Oggi sveglia presto e si va Saint-Malo, la città dei corsari. Non abbiamo ancora avuto il tempo di vedere Rennes, dove siamo arrivati ieri sera, ma la vedremo domani. Tra l’altro, Viola ha avuto un problema con la riconsegna dell’auto a noleggio: l’ufficio era chiuso, contrariamente a quello che sembrava dall’orario che ci era stato dato, e quindi ha parcheggiato la macchina ma non ha potuto riconsegnare le chiavi. Proveremo a farlo al volo prima di partire.
Riusciamo comunque a fare una veloce colazione e ci avviamo verso la stazione, dove c’è anche la stazione degli autobus. Il nostro Flixbus per Saint-Malo parte alle 7.45. Con un po’ di fortuna, troviamo anche una cassetta dove depositare le chiavi dell’auto e si parte.

Tentiamo un altro sonnellino sull’autobus, ma (almeno per me) invano, io non ci riesco quasi mai in questi casi. Comunque siamo sufficientemente lucidi e pronti per la nuova giornata. Quello che non ci aiuta è il meteo: le previsioni non erano per niente buone e purtroppo non erano sbagliate. Saint-Malo ci accoglie con un vento quasi freddo, nuvole basse e pioggia intermittente. Ma, con tutto ciò, si capisce subito che è un posto con un fascino unico. E non è detto che fosse meglio vederlo col sole, forse anzi con questo tempo da “lupi di mare” rende di più. Del resto, qui si dice che a volte il mare si agiti così tanto che “bussa” al terzo piano delle case.


A uno dei moli del porto è ormeggiata l’Etoile du Roy, che è la replica di una nave corsara, per l’esattezza una fregata inglese del XVIII secolo: è lunga 47 metri, larga 10,30 metri e pesa 310 tonnellate; l’antica nave a tre alberi è stata riprodotta per la serie televisiva Hornblower e poi è stata acquistata nel 2010 dalla società francese Etoile Marine, che l’ha portata qui a Saint-Malo e ne ha fatto una sorta di museo galleggiante in memoria del passato corsaro della città.

Prendiamo un altro caffè per scaldarci un po’ e poi andiamo all’appuntamento con la nostra guida locale, che sicuramente non mancherà di parlarci dei corsari e di tanto altro. È Maria Grazia, una signora milanese trapiantata qui ormai da molti anni, che ora oltre a dilettarsi con la pittura accompagna gli italiani in visita a Saint-Malo.
Ci racconta, per prima cosa, che la città intra-muros, la parte vecchia della città cinta dalle mura, è ormai quasi completamente spopolata (ci vivono stabilmente poco più di 1000 persone) e dedita soltanto al turismo: hotel, appartamenti di vacanza e (troppe) case in affitto con Airbnb. La città, che complessivamente ha circa 50.000 abitanti, ha perso la sua importanza commerciale e oggi vive essenzialmente di quello, di turismo. Le prime mura di Saint-Malo risalgono al XII secolo, ma quelle larghe che vediamo ora, con i famosi bastioni, sono opera di Vauban, l’ingegnere militare commissario generale delle fortificazioni del Re Sole Luigi XIV. Vauban ebbe l’incarico di ricostruire e allargare la città, e di conseguenza le sue mura, dopo un grande incendio che la distrusse quasi completamente nel 1661. Sotto le mura c’erano allora la maggior parte delle locande che offrivano un letto e un pasto caldo ai marinai che si fermavano qui dopo mesi di navigazione.

In una nicchia ricavata sopra una delle porte principali della città (detta per questo porta di Notre-Dame) si può vedere una statua della Madonna col Bambino, a cui la devozione popolare attribuisce molti miracoli: alcuni marinai l’avrebbero trovata che galleggiava sull’acqua e portata a Saint-Malo; un bambino l’avrebbe vista nel 1378 puntare un dito al suolo, il che avrebbe consentito di scoprire un tunnel attraverso il quale gli inglesi tentavano d’introdursi nella città; ma soprattutto, si sarebbe alzata e avrebbe fermato l’incendio della città del 1661, incendio nel quale la statua fu parzialmente bruciata. Ciò le valse lꞌappellativo di «Notre-Dame des Miracles». La statua, che daterebbe dal XV o dal XVII secolo, è costruita in pietra calcarea e dipinta. Se ne ignora la provenienza ma certamente non è stata scolpita a Saint-Malo. Nel periodo della Rivoluzione, come tante altre statue, fu decapitata e poi restaurata qualche anno dopo. Durante la II Guerra mondiale, i bombardamenti non colpirono le mura e quindi la statua si salvò, mentre la cattedrale, ad esempio, venne completamente distrutta. Nel 2003 è stata rimpiazzata da una copia e l’originale, dopo il restauro, è stato installato nella cattedrale per proteggerlo dall’aria marina e dalle intemperie.

Saint-Malo, che fino al 1700 era un’isola, è sempre stata una città un po’ speciale – racconta Maria Grazia. I suoi abitanti, chiamati “malouins”, non si sentono né francesi né bretoni, ma soltanto… maluini. Qui, del resto, siamo sì in Bretagna ma al confine con la Normandia; anche la presenza della lingua bretone non è molto forte, sostituita dal gallo, la lingua neolatina che storicamente ha caratterizzato la parte più orientale della Bretagna.
Sotto la pioggia, entriamo nella città intra-muros e saliamo verso la cattedrale. La cattedrale è dedicata a san Vincenzo di Saragozza ed è stata la cattedrale della ex diocesi di Saint-Malo, soppressa nel 1801. La sua architettura mescola gli stili romanico e gotico. È stata la sede dell’antica diocesi di Saint-Malo dal 1146.
Dell’edificio di stile romanico del XII secolo cominciato sotto l’episcopato di Jean de Chatillon (1146-1163), sul suolo di un edificio più antico eretto nellꞌ816, rimangono la navata, la crociera del transetto e una campata delle traverse nord e sud, così come una parte del chiostro. La costruzione della torre ebbe inizio nel XII secolo e proseguì fino al 1422. Il resto della cattedrale gotica venne costruito tra il XV e il XVI secolo. Nel XVIII secolo fu edificata la cappella sud e la torre del campanile fu soprelevata e coperta da una cupola in ardesia. La facciata fu ricostruita poco dopo in stile neoclassico (1772-1773).
Nel XIX secolo, Napoleone III si lasciò convincere dall’abate Huchet a fare sormontare la torre da una grande guglia traforata in stile bretone in pietra di Caen, che rimpiazzò la piccola cupola di ardesia.
Nel secolo XX infine, la cattedrale fu gravemente danneggiata nel corso dei combattimenti dell’estate 1944. La guglia fu bombardata da un cacciabombardiere tedesco, credendo che potesse servire da riparo ai soldati americani, e crollò sulla cappella detta del Sacro Cuore. I danni richiesero un restauro importante che ebbe inizio dal 1944 e terminò solo nel 1972.
Infatti, lꞌinsieme delle somme ricevute per i danni di guerra non bastava per la ricostruzione completa dell’edificio. Oltre dieci anni dopo la fine della ricostruzione della città, e dopo numerose raccolte di fondi che ebbero luogo persino in Canada, la guglia della cattedrale poté infine essere ricostruita. Benché di altezza identica all’originale, questa nuova guglia, progettata dall’architetto Prunet, è caratterizzata da uno stile più spoglio.

La facciata della cattedrale

Nella cattedrale si trova anche la tomba di Jacques Cartier (1491-1557), l’esploratore nato proprio qui a Saint-Malo che nel 1534, in cerca di un passaggio occidentale per l’Asia, scoprì il Canada, o meglio fu il primo europeo ad arrivarci. Ecco il perché del legame storico che ancora oggi si mantiene tra il Canada e la Bretagna, in particolare la città di Saint-Malo.

Raggiungiamo il giardino del Cavalier, di fronte alle due isole Petit-Bé e Grand-Bé, dove si trova la statua di bronzo di Robert Surcouf. Non c’è posto migliore per parlare dei corsari, perché Surcouf è il più celebre dei corsari di Saint-Malo. Saint-Malo è la città dei corsari per eccellenza in Francia, questo lo sappiamo. Ma che differenza c’è tra pirati e corsari? È semplice: i pirati erano dei fuorilegge, che agivano – appunto – totalmente al di fuori della legge, mentre i corsari facevano la stessa attività… legalmente. Erano cioè titolari di una sorta di “concessione” rilasciata dal Re di Francia. Bisogna sapere che il primo duca di Bretagna che arrivò qui a Saint-Malo nel 1300 avrebbe voluto costruirsi un castello nella zona dove ora c’è la scuola della Marina, e allora c’era un’abbazia benedettina, perché da lì si domina tutta la baia. Ma i malouins erano pirati isolani dal temperamento indipendente, facevano fatica ad accettare le regole imposte da altri, che fosse il duca di Bretagna o il re di Francia. Tentarono di ucciderlo, e per questo lui decise invece di costruire il castello fuori dalla città. Quando però il Re di Francia propose una legge con la quale i pirati che non volevano essere perseguitati dalle guardie reali potevano ottenere un’autorizzazione e operare nella legalità, i malouins furono i primi ad approfittarne, accettando le regole previste dalla legge: dovevano essere disposti a servire il Re in caso di guerra, e ovviamente non toccare per nessun motivo le navi francesi. Dovevano anche pagare alla corona una quota pari a un terzo del bottino. Un terzo andava al capitano, e l’altro terzo si divideva tra gli uomini dell’equipaggio, che di solito erano circa un’ottantina. Robert Surcouf, fin da piccolo, si era mostrato un bambino difficile: a 9 anni diede un morso all’orecchio del suo maestro di scuola. Ben presto si dedicò alla pirateria e a 23 anni divenne corsaro, con il mandato di attaccare le navi inglesi. La sua prima vittoria, nel 1796, fu la cattura di una nave della Compagnia Inglese delle Indie Orientali armata di ventisei cannoni e con un centinaio di passeggeri europei, per cui venne ottenuto un riscatto. In quegli anni la sua base era Ile de France (oggi Mauritius). Surcouf divenne poi uno degli armatori più ricchi e potenti di Saint-Malo. Si dice che il suo successo fu tale da diventare più ricco dello stesso re di Francia, e che da qualche parte avesse nascosto il suo tesoro, ma nessuno sa dove, né se sia verità o leggenda. Comunque sia oggi, a quasi due secoli dalla sua morte, si parla ancora di lui e la sua statua indica l’Inghilterra, che fu il suo nemico e anche la fonte delle sue ricchezze.

Il monumento al corsaro Robert Surcouf

Andando molti secoli più indietro, scopriamo perché Saint-Malo si chiama così. Dovete sapere che la Bretagna è stata evangelizzata da monaci irlandesi, e da queste parti nel VI secolo ne arrivarono due: Saint Aaron, fondatore del monastero di Aleth, che si spostò con i suoi seguaci sull’isola che sarebbe diventata Saint-Malo per proteggersi dalle scorrerie dei vichinghi, e il suo discepolo e successore che si chiamava probabilmente MacLow, chiamato anche Maclou e Malo. Da lui, poi diventato Saint Malo, prese il nome la città. A Saint Aaron è dedicata una piccola cappella costruita nel 1621. A un centinaio di metri, si possono vedere le tre case più antiche rimaste in città, che risalgono alla fine del XV secolo, molto prima dell’arrivo di Vauban nel 1700 che diede alla città intra-muros l’aspetto che ha ancora oggi.

La Cappella di Saint Aaron

Anche qui a Saint-Malo, come a Nantes, si trovano tracce del passaggio di Anna di Bretagna. Qui, nel castello che oggi e è l’Hotel de Ville (il municipio), fece costruire tre torri ma soprattutto, conoscendo il carattere dei malouins, pensò di mettere subito le cose in chiaro facendo incidere su una di queste torri, in bretone, le parole “Qui qu’en groigne, ainsi sera, car tel est mon plaisir” (“Anche se qualcuno si lamenta, sarà così, poiché questa è la mia volontà”). La scritta oggi non è più visibile perché venne scalpellata durante la Rivoluzione. Dopo un inizio difficile, Anna fu amata anche qui e con le sue torri diede al castello la sua forma definitiva, che dovrebbe ricordare quella di una carrozza.

Il castello (oggi Hotel de Ville)

Un’altra storia curiosa di Saint-Malo è quella dei chiens du guet, i cani che facevano la guardia alla città durante la notte (guet è una parola che anticamente indicava la sorveglianza notturna). Nelle ore del coprifuoco, quando le porte della città erano chiuse, una ventina di mastini della razza dogue (dogo in italiano) venivano liberati e stavano intorno alle mura per dissuadere gli intrusi dall’attaccare la città o provare a saccheggiare il carico delle navi ormeggiate al porto o nei cantieri navali. Gli abitanti della città, la sera, venivano avvertiti del coprifuoco (e della liberazione dei cani) dal suono delle campane della cattedrale, mentre la mattina sapevano che potevano di nuovo uscire quando sentivano suonare una tromba. I chiens du guet furono in servizio per più di sei secoli, precisamente dal 1155 al 1770, quando l’amministrazione comunale decise di mandarli “in pensione” dopo l’incidente occorso a un ufficiale di marina che era stato sbranato nel tentativo di arrampicarsi oltre le mura. Ancora oggi due di questi cani campeggiano, con il motto “Semper Fidelis”, nel blasone della città, ai lati dell’ermellino, anch’esso simbolo di fedeltà e di purezza. L’ermellino si trova anche sulla bandiera comunale, che garrisce sul pennone della torre di quello che oggi è il palazzo comunale. Ancora oggi niente bandiera francese e nemmeno quella bretone, soltanto la bandiera “maluina”.

Salutata Maria Grazia, facciamo un’altra passeggiata lungo il percorso panoramico della cinta muraria e poi andiamo a pranzo al ristorante Absinthe, in un bellissimo edificio del XVII secolo che si affaccia sulla Halle au Blé, nel cuore di Intra-Muros.

Per il pomeriggio non abbiamo fatto grandi piani, anche perché secondo Maria Grazia le previsioni davano un tempo in ulteriore peggioramento. In realtà, però, il cielo resta nuvoloso ma non piove più, e allora decidiamo di fare quello che prevedeva il programma originario e cioè raggiungere a piedi, ora che la marea è bassa, l’isola del Grand Bé, dove è situato il mausoleo di François Réné de Chateaubriand, forse il più illustre dei malouins: scrittore, politico e diplomatico, è considerato il fondatore del Romanticismo letterario francese.
Ora capiamo meglio la funzione di quella incredibile “piscina” che con l’alta marea è totalmente immersa ma ora, nel pomeriggio, è diventata una vera e propria piscina dove i ragazzi locali si tuffano e giocano.

Prima di dirigerci verso l’isola, Viola suggerisce di andare a vedere anche quello che fanno i veri malouins che, con la bassa marea, vanno a raccogliere le vongole, e parlare con qualcuno di loro. Facciamo due chiacchere piacevoli con un primo signore e poi con una coppia, marito e moglie che, attrezzati di stivali di ordinanza, riempiono un secchio di vongole. Sembra che la giornata stia andando bene. Lui ci racconta che vengono a cercare le vongole per fare una bella provvista da mettere nel congelatore fino a Natale, quando le cucineranno ripiene per la gioia dei loro nipotini, che ne vanno matti.

Chateaubriand volle riposare su questo isolotto per non sentire altro che il vento e il mare. E nella sua epoca era sicuramente vero: il Grand Bé era frequentato solo da eremiti, che dalla seconda metà del XIV secolo ne avevano fatto un luogo di culto, come testimonia la piccola cappella, ora in rovina, dedicata a Saint-Ouen. Oggi non è proprio così, visto che l’afflusso di turisti non è trascurabile; ma il posto resta comunque suggestivo. L’isola offre anche una buona biodiversità, con 65 specie vegetali e 22 specie di uccelli marini.

La tomba di Chateaubriand

C’è anche un forte costruito da Vauban nel 1689, e qualche piccola spiaggetta dove, in condizioni meteo migliori, si potrebbe anche fare un bagno. Oggi non è il caso, anche se tra le nuvole è spuntato un pallido sole. Preferiamo limitarci a “pucciare i piedi”, come si dice, ed è piacevole perché a dire il vero l’acqua non è poi così fredda.

Un consiglio: se passate da Saint-Malo, tenete presente che la marea sale molto velocemente, e se ti distrai ti può cogliere di sorpresa. È quello che è successo a me, che a un certo punto, con la marea che saliva, ho visto che un’onda mi stava portando via le scarpe e lo zainetto, che avevo incautamente lasciato in una posizione che si è poi rivelata non “sicura”. Ho salvato in extremis le scarpe e, con l’aiuto di un altro “bagnante”, anche lo zainetto, però ho dovuto buttare via un paio di cuffiette wireless che erano nella tasca esterna. Ma poteva andare anche peggio, tutto sommato.
Vista la mala parata, con le scarpe in mano prendiamo la strada del ritorno. Risaliamo verso la città Intra-muros e troviamo un buon posto per comprare dei dolci bretoni con cui fare merenda: il far, che è una torta di densa crema composta da latte, panna, farina e zucchero che viene arricchita con prugne secche denocciolate (oppure mele, o albicocche) e poi cotta al forno; e il kouign-amann, uno squisito dolce al burro formato da tante sfoglie morbide all’interno e più croccanti e caramellate all’esterno. Kouign-amann, in bretone, significa banalmente “dolce al burro”.


Ricomincia a piovere, stavolta un po’ più seriamente, e quindi non troviamo di meglio che rifugiarci nella cattedrale, io con le ciabatte da mare perché ovviamente non ho potuto rimettere le scarpe bagnate. Attendiamo una mezz’oretta, cercando almeno di non disturbare troppo le persone in preghiera, e poi finalmente possiamo uscire e passeggiare ancora un po’ in attesa… dell’ora dell’aperitivo.

Un altro consiglio che vi posso dare, se amate i frutti di mare, è quello di provare le ostriche di Cancale, per le quali questa cittadina costiera a pochi chilometri da Saint-Malo va giustamente famosa. Andateci piano, anche perché non costano pochissimo, ma provatele. E se non vi basta per saziarvi, come abbiamo fatto noi, fatevi portare anche vongole e cozze: quelle arrivano in quantità industriale, e sono anche loro buonissime.
Per noi è ora di prendere l’autobus che ci riporta a Rennes. Arrivati in hotel, anche se la giornata è stata lunga ci sembra presto per andare a letto. Ci concediamo quindi il bicchiere della staffa con la bottiglia di eau-de-vie di sidro di Guillaume, che conviene finire perché domani partiremo per Mont Saint-Michel. Ovviamente partecipa anche Monica. Per prenderla affettuosamente un po’ in giro, ce la immaginiamo che si presenta in un gruppo di sostegno per alcolisti: “Ciao, io sono Monica; ero astemia, ma poi ho fatto un viaggio in Bretagna con ViaggieMiraggi…”

(TO BE CONTINUED…)