondo. La prima tappa è Baia Mare, che è il capoluogo e che è una città di più di 100.000 abitanti.
Arriviamo in tarda mattinata. Il primo incontro fissato per noi è quello con Peter Hurley, ex console onorario irlandese a Bucarest. Eugenio ci ha accennato qualcosa su di lui sul pullmino: sappiamo che ha 50 anni, che vive qui da tempo, si è sposato con una ragazza del posto e sarà padre ad agosto. Il resto ce lo racconterà lui, che ci aspetta al tavolo di un bar in una piazza assolata. È così gentile con noi che vuole, come prima cosa, che possiamo rinfrescarci con una limonata dissetante. Ragazzi, questa si chiama ospitalità. Non per niente è irlandese. Sì, lo so, forse sono un po’ di parte. Io amo l’Irlanda e gli irlandesi, meglio chiarirlo subito. Mi basta sentir parlare inglese con quel meraviglioso accento irlandese, e già divento subito di buon umore e ben disposto ad ascoltare. È un pregiudizio, lo ammetto, ma almeno in questo caso è un pregiudizio positivo. Scopriamo che questo bar offre infiniti tipi di limonate, aromatizzate con le erbe e i profumi più vari. Sono così tante che faccio fatica a scegliere, e allora opto per una limonata classica, liscia e senza zucchero. Sono già concentrato su quello che Peter dirà. Anche il suo aspetto, c’è da dire, è molto irlandese: ha capelli rossi e barba rossiccia con qualche spruzzata di bianco, occhi chiari, porta i jeans e una camicia a quadri.
La sua storia, al di là di tutto, è davvero interessante. Lui parte da Dublino a 25 anni, nel 1993, per esplorare l’Europa dell’Est, un mondo che lo affascina particolarmente. Si ferma a Praga per un periodo, e resta colpito al punto di pensare “Ragazzi, fino ad ora non sapevo cosa fosse il mondo”. Torna in Irlanda ma, senza farne parola con nessuno, comincia a rimuginare sull’idea di trasferirsi in uno dei paesi dell’Est, non sa ancora quale. Pochi mesi dopo, un amico d’infanzia che vive già in Romania lo chiama e, per assoluta coincidenza, lo invita con tono perentorio ad andare a Bucarest per aprire un’attività con lui. Lui prende al volo l’opportunità e, senza pensarci troppo, accetta. Nel ’94 aprono una piccola società che si occupa di marketing e ricerche di mercato. Sono in tre, il più vecchio ha 27 anni. Siamo ancora in quella fase in cui il capitalismo è agli albori in Romania, c’è molta voglia di libero mercato, poche regole e spazio per tutti. Loro sono anche bravi e in breve tempo il successo è travolgente. 15 anni dopo, nel 2009, hanno 150 dipendenti, un fatturato da capogiro di 20 milioni di euro l’anno e una delle agenzie di pubblicità più grandi del paese. È in questo periodo che Peter, come accade a molti imprenditori di successo, diventa anche console onorario del suo paese a Bucarest.
A un certo punto lui si rende conto, però, che quel tipo di successo non gli basta più. Capisce che la cosa più bella di questa esperienza che sta vivendo è in realtà la Romania stessa, soprattutto la gente, la sua anima pura, la sua spiritualità, la sua generosità e la sua immediatezza nel mettersi a disposizione senza riserve quando si ha bisogno di aiuto. E decide che l’unica cosa giusta da fare per lui per ripagare questa gente è mettere le sue capacità e la sua esperienza al servizio di una nuova missione, che è promuovere la Romania stessa.
Ma non puoi – dice Peter – promuovere qualcosa se non la conosci profondamente, se non ne cogli l’essenza. Ed è per questo che comincia a scavare – mentre lo dice fa proprio il gesto di affondare una pala nel terreno – a scavare nel profondo di questa terra, parlando con le persone, guardandole e filmandole. Ne escono due cortometraggi sulla spiritualità rumena, e in breve tempo lui realizza che la sorgente, la fonte di tutto – per dirlo usa la parola rumena izvor, che è una parola slava, Eugenio fa notare che è la stessa parola anche in serbo – non è la Romania urbana, ma la Romania rurale. La struttura stessa del paese è una struttura di tipo rurale. La storia della Romania si è costruita attorno a questo mondo rurale, attorno alla vita di villaggio. Quindi è nelle storie della vita di villaggio che in questi anni Peter ha continuato a scavare, per tirarne fuori l’essenza e capirla fino in fondo, ma anche per aumentare la consapevolezza dei valori di questa vita e dell’eredità che si tramanda attraverso il mantenimento di questi valori.
E la culla della vita di villaggio e di questi valori antichi in Romania è soprattutto un territorio che nel frattempo ha scoperto e di cui si è follemente innamorato, che è – indovinate un po’ – il Maramureş! È qui che c’è l’ultimo esempio in Europa di vita e civiltà contadina da preservare. La gente vive semplicemente del lavoro della terra. Qualche ortaggio, qualche albero da frutta, ma soprattutto immense distese d’erba che, falciata, diventa fieno con cui nutrire gli animali, soprattutto le vacche da latte. Con quel latte si fa il formaggio e lo si va a vendere al mercato, questo è tutto.
Mi colpisce che lui dica esplicitamente che questo stile di vita non c’è più neanche in Irlanda, per quanto anche l’Irlanda possa apparire come un paese ancora a vocazione agricola. Ma lì – argomenta – la vera cultura contadina popolare si è già persa, quello che c’è ora in fondo è tutto un revival; qui invece è una fiamma viva, che non bisogna far spegnere. È un’eredità che si tramanda da secoli, che ha resistito a tutte le guerre e a tutte le invasioni. Ma ora è molto vulnerabile, è vicina alla fine. È una corsa contro il tempo quella che abbiamo davanti per provare a salvarla.
Si stima che ogni giorno in Romania spariscano tre fattorie. Peter paragona lo spopolamento di oggi delle campagne rumene alla grande migrazione che dall’Irlanda, a causa della grande carestia dovuta alla perdita di due raccolti di patate, negli anni ’40 del 1800 portò un milione di persone negli Stati Uniti.
Tutto questo è triste, ma al tempo stesso è un’opportunità, una sfida: bisogna rendersi conto di quanto si perderebbe se questa cultura sparisse e provare a valorizzarla. Dice Peter che tutto dipende dalla prospettiva, dallo sguardo, che noi siamo fortunati a essere qui nel capoluogo del Maramureş. Qui, in questa piazza, è il luogo dove ogni settimana i contadini dei villaggi vengono a vendere i loro prodotti. E quando li vendono non si portano i soldi a casa, al villaggio, ma li spendono qui, in città. Quindi la storia urbana di questa città è fatta in realtà dalla storia rurale dei contadini che fanno vivere questa città. È quello che lui dice ai rumeni, che secondo lui sono in una posizione unica, molto speciale, quella di avere una vita di campagna così sviluppata da essere ad un livello più alto, quasi un’aristocrazia.

In questi anni Peter ha cercato in tutti i modi di portare avanti questa battaglia, di vincere la sfida e di preservare l’unicità di questa cultura. Attraverso la musica, innanzitutto. Dal 2010 organizza un festival musicale che, ogni mese d’agosto, riunisce cantanti e band di musica popolare e tradizionale da tutto il mondo. Ha cominciato ovviamente con i musicisti irlandesi, com’è naturale che sia: l’Irlanda in questo senso ha una tradizione ricchissima. Si ricorda di una violinista irlandese che aveva portato a suonare in un villaggio, e che poi sarebbe dovuta andare a suonare anche in un altro villaggio. Ma lei non voleva più muoversi da lì, dove aveva fatto il primo concerto. Stava lì, a piedi nudi, a suonare con i pastori per far fare più latte alle pecore.
Nel 2010 il musicista irlandese Shaun Davey compose appositamente per il festival un brano intitolato “Voices from the Merry Cemetery” e dedicato al cimitero allegro di Săpănţa (che vedremo domani). Nel 2011 la trasmissione del concerto di apertura su Radio Romania Actualitati, la sera della vigilia di Ferragosto, fcce un milione di ascoltatori.
All’inizio Peter ha investito del suo, per fare il festival. La prima edizione costò 143.000 euro, con un misero ricavo di 1.600 Lei. Ora le cose vanno un po’ meglio, qualche sponsor lo ha trovato e anche qualche finanziamento pubblico. Ma c’è chi continua a chiedersi perché deve essere uno straniero a fare tutto questo per la cultura rurale rumena. Mi scuso se metto in imbarazzo qualcuno, dice Peter, ma la risposta è molto semplice: è impossibile rimpiangere tuo padre quando è ancora vivo. Il padre ancestrale dei rumeni è ancora vivo. Io il mio l’ho perso tanto tempo fa, forse non l’ho mai conosciuto.
Nel dicembre 2012, partendo proprio dal cimitero allegro, Peter ha percorso a piedi i 650 km che separano Săpănţa da Bucarest senza un soldo in tasca, con lo scopo di dimostrare che in Romania questo è possibile, perché i contadini dei villaggi rumeni sono estremamente aperti e capaci di dividere tutto con chiunque vada a visitarli. È un qualcosa che va ben oltre l’ospitalità, è un profondo desiderio di comunicare la loro umanità che è evidente dal primo momento in cui li incontri. E quando sentono che tu ricambi, il loro spirito è così contento che è come se brillassero, e diventa uno scambio magico di gioia. Ricorda ad esempio di quando arrivò a bussare alla porta di un contadino in un piccolo villaggio alle undici di sera, in una notte fredda e tempestosa. La porta era aperta e il contadino, senza nemmeno alzarsi dal letto, mentre guardava la TV, lo invitò ad entrare come se lo stesse aspettando e disse semplicemente: “Nessuno dovrebbe essere fuori in una sera come questa”.
“Ma se fosse stato un rumeno, o peggio un rom?” – chiede Gabriella – “L’avrebbe fatto entrare comunque, o è perché era uno straniero a bussare?”. La domanda è pertinente, e ben posta, ma lui è sicuro che non importa chi sia a bussare, quello che importa è che è un contadino a tenere la porta aperta. Tutto sta lì, nella differenza profonda tra campagna e città. Forse è una visione fin troppo idealizzata, ma lui lo ha sperimentato direttamente e lo dice con un tale trasporto che non si può che credergli.
Ha fatto questo viaggio per mostrare solidarietà con i 9 milioni di rumeni, cittadini dell’UE, che provano a sopravvivere con un’agricoltura di sussistenza in 4 milioni di piccole case di contadini, in assenza di una strategia coerente per il loro futuro. Da questa esperienza ha tratto un libro, intitolato “The Way of the Crosses”. Il titolo viene dalle croci che spesso si trovano ai lati delle strade di campagna rumene, che possono essere semplicemente segni di devozione popolare o anche, a volte, il ricordo di persone che in quel punto hanno perso la vita a causa di un incidente stradale, cosa che da queste parti purtroppo è frequente.
Uno strumento fondamentale con il quale per lui è possibile salvare questa cultura, che è patrimonio di tutti, è il turismo. Ma deve essere naturalmente un turismo responsabile, ecosostenibile e assolutamente non di massa. Un nanoturismo, lo chiama con un’espressione efficace.
In nome di questa sua missione Peter ha persino sfidato, durante una conferenza stampa, il Commissario Europeo all’agricoltura, un irlandese, consegnandogli una lettera dove lo invitava ad agire al più presto per salvare la civiltà contadina rumena. Una lettera che non ha mai avuto risposta.
Ora Peter sostiene la creazione di un fondo di investimento rurale che incoraggi la cooperazione nell’economia locale, in particolare tra i piccoli produttori, e che dia un supporto per accedere a fondi pubblici per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.

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Ci sono cinque parole che, per lui, si possono usare per far passare il suo messaggio, e ognuna di queste è un valore aggiunto, parlando nel linguaggio della pubblicità: la prima è la lingua rumena. Se ci fosse una montagna delle lingue, dice, io non so se il latino sarebbe sopra il rumeno, ma sicuramente entrambe stanno in alto.
La seconda è la fede in Dio. C’è un famoso monaco rumeno che dice che l’ortodossia è connaturata all’essere umano, è lo stato naturale dell’uomo. La Romania è l’unico paese latino ortodosso, anche questo è una sua peculiarità.
La terza sono i Carpazi, che sono la colonna vertebrale del paese. Per i rumeni i Carpazi non sono stati mai un muro, un confine, come per gli ungheresi o per i tedeschi. Erano piuttosto un albero su cui arrampicarsi quando si sentivano in pericolo; di fronte alle avanzate dei nemici, i rumeni si rifugiavano nei boschi dei Carpazi.
La quarta sono le tradizioni. Di queste ci mostra un esempio, che è un fuso per filare la lana. Ma è un fuso molto speciale, di tipo cerimoniale, realizzato tutto in legno e con un disegno unico e particolare. Quando un giovane del Maramureş è in grado di fare questo, lo dà alla sua promessa sposa per simboleggiare tre cose: prima di tutto sono 22 pezzi di legno messi insieme, senza nessuna vite o chiodo, solo ad incastro. Esattamente come le case di legno del Maramureş. Perciò, se un giovane ha l’abilità per fare questo, vuol dire che può anche costruire una casa per la sua famiglia. Questi 22 pezzi che una volta messi insieme non si separano più rappresentano anche la complessità di una relazione di coppia che dura per tutta la vita. Nel centro, ci sono nove spazi vuoti e in ognuno c’è un seme di grano. Così se lo agiti suona, e si può usare anche come sonaglio per i bambini. Dentro il fuso c’è un bambino. Ed ecco la quinta parola, che è vita: la vita che c’è nelle tradizioni. Ogni generazione è un nuovo anello di una catena umana ininterrotta che da millenni tramanda la cultura della terra. Ma ve lo dice direttamente lui in questo video:

 

 

Mentre ascolto Peter penso a quanti punti in comune ha la sua storia con quella di William Blacker. I toni con cui descrive i suoi incontri con la gente del Maramureş, la passione con cui ne parla, il suo desiderio profondo di capire e di portare anche dentro di sé questa cultura. E poi, scusate se insisto su questo, sono entrambi irlandesi. Anche William è di famiglia angloirlandese, pur essendo nato e cresciuto in Inghilterra. Forse il punto di partenza di Peter è diverso da quello di William, e anche il suo approccio in parte lo è, ma le cose che dicono sono molto simili. William alla fine un po’ ha mollato, se n’è andato perché, a parte le vicende personali, ha perso un po’ la speranza, non riconosce più il Maramureş che ha amato. Peter invece continua tenacemente a credere in questo sogno un po’ folle, forse un po’ velleitario, molto poetico, molto irlandese.
Per chi volesse approfondire, qui c’è un bel documentario con il nostro Peter che ci guida alla scoperta della Romania, ripercorrendo il suo viaggio a piedi da Săpănţa a Bucarest:

Discover Romania with Peter Hurley

Dobbiamo purtroppo salutare Peter. Mentre gli stringo la mano gli auguro buona fortuna e gli chiedo se ha già deciso il nome del bambino. “È una bambina” – mi dice – “e si chiamerà Orla Helena”. Helena è il nome della sua mamma, mentre Orla è un antico nome irlandese che significa “Principessa d’oro”. Era il nome della sorella e della figlia di Brian Boru, che fu re e condottiero d’Irlanda intorno all’anno Mille ed è ancora oggi ricordato come l’eroe che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi. Mi sembra molto appropriato.

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Foto di gruppo con Peter

Noi andiamo a mangiare in una vecchia palincieri, che è come dire palincheria, grapperia, nel centro di Baia Mare. E non possiamo che iniziare, nella migliore tradizione balcanica, con un assaggio della palinca del Maramureş, che si chiama horinca ed è una vera religione, lo so da William Blacker, naturalmente. Il menù dovrebbe essere “leggero”: si inizia con una zuppa di verdure e carne alla quale, come abbiamo imparato, si aggiunge panna acida a piacere. Poi arrivano dei taglieri pieni di assaggi di vari formaggi con cumino e altre erbe, da accompagnare con fichi, noci e marmellata di mirtilli. Non ci possiamo proprio lamentare.

Abbiamo parlato tanto di cultura, tradizioni, vita di villaggio e civiltà contadina. Ma qui siamo a Baia Mare, che è una città, ed è una città con grandi problemi. Dopo pranzo ci aspetta un altro incontro importante, quello con Padre Albano, che ce lo farà capire.
Baia Mare significa letteralmente “Grande Buca”. Si chiama così perché è costruita sulle sue ricche miniere d’oro, le miniere che ora non ci sono più. Baia Mare è terra di confine, lontana dalla più movimentata e moderna Bucarest. Qui all’incirca 115.000 anime convivono e si confrontano con gli effetti mai veramente sopiti della storia di questa città, in una particolare combinazione di rurale e moderno.
Si dice che il cielo che sovrasta Baia Mare sia particolarmente intenso, e che una volta la città sia stata colonizzata da alcuni pittori d’avanguardia alla ricerca di colori insoliti e luminosi; quegli stessi colori che si riflettono sulla neve ghiacciata di un inverno a 20 gradi sotto zero, qui alle pendici dei Munții Maramureșului, i monti del Maramureș.
Tra i polverosi palazzoni della città nuova e i centri commerciali, la sensazione che si avverte è quella di un tentativo mal riuscito di rialzarsi, di confrontarsi con la modernità: nell’urbanistica, nella vita economica, politica e sociale sembra essere mancata una qualsiasi fase intermedia capace di favorire il passaggio tra il vecchio regime e il capitalismo.
La ciminiera più alta d’Europa svetta sui kombinat, gli ex edifici che ospitavano gli operai impiegati nell’industria socialista. Palazzoni fatiscenti abitati ora da intere comunità rom. Centinaia di famiglie stipate dentro a vere e proprie bombe ad orologeria, dove le fughe di gas e gli incendi sono all’ordine del giorno, dove la sporcizia si accumula e cola giù da un piano all’altro. Una sorta di villaggio post-industriale in cui esseri umani, cavalli e maiali condividono il pochissimo spazio esistente.
Strada Electrolizei, dove sorgono i kombinat, e la situazione dei rom di Baia Mare balzarono all’attenzione internazionale qualche anno fa dopo un’ambigua mossa dell’amministrazione comunale. Il sindaco Cătălin Cherecheș – rieletto due anni fa mentre si trovava agli arresti domiciliari per corruzione – mise infatti nella sua agenda elettorale la demolizione di Craica, uno dei più poveri campi rom ai margini della città, argomentando così la scelta: “Le sacche di povertà cittadine, dove da vent’anni vengono costruite abitazioni improprie, e dove mancano acqua, una rete fognaria e l’elettricità, devono essere estirpate in quanto rappresentano un disagio per coloro che vivono nei distretti urbani del comune”.
Almeno metà della baraccopoli di Craica venne di conseguenza demolita, e un numero non precisato di famiglie venne letteralmente deportato in Strada Electrolizei, costretto nei kombinat. Solo quando l’amministrazione venne aspramente criticata dalle organizzazioni umanitarie Cherecheș iniziò a parlare di veri piani di integrazione, che rimasero però solo sulla carta.
Non molto tempo dopo, infatti, il sindaco diede l’ordine di recintare la zona dei kombinat con uno spesso muro di cemento alto circa due metri. La giustificazione addotta risiede nell’ampia definizione di “sicurezza cittadina”: “Il muro di Horea-Electrolizei è stato costruito per limitare i numerosi incidenti occorsi in zona”, dichiarò il primo cittadino. “Molti bambini rom, giocando fra i palazzi, correvano il rischio di finire in strada e venire investiti dalle auto. Alcuni di loro, inoltre, si divertivano a lanciare sassi contro gli automobilisti. Grazie a questo muro siamo tutti più sicuri”. Non vi ricorda qualcuno?
Ma la versione secondo cui il muro avrebbe dovuto salvaguardare i bambini rom dai pericoli della strada non convinse una buona parte dell’opinione pubblica, la quale invece parlò di vero e proprio “muro di segregazione”.
Come raccontato in “Il muro di Baia Mare”, un mini reportage del 2011 a cura di Gabriele Pieroni, muro o non muro, è un’altra la barriera da abbattere fra i kombinat: “La ghettizzazione non è frutto del muro. È semmai l’opera di anni di politiche sociali sbagliate, che portano i rom a vivere tutti assieme in quartieri dove la loro presenza è maggioritaria (…). Il muro è una prigione che fa comodo un po’ a tutti. Gli zingari non vedono ciò che succede fuori, è vero. Ma da fuori, nessuno può vedere quello fanno dentro”.
Il Muro di Baia Mare diventa quindi un simbolo pesante di una situazione cancrenizzatasi nel più ampio contesto del cambiamento sistemico romeno: come reazione alla pressione di forze strutturali, le fasce sociali impoverite si ritrovano a fare i conti con condizioni socio-economiche sempre più marginalizzanti e speculari ad una nuova conformazione sociale, urbana, esistenziale. Le nuove politiche abitative diventano una delle maggiori cause nella creazione di marginalità geograficamente isolate, socialmente segregate e culturalmente stigmatizzate. Dal punto di vista delle fasce più colpite, tra le quali spiccano le minoranze etniche, il corrotto e distorto mercato immobiliare sostenuto dalle nuove politiche statali ha generato un processo tutt’altro che democratico, privando le fasce più deboli della possibilità di agire come cittadini.
Le dinamiche che affliggono Baia Mare e le sue comunità etniche sono solo una piccola parte di quello che è la nuova Romania nel contesto comunitario. Queste dinamiche hanno assunto caratteristiche particolarmente preoccupanti in tutte quelle aree post-industriali dove i cambiamenti hanno lasciato intere fasce sociali a fare i conti con deprivazioni e politiche pubbliche discriminatorie.
È la stazione ferroviaria di Baia Mare il luogo in cui le zone d’ombra iniziano ad emergere pesantemente.
Li chiamano “i ragazzi della stazione”. Randagi di strada strafatti di colla che per sopravvivere svendono il loro corpo e aspettano qualche pasto caldo fornito dal furgoncino dell’associazione Volontari Somaschi. Sono moltissimi: rom, moldavi, ma anche ungheresi. Attendono l’arrivo del treno per poi rincorrere qualche viaggiatore con la speranza di racimolare qualche spicciolo per la colla.
La colla è una ferita che qui ha le dimensioni di una piaga sociale. Solventi per scarpe del costo di 2 Lei inalati in modo sistematico fino al collasso cerebrale. La colla fa passare la fame, fa passare il freddo, fa passare le giornate. È un porto sicuro, un migliore amico con cui condividere le proprie paure.
Qui ad occuparsi di questi ragazzi è la Fondazione Somaschi fondata da Padre Albano, senza la quale a Baia Mare sarebbe difficile parlare di assistenza sociale. Oltre a fornire una forma primaria di sussistenza, l’Associazione, attiva da ormai undici anni sul territorio, si occupa dell’organizzazione di una vasta gamma di attività volte all’inclusione sociale dei gruppi svantaggiati, che spesso e volentieri coincidono con le minoranze etniche presenti in Romania. Saranno proprio Padre Albano e Bogdan Ilutiu, presidente dell’associazione, a spiegarci come ogni giorno si combattono ad armi impari la ghettizzazione, il razzismo, la paura.
Li incontriamo in una sala della biblioteca comunale di Baia Mare. Un po’ ne resto sorpreso, mi ero immaginato di vederli nel loro ambiente “naturale”, e magari di poter avere anche qualche contatto con i ragazzi. Ma dice giustamente Eugenio che rischierebbero di vederci come i turisti in cerca di emozioni forti che vanno a vedere le “favelas” come se fossero allo zoo.
Dopo la caduta del regime il cambio di sistema economico e l’inizio delle privatizzazioni innescarono un processo terrificante, a cui nessuno era preparato. Baia Mare era un centro monoindustriale dedito all’estrazione mineraria, e una grossa fetta della popolazione era impiegata o in questa industria, o in quella tessile. Migliaia di persone persero il lavoro. In tantissimi emigrarono in cerca di fortuna, e ben presto gli ex centri monoindustriali come questo diventarono città fantasma. La deprivazione e i continui tagli ai servizi pubblici peggiorarono infine la già difficile situazione tra la parte della popolazione maggioritaria e quella minoritaria.
Quelli più colpiti furono sicuramente i rom. Prima il regime garantiva loro la possibilità di lavorare nelle fabbriche, per effetto della politica definita di “sedentarizzazione”, più o meno forzata. Era una sorta di compromesso, tutto sommato. In cambio della perdita di un pezzo della loro identità culturale, avevano comunque un posto di lavoro sicuro e un’esistenza dignitosa.
Ma ora la situazione rende impossibile ogni tentativo di inserimento. Manca il lavoro, mancano le forme d’assistenza e i programmi di scolarizzazione. Qui il capitalismo ha creato differenze sociali enormi, lasciando indifese grosse fette di popolazione e marginalizzando i gruppi minoritari.
Padre Albano non è decisamente il genere di missionario che ci si aspetta, fin dal look: si presenta tranquillamente in bermuda e t-shirt, nessun segno che lo identifichi come sacerdote; non parla lentamente e a bassa voce, alternando sospiri e pacate parole di pace. È un incontenibile istrione, che è quasi impossibile fermare; cerca abbastanza costantemente la frase ad effetto, e per dare maggiore enfasi non disdegna qualche parolaccia, ma sempre a fin di bene. Lo fa per coinvolgere, non vuole che nessuno possa restare indifferente di fronte alle sue parole, alla realtà che racconta e che vive. Ci mette anche la sua fisicità, che ben si accorda con il suo piglio deciso ed energico.
Sappiamo che la sua ultima trovata è stata quella di imbastire un import-export di legname tra la Romania e l’Italia per finanziare un mercatino di vestiti usati e di beni di prima necessità a prezzi stracciati. Con il suo furgone e l’aiuto dei volontari, preleva i ragazzi dalla strada e li porta su, sui monti, a far legna. In questo modo è riuscito a creare un canale alternativo per immettere i ragazzi in un mondo diverso, per dar loro una possibilità.

Padre Albano ci accoglie con una serie di considerazioni tra il serio e il faceto sulla politica italiana e sul giornalismo italiano, che in parte condivido anche ma che preferisco non riportare qui perché rischierei la querela, o la farei rischiare a lui… ma evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere con qualcuno su quello che sta succedendo nel nostro amato Bel Paese e avere un gruppo di italiani non gli sembrava vero.
Venendo però a quello che fa qui, parte da una frase di Gandhi che lo ha sempre entusiasmato: Spesso sentirete i potenti della terra, anche quelli religiosi, che parlano dei poveri, ma quasi nessuno si ferma mai a parlare CON i poveri.
Facendo un po’ di numeri, descrive così la situazione di Baia Mare: Su 100.000 persone ci sono 10.000 miserabili, più poveri dei poveri, in situazioni veramente critiche, e 20.000 “semplicemente” poveri. Gli altri con 3 stipendi sopravvivono, e poi ci sono pochi ricchissimi. Numeri abbastanza impressionanti.
Grazie al lavoro di Bogdan, Albano e tutta la Fundaţia, numerosi bambini di Pirita e Craica sono riusciti ad accedere all’istruzione prescolare e primaria. Un’eventualità che, senza un appoggio esterno, sarebbe stata sicuramente poco probabile e che li ha salvati da un destino di analfabetismo e di sfruttamento, in tutti i sensi. Dice Padre Albano che esiste anche un mercato, che i bambini vengono a volte comprati, anche da stranieri, e in particolare italiani (in questo settore non manchiamo mai di distinguerci), per farne oggetti di sfruttamento sessuale.
E poi c’è la scuola dei mestieri, che è un altro suo grande sogno che sta per realizzarsi. Oltre ai ragazzi che porta a far legna, ora c’è un nuovo contratto con la Natuzzi, che ha uno stabilimento qui e che metterà a disposizione uno spazio per un gruppo di ragazzi che costruiranno bancali di legno per l’azienda. Poi una Onlus ha dato 100.000 euro per realizzare dei laboratori e una casa che verrà chiamata “La casetta nella prateria”, per i bambini abbandonati.
C’è molto volontariato, ad esempio signore che vengono a cucinare per i bambini. Si è creato un clima di fiducia che favorisce anche la lotta all’abbandono scolastico perché i genitori, che erano i primi a non credere nella scuola, ora accompagnano i figli a scuola. Anche le istituzioni scolastiche locali faticavano a capire che l’abbandono era anche figlio del disagio sociale, che famiglie che non avevano di che mangiare o di che scaldarsi durante i rigidissimi inverni difficilmente potevano mandare i figli a scuola. E pur di non perdere i contributi europei venivano falsificati i registri segnando come presenti anche i bambini che non andavano a scuola. Ma ora alcuni insegnanti sono venuti a vedere la scuola di Padre Albano e stanno cominciando a capire.
Se la prende anche con la Chiesa, sia quella di qui che quella italiana, e non è difficile capire perché, come non è difficile immaginare come e perché sia stato messo ai margini in Italia e abbia deciso di venire qui. È un prete di strada che può ricordare Don Gallo o Don Ciotti, sicuramente un prete scomodo, uno che però fa quello che forse dovrebbero fare tutti i preti, se prendessero sul serio quella che dovrebbe essere la loro missione. In Romania c’è un detto: “Segui quel che il prete dice, non quel che fa”. Ecco, per lui è proprio il contrario. Quello che fa lo definisce come e più di quello che dice.
Anche parecchi giovani italiani, soprattutto d’estate, vengono a fare i volontari. E così lui invita anche noi, invita per esempio le signore del gruppo che vogliono a venire qui e a cucinare per 200 bambini.
Elena chiede di Parada, la fondazione del clown franco-algerino Miloud che lavorava con i bambini di strada che sniffavano colla nelle fogne di Bucarest. Lui dice che Parada non c’è più perché Miloud, purtroppo, è andato fuori di testa. Ma a Bucarest c’è il Don Orione.
Ci parla poi con commozione di un ragazzo di 14 anni morto pochi giorni fa, e del suo funerale.
Ci dedica anche più tempo del previsto, perché la voglia di parlare dei suoi progetti è tanta. Ma alla fine lo dobbiamo proprio salutare, anche se è un saluto che si prolunga in un’altra mezz’ora almeno di piacevoli chiacchiere. Dobbiamo partire verso il villaggio dove dormiremo questa sera.

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Padre Albano

Restando sull’argomento rom, Eugenio ci aveva letto per preparare questo incontro con Padre Albano alcuni stralci del libro “I rom d’Europa” di Leonardo Piasere, che racconta la storia di questo popolo di cui si parla tanto spesso senza saperne quasi niente. Sarà banale dirlo, ma per giudicare bisognerebbe prima conoscere, anche se questo concetto non è più in voga da parecchio ormai, anzi va sempre peggio in questo senso. Siccome però io sono ancora affezionato, forse stupidamente, a quest’idea, vorrei riportare anche qui un estratto, come piccolo contributo di conoscenza.

 

Le tracce della presenza rom nelle terre bizantine prima del Trecento sono sporadiche e non sempre chiare. Alcuni documenti del Trecento e del Quattrocento, più dettagliati, ne attestano la presenza in terre greche, dove già convivono con le popolazioni locali in situazioni che prefigurano quelle che nell’era moderna caratterizzeranno le loro esistenze anche in altre parti d’Europa.
Viene chiamato modello balcanico quello che vede l’inserimento dei rom nelle strutture socio-economiche locali attraverso il sistema tributario e/o lo sfruttamento coatto della loro forza lavoro, che si ritrova molto sviluppato nei Balcani ottomani.
La situazione dei rom sotto gli ottomani, pur non essendo ancora stata studiata a fondo, non è sconosciuta e si può dire per certo che essa era completamente diversa da quella che si ritrovava in Occidente. Gli ottomani non hanno mai bandito i rom dai loro territori.
La popolazione rom era divisa in unità fiscali (ğemaat), composte di unità minori (mahala, quartiere) ciascuna affidata a un capo, responsabile verso il governo. Un ğemaat poteva essere costituito da una banda nomade (ghezende). I rom svolgevano molteplici attività, spesso legate all’artigianato: calderai, fabbri ferrai, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri ecc. Erano pure boia e impagliatori di teste (dei nemici decapitati in battaglia, fatte portare a Istanbul), lavoro immondo a cui erano costretti e che i non rom rifiutavano. Dal 1800, in Bulgaria e altrove, aumenta la tendenza dei rom a insediarsi nelle campagne e a diventare contadini. Come è noto, la schiavitù era molto praticata nell’Impero ottomano, ma in generale i rom non erano schiavi; essi potevano essere resi in schiavitù se non pagavano il tributo annuale (harağ), ma per il resto sono entrati a pieno titolo nel gioco delle multiformi identità del cosmopolitismo balcanico, con le sue accettazioni e i suoi odi, i suoi conflitti, i suoi stereotipi. Anche se i rom costituivano gli ultimi gradini della stratificazione sociale ed erano spesso mal considerati e mal trattati, non hanno mai subito le politiche di negazione totale messe in atto in Occidente.

Ben diversa era la situazione in Valacchia e in Moldavia. È in questi due principati cristiani, per secoli vassalli degli ottomani, che dal Trecento all’Ottocento si costruisce il più grande, sistematico, controllato sistema schiavistico dell’Europa moderna.
Il principe Dan I, nel 1385, conferma al monastero di Tismana la donazione di quaranta famiglie di atsigani, già appartenute al monastero di Vodiţa. La donazione era stata fatta dal principe Vladislav I fra il 1371 e il 1377. Questo è il primo documento che attesta la presenza zingara nell’attuale Romania e parla già di zingari schiavi. A partire da questa data la documentazione diventa imponente, anche se resta largamente inesplorata: è uno dei più grandi silenzi costruiti dagli storici moderni.
La Valacchia e la Moldavia, incerti stati sorti dalle brume del collasso bizantino, delle continue invasioni tartare, delle mire espansionistiche di tutti i vicini, di un legame che si mantiene stretto con la Chiesa greca, tra il XV e il XVI secolo cercano di parare la travolgente avanzata ottomana dandosi in vassallaggio all’Impero ottomano stesso. Il vassallaggio comporta il mantenimento di una certa autonomia amministrativa, che si fa risicata in certi periodi, ma che permette la non islamizzazione dei due principati.
La struttura sociale era di tipo piramidale e contemplava, al di sotto dell’Impero e del voivoda, i boiari e il clero; seguiva una piccola classe di mercanti composta soprattutto da ebrei e greci, e poi vi era la grande massa dei contadini. I contadini potevano appartenere a villaggi liberi o a villaggi asserviti (asserviti a uno o più boiari o a enti ecclesiastici, specie monasteri). Al di sotto c’erano gli schiavi (robi) e, tranne che per un breve periodo, fino agli inizi del Quattrocento, in cui ci sono anche dei tartari, gli schiavi potevano essere solo zingari, tanto che i due termini robi e ţigani diventano alla lunga sinonimi.
Uno zingaro, appena metteva piede in uno dei due principati, era automaticamente uno schiavo del principe. Gli zingari del principe dipendevano formalmente dal tesoriere di corte, che doveva tenerne la “contabilità”: redigeva registri in cui essi erano suddivisi per gruppi occupazionali (tagme) e ogni gruppo per ceate, gruppi sedentari o bande nomadi che giravano per il territorio svolgendo il proprio lavoro, con l’impegno di versare una volta l’anno o a rate il bir (tributo) stabilito. Queste bande erano guidate da un “capo” o “giudice” (vătaf), responsabile di tutto il gruppo verso il principe. Insomma (questa è una nota mia), l’idea del censimento dei rom non è poi del tutto nuova…
In base al nome dei gruppi occupazionali, che poteva indicare il mestiere principale più che la reale gamma dei mestieri praticati, essi erano divisi in aurari (cercatori d’oro), ursari (addestratori di orsi e altri animali), lingurari (fabbricanti di utensileria in legno), lăieşi (calderai, fabbri, esercitanti mestieri vari).
Anche i boiari e i monasteri potevano avere i loro lăieşi, che svolgevano i lavori per loro e per il resto giravano per la regione, ma per lo più possedevano gli schiavi detti “di casa”, i quali a loro volta potevano essere divisi in schiavi “di corte” e schiavi “di campo”.
Gli “zingari di corte” svolgevano tutti i lavori necessari in una casa nobiliare che tendeva a essere il più autosufficiente possibile. Erano fabbri, ciabattini, macellai, cuochi, domestici, giardinieri, bovari, guardie del corpo, guardiani, falegnami, carpentieri, muratori, fabbricanti di mattoni, sarti, musicisti ecc. Da notare che i rom venivano venduti insieme ai loro familiari, e le donne e i bambini concorrevano all’espletamento dei lavori della casa signorile o del monastero.
Un monastero o un boiaro poteva aumentare il proprio numero di schiavi in diversi modi. Prima di tutto attraverso la normale crescita demografica, per cui i matrimoni tra schiavi (e tra schiavi e non schiavi) erano strettamente controllati con varie interdizioni e c’era tutta una normativa che stabiliva la proprietà dei figli. Poi, oltre che ricevuti in donazione, gli zingari potevano essere comprati (anche in parte), scambiati, ricevuti in eredità, portati in dote. Si conoscono casi di boiari che fanno incursioni fuori dal principato (nell’allora vicina Polonia, in Sassonia) per razziare zingari e portarseli a casa.
Gli zingari erano abbastanza cari, equiparati agli animali più cari in assoluto, i cavalli. Erano un capitale di valore.
Anche se non risulta che ci siano mai state violente ribellioni di massa alla Spartacus, piccole ribellioni localizzate sembra siano spesso avvenute, specie contro i propri capi. Ma le modalità di ribellione più consuete erano altre: i rom non si presentavano al lavoro e si nascondevano, oppure si davano alla fuga.
I proprietari non avevano diritto di morte sui propri schiavi, eccetto il principe, ma la repressione poteva essere comunque durissima. Tra le sevizie più comuni c’erano la bastonatura delle piante dei piedi, e un collare a raggi appuntiti che non permetteva di appoggiare mai la testa. Anche l’imprigionamento e la messa ai ceppi nei monasteri erano comuni.
Possiamo suddividere l’era della schiavitù in tre periodi:

  • Il periodo consuetudinario (fino al 1780 circa), nel quale la schiavitù si consolida e viene retta da norme non scritte.
  • Il periodo normativo (un cinquantennio tra il 1780 e il 1832 circa), quando la schiavitù raggiunge il suo massimo e i governanti sentono il bisogno di codificarla precisamente.
  • Il periodo abolizionista (grosso modo tra il 1827 e il 1856), caratterizzato dalla campagna interna, prima condotta in sordina, poi sempre più impetuosa, contro la schiavitù zingara, che sarà definitivamente abolita nel 1855 in Moldavia e nel 1856 in Valacchia.

E in Transilvania? Posta al di là dei Carpazi, la Transilvania aveva subito influenze storiche e culturali diverse nel corso dei secoli, e anche la storia dei rom in questo paese è in parte diversa. Anche qui i primi documenti del basso Medioevo parlano di zingari schiavi, ma pare che la schiavitù non si sia poi sviluppata come altrove. Sta di fatto che, per alcuni secoli, i rom hanno goduto in Transilvania di un’autonomia altrove sconosciuta.
Da quando la regione cadde sotto gli ottomani fu istituito un “voivodato degli zingari”, dato in assegnazione a nobili transilvani i quali dovevano controllare tutti gli affari concernenti gli zingari, in primo luogo il versamento delle tasse.
Pare evidente che, tra il 1700 e il 1780, già sotto gli Asburgo, si facciano forti le spinte verso un consolidamento delle forme esistenti di schiavitù. Un esempio è questa pagina tratta dal diario di un nobile transilvano del Settecento:
“In questi giorni sono fuggiti tre schiavi zingari e sono stati catturati dal magnifico servitore Fara Janos. Uno, di nome Chutschdy Peter, è già la seconda volta che fugge. Su suggerimento della mia amata moglie, l’ho fatto battere a sangue nelle piante dei piedi e poi gli ho fatto tenere i piedi immersi in acqua e soda caustica. Dopo di che, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, l’ho fatto cuocere e gliel’ho fatto mangiare. Agli altri due zingari, di nome Rütyös Ferki e Tschingely Andris, ho fatto dare cinquanta bastonate e li ho costretti a mangiare due carriole di letame”.
La schiavitù e la servitù della gleba sono abolite ufficialmente con le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II alla fine del Settecento, ma di fatto solo nel 1848.

 

Avendo sentito tutto questo, si capisce meglio perché qui in Romania la marginalizzazione e la stigmatizzazione sociale del popolo rom sono così forti, forse più che in ogni altra parte d’Europa. Questo clima affonda le sue radici molto lontano, nel passato. Del resto, una delle leggende sui rom dice che furono loro a forgiare i chiodi per la crocifissione di Gesù, e quindi furono condannati da Dio a vagare per il mondo per l’eternità. Ma si capisce meglio anche perché dall’altra parte, da parte dei rom, ci sia tanta diffidenza e a volte ostilità nei confronti dei gagé, dei non rom. Queste cose restano, nella memoria storica di un popolo, ed è molto difficile cancellarle.
Eppure, scriveva Konrad Bercovici che “La Romania senza zingari è inconcepibile, come l’arcobaleno senza colori o la foresta senza uccelli”.
Mentre l’inglese Henry Crofton diceva: “Gli zingari sono i beduini delle nostre terre e dei nostri boschi, non sono reietti della società, si mantengono volontariamente lontani dalla sua organizzazione oppressiva, e rifiutano di accettare i vincoli che essa impone. La monotonia e le costrizioni della vita civile, la ripetitività del lavoro e del commercio, i cieli plumbei, gli spazi chiusi, la mancanza di vivacità e bellezza naturale – queste condizioni di esistenza sono per loro insopportabili.”
Questa visione romantica del popolo rom – ma si possono chiamare anche zingari, in fondo, tutto dipende dal tono; in italiano il termine suona dispregiativo, è vero, ma spesso anche tra di loro si chiamano così, in modo più o meno scherzoso – questa visione è ovviamente quella che abbraccia anche William Blacker nel suo libro. Quando parla delle infedeltà della sua prima “fiamma” zingara, Natalia, cita il poemetto di Puškin “Gli zingari”, dove un vecchio, a proposito della zingara Zemfira, dice: “Non esser triste… tu ti preoccupi senza ragione. Tu ami con angoscia e furore. Una donna ama a cuor leggero. Guarda come la luna vaga libera in cielo e getta la stessa luce sul mondo intero… Chi vorrebbe indicarle un posto nel firmamento e dirle di restarci?”.
Ora, è proprio verso il Maramureş profondo raccontato da William Blacker che ci dirigiamo. E riempiendoci gli occhi dei primi panorami autenticamente maramureşeni raggiungiamo Vadu Izei, dove passeremo questa notte.
Questo è un villaggio così piccolo che è anche difficile trovare una pensione abbastanza grande per ospitarci tutti. E così dobbiamo dividerci in due gruppi. Eughenio ci annuncia che, nello scegliere chi doveva andare nella pensione “principale”, diciamo così, la prima che aveva scelto, e chi no, ha seguito il criterio più equo possibile: il classico “chi tardi arriva, male alloggia”. Nel senso che chi ha prenotato il viaggio prima ha il posto in teoria “migliore”, forse solo più comodo. Comunque io, che per ragioni personali ho potuto confermare il viaggio relativamente tardi rispetto ad altri, mi ritrovo nel gruppo detto dei “poveri” o degli “emarginati” (ci abbiamo giocato parecchio, su questa cosa… così, per ridere) con Irma e con Angela, Anna e Lucia, ovvero le tre signore di Sant’Arcangelo di Romagna. Bene, penso, sarà l’occasione per conoscerle un po’ meglio. E, ve lo dico subito, scopriremo che in questo caso “male alloggia” è veramente solo un modo di dire.
Si capisce fin da subito, in realtà. La nostra pensione, gestita dalla simpatica Ramona, è bella e accogliente. Tutta in legno, ovviamente. Molto curata, poche stanze tutte sullo stesso pianerottolo, arredate in modo semplice ma con gusto, i balconcini pieni di fiori. Ti dà quel senso di calore che ti fa sentire subito a casa. E il posto è magnifico, su questo non c’è dubbio. Lo sguardo spazia sulle colline boscose circostanti, una distesa di verde a perdita d’occhio con qualche casetta di legno qua e là. Un paesaggio che dà una sensazione di pace.

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Ramona parla un discreto inglese, ma conosce anche qualche parola di italiano, che si sforza di provare a usare per metterci a nostro agio. Ci presenta suo figlio Vladuţ (si pronuncia Vladuz, è un diminutivo-vezzeggiativo di Vlad o Vladislav), un ragazzino di circa dieci anni.
Abbiamo giusto un’oretta per fare una doccia e rilassarci un attimo, poi dobbiamo muoverci per andare a cena all’altra pensione, quella dei “privilegiati”, che si chiama Doina. Dobbiamo fare due o forse tre chilometri di strada, sulla distanza esatta ci sono pareri discordanti, ma comunque non ci spaventa e, di comune accordo con le altre “emarginate”, abbiamo deciso di farceli a piedi piuttosto che in pullmino. Così Miki può rispettare le sue ore di riposo e noi ci facciamo una passeggiata, che sarà sicuramente piacevole. Ramona ci ha spiegato come arrivare, e del resto non è particolarmente difficile: di fatto tutto il villaggio si sviluppa ai lati di un’unica strada sterrata.
Ed è davvero piacevole, camminiamo tra alberi di noci e di nocciole, con un torrentello che scorre al lato della strada, qualche croce, una chiesa bianca e tante case di legno nello stile dei villaggi del Maramureş che stiamo imparando a conoscere. Intanto ci stiamo conoscendo un po’ meglio anche tra noi. Scopro per esempio che Lucia, o forse dovrei dire Lucie, è cresciuta in Francia, vicino a Grenoble, perché il papà era emigrato da quelle parti per lavoro, è un’attrice di teatro e cantante, e ha tante storie interessantissime da raccontare.
La cosa che più si nota, e che forse più caratterizza questi villaggi, sono i cancelli. Praticamente tutte le case hanno un cancello con un portale in legno intagliato, che oggi indica la condizione sociale e la ricchezza degli abitanti della casa, ma in origine serviva, secondo la credenza popolare, per tenere lontani gli spiriti maligni. Nel Maramureş spesso la religione ortodossa si impasta con antichissime credenze precristiane. I cancelli rappresentavano la barriera simbolica tra la sicurezza della casa ed il mondo esterno sconosciuto (immaginate le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa), e la gente poneva denaro, incenso ed acqua santa sotto di essi per assicurarsi una maggiore protezione contro le forze del male. Tra le figure scolpite l’albero della vita, il serpente (guardiano contro gli spiriti maligni), uccelli (simboli dell’anima umana) o un volto (sempre per proteggersi dagli spiriti). Nelle decorazioni ricorrono anche corde o catene, che rappresentano i legami con il passato e tra le generazioni, ognuna delle quali è un anello della catena. Anche la recinzione è fatta quasi sempre di legno intrecciato.
Nel Maramureş si dice che un cancello di ferro va bene per un cimitero, non per la casa di un uomo. Per una casa ci vuole il legno perché il legno è vivo, il legno respira, il legno avvolge in un abbraccio caldo e protettivo, e questo vale anche per il portone.
Da uno di questi cancelli ci viene incontro Maria, che ha sentito parlare italiano e ci vuole dare il benvenuto. Lei che per cinque anni e mezzo ha fatto la badante in Italia, e che ci vorrebbe tornare, perché è il paese dove si è trovata meglio (probabilmente ha lavorato anche in altri paesi), ma ora deve stare qui per curare i nipotini. La figlia è a Treviso, il figlio è anche lui via per lavoro; qui c’è la nuora, che tiene per mano Iulia Maria, di tre anni, e in braccio la piccola di due mesi.
Parla bene l’italiano, Maria. Ha vissuto a Ispra, sul lago maggiore, e a Varese, ovviamente conosce anche Milano. Ricorda con tenerezza le anziane signore che ha accudito.
Iulia Maria ci invita a entrare tirando dolcemente per il braccio una delle signore, ma purtroppo le dobbiamo spiegare che ci piacerebbe, ma ci aspettano per cena alla pensione.

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Anche questa pensione, bisogna ammetterlo, è carina, ha uno splendido giardino e anche dentro non è affatto male. Però a noi la nostra pensione dei poveri piace, ci va bene così.
In tavola troviamo una brocca con qualcosa che all’inizio ci sembra succo di mirtillo, ma la cosa sarebbe sospetta… e in effetti basta un po’ di naso e un sorso per capire che è ţuica al mirtillo! Che è leggera e per l’aperitivo va benissimo.
La cena prevede come sempre una zuppa, poi maiale con patate e peperoni in abbondanza. Il dolce è una specie di bombolone che dopo cotanto pasto non ci starebbe, ma come si fa a mandarlo indietro? Non ho cuore di farlo. E poi, grazie ad un’altra grappa decisamente più forte che deve essere horinca, va giù abbastanza tranquillamente anche lui.
Senza dimenticare che, prima di andare a dormire, abbiamo da fare la passeggiata per tornare da Ramona, che ha anche un ottimo effetto digestivo.

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Al di là delle montagne – 3

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Mercoledì 13 giugno 2018: Terzo giorno – Ancora chiese di diverse confessioni, antichi tappeti e moderni mosaici

Partiamo verso le 9 in direzione Cluj. Il viaggio dovrebbe durare intorno alle quattro ore, ma sarà anche oggi a tappe, quindi saranno quattro ore al netto delle pause.
La prima tappa è la cittadina di Mediaş. Poco prima di raggiungerla, passiamo da un villaggio abitato in prevalenza da rom, che per la maggior parte per vivere lavorano il rame. È uno dei classici mestieri tradizionali dei rom, non solo qui. Gli usi del rame sono ovviamente molteplici; per esempio da queste parti, visto che molti hanno delle piccole distillerie per farsi la grappa in casa, c’è un gran bisogno di alambicchi. Ed ecco che l’offerta viene incontro alla domanda. In tutta la Romania, l’abbiamo già imparato lo scorso anno, c’è una grande tradizione del bere grappa, come del resto in tutti i Balcani. È veramente un rito di socialità che ha radici profonde. Sono in genere distillati di frutta, soprattutto di prugna ma anche di mele, pere, albicocche o mele cotogne. La principale variante, al di là del gusto, riguarda il processo di distillazione. Se la grappa è distillata una sola volta si chiama ţuica, se è distillata due volte, quindi più forte, viene di solito chiamata palinca.
Le case dei rom, in questo villaggio ma un po’ dappertutto in Transilvania, sono ovviamente autocostruite, di solito in mattoni, con un gusto marcatamente kitsch che tende al neoclassico. Spesso non sono finite. Una addirittura ha dentro un’altalena… e comunque sì, qui i rom vivono nelle case, non nei campi. Non sono nomadi. Questo è, in gran parte, il risultato di un’operazione di “sedentarizzazione” messa in atto dal regime comunista. Ma qui il discorso sarebbe lungo, lo riprenderemo più avanti.

A Mediaş si può ammirare una torre pendente consolidata 80 anni prima di quella di Pisa. È quella della chiesa fortificata di S. Margherita, che è la fusione di 3 chiese di epoche diverse, l’ultima del 1488 in stile gotico. La chiesa è passata nei secoli attraverso varie modifiche. Nel 1551 furono aggiunte quattro torri piccole, poi rinnovate nel 1783, quando fu cambiata anche la struttura del tetto. Secoli fa la torre più alta era fondamentale come posto di avvistamento, e altrettanto fondamentale era il ruolo del trombettiere che suonava l’allarme se vedeva un pericolo in avvicinamento.
Sulle pareti della chiesa, che ora è una chiesa protestante, restano visibili alcuni rimasugli di affreschi del XIV e XV secolo; ma soprattutto è strapiena di tappeti anatolici, come quella di Biertan ma in numero decisamente maggiore. Alcuni risalgono al XVI secolo. Il più antico e prezioso, con un motivo che rappresenta degli scorpioni, vale 2 milioni di euro.
L’altare gotico del 1480 risale anch’esso, naturalmente, a quando era una chiesa cattolica e rappresenta la Passione. È opera della scuola viennese; se ci fossero dubbi in merito, la prova evidente è che il panorama di Gerusalemme rappresentato sotto Gesù crocifisso è in realtà quello di Vienna. Ora però, nella navata destra ai piedi dell’altare, si è aggiunta una statua di Martin Lutero.
In questa piccola città, ci racconta la nostra guida che è un anziano signore molto tedesco nell’aspetto e nei modi, convivono dodici confessioni religiose diverse. Mediaş ora ha 40.000 abitanti, ma solo 30 anni fa erano 80.000. È un esempio di come la regione si stia spopolando. Horia ci dice che ormai la chiesa si riempie solo quando si celebra il Natale: allora addirittura a volte i posti non bastano, perché è un evento così importante che per l’occasione non ci sono solo sassoni, ma anche rumeni, ungheresi, rom; e non mancano i politici locali.

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Ripartiamo verso Blaj. Lungo la strada sono evidenti le tracce lasciate da una fabbrica di nerofumo (un pigmento nero derivato dal petrolio, utilizzato soprattutto nell’industria della gomma ma anche negli inchiostri): nonostante la fabbrica abbia chiuso nel 1993, ancora oggi i tetti sono anneriti per chilometri, ma purtroppo non è solo questo. Horia ci racconta che in questa zona non si contano i casi di malattie respiratorie. Il nerofumo è una sostanza classificata come probabile cancerogeno dalla IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro, e per decenni qui è stato prodotto senza nessuna misura di contenimento dell’impatto ambientale. Quando la fabbrica era in funzione, anche gli alberi erano neri, e perfino le pecore avevano la lana grigia.
A Blaj ci aspetta un’altra chiesa, questa volta greco-cattolica. La Chiesa greco-cattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino e di lingua liturgica rumena, presente in Romania (specialmente in Transilvania) e in altri paesi del mondo.
Quando nel 1683, dopo oltre 150 anni di sovranità turca, gli Asburgo riconquistarono non solo l’intera Ungheria ma anche il principato semi-indipendente di Transilvania, cominciarono a imporre gradualmente la propria autorità appoggiandosi alla Chiesa cattolica. Sotto la pressione asburgica, molte chiese protestanti passarono al culto cattolico mentre gli ortodossi, già provati dalla secolare lotta con il calvinismo dell’Ungheria dei nobili, salvarono la propria religione tradizionale grazie alla cosiddetta “Unione con Roma”.
Preparata ad Alba Iulia nel sinodo del 1697 e decisa ufficialmente in quello del 7 ottobre 1698, l’unione con Roma vide l’accordo di tutto il clero ortodosso della Transilvania e degli altri territori più occidentali abitati dai rumeni (il Banato, la Crișana, il Sătmar e il Maramureș). Venivano riconosciuti formalmente il primato di Roma e alcuni punti chiave della dottrina cattolica (il Filioque, il pane azzimo per l’Eucaristia e l’esistenza del Purgatorio) pur senza rinunciare alla liturgia e alle tradizioni orientali.
Moltissimi sacerdoti ortodossi e i loro fedeli si convertirono, anche se per la maggior parte di questi non era del tutto chiara la differenza tra le due denominazioni dal momento che esteriormente nulla era mutato.
A Blaj, uno dei maggiori centri del cattolicesimo nell’Europa orientale, sorsero le prime scuole in cui il rumeno veniva insegnato utilizzando l’alfabeto latino e non più quello cirillico. Insieme ad esse, si diffusero anche i testi degli studiosi, scrittori e teologi greco-cattolici della cosiddetta Scuola Ardeleana, il movimento culturale e patriottico che svolse un importante ruolo nella riscoperta delle radici latine della nazione rumena e per lo stesso riconoscimento dell’identità rumena. Alla fine del XVIII secolo l’Impero riconobbe ufficialmente la Chiesa greco-cattolica e con essa, almeno in parte, la maggioranza rumena che fino ad allora in Transilvania era stata soltanto “tollerata”.
Durante il periodo comunista la Chiesa greco-cattolica rumena fu perseguitata per volontà di Stalin in persona, il quale già nel 1946 aveva provveduto ad annientare la Chiesa greco-cattolica ucraina, ossessionato dall’idea che le “divisioni del Papa” costituissero l’unico vero ostacolo al trionfo del sistema sovietico.
La cattedrale della Santissima Trinità di Blaj, completata nel 1748, ha una facciata con due torri e al suo interno una bella iconostasi barocca, davanti alla quale si trova una statua di S. Antonio.

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Per il pranzo, avremmo dovuto essere ospiti di una cantina gestita da alcuni membri della minoranza ungherese, ma purtroppo per qualche motivo è saltata, probabilmente per un errore dell’agenzia locale a cui ci siamo appoggiati. Quindi ripieghiamo su un locale che è una specie di autogrill, dove facciamo comunque un pranzetto sostanzioso. C’è una zuppa di verdura e carne con panna acida, poi degli spiedini.
Arriviamo a Cluj nel primo pomeriggio, passando dai quartieri periferici pieni di nuovi palazzi consacrati alla New Economy o Net Economy, fate voi, che pare ne facciano una piccola silicon valley rumena.
Terza città del Paese con 379.000 abitanti considerando l’area metropolitana, Cluj è il principale polo economico del nord-ovest e allo stesso tempo il più grande polo universitario della Transilvania e il secondo del Paese. Il nome Cluj deriva secondo alcuni dal latino Castrum Clus usato per la prima volta nel secolo XII. Il termine Clus significa chiuso e si riferisce alle colline che chiudono la città.
Ci sistemiamo velocemente nel nostro hotel, il Capitolina, e usciamo per un giro del centro città, sempre guidato da Horia anche se qui ci ricongiungiamo finalmente con Eugenio e con Donata, che ha trovato un volo per tornare a casa e partirà domani mattina presto.
La città, nelle sue architetture, ha una forte impronta magiara e non è nulla di strano se si pensa che il più grande re ungherese, Mattia Corvino, è nato qui. A dirla tutta il buon Mattia aveva origini rumene, come il nostro Horia ci fa notare con malcelata ironia mentre, davanti alla sua casa, ci racconta un po’ chi era.
Mattia Corvino, Mátyás Hunyadi, detto Mattia il giusto (Cluj-Napoca, 23 febbraio 1443 – Vienna, 6 aprile 1490), è stato re d’Ungheria dal 1458 al 1490.
Il termine Corvino gli fu attribuito da un biografo italiano, il quale affermava che la famiglia Hunyadi (sul cui stemma era ritratto un corvo) discendeva dall’antica famiglia romana dei Corvini.
Mattia apparteneva ad una casata molto ricca: era figlio di un nobile d’origine valacca (quindi rumena), nonché voivoda di Transilvania, e di una nobildonna ungherese. Alla morte del re Ladislao V, avvenuta nel 1458 forse per avvelenamento, il giovane Mattia fu eletto re d’Ungheria con l’aiuto del suo zio Mihály Szilágyi.
Nel 1464 liberò la Bosnia sconfiggendo i Turchi. Diede inizio nel 1468 alla crociata contro l’ex suocero Podebrady, che aveva lasciato la fede cattolica per quella riformista di Jan Hus, conquistando Moravia, Slesia e Lusazia nel 1469. Morto il Podebrady, continuò la guerra contro il successore Ladislao II di Boemia, che nel 1478 fu costretto a riconoscergli le conquiste firmando la pace di Olomouc, con la quale a Mattia fu riconosciuto anche il titolo di re di Boemia.
Nel 1485 guadagnò il controllo di parte dell’Austria. Tentò anche di ottenere la corona imperiale ma gli fu preferito Massimiliano d’Asburgo. Fece dell’Ungheria un potente stato, dove, con la seconda moglie Beatrice d’Aragona, introdusse la cultura rinascimentale italiana.
Mattia ebbe al proprio fianco nel conflitto con gli Ottomani Vlad III, principe della Valacchia. Sì, proprio lui, Vlad l’Impalatore aka Dracula. Benché Vlad avesse molto successo contro gli eserciti ottomani, i due sovrani cristiani entrarono in conflitto nel 1462 a causa delle crudeltà di Vlad contro i mercanti sassoni, portando Mattia ad invadere la Valacchia e ad incarcerare Vlad a Buda. Tuttavia, l’ampio sostegno che Vlad III riceveva da molti sovrani europei spinse Mattia Corvino a concedere gradualmente uno status privilegiato al suo controverso prigioniero.
Mattia, che non aveva figli legittimi, pochi anni dopo morì improvvisamente scatenando una controversia per la sua successione.
La tradizione ungherese considera Mattia il più giusto tra i vari sovrani e sono numerose le leggende e i racconti popolari che lo vedono protagonista. Questi racconti parlano dell’abitudine del re di viaggiare in incognito nel paese per parlare con il popolo, scoprendo di volta in volta le malefatte o gli inganni dei vari potenti locali. Il suo intervento più o meno diretto riusciva a ristabilire l’ordine.
Insomma, non è un caso se l’enorme statua equestre di Mattia con la scritta “Mathias Rex” campeggia nella piazza principale della città. Il progetto di questo monumento, nel 1894, vinse il Gran Premio all’Esposizione Mondiale d’Arte a Parigi. Sulla stessa piazza si affaccia la chiesa di San Michele, nata cattolica, diventata protestante e successivamente tornata cattolica.
Rispondendo agli appelli del re Stefano V d’Ungheria, coloni tedeschi cominciarono a insediarsi a Cluj dal 1270 circa. All’inizio del XIV secolo la città aveva tre nomi: in tedesco Klausenburg, in ungherese Kolozsvár, in rumeno Klus o Cluj. È a quest’epoca che iniziò la costruzione della Chiesa di San Michele, di impianto gotico.
A metà del XVI secolo, la popolazione ungherese della città si convertì all’unitarianismo (dottrina protestante che nega la Trinità) e questo causò la dispersione e l’assimilazione della popolazione tedesca nella massa ungherese.
Nel 1699, in seguito alla Pace di Carlowitz, la Transilvania entrò a far parte dell’Arciducato d’Austria preservando al tempo stesso il suo statuto di principato autonomo.
Dopo la costituzione dell’Austria-Ungheria nel 1867, Cluj e tutta la Transilvania furono annesse al Regno d’Ungheria. In termini economici e demografici, Cluj era la seconda città del Regno, seconda solo a Budapest. Durante la seconda metà del XIX secolo, la città conobbe grandi trasformazioni a livello urbanistico (le mura furono smantellate per costruire i grandi complessi architettonici attuali) e a livello politico-demografico (lo sviluppo della borghesia rumena).
Dopo essere diventata rumena nel 1918, Cluj ritornò ungherese tra l’agosto 1940 e l’agosto 1944, riprendendo il nome ungherese, Kolozsvár, poi fu occupata dai sovietici dal 1944 al 1952. Nel 1974 Nicolae Ceaușescu decise di aggiungere Napoca al nome della città, cercando di affermare la continuità della presenza rumena.
Una certa tensione nazionalista si manifestò dopo il 1990, quando Cluj fu governata per parecchi anni da un sindaco nazionalista, Gheorghe Funar. Ma attualmente la convivenza delle diverse etnie è tranquilla, e numerose famiglie sono miste e bilingui.
Tra i simboli della città contenuti nel nuovo stemma adottato nel 1999 c’è la lupa, che fa riferimento alla “latinità” del popolo rumeno.

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A breve distanza dalla chiesa di San Michele, si incontra un’altra chiesa molto più moderna (è stata finita solo qualche anno fa) ma altrettanto interessante: è la chiesa ortodossa della Trasfigurazione. Da fuori non le daresti… un Leu, anzi è quasi difficile capire che è una chiesa. Ma dentro è un tripudio di mosaici, opera di Marko Ivan Rupnik, un artista, sacerdote e teologo gesuita sloveno.
È una chiesa ortodossa, lo si capisce perché ha un’iconostasi, che nell’icona in basso a destra, come vuole la tradizione, rappresenta la “dedica” della chiesa, in questo caso alla Trasfigurazione. Però le immagini potrebbero essere quelle di una chiesa cattolica, e del resto Rupnik è cattolico. È veramente qualcosa di nuovo, che non è facile nell’arte sacra, anche per come sono fatti i mosaici.
I mosaici di Rupnik sono composti con tessere irregolari (da pochi millimetri a decine di centimetri) di materiali diversi: granito, marmi, travertino, smalto, argento, madreperla, foglie d’oro. In essi il rosso e il blu “esplodono” come segni della “divino-umanità” del Cristo, di Maria, dei suoi discepoli e di quanti si lasciano muovere dallo Spirito: questi due colori sono il fondamento dell’armonia dei colori, i due colori in cui i cristiani del primo millennio riconoscevano il divino e l’umano.

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Per cena si unisce a noi Lucian, del Convivium slow Food di Cluj, per aiutarci ad apprezzare ancora meglio la gastronomia transilvana. Il ristorante si chiama Rod e i piatti forti del menù sono due: l’alternativa è tra trota con asparagi (che è la mia scelta, avevo voglia di un po’ di pesce ed è la prima volta che ce lo propongono) e maiale Bazna con patate. La trota è più che dignitosa, ma mi hanno detto che anche il maiale era molto gustoso. Si tratta, tra l’altro, di una razza tipica di queste parti, selezionata in origine dai sassoni a fine ‘800. Bazna è proprio un villaggio sassone, dove questa razza è nata, sembra per caso, dall’incrocio tra l’antica razza locale chiamata Mangaliţa e la razza inglese Berkshire. Dato che i Mangaliţa sono piuttosto piccoli e hanno ritmi lenti di riproduzione, l’allora direttore del complesso termale di Bazna, dove soggiornavano due ingegneri inglesi, aveva strappato ai due ospiti la promessa di mandargli una coppia di grossi maiali Berkshire dall’Inghilterra. Ma durante il viaggio la scrofa morì, e così non rimase altra scelta che far accoppiare il verro con una scrofa Mangaliţa. Ne venne fuori un maiale dalla carne saporita ma piuttosto grassa, anche se recenti studi l’hanno rivalutata anche in questo senso: pare che sia ricca di colesterolo, ma di quello “buono”.
Mentre mangiamo all’aperto, sotto una tettoia, scoppia un violento acquazzone: non è certo la prima volta in questi giorni, ma abbiamo visto che per fortuna passa presto. Anche stavolta è così, basta indugiare qualche minuto e bere un bicchierino di palinca in più brindando come si usa qui: “noroc!”.

Regaliamo a Horia, che da domani non sarà più dei nostri, una bottiglia di vino. Meno male che le zie premurose ci hanno pensato, e hanno trovato il tempo di occuparsene. Lui ringrazia con un bel discorsetto, e anche noi lo ringraziamo per la sua gentilezza, la sua innata eleganza e tutti gli aneddoti curiosi e divertenti che ci ha regalato.
Dopo cena, con Eugenio, Lucian, Elena e Gabriella ci concediamo anche una birra in un pub. Naturalmente si parla soprattutto di viaggi, e anche di ViaggieMiraggi, di Bosnia e di Palestina, due paesi con una storia travagliatissima e con grandi problemi ma ai quali siamo molto affezionati. E così la serata finisce in gloria.

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Al di là delle montagne – 2

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

 

Martedì 12 giugno 2018: Secondo giorno – I sassoni, le chiese fortificate, le torri e la città del Principe Vlad.

Dopo colazione, Eughenio ci saluta e parte per Cluj con Donata. Ma c’è Horia (ormai il nome stiamo cominciando a impararlo) che è pronto ad accompagnarci in giro per il centro di Sibiu.
Sibiu, che oggi ha circa 150.000 abitanti, è una città che ha una forte impronta sassone. Dice una leggenda che i sassoni sarebbero i discendenti dei bambini che seguivano il pifferaio magico, e che così sarebbero arrivati qui. La realtà, sappiamo, è un po’ diversa, ma comunque siano arrivati le tracce del loro passaggio sicuramente ci sono. Horia ci racconta che quegli “occhi” nei tetti che già abbiamo notato ieri e che sembrano caratteristici delle case sassoni servivano per la ventilazione, perché quelle case probabilmente quando furono costruite erano granai. Un’altra caratteristica architettonica ricorrente e piuttosto riconoscibile sono le case con un portico davanti, dove gli artigiani si mettevano a vendere la loro merce. Oggi, però, come in tutta la Transilvania, la presenza di popolazione sassone è molto ridotta rispetto al passato.
Non si vedono invece tracce ottomane, nonostante la città sia stata parte dell’impero ottomano per un secolo e mezzo, perché i turchi lasciavano alle città della Transilvania un certo grado di autonomia, era più una sorta di protettorato che una vera dominazione con una presenza tangibile sul territorio.
Un’altra minoranza importante, ora meno che in passato, è quella ungherese. Sappiamo che tutta la Transilvania, comunque, è una di quelle regioni dei paesi limitrofi che il governo di Viktor Orban rivendica come parte di quella che è stata la Grande Ungheria e che lui, idealmente, vorrebbe ricostruire. Ci sarebbero dentro pezzi di Romania, appunto, ma anche di Serbia, Croazia e Slovacchia. Per questo il buon Viktor, detto Viktator, ha dato la possibilità a tutte le minoranze ungheresi presenti in questi paesi di prendere la cittadinanza ungherese. Naturalmente, i paesi vicini non hanno gradito troppo. Il governo della Slovacchia, ad esempio, ha detto agli ungheresi: Se volete la cittadinanza ungherese, rinunciate a quella slovacca.
La presenza di più nazionalità significa anche la convivenza di diverse religioni: i rumeni sono generalmente ortodossi, gli ungheresi cattolici e i sassoni, arrivati anch’essi da cattolici nel XII secolo, avevano poi abbracciato in massa la fede protestante dopo la Riforma, sul modello di quello che avveniva nella madrepatria. Horia ci ricorda che l’Editto di Turda del 1568, che consentiva ad ogni comunità di eleggere i suoi predicatori e di praticare la sua religione, fu il primo atto di tolleranza di questo tipo in Europa.
Sibiu si divide in due parti, la città bassa e la città alta. La città bassa è l’area compresa tra il fiume Cibin e la collina e si sviluppò attorno alle fortificazioni più antiche. Le strade sono lunghe e piuttosto larghe rispetto a quanto usuale nelle città medievali, mentre le costruzioni sono solitamente basse e coperte da ripidi tetti. Gran parte delle fortificazioni esterne sono andate perdute a causa della pianificazione urbanistica e dello sviluppo industriale della fine del XIX secolo.
La città alta, dove ci troviamo noi, è il vero e proprio centro storico di Sibiu ed è organizzata attorno a tre piazze, con una serie di vie che seguono l’andamento della collina.
La Piazza Grande (Piața Mare) è, come suggerisce il nome, la più grande della città e ha costituito fin dal XVI secolo il centro della vita cittadina. Sulla piazza si affacciano alcune tra le più importanti costruzioni della città, tra cui il Palazzo Brukenthal, un palazzo in stile barocco costruito tra il 1777 e il 1787 quale principale residenza del Governatore della Transilvania Samuel von Brukenthal, che oggi ospita la parte principale del Museo nazionale Brukenthal, e la cosiddetta “Casa Blu”, una costruzione del XVIII secolo che porta sulla facciata l’antico stemma della città.
Sul lato settentrionale, la Chiesa dei Gesuiti e la “Torre del Consiglio”, uno dei simboli della città, inizialmente una torre di fortificazione del XIV secolo più volte ricostruita, con accanto il Palazzo del Consiglio, antico luogo di riunione del consiglio cittadino, sotto al quale un passaggio unisce la Piazza Grande con la Piazza Piccola.
La Piazza Piccola (Piață Mică), collegata alla Piazza Grande da alcuni stretti passaggi, è appunto più piccola ed è caratterizzata dalla curvatura del lato nord-occidentale. In questa piazza, passando sotto un piccolo ponte metallico del 1859, giunge la Strada Ocnei che porta alla città bassa.
Horia, appoggiato alla ringhiera di questo ponte chiamato il Ponte delle Bugie, ce ne racconta divertito l’origine del nome, un po’ a metà tra storia e leggenda. Ce ne sono diverse di leggende popolari, ma quella che a lui piace di più è questa. Nelle vicinanze del ponte si trovava una scuola militare, i cui allievi in libera uscita si mettevano ovviamente in “caccia” delle ragazze più belle della città. Pur di passare una notte con loro si inventavano di tutto, si presentavano magari come ricchi proprietari e si dichiaravano pronti a sposarle, dopo di che sparivano. E le ragazze camminavano avanti e indietro sul ponte nella vana speranza di vederli passare, mentre la gente le additava e commentava “Ecco, ne hanno ingannata un’altra!”. Molti anni dopo anche Ceauşescu passò da questo ponte, ma Sibiu non gli piaceva e quindi non ci tornò più. Suo figlio, però, era il famigerato capo della Securitate di questa regione. Ancora oggi è in qualche modo il Ponte delle Bugie, perché è uso per gli innamorati venire qui a dichiararsi amore eterno, suggellando poi la promessa con l’apposizione di un lucchetto, come sul Ponte Milvio a Roma. Ne vediamo qualcuno, in effetti, ma pochi perché, dice Horia, quando diventano troppi l’amministrazione comunale li fa togliere.
Su Piazza Huet si affacciano due importanti edifici: la Cattedrale Evangelica Luterana, costruita nel XIV secolo, ed il Liceo Brukenthal, costruito nel luogo in cui esisteva una precedente scuola del XV secolo. Esistono ancora a Sibiu scuole tedesche pubbliche, dove però vanno anche rumeni che in questo modo ritengono di potersi meglio preparare, imparando il tedesco, per cercare un lavoro, in Romania o fuori.
Un’altra storia curiosa e divertente che ci racconta Horia è quella della torre della chiesa evangelica. Questa torre, nelle intenzioni, doveva essere più alta di quella della chiesa della città di Bistriţa, ma in realtà non è così. Accadde che gli emissari di Sibiu che erano andati a Bistriţa per misurare l’altezza della torre vennero accolti così… bene che si ubriacarono e al loro risveglio non si accorsero che gli avevano tagliato un pezzo della corda che avevano usato per prendere la misura.
Sibiu, per la sua importanza, ebbe nel tempo diversi sistemi di fortificazione, con diversi anelli di mura, in gran parte in mattoni. La parte sud-orientale è quella meglio conservata. Sono infatti tuttora visibili tre linee parallele di mura: la più esterna è un alto terrapieno, l’intermedia è costituita da un muro in mattoni alto 10 metri, mentre la più interna è costituita da un sistema di torri collegate anch’esse da mura in mattoni dell’altezza di 10 metri.
Il centro sembra comunque abbastanza vivo: ci sono cartelloni che pubblicizzano una lunga serie di spettacoli all’aperto per tutta l’estate, e dappertutto ci sono giochi per bambini, realizzati con gonfiabili o, in alcuni casi, con materiali riciclati. Questi ultimi, devo dire, sono anche di una certa bellezza.

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Divagando un po’ sull’attualità, Horia ci racconta anche un episodio piuttosto significativo dell’attuale clima politico: La sindaca di Bucarest che va allo stadio per festeggiare la tennista Simona Halep, fresca vincitrice del Roland Garros, e si prende bordate di fischi da chi (molti, evidentemente) ritiene che stia tentando di sfruttare un successo sportivo a fini propagandistici.
Prima di proseguire, dobbiamo fermarci a cambiare un po’ di soldi. Qui l’euro non è ancora arrivato, c’è il Leu (plurale Lei) che vale tra i 20 e i 25 centesimi di euro.
Avere due soldini in tasca ci serve anche per fare qualche spesuccia al mercato contadino, anche se la cosa più bella è senz’altro curiosare: guardare le facce, cercare di riconoscere gli ortaggi, capire i prezzi. Ma le ciliegie sono davvero buone.

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In tarda mattinata lasciamo Sibiu per dirigerci verso Richiş, dove abbiamo appuntamento per il pranzo da una famiglia sassone, l’ultima rimasta nel villaggio, che gestisce un agriturismo. Qui un tempo c’erano qualcosa come 300 ettari di vigne, ma ora sono molti, molti meno, anche se ancora un po’ di buon vino c’è.
I sassoni sono rimasti davvero in pochi, ormai, in tutta la Transilvania. La minoranza tedesca in Romania ha un illustre rappresentante in Klaus Iohannis (il nome dice tutto), l’attuale Presidente della Repubblica. Ma, per il resto, sono lontani i giorni in cui i sassoni qui e gli şvabi nel Banato prosperavano nelle floride micro-società che si erano costruiti, gelosi delle proprie tradizioni e della propria lingua. Due grandi esodi di tedeschi dalla Romania hanno segnato il ‘900.
Il primo fu la più grande compravendita di esseri umani avvenuta nel XX secolo, contraenti il governo della Germania Ovest e quello comunista rumeno.
Nel 1943, nel pieno della guerra, Romania e Germania firmarono un accordo in base al quale veniva permesso ai tedeschi di Romania di arruolarsi nelle Waffen SS. Non furono pochi i sassoni che optarono per questa scelta; molti di questi furono inviati a dirigere campi di concentramento, o a lavorare nelle strutture ad essi connesse. Famoso è il caso di Victor Capesius, che divenne il direttore della farmacia di Auschwitz.
A guerra terminata, la maggior parte degli arruolati nelle Waffen SS si stabilì in Germania e non tornò in Romania, dove i sassoni rimasti entrarono nel mirino. I comunisti rumeni dissero “È finita la pacchia” e i sassoni, considerati in maniera indiscriminata responsabili dei crimini nazisti, vennero deportati in campi di concentramento sovietici, dove morirono in molti. Dei 700.000 tedeschi registrati dal censimento rumeno del 1930, nel 1948 ne restavano 400.000.
Negli anni successivi molti cercarono di emigrare in Germania Federale, sia per sfuggire alle angherie del regime che per ricongiungersi ai familiari. Il governo rumeno capì di poter trarre un beneficio dal loro desiderio di fuga. All’inizio degli anni ’60 iniziarono dei contatti tra Bucarest e Bonn, e si aprì un canale di comunicazione non ufficiale. Il governo rumeno avrebbe permesso l’emigrazione dei sassoni rimasti dietro il pagamento di un compenso da parte della Germania Ovest; la cifra variava a seconda del titolo di studio e della qualifica professionale: per un laureato, soprattutto se in discipline tecniche, potevano essere chiesti più di 10.000 marchi, per un lavoratore non qualificato ne bastava qualche migliaio. La Romania guadagnava liquidità fresca, mentre la Germania Federale, in pieno boom economico, otteneva lavoratori che conoscevano già la lingua e la cultura tedesca e che avrebbero fatto meno fatica a integrarsi rispetto alla moltitudine di turchi che allora stava cominciando ad arrivare.
Le negoziazioni erano portate avanti da un avvocato per il governo tedesco e da agenti della Securitate. Gli incontri si tenevano solitamente in una stanza dell’Hotel Ambassador di Bucarest, nella più totale riservatezza. Venivano redatte le liste dei partenti e si trattava il compenso per ognuno di loro. La Securitate, tuttavia, giocava su più tavoli: gli agenti della polizia politica intascavano infatti anche i soldi degli stessi richiedenti che, ignari delle trattative dei due governi, pagavano migliaia di Lei per velocizzare le operazioni.
Un meccanismo molto simile si era creato, negli stessi anni, per gli ebrei che emigravano verso Israele. Ce lo raccontava l’anno scorso la nostra guida nella sinagoga di Bucarest. In entrambi i casi, i partenti potevano portare solo pochissimi effetti personali e i vestiti che avevano indosso. Si raccontano storie tristi di gente che, anche in piena estate, partiva con tre o quattro cappotti addosso, uno sopra l’altro, per poterseli portare via e avere di che coprirsi in inverno.
Il secondo esodo, lo racconta bene William Blacker, arrivò nel 1989-1990, quando divenne più facile passare le frontiere e si sparse la voce che la Germania, in via di riunificazione, era intenzionata a concedere la cittadinanza a tutti i sassoni. Fu come se fosse crollata una diga. Nel giro di un paio d’anni la popolazione sassone calò drasticamente. Ne rimanevano solo poche migliaia e una cultura unica, con ottocentocinquant’anni di storia, stava per estinguersi. I più anziani non volevano andare via, ma i figli insistevano. Negli anni seguenti molti morirono di Heimweh, di nostalgia, seduti negli appartamentini delle periferie di Amburgo o di Francoforte, sognando la loro terra bellissima e lontana. In Germania non avevano campi da coltivare, animali a cui badare, viti da legare o galline da nutrire, e non c’erano foreste fitte e riecheggianti sulla collina. Nei villaggi, le grandi, antiche campane nelle torri delle loro chiese rintoccavano quando l’ennesimo sassone morto di nostalgia veniva sepolto in qualche distante, freddo cimitero municipale tedesco.
Per i sassoni rimasti, poi, un altro grande dolore era vedere le case sassoni abbandonate occupate dai rom, per i quali (eufemismo) non nutrivano grande simpatia.
Oggi in Romania vivono meno di 38.000 persone di etnia tedesca.
Ma bando alle tristezze, il pranzo è pronto, la tavola è apparecchiata nello splendido cortile di una vecchia casa con le pareti ridipinte di fresco in verde pastello e le finestre contornate di decori bianchi. La data sopra la porta d’ingresso è 1934. Intorno alla tavola, appesi alle travi di legno che sovrastano i mattoni a vista, panni ricamati con motti in tedesco come “Morgen Stund Hat Gold in Mund”. Questo lo capiamo anche noi: il mattino ha l’oro in bocca. In fondo, a pensarci, è molto tedesco. Lo diceva, anzi lo scriveva, anche Jack Nicholson in Shining, ma lì non andava a finire benissimo… be’, lasciamo stare.

Il cibo è buono e il vino è abbondante. Noi siamo qui ospiti di questa famiglia, con i genitori, due gentili signori di mezza età che sorridono senza scomporsi troppo, i due figli e un simpatico barboncino bianco. I due ragazzi sono molto diversi, ce lo racconta Horia che li conosce e si vede anche. Il più grande è un pacioso bonaccione dall’aspetto che più tedesco non si può, volenteroso ma un po’ impacciato. Il piccolo invece non sta fermo un attimo, parla tanto in un ottimo inglese e fa di tutto per mostrarci il meglio della sua piccola “azienda” e per metterci a nostro agio. Fin troppo, forse. Però come si fa a dirgli che Toto Cutugno anche no? Ma sì, lasciamolo fare, in fondo ci siamo abituati. In una settimana qui prima o poi “L’italiano” ce lo dovevano mettere, meglio che sia subito, così via il dente via il dolore.
In casa ci si entra solo per andare in bagno (anche se, in realtà, c’è anche una bella latrina in un gabbiotto di legno nel cortile). Ma è l’occasione per buttare l’occhio e scoprire, per esempio, che le case tradizionali sassoni sono fatte con tutte le camere da letto una dietro l’altra, senza anticamera.
A pranzo il clima è ciarliero, con Horia stiamo prendendo confidenza. Si parla di quello che più ci è rimasto impresso del periodo immediatamente successivo alla fine del comunismo, gli orfanotrofi rumeni e quelle immagini terribili dei posti dove erano rinchiusi i malati mentali. Del periodo comunista lui ha una visione un po’ diversa da quella della maggior parte dei rumeni, almeno quelli che ho conosciuto finora: ritiene che ovviamente Ceauşescu sia stato un dittatore ma che a volte sia stato anche mal consigliato dalla sua “corte”, che poi naturalmente quando è caduto in disgrazia è stata rapidissima nel fare voltafaccia e nel toglierlo di mezzo in modo sbrigativo sfruttando gli umori della piazza. Dopo di che, si sono riverniciati e presentati come i nuovi eroi della rivoluzione popolare, quando erano tutti esponenti della vecchia nomenklatura. Su questo non gli si può dare torto.

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Dopo pranzo, si riparte verso Biertan, con la sua chiesa fortificata patrimonio UNESCO. Per trecento anni (dal 1500 al 1800 circa) questa chiesa è stata la sede del vescovo luterano di Transilvania. Ma non solo, serviva anche per rifugiarvisi in caso di attacco.
Biertan è un villaggio di circa 2500 abitanti, fondato dai sassoni nel XIII secolo. Tra il ‘400 e il ‘500 i coloni sassoni costruirono nel centro del villaggio, sopra una collina, la basilica in stile gotico circondata da ben 3 cinte murarie ancora oggi ben visibili. Per entrare nella fortezza è necessario percorrere una scala interamente coperta in legno, i cui gradini salgono in serie di sette come i giorni della settimana. A dimostrarci come la chiesa sia in stile gotico ci sono le pareti contraffortate, mentre il portale di fronte alla scalinata presenta elementi rinascimentali ed è scolpito con motivi floreali.
All’interno dell’edificio di culto non ci sono affreschi, come sempre nelle chiese protestanti, ma curiosamente si trovano tappeti orientali, anche tappeti di preghiera, che i mercanti sassoni portavano a casa dalla Turchia e che erano usati per decorare le pareti della chiesa. C’è un pulpito gotico in legno scolpito da Ulrich di Brașov nel XVI secolo. Il trittico dell’altare, poi, è uno dei più interessanti di tutto il paese per la sua ricchezza iconografica: sono rappresentate ben 28 scene della vita della Madonna, patrona della chiesa.
La porta della sacrestia, con i suoi battenti in legno intarsiato, è considerata un capolavoro di arte gotica ed è stata realizzata sempre nel XVI secolo. Questa porta è nota soprattutto per il suo complesso sistema di chiusura, con 21 chiavistelli, e vinse un premio all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
La prima cinta muraria ospita perfettamente conservate le 4 torri originarie, di cui una è lignea. La torre orientale è particolarmente interessante per la funzione anomala che svolgeva: qui venivano condotti e tenuti “prigionieri” i coniugi che desideravano separarsi, che per questo avevano bisogno del consenso del vescovo. Qui, per almeno due o tre settimane, dovevano condividere forzatamente lo stesso letto, lo stesso tavolo, le stesse posate, finché non cambiavano idea e optavano quindi per rimanere uniti. Forse avevano tutte le posate tranne il coltello, dice qualcuno tra noi. Ma sembra che in 400 anni ci sia stato un solo divorzio. Il metodo era dunque efficace. Nella torre, ora, c’è una ricostruzione di questa stanza.
La torre cattolica è così denominata perché al suo interno si trova una cappella riservata a coloro i quali, con l’avvento della Riforma protestante, si rifiutarono di abbracciare il nuovo credo religioso. In un’altra torre invece si teneva custodito del lardo in tempi di assedio, e quindi si chiama Speckturm o torre del lardo. I pezzi di lardo affumicato erano appesi a dei ganci e portavano nella parte bassa il timbro del proprietario. Ogni famiglia, infatti, aveva il suo posto e le sue riserve di lardo. Quando ce n’era bisogno, se ne tagliava un pezzo e si apponeva di nuovo il timbro: era un modo per essere certi che un ladro di lardo non passasse inosservato, e pare che funzionasse.
Esiste anche una torre dell’orologio del ‘500, una torre difensiva, basti notare le finestre da tiro. La torre del campanile contiene una campana in legno restaurata agli inizi dell’800. A Biertan vive ancora una comunità sassone di circa 200 persone e una famiglia abita all’interno della fortezza per custodirla.

William Blacker racconta così le fortificazioni dei sassoni:
“Le fortificazioni erano una testimonianza della pericolosità di questa parte di mondo nel medioevo. I sassoni vi si erano stabiliti nel dodicesimo secolo sotto la protezione del re degli ungari. Ma il re era una figura lontana, e i sassoni erano costretti a badare a sé stessi. In qualsiasi momento potevano apparire all’orizzonte e imperversare nel villaggio bande di razziatori tartari stanziatisi sulle coste del Mar Nero, soldati ottomani lasciati senza paga e perciò incoraggiati a colonizzare le terre di nuova conquista, vicini ungheresi mossi dall’invidia, o anche semplici bande di predoni. Avvertiti dal suono delle campane o di un enorme tamburo, gli abitanti del villaggio correvano a rifugiarsi dietro le mura delle loro chiese-fortezza, sempre rifornite di provviste d’acqua e cibo, e vi rimanevano per tutto il tempo che gli aggressori erano disposti a perdere. Nel sedicesimo secolo i sassoni divennero luterani. Il famoso motto di Lutero, “Ein feste Burg ist unser Gott” – una solida fortezza è il nostro Dio, per loro non era soltanto una metafora. Scritto a grandi lettere sopra i cancelli delle chiese fortificate o dipinto sulle porte delle sagrestie medioevali, ricordava che la loro Chiesa offriva protezione non soltanto spirituale, ma anche terrena.”

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Proseguiamo fino a Sighişoara, dove pernotteremo all’Hotel Casa Wagner (ancora una volta un nome che più tedesco non si può).
Sighişoara è stata fondata nel XII secolo dai sassoni che si stabilirono qui su invito del re ungherese Gheza II. Il sistema impressionante di difesa che la rese la più difficile da conquistare di tutte le cittadelle della Transilvania è stato costruito nel XV secolo e si componeva di 14 torri, ciascuna costruita e difesa da una gilda diversa. Nove torri originali sono ancora in piedi: la Torre dei Calzolai, la Torre dei pellicciai, la Torre dei Sarti, la Torre dei Fabbri, ecc.
La più alta (64 metri) e la più famosa di queste è la Torre dell’Orologio, un simbolo della città. La sua posizione sul lato orientale della fortezza era strategica nel medioevo, perché ne proteggeva l’ingresso. La principale attrazione della torre sono le figurine in stile barocco che indicano il momento della giornata ed il giorno della settimana.
Così William Blacker descrive questa città:
“Da ottocentocinquant’anni l’antica città di Sighişoara sorge su uno sperone roccioso al centro della Transilvania e domina il fiume Tarnava con le sue torri e cuspidi medioevali. Ancora oggi, chi osa arrampicarsi fino ai suoi parapetti sporgenti può scorgere le dolci colline e i boschi della Transilvania che si estendono per chilometri e chilometri in ogni direzione. In alcuni punti la foresta tocca la città, con i giardini delle case che si perdono tra gli alberi, e qualche volta, dalle case più vicine ai boschi, nel cuore dell’inverno si sentono i lupi ululare nella notte”.
Ora siamo in primavera inoltrata, quasi in estate, e forse stanotte non sentiremo i lupi ululare. Ma magari ci sentiremo gelare il sangue per un rumore che potrebbe essere lo sbattere d’ali di un pipistrello… sì, perché questa è la città natale di Dracula, o meglio del principe Vlad.
Davanti al busto che lo raffigura, Horia ci racconta la sua vita turbolenta.
Vlad III (1431-1477) fu un voivoda (“principe” nella lingua locale) della regione chiamata Valacchia e non della Transilvania, come suggerisce Stoker.
Il nome Dracula viene dal padre Vlad II, che assunse il titolo di Dracul quando entrò a far parte dell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare segreta creata per proteggere il Cristianesimo. Dracula dunque significa proprio “figlio di Dracul”.
Vlad visse gli anni dell’adolescenza alla corte dell’Impero Ottomano, poiché il padre lo aveva inviato insieme al fratello come ostaggio per poter mantenere il trono, minacciato fortemente dalle armate musulmane che premevano ai confini.
Durante questo periodo, Vlad alimentò un odio inestinguibile per i Turchi e per la vita umana in generale, affinando uno stile di leadership basato sulla brutalità e l’assenza pressoché totale di pietà.
Quando ritornò a casa, il padre di Vlad era stato ucciso dai rivali ungheresi, e l’intera regione era scossa da conflitti sanguinosi. Vlad non ci mise molto a mettersi alla testa di un esercito e a riconquistare il regno.
Purtroppo per Vlad però, il suo potere era ancora troppo instabile e in pochi mesi si ritrovò nuovamente in esilio. Rifugiatosi in Moldavia, il principe valacco riabbracciò il Cristianesimo (senza però abbandonare i suoi metodi crudeli) e decise di difendere il suolo patrio dagli invasori islamici.
Grazie alla conoscenza del nemico turco, Vlad entrò nelle grazie del re d’Ungheria, che pur in passato gli era stato avverso, il quale lo sguinzagliò contro i suoi avversari cristiani e musulmani.
Nonostante i grandi bagni di sangue con cui Dracula otteneva le sue vittorie, la forza turca non faceva che aumentare e dopo il 1453, quando Costantinopoli cadde definitivamente, gli fu impossibile impedire che l’esercito turco si abbattesse sull’Ungheria.
Da spietato stratega qual era, però, Vlad approfittò della situazione di confusione per tornare in Valacchia, uccidere il suo rivale Vladislav II e riappropriarsi del trono!
Durante il suo secondo regno, Dracula instaurò un regime duro e dedito alla violenza, soprattutto nei confronti dei nobili locali (i boiardi) che ne misero in discussione l’autorità. Chi gli intralciava la strada non faceva una bella fine. Continuò inoltre una feroce guerra contro i turchi, i quali erano ormai convinti che dietro le sortite che decimavano le loro truppe ci fosse nient’altro che il figlio del Diavolo.
Alla lunga però il piccolo regno rumeno nulla poté contro il colosso turco e nonostante alcune strabilianti vittorie il principe valacco fu nuovamente privato del trono. Particolarmente doloroso per Vlad fu il fatto che tra i ranghi dell’armata turca si trovava anche il fratello Radu, che a differenza sua era rimasto fedele al Sultano.
Imprigionato per la seconda volta, Vlad fu però liberato nel 1474 e quando l’anno dopo il fratello Radu morì si dichiarò per la terza volta signore di quella terra che gli apparteneva per diritto di nascita. Durante la riconquista però, Vlad cadde infine in battaglia in circostanze poco chiare.
Per la tradizione religiosa rumena, dunque, Dracula viene ricordato come un eroe nazionale che difese la Croce e l’intera cristianità dall’avanzata turca. La sua crudeltà però gli valse anche quella fama sinistra che contribuì a creare il personaggio ideato da Stoker. Se infatti da un lato l’Europa applaudiva il suo salvatore, dall’altro voci e storie lugubri ammantavano Vlad III di un’aura davvero maligna. Vlad infatti passò alla storia con l’appellativo di Țepeş, “l’Impalatore”, perché aveva la simpatica abitudine di impalare i propri nemici a monito per chiunque volesse sfidarlo. Si narra che una volta impalò un intero esercito sulla strada che i turchi dovevano percorrere per raggiungere il suo accampamento e fece apparecchiare la tavola in mezzo a tutti quei corpi per mangiare godendosi lo spettacolo!
Si capisce bene dunque perché la sete di sangue di questo controverso personaggio ispirò la nascita di un vampiro altrettanto bramoso di morte e il cui nome scatenava il terrore più cieco. Stoker attinse a miti e leggende popolari sul vampirismo e, sembra, ad una strana epidemia di tubercolosi verificatasi qualche anno prima; dai resoconti dell’epoca risulterebbe che le vittime, prima di morire, diventavano pallide come cadaveri, come se qualcuno ne avesse bevuto il sangue… ma serviva un’ambientazione esotica ed esoterica e, per un europeo della fine del XIX secolo, la Transilvania era perfetta in tal senso. Stoker non visitò mai la Transilvania, ma si documentò sulle fonti disponibili all’epoca in cerca di ispirazione e scoprì questo principe sanguinario che faceva proprio al caso suo… anche per l’assonanza tra Vlad e blood, in inglese. Forse per dargli ancora più “spessore” lo fece discendere da Attila e gli attribuì la nazionalità szekely ungherese, non quella rumena, ma c’è anche da dire che allora la Transilvania era Ungheria, all’interno dell’impero asburgico. Il vero castello di Vlad, oggi in rovina, gode senz’altro minore fama del castello di Bran, quello che viene “venduto” ai turisti come il castello di Dracula.
Horia ci racconta anche di un altro principe, meno macabro, che promuove la Transilvania a livello turistico, forse non quanto Dracula, ma ci prova: il Principe Carlo d’Inghilterra, che è appassionato di questi boschi e viene spesso da queste parti, dove ha diverse proprietà. Ha anche promosso un’associazione che si occupa della conservazione e del restauro delle case sassoni; pare che le tegole dei tetti siano costruite da artigiani rom. Ma perché tutto ciò? Be’, è questione di genealogia, forse non solo questo ma anche questo. Si sa che i nobili d’Europa sono un po’ tutti imparentati. E sembra che Carlo abbia dichiarato, senza imbarazzo, che la genealogia lo vuole discendente di Vlad l’Impalatore…

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Vlad Țepeş – “Dracula”

Noi, dopo un bel giro della città, torniamo in albergo. Ci aspetta uno spettacolo di danze sassoni organizzato apposta per noi nel cortile interno del nostro albergo. Sono un gruppo di giovani allievi di una scuola, che nel tempo libero cercano di tenere vive le tradizioni della comunità sassone, anche attraverso le danze popolari. Non sono neanche tutti sassoni, lo si capisce dai nomi, ma sappiamo ormai che di sassoni “puri” ne sono rimasti ben pochi. Quello che conta è che sono volenterosi e simpatici: qualcuno, soprattutto dei ragazzi, appare più di una volta in evidente difficoltà, ma se la ridono e vanno avanti, tra un valzer e una danza popolare. Ecco, quando fanno le “loro” danze con questi costumi fanno un po’ un effetto gioventù hitleriana, ma non importa.

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Horia e la “maestra” di danze

 

 

Anche la cena è apparecchiata qui in hotel: insalata con formaggio, pomodoro e cetrioli, poi bocconcini di petto di pollo con polenta e peperoni, e per dolce una torta tipo sbrisolona servita calda con le bisciole: niente male.
La cena ci dà anche l’occasione per scoprire qualcosa di più sul nostro Horia, che è di Cluj e che vanta niente meno che tre lauree: economia, marketing e sport. Come se non bastasse, in Svizzera è diventato anche maestro di sci.
Dopo cena, ci arrampichiamo fino a una terrazza tra le mura, da dove non riusciamo a sentire i lupi ma la vista sulle dolci colline e sui boschi della Transilvania di cui parla William Blacker c’è davvero…

 

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 1

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota e ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

11 giugno 2018: Primo giorno – Le icone di vetro e i primi assaggi di slow food transilvano

Anche quest’anno è arrivato il momento della mia dose annuale di Balcani, senza la quale non posso vivere. E per la dose di quest’anno ho scelto il nord della Romania, una regione che ha sicuramente molti motivi di interesse, anche se… a giudicare dalla reazione delle persone a cui mi è capitato di dire che venivo qui non si direbbe. Si direbbe invece che non ce ne siano, o che tutt’al più ce ne sia soltanto uno: ebbene sì, lui, il conte Dracula. Una delle creature più macabre e al tempo stesso cariche di un fascino perverso che la mente umana abbia mai partorito. Che forse ha popolato con il suo nero mantello e i suoi canini ipertrofici qualche incubo di quando eravamo bambini e che non ha ancora smesso di terrorizzarci, ma anche di generare empatia per la sua condizione di essere condannato in eterno al male. Ho sperimentato che se tu dici Transilvania e Maramureş, nel 99,9% dei casi (statistica approssimativa, ma non lontana dalla realtà) il nome Maramureş viene istantaneamente rimosso, come se non l’avessi mai pronunciato (anch’io, lo confesso, fino all’anno scorso non sapevo che esistesse), e ti dicono qualcosa tipo: “Ah, figo, il castello di Dracula!”. E se tu dici che no, veramente l’idea non sarebbe quella, ti guardano perplessi. Tra l’altro, quello che viene presentato come il castello di Dracula, cioè il castello di Bran, non è il vero castello di Dracula, o meglio del principe Vlad, colui che ha ispirato il personaggio. Provi a spiegare, però la perplessità difficilmente svanisce. Ma fidatevi, ci sono altre buone ragioni per visitare questi luoghi, le scopriremo cammin facendo se avrete voglia di seguirmi.
Ho detto che fino all’anno scorso non sapevo che esistesse il Maramureş. L’anno scorso perché, come forse i più attenti tra voi sapranno, l’anno scorso sono già stato in Romania, con un viaggio di Radio Popolare sul Delta del Danubio. Una zona diversa e lontana da quelle che vedremo quest’anno, non solo geograficamente ma anche per clima, natura e culture. Parlo di culture al plurale perché anche lì ce ne sono diverse, ma a parte quella rumena e forse in parte quella ucraina nessuna è in comune con quelle che caratterizzano il nord. E allora, direte voi, dov’è il legame? Be’, tutto nasce dal cibo. Quello era un viaggio slow food e anche questo sarà un viaggio slow food. E uno dei pranzi slow food dell’anno scorso, organizzato presso un mercato contadino di Bucarest, era proprio a base di prodotti del Maramureş. Che, forse insieme ai costumi tipici e alla calda ospitalità delle persone che ce li offrivano, hanno suscitato una tale curiosità, soprattutto in una componente del gruppo, da far nascere la voglia di conoscere quei luoghi. Curiosità che probabilmente è stata amplificata dai racconti di Eugenio Berra, che ormai per noi è l’insostituibile guru che seguiamo ciecamente quando si tratta di Balcani. Eugenio vive a Belgrado da 4 anni, prima ha vissuto a Sarajevo ed è un profondo conoscitore di tutte le culture balcaniche.
Ed ecco che ho già svelato, quindi, che ancora una volta è lui l’artefice del viaggio, oltre che colui che ci farà da guida. E quindi è suo il merito, in questo caso però da dividere con quella componente del gruppo che era rimasta affascinata dal Maramureş e che lo ha gentilmente “pressato” perché organizzasse un viaggio quasi su misura, forse anche senza il quasi. Devo ringraziare, quindi, se ora sono qui, le compagne di viaggio che conosco già bene e che hanno fatto il viaggio sul Delta, anche se in un gruppo diverso dal mio, e cioè Elena, Gabriella e Miriana. E devo ringraziare anche, ça va sans dir, ViaggieMiraggi per l’organizzazione.

C’è un’altra persona che devo ringraziare, una persona che non conosco, anche se in realtà ora che ho letto il suo libro mi sembra quasi di conoscerlo. È William Blacker, un inglese (di origine irlandese) che ha scritto un bellissimo libro intitolato “Lungo la via incantata”. La storia che racconta è una storia personale, ma dove si coglie anche in modo profondo l’essenza, lo spirito di una terra, o forse due terre, e due popoli: Maramureş e Transilvania, i rumeni del Maramureş e i rom di Transilvania. È il racconto di un viaggio che nasce come fuga, come avventura, e diventa via via ricerca di uno stile di vita più puro e in armonia con la natura, voglia di mettere radici, immedesimazione profonda in una cultura ancestrale, poi di nuovo irrequietezza e bisogno di nuove esperienze. È tante cose, insomma. William – mi viene proprio di chiamarlo per nome, come se lo conoscessi – ha vissuto per anni qui tra la seconda metà degli anni ’90 e gli anni 2000. Il suo libro ci è stato consigliato da Eugenio, e per me e per altri del gruppo è stato fondamentale per entrare nel mood di questo viaggio. Abbiamo capito che questa terra è un po’ uno stato della mente, dell’anima se esiste.
Il gruppo stavolta è un po’ più eterogeneo del solito come provenienza, nel senso che annovera una componente romana e una componente romagnola, oltre a noi che veniamo da Milano e dintorni. In totale siamo 14 persone, come sempre a maggioranza femminile: 3 uomini e 11 donne.

Dove andremo si può vedere in questa bella cartina del periodo tra le due guerre, che Eugenio ci ha fornito a corredo della sua come sempre preziosissima dispensa, piena di riferimenti storici, antropologici e culturali:

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Siamo appena sbarcati a Cluj, una delle maggiori città della Transilvania. Il volo da Bergamo Orio al Serio, con la compagnia low cost Wizzair, è durato poco meno di due ore. Sono circa le 10.30 ora locale (un’ora avanti rispetto all’Italia). Siamo partiti molto presto, tant’è vero che qualcuno di noi ancora accusa gli effetti della levataccia.
Il cielo è nuvoloso e fa abbastanza fresco, il che forse non è poi male.
Insieme a Eugenio, che riabbracciamo sempre volentieri, ci accolgono Miki, il nostro autista, e Horia, la nostra guida transilvana, un uomo con un indiscutibile appeal (penso di poter parlare a nome delle signore del gruppo) e che parla uno splendido italiano. Scopriremo poi che ha studiato e vissuto in Svizzera, nel canton Ticino, ma per fortuna (non me ne vogliano gli amici ticinesi all’ascolto) non ha preso l’accento ticinese. È un po’ più difficile per noi capire e ricordare il suo nome, ed ecco che subito, con la complicità di Eugenio che in uno dei suoi rarissimi lapsus lo chiama Rohia, viene soprannominato Rocco.
È lui che, sul pullmino che ci porta verso Sibiu, ci comincia a raccontare la storia della Transilvania. La storia è molto lunga, ma ci aspetta un viaggio di circa tre ore, c’è il tempo per raccontarla, almeno in sintesi.

Si parte dai Daci. Con Burebista, il più grande re della Dacia e contemporaneo di Giulio Cesare, il regno daco raggiunse la sua massima estensione. L’area che attualmente costituisce la Transilvania fu il centro politico della Dacia.
I Daci sono spesso menzionati sotto Augusto, a detta del quale essi furono costretti a riconoscere la supremazia romana. Comunque essi non furono sottomessi, e successivamente colsero ogni occasione di attraversare il Danubio ghiacciato durante l’inverno e saccheggiare le città nella provincia romana recentemente acquisita della Mesia.
L’espansione dell’Impero romano nella penisola balcanica portò i Daci in aperto conflitto con Roma. Durante il regno di Decebalo, i Daci furono impegnati in numerose guerre con i romani. Dopo due pesanti disfatte, i Romani ebbero la meglio ma furono obbligati a firmare una pace. Come conseguenza, ai Daci fu lasciata l’indipendenza, con l’obbligo di pagare un tributo annuale all’imperatore.
Nel 101-102 Traiano iniziò una campagna militare contro i Daci, che incluse anche l’assedio della capitale Sarmizegetusa e l’occupazione di parte del paese. Decebalo fu lasciato come un re cliente sotto un protettorato romano. Tre anni dopo, i Daci si ribellarono e sconfissero le truppe romane. La seconda campagna (105-106) terminò con il suicidio di Decebalo e la trasformazione della Dacia nella provincia romana della Dacia Traiana. La storia delle Guerre daciche ci è tramandata da Dione Cassio, ma un ottimo resoconto storico è la famosa Colonna Traiana a Roma.
I Romani sfruttarono ampiamente le miniere d’oro della provincia, costruendo strade d’accesso e forti per proteggerle. Nuovi coloni, provenienti dalla Tracia, dalla Mesia, dalla Macedonia, dalla Gallia, dalla Siria e da altre province romane, si stabilirono nella nuova provincia, portando allo sviluppo di città come Apulum (oggi Alba Iulia) e Napoca (oggi Cluj-Napoca).
I Daci si ribellarono frequentemente; la loro più accesa ribellione fu alla morte di Traiano. Nel 271 l’imperatore romano Aureliano diede ordine all’esercito romano di abbandonare la Dacia Traiana e riorganizzò una nuova Dacia “Aureliana” nella precedente Mesia Superiore. Non ci è dato sapere in che misura l’abbandono della Dacia, voluto da Aureliano, coinvolse la popolazione civile romanizzata o fu semplicemente un’operazione militare, purtuttavia alcuni storici ritengono che un numero più o meno consistente di Romani e Daci romanizzati si sia rifugiato tra i monti della Transilvania, conservando la lingua latina e tornando successivamente ad insediarsi, in età basso-medioevale, nelle pianure valacche e moldave. L’antica Dacia Traiana fu sotto il controllo dei Visigoti e dei Carpi sino a quando non vennero sottomessi dagli Unni nel 376. Gli Unni, sotto la guida di Attila, si stabilirono nella pianura pannonica sino alla morte di Attila nel 453.
Dopo la disintegrazione dell’impero di Attila, nessun’altra potenza fu capace di esercitare il controllo sulla regione per molto tempo, finché gli Avari dalla Scizia non affermarono la loro supremazia militare. Il Khanato avaro, tuttavia, fu schiacciato dai Bulgari agli inizi del IX secolo, e la Transilvania, insieme alla parte est della Pannonia, fu incorporata nel primo impero bulgaro.
I Magiari entrarono in possesso dell’intera Transilvania durante il X secolo. Nell’anno 1000 Vajk, principe d’Ungheria, giurò lealtà al Papa e diventò re Stefano I d’Ungheria, adottando il Cristianesimo e cristianizzando gli ungheresi.
Nel XII e nel XIII secolo, alcune aree della Transilvania furono occupate da coloni di origine germanica, i Sassoni. Siebenbürgen, il nome tedesco per Transilvania, deriva dalle sette città fortificate principali dei Sassoni di Transilvania. Sette città che, ancora oggi, hanno anche un nome tedesco. Molti sassoni, in realtà, non venivano dalla Sassonia ma dalla Valle della Mosella. L’influenza sassone diventò più marcata quando, ai primi del XIII secolo, il re Andrea II d’Ungheria fece appello ai Cavalieri dell’Ordine teutonico per difendere il regno dalle tribù nomadi asiatiche e dai Mongoli.
Dopo la morte del re Luigi II nella battaglia di Mohács (1526), combattuta contro gli Ottomani, l’ascesa di Ferdinando d’Austria al trono ungherese fu ostacolata dal governatore della Transilvania, Giovanni Zápolya; nella conseguente lotta dinastica s’inserì anche Solimano il Magnifico, che dopo la morte di Zapolya occupò l’Ungheria centrale con l’intenzione di sostenere la causa del figlio del precedente governatore, Giovanni Sigismondo.
Il 13 gennaio 1568 la Dieta di Transilvania riunitasi a Turda dichiarò la piena libertà religiosa. Nessuno poteva essere perseguitato o menomato per causa della sua confessione. Questa legge rimase nei secoli uno dei capisaldi dell’identità transilvana e pose le basi della Transilvania multietnica e multireligiosa.

La situazione si stabilizzò per qualche decennio con la Transilvania semi-indipendente, che gravitava nell’orbita dell’impero ottomano ma con un certo grado di autonomia. Nel 1571 il principe di Valacchia Michele il Coraggioso prese possesso della Transilvania e la unì con i Principati di Moldavia e Valacchia; tuttavia l’unificazione fu rapidamente sovvertita dagli Asburgo che, con un esercito mercenario, eliminarono il principe Michele ed instaurarono un governo autoritario, il quale si prodigò nel restaurare il cattolicesimo mediante la controriforma. Il Principato di Transilvania riacquistò tuttavia la propria indipendenza fra il 1604 e il 1606, quando il calvinista Stefano Bocskai, eletto principe di Transilvania nel 1603, condusse con successo una ribellione contro il governo asburgico. La dinastia che ne seguì condusse il Principato attraverso un periodo di massimo sviluppo.
La sconfitta turca nella battaglia di Vienna (1683) sancì il progressivo ritorno della zona della Transilvania sotto il controllo asburgico, che attraverso le istituzioni della Chiesa cattolica iniziò ad incrinare i rapporti fra protestanti e cattolici. Nel 1711 la Transilvania perse il Principato per essere sottoposta al controllo diretto di governatori asburgici, in quanto parte del riunificato Regno d’Ungheria.
A causa della repressione dei protestanti e della divisione delle terre, nel 1703 una sommossa contadina portò ad un periodo di 8 anni di rivolta contro il governo degli Asburgo. In Transilvania la popolazione venne riunita sotto Francesco II Rákóczi, un magnate cattolico. Gran parte dell’Ungheria presto si schierò dalla parte di Rákóczi, e la Dieta ungherese votò per annullare i diritti degli Asburgo al trono. Ad ogni modo, quando gli Asburgo si riappacificarono ad ovest dei loro possedimenti (guerra di successione spagnola) e si rivolsero completamente alla causa dell’Ungheria la rivolta fu soffocata e si concluse nel 1711, quando il conte Károlyi, generale delle armate ungheresi, concluse il Trattato di Szatmár. Il trattato prevedeva ancora una volta la sottomissione degli ungheresi agli Asburgo ma l’obbligo da parte dell’imperatore di convocare periodicamente la Dieta ungherese e di garantire l’amnistia a tutti i ribelli.
Re Carlo III (1711–40) chiese alla Dieta di Budapest di approvare la Prammatica Sanzione, con la quale si prevedeva che i monarchi asburgici non potessero reggere l’Ungheria come imperatori, ma come re soggetti alla costituzione ed alle leggi ungheresi. Egli sperava che la Prammatica Sanzione avrebbe potuto mantenere intatte tutte le terre del vasto impero asburgico anche se sua figlia Maria Teresa avesse dovuto succedergli come unica erede al trono. La Dieta approvò la Prammatica Sanzione nel 1723 e l’Ungheria divenne così una monarchia ereditaria sotto il controllo degli Asburgo per tutto il periodo in cui la dinastia rimase al potere. A livello pratico, però, Carlo ed i suoi successori governarono perlopiù autocraticamente, controllando tutti gli aspetti della vita pubblica e sociale dell’Ungheria, di cui la Transilvania era parte integrante, ad eccezione dell’imposizione delle tasse che dovevano essere promulgate con il consenso dei nobili locali.
Maria Teresa (1741–80) regina d’Ungheria nel 1741 presenziò per la prima volta alla Dieta di Budapest portando con sé il figlio da poco avuto e seppe guadagnarsi il supporto dei nobili ungheresi i quali vedevano nel mantenimento degli Asburgo sul trono ungherese la sicurezza della difesa dei loro interessi. Le forze ungheresi furono decisive nella vittoria di Maria Teresa nella Guerra di Successione Austriaca.
Giuseppe II (1780–90), sovrano dinamico e fortemente influenzato dall’Illuminismo, ereditò il trono da sua madre, Maria Teresa, e tentò di centralizzare il controllo dei domini della Casa d’Austria reggendolo come un despota illuminato. Nel 1781-82 Giuseppe emise la Patente di Tolleranza seguita dall’Editto di Tolleranza che garantì a protestanti e ortodossi i pieni diritti civili ed agli ebrei la libertà di confessione. Egli decretò inoltre che il tedesco avrebbe rimpiazzato il latino nei documenti ufficiali come accadeva nel resto dell’Impero. Le riforme di Giuseppe oltraggiarono i nobili ed il clero ungherese ed i contadini non furono soddisfatti, alimentando il malcontento per le tasse, per la coscrizione obbligatoria e per la requisizione dei raccolti. Gli ungheresi percepirono inoltre la riforma della lingua introdotta da Giuseppe come un vero e proprio tentativo di egemonia culturale e reagirono continuando ad utilizzare la loro lingua madre. Negli ultimi anni del suo regno, Giuseppe portò avanti una costosa e sfortunata campagna contro i turchi che indebolì l’impero. Il 28 gennaio 1790, tre settimane prima della sua morte, l’imperatore emise un decreto cancellando tutte le sue precedenti riforme come la Patente di Tolleranza e l’abolizione degli ordini religiosi.
Dopo la fine dell’epoca rivoluzionaria e napoleonica, gli Asburgo divennero imperatori d’Austria ed ebbero confermati i loro diritti ereditari sull’Ungheria e dunque sulla Transilvania. Nel 1843 sotto il regno di Ferdinando V (1835–48) venne varata una legge che prevedeva la proclamazione dell’ungherese a lingua nazionale, con molte e pesanti obiezioni da parte dei rumeni che abitavano il territorio transilvano. Nel 1867 sotto l’imperatore Francesco Giuseppe fu proclamato l’Ausgleich tra l’Impero d’Austria ed il Regno d’Ungheria, una sorta di “bilanciamento” tra le due monarchie che vennero costituite, col nome di Impero Austro-Ungarico, in unione sotto il medesimo sovrano. La situazione rimase invariata fino allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale.
Nonostante il fatto che re Carlo I e Ferdinando I fossero tedeschi e appartenessero al casato di Hohenzollern, il Regno di Romania rifiutò di allearsi con gli Imperi centrali e rimase neutrale quando scoppiò la Prima guerra mondiale. Nel 1916 la Romania si unì alla triplice intesa, firmando una convenzione militare che riconosceva i diritti della Romania sulla Transilvania. Come conseguenza di questo patto, la Romania dichiarò guerra alle potenze centrali il 27 agosto 1916, ed oltrepassando i Carpazi e giungendo in Transilvania le costrinse a combattere su un altro fronte. L’uscita della Russia dalla guerra nel marzo 1918 con il Trattato di Brest-Litovsk lasciò la Romania sola nell’est Europa, cosicché fu firmato un trattato di pace tra Romania e Germania nel maggio 1918 (il Trattato di Bucarest). Tuttavia esso non fu mai ratificato dalla Romania, la quale rientrò in guerra poco dopo.
Nell’ottobre del 1918 l’esercito rumeno avanzò fino al fiume Mureș, in Transilvania. Nella seconda metà del 1918 Germania e Austria-Ungheria stavano perdendo la guerra, e l’impero austro-ungarico si stava sbriciolando. Le nazioni all’interno dell’Austria-Ungheria proclamarono la loro indipendenza tra settembre ed ottobre. I leader del Partito Nazionale della Transilvania si riunirono e secondo il diritto di autodeterminazione proclamarono l’unificazione della Transilvania alla Romania. A novembre il consiglio centrale nazionale rumeno, che rappresentava i rumeni di Transilvania, notificò al governo di Budapest di aver assunto il controllo di ventidue contee e parte di altre tre. Un’assemblea generale il 1º dicembre ad Alba Iulia promosse una delibera per l’unificazione di tutti i rumeni in un singolo stato, la cosiddetta Dichiarazione di Alba Iulia. Proprio cent’anni fa, quindi, nel 1918, nacque la Romania con i confini di oggi. Il consiglio nazionale dei tedeschi di Transilvania approvò il proclama, così come fecero gli Svevi del Banato. In risposta, l’assemblea generale ungherese riunita a Cluj riaffermò la propria lealtà all’Ungheria il 22 dicembre 1918.
Il Trattato di Versailles, firmato il giugno del 1919, riconobbe la sovranità della Romania sulla Transilvania. I trattati di Saint-Germain (1919) e del Trianon (1920) perfezionarono lo status della provincia e definirono il confine tra Ungheria e Romania. Ferdinando I di Romania e Maria di Sassonia-Coburgo-Gotha furono incoronati ad Alba Iulia nel 1922.
Nell’agosto 1940, durante la seconda guerra mondiale, Adolf Hitler restituì parte della Transilvania all’Ungheria. Il 12 settembre del 1944 le autorità rumene conclusero un armistizio con l’Unione Sovietica che, in cambio della cessione della Bessarabia e della Bucovina del nord, restituiva alla Romania tutta la Transilvania. I trattati di Parigi del 1947 dopo la fine della guerra confermarono i termini dell’armistizio con l’URSS, rendendo definitivo il ritorno di tutta la Transilvania alla Romania. I confini, in base al trattato, corrispondevano a quelli del 1920. Nel 1952 il governo comunista rumeno, dichiarando di voler meglio tutelare i diritti delle minoranze presenti nella regione, concesse ad una parte della Transilvania (3 contee, la cosiddetta Terra dei Siculi, o Szekely, una minoranza di lingua ungherese) un regime di autonomia interna, costituendo la Regione autonoma degli ungheresi; ma l’opinione degli ungheresi andò in senso opposto: ritenevano che non fossero quelli dichiarati dal governo rumeno i veri motivi che lo portavano a costituire la regione autonoma e questa fu soppressa nel 1968. In realtà il governo rumeno tentò di attuare una vera e propria politica di denazionalizzazione ai danni della minoranza ungherese, attraverso ad esempio la limitazione del numero di corsi d’insegnamento della lingua magiara.
Anche la minoranza tedesca fu perseguitata durante il periodo comunista, perché identificata con la vecchia minaccia nazista. Effettivamente, durante la guerra molti sassoni si arruolarono nelle SS e altri furono comunque collaborazionisti, ma questo portò a guerra finita all’ingiustificata criminalizzazione dell’intera minoranza. Nicolae Ceaușescu negli anni settanta concluse un importante accordo con la Germania Ovest in base al quale Bonn concedeva un contributo economico alla Romania in cambio dell’immigrazione in Germania di parti consistenti di questa minoranza.
Con la caduta del regime, dopo la rivoluzione rumena del 1989, nella regione si verificò un revival nazionalista della minoranza ungherese, che portò ad un drammatico conflitto interetnico a Târgu Mureș nel marzo 1990.
Anche Eugenio, qua e là, integra le informazioni fornite da Horia-Rocco. E il paesaggio che vediamo scorrere dai finestrini anch’esso racconta.
In lontananza si vedono i Carpazi meridionali. Vediamo le ferite bianche delle miniere di sale, poi i campi di patate della regione dei Secleri. I secleri sono poi ancora i siculi/szekely. Un altro nome ancora per questo popolo antico e misterioso: si dice che siano discendenti degli Unni. Lo stesso Bram Stoker, autore di Dracula, fa dire al Conte: “Noi szekely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perchè discendiamo da Attila e dagli Unni”. Oggi gli ungheresi in Romania, szekely e non, rappresentano il 6,6% della popolazione e sono concentrati soprattutto in Transilvania dove sono il 19,6%.
Horia ci racconta che molti campi agricoli sono diventati pascoli perché devono riposare dopo anni di sfruttamento intensivo con concimi chimici ed antiparassitari. Ma ci sono nuovi allevamenti di bufale per fare mozzarella e ricotta. “La nostra ricotta è meglio della vostra” – dice Horia tra il serio e il faceto.
E del resto, in qualche modo l’economia della regione deve andare avanti. Dopo la caduta del regime, in libero mercato, molte fabbriche hanno chiuso perché non redditizie. La situazione occupazionale è ancora drammatica. La Romania, è sempre Horia a farcelo notare, negli ultimi anni è stato il secondo paese di emigrazione dopo la Siria. Cinque milioni di rumeni hanno lasciato il paese.
La sua visione della Romania attuale non è delle più rosee. Non usa mezzi termini quando dice che è un periodo triste per la Romania. L’attuale Primo ministro Viorica Dancila è un’incompetente, secondo lui, ed è anche per questo che l’attuale governo ha preso una decisione sbagliata come quella di bloccare il percorso verso il riconoscimento di patrimonio UNESCO della zona di Roșia Montană, qui in Transilvania, dove una società canadese vorrebbe aprire la miniera d’oro a cielo aperto più grande d’Europa. La volontà di salvare quest’area, già sfruttata in passato, da un nuovo disastro ambientale, ha fatto da detonatore ad un movimento che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone, come non accadeva dal 1989, e che si è esteso fino a diventare un movimento contro la corruzione della politica rumena. L’anno scorso, a Bucarest, ce ne aveva parlato Claudiu, un attivista del gruppo Demos, che rappresentava un po’ l’ala sinistra di quel movimento, nel quale c’era anche una forte componente di destra. La battaglia sembrava vinta, almeno quella contro la miniera, con la candidatura all’UNESCO, ma ora tutto sembra ritornato in gioco. Horia sostiene che si vede gente portata a manifestare a favore del governo come avveniva sotto il regime comunista.

Qui, per chi vuole, un breve ripassino di quello che è successo in Romania all’inizio del 2017:

Romania in piazza

A completare il quadro, scopriamo che la Transilvania è sempre terra di gelidi inverni ma, anche qui, non nevica più come una volta.

Attraversiamo Alba Iulia, che ha un nome che più latino di così si muore e dove si può vedere una fortezza austriaca costruita nello stile delle fortificazioni di Vauban, l’ingegnere militare del Re Sole, per raggiungere poi Sibiel, dove ci fermiamo per il pranzo.
Ormai è piuttosto tardi, siamo affamati e anche curiosi di assaggiare del cibo rumeno, qualcuno per la prima volta. Ci gettiamo quindi con una certa avidità sugli antipasti, seguiti da zuppa, semolino e sarma (involtini ripieni fatti con foglie di cavolo) con polenta e crauti.
Durante il pranzo scopro che, dopo il recente viaggio in Bosnia al quale purtroppo non ho partecipato, Eugenio è diventato Eughenio (immagino che il nuovo nome abbia a che vedere con la pronuncia di qualche referente locale, ma non so i dettagli) e le mie amiche Elena, Gabriella e Miriana sono ormai ufficialmente le sue zie. In quanto tali, naturalmente si preoccupano che il nipotino mangi, ché poverino è così magro… lui, che è uno abituato a far colazione con caffè e sigaretta e che effettivamente non mangia molto, sorride e fa buon viso a cattivo gioco, anche se dà già qualche piccolo segno di insofferenza.
Il pranzo è allietato da un duo di musicisti che, con un sax e una fisarmonica, ci danno un assaggio di musica popolare rumena. Alcuni dei pezzi sono del genere doina, uno stile musicale di origine probabilmente mediorientale, suonato a orecchio e spesso basato su improvvisazioni, fatto di languide melodie e melanconiche canzoni che parlano d’amore, di dolore e della durezza della vita contadina. Ma ci sono anche brani un po’ più vivaci e qualche concessione a standard più internazionali come Cielito Lindo e… grande sorpresa per tutti gli ascoltatori di Radio Popolare: il Valzer n. 2 di Shostakovich che per noi non è altro che lo stacco di Esteri, la trasmissione curata dal mio amico, ma soprattutto impareggiabile giornalista Chawki Senouci. Poi, sì, l’ha usato anche Kubrick per Eyes Wide Shut.

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Ma noi siamo a Sibiel per un motivo preciso: per visitare la vera attrazione di questo piccolo villaggio, che è il museo delle icone su vetro.
In questo che è il più grande museo di icone su vetro del mondo, in uno dei più piccoli villaggi di Romania, sono raccolti circa 600 capolavori dell’arte popolare contadina prodotti in Transilvania tra il ‘700 e il ‘900.
La pittura su vetro è una tecnica millenaria, ma in Transilvania si è diffusa dai primi del ‘700, quando, a seguito di un miracolo, vero o presunto poco importa, iniziò una grande produzione di icone su vetro. Parliamo, manco a dirlo, di una madonna che piange, forse una delle prime della storia, rappresentata proprio in un’icona, in questo caso su legno, nella chiesa del villaggio di Nicula.
E così nacque, ad opera prima di artigiani venuti da fuori poi di pittori locali, un grande fenomeno di arte religiosa, praticata da pittori contadini che vi si dedicavano dopo il lavoro nei campi o quando la stagione non permetteva attività all’aperto. Erano contadini che dipingevano per contadini, perché poi queste icone non finivano nelle chiese ma nelle case ed erano il segno e l’espressione della religiosità della gente più umile. L’icona su vetro era più piccola, facilmente trasportabile e molto più economica.
Essendo un fenomeno di popolo, l’icona su vetro parte dalla tradizione ortodossa classica ma ne rielabora temi e stili con ispirazione originale, naïf nel senso più puro di questa parola.
I soggetti più rappresentati sono la Madonna con il Bambino e la Madonna addolorata, mentre le numerose icone dedicate a Cristo rappresentano soprattutto la Natività, il Battesimo, l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Risurrezione. Ispirata all’allegoria evangelica della vite e dei tralci, l’icona del cosiddetto Torchio Mistico, simbolo dell’Eucaristia, raffigura Gesù come radice della vite da cui proviene il vino-sangue eucaristico. Pregando davanti all’icona, il contadino rumeno sa di poter contare anche sull’intercessione dei santi, per questo presenti in gran numero e invocati specificamente in relazione a determinate necessità: ad esempio, si prega Sant’Elia quando c’è bisogno di pioggia in periodi di siccità o di protezione del raccolto durante i temporali, mentre San Giorgio e San Nicola sono invocati rispettivamente dai militari e dalle donne povere. La vita di tutti i giorni del contadino di Transilvania si svolge così sotto la luce dello sguardo divino. Ma anche i santi, in queste icone, hanno spesso proprio delle belle facce paciose di contadini.
L’icona è indissolubilmente legata alla religiosità ortodossa. Contemplando l’immagine, il fedele non adora questa in quanto tale ma sta alla presenza di Colui che in essa è rappresentato e lo prega. Si dice che l’icona fa scendere il cielo in terra, che è una finestra verso la divinità.
Prima la dominazione ungherese, poi nel ‘700 l’annessione all’Impero Asburgico fecero della Transilvania una regione dove per secoli la popolazione rumena, pur numericamente maggioritaria, visse in condizioni di dura sudditanza: relegata nelle campagne, quasi sempre analfabeta, dedita prevalentemente alla pastorizia e al lavoro della terra, non aveva in alcun modo accesso ad attività borghesi (commercio, studio, affari). Servi della gleba, i rumeni erano liberi – e non senza limitazioni – solo in ambito religioso. Uno dei mezzi più efficaci per conservare l’identità rumena e ortodossa è stata proprio l’icona su vetro. Nella dote delle ragazze da maritare dovevano esserci anche dodici icone su vetro, tra cui l’immancabile Madonna con il Bambino, simbolo di benedetta fecondità.
Interessante anche l’aspetto tecnico della realizzazione. La pittura delle icone seguiva infatti un procedimento che – come più propriamente reso in tedesco dal termine Hinterglasmalerei – dovrebbe definirsi pittura “sotto” vetro anziché “su” vetro. Il pittore disegnava e colorava l’icona su quello che, a opera finita, sarebbe risultato il verso del vetro, mentre la parte opposta, esposta all’occhio dell’osservatore, fungeva da schermo protettivo. Questo procedimento comportava che i contorni fossero disegnati in modo inverso così che, una volta girato il vetro, l’immagine si presentasse correttamente. Per questo a volte, guardando bene le icone, si possono trovare degli errori. Il disegno dei contorni mediante un sottile pennello, prima fase della realizzazione dell’icona, forniva lo schema della composizione, quindi si procedeva alla colorazione delle parti delle figure e del fondo, facendo molta attenzione a ordine e successione poiché il colore che si assegnava per primo sarebbe poi risultato non modificabile. Il pittore produceva tutti i suoi colori con materiali naturali: calce, argilla gialla, sali di rame, sali di cobalto, grassi animali, tuorli d’uovo.
Le scritte sono quasi tutte in cirillico, che era l’alfabeto usato in Romania fino alla metà dell’800. Dato che gli autori erano contadini, non sono infrequenti gli errori di ortografia. Il rumeno, del resto, è una lingua difficile. Il rumeno moderno è una lingua a metà tra il neolatino e lo slavo, con antichi influssi daco-traci, greci e celtici, e più recenti tracce turche, francesi e tedesche. Nelle sue sillabe, si dice, si sente la storia. William Blacker, che lo ha imparato bene, ci dice che le parole plug, uger e ax, per esempio, hanno origini celtiche come gli equivalenti inglesi plough (aratro), udder (mammella) e axle (asse), e del resto ci sono evidenze archeologiche che fanno presumere il passaggio di popolazioni celtiche nelle terre corrispondenti alla Romania odierna. Stefano il Grande, massimo eroe nazionale e fondatore dei monasteri dipinti, aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, o almeno così è raffigurato negli affreschi del monastero di Putna. Ogni popolo che abbia attraversato questa regione negli ultimi millenni ha lasciato traccia nel rumeno, che ha una ben distinguibile vena slava e un’impalcatura grammaticale latina.
Ma come nasce questo museo? Romania, anni sessanta. Il paese è ridotto alla fame, gli oppositori del regime vengono sbattuti in galera. Padre Zosim Oancea (1911-2005), prete ortodosso con alle spalle dieci anni di carcere e cinque di lavori forzati solo per aver aiutato famiglie di preti imprigionati, ha un’idea geniale, non senza un preciso significato pastorale: raccogliere le icone su vetro che si trovavano nel villaggio in un museo accanto alla chiesa per conservarle e presentarne il significato profondo ai visitatori. La gente risponde con generosità e Padre Zosim riesce, con la forza della sua pazienza e intelligenza, ad ottenere le necessarie autorizzazioni da Bucarest. La sua strategia, che si rivela vincente, è non dire mai che fa attività di Chiesa, ma dire che fa opera di cultura.
Realizzato nel 1970 il primo edificio del museo, Padre Oancea inizia a ospitare, insieme ai suoi parrocchiani, visite di delegazioni dall’estero. Verso la metà degli anni settanta Sibiel diventa così una sorta di piccolo centro ecumenico, dove ortodossi, cattolici e protestanti pregano con la comunità locale. Tra questi insigni personalità delle Chiese cristiane mondiali. Si deve proprio all’aiuto finanziario concesso nel 1976 dal Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra, nonché al supporto del Metropolita di Transilvania e del Patriarca di Romania dell’epoca, la realizzazione del museo che si può visitare oggi.

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Dopo aver visitato il museo e la chiesa del ‘700, ripartiamo verso Sibiu, che ormai è vicina.
Entrando nel centro storico della città, ormai verso sera, la prima cosa che si nota sono le caratteristiche finestre di forma allungata, che sembrano tanti occhi nei tetti di tegole rosse.
Ma avremo modo di guardarci in giro un po’ meglio domani, ora dobbiamo prendere possesso delle nostre stanze all’Am Ring Hotel. Un nome tedesco, che si riferisce alla grande piazza a forma di anello che si chiama proprio Piaţa Mare in rumeno, Piazza Grande. Sibiu è una delle sette città storiche sassoni, il suo nome tedesco è Hermannstadt. Hermann è un calzolaio, protagonista di una leggenda popolare. Si racconta che andò da un nobile a chiedere un pezzo di terra, e questi, che voleva mostrarsi generoso ma in realtà voleva prendersi gioco di lui, gli disse: “Potrai avere tutta la terra che riuscirai a delimitare con una pelle di bue.” Il furbo Hermann, allora, tagliò la pelle a striscioline sottilissime e riuscì con essa a circondare un’area molto grande, che sarebbe poi diventata la sua città, Hermannstadt appunto.

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Ci aspettano a cena in un locale che si chiama Syndicat Gourmet. Il menù, a cura del locale Convivium Slow Food, prevede: Zuppa di rafano, davvero una gustosa sorpresa. Poi un piatto tipico contadino rumeno, costituito da ravioli con ripieno di tuorlo d’uovo e cipolla, con polenta di farina macinata grossa; un piatto tradizionale, a detta di Horia, un po’ reinterpretato dallo chef. Poi lingua con insalata di peperoni e rabarbaro caramellato, e ancora, per finire, torta di rabarbaro.
Il vino è un bianco sauvignon di Turda, vicino alla miniera di sale.
Il lavoro dello chef Ioan, detto Bebe, è apprezzato da tutti.
Dopo cena Monica di Slow Food ci parla del progetto della coppia che gestisce questo ristorante: Iuliana e Cristian, che prima lavoravano in banca, si sono dedicati con entusiasmo alla ristorazione, con l’idea di portare avanti il concetto di Slow Food, che qui ha ancora un po’ di strada da fare. Attualmente non ci sono ancora ristoranti Slow Food in Romania. Loro organizzano Transilvanian Brunch e altri eventi gastronomici, attraverso un’agenzia che si occupa anche di turismo. La cucina di questa regione è particolarmente ricca grazie alla sua multietnicità: si contano 11 diverse influenze culturali. Forse per questo Sibiu sarà il primo distretto della Romania a diventare Regione Europea della Gastronomia nel 2019, dopo essere stata capitale culturale 2007.
Il clima conviviale è già buono, anche perché il gruppo non ha grandi difficoltà a trovare il suo affiatamento, tutti conoscono già qualcuno. Purtroppo, però, c’è una nota dolente: la nostra compagna di viaggio Donata questa mattina all’aeroporto ha riportato un piccolo infortunio, una distorsione alla caviglia. Eugenio l’ha accompagnata al Pronto Soccorso, e la prognosi prevede assoluto riposo, difficile da rispettare se si fa un viaggio come questo. Così lei, anche se a malincuore e anche se dispiace un po’ a tutti, preferisce rinunciare. Eugenio starà con lei domani e la aiuterà a prenotare un volo per ripartire in anticipo. Li ritroveremo mercoledì a Cluj, da dove lei partirà probabilmente giovedì mattina presto.
Il cielo è ancora nuvoloso. Oggi abbiamo avuto qualcosa come sei temporali in un giorno, anche se brevi. Domani forse sarà un po’ meglio, ma pare che per un miglioramento importante dovremo aspettare qualche giorno. Le informazioni sul meteo girate prima della partenza, in effetti, erano contrastanti: chi aveva trovato temperature oltre i 30°C, chi previsioni funeste e acqua a catinelle. Si vedrà. Intanto, dopo un breve giretto nel centro storico, ce ne andiamo a nanna per recuperare un po’ del sonno perduto.

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Monica e Horia

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(Continua…)

In viaggio con Alì – 5

Capitolo 5: Kashan e Qom

Coloro che indossano il saio, nel nome di Dio, lascia stare,
e mostralo, il volto, a chi nulla possiede ma ha gioia ribelle!
In quelle tonache, invero, è sozzura abbondante:
quant’è più beata la veste di quanti dispensano vino!
Tu di certo non puoi tollerare, ché sei di natura cortese,
la noia gravosa che dà una congrega di tonache rudi.
L’osservi tu stesso, a che cosa conduce un inganno bigotto:
ricolme, le brocche, del sangue d’un cuore, i liuti che piangono tristi.
M’hai fatto ubriaco. No, no, non sparir proprio adesso!
Dolce ambrosia mi desti: ora forse tu m’offri veleno?
Non mai scorsi un dolore sincero nei sufi che fingon sé stessi.
Sia tersa sempre la gioia di quelli che bevono il nero del vino!
Scotta, il cuore di questo poeta, sta’ attento,
nel petto suo che qual pentola bolle e ribolle.
(Hafez, Divan 379)

Venerdì 13 aprile 2018

Oggi comincia il lungo viaggio che ci riporterà a Teheran, il che purtroppo significa che cominciamo ad essere agli sgoccioli. Ma stasera arriveremo a Kashan, che non si può considerare una semplice tappa di avvicinamento. È una città che ha parecchie attrattive. E anche per arrivare lì, faremo una tappa interessante nel villaggio di Abyaneh, sui monti Zagros.
Lungo la strada, ai piedi di spettacolari montagne, Alì ci mostra una centrale nucleare. Viene immediato pensare all’accordo sul nucleare iraniano, e a tutto quello che si porta dietro. E chiedersi se anche qui non ci sia in corso qualche esperimento di tipo non proprio… civile.
Su un picco, in lontananza, si vede il mausoleo che Shah Abbas fece costruire per il suo falco.

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Abyaneh è un piccolo villaggio situato a 2200 m di quota, ai piedi del Monte Karkas alto 3899 m, in una vallata con caratteristiche geografiche che hanno mantenuto questo villaggio pressoché isolato fino ad oggi. Ci troviamo 30 km a ovest della strada che unisce Esfahan a Kashan, nei dintorni di Natanz. Qui sorge questo antico villaggio fatto di case multipiano in argilla e legno, tra il rosso e il color ocra, con porte e finestre dalle belle forme geometriche. Oggi Abyaneh ha un centinaio di abitanti, prevalentemente anziani, ed è conosciuta in tutto il paese per la sua storia e le sue tradizioni.
L’abitato è orientato a est in modo da beneficiare del maggior numero di ore di sole e ridurre gli effetti dei venti invernali. Il villaggio ha 2500 anni di storia e ha preservato la sua cultura, che tuttora si manifesta in forme diverse, attraverso i costumi, il dialetto e le tradizioni. È stato registrato come patrimonio nazionale nel 1973, mentre il dialetto e le cerimonie tradizionali come la processione con la nakhl, la palma di Hosein, sono registrati come eredità culturale intangibile dal 2013.
Noi arriviamo in tarda mattinata, nel pieno di un giorno di festa (oggi è venerdì), e ce ne accorgiamo subito dal numero di turisti che affollano le stradine. Forse troppi, si perde un po’ l’atmosfera. Ma non possiamo farci niente. Tra questi, attira la nostra attenzione un gruppo di ragazze della scuola coranica della città santa di Qom, tutte in chador nero. Anche loro, però, ci salutano e ci sorridono. Qualcuna parla inglese, e scopriamo che vengono anche dall’estero, dal Belgio per esempio. La scuola di Qom è molto prestigiosa, probabilmente le famiglie iraniane religiose che vivono all’estero ci tengono a mandare lì le figlie.
Abyaneh si caratterizza per il colore ocra delle case, legato al terreno ricco di ossidi di ferro. Le abitazioni sono costruite con mattoni crudi, ottenuti da un impasto di acqua, paglia e terreno argilloso. Finestre e balconi mantengono ancora l’antico stile di un tempo.
Il villaggio è noto anche per i colorati costumi tradizionali indossati dalle donne del paese, le cui origini sono molto antiche. Una donna di Abyaneh indossa di solito una lunga sciarpa bianca (che copre le spalle e la parte superiore del tronco), sopra un vestito molto colorato con la gonna sotto il ginocchio. Il dialetto del popolo di Abyaneh ha conservato alcune caratteristiche dell’antica lingua dell’Impero dei Medi, ormai scomparsa in tutto il paese.
Una fortezza sasanide domina il borgo poco distante dal paese, mentre al suo interno si trova il Santuario di Zeyaratgah, con una vasca per le abluzioni. È presente anche l’antichissimo tempio del fuoco zoroastriano Harpak, che dovrebbe risalire all’era Achemenide (550-330 a.C.), rinnovato in epoca sasanide.
Dal 1995 è in corso un programma di restauro delle case, alcune delle quali sono in cattive condizioni. A partire dal giugno 2005, il villaggio è stato sottoposto anche a scavi archeologici.
Noi abbiamo un’oretta per passeggiare liberamente per queste stradine strette e ripide, arrampicate sulla montagna. Per Rita, la fotografa del gruppo, è un’altra occasione di sbizzarrirsi alla ricerca di un’inquadratura irripetibile. Quasi ad ogni angolo di strada donne in costume tipico espongono e vendono un po’ di tutto. Non mancano, però, anche le grandi foto dei martiri.
Sarebbe bello, forse, godersi la passeggiata in un clima più tranquillo e più vicino a quella che deve (o dovrebbe) essere la vita quotidiana del villaggio. Per contro, però, non mancano le occasioni di incontro con qualcuno dei tanti turisti iraniani che affollano il villaggio. Io ed Elena, per esempio, ci fermiamo cinque minuti a parlare con Sara, una ragazzina che non avrà più di quindici o sedici anni, e con il suo fratellino Arash, che ne ha circa dodici. Sono di Esfahan. Dopo le prime classiche domande (di dove siete, dove siete stati in Iran, vi piace il nostro paese), lei ci mostra sul telefono una foto del mausoleo di Hafez e da lì partiamo: le racconto che anche noi ci siamo stati, che mi è piaciuta molto l’atmosfera di quel luogo e che sto imparando ad apprezzare la poesia di Hafez. Lei sorride e, in un buon inglese, ci tiene a dire che ama molto Hafez e che ha partecipato a delle gare di poesia che fanno a scuola: dice che le fanno in quasi tutte le scuole del paese. I ragazzi devono recitare a memoria più poesie possibili; prendendo la parola o la sillaba finale della prima poesia, devono trovarne un’altra che cominci in quel modo, e così via. Poi ci dice cose belle di Kashan, che sarà la nostra prossima tappa, e ci racconta che suo fratello porta il nome di un eroe persiano, un mitologico arciere. La salutiamo perché dobbiamo andare, tra poco abbiamo appuntamento per il pranzo in un ristorante di Abyaneh, appena fuori dal centro storico.
A pranzo, come è ovvio, si parla di Siria e Iran, ma anche del nostro viaggio che volge alla fine: stiamo tutti realizzando che oggi è il penultimo giorno. Affiorano le prime tristezze, e si comincia a pensare a quello che ci aspetta al ritorno. Vanda, che oltre ad essere una grande cantante è una delle due psicologhe del gruppo, insieme a Rita, è un po’ preoccupata per i suoi pazienti. Il suo è sicuramente un mestiere delicato, non può assentarsi per troppo tempo. Ma tutti, chi più chi meno, abbiamo qualcuno o qualcosa a cui tornare, anche se qui stiamo bene.

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Dopo pranzo si riparte e, nel tardo pomeriggio, raggiungiamo Kashan.
Kashan, situata a 1600 m di quota, è la prima di una serie di grandi oasi lungo la strada che porta da Qom a Kerman, al margine dei grandi deserti centrali dell’Iran. Il suo nome deriva dalla parola kashi che significa piastrella. Ha circa 250.000 abitanti.
I rinvenimenti archeologici sulle collinette di Tepe Siyalk, 4 km ad ovest di Kashan, rivelano come questa sia stata una delle prime zone di civilizzazione nella preistoria; i reperti la fanno risalire a 8000 anni fa. Manufatti del sito si trovano al Louvre, al Metropolitan Museum di New York e al Museo Nazionale dell’Iran a Teheran. Kashan risale al periodo elamita e nei sobborghi si erge ancora uno ziggurat che risulta essere più antico di quello di Ur.
Il terremoto del 1778 rase al suolo la città e gli edifici safavidi facendo 8000 vittime, ma Kashan si è rinnovata ed è oggi un punto focale d’attrazione turistica con le sue case storiche del XVIII e XIX secolo, esempi di architettura residenziale persiana tradizionale e dell’estetica Qajar.
Noi prendiamo alloggio all’hotel Noghli, che è ricavato in un’antica dimora tradizionale. Il pullman non può arrivarci, dobbiamo scendere e addentrarci a piedi nei vicoli della vecchia Kashan. La casa non è forse bella come quella di Yazd, e non è tenuta altrettanto bene, ma è sicuramente suggestiva. Le scale con i gradini alti, qui come in altre case antiche, creano qualche disagio, ma abbiamo scoperto che servivano per impedire agli scorpioni di entrare. Mentre arriviamo inizia a piovere forte, quindi ci chiudiamo nelle camere fino all’ora di cena.
Stasera ci attende l’ultima serata in famiglia. Arriviamo in pullman fino alla periferia della città, sotto una pioggia battente. Questa volta, curiosamente, a riceverci ci sono solo donne. Gli uomini non possono, o non vogliono, partecipare.
Anche qui ci apparecchiano un pic-nic in… salotto con ogni ben di dio. Dopo cena si chiacchiera, con le ragazze che, senza uomini, sembrano divertirsi come matte. Noi facciamo il solito giro di autopresentazione, ormai siamo allenati. Una delle prime domande che ci fanno è, come sempre, l’età. Le colpisce sempre molto vedere persone che dimostrano, sia per il fisico che per lo spirito, meno anni di quelli che hanno all’anagrafe. Sottolineano questa cosa con grandi sorrisi di approvazione e anche con qualche applauso, prima timido poi, visto che anche noi ci divertiamo, più convinto. Qui, poi, sullo spunto fornito da alcune delle donne del nostro gruppo, parte un giochino che consiste, sostanzialmente, nel cercare di indovinare loro le nostre età e noi le loro. Anche questo le diverte molto. Vorrebbero sapere anche cosa significano i nostri nomi. I nomi iraniani, infatti, nella maggior parte dei casi, hanno un significato, o almeno riprendono i nomi di personaggi della storia o della mitologia persiana. Per noi, cerchiamo di spiegare, non sempre è così. Io forse sarei uno dei pochi il cui nome ha un significato: Piero, in fin dei conti, deriva da Pietro, quindi roccia, solidità. E poi San Pietro, l’apostolo più vicino a Gesù. Potrei citare Gesù quando disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”, ma al momento purtroppo non mi viene in mente.
Comunque la serata è molto piacevole. Arriva anche una giovane mamma che, con molta naturalezza, permette alle signore del gruppo di spupazzarsi un po’ la sua bambina di pochi mesi. Si crea, come sempre, un bel clima. Vorrebbero anche far vedere un album di foto di un matrimonio, ma solo alle donne del gruppo. Nelle feste di matrimonio, donne e uomini stanno in due sale separate, e le donne, quando sono tra loro, si tolgono il velo. Per questo noi uomini non le possiamo vedere. Sarebbe un’altra bella occasione per capire ancora meglio cosa pensano, forse tra donne si creerebbe una sorta di intimità e si lascerebbero andare a qualche confidenza, ma è il tempo che manca, alla fine.
Noi non vorremmo venire più via ma purtroppo s’è fatto tardi, sia per noi che, soprattutto, per loro, le donne della famiglia. Un gruppetto, per la verità, se n’era andato già prima. Ci hanno raccontato che andavano a una festa, ma alcuni tra noi sospettavano che dovessero invece tornare dai mariti…

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Sabato 14 aprile

Questa notte aerei americani, britannici e francesi hanno bombardato la Siria. Sono stati colpiti un centro di ricerca a Damasco e un sito di stoccaggio per armi chimiche a Homs. Questo attacco sarebbe una ritorsione contro Assad per l’uso di armi chimiche in febbraio e, sembra, ancora pochi giorni fa nella Ghouta orientale. Pare che i russi siano stati avvertiti dell’attacco. Anche per questo non ci sono state vittime, perché i siti erano stati già svuotati ed evacuati. Del resto, che per combattere l’uso di armi chimiche si vada a bombardare un deposito pieno di armi chimiche provocando un disastro ambientale di proporzioni bibliche sarebbe abbastanza curioso. Sembra più un gesto dimostrativo. Insomma, ci sono un po’ di punti oscuri. Ci chiediamo come gli iraniani vivano queste notizie, e come gli vengano raccontate. Molti le avranno viste sulle televisioni straniere, via satellite (esiste perfino un canale della BBC in farsi). Le parabole sarebbero vietate, in teoria, ma guardando i tetti delle città iraniane se ne vedono eccome. E anche quelli che non ce l’hanno, per quanto ho capito, non danno troppo credito all’informazione di regime.
Ma oggi è un giorno di festa, una festa religiosa che ricorda il giorno in cui Maometto iniziò la sua missione profetica. C’è parecchia gente in giro in città, e il bazar è bardato a festa con bandiere verdi.
Noi iniziamo la giornata con la visita alla moschea di Agha Bozorgh, che è nelle vicinanze del nostro albergo. Ma prima dobbiamo caricare i bagagli sul pullman. Ciascuno di noi si è preparato, oltre al bagaglio, una borsa o uno zainetto, con la roba che può servire durante il giorno. Qualcuno se lo porta dietro per la visita alla moschea, e gli altri li lasciano qui insieme ai bagagli grossi (alcuni, dopo lo shopping compulsivo di Esfahan, lo sono diventati davvero); ci penseranno gli autisti a caricare.
La moschea di Agha Bozorgh, conosciuta anche come la moschea del nonno, è stata costruita alla fine del XVIII secolo dal maestro Ustaz Haji Sya’ban-ali. La moschea e l’annessa scuola teologica (madrasa) sono state costruite per la preghiera, la predicazione e le sessioni di insegnamento detenute da Molla Mahdi Naraghi II, noto come Agha Bozorgh.
Notevole per la sua conformazione simmetrica, la moschea si compone di due grandi iwan, uno davanti al miḥrab e l’altro all’ingresso. Il cortile ha una seconda corte al centro che comprende un giardino con alberi e una fontana. L’iwan davanti al miḥrab ha due minareti e una cupola in mattoni, famosa per la sua simmetria architettonica.

Disposta su quattro piani, la moschea comprende un grande cortile interno sottostante con vasca per le abluzioni. Oltre ai due minareti sono presenti anche dei badgir, le torri del vento alte e slanciate.
Si dice che il numero di borchie che decora la porta di legno d’ingresso corrisponda al numero dei versetti del Corano, mentre le pareti sono ricoperte da iscrizioni del Corano e mosaici.

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Torniamo al pullman e Franca vuole verificare che sia stata caricata la sua borsa “piccola” per il giorno. Inizialmente non si trova, ci sono attimi di concitazione finché finalmente salta fuori un borsone nero di tela che sembra un po’ troppo grande per una borsetta da donna. Al che Marco se ne esce, nel suo stile, con la battuta: “Franca, ma questa è la tua pochette?”, che suscita l’ilarità generale del gruppo.
Il pullman ci porta a vedere il giardino di Fin (Bagh-e Fin), uno storico giardino persiano. Fu completato nel 1590 ed è il più antico giardino oggi esistente in Iran. Qui venne assassinato Amir Kabir, il primo ministro della dinastia Qajar ucciso da un sicario inviato dallo Shah Nasser al-Din nel 1852.
Successivamente il giardino soffrì di un lungo periodo di completo abbandono e venne danneggiato più volte fino a quando, nel 1935, è stato indicato come bene nazionale dell’Iran. Il 18 luglio 2012 è stato infine riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Alì ci spiega a modo suo la differenza tra il concetto di giardino occidentale e quello che rappresenta invece il giardino nella cultura persiana. Prima di tutto la parola bagh è una parola che viene dall’arabo; in persiano, già lo sappiamo, si dice pardis, da cui paradiso. Da voi in occidente, dice, il giardino può essere un giardino condominiale, o di quartiere, o un parco, che comunque deve rispettare certi standard. Ci sono labirinti, immagini leggendarie, statue, grotte e quant’altro. Da noi, invece, gli elementi fondamentali sono quattro: la recinzione (da fuori non si deve vedere niente), l’acqua, un padiglione e gli alberi, in questo caso alberi di cipresso. Un ambiente più essenziale, più naturale, creato per rilassare e dare una sensazione di pace.

Effettivamente è un po’ questo l’effetto che fa questo posto. Noi ci immergiamo in questa sensazione anche prendendo un tè o un caffè. Anche il ritmo con cui arrivano le ordinazioni, in tono con il clima generale, è molto rilassato.
Il giardino copre una superficie di 2,3 ettari e ha un gran numero di giochi d’acqua, alimentati da una sorgente ubicata sulla collina. L’acqua viene distribuita con un ingegnoso e sofisticato sistema di canali sotterranei, che senza bisogno di pompe sfrutta al massimo la portata della sorgente, i dislivelli e le pendenze per far arrivare l’acqua a sgorgare nei vari bacini.
Anche qui non mancano gli incontri. In particolare, c’è un gruppo di ragazzi molto simpatici e che parlano bene inglese, forse perché stanno facendo un MBA (Master in Business Administration). Uno di loro ha la carnagione più chiara e, se vogliamo, un aspetto poco “iraniano”. Viene dal nord e discende da una tribù di origine turca. Infatti, ci racconta, parla anche turco e quando parla farsi lo fa con un accento diverso da quello della maggior parte degli iraniani. Gli altri lo guardano, annuiscono e ridono, probabilmente lo prendono un po’ in giro per questo. Il giochino si autoalimenta perché tutti quelli che arrivano e lo vedono gli dicono: “Ma tu sei inglese?”, “Però potresti essere anche greco!”, “Ma anche italiano, allora!”. Lui si diverte ad essere al centro dell’attenzione e continua a rispiegare la storia delle sue origini, mentre gli amici continuano a ridere e a prenderlo in giro. C’è un bel clima di festa e di serenità, e forse davvero anche l’ambiente del giardino in questo aiuta.
Noi però abbiamo ancora altre visite in programma. Kashan offre parecchio, e il tempo che abbiamo non è molto. Stasera dobbiamo arrivare all’aeroporto di Teheran, e abbiamo in programma di fermarci anche a Qom.

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Punti di vista

 

Non possiamo partire senza aver fatto almeno un breve giro nel bazar, ma soprattutto senza aver visto due belle dimore storiche. La prima è Casa Tabatabaei, che venne costruita verso il 1880 per la ricca famiglia del mercante di tappeti Seyyed Ja’far Tabatabaei.
Questa residenza è celebre per i raffinati stucchi dei suoi interni e i rilievi in pietra, nonché per le vetrate colorate e gli specchi. Si compone di quattro cortili, il più grande dei quali ha una vasca con una fontana, diverse pitture murali e include altre caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come il biruni (ossia una zona esterna adibita allo svago e agli ospiti), il daruni (la zona interna dove vivevano i membri della famiglia e il proprietario) e il khadame (gli alloggi della servitù).

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Uscendo da qui, lo sguardo ci cade su un manifesto. Ci sono delle scritte in farsi che non riusciamo a decifrare, ma appare chiaro che ad essere rappresentata è la ragazza arrestata nello scorso dicembre per essersi tolta il velo in pubblico e averlo sventolato come una bandiera. È sull’orlo del precipizio della corruzione, e dietro di lei a spingerla ci sono il grande satana americano (rappresentato proprio da un diavoletto con la testa a stelle e strisce) e i soldi degli inglesi. Davanti a lei una parabola tenuta da una mano con una manica su cui c’è la bandiera israeliana, forse a dire che anche l’odiato nemico sionista beneficia della rappresentazione mediatica di un Iran dove le donne protestano. Insomma, il messaggio è palese: dietro a quella ragazza e alle proteste ci sono i nostri nemici di sempre, non fatevi ingannare. Non credo che una cosa del genere possa funzionare, è troppo forzata e la semplificazione è quasi infantile. Però è chiaro che la Suprema Guida, l’ayatollah Khamenei, raffigurato nella foto in alto a destra, ci prova.

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La seconda residenza storica da non perdere è Casa Borujerdi, che fu costruita nel 1857 dall’architetto Ustad Ali Maryam per la moglie di Sayyed Jafar Natanzi, un ricco mercante di tappeti. La moglie proveniva dalla famiglia benestante Tabatabaei (proprietari della casa Tabatabaei); quando si innamorò di lei, Sayyed le fece costruire questa casa per assolvere le condizioni imposte dal padre, il quale voleva che la figlia vivesse in una dimora degna di quella da cui proveniva.
L’edificio si compone di un bel cortile rettangolare e di tre torri del vento, alte 40 metri, che svolgono un’efficace funzione di raffreddamento.
La casa dispone di 3 ingressi, e ha anche questa tutte le caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno). Nel cortile è presente una vasca con fontana alla cui estremità si apre un iwan con sala di ricevimenti decorata con elementi a muqarnas, specchi e vetrate.
Per costruire la residenza furono necessari 18 anni, durante i quali lavorarono 150 artigiani. L’edificio ospita oggi il Kashani Culture & Heritage Office.
Anche questa casa, come quella precedente, è affollata di gente, soprattutto iraniani, che girano per le stanze e i cortili, guardano, si fanno i selfie, cercano forse semplicemente di apprezzare il bello e respirare un po’ d’aria di festa. Molte donne indossano foulard firmati di grandi marche europee. Intorno alla vasca, alcune ragazze si adornano il capo velato con coroncine di rose. Kashan è la città delle rose, come Shiraz, ma con ancora più convinzione di Shiraz cerca di accreditarsi come tale. Tantissimi negozi, praticamente tutti, vendono acqua di rose e/o olio di rose, molti anche sacchetti di petali di rose seccati.

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Andiamo a pranzo. Dopo quello che abbiamo mangiato ieri sera, molti vorrebbero fare un pranzo leggero; abbiamo detto diverse volte, in questi giorni, che sarebbe stato meglio mangiare leggero, anche solo frutta e verdura. Alessandro, che è stato il più assiduo nel dichiarare questa intenzione, è stato nominato per questo “Ministro della frutta e verdura”. Ma niente, anche oggi non ce la facciamo. Il ristorante ha annessa, manco a dirlo, una profumeria che vende oli ed essenze varie estratte dalla rosa, ma anche dal gelsomino. E qui, sorpresa: la commessa altri non è che la giovane mamma di ieri sera! Che, ovviamente, ci riconosce e ci accoglie con calore.
Dopo pranzo partiamo in pullman verso Qom, la città santa. L’accesso è interdetto ai pullman turistici, quindi dobbiamo parcheggiare e prendere un autobus locale, con il quale entriamo in città e che ci porta fin quasi all’ingresso del grande santuario.
Qom fu il cuore della Rivoluzione iraniana e rimane tuttora uno dei luoghi più conservatori del paese. È stata la residenza di Khomeini che per un periodo, dopo la rivoluzione del 1979, ha guidato l’Iran proprio da questa città. Ancora oggi Qom attira studiosi e studenti sciiti da tutto il mondo, oltre a migliaia di pellegrini.
Il santuario di Fatima al-Ma’sumeh è considerato per i musulmani sciiti il secondo luogo più sacro in Iran dopo Mashhad. Fatima era la sorella dell’ottavo Imam Ali al-Rida e la figlia del settimo Imam Musa al-Kazim. Nell’islam sciita, le donne sono spesso venerate come sante se sono parenti strette di uno degli imam duodecimani. Sì, insomma l’Islam sciita si conferma una religione… familista. Anche se la teologia sciita afferma formalmente che i parenti degli Imam, gli Imamzadeh, sono in possesso di uno status inferiore a quello degli Imam, nello sciismo popolare ancora si venerano fortemente gli Imamzadeh. All’interno del santuario sono anche sepolte tre figlie del nono Imam Muhammad al-Taqi.
La moschea è costituita da una camera sepolcrale, tre cortili e tre grandi sale di preghiera, per un totale di una superficie di 38.000 m2.
Fin dall’inizio della storia di Qom nel VII secolo, la città è stata associata allo sciismo e considerata un “luogo di rifugio per i credenti”. Dopo la morte di Fatima al-Masumeh e la costruzione del suo Santuario, gli studiosi cominciarono a riunirsi a Qom e la città guadagnò la sua reputazione per l’insegnamento religioso.
Fatima morì a Qom nell’816 d.C. viaggiando per raggiungere il fratello, l’Imam Alì al-Riḍa di Khorasan. La carovana venne attaccata a Saveh, e 23 membri della famiglia vennero uccisi. Fatima fu poi avvelenata, si ammalò e chiese di essere portata a Qom, dove morì.
Lo stile del Santuario si è sviluppato nel corso dei secoli. In un primo momento, la tomba era coperta da un baldacchino di bambù. Cinquant’anni dopo, fu costruito un edificio a cupola più durevole.
Nel 1519, Taj Khanum, la moglie di Shah Ismail I, fece impreziosire il Santuario con un iwan e due minareti, e ricostruire la camera di sepoltura con una cupola a ottagono. Durante la dinastia safavide, le donne della famiglia furono molto attive nell’abbellire il Santuario.
Dal 1795-1796, Fath-Ali Shah Qajar convertì due cortili safavidi in un unico grande cortile e, nel 1803, creò la cupola dorata, ricoperta con 190 kg d’oro. La gran parte di quello che si vede oggi è una struttura abbastanza recente, della prima metà del XX secolo.
Con la rivoluzione iraniana, Qom prese ancora più importanza come “luogo di nascita” di questo movimento. Khomeini ha studiato a Qom e vi ha vissuto all’inizio e alla fine della Rivoluzione. Khomeini ha anche ampliato il Santuario, aggiungendo più spazio per i pellegrini. Inoltre, la tomba di Khomeini utilizza elementi architettonici che sono simili a quelli del Santuario di Fatima al-Ma’sumeh, come la cupola dorata.
Gli Sciiti comunemente fanno un viaggio di pellegrinaggio ai santuari degli Imamzadeh perché ricercano cure per i loro disturbi, e soluzioni ai problemi, nonché il perdono dei peccati. Molti hadith, o insegnamenti, proclamano che coloro che fanno un pellegrinaggio al Santuario di Fatima al-Ma’sumeh saranno “certamente ammessi al cielo.”
L’economia di Qom fa affidamento su questo pellegrinaggio per il turismo che porta, e la città si è mantenuta conservatrice per garantire un ambiente pio per i pellegrini. Molti miracoli sono stati registrati in questo santuario, e sono documentati in un apposito ufficio all’interno del complesso. I pellegrini al Santuario seguono rituali tramandati da secoli, come il lavaggio rituale, il vestirsi con abiti profumati, ed entrare nel sito con il piede giusto.
Noi, anche qui come nel santuario di Shiraz, entrare nella moschea non possiamo, con nessuno dei due piedi. L’ingresso è vietato ai non musulmani. Ma possiamo entrare nel complesso e visitarne i cortili ammirando dall’esterno la magnificenza degli edifici.
E anche qui le donne devono mettere il chador, come a Shiraz un chador bianco a motivi floreali. L’ingresso per le donne è separato, entrano passando da una tenda blu, come fosse un sipario, e riappaiono “purificate”.

Per la visita, abbiamo a disposizione la nostra “Guida Suprema”, un giovane mullah che ci accompagnerà e sarà pronto a rispondere alle nostre curiosità. Si chiama Mohammad, ha 23 anni, la barba non troppo lunga per non incutere timore e il turbante bianco. Non è discendente, quindi, del suo illustre omonimo, almeno per ora. Se diventasse ayatollah, forse… una parentela anche alla lontana si fa sempre in tempo a trovare, credo. È sorridente e gentile nei modi, parla in un buon inglese con toni felpati, anche quando fa affermazioni decise, e gesti morbidi. Tutto in lui sembra costruito per dare agli stranieri l’immagine di un Islam dal volto umano, in contrasto con quella che passa nei media che alimentano la paura. Evidentemente è stato scelto per questo, sta studiando e lo sta facendo con impegno.
Ci racconta che è al sesto anno della scuola coranica, dove generalmente si entra dopo la scuola superiore ma a volte, come nel suo caso, anche prima. Scherza un po’ sul vestito da mullah che si è potuto comprare una volta raggiunto questo grado di studi e ci parla della scuola di Qom, che è un centro di eccellenza per gli studi coranici, oltre che essere il secondo luogo santo per gli sciiti. Al piano terra ci sono le classi, al primo e secondo piano i dormitori e le altre parti comuni. Gli studenti dormono all’interno della scuola soltanto se non sono sposati, altrimenti dormono fuori. Ci sono anche studenti stranieri che arrivano da 120 paesi, Italia compresa.
Richiama la nostra attenzione sulle bellezze architettoniche, prima di tutto la cupola dorata e poi il muqarnas luccicante che può sembrare argento ma in realtà è un mosaico di specchi. “Fatima al Ma’sumeh era la sorella dell’ottavo Imam, per noi è come la vostra Maria” – ci dice.
Il santuario, secondo Mohammad, attira dieci milioni di pellegrini ogni anno. I visitatori non musulmani, invece, sono 2000 al mese. Gli chiedo se esistono dati su quanti dei visitatori musulmani sono sciiti, perché vorrei capire quanto sia profonda la divisione anche nella possibilità di accedere ai luoghi santi. In Iran, va detto, ci sono chiese armene e sinagoghe, ma non ci sono moschee sunnite. Mi risponde che è impossibile dirlo con esattezza, perché non viene chiesto ai visitatori musulmani se siano sunniti o sciiti (ed è una risposta che ci sta), ma è sicuro che ci siano anche sunniti. Noi abbiamo visto due persone che dall’abbigliamento sembravano decisamente arabi, secondo lui hanno l’aspetto di arabi americani. Ma potrebbero essere arabi sciiti, non vuol dire. Mohammad ci ricorda, comunque, che anche “noi cristiani” abbiamo avuto guerre tra cattolici e protestanti, e non c’è il minimo dubbio. Dice che in tutte le religioni ci sono estremisti, ma i veri credenti perseguono come primo obiettivo la pace.
Nel frattempo ci concede, sempre con i suoi modi affabili, di fare una foto di gruppo con lui. Sicuramente è abituato a queste richieste, quindi le previene.
Alessandro chiede quanti degli 80 milioni di iraniani sono musulmani. Mohammad dice che sono praticamente tutti, è normale che sia così in un paese che da più di mille anni è un paese islamico. I non musulmani sono pochi, non arrivano al milione (il dato forse è un po’ sottostimato, ma anche questo ci può stare, da parte sua). Precisa, poi, che i visitatori non musulmani non sono ammessi nella sala di preghiera perché in passato, quando l’accesso era consentito, non erano abbastanza rispettosi. Anche ai musulmani, ci tiene a dire, non è consentito entrare con macchine fotografiche. È il luogo che lo richiede. Sì, solo che dare per scontato che un non musulmano non possa essere rispettoso non è il massimo, ma è inutile dirglielo. Alessandro lo incalza anche sulle motivazioni dell’intervento iraniano in Siria e lui non si fa pregare: Quando dei musulmani, o (azzarda) anche dei non musulmani, hanno bisogno di aiuto, è nostro dovere intervenire, contro gli estremisti. In effetti semplifica un po’, ma è così che in Iran viene presentata la cosa: Assad è il re buono che protegge il suo popolo, chi lo avversa sono gli integralisti di Daesh, o ISIS, IS, come vogliamo chiamarlo. L’Iran non è presente solo in Siria, ma anche a sostegno dei ribelli Houthi (sciiti) nello Yemen, teatro di un’altra guerra dimenticata che sta creando una delle situazioni umanitarie peggiori al mondo.
Qui la nostra guida si lascia prendere dalla discussione e va un po’ oltre, affermando che gli ayatollah iraniani sono da 40 anni un esempio di bontà e di saggezza per tutto il Medio Oriente. Alessandro non molla l’osso e chiede: “Ma allora perché un ayatollah iraniano non fa una pubblica dichiarazione contro Daesh, dicendo che viola i principi dell’Islam, come ha fatto il Gran Muftì d’Egitto, che è la massima autorità dell’Islam sunnita?”. La risposta, in sostanza, è che non ce n’è bisogno, perché nessun ayatollah iraniano ha mai ucciso nessuno, o predicato odio e violenza. E qui ci sarebbe molto da dire, ma servirebbe a poco. Tra l’altro, la nostra guida, gentilmente, ci sta accompagnando verso l’uscita, facendoci capire abbastanza chiaramente che il tempo che aveva da dedicarci è finito. È stato un confronto interessante, comunque.
Un confronto che, ancora una volta, ci fa capire quanta strada ha ancora da fare questo paese per liberarsi della teocrazia. Certo, Alì Khamenei è anziano e malato, ma anche quando non ci sarà più lui è difficile immaginarsi un cambio repentino di prospettiva. E cosa succederà, poi, con l’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano? Difficile da dire, ma il rischio è che porti a un ritorno indietro, a una nuova fase di chiusura.

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