Questa è la nostra terra – Parte quarta

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

C’è una parola quasi intraducibile in italiano, sumud, che rappresenta le decine di forme adottate dal popolo palestinese dentro la Palestina storica nell’obiettivo di mantenere la propria presenza fisica sulla terra. Forme più o meno dirette, dinamiche e statiche, che coprono il più ampio raggio delle pratiche quotidiane: “Sorridere, ballare, piantare un albero d’ulivo, portare i figli a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Aspettare in piedi per quattro ore per attraversare un checkpoint e poi passare. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui.” Questo è quello che ci disse qualche anno fa Nassar Ibrahim, attivista, analista e giornalista.
Da “Cinquant’anni dopo”, di Chiara Cruciati e Michele Giorgio.

Esulterò di Gerusalemme
Non si udrà in essa più grida di pianto, grido di lamento
Non vi sarà più un bimbo dai giorni contati,
né vecchio che non compia i suoi giorni: giovane morirà chi muore a cent’anni
(Isaia 65,19-20)

Lunedì 23/10/2017 – I murales di Banksy e soci, l’hotel con la vista più brutta del mondo, la Natività e a Battir UNESCO batte muro 1-0

Ho dormito abbastanza bene, ma al risveglio accuso ancora qualche problemino gastrointestinale. Niente di serio, non è una roba da Imodium (che avrei) ma… servirebbe qualcosa di più soft che però mi rimetta a posto. Per fortuna c’è Serena, che ha dei fermenti lattici. Io quelli li ho presi prima di partire ma qui non ne ho. Tra l’altro ho scoperto che non sono l’unico, nel gruppo ci sono altre due o tre persone che hanno qualche problema. Questo smonta definitivamente l’ipotesi tequila.
Stamattina rimarremo a Betlemme per vedere la parte vecchia e il tratto di muro più “sfruttato” dagli street artist, che lo hanno ricoperto di graffiti praticamente in ogni angolo. Poi, nel pomeriggio, ci sposteremo verso il villaggio di Battir, che è ricco sia di storia passata che di storia attuale, ed è forse l’unico che è riuscito a sfuggire alla trappola del muro con l’arma della cultura, diventando patrimonio UNESCO. Serena verso le 11.30 ci dovrà lasciare, ha una riunione molto importante per la sua ONG. E non c’è neanche Giulia, che è impegnata in un’altra riunione più o meno contemporaneamente. Quindi ci dovremo arrangiare: Claudio farà da capogruppo, e a Battir avremo una guida locale, che per fortuna parla inglese. Io mi sono offerto di tradurre, dato che non tutti nel gruppo lo capiscono bene. Siamo già d’accordo così con Serena.
Raggiungiamo il centro a piedi con l’idea di partire da lì ma poi invece decidiamo che, dato che i fotografi preferiscono la luce del mattino, per prima cosa andremo al muro.
Il tratto di muro dove veramente ci si può sbizzarrire è quello che si snoda nelle vicinanze di un hotel che è stato definito “L’hotel con la vista più brutta del mondo”. Si tratta di un hotel una volta anonimo la cui prospettiva è completamente cambiata con la costruzione del muro, che da una parte gli ha tolto la vista ma dall’altra gli ha dato grande notorietà internazionale. Sì, perché Banksy, lo street artist di Bristol, uno dei più grandi al mondo, la cui fama è accresciuta dall’alone di mistero che circonda la sua identità, ha rilevato questo albergo e ne ha fatto il Walled Off Hotel. Con l’opera di ristrutturazione e decorazione degli interni (molte camere sono state dipinte dallo stesso Banksy), il Walled Off è diventato famoso e meta privilegiata di artisti, giornalisti internazionali e seguaci della cultura alternativa. Purché abbiano qualche soldino da spendere, perché i prezzi non sono proprio popolari. Abbiamo chiesto informazioni, mentre ci prendevamo un tè, e pare che la suite presidenziale venga via sui 1000 dollari a notte. Però lì, oltre al dipinto di Banksy, c’è la Jacuzzi. Se ti accontenti di qualcosa di meno impegnativo con una cifra sui 200 euro te la cavi.
Di fronte, il muro è strapieno di graffiti per un intero isolato e anche oltre. C’è di tutto, dalle semplici tag alle scritte ai disegni che ritraggono leader politici, palestinesi e non, o martiri della lotta per la libertà della Palestina. I murales cambiano abbastanza di frequente, spesso vengono cancellati e coperti da nuovi disegni più “attuali”. Infatti ora furoreggia Trump: Trump che sbeffeggia Hillary Clinton, Trump che promette al muro di costruirgli un “fratellino” (evidente riferimento al muro al confine messicano), Trump che sbaciucchia una torretta militare.
E ci siamo persi, per pochissimi giorni, l’ultimo: Trump che limona con Netanyahu, un grande classico rivisto e corretto, da attribuire a un artista australiano che si fa chiamare Lushsux e che è con ogni probabilità lo stesso degli altri Trump. Quest’ultimo disegno è comparso solo pochi giorni dopo il nostro ritorno, in contemporanea con la provocazione opera dello stesso Banksy, che ha voluto “celebrare” a modo suo il centenario della dichiarazione di Balfour che pose le basi per la creazione dello stato ebraico in Palestina, durante il mandato britannico. E per farlo ha messo in scena una specie di party con una finta Regina Elisabetta. Trovate tutti i dettagli in questo articolo segnalato dal nostro compagno di viaggio Luigi, a cui va reso il giusto merito:

L’ultimo graffio di Banksy

Ma non finisce qui. C’è, per esempio, un disegno che testimonia l’attaccamento dei cileni di origine palestinese alle loro radici. Ci sono testimonianze di solidarietà col popolo palestinese da varie parti del mondo. E ci sono diversi personaggi ispirati al cartone animato americano Rick & Morty e ai fumetti di Naji al-Ali, l’artista palestinese ucciso dal Mossad a Londra nel 1987 e creatore del personaggio di Handala. Handala è un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata. Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non è d’accordo con la situazione attuale: mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà; è rimasto bambino perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.

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Davanti al muro c’è anche un negozio, un negozio di souvenir che una signora cristiana testardamente tiene aperto anche se ormai qui viene poca gente a comprare i souvenir “classici” di Betlemme, quelli religiosi legati alla Natività. Lei, almeno in parte, ha riconvertito il negozio e ora vende souvenir legati al muro, ai murales, a Banksy e quant’altro. Ci racconta la sua storia facendoci vedere delle foto che estrae da sotto il bancone: foto di quando il muro non c’era, e poi di quando lo stavano costruendo. Ci mostra sulla pianta della città il percorso del muro in questa zona, e spiega che all’inizio sembrava che il muro glielo volessero costruire addirittura su quattro lati dell’edificio, poi il progetto è cambiato e ora ce l’ha “solo” su tre.
A due passi da qui c’è la Tomba di Rachele, che durante la seconda intifada è stata attaccata con armi da fuoco, sia dalla direzione del campo profughi di Aida tra Beit Jalla e Betlemme che dai tetti delle case a ovest e a sud-est. Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese presero parte attiva ai combattimenti. A un certo punto, 50 ebrei si trovarono assediati all’interno della Tomba di Rachele, mentre era in corso uno scontro a fuoco tra l’esercito israeliano e le forze dell’Autorità Palestinese. Il 2 aprile del 2002, l’esercito israeliano è tornato a Betlemme, nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo. Nel settembre 2002 la tomba, che è in area C, è stata incorporata nel lato israeliano della “barriera” e circondata da un muro in cemento con torri di guardia.
Torniamo verso la città vecchia per andare a visitare la Chiesa della Natività. Lungo la strada ci fermiamo da un panettiere a mangiare una focaccia con lo za’atar appena sfornata, come spuntino che per oggi sostituisce il pranzo. Io prendo la misura più piccola che c’è, perché il mio stomaco fa ancora i capricci e per il momento non vuole saperne di andare a posto. Qui Serena ci saluta e si avvia verso la sua riunione, mentre noi proseguiamo fino alla piazza su cui si affaccia la chiesa, sperando che non ci sia troppa coda per entrare.
La Basilica della Natività è eretta nel luogo dove secondo un’antica tradizione sarebbe nato Gesù. È costituita dalla combinazione di due chiese e una cripta, la grotta della Natività, che è il luogo preciso in cui Gesù sarebbe nato.
Nel giugno 2012 la Basilica della Natività è stata inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, su richiesta dello Stato di Palestina.
Verso il 330, su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della moglie Elena, ebbe inizio la costruzione della basilica. Lavori di restauro e ampliamento vennero avviati nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I, in seguito alla distruzione causata dalla rivolta dei Samaritani: venne rialzato il pavimento dell’atrio di circa un metro e aggiunto un nartece.
Nel 614 la basilica riuscì a salvarsi dalla distruzione dei persiani grazie alla presenza, sul prospetto del tempio, della raffigurazione dei Re Magi nel costume nazionale persiano. L’edificio di culto venne poi risparmiato anche dall’invasione araba e, nel corso del tempo, è stato ulteriormente esteso.
Ma c’è un altro episodio per cui, in tempi più recenti, la basilica è passata alla storia. Tra il 2 aprile e il 10 maggio 2002, nell’ambito dell’operazione Scudo Difensivo, le forze di difesa israeliane occuparono Betlemme e tentarono la cattura di alcuni militanti palestinesi ricercati. Decine di questi si rifugiarono nella basilica della Natività. Dopo 39 giorni di assedio fu raggiunto un accordo con i militanti, che furono condotti in Israele e quindi esiliati in Europa e nella Striscia di Gaza.
Oggi, per fortuna, l’unico assedio è quello dei turisti, che penso sia abbastanza abituale qui. Noi riusciamo a entrare nella basilica, ma per accedere alla grotta della Natività c’è una gran fila; non riusciamo a stimare quanto possa essere lunga. Abbiamo a disposizione circa un’ora e mezza, poi ci dobbiamo ritrovare nella piazza per andare a prendere il pullmino. In molti preferiscono rinunciare a vedere la grotta, il gruppo si riduce a tre persone: io, Luisa e Pietro. Essendo arrivati fin qui, ci piacerebbe vedere cosa c’è lì sotto, così decidiamo di provare a fare la fila e vedere come butta. All’inizio la coda sembra scorrevole ma poi, per scendere quei pochi gradini che portano alla grotta, l’attesa diventa lunga e l’accesso è male organizzato. Fanno passare le persone a gruppi, ogni tanto bloccano senza che da fuori si capisca il motivo. Probabilmente non si può entrare durante i momenti di preghiera. La fila, comunque, è tutt’altro che ordinata.
Finalmente riusciamo a scendere. Il punto esatto in cui, secondo la tradizione cristiana, avrebbe avuto luogo la nascita di Gesù è simbolicamente segnato da una stella d’argento in cui è incisa, in latino, la frase «Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù». La stella ha 14 punte perché 14 sono le generazioni che separano Abramo da Davide, e quelle che separano Davide dall’esilio babilonese, e quelle che intercorrono tra l’esilio e Gesù. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta, così come del resto della basilica (a parte uno spazio riservato alla Chiesa apostolica armena), è della Chiesa greco-ortodossa.
Nella grotta-cripta vi è anche il luogo in cui era situata la mangiatoia in cui Maria avrebbe deposto il bambino Gesù subito dopo la nascita. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta è dei padri francescani della Custodia di Terra Santa.
La grotta, nonostante quella che dovrebbe essere la gestione degli accessi, è affollata. Dopo pochi minuti vorremmo raggiungere l’uscita ma, per quanto si capisce, stanno pregando nella parte di chiesa sopra di noi dove dovremmo sbucare. Rimaniamo perciò bloccati all’interno della cripta, senza poter tornare indietro e neanche procedere verso l’uscita, in troppe persone per uno spazio così angusto, per almeno altri 10-15 minuti.

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Quando finalmente riusciamo a uscire incontriamo Claudio, che ci ha aspettato. Abbiamo circa dieci minuti di ritardo rispetto all’appuntamento. Ci precipitiamo nel tentativo di raggiungere il gruppo e ci riusciamo proprio prima che salgano sul pullmino. Qui scopriamo che anche Patrizia e Luciano hanno visitato la grotta, ma l’hanno fatto con una guida con la quale si poteva saltare la fila… a saperlo avremmo anche pagato i circa 10 euro che hanno pagato loro, ma non avevamo capito che c’era questa possibilità.
Va bene, poco importa. Adesso dobbiamo dirigerci verso Battir.
Battir è un villaggio di quasi 5000 abitanti che si trova circa 6 km a ovest di Betlemme. Anticamente, quando si chiamava Betar, fu un villaggio fortificato ebraico che vide svolgersi la battaglia finale della rivolta ebraica contro i romani nota come la rivolta di Bar Kokhba, nel II secolo. È situata proprio sopra la linea ferroviaria Gerusalemme-Jaffa, che fu anche la linea dell’armistizio tra Israele e Giordania dal 1949 fino al 1967. Battir si trovava pochi metri a est del confine tra Israele e Giordania. Almeno il 30% delle terre di Battir stavano dalla parte israeliana della linea verde, ma agli abitanti fu concesso di mantenerle, a patto che non causassero problemi alla ferrovia. Erano perciò i soli palestinesi autorizzati ufficialmente a passare il confine per lavorare le proprie terre fino alla guerra dei Sei Giorni. Gli israeliani si sarebbero ripresi la terra e la ferrovia se ci fosse stato il minimo problema, invece niente: neanche una pietra venne lanciata, nemmeno dalla scuola, che era a pochi metri dalla ferrovia.
La storia ce la racconta Hassan, un ingegnere civile che conosce ogni pietra del suo villaggio e che è stato l’uomo chiave del percorso con il quale Battir ha ottenuto il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. E io sono incaricato di tradurre. Tra ingegneri dovremmo riuscire a capirci, butto lì come battuta. Ed effettivamente non è difficile, Hassan parla un ottimo inglese, con accento arabo ovviamente ma neanche troppo pesante. L’unica difficoltà è che, anche se gli ho raccomandato all’inizio di fermarsi ogni tanto e darmi il tempo di tradurre, a volte non è semplice fermarlo: ci mette grande enfasi, ha un modo di raccontare quasi da attore dal quale traspare l’amore per il suo villaggio e la sua gente. Ma comunque me la cavo.
Battir è un villaggio agricolo dove il paesaggio è cultura, un paesaggio che è stato creato dall’uomo adattando una vallata profonda per poterla coltivare, grazie a una buona disponibilità di acqua fornita da sette sorgenti. Il complesso sistema di irrigazione sfrutta, fin dall’antichità, una serie di terrazze create con muri a secco. Il sistema, costituito da una vasca di raccolta e da una rete di canali e di chiuse, viene gestito in modo da fornire acqua, a rotazione, in modo uguale a tutte le famiglie di coltivatori. È la testimonianza di molti secoli di cultura e di interazione dell’uomo con l’ambiente, come ha scritto l’UNESCO nelle sue motivazioni, una testimonianza autentica e ancora integra.
Il paesaggio delle colline di Battir comprende una serie di valli terrazzate, chiamate widian, alcune delle quali sono abbondantemente irrigate per la produzione di ortaggi e la floricoltura, mentre altre sono più secche e coltivate a viti e ulivi.
Senza contare le ricchezze archeologiche. Qui, ci racconta Hassan, gli israeliani sono venuti a scavare, nella speranza di trovare i resti del villaggio protagonista della rivolta ebraica contro i romani, ma sfortunatamente per loro hanno trovato resti cananei, romani, islamici, ottomani… di tutti i periodi ma non ebraici. Perciò se ne sono andati.
Mentre passeggiamo tra le antiche sorgenti e ammiriamo il paesaggio di Battir, Hassan prosegue il racconto. A quel punto a Battir avrebbero potuto proseguire con gli scavi e cercare di valorizzare il patrimonio archeologico, ma, a parte i costi, essendo in area C avrebbero avuto bisogno di permessi anche per fare le opere necessarie a fruire di questo patrimonio e a conservarlo, permessi che non avrebbero mai ottenuto.
Così, nel 2009, nacque l’idea di chiedere la qualifica di patrimonio UNESCO per il paesaggio, che si può conservare anche senza bisogno di permessi. Ma l’ANP si dimostrò contraria, asserendo che il primo patrimonio UNESCO palestinese doveva essere la Chiesa della Natività. Ma perché, obiettò allora Hassan, se quella comunque non potranno mai toccarla, e lo si è visto anche in occasione dell’assedio?
Allora Hassan, deluso dal comportamento dell’Autorità Palestinese, rinunciò al progetto e fece domanda per una borsa di studio come ricercatore all’Università di Melbourne. Mentre era ancora in attesa di risposta, arrivò l’opportunità di andare a lavorare a Doha, in Qatar, e decise di accettarla.
Dopo qualche tempo lo richiamarono per ritornare a occuparsi del progetto UNESCO. Lui si fece convincere ma dettò le sue condizioni: dal momento che lui non si fidava più di nessuno dei “politici” locali, voleva essere solo lui a rispondere alla commissione dell’UNESCO e a gestire i rapporti. Gli venne concesso e così il tutto si rimise in moto.
Nel 2011, Battir vinse il premio “Melina Mercouri” dell’UNESCO greca per la “Salvaguardia e gestione dei paesaggi culturali”, primo tra tutti i 104 progetti partecipanti. Un riconoscimento importante, ma soprattutto 15.000 dollari.
Nel maggio 2012, l’ANP mandò la sua delegazione a Parigi, all’UNESCO, per discutere la domanda e far entrare Battir nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità. All’ultimo minuto, però, la domanda venne bloccata perché formalmente era stata presentata fuori tempo massimo.
Nel frattempo, c’era in progetto un’estensione del muro che avrebbe distrutto ogni possibilità di conservazione del paesaggio e, nel 2007, il villaggio aveva fatto causa al Ministero della Difesa israeliano per fare in modo che fosse cambiato il percorso del muro, che avrebbe tagliato fuori una parte del sistema di irrigazione in uso da 2000 anni.
La Israel Nature and Parks Authority (INPA), che aveva approvato il percorso originale del muro nel 2005, cambiò idea e scrisse che le terrazze di Battir erano un’eredità culturale anche israeliana da salvaguardare che sarebbe stata danneggiata dal muro in maniera irreversibile. Era la prima volta che un’agenzia governativa israeliana esprimeva un’opposizione alla costruzione di un segmento della barriera. E nel 2013 l’Alta Corte di Giustizia israeliana bloccò il progetto del muro, chiedendo al Ministero della Difesa un nuovo progetto che non distruggesse il paesaggio di Battir.
La domanda all’UNESCO venne ripresentata, tramite la Croce Rossa Internazionale perché allora l’ANP non era membro UNESCO. La sua ammissione, infatti, è più recente ed è quello che recentemente ha portato gli USA di Trump ad annunciare la loro uscita dall’organizzazione. 300.000 euro, allora, arrivarono anche dalla cooperazione italiana.
Nell’estate 2014, finalmente, il tutto andò a buon fine e a Battir venne accordata la qualifica di Patrimonio dell’Umanità per le sue terrazze, il suo sistema di irrigazione e il suo paesaggio culturale.
Alla Corte Suprema, i rappresentanti di Battir poterono portare sia il premio Melina Mercouri che l’acquisizione del titolo di Patrimonio UNESCO e così, nel gennaio 2015, la corte respinse la richiesta delle autorità militari israeliane di costruire il muro tagliando in due il villaggio, separandolo dalle sue terre.
Ora il paesaggio di Battir è protetto dalla legge palestinese ed è stato creato un Ecomuseo per garantirne la protezione e la gestione, in accordo e in collaborazione con la comunità locale.
Finalmente una bella storia, una storia dove l’ingegno, la passione e la determinazione di poche persone di una piccola comunità hanno portato a una vittoria eccezionale. A diventare Patrimonio UNESCO e a impedire la costruzione del muro. E tutto questo è stato ottenuto con la forza della cultura, senza far ricorso alla violenza. Hassan ci ha raccontato che, quando si discuteva di cosa fare, nella comunità hanno ragionato, hanno guardato gli esempi che avevano davanti. Tutti quelli che avevano tentato di opporsi al muro con proteste violente avevano perso, alla fine. Il muro era stato costruito comunque e le comunità avevano anche dovuto contare morti e feriti. Loro hanno scelto una strada diversa, e hanno vinto. È un esempio veramente importante, che speriamo possa fare scuola. Sarebbe un’illusione pensare che possa funzionare dappertutto, ma abbiamo visto una tale quantità di brutture e ingiustizie, in questi giorni, che una boccata dell’aria fresca di Battir ci voleva proprio.
Intanto è arrivata anche Serena, che ci accompagna a fare qualche acquisto in una mostra-mercato dell’artigianato locale. Anche qui Hassan ci ha messo il suo zampino, convincendo un suo amico artista e spronando tutti quelli che a Battir avevano una qualche abilità nel lavoro artigianale a entrare nel progetto.
Un’altra breve passeggiata ed è ora di cena. Siamo ospiti, qui a Battir, di Hassan e dei suoi amici e compaesani impegnati nella valorizzazione del villaggio. È pronta una bella tavolata all’aperto, dove possiamo rifocillarci abbondantemente alla fine di un’altra giornata abbastanza lunga. Finalmente anch’io posso approfittarne pienamente, i fermenti lattici di Serena mi stanno rimettendo al mondo.
Dopo cena, Hassan ha ancora voglia di raccontarci una storia. Serena mi chiama, vuole che traduca ancora io, visto che con Hassan ormai ci troviamo bene… mi coglie un po’ alla sprovvista, ormai mi ero rilassato e non pensavo di dover ancora “lavorare”… ma lo faccio più che volentieri.
È una storia che risale a quasi 70 anni fa, ma che è impressa in modo indelebile nella memoria storica degli abitanti di Battir e fa parte ormai della loro eredità culturale; Hassan in particolare la racconta con la passione che ormai abbiamo imparato a conoscere e con grande orgoglio, anche perché il protagonista è un suo illustre omonimo, Hassan Mustafa.
Hassan Mustafa è l’uomo che, nel 1948, salvò il villaggio dalla colonizzazione, che durante la guerra arabo-israeliana era diventato un rischio più che concreto. La maggior parte degli abitanti erano fuggiti a causa della guerra, non dimentichiamo che questa è una zona di confine. Erano rimasti solo Hassan Mustafa e un pugno di altri coraggiosi testardi decisi a difendere il villaggio: Hassan ce li mostra in una bella foto d’epoca. Ma dovevano, per scoraggiare nuovi attacchi israeliani, far credere di essere ancora in tanti e allora Hassan Mustafa e i suoi escogitarono una serie di ingegnosi stratagemmi. Accendevano candele in tutte le case la sera, e fuochi come se la gente dovesse cucinare. Facevano andare avanti e indietro un finto plotone di guardia, con bastoni al posto dei fucili. E la mattina portavano fuori il bestiame.
Così gli israeliani caddero nell’inganno e, pensando che il villaggio fosse ancora abitato, non attaccarono. Man mano, tutti i profughi tornarono e il villaggio riprese a vivere. Ma non è finita qui, poi Hassan Mustafa fece molto altro per la sua comunità. Ad esempio, grazie a lui anche le bambine cominciarono ad andare a scuola. Fece un’opera di convincimento nei confronti dei più tradizionalisti, che erano ovviamente contrari, riuscì a trovare i fondi per costruire la scuola, e trovò il posto ideale per farla, dove c’era una moschea, proprio vicino alla ferrovia. Per convincere tutti disse che in fondo gli uomini potevano pregare ovunque, anche nei campi o sotto un albero, mentre le ragazze potevano farlo solo in moschea. E una volta che erano state ammesse in moschea, non fu difficile costruire la scuola e aprirla come scuola mista.
Per tutto questo, dice Hassan, Hassan Mustafa si meriterebbe una statua sulla collina, come quella del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, perché lui è il nostro redentore… e come dargli torto?
Lasciamo Battir stanchi ma felici, con la bellezza negli occhi e un po’ più di speranza nel cuore.

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Martedì 24/10/2017 – La fabbrica di maftoul, la scuola di bambù, i sandali resistenti e ceramiche à gogo

Oggi è l’ultimo giorno, purtroppo, ma abbiamo ancora parecchi appuntamenti da onorare.
Il primo è con la fabbrica di maftoul Alreef. Il maftoul è un prodotto simile al couscous, ma a grana più grossa, che è tipico soprattutto di Gaza, ed è lì che sorgeva la fabbrica. Ma ora, date le enormi difficoltà di continuare l’attività nella situazione di blocco e di sostanziale assedio che a Gaza dura da dieci anni, la produzione si è trasferita qui nei dintorni di Gerico.
Qui possiamo vedere la lavorazione, che ha come fasi fondamentali la setacciatura e la cottura a vapore. Le operaie sono tutte donne: in estate possono essere fino a 30, negli altri periodi una quindicina. Lavorano 5 giorni a settimana per un salario di 525 dollari al mese, che qui è decisamente buono.
Le donne lavorano sedute sul pavimento, in una posizione che mi ricorda molto quella delle donne che lavorano le noci di argan in Marocco. Ci sono anche delle macchine, ma gran parte della lavorazione è ancora manuale, e forse è un bene che sia così: dà un lavoro a tutte queste donne.
Alla fine, il maftoul viene essiccato in un grande tendone fuori dal capannone che è una specie di serra, a una temperatura intorno ai 50°C. Si producono, qui, circa 700 kg al giorno, che vanno praticamente tutti all’estero perché in Palestina tradizionalmente la gente se lo fa in casa.

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Il secondo appuntamento è quello con l’ultima scuola che visiteremo, quella di Abu Hindi chiamata anche la Scuola di Bambù.
Il villaggio beduino di Abu Hindi si trova ad est di Gerusalemme in Area C. Si tratta di un’area semidesertica e priva di servizi di base: mancano acqua, elettricità e l’unico collegamento è una strada in terra battuta. Come altri villaggi beduini, è fatto di baracche in lamiera su cui sventolano tappeti impolverati e fogli di plastica. Dei circa 3000 abitanti di Abu Hindi molti soffrono di malattie respiratorie, intossicazioni, dermatiti e leucemie a causa della presenza della discarica dell’insediamento di Maale Adumim. La comunità beduina si è stanziata qui fin dagli anni ’50, ma la discarica è stata impiantata senza tenere in alcun conto la loro presenza.
I beduini sono spesso vittime delle aggressioni dei coloni e la scuola è stata già demolita due volte dall’esercito israeliano negli anni ’90.
Prima del progetto di Vento di Terra, la scuola era fatta di baracche di lamiera zincata nel deserto. La riabilitazione delle aule è avvenuta nel 2010 su progetto di ARCO’ – Architettura e Cooperazione, con la partecipazione attiva della comunità beduina locale. Dato il divieto di costruzione per gli abitanti di Abu Hindi, si è operato ricostruendo il plesso dall’interno. Le aule sono state isolate con pareti in argilla e paglia rivestite in bambù. Una soluzione in grado di garantire sia l’isolamento termico che quello acustico.  Il tetto è stato inclinato per garantire un’adeguata circolazione dell’aria tramite un sistema di micro finestre.
Qui, sul sito di Vento di Terra, trovate tutti i dettagli sul progetto:

La Scuola di Bambù di Abu Hindi

Sulla scuola, contrariamente alla Scuola di Gomme, non pendono attualmente ordini di demolizione. Questa è proprio l’area dove il governo israeliano vorrebbe trasferire i beduini di Khan al Ahmar, il villaggio della Scuola di Gomme. Qui si troverebbero quindi a convivere due diverse comunità beduine, in un’area resa già quasi invivibile dalla presenza della discarica.
La Scuola di Bambù accoglie 85 bambini Jahalin degli accampamenti vicini, dal primo al nono grado, seguiti da 15 insegnanti. Fino all’anno scorso i bambini erano 120, ora sono diminuiti perché è stata aperta un’altra scuola che per alcuni è più comoda da raggiungere. Soprattutto d’inverno, naturalmente, per i bambini è difficoltoso fare lunghi percorsi a piedi su queste colline, che si riempiono di fango. I più fortunati hanno l’asino, ma devono fare fino a 3 km. E per di più, come il preside e un professore ci raccontano durante la visita, anche i bambini sono spesso vittime di attacchi da parte dei coloni, che arrivano a volte anche a picchiarli. Quando l’ho sentito non volevo crederci, ho chiesto all’insegnante di ripetere sperando di non aver capito bene il suo inglese ma è proprio così.
La prima e la seconda classe hanno un solo maestro, poi c’è un insegnante per materia. Da qualche anno, i bambini studiano inglese fin dalla prima.
La scuola funziona con pannelli solari, quindi in inverno ci possono essere problemi, ma è l’unico modo: al villaggio non c’è elettricità.
Appesi alla lavagna della classe 3 abbiamo trovato dei bellissimi collage di foglie: una rana, un pesce, un fiore. La scuola è l’unico luogo della comunità beduina di Wadi Abu Hindu dove ci siano degli alberi, una piccola oasi di cui la comunità si prende cura da anni con amore.
Gli insegnanti vengono a scuola tutti insieme utilizzando un pullmino messo a disposizione dal Ministero dell’Educazione palestinese, perché in questa zona non esistono trasporti pubblici. Ma oggi il prof. di scienze, che ci ha fatto da cicerone e da interprete del preside che non parla inglese, ha perso il pullmino. Per arrivare ha dovuto prendere un taxi, che gli è costato 30 Shekel. E ora, per dar retta a noi, rischia di perderlo di nuovo. Decidiamo di dargli un passaggio sul nostro pullmino.
Al suono della campanella Dana e Iman ci hanno invitati ad accompagnarle verso casa. Sguardi, sorrisi, parole in arabo, inglese e italiano. Salutiamo loro e gli altri bambini, che si avviano lentamente verso i loro accampamenti. Li guardiamo mentre si arrampicano sulla collina nel sole di mezzogiorno e, piano piano, diventano tanti puntini sempre più piccoli tra nuvolette di terra sollevata dal vento.
Il prof., che ha circa quarant’anni, ci racconta che ha vissuto negli Stati Uniti dal 2000 al 2010, si è sposato, ha ottenuto la green card e si è separato. Lavorava, ma non come insegnante, sarebbe difficile per un palestinese. Dopo la separazione ha deciso di tornare in Palestina, dove ha sempre lavorato come insegnante. In questa scuola, naturalmente, non ha deciso lui di venire, ce lo ha mandato il Ministero. È chiaro che, in queste condizioni, non si tratta di una scuola particolarmente ambita. Lui però è contento di averci lavorato, lo vive come un contributo importante che ha dato al suo paese, ed è vero, lo è. Ma ora basta, dice, non ce la faccio più. Quello che potevo dare l’ho dato, ma dopo sette anni non me la sento di continuare in queste condizioni di precarietà, dove non ci sono prospettive per il futuro e non c’è neanche il minimo indispensabile, c’è da temere anche per la propria sicurezza, continuamente esposti agli attacchi dei coloni. Ora aspetta la fine dell’anno scolastico e poi ha già deciso, se ne tornerà a San Francisco, avendo la cittadinanza americana lo può fare. Lì spera di poter aprire un piccolo negozio, inshallah. E avrà le comodità, e una macchina nuova.
Lo saluto con un po’ di malinconia ma non mi sento di biasimarlo, in fondo forse ha ragione lui, quello che poteva fare lo ha fatto, ora è giusto che scelga quello che pensa sia meglio per la sua vita.

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Noi ora, invece, ci dirigeremo verso il laboratorio di pelletteria “Peace Steps”, un altro progetto di Vento di Terra. Dobbiamo anche trovare un posto per il pranzo, ma prima c’è tempo per un breve passaggio che ci consenta di vedere da vicino un’altra opera di Banksy, forse la più iconica che ha realizzato qui in Palestina, e la più riprodotta: Il lanciatore di fiori. Come spesso accade per la street art, la collocazione è periferica, su un anonimo muro di una stazione di servizio, con sul tetto due serbatoi di carburante. Realizzato nel 2003, il lanciatore è un po’ sbiadito dagli anni, ma non ha perso nulla della sua carica evocativa. Resta un simbolo potente di pace in una terra dilaniata, dove due popoli sono prigionieri di un conflitto di cui non si vede la fine.
Per il pranzo ci fermiamo in un bar segnalato da Walid, il nostro autista, dove una signora ci accoglie calorosamente e, appena scoperto che siamo italiani, precisa subito di essere cristiana, pensando evidentemente che questo le serva come captatio benevolentiae. Non sa che con noi, in questo senso, casca piuttosto male, ma come al solito in questi casi sorridiamo e diciamo “Ah, sì? Che bello!”.
Il falafel non è male ma alla fine il conto, per gli standard palestinesi, risulta un po’ salato. Del resto, è piuttosto evidente che si tratta di un posto turistico, poco dopo di noi sono entrate due comitive di stranieri appena scese da pullman israeliani. Serena è visibilmente contrariata, ho l’impressione che Walid si sia appena guadagnato un altro cazziatone. Un po’ mi dispiace per lui, ma in fondo è vero quello che dice Serena, lui fa di tutto per meritarseli.

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Arriviamo al laboratorio della cooperativa Peace Steps, dove ci riceve Abu Abdallah, pronto a mostrarci le macchine e a farci vedere qualche pezzo in lavorazione, oltre che naturalmente a farci vedere i prodotti finiti che possiamo acquistare. Intanto i ragazzi della cooperativa ci offrono dell’uva.
Peace Steps (passi di pace o impronte di pace) rappresenta lo sviluppo della partnership realizzata negli anni da Vento di Terra con le associazioni dei Campi Profughi di Shu’fat e Kalandia. Il progetto è finalizzato allo sviluppo delle comunità locali, tramite la promozione di attività di generazione di reddito e il supporto ai servizi socio educativi rivolti ai minori. In particolare il progetto offre un’opportunità formativa e di lavoro nel settore della manifattura della pelle, per alcuni giovani uomini del campo profughi di Kalandia. La Palestina, in particolare il Distretto di Hebron, ha una radicata tradizione manifatturiera, che il progetto ha valorizzato avviando un laboratorio specializzato nella produzione di sandali in pelle, che sono commercializzati oltre che sul mercato locale nel circuito del Commercio Equo e Solidale italiano attraverso la Cooperativa Nazca. Oltre a garantire un’opportunità di lavoro ad alcuni giovani, i proventi delle vendite vengono reinvestiti a sostegno dei servizi socio educativi promossi da Vento di Terra nei Campi Profughi, contribuendo così a consolidarne la sostenibilità economica.
Nel 2011 tramite un programma del Ministero degli Affari Esteri è stato possibile formare lo staff interno sulla produzione di accessori in pelle, mirando a diversificare la produzione della cooperativa. Grazie all’intervento di esperti italiani, con training in loco e a distanza, Peace Steps ha avviato la produzione di borse, cinture e portafogli, da commercializzare principalmente sul circuito equo e solidale italiano. Come previsto, il progetto ha sostenuto il servizio educativo di Kalandia e un intervento terapeutico destinato alle vittime di traumi da guerra nel Campo profughi di Shu’fat.
E qui ci sarebbe una sorpresa, nel senso che il gruppo, trainato in questo dalla sua componente femminile, ha deciso di fare un regalo a Serena. L’idea sarebbe di comprarle una borsa, magari cercando di capire, senza lasciar trasparire troppo, quale le piace di più… ma qualcuno ha inavvertitamente “spoilerato” e quindi a questo punto tanto vale che se la scelga lei. Lei però non è convinta, si dichiara affezionata alla sua vecchia borsa, lo zainetto non le piace tanto… insomma sembra che non se ne faccia niente. Lei ci ringrazia, ma preferirebbe di no. Se non che, dietro insistenza delle signore, ammette che la borsa no però effettivamente un paio di sandali poi… non le dispiacerebbe. E così sceglie un bel paio di sandali nuovi e finisce tutto bene.

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Prima di tornare verso Betlemme, ci manca ancora una tappa, che è irrinunciabile in quanto molto attesa da giorni da diverse aficionadas delle ceramiche. Si tratta, appunto, di un altro laboratorio-negozio che produce e vende oggetti di ceramica e di vetro. Prima di entrare nel negozio, abbiamo la possibilità di ammirare il mastro vetraio al lavoro in officina; vederlo soffiare e modellare il vetro con gesti sapienti è come sempre affascinante. E poi viene dato libero sfogo alle pulsioni di ciascuno nel magazzino, dove sugli scaffali sono in bella mostra oggetti delle più varie forme e colori: vasi, piatti, bicchieri, tazze e tazzine, oggetti decorativi tra cui spicca una ricca collezione di pesci in vetro di vari colori: se ne appendono un po’ a un filo e il gioco è fatto. Insomma, c’è un po’ di tutto.
Anche Claudio ha incarico da Rossana, sua moglie, di fare acquisti: più precisamente, dovrebbe comprare tutto quello che compra Gabriella, che di Rossana è amica e che evidentemente gode della sua stima in quanto a gusti. Ma lui comincia ad attuare delle manovre diversive, giura che dirà a Rossana che lui avrebbe comprato un sacco di roba ma proprio Gabriella gli ha sottratto una serie di pezzi unici sotto il naso, e cerca testimoni pronti a dargli manforte… le schermaglie continuano per un po’, finché anche lui si convince che gli conviene di più comprare qualcosa.
Io mi diverto più che altro a guardarli, a dire il vero non impazzisco per le ceramiche e ho difficoltà a infilarle nello zaino senza rischiare di romperle. Quindi faccio solo un paio di acquisti simbolici.

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Ripartiamo col pullmino in direzione Betlemme. A questo punto, visto che per stasera abbiamo il puntello con Father Boulus, il reverendo siriaco ortodosso, può scattare la telefonata per prendere accordi più dettagliati. Secondo quello che ci ha detto, dovrebbe essere ormai tornato dal suo tour e disponibile. Ci vorrebbe Giulia, che è quella che lo conosce meglio, ma non c’è e quindi Claudio si prende lui l’incarico. Lo chiama ed esordisce con un “Hello Brother” che ci fa molto ridere, ma si capisce subito che qualcosa non va: sembra che il prete quasi non si ricordi di lui, e che comunque questa sera debba tornare al monastero. Dice che potremmo trovarlo a Betlemme solo se torniamo in un tempo che, al momento, da dove siamo neanche in elicottero… eppure l’altra sera sembrava così convinto, non vedeva l’ora di esibirsi per noi e soprattutto di vendere un po’ di dischi. Mah… cominciamo a pensare che sia stato richiamato all’ordine dal suo vescovo, ammesso che abbia un vescovo, o dal superiore del monastero, chi lo sa. Insomma, che si sia preso un cazziatone e debba starsene tranquillo per un po’, facendo veramente vita monastica. Che, per quanto abbiamo visto l’altra sera, non sembrava troppo nelle sue corde. È un peccato: pregustavamo già la serata, e salta anche il jingle per la radio, ma va così…
Dobbiamo, a questo punto, ripiegare su qualcosa di diverso. Intanto dobbiamo trovare un posto per la cena, che già non è semplice perché quello a cui aveva pensato Serena per stasera è pieno. Quindi lei, dall’albergo, fa una serie di telefonate, ma senza risultati. Alla fine si lascia consigliare dalla signora dell’albergo, che ci manda in un posto davvero carino e, oltretutto, chiama lei per prenotare presentandoci come una specie di gruppo di VIP.
Il posto si chiama Al Karmeh ed è praticamente annesso al Museo di Betlemme, per entrare si passa proprio dal museo.
È arredato con gusto, pieno di foto e oggetti d’epoca. E ci trattano davvero da VIP, forse per la telefonata della signora, ma tant’è… perché non approfittarne? Una volta prese le ordinazioni, dato che il servizio va un po’ a rilento, a sorpresa aprono solo per noi il museo e ci fanno fare un breve ma bellissimo tour guidato. Vediamo solo le cose principali, ma davvero vale comunque la pena. Anche perché quello che fino ad ora ci era sembrato un cameriere, solo molto gentile, ci fa da guida e si rivela quasi un archeologo, comunque un appassionato conoscitore del patrimonio palestinese. In un ottimo inglese sciorina pezzi di storia, a partire dall’epoca dei cananei, un popolo stanziato in Palestina già dal 1500 a.C., che lui definisce i progenitori del popolo palestinese. Come dire: attenzione, noi eravamo qui anche da prima degli ebrei…
C’è un segmento di un acquedotto romano, che portava l’acqua da Hebron a Gerusalemme, insieme con altri reperti di epoca cananea e romana. Ci sono antichi costumi riccamente ricamati, e gioielli. E poi sculture in legno d’ulivo, madreperla, icone, dipinti, di tutto insomma.
E giunti alla fine del giro la nostra guida d’eccezione ci annuncia che… è pronto in tavola.
Per cena, dopo aver visto oggi come si fa, non posso che scegliere… il maftoul! In questo caso con un pesce che qui chiamano Denise fish, che penso sia un’orata. Buono, comunque.
Intanto, continuiamo a chiacchierare con il cameriere-archeologo. Abbiamo scoperto che viene dal campo profughi di Aida, 2 km a nord del centro di Betlemme, vicino a Beit Jalla, dove abita Giulia. Tra l’altro, lui dice di conoscere una Giulia, italiana, che lavora per una ONG, ma la descrizione non corrisponde totalmente. Gli mostro una foto, e così scopriamo che è un’altra Giulia. E scopriamo anche che lui sta per fidanzarsi! Applauso e auguri.
Devo dire che, con un po’ di fortuna, abbiamo trovato veramente un posto perfetto per la nostra ultima cena palestinese.
Uscendo, noto appena fuori dal museo una cosa a cui entrando non avevo fatto caso. C’è un piccolo giardinetto con un giovanissimo albero di ulivo che, come spiega un cartello, è circondato da salvia che libera l’energia, menta che conforta l’anima, timo che stimola il cervello e basilico che protegge dalle malattie e dà benessere. Ma, insieme, sono stati anche “piantati” dei proiettili e dei candelotti di gas lacrimogeno, regali delle forze occupanti, con l’auspicio che questo sia una finestra su un mondo di pace dove gli ulivi saranno sempre più forti dei proiettili. Mi sembra bello.
Non è prestissimo, ma io e Claudio vorremmo comunque, anche senza il prete che canta in aramaico, continuare la serata da qualche altra parte, anche solo per bere una cosa. Le adesioni, però sono talmente poche (una) che decidiamo di rinunciare, e forse è meglio così perché quasi tutti dobbiamo ancora fare i bagagli, domani mattina partiremo presto.
Torniamo in albergo, dove salutiamo Giulia, con la promessa di rivederci quando tornerà in Italia. E poi c’è un’altra cosa importante da fare, prima di fare le valigie e andare a nanna: Già da un paio di giorni abbiamo nelle nostre camere delle bellissime bambole fatte dalle donne di Gaza, che Serena deve portare in Italia per venderle nelle iniziative natalizie di Vento di Terra. In realtà, molte ce le porteremo a casa noi. Io, per esempio, ho già deciso di comprarne una per la mia nipotina. Visto che sono un po’ ingombranti e non tutti hanno spazio per infilarle nei propri bagagli, oggi abbiamo comprato apposta una bella valigia rosa shocking dove metterle tutte assieme. Quindi, nella hall dell’hotel, foto di gruppo con le bambole e poi le mettiamo tutte nella loro valigia. Ci dobbiamo preparare una qualche spiegazione per l’aeroporto, nel caso ce la dovessero aprire; ma ci penseremo domani, adesso è proprio il momento di salire a fare lo zaino e andare a dormire.

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Mercoledì 25/10/2017 – Epilogo

Ci alziamo presto anche stamattina. Abbiamo votato democraticamente, anche stavolta, per partire presto, in modo da poterci godere il più possibile anche l’ultima mezza giornata a Gerusalemme. Il nostro volo parte verso le 16.30.
La prima cosa che facciamo è andare a visitare l’orto dei Getsemani. La proposta è stata lanciata da alcune persone del gruppo, visto che finora l’avevamo visto solo da lontano. Effettivamente, valeva la pena di dargli un’occhiata più da vicino.
Il nome Getsemani, che significa “Frantoio d’olio”, è il nome di una grotta naturale situata vicino alla tomba di Maria e al luogo della sua assunzione. Ma è anche il nome di tutta questa zona ai piedi del Monte degli Ulivi. Nell’orto ci sono otto ulivi secolari, che secondo la tradizione furono testimoni della preghiera e della sofferenza di Gesù, l’ultima sera della sua esistenza terrena. E poi c’è il santuario, detto “Basilica dell’Agonia”. Sul luogo furono costruite successivamente tre basiliche: la basilica bizantina, costruita da Teodosio nel 380, aveva già al centro la roccia della preghiera di Gesù, che ancora oggi si conserva. Fu distrutta nel 614. Poi la basilica crociata, del XII secolo, che fu distrutta attorno al 1200 e i cui resti si vedono sul lato sud della chiesa attuale. E infine la nuova basilica, costruita tra il 1920 e il 1924, che è chiamata anche “Chiesa delle Nazioni” per il contributo offerto da diverse nazioni per i mosaici delle absidi e delle cupole. Nel pavimento, sotto vetro, si possono vedere anche pezzi di mosaici bizantini. Le vetrate tra il blu e il viola creano una particolare luce attenuata. Quando entriamo, sta per finire la messa officiata da un sacerdote in spagnolo per un gruppo di pellegrini latinoamericani.

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Passeggiamo ancora un po’ intorno all’orto, mentre il sole del mattino comincia a farsi caldo. Poi, dopo una passeggiata e un caffè in Mamilla Road, una delle strade più cool di Gerusalemme Ovest, ci dirigiamo verso il Mahane Yehuda market. Ci eravamo ripromessi di tornarci di giorno, quando è nel pieno della vitalità, e ora senz’altro lo è. Compriamo qualcosa qua e là per finire gli ultimi shekel. Ed è anche il posto ideale per un pranzetto street food a base di piccoli burek con carne, funghi, spinaci, patate o formaggio.

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La mattina, pur partendo presto, è volata ed è il momento di andare all’aeroporto. Lì salutiamo Luigi che, buon per lui, si fermerà ancora qualche giorno per andare ad una festa con il suo amico Youssef. Youssef è un arabo israeliano, cioè un palestinese che vive in Israele e ha la cittadinanza israeliana. Lui e Luigi si sono conosciuti a Milano, dove Youssef ha vissuto per alcuni anni. È venuto a prendere Luigi all’aeroporto, così lo possiamo salutare anche noi. In questo momento tutti invidiamo Luigi, non solo perché vanno a una splendida festa e poi andranno in spiaggia, ma anche perché lui sembra molto simpatico. La festa è una specie di addio al nubilato della cugina di Youssef, si fa alla vigilia del matrimonio ed è tutta dedicata alla sposa, lo sposo arriva solo alla fine. Poi Luigi mi ha mandato qualche foto, che volentieri pubblico. Nella prima la sposa, con in mano due ceri, fa una danza e accende alcuni bracieri intorno a lei. Nella seconda, alla fine della cerimonia, arriva lo sposo e ballano insieme. Tutto si è svolto in un paesino vicino a Nazareth, erano circa 500 invitati…

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Noi, però, purtroppo, dobbiamo entrare nell’aeroporto, andando verso il controllo di polizia che ci deve dare il visto di uscita da Israele, altro momento temuto. È possibile che ci chiedano dove siamo stati, cos’abbiamo fatto, chi abbiamo conosciuto… addirittura che ci guardino le foto sul telefonino. È un po’ improbabile, ma non si può escludere. Nel dubbio, io e altri ieri sera abbiamo trasferito altrove le foto più “a rischio”, quelle del muro, dei checkpoint, delle torrette militari, dei soldati, dei murales palestinesi. Ovviamente la versione concordata è sempre quella: siamo un gruppo di semplici turisti, siamo stati solo a Gerusalemme e Betlemme. Ah, che belli i luoghi santi…
Come ulteriore misura precauzionale, abbiamo deciso che Serena starà qualche passo dietro a noi, nella fila, e si presenterà da sola, mentre noi ci presenteremo come gruppo di ViaggieMiraggi con Claudio come guida. Tutto sommato, funziona. Il grosso dell’interrogatorio tocca a lui, che se la cava bene, con un piccolo brivido quando gli chiedono quale compagnia di trasporti abbiamo usato… lì è difficile, in realtà oltre a Walid abbiamo avuto un altro paio di autisti ma tutti palestinesi. Però su, ci sta anche di non ricordarselo. Infatti ci fanno passare senza problemi. Nel colloquio individuale, che comunque c’è, solo le solite domande: “Porta armi o oggetti che possano essere usati come un’arma?”. “Qualcuno le ha consegnato regali o souvenir da portare in Italia?”.
I problemi sono tutti di Serena, che avendo i timbri di Gaza non la può passare liscia, la sua mezz’oretta con la soldatessa non gliela toglie nessuno. Ma spiegando che in fondo lavorare per una ONG è un lavoro come un altro, non è lei che sceglie dove andare ecc. ecc., anche lei viene “rilasciata”.
Anche questa è andata, è stato anche più facile di quanto ci facevano temere le nostre paranoie. Non ci hanno neanche aperto la valigia delle bambole, dove tra l’altro Alessandra, che ha solo il bagaglio a mano, aveva infilato la kofiyah, una maschera di Anonymous e altro materiale “compromettente”…
E siamo giunti al momento di chiudere questo lungo racconto. Se vi ho annoiato me ne scuso.
Non è facile trovare una chiusura come si deve per un viaggio come questo. La citazione biblica con cui ho aperto quest’ultima parte è frutto della volontà di finire con un messaggio che lasci le porte aperte alla speranza, anche se in questo momento, e dopo quello che abbiamo visto e sentito, qualunque prospettiva di pace sembra lontanissima.
Nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo, ero all’università. Ho partecipato a qualche manifestazione contro la guerra e a favore della Palestina: urlavamo “Shamir boia”, “Palestina libera Palestina rossa” e “Intifada fino alla vittoria!”. Nella nostra ingenuità, dicevamo che se le risoluzioni dell’ONU valevano per Saddam dovevano valere anche per Israele. Sono passati ventisei anni, cinquanta dall’occupazione, e le risoluzioni sono ancora lì, lettera morta come allora.
David Grossman ha scritto che ogni israeliano dovrebbe sforzarsi di non proteggere sé stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che lui fa al nemico, né dai sorprendenti tratti di somiglianza tra lui e il nemico. Solo così si può non essere più condannati a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale tra essere vittima e aggressore, senza che sia concessa una terza possibilità, più umana. Solo così si può essere uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità. E tutto questo lo ha scritto dopo aver perso un figlio in guerra nel sud del Libano nel 2006. Vorrei che ci fossero più intellettuali come lui, in Israele.
Durante questo viaggio, ho sentito il peso di essere qui a guardare e di non poter far nulla per cambiare le cose. Ho dovuto combattere contro questa sensazione di impotenza, finché ho capito che essere qui era già fare qualcosa per cambiare le cose; l’ho letto negli occhi dei bambini, l’ho sentito nelle parole di Issa, di Rabbi Jeremy e di Hassan. E soprattutto ho capito che i progetti di Vento di Terra ogni giorno cambiano le cose: ogni bambino in più che va a scuola può fare tutta la differenza del mondo. Lo abbiamo visto anche a Battir, se c’è una speranza viene dalla cultura. Del resto quello palestinese è un popolo giovanissimo: metà dei palestinesi sono nati dopo gli accordi di Oslo del 1994. Un popolo così giovane, anche se colpito duramente dalla reazione israeliana all’ultima intifada, quella dei coltelli del 2015-2016 (234 morti di cui il 76% aveva meno di 24 anni), non può e non deve non avere speranza nel futuro. L’istruzione è davvero il fattore decisivo.
E allora, se questo racconto non vi ha lasciato indifferenti, sostenete Vento di Terra, credo che non ci possa essere un modo migliore per chiudere.

Ventoditerra.org

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Grazie a Tina per i vestitini che abbiamo portato alla scuola di gomme.
Grazie a Patrizia per la riflessione sul vero muro del pianto e per tutte le foto che mi ha fornito. Grazie a Luigi per le foto della festa della cugina di Youssef.
Grazie a Michele per averci aperto una finestra sul kibbutz e sul suo mondo.
Grazie a Giulia per il preziosissimo contributo e per quel fine serata un po’ folle a base di shisha e tequila che difficilmente dimenticherò.
Un enorme grazie a Serena per la pazienza e le amorevoli cure (nel mio caso, anche sotto forma di fermenti lattici) con cui ha guidato il gruppo.
Grazie a Claudio per le storie di radio che come sempre ci ha regalato e per l’insostituibile sguardo di chi sa fare davvero il giornalista e il viaggiatore.
Grazie a Radio Popolare, a Vento di Terra, a ViaggieMiraggi.
Grazie a tutto il gruppo per la condivisione di questa esperienza e per quel senso di comunità che, come sempre, è scattato fin da subito.

E grazie a tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi rendo conto che ce n’è voluta tanta.

 

Questa è la nostra terra – Parte terza

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

Sabato 21/10/2017 – Tensione a Hebron, Dabka, Shisha e Tequila

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo, non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
(Mahmoud Darwish – Carta d’Identità)

Oggi partiamo per Hebron, che sarà la meta principale della giornata. E stasera dormiremo a Betlemme, quindi dobbiamo fare i bagagli e caricarli sul pullmino, impresa che si rivela davvero non semplice. Questo, al contrario di quello che avevamo usato per venire dall’aeroporto, ha poco spazio di bagagliaio, e noi abbiamo in più Michele, il suo zaino, il materiale per le scuole, che abbiamo separato, e un sacco di mappe che abbiamo preso all’OCHA arrotolate.
Siamo costretti a utilizzare l’ultima fila di sedili per i bagagli. Dietro ci sono anche Michele e Luigi con delle valigie in equilibrio precario che potrebbero cadergli in testa alla prima curva, ma bene o male ci mettiamo in marcia.
I checkpoint per passare dalle zone palestinesi a quelle sotto controllo israeliano e viceversa sono diventati ormai un’abitudine, per noi. A volte un soldato sale sul pullmino e chiede i passaporti, tutti o solo qualcuno, non si capisce in base a quale criterio; altre volte invece va liscia. Quelli che stanno ai checkpoint sono tutti soldati molto giovani, 18-19 anni. Non deve essere facile neanche per loro.
Oggi, qui a Hebron, troveremo la situazione forse più pesante da questo punto di vista: ci sono checkpoint molto “duri” nel pieno centro della città vecchia, che è divisa in due. Tutta la città, che ha circa 200.000 abitanti, è divisa tra la zona denominata H1, che è sotto controllo palestinese, e la zona H2, che è sotto stretto controllo militare israeliano perché ci vivono i coloni più estremisti di tutti i territori occupati, protetti da battaglioni di soldati appostati sui tetti. Dovremo attraversare questi checkpoint a piedi.
Ma prima di entrare nella città vecchia, incontriamo Giulia e ci facciamo spiegare un po’ meglio da lei, mentre sorseggiamo un succo di tamarindo che abbiamo comprato da un venditore ambulante che lo spaccia spillandolo da una botticella metallica di quelle che di solito vengono utilizzate per il tè o per il caffè.
Il nome della città, sia in ebraico (Hebron) che in arabo (al-Khalīl), significa letteralmente “amico”; è riferito al patriarca Abramo, ma suona veramente stridente rispetto a quello che è oggi questa città. Ancor di più se si pensa che entrambi i popoli che se la contendono dovrebbero discendere dal patriarca. Ai 200.000 abitanti palestinesi sono da aggiungere i 600-700 ebrei che vivono nell’antico quartiere ebraico della città vecchia, e i circa 7.000 ebrei della contigua Kiryat Arba.
Nel 2017 la città vecchia di Hebron/Al-Khalil è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.
I riscontri archeologici pongono la data di fondazione dell’insediamento alla metà del IV millennio a.C. e Hebron è più volte menzionata nell’Antico Testamento. Secondo quanto dice il Pentateuco, dopo l’insediamento degli ebrei con il Patriarca Abramo, la città divenne il principale centro della Tribù di Giuda; lo stesso Davide venne incoronato re d’Israele a Hebron, che fu la sua prima capitale. Solo dopo la conquista di Gerusalemme lasciò Hebron e si trasferì nella nuova capitale.
Una grotta situata nella parte bassa di Hebron è detta la “Tomba dei Patriarchi”. È il luogo in cui secondo la Bibbia sono sepolti Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia.
Nel dicembre 1917, Hebron fu occupata dalle truppe britanniche. Nell’agosto del 1929, si verificò il primo dei due eventi tragici che maggiormente ne hanno segnato la storia nel ‘900. Durante una serie di moti in Palestina tra i coloni ebraici e la popolazione araba preesistente, l’Haganah, un’organizzazione paramilitare ebraica, offrì la propria protezione alla comunità ebraica di Hebron (circa 600 persone su un totale di 17.000 abitanti), che la rifiutò contando sui buoni rapporti che si erano instaurati da tempo con la popolazione araba e i suoi rappresentanti. Ma il 24 agosto furono uccisi 67 ebrei (la metà del totale dei caduti ebraici morti durante la rivolta), alcuni dopo violenze carnali e torture, e 135 furono feriti (episodio passato alla storia come il massacro di Hebron del 1929). Secondo alcune testimonianze, sebbene questo non ne attenui la gravità, il massacro fu scatenato da una serie di aperte provocazioni dei coloni. Molto interessante, in questo senso, quello che dice il rabbino Boruch Kaplan, che in quei giorni c’era. Il nostro Michele ha scovato un suo scritto e lo ha inserito in un post sul suo blog, che anche in questo caso vi consiglio vivamente:

Hebron città occupata

La popolazione ebraica fu spostata a Gerusalemme al termine degli scontri; alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche.
Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti, guidati dal rabbino Moshe Levinger, occupò il principale hotel di Hebron rifiutando di lasciarlo. In seguito occuparono una base militare abbandonata fondando l’insediamento di Kiryat Arba.
Il processo di espansione della presenza ebraica a Hebron è proseguito negli anni e nel 2005 si contavano più di 20 insediamenti in città e nei dintorni. Gli ebrei che vivono in queste aree, e coloro che li appoggiano, affermano di essersi reinsediati in terre tradizionalmente ebraiche, e in edifici appartenenti da secoli alla comunità ebraica. Gli ebrei presenti a Hebron, soprattutto nella città vecchia, sono coloni ultra-ortodossi che vivono in enorme contrasto con la popolazione palestinese. Ma questo ce lo racconterà meglio la nostra guida d’eccezione, Issa Amro, un attivista palestinese fondatore del movimento “Giovani contro gli insediamenti”. Il suo attivismo è totalmente basato sulla resistenza pacifica e non violenta. Tuttavia, o forse proprio per questo, è stato arrestato varie volte. Sulla sua testa pendono 18 capi d’imputazione da parte della giustizia israeliana, ma dà talmente fastidio che l’ultima volta, il 2 settembre scorso, è stato arrestato anche dall’Autorità Palestinese per aver denunciato su Facebook l’arresto di un giornalista.

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Questo è Issa: “Palestinians should be free”, c’è scritto sulla sua maglietta

 

Issa ci racconta, tra le prime cose, che non più di una settimana fa è stato annunciato l’insediamento di 30 nuove unità abitative nella città vecchia, al posto di una struttura militare. Dice che è lo schema classico: i soldati se ne vanno e i coloni prendono il loro posto, sempre naturalmente sotto protezione militare.
Poi ci racconta quello che è successo a partire dal 1994 in Shuhada Street, la strada principale della vecchia Hebron, che vedremo appena passato il checkpoint che è qui davanti a noi.
Il 25 febbraio1994 è la seconda data che ha segnato profondamente la storia recente di Hebron.
Baruch Goldstein, un membro d’origine statunitense della Lega di Difesa Ebraica, residente a Kiryat Arba, medico ed ex ufficiale dell’esercito, penetrò nella moschea di Abramo in uniforme, evitando quindi i superficiali controlli militari predisposti, e trucidò a colpi di fucile mitragliatore 29 musulmani in preghiera, causando l’esasperata reazione dei sopravvissuti, che linciarono l’attentatore, e della popolazione palestinese. Nelle successive rivolte in tutti i territori occupati, vennero uccisi altri 125 palestinesi. L’atto sarebbe stato compiuto, secondo alcune fonti, per vendicare l’uccisione di una bambina israeliana ma in realtà in piena coerenza con l’ideologia della Lega di Difesa Ebraica, che dichiarò sul suo sito web: “Non abbiamo vergogna di dire che Goldstein fu membro fondatore dell’organizzazione”.
Dopo il massacro, la città nel 1997 venne divisa in due settori: Hebron 2 (circa il 20% della città), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’Autorità Palestinese, in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron. In accordo con il protocollo sia i Palestinesi sia gli Israeliani hanno accettato una presenza internazionale, denominata T.I.P.H. (Temporary International Presence in Hebron), con compiti di osservazione, al fine di migliorare la situazione nella città.
Ad oggi, per i civili israeliani è legale accedere al 4% del territorio della città di Hebron, mentre i palestinesi sono sottoposti ad uno stretto regime di permessi e controlli per accedere a servizi e abitazioni rimaste nella zona sotto controllo israeliano. Per proteggere qualche centinaio di coloni, è stato messo in piedi un sistema che rende la vita quasi impossibile a tutto il resto della popolazione di una città di 200.000 abitanti.
Shuhada Street, la via dei martiri, che per gli israeliani è King David Street, è oggi in gran parte una strada fantasma, come anche molte altre parti della città vecchia. Niente più negozi, o mercati. 1000 appartamenti vuoti e abbandonati. 1800 negozi chiusi. 100 barriere mobili che chiudono le strade e 23 checkpoint. Diverse strade sono vietate alla popolazione palestinese.

Ieri Peace Now, un’organizzazione pacifista israeliana, ha organizzato una manifestazione davanti a una casa palestinese occupata per chiedere al governo di evacuare i coloni che sono lì in violazione della legge israeliana. Naturalmente i coloni hanno costantemente molestato gli attivisti e fatto tutto il possibile per disturbare la manifestazione. Issa, che era lì solo per parlare, è stato arrestato e detenuto per alcune ore, dopo di che l’area è stata dichiarata zona militare chiusa in modo da poterlo mandare via da lì. Tutto ciò contro la stessa legge israeliana. “Qui ci sono due leggi” – ironizza Issa: “Una per loro e una contro di noi.”

Passiamo attraverso i tornelli del checkpoint e il metal detector, passaporti alla mano e non senza una certa tensione che aleggia nell’aria. Forse ingiustificata, perché noi non rischiamo niente. Issa un po’ di più; le guardie lo conoscono bene, ma potrebbero sempre decidere arbitrariamente di non farlo passare. Ma comunque, come si fa a non sentire anche sulla propria pelle il peso della cappa di odio e incomunicabilità che pervade questo posto?

Dall’altra parte, H2. Bandiere israeliane, murales che raccontano la storia di Hebron dal punto di vista dei coloni: la città dei patriarchi e di Davide, una comunità pia e devota. La distruzione del 1929 e la rinascita del 1967.

E, ciò che colpisce di più, stelle di David dipinte con la vernice spray sulle porte. Una folle ripetizione, chissà quanto consapevole, del modo in cui i nazisti segnavano case e negozi ebraici con quello che per loro era un marchio d’infamia. Cosa possa portare centinaia di persone a rinchiudersi volontariamente e convintamente in quello che è pur sempre un ghetto, per quanto protetto possa essere, ci risulta davvero difficile da comprendere. Nell’area H2, insieme ai 600 coloni, vivono ancora 40.000 palestinesi, soggetti a grandi restrizioni nell’accesso ai servizi essenziali: scuola, pronto soccorso, rifornimenti di acqua. Diverse migliaia se ne sono andati.

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Nel frattempo si sono avvicinate due colone israeliane, due signore di circa 50-60 anni, con il capo coperto per nascondere i capelli. Si, perché non l’abbiamo ancora detto ma anche le ebree ortodosse si coprono, o a volte si rasano, i capelli, perché sono considerati un attributo sessuale. E quindi nessuno deve vederli, per i più estremisti neanche il marito, perché nella coppia la sessualità deve essere finalizzata solo alla riproduzione, e non al piacere. Per un po’ hanno seguito in silenzio quello che Issa sta dicendo in inglese. Ora una delle due decide di intervenire, e lo fa in modo verbalmente molto aggressivo. Sostiene che Issa mente, e lo accusa di appoggiare il terrorismo. A proposito di quest’ultimo episodio, dice che il soldato ha fatto solo il suo dovere, impedendo al terrorista di nuocere e salvando altre vite. “E perché ora è in prigione?” – la incalza Issa. “Questo è ingiusto. Quel soldato è un eroe.” Ribatte lei convinta. Aggiunge che Issa non può dire che il checkpoint è qualcosa di sbagliato, perché è lì per proteggere le loro vite dai continui attacchi dei terroristi arabi. E lui non sta dicendo che il male è il terrorismo. Issa ribadisce più volte: “La violenza è male. Il terrorismo è male. Mi ascolta? Glielo sto dicendo.” Ma lei insiste che quel checkpoint non è lì per l’occupazione, ma per “Your terrible terror”.
“Quando è stato aperto il checkpoint?” – chiede Issa. E la colona afferma sicura che è stato dopo l’uccisione di suo padre, il rabbino Shlomo Ra’aman, barbaramente pugnalato nella sua casa da un palestinese nel 1998. L’episodio è vero, ho scoperto poi, ed effettivamente ci sono stati negli anni numerosi attacchi di questo tipo, anche se lei ne ingigantisce il numero parlando di 50 accoltellamenti. Peccato, però, che lei stessa colloca il fatto, correttamente, nel 1998, e i checkpoint sono stati istituiti prima, con il protocollo di Hebron nel 1997 a seguito del massacro di Goldstein del 1994. Quindi è lei che mente sapendo di mentire, e questo fa capire molte cose. E “dimentica” di citare tutti gli altri, innumerevoli, episodi di violenza gratuita commessi dai coloni contro i palestinesi. La violenza c’è stata da ambo le parti, la lista purtroppo è lunghissima. Posso comprendere umanamente il rancore che prova, ma questo non la autorizza ad accusare Issa, che non ha niente a che vedere con i terroristi e che, anche se suo padre è stato ucciso dai soldati israeliani, vuole la pace. Come non la autorizza a dire, come fa, che se noi crediamo alle menzogne di Issa siamo antisemiti. Questo non posso tenermelo. “Noi non siamo antisemiti, signora. Nessuno di noi” le rispondo, ma naturalmente non mi ascolta.
Continua a contestare Issa anche sull’episodio della ragazza. Sostiene che aveva un coltello, che è stato trovato. Di questa storia esistono due versioni, come quasi sempre. L’esercito israeliano, chiaramente, ha dovuto giustificare l’incidente e lo ha fatto mostrando la foto di un coltello e asserendo che questo aveva fatto suonare il metal detector e che la ragazza lo stava per usare. Ma questa ricostruzione è totalmente falsa per i testimoni palestinesi ed evidentemente anche per Amnesty.
A questo punto Issa chiede: “Questa è Palestina o Israele?”. E lei risponde, senza che il minimo dubbio la sfiori: “Questo è Israele”. “E allora dov’è la Palestina?” – chiede Issa. “So Palestine doesn’t exist for you” aggiungo io.
Ma è chiaro che non esiste per lei. Per lei non esiste l’occupazione, non esistono gli accordi di Oslo, non esiste il diritto internazionale, non esiste nulla se non il suo fanatismo e il presunto diritto divino di stare qui perché questa è la terra che Dio ha dato al popolo eletto, e Hebron è la città di Davide e dei patriarchi. Per lei Palestina è solo il nome che i romani hanno dato a un territorio, di fatto nega addirittura l’esistenza di un popolo palestinese, come del resto fanno tutti i coloni estremisti. È inutile continuare a discutere con lei, la salutiamo e ce ne andiamo. Ma abbiamo avuto davvero un esempio che più chiaro non si può di chi rende la convivenza impossibile, qui. La convivenza che è stata possibilissima fino al 1929. E di come la religione viene usata come un’arma di sopraffazione e come uno schermo dietro il quale nascondere le proprie azioni, accusando tutto il resto del mondo di antisemitismo.
In tutto questo i soldati, armati di fucili mitragliatori, per tutto il tempo ci hanno osservato da non troppo distante, e questo non ci rasserena più di tanto.
Mentre ci allontaniamo, qualcuno del gruppo mi chiede di tradurre, almeno in sintesi, il contenuto della discussione. È successo tutto in inglese e abbastanza rapidamente, non tutti hanno capito. Dalle facce che vedo intorno a me, parecchi sembrano un po’ scossi.

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Andando verso le tombe dei patriarchi, incrociamo qualche altro gruppetto di stranieri (a noi si aggregano per un po’ tre ragazzi tedeschi). C’è anche una troupe della BBC, che sta girando un servizio o un documentario. Il giornalista ci tiene a farci sapere che è londinese, ma tifa Manchester United. Qualcuno di noi probabilmente è finito nelle sue immagini, ma al momento non sappiamo se e quando il tutto andrà in onda.

Serena ci racconta di una lettera di Freud, non esattamente un ebreo qualunque, nella quale lui critica apertamente il sionismo e indirettamente l’amministrazione del mandato britannico per la scelta di prospettare la fondazione di uno stato ebraico in Palestina. E, grazie alla velocità di Michele nel cercare sul cellulare e al fatto che è l’unico qui ad avere una SIM israeliana, può anche leggerla.

La lettera è datata 26 febbraio 1930 e indirizzata a Chaim Koffler, membro del Keren Hajessod, che gli aveva chiesto di sostenere pubblicamente il diritto degli ebrei di pregare davanti al Muro del Pianto a Gerusalemme:

«Non posso fare quello che Lei desidera. Non sono capace di vincere la mia avversione ad annoiare con il mio nome e proprio la situazione critica attuale non mi sembra giustificarlo. Chiunque voglia influenzare le masse deve dar loro qualcosa di eccitante e di infiammante e il mio sobrio giudizio sul sionismo non me lo permette.

Certamente io simpatizzo con i suoi fini, sono fiero della nostra università in Gerusalemme, e sono lieto per il prosperare dei nostri insediamenti. Ma, d’altra parte, io non penso che la Palestina potrà mai diventare uno stato ebraico e che il mondo cristiano e il mondo islamico potranno mai essere disposti ad avere i loro luoghi sacri sotto il controllo ebraico. Mi sarebbe parso più sensato fondare una patria ebraica in una terra meno gravata dalla storia. Ma so che un punto di vista così razionale non avrebbe mai ottenuto l’entusiasmo delle masse e il supporto finanziario dei ricchi. Riconosco con tristezza che è in parte da imputare al fanatismo irrealistico del nostro popolo il risveglio della diffidenza araba. Non ho alcuna simpatia per la pietà mal diretta che trasforma un pezzo del muro di Erode in una reliquia nazionale che offende i sentimenti delle popolazioni locali. Giudichi ora lei stesso, se con un simile atteggiamento critico io sia la persona giusta per confortare un popolo illuso da una speranza ingiustificata.»

Per arrivare al complesso delle tombe dei patriarchi, ora dobbiamo passare un altro checkpoint per uscire da H2 e rientrare in H1, dato che noi entreremo dal lato arabo, cioè dalla moschea di Abramo, proprio quella del massacro. Ora la moschea è anch’essa divisa da un muro interno, e dall’altro lato è una sinagoga. Da entrambi i lati ci si può affacciare sulla fossa dove si dice si trovino le tombe, ma gli accessi sono separati. Se anche volessimo entrare dal lato ebraico, oggi non potremmo farlo perché è Shabbat. Issa ha dovuto fare un lungo giro per arrivare fin qui, perché lui in Shuhada Street non può camminare.

Appena passato quest’altro checkpoint, un altro piccolo incidente che ci fa comunque una certa impressione. Dei ragazzini palestinesi stanno litigando, e uno di loro cadendo a terra lascia cadere una bottiglia di vetro che rotolando va ad infrangersi contro il checkpoint. I ragazzini sono molto agitati, urlano e continuano a picchiarsi. Issa e Mohammed, il suo amico e compagno di lotta non violenta, intervengono per dividerli. Dopo un po’ i ragazzi si calmano, ma a noi resta la percezione che la tensione che si è creata in quest’area, anche e forse soprattutto tra i più giovani, sia tale che basta pochissimo per far sì che la rabbia repressa esploda e non possa essere facilmente incanalata in gesti non violenti. Il lavoro che fa il gruppo di Issa è davvero importantissimo.

Anche nella violenza, comunque, c’è una certa sproporzione. Dall’inizio del 2012, circa 700 palestinesi sono stati feriti dai soldati israeliani o dai coloni, mentre 44 israeliani sono stati feriti da palestinesi.

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Entriamo nella moschea, dove le donne devono bardarsi con dei lunghi mantelli grigio-azzurrini dotati di cappuccio.

Fu Erode il grande a costruire la struttura sopra le grotte. Questo, quindi, è ritenuto il luogo di culto usato continuativamente più antico del mondo: qui si prega da più di 2000 anni. La struttura era priva di tetto fino al periodo bizantino, nel quale venne costruita una semplice basilica.

Nel periodo arabo, nel 637, fu costruita la moschea con il tetto.

Nel 1100, dopo che l’area era stata catturata dai crociati, l’edificio tornò ad essere una chiesa e fu vietato l’ingresso ai musulmani.

Nel 1188 Saladino la riconvertì in moschea, consentendo però che i cristiani continuassero ad entrare, e aggiunse i minareti. La moschea fu poi ampliata nel 1300, durante il periodo mamelucco, e restaurata durante il periodo ottomano.

Sostiamo per un po’ nella sala della preghiera. Della fossa dove dovrebbero trovarsi le tombe, non si vede molto. Bisogna più che altro immaginare, farsi trasportare dalla potenza dei simboli. Difficile però non pensare che il simbolo più forte è proprio quella parete divisoria, dall’aspetto anche piuttosto brutto, che taglia in due la moschea-sinagoga.

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Usciamo e ci dirigiamo verso il souq, dove il tour continua con qualche fuori programma tipo un signore che sulla porta di un negozio intona un canto da muezzin con una voce potentissima. Anche qui i vicoli del souq sono protetti con reti metalliche contro i lanci dei coloni, che però rispondono lanciando sostanze liquide che possono passare attraverso la rete. Quando va bene acqua, come abbiamo visto noi, in genere acqua sporca, ma a volte anche altre sostanze organiche poco piacevoli. L’acqua possono permettersi anche di sprecarla, visto che ne hanno a disposizione dieci volte di più degli abitanti palestinesi.
Anche questo fa parte dell’apartheid che si vive in questa città, dice Issa, che si ferma di proposito a parlare davanti a un cancello orlato di filo spinato dietro il quale c’è un presidio di soldati. Passa sì e no un minuto e il cancello si apre; i soldati armati si affacciano a vedere cosa succede. Issa resta calmo e chiede anche a noi di mantenere la calma: non possono farci niente, non stiamo facendo nulla di illegale. Sarà, ma preferiamo allontanarci a scanso di equivoci.
Lui non perde proprio la calma, anzi è in vena di battute. Se i coloni hanno diritto a stare qui per la storia, dice, allora perché non considerare anche che Hebron è stata lungamente dominata dai romani? E allora anche voi italiani potreste venire qui e dire: Questa è la nostra terra! Potremmo farci un pensierino ma… no, grazie. La situazione è già abbastanza incasinata così.
In chiusura del tour, Issa ci saluta e ci ringrazia ribadendo che il suo intento non è di generare odio, ma solo di far conoscere il più possibile quello che è diventata la vita qui. Perché, dice, Israele non avrebbe potuto mantenere questo stato di cose così a lungo se all’estero non avessero fatto finta di non vedere. E voi siete responsabili di quello che avete visto, dovete esserne testimoni nel vostro paese. Che è poi il motivo per cui mi sono dilungato tanto su questo argomento, per fare nel mio piccolissimo qualcosa. Spero che mi perdonerete.
Per chi vuole approfondire, qui potete trovare la scheda di Issa su Wikipedia e la sua pagina Facebook.

Issa Amro – Wikipedia

Issa Amro – Facebook

 

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E qui c’è un bel documentario del 2010:

Hebron – This is my land

C’è tempo per qualche acquisto, in particolare presso una cooperativa di donne che lavora con Vento di Terra, e poi siamo attesi per il pranzo a casa della signora Laila di Women in Hebron, che ci accoglie con tutti gli onori e con una cerimonia molto scenica con la quale il piatto principale viene “scodellato” per la gioia dei fotografi. Si tratta di un piatto chiamato Makloube, cioè appunto “la rovesciata”. È a base di riso, agnello e verdure, ed è accompagnato poi da salsa allo yogurt e insalata. Tra le verdure pomodori, patate, cavolfiori e melanzane.

Laila, gentilmente, si informa: vuole sapere se ci piace. “Hamdulillah!” – rispondo – che letteralmente significa “Dio sia lodato”, ma in arabo si usa in tantissime situazioni, quando si vuole esprimere felicità, soddisfazione, apprezzamento per qualcosa di bello e gratitudine per chi ti sta trattando bene.

C’è tanta altra roba, a dire il vero. Tutti i piatti sono gustosi, come sanno essere i piatti della cucina casalinga, e il clima conviviale è molto piacevole. Ci sentiamo veramente a casa. Per questo ci dispiace ancora di più, se possibile, scoprire che proprio ieri il figlio di Laila è stato arrestato mentre andava a lavorare clandestinamente in Israele. Come sempre accade in questi casi, non ha ancora potuto parlare con la sua famiglia, né presumibilmente con un avvocato. E non è dato sapere quanto potrà restare in carcere senza processo. Noi, purtroppo, non possiamo fare altro che esprimere solidarietà.

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Passeggiando nel souq torniamo verso il pullmino, che ci porta a Betlemme. Ci sistemiamo nel nuovo hotel, che si chiama Holy Land Hotel, facciamo una doccia veloce e ci prepariamo per l’appuntamento del tardo pomeriggio, che è quello con uno spettacolo della compagnia di danze tradizionali palestinesi El Funoun.
Per assistere allo spettacolo dobbiamo spostarci all’Università di Gerusalemme, dove la compagnia si esibisce in un teatro all’aperto. Fa un freddo inaspettato, rispetto a quello che abbiamo avuto le altre sere; c’è sempre una certa escursione termica tra il giorno e la sera, ma stasera si sente particolarmente, anche perché c’è un vento piuttosto forte. Non tutti siamo venuti abbastanza attrezzati, anche perché non sapevamo che sarebbe stato all’aperto. Io posso comunque cedere la mia seconda felpa, con una ce la faccio; ma sono un po’ rammaricato di non aver portato la mia kofiyah nuova, con cui mi sarei potuto riparare la gola. In realtà, però, sui gradini del teatro il vento si sente meno e si sta tutto sommato bene.
Lo spettacolo inizia con una lunga serie di discorsi di saluto e ringraziamenti da parte delle autorità, che naturalmente non capiamo. Tranne quando, a un certo punto, è chiaro che la personalità di turno, forse il rettore, fa riferimento all’Italia! Ci guardiamo e guardiamo Serena e Giulia, in cerca di spiegazioni. Viene fuori che Giulia ha comunicato all’organizzazione che saremmo stati presenti e così… ci stanno ringraziando! Clamoroso.
Finalmente inizia lo spettacolo. La danza tradizionale palestinese si chiama Dabka, e questa compagnia è la migliore su piazza, di tanto in tanto si esibisce anche all’estero. In effetti lo spettacolo è piacevole, bei costumi, belle coreografie e giochi di luci. Molti dei numeri di danza sono chiaramente ispirati a momenti della vita contadina, dalla semina al raccolto, al ritmo delle stagioni e così via, o alla pastorizia. Solo alcuni sono più guerreschi, con spade e acrobazie. Un piccolo assaggio:

 

Ci accorgiamo, a spettacolo già iniziato, che intorno a noi, sul lato destro del teatro, ci sono solo donne o famiglie con bambini. I ragazzi e i giovani uomini stanno dall’altra parte, sul lato sinistro, e naturalmente fanno molto più casino: si alzano, ballano, urlano, mentre le ragazze vicino a noi sono decisamente più tranquille. Giulia ci spiega che per spettacoli di questo tipo è abbastanza normale che ragazzi e ragazze stiano in settori separati. In mezzo c’è proprio una specie di cordone di sicurezza, fatto da uomini del servizio d’ordine, che quando qualche ragazzo prova a passare di qua lo prendono e lo ributtano di là senza tanti complimenti.
A un certo punto si scatena un parapiglia apparentemente senza motivo. Quasi tutti i ragazzi corrono verso l’alto delle gradinate, come se volessero scappare verso l’uscita. Il loro settore quasi si svuota per qualche minuto, poi lentamente tornano indietro. Anche questo ci dicono che è normale, i ragazzi possono facilmente diventare un po’ sovraeccitati e allora si scatenano delle mini-risse che raramente degenerano, ma provocano sempre grandi movimenti di folla.
Finito lo spettacolo, anche noi sciamiamo lentamente verso l’uscita. Poiché il nostro autista per oggi ha finito di lavorare, dobbiamo trovare un altro minibus per tornare a Betlemme. E Michele rimarrà con noi anche stasera, perché l’autista nella fretta si è portato via il suo zaino… ma questa per noi è senz’altro una buona cosa. Dobbiamo trovargli un posto per dormire, ma nella camera di Claudio c’è un letto libero. Per fortuna Serena e Giulia riescono a trovare un trasporto in un tempo ragionevolmente breve, così possiamo dirigerci verso un istituto religioso cristiano, dove ci aspettano per la cena.
Mangiamo in una specie di refettorio, in un clima un po’ ovattato, ma forse è quello che ci voleva dopo una giornata lunga e un po’ stressante, sul piano emotivo. La cena comunque è abbondante.
Non mi dilungo troppo sulla cena perché lo spazio a disposizione non è infinito e neanche la vostra pazienza, presumo; perciò, preferirei concentrarmi sul dopocena. Sì, perché è la sera della promessa di Giulia e così un piccolo drappello da lei guidato e composto anche da Claudio, Michele, Elena, Patrizia e da me decide di recarsi al Nativity Hotel, dove presta la sua opera un barman amico e pusher di tequila della nostra Giulia. Gli altri, che preferiscono raggiungere al più presto le braccia di Morfeo, tornano all’hotel e lì si fermano.
Noi, invece, partiamo in sei sulla macchina di Giulia, con Claudio seduto davanti accanto a lei e Michele, che è il più leggero, sulle sue ginocchia. Il viaggio per fortuna è breve e, arrivati al Nativity, saliamo nel salone bar al primo piano, dove c’è ancora qualche cliente ma data l’ora in parecchi sono già andati via o se ne stanno andando. Meglio, è quasi tutto per noi. Notiamo subito uno strano personaggio vestito da prete ortodosso dietro il bancone del bar. Sarebbe fantastico se fosse il barista, ma in realtà è solo un avventore molto… abituale che è in confidenza con il barista stesso. Non è il barista, ma è comunque un gran personaggio, scopriremo presto.
Infatti, dopo il primo giro di tequila di riscaldamento, visto il nostro evidente interesse si siede con noi e ci allunga il biglietto da visita: Rev. Fr. Boulus Khano – St. Mark’s Monastery – Old City – Jerusalem.
Cosa voglia dire quel Fr. non l’abbiamo mai capito, ma l’ipotesi più accreditata è che sia l’abbreviazione di Father. Fatto sta che, benché dal look possa sembrare un prete armeno, soprattutto dal copricapo, ho scoperto poi che appartiene alla Chiesa ortodossa siriaca. La Chiesa ortodossa siriaca è una Chiesa ortodossa autocefala originaria del Vicino Oriente, ma con fedeli sparsi in tutto il mondo. È una delle Chiese ortodosse orientali. Nel mondo i fedeli di questa Chiesa sono circa due milioni.
I siro-ortodossi sono tuttora monofisiti, cioè credono in un Cristo solo apparentemente uomo, la cui natura è totalmente divina; pertanto non riconoscono i decreti del concilio di Calcedonia, il IV concilio ecumenico della cristianità (451). La Chiesa ortodossa siriaca utilizza come lingua liturgica il siriaco, un idioma appartenente al gruppo dell’aramaico. A capo della Chiesa è il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, con sede a Damasco.
Ebbene, il nostro, oltre ad essere piuttosto giovane e dotato di un certo fascino, non è solo un prete. In un ottimo inglese, si presenta subito come cantautore in lingua aramaica, che mastica per questioni liturgiche. Sostiene di aver scritto più di duemila canzoni. A richiesta (ma non si fa certo pregare), ce ne accenna una a cappella. Diciamo che non è esattamente hard rock come ritmo, ma ha sicuramente un suono evocativo, ed è molto alternative. Ci fa vedere anche un video, fatto con una certa professionalità, sembrerebbe. Be’, fa un genere veramente di nicchia. Quante persone ci saranno che parlano correntemente aramaico nel mondo? Secondo Wikipedia 445.000, non credevo. Ma comunque cantautori in aramaico penso pochini, è facile che sia uno dei migliori tre, ammesso che ce ne siano altri due.
Nasce l’idea di fargli fare un jingle per la radio, Claudio è specialista in queste cose. Stanno già decidendo di cercare un posto un po’ più tranquillo nell’hotel per registrarlo, ma poi viene fuori che Father Boulus potrebbe essere disponibile anche per una serata. Però, dato che fa anche l’accompagnatore turistico e che parte domani con un gruppo, non potrà essere disponibile prima di martedì, che sarebbe la nostra ultima sera. Per noi va bene, ci mettiamo d’accordo così e ci salutiamo.
La serata va avanti, tra un bicchiere di tequila e una fumatina di Shisha. Sì, perché dopo il primo giro, sempre grazie ai buoni uffici di Giulia, è comparso un Arghilè e allora… non ci tiriamo indietro. Tutta roba legale, ci tengo a precisare.
Ora, non scendo in dettagli sul numero di giri di tequila bevuti ritualmente, tutti d’un fiato con sale e limone, sul chi, sul quanto e sul come. E neanche sul tenore delle successive conversazioni, che hanno toccato argomenti dei più vari.
Mi limito a dire che, a una certa ora della notte, ce ne siamo tornati in albergo sempre sulla macchina di Giulia. Ma stavolta, visto che lei preferiva guidare il meno possibile, ha guidato Claudio e io mi sono tenuto in braccio Michele. Giulia, comunque, poi a casa sua ci è arrivata tranquillamente, e il giorno dopo era fresca e lucidissima, quindi vuol dire che non aveva bevuto poi così tanto… o che regge l’alcol alla grande, scegliete voi.

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Domenica 22/10/2017 – La Scuola di gomme, Rabbi Jeremy e il campo profughi di Shu’fat

Oggi è il giorno della Scuola di gomme, il progetto forse più noto internazionalmente di Vento di Terra e tra i più importanti sul piano simbolico.
Per arrivarci passiamo da Gerusalemme, dove lasciamo Michele, in un punto comodo per raggiungere a piedi la stazione degli autobus. Lì prenderà un pullman per tornare verso il nord, verso il suo kibbutz. Ci mancherà, in questi ultimi tre giorni. Ci ha detto che spera di portare a Hebron qualcuno dei suoi amici israeliani. Dal kibbutz realtà come quella appaiono molto lontane. Genericamente tutti sanno che in Cisgiordania ci sono dei problemi, ma non è qualcosa che li tocca realmente nella vita di tutti i giorni e, ovviamente, tendono a vederla dal punto di vista israeliano. Quasi tutti hanno un parente, un amico, una persona che conoscono in maniera più o meno diretta, qualcuno che è morto, è rimasto ferito o ha comunque un’esperienza drammatica legata al conflitto. E lì finisce. Anche perché l’informazione “mainstream” è piuttosto condizionata. La maggior parte delle persone non sa cosa succede davvero in posti come Hebron. Ma ci sono alcuni ragazzi, nel kibbutz di Michele, che si sono dimostrati curiosi di capire di più, di vedere con i loro occhi cosa c’è al di là del muro. Speriamo che ci vadano davvero, e che serva a qualcosa.

Gerusalemme in questi giorni è un po’ in subbuglio per le manifestazioni degli ebrei ortodossi, che protestano contro la proposta, attualmente sul tavolo politico, di abolire la legge che consente loro di essere esentati dal servizio militare. Questo, dal resto della popolazione israeliana, è vissuto come uno dei tanti privilegi di cui godono gli ortodossi, ma loro evidentemente ci tengono e sono pronti a difenderlo con i denti.
La Scuola di Gomme si trova a Khan al Ahmar, campo beduino situato tra Gerusalemme e Gerico, e ospita oggi quasi duecento bambini della comunità Jahalin. Circondati da insediamenti israeliani, esclusi da ogni servizio di base, i beduini vivono in condizioni di estrema marginalità. Molti bambini prima della costruzione della scuola, che è una scuola primaria, avevano abbandonato gli studi. Gli altri raggiungevano a piedi o in pullman la scuola più vicina (si fa per dire), a Gerico.
La scuola, anche questa in architettura bioclimatica e dotata di un impianto fotovoltaico grazie al contributo della cooperazione italiana, è stata costruita nel 2009, in due settimane. Il cantiere doveva durare il meno possibile per sfuggire al gruppo di monitoraggio dei coloni, che tiene sotto controllo tutto quello che succede nell’area. L’edificio, “non permanente” dal punto di vista strutturale, è stato realizzato con pneumatici usati riempiti di sabbia e sassi, con argilla e con legno. Tutto, ovviamente, per non contravvenire ai regolamenti militari israeliani che vietano la costruzione non autorizzata di edifici in area C.
I volontari che hanno costruito la scuola venivano da Ramallah, da Gerusalemme e dall’Italia. Lentamente sono arrivati anche i soldi. Prima 8.000 euro, racimolati da donatori e cooperazione. Poi le suore comboniane hanno aggiunto 10.000 euro e Israeli committee against house demolitions (Icahd) altri 8.000 euro.
Il progetto ha beneficiato di un’ampia copertura mediatica. Nonostante ciò la Scuola di gomme è al centro di una complessa vicenda legale ed è da anni sotto ordine di demolizione. A difesa del diritto allo studio per questi bambini Vento di Terra ha lanciato la campagna: “Chi demolisce una scuola demolisce il futuro”, a cui si sono uniti Amnesty International, UNRWA (United Nations Relief & Works Agency, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi) e Unicef.
Successivi interventi hanno realizzato aule e spazi aggiuntivi, sempre tramite l’utilizzo di tecniche di architettura bioclimatica con materiali naturali e di riciclo. Le gomme, tra l’altro, offrono un buon isolamento termico: la scuola è fresca in estate e calda in inverno.
Per saperne di più:

La Scuola di Gomme

L’attenzione intorno alla scuola è dovuta anche al fatto che si trova su quello che viene chiamato il “Corridoio E1”, che se fosse “liberato” dalla presenza dei beduini connetterebbe gli insediamenti con Gerusalemme, completando il percorso del muro e dividendo di fatto quel che resta della Palestina in due tronconi. Poco lontano sorge Maale Adumim, una delle colonie israeliane illegali più grandi e organizzate dei Territori Palestinesi. Proprio per questo sono sotto ordine di demolizione anche le case del vicino villaggio beduino.
Arrivarci, alla scuola, non è banale. Parcheggiamo il pullmino in una piazzola, dove ci aspetta quello che potrebbe sembrare un hippy con un cappello da cowboy ma è in realtà il rabbino Jeremy Milgrom, dell’associazione “Rabbis for Human Rights”, che ci accompagnerà nella visita. Da qui dobbiamo percorrere un sentiero pietroso che costeggia per un po’ la strada asfaltata, poi disegnando una curva si incunea sotto di essa per sbucare dall’altra parte. Il tunnel che passa sotto la strada è stato decorato con graffiti da Ivan Tresoldi, per tutti Ivan, poeta e street artist milanese. Oltre il tunnel ecco il villaggio, e la scuola. Anche questo è un po’ simbolico, in fondo.

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Noi arriviamo al momento dell’intervallo, quando i bambini, come in tutto il mondo, corrono felici fuori dalle classi per godersi qualche minuto di giochi. E quindi, è l’occasione migliore per consegnare uno dei nostri regali, sicuramente uno dei più graditi dai bambini a qualsiasi latitudine: il pallone. Sì, proprio QUEL pallone, il famoso pallone giallo che tanto abbiamo penato per portare qui e che ha rischiato di restare all’aeroporto di Istanbul. Ed eccoli, tutti dietro a un pallone in uno sciame leggeri come stracci, diceva il poeta.
Sono belli da vedere, ma serve un po’ d’ordine. E allora Claudio, come ha detto lui, per cinque minuti si sente un po’ Mourinho e si mette a fare l’allenatore, con un gruppo di bambini davanti che si divertono come matti a provare i colpi di testa.
Fatalmente restano un po’ tagliate fuori le bambine. Ma ci sono giochi anche per loro, e ci sono per esempio anche un po’ di vestitini che ho portato io che sono tutti per bambine. E c’è tanto materiale scolastico per tutti.
È così bello vederli giocare e sorridere, e provare a scambiare qualche parola con loro, in inglese con quelli che lo parlano un po’ o spendendo le mie quattro parole di arabo, che la visita alla scuola passa quasi in secondo piano. Ma è importante sapere che oggi ci sono otto classi, e che la Corte suprema israeliana si è espressa nel 2014 invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura. Ma sempre nel 2014, sotto gli sguardi stupiti ed impauriti di oltre un centinaio di bambine e bambini, l’altalena e lo scivolo regalati dal Governo italiano sono stati confiscati perché l’installazione delle attrezzature da gioco non era stata autorizzata dall’Amministrazione Civile israeliana.
Nell’agosto 2016 è arrivato un nuovo ordine di demolizione. L’intenzione dell’esecutivo israeliano è demolire la scuola e riallocare in tempi brevi gli alunni nel plesso di Al Jabal. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

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Salutiamo, un po’ a malincuore, i bambini e ci spostiamo al villaggio, dove ci accoglie Hamiz. Hamiz, spiega Serena, è il figlio di Suleyman, il mukhtar del villaggio, che normalmente è quello che fa gli onori di casa, ma oggi non c’è e quindi il figlio lo sostituisce. Con lui e con il rabbino Jeremy ci sediamo all’ombra, in uno strano piccolo angolo di verde in mezzo al deserto, con un incredibile sottofondo di uccelli che cantano. Hamiz non parla inglese, ma parla ebraico. E perciò questa volta serve una doppia traduzione: Hamiz è tradotto da Jeremy che è tradotto da Serena.
La storia della comunità beduina di Khan al Ahmar è abbastanza simile a quella dei beduini di Wadi Kafar, e probabilmente anche a quella delle altre comunità beduine stanziate in Cisgiordania. Sono arrivati qui nel ’52, profughi dalle terre conquistate da Israele nel ’48. E quindi sono qui, in realtà, da molto prima dei coloni di Maale Adumim e Kfar Adumim.
Dieci anni fa, racconta Jeremy, si è venuti a sapere del progetto di ampliare il muro annettendo quindi, di fatto, a Israele questa parte di territorio abitata dalle comunità beduine, che ormai non sono più nomadi ma che continuano a mantenere un stile di vita legato profondamente alla pastorizia. A lui diedero un GPS e gli chiesero di venire qui a vedere chi c’era in quest’area, ed è così che è entrato in contatto con questa comunità, che prima non aveva mai avuto contatti con nessuna ONG e di cui ben poco si sapeva. Subito i membri della comunità gli dissero che c’era bisogno di una scuola, perché i bambini erano costretti per andarci a spostamenti lunghi, costosi e pericolosi, a Gerico o ancora più lontano. Avevano fatto dei tentativi per costruirne una, ma senza successo.
La costruzione della scuola di gomme fu un grande evento per la comunità, perché non solo era una scuola, ma anche il primo vero spazio che avevano i bambini per giocare. Al tempo stesso, però, la comunità finì sotto pressione, e alcuni suoi membri non poterono più andare a lavorare negli insediamenti, il che rappresentava la loro unica fonte di reddito.
L’anno scorso, sempre per la costante pressione dei coloni, sono stati confiscati i pannelli solari. Fortunatamente, andando davanti alla corte, la comunità è riuscita a riaverli, ma questo testimonia ulteriormente quanto i coloni cerchino di render loro la vita difficile.
Nelle ultime settimane, però, è sorto un piccolo segnale positivo: sembra che nell’insediamento più vicino si stia sviluppando un inizio di discussione tra i coloni. Alcuni cominciano a pensare che tutta questa pressione per espellere i beduini, alla fine, forse non sia una cosa giusta. Un piccolo gruppo è venuto qui la settimana scorsa, almeno a vedere e a prendere i primi contatti, forse ne verranno altri. È la prima volta in trent’anni che si muovono per vedere cosa c’è a soli 3 km dalla loro colonia. È un piccolo barlume di speranza, ma ce lo prendiamo. È così raro, in questi giorni di viaggio, che qualcuno ci dia delle buone notizie. Al di fuori dei progetti di Vento di Terra, è chiaro, che valgono tanto in questo senso.
Un altro fatto positivo è che questa storia è tra quelle più note in Israele, per diversi motivi: perché la scuola è insolita come struttura, perché è stata creata da una ONG italiana e perché si sa che ha raccolto consensi in Europa, sia a livello politico che di opinione pubblica. E perciò oggi è più difficile che possano davvero demolirla, anche perché, dice Jeremy, la comunità ha trovato un buon avvocato. Speriamo tutti che sia così. Comunque, almeno fino alla fine dell’anno scolastico ci arriverà sicuramente, e qui è così: ogni anno scolastico in più che si chiude con la scuola ancora in piedi è una vittoria.
D’altra parte, bisogna purtroppo anche tener conto che c’è questa narrazione, che rimane, che i beduini siano un ostacolo all’espansione degli insediamenti, anche se qui in realtà gli insediamenti non sono così vicini. E che il pregiudizio contro i beduini è ancora forte nella stessa società palestinese, figuriamoci tra gli israeliani. Jeremy fa un interessante parallelo con il pregiudizio che colpisce i rom in Europa, ed è vero: forse qui non si dice che i beduini rapiscono i bambini, ma se si va al fondo delle cose è ancora la contrapposizione antica come il mondo tra le civiltà stanziali e le civiltà nomadi, almeno culturalmente. Molti pensano: ma perché devono stare qui? Ci sono tanti paesi arabi dove potrebbero andare. E poi non hanno i permessi per costruire. Ed è vero, ma come potrebbero ottenerli, in area C? Le autorità militari non glieli concederebbero mai. Esistono anche dei documenti, in possesso dei beduini, che attestano la proprietà di queste terre, ma è chiaro che non verranno mai presi in considerazione.
Insomma, c’è sì qualche motivo per sperare, ma la situazione resta molto complicata.
La Scuola di gomme non è l’unica sotto ordine di demolizione. 51 scuole in area C e a Gerusalemme Est sono a rischio di chiusura o di demolizione, e questo chiaramente impedisce sia la manutenzione che l’ampliamento delle infrastrutture scolastiche. Gli studenti delle comunità più remote spesso devono camminare fino a dieci chilometri per andare e tornare da scuola, mettendo anche a rischio la loro sicurezza.
Anche allargando lo sguardo, la situazione internazionale generale non offre prospettive entusiasmanti. Jeremy è nato negli Stati Uniti, e si trasferito in Israele all’età di 15 anni. Parte della sua famiglia vive tuttora negli USA. E ci informa, non senza una puntina di vergogna, che suo fratello ha votato Trump.
In Israele, anche lui ci conferma, la maggior parte delle persone sa poco o niente di quello che succede qui. Molti preferiscono non sapere. David Grossman ha scritto che i media israeliani hanno inventato un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più facile da digerire per il loro pubblico, creando così una separazione tra tutto ciò che lo Stato compie nelle zone d’ombra del conflitto e il modo in cui i suoi cittadini scelgono di vedere se stessi.
Organizzazioni come quella di Jeremy hanno, purtroppo, poco peso politico e poca visibilità. La politica israeliana, anche quella della sinistra, va in tutt’altra direzione. Come esempio, cita un articolo apparso ieri su Haaretz, un giornale definito “liberal”: L’ex ministro laburista Moshe Ya’alon ha dichiarato che in Cisgiordania c’è spazio ancora per un milione, o due milioni, di coloni. Il che è incredibile, se si pensa a quanti ce ne sono già ora. Nel 1992, un anno prima di Oslo, compresa Gerusalemme Est erano 248.000. Nel 2016, tuttavia, sono diventati 763.000, il triplo. E si prevede che raggiungano le 800.000 unità nel 2017, rispetto a una popolazione palestinese di 2.900.000 abitanti. Forse è il caso di ricordare, così en passant, che da 50 anni Israele non rispetta la Convenzione di Ginevra, che vieta la colonizzazione dei territori occupati, negando che si tratti di territori occupati.
Salutando Jeremy, mi sento in dovere di ringraziarlo per quello che fa. “Go on with your work” – gli dico – “Don’t give up.” Non arrenderti. Lui sorride amaro e mi guarda come dire “Sì, io faccio quello che posso, ma è molto dura.” Sono sicuro che lo è, ma ci è sembrato un po’ scoraggiato e questo ci dispiace. Abbiamo scoperto, comunque, che a brevissimo sarà in Italia per un tour di conferenze organizzato da Vento di Terra, e stiamo già brigando per infilarci una data nell’auditorium di Radio Popolare.

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Torniamo verso Gerusalemme, dove la prossima tappa è il campo profughi di Shu’fat. Quando in Palestina si parla di campi profughi, si parla di qualcosa di molto diverso da quello che siamo abituati a immaginare. Non sono campi di tende, o strutture provvisorie. Sono ormai piccole città, perché sono stati creati nel 1948 o al più tardi nel 1967. I profughi, ormai, sono i discendenti dei profughi originari, che hanno tuttora lo status di rifugiati e come tali la protezione dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa di loro. I campi sono ancora, però, chiusi all’interno dello stesso perimetro originario, il che significa che sono sovraffollati e che gli edifici possono crescere solo in altezza, non in estensione, perché spazio non ce n’è più.
Oggi in Cisgiordania vivono più di 800.000 profughi registrati, di cui 237.000 vivono ancora nei campi, che sono 19. Oltre al sovraffollamento, esistono altri grandi problemi: alti livelli di disoccupazione, povertà, un’alimentazione spesso ai limiti della sussistenza, e la violenza derivante dalle frequenti incursioni dell’esercito israeliano in cerca di terroristi veri o presunti. Solo da gennaio a settembre 2016, 5 profughi sono stati uccisi, 306 feriti e ci sono state 522 incursioni.
Questo campo in particolare, che si trova a 4 km da Gerusalemme, è nato nel 1966, quando la popolazione palestinese dell’attuale quartiere ebraico di Gerusalemme venne forzosamente spostata dal governo giordano in accordo con le Nazioni Unite, con la promessa di case dove abitare e terra da coltivare. Allora i profughi erano 3.000. Con la guerra del 1967 e l’occupazione, nuovi profughi si sono aggiunti ai primi. Ora ci sono circa 32.000 persone, di cui 18.872 profughi ufficialmente riconosciuti tali dall’UNRWA, più altre 30.000 persone circa fuori dal perimetro. L’età media è 17 anni.
Negli anni il campo ha visto crescere la propria popolazione ben al di là del normale tasso di natalità. Ai profughi del 1966-67 si è aggiunto un flusso continuo di esuli da Gerusalemme a cui venivano espropriate le case o che venivano indirettamente espulsi dall’impoverimento e dall’esclusione sociale di Gerusalemme Est. Il 90% dei nuovi profughi vive sotto il livello di povertà.
Negli ultimi dieci anni il flusso ha raggiunto dimensioni ancora maggiori con l’arrivo dalla Cisgiordania di tutti coloro che, per mantenere la carta d’identità di Gerusalemme, si sono visti costretti a rientrare. La carta d’identità permette infatti di entrare in Israele a lavorare, ma è anche un simbolo per i palestinesi. Altre cause di incremento demografico sono la detassazione in vigore qui come in tutte le aree sotto il mandato UNRWA, e i ricongiungimenti familiari.
Pur aumentando la popolazione, non è pensabile però alcuna estensione territoriale del campo. Al contrario, sono i quattro insediamenti israeliani che circondano Shu’fat ad avanzare. La collocazione di Shu’fat è strategica: a cavallo tra Gerusalemme e Cisgiordania, unico spazio di continuità tra i due territori. Senza Shu’fat, Gerusalemme sarebbe completamente circondata da insediamenti. La gente di Shu’fat subisce quindi una doppia pressione: da un lato gli israeliani cercano di rendere impossibili le condizioni di vita per espellere le persone ed eliminare il campo, chiudendo così la città tra le colonie e rendendo impossibile qualsiasi rivendicazione palestinese su Gerusalemme capitale; dall’altro i palestinesi per la stessa ragione spingono i residenti a non abbandonare l’area.
Attualmente la popolazione edifica senza permesso (che costa 150.000 Shekel, quasi 40.000 euro) anche fuori dai confini del campo, finché l’esercito non arriva a demolire senza preavviso e senza nemmeno lasciare il tempo alla gente di portare via le proprie cose. Spesso, poco tempo dopo si ricostruisce sullo stesso sito. A causa dell’elevatissima densità di popolazione, non esistono aree verdi, perché la popolazione ha costruito ovunque. Per la stessa ragione, le strade sono quasi tutte ridotte a vicoli.
Come se non bastasse, UNRWA si occupa solo dei rifugiati ufficialmente riconosciuti. Questo significa, per esempio, che la raccolta dei rifiuti è fatta per 18.000 persone anziché 32.000 ed è gravemente insufficiente: la spazzatura è ovunque, nel campo.
In tutto questo, noi visitiamo una realtà fatta di persone che tenacemente cercano di resistere e di alleviare le sofferenze dei più deboli tra coloro che già vivono in una situazione così svantaggiata. Il centro per disabili e persone con speciali necessità della Al-Quds Charitable Society è veramente un punto di riferimento importantissimo, con le sue attività terapeutiche, riabilitative, educative e ricreative, che si rivolgono anche a chi non ha lo status di profugo. Al Quds significa “La Santa”, è il nome arabo di Gerusalemme.
Salim, il direttore, ci accoglie con cordialità e vorrebbe farci fare un giro nel campo, come programmato, ma proprio non se la sente. Spiega a Serena e Giulia che, con tutte le incursioni di soldati che ci sono state negli ultimi giorni, teme per la nostra sicurezza. Generalmente vengono di notte, ma non si sa mai… e soprattutto la gente è esacerbata e potrebbe reagire male, vedendo persone estranee che si aggirano per il campo. Forse è una preoccupazione esagerata, ma non possiamo che adeguarci, anche se ci dispiace.
Ho ripensato a questo, poi, leggendo sul Jerusalem Post il risultato di uno studio della ONG israeliana B’tselem. Ne viene fuori che da gennaio 2014 ad agosto 2016 nella sola area di Gerusalemme Est sono stati arrestati più di 1700 minori, da 12 a 17 anni. Quasi tutti sono stati arrestati di notte e interrogati di notte, spesso in condizioni di costrizione e comunque in violazione della stessa legge israeliana. Molti di questi arresti avvengono nei campi profughi.

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Per pranzo siamo ospiti di un’altra comunità beduina nei dintorni di Betlemme. La tavolata è imbandita nel cortile della sede della loro associazione. Anche qui un sacco di cose buone, peccato che io riesca ad approfittarne poco perché nel frattempo il mio stomaco ha iniziato a dare pesanti segni di nervosismo. Non ho per niente fame, cerco di assaggiare qualcosa qua e là giusto per non sprecare tanto ben di Dio. Insieme al caffè, spunta uno scatolone pieno di oggetti di artigianato realizzati con la lana intorno a delle piccole sagome di legno. Sono soprattutto pecorelle e caprette, come è giusto che sia, ma ci sono anche i Re Magi e le richiestissime renne, che essendo poche vanno letteralmente a ruba.
Intanto, si è fatto già pomeriggio inoltrato e quindi, a democratica votazione, decidiamo che per oggi ci rilasseremo un po’. Un piccolo giro nel centro storico di Betlemme, ma è solo un assaggio perché la visita vera è prevista per domani mattina. E poi ce ne torniamo in albergo per un riposino e per fare, una volta tanto, una doccia con calma.
Per la cena abbiamo prenotato in un locale che si chiama Shepherd’s valley – The tent, ed effettivamente mangiamo sotto una tenda, anche se riscaldata e con tutti i comfort. Forse anche troppi, nel senso che lo schermo gigante che trasmette la partita, a volume piuttosto alto, risulta un po’ fastidioso. Il cibo però è buono, dicono tutti. Io sto ancora decisamente poco bene di stomaco, quindi faccio molta fatica ed è un peccato perché è davvero buono. Lentamente, con molta calma, riesco a mangiare quasi tutta la mia batata harra: si tratta di un gustoso piatto a base di patate, peperoni, coriandolo, peperoncino e aglio, il tutto fritto insieme in olio d’oliva. Ci aggiungo anche un paio di piccoli spiedini di pollo, ma poi mi devo proprio fermare, e avendo preso dei medicinali preferisco non partecipare al giro di arak (liquore a base di anice simile al raki turco) che qualcuno ha lanciato. C’è chi insinua che questo mio malessere abbia a che vedere con qualche (ehm…) bicchierino di tequila che potrei aver bevuto ieri sera, ma io smentisco seccamente, un po’ perché se così fosse mi sembrerebbe un po’ troppo a scoppio ritardato, ma soprattutto perché vorrebbe dire che sto invecchiando e faccio fatica ad accettare la cosa col giusto grado di serenità.
Fatto sta che, una volta tanto, non mi dispiace tornare in albergo abbastanza presto. Spero che un bel sonno mi faccia bene.

batara harri

(Continua…)

 

Questa è la nostra terra – Parte seconda

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

O voi, viaggiatori tra parole fugaci
da voi la spada … e da noi il sangue
da voi l’acciaio, il fuoco … e da noi la carne
da voi un altro carro armato … e da noi un sasso
da voi una bomba lacrimogena … e da noi la pioggia.
è nostro ciò che avete di cielo ed aria.
Allora, prendete la vostra parte del nostro sangue,
ed andatevene.

(Mahmoud Darwish – Passanti tra parole fugaci)

Giovedì 19/10/2017 – Briefing all’OCHA, la prima scuola, i primi incontri ravvicinati con il muro e… la più fotografata di Qalqiliya

La notte, alla fine, non è andata poi così male. Però, a scanso di equivoci, mi bevo due belle tazze di caffè a colazione e sono pronto per affrontare la giornata. La voce della mia piccola disavventura di ieri sera, ovviamente, si è sparsa in un baleno e quindi devo sopportare di buon grado le battute e raccontare com’è andata a quei pochi del gruppo che ancora non lo sanno.
Oggi la giornata è densa di appuntamenti. Il primo è con un rappresentante dell’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa, qui in Palestina, del coordinamento degli affari umanitari. Servirà per farci avere un quadro un po’ più preciso e completo, per quello che si può fare in un paio d’ore, degli enormi problemi di cui soffrono gli abitanti dei territori occupati. Si tratta di un appuntamento atteso dal gruppo, anche perché molti sentono il bisogno di avere qualche strumento in più per capire una realtà così complessa.
Una piccola nota a margine, forse era meglio farla prima ma facciamola adesso. Avrete visto che ogni tanto butto lì qualche pezzetto di storia, quando proprio mi sembra necessario, o almeno utile, per mettere nel giusto quadro quello che abbiamo visto e che sto provando a raccontare. Ovviamente, però, non è pensabile tracciare un quadro storico serio, non solo perché non ne sarei capace ma anche perché se ne fossi capace mi servirebbe qualche annetto per farlo, e perché questo è solo un diario di viaggio. Al massimo posso consigliare a chi fosse interessato un libro che a me è stato utile, “La vittoria maledetta” di Ahron Bregman, uno storico israeliano che guarda le cose in modo molto oggettivo (lo si capisce già dal titolo) senza la pretesa di essere asettico. Mancano purtroppo gli ultimi dieci anni, ma quelli ce li abbiamo tutti un po’ più freschi nella memoria.
Per fare solo un esempio, abbiamo già parlato parecchio di aree A, B e C. Serena ha spiegato cosa vuol dire, e anch’io ho fatto la mia piccola parte per chi ancora fa un po’ fatica a entrare nell’ottica. Le aree A sono quelle sotto totale controllo, con tutti i limiti che questo comunque comporta, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le aree B sono quelle dove l’ANP ha il controllo amministrativo, ma la sicurezza e l’ordine pubblico, ancora una volta con tutto ciò che comporta, dovrebbero essere sotto controllo congiunto, il che significa che di fatto sono di competenza israeliana. Le aree C, invece, sono quelle sotto completo controllo israeliano amministrativo e militare (in primo luogo le colonie, e tutti i territori che i coloni sfruttano a loro piacimento). Dove, per dirne una, i palestinesi non possono costruire nulla se non chiedendo il permesso delle autorità militari israeliane. Il che, tradotto, significa che semplicemente non possono costruire nulla. E già oggi vedremo gli effetti di questo. Oggi, il 60% della Cisgiordania è area C. Per questo ieri Suad diceva che i palestinesi controllano solo il 40% del 22%, si riferiva alle aree A e B.
Tutto questo è stato deciso con gli accordi di Oslo e, ancora oggi, molti rimproverano ai leader palestinesi di allora di aver sottoscritto questo tipo di suddivisione della Cisgiordania. Ma allora si pensava che sarebbe stata una situazione provvisoria, doveva durare solo per cinque anni e poi, gradualmente, le aree C sarebbero dovute diventare B, e poi A, e passare sotto il controllo palestinese. Dura invece da ventitré anni, nei quali le aree C si sono ridotte solo dal 72% iniziale al 60% di oggi.
Ma ora qui nel palazzo dell’OCHA, con Ezequiel, entreremo ancora più nel concreto e vedremo un altro po’ di numeri.
Prima di tutto, Ezequiel ci parla di Gaza, e dei tre fattori che, interagendo tra loro, ne determinano l’attuale drammatica situazione. Non ci potremo andare nella Striscia, proprio per uno di questi fattori, la totale chiusura dei confini, compreso quello con l’Egitto, il valico di Rafah, che viene aperto solo molto saltuariamente. Ma almeno potremo, in questo modo, farci un’idea. Gli altri due fattori sono il cosiddetto “Palestinian divide”, la divisione tra Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da OLP/Fatah, e le frequenti escalation di violenza tra i palestinesi di Gaza e l’esercito israeliano, violenza che c’è stata da ambo le parti ma con evidente sproporzione di potenza di fuoco. Solo negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a tre conflitti nella Striscia, che complessivamente hanno fatto più di 3000 morti. È evidente, dice Ezequiel, che questi tre fattori si alimentano l’uno con l’altro; quando il blocco crea maggiore pressione, e la divisione maggiori sofferenze, aumentano le possibilità che esploda un nuovo conflitto. E anche le speranze destate dall’accordo Hamas-Fatah sono per ora nient’altro che speranze, appunto.
Cosa significa l’assedio della Striscia di Gaza, che dura dal 2007? Significa che Israele controlla lo spazio aereo, i confini di terra e anche il mare. Anche i permessi di pesca vengono concessi solo fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Ad oggi, un solo valico permette l’ingresso delle merci. Il valico di Erez, che è l’unico da cui le persone possono uscire ed è quello che in teoria potrebbe mettere in comunicazione Gaza e Cisgiordania, sia pure passando attraverso Israele, è aperto solo a chi ha un permesso, che viene concesso solo a un ristretto elenco di categorie: chi deve curarsi per malattie gravi, pochi commercianti, personale delle agenzie internazionali e pochi casi umanitari. Così, ad esempio, non è possibile per uno studente andare in Cisgiordania a frequentare un corso di studi che non sia disponibile a Gaza. E non è possibile andare a trovare membri della famiglia, o presenziare a un funerale, a meno che non sia quello di un familiare stretto.

È una situazione di totale asfissia, molto pesante per le persone. Se ti avvicini a meno di 300 m dal confine, ti possono sparare. Ma nulla ti segnala quando stai passando quel limite, né una striscia per terra né un avvertimento. Si impara solo con… l’esperienza, sempre che poi lo si possa raccontare.
Dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010, nel quale una nave di aiuti umanitari venne attaccata provocando 9 morti e oltre 60 feriti, il blocco si è leggermente allentato. Ma c’è una lista infinita di prodotti che vengono definiti “A doppio uso” e che quindi non possono comunque entrare, tra cui anche molti materiali edilizi, il che sta impedendo una vera ricostruzione dopo l’ultimo grande intervento militare israeliano del 2014, e parti di ricambio necessarie per far funzionare, ad esempio, le pompe dell’acqua.
Altro problema gigantesco è quello dell’elettricità, dato che Ramallah (l’ANP) non paga le forniture di carburante a Israele per produrre elettricità a Gaza, e il risultato è che nella Striscia la corrente arriva per 4-6 ore al giorno. Significa non poter avere un frigorifero, per non parlare di quello che può succedere in un ospedale.
Inoltre, milioni di litri di liquami non trattati o parzialmente trattati vengono scaricati nel Mediterraneo, e l’infiltrazione di liquami e percolato di rifiuti solidi non isolati porta a un grave inquinamento delle acque di falda sotto le aree urbane. A causa anche dell’eccessiva estrazione, che provoca l’infiltrazione di acqua marina, il 96% delle acque di falda disponibili a Gaza è inadatto al consumo umano.
Per tutto questo è ormai necessario porsi una domanda: Gaza sarà un posto vivibile nel 2020? Purtroppo tanti indicatori dicono che c’è un forte rischio che non lo sia. Uno per tutti è la densità di popolazione: con l’attuale ritmo di crescita, la popolazione potrebbe raggiungere nel 2020 i 2,2 milioni, con una densità di circa 6200 abitanti per km2, che è veramente al limite della vivibilità. E con oltre 60.000 persone ancora sfollate per effetto dei conflitti del 2008 e 2014.
Veniamo alla Cisgiordania. In Cisgiordania oggi, con 3 milioni di abitanti palestinesi, vivono più di 600.000 coloni israeliani, di cui 200.000 a Gerusalemme Est. Tra le aree A e B, sotto controllo palestinese, non vi è di fatto continuità territoriale. Sono 200 isole immerse nel mare dell’area C, che rappresenta appunto oltre il 60% del territorio. E in area C vivono circa 300.000 palestinesi (il 10% del totale di abitanti palestinesi della Cisgiordania, mentre un altro 10% vive a Gerusalemme Est). Di questa situazione soffrono in particolare le comunità beduine, che si trovano tutte in area C. Esiste un piano israeliano di ricollocamento (leggasi spostamento forzato) di 46 comunità beduine in tre aree specificamente individuate. Questo con la promessa di una vita migliore, anche con qualche compensazione economica, ma perdendo completamente la loro identità sociale e culturale che è legata alle greggi e alla possibilità di vivere un territorio non urbanizzato. E con i problemi che derivano dal mettere insieme forzatamente nuclei tribali diversi il cui equilibrio funziona solo se vivono separati. In totale, le persone appartenenti alle comunità beduine considerate a rischio di trasferimento forzato sono circa 30.000.
Altri dati generali fanno decisamente impressione.
Nel 2016 si sono registrati 92 morti (di cui 27 bambini) e 3022 feriti (1069 bambini) per azioni delle forze di occupazione o dei coloni in Cisgiordania e Israele. A Gaza 8 morti, di cui 3 bambini. Sono state aperte indagini penali solo su 24 casi.
Un milione di persone, tra cui 655.000 profughi, hanno restrizioni nell’accesso a cure sanitarie di base. I checkpoint, la vicinanza agli insediamenti, la distanza dagli ospedali, le condizioni delle strade e la mancanza di trasporti pubblici sono tutti fattori che limitano l’accesso dei pazienti e dello stesso personale sanitario.
Si stima che 504.000 bambini e ragazzi in età scolare abbiano bisogno di assistenza umanitaria per accedere all’istruzione in un ambiente sicuro e consono.
L’espansione degli insediamenti, illegali per il diritto internazionale, continua in un quadro di impunità, con un 40% di incremento registrato nei primi 6 mesi del 2016 rispetto ai 6 mesi precedenti. 32 su 100 outpost sono stati già retroattivamente autorizzati o sono in corso di autorizzazione.
Nel 2016 si è avuto anche un aumento degli edifici palestinesi demoliti o confiscati per mancanza di permessi in area C, e conseguentemente del numero di persone rimaste senza casa: 1052, alla fine di settembre. Anche il numero di strutture umanitarie, finanziate dalla cooperazione, demolite o confiscate è senza precedenti.
Il consumo giornaliero di acqua in alcune comunità prive di infrastrutture idrauliche è di solo 20 litri a persona, con una media generale nei territori intorno agli 80 (secondo l’OMS, il valore ideale va da 150 a 180 litri). In Cisgiordania il 25% della popolazione riceve l’acqua una volta a settimana o meno, mentre il 44%  dipende dalla fornitura tramite autobotti.

Il protrarsi della crisi umanitaria e decenni di occupazione, insieme con la cultura prevalentemente patriarcale della società palestinese, hanno esacerbato la violenza di genere in tutte le sue forme: stupri, violenza domestica e matrimoni precoci.
Destano preoccupazione, poi, gli sforzi delle autorità israeliane per screditare le organizzazioni per i diritti umani e il loro lavoro e la mancata protezione degli attivisti dagli attacchi di coloni ed estremisti.
Al termine dell’incontro facciamo un po’ di decompressione nell’atrio della sala riunioni e ne approfittiamo per prendere un po’ di mappe tematiche e del tanto materiale informativo che OCHA mette a disposizione.
Insomma, usciamo dall’incontro che ne sappiamo sicuramente di più, e con il dolore per queste profonde ingiustizie che continuano ad essere perpetrate che comincia a montare. A questo proposito, ci tengo a sottolineare una seconda volta che tutte le informazioni che ho riportato sono fornite da un’agenzia dell’ONU, dovrebbe essere chiaro ma lo ripeto ancora: ONU. No, perché so già che qualcuno dirà che noi in questo viaggio abbiamo avuto una visione di parte della realtà, che abbiamo sentito una sola campana ecc. ecc.. Poi uno può crederci o no, ma l’ONU dovrebbe essere quanto di più super partes ci sia. Per chi volesse approfondire, il sito dell’OCHA www.ochaopt.org contiene tantissimo materiale. Vi raccomando in particolare l’Overview del 2017, che si trova qui:

HNO 2017

Ma potete trovare veramente tutto.

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Prendiamo il nostro pullmino per raggiungere la scuola di Ramadin Al Janubi, progetto di Vento di Terra, che è la seconda tappa della giornata. La scuola si trova nei dintorni di Qalqilya, nordovest della Cisgiordania, molto vicino al confine con Israele. Noi, infatti, ci arriveremo passando da Israele, che è decisamente la strada più comoda. Lo possiamo fare, perché abbiamo la targa gialla, ma non è il percorso che farebbe un palestinese.
Per essere più precisi, Ramadin Al Janubi si trova in quella che viene chiamata “Seam zone”, cioè la fascia tra il muro e quello che dovrebbe essere il vero confine di Israele (la linea verde), che come abbiamo visto non coincidono praticamente mai. Si tratta quindi di un’area particolarmente difficile, sotto tutti i punti di vista. Prima della costruzione della scuola i bambini del villaggio, che è un villaggio beduino, prendevano un autobus per andare alle scuole primarie e secondarie di Qalqiliya e Habla, ma per farlo dovevano attraversare un checkpoint molto “duro”, gestito da imprenditori privati. Che significa lunghe attese, temporanee chiusure casuali dei cancelli e a volte molestie da parte delle guardie private. Di conseguenza il tasso di abbandono scolastico era molto elevato.
Ora invece i 95 bambini, dal 1° al 9° grado, quindi da 6 a 14 anni, che provengono da due villaggi, hanno a disposizione una scuola ristrutturata in architettura bioclimatica, quindi limitando l’uso di calcestruzzo e usando materiali naturali come paglia, fango, legno e argilla. Ma soprattutto senza fondamenta, perché essendo in area C secondo la legge israeliana sarebbe impossibile ottenere il permesso dalle autorità militari per qualcosa di non “provvisorio”. Come tutte le scuole di Vento di Terra, anche questa è stata realizzata da Arcò, una piccola società fondata da un gruppo di giovani architetti italiani che è specializzata in questo tipo di strutture. Per chi volesse saperne di più:

La scuola di Ramadin al Janubi

I bambini, che sono in classi da 6 a 15 alunni, 60% maschi e 40% femmine, ci accolgono festosi anche se un po’ intimiditi da tanta attenzione e da questa “invasione”, anche se decisamente più pacifica di quelle a cui sono abituati.
Facciamo un giro completo accompagnati dalla direttrice Sayf (che in arabo significa estate), e poi ci sediamo in cerchio nel cortile della scuola per l’ormai classico caffè di benvenuto e per un breve giro di domande e curiosità. La direttrice ad esempio ci informa, orgogliosa, che le bambine studiano più dei maschi, a volte fino all’università. Vicino a lei c’è il piccolo Abed, il suo bambino, che però a un certo punto inizia a imbronciarsi e poi scoppia in lacrime. Serena ed io, che siamo lì vicino, cerchiamo di rassicurarlo: “Jalla, habibi” – Su, tesoro… ma sembra inconsolabile. Sayf ci spiega che è la troppa attenzione che lo disturba: troppe foto, troppa gente, troppo tutto. C’è da capirlo, in fondo.

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Lasciata la scuola, riprendiamo il pullmino per avvicinarci un po’ al muro, per vedere il mostro da vicino. Io continuo, e continuerò, a chiamarlo muro, e non barriera. Anche su questo c’è una disputa lessicale, tra palestinesi e israeliani. Ma le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e questo è un muro. È bene chiamarlo col suo nome.

Questa è una zona dove gli effetti devastanti del muro si possono vedere bene. Ad esempio, se tu sei un contadino e abiti al di qua del muro, ma il tuo campo è al di là, non puoi più coltivarlo, di fatto. O devi fare un lungo giro per passare dal checkpoint, ammesso che oggi si possa passare. Se no riprovi domani, no? Con un po’ di pazienza e di fortuna ce la farai. Qualche ora di attesa magari, ma che vuoi che sia? E se il pozzo è dall’altra parte, vuol dire che non potrai prendere l’acqua.

Be’, sembra che questo non a tutti piaccia. Chiaramente il muro, al di là del suo effetto concreto, ha un valore simbolico forte. È per questo che spesso qui, come in molti altri tratti, si scatenano proteste, vengono lanciate pietre o bruciate gomme, come si vede dalle tante zone di muro annerite dalle fiamme. Sono gesti sicuramente inutili e forse anche controproducenti, ma figli dell’esasperazione.

Ci avviciniamo, ma restando a distanza di sicurezza. Siamo sicuramente a meno di 300 metri, ma qui non siamo a Gaza, non ci spareranno. Sul muro, vicino a una bandiera americana con la stella di David e al centro una piccola svastica, hanno scritto in inglese un verso del più grande poeta palestinese, Mahmoud Darwish: “Solo il mio sanguinare mi dice che esisto”.

Incontriamo casualmente Abu Nidal (il papà di Nidal, che è il suo figlio primogenito, ormai abbiamo imparato), che ci racconta di come i gas lacrimogeni sparati dai soldati danneggino i suoi campi, quelli che ancora riesce a coltivare. Vorrebbe ospitarci per un tè, o un caffè, ma noi siamo già un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, dovremmo spostarci a Qalqiliya per il pranzo. Un altro dei figli di Abu Nidal si offre di accompagnarci in un posto che conosce lui.

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Si tratta di un posto davvero super-super-popolare, dove certo la pulizia non è quella di un bar fighetto di Corso Como ma che fa delle spettacolari focacce condite con ogni ben di Dio (carne, uova, formaggio, verdure, za’atar, semi di sesamo) a un prezzo ridicolo. Ce ne portano praticamente a getto continuo appena sfornate, noi le facciamo a fettine, con il coltello e a volte anche con le mani (stiamo diventando già meno schizzinosi, ed è solo un bene), ce le dividiamo e ce le mangiamo come se non ci fosse un domani.
Intanto il diciassettenne fratello del gestore si avvicina e, capito che Claudio è un po’ il capo della banda, gli chiede a bruciapelo, senza troppi convenevoli: “Ce l’hai Instagram?”. E come no. Così inizia un giro di selfie e foto varie, dove ovviamente Serena è in assoluto la più gettonata. Tutti vogliono farsi una foto con lei: il ragazzo, il figlio di Abu Nidal, altri avventori… oggi è decisamente la più fotografata di Qalqiliya. Tra l’altro, il figlio di Abu Nidal continua a chiamarla Karina, anziché Serena. Sicuramente è un caso, non ha capito bene il nome. Del resto, non credo che carina in arabo abbia quel senso, però a vederlo… quasi sembrerebbe.

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Ci spostiamo nel bar a fianco a prendere un altro caffè arabo. È un tipo di caffè denso, che viene servito in tazza piccola e generalmente si beve amaro. È fortemente aromatizzato al cardamomo, che (a volte insieme ad altri profumi) viene aggiunto ai chicchi di caffè tostato, e macinato insieme al caffè. Il sapore di cardamomo, forse anche per il profumo, è molto intenso. A volte, come in questo caso, mi verrebbe da chiedere: “Posso avere un po’ di caffè nel mio cardamomo?”, però ormai mi sto abituando.
Dopo il caffè, ci facciamo un giro nel centro di Qalqiliya. Fa molto caldo. Tutti i negozianti fanno a gara per cercare di attirarci, è evidente che non vedono molti turisti qui. Incontriamo un uomo che parla un italiano perfetto, ci spiega che ha studiato giornalismo a Urbino dal 1990 al 1994, ha vissuto in Italia per un po’ e poi è tornato qui. Ora ha una cartoleria. Claudio lo intervista, è interessante perché è molto consapevole della situazione politica. Non è molto tenero con quelli di Gaza. Lo so che lì stanno male e che sono sotto assedio, ci dice, ma loro non pagano le tasse che paghiamo qui in Cisgiordania, e lì la vita costa meno. Non crede all’accordo Hamas-Fatah, perché le differenze tra i due territori a sentir lui sono anche culturali e a maggior ragione ora, dopo dieci anni di divisione, non è possibile tornare a stare insieme. È convinto che, nel lungo termine, l’effetto dell’accordo sarà che l’Egitto aprirà il valico di Rafah e la Striscia entrerà nell’orbita egiziana, verrà quasi annessa di fatto all’Egitto.
“E come vedi Qalqiliya tra dieci anni?” – Chiede Claudio. “Distrutta” – Risponde lui. Dice che per il suo bambino di 4 anni, che è qui in cartoleria con lui, non c’è futuro qui, come per tutti i giovani. Se ne dovrà andare. Forse vede tutto nero perché è un periodo pesante per lui sul piano personale, ha da poco perso il padre. Ma probabilmente non è l’unico a pensarla così.
Ripartiamo e, dopo questo momento non proprio di grande ottimismo, arriva un incontro inaspettato a risollevarci un po’ lo spirito. Ci siamo fermati a guardare il panorama sul muro da un’altra angolazione, e stiamo attirando l’attenzione delle poche macchine che passano. Probabilmente ci scambiano per coloni, quindi cerchiamo di far capire che non abbiamo cattive intenzioni. Si avvicina al ciglio della strada una signora che sta raccogliendo le olive nel suo campo con sua figlia Maya, che avrà 10-12 anni. Lei all’inizio è un po’ diffidente, ma quando Serena le parla in arabo e lei capisce che non siamo coloni si scioglie. La bambina ci fa grandi sorrisi un po’ timidi e vuole farci vedere che sa parlare inglese. Ci fermiamo lì per qualche minuto a goderci il sole del pomeriggio, chiacchieriamo e chiediamo il permesso per fare una foto con loro. Non a tutte le persone qui piace essere fotografate, ma per loro non è un problema, anzi sono contente. Ci vorrebbero offrire delle olive, ma è il momento di ripartire.

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Dobbiamo tornare a Gerusalemme, stavolta passando per la Cisgiordania, perché alle 18.30 dovremmo essere alla libreria “Educational Bookshop” per la presentazione del libro “Cinquant’anni dopo” che il giornalista del Manifesto Michele Giorgio ha scritto con la collega Chiara Cruciati. Purtroppo tutto si complica perché Walid, il nostro autista, sbaglia strada, ignorando le indicazioni di Serena. Lei gli dice di andare a destra e lui va a sinistra. Probabilmente non gli sfagiola molto farsi indicare la strada da una donna, per di più straniera. Ma così ci mette un po’ in un casino, perché dobbiamo passare da un altro checkpoint dove c’è una coda impressionante. Anche passato quello, il traffico resta congestionato e così accumuliamo ritardo.
Riusciamo ad arrivare solo verso le 19.30, a presentazione abbondantemente iniziata, anzi quasi finita. La sala è piena, ovviamente sono tutti italiani, molti giornalisti e forse qualche cooperante. C’è solo un palestinese, che però parla perfettamente italiano. Riusciamo a captare qualcosa delle domande finali, e comunque Michele Giorgio gentilmente si ferma alla fine per registrare un’intervista con Claudio.
Una delle tesi portanti del libro è il fallimento della soluzione “Due popoli in due stati” che era alla base del processo di Oslo ed è sempre stata sostenuta dall’Unione Europea, ma che oggi appare ormai improponibile a causa delle politiche di colonizzazione israeliana, che rendono impossibile la creazione di uno stato palestinese omogeneo.
Ma questo fallimento, che è ormai conclamato, a cosa apre le porte? Prima di tutto al mantenimento dello status quo, cioè dell’occupazione. Che, forse sperano gli israeliani, potrebbe a un certo punto essere riconosciuta anche internazionalmente. Ma anche, in una visione più ottimistica, ad uno stato unico su basi diverse, dove nel tempo si potrebbe raggiungere la piena uguaglianza tra ebrei e arabi e la piena cittadinanza per tutti, anche se al momento può sembrare un’utopia. È una soluzione che si sta già imponendo almeno a livello accademico tra i palestinesi, mentre gli israeliani naturalmente sono più restii ad accettarla. Michele Giorgio sostiene però che anche i più illuminati tra i coloni in fondo la vedono così, che si può convivere con gli arabi purché si scordino per sempre l’indipendenza e lo stato palestinese.
D’altra parte, sta tornando di attualità anche la cosiddetta “Opzione Giordana”, che era in auge quarant’anni fa e che prevede, sostanzialmente, che sia la Giordania a diventare lo stato palestinese, cioè che la stragrande maggioranza dei palestinesi se ne vada in Giordania. Sembra che questa vecchia idea sia portata avanti, più o meno segretamente, anche da vari ministri dell’attuale governo israeliano. È chiaro che, se anche si riuscisse con le buone o con le cattive a fare questa operazione, i giordani non sarebbero per niente d’accordo, a maggior ragione dovendo già fare i conti con un milione e mezzo di profughi siriani.
Comunque, un altro libro interessante che mi leggerò. Intanto, Elena mi fa notare che in libreria ci sono parecchie opere di Joe Sacco, il maestro maltese del reportage a fumetti, tra cui “Palestina” che avevo proposto su queste pagine prima del viaggio. Ed è proprio così, in effetti! Be’, qui non torno sull’argomento, ma per chi volesse…

Palestina: una storia a fumetti

In libreria abbiamo anche il primo incontro con Michele, che ci accompagnerà per un pezzo di viaggio. Serena ci ha anticipato qualcosa. Sappiamo che questo ragazzo di Villasanta, che sta facendo il servizio civile volontario in un kibbutz in Galilea, nel nord di Israele, ha preso contatto con lei e le ha chiesto se era possibile fare un tratto di strada insieme perché è curioso di vedere cosa c’è… al di là del muro.
Andiamo a cena all’Azzahra, il locale della prima sera. In fondo ci eravamo trovati molto bene qui, perché non tornare? E lui viene con noi, così abbiamo l’opportunità di scambiare le prime chiacchiere, anche se ci sarà tempo per approfondire. Intanto c’è da dire che si presenta con lo zaino (il che già me lo rende simpatico) e con un taglio di capelli piuttosto… creativo, che giustifica il suo nickname: Mohicanino. In pratica, capelli rasati sui fianchi e dietro, lunghi sopra; praticamente una cresta lunga, in genere portata raccolta a cipolla ma a volte anche… sciolta. 27 anni, nella vita fa il videomaker, ma da marzo vive nel kibbutz di Megiddo, dove lavora con persone con disagi psichici o mentali aiutandole a coltivare l’orto, a curare gli animali e a fare altre attività. La sua scelta si spiega anche con il suo interesse per la cultura ebraica, dovuto anche (ma non solo) al fatto che ha qualche ascendenza ebraica: un suo bisnonno materno. Ci ha detto che in effetti probabilmente, se volesse, potrebbe “diventare” ebreo ma non è nei suoi programmi. Il progetto dovrebbe durare fino a gennaio, ma lui se sarà possibile vorrebbe fermarsi fin quasi alla prossima estate. Ha un suo blog molto ben fatto dove tiene un taccuino multimediale della sua esperienza nel kibbutz, che vi consiglio vivamente di andare a sbirciare:

Il taccuino di Michele

e lì ha già iniziato a pubblicare anche gli appunti del suo pezzo di viaggio con noi, anche questi da non perdere:

Gli appunti di viaggio di Michele

Per questa prima serata, abbiamo scoperto che… non ci sono più i kibbutz di una volta. Sì, cioè… quelli di cui parlava Fantozzi nella leggendaria scena in cui dice che kibbutz è quello che dice una contadina di Alberobello quando qualcuno bussa alla porta del trullo: “Kibbutz?!?”. Insomma quelli che sono stati un mito socialista, le fattorie collettive in cui la proprietà era tutta comune, i figli venivano educati dalla comunità e quant’altro. Oggi i kibbutz esistono ancora ma tutto questo non c’è più, ognuno ha la sua casa e il suo pezzetto di terra, si cresce i suoi figli… insomma, tutto molto più regolare. E per quanto riguarda la politica in senso stretto, anche lì la sinistra israeliana ha perso terreno: molti votano Netanyahu.

Con questa ennesima delusione politica ad appesantirci il cuore, andiamo a dormire perché anche domani si annuncia una giornata piuttosto lunga.

 

Venerdì 20/10/2017 – San Giorgio sulla rupe, ospitalità beduina e la casa di Serena al di là del muro

Oggi scenderemo da Gerusalemme a Gerico, proprio come faceva l’uomo che viene attaccato dai briganti nella parabola del buon samaritano. E perciò, dice Serena, è d’uopo che Michele ce la racconti. Ha ragione. Chi meglio di lui? In fondo è un capo scout. In mezzo a questa marmaglia di atei miscredenti (non tutti, eh? Si fa per ridere)…
Il ragazzo, comunque, è preparato. Prende il microfono e dimostra di saperla. O meglio, più o meno è così che me l’hanno raccontata al catechismo. Ma è passato un po’ di tempo.
Comunque, anche allora c’era inimicizia tra giudei e samaritani. Gesù era giudeo e predicava per i giudei, ai quali diceva che anche un samaritano può essere più giusto e generoso di un sacerdote o di un religioso giudeo. In fondo, è una parabola antirazzista. Venendo ai giorni nostri, mi viene in mente che per gli israeliani la Cisgiordania è “Giudea e Samaria”, quindi è loro. Cisgiordania non si può dire, ci mancherebbe: Sottolinea un possibile legame con la Giordania, con l’altra sponda del Giordano. Però in qualche modo così si accetta di essere discendenti dei samaritani idolatri e quasi pagani. Strane acrobazie nella lettura della storia.
Meglio guardare il paesaggio, che è magnifico nella sua desertica asprezza. Stiamo andando verso sudest, verso la depressione della Valle del Giordano che porta al Mar Morto, il punto più basso della terra. A un certo punto passiamo quota zero, quindi siamo sotto il livello del mare. E continuiamo a scendere. Intorno a noi, montagne aride e desolate, un paesaggio lunare ma affascinante. Le montagne a tratti sembrano tagliate di netto e mostrano la stratificazione delle ere geologiche, in altri punti sono più dolci, di forma tondeggiante, come grandi dune di pietra. I colori sono mutevoli con la luce e vanno dal quasi bianco al dorato a un ocra acceso. Il cielo è fosco, ma a tratti l’azzurro si fa strada e si andrà ad imporre col passare delle ore.
La nostra meta è il monastero di San Giorgio, che riusciamo a raggiungere nonostante i numeri, ormai consueti, di Walid. Non ci vuole proprio stare, a farsi guidare da Serena.
O meglio, raggiungiamo un parcheggio dove lasciare il pullmino. E da qui parte il sentiero per il monastero, che dopo le prime curve cominciamo a vedere in lontananza incastonato nella roccia. Il sentiero è ampio, praticamente una mulattiera. E infatti asini e muli sono presenti, abbastanza in forze. Certo, ormai sono ridotti ad attrazione turistica. Pochi li prendono davvero come mezzi di trasporto. Per quanto, c’è da dire che all’andata il percorso è in discesa, ma al ritorno sarà in salita. E con questo caldo forse… ci si potrebbe fare un pensierino.
Patrizia ha sentito dire non so da chi o ha letto non so dove che bisogna raccogliere un sasso lungo la strada e portarlo fin giù, per poi gettarlo dal ponte sul wadi. In questo modo ci si libera dei pensieri e delle preoccupazioni che appesantiscono il nostro cammino. In fondo provare non costa niente, perché no?
L’afflusso di turisti in effetti è massiccio, e un pochino sciupa la sacralità e la bellezza del luogo, che di per sé dovrebbe essere un posto di eremitaggio. Ma tant’è… entrando incrociamo un numeroso gruppo di romeni con bandiera al collo. Anche altri paesi dell’Est sono rappresentati, direi che comunque ci sta che essendo un monastero ortodosso attiri il mondo slavo. Anche se si tratta di un monastero greco ortodosso, la bandiera greca che garrisce accanto a quella con la croce di San Giorgio lo racconta meglio della Lonely Planet.
San Giorgio di Koziba, è il nome completo. Risale al VI secolo ed è eretto su tre livelli sul versante roccioso settentrionale del deserto di Giuda (Wadi el-Kelt). La parola wadi, in arabo, identifica il letto di un torrente. Distrutto dai persiani nel 614, rimase in stato di abbandono fino a quando i crociati, nel 1173, lo restaurarono. Fu completamente ricostruito nel 1878 da un monaco greco. Serena ci legge i punti essenziali dalla sua guida.
All’interno c’è la piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria, piena di icone e piuttosto tenebrosa. Sopra la chiesa si trova la grotta del profeta Elia, decorata con pitture, nella quale si dice che il profeta visse per tre anni e mezzo nutrito dai corvi. Su questo il nostro Michele Mohicanino, che di Bibbia la sa lunga, dice che qualcosa non quadra, anzi qualquadra non cosa. Ma questo leggetelo sul suo blog.
Noi approfittiamo del caffè generosamente offerto dai monaci e ripartiamo per ripercorrere i nostri passi in salita. Alla fine, nonostante il clima sfavorevole e la salita che incuteva timore a qualcuno, ce la facciamo tutti (quasi) agevolmente.

 

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La tappa successiva ci porta nei pressi di Gerico, ed è Ksar Hisham, il Palazzo di Hisham.
Il Palazzo di Hisham è un complesso residenziale invernale dei califfi omayyadi. Fu eretto tra il 743 ed il 744 a cura di al-Walid II ibn Yazid II, nipote e successore del califfo Hisham ibn ‘Abd al-Malik. Eretto sul modello delle terme romane, fu decorato con mosaici e stucchi.
Il complesso comprendeva un palazzo, un cortile pavimentato, un ambiente per i bagni, due moschee, un cortile con fontana, un giardino di 60 ettari. Il palazzo era un ampio edificio quadrato con un’entrata monumentale e stanze su due piani circostanti un lungo porticato. Il complesso fu distrutto da un terremoto nel 747.
Elemento caratteristico ed emblema del Palazzo è una finestra, probabilmente crollata a causa del terremoto, ricostruita e sorretta da un apposito muretto in mattoni. Si tratta di una finestra a forma rotonda: una corona circolare in laterizio nella quale è inscritta una rosetta esalobata con al centro un foro a sezione circolare. Pare che sia stata questa finestra, la cui forma divenne nota in Europa grazie ai crociati, ad ispirare la forma dei rosoni che ornano le facciate di molte cattedrali gotiche europee.
Nell’angolo destro dei bagni c’era un diwan, un piccolo locale riservato alle udienze con gli ospiti importanti. In esso stava un delizioso e misterioso pannello in mosaico, che è arrivato fino a noi. Il disegno è un grande albero sotto il quale si vede sul lato destro un leone attaccare un cervo, mentre sul sinistro due cervi pascolano tranquillamente. L’interpretazione di questa raffigurazione non è univoca. Quella più accreditata è che essa rappresenti il bene e il male, mentre altri la spiegano sostenendo che il leone rappresenta il principe ed i cervi le donne del suo harem.
Gli stucchi che mostrano dipinti di donne seminude sono unici nell’arte islamica e le decorazioni per tutto il palazzo che superano in sontuosità le equivalenti romane vengono considerate come la dimostrazione della natura poco religiosa degli Omayyadi.
Come ci racconta il filmato introduttivo, il sito fu scoperto nel 1873, ad eccezione dell’area a nord che venne scoperta parecchi anni più tardi, nel 1894. Ma gli scavi vennero condotti da archeologi palestinesi tra il 1934 e il 1948. Molti degli oggetti ritrovati si trovano ora al museo Rockefeller di Gerusalemme. Negli anni ’30 si fecero delle scelte di restauro che oggi sicuramente non verrebbero fatte e che purtroppo hanno reso il tutto un po’ finto, come gli enormi colonnoni ricostruiti con i ferri che spuntano. Ma il sito ha comunque fascino.

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Ci spostiamo poi verso un altro landmark di Gerico: il sicomoro di Zaccheo, quello dove secondo il Vangelo il pubblicano Zaccheo salì per vedere Gesù, il quale gli intimò di scendere, dicendo che sarebbe andato ospite a casa sua. Zaccheo si convertì e promise di rifondere tutti quelli a cui aveva spillato dei soldi truffando sulle tasse.
Mi riesce difficile credere che sia ancora QUEL sicomoro, e onestamente non mi dà una grande emozione. Approfitto della sosta, però, per comprarmi una kofiyah da uno dei venditori che stazionano davanti al sicomoro. Non potevo tornare a casa senza. Il prezzo, per la verità, non è troppo a buon mercato ma il tessuto è buono e l’anziano venditore probabilmente non nuota nell’oro, non mi dispiace dargli qualche Shekel in più.
Nel frattempo, abbiamo anche fatto rifornimento di guava, un frutto tropicale che a me fa subito venire in mente Cuba, anche se questo frutto è diverso dalla guayaba cubana sia per il colore della polpa (quella è rossa, questa è verde) che per il sapore, che è un po’ meno dolce.
Per il pranzo, siamo ospiti della comunità beduina di Wadi Kafar. Ci accoglie Jamil, uno dei capi della comunità. Anche qui il rituale del caffè di benvenuto che profuma di cardamomo è qualcosa di importante, è un segno che ci dice che siamo ammessi nel loro accampamento e simbolicamente nella loro tribù. Ci togliamo le scarpe ed entriamo. Sotto la grande tenda la tavola è già parzialmente imbandita, ma il piatto forte deve ancora arrivare, sotto forma di una griglia a tre piani piena di carne e verdure appena uscita da un forno sotto terra. Possiamo servirci liberamente di tutti i piatti a base di riso, delle insalate e di tutto quello che l’ospitalità beduina ci offre, per poi consumarli morbidamente adagiati sui cuscini. È la prima volta in questo viaggio che mangio senza le sedie, mi godo il momento anche perché mi fa pensare ai tanti pasti consumati in famiglia sull’Alto Atlante, seduto su un cuscino intorno a un tavolino basso intingendo il pane con tutti gli altri nello stesso piatto di tajine.
Jamil ha messo su un’attività di ospitalità per chi vuole conoscere la cultura beduina e farsi qualche pezzo di trekking nel deserto di Giuda, ma in fondo non fa altro che fare in modo un po’ più organizzato quello che la sua comunità comunque farebbe nei confronti di qualunque viaggiatore curioso e rispettoso. E questo gli permette di portare a casa qualche Shekel in più, Dio sa quanto ce n’è bisogno. Dice che vengono parecchi europei, ma qualche volta anche israeliani.
Il pranzo è abbondante e i piatti tra i più gustosi che abbiamo assaggiato finora, siamo tutti soddisfatti e satolli. Dietro la tenda, sul pendio della collina, decine di caprette bianche e nere stanno ferme a prendere il sole, sparse sugli scalini naturali che il tempo ha scavato sul versante. Vedendole da lontano, sembrano appese alla collina. È abbastanza folle come scena, sembra un quadro surrealista.
Ma… che succede? Mi sono distratto un attimo ed è saltato fuori un pallone. È Michele, che voleva movimentare un po’ il dopo pranzo ed è riuscito a farsi dare un pallone. L’ha chiesto prima in ebraico, ma non ha funzionato. Allora ha chiesto aiuto a Serena per superare la barriera linguistica ed ecco che da chissà dove è spuntato un vecchio pallone un po’ sgonfio, che ora passa dai suoi piedi a quelli di quattro ragazzi, due più piccoli e due più grandi. Decido di buttarmi anch’io nella mischia. Io non ho mai giocato a calcio seriamente, voglio dire qualcosa di più dei tornei interclasse al liceo e delle partite di calcetto con gli amici. E un po’ si vede. Ma non è questo che conta, è passare la palla ai ragazzini più piccoli con qualche “Jalla” lanciato nel silenzio del deserto. È sentire le loro risate, è vedere ancora una volta che basta un pallone per trovare un linguaggio comune, anche quando apparentemente nulla ci accomuna.
Ma ci richiamano all’ordine, è il momento della spiega. Jamil si siede con noi ed è pronto a raccontarci, in un buon inglese tradotto da Serena, qualcosa della vita in una comunità beduina. Partendo dalla storia di questa piccola tribù, che è originaria del deserto del Negev, oggi Israele. Da lì vengono molte delle comunità beduine che oggi vivono in modo più o meno stanziale, ma sempre precario, in Cisgiordania. Da lì sono stati costretti a fuggire nel 1948, in quella che fu la Naqba, la tragedia palestinese. Erano 100.000 allora, i beduini del Negev. Ne rimasero solo 15.000, gli altri si rifugiarono in Cisgiordania. Ma anche qui nel 1967 arrivarono le truppe di occupazione israeliane, e una parte dei beduini furono di nuovo costretti a lasciare anche questa terra, il loro numero dimezzato.
Si può dire che questa, come le altre comunità beduine, sia un concentrato di sfighe non da poco, sia detto col massimo del rispetto possibile. Prima di tutto sono nati palestinesi, e già questo, di per sé, non è uno scherzo. Poi sono anche beduini, che significa che anche all’interno della stessa società palestinese devono subire discriminazioni: anche qui esistono gli stereotipi. E secondo gli stereotipi i beduini sono solo dei pecorai ignoranti, che non conoscono la civiltà. Ma sono anche profughi, cacciati dalla loro terra d’origine ormai da settant’anni, senza nessuna speranza concreta di poter tornare. E, dulcis in fundo, vivono in area C, sotto rigido controllo militare israeliano. Con il loro stesso diritto ad esistere come beduini e a vivere qui continuamente in discussione, le loro baracche a costante rischio di essere demolite non appena un colono decide che qui danno fastidio.
L’asilo che vediamo, attaccato alla tenda sotto cui abbiamo mangiato, è stato distrutto due volte nel 2016.
Nel 2016, secondo i dati OCHA, nelle comunità beduine in area C 390 strutture, comprese case e stalli per il bestiame, 150 delle quali appartenenti a profughi, sono state demolite.
Jamil ha poco più di 30 anni. La comunità che vive qui nasce da tre fratelli, che complessivamente hanno avuto 30 figli.
Ora i bambini della comunità sono 90, e vanno a scuola tutti con lo stesso pullmino. Significa, ovviamente, che il pullmino deve fare molti viaggi. Per portare tutti i bambini a scuola per la prima campanella, il primo viaggio deve partire alle 5 di mattina.
Jamil ci racconta anche della nonna, centenaria, che ha avuto quattro mariti e li ha seppelliti tutti, uno dopo l’altro. E con quattro mariti, quanti figli ha avuto? – chiede qualcuno. Soltanto tre, ma molti sono nati morti o morti nei primi mesi di vita. È chiaro che vivendo in queste condizioni la mortalità infantile, soprattutto in passato, era molto alta. Qualcuno di noi pensa che forse su questo possa avere qualche influenza il fatto che spesso, se non quasi sempre, in queste realtà ci si sposa tra consanguinei. O comunque vorrebbe chiedere a Jamil se non pensa che questo possa essere un problema. Ma nessuno ha il coraggio di fare la domanda. Ci pensa Michele, che con la sua grande curiosità e con la sfrontatezza della gioventù non si fa problemi. La risposta di Jamil, però, è un po’ evasiva. Fa capire che per loro è una cosa normale. Può succedere ogni tanto che qualche bambino abbia dei problemi, ma sono pochi casi fisiologici, secondo lui. Non sa a cosa siano dovuti, ma non crede che abbia a che vedere con i matrimoni tra consanguinei.
Preferisce parlare del processo che hanno in corso per salvarsi da nuove demolizioni. Non esprime grande ottimismo, ma la loro vita è questa. Se andrà bene, inshallah, staranno tranquilli per un po’. Se no, le baracche verranno distrutte e loro le ricostruiranno poco lontano. Non hanno intenzione di andare via da qui. Non vogliono andare in città. Non potrebbero vivere senza le greggi, in una periferia sovraffollata, insieme con altre tribù con le quali riescono a vivere in pace solo se ogni tribù ha la sua terra. In una parola, vogliono continuare ad essere beduini, non si vogliono snaturare. Per loro l’identità, e laIl tempo per qualche acquisto di oggetti di artigianato prodotti dalle donne beduine (io, ad esempio, compro un paio di orecchini molto carini fatti con i noccioli d’oliva) e ce ne andiamo. È il momento di salutare Jamil, e anche Ahmad e Hamzi, i due ragazzi più grandi con cui ho giocato a pallone. I piccoli sono spariti, saranno a giocare tra le tende. dignità, sono ormai le sole cose che contano.

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Ripartiamo per Gerusalemme, dove saliremo sul Monte degli Ulivi per guardare la città dall’alto e vedere come il muro la taglia in due, anche qui ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine Est-Ovest sancito dal diritto internazionale.
Dando per assodato che la situazione di Gerusalemme Est era già critica, con 4 milioni di palestinesi praticamente impossibilitati ad entrarvi senza permessi difficilissimi da ottenere e con anche i residenti privi di uno status sicuro (dal 1967 è stata revocata la residenza a 14.000 palestinesi), con il muro le cose sono ulteriormente peggiorate. Ora decine di migliaia di palestinesi residenti a Gerusalemme Est sono fisicamente separati dal centro urbano dal muro e devono attraversare affollati checkpoint per accedere alle cure sanitarie, all’istruzione e ad altri servizi a cui avrebbero diritto in qualità di residenti. A Gerusalemme Est ci sono 6 importanti ospedali, che servono tutta la Cisgiordania, per cui le persone sono sottoposte per visite, cure ed esami a tutto il sistema di permessi che regola l’ingresso a Gerusalemme Est.
Il 35% della terra è stato confiscato per uso dei coloni. Solo sul 13% della terra nell’area di Gerusalemme Est è possibile ottenere un permesso di costruire, ed è di fatto la terra dove i palestinesi già vivono. Ragion per cui fioriscono le costruzioni illegali. Almeno un terzo delle case palestinesi è senza permesso, il che mette potenzialmente 90.000 persone a rischio di spostamento forzato. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito 2000 case.
Con tutto questo, è comunque impossibile, sul Monte degli Ulivi, non farsi trasportare dalla magia della vista della cupola dorata che sovrasta le mura della spianata e il cimitero ebraico.
Guardando questo spettacolo incredibile anche se deturpato, però, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto? È quello del Tempio di Erode distrutto dai romani quasi duemila anni fa o è quello che, oggi, ferisce in profondità questa terra tormentata? Sono grato a Patrizia per questa considerazione, che ho inserito anche nel “sottotitolo” di questo racconto.
L’idea, poi, sarebbe di andare a vedere la vecchia casa di Serena, dove abitava quando viveva a Gerusalemme, che ora è finita dall’altra parte del muro, nell’area di fatto annessa a Gerusalemme Ovest e quindi a Israele. La vista di quella casa ora abbandonata, è naturale, le fa male al cuore. Riusciamo a vederla, ma senza poterci avvicinare più di tanto, perché tra strade chiuse e camionette blindate di soldati preferiamo come gruppo non dare troppo nell’occhio. Non succede niente, ma non si sa mai.

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Il sole sta per tramontare, tra poco sarà già Shabbat. Il sabato ebraico, infatti, inizia dal tramonto del venerdì e dura fino al tramonto del sabato. Michele, che nel kibbutz ne ha viste un po’ e che comunque vivendo in Israele da sette mesi molte cose le sa, anche solo per sentito dire, ci racconta di alcune interpretazioni del sabato a dir poco fanatiche. Ad esempio, secondo alcuni non si possono azionare apparecchiature elettriche o elettroniche di alcun genere, per cui se vuoi la luce, o la televisione o la radio, le devi lasciare accese dalla sera prima e non le puoi più toccare fino al tramonto. Per lo stesso motivo, alcuni non aprono il frigorifero, perché si accende la luce.
Questi possono sembrare fanatismi tutto sommato innocui, ma venendo a discorsi più generali in Israele, ad esempio, non si possono celebrare matrimoni tra ebrei e non ebrei. Tuttavia quelli celebrati all’estero vengono riconosciuti, anche quelli omosessuali. Sembra un paradosso.
Ci spostiamo, su suggerimento di Claudio, verso il Mahane Yehuda market, sicuramente il mercato più vivo e pulsante di Gerusalemme Ovest. È un posto anche tristemente famoso perché vi sono stati compiuti due attentati da terroristi palestinesi. Mercoledì 30 luglio 1997, due militanti di Hamas con borse cariche di esplosivo e chiodi si fecero esplodere, quasi simultaneamente, a circa 45 metri di distanza l’uno dall’altro, uccidendo 16 persone – tra cui un cittadino arabo – e ferendone altre 178. Venerdì 12 aprile 2002, una ragazza palestinese di 21 anni di Beit Fajar si fece esplodere poco dopo le 16:00 alla fermata del bus in Jaffa road presso l’entrata del mercato, uccidendo sei persone e ferendone altre 104.
Ora, però, anche per gettare alle spalle questo passato, il mercato è stato riqualificato e intorno c’è stata una fioritura di bar e locali. Quando arriviamo il mercato è chiuso, stanno cominciando a ripulire. Non c’è grande vita, ma d’altra parte è il momento migliore per vedere le opere di street art che Solomon Souza ha realizzato sulle saracinesche. Vedendole tutte abbassate, l’effetto non è male. Sono caricature molto colorate di personaggi famosi, principalmente ebrei, israeliani e non, tra cui Ben Gurion, Golda Meir e Steven Spielberg. Il mercato si chiama Shuk in ebraico, che non è poi così distante dal souk arabo. Ci ripromettiamo, comunque, di trovare il modo di tornare quando è aperto.

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Vorremmo anche mangiare in uno di questi locali, ma pare che stasera sia impossibile, tutti rispettano lo Shabbat. Proviamo a chiamare un locale della First Station, più laico, ma ha posto solo dopo le 22.30.
Ripieghiamo sul Jerusalem Hotel, che essendo un posto molto internazionale è una garanzia anche di Shabbat. È un posto molto elegante, dal sapore un po’ retrò. Noi siamo seduti nel dehors. Buttiamo un occhio all’Hotel per curiosità, bello ma sicuramente al di sopra delle nostre tasche. Il servizio non è velocissimo, anche perché è pieno; stasera c’era un concerto, ma noi siamo arrivati quando avevano già finito di suonare. Il cibo comunque, quando arriva, si fa apprezzare.
Con noi c’è Giulia, che da domani si unirà al gruppo in pianta più o meno stabile. Giulia lavora anche lei per Vento di Terra e abita a Beit Jalla, nei dintorni di Betlemme, anche se ha un marito in Italia, a Trento, che l’aspetta. Non passa certo inosservata per le strade della Palestina, sia per la statura che per i capelli rosso Tiziano. Non so se il colore sia proprio quello, a dirla tutta. Ma sicuramente è un rosso che si nota. L’avevamo già incrociata qualche sera fa, e avevamo capito che è una tipa tosta, che sa il fatto suo sotto tutti i punti di vista, oltre che essere molto simpatica. Ci darà sicuramente un contributo importantissimo. E poi, a me e ad altri alcolisti del gruppo ha promesso una seratina a base di tequila. Dice che l’ha scoperta qui e che non ne può più fare a meno. Ma come, direte voi, una va a vivere in Palestina e scopre la tequila? Be’, in fondo perché no? I percorsi della vita spesso non sono così lineari come vorrebbero quelli che sono troppo razionali…

 

(Continua…)

 

 

Questa è la nostra terra – Parte prima

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento  sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della Città Santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

 

Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
(…)
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi alle sue ali,
la vita, la morte.

(Mahmoud Darwish – Al figlio del nomade)

Prologo

La Palestina. Da quant’è che non ne sentivate parlare? Dite la verità. Quando raccontavo a qualcuno di questo viaggio che stavo per fare, mi son sentito più volte dire: “Ma in che senso vai in Palestina? Ma esiste la Palestina?”.
“Bella domanda” – Rispondevo io. Dovrebbe esistere, almeno come entità realmente autonoma se non come stato indipendente. Ci sono fior di accordi internazionali in tal senso, ampiamente disattesi. Ma no, in effetti forse di fatto non esiste. Anche a livello mediatico.
Da cinquant’anni è una ferita aperta nel cuore del Medio Oriente, ma negli ultimi anni, salvo rare eccezioni, nei mezzi d’informazione è scesa una pesante coltre di silenzio. Non fa comodo parlarne, non fa vendere i giornali (ammesso che se ne vendano ancora in generale), non fa ascolti in TV, non cattura contatti in rete. È una situazione troppo complicata, chi ci capisce più niente? Non si presta ad essere spiegata in poche battute. E poi divide. Se prendi una posizione troppo netta, sicuramente ti inimichi qualcuno. Se sei troppo filopalestinese, l’accusa di antisemitismo è sempre lì pronta. E se invece sei troppo filoisraeliano, o sei islamofobo o sei un sionista servo degli USA e del sistema capitalista. A non parlarne, si campa molto meglio.
E allora sapete cosa? Ho deciso di cogliere l’occasione, un’occasione che aspettavo da un po’ di anni, per andare a vedere di persona. Sapevo già che sarei stato male, che non mi sarebbe piaciuto quello che avrei visto. Sono convinto che è così per tutti noi che facciamo parte della comunità degli ascoltatori/viaggiatori di Radio Popolare; ormai ne conosco tanti, e so che siamo fatti così. Facciamo fatica a digerire le ingiustizie. Però questa è una cosa che andava fatta. È un piccolo gesto, da solo non cambierà certo le cose. Ma tutto serve a rompere il muro dell’isolamento, a far sentire a chi è lì, ancora sotto occupazione, che non tutti in Europa hanno scelto di dimenticare. Noi saremo pochi ma ci siamo. Spero che possa servire davvero. E vedrete che, nonostante tutto, abbiamo scoperto tante piccole oasi di speranza. È questo che fa Vento di Terra, portare solidarietà e speranza nel futuro.
Ma adesso riavvolgiamo il nastro di questo viaggio, proviamo a mettere un po’ di ordine tra le tante immagini, tra le tante voci, tra le tante sensazioni, anche se non è facile, e ripartiamo dall’inizio.

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Martedì 17/10/2017 – Si parte

Di Venere e di Marte, non ci si sposa e non si parte. Mi pare che dica questo, grosso modo, la saggezza popolare. Ecco, non solo oggi è martedì, ed è il 17, ma siamo pure in 17. Sì, perché al gruppo di 15 ascoltatori e viaggiatori, parecchi dei quali seriali, si aggiungono Claudio Agostoni per Radio Popolare, direttore dei programmi, conduttore di Onde Road e deus ex machina di tutti i viaggi targati RP, e Serena Baldini, di Vento di Terra, la piccola ma valorosa ONG che ci accompagna e ci guida, della quale visiteremo numerosi progetti. E, come se non bastasse… il gate di partenza è il 17!
Vabbe’, ma allora… così ce la andiamo proprio a cercare. Già non andiamo in una terra baciata dalla fortuna. È vero che sul Sinai, non lontanissimo da dove andremo, è caduta la manna dal cielo, ma era tanto tempo fa. Adesso c’è chi ha paura, ad andare in Palestina. Già, l’altra domanda: “Ma non hai paura?”. In parecchi ce la siamo sentita fare. No, non abbiamo paura, però almeno non sfidiamo la sorte! Mah, meno male che siamo tutti più o meno razionalisti (parecchi tendenti all’ateismo) e poco inclini alla superstizione.
Questo è un po’ il tenore delle battute che ci scambiamo, tra i convenevoli, al ritrovo del gruppo a Malpensa, con i sensi un po’ ottenebrati e gli occhi velati di sonno, vista l’ora antelucana. Il nostro volo Turkish Airlines per Tel Aviv, via Istanbul, parte alle 6.45. Nel gruppo, l’ho già detto, ci sono molte facce amiche per me, e questo aiuta a sopportare meglio gli effetti della levataccia.
Non conosco ancora invece Serena, anche se ho scoperto che abitiamo vicino. Ma non puoi non rimanere colpito dai suoi riccioli, dal suo sorriso e dalla dolcezza della sua voce, nella quale si intuisce la cadenza toscana, ormai un po’ attenuata da 17 anni di vita milanese. Non per niente ha fatto anche radio, e indovinate quale. Ok, era facile, ma del resto non si vince niente: Radio Popolare. Ebbene sì, qualche anno fa curava e conduceva l’ultimo GR della sera. Ed è stata la voce che ha raccontato per la radio i funerali di Arafat, nel 2004. Allora lei viveva a Gerusalemme, dove ha passato un paio d’anni. Ora è di base a Milano, ma spesso torna in Palestina per accompagnare viaggi di sostegno e conoscenza come il nostro, che Vento di Terra organizza già da parecchi anni. Questo è già il terzo quest’anno per lei, e a novembre seguirà il quarto.
Il primo volo scivola via tranquillo e poco dopo le 10 ora locale (+1 rispetto all’Italia, che poi è anche il fuso della Palestina) sbarchiamo all’aeroporto Atatürk di Istanbul. Qui, in attesa del volo per Tel Aviv, ci tocca il primo serio controllo di sicurezza. Gli addetti ci chiedono di toglierci le scarpe e di aprire i bagagli a mano. Dallo zaino di Serena spunta un pallone. Un bel pallone giallo da calcio, dono di una scuola del milanese per la scuola di gomme, uno dei progetti di Vento di Terra che visiteremo. Abbiamo con noi parecchio materiale scolastico per le diverse scuole che toccheremo nel nostro tour: quaderni, matite colorate, pennarelli, materiale vario di cancelleria, qualche libro, un po’ di disegni fatti dai bambini delle scuole italiane per le scuole palestinesi. Materiale raccolto sia da Vento di Terra che da noi viaggiatori: io, personalmente, ho comprato un po’ di roba e ho ricevuto anche in dono dalla mia collega Tina dei vestiti usati di sua figlia Asia, 10 anni. Ci siamo divisi tutta questa roba prima della partenza, ognuno di noi ne ha un po’ nel bagaglio da stiva.
Ma questo pallone scatena un putiferio: sembra proprio che portarlo sull’aereo sia un problema insormontabile. Difficile capirne i motivi, forse semplicemente non si riesce a catalogare né tra gli articoli consentiti né tra quelli vietati; in effetti è un po’ insolito. Partono lunghi conciliaboli tra gli addetti, ci tengono in attesa per un po’ finché, quando stiamo cominciando a temere di doverlo lasciare qui, ci dicono che si può portare solo se sgonfio. Forse pensano che possiamo averlo riempito con un gas tossico, o un’arma batteriologica letale, che ne so, l’antrace… Già, solo che sgonfiarlo sembra facile. Per aprire la valvola servirebbe un attrezzo specifico, un ago che qui non è reperibile. Vengono fatti un po’ di tentativi di sgonfiarlo a mano, senza successo. Di nuovo cominciamo a perdere le speranze ma alla fine… quello che sembra il capo dice che va bene, farà un’eccezione. Lo possiamo portare, a patto che Serena lo tenga nello zaino e non lo tiri fuori per nessun motivo. Se qualcuno dell’equipaggio lo vede rischio il posto, sembra dire il nostro. Peccato, avevo proprio voglia di una partitella nel corridoio dell’aereo, sarebbe stata un’esperienza da ricordare.
Prima che ci ripensi, ci dirigiamo all’imbarco e saliamo sull’aereo. Se non che, ci aspetta una lunga attesa, prima di poter partire. Ci informano che non possiamo decollare perché dobbiamo attendere i passeggeri di alcuni voli in coincidenza che sono in ritardo. Quando finalmente, alla spicciolata, cominciano a salire, ci rendiamo conto che sono in maggioranza ebrei ortodossi, con le loro barbe, i loro riccioli sulle tempie, i loro scialle di preghiera con le frange e i loro cappelloni neri. È l’occasione, per noi, di avere il primo incontro ravvicinato con quelli che poi, per tutto il viaggio, chiameremo confidenzialmente “i cappelloni”. Quello che ci incuriosisce di più è uno strano oggetto che, scopriremo poi, si chiama Tefillin e viene usato anch’esso per la preghiera, in particolare quella del mattino. Ma per noi sono, più semplicemente, “i cubetti”. Effettivamente è questo l’aspetto che hanno, di cubetti neri, che sono in realtà scatolette di cuoio di un animale kasher, cioè puro, con delle cinghie che si usano per legarle, una sul braccio sinistro (destro per i mancini) e una sulla fronte. Ci hanno spiegato che quella sul braccio, messa all’altezza del cuore, rappresenta appunto la preghiera che viene dal cuore, mentre quella sulla fronte rappresenta la preghiera della mente. Ogni scatoletta contiene quattro brani della Torah, scritti su piccoli rotoli di pergamena. A quanto pare, c’è una festa ebraica per cui molti ortodossi stanno affluendo a Gerusalemme.
Anche il secondo volo se ne va e atterriamo, in discreto ritardo, all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Qui arriva il momento del controllo passaporti, un momento che genera qualche tensione nel gruppo. Sì, perché Serena, all’incontro pre-viaggio, ci ha istruito su come comportarci durante il mini-interrogatorio che i poliziotti israeliani fanno prima di concedere il visto turistico: motivo del viaggio, destinazioni eccetera. Agli israeliani non piace che si vada in Palestina, a vedere cose che è meglio non vedere. Non è che non diano il visto, ma ti possono trattenere per qualche ora in attesa, giusto per fare qualche verifica, tanto per farti capire che è meglio non ficcare il naso in affari che non ti riguardano. Perciò noi dobbiamo dire che andremo in Israele (mai dire Palestina o Cisgiordania, West Bank come si chiama in inglese) e solo a Gerusalemme e Betlemme, luoghi talmente turistici da non costituire un problema; al massimo, a piacere, possiamo aggiungere il Mar Morto, anche quello ci può stare e non desta sospetti. Effettivamente, ci chiedono dove andremo, quanti giorni, con quante persone, i nomi degli hotel. Niente di che, ma bisogna essere preparati. Un supplemento tocca a chi ha sul passaporto timbri “sospetti” come quello dell’Iran, che molti del gruppo hanno, anche perché quest’anno sono stati organizzati ben quattro viaggi in Iran con la radio. Io purtroppo non ci sono stato, ma altri sì. Generalmente, in questo caso la domanda di fondo è perché ci sei andato. Ovviamente per turismo, e bisogna negare di aver conosciuto persone e intrattenuto rapporti di qualunque tipo. Patrizia, che ci è andata per conto suo, pensa bene di citare i siti archeologici per motivare il suo interesse e si sente chiedere: “Ma allora perché non è andata in Grecia?”…L’interrogatorio più lungo, naturalmente, tocca a Serena, che ha i timbri di Gaza, ma lei è ormai un’esperta nel cercare di intortare il poliziotto di turno. Alla fine, ne veniamo fuori tutti senza danni.
Appena usciti dall’aeroporto, ci accoglie il canto degli uccelli. Il nostro pullmino ci aspetta.
Una delle prime cose da fare è cambiare un po’ di euro in Shekel, la moneta locale, che circola sia in Israele che in Palestina. Un euro vale circa 4 Shekel.
Partiamo in direzione Gerusalemme e Serena prende il microfono per darci le prime coordinate per cominciare a capire dove ci troviamo. Ad esempio sulle targhe delle auto: Le targhe gialle sono quelle israeliane, come quella che abbiamo noi. Con quelle si può andare dove si vuole. Ma le targhe delle auto dei palestinesi in genere sono verdi, o bianche con le cifre in verde. Con quelle su questa strada non si può circolare, tant’è vero che intorno a noi vediamo solo targhe gialle. Le targhe verdi hanno molte più restrizioni, sostanzialmente si possono muovere solo nelle zone controllate completamente dall’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese istituita dagli accordi di Oslo nel 1993-1994. Che però, lo vedremo, sono solo una parte di quello che dovrebbe essere il territorio palestinese.
Un altro fatto che limita non poco la libertà di movimento dei palestinesi è avere o non avere la carta blu, che è la carta d’identità dei residenti di Gerusalemme. Averla, e mantenerla, non è affatto semplice neanche per quelli che ci sono nati, quasi impossibile per chi viene da fuori.
Vediamo anche le torrette militari grigie che punteggiano il territorio, e che ci fanno capire quanto il controllo militare sia pervasivo in questo paese. Un paese, del resto, dove la leva obbligatoria dura tre anni per gli uomini, due anni per le donne. E che costruisce molta della sua retorica nazionalista sul difendere la patria con le armi.
Un altro elemento caratteristico del paesaggio che Serena ci fa notare è la presenza degli insediamenti, che continuano a sorgere quasi ogni giorno, in barba agli accordi di Oslo e alla presunta volontà di dialogo del governo israeliano. È facile riconoscerli, si trovano quasi sempre sulle colline e sono densi agglomerati di case visibilmente nuove, con molto più verde di quello che si può vedere negli abitati palestinesi, dove è quasi assente. Questo è dovuto, ovviamente, alla possibilità di sfruttare le risorse idriche, un punto sul quale la disparità tra le colonie e i villaggi palestinesi è nettissima. Se da una parte ci sono i pozzi e il consumo pro capite è a livelli europei, dall’altra l’acqua arriva spesso solo grazie ad autobotti, viene raccolta in cisterne sui tetti delle case e deve essere razionata. Le colonie sono spesso circondate da muri o reticolati, con varchi di accesso supercontrollati da soldati o guardie armate fino ai denti.
La maggior parte degli insediamenti sono “legali”, lo metto tra virgolette perché sono legali per la legge israeliana ma non per il diritto internazionale (per quello che conta, ormai). Ma ce ne sono parecchi anche che sorgono in maniera più o meno spontanea, rapidamente e senza permessi. Sono i cosiddetti “outpost”, avamposti, quelli che per l’ultradestra servono a rendere sempre più irreversibile il processo di colonizzazione, come se non bastassero quelli autorizzati, e che si ammantano di una specie di eroismo nella sfida alle stesse istituzioni israeliane. Anche questo tipo di insediamenti, nella stragrande maggioranza dei casi, non vengono sgomberati. A volte si fanno dei tentativi di sgombero per salvare la faccia, ma di fatto poi sono tollerati e col tempo vanno a costituire parte dello status quo.
Tutto questo riduce sempre più anche la disponibilità di terreni agricoli sfruttabili per i palestinesi, tant’è vero che ormai molti mercati palestinesi sono pieni di prodotti agricoli israeliani. Non c’è scelta, se no non si mangia.
Arrivati a Gerusalemme, ci sistemiamo nel nostro albergo, il Grand Park Hotel, che si trova a Gerusalemme Est, poco a nord della città vecchia. Ormai c’è tempo solo per una doccia e poco altro, poi dobbiamo andare a cena. Il locale si chiama Azzahra (rosa), è raggiungibile a piedi e offre un bel menù di cucina palestinese. Noi iniziamo con un po’ di meze, di antipastini misti, da condividere. I meze sono tipici della cultura gastronomica turca, e si trovano infatti in tutti i paesi che hanno fatto parte dell’impero Ottomano, quindi anche qui. In questo caso abbiamo hummus, una salsa allo yogurt, un’altra salsina ai semi di sesamo, involtini di riso fatti con le foglie di vite (un altro grande classico ottomano) e naturalmente falafel. Poi prendiamo dei piatti principali, anche questi da dividere perché le porzioni, come avremo modo di scoprire durante tutto il viaggio, sono più che generose. Nel mio caso, addento un gustoso pollo con cipolle caramellate su una fetta di pane e il Fattoush, che è uno dei più tipici piatti palestinesi. Trattasi di un’insalata a base di verdure come cetrioli, ravanelli, peperoni e pomodorini arricchita con pezzetti di pane tostato e condita con olio e limone. Il tutto innaffiato con la Taybeh, la birra palestinese.
Come prima cena è decisamente piacevole, sia per il cibo che per la compagnia, ma poi la stanchezza prende il sopravvento e, dato che domani abbiamo in programma di alzarci presto per andare alla Spianata delle Moschee prima che inizi l’assalto dei turisti, la serata può finire qui. Tutti a nanna per un bel sonno ristoratore.

 

Mercoledì 18/10/2017 – La città vecchia di Gerusalemme e le tre vite di Suad

Detto fatto. Ci alziamo presto e, dopo colazione, alle 8 (minuto più, minuto meno) siamo già pronti per prendere il pullmino che ci porterà alle porte della Spianata delle Moschee, il luogo simbolo di Gerusalemme, anzi un concentrato di luoghi simbolo. Spianata delle Moschee per gli arabi, per gli israeliani è il Monte del Tempio. Fin dalla toponomastica, le divisioni sono palesi. Secondo la tradizione ebraica, una parte del muro che oggi circonda la spianata è tutto ciò che è rimasto del Tempio di Erode, il secondo grande tempio ebraico, distrutto dai romani nel 70 d.C. (il primo, quello di Salomone, fu distrutto dai babilonesi nel 586 a.C.). Ed è quello il Muro del Pianto dove gli ebrei, ancora oggi, pregando piangono la distruzione del tempio. Gli accessi all’area sono naturalmente separati, quello alla spianata riservato agli arabi e ai musulmani in genere, quello al Muro del Pianto riservato agli ebrei.
Questo luogo ha una storia così lunga ed è così carico di simboli che se ne potrebbero scrivere paginate. Basti ricordare che, ad esempio, il controllo dei luoghi santi della spianata, per gli arabi Haram al-Sharif, insieme alla mancanza di qualsiasi prospettiva di ritorno per i profughi palestinesi, fu quello che spinse Arafat a non accettare l’offerta di Ehud Barak, con la mediazione di Clinton, durante i colloqui di Camp David II, nel 2000, nonostante le concessioni territoriali per il potenziale futuro stato palestinese in Cisgiordania fossero amplissime. Quello fu l’ultimo tentativo di dialogo bilaterale, da allora in poi ci sono state solo iniziative unilaterali di Israele come il ritiro da Gaza nel 2005. Fu un’occasione persa, sicuramente; c’è chi dice, però, che l’offerta fu solo una trappola per fare in modo che Arafat passasse come quello che aveva fatto fallire i negoziati. Ma questo lasciamolo agli storici.
Non si può, poi, non citare la passeggiata di Sharon sulla spianata di pochi mesi dopo, settembre 2000; un gesto volutamente provocatorio che diede l’avvio alla seconda intifada e di cui ancora oggi si pagano le conseguenze. Intifada, in arabo, ha a che vedere con l’azione di scuotersi di dosso qualcosa, in questo caso il pesante fardello dell’occupazione. La prima intifada, la prima rivolta, quella delle pietre, nacque nel 1987. La seconda, che salì di livello fino all’uso di attentatori suicidi, appunto nel 2000.
Restando sull’attualità più stretta, è della scorsa estate l’ultimo episodio, quando l’ingresso dei musulmani alla spianata, in seguito ad un attentato che aveva provocato la morte di due soldati israeliani, è stato limitato con tornelli e metal detector e soprattutto interdetto agli uomini con meno di cinquant’anni. Questo ha scatenato scontri anche violenti in tutti i territori occupati, con cinque palestinesi uccisi e l’accoltellamento di tre coloni. In seguito il governo israeliano, anche per non pregiudicare le relazioni diplomatiche con la Giordania, è stato costretto a rimuovere i metal detector, sostituendoli con telecamere di sicurezza dotate di riconoscimento facciale.
Noi entriamo dalla Porta dei Mori (Bab al-Magharbeh), o porta dei Marocchini, l’unica accessibile ai non musulmani. La porta si chiama così perché qui sorgeva un intero quartiere abitato dai discendenti di arabi arrivati dal Marocco in epoche lontane. Dopo l’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967, una delle prime cose che il governo israeliano fece fu quella di prendere possesso del Muro del Pianto e di creare, davanti al muro stesso, un’area sufficientemente ampia perché centinaia di persone potessero venire qui a pregare insieme. Un generale venne a fare un sopralluogo e si decise di demolire immediatamente quel quartiere, che essendo situato proprio a ridosso del muro riduceva le possibilità di accesso. Le 650 persone che abitavano negli edifici da demolire ebbero due ore per lasciare le proprie case, portando via quel poco che potevano, dopo di che venne tutto raso al suolo. Parecchie persone, che si erano rifiutate di uscire, vennero poi ritrovate morte sotto le macerie. Non male come inizio, no?
Stamattina, però, il clima è molto tranquillo. Fa freschino, ma il sole sta cominciando già a scaldare. C’è poca gente, la spianata è quasi tutta per noi e c’è una luce molto bella.
Sulla nostra destra la moschea di Al Aqsa, la più importante per i fedeli musulmani. È la più grande moschea di Gerusalemme e può ospitare circa 5.000 fedeli all’interno e attorno ad essa.
L’espressione “al-Masjid al-Aqṣā”, traducibile come “la moschea ultima”, deriva dalla narrazione coranica che riferisce di un miracoloso viaggio effettuato dal profeta Maometto nel 621 circa. Secondo un versetto (ayat) Maometto effettuò un viaggio in una sola notte su una cavalcatura misteriosa, Burāq, che lo condusse dalla “sacra moschea” (che si pensa fosse la Kaʿba della Mecca) alla “moschea estrema” (al-Masjid al-Aqṣā). Da una roccia quivi esistente, Maometto sarebbe asceso ai 7 cieli, accompagnato dall’arcangelo Gabriele, accostandosi infine ad Allāh prima di tornare per comunicare lo straordinario avvenimento ai fedeli. Il luogo della “moschea estrema” non è esplicitamente definito; fu poi associato alla città di Gerusalemme, anche se ai tempi di Maometto non vi era alcuna moschea.
La prima struttura in materiale non precario fu costruita tra il 705 e il 715 dal califfo omayyade Al-Walīd I, figlio di ʿAbd al-Malik. Al-Walīd chiamò questa nuova moschea al-Aqṣā, “moschea ultima”. Nel 747 essa fu gravemente danneggiata da un terremoto e poi ricostruita su assai maggiore scala.
A partire dal 1099, anno della conquista di Gerusalemme da parte dei crociati, la città fu capitale del Regno di Gerusalemme e fu oggetto di un’intensa attività edilizia che interessò anche il Monte del Tempio. L’area della moschea di al-Aqṣā venne considerata parte del Tempio (o Palazzo) di Salomone (Templum Salomonis) e fu residenza del re di Gerusalemme.
In seguito, con la riconquista musulmana, l’edificio subì ulteriori modifiche ad opera prima di Saladino, poi dei mamelucchi e poi in epoca ottomana.
Verso il 1119, il re Baldovino II di Gerusalemme, che aveva convertito la vasta moschea nel proprio palazzo, assegnò un’ala al piccolo e ancora poco conosciuto Ordine dei Cavalieri Templari. Quando Saladino riconquistò Gerusalemme nel 1187, riconvertì la struttura di al-Aqṣā nuovamente in moschea.
Con la guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme, ivi compresa la Spianata. Il controllo della moschea è quindi stato attribuito dagli occupanti alla Fondazione islamica dei Waqf (Islamic Waqf trust), indipendente dal governo israeliano cui però è stato concesso, per motivi di sicurezza, il diritto di accesso al luogo santo.
Sulla nostra sinistra la moschea della Cupola della Roccia, che con la sua cupola dorata è sicuramente un’immagine più nota ed è quella che più caratterizza lo skyline di Gerusalemme oltre che, secondo alcuni, l’edificio islamico più antico del mondo ancora oggi esistente. Fu costruita fra il 687 e il 691, nell’era degli Omayyadi. È talora chiamata Moschea di Omar dal momento che, all’epoca del 2º califfo, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, era stato costruito su quel sito un oratorio in legno (successivamente andato a fuoco). In quel punto esatto in cui ʿUmar aveva pregato al momento della sua visita alla Città Santa, dopo la conquista di Gerusalemme nel 637, fu edificato un santuario adornato da mosaici realizzati da maestranze bizantine, appositamente chiamate dal califfo omayyade.
La Cupola della Roccia fu fatta edificare sfruttando l’opera di artigiani bizantini forniti dall’Imperatore. La costruzione dell’edificio avrebbe risposto alla volontà del califfo ʿAbd al-Malik di dotare di pregevoli monumenti i suoi domini (opera perfezionata poi dal figlio e successore al-Walīd I) e di contrastare i sentimenti di stupore tra i musulmani alla vista della Basilica cristiana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, la cui cupola destava grande ammirazione, oltre che di sottolineare il carattere musulmano di un personaggio sacro a musulmani, ebrei e cristiani (Abramo) e celebrare la vittoria dell’Islam sulle altre fedi.

La roccia al centro del santuario è ritenuta dai musulmani come il posto da cui Maometto fece la sua ascesa al cielo. Sulla medesima roccia Abramo (in Arabo Ibrāhīm) sarebbe stato sul punto di sacrificare Ismaele (ovvero Isacco) prima di essere fermato da Dio. Da questo episodio, narrato sia nella Bibbia che nel Corano, nasce la Festa del Sacrificio, una delle più importanti del calendario islamico.
La pianta ottagonale della Moschea della Roccia è comune all’architettura tardo antica e bizantina. La cupola è ispirata alla cupola del Santo Sepolcro, di cui ha circa le stesse dimensioni. Originariamente in piombo di colore grigio, venne sostituita negli anni ‘60 del XX secolo da una in bronzo e alluminio (prodotta in Italia) e successivamente rivestita con doratura. Nel 1993 la copertura d’oro è stata sostituita grazie a re Hussein di Giordania, a causa della ruggine e dell’usura. La cupola ha un diametro di circa 20 metri e raggiunge un’altezza di più di 35 metri sopra la “Nobile roccia”.
L’interno è riccamente dipinto, con archeggiature mosaicate a forma di corone, gioielli e motivi floreali, di gusto bizantino, privo di rappresentazioni di esseri viventi. In origine esistevano mosaici anche all’esterno, ma furono rimossi dai sultani ottomani e sostituiti da ceramiche colorate. Nella moschea è conservata in un’urna la reliquia di peli della barba di Maometto.
Noi, in quanto non musulmani, non siamo autorizzati ad entrare nelle moschee. Ma il luogo comunica una sensazione di pace, oltre che di sacralità. A vederlo così tranquillo, viene difficile pensare a tutto quello che è successo qui.

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Usciamo dalla Porta dei Leoni e percorriamo un tratto della Via Dolorosa, lungo la quale si trovano tutte le stazioni della Via Crucis. Passiamo davanti al luogo di nascita della Vergine Maria, poi al posto in cui Gesù dovrebbe essere stato flagellato prima di salire al Calvario. I negozi di souvenir, tutti gestiti da palestinesi, vendono paccottiglia di ogni genere, tra cui delle fantastiche corone di spine.
Intorno ad alcune porte le pareti sono dipinte di bianco punteggiato di rosso, verde e nero: sono le case di chi ha fatto l’haji, il pellegrinaggio alla Mecca.
Qui siamo sempre a Gerusalemme Est, teoricamente zona palestinese, anche se la città vecchia è un po’ un mondo a parte. Molte case sono state occupate negli anni da coloni israeliani, sempre col concetto di segnare il territorio con la loro presenza. Coloni che poi sono costretti a vivere asserragliati con le loro famiglie. Vediamo un papà che accompagna i bambini a scuola, seguito da un uomo che è chiaramente una guardia del corpo.
La più famosa di queste case è nota da molti anni come “Casa di Sharon”, anche se lui non ci ha mai veramente vissuto. Sulla facciata si srotola una grande bandiera con la stella di David, sul tetto troneggia un’imponente Menorah, il candelabro a sette candele simbolo dell’ebraismo. La casa fu acquistata nel 1987 da un’organizzazione di coloni, Ateret Cohanim, che convinse a suon di bigliettoni il proprietario palestinese a vendere tutto il palazzo, e regalò un appartamento a Sharon, allora Ministro dell’Industria e del Commercio. I coloni arrivarono subito con intenzioni bellicose. Il possibile arrivo di Sharon, anche per pochi giorni, era la scusa per perquisire gli appartamenti delle poche famiglie palestinesi rimaste nel palazzo. I soldati entravano con i cani a qualsiasi ora del giorno e della notte. E così ora la casa è il simbolo della riappropriazione ebraica della città vecchia e di tutta l’area di Gerusalemme Est, dove vivono più di 200.000 ebrei sparsi tra le varie colonie.
La pressione dei coloni è così forte che in alcune strade della città vecchia, piene di negozi e caratterizzate da grande passaggio, sono state installate delle reti metalliche di copertura, per proteggere i passanti dagli oggetti che i coloni lanciano dalle finestre.

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Dopo una pausa a base di spremuta di melograno, ritorniamo verso la spianata per accedere al Muro del Pianto. L’accesso, dalla piazza antistante, è separato per uomini e donne, che pregano in due aree diverse. Anche noi, quindi, ci dividiamo. Io, Claudio e gli altri uomini del gruppo indossiamo la kippah bianca in distribuzione all’ingresso e, con rispetto, ci avviciniamo al muro, dove i nostri amici “cappelloni” depongono bigliettini con preghiere nelle fessure e pregano con tutto l’armamentario che abbiamo già visto in aereo, compresi i famosi cubetti. I movimenti della parte superiore del corpo, in effetti, possono far pensare a una persona che si lamenta, che piange. I fedeli sono attrezzati con leggii, tavoli e sedie. Le sedie, per la verità, sono sedie di plastica da bar sulla spiaggia che sembrano un po’ stonare con la sacralità del luogo. Molti leggono la Bibbia, c’è chi canta, chi recita qualcosa che forse è un salmo. La ritualità di ogni gesto è quello che colpisce di più.
Lasciando il muro, Claudio ci racconta di quella volta che dovette fare una sorta di cerimonia di riconciliazione al consolato israeliano di Milano, per farsi “perdonare” la partecipazione alla carovana dell’acqua, con la quale nel 2011 diverse associazioni pacifiste e solidali avevano voluto mettere al centro dell’attenzione il problema, tuttora estremamente sentito, dell’accesso all’acqua della popolazione palestinese. La gestione dell’acqua è tuttora sottoposta a ordini militari israeliani, che negano il diritto all’acqua del popolo palestinese limitando e di fatto impedendo la costruzione di nuovi pozzi o la riabilitazione di quelli esistenti, la costruzione di nuove reti idriche e di impianti di trattamento delle acque reflue, la gestione complessiva delle risorse idriche da parte dell’Autorità Palestinese. La storia della riconciliazione è divertente di per sé, ma la cosa curiosa è che con lui a riconciliarsi c’era… Cecchi Paone!

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La prossima tappa è la Basilica del Santo Sepolcro, in cima al monte del Calvario. La basilica ingloba al suo interno il luogo della crocifissione, la pietra della deposizione e il sepolcro scavato nella roccia dove secondo i Vangeli Gesù fu sepolto. La prima basilica fu costruita da Costantino nel IV secolo, ma l’edificio è passato nella sua storia per mille traversie: incendi, terremoti, la distruzione da parte di un califfo pazzo nel 1009. Fu ricostruita dai crociati nel XII secolo, poi di nuovo distrutta da un incendio e quello che si vede oggi è in sostanza la ricostruzione in stile barocco turco degli inizi del 1800. Il rivestimento dell’edicola in marmo rosso, però, è pericolante ed è tenuto in piedi da un’impalcatura in travi di ferro installata ai tempi del mandato britannico, nel 1947. Non esiste ancora un progetto di restauro. La basilica è sede del patriarca greco ortodosso e, formalmente, anche del patriarca cattolico latino, che però celebra normalmente in un’altra chiesa.
Quando ci arriviamo noi, purtroppo, non è certamente l’ora migliore. La basilica è presa d’assalto da orde di turisti, il sepolcro è inavvicinabile se non con ore di coda. Riusciamo giusto a dare un’occhiata al luogo della crocifissione, salendo per una ripida scala, ma anche questo da lontano, perché davanti c’è una massa di persone. La sola cosa che si può vedere bene è la pietra della deposizione o dell’unzione, dove si ritiene che il corpo di Gesù venne preparato per la sepoltura. Il rituale, per quanto vediamo, sembra prevedere che la pietra venga bagnata (forse a rappresentare le lacrime della Vergine Maria) e che poi i fedeli la asciughino con straccetti o fazzoletti che immagino poi vengano conservati come reliquie.
Noi, comunque, dobbiamo andare. Raggiungiamo la porta di Damasco con un breve passaggio nel souk, tra piramidi di za’atar (una miscela di spezie a base di timo, origano e semi di sesamo) e spezie varie, i cui profumi riempiono l’aria, e da lì partiamo col pullmino in direzione Ramallah, dove abbiamo appuntamento con l’architetta e scrittrice Suad Amiry.

 

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Andando verso Ramallah, cominciamo a vedere da vicino il muro, la barriera che Israele negli anni ha costruito intorno ai territori palestinesi. In alcuni tratti è soltanto un reticolato, ma per la maggior parte è un vero muro fatto di blocchi di cemento alti da 6 fino a 9 metri, sormontati da filo spinato. In teoria, dovrebbe servire a difendere la sicurezza di Israele, contro il terrorismo. Peccato, però, che il suo percorso, per quasi tutta la sua lunghezza, corra ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine di Israele, cioè la cosiddetta “Linea verde”, il confine di prima della guerra dei sei giorni del 1967. Così, di fatto, Israele ha annesso ampie porzioni di territorio che gli servivano per ragioni strategiche, perché è dove si concentrano la maggior parte delle colonie, e/o per la presenza di risorse: pozzi, terreni agricoli. Entrando nell’area sotto effettivo controllo palestinese, grandi cartelli rossi informano i cittadini israeliani che, se proseguono, lo fanno a rischio della vita e contro la legge israeliana. Anche se, ovviamente, nessun israeliano è stato mai arrestato per essere entrato in territorio palestinese. Mentre ogni giorno vengono arrestati palestinesi per aver essere entrati illegalmente in Israele, il più delle volte soltanto per lavorare.
Serena, che parla un arabo fluente, dà indicazioni al nostro autista, Walid, che però fa un po’… di testa sua e non conosce molto le strade, dal momento che lui lavora prevalentemente con i turisti su Gerusalemme. Google Maps o Waze non funzionano nei territori occupati. Esiste, abbiamo scoperto, un’apposita app che però non sembra patrimonio di Walid.
Riusciamo comunque ad arrivare a Ramallah, dove ci concediamo un veloce spuntino a base di Falafel in un bar popolare, prima di raggiungere Suad presso la sede di Riwak, l’associazione che lei dirige e che si occupa del recupero e della conservazione dell’architettura palestinese.
Fuori, un uomo vende dei portadocumenti in plastica verde e ripete ossessivamente uno slogan: “Change yourself, change your life!”. Non è chiaro perché lo dica in inglese, ma soprattutto perché un portadocumenti dovrebbe cambiarti la vita. Forse vuole sottintendere che, una volta comprato quello, arriverà anche il documento. Ma, sapendo quanto è difficile ottenere la carta d’identità per i palestinesi, soprattutto quella blu dei residenti di Gerusalemme, suona un po’ ironico. Di sicuro, il personaggio è sui generis.

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Suad ci riceve nel piacevole giardino della sede di Riwak, con un bel caffè di benvenuto. Alcuni di noi si siedono intorno a lei sul muretto, altri davanti a lei sul prato. Mi viene da chiamarla così, Suad, senza il cognome, perché dopo aver letto due suoi libri mi sembra quasi di conoscerla personalmente, come se fosse una mia amica. Forse perché in quei due libri c’è tanto della storia personale sua e della sua famiglia. Il primo che ho letto è in realtà l’ultimo che ha scritto, cioè Damasco, dove racconta una saga familiare degna quasi di un Garcia Marquez ma tutta vera, dai nonni che si sposarono ai primi del novecento fino ai giorni nostri. Il nonno materno era un ricco mercante siriano di Damasco, la nonna palestinese. Ho scoperto Suad quando, un annetto fa, quel libro lo ha presentato nell’auditorium di Radio Popolare. E poi ho letto il primo libro che ha scritto, quello che l’ha resa famosa: Sharon e mia suocera. Dove racconta il doppio assedio che subì nel 2002 qui a Ramallah: quello delle truppe di Sharon, che assediavano la Muqata, il quartier generale di Arafat, durante la seconda intifada, e quello della suocera novantenne, che lei generosamente si era portata a casa per salvarla dagli scontri più sanguinosi che si svolgevano praticamente sotto casa sua, dato che la suocera abitava a un passo dalla Muqata. Ciò che unisce i due libri è la scrittura al tempo stesso colta e leggera, con un’inesauribile carica di ironia, e la capacità di Suad di affrontare la vita armata di lucidità sentimentale e politica, senza mai perdere lo humour.

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Ma quella da scrittrice è solo l’ultima vita di Suad, quella che quasi suo malgrado si è trovata a vivere dai cinquant’anni in poi. Prima, come ha raccontato a Claudio in una lunga intervista, ce ne sono state altre due. La prima è quella da attivista politica. Nata a Damasco, è cresciuta ad Amman perché il papà, palestinese di Jaffa, fu costretto a fuggire in Giordania dalla prima guerra arabo-israeliana del 1948, come almeno altre 800.000 persone. Per i primi 16-17 anni della sua vita, racconta, non è stata così cosciente della sua identità palestinese. Si sentiva giordana, come tutti gli altri; o meglio, non era importante la nazionalità. C’erano arabi, curdi, circassi, siriani, musulmani e cristiani, tutti insieme. E i suoi genitori, per proteggerla, preferivano non parlare di tutto quello che avevano lasciato in Palestina. Poi, nel 1967, Israele occupa l’altra parte della Palestina storica, e tutto cambia. E lei si ricorda proprio bene, dice, il giorno in cui è “diventata” palestinese, dopo aver partecipato a una delle prime manifestazioni dell’OLP. Lo racconta in questo breve spezzone di video, attribuendo all’OLP il merito fondamentale di questa presa di coscienza di un popolo:

 

Ha studiato architettura all’American University di Beirut, poi all’università del Michigan, per specializzarsi infine a Edimburgo.
Negli anni ’70 ha vissuto in Libano, dove è diventata un’attivista dell’OLP, che allora aveva lì la sua base. Solo dopo parecchi anni riuscì finalmente a tornare in Palestina, perché come racconta nessun profugo, da nessun paese arabo, era autorizzato a tornare. La sua mamma e suo fratello non sono mai potuti tornare. Lei ottenne, con grandi difficoltà, un permesso per andare a insegnare all’università di Bir Zeit. E anche ora della sua famiglia possono venire a trovarla, a Ramallah, solo due sorelle che hanno preso la cittadinanza americana.
Ha partecipato alla delegazione palestinese ai negoziati di Madrid, nel 1991, e poi di Washington, dove si avviò il processo di pace poi concluso con gli accordi di Oslo nel 1994. Ed era l’unica donna, in entrambe le delegazioni.
Contemporaneamente, nel 1991, era iniziata l’attività di Riwak, alla quale Suad si dedicò a tempo pieno dopo il 1994.
Riwak è una ONG che si occupa del restauro e della conservazione dei palazzi storici e dei villaggi che presentano caratteristiche tipiche dell’architettura palestinese. Le pietre per noi sono la cosa più importante, dice Suad. Non abbiamo il petrolio, e poi difendere i nostri villaggi vuol dire resistere all’occupazione che, giorno dopo giorno, si appropria di estensioni sempre maggiori di terra palestinese. Ci vollero quasi 8 anni per fare un lavoro completo di documentazione, censimento e mappatura degli edifici storici, che sono ben 50.320. Quando Sharon, nel 2000, decise di bloccare l’ingresso in Israele dei lavoratori palestinesi, 150.000 persone si trovarono da un giorno all’altro senza lavoro e senza sostegno per le loro famiglie. A quel punto, Riwak fece la scelta di creare lavoro attraverso la conservazione. Un progetto che ebbe grande successo, portando tra l’altro alla costruzione di 120 strutture per le comunità, con scuole, biblioteche, teatri, centri per l’infanzia e per le donne. Il progetto del momento, invece, si prefigge di restaurare e rivitalizzare 50 villaggi. Per ora, sono 20 i villaggi completati. Le persone coinvolte sono molte, ed è anche questo un risultato fondamentale. I finanziamenti arrivano da diversi paesi europei. I migliori sono gli svedesi, dice Suad: danno tanto e non chiedono niente. Gli italiani invece parlano, parlano… e non si conclude mai. Ci sono, comunque, fondi italiani per l’archeologia in Palestina, ma non per Riwak.
Poi Suad racconta di come, nel 2002, durante i 42 giorni di coprifuoco senza poter uscire neanche in giardino, iniziò a tenere un diario quasi per terapia, raccontando le bizze della testarda Umm Salim, la mitica suocera. Umm, in arabo, significa “Mamma di” ed è un modo in cui, affettuosamente, si chiamano le signore, soprattutto di una certa età, con il nome del loro figlio primogenito. Lo stesso vale per i papà, con Abu al posto di Umm. È una cosa tipica soprattutto di quest’area del Medio Oriente. Il diario doveva essere riservato a cinque amici, ma poi intervenne Luisa Morgantini, all’epoca vicepresidente del Parlamento Europeo, che lo trovò talmente bello da volerlo distribuire a diversi parlamentari europei. E fu sempre la Morgantini a mandarlo alla Feltrinelli. Suad le diede della pazza, naturalmente. Ed è genuina quando ci racconta il suo stupore nel ricevere la telefonata di Alberto Rollo che le chiedeva di poter comprare tutti i diritti. “Diritti? Ma come diritti? Io conosco i diritti dei palestinesi, ma non so niente dei diritti dei libri…”. Alla fine, il libro venne tradotto in venti lingue.
Claudio fa una domanda nel suo stile inconfondibile: tre canzoni, una per ogni vita. Suad, senza neanche pensarci tanto, snocciola: Imagine per la vita politica; una canzone della grande cantante egiziana degli anni ‘60 Umm Kulthum, che parla di quanto sia importante rispettare le vestigia del nostro passato, per la vita dedicata all’architettura e al restauro; e… Volare per la vita da scrittrice, che per lei è stata proprio un sogno strano e inaspettato.
Suad, poi, ci spiega bene quanto è importante la terra, soprattutto quando ogni giorno ne perdi un po’. Ad oggi, sotto il controllo palestinese resta un 40% del territorio della Cisgiordania, che è poi il 22% della Palestina storica. Quindi, a conti fatti, meno del 9% del territorio in cui, liberamente, i palestinesi potevano vivere prima del 1948.
Suad ci tiene a enfatizzare questo aspetto: più di tutto, al di là di ogni questione etnica o religiosa, il problema è la terra. Gli israeliani vogliono la terra, sempre più terra, la NOSTRA terra.
In molti abbiamo voglia di chiedere qualcosa a Suad. Lei sollecita domande che abbiano a che vedere con il suo lato “politico” e, guarda caso, ne ho una. Vorrei sapere da lei come vede il recente accordo firmato tra Hamas e Fatah, con il quale si dovrebbe mettere fine a dieci anni di divisione interna tra i palestinesi, tra il governo della striscia di Gaza targato Hamas e il governo dell’ANP in Cisgiordania. Se pensa che sia possibile che, come chiesto da Abu Mazen, vengano disarmate le brigate Ezzedim al-Qassam, il braccio armato di Hamas, e che in un anno si arrivi ad elezioni libere e congiunte. Lei non è molto ottimista in merito, com’è normale che sia. Dice che molto dipenderà dalla reazione di Israele, ed è chiaro che è così: la divisione del fronte palestinese ha sempre fatto molto comodo a Israele, che chiaramente farà tutto quello che è in suo potere per mantenerla.
Luciano invece, che ha appena finito di leggere Damasco, vuole sapere come sta Norma, che è uno dei personaggi più pazzi e divertenti descritti da Suad. Sta bene, e ne siamo tutti contenti.
Prima di salutare Suad, mentre mi faccio autografare anche il secondo libro, le chiedo un’ultima cosa: se ancora oggi, ogni tanto, le viene voglia, passando da un checkpoint, di guardare fisso negli occhi un soldato israeliano così, per vedere l’effetto che fa. Questo è uno degli episodi che mi ha colpito di più, e dei più gustosi tra i tanti che Suad racconta in “Sharon e mia suocera”. A proposito, se non l’avete ancora letto leggetelo, vale davvero la pena. Lei sorride e risponde di no, che ormai si sente troppo vecchia e stanca per queste cose. Ma a me invece sembra ancora combattiva, ed esco dall’incontro con lei con ancora più ammirazione e con la speranza che possa trasmettere quello che ha da dare, che è tanto, a molte giovani donne palestinesi.

Una breve visita alla tomba di Arafat e poi passeggiamo per Ramallah. I muri sono tappezzati di manifesti con le immagini dei prigionieri politici. Un gruppetto di bambini, vedendoci, improvvisa una specie di blocco della strada con un nastro bianco e rosso. Noi stiamo al gioco e giochiamo anche noi al checkpoint. Effettivamente la realtà che vivono ogni giorno è questa, a cosa possono giocare?
Entriamo in un edificio restaurato da Riwak, dove ora c’è una scuola di musica. Saliamo sul tetto, dove un vecchio divano fa un curioso effetto salotto. Altri bambini, dalle strade e dalle finestre, ci vedono e ci salutano sbracciandosi tra urla e risatine. Vogliono sapere come ci chiamiamo io e Serena. Mi sto accorgendo che quelle quattro parole di arabo che ho imparato in Marocco servono a ben poco qui, è proprio un arabo diverso, anche e soprattutto nelle espressioni più semplici e colloquiali. Oltretutto, io in realtà non ho neanche imparato tanto, perché la mia “famiglia” marocchina, della quale ho avuto occasione di parlare tanto su queste pagine, è berbera e parla Tashelhit, non arabo.
Ci fermiamo a prendere un tè in un locale che è sicuramente popolare, anche se forse non è l’ideale per un gruppo di stranieri, soprattutto per le signore. Sono tutti uomini, giocano a carte e fumano Arghilé (qui la Shisha, la pipa ad acqua, si chiama così). Preferiscono sistemarci nel retro, in un cortile con tettoie di lamiera, cercando di pulire alla bell’e meglio le sedie e i tappeti. Se non altro è tranquillo, possiamo riposarci e chiacchierare un po’. Forse stimolati dall’ambiente, forse perché chi l’ha visto (io no) racconta che il bagno non è esattamente quello di un boutique hotel di design, finiamo a parlare dei bagni più strani o più… al limite che ci siamo trovati ad usare durante i nostri viaggi. È comunque un modo per testare l’affiatamento del gruppo, che anche stavolta è più che buono.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che Serena insegna anche yoga e Pietro, uno dei nostri compagni di viaggio, è un allievo della stessa scuola dove insegna lei, anche se non suo.

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Per cena siamo di nuovo a Gerusalemme. Il posto di questa sera si chiama Askadinya, è anche questo raggiungibile a piedi dall’albergo ed è vicino a un’area verde che si trova nella parte ovest della città (il confine è qui a due passi), dove stasera si tiene un evento che attira, a quanto vediamo, masse di “cappelloni”. Ci avviciniamo per curiosità e le guardie armate, per prima cosa, ci tengono a farci sapere che “Qui è Israele”. Questo giusto perché sappiamo regolarci. Dopo di che, ci spiegano che è una specie di celebrazione in memoria di un rabbino molto noto e con un grande seguito. Gli avventori sono praticamente tutti ebrei ortodossi, ma di aspetto (almeno qualcuno) un po’ più rilassato. Pare che ci sia un concerto, probabilmente seguito da una festa. Noi, comunque, intanto andiamo a cena. Non so nemmeno se saremmo molto graditi.
Anche qui il cibo non è male, ma è un po’ più caro di ieri sera e c’è forse anche meno scelta. Dopo cena, con un gruppetto selezionato ci dirigiamo verso un posto segnalato da Claudio. È la “First Station”, che si trova anch’essa a Gerusalemme ovest ed è una vecchia stazione ottomana riconvertita nel 2013 in una specie di centro commercial-culturale pieno di bar e locali. Per arrivarci, essendo in sei, dobbiamo prendere due taxi. Io salgo sul secondo, con Luciano e Luigi. Il tassista non è certo loquace; in compenso la radio trasmette una partita di calcio, è sicuramente il Barcellona ma non riusciamo a identificare l’avversario. Non capiamo granché della radiocronaca, ma di sicuro a un certo punto segna Messi: l’urlo è inequivocabile e internazionale. Fatto sta che, forse distratto da questo o più probabilmente per generale rincoglionimento, quando scendiamo lascio sul taxi lo zainetto con tanto di macchina fotografica nuova di pacca. Me ne accorgo un secondo dopo essere entrato nella stazione, ma ormai è troppo tardi.
In preda al panico, chiedo ad un altro tassista come fare per recuperare oggetti smarriti. Lui dice: chiama la compagnia dei taxi. Sì, ma quale? Il nostro non ci ha dato la ricevuta. Perfetto. Allora come? L’unico modo è chiamare il ristorante, o tornarci. È stato il tipo del ristorante a chiamare il taxi. Già, ma come si chiama il ristorante? Nessuno se lo ricorda.
Il panico cresce. A malincuore, sono costretto a chiamare Serena. Non vorrei farlo, è tornata in albergo perché si sentiva poco bene, povera. Ed è già tardino. Ma come fare, se no? È l’unica che può sapere come diavolo si chiama quel posto.
Serena non risponde, né al cellulare palestinese né a quello italiano. Panico a mille. Cerco di razionalizzare e penso che almeno portafoglio e documenti li ho con me, è solo per la macchina fotografica, che comunque non è poco. Ma, più o meno consciamente, comincio a darla per persa.
Chiamo Serena in albergo, è l’ultima chance. Il portiere dice che il numero della stanza risulta occupato; mi sembra molto strano, ma le lascio il messaggio di chiamarmi appena può. Dopo pochi minuti, dato che non mi chiama, su suggerimento di Claudio richiamo l’albergo e, con voce ancora più concitata, dico al portiere di andare a bussare. Lui dice che le ha già passato il messaggio, ma non so se credergli. Forse vuole solo togliersi uno scocciatore dagli zebedei.
Continuando a non sentire Serena, decido di prendere un taxi e tornare in albergo. Mi accompagna Luigi, un po’ come supporto psicologico e un po’ perché se restasse lì sarebbero in 5 e per tornare, poi, dovrebbero prendere altri due taxi.
Spiego la situazione al tassista, gli dico che il ristorante è vicino a quel posto della festa ebraica. Improvvisamente, ho un flash e mi torna anche in mente qualcosa che somiglia vagamente al nome del ristorante. Il tassista mi fa: “Askadinya”. Sì, è lui, ci siamo! Mi faccio portare lì, invece che in albergo. Nel frattempo Serena mi chiama e spiego anche a lei cos’è successo. È quasi sollevata, da quello che le aveva detto il portiere pensava molto peggio. Arrivo al ristorante e ritrovo il tipo di prima. Serena lo ha già chiamato, e lui sta chiamando la compagnia di taxi. Mi dice, in diretta, che il tassista ha trovato lo zaino e lo sta riportando qui. Quasi non ci credo, un’efficienza pazzesca. Non ci speravo un granché.
Un quarto d’ora dopo il tassista è lì, davanti al ristorante. Lo zainetto c’è, la macchina pure, non manca niente. Gli pago la corsa con un sospirone di sollievo, poi io e Luigi torniamo a piedi in albergo.
Mi sento veramente un idiota. Sì, mi è capitato di fare qualche cazzata in viaggio, ho lasciato ombrelli un po’ ovunque ma una cosa importante mai, non mi era mai successo. E soprattutto mi dispiace da pazzi aver svegliato Serena, ma per fortuna è andato a finire tutto bene. Serata agitata, tento di dormire ma non sarà facilissimo. Domani per stare in piedi mi dovrò drogare di caffè. Per fortuna qui non manca.

 

(Continua…)

Cilento Groove

Un viaggio speciale in Campania in occasione del Negro Festival, il festival musicale che si tiene a Pertosa e prende il nome dal fiume che scorre nella Grotta dell’Angelo. E poi sentieri nella natura, colline, boschi e cascate, erbe spontanee e borghi che portano le tracce del passaggio dei popoli, tra il Cilento e il Vallo di Diano.

 

Venerdì 25/8/2017: Primo giorno, nel quale il fiume Negro ci porta nelle viscere della terra

Un weekend lungo di fine agosto nel Cilento. Certo, perché no? C’è il mare di Palinuro, Marina di Camerota, Castellabate… è perfetto per godersi l’ultimo sole estivo! E invece no. Si va nell’entroterra. Certo che siamo piuttosto strani, noi che viaggiamo con Radio Popolare. Ne abbiamo parlato più di una volta, in questi giorni. È stato proprio Luigi Saccenti, il presidente di ViaggieMiraggi, che ci ha accompagnato in questo viaggio, a farcelo notare, un po’ per il gusto della battuta ma forse non solo per questo. È veramente una scelta nel più tipico stile di Radio Pop. Non per niente l’idea viene da Claudio Agostoni, che ha già esplorato tempo fa i territori ancora poco battuti del Cilento profondo, quello dell’entroterra appunto, e ne ha tirato fuori un altro bel servizio per la radio. La motivazione, in realtà, è abbastanza chiara, a ben vedere. In questi giorni alle grotte di Pertosa c’è il Negro Festival, che da 22 anni in uno scenario quanto mai suggestivo mescola la musica popolare, soprattutto quella del Sud naturalmente, con le nuove tendenze musicali e con le più varie influenze da ogni parte del mondo. E allora l’occasione di unire la musica e la scoperta di un territorio ricchissimo di natura, storia e cultura è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
Perciò, spiegato l’arcano, riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio con il racconto.
L’appuntamento è davanti alla stazione di Salerno, alle 14.30 di questo caldo venerdì di fine agosto. Il gruppo è composto da 15 persone. Ci aspetta Luigi, anima della sede napoletana di ViaggieMiraggi nonché, l’abbiamo già detto, presidente della cooperativa; e ci aspetta, a rappresentare Radio Popolare, per la prima volta accompagnatrice di un viaggio della radio, Paola Piacentini.
Paola non puoi non riconoscerla, già da lontano, per i suoi ricci ribelli che, anche se raccolti, fanno sempre un volume notevole. Io ho la fortuna di averla già conosciuta: con lei e con la sua socia Giorgia Battocchio ho diviso per alcuni minuti il palco della festa per i quarant’anni della radio all’ex OP Paolo Pini, nel giugno dell’anno scorso. Paola e Giorgia dovevano intrattenere il folto pubblico nell’attesa del concerto di Eugenio Finardi, e io avevo il compito di fare da testimonial per i viaggi della radio. Ne avevo già fatti cinque o sei, all’epoca. Non è stato sicuramente merito mio, ma da allora ne sono stati fatti molti altri, che hanno avuto tutti grande successo tra gli ascoltatori. Ma chissà se Paola si ricorda di me, pensavo. Certo che si ricorda! Senza un attimo di dubbio, mi riconosce subito e ricordiamo insieme il mio breve momento di gloria. In realtà, poi, sul palco di quella festa sono salito anche l’ultima sera per partecipare al quizzone tra gli ascoltatori. Non è andata benissimo, in generale, ma ho vinto la prova “Talent”, quella in cui bisognava provare a fare radio (ehm, scusate il momento di autocompiacimento).
Paola ha fatto diverse cose in radio ma, da qualche anno, lei e Giorgia sono le affiatate compagne di scorribande ciclistiche che conducono il programma “Cosa ne bici”. E non sono solo i ricci, ma anche il suo sorriso e la sua simpatia che non possono che conquistare subito tutti.
Saliamo sul pullmino guidato da Vincenzo, che ci accompagnerà in tutti questi tre giorni di full immersion cilentana. Per adesso ci avviamo verso Polla, dove faremo base. Ci sistemiamo in hotel e ci concediamo una breve pausa per riprenderci dal viaggio, che non è stato breve per nessuno. Per la maggior parte veniamo da Milano e dintorni, ma ci sono due ascoltatrici da Bergamo e da Mantova e quattro che compongono una nutrita “colonna” fiorentina. Loro non sono ascoltatrici, anche per ragioni banalmente… geografiche, ma hanno già dei trascorsi con ViaggieMiraggi, e nello specifico con la sezione campana. Come sempre, le donne sono in netta maggioranza.
Io ho un legame… di sangue con la provincia di Salerno, perché la mia mamma era di Nocera Inferiore, un paesone di questa provincia famoso più che altro per le conserve di pomodoro. Ma la provincia è grande, qui siamo lontani da lì e questo è un territorio che conosco pochissimo, tutto da scoprire anche per me.
La prima tappa del viaggio è la visita alle grotte di Pertosa, che sono a due passi da Polla e che saranno anche lo scenario del Negro Festival. Per essere precisi, dovremmo dire grotte di Pertosa-Auletta. Si tratta di un complesso di cavità carsiche che si sviluppa nel sottosuolo anche dei vicini comuni di Auletta e Polla, a 263 m s.l.m., lungo la riva sinistra del fiume Tanagro. Sono molto estese, tanto che risulta difficile farne una completa mappatura. Le cavità scavano la parte settentrionale della catena dei monti Alburni e si suppone che la loro genesi ed evoluzione siano addebitabili a fenomeni tettonici ed all’oscillazione del livello di base della falda (il calcare per crescere di un solo centimetro impiega ben 100 anni). Gli studiosi ritengono che le acque che fuoriescono dalle grotte di Pertosa-Auletta siano da collegare con uno o più punti di emergenza della falda freatica presente nel massiccio degli Alburni. Le sorgenti pompano circa 600-700 litri di acqua al secondo. Il fiume, chiamato Negro, che sorge e sparisce nell’antro per poi gettarsi dopo un breve tragitto nel Tanagro dà a queste grotte una caratteristica particolare: sono infatti tra le poche grotte non marine attraversate da un corso d’acqua navigabile in barca.
I reperti recuperati e tra il 1896 ed il 1898 provano che la cavità fu abitata intorno al bronzo medio. Si suppone che gli abitanti fossero per lo più pastori e che vivessero su palafitte.
Per circa otto anni le grotte di Pertosa-Auletta hanno ospitato “L’Inferno di Dante nelle Grotte”. Il pubblico, diviso in gruppi di 30/35 unità, veniva affidato ad un “Dante” ed in compagnia di questi attraversava i dieci cerchi dell’Inferno.
Attualmente, invece, le grotte ospitano lo spettacolo itinerante “Ulisse: il Viaggio nell’Ade”, per la prima volta in una particolare forma di “speleoteatro in barca”. Lo spettacolo mette in scena la discesa di Ulisse negli Inferi alla ricerca dell’indovino Tiresia e racconta l’incontro dell’eroe greco con gli spettri della sua storia. È stato recentemente installato un nuovo sistema di filodiffusione e di proiezione che rende il teatro in grotta un’esperienza unica nel panorama nazionale.
Il tratto iniziale delle grotte è invaso dalle acque del Negro, che è possibile percorrere a bordo di una barca. Il nostro “Caron dimonio”, che ci porta nelle viscere della terra, si chiama Pasquale. Il suo aspetto, in realtà, non è per niente demoniaco, anzi grazie al fisico e al capello lungo raccoglie parecchi consensi tra il pubblico femminile. Anche perché, a vederlo, il lavoro che fa di muovere la barca, in piedi, facendola navigare lentamente a forza di braccia aggrappandosi ad un cavo d’acciaio sospeso sembra richieda una forza non comune. Ma lui assicura che il più è dare lo spunto iniziale, poi non è così pesante come sembra.
Una volta sbarcati sono previsti più percorsi e itinerari guidati. Un paio percorrono settori ipogei marcatamente speleologici, e per visitarli bisogna armarsi di stivali, torcia e caschetto. L’alternativa un po’ più “light”, che è quella che facciamo noi, si snoda per circa ottocento metri in un percorso caratterizzato dal succedersi di ampie cavità all’interno delle quali è possibile osservare imponenti gruppi stalattito-stalagmitici e straordinarie concrezioni. Le luci colorate che le illuminano sono sicuramente suggestive, anche se a mio parere tolgono un po’ di naturalezza.
C’è una formazione che può ricordare un trono, ma per Pasquale è più un fungo atomico. Un’altra assomiglia ad una grande medusa. Ci si può sbizzarrire con la fantasia. Alcune formazioni sono “deviate” dal loro sviluppo naturale, frutto di uno stillicidio lento che le correnti d’aria hanno influenzato creando strani effetti.
Una parte della grotta è la casa dei pipistrelli, che devono essere veramente tanti se Pasquale ci racconta che durante un’operazione di “pulizia” sono state portate via 30 tonnellate di guano. Gli altri particolari abitanti delle grotte sono i gamberetti albini: Pasquale ci mostra una foto sul suo telefonino.
Per quanto riguarda gli abitanti umani, in tempi più recenti, durante la seconda guerra mondiale, le grotte sono state utilizzate come nascondiglio. Alcuni soldati ebrei hanno lasciato traccia del loro passaggio nella forma di due stelle di David disegnate su una parete rocciosa.
E poi, in occasione del terremoto del 1980, che qui sotto non ha fatto danni, una piccola parte della grotta è stata anche usata per ospitare persone nei primi giorni successivi alla scossa.

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Dopo un’oretta abbondante usciamo a riveder le stelle e ci sediamo a bere una birretta rinfrescante allo “Speleobar” delle grotte. Il salto di temperatura tra il fresco delle grotte e il caldo che fa fuori, in effetti, è impegnativo.
Fatto l’aperitivo, ci trasferiamo per la cena da Zi’ Marianna, a Pertosa. La specialità del posto, e di questo locale in particolare, è il carciofo bianco, che si può trovare in molti piatti e fatto un po’ in tutti i modi. Per noi, stasera, antipasti vari e bis di primi a base appunto di carciofo bianco.
La cena è anche l’occasione per fare conoscenza con un po’ più di calma e amalgamare il gruppo. Per quanto riguarda me, ci sono tre persone che conosco già, con le quali ho condiviso già diversi viaggi: Patrizia, Giovanna e Luciano. Partiamo con una specie di giro di presentazioni con il quale, oltre a ripetere i nomi che male non fa, dovremmo cercare di fornire qualche informazione di base su noi stessi. Per esempio, cosa facciamo nella vita. Non è obbligatorio, chiaramente, ma chi ne ha voglia lo può dire, in poche parole. La risposta che vince di gran lunga su tutte le altre è quella di Luciano: “In genere mi alzo alle 6, vado a prendere il giornale e… torno a dormire”. Genio.
Il resto della cena passa tra piacevoli chiacchiere. Il gruppo sembra già abbastanza formato. Io, per esempio, mi trovo a raccontare alle signore fiorentine il mio più recente viaggio in Marocco, dove ho ritrovato il mio fratello berbero acquisito e ho approfondito la conoscenza della sua grande famiglia e di un’altra valle dell’Alto Atlante, la cosiddetta Valle Felice. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

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La serata non può che finire al Negro Festival, dove questa sera la star in cartellone è Levante. Quando arriviamo davanti al palco principale ci giungono da lontano gli echi di un gruppo che sta finendo di suonare sul palco secondario. Sono i “Cafè Loti”, un trio composto da Nando Citarella, Stefano Saletti e Pejman Tadayon, che viaggia nell’anima fondante della civiltà mediterranea, nei dintorni di Bisanzio (il Cafè Loti esiste davvero a Istanbul, su una collina che si affaccia sul Corno d’Oro) e fa incontrare culture musicali che fanno parte della nostra identità universale più profonda: quella turca, quella greca, quella persiana. Negli anni passati il palco “minore” del festival era montato all’interno della grotta, il che dava alla musica un’acustica particolarissima e una suggestione davvero unica, probabilmente. Ma purtroppo un paio d’anni fa si è verificato un crollo di una parete rocciosa all’interno della grotta, e questo ora impedisce la fruizione di quello spazio. Sempre a causa di questo, si è dovuto anche modificare il percorso di visita utilizzando come entrata quella che un tempo era l’uscita. Sono in programma dei lavori di ripristino, che però non è stato ancora possibile realizzare. Peccato. Il “main stage” apre invece con un gruppo culturalmente nomade anche se di chiara impronta caraibica, i “Caracas”, che ospitano alcuni protagonisti del mondo della musica di contaminazione, come Luca Morino dei Mau Mau, Badara Seck (Griot, rappresentante dell’antica cultura del canto sociale africano) e Canio Loguercio (recente vincitore della targa Tenco per il miglior disco in dialetto).
È poi la volta di Levante, attesissima dai suoi fan più scatenati che si accalcano sotto il palco. L’attesa è stata più lunga del previsto, la mezzanotte è ormai passata da un pezzo. Ma qui si può tranquillamente suonare anche fino alle tre del mattino, e ci dicono che i DJ set vanno avanti a volte fino alle sei. La ragazza ci mette energia, anche se la qualità del suono non è ideale. L’apoteosi, comunque, si raggiunge con il recente pezzo scritto in collaborazione con Max Gazzè “Un pezzo di me”, che racconta del senso di smarrimento dopo un addio e di come il tempo lenisca ogni ferita e si possa reagire alla delusione attraverso l’ironia (Un giorno qualunque mi ricorderò/di dimenticarti dentro a un cestino/Tu sei un pezzo di me).

 

 

Sabato 26/8/2017: Secondo giorno, nel quale ‘o professore ci guida nel mondo sciamanico delle erbe medicinali ed Enzo Avitabile ci trascina nel suo groove

Facciamo colazione e ci prepariamo per raggiungere la Valle delle Orchidee, che sarà il clou della mattinata. Si è già sparsa ampiamente nel gruppo la voce che di orchidee non ne vedremo: ormai anche chi proprio di fiori e piante non capisce niente si è reso conto che non è il periodo giusto; per quello saremmo dovuti venire in primavera, è ovvio. Ma in primavera non c’è il Negro Festival.
Lungo la strada Vincenzo non fa solo l’autista ma ci dà anche qualche coordinata per capire meglio dove siamo, facendo un’apprezzata introduzione al suo territorio. Intanto non dovremmo parlare solo di Cilento: il Parco nazionale è del Cilento e del Vallo di Diano, e quello che attraverseremo è appunto il Vallo di Diano; i due territori sono uniti sia nel parco che nell’attribuzione della qualifica di patrimonio dell’umanità UNESCO, ma sono due territori distinti, ciascuno con le proprie specificità. Diano è l’antico nome del comune di Teggiano, che quindi dà il nome a tutta la vallata. Il Vallo di Diano fa parte della regione storica della Lucania; l’odierna Lucania, la Basilicata, infatti è qui a due passi e i legami sono evidenti sul piano culturale, della lingua e anche della toponomastica: Vallo della Lucania, Atena Lucana. Insomma, tutto dice che questo confine tra la Campania e la Lucania è piuttosto artificioso, tanto che qui non poche persone vorrebbero diventare Lucania anche dal punto di vista amministrativo.
La vocazione del territorio è sempre stata prettamente agricola, ma negli ultimi anni molti piccoli agricoltori, dice Vincenzo, hanno dovuto chiudere per le regole troppo restrittive imposte dall’UE. Ci sono molti anziani, che vivono di pensione, mentre tanti giovani se ne devono andare per trovare lavoro. La ferrovia è stata chiusa nel 1984, ma in seguito inspiegabilmente tutte le stazioni sono state ristrutturate per poi essere lasciate all’abbandono e ai vandalismi. Gli abitanti sono circa 40.000, ma bisogna fare 120 km per andare in ospedale. Anche il tribunale è da anni abbandonato. Una storia tipicamente italiana, insomma.
Ed eccoci nella valle delle Orchidee, nei dintorni di Sassano. Scendiamo dal pullmino e ci viene incontro un omone con berretto e camicia bianca a quadri, portata disinvoltamente fuori dai pantaloni. È lui, Nicola Di Novella, “’o professore”. 73 anni portati alla grandissima e una laurea in farmacia che ha presto messo nel cassetto per dedicarsi alla sua vera vocazione, quella di erborista, naturalista, forse anche un po’ sciamano. In realtà lui lo vede semplicemente come un altro modo di fare il farmacista, non dietro al banco ma dividendosi tra la natura, le valli dove va a raccogliere erbe officinali usate da secoli per curare quasi tutti i mali, e il laboratorio dove crea le sue preparazioni. Collabora con Istituti Universitari e svolge la sua attività di docente presso importanti scuole nazionali di naturopatia.
È direttore scientifico del Museo delle Erbe di Teggiano e del Museo delle Antiche Coltivazioni di Sassano. Parla un italiano ricco e raffinato, con un accento campano usato in modo sapiente per conferire maggiore autenticità e naturalezza alle parole con le quali, sempre col sorriso, smonta quelli che per lui sono falsi miti e propone la sua visione alternativa delle cose.
Conosce, una per una, le 184 entità tra specie, sottospecie, variabilità ed ibridi di orchidee che popolano questi assolati valloni calcarei e che purtroppo ora non possiamo vedere. Se non vengono qui i botanici non vedranno mai certe varietà di ibridi, come la orchis simia, un’orchidea che deve il suo nome al fatto che i suoi fiori sembrano una serie di scimmiette che si arrampicano sul fusto centrale dello spigastro. Il nome orchidea deriva dalla parola greca orchis, testicolo, perché l’orchidea, nel suo apparato radicale, ha due tuberi: di uno la pianta si serve per fiorire, l’altro resta sottoterra e darà origine alla fioritura dell’anno dopo. Le piante, nelle loro forme primarie come le alghe, sono sulla terra da quasi due miliardi di anni. Le orchidee invece sono spuntate dopo l’ultima glaciazione e ne hanno solo diecimila. Rispetto alle altre piante, sono delle neonate e si stanno ancora evolvendo. È per questo che Nicola, in una precedente intervista con Claudio Agostoni, ha affermato che l’orchidea sta al regno vegetale come l’uomo sta al regno animale. A noi racconta, invece, che le orchidee usano i colori per difendersi: per questo gli animali non le mangiano. Ora la transumanza non c’è più, quindi il bestiame è qui per tutto l’anno. Se non adottassero questa “strategia difensiva” rischierebbero di essere viste come cibo e mangiate.
Allargando lo sguardo sulle altre piante ed erbe spontanee, qui abbiamo un terzo di tutte le piante censite in Italia. Questo la dice lunga sull’incredibile ricchezza della natura di questo territorio. Ci sono particolarità come l’acero dell’appennino meridionale, che ha tre punte e non cinque come normalmente. C’è un’euforbia che è tossica, perché contiene lattice, ma a piccole dosi è un ottimo rimedio per la stipsi.
Ci troviamo sulla direttrice di un’antica via del sale che dalla colonia chiamata dai greci Elea e dai romani Velia, che si trova nel territorio dell’odierna Ascea, passava da Buonabitacolo e poi di qui per raggiungere Padula.
Nicola stigmatizza i cartografi piemontesi che, dopo l’unità d’Italia, hanno italianizzato i nomi in dialetto anziché tradurli correttamente, facendone così perdere il senso profondo.
Nel parco ci sono cinghiali e lupi, ed è in corso anche un tentativo di reintrodurre cervi e caprioli.
Ci facciamo una bella foto di gruppo mentre abbracciamo un faggio gigante, poi lasciamo la valle delle orchidee per andare a pranzo in trattoria.

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Dopo pranzo ci aspetta un nuovo incontro con Nicola, questa volta nel suo museo delle erbe, a Teggiano. In questo museo, vero orgoglio di Nicola, sono esposte 720 specie vegetali, di cui 514 piante officinali. Entrare nel museo è come varcare una soglia che ti fa fare un salto indietro nel tempo e ti porta in una spezieria medioevale. Ci sono erbe secche appese al soffitto, 14 tipi di agli, sugli scaffali alambicchi e ampolle contenenti vini medicali aromatizzati alle erbe, lattate e orzate, ma orzate fatte davvero con l’orzo fermentato, non con le mandorle. Sui cartellini scritti in caratteri gotici si può leggere “Balsamo di cinabro”, “Spirito di issopo”, “Essenza alessandrina”…
Il professore tiene per noi una lunga conferenza colta, spiegandoci gli usi di quasi tutte le erbe officinali presenti nel museo. Le piante, spiega, hanno effetti diversi a seconda di dove vengono messe a macerare: nel vino, nell’orzo fermentato, nel latte, nel miele, nell’aceto. Ci spiega la differenza tra un infuso, che si fa con le foglie, e un decotto, che si fa con le parti dure della pianta (rami, radici, corteccia…). E l’origine dei fiori di Bach, che anche lui prepara. Non apro il cassetto del laboratorio, dice, ma il cassetto della natura.
Rievochiamo anche la figura della Principessa Costanza, una figura chiave nella storia di Teggiano. Nel 1480 Antonello Sanseverino, principe di Salerno e Signore di Diano, sposa Costanza, figlia di Federico di Montefeltro, Duca di Urbino. Dopo le nozze, i principi si recano in visita a Diano (l’odierna Teggiano), dove per l’occasione l’intero feudo ha organizzato grandiosi festeggiamenti in loro onore. A Teggiano, ancora oggi, si lavora la pietra, la pietra bianca teggianese, perché Costanza portò degli scalpellini dalle cave che la sua famiglia possedeva nel senese. In genere, nei borghi rurali, i portali, anche gentilizi, sono un po’ rozzi. Qui invece si nota la finezza della lavorazione. E ogni anno si organizza una rievocazione del matrimonio, con piatti medievali preparati a regola d’arte nelle taverne di Teggiano.

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Dopo il museo è Riccardo, uno dei figli di Nicola, ad accompagnarci in una breve visita di Teggiano, un borgo fuori dal tempo posizionato su una collina che domina il Vallo di Diano, un borgo scelto nel medioevo dai Sanseverino come roccaforte e oggi patrimonio dell’umanità UNESCO. Chiese edificate su templi romani e conventi, edifici impreziositi da soffitti lignei finemente lavorati, affreschi e bassorilievi. Un castello passato alla storia per essere stato il covo dove nel 1485 venne partorita la cosiddetta “Congiura dei Baroni”, la congiura dei più importanti aristocratici del Regno di Napoli contro Ferrante I d’Aragona.
Nel 1497 Teggiano, rifugio inespugnabile del principe ribelle, fu assediata dall’esercito del Duca delle Calabrie, Federico, divenuto re nel frattempo. La fama di castello imprendibile non fu sfatata nemmeno in quell’occasione: l’assedio durò molto più del previsto senza che l’esercito riuscisse ad ottenere la presa del maniero. Una resa onorevole, quindi, sancita da patti sottoscritti dal Re e dal Principe, diede salva la vita a quest’ultimo e salvaguardò l’integrità della popolazione che, in massa, era accorsa a dar manforte all’amato signore. Dopo il 1552, anno in cui si verificò l’allontanamento definitivo della famiglia dei Sanseverino, Teggiano diventò feudo di altre nobili famiglie del Regno, che seppero governarlo con alterna fortuna.

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Lasciamo Teggiano per tornare verso Polla, dove in hotel ci aspetta una doccia e un po’ di riposo in preparazione per la seconda serata del Negro Festival. Stasera andremo al festival un po’ prima e mangeremo qualcosa lì, nell’ampia area “street food” che si trova a breve distanza dal palco principale.
Stasera c’è tanta gente, decisamente più di ieri, e una bella atmosfera. Io e Paola facciamo la stessa scelta, tra le varie opzioni mangerecce disponibili, e ci orientiamo su un panino con carciofo bianco e scamorza affumicata, accompagnato da una birra. Non è niente male, ma quando ci sediamo per addentarlo con più comodità facciamo conoscenza con una simpatica coppia locale che, tra l’altro, ci magnifica le delizie di altre due specialità: il caciocavallo “impiccato” (cioè appeso per il “collo” sopra la brace) e il pasticcio caggianese, che con qualche piccola variante può diventare “pizza chiena”: è più o meno la stessa cosa, si tratta di una torta salata rustica di pasta sfoglia con ripieno di uova, prosciutto crudo, carne macinata e formaggi vari (caciocavallo, pecorino, scamorza, ricotta e chi più ne ha più ne metta). Vorrà dire che è un appuntamento rinviato a domani sera, ora dobbiamo andare sotto il palco per ballare con Enzo Avitabile, la star di questa sera.
Il grande sassofonista napoletano appare subito molto carico quando si presenta in scena e dice “Voglio ca trasite int’o groove”, un curioso mix anglopartenopeo che ci invita a entrare nel suo ritmo, nel suo spirito… “groove” in effetti è difficile da tradurre in italiano, letteralmente significa “solco” ma nella musica indica di solito uno stato d’animo, una profonda empatia con il pubblico che un artista è in grado di creare con la sola potenza del ritmo. Ritmo che questa sera non può che essere più importante e più forsennato che mai, dato che sul palco con Avitabile ci sono i Bottari di Portico, in provincia di Caserta. Il modo di fare musica dei Bottari nasce da un’antica tradizione che narra che i contadini, nel tentativo di scacciare gli spiriti maligni dagli angoli bui delle loro cantine, percuotevano freneticamente botti, tini e falci, attrezzi impiegati nel quotidiano lavoro nei campi. Questo rituale si ripeteva anche all’aperto per propiziare un buon raccolto e durante le tradizionali fiere agricole per evidenziare la robustezza degli attrezzi da un lato e dall’altro per attirare l’attenzione dei passanti. Nata come rituale pagano, questa tradizione è confluita nella festa religiosa di S. Antonio Abate (17 gennaio), durante la quale vengono costruiti dei carri a forma di barca decorati con foglie di palma, a rievocare la traversata via mare per raggiungere l’Italia dall’Egitto da parte del Santo. Su un carro si dispone un gruppo di giovani (“pattuglia”) che, con mazze e bastoni, percuotono ritmicamente botti e barili mentre altri battono con delle falci bacchette di metallo. Sul palco fanno veramente il loro effetto e suscitano ammirazione anche perché deve essere faticosissimo, un vero lavoro usurante.
Avitabile precisa subito che tutti devono partecipare (“Non voglio disertori stasera al Negro Festival”) e, per mantenere costante il contatto con il pubblico, lo “interroga” continuamente chiedendo conferme: “Agg’a suna’?” o, quando invita a suonare un altro musicista, “Addasuna’? L’amm’a fa’?”. Oppure, semplicemente, ogni tanto chiede: “Fratellini, ci siete? Tutto bene?”. Paola, Patrizia ed io ci lasciamo trascinare e, abbracciandoci, ci mettiamo a saltare al ritmo dei Bottari. È veramente una festa popolare molto coinvolgente.
C’è tempo anche per un sentitissimo omaggio a Pino Daniele, poi tutti balliamo sulle note di “Soul Express”. Anche questa sera andremo a letto molto tardi…

 

 

Domenica 27/8/2017: Terzo giorno, nel quale scopriamo la seconda certosa d’Europa e una chiesa rupestre sconosciuta e bellissima

Oggi la prima meta della giornata è la Certosa di San Lorenzo a Padula. È un immenso monastero del XIV secolo, uno dei più grandi al mondo. Con i suoi 52.000 mq di superficie in Europa questa certosa è seconda solo a quella di Grenoble. Nel corso della sua storia travagliata è stata utilizzata anche come campo di concentramento e come orfanotrofio. La certosa si offre ai visitatori spoglia della quasi totalità dei suoi interni, finiti in musei francesi e napoletani. Questo non impedisce di rimanere affascinati dagli sterminati chiostri, dai raffinati stucchi, dalla ricca cappella del priore, dalle confortevoli celle dei frati… Achille Bonito Oliva negli scorsi anni ha curato un progetto grazie al quale alcune celle dei monaci sono diventate ateliers dove hanno lavorato artisti come (tra gli altri) Michelangelo Pistoletto e Jan Fabre.
La nostra guida sarà Valentina, una bella ragazza di Padula che suscita subito consensi, questa volta del pubblico maschile, meno numeroso di quello femminile ma attento. Luciano si autoelegge portavoce del gruppo e trova subito una scusa per baciarla. Ma scopriamo ben presto che è anche brava: ci porta con competenza e disinvoltura nella storia della Certosa, le cui tracce sono visibili nella stratificazione dei diversi stili, dal 1300 al 1500 al 1700.
I lavori alla certosa iniziarono per volere di Tommaso II Sanseverino il 28 gennaio 1306. Il Sanseverino, conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, personalità molto vicina agli angioini che avevano preso il posto degli svevi dopo la battaglia di Benevento, successivamente donò all’ordine religioso il complesso monastico appena edificato, ordine per l’appunto di origine francese. Nacque così il secondo luogo certosino nel sud Italia, dopo la certosa di Serra San Bruno in Calabria, con lo scopo per la famiglia salernitana di ingraziarsi i piaceri dei reali di Napoli. Il nome Padula fa capire che questa era allora una zona paludosa, che venne bonificata per costruire questo complesso.
La dedica a San Lorenzo della certosa si deve invece alla preesistente chiesa dedicata al santo che insisteva nell’area, appartenente all’ordine benedettino, poi abbattuta a seguito della costruzione della certosa.
L’area in cui il Sanseverino decise di edificare il sito monumentale era di sua proprietà, essendo egli un ricco e potente feudatario. Il punto risultò sin da subito strategico e cruciale, potendo infatti contare su dei grandi campi fertili circostanti dove venivano coltivati i frutti della terra (i monaci producevano vino, olio di oliva, frutta ed ortaggi). Inoltre, dalle montagne circostanti si poteva estrarre la pietra bianca che fu una delle materie prime fondamentali per la costruzione della Certosa. Come tutte le certose, anche questa si divide in due aree principali: una casa bassa, che conteneva gli ambienti di servizio destinati all’accoglienza dei pellegrini e dei monaci provenienti da altri conventi, come la spezieria, la farmacia/erboristeria del tempo, che forniva prodotti preparati dagli stessi monaci; e una casa alta, dove vivevano i monaci di assoluta clausura. I certosini si dividevano infatti tra i conversi, che potevano avere relazioni col mondo esterno, e i frati di clausura, che si dedicavano esclusivamente alla preghiera e alla meditazione.
Nel cinquecento il complesso divenne meta di pellegrinaggi illustri. Carlo V vi soggiornò con il suo esercito nel 1535 di ritorno dalla battaglia di Tunisi; secondo la tradizione fu in questa occasione che i monaci prepararono una frittata di mille uova. In questo stesso periodo, dopo il concilio di Trento, si aggiunsero alla struttura trecentesca il chiostro della Foresteria e la facciata principale nel cortile interno.
Nei secoli successivi, a partire dal 1583 la certosa subì ingenti rimaneggiamenti, che durarono fino alla seconda metà del settecento determinandone l’attuale predisposizione architettonica, di impianto quasi esclusivamente barocco.
Caduti i Sanseverino alla metà del seicento, i loro possedimenti andarono ai monaci certosini di Padula, che divennero così anche padroni dei terreni su cui si sviluppava il paese soprastante. Disponendo così di proventi derivanti dalle tasse che i civili pagavano al priore, oltre che delle ricchezze che la certosa aveva accumulato nel corso dei secoli, tramite donazioni, profitti commerciali e quant’altro, tutto il XVII e XVIII secolo furono il periodo di massimo splendore per il complesso di San Lorenzo.
I rimaneggiamenti ripresero così nel corso del seicento e per quasi tutto il settecento. Essendo stati questi decisivi e numerosi, fecero sì che un sito nato in stile gotico assurse a diventare ben presto uno dei simboli della cultura barocca nel regno di Napoli. Durante questi due secoli, il sito fu inoltre ancora una volta ampliato: risalgono a quest’epoca infatti diversi corpi di fabbrica, come il chiostro grande, il refettorio e lo scalone ellittico del retro che, datato 1779, è di fatto l’ultima opera architettonica della certosa, prima della soppressione dell’ordine per mano dei francesi.
Nel 1807, l’ordine certosino fu soppresso ed i monaci della certosa, così come tutti quelli del regno, furono costretti a lasciare lo stabile, che invece fu destinato a diventare una caserma. Seguirono all’evento furti di svariate opere d’arte: testi storici in biblioteca, ori, statue, argenti e pitture, in particolar modo dentro la chiesa, la quale fu spogliata del tutto dalle tele seicentesche che possedeva. Passato il periodo napoleonico, con il ripristino del regno borbonico i certosini rientrarono nel complesso. Spogliati di quasi ogni bene, il peso politico che avevano nell’area circostante e nelle gerarchie dei reali fu certamente minore.
Nel 1866, dopo l’unità d’Italia, l’ordine fu nuovamente soppresso e dunque i monaci dovettero nuovamente lasciare, per l’ultima volta, la certosa, poi dichiarata monumento nazionale venti anni dopo.
Durante le due guerre mondiali della prima metà del Novecento, invece, essendo l’intero complesso un luogo abbandonato e inutilizzato, fu usato come campo di prigionia e di concentramento.
Dal 1957 alcune sale ospitano il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula, dalla preistoria all’età ellenistica.
L’ingresso alla certosa avviene dal lato orientale dove, varcata la porta d’ingresso, ci si immette in un ampio cortile a forma rettangolare. La facciata principale che dà accesso all’intero monastero risale al cinquecento, seppur ci siano stati rimaneggiamenti in stile barocco nel corso del settecento. Risalgono infatti al 1718 le quattro sculture entro altrettante nicchie eseguite da Domenico Antonio Vaccaro e raffiguranti, da sinistra a destra: San Bruno, detto anche San Brunone, fondatore dell’ordine dei certosini, San Paolo, San Pietro e San Lorenzo, rappresentato sempre con la graticola su cui fu arso vivo.
La porta monumentale d’ingresso alla chiesa è una delle rare testimonianze trecentesche della certosa; essa infatti risale al 1374, secondo alcuni di Antonio Baboccio da Piperno, e presenta bassorilievi lignei sulla Vita di San Lorenzo e sull’Annunciazione.
L’interno della chiesa è a navata unica, con archi ogivali e volte a crociera affrescate nel 1686 con Storie del Vecchio Testamento. Le decorazioni interne sono tipiche del barocco napoletano, con stucchi dorati, pavimenti maiolicati e altari marmorei. I dipinti che ornavano la chiesa furono portati via durante il “decennio francese”.
L’altare maggiore è di stucco lucido, incrostato di madreperla. Intorno ad esso i dipinti ottocenteschi di Salvatore Brancaccio, che raffigurano il martirio di San Lorenzo, la Madonna con il Bambino tra San Lorenzo e San Bruno, la morte di San Bruno. In quest’ultima opera abbiamo un caso di “selfie”, con il pittore che in un angolo raffigura se stesso, un vezzo già caro al Caravaggio. Anche qui San Bruno, come nella statua sulla facciata, è rappresentato con la croce, il libro della Regola e un teschio. Sono tre simboli della vita del monaco eremita, le cui riflessioni spesso vertono sul tema della morte e della vita eterna.
Da notare anche il bellissimo coro in legno intarsiato. Questo tipo di lavorazione era fin da allora una delle eccellenze del territorio campano. Il legno veniva sottoposto a due procedimenti: la bollitura e la brunitura, il primo destinato a schiarire il legno, il secondo a ottenere invece un legno più scuro. Dopo di che, senza nessun tipo di verniciatura, gli effetti di chiaroscuro si ottenevano componendo con tasselli di diversi colori una sorta di mosaico, realizzato con pazienza… certosina.
La sala del Capitolo, utilizzata dai monaci certosini per le confessioni, presenta decorazioni in stucco settecentesche, nella volta il seicentesco ciclo di affreschi dei Miracoli di Cristo, mentre lungo le pareti è decorata da statue in pietra settecentesche. La sala veniva anche utilizzata per riunirsi e prendere decisioni, ma i novizi per parecchi anni non potevano partecipare, finché non avevano acquisito un certo prestigio, sancito da un’autorizzazione del Priore. Da qui l’espressione “Avere voce in capitolo”.
Il refettorio risale alle aggiunte settecentesche della certosa ed è caratterizzato da mobilia lignea dell’epoca, da un affresco ritraente le Nozze di Cana che i francesi non riuscirono a staccare, databile al 1749 e restaurato da Salvatore Brancaccio, da un pulpito sorretto da un’aquila con due bassorilievi raffiguranti il Martirio di san Lorenzo e la Morte di San Bruno.
La cucina fu riadattata a tale destinazione solo sul finire della prima metà del Settecento. L’elemento centrale che salta subito all’occhio è la grande cappa posta al centro, su una grande fornace centrale decorata alla base da mattonelle maiolicate. Maioliche che ricoprono anche le pareti. Già allora, forse inconsapevolmente, i monaci rispettarono le attuali norme che vogliono che le pareti di una cucina siano almeno fino all’altezza di due metri rivestite di una superficie lavabile. E scelsero una combinazione di colori, il giallo del polline e il verde delle foglie, in grado di attirare gli insetti ed evitare che si andassero a posare sul cibo.
Al centro del chiostro una fontana in pietra con un delfino e altri animali domina lo spazio, mentre ai piani superiori ci sono le camere in cui vivevano i procuratori della certosa e l’antica biblioteca del monastero. Alla biblioteca si accede percorrendo il corridoio che porta al chiostro grande e, proprio in prossimità dello stesso, accedendo ad una porta sulla sinistra immediatamente dopo l’ingresso all’appartamento del priore. E da lì, tramite una piccola scala elicoidale in pietra della metà del Quattrocento.
L’appartamento del priore si sviluppa nelle circa dieci sale che si sviluppano verso sud del complesso. Nelle sale sono conservate alcune testimonianze settecentesche della certosa, come la cappella di San Michele Arcangelo, decorata da stucchi, mobilia ed affreschi barocchi del Settecento. Ad Alessio D’Elia sono attribuiti i cicli sulla volta e nelle pareti ritraenti l’Immacolata e Storie di San Michele.
Le celle dei novizi, la cui formazione durava sette anni, dovevano essere più piccole delle altre per ridurre ulteriormente la possibilità di distrazioni. Le altre celle, in realtà, erano molto grandi se paragonate, ad esempio, a quelle dei francescani, e ciascuna con giardino. Ed erano già dotate di servizi igienici due secoli prima delle abitazioni nobiliari, che li ebbero solo ai primi del ‘900. Ogni cella era dotata di un passavivande, in modo che non vi fosse alcun contatto tra il monaco e l’inserviente che veniva a portare i pasti.
Il chiostro grande, opera iniziata alla fine del cinquecento e finita nella prima metà del seicento, la parte inferiore, e nel Settecento, la parte superiore, è uno degli elementi di maggior spicco sotto il profilo architettonico e artistico della certosa, fungendo da punto di congiunzione tra la zona di clausura del monastero e quella più “rivolta all’esterno”.
Sul lato estremo occidentale del complesso, risalente all’ultimo quarto del Settecento, è il monumentale scalone ellittico. Chiuso all’esterno da una torre ottagonale, lo scalone conduce al primo piano del chiostro grande, utilizzato dai monaci di clausura per la loro “passeggiata settimanale”. Il materiale usato per l’opera, secondo fonti dell’epoca costata ben 64.000 ducati, è anche in questo caso la pietra di Padula. Al centro dello scalone è lo stemma della certosa di San Lorenzo: la mitria vescovile (il priore era comunque un vescovo), la corona di marchese, il bastone pastorale vescovile, il simbolo di San Lorenzo (la graticola) ed infine la fiaccola, che rivolta verso l’alto avrebbe significato anni di buon augurio, rivolta verso il basso anni di miseria.

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Per il pranzo rimaniamo a Padula, anche se per raggiungere il posto, che è l’agriturismo fattoria Alvaneta, occorre affrontare qualche chilometro di curve su una strada sterrata. Anche qui abbondanti antipasti, un bis di primi e… le porzioni sono tali che non tutti riescono ad arrivare al secondo. Però è un peccato avanzare tanto bendidio, allora decidiamo di farci fare delle doggy bag. Nel frattempo, veniamo coinvolti nei festeggiamenti per i cinquant’anni di matrimonio di una coppia. Uno dei figli ci spiega che sono di queste parti, ma vivono a Milano da molti anni. Hanno anche sentito parlare di Radio Popolare, ma non sono ascoltatori. Sarebbe stata un po’ eccessiva, come carrambata. Vorrebbero offrirci anche loro una fetta di torta e un bicchiere di vino, ma dobbiamo proprio andare.
Per il pomeriggio, dobbiamo farci ancora un po’ di chilometri per raggiungere Sant’Angelo a Fasanella.
Qui abbiamo appuntamento con Manuela e Rosalba, altre due belle ragazze (oggi siamo davvero fortunati con le guide) di queste parti, che avranno il compito di farci scoprire quest’altro borgo. Manuela è di Buonabitacolo, Rosalba di Teggiano. Entrambe vengono da un percorso di studi e di vita che le ha portate lontano da qui, prima a Roma, poi anche all’estero (Barcellona, Valencia). Ma entrambe hanno fatto una scelta non delle più facili, quella di tornare a vivere qui e di far vivere e conoscere questo territorio.
Con loro facciamo un giro del paese, che vanta ben due patrimoni UNESCO. Il primo si trova a circa 4 km dal centro abitato, sulla cima di Costa Palomba (1.125 m s.l.m.) ed è un po’ complicato da raggiungere. È una figura intagliata nella roccia databile al V-IV secolo a.C. che rappresenta un guerriero armato di scure o clava e di uno scudo. Orientata verso ponente, potrebbe essere la rappresentazione di un dio o di un eroe. Localmente è conosciuta con il nome di “Antece” (“l’Antico” in dialetto cilentano).
Il secondo, che è poi il vero motivo per cui siamo qui, è la grotta santuario di San Michele Arcangelo. In età paleolitica era abitata, è lunga 75 metri. La tradizione vuole che sia stata lavorata dagli angeli. Tutto è pregno di storia e mistero.
Il luogo fu sede di una comunità religiosa benedettina risalente all’XI secolo, ma sono ipotizzati anche possibili insediamenti precedenti legati alla diffusione della civiltà greca nel Cilento. Le opere murarie, di cui restano ruderi addossati alla parte esterna della roccia, sembrano risalire ai primi decenni del trecento. L’ingresso è costituito da un semplice portale che, alla base dei due stipiti, presenta un leone e una leonessa di fattura arcaica. All’interno della grotta, oltre alla tomba di Francesco Caracciolo e al pozzo, si nota un’altissima edicola di stile gotico. La cavità più profonda costituisce la cappella, dedicata all’Immacolata, sul cui altare una cornice lignea racchiude una tela databile XVII secolo. Tutto intorno si possono ammirare affreschi trecenteschi e sculture. Sul fondo della grotta si può ammirare, invece, un ricco altare seicentesco fatto costruire, come anche il pozzo e il pulpito, dall’abate Fabio Caracciolo. Su questo altare troneggia la statua in marmo di S. Michele Arcangelo. Il pavimento, del 1614, è in cotto napoletano.
Chi ci accoglie e ci fa da guida è una persona del paese, un volontario, che si dà da fare per tenere aperta la chiesa e per farla conoscere. Ci racconta, tra l’altro, una curiosità: l’altare dell’Immacolata è stato restaurato grazie al premio che una ragazza di Sant’Angelo vinse partecipando ad una trasmissione televisiva di Giancarlo Magalli su Rai 1 nel 1989. Lei mandò una foto della grotta, che venne estratta a sorte, insieme ad altre, tra le tante inviate dai telespettatori. Si trattava poi di partecipare a un quiz, dimostrando di ricordarsi di tutte le estrazioni avvenute durante la settimana. Vinse 50 milioni di lire per lei e 50 milioni da devolvere per il restauro di un’opera d’arte; lei, essendo molto religiosa, scelse la tela seicentesca che si trova dietro l’altare dell’Immacolata.
Continuiamo la passeggiata per il borgo e, dopo un simpatico incontro con alcune anziane signore che stanno sedute fuori dalla porta di casa a prendere un po’ d’aria, come usa qui, raggiungiamo un altro luogo molto suggestivo, la cascata dell’Auso.

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Vorremmo fermarci a prendere un aperitivo in paese con Manuela e Rosalba, ma purtroppo s’è fatto tardi e dobbiamo fare un bel tratto di strada. Siamo costretti quindi a salutarle e a rimetterci in viaggio per tornare a Polla in tempo perché chi vuole possa assistere all’ultima serata del Negro Festival.
Alla fine almeno una metà abbondante del gruppo decide di vincere la stanchezza e partecipare. Ne vale la pena, oltre che per godersi ancora un po’ l’atmosfera anche per l’opportunità che abbiamo di fare una lunga chiacchierata con Dario Zigiotto, il direttore artistico del festival, che è un amico di Radio Popolare e in particolare di Claudio Agostoni, a cui ha rilasciato un’intervista che è già andata in onda durante una puntata di Onde Road in preparazione di questo viaggio. Per lui questa è la dodicesima edizione, sulle ventidue totali. È arrivato qui niente meno che da Bollate, dove per anni aveva curato il festival di Villa Arconati. Ci racconta del tema del festival di quest’anno, che è “Anime”, ovvero profondità e spiritualità in musica. Tema che poi ogni artista chiaramente declina a modo suo, quindi abbiamo avuto ad esempio l’anima giovane e rock al femminile di Levante e l’anima partenopea più legata alla tradizione di Enzo Avitabile. E ci racconta anche di come stia cercando di costruire un’eredità da lasciare a un gruppo di giovani locali, che possa continuare a tenere in vita questo festival, che pur tra molte difficoltà è uno degli eventi più importanti per questo territorio.
La chiusura del festival, questa sera, è affidata a due importanti gruppi della scena progressive italiana degli anni ’70-’80: gli Osanna e il Banco del Mutuo Soccorso. Facciamo in tempo a sentire, dal bar dove siamo ad ascoltare Dario Zigiotto, gli ultimi pezzi degli Osanna e siamo curiosi di capire cos’hanno ancora da dire quelli del Banco (dove ormai, però, della formazione originale è rimasto solo il tastierista Vittorio Nocenzi) dopo che lo storico front-man e cantante Francesco Di Giacomo è scomparso qualche anno fa. Purtroppo, però, fin da subito si presentano dei grossi problemi tecnici che sembra non si riescano a risolvere, per cui il suono è quasi inascoltabile. Credo si possa dire, con una certa tristezza, che probabilmente oggi il gruppo non può più permettersi uno staff di tecnici del suono all’altezza. Quando finalmente riescono a proporre un suono decente, purtroppo sono quasi le due e dobbiamo proprio andare.
È un peccato chiudere così con il festival, anche perché questo segna un po’ la chiusura del nostro viaggio. Domani ci sarà tempo solo per i saluti, dopo di che io e altri torneremo a Milano, mentre i più fortunati (anzi, le più fortunate) faranno ancora qualche giorno chi a Procida chi ai Campi Flegrei. Ed è tempo di chiudere anche questo racconto. È stato un altro viaggio molto ricco, anche se breve. Abbiamo scoperto un territorio quasi sconosciuto che invece ha tantissimo da offrire, a livello di natura, di storia e di cultura. A me, come credo anche a molti altri, se non a tutti, è venuta voglia di conoscerlo meglio, quindi forse questo sarà solo un primo approccio. E spero che ci serva, ora che l’estate finisce, a rimanere ancora un po’ nel… groove di questi tre intensi giorni.

Chiudo con uno slogan che abbiamo rielaborato con Paola sulla falsariga di quello a cui lei da un po’ di tempo dà la voce: Radio Popolare. Se viaggi con lei… si sente meglio!

 

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Grazie a ViaggieMiraggi e a Radio Popolare, a Luigi e a Paola, a Patrizia che mi ha fornito qualche foto e a tutto il gruppo

La Valle Felice

Diario di un viaggio breve ma intenso, si può davvero dire, che è in qualche modo un ritorno a casa, come fosse una riunione di famiglia, ma anche una scoperta. Un modo per fare un piccolo passo in più nella conoscenza di quello che è (la definizione è del mio fratello berbero Salah, ed è quanto mai azzeccata) il Marocco profondo.

Mercoledì 9/8/2017: Primo giorno, nel quale ritorno a casa sull’Atlante

È strano come ci si possa sentire a casa a 2300 km da casa (in linea d’aria, ovviamente); però a volte succede. È questo che penso mentre, ancora un po’ assonnato, faccio la coda al controllo passaporti dell’aeroporto di Marrakech. Il volo Easyjet parte sempre più presto, ogni volta che lo prendo. Questa è la terza volta che sbarco a Marrakech, ma è la quarta in Marocco, se aggiungiamo il primo viaggio; quella volta sbarcai a Casablanca.
Sul volo ho tentato di dormire, ma con scarso successo; non ci riesco quasi mai, in aereo. C’erano pochi “turisti puri”, per così dire, italiani intenzionati a visitare il Marocco, o almeno così mi è sembrato. Erano prevalentemente famiglie marocchine che tornano a casa per le vacanze, e anche qualche famiglia mista (generalmente, marito italiano e moglie marocchina). Sembra che effettivamente il Marocco risenta della generale diffidenza verso i viaggi nel nordafrica, anche se qui la situazione politico-sociale è molto tranquilla, se paragonata a quella degli altri paesi dell’area. C’è stata solo, negli ultimi mesi, la protesta della regione del Rif, nata dai fatti del 28 ottobre scorso, quando il pescivendolo Mohcine Fikri è morto stritolato dal camion della nettezza urbana dove si era infilato per cercare di recuperare i 500 chili di pesce spada che la polizia aveva gettato al macero col pretesto che erano stati pescati illegalmente. Ma è stato un movimento prevalentemente a carattere locale, di portata abbastanza limitata, che il re Mohammed VI e il governo hanno dato l’impressione di tenere sotto controllo.
Io sono qui per far visita alla famiglia del mio fratello berbero Salah, che da tempo mi chiedeva di tornare. Sono circa due anni e mezzo che manco; l’ultima volta sono stato a casa sua, sull’Alto Atlante, per un paio di giorni prima di unirmi al gruppo del primo viaggio organizzato da Radio Popolare e ViaggieMiraggi in Marocco.
Ora non vi tedierò, qui, con il riassunto delle puntate precedenti, di come ci siamo conosciuti e di come abbiamo approfondito la conoscenza girando il paese con lo zaino in spalla su autobus e Grand Taxi scassatissimi. Forse qualcuno quella storia la conosce già; in ogni caso, per chi non la conoscesse o volesse rinfrescarsi la memoria, ecco i link ai vecchi episodi.

Grand Taxi Collectif

Whisky Berbere

Marrakech atto terzo: Marocco e nuvole

I controlli di sicurezza per uscire dall’aeroporto sono decisamente più lunghi e approfonditi rispetto a qualche anno fa, ma alla fine riesco a venirne a capo e mi trovo proiettato nella calura agostana di Marrakech, dove il sole è cocente già quando ancora non sono le nove di mattina. Non che a Milano non abbia fatto caldo, negli ultimi giorni; non si può proprio dire. Ma stamattina, manco a farlo apposta, c’era un po’ di pioggerella e a Malpensa faceva quasi freddo, per cui lo stacco si sente di più. Anche con il taxista che mi carica per portarmi in città, le prime chiacchiere non possono che avere come argomento il meteo. Mi racconta che negli ultimi giorni qui ci sono stati fino a 48°C, io gli spiego che anche da noi non siamo messi benissimo quanto a clima, certo non così ma… devo aver fatto progressi col francese, o essere più abbronzato di quanto credessi, perché mi chiede se sono marocchino. È la prima volta che mi capita. No, dico, no però è già la quarta volta che vengo, ho un amico marocchino, anzi un fratello, che sta sull’Alto Atlante, vicino alle cascate di Ouzoud ecc. ecc.
Mi chiede di Milano, se è una grande città, come si vive, se in Europa c’è ancora crisi. Sto un po’ sulle generali, dico che per quello che posso vedere c’è un accenno di ripresa, ma molto lenta, anche se io per fortuna non posso lamentarmi. “Ma lei è un professore?” – mi chiede. Boh, evidentemente nonostante l’abbigliamento per così dire informale ho preso un piglio professorale, niente meno. Sorrido e dico di no. Alla domanda “Allora che lavoro fa” mi risulta un po’ difficile rispondere compiutamente in francese, ma alla fine ci capiamo. Mi occupo di ambiente, spiego, di lotta all’inquinamento industriale, principalmente. Al che mi chiede se sono stato qui a Marrakech per la COP 22, la conferenza internazionale sul clima dello scorso novembre. No, dico, mi occupo di ambiente ma non a questi livelli. Lui comunque un po’ ne sa, dice che ha imparato molto chiacchierando con i clienti del taxi, e in effetti ha una parlantina notevole. Sa che il Marocco è avanti nelle energie rinnovabili, e me lo dice indicando un pannello fotovoltaico. È il paese più avanzato da questo punto di vista in Africa, ma non solo: esporta energia solare perfino in Europa, verso Francia e Germania, dice lui, ma non so se sia vero. Quello che è certo è che, in collaborazione con British Petroleum, già qualche anno fa erano stati installati 4000 impianti fotovoltaici per rifornire di energia i villaggi situati nei dintorni di Marrakech.
La situazione delle risorse idriche è invece molto meno rosea. Infatti, il crescente consumo di acqua da parte delle popolazioni urbane e dei complessi turistici ha ridotto le riserve del Marocco ai minimi storici e quel poco che è rimasto, per far fronte al fabbisogno delle città, viene tolto ai contadini dell’Atlante, come la famiglia di Salah, che già vivono a livelli di mera sussistenza o poco più. Oggi la quantità d’acqua disponibile pro capite è meno della metà di quella raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche a causa di idrovore come i campi da golf, i parchi acquatici e i resort della costa.
Ma non possiamo continuare la discussione perché siamo arrivati ormai alla Grande Gare Routiere, la stazione degli autobus dove, salutato l’amico taxista, devo cercare il primo bus disponibile per Azilal, sperando poi di riuscire a scendere al bivio per le cascate di Ouzoud, nei pressi della casa di Salah. Come sempre, un tipo cerca di convincermi che è meglio prendere il Grand Taxi esagerando la durata del tragitto in bus, senza sapere che lo conosco bene quel tragitto. Non mi faccio convincere, però in effetti per il bus c’è un’attesa di due ore e mezza. Per altro, è tutto da vedere che riuscirei a partire prima col Grand Taxi, tutto dipende da quante persone ci sono per Azilal. Sì, perché se non ha sei passeggeri, due sul sedile davanti e quattro dietro, il Grand Taxi non parte. A meno che qualcuno non paghi più posti, al limite anche tutti, ma è una cosa che non mi va di fare.
Perciò, mi metto tranquillo in attesa, mangiucchiando pane ai semi di sesamo con un po’ di burro e bevendo un tè.
A un certo punto si accende uno strano parapiglia. Vedo trascinare via una donna, con la folla che le va dietro. Forse è una ladruncola, penso, ma non ci sono poliziotti in divisa. Forse sono in borghese, non riesco a capire ma preferisco non avvicinarmi per evitare guai. Meglio non rischiare nulla.
La Gare Routiere è un mondo, standoci un po’ in attesa lo si capisce. Oggi è piena anche di gatti randagi, non me ne ricordavo così tanti, oltre naturalmente alle mosche. I procacciatori di clienti delle varie compagnie di bus, che stazionano permanentemente dentro e fuori la stazione, spesso litigano, probabilmente contendendosi i passeggeri, soprattutto se stranieri, della serie “L’ho visto prima io”. Sì, perché agli stranieri si può sempre cercare di far pagare un prezzo più alto per il biglietto, di chiedere 20 dirham per il bagaglio quando i locali ne pagano 5, quando li pagano, e quant’altro. Funziona così. E allora i procacciatori urlano, sbraitano, si sbracciano facendo un sacco di scena, anche se non vengono mai veramente alle mani. Almeno, io non li ho mai visti. Ma è anche un po’ un diversivo per passare il tempo.

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Finalmente partiamo. Per Azilal, come sempre, c’è solo una piccola compagnia che fa servizio, non ho mai capito come diavolo si chiama perché è tutto scritto in arabo, sia sul biglietto che sulle fiancate del bus. Il mezzo sembra un po’ più recente (relativamente) e meno malandato del solito, ma come sempre l’aria condizionata non funziona.
È strapieno, trovo un posto soltanto in ultima fila. Di fianco a me c’è ancora un posto vuoto, per altro con il sedile rotto. Arriva una donna con due bambini. Li fa sedere lì, insieme, sul sedile mezzo sfondato. Lei, però, si vuole sedere davanti, al posto del ragazzo che è già seduto e che non sembra per niente d’accordo. Alla fine lo convincono a cedere il posto e a stare in piedi nel corridoio. Lei però, non contenta, fa spostare anche l’uomo che ha di fianco e lo manda dietro vicino a me sul sedile rotto, così può far sedere i bambini accanto a sé. Per fortuna l’uomo è paziente e gentile, così la situazione si calma. Per una donna non sempre è facile farsi rispettare in questo paese, bisogna essere piuttosto decise ed energiche, ma questa signora lo è.
Sudando copiosamente, arriviamo dopo circa un’ora e mezza alla classica sosta, che si fa dalle parti di Demnate, prima di iniziare a salire in montagna. Ci fermiamo lì una mezz’ora buona, poi si riparte. Sembra che la zona si stia sviluppando sotto il profilo turistico. Salendo vedo nuovi edifici residenziali, nuovi hotel, nuove moschee. Con un’altra ora e mezza abbondante siamo nei pressi del mio punto d’arrivo. È una casa piuttosto isolata, che però fa parte di un villaggio di case sparse che si chiama Ait Taguellat.
Inizio a messaggiare Salah per dirgli dove siamo, in modo che lui esca per cercare di fermare il bus quando passa davanti a casa sua, e farmi scendere lì anziché al bivio, dove c’è la fermata “regolare” che però dista un chilometro. Anche stavolta il numero gli riesce, e così ci incontriamo di nuovo, dopo più di due anni. Ci scambiamo due baci in aria, come si fa qui quando si è in confidenza, e lui come sempre si profonde in grandi benvenuto. Saluto anche la sua mamma, come posso dato che lei, come tutti qui, parla solo la lingua berbera chiamata Tashelhit, una delle quattro lingue berbere che si parlano in Marocco. Tutti tranne Salah, che invece parla un ottimo francese e un accettabile inglese, che ha studiato un po’ quando sperava di riuscire a entrare nell’esercito. Be’, diciamo accettabile per me che ormai ho imparato a decodificarlo. Ma le nostre conversazioni, in realtà, mescolano inglese e francese, a volte un po’ a caso. Partiamo in inglese, dove io sono sicuramente molto più a mio agio, e lui ovviamente fa di tutto per mettermi a mio agio. Ma succede che io gli faccia una domanda in inglese e che lui capisca ma non riesca a rispondere in inglese; allora risponde in francese. Ma a volte succede anche il contrario: lui mi fa una domanda in inglese, io mi rendo conto che se gli rispondessi in inglese non capirebbe e allora gli rispondo in francese. Senza contare che spesso mescoliamo inglese e francese anche nella stessa frase. È divertente comunque, e alla fine in un modo o nell’altro ci capiamo sempre.
C’è anche la sorella di Salah, che non avevo mai conosciuto ma che da un po’ di tempo vive qui con le due figlie di 11 e 10 anni, quando il marito è lontano per lavoro. Generalmente vive qui anche la cognata di Salah, la moglie di suo fratello, con i due figli, una bambina più grande e un bambino più piccolo. Il fratello di Salah lavora nell’edilizia, fa il capocantiere nel nord del Marocco e torna a casa quando va bene una volta ogni paio di mesi. Ma ora la cognata e i bambini non ci sono, sono dalla famiglia di lei ad Agadir.
E poi, soprattutto, noto che mancano la moglie di Salah, Maryam, e i suoi tre figli: le due bambine, Ouarda di quasi 9 anni e Jalila di 7, e il piccolo Abdel Ghafour che farà 3 anni a novembre. E dove sono? Sono al villaggio di Maryam, nella valle di Ait Bougomez, proprio quella che avevo chiesto a Salah di portarmi a vedere durante questo breve soggiorno. Ora capisco perché mi aveva risposto, con entusiasmo: sì, non c’è problema. Scopro che tutte le estati lei e i bambini passano un mese lassù, come se fosse una specie di vacanza. Lì siamo ancora più in alto rispetto a qui, 2000 metri contro 1200, quindi fa più fresco e l’estate è più piacevole. E domani io e Salah partiremo insieme per andare a prenderli, ci fermeremo lì un paio di giorni e poi torneremo qui con loro. Forse un po’ per caso, forse no, è venuta un’organizzazione perfetta.
Io ho portato un sacco di regali per i bambini, ma li lasceremo qui e glieli daremo al nostro ritorno.
Ci sediamo sui cuscini attorno al tavolino basso rotondo per il tè di benvenuto, accompagnato da pane e olio, tutto rigorosamente fatto in casa. In cortile c’è un forno per il pane, e Salah ha un piccolo pezzo di terra dove coltiva ulivi e mandorli. Ci sono anche 12 pecore, un cane, un asino e qualche gallina.
Mentre prendiamo il tè chiedo a Salah: “Ma quindi, alla fine, normalmente quante persone ci sono in questa casa?”. Lui fa un conto mentale e dice: “Contando anche mio fratello, quando viene, 13…”. Poi aggiunge, con un grande sorriso: “E, be’, poi con te, quando vieni, 14”. Sorrido anch’io, anche pensando, a parte me, come fanno a starci, in una casa così piccola. Ma qui, si sa, il concetto di privacy è un po’ meno sviluppato che da noi.
Mi informo anche, come usa, sulla situazione della famiglia. Tutti bene, il suocero è stato operato di tumore alla prostata ma ora si sta riprendendo. E abbiamo un nuovo nato: la moglie di uno dei fratelli di Maryam ha avuto un bambino, che ha circa quindici giorni. Avremo modo di conoscerlo in quel di Ait Bougomez. Maryam ha tre fratelli e tre sorelle.
Questo è stato un anno di siccità, non ha piovuto molto e la neve si è vista solo per un paio di giorni, diversamente da quello che è successo nella valle di Ait Bougomez, dove come sempre è arrivata copiosa. Il raccolto di mandorle è andato abbastanza bene, quello di olive così così.
Una novità recente che Salah proclama con un certo orgoglio è che ora qui c’è internet. Fino a un paio di anni fa, la rete telefonica andava e veniva, di rete dati neanche a parlarne. E infatti ora anche lui ha il suo smartphone, un modello neanche molto più vecchio del mio. Me ne ero già reso conto, perché negli ultimi mesi ha iniziato a usare Whatsapp, Facebook e Messenger. Ricordo ancora il primo telefono che gli ho visto in mano, un vecchio Nokia che non faceva nemmeno le foto, per di più con lo schermo rotto.
Manifesto a Salah il desiderio di stendermi un attimo, visto che praticamente non ho dormito, e lui subito mi prepara il solito giaciglio fatto di tappeti uno sull’altro. Qui le donne di famiglia, come da tradizione, tessono anche tappeti, che quindi non mancano di certo. Ovviamente, non sarà mai un materasso, ma per qualche notte è fattibile, l’ho già provato altre volte e spero che anche avanzando con l’età la schiena non ne risenta. E d’altra parte, considerando le condizioni di vita di qui, chiedere il letto per gli ospiti sarebbe troppo.
Dopo il riposino andiamo a fare una passeggiata, fino alla scuola che frequentano Ouarda e Jalila. Ora è chiusa, naturalmente; anche qui sono in vacanza, il periodo di chiusura estiva è più o meno come da noi. L’avevo già vista, in realtà. La struttura è nuova, non ha più di tre o quattro anni; fa parte di un progetto statale di sviluppo delle zone rurali. Non so come sia dentro, ma da fuori è molto gradevole, con i muri di cinta dipinti a colori pastello, dal rosa al giallo al lilla. Sono più o meno tutte così le scuole costruite con questo progetto, ne ho viste anche altre. Salah dice che è bella anche dentro, che c’è tutto. Chiedo come vanno le bambine, dice che sono molto brave. Ho dato anch’io qualche piccolo contributo per farle studiare, quindi mi fa un grande piacere. Non deve essere facile per loro seguire le lezioni e studiare in un’altra lingua, diversa da quella che parlano a casa. Le lezioni sono tutte in arabo, infatti. La loro lingua berbera si studia, ma come una lingua locale, non ha ancora dignità di lingua nazionale. Il problema della lingua, della cultura e dell’identità berbera è molto sentito in Marocco, perché i berberi sono più di metà della popolazione. È una situazione che si trascina da decenni, quanto meno dall’indipendenza del 1956, ma in realtà anche da ben prima del periodo del protettorato francese, e non ha mai trovato soluzione. Già poter studiare il berbero come “seconda lingua” è una conquista piuttosto recente, le cose evolvono ma molto lentamente. Dal terzo anno di scuola primaria i bambini iniziano a studiare francese, che servirà anche se dovessero proseguire gli studi, perché se fino alle scuole medie le lezioni sono in arabo nelle università alcuni corsi sono tuttora soltanto in francese. Ma nelle zone rurali, in realtà, è già una gran cosa andare alla scuola primaria, soprattutto per le bambine. Solo una o due generazioni fa non era pensabile, tanto che il tasso di analfabetismo fino a pochi anni fa era del 70% da queste parti. Adesso, in teoria, l’obbligo scolastico è esteso ai 14 anni, ma tuttora molte famiglie non riescono a mandare i figli a scuola.
Per venire qui Ouarda e Jalila, con il papà, devono fare ogni mattina un paio di chilometri di strada a piedi. Se il tempo è buono si taglia per un sentiero e ci si mette un po’ meno, ma quando piove o nevica non si può. E per questo Ouarda continua a chiedere al papà di comprare una macchina per portarle a scuola quando il tempo è brutto. Lui gliel’ha promesso da un po’, ma ancora non ce la fa. Ha adocchiato una Peugeot 205 del 1985 (!), ma costa 17.000 dirham (un dirham vale circa 10 centesimi di euro), ancora troppo per lui al momento, nonostante la rendita del piccolo bar che gestisce al bivio, rendita che però non è eccezionale. Da un po’ di tempo, per arrotondare lavora saltuariamente anche alla Kasbah-Hotel che un suo conoscente di Casablanca, Hafid, ha aperto su alle cascate di Ouzoud. Porta in giro ogni tanto qualche turista, svolge mansioni di manovalanza. Ma anche questo non basta ancora per la macchina, almeno per ora. Lui, però, non si perde d’animo, Insh’Allah.
Andiamo al bar. Salah deve aprire, perché questa, tra il tardo pomeriggio e la sera, è l’ora in cui arrivano un po’ di clienti, per bere una bibita o più spesso solo per giocare a biliardo. Il biliardo, alla fine, è l’unica cosa che davvero rende qualcosa, ma per poterlo far rendere il prezzo deve rimanere molto basso, 2 dirham a partita. Se lo aumentassi, dice Salah, la gente non giocherebbe più. E con quel prezzo ce ne vogliono di partite per tirar su qualcosa…
Stasera comunque c’è il pienone, ne arrivano di continuo e non smettono mai di giocare, tant’è che dobbiamo aspettare fin quasi alle 11 per poter tornare a casa.
Salah mi propone di fare domanda insieme a lui per avere l’autorizzazione a vendere birra (dice che per farlo bisogna essere autorizzati come “épicerie”). Allora sì che farebbe dei bei soldi. Qui la birra non si beve all’aperto, è anche vietato. Ma al bar, al riparo da occhi indiscreti, è convinto che parecchi la berrebbero volentieri. Però sai, mi fa, è difficile avere l’autorizzazione se non conosci qualcuno… qui va tutto a raccomandazioni. Be’, – rispondo – non è che da noi vada proprio così diversamente… Però, precisa lui, se c’è un europeo forse è più facile, perché pensano che ci sia un investitore. Ci facciamo una risata. Investitore è un po’ una parola grossa, gli dico, ma ti prometto che ci penso.
“Potresti anche venire a vivere qui quando sarai in pensione” – aggiunge. E io rispondo: “Sì, perché no? Aria buona, vita sana… vedremo. Tanto, guarda, devo lavorare ancora almeno vent’anni prima di andare in pensione”. Non credo proprio che lo farò, ovviamente. Per qualche giorno ci sto volentieri, ma un cittadino nato come me non potrebbe sopravvivere in un posto del genere.
Tornati finalmente a casa, io e Salah ci facciamo una cenetta veloce a base di brochettes (spiedini) di tacchino, con contorno di patate e carote, e poi a nanna. Io devo ancora recuperare sonno, e domattina dovremo partire abbastanza presto.

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Giovedì 10/8/2017: Secondo giorno, nel quale insieme raggiungiamo la Valle Felice e la famiglia si riunisce

Dormo benino, per essere la prima notte, ma verso le 5.30 mi sveglia il canto del gallo, con due ore di anticipo sulla sveglia vera. Facciamo colazione, che consiste come sempre in due o tre bicchieri di tè e pane a volontà da intingere nell’olio o nel burro (ma a volte ci può essere il latte al posto del tè). Dopo di che si parte. Salah si è già messo d’accordo con l’autista di un Grand Taxi per farsi portare al souk di Azilal, che sarà la prima tappa.
Qui compriamo un vestito per la moglie di Salah, vestitini per i bambini, compreso l’ultimo nato di soli 15 giorni, poi cipolle, patate, carote, pomodori, banane, pesche, uva. È un souk molto grande e animato. Essendo così grande, spesso c’è la necessità di portare da una parte all’altra enormi borsoni con tutto quello che si è comprato. E allora si vedono un sacco di ragazzini, a volte proprio bambini, che spingono o tirano carretti carichi di roba. Altri bambini fanno i venditori d’acqua, che se non altro è un lavoro più leggero.

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Con un altro Grand Taxi raggiungiamo il centro di Azilal: da una piazza centrale partono i minibus per la valle di Ait Bougomez. Ma prima di partire Salah vorrebbe andare dal parrucchiere. Purtroppo il suo coiffeur di fiducia è chiuso e non se ne trova un altro, quindi deve rinunciare. Gli racconto che il mio parrucchiere di fiducia, a Milano, è un marocchino: si chiama Noureddine Belkorchi ed è di Rabat, ma il suo negozio si chiama Marrakech, che indubbiamente fa molto più “cool”.
Troviamo un minibus, ma fatica molto a riempirsi (anche in questo caso, se non è pieno non parte) e così l’attesa diventa davvero molto lunga. Risulta anche meno sopportabile perché nelle ore intorno a mezzogiorno il caldo diventa davvero soffocante, per quanto cerchiamo di ripararci all’ombra degli alberi o sotto le tende del souk. Facciamo uno spuntino con pane e sardine, poi Salah mi mostra qualche video di Oumguil Mustapha, uno dei suoi cantanti preferiti di musica tradizionale.
Dopo più di due ore, finalmente il minibus si riempie e partiamo. Il primo tratto di strada, fino ad Ait Mohammed, non è molto spettacolare, ma da qui in poi la strada si inerpica tra pareti rocciose che si fanno imponenti. Saliamo mentre dalla radio la voce salmodiante del muezzin intona le preghiere del pomeriggio. Dall’altro lato delle montagne, spiega Salah, c’è la valle del Dadès che porta da Ouarzazate alla gola di Todra e che quattro anni fa io e lui abbiamo percorso insieme. Ad Agouti inizia quella che è la vera e propria valle di Ait Bougomez, dominata dal massiccio del M’Goun, con i suoi 4071 m il secondo monte più alto del Marocco dopo il Jebel Toubkal. Noi, però, prendiamo un’inaspettata deviazione su un tratto di strada non asfaltata ripidissima e tutta curve, fino ad un gite (i gites sono alberghetti rustici, tipici della valle) gestito da una coppia di francesi. Scopriamo che siamo venuti fin qui per caricare sul portapacchi del minibus i pezzi di un letto smontato, materasso compreso. L’autista ed alcuni passeggeri danno una mano e nel giro di una decina di minuti l’operazione è completata.
La valle di Ait Bougomez è chiamata “la Vallée Heureuse”, la valle felice, e questo ha sicuramente a che vedere, oltre che con i suoi paesaggi di una bellezza inaspettata, che trasmettono serenità, anche con il suo isolamento. Fino al 2001 la valle era bloccata in mezzo alla neve per molti mesi all’anno e risultava in gran parte inaccessibile se non a piedi o a dorso di mulo. Ora, benché alcune strade siano tuttora percorribili solo con un mezzo a quattro ruote motrici, le strade asfaltate hanno reso più facile muoversi tra le montagne dell’Alto Atlante, costellate da torri in mattoni di fango e da tipici ighremt (case rinforzate da pietre) color ocra o rossi, con i profili delle finestre circondati da pietra bianca. Adesso c’è anche la copertura della rete di telefonia cellulare, fino a pochi anni fa totalmente assente. Ma se ti vuoi isolare dal mondo per qualche giorno, questo è ancora un buon posto per farlo. Salah sostiene che in tutta la valle non vivano più di 7000-8000 persone, ma il dato sarebbe un po’ da verificare.
Anche i ripidi fianchi dei monti sono utilizzati nelle coltivazioni terrazzate, per cui si vedono piccoli fazzoletti coltivati a orzo o a granturco su gradoni riparati ad altitudini dove generalmente questo tipo di coltivazione è impensabile. Qui si raccolgono piante montane selvatiche per produrre rimedi di erboristeria, altro fatto per cui la valle va famosa. I villaggi sono costruiti con roccia e argilla estratta in loco, quindi spesso si fondono quasi mimeticamente con i loro scenari spettacolari.
Uno di questi villaggi è Aguerd N’ouzrou, dove vivono i suoceri di Salah, nei dintorni di Tabant. Scesi dal minibus, dobbiamo fare un altro breve tratto a piedi per raggiungere la casa, dove nel cortile le bambine ci corrono incontro. È da un mese che non vedono il papà, e non vedevano naturalmente l’ora di riabbracciarlo e di farsi ricoprire di coccole. Sono veramente raggianti. Ma un po’ delle feste che fanno sono anche per me, ed è bello vedere che, nonostante siano passati più di due anni, si ricordano bene di me. Il piccolo Abdel Ghafour è un po’ intimidito e non si può ricordare, quando l’ho visto l’altra volta aveva solo quattro mesi. Ma cerco di far capire anche a lui che insieme al papà è arrivato lo “zio”, che non c’è da avere paura. Li avevo già visti in foto anche di recente, ma vedendoli dal vivo non posso che constatare che sono cresciuti parecchio e bene. Sarà banale, ma è sempre una bella cosa da dire a un papà. Qui insegnano ai bambini a baciare la mano ai grandi. Io, istintivamente, tenderei a ritrarre la mano, ma non è necessariamente una cosa brutta. È una forma antica di ringraziamento: si bacia la mano che ti dà da mangiare o che, come nel mio caso, ti porta dei doni. E poi, la tenerezza con cui lo fanno loro è lontanissima dal senso “mafioso” che purtroppo tendiamo a dare a questo gesto.
Saluto anche Maryam, che mi presenta i suoi genitori. Il padre, che ha 67 anni ed è reduce dall’operazione, cammina a fatica reggendosi su un bastone ma mi saluta anche lui con calore, poi appena può si abbandona sui cuscini. Sono presenti anche due fratelli di Maryam, uno dei quali, un omone dalla voce burbera ma che mi dicono essere in realtà un buono, è il padre dell’ultimo nato. Scopro, tra l’altro, che il bambino si chiama Moussa, come Sidi Moussa, il marabutto sepolto nella zawiya che andremo a visitare domani.
Anche qui hanno attrezzato per me quella che potremmo chiamare la stanza degli ospiti, dove dormirò sulla solita montagna di tappeti e coperte. Qui in bagno c’è anche l’acqua corrente, diversamente da casa di Salah, e perfino calda, volendo. Anche qui, però, il gabinetto è alla turca e bisogna comunque gettare l’acqua con un secchiello.
Sono le cinque del pomeriggio ma arriva il tajine di carne di montone: evidentemente ci aspettavano prima, ma poi la lunga attesa del minibus ha fatto dilatare i tempi e anche loro hanno dovuto ritardare il pranzo. Del resto, ho già visto qui che gli orari dei pasti possono diventare un po’… elastici a seconda delle esigenze della famiglia. Si mangia rigorosamente con le mani, solo con la destra naturalmente, tutti dallo stesso piatto; ma per me non è certo la prima volta. Anche qui, purtroppo, nessuno parla altro che Tashelhit, ma tramite Salah che mi fa da interprete cerco di ringraziare per l’ospitalità e il caldo benvenuto.
Dopo pranzo usciamo con i bambini per una passeggiata fino a Tabant, che è il villaggio più noto e un po’ il cuore della valle. Ouarda, tramite il papà, mi domanda perché non sono venuto per tanto tempo. Non parla ancora francese. A scuola lo fa solo da un anno, e credo non si senta ancora sicura, forse ha paura di sbagliare o semplicemente si vergogna un pochino, anche se normalmente è una bambina tutt’altro che timida. Ma, quando le parlo, qualcosa mi pare che capisca. Salah, comunque, risponde per me che lavoro e che non sempre posso trovare il tempo di venire fin quassù.
Anche a Tabant, come un po’ dappertutto per quanto ho potuto vedere, è ancora tutto imbandierato per la festa del re del 30 giugno, la festa che ogni anno celebra il primo giorno di regno di Mohammed VI, il monarca alawita attualmente sul trono. Anche i suoi ritratti campeggiano un po’ ovunque, anche nei piccoli negozi o a volte nelle case.
Ci prendiamo tutti una coca dissetante su una terrazza che guarda sulla valle, poi torniamo a casa. Qui la temperatura è effettivamente più gradevole rispetto ad Ait Taguellat.
In attesa della cena ci sediamo un po’ nel cortile. Salah mostra alle bambine un gioco nuovo che ha installato sul suo smartphone, con una fiammante vettura sportiva che corre sgommando su una strada trafficatissima. Manco a dirlo, si appassionano subito, soprattutto Ouarda, che coglie anche l’occasione per ricordare al papà la promessa di comprare una macchina… io le dico: “Intanto fai allenamento con questa, poi vedrai che, quando potrà, il papà la comprerà una macchina vera”. E lui conferma: “Insh’Allah”.
Pian piano il cortile si riempie di bambini, che nella luce del crepuscolo giocano semplicemente a rincorrersi, o forse è un gioco simile al nostro “Ce l’hai”, non capisco bene. Fatto sta che anche Ouarda e Jalila abbandonano lo smartphone e si buttano nella mischia. È una scena che certamente in Europa è ormai quasi impossibile vedere, ma probabilmente anche nello stesso Marocco, se parliamo delle città, e che un po’ intenerisce. È un’immagine che potrebbe far davvero pensare a una “valle felice”, pur con tutti i suoi problemi. Uno dei bambini indossa una maglietta di Messi, ovviamente taroccata, mentre le ragazzine più grandi, intorno ai 12-13 anni, portano già il velo, anche se colorato.
Ci sono anche mucche, galline (con il gallo del pollaio, che non può mancare) e un piccolo gregge di pecore, nel suo recinto.
Sul cortile dà anche la casa di uno dei fratelli di Maryam, la cui moglie gestisce una cooperativa di donne che producono tappeti. Nella valle, negli ultimi anni, sono sorte varie cooperative, prevalentemente femminili, che oltre alla tessitura svolgono attività come colture biologiche di noci, produzione di miele di montagna, di formaggio o di zafferano. Esiste anche un’associazione locale che si occupa di turismo responsabile, l’Association Reinassance de Ait Bougomez. Organizzano passeggiate di due o tre ore nella valle, dedicate al birdwatching o alla raccolta di erbe mediche berbere, ma anche trekking transmontani di quattro giorni seguendo antiche vie carovaniere. Sarebbe bello, ma non c’è il tempo, magari un’altra volta. Una parte dei proventi delle escursioni vanno a sostenere le attività dell’associazione, come l’alfabetizzazione delle donne, la depurazione dell’acqua e un progetto di assistenza sanitaria per madri e figli. L’associazione gestisce anche un collegio scolastico per le bambine che vivono in villaggi privi di scuole.
Prendiamo un altro tè con pane, olio, burro e dolcetti. Il suocero di Salah è l’unico che, quando arriva il richiamo dalla moschea per la preghiera della sera, s’inginocchia e prega sottovoce. Nelle sue condizioni, non può andare in moschea, ma prega qui, a casa sua. Ouarda, intanto, si coccola il cuginetto neonato, come se fosse già una piccola donna.
Arriva la cena, che prevede inevitabilmente un altro tajine, e poi tutti a letto. Salah, con la sua famiglia, dormirà nella camera attigua alla mia.

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Venerdì 11/8/2017: Terzo giorno, nel quale saliamo alla zawiya e rendiamo visita alla sorella di Maryam

Qui la notte è quasi troppo fresco, ho dovuto chiudere un paio di finestre e lasciarne aperta soltanto una, quella più lontana da dove dormo. D’inverno deve fare un freddo pazzesco, anche se c’è da dire che le pareti di mattoni crudi sono così spesse che dentro la casa non prende il cellulare, per cui sicuramente forniscono un buon isolamento termico.
Ci alziamo un po’ più tardi e facciamo la solita abbondante colazione, dopo di che io e Salah saliamo al santuario-mausoleo del marabutto Sidi Moussa, che si trova in cima a una collina, poco lontano dal villaggio.
Quella della venerazione dei marabutti è una tradizione locale che, pur avendo poco a che vedere con la fede islamica, in Marocco viene tollerata, anche grazie al fatto che la scuola teologica più seguita nel paese è quella Maliki, che tra le scuole che fanno capo alla dottrina sunnita è forse la meno rigorosa. La sharia’a viene adattata alla cultura e ai costumi locali, invece di applicarla attenendosi alla lettera alle prescrizioni della legge islamica.
I marabutti sono devoti musulmani la cui condotta di vita testimonia una fede così ardente e profonda che la loro stessa presenza, anche dopo la morte, è sufficiente a conferire baraka, la grazia. I marocchini vanno spesso a visitare le zawiya (santuari) dei marabutti; alcuni ritengono che sia sufficiente recarsi nella zawiya giusta per risolvere tutti i propri problemi, dalle pene d’amore all’artrite. Nel caso specifico, da Sidi Moussa vanno le donne che vogliono avere bambini, perché si dice che una visita a questa zawiya sia in grado di curare l’infertilità.
Sicuramente è abbastanza dura arrivarci sotto il sole cocente, anche se in fondo la strada non è troppo lunga, dal villaggio. E non so se questo sia abbastanza per espiare i peccati o per curare davvero l’infertilità, ma la vista da quassù è davvero meravigliosa. Si apprezza ancora meglio il paesaggio così sorprendente di questa valle, dove in mezzo a montagne brulle, aride di terra rossa bruciata dal sole, c’è un’incredibile striscia di terra verde e fertile, piena di campi coltivati e di frutteti. I prodotti più caratteristici della valle, dice Salah, sono le mele e le noci.
Dentro il santuario, costruito in argilla e mattoni crudi con il tetto di legno, non c’è molto, se non una serie di oggetti e foto che sono messi lì come una sorta di “ex voto”, per ricordare le grazie vere o presunte concesse dal santo. La tomba è in un angolo buio e sarebbe ben poco individuabile, senza la guida di Salah.
Lasciamo qualche spicciolo al ragazzo che fa da custode e scendiamo verso Tabant, dove abbiamo appuntamento con uno dei fratelli di Maryam. Oggi, infatti, lui verrà con noi a pranzo da una sorella di Maryam che abita in un altro villaggio ancora più isolato arrampicato sull’altro versante della valle. Ci arriveremo a piedi, comunque; la strada è in salita ma non è lunga.

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Nell’attesa, Salah compra due pacchi di zucchero, e biscotti per i bambini. Quando si va a visitare qualcuno è uso portare zucchero (forse perché anticamente era una merce molto pregiata) e biscotti o dolci in genere. Nel negozio noto anche una coppia di giovani che parlano inglese, dall’accento si direbbero americani. Sono i primi stranieri che vedo da quando ho lasciato Marrakech.
Il fratello di Maryam arriva e partiamo, attraversando i frutteti. Quando siamo già all’incirca a metà del sentiero in salita, da lontano sentiamo le voci di Ouarda e Jalila che ci chiamano, stanno venendo anche loro con Maryam e il piccolo Abdel Ghafour. Ci fermiamo un po’ ad aspettarli, poi tutti insieme facciamo l’ultimo pezzo di strada.
Anche qui siamo accolti bene; ci aspetta la sorella di Maryam con un’altra allegra combriccola di bambini, che sono tutti cuginetti di Ouarda, Jalila e Abdel Ghafour.
Faccio un po’ fatica a capire chi è figlio di chi, ma poco importa. Mi dicono tutti i nomi, ma non li ricorderò mai. Mi sono rimasti impressi Nassima, che forse è quella che sono riuscito a… intrattenere di più, e il suo fratellino dispettoso Samir. Dovete sapere che c’è un vecchio giochetto che si può fare con una monetina. La si appoggia di taglio su un tavolo, la si tiene ferma con un dito e le si dà un colpetto ben assestato con l’indice dell’altra mano, usando il pollice per farlo partire come una molla. Un po’ come si faceva con gli omini del Subbuteo, insomma. Ma questa, mi rendo conto, la capiscono solo i maschi dai quaranta in su. Comunque, se il colpetto è ben dato, la moneta inizierà a ruotare su se stessa, farà una decina di centimetri e poi si fermerà, continuando a ruotare vorticosamente su se stessa senza cadere dal tavolo. Bene, ho scoperto che per un bambino dell’Alto Atlante – un bambino medio, diciamo (ho potuto “testare” un campione sufficientemente ampio) – questo giochetto è talmente bello che può vederlo fare forse per ore, senza mai stancarsi, anzi chiedendoti di farlo ancora, e ancora. Sono convinto che se lo fai a un bambino italiano, sempre un bambino italiano medio, alla terza volta ti ha già tirato la moneta in mezzo agli occhi. Non dico che sia una colpa dei bambini italiani, ci mancherebbe; è un bene che siano abituati a giochi più divertenti, che abbiano la console o il tablet. Però è una cosa che un po’ fa pensare.
Dopo il pranzo a base di tajine di pollo zafferano e olive, ci facciamo una passeggiata fino a un vecchio mulino ad acqua. Torniamo, un altro tè e ci incamminiamo verso casa.

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Per cena siamo invitati dal fratello di Maryam, quello che abita proprio qui di fianco alla casa dei genitori. Cous cous per tutti, che qui è il piatto della festa. Oggi infatti è venerdì, e la famiglia è tutta riunita: un’ottima occasione per far festa. Le bimbe arrivano a cena con le manine tutte tatuate con bellissimi tatuaggi all’henné, opera di una ragazza della famiglia.
L’occasione sarebbe perfetta anche per una bella foto di gruppo con tutta la famiglia. Riusciamo a farla, ma purtroppo senza donne. Salah dice che a loro non piace essere fotografate, ma io non ne sono così sicuro. Penso che siano più gli uomini a non volere che siano fotografate, ma comunque sia non posso che rispettarlo.

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Sabato 12/8/2017: Quarto giorno, nel quale tutta la famiglia ritorna a casa

Oggi è il giorno in cui, con tutta la famiglia, dobbiamo tornare a casa. Ci alziamo alle 6.30, perché Salah è convinto che dobbiamo partire presto. La colazione oggi, dovendo affrontare un viaggio, è ancora più abbondante. Ci sono anche dei Beghrir, che sono delle frittelle dalla consistenza spugnosa simili a delle focaccine, da mangiare con il miele, che qui è meno denso rispetto a quello europeo ma è molto buono.
Salutiamo la famiglia di Maryam e andiamo a prendere il minibus per Azilal. Ora siamo sei, quindi in buona parte lo riempiamo già noi. Qualche altro passeggero è già a bordo, e altri ne raccoglieremo lungo la strada.
Il viaggio scorre via senza problemi, arriviamo ad Azilal abbastanza presto. Così Salah può finalmente andare dal parrucchiere e io comprare spezie e olio di argan.

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Anche l’attesa del Grand Taxi, essendo già sei persone, stavolta è più breve. Siamo a casa prima di mezzogiorno. Prendiamo il tè e, intanto, i bambini possono finalmente vedere i regali che ho portato per loro, grazie anche alla generosità della mia collega Tina, che mi ha fornito un po’ di vestiti e di giochi di sua figlia Asia, che è un po’ più grande delle bambine di Salah. Ouarda si mette immediatamente il cerchietto-coroncina con la scritta “Princess” e si pavoneggia mentre io le dico “Tu es belle comme une princesse!”. Poi lo passo anche a Jalila, perché non voglio che sia gelosa, ma lei preferisce il coniglio rosa con la torta che si muove e suona la musica di “Tanti auguri a te”. La canzoncina si usa anche qui, ho scoperto; ne esiste una versione in arabo. Ora non sembra avere più intenzione di spegnerlo. Ti aspettano giorni difficili, dico a Salah, e lui se la ride. Abdel Ghafour da stamattina ha un po’ di febbre e la tosse, di cui spesso soffre, ma ha preso delle medicine e ora sembra che stia un po’ meglio, mentre gioca con gli animali della Lego che ho portato per lui.

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Pranziamo con un tajine, per la prima volta tutti insieme intorno allo stesso tavolo, comprese la moglie e la madre di Salah. Generalmente qui, per tradizione, le donne mangiano separatamente dagli uomini, mentre i bambini (e le bambine) se ne hanno voglia possono mangiare allo stesso tavolo degli uomini. Ma oggi sembra che si faccia un’eccezione. Preferisco non fare commenti, perché l’argomento è delicato, ma la cosa mi fa molto piacere.
Nel pomeriggio Salah mi propone un giro con lui alla sorgente delle cascate di Ouzoud, che non avevo mai visto. È pieno di gente, soprattutto il campeggio, ma notiamo che sono praticamente tutti marocchini; un’altra dimostrazione che, come già mi aveva confermato Salah, anche qui i visitatori stranieri sono in calo. Per fortuna quelli marocchini sembrano in aumento e almeno in parte compensano.
Prendiamo un sentiero che ci dovrebbe portare alle cascate, ma probabilmente a un certo punto ci perdiamo (anche se Salah non vuole ammetterlo) e ci troviamo a dover guadare il fiume a piedi nudi sui sassi con le scarpe in mano.
Passiamo anche dalla Kasbah, per salutare il suo amico di Casablanca, e poi non possiamo non dare un’occhiata alle cascate, almeno dal belvedere più alto, anche se le ho già viste tre volte. Lo spettacolo è sempre notevole, ma purtroppo non hanno quell’imponenza che ricordo della prima volta che le ho viste, nel 2011, e anche del 2013. Quest’anno, a causa della siccità, c’è molta meno acqua. Però non potevo andarmene senza essere passato di qui, è un posto al quale ormai sono molto legato.
Al ritorno ci aspetta un enorme piattone di cous cous, stavolta solo per me e Salah. Facciamo fatica a finirlo, ma è troppo buono per non essere onorato. Dopo di che, ancora un po’ di giochi con i bambini e poi tutti a nanna.

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Domenica 13/8/2017: Quinto giorno, il souk e l’epilogo

Anche oggi ci alziamo presto, perché Salah mi ha annunciato che come ogni domenica vuole andare al souk, e credo di capire che voglia andare presto per non farsi portare via le primizie migliori. La strada, da fare a piedi, non è neanche poca, tra l’altro: circa 3 km.
Mentre facciamo colazione la casa è molto silenziosa. Anch’io, forse, mi sento già un po’ triste per l’imminente partenza: oggi, dopo pranzo, prenderò un autobus in direzione Marrakech. Stasera dormirò in un riad che ho prenotato nella Kasbah e domani mattina presto prenderò il volo di ritorno.
“E i bambini?” – domando – “Non vengono al souk con noi?”. Salah mi risponde di no, che stanno ancora dormendo. Io mi accontenterei tranquillamente di questa risposta, era una semplice curiosità. Certo, mi farebbe piacere godermeli ancora un po’ ma non voglio tirarli giù dal letto. Ma Salah, non so perché, cambia idea e decide di svegliarli.
“Ma no” – gli dico – “Lascia stare, lasciali dormire, andiamo io e te al souk, era solo così, per curiosità”. Ma lui ormai ha deciso così, e non c’è più niente da fare. “Non ti preoccupare, vedrai che saranno contenti, a loro piace venire al souk”. A giudicare dalle faccine un po’ sconvolte e dagli occhi di sonno con cui li vedo uscire, uno dopo l’altro, dalla stanza per venire a salutarci, non si direbbe. Mi sento in colpa per loro, ma effettivamente poi nel giro di pochi minuti si riprendono. Abdel Ghafour non verrà, lui è ancora troppo piccolo. Ouarda sembra veramente contenta. Jalila invece è ancora poco convinta, ma scoprirò poi che aveva la febbre, quindi aveva i suoi motivi, poverina.
Ci incamminiamo lentamente su un sentiero che parte dal podere di Salah e, dopo una mezz’ora abbondante, cominciamo a essere in vista del souk. Questo è proprio il souk “di casa” per loro, il più vicino. Ogni tanto Salah va a quello di Azilal, o a quello di Tanant. Ma qui ci viene ogni domenica per fare la spesa per tutta la settimana.
È un souk non grandissimo ma molto vero e popolare, completamente diverso dai souk “pettinati” delle grandi città. Si vede un po’ di tutto, come sempre in questi casi. Molte persone che conosco inorridirebbero nel vedere come viene maneggiata la frutta o la verdura, ma soprattutto come vengono trattati gli animali. Non è decisamente un posto per animalisti, non c’è dubbio. Si vedono pecore vive trasportate sul portapacchi di un furgone, adattato all’uopo con una specie di recinto, e altre appese ai ganci già scuoiate e pronte per essere tagliate, come fossimo in macelleria. La “polleria” funziona in questo modo: dietro c’è un improvvisato pollaio, recintato, dove decine di galline razzolano abbastanza tranquillamente, beccando da grossi catini pieni di mangime. Il cliente arriva e, se vuole, può portarsi via il pollo vivo, che viene prima pesato. Se no, se lo preferisce già pronto, lo sfortunato prescelto viene lì per lì sgozzato e in pochi minuti spiumato e preparato, dal produttore al consumatore. I bambini guardano, ma non sembrano impressionati, evidentemente per loro è normale.
Noi compriamo qualcosina di vestiario, tanta frutta e verdura, detersivi, poi delle uova. E per le uova, non c’è problema: se vuoi, in pochi minuti è pronta una bella frittatona da mangiare con il pane è il tè. Facciamo merenda in questo modo, poi un altro giro nella zona dei meloni e delle angurie. Ci compriamo una gigantesca anguria, una delle più grosse che abbia mai visto. Salah viene fermato da un vecchietto che gli passa dei documenti che vuole che gli legga, cose che ha ricevuto che riguardano la sua pensione e il suo conto in banca. Lui occasionalmente svolge anche questa funzione al villaggio, di aiutare le molte persone che non sanno leggere e scrivere.
Dopo di che saremmo più o meno pronti per tornare a casa, ma ovviamente ora per farlo dobbiamo trovare un mezzo, non è possibile rifare il sentiero a piedi carichi di tutti questi borsoni con chili di roba.
Io e le bambine aspettiamo sotto la tenda di una bancarella che ha un po’ di tutto, come un piccolo bazar, e Salah va a cercare un taxi. Dopo una lunga attesa, torna e ci informa che la ricerca è stata infruttuosa: non ci sono taxi, al momento. Cerca ancora un po’, ma alla fine l’unica soluzione è trovare un passaggio su un motofurgoncino, una specie di grosso apecar che si chiama in realtà Docker, aperto dietro, con la sponda che si alza e si abbassa.
Ci saliamo noi quattro, in mezzo a bottiglie di bibite, frutta, verdura, sacchi di farina e altre vettovaglie, ma soprattutto insieme a un montone vivo, col relativo proprietario. Io sono seduto su due sacchi di farina, vicino alla sponda, e alla mia sinistra ho il posteriore del montone, legato per le corna al telaio del furgone. Mentre partiamo dico a Salah, urlando per cercare di farmi sentire nonostante il rumore del motore: “Be’, devo dire che non avevo mai viaggiato con un montone, è la prima volta!”. Lui se la ride di gusto. A un certo punto il montone, non so perché, decide di spostare una delle zampe posteriori e di appoggiarla proprio sopra il mio piede. Cerco di togliere il piede da sotto il suo zoccolo, ma l’operazione non è semplicissima. Alla fine, faticosamente, ce la faccio, tra le risate generali.
In un modo o nell’altro, riusciamo ad arrivare a casa. Entro trasportando l’enorme anguria, che ci mangeremo a pranzo.

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Giochiamo ancora un po’ con i bambini, con Ouarda che si esibisce in una verticale, e poi si mangia. Ci gustiamo l’ultimo tajine e un piattone di frutta tra cui la suddetta anguria, anche stavolta tutti insieme ma senza Jalila, che non sta bene.
E arriva, purtroppo, il momento dei saluti. Dico a Salah che comunque ci rivedremo e che mi piacerebbe, la prossima volta, tornare in occasione della festa del sacrificio, che qui chiamano “Festa del montone”; la festa ricorda quell’episodio, presente anche nella Bibbia, in cui Abramo sta per sacrificare il suo unico figlio (per ebrei e cristiani Isacco, per i musulmani Ismaele) perché così gli ha ordinato Dio, per mettere alla prova la sua fede. Ma all’ultimo momento Dio blocca la sua mano e gli fa trovare, appunto, un montone con le corna impigliate in un cespuglio, da sacrificare al posto del figlio. Salah mi ha detto più volte che qui al villaggio è una grande festa, che dura diversi giorni, ed è un’altra esperienza che mi piacerebbe fare. Forse l’anno prossimo, Insh’Allah.
Naturalmente, lascio qualcosa per il disturbo e per le necessità della famiglia, anche se Salah quasi non vorrebbe. Lui mi fa dono di un sacchettone pieno di mandorle.
Saluto Maryam, la mamma di Salah e i bambini, compresa Jalila che poi torna subito a riposare per cercare di smaltire la febbre, oggi tocca a lei. Abdel Ghafour, non appena cerco di salutarlo, scoppia a piangere e si rifiuta. Papà e mamma cercano di tranquillizzarlo e di convincerlo, ma io, pensando che anche lui non stia ancora tanto bene, dico: “Lasciate stare, non importa, va bene così”. E Salah: “Ma guarda che piange perché non vorrebbe che te ne andassi, sta dicendo «Non andare, non andare»”. Be’, incredibile, quasi mi commuovo.
A Ouarda dico, in francese: “Io e te la prossima volta dobbiamo parlare in francese. Io devo studiare un po’, ma anche tu, va bene?”. Lei fa un sorrisone dei suoi e Salah dice “Insh’Allah”.
Prima che la commozione prenda il sopravvento, ci avviamo verso il bar al bivio per aspettare lì l’autobus delle 14.30, o magari un Grand Taxi. Salah apre il bar, così possiamo aspettare al riparo dal sole cocente, e intanto arriva anche qualche cliente. Taxi diretti a Marrakech non ce ne sono. Una decina di minuti prima usciamo per aspettare e fermare l’autobus, ma quando passa è talmente pieno che non si ferma, anzi non rallenta nemmeno. È la prima volta che capita, molto strano. Forse perché è domenica, la gente torna in città dopo il weekend.
Dovrò trovare un’altra soluzione per arrivare a Marrakech, c’è un altro autobus alle 19.30 ma non mi va di aspettarlo, arriverei troppo tardi. Taxi continuano a non passarne, ma Salah si ricorda di un taxista che conosce che è di Marrakech e fa tutti i giorni la tratta Marrakech-Azilal, per cui poi deve tornare a casa e ci torna anche vuoto o con poche persone. Lo chiama ed effettivamente, dopo pochi minuti, passa questa vecchia Mercedes diretta ad Azilal. Ci mettiamo d’accordo in modo che ripassi appena possibile, ma deve comunque arrivare ad Azilal, scaricare le persone e possibilmente caricare già lì qualcuno per il ritorno. Quindi ci sarà comunque almeno un’altra ora di attesa.
Rientriamo nel bar e, per passare il tempo, Salah propone una sfida a biliardo io e lui, visto che al momento non ci sono clienti. Accetto, ma come prevedevo il risultato è un disastro, il biliardo non fa proprio per me.
Finalmente ripassa il taxista. Contrattiamo il prezzo del passaggio: è il doppio del normale, ma mi propone di stare sul sedile davanti da solo, comodo (generalmente ci si sta in due). Accetto, anche perché non ho molte alternative, poi in fondo parliamo di 150 dirham. Carico lo zaino, un ultimo abbraccio con Salah e si va.
L’autista avrà una sessantina d’anni, anche se ne dimostra di più. È simpatico e parla un po’ di francese, con una voce roca e impastata da decenni di sigarette. Mi metto già d’accordo per farmi portare alla Kasbah, ma mi fa il segno dei soldi con pollice e indice: vuole 50 dirham in più. Sorrido e dico ok, ne parliamo dopo, c’è tempo. Mi metto comodo, abbasso completamente il finestrino e guardando il nastro di asfalto in mezzo alla terra rossa davanti a me inizio a ripensare a questi cinque giorni. Ho ancora negli occhi i sorrisi dei bambini e quella striscia di verde tra le montagne arse dal sole. Ho scoperto un altro posto veramente unico. Forse non è solo una definizione fatta per i turisti; forse, anche se la gente deve lavorare sodo per sbarcare il lunario e mandare i figli a scuola, è davvero una valle felice.
Jean Claude Izzo diceva che di fronte al mare la felicità è un’idea semplice, ma forse lo è anche di fronte alle montagne dell’Alto Atlante.

 

Abruzzo Resistente

Viaggio nel cuore dell’Abruzzo, terra di monti e pastori, di ampie valli, castelli e borghi di pochi abitanti. Dove le montagne e le difficili vie di comunicazione hanno nei secoli talvolta lasciato fuori il progresso, ma allo stesso tempo hanno contribuito a preservare la natura, il patrimonio storico-artistico e soprattutto l’autenticità della gente. A L’Aquila, oggi il cantiere più grande d’Europa, e tra le montagne che la circondano, dove negli ultimi anni sono nate strutture ricettive, piccole realtà imprenditoriali e associazioni per la valorizzazione del territorio che sono la vera anima di questa terra dall’incontaminata bellezza.

 

13 luglio 2017
Primo giorno: nel quale riscopriamo L’Aquila, che prova a rinascere

L’Aquila. Mentre il pullman si avvicina al Terminal di Collemaggio, e un bambino di pochi mesi non smette di piangere, cerco nei pochi ricordi che ho di questa città. Provo a rimettere a fuoco nella mente le immagini di tre anni e mezzo fa, quando venni qui per lavoro, e a confrontarle con quelle di oggi. Di quella prima volta mi resta l’impressione di desolazione di una breve passeggiata nella zona rossa, dove tutto sembrava ancora fermo a quella notte di aprile del 2009. Le case puntellate, i negozi chiusi, il silenzio di una città fantasma. E lontano, fuori dal centro, le New Town, i nuovi quartieri di casette tutte uguali, senz’anima e senza servizi. Nate per essere provvisorie e destinate invece a durare, in un tempo sospeso. Le New Town ci sono ancora, ovvio. Ma la zona rossa non c’è più, molti negozi hanno riaperto, parecchie case sono già state restaurate, o buttate giù e ricostruite. Lo skyline della città ora è una serie ininterrotta di gru. I cantieri sono aperti, la ricostruzione è partita. Era ora. Mi torna in mente lo speciale che ho ascoltato alla radio un paio di settimane fa, che lanciava questo viaggio e che parlava di L’Aquila come del cantiere più grande d’Europa.
Anche questo, naturalmente, è un viaggio di Radio Popolare, e di ViaggieMiraggi. Questo connubio (uso questa parola non a caso) qui è rappresentato, in carne ed ossa, da quelli che saranno i nostri due accompagnatori in questo viaggio, e che sono anche due miei cari amici: Alessia de Iure e Nello Avellani. Loro sono in qualche modo anche l’origine di questo, appunto, connubio che per loro è diventato un vero e proprio matrimonio. Nel 2013 Nello, dopo gli anni da giornalista e conduttore di Radio Popolare a Milano, anni nei quali ha raccontato anche il terremoto, e dopo l’esperienza di Radio Popolare Roma, decise di tornare a L’Aquila, che è la sua città, e di costruire con alcuni amici e colleghi un giornale on line, News Town, di cui ora è direttore. E qui conobbe Alessia, che è di Lanciano ma che ha studiato archeologia qui. Alessia collaborava già con ViaggieMiraggi e così il sodalizio ebbe modo di crescere e svilupparsi…
Il pullman entra nel terminal, con qualche minuto di anticipo sull’orario previsto. Siamo partiti circa un’ora e mezza fa dalla stazione Tiburtina di Roma. Scendo e vado incontro ad Alessia, che è qui ad aspettare me e gli ultimi viaggiatori in arrivo da Milano e dintorni. Il gruppo è composto da 12 persone. Baci, abbracci e la prima grande sorpresa: Alessia aspetta un bambino. È al quinto mese, anche se non si vede ancora nulla. Ha preso un chilo, dice, ma non si vede proprio. La sua silhouette è quella di sempre. E non solo, non ha neanche nausee o problemi di sorta. Insomma, sì, il sodalizio si è davvero sviluppato bene.
Fa caldo, un caldo insolito per L’Aquila, anche nel mese di luglio.
Ci sistemiamo all’Hotel Castello, che si trova per l’appunto davanti al castello cinquecentesco che ospitava il Museo Nazionale d’Abruzzo e che è stato gravemente danneggiato dal terremoto. Dal 2011 sono in corso i lavori di restauro, ma è ancora inagibile.
Il mio compagno di stanza, Mario, viaggia con lo zaino, come me. Abbiamo già un punto in comune. È tornato circa un mese fa dal cammino di Santiago. Anche questa è una cosa che ho in mente di fare, prima o poi. Sono stato a Santiago anni fa, ma non ci sono arrivato a piedi; ci sono arrivato percorrendo la costa atlantica della Spagna in treno e autobus, dal paese Basco alla Galizia.
Per iniziare ci dirigiamo verso l’incrocio, chiamato dei quattro cantoni, tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Umberto I, dove Alessia inizia a spiegarci la storia della città.
L’Aquila ha antiche origini sabino-vestine nei nuclei di Amiternum e Forcona. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, intorno alla “conca aquilana” si formarono piccoli agglomerati urbani, detti “castelli”, che decisero la fondazione della nuova città: nel 1254, secondo la leggenda, i 99 castelli della conca aternina fondarono la città, e la fontana delle 99 cannelle celebra questo avvenimento con i suoi mascheroni. In realtà, probabilmente, i castelli erano “soltanto” 60 o 70. Secondo altri la città sarebbe nata intorno al 1230 col patrocinio di Federico II di Svevia, e sarebbe stata distrutta una prima volta nel 1259 da Manfredi di Sicilia. La città ebbe notevole sviluppo nel Medioevo, sotto il controllo della famiglia Camponeschi, e nel 1424 riuscì a resistere al terribile assedio di Braccio da Montone, dovuto al fatto che la città si era schierata contro Napoli per la sua fedeltà angioina. Durante l’epoca del feudalesimo, dal medioevo al 1806, la città vantava un’economia propria di pastorizia, artigianato e oreficeria, ed era stazione di passaggio durante la transumanza, con il Regio tratturo L’Aquila-Foggia, percorso da pastori e pellegrini religiosi. Si trovava anche in una posizione strategica sulla “Via della lana”, da Firenze a Napoli. Per questo si stabilirono qui molte famiglie di mercanti provenienti da altre parti d’Italia. Sotto il dominio asburgico nei secoli XVI-XVII visse un periodo altalenante di crescita economica, fino alla decadenza, profondamente segnata dal terremoto del 1703. Riebbe uno sviluppo economico e culturale soltanto nell’Ottocento.
I personaggi che più di tutti hanno reso famosa la città sono Pietro da Morrone, ovvero Papa Celestino V, il papa eremita del gran rifiuto, e San Bernardino da Siena. Il primo è sepolto nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio (Basilica della prima Porta Santa) e il secondo nella Basilica di San Bernardino, a lui dedicata.
Quello che si vede oggi, qui ai quattro cantoni, è che è partito il cantiere per i cosiddetti sottoservizi (fognature, acquedotto, gas, elettricità, fibra ottica, ecc.) che sta sventrando la città per poi ricostruirla. Su questo c’è polemica, perché molti sostengono, non a torto, che i sottoservizi andavano fatti prima di partire con la ricostruzione, ma tant’è… l’asfalto che vediamo ora, infatti, è solo un asfalto di servizio, temporaneo. Poi, quando i lavori saranno finiti, torneranno i sampietrini tanto amati dagli aquilani, che sono stati rimossi uno per uno e diligentemente stoccati in attesa di poter essere nuovamente posati.
La ricostruzione delle case private è finanziata dal governo tramite un ufficio speciale, con contributi la cui entità varia in funzione dei danni subiti. Le categorie vanno dalla A, che contraddistingue le abitazioni meno toccate dal sisma, alla E, che è quella delle case che hanno subito i danni più gravi. Alla categoria E apparteneva, ad esempio, la casa dei genitori di Nello, che è stata demolita e ricostruita. Esiste anche una categoria F per le case che, pur essendo agibili, sono contigue ad altri edifici pericolanti. L’obiettivo sarebbe quello di completare la ricostruzione entro il 2020, ma in realtà già da ora si può dire che per allora non sarà finita. Ovviamente, le prime case sono privilegiate rispetto alle seconde. Anche Paola, la nostra compagna di viaggio, ha una casa da sistemare, e quindi ci tiene a informarsi. Lei ora vive a Milano, ma il suo papà era di Sulmona, ed è lì che ha questa che è per l’appunto una seconda casa.
Molto ha pesato, nel determinare il destino di una casa, il tetto: letteralmente, nel senso che spesso i tetti in cemento armato, che negli anni ’70 e ’80 erano la normalità, hanno schiacciato le pareti sotto il loro peso, provocandone il crollo. Di questo, naturalmente, si sta tenendo conto in fase di ricostruzione, usando a volte tetti in legno o comunque alleggerendo le strutture.
Ci spostiamo in Piazza Palazzo, una piazza alberata posta su Corso Umberto I con al centro la statua di Sallustio, lo storico romano nato ad Amiternum. Ospita Palazzo Margherita, la sede del Municipio, e il Palazzo della Provincia, sede della Biblioteca provinciale. Originalmente vi era un castello collegato alle mura, rappresentato oggi dalla medievale Torre Civica.
E poi Piazza Duomo, chiamata anche piazza del mercato perché prima del terremoto qui si teneva un mercato tutti i giorni tranne la domenica. Anche per le chiese quello del tetto è stato il problema centrale: come è successo per il duomo, le facciate hanno sempre retto, ma non così il transetto, che la copertura fosse a cupola o a capanna. Ora però, anche qui, la ricostruzione è iniziata. Quando lo storico Bar Duomo ha riaperto, è stata una festa: gelato gratis per tutti.
Un giro al bar ce lo facciamo anche noi, soprattutto per assaggiare la prima specialità aquilana: il torrone morbido al cioccolato dei Fratelli Nurzia. La curiosità è che esiste quello dei fratelli e quello delle sorelle Nurzia: anni fa si sono divisi, a causa di una piccola faida familiare. Il dibattito su quale sia il più buono, come sempre in questi casi, è potenzialmente infinito. Di sicuro questo dei fratelli non è niente male.

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La tappa successiva è la Basilica di Collemaggio, fatta costruire nel 1288 da Pietro da Morrone, proprio quello che sarebbe poi diventato Celestino V, il papa del gran rifiuto. La storia vuole che Pietro, eremita disceso dalla Maiella, ebbe una visione della Madonna che gli chiedeva di costruire una chiesa su questo colle. Nel 1294, eletto papa, rinunciò dopo pochi mesi ad un mandato per il quale si sentiva inadeguato, un fatto allora senza precedenti di cui si è tornati a parlare in occasione delle dimissioni di papa Ratzinger.
L’altra importante eredità di Celestino è la “Perdonanza”, celebrazione sacra voluta dal papa abruzzese per perdonare in una sola indulgenza annuale tutti i peccati dei pellegrini. Grazie alla bolla papale, che vale ancora oggi, chi passa per la porta santa della basilica tra il 28 e il 29 agosto di ogni anno ottiene l’indulgenza. La perdonanza è in qualche modo un gesto rivoluzionario, perché mette tutti sullo stesso piano, ricchi e poveri, nel pieno del periodo della vendita delle indulgenze; c’è chi dice che questo abbia reso Celestino inviso alle gerarchie ecclesiastiche, che fecero poi di tutto per ottenere che abdicasse.
La basilica, nella quale il romanico comincia a mischiarsi con il gotico, venne successivamente riempita di interni barocchi. Interni che nel 1968 vennero rimossi, nell’intento di ripristinare l’impianto originale, una scelta che oggi sicuramente non si farebbe più. Ora purtroppo l’interno non è visitabile, il restauro dovrebbe terminare a fine anno.
A breve distanza dalla basilica, in un grande parco di 19 ettari, sorge quello che era il manicomio della città. È qui che abbiamo in programma l’incontro con i ragazzi del centro sociale Casematte, uno spazio, per ora piccolo, all’interno del parco gestito dall’associazione 3e32 (il nome si riferisce all’ora del terremoto), che sta portando avanti un progetto di futuro recupero dell’area e degli edifici che vi sorgono; un progetto che si chiama “Parco della Luna” e che prevede la piena restituzione di questo spazio alla città. Per noi, soprattutto per chi è di Milano, entrare in questo parco significa immediatamente pensare all’ex OP Paolo Pini. Anche perché le strutture sono molto simili, come quelle di tutti gli ospedali psichiatrici costruiti in Italia tra la fine dell’800 e i primi del ‘900.
3e32 è stata in questi anni praticamente la sola realtà che ha mantenuto aperti spazi di socialità nel centro storico. Poi, il 4 giugno 2015, 22 associazioni si sono riunite all’Aquila per immaginare insieme un percorso che porti alla riqualificazione dell’ex manicomio. Un percorso che ha come fine quello di riqualificare un quartiere strategico della città invertendo il segno lasciato dal manicomio. Facendo diventare l’area da luogo dall’istituzionalizzazione, della contenzione, dello stigma e dell’assenza di diritti, una cittadella incentrata sulla solidarietà, la cooperazione, la libera espressione e creazione, il mutuo soccorso, l’integrazione e la presa di coscienza dei diritti di ognuno per difendersi da ogni forma di stigma, sfruttamento e discriminazione. È stata individuata un’area omogenea, parte dei 19 ettari dell’area, su cui intervenire subito e fattivamente con i fondi europei a disposizione. Anche gli ex utenti del manicomio sarebbero coinvolti, attraverso la creazione di un centro diurno, che potrebbe far parte di un polo sanitario. Il primo passo, per forza di cose, dovrà essere quello di ristrutturare gli edifici, che ora sono prevalentemente inagibili.
Intanto gli esponenti di 3e32 sono passati attraverso un processo per occupazione di suolo pubblico, dal quale però sono usciti assolti perché il fatto non sussisteva. In realtà, il lavoro che hanno fatto è stato fondamentale per difendere questo luogo, che era di fatto già abbandonato da molti anni, dalle mire degli immobiliaristi.
Tutto questo ce lo racconta Alessandro, che ci spiega anche che il progetto si basa su fondi europei per cui questo cartello di associazioni ha vinto una gara, fondi che però rischia di non poter sfruttare se non si partirà al più presto, superando le lentezze burocratiche che finora hanno bloccato tutto. L’amministrazione comunale, dice Alessandro, non li ha colpiti ma nemmeno aiutati molto. Fondamentalmente lui ritiene che, come interlocutori, le associazioni non siano mai state davvero prese in considerazione. Si riferisce alla vecchia amministrazione, quella di Massimo Cialente, del PD. Ora però, da circa un mese, L’Aquila ha un nuovo sindaco di centrodestra, Pierluigi Biondi; potremmo anche dire di destra, considerati i trascorsi in Casa Pound, da cui è uscito solo pochi mesi fa semplicemente perché restandoci non avrebbe avuto speranza di essere eletto. Ha anche alle spalle, per la verità, due mandati da sindaco di un piccolo comune, Villa Sant’Angelo, dove pare sia adorato. Che possa guardare con favore un progetto come quello di Casematte appare difficile, ma è presto per dirlo.
Mentre addentiamo i succulenti stuzzichini che i ragazzi di Casematte ci hanno preparato per l’aperitivo, si chiacchiera e scopriamo che anche qui nella ricostruzione sono purtroppo stati coinvolti soggetti tristemente famosi come la Mantovani e, in maniera occulta ma non troppo, perfino i casalesi.
Ci piace di più la storia di Paola, la nostra compagna di viaggio, che ricorda come aveva raccolto, all’epoca del terremoto, molti libri per bambini che poi sono stati portati qui e che il bibliobus ha distribuito ai bambini delle tendopoli.
Un’altra bella storia è quella di Radio Stella 180, che ha sede proprio qui nel parco di Collemaggio e che si occupa soprattutto di salute mentale, dando la possibilità di esprimersi anche a chi ha vissuto e vive esperienze di disagio; ma ormai in realtà parla di tutti gli argomenti: di recente ha perfino ospitato un confronto tra i candidati sindaci. Radio Stella 180 (il riferimento è, naturalmente, alla Legge 180, la Legge Basaglia) è qualcosa che ricorda molto da vicino il lavoro che Radio Popolare, in collaborazione con Radio Città del Capo di Bologna, fa con il programma Psicoradio.

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Andiamo a mangiare in un posto il cui nome è tutto un programma: Arrosticini divini. Qui finalmente ci può raggiungere Nello, e insieme possiamo, dopo un paio di giri di bruschettine di riscaldamento, avventarci sulla più nota specialità abruzzese. Gli arrosticini, per i pochi che non lo sapessero, sono piccoli spiedini teneri e saporiti di carne di pecora. Davvero si può dire, qui, che uno tira l’altro.
E, tra un arrosticino e l’altro, Nello ci racconta cos’è L’Aquila oggi.
La città delle 19 New Town costruite nel 2009 dal governo Berlusconi con il progetto C.A.S.E., 4500 alloggi tirati su in 10 mesi. Che diedero un tetto a 12.000 persone, ma che avrebbero dovuto essere qualcosa che non sono mai stati, cioè dei veri quartieri dotati di servizi, non solo del trasporto pubblico ma anche di negozi di prossimità, piccoli supermercati, bar, biblioteche, librerie, spazi di socialità. Anche perché questi quartieri, che sono lontani dalle vecchie periferie che ormai sono le porte del centro storico, in certi casi distano tra loro anche più di 30 km, in una città di circa 70.000 abitanti. Oggi un decimo di questi alloggi sono inagibili e sotto sequestro, a causa del crollo dei balconi o di pesanti infiltrazioni d’acqua. Ma anche gli altri sono sostanzialmente parte di quartieri dormitorio privi di qualsiasi servizio e che rendono difficile spostarsi agli anziani e ai giovani senza patente. Per non parlare del danno ambientale, che non sarà mai più risarcibile, costituito dalla perdita di tutti i terreni agricoli su cui le New Town sono state costruite.
Per andare a scuola i ragazzi devono andare in città, dove comunque nessuna delle scuole pubbliche è stata ancora restaurata o ricostruita. Molti non hanno mai visto una vera scuola, ma tuttora frequentano i MUSP (Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio), che per altro sono distanti dagli insediamenti abitativi e più vicini al centro storico.
E non è chiaro nemmeno quale sarà il destino di questi insediamenti in futuro, quando la maggior parte delle persone dovrebbe tornare nelle case ristrutturate o ricostruite del centro storico. Buttare giù tutto costerebbe troppo, ma d’altro canto anche la manutenzione ordinaria per tenerli in vita costa molto.
La decisione toccherà forse al nuovo sindaco, eletto a sorpresa dopo dieci anni di centrosinistra e dopo un primo turno che aveva visto il candidato di centrosinistra in netto vantaggio. Ma a questo punto il centrosinistra, convinto forse che il risultato fosse ormai acquisito, ha praticamente smesso di fare campagna elettorale. Il centrodestra ha fatto invece una campagna molto incisiva e, sfruttando anche il vento nazionale che soffia in questo momento, ha ribaltato le sorti della partita finendo per vincere di ben 6 punti.
Domani c’è il primo consiglio comunale, al quale Nello, che sarà in giro con noi, non potrà essere presente. Ma ci sarà un suo collega, che cercherà di carpire e di portare in redazione qualche indizio che faccia capire quali prospettive si aprono nell’immediato futuro della città.
Nel frattempo noi, dopo cena, ci dirigiamo al parco del Castello, passando davanti all’auditorium colorato e “mobile” di Renzo Piano. Stasera qui c’è un festival musicale che sembra interessante, il Soundshine Summer Festival. In questo momento, però, è in corso un contest di rap. Paola, che ha un figlio appassionato di rap e quindi per amore o per forza un po’ è costretta ad ascoltarne, assicura che il livello è buono; c’è anche, tra i concorrenti, una ragazza di Roma che oggi abbiamo visto a Collemaggio, a Casematte. Ma onestamente non è il mio genere. Per un po’, aspetto con pazienza che arrivino i Mama Marjas, che dovrebbero fare del reggae. Ma non arrivano mai, si fa tardi… e domani dobbiamo alzarci presto, quindi la serata può finire qui. E’ stato bello, comunque, vedere tanta gente in giro la sera nel centro dell’Aquila.

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14 luglio 2017
Secondo giorno: nel quale iniziamo a esplorare i monti d’Abruzzo, dalle pagliare al borgo di Fontecchio

Ligi alle consegne di Alessia, ci siamo alzati presto e alle 8 siamo già “colazionati” e pronti a partire.
Ci dobbiamo dividere tra un pullmino guidato da Nello e la macchina di Alessia, che saranno i mezzi con i quali ci muoveremo in questi tre giorni. La prima tappa, prima di lasciare L’Aquila, è un altro luogo simbolo della città: la Fontana delle 99 cannelle, che risale anch’essa al periodo della fondazione, nel XIII secolo, ma nell’impianto originario aveva solo una delle “quinte” che vediamo ora; le altre sono state aggiunte successivamente e vanno a creare una forma trapezoidale irregolare. Le 99 cannelle, che sgorgano da 99 mascheroni tutti diversi, alimentano la leggenda secondo cui, in onore dei 99 castelli che avrebbero contribuito alla fondazione, la città sarebbe caratterizzata da 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane.
L’acqua è un elemento fondante della città fin dal nome: Quando fu scelto il sito per la fondazione della città, si individuò un luogo chiamato Acquilis o Acculi o anche Acculae, per l’abbondanza delle sorgenti che vi si trovavano. Il nome Aquila, quindi (l’articolo fu aggiunto solo nel 1939), non si riferisce al rapace, che fu inserito nello stemma soltanto dopo.
La pietra bianca e rosa, di provenienza locale, è la stessa della basilica di Collemaggio.
Già dal rinascimento, e ancora oggi, l’area della fontana è stata usata per feste da ballo e concerti. Anche per questo, è stata una delle prime aree monumentali ad essere restituite alla città nel dopo terremoto.

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Per noi, prima di lasciare davvero la città, c’è ancora un posto da vedere assolutamente, per il forte significato simbolico che ha: la casa dello studente. Qui la notte del 6 aprile 2009 morirono otto ragazzi, a causa del crollo di un’intera ala, dovuto secondo quanto appurò la successiva inchiesta ai lavori di ristrutturazione condotti senza criterio nel 2000 e ad altri lavori fatti ancora prima. Ma quella notte persero la vita anche molti altri studenti, che vivevano in altre case del centro storico. I loro nomi sono elencati su uno degli striscioni che, insieme a foto, magliette e altri ricordi sono ancora appesi alla rete da cantiere che delimita il cratere lasciato dal crollo. È incredibile pensare che, in una città con la storia di terremoti che ha L’Aquila, si sia potuto non applicare criteri sismici nel ristrutturare un edificio destinato a studentato. Eppure è successo.

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Un ultimo pezzo di memoria è quello che passa davanti ai nostri occhi attraversando la New Town di Bazzano, dove ancora vivono circa 2000 persone. Tra tutte le New Town, sono più o meno 8000. Qui, almeno, le facciate delle casette sono decorate da opere di street art che vorrebbero dare a questo posto colore e umanità, e che almeno in parte ci riescono anche.
Nello ci racconta che a Tione, il paese dei suoi nonni, e in generale nei piccoli centri, invece di quello del progetto C.A.S.E. è stato adottato il modello dei MAP (moduli abitativi provvisori), che sono costati molto meno (800 euro al mq anziché 2000 e oltre) e soprattutto sono stati costruiti vicino ai vecchi paesi; questo ha permesso di non sradicare completamente le persone, in particolare gli anziani, che possono vedere le loro vecchie case o quello che ne resta e andare ancora a coltivare i loro orti, mantenere insomma il contatto fisico con quello che è stato sempre il loro posto sulla terra.
Ci dirigiamo ora verso Goriano Valli, nel Parco del Sirente-Velino. La prima tappa è il bar di Luca, l’unico di questo paese di circa 100 abitanti. Grande esperto di fauna selvatica e ottimo fotografo, come dicono le stupende foto che sono esposte in una delle sale del bar, Luca ci intrattiene per qualche minuto raccontando, tra l’altro, dei pochi orsi che ogni tanto si possono avvistare nel parco e di una lupa che, persa una zampa in una tagliola, era stata data per spacciata e invece su tre zampe ha continuato a vivere e a macinare chilometri nel territorio del parco. Un vero esempio dell’Abruzzo che resiste…
Nel parco, parlando solo di mammiferi, oltre all’Orso Marsicano ed al lupo appenninico sono presenti: il camoscio, il gatto selvatico, la martora, il cervo, il capriolo, l’istrice, il ghiro.
Forse non riusciremo a vederne molti, considerato il poco tempo che abbiamo, ma comunque, accompagnati dal Presidente dell’Associazione Culturale Massimo Lelj, ci incamminiamo sul sentiero che porta alla torre di Goriano, una torre del XIV secolo alta 19 m. Nel frattempo, il cielo si sta riempiendo di nuvole minacciose ma noi non ci spaventiamo. Anzi, visto il caldo anomalo di ieri, c’è chi dice che sia perfino meglio. Ci arrampichiamo sulla torre e proseguiamo poi verso il ponte romano sul fiume Aterno, un altro luogo di grande bellezza.

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Da qui andiamo a recuperare il pullmino, che ci porterà verso il vigneto di Adriana Tronca, dove pranzeremo all’aperto.
Quattro ettari di terra nel cuore del Parco. Qui Adriana produce, a 600 metri sul livello del mare, Pinot nero e Traminer, che qui hanno trovato condizioni ottimali e uniche nella zona. A questi si affiancano il Rosso Lamata e il Santagiusta, il primo spumante d’altura in Abruzzo realizzato con Metodo Classico, 70% Pinot Nero e 30% Chardonnay.
I genitori di Adriana sono di queste parti, di Goriano e di Tione. Ma lei per anni ha fatto l’odontotecnica a Milano, poi si è trasferita in Franciacorta, dove è nata la passione per lo spumante.
Arrivata a Tione nel 2001, si è trovata di fronte un “piccolo Trentino Alto Adige nel cuore dell’Abruzzo”. Non ha ancora una cantina sua, quindi i suoi vini continuano a fermentare nelle cantine vicine.
Dopo anni di lotte con la lentezza della burocrazia e un periodo difficile dal punto di vista economico, Adriana guarda avanti con ottimismo e non ha rinunciato alla realizzazione di una cantina tutta sua. Anche se, dice, L’Aquila ha una visione un po’ chiusa. Non esiste solo il Montepulciano. A 600 metri sul livello del mare non si può produrre Montepulciano e allora si mette altro. E quest’altro, dobbiamo dire, per noi è molto buono.
Tra l’altro, completamente a sorpresa, assistiamo a una carrambata incredibile: Adriana e una delle nostre compagne di viaggio hanno fatto insieme il liceo artistico dalle Preziosine (!!) a Monza!

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Ed eccoci pronti per la prossima tappa: le pagliare di Tione. Tione degli Abruzzi è un paese di poco più di 300 abitanti, dove Nello è consigliere comunale, di opposizione naturalmente. Le pagliare sono case in pietra che formano piccoli villaggi in quota, frequentati stagionalmente dagli agricoltori e dagli allevatori residenti nei paesi del fondovalle del fiume Aterno. Gli abitanti di Fagnano Alto, Fontecchio e Tione degli Abruzzi, paesi collocati a 500-600 metri di quota che la geografia dei luoghi costringe in spazi angusti, hanno cercato sbocco per le coltivazioni e il pascolo sui pianori sovrastanti, a oltre mille metri di quota. Queste case erano la meta della transumanza verticale: qui i pastori portavano le pecore nel periodo estivo. Al piano terra c’erano uno o due locali, al piano superiore il pagliaio; anche se a volte, invece, il piano terra era usato come stalla e si viveva di sopra. Si viveva, ovviamente, senza alcuna comodità: tuttora nelle case, molte delle quali sono state ristrutturate, non c’è acqua corrente né luce elettrica. Anche se, per quanto riguarda l’acqua, ci sono progetti per portarla, in modo da favorire lo sviluppo turistico di questi luoghi.
Oggi sono luoghi di silenzio per molti mesi dell’anno, ma si rianimano nel periodo estivo e in modo particolare nei fine settimana. Il paese, costruito intorno a uno storico pozzo, ha un grande fascino e trasmette una sensazione di pace. Scopriamo che anche Nello ha una sua pagliara, ben ristrutturata e soppalcata, dove possiamo rifocillarci con acqua e tè freddo.

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Per poi proseguire verso Fontecchio, che è anche il posto dove dormiremo per le prossime due notti.
Fontecchio è un borgo di circa quattrocento abitanti della valle Subequana, che ora è una valle appartata ma per secoli è stato un importante punto di passaggio su quella che era la Via degli Abruzzi, che congiungeva la Toscana con il Regno di Napoli. Non si passava per Roma, ma per la dorsale appenninica; dopo L’Aquila, si attraversava questa valle per raggiungere Sulmona, il Molise e poi giù giù fino a Caserta e Napoli. Da queste parti passò anche Francesco d’Assisi, che fondò il convento di Castelvecchio Subequo. E anche il Petrarca.
Saremo ospitati da Alessio Di Giulio, che ha recuperato e adibito a struttura ricettiva una serie di antiche case proprio sull’angolo delle mura attorno alla torre del Cornone, una piccola torretta di guardia che “vede” tutte le altre torri della valle. Sì, perché qui ogni borgo ha le sue mura e la sua torre, e Fontecchio non fa certo eccezione.
Alessio ha cominciato il lavoro di recupero di questi edifici, un po’ per gioco, già negli anni ’90, quando viveva a Milano e veniva qui in vacanza. Lui, riguardo alle sue origini, si definisce “un mischione”, nel senso che è un po’ umbro, un po’ marchigiano e anche un po’ trentino, come radici. Ha vissuto a Milano e poi a Roma, dove era responsabile per l’educazione ambientale al WWF. Dal 2004 ha deciso di cambiare vita, si è stabilito a Fontecchio e ha continuato nell’opera di restauro di queste antiche case, insieme a Luisa, con cui nel frattempo si era sposato. Ha sempre cercato di rispettare la struttura, usando le tecniche meno invasive possibili, e non violentarla, anche nell’ulteriore restauro che ha dovuto fare nel post terremoto del 2009. Niente finiture leziose e un po’ false, e niente cemento armato, perché le strutture erano già costruite per resistere ai terremoti. La gente, nel medioevo, non era stupida, dice Alessio: sapeva dove viveva. E in effetti, lo scopriremo poi girando per il borgo, dappertutto ci sono travi di legno per alleggerire e rendere elastiche le strutture.
Per isolare le pareti hanno usato, e non poteva essere altrimenti, lana di pecora. Il riscaldamento viene da una caldaia a biomassa (pellet) e stanno installando anche dei pannelli solari. Insomma, tutto è fatto nel modo più rispettoso e sostenibile possibile.
L’accoglienza è calda fin da subito: Alessio ci viene incontro nella piazza del paese, dove abbiamo parcheggiato, e carica i nostri bagagli sull’”apetto”, come lo chiama lui, un’Ape Piaggio del ’73, mentre noi lo seguiamo a piedi ma liberi dal peso. L’apetto è un must qui, una vera istituzione; praticamente tutti ce l’hanno, ci racconterà poi Alessio. Del resto, è così anche in altri paesi delle montagne italiane: cosa c’è di meglio per trasportare carichi pesanti su per le stradine strette e scoscese del borgo?
Dopo aver preso possesso delle nostre camere in queste bellissime case-torre in pietra ed essere stati accolti ancora meglio con un bicchiere di rinfrescante acqua e limone, passeggiamo per Fontecchio con Alessio che ci fa da guida e ci racconta la storia del borgo.
La storia di Fontecchio sembra entrare bruscamente nel vivo nel XV secolo, quando, a partire dal maggio del 1425, la quasi totalità dei castelli del circondario dell’Aquila vengono cinti d’assedio dallo spregiudicato condottiero mercenario Braccio da Montone, detto “Fortebraccio”. Se per i restanti borghi del circondario la resa fu il naturale epilogo dell’invasione subìta, tutto ciò non avvenne per Fontecchio. Anzi, grazie alle gesta ed al coraggio dei suoi abitanti, il paese riuscì a respingere l’attacco delle truppe mercenarie.
L’episodio che però sembra assurgere a simbolo di Fontecchio è senza dubbio rappresentato dall’assedio del 1648 ad opera delle truppe spagnole, logica conseguenza dei moti popolari che incendiarono il Regno delle Due Sicilie nell’anno 1647. Non le fonti più attendibili (che parlano di un assedio durato una decina di giorni), bensì fonti frammentarie e popolari ci tramandano una versione dei fatti che ad oggi impernia il simbolismo e la ritualità della civiltà fontecchiana. Infatti, si narra, l’assedio durò ben cinquanta giorni ed il paese, ormai allo stremo delle forze, fu liberato dal coraggio della Marchesa Corvi, la quale, dal suo palazzo, sparò un colpo di spingarda colpendo a morte il capo degli assalitori e liberando così il borgo. Ancora oggi ogni sera, a ricordo di tale episodio, l’orologio della Torre batte cinquanta rintocchi.
E l’orologio della torre, tra i più antichi d’Italia, con il quadrante diviso in sei ore e non in dodici, e con l’unica lancetta mossa da un sistema di pesi, è senz’altro l’immagine più iconica di Fontecchio, insieme alla fontana monumentale con edicola affrescata e alle case-bottega di impronta tipicamente medioevale.
Alessio parla con la sua voce dolce e con i suoi modi flemmatici, ed è quasi preoccupato di essere noioso o di parlare troppo. Invece ci affascina e ci fa notare tante piccole curiosità che altrimenti ci sfuggirebbero, come la presenza sugli archi di molte porte del monogramma di San Bernardino, che rappresenta all’interno di un sole il nome di Gesù (IHS, cioè le prime due e l’ultima lettera del nome Iessous in greco, oppure Iesus Homimum Salvator, Gesù salvatore degli uomini).

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Staremmo ore ad ascoltarlo, ma dobbiamo anche andare a cena. Cena per la quale ci trasferiamo in un altro paese della zona, in un ristorante che propone un gustoso stufato di montone.
Durante la cena ci imbarchiamo un una lunga discussione su Pisapia, dove si fronteggiano, a tratti in modo piuttosto animato, due partiti: quelli che ritengono che sia stato un ottimo sindaco e in nome di questo gli perdonano la decisione di non ricandidarsi, la pessima gestione della fine del mandato e delle primarie, il sì al referendum renziano, ecc.; e quelli che ritengono che sia stato un buon sindaco ma che le recenti scivolate di cui sopra non si possano dimenticare né perdonare. Io mi trovo un po’ in mezzo, nel senso che mi rendo conto che gli errori che ha commesso sono gravi ma non credo che offuschino tutto il resto e soprattutto, vista la desolazione che offre l’attuale panorama politico della sinistra, non credo che si possa escluderlo a priori dal novero dei votabili senza neanche sapere ancora con esattezza qual è il suo programma, perché in fondo dovrebbe essere soprattutto quello che conta. Fatto sta che, però, la disputa si prolunga un po’ troppo e suona quasi un po’ surreale e troppo milanocentrica, fatta in un piccolo paese dell’Abruzzo. Ma noi siamo ascoltatori di Radio Popolare, siamo fatti così…

 

15 luglio 2017
Terzo giorno: nel quale restiamo a bocca aperta davanti alla Cappella Sistina d’Abruzzo e alla magia della Rocca di Calascio

Oggi possiamo fare colazione con un po’ più di calma e ne vale la pena, perché a parte la ricchezza del buffet la gentilezza di Luisa e Alessio e l’atmosfera incredibile di questo posto vanno gustate, non si possono consumare in fretta senza assaporarle con la giusta lentezza.
Forse anche questa rilassatezza, per quanto salutare, fa sì che io e Mario abbiamo un piccolo incidente. La porta di legno della nostra camera ha un chiavistello, che si può chiudere dall’esterno con la chiave; ma si chiude anche se, inavvertitamente, esci e chiudi la porta dietro di te senza aver preso la chiave medesima. Ed è questo che ha fatto Mario. Io ero già uscito e avevo lasciato la chiave sul tavolo vicino alla porta, ma non avevo pensato di dirglielo, convinto che l’avrebbe vista e avrebbe chiuso lui, essendo l’ultimo a lasciare la stanza. Colpa anche mia, quindi. Fatto sta che siamo chiusi fuori; ma ora siamo già in ritardo, dobbiamo andare all’appuntamento in piazza con Alessia e Nello. Al ritorno spiegheremo ad Alessio quello che è successo e sono convinto che lui avrà un’altra chiave con la quale ci tirerà fuori dai guai. Per ora non ce ne preoccupiamo.
Poco dopo le nove partiamo per la prima tappa della giornata, che è una tappa importante. A Bominaco c’è una chiesetta con un piccolo oratorio, l’Oratorio di San Pellegrino, affrescato in maniera così magistrale da essersi meritato l’appellativo di “Cappella Sistina d’Abruzzo”. E infatti, manco a farlo apposta, arriviamo mentre una troupe di Rai Storia sta facendo delle riprese. Per fortuna loro al momento stazionano fuori e quindi noi possiamo entrare per la visita.
Ci accompagna una guida in qualche modo… d’eccezione. Sì, perché Alessia si aspettava di trovare Chiara, una signora che è appassionatissima dell’arte di questi luoghi e che vanta la bellezza di due lauree. Ma, a sorpresa, al suo posto c’è il marito Mario. Che anche lui ne sa, si capisce subito. Ma, forse un po’ per gioco forse perché è di carattere schivo, si dichiara inadeguato e dopo una breve introduzione vorrebbe che fosse Alessia a parlare. Alessia, sentito che anche lui conosce bene la storia di questo oratorio, lo sprona invece ad andare avanti e lui se la cava, c’è da dire, molto bene. Poi comunque anche Alessia ci mette del suo, e dopo qualche minuto arriva anche Chiara, che si è liberata di un precedente impegno e può farci anche lei compagnia, anche se a questo punto molto è stato già detto.
La chiesa è costruita con materiali “di recupero”, nel senso che le colonne sono romane, mentre i capitelli chiaramente benedettini. Anche questa era affrescata, ma in epoca successiva è stata “barocchizzata” e riempita di stucchi, poi rimossi nel 1930, per cui gli affreschi sono andati persi.
Passiamo all’oratorio. Un’iscrizione sulla parete di fondo ne fa risalire la costruzione al 1263 da parte dell’abate Teodino. È dedicato a San Pellegrino, un martire venerato nella zona, sulla cui tomba venne costruita la chiesa intorno all’VIII secolo. Carlo Magno fornì alla chiesa dei terreni e la donò all’Abbazia di Farfa, dalla quale alcuni monaci vennero per fondare una comunità monastica. Nel 1001 la comunità si rese indipendente da Farfa con la donazione da parte del conte Oderisio di notevoli estensioni di terreno.
Si tratta di un gioiello poco conosciuto, purtroppo. O meglio, dice Mario, gli abruzzesi ne riconoscono l’immagine ma non sanno dov’è, perché stava sulle copertine degli elenchi telefonici.
L’interno è diviso tra lo spazio riservato ai fedeli (che aveva anche una funzione didattica, dato che allora la maggior parte delle persone erano analfabete) e quello riservato ai monaci da due plutei in pietra; su quello di sinistra è rappresentato un drago, simbolo del male, mentre su quello di destra un grifone, simbolo del bene.
Le pareti del modesto edificio sono completamente coperte da una straordinaria serie di affreschi: un ciclo sull’infanzia di Cristo, uno sulla Passione, scene del Giudizio Universale, storie di San Pellegrino e di altri santi ed una serie sui mesi del Calendario. Gli episodi proseguono fino alla curvatura della volta, lasciando al centro una fascia decorata con motivi ornamentali. I cicli sono tra di loro intrecciati, con scene di uno stesso gruppo che occupano spazi su pareti opposte.
Le storie dedicate a San Pellegrino sono sei, mentre il ciclo dell’infanzia di Cristo comprende gli episodi dell’Annunciazione, della Visitazione, della Natività e della strage degli innocenti. Il ciclo della Passione comprende gli episodi dell’entrata a Gerusalemme, la lavanda dei piedi, l’ultima cena, il tradimento di Giuda, l’arresto, il processo, la deposizione dalla croce, la sepoltura e l’apparizione ad Emmaus. Il giudizio universale è diviso nelle scene della pesa delle anime, San Pietro che apre le porte del paradiso, i patriarchi con le anime dei beati, i dannati torturati dai demoni. Del calendario restano leggibili soltanto i primi sei mesi raffigurati tramite i segni zodiacali, le attività dell’uomo e le festività. È curioso soprattutto il mese di marzo, dove si vede un personaggio che sembra afflitto da dolori ai piedi tipici della stagione.
Un’altra curiosità è che una leggenda vuole che, appoggiando l’orecchio su un certo punto all’interno di una nicchia creata sotto l’altare, dove dovrebbe trovarsi il corpo del santo, se ne possa sentire il battito cardiaco. Secondo un’altra teoria diffusa, in realtà si sente l’eco del proprio cuore, che con la suggestione dà l’impressione di provenire da sotto l’altare. Ma Mario assicura che un famoso percussionista, uno che di battiti e di ritmo se ne intende, abbia sentito effettivamente il battito e abbia giurato che non poteva essere il suo stesso cuore.
Uscendo l’altro Mario, il mio compagno di stanza, mi fa notare l’immagine gigantesca di San Cristoforo con il bambino sulle spalle, rappresentato come nell’iconografia classica: Cristoforo, infatti (colui che porta Cristo), si sarebbe convertito dopo aver portato al di là del fiume un bambino il cui peso aumentava sempre di più, ad ogni passo; alla fine il bambino avrebbe rivelato a Cristoforo che era il Cristo, e che quindi lui aveva portato il peso di tutto il mondo sulle sue spalle. Il santo è spesso associato anche alla figura di Ercole, proprio per la sua forza.

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Il prossimo appuntamento è un altro di quelli che aspetto da un po’, anche perché di recente ho visto questo luogo in un documentario curato da Paolo Rumiz: la rocca di Calascio.
Rumiz raccontava di come la rocca, rimasta abbandonata per anni, fosse stata “ricolonizzata” da una coppia di romani che hanno aperto un albergo diffuso poco sotto il castello.
“Tutti erano scappati dal paese, ma i nuovi venuti ne sentivano il richiamo. “Vieni”, dicevano loro le rovine. Da allora la vita di Susanna Salviati cambiò. La chiamata divenne un ordine e la coppia lasciò Roma per trasferirsi in Abruzzo e ricolonizzare la rocca. Aprirono una trattoria, sistemarono una casa per abitarvi, fecero figli, restaurarono altre case per accogliervi ospiti. Ascoltai affascinato il racconto e poi, come ad Aghios Andreas, aspettai la notte per andare a caccia dei santi-guardiani. Fu un’altra notte speciale, perché sopra un mare di nubi basse c’era solo la luna piena e il monte Sirente che navigava nell’aria senza vento.”
Qualche nube c’è anche oggi; purtroppo ci è nascosta la vista della Maiella, che altrimenti da qui sarebbe spettacolare, ci dicono. Ma basta la vista della rocca in tutta la sua ruvida bellezza per appagare lo sguardo. Basta vederla prima da sotto, dalla chiesetta cinquecentesca di Santa Maria della Pietà, e poi salire lungo il sentiero fino a trovarsi in mezzo alle rovine che sono state lo scenario di molti film, su tutti Lady Hawke.
La fondazione della rocca è dovuta probabilmente alla volontà di re Ruggero d’Altavilla dopo la conquista normanna del 1140 con prevalente funzione di avvistamento; il primo documento storico che ne attesta la presenza è datato 1239. È possibile, però, che le prime fortificazioni risalgano ad ancora prima, forse al IX-X secolo. Ci troviamo, spiega Alessia, in una posizione strategica di controllo di un territorio fondamentale per l’economia della transumanza. Il castello, che domina la valle del Tirino e l’altopiano di Navelli a poca distanza dalla piana di Campo Imperatore, è situato su un crinale a 1460 metri d’altezza, in una posizione molto favorevole dal punto di vista difensivo, ed era utilizzato come punto d’osservazione militare in comunicazione con altre torri e castelli vicini, sino all’Adriatico.
Nei secoli si susseguirono nel dominio varie famiglie nobili, ultime quelle dei Medici e poi dei Borbone.
Nel 1463 venne concessa da re Ferdinando ad Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini, che modificò la fortificazione dotandola di una cerchia muraria in ciottolame e quattro torri di forma cilindrica a uso militare.
Gli scavi archeologici hanno rivelato che, fin dal basso medioevo e poi sicuramente nel ‘200 e nel ‘300, qui sono state adottate tecniche di costruzione volte a proteggere la struttura dai terremoti. Anche qui venivano inserite travi di legno nei muri di pietra.
Tuttavia, nel 1703 la rocca venne devastata da un violento terremoto in seguito al quale l’area più alta del borgo venne abbandonata e buona parte della popolazione si trasferì nel vicino paese di Calascio.
Nel XX secolo anche le ultime famiglie rimaste abbandonarono il borgo e la rocca rimase disabitata fino a pochi anni fa.

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Ripartiamo verso un altro borgo, quello di Santo Stefano di Sessanio. Lungo la strada vediamo la piana di Navelli, dove si produce la maggior parte dello zafferano d’Abruzzo, uno dei prodotti che da sempre caratterizzano questa terra, e un pezzo del Tratturo Magno L’Aquila-Foggia, lo storico percorso della transumanza.
Andiamo a mangiare nell’agriturismo “Le bifore e le lune”, dove Mirella ci accoglie in un’antica, bellissima casa con un buffet ricchissimo, davvero principesco, e arricchito dall’uso di tantissime erbe che lei raccoglie personalmente tra queste montagne, dall’achillea alla mentuccia a tante altre che ora dimentico. La pizza fritta, vari tipi di focaccine, tartine e piadine, fichi buonissimi, zucca, pomodori ripieni, olive e formaggi da gustare con il miele locale, pecorino e caciocavallo, per non parlare della ricotta. Tutto a km zero.
Mirella ci racconta delle erbe, di come ha cominciato a scoprirle, a distinguerle e a sperimentarne l’uso creativo in tantissimi piatti. “Prima era tutta cicoria”, dice, ma ora si cerca di dare ad ogni erba il suo nome e di farle apprezzare… noi le stiamo decisamente apprezzando, insieme a tutto il resto, naturalmente. Mirella ha fatto una quantità di roba impressionante; vedere tanto ben di Dio è una tentazione irresistibile, non riusciamo a fermarci…
Nel frattempo Lucia, sommelier perugina ma innamorata di questo territorio, ci propone un vino dopo l’altro con dolce insistenza.
Ci raggiunge anche Marco Manilla, della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) locale, che, avendo forse colto che siamo un gruppo piuttosto sensibile al tema, ci propone tra il serio e il faceto (ma più faceto che serio) un suo “progetto politico” improbabile (ma forse neanche tanto, chi può dirlo): quello della “sinistra equilibrata”, un movimento che dovrebbe situarsi esattamente a metà strada tra il PD e la sinistra cosiddetta radicale, o comunque ben lontana dal PD. I punti fondamentali del programma sono: più ferie per tutti, lavorare al massimo quattro giorni a settimana, forse anche tre, e andare in pensione presto. Sarà forse populista, ma ci piace di più questo tipo di populismo, rispetto a quelli che conosciamo… ha già conquistato diversi voti, nel gruppo. Purtroppo manca ancora un leader, perché lui ritiene di non avere abbastanza carisma per muovere le masse. Ma se lo trova…
Usciamo veramente sazi e soddisfatti anche se un po’… appesantiti.
Ed è il momento di iniziare la visita del borgo di Santo Stefano, che non può che iniziare dalla porta medicea e dalla piazza medicea, perché la storia del borgo è fortemente legata a quella della famiglia fiorentina. Sulla porta campeggia lo stemma dei Medici, con le sei palle.
La prima notizia certa dell’esistenza dell’insediamento detto Santo Stefano è dell’anno 1239. Dal XIII secolo Santo Stefano fu compreso nel distretto feudale denominato Baronia di Carapelle che includeva anche Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Calascio e Rocca Calascio. Costanza, figlia unica di Innico Piccolomini, cedette la Baronia di Carapelle a Francesco I de’ Medici Granduca di Toscana, nel 1579. Queste terre apparterranno ai Medici fino al 1743. In questo periodo Santo Stefano raggiunge il massimo splendore come base operativa della Signoria di Firenze per il fiorente commercio della lana “carfagna”, qui prodotta e poi lavorata in Toscana e venduta in tutta Europa.
Oggi Santo Stefano ha poco più di cento abitanti. La torre medicea, caduta a causa del terremoto, è in ricostruzione. Ma il borgo è comunque molto bello e ben conservato. E nelle sue botteghe artigianali si portano avanti l’arte della lana e del tombolo aquilano. Il tombolo è un tipo di merletto molto raffinato, realizzato con filo di cotone molto sottile, che richiede molta abilità, esperienza e pazienza. Il tombolo è un cuscino che solitamente ha forma cilindrica su cui viene fissato, con degli spilli, il foglio con il disegno del merletto.
Resto per un po’ a guardare la signora che insegna la tecnica del tombolo ma poi, dato che comunque difficilmente lo rifarò a casa, preferisco fare un giro tra le scalinate e i vicoli del paese, non prima di aver comprato un sacchetto delle ottime lenticchie di qui. Inizia a piovere, ma è soltanto una pioggerella leggera che dura pochi minuti.

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Nonostante il tempo, quasi tutto il gruppo decide comunque di provare a salire a Campo Imperatore. Siamo così vicini che vale la pena di fare un tentativo. In effetti, quando arriviamo a quota 2145, dove si trovano l’albergo e l’osservatorio di Campo Imperatore, c’è un vento gelido e le nuvole coprono completamente la cima del Corno Grande del Gran Sasso. Peccato, ma valeva la pena anche solo per percorrere la strada ammirando il magnifico paesaggio e i cavalli al pascolo.
L’albergo dove fu tenuto prigioniero Mussolini nel settembre 1943 è chiuso. Per ripararci non ci resta che ripiegare sulla vicina chiesetta. Salendo, Nello ci ha raccontato come nasce la leggenda, che circola da un po’, secondo cui Bruno Vespa sarebbe figlio del duce. Vespa è aquilano e sua madre, che si dice fosse molto bella, proprio in quel periodo lavorava come cameriera nell’albergo di Campo Imperatore. Ma Mussolini rimase a Campo Imperatore solo una quindicina di giorni, prima di essere “rocambolescamente” liberato dai paracadutisti tedeschi, forse con la collaborazione dei militari italiani, la cui reazione fu praticamente nulla, fatto che ha suscitato non pochi dubbi sulla ricostruzione storica dell’episodio, dubbi che si sono trascinati fino ad oggi. E le date non coincidono con quelle che potrebbero, ipoteticamente, portare alla nascita del nostro Brunone nazionale nove mesi dopo. Certo che, pensandoci, la somiglianza un po’ c’è, tanto che c’è chi dice che la data di nascita di Vespa sia stata alterata proprio per dissimulare l’identità del suo vero genitore… non lo sapremo mai, probabilmente.
Dato il freddo e le poche speranze che le nubi, come speravamo, si dissolvano o si spostino in tempo per concederci la vista del Corno Grande, ripartiamo e torniamo verso Fontecchio.

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Nello ci racconta che alcuni danarosi americani hanno comprato casa a Fontecchio, ce ne aveva già parlato Alessio ieri sera. Ma l’altra curiosità è che un ricco americano che fa proprio Fontecchio di cognome, scoperto che in Italia esiste un paese con questo nome, ha deciso di organizzare qui una sorta di raduno di tutti quelli che si chiamano così… viene facile pensare a una prossima serie televisiva: dopo i Sopranos, i Fontecchios.
Tornati a casa, spiego ad Alessio il nostro piccolo contrattempo e gli chiedo se ha un’altra chiave. “Sì, certo” – ride – “Non è una chiave così sofisticata…”. Effettivamente, contavo proprio su questo. Così io e Mario possiamo rientrare in stanza senza buttare giù la porta.
Ceniamo al “Castello” di Fagnano alto, che offre una notevole varietà di specialità regionali. Io mi oriento su maltagliati tartufo e zucchine, seguiti da pollo allo zafferano. Tartufi e zafferano sono due delle più importanti eccellenze gastronomiche abruzzesi, non se ne può fare a meno.
E poi, l’altro asso nella manica del locale è la volpe quasi addomesticata che viene ogni sera a raccogliere qualche avanzo e che fa anche, ovviamente, da attrazione turistica.
A cena, stavolta, si discute prevalentemente di linguaggi, accenti e gerghi più o meno giovanili. Anche i toni sono più tranquilli rispetto a ieri sera, quando abbiamo rischiato di farci buttare fuori dal locale. Qui, a parte un mezzo incidente diplomatico per un commento sui tartufi poco gradito dal padrone del locale subito rientrato tra baci e abbracci, fila tutto liscio.

16 luglio 2017
Quarto giorno: nel quale salutiamo l’Abruzzo, terra di papi, pastori e resistenti

Facciamo colazione e poi, un po’ a malincuore, salutiamo Luisa e Alessio. La foto di gruppo la facciamo davanti all’ormai mitico apetto, non poteva essere altrimenti.

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Abbiamo ancora una mezza giornata che possiamo sfruttare. Con una votazione democratica, abbiamo scelto cosa andare a vedere. Il programma prevede, prima di tutto, il santuario rupestre della Madonna d’Appari.
La costruzione si fa risalire al XIII secolo ad opera dagli abitanti di Paganica a seguito della presunta visione da parte di una donna del luogo — la pastorella Maddalena Chiaravalle, che si recava quotidianamente in questo luogo a pascolare le greggi — della Madonna Addolorata con in grembo il Cristo morto. In poco tempo, la popolazione del borgo costruì dapprima un’edicola votiva dedicata alla Madonna, quindi un tempietto addossato al massiccio roccioso.
Nel 1999 è stata sottoposta ad un primo restauro e poi, danneggiata dal terremoto del 2009, è stata nuovamente sottoposta a interventi restaurativi che hanno riguardato sia la parte strutturale che gli affreschi.
Il santuario è situato sul percorso che congiunge le due frazioni aquilane di Paganica e Camarda e, dunque, sulla strada che dall’Aquila sale verso il Gran Sasso, in una posizione suggestiva all’interno di una gola, stretto tra una parete rocciosa ed il corso del torrente Raiale, affluente dell’Aterno.
L’interno, a navata unica con volte a crociera, è interamente affrescato e riporta scene del vecchio e nuovo Testamento. Il presbiterio, probabilmente l’area più antica dell’edificio, si presenta ruotato rispetto all’asse della chiesa e di forma irregolare dovuta all’adiacenza con la parete rocciosa.

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Ripartiamo e ci dirigiamo verso San Pietro della Ienca, uno dei tanti piccoli agglomerati che nel XIII secolo fondarono L’Aquila. Abbarbicato, a oltre 1000 m di quota, su uno sperone roccioso che sbarra la valle del Vasto con le sue casupole che fanno corona all’antica chiesetta e al fontanile pastorale, da molti anni era disabitato e utilizzato solo in estate come appoggio per le attività agricole e la pastorizia. Finché, nel 2011, la chiesetta è stata trasformata nel primo santuario dedicato a papa Wojtyla, San Giovanni Paolo II.
La storia ce la racconta Pasquale Corriere, presidente della locale associazione culturale, l’uomo che più d’ogni altro ha voluto la nascita di questo nuovo santuario che è in realtà un’antica chiesetta. Tutto nasce da una visita del papa in questo luogo, dove già altre volte si era recato a pregare in maniera privata senza che la notizia trapelasse. Ma quella volta, il 29 dicembre 1995, aveva qualcosa di speciale. Per quarantott’ore, dalla vigilia di Natale al 26 dicembre, il papa aveva tenuto col fiato sospeso il mondo intero per un improvviso malore che lo aveva costretto a rinunciare alla messa natalizia e alla benedizione urbi et orbi. Ma appena tre giorni dopo Karol Wojtyla trascorse un intero pomeriggio sul Gran Sasso, accompagnato dal segretario personale don Stanislao Dziwisz e da pochi intimi e protetto da un imponente apparato di sicurezza. Tre ore di passeggiata nei boschi e poi la visita all’eremo di San Pietro. Stando ad alcune testimonianze, la scorta avrebbe acceso un fuoco all’aria aperta per far scaldare il papa e i suoi collaboratori.
Quel giorno Pasquale Corriere era a San Pietro della Ienca e vide il papa. Da lì la predilezione di Wojtyla per questo luogo non fu più segreta e iniziò il percorso che avrebbe portato al restauro della chiesa, concluso nel 1997, e poi alla sua trasformazione in santuario. Il papa sarebbe poi tornato altre volte, anche quando stava già molto male per il morbo di Parkinson.

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La passione di Pasquale per questa terra si vede, e altrettanto il suo orgoglio per aver realizzato questa che vede come una sua opera. Ma noi dobbiamo andare, abbiamo un altro omaggio da rendere, di tipo più laico: quello al partigiano ucciso al casale Cappelli, luogo simbolo della resistenza aquilana al nazifascismo.
È Nello, qui, a raccontare. Siamo nel maggio 1944. Il casale era un covo dei partigiani aquilani. Qualche giorno prima, ad Assergi, i partigiani avevano ucciso due tedeschi, quindi temevano una rappresaglia. Da qui, si mossero più a valle verso un altro casale mezzo diroccato dove passare la notte. Sei partigiani, scesi ad Assergi per fare rifornimenti, rimasero attardati e decisero invece di pernottare al casale Cappelli. I tedeschi, probabilmente a seguito di una spiata, li sorpresero, circondarono il casale e uccisero il partigiano che era di guardia, Giovanni Vicenzo, un ragazzo di 25 anni di Sebino, provincia di Campobasso. Che però, prima di morire, riuscì a dare l’allarme. I partigiani si asserragliarono dentro il casale e ci fu una battaglia, alla fine della quale vennero tutti arrestati e condannati a morte. Solo due però vennero uccisi, mentre gli altri riuscirono a scappare. Giovanni fu il primo partigiano morto sul Gran Sasso e la brigata prese il nome da lui. Nome però storpiato in Di Vincenzo, perché evidentemente i compagni non sapevano bene come si chiamasse e usarono un cognome più diffuso all’Aquila. Questa brigata diventò poi famosa nell’immaginario collettivo, tanto da far intitolare una importante via dell’Aquila a Giovanni Di Vincenzo, nome che non è mai stato corretto.
Ogni 25 aprile il casale è luogo di raduno dei partigiani aquilani, purtroppo ogni anno sempre meno, è ovvio, che fanno grigliate e ricordano quei giorni. Ma naturalmente, anche quando non ce ne saranno più, rimarrà un luogo simbolo per i loro eredi e per tutti quelli, speriamo tanti, che vorranno ricordarli.

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Noi ci facciamo una passeggiata su uno dei sentieri che percorrevano in quei giorni, finché possiamo perché poi dobbiamo tornare per andare a pranzo. Ma sulla via del ritorno incrociamo una macchina guidata da un altro grande personaggio, Angelo Spagnoli detto Raspone, un pastore ultraottantenne nemico giurato, ci hanno raccontato Alessia e Nello, di Pasquale Corriere. Ci torna subito in mente una frase di Pasquale sulle persone invidiose che a suo dire non fanno niente per il loro paese e non tollerano che qualcun altro lo faccia, per cui lo criticano come uno che vuole mettersi in mostra. Non possiamo fare a meno di raccontare a Raspone che abbiamo appena conosciuto Pasquale e lui, subito, fa: “Chi? Quel delinquente?”, accusandolo di mentire sui suoi incontri col papa. Deve essere davvero un altro personaggio incredibile, sarebbe fantastico ascoltarlo per un po’ ma dobbiamo proprio andare.
Nel tornare all’Aquila passiamo da una Onna la cui distruzione fa ancora un po’ impressione, a più di otto anni dal terremoto, sebbene qui i MAP siano stati eretti a poca distanza dal paese vecchio e abbiano permesso alla popolazione di non allontanarsi dalle sue radici.
Ci concediamo un ultimo pranzo conviviale a base di spaghetti alla chitarra con ricotta, zafferano e pomodorini.
Dopo l’ultima abbuffata, andiamo a prendere il pullman per Roma, dove ciascuno di noi ha un treno da prendere, quasi tutti a orari diversi. Tranne Elena, che si fermerà ancora qualche giorno da Alessio a Fontecchio per poi proseguire per le Marche.
Salutiamo Alessia e Nello, con la promessa, che per me è praticamente una certezza, di tornare presto in Abruzzo. Per scoprire qualche altro luogo di questo territorio pieno di risorse e di ricchezze, ad esempio Sulmona, di cui si è tanto parlato in questi giorni e che tanto inorgoglisce la nostra Paola, Sulmona che ha dato tra l’altro i natali a Ovidio e che quindi è un po’ caput mundi. E per conoscere la piccola di Alessia e Nello (nel frattempo abbiamo scoperto che al 99% è una femminuccia!).
E sono convinto che, fino ad allora, l’Abruzzo continuerà a resistere.

 

Grazie a ViaggieMiraggi, a Radio Popolare, a tutte le persone meravigliose che abbiamo conosciuto e che hanno contribuito alla riuscita del viaggio, e in particolare ad Alessia e Nello che ne sono stati i principali artefici.

Dove finisce il Danubio? – 8

2/6/2017 – Epilogo

Oggi è in programma un tour della Bucarest modernista e liberty. Abbiamo ancora una mezza giornata qui, prima di andare a prendere l’aereo, e ci è sembrato giusto spenderla così, esplorando un altro lato della città, una città di cui in fondo abbiamo avuto finora solo un piccolo assaggio.
Sarà Marius a farci da guida, e questo provoca già una certa fibrillazione in una parte consistente della componente femminile del gruppo. Lui assesta subito il primo colpo di classe, arrivando in bici all’appuntamento, da vero alternativo, e iniziando la passeggiata con noi così, spingendo la bici a mano. Intanto ci racconta le prime cose, anticipandoci qualcosa di quello che vedremo dopo.

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Ma la prima, importante tappa è la sinagoga, per essere precisi il Tempio Corale di Bucarest. La prima cosa che si nota è che, rispetto ad altre sinagoghe che ho visto, nell’Est Europa e non solo, non è nascosta, non è un edificio anonimo da fuori che tende ad occultare quello che c’è dentro agli occhi di chi potrebbe non avere buone intenzioni. Che questo poi significhi che qui nei confronti degli ebrei c’è sempre stata tolleranza sarebbe una conclusione sbagliata da trarre, ma questo è l’effetto che fa. Nel cortile campeggia un’enorme scultura che rappresenta una menorah, la lampada ad olio a sette bracci che nell’antichità veniva accesa all’interno del Tempio di Gerusalemme attraverso la combustione di olio consacrato. La menorah è uno dei simboli più antichi della religione ebraica. Secondo alcune tradizioni la menorah simboleggia il rovo ardente in cui si manifestò a Mosè la voce di Dio sul monte Horeb, secondo altre rappresenta il sabato (al centro) e i sei giorni della creazione. Si tratta, qui, di un monumento alla memoria dei sei milioni di ebrei morti nell’Olocausto, dei quali 400.000 venivano dalla Romania, come ricorda la lapide collocata sul basamento.
Questa sinagoga, che non è l’unica di Bucarest ma è certamente la più bella, ha 151 anni e fu costruita, in stile neomoresco, ispirandosi alla sinagoga di Vienna che fu incendiata nel 1938 durante la notte dei cristalli. I restauri e i consolidamenti del 2007, costati 4 milioni di euro, l’hanno riportata all’antico splendore, dopo che aveva dovuto sopportare gli effetti di diversi terremoti: i più recenti sono quello del 1977, che fu il più catastrofico, quello del 1986 e quello del 1990.
Prima della seconda guerra mondiale c’erano 850.000 ebrei in Romania, ora solo 7000, di cui 3000 a Bucarest. La comunità di Bucarest è storicamente a maggioranza ashkenazita, circa l’85% contro un 15% di sefarditi. Ora, in realtà, di sefarditi non ce ne sono praticamente più. Dopo la decimazione avvenuta con l’Olocausto, anche ad opera delle milizie fasciste ungheresi (gli ungheresi avevano occupato parte del paese, durante la guerra), molti ebrei sono partiti per Israele negli anni del comunismo e anche dopo. Durante il periodo comunista, gli ebrei potevano partire solo al prezzo di una specie di “riscatto”, prezzo che dipendeva dal ceto sociale e dall’importanza della persona.
Tutto questo ce lo racconta un esponente della comunità ebraica, che parla in inglese con accento americano alla velocità della luce. Siamo tutti solidali col povero Eugenio che deve tradurre, anche perché la nostra guida conosce anche qualche parola di italiano, per quanto un po’… broccolino, e allora non si accontenta di spiegare in inglese, ma spesso traduce anche lui senza lasciare a Eugenio il tempo di farlo. È un continuo inseguimento che mette a dura prova la pazienza di Eugenio, che alla fine appare comprensibilmente esausto. Qualcuno accosta il nostro anfitrione a Woody Allen, e in effetti pur essendo decisamente più giovane ha un po’ i segni di quelle nevrosi che sono familiari a chi ha frequentato il cinema di Woody Allen, insieme a un certo senso dell’umorismo tipicamente da ebreo americano. Nonostante tutto, però, la visita è molto interessante, anche se poteva essere fatta con un po’ più di calma.

 

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Lasciamo la sinagoga e proseguiamo il giro. Fuori da una chiesa, possiamo anche constatare che era vero quello che ci aveva raccontato Maria il primo giorno, che qui è uso accendere candele per i morti ma anche per i vivi.

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Cominciamo poi il viaggio nell’insolita Bucarest modernista, liberty (o Art Nouveau se preferite) e cubista. Qui Marius gioca davvero sul suo terreno e ci può parlare ad esempio di Marcel Iancu, un architetto e artista romeno (un ebreo romeno, tra l’altro) poco conosciuto all’estero ma che ha dato un grande contributo allo sviluppo di varie forme d’arte nella prima metà del secolo scorso. Fu co-inventore del dadaismo e un esponente di primo piano del costruttivismo nell’Europa dell’Est. Praticò anche l’Art Nouveau, il futurismo e l’espressionismo; lavorò anche come illustratore, pittore e scultore. Ma a noi, oggi, interessa in particolare il suo lavoro come architetto, in questa zona centrale di Bucarest dove si concentrano diversi edifici che uniscono elementi Art Nouveau con altri più decisamente modernisti o cubisti.
Per esempio la casa Frida Cohen, che ha un’impronta tipicamente costruttivista, o la villa Solly Gold, che è forse l’edificio più spettacolare progettato da Iancu. L’estetica dell’esterno sembra una sintesi di una struttura modernista con elementi cubisti. Partendo dalla forma liscia e convessa del piano terra, si dispiega un’articolazione di volumi irregolari, che genera un grande spazio vuoto dove il terrazzo sopra il secondo piano sembra scolpito.
Nel 1941 Iancu, sulla spinta delle persecuzioni naziste, emigrò in Israele dove trascorse il resto della sua vita.
È interessante anche la lettura che Marius ci offre della storia urbanistica di questa zona, caratterizzata con l’avvento del socialismo reale dall’espropriazione di case borghesi. Case che poi spesso, ci racconta Marius, venivano abbandonate, lasciando che fossero i rom ad occuparle. Questo, dice, portava in breve tempo ad un degrado tale da giustificare la demolizione e il successivo riutilizzo dell’area secondo i piani del regime. Un effetto collaterale di questa politica era che i cani, che prima vivevano con i loro padroni nelle abitazioni borghesi, restavano anche loro senza casa e diventavano randagi.

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Insomma, la sintesi conclusiva di questa ulteriore mezza giornata alla scoperta della capitale è secondo me in una battuta di Marius che mi piace citare: “Forse Bucarest è una piccola Parigi, ma sicuramente Parigi non è una grande Bucarest”.
Ed è venuto il momento anche di concludere questo racconto. È stato un altro viaggio di cui mi resterà molto. Ci siamo lasciati trasportare dalla corrente; forse non abbiamo scoperto dove finisce davvero il Danubio, ma ce lo aspettavamo, in fondo. Forse non finisce affatto, forse il Mar Nero è la continuazione del Danubio. Comunque sia, il Delta ha mantenuto appieno tutte le sue promesse, e in fondo anche Bucarest.
Concludo con l’auspicio di poter, un giorno non lontano, ascoltare Radio Popolare Danubio. Per un malato di Balcani come me, sarebbe una medicina omeopatica salutare, da somministrare tra un viaggio e l’altro.
Un ultimo aggiornamento: Ho davvero trovato su eBay “Sirena nera”, nell’edizione del 1945. Ora potrò finire di leggerlo…

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Grazie al sempre impeccabile deus ex machina di questo ed altri viaggi, Eugenio Berra alias Bennato. Grazie a Viaggiare i Balcani, a ViaggieMiraggi, a Radio Popolare e a Slow Food Romania.
Grazie a Giovanna, Grazia, Patrizia, Piera e Carlo che mi hanno permesso di usare alcune delle loro foto e a tutto il resto del gruppo che ha condiviso con me questa ulteriore esperienza di balcanizzazione.

 

 

Dove finisce il Danubio – 7

1/6/2017 – Settimo giorno: Nel quale, tornando a Bucarest, ci imbattiamo in una fortezza misteriosa

Partiamo da Chilia Veche abbastanza presto. Il viaggio che ci aspetta non è breve. Abbiamo prima di tutto l’ultimo tratto di navigazione che, quasi sempre a tutta velocità, ci riporta a Tulcea. E qui, ripresi i nostri bagagli, ci aspetta Florin per proseguire in pullmino verso Bucarest. Salutiamo Cristian e Ancuța e ci avviamo lungo la strada del ritorno.

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Chiedo in prestito a Eugenio il libro di Jean Bart, Europolis, anzi Sirena nera. Mi incuriosisce non poco e leggerne un po’ di pagine mi sembra un buon modo di ingannare il tempo durante queste ore di viaggio. So già che non riuscirò a finirlo, ma almeno mi farò un’idea. Devo dire che fin dalle prime pagine mi cattura: è ben costruito, i personaggi sono tratteggiati con maestria e soprattutto regala un quadro molto vivido di come doveva essere Sulina tra il suo massimo splendore e l’inizio della sua decadenza.
Sono così preso che quasi senza accorgermene la strada scivola via fino alla prima tappa, che è la fortezza di Enisala.
Siamo nel territorio di Babadag, che in turco significa “la montagna del padre”; il toponimo trarrebbe però origine dal nome del derviscio Baba Sari Saltuk, che nel XIII secolo avrebbe condotto in Dobrugia un gruppo di turcomanni, insediatosi poi nell’area della città attuale.
Storicamente questo luogo è stato un insediamento traco-getico già dal XII al IX secolo a.C. e successivamente dacico fino al III secolo a.C.; divenne in seguito un forte romano, per passare poi sotto i bizantini che costruirono la fortezza di Herakleia (questo era il nome greco dell’insediamento) tra il 645 e il 650. I resti della fortezza come li vediamo oggi sono i ruderi del castello che nel XIII secolo fu ricostruito dai genovesi, che dal Mar Nero avevano individuato i punti strategici per controllare le rotte commerciali che da oriente giungevano in Europa.
I genovesi avevano concretamente raggiunto il controllo della navigazione su questo mare e il monopolio sulle merci che i carovanieri trasportavano. Il castello, conquistato da Mircea cel Batran, voivoda della Muntenia, entra a pieno titolo nella nazione romena dal 1397 al 1418. L’impero turco è il successivo padrone della fortezza, quando, nel 1419-1420, la Dobrugia entra a far parte dell’Impero Otttomano e qui viene posta una guarnigione militare. Col passare dei secoli cambia la morfologia del terreno e già nel XVI secolo le sedimentazioni di sabbia prodotte dal Danubio fanno sì che quello che era stato un importante punto di controllo delle vie di mare resti una fortificazione chiusa tra due laghi.
E fin qui tutto normale – direte voi – dov’è il mistero? Ci avevi promesso una fortezza misteriosa… portate pazienza, il mistero lo sveleremo dopo. Intanto, diciamo che la fortezza è un ottimo posto per una foto di gruppo.

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C’è tempo per un veloce pranzo al sacco, uno sguardo alla moschea di Babadag e si riparte.
Viaggiamo fino a Bucarest tra distese di papaveri. Ad interrompere la monotonia ci pensa Silvana, che a sorpresa ci regala un testo che ha scritto in questi giorni, una storia inventata (ma non troppo) intitolata “una storia vera”, dove si racconta di un tipico tirannello balcanico di nome Bennato che, dopo aver invaso la Serbia, vuole estendere i suoi domini in Romania e sottopone un gruppo di malcapitati a delle terribili prove. Per chi non avesse dimestichezza con il greco, Bennato non è altro che la traduzione di Eugenio… e i malcapitati, naturalmente, siamo noi. Malcapitati anche perché Silvana ha colto ogni nostro più piccolo difetto o mania e la sua ironia intelligente e raffinata ci colpisce, sia pure in punta di fioretto, senza lasciare scampo a nessuno. Non lo riporto qui perché sarebbe comprensibile solo a chi ha fatto parte del gruppo, ma fidatevi: applausi meritatissimi.
Io non sono riuscito a finire Europolis, ma ho preso la decisione di cercare di procurarmelo una volta tornato a casa: non ho la pazienza di Eugenio per rifare il lavoro che ha fatto lui in Sormani, ma si è sparsa la voce che qualcuno lo vende su eBay…
A Bucarest, ci sistemiamo per l’ultima notte all’Hotel Venezia (già un riavvicinamento all’Italia) e, dopo una doccia e un breve riposino, usciamo per la cena.
Prima della cena, che sarà al ristorante The Ark, c’è tempo per una visita al mercato dei fiori, che si trova proprio di fronte. La maggior parte dei fiorai, se non tutti, sono rom. Allora ce ne sono anche che lavorano, fa notare qualcuno. Sì, lavorano, ma è un lavoro che probabilmente chi non li ama considera poco dignitoso… avremo modo di capire ulteriormente che il sentire comune contro di loro è davvero piuttosto forte.
A cena conosciamo Marius, che ci farà da guida domani in un tour della zona della città più caratterizzata da architetture liberty e cubiste, tour che comprenderà anche il quartiere ebraico. Marius ha vissuto per parecchi anni a Milano, dove ha lavorato come artista e come critico d’arte per la rivista Flash Art. A tavola, quindi, si discute soprattutto di arte contemporanea, anche perché Marius, sarà il look da artista, saranno i capelli lunghi leggermente brizzolati raccolti in un codino, riscuote consensi tra il numeroso pubblico femminile (le donne sono in maggioranza nel gruppo).
Il menù prevede come antipasto Balmoş Ciobanesc (polenta al formaggio), poi Gulasch e per dolce Lapte de pasare, una specie di Ile flottante. I piatti sono introdotti dallo chef Mihai Toader, serissimo e molto convinto. Ma, non sappiamo se è un fatto di traduzione o se sono veramente espressioni che usa lui, vengono fuori cose curiose come “sabbia di lardo”, che sarà l’hashtag dell’ultima serata e del giorno successivo.
Ma è anche il compleanno di Silvano, è giusto festeggiare anche lui con una torta e un brindisi. Per lui un compleanno che è foriero di buoni propositi per la sua nuova vita: sta per chiudere la sua società (ma lui spera che qualcuno dei suoi dipendenti voglia rilevarla) e andare in pensione.
Dopo cena ci organizziamo, sempre al ristorante, per l’ultima presentazione, le ultime slide di questo viaggio. Questa volta è il geografo Stefan Constantinescu che ci porta dentro la storia cartografica del Danubio. Sì, perché non ci sono solo le slide, ci sono anche le carte vere, che possiamo aprire e toccare. Sono tutte originali, alcune risalgono al 1800. E ora che conosciamo abbastanza bene la zona, ci appassioniamo nel cercare sulle carte i posti che abbiamo visto, confrontando come sono ora e com’erano allora. Marius, per ora, fornisce un supporto in veste di traduttore.
Stefan ci spiega che nella parte nord del delta i sedimenti avanzano, e quindi il mare si ritira, di circa 10 metri l’anno. Nella parte sud, al contrario, è il mare che avanza, di 20-25 metri l’anno.
E qui arriva il mistero di Enisala: il geografo dice che lo sbocco al mare, in quella zona, è chiuso da duemila anni; ma questo è in contrasto con quello che Eugenio ci ha raccontato oggi, e che è scritto nella mitica dispensa, cioè che fu nel XVI secolo che i sedimenti portati dal Danubio modificarono la morfologia del territorio in maniera tale che la fortezza restasse chiusa tra due laghi. Rileggiamo insieme la dispensa, c’è un conciliabolo, ma Stefan resta della sua idea e afferma deciso che è impossibile. Resteremo col dubbio, in fondo forse è più affascinante così.

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Parlando di cartografi e cartografie, Eugenio non può fare a meno di fare un accenno a una delle sue più recenti ossessioni (è lui stesso a definirla così) e cioè Luigi Ferdinando Marsili. Nato a Bologna nel 1658, Marsili fu esploratore, scienziato, soldato, uomo eclettico e di vastissimi interessi, di grande fama all’estero, meno in Italia. Svolse in Turchia osservazioni sulle correnti del Bosforo e si dedicò allo studio della pianta del caffè, di cui descrisse accuratamente le proprietà. Ma soprattutto il suo lavoro Danubius Pannonico Mysicus, pubblicato ad Amsterdam nel 1726, costituisce un fondamentale trattato sulla dinamica e sulla biologia delle acque del Danubio. Inoltre ebbe una parte rilevante nelle trattative di pace tra l’Impero Austroungarico e l’Impero Ottomano nel 1691 e più tardi in quelle che condussero alla pace di Carlowitz; fu lui fra l’altro a guidare la commissione di demarcazione per conto dell’Impero austriaco per stabilire i confini con l’Impero ottomano. Carlowitz oggi si chiama Sremski Karlovci e si trova in Serbia, l’abbiamo visitata l’anno scorso. Ma questa è un’altra storia…
Salutati Stefan e Marius (lui lo rivedremo domani), dovremmo andare a finire la serata nel famoso locale hipster, ma qualcosa rovina i nostri piani: il locale è pieno, o almeno non lo è ancora ma lo diventerà. A quanto sembra hanno una prenotazione per una festa privata aziendale. Insomma, non c’è posto per noi.
Siamo costretti a ripiegare su una più ordinaria birreria, dove cerchiamo di affogare in una birra Ciuc (Sì, non ci crederete ma c’è una birra romena che si chiama così) le prime tristezze di fine viaggio.

 

(Continua…)

Dove finisce il Danubio – 6

31/5/2017 – Sesto giorno: Nel quale scopriamo un villaggio incantato e un pezzo di foresta vergine

 

Oggi a Sulina è un giorno di festa: non abbiamo capito bene il perché, ma i bambini non vanno a scuola, vanno invece in corteo, un allegro corteo mascherato di principessine e supereroi. Ci dicono che è una specie di festa dei bambini, una festa nazionale che c’è ogni anno in Romania. Un gruppetto di bambini che vediamo passare è guidato da Ilinca, la nostra bibliotecaria e guida locale di riferimento, che ci riconosce e ci saluta con calore ma… velocemente perché poi deve correre dietro ai bambini, non può perderli di vista.
Noi, invece, prima di lasciare Sulina andiamo a visitare il museo del Delta, sempre con Cristian che ci fa da guida.
Ci sono foto, pannelli esplicativi e ricostruzioni degli ambienti del Delta e delle innumerevoli specie che lo popolano. Vediamo le barche dei pescatori, in legno di quercia e d’abete. Scopriamo che il Beluga, la più nota specie di storione, famosa per il pregiato caviale che produce, vive cent’anni. E che i visoni, in qualche modo, si sono… autoridotti di numero dopo la rivoluzione che ha provocato la caduta del socialismo reale, perché era nettamente diminuita la domanda di pellicce.

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Interessante, ma noi dobbiamo partire. Ci aspetta un altro tratto di delta estremamente spettacolare, che ci porterà a Letea, la prima tappa della giornata. Ripercorreremo un tratto del braccio di Sulina “regolarizzato”, poi un pezzo del vecchio braccio naturale, e infine prenderemo il canale Mageru.
Oggi possiamo viaggiare tutti insieme sulla “Speedboat”, un motoscafo veloce. Ma quando serve rallentiamo, ovviamente. E serve spesso, perché il canale è veramente di una bellezza da togliere il fiato. Qui vi tocca un’altra citazione di Magris, ma è davvero l’ultima, giuro.
“Odori, colori, riflessi, mutevoli ombre sulla corrente, bagliore di ali nel sole, vita liquida che fugge tra le dita e costringe ad avvertire, pure nella festa di questo giorno in cui si sta sul ponte del battello come un re omerico sul carro, tutta la nostra inadeguatezza percettiva, sensi atrofizzati da millenni, odorato e udito impari ai messaggi che arrivano da ogni ciuffo oscillante, antica scissione dal fluire, fraternità perduta e rifiutata. Ulisse che non ha più bisogno di farsi legare e marinai che non hanno più bisogno di farsi turare le orecchie, perché il canto delle sirene è affidato a ultrasuoni che Sua Maestà l’Io non distingue.”
È proprio vero, i nostri sensi sono insufficienti a captare tutti gli stimoli che arrivano dal Delta. Ancora un’overdose di giunchi, canneti, ninfee su cui ogni tanto si arrampica una tartaruga.

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Ma oggi a sorprenderci non è solo la natura, è anche la bellezza di questo villaggio fermo nel tempo. Letea è il villaggio di pescatori meglio conservato del Delta, dove praticamente tutte le case sono case tradizionali dipinte di bianco e d’azzurro, con i tetti spioventi fatti di giunchi e canne palustri. Sulle sommità di tutti i tetti c’è un simbolo, che rappresenta la famiglia o il gruppo sociale di appartenenza di chi abita in quella casa. Spesso il simbolo è un uccello, rappresentato in volo a testa in giù mentre si tuffa per pescare un pesce. Quasi tutte le case hanno splendidi giardini pieni di fiori, come quello che sta curando la signora che ci apre le porte, gentile anche se un po’ imbarazzata.
Molti degli abitanti di Letea sono Haholi, cioè ucraini. Gli ucraini che vivono in Dobrugia provengono da due ondate migratorie dei cosacchi di Zaporižžja, città situata sulle rive del Nipro. I cosacchi (la parola forse deriva dalla parola turco-tatara qazaq, nomade o uomo libero) erano un’antica comunità militare, che viveva nella steppa dell’Europa dell’Est (Russia meridionale, Ucraina) e dell’Asia (Siberia, Kazakistan). Inizialmente con questo nome furono indicate le popolazioni nomadi tartare (mongole) delle steppe della Russia del Sud. Tuttavia, a partire dal XV secolo, il nome fu attribuito a gruppi di slavi (per lo più russi e ucraini) che popolavano i territori che si estendevano lungo il basso corso dei fiumi Don e Dnepr.
La loro migrazione al di là del Danubio viene interpretata in vari modi dagli studiosi. Alcuni la vedono come un tentativo di evitare la schiavitù, altri come speranza di una vita migliore al di fuori dell’Ucraina, attratti dall’avventura, secondo quelle che sono ritenute caratteristiche proprie dei soldati. La prima ondata avvenne in seguito alla battaglia di Poltava nel 1709, quando Pietro il Grande inizia le rappresaglie contro coloro che avevano lottato per la liberazione dell’Ucraina. I cosacchi, caduti prigionieri, vengono impiegati per la costruzione di San Pietroburgo, dove muoiono a migliaia. Di quelli che riescono a fuggire, una parte si dirigono verso le zone che si trovano sotto la dominazione ottomana, in Dobrugia. La seconda ondata avviene intorno al 1775, quando la zarina Caterina di Russia scioglie l’organizzazione militare Zaporijsca Sici. Una parte dei cosacchi viene asservita, mentre circa 80.000 si spostano verso la zona del Delta del Danubio, dove trovano la stessa atmosfera e ricchezza ittica della regione del Nipro da dove provenivano. In questa zona, trovano già stanziati i russi lipoveni, con i quali non costruiscono buone relazioni e spesso nascono conflitti per le zone di pesca. Dopo la guerra russo-turca del 1806-1812, l’impero zarista avanza fino alle foci del Danubio e del fiume Prut. Il sultano ottomano Mehmet II, conoscendo l’avversione dei cosacchi verso l’impero zarista, lascia loro il compito di difendere la regione della Dobrugia, dichiarandoli padroni di una zona lunga venti km. I cosacchi sono sempre stati ortodossi di vecchio rito, sotto il patronato della Patriarchia Romena, anche se, senza riuscirvi, i turchi hanno cercato di imporre loro il culto islamico.

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Il pranzo è organizzato dall’associazione “Letea in UNESCO” presso una famiglia. L’associazione, spiega Andrea, è stata fondata nel 2012 e si propone di coinvolgere la maggior parte possibile di persone della comunità nello sviluppo sostenibile del villaggio, promuovendo un turismo culturale ed ecologico e mantenendo vive le tradizioni, per quanto riguarda l’artigianato locale e soprattutto le architetture tradizionali delle case. L’obiettivo è promuovere il paesaggio rurale del Delta, partendo dalla realtà di Letea, e in particolare la lavorazione artigianale dei tetti di canne, per ottenere la qualifica di patrimonio immateriale universale dell’umanità UNESCO. Anche perché è un sapere che rischia di perdersi: nel 2014 era rimasto solo un maestro artigiano esperto nella costruzione di tetti. Tra il 2014 e il 2015, grazie a un progetto europeo, altri 12 sono stati formati, e di questi 5 hanno già costruito tetti nel Delta.
Il pranzo prevede come antipasto una zuppa di pesce gatto, carpa e luccio, poi una versione locale della Moussaka greca, pesce gatto in salamoia e ciambelle fatte in casa.
Cristian, ormai sempre più a suo agio con la lingua italiana, parla volentieri di qualsiasi argomento ma rimane decisamente fermo sulle sue posizioni quando qualcuno del gruppo tenta disperatamente di tirargli fuori una cosa positiva, una sola, del periodo comunista. Per lui non ce ne sono, è più che evidente. Io, nel frattempo, sto cercando su Spotify un vecchio pezzo del gruppo moldavo O-Zone, che si intitolava “Dragostea din tei”, qualcosa come “Amore dai tigli”, e che ebbe uno strepitoso successo internazionale nell’estate del 2004; il gruppo poi sparì quasi subito, la classica meteora. Ma anche questo a Cristian non è particolarmente gradito: dice che ha un testo infantile. Gli credo sulla parola e lo capisco, sarebbe come se un romeno venisse da noi e ci facesse sentire “Nel blu dipinto di blu” o “L’italiano” come paradigma della musica italiana. Ma, sfortunatamente, è l’unica canzone in romeno che conosco.

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Dopo pranzo partiamo su due carretti trainati da cavalli per raggiungere la foresta. Intanto si stanno addensando delle nuvole minacciose. Un giovane puledrino ci segue per un po’, con quelli che a noi sembrano nitriti disperati. C’è chi ipotizza che la cavalla che tira il nostro carretto sia la sua mamma, e che lui abbia paura di perderla, ma ci spiegano che non è così, in realtà non c’è nessun grado di parentela… forse aveva solo voglia di correre.
Ci raccontano che qui vivono ancora circa 2000 cavalli di piccola taglia, eredi di quelli che portarono qui i cosacchi.
Proprio mentre scendiamo dal carretto ed entriamo a piedi nella foresta inizia a piovere, noi ci attrezziamo come possiamo ma in realtà piove poco e per poco tempo, roba di minuti; tanto rumore per nulla.
L’ambiente della foresta è davvero singolare. Ce la descrivono come una foresta vergine, ci sono liane, un fatto non normale a questa latitudine, dune di sabbia e piante di efedra.
L’ambiente è sicuramente affascinante ma le zanzare ci attaccano a nugoli e picchiano duro, nonostante i repellenti che ci siamo abbondantemente spruzzati. Forse quella di mettere i pantaloni corti oggi non è stata un’idea brillante ma faceva molto caldo…
In un modo o nell’altro ne usciamo vivi e siamo pronti per ritornare a Letea sui nostri carretti.

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Da qui, la Speedboat ci porta, attraverso il braccio vecchio del Danubio e poi una serie infinita di laghi e laghetti, verso Chilia Veche, che sarà la nostra tappa finale nel Delta. Percorriamo molti tratti a tutta velocità, sollevando grandi onde, con i giunchi che si piegano e sembrano fare la ola al nostro passaggio. Ma, attraversando i laghi a velocità più moderata, riusciamo anche ad avvistare e fotografare, finalmente da una distanza accettabile, parecchi pellicani.
Prima di Chilia c’è un’altra tappa da fare. Si tratta di un’isoletta dove sta sorgendo un progetto di carcere senza sbarre, in collaborazione con il governo norvegese. Qui verranno trasferiti un certo numero di detenuti a fine pena, per trascorrere qui gli ultimi sei mesi di carcerazione, riprendendo confidenza con la vita oltre le sbarre e imparando mestieri tradizionali, con lo scopo naturalmente di favorirne il reinserimento sociale. Del progetto fa parte anche l’associazione Ivan Patzaichin, che abbiamo già avuto modo di conoscere.
Molti edifici sono già pronti, in alcuni manca solo l’arredamento. Il progetto è iniziato nel 2013, ma ha scontato fatalmente la sua brava dose di lungaggini burocratiche. Ora però dovrebbe essere in dirittura d’arrivo e dovrebbe partire entro l’anno, se come si augurano i promotori arriveranno tutte le autorizzazioni.
Qui, per me, c’è una piccola disavventura: la macchina fotografica mi cade proprio sull’obiettivo e, purtroppo, nonostante i miei tentativi di rianimarla, sembra non avere assorbito bene la botta: funziona ma non mette a fuoco, né in automatico né in manuale. Così è inservibile, di fatto. Per fortuna posso fare comunque qualche foto decente col cellulare, e in fondo non manca molto alla fine del viaggio (purtroppo).

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Arriviamo a Chilia Veche nel tardo pomeriggio. Qui siamo, lo dice la parola stessa, sul braccio di Chilia, quello più a nord. Da qui, l’Ucraina è davvero a due passi: il confine è a qualche centinaio di metri da dove ci fermeremo stasera, alla Pensione Limanul, che significa rifugio. In realtà, si tratta di un rifugio molto bello, molto “pettinato” e di design. Facciamo in tempo a berci una birretta fresca intorno alla piscina, poi si scatena un acquazzone e siamo costretti a rintanarci nelle camere.
Il temporale per fortuna non dura molto e così possiamo uscire per la cena, che si svolge nel cortile, ancora una volta in un’atmosfera conviviale, parlando di viaggi e… del futuro della sinistra. Sono usciti dei sondaggi che danno il Labour di Jeremy Corbyn in netta e clamorosa rimonta, in vista delle imminenti elezioni in Gran Bretagna. Un’improvvisa botta di ottimismo, ma come al solito scatta impietoso il confronto con la situazione di casa nostra. Dove, peraltro, pare che ci sia l’accordo sulla legge elettorale alla tedesca. Forse evocate da questi discorsi, sono comparse parecchie rane che saltellano con disinvoltura a bordo piscina e in tutto il cortile. C’è una specie di invasione di rane. Ok, forse esagero ma speriamo che non sia un segnale di cattivo auspicio, ricordando che l’invasione delle rane era una delle piaghe d’Egitto…

 

(Continua…)