Al di là delle montagne – 5

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Venerdì 15 giugno 2018: Quinto giorno – La sinagoga di Elie Wiesel, anche noi lungo la via incantata e la Spoon River dei Carpazi

Scendo per fare colazione nella nostra pensione dei poveri e che ti trovo? Una tavola imbandita con ogni ben di Dio, che non ha nulla da invidiare a nessun buffet di nessun hotel a cinque stelle, anzi è senz’altro meglio. C’è un piatto di salumi, innanzitutto: prosciutto fatto in casa, salsiccia e lardo, tutti ottimi. Un piatto di formaggi, e uno di verdure (pomodori e cetrioli). Questo solo per il salato, ma la parte dolce non manca di certo: abbiamo tre marmellate diverse, una meglio dell’altra: di prugne, di visciole e di mele cotogne. E una ciotolona di yogurt denso e cremoso Balkan style. Alle travi del soffitto di legno sono appesi piatti di ceramica decorati e tovaglie ricamate, tutto con motivi floreali.
Ma soprattutto, è quasi tutto fatto in casa. Come facciamo a non assaggiare tutto? Ramona si offenderebbe. E poi il cibo, soprattutto quello casalingo, è cultura, è conoscenza. E allora ci dedichiamo con impegno e dedizione a questo compito di documentarci per accrescere la nostra conoscenza: nulla deve rimanere inesplorato. Ma intanto chiacchieriamo con Ramona, che fa andirivieni dalla cucina per portare tè e caffè. Scopro che ieri sera, dopo che eravamo già saliti nelle stanze per andare a dormire, le signore romagnole sono riscese con una scusa e si sono intrattenute con lei e il marito, ovviamente hanno bevuto un bicchierino con loro e hanno già più confidenza.

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C’è anche la sorella di Ramona, Elena, che ha vissuto a Ciserano, in provincia di Bergamo, per cinque anni. Lei lavorava in fabbrica, ed è rimasta molto legata a una signora che ora ha 78 anni e che quando lei è arrivata, e si sentiva sola e sperduta, le ha fatto da mamma e le ha insegnato l’italiano. Che ha imparato bene, devo dire. Intanto suo figlio cresceva con i nonni; ora è grande, e lei ha preferito tornare a casa. Ma ogni tanto va ancora a trovare la signora di Ciserano a cui è molto affezionata, anche se per farlo si deve sobbarcare giorni di viaggio con il pullman o con pullmini privati.
Ci racconta anche di come si viveva qui quando lei era bambina, all’epoca di Ceauşescu. Questa regione aveva resistito alla collettivizzazione forzata delle terre, anche grazie al fatto che il regime era poco interessato a quest’area così remota e isolata, tanto che alla fine aveva deciso di lasciarla al suo destino. La vita contadina continuava con i suoi ritmi antichi. Avevano la corrente elettrica solo due ore al giorno, giusto dalle 8 alle 10 di sera, per guardare il telegiornale di regime.
Ramona ha aperto la pensione dieci anni fa, e le cose le vanno abbastanza bene: Ieri, ad esempio. prima che arrivassimo noi, aveva 13 persone. Tant’è vero che stanno costruendo un’altra casetta di legno, per ingrandirsi. È una casa vecchia di cent’anni, che è stata smontata e che ora verrà rimontata qui, pezzo per pezzo. In giardino ci sono le assi, tutte numerate. Chissà se hanno delle istruzioni tipo quelle dell’IKEA…
A questo punto, prima di salutarci, è d’obbligo una foto di gruppo con Elena e Ramona. Facciamo aspettare qualche minuto Miki, che è già pronto a partire. Ci deve portare a Sighet, che sarà la prima tappa di oggi.

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Prima di raggiungere Sighet carichiamo Teofil, che sarà la nostra guida locale nel Maramureş. Lui è un personaggio importante qui, è autore di una guida in rumeno che Eugenio ci fa sfogliare, ed è citato anche dalla Lonely Planet, niente di meno. Anche Peter ieri ce lo ha raccomandato, dice che è il migliore, senza ombra di dubbio.
A Sighet o Sighetu, che significa isola, una cittadina di circa 40.000 abitanti, per anni furono rinchiusi gli oppositori del regime in un penitenziario costruito sotto l’impero austroungarico nel 1897 che dal 1948 fu messo sotto il controllo della Securitate e destinato ai detenuti politici. Ora questo carcere è stato trasformato in Museo delle Vittime del Comunismo e della Resistenza. È proprio da qui che iniziamo la nostra visita. L’aspetto dall’esterno è ancora lugubre.
Nei giorni 5 e 6 di maggio del 1950 furono portati al penitenziario di Sighet più di cento dignitari di tutto il Paese (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), alcuni dei quali condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati. La maggior parte di loro aveva più di 60 anni. Nell’ottobre-novembre 1950 furono trasportati a Sighet anche una cinquantina di vescovi e preti greco-cattolici e cattolici romani.
Il penitenziario era considerato una unità di lavoro speciale, conosciuta con il nome di Colonia Danubio; in realtà, si trattava di un luogo di sterminio per l’alta società del Paese e allo stesso tempo un luogo sicuro, da dove non si poteva fuggire, essendo la frontiera con l’Unione Sovietica situata a meno di 2 chilometri.
I prigionieri erano tenuti in condizioni insalubri, nutriti miserabilmente, ed era impedito loro di sdraiarsi di giorno sui letti delle piccole celle prive di riscaldamento. Era vietato persino guardare fuori dalle finestre. Coloro che si ribellavano alle dure regole venivano puniti con l’isolamento in celle senza luce in cui i prigionieri venivano legati con catene e costretti a restare in piedi per ore.
Nel 1955, come conseguenza degli accordi sulla Convenzione di Ginevra e dell’ingresso della Romania comunista nell’ONU, venne concessa una grazia. Una parte dei detenuti politici delle prigioni rumene furono liberati, un’altra parte trasferiti in altri luoghi, a volte condannati agli arresti domiciliari. A Sighet, degli iniziali 200 detenuti ben 54 erano però già morti. Sighet ridiventò un carcere normale; tuttavia, anche negli anni seguenti ci furono detenuti politici, che spesso passavano dall’ospedale psichiatrico della città.
Nel 1977 la prigione venne abbandonata. Solo nel 1995 la Fondazione Accademia Civica si prese in carico la ristrutturazione delle rovine dell’ex-carcere, in vista della sua trasformazione in memoriale.
Il corridoio di ingresso è tappezzato di oltre 8000 immagini dei prigionieri politici che sono passati di qui. Teofil spiega che, per questioni di tempo, non possiamo vedere tutto. Il museo, aperto 20 anni fa, è molto grande ed è uno dei tre siti di questo genere più visitati in Europa, insieme ad Auschwitz e alle spiagge dello sbarco in Normandia. Lui ha fatto per noi una selezione delle sale più interessanti. Teofil parla un ottimo inglese, poi ci pensa Eugenio a tradurre. Lui il rumeno non lo parla ancora, anche se ci sta lavorando.
Ci sono molti oggetti e testimonianze impressionanti, come una poesia scritta da un detenuto con il proprio sangue (naturalmente non avevano a disposizione nulla per scrivere) e addirittura un autoritratto, fatto da un artista sempre col sangue su tessuto, su un pezzo di una maglia che aveva strappato. Un altro detenuto scriveva su un pezzo di lenzuolo in alfabeto Morse.
È importante la sala dedicata alla collettivizzazione forzata, che avvenne in varie fasi e con diversi metodi. Nel marzo 1949 le grandi proprietà dei latifondisti vennero sequestrate; la parte rimanente, perché erano state già ridotte a 50 ettari con la riforma agraria del 1945. I proprietari terrieri e le loro famiglie vennero deportati in località remote (spesso in Dobrugia, la regione del Delta del Danubio, dove siamo stati l’anno scorso e dove venivano anche mandati al confino prigionieri politici) e le loro terre trasferite allo Stato.
Subito dopo la riforma agraria, i comunisti promisero di non realizzare fattorie collettive sul modello dei kolkhoz sovietici. Tuttavia, con il sistema delle quote obbligatorie i contadini erano costretti a consegnare gran parte del raccolto, e questo portò molti al fallimento. Così non ebbero altra scelta che aderire alle associazioni o comunità. Quelli che non consegnavano le quote erano considerati sabotatori e arrestati.
Poi, nel marzo 1949, il Partito dei Lavoratori Rumeni decise che era venuto il momento di passare apertamente alla collettivizzazione di stampo sovietico. Nello spirito della cosiddetta “Guerra di classe”, i contadini furono divisi in tre categorie: poveri, classe media e benestanti. I poveri dovevano essere illuminati sui vantaggi di unirsi alle organizzazioni collettive, combattendo allo stesso tempo i “medi” e i benestanti che esitavano. Ci furono significative resistenze. Nei primi anni dopo la prima sessione plenaria del Partito, gli attivisti mandati a rinforzare la polizia vennero spesso mandati via dalla popolazione locale. In molte comuni ci furono rivolte aperte e combattimenti con l’esercito, con morti, arresti e deportazioni. Tra il 1949 e il 1952 furono arrestate oltre 800.000 persone, 30.000 delle quali vennero giustiziate.
Tra il 1952 e il 1958 il ritmo della collettivizzazione fu più lento ma poi, nell’ottica di finire il lavoro, il Partito lanciò una nuova offensiva, che provocò nuove resistenze. Nelle rivolte tra il 1959 e il 1962 molti persero la vita o furono messi in carcere. In alcuni villaggi furono usati cannoni per intimidire e “convincere” i contadini.
Dopo 13 anni di terrore, la collettivizzazione fu finalmente dichiarata conclusa il 27 aprile 1962 davanti a 11.000 contadini vestiti nei tradizionali costumi nazionali, portati da tutte le parti del paese. Il 96% della superficie arabile e 3.201.000 famiglie erano state portate nelle strutture collettive.
Nel Maramureş le cose andarono un po’ diversamente, come racconta William Blacker:
“Persino l’avvento del comunismo non portò grandi cambiamenti. I contadini si opposero con forza alla collettivizzazione. I comunisti vennero coi trattori e le ragazze che marciavano in prima fila, sventolando bandiere e cantando canzoni patriottiche. Con gli aratri cancellarono le divisioni tra le strisce di terreno. Ma la notte i contadini estirpavano le pianticelle di mais dai nuovi, enormi campi e abbattevano i meli e i susini di Stato, piantati su quella che consideravano la loro terra. Alla fine lo Stato li lasciò perdere e loro, soddisfatti, tornarono alla tradizione”.
È curioso scoprire che a un certo punto il cavallo venne etichettato come nemico del popolo dal comunismo, perché nelle campagne rumene avere un cavallo significava indipendenza, possibilità di spostarsi e un aiuto fondamentale per lavorare la terra ciascuno nella propria piccola fattoria. Quindi i cavalli vennero fatti oggetto di una vera e propria politica repressiva, facendone diminuire di molto il numero. I contadini furono costretti a mandare al macello i loro fedeli animali. Ne furono uccisi a centinaia di migliaia, e al loro posto arrivarono i trattori. Ma, a dispetto della grancassa, quella politica non ebbe successo perché in molte zone del paese i trattori, semplicemente, non erano un’alternativa valida. I cavalli erano più adatti al terreno e ai compiti da svolgere, e come carburante avevano solo bisogno di fieno, che i contadini potevano produrre da soli. E così fecero il loro ritorno, gradualmente. Negli anni novanta in Romania c’erano più cavalli che in ogni altro paese europeo. Ma poi. dopo l’ingresso nell’UE, le cose sono tornate a peggiorare, dice Teofil, a causa delle regole troppo rigide per la gestione del cavallo come animale da lavoro: veterinari, condizioni di lavoro ecc. Negli ultimi 20 anni i cavalli nel Maramureş si sono ridotti da 14.000 a 7.000. Eppure – continua Teofil – questo è forse l’unico posto dove i cavalli hanno le ferie. Dalla metà di giugno a fine agosto o ai primi di settembre, i cavalli riposano liberi, e per questo ogni contadino paga 150 Lei al mese per ogni cavallo. È una tradizione che va avanti da mille anni, ma a Bruxelles non lo sanno.
Una sala è dedicata alla repressione etnica. Conosciamo già la storia della persecuzione dei sassoni nel dopoguerra e di come molti furono “venduti” alla Germania Federale. Qui ci sono anche i prezzi esatti: una persona senza titoli di studio costava 1.800 marchi, uno studente 5.500, un laureando negli ultimi due anni di università 7.000, un laureato 11.000. Ma c’è altro, purtroppo. Nello stesso periodo 44.000 persone tra tedeschi, bulgari, macedoni, bessarabi e serbi furono deportati nelle steppe del Baragan, dove furono costretti a lavorare la terra e a costruire capanne di fango fino al 1956. C’è, purtroppo, un lungo elenco di bambini morti nel Baragan negli anni dal 1951 al 1956. Dopo la sollevazione ungherese del 1956, la comunità ungherese in Transilvania fu anch’essa soggetta a persecuzione, con numerosi arresti. La repressione colpì anche la comunità ebraica, all’interno della quale molti furono accusati di “Sionismo”. Anche gli ebrei vennero poi venduti a Israele. Pare che una volta Ceauşescu abbia detto: “Per noi ebrei, tedeschi e petrolio sono i prodotti di esportazione più redditizi”.
Un’altra sala riguarda le demolizioni degli anni ’80 a Bucarest. In quegli anni, per far posto al palazzo presidenziale e agli altri edifici di istituzioni pubbliche che dovevano sorgere intorno ad esso, chiese e monasteri, alcuni con più di 300 anni di storia, furono distrutti, insieme con altri edifici abitativi e pubblici. Altre chiese furono spostate e finirono totalmente nascoste dai nuovi edifici. L’episodio più noto è la demolizione dell’intero complesso del monastero Vacareşti, situato nei sobborghi della capitale. L’area doveva essere usata per un Palazzo di Giustizia, ma i lavori non iniziarono mai.
Poi Teofil ci tiene a farci vedere anche la sala dedicata a “Il Comunismo contro la Monarchia”. Dopo il colpo di Stato del 23 agosto 1944, quando la Romania si unì alla coalizione anti-Hitler, il che portò a più di 100.000 morti sul fronte occidentale, il paese fu convertito dai sovietici da alleato a stato satellite. Degli otto paesi satellite, la Romania era l’unico con una monarchia molto rispettata, considerata quindi dai comunisti l’ultimo ostacolo. Re Michele fu perciò rimosso, pur essendo stato considerato uno degli artefici della sconfitta tedesca e pertanto decorato dai russi e dagli americani.
Usciamo nel cortile, dove si trova lo Spazio di Raccoglimento e Preghiera, situato in una sorta di catacomba. Sulle pareti del corridoio di discesa allo spazio sotterraneo sono incisi i nomi di quasi ottomila morti nelle carceri, nei campi e nei luoghi di deportazione in Romania.
Nel cortile c’è anche un gruppo di statue: un uomo senza testa indica la via a persone senza faccia, che simboleggiano l’annientamento dell’identità e che si trovano di fronte un muro, altra simbologia molto chiara.

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Lui è Teofil

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Dopo un caffè di metà mattina, ci spostiamo alla sinagoga, che visitiamo accompagnati da un esponente della locale comunità ebraica, mentre fuori cade una lieve pioggerella.
Ci troviamo nella città del premio Nobel per la pace Elie Wiesel, che nacque qui nel 1928. Con il diktat di Vienna del 1940, la Romania perse parte della Transilvania a favore dell’Ungheria. Il 6 maggio 1944, le autorità ungheresi diedero l’autorizzazione all’esercito tedesco di effettuare la deportazione degli ebrei di Sighet ad Auschwitz-Birkenau.
Così Wiesel descrisse, ne La notte, il tragico arrivo al campo di Auschwitz:

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
Elie aveva 16 anni quando fu liberato dal campo di concentramento, qualche giorno prima aveva visto suo padre morire davanti ai suoi occhi.
Nel 1955, Wiesel si trasferì a New York, dopo aver ricevuto la cittadinanza statunitense. Negli USA scrisse più di 40 libri e vinse alcuni premi letterari. L’opera di Wiesel è considerata la più importante nella letteratura che parla dell’Olocausto. È morto nel 2016.
L’Istituto Nazionale per gli Studi dell’Olocausto di Romania porta il suo nome. Nel 2002 Wiesel è stato decorato dell’Ordinul Steaua României, nel grado di Grande Ufficiale, dall’allora Presidente, Ion Iliescu. Lo scrittore restituì la Medaglia d’Oro nel 2004, dopo che questa venne ricevuta da Corneliu Vladim Tudor e Gheorghe Buzatu, sostenendo che i due erano noti antisemiti e negazionisti dell’Olocausto.
La comunità ebraica rumena ha radici lontane. A partire dal XVIII secolo, gli ebrei della Galizia austriaca e gli ebrei russi iniziarono ad emigrare verso le terre fertili e libere della Romania. Nel 1830, in Moldavia e in Valacchia gli ebrei costituivano il 3,6 per cento della popolazione totale. Tuttavia sino al 1866 la Costituzione del recente Stato di Romania esplicitava all’articolo 7 che solo gli stranieri di religione cristiana avrebbero potuto acquisire lo status di romeni e in tal modo godere dei pieni diritti civili e politici. Grazie alle pressioni delle potenze occidentali, nel 1879 il Parlamento emendò l’articolo 7, permettendo a tutti gli stranieri, a prescindere dal credo, di ottenere la naturalizzazione. Gli ebrei entrarono a tutti gli effetti nella vita economica e politica della società romena, contribuendo alla sua crescita. Il numero degli ebrei in Romania crebbe costantemente: nel 1912 la comunità ebraica contava 240.000 persone.
Con il diktat di Vienna il dittatore Antonescu accettò la deportazione degli ebrei di Bessarabia e Moldavia verso la Transnistria, mentre gli ebrei di Transilvania, riconquistata dall’Ungheria, vennero deportati in Polonia. Gli ebrei romeni deportati furono 120.000. Solo in Transnistria vennero uccisi 115.000 ebrei deportati.
Nel dopoguerra la nazionalizzazione delle industrie, delle banche, delle scuole colpì la comunità ebraica nelle sue fondamenta. Molti ebrei scampati all’Olocausto non fecero più ritorno in Romania. La nascita dello Stato di Israele, nel 1948, fornì un ulteriore incentivo all’emigrazione di massa di chi era rimasto. Ceauşescu usò gli ebrei come merce di scambio, li vendette allo Stato di Israele.
Nel 1977 la comunità ebraica contava 25.000 persone, nel 1992 si annoveravano appena 9.000 aderenti.
La sinagoga è costruita secondo i precetti dell’ebraismo sefardita: lo si vede dal fatto che lo spazio di preghiera per gli uomini è separato da quello per le donne, che si trova in alto sulla balconata.
All’interno si trovano anche antichi oggetti rituali provenienti da sale di preghiera dei villaggi dei dintorni.
Anche la nostra guida ci conferma che qui la comunità ebraica, fino alla seconda guerra mondiale, aveva sempre prosperato in un clima di grande tolleranza; paradossalmente, erano più forti i conflitti all’interno della comunità stessa, in particolare tra gli ebrei ultraortodossi del movimento chassidico e il resto della comunità.
Poi, nel 1944, la tragedia della deportazione di massa. Molte targhe sono dedicate a personalità di Sighet morte durante l’Olocausto. Dei circa 13.000 deportati da Sighet, solo 2.308 fecero ritorno, tra cui il padre della nostra guida. Due dei superstiti, due donne, sono ancora in vita: una ha 96 anni, l’altra 103. Era di Sighet anche l’uomo che arrestò Adolf Eichmann.

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Breb è il villaggio dove William Blacker, l’autore di “Lungo la via incantata”, che ho già citato più e più volte, si stabilì per il suo primo periodo rumeno, prima di trasferirsi nella casa di una famiglia di zingari in un villaggio della Transilvania. Qui a Breb visse da Mihai e Maria, due anziani contadini che non avevano figli e che quindi lo accolsero come un figlio. Fu difficile per lui convincerli che, anche se era un ospite, voleva lavorare nei campi, e ottenere che gli lasciassero usare la sua bella falce austriaca che aveva comprato apposta.
La casa di Mihai e Maria ora è vuota: loro sono morti anni fa, William forse avrebbe potuto ereditarla ma non la vuole, dice che ormai il paese non è più quello che lui aveva conosciuto e ci torna soltanto di rado. Così è passata a un nipote, che l’ha messa in vendita. Ma per noi vederla è comunque emozionante. Per strada ci passa accanto un contadino con la falce in spalla e il cappellino di paglia tipico del Maramureş, che sembra davvero uscito dalle pagine del libro.
Il cambiamento William lo racconta così:
“I cambiamenti erano stati accelerati quando l’antica strada di pietra e terra che attraversava il villaggio era stata asfaltata. Prima, il tragitto in auto dalla strada principale alla casa di Mihai richiedeva un quarto d’ora. Si poteva andare solo a passo d’uomo. Adesso ci volevano pochi minuti.
L’asfalto era arrivato qualche anno prima, quando vivevo ancora a Breb. Ricordavo bene come nel giro di poche settimane il nastro nero si fosse insinuato fin dentro il villaggio. Il rombo dei camion che portavano il catrame e la ghiaia mi aveva fatto pensare al rumore delle asce nel Giardino dei ciliegi. Ma per gli abitanti la nuova strada era stata occasione di festa. La gente aveva cominciato a descrivere le cose in termini di “liscio come l’asfalto”.
Io avevo pronosticato un disastro, e la gente mi aveva guardato con sorpresa.
«I bambini non potranno più giocare per strada» avevo detto.
«Be’, giocheranno da un’altra parte».
«Ma voi vi domanderete dove sono, e non starete più in pace come adesso».
Nessuno ci aveva riflettuto granché. La strada era un segno del progresso. Gli altri villaggi avevano le strade asfaltate. Adesso ce l’aveva anche Breb. E poi, c’erano i limiti di velocità.
Poco dopo, il nipote di otto anni del raccontastorie, l’uomo cui avevo regalato la falce austriaca, fu ucciso da un’auto in corsa, e la gente non fu più così entusiasta”.

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La casa di Mihai e Maria

Andiamo a mangiare da Penny, una signora inglese piuttosto “alternativa” amica di Peter Hurley che ci accoglie con calore e che ci ha preparato un altro pranzetto niente male: crema di melanzane, uova sode, formaggi (sia di vacca che di pecora), pomodori, cetrioli, assaggi di torta di mele e torta al formaggio. E naturalmente horinca a volontà: abbiamo scoperto che è usanza, da queste parti, mettere nelle bottiglie di grappa oggetti in legno, soprattutto il fuso cerimoniale di cui Peter ci ha spiegato il significato.
A tavola, Teofil ci racconta di come due volte in questi boschi si è trovato di fronte un orso maschio; sono orsi che pesano attorno ai 350 kg, che fanno sicuramente paura. Lui dice che quello che davvero non si dimentica è l’odore dell’orso: quando l’hai sentito una volta non te lo scordi più. È difficile da definire, non è né buono né cattivo, ma quando lo senti istintivamente hai paura, forse è qualcosa che deriva da un ricordo ancestrale sedimentato nella nostra mente.
Su un portale abbiamo visto scolpito quello che potrebbe essere il simbolo dell’orso, costituito da una serie di mezzelune che rappresenterebbero i segni lasciati sul tronco dalle zampe dell’orso quando si arrampica.
Salutata Penny e il suo simpatico cagnone, andiamo a vedere la chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, che ha un bel portale in legno decorato con l’albero della vita. La chiesa fu costruita nel 1622, ma alcune parti della struttura della torre sono state datate al 1530, il che ne fa la chiesa con la più antica torre in Romania. L’interno conserva alcuni resti di affreschi del XVII secolo, che in parte purtroppo sono andati persi perché durante un restauro una delle assi era stata montata al contrario, lasciando l’affresco esposto alle intemperie. C’è anche il piccolo cimitero del villaggio.

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Le chiese di legno sono un’altra caratteristica della regione. Sono comuni un po’ in tutta l’Europa Orientale, ma queste hanno costruzioni così particolari che otto di esse sono entrate nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Questa particolare architettura deriva dalla proibizione di costruire chiese in muratura che gli ungheresi cattolici imposero ai rumeni ortodossi nel lontano 1278. La maggior parte delle chiese fu ricostruita dopo l’ultima invasione dei tartari, nel 1717, spesso con un ampio porticato davanti all’entrata e con dei campanili altissimi, qualche volta abbelliti da dei pinnacoli angolari.
I tetti sono tutti ricoperti da scandole, piccole tegole di legno, che sono sistemate con infinita pazienza da dei carpentieri specializzati, appollaiati vertiginosamente su uno speciale sedile attaccato alle travi del tetto. La struttura di ogni chiesa è costituita da robuste travi di quercia, incastrate con perfette giunzioni, senza l’ausilio di nessuna vite o collante, e spesso è decorata, per tutto il suo perimetro, da una corda scolpita nel legno, segno dell’unità della chiesa e dei suoi fedeli.
È probabilmente in questa chiesa che si celebrarono i funerali di due giovani fratelli di Breb, Ion e Vasile, annegati in un lago non lontano dal villaggio. È uno dei passi che più mi hanno colpito del libro di William Blacker.
Il mondo degli spiriti qui ritorna anche nel culto dei morti, dove i rituali da osservare sono codificati e ometterne anche uno solo potrebbe comportare il ritorno dell’anima come fantasma o addirittura come vampiro. La cerimonia, che non è facile osservare, si compone di tre fasi: la separazione dal mondo dei vivi, la preparazione al viaggio e l’ingresso nell’altro mondo.
La persona morente chiede il perdono della propria famiglia e dei vicini e tutti sono tenuti a obbedire ai suoi ultimi desideri, mentre le donne piangono e improvvisano poesie rimate declamanti la personalità e le imprese compiute dal defunto. Dopo la veglia del morto, che dura tre giorni, si celebra un pasto commemorativo a base di pane a forma di nodo e uova rosse che vengono offerte sia a chi partecipa al funerale che ai passanti. Il lutto dura un anno, durante il quale i parenti stretti non possono partecipare a cerimonie nuziali o balli e le donne vestono di nero. Anche il matrimonio è un evento molto importante nella cultura della regione al punto che se una persona in età di matrimonio muore prima di essersi sposata, viene addirittura tenuto un «Matrimonio del Morto».
Ed è proprio questo il caso dei funerali dei due ragazzi, della cui vivida descrizione vi riporto uno stralcio.

Nel Maramureş matrimoni e funerali si somigliano in maniera lampante. Entrambe le cerimonie riguardano partenze senza ritorno, e questo è il motivo delle molte lacrime versate ai matrimoni, quando un figlio o una figlia lasciano la casa dei genitori per sempre. Ma il prendere moglie è uno dei principali traguardi della vita, e perciò quando una persona muore in età da matrimonio deve assolutamente sposarsi prima della sepoltura. Per questa ragione si dovevano celebrare le nozze simboliche tra due ragazze e due ragazzi già morti – morti, anzi, da quasi una settimana, con tre giorni passati sott’acqua. Eravamo dalle parti del macabro, ma andava fatto, perché i due ragazzi non dovevano avere motivo di considerare incompiuta la loro esistenza.
[…]
Naturalmente la Chiesa non approva questa pratica, ma nemmeno cerca di fermarla. I missionari della Chiesa bizantina, quando nei secoli bui per primi arrivarono in queste vallate remote, furono costretti a scendere a compromessi per convincere le popolazioni locali a venerare il nuovo Dio, e forse la straordinaria messinscena cui stavo assistendo ne era una conseguenza diretta. Il parroco officiava un funerale cristiano tradizionale e i contadini lo reinterpretavano per conto loro come un matrimonio. I preti in paramenti dorati reggevano la croce e dondolavano il turibolo, assistendo impassibili mentre i contadini intrecciavano i loro rituali pagani ai riti funebri ortodossi.
La stanza con le due bare era piena di gente; la maggior parte guardava con raccapriccio e si faceva il segno della croce. Le donne si premevano sul naso il fazzoletto o delle foglie di noce. Da venerdì il caldo si era fatto soffocante. Nell’aria l’odore era dolciastro, nauseabondo, e le mani dei due ragazzi iniziavano a mostrare segni di putrefazione. I due cadaveri adesso indossavano bellissimi abiti nuziali, con bluse dai ricami elaborati e gilè ricoperti di nappe con piccolissimi specchietti rotondi, che servivano ad allontanare il male. Erano cosparsi con fiori selvatici di tutti i tipi raccolti nei campi e nel nastro dei cappelli di paglia erano infilati rametti di bosso. Tra le braccia avevano dei pani e tra i pani c’erano, presumibilmente per pagare il traghettatore, non una sola moneta come al tempo dei romani, ma tante quante ce ne stavano – non si badava a spese.
Fuori, il cortile era ormai affollato. Il testimone dello sposo portava il tradizionale palo nuziale decorato con campanelli e fazzoletti e organizzava concitato la celebrazione, proprio come avrebbe fatto per qualsiasi altro matrimonio. In un angolo del cortile c’era un violinista accanto a un gruppo di dieci ragazze, vestite tutte di bianco. Alzò il violino al mento e si mise a suonare; le ragazze iniziarono a cantare sulla sua melodia dolente.
[…]
Finalmente le orazioni terminarono e ripresero i pagani lamenti contro l’ingiustizia del mondo. Dodici ragazzi scapoli si misero le due bare in spalla e il violinista imbracciò ancora una volta il suo strumento. Questa volta però la musica mi sorprese: non era più la nenia funebre di prima. La gente tutt’attorno gemeva e piangeva, ma il violinista attaccò invece l’allegra marcia nuziale del Maramureş. Il contrasto confondeva i sensi. L’atmosfera cambiò all’istante; dopo la tristezza delle lacrime e del lutto, si fece subito più leggera grazie al ritmo vivace della musica, e si iniziò a chiacchierare. I testimoni agitarono i pali e la processione, con in testa le casse seguite dalle spose e dalle loro damigelle, si rimise in moto sugli stretti sentieri che attraversavano i campi in direzione della chiesa, col ritmo vorticoso del violino, il tonfo del tamburo e il cadenzato tintinnio dei campanelli dei pali nuziali.
Lasciando il cortile sentii il canto di una donna: “Su, Ionuc e Vasiluc, mentre ve ne andate staccate un fiore dal magico sambuco e mettetelo nella gronda del portico. Lasciatelo lì per i vostri genitori, cosicché il loro dolore passi più in fretta”.
Su una collinetta sopra la casa c’erano tre pastori. Suonarono un lungo richiamo coi loro corni, che risuonò per colli e vallate. Poi, quando la processione si dipanava ormai per le strade del villaggio, con le donne che gemevano e il violino che suonava, i pastori si spostarono di corsa su altri poggi che sovrastavano il sentiero del cimitero, per soffiare il loro ultimo saluto.
La processione faceva sosta a ogni incrocio e a ogni ponte, luoghi da sempre ritenuti carichi di energia spirituale e dove si dice che si appostino gli spiriti maligni. Il violinista abbassava il violino, i testimoni smettevano di scuotere i campanelli, le lamentatrici tacevano, gli uomini chinavano la testa, e per qualche istante al mondo cristiano venivano concesse le sue preghiere. Poi i pastori soffiavano nel corno e il mondo precristiano riprendeva il sopravvento.

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Lasciamo, un po’ a malincuore, Breb per dirigerci verso un altro dei luoghi più suggestivi e attesi di questo viaggio: il Cimitero Allegro di Săpănţa.
Abbiamo imparato che il nome di questo villaggio si pronuncia in maniera un po’ diversa da quello che pensavamo. Sì, perché questa ă col segno sopra si pronuncia con un suono molto breve, che non sembra una vocale, in pratica quasi non si pronuncia. Un po’ come la i senza puntino turca, ammesso che qualcuno ce l’abbia presente. Per metterlo per iscritto in qualche modo, potrebbe essere qualcosa tipo “S’p’nza”. L’avrei dovuta usare già altre volte in realtà questa ă, ma per pigrizia non l’ho fatto, spero che mi perdonerete. Colgo l’occasione per darvi due dritte due sulla pronuncia rumena; era meglio farlo prima, ma lo facciamo adesso, meglio tardi che mai.
La ţ, appunto, con il segno sotto si pronuncia come una z sorda italiana, come in calza.
La ş con il segno sotto si pronuncia come la “sc” di sciare, o se preferite come la “sh” inglese.
Il villaggio deve la sua fama, in gran parte, a questo cimitero così particolare. Perché allegro? Perché le lapidi non sono lapidi, nel senso che non sono di pietra ma di legno, sono dipinte di un blu intenso che fa da sfondo e sopra sono raffigurate scene di vita (a volte anche ironiche) della persona sepolta, accompagnate da un testo, generalmente in rima, una sorta di poesia umoristica che descrive il defunto: come è morto o come ha vissuto.
La persona è dipinta a colori vivaci in un momento della vita, accompagnata da elementi dell’universo contadino e pastorizio. I dipinti rappresentano quindi uomini che vanno a cavallo, che lavorano il legno, che cantano, con la falce o col bestiame, che vanno a fare la guerra o altro. Le donne in genere sono rappresentate con bambini tra le braccia, che ballano, che filano la lana col fuso o con la filatrice, fanno i lavori di casa, cucinano ecc. Si è creata così un’atmosfera serena che non teme la morte e glorifica la vita.
Le lapidi sono spesso dipinte sui due lati, perché dopo 25 anni il defunto può essere esumato e ne viene sepolto un altro, quindi viene aggiunto un altro epitaffio sull’altro lato o vengono rifatti entrambi. È un’opera d’arte che si rinnova e cambia continuamente, e proprio per questo non può essere patrimonio UNESCO, perché UNESCO significa conservazione e il titolo viene concesso solo per quello che resta congelato nel tempo.
Tutto è cominciato nel 1934, quando un artista locale, lo scultore Stan Ioan Patraș, fece una decorazione per la sua futura sepoltura in legno di castagno. Piacque così tanto che molti ne vollero una per sé, così l’artista cominciò a dipingere praticamente per tutto il paese. Altri poi hanno continuato la sua opera. Oggi sono due gli artisti che lavorano per questo cimitero, ma uno non riceve turisti perché è troppo impegnato col lavoro e l’altro… è così impegnato a ricevere turisti che bisogna prenotarsi con largo anticipo.
In questo cimitero non ci sono persone famose, ma solo gente comune di qui, contadini o artigiani. Ma tutti insieme sono diventati famosi in tutto il mondo. In realtà poi di allegro non c’è così tanto, se si va a leggere gli epitaffi molti parlano della morte, a volte sono giovani, anche bambini. Quindi le poesie possono essere tristi, ma ce ne sono alcune, che sono diventate le più famose, che sono davvero buffe e ironiche.
C’è il Don Giovanni e c’è l’ubriacone, che invita a non fare come lui, che per tutta la vita ha avuto una bottiglia in mano. L’epigrafe potrebbe essere così tradotta:
«La grappa è un veleno puro / che porta pianto e tormento / Anche a me li ha portati / La morte mi ha messo sotto i piedi.
Coloro che amano la buona grappa / Come me patiranno / Perché io la grappa ho amato / Con lei in mano sono morto.
(Qui giace Dumitru Holdis, vissuto 45 anni, morto di morte non naturale nel 1958)»
Ma quella più divertente di tutte è forse quella cosiddetta “della suocera”, fatta realizzare dal genero della signora in questione, che dice così:
«Sotto questa pesante croce
Giace la mia povera suocera.
Se lei fosse vissuta tre giorni in più
Sarei io che giaccio qui, e lei leggerebbe questa croce.
Tu che passi per favore cerca di non svegliarla
Perché se torna a casa mi criticherà ancora di più.
Ma io sicuramente mi comporterò come si deve
Per non farla tornare dalla tomba.
Stai qui, mia cara suocera!»
Sembra che, da allora, tutte le suocere del paese stiano bene attente a farsi fare la loro croce in anticipo, per non rischiare che sia il genero a decidere come farla…
La tomba di un uomo ucciso dai soldati ungheresi durante la seconda guerra mondiale è stata rifatta ben tre volte. La prima volta diceva la verità su come quest’uomo era morto, ma gli ungheresi imposero che fosse bruciata e rifatta con solo le date di nascita e di morte. A guerra finita, cacciati gli ungheresi, l’artista si prese la rivincita. Non solo rifece la tomba con la vera storia, ma aggiunse, nel 1949, un’altra croce all’entrata, che è quella che oggi fa da introduzione a tutto il cimitero.
Secondo molti studiosi questo cimitero è l’espressione della visione rumena della morte, che deriva dalla cultura degli antichi daci, che consideravano la morte non solo un fatto naturale ma addirittura un momento di gioia, perché il defunto approdava ad una vita migliore. Si dice che i daci salutassero le nascite con il pianto e le morti con le risate. Di sicuro è un cimitero unico, dove sulle croci di legno è scritta una sorta di antologia di Spoon River dei Carpazi; e proprio per questo un posto qui costa piuttosto caro per gli standard locali, circa 1000 euro. Più il costo della lapide, che va da 400 euro a 900 se è dipinta sui due lati. Nel villaggio c’è anche un altro cimitero, gratuito, dove vanno i meno abbienti ma anche quelli, pare siano parecchi, che potrebbero permettersi un posto qui ma preferiscono un cimitero più tranquillo e non turistico, dove sia possibile visitare i propri cari in un’atmosfera di maggiore raccoglimento.

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L’ubriacone

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La suocera

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L’artista fondatore: naturalmente anche lui è sepolto qui

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Dobbiamo accelerare i tempi della nostra visita, purtroppo, a causa di un acquazzone imminente. È anche piuttosto tardi, dobbiamo dirigerci verso la nostra pensione. Anzi, verso le nostre pensioni: anche qui a Săpănţa ci divideremo in due gruppi. Il gruppo degli emarginati è quello di ieri con l’aggiunta di Fabiola, la fotografa del gruppo. La nostra pensione si chiama Păstrăvul, che significa trota. È un po’ più grande, più anonima e meno accogliente di quella di Ramona, purtroppo. All’inizio del corridoio che porta alle nostre camere c’è una compilation di animali impagliati, tra cui una volpe con un galletto in bocca che nell’insieme non è di un gusto eccezionale.

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Per la cena, però, Miki ci viene a prendere col pullmino e ci porta all’altra pensione, che invece si chiama Plai cu peri (campo di alberi di pere). E qui per noi, prima e durante la cena, il nostro Eughenio ha organizzato uno spettacolo di musica e danze tradizionali del Maramureş. Sono ragazzi e ragazze, più o meno dagli otto ai sedici anni, vestiti nei loro costumi tradizionali colorati e ricamati, i maschietti coi loro bravi cappellini di paglia.

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I più grandi sono anche bravi, i più piccoli si impegnano comunque tanto e fanno un’allegra confusione. Qui li vediamo impegnati in una canzone popolare della loro terra:

Dopo di che, via alle danze. E dopo aver ballato loro, coinvolgono anche noi nell’invirtiţa, la scatenata danza tipica del Maramureş. Si balla in coppia e si chiama così (almeno credo) perché si gira cambiando continuamente verso di rotazione. Anch’io ci provo, guidato dalla mia giovanissima dama; i risultati sono abbastanza pietosi, ma è divertente. Potete vedere la nostra performance in questo video sulla pagina Facebook della pensione:

Video danze alla pensione Plai cu Peri

E così, tra un giro di danza e un bicchierino di horinca della casa, anche questa serata se ne va che è un piacere.

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 4

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa

Giovedì 14 giugno 2018: Quarto giorno – Finalmente Maramureş, la scelta di Peter l’irlandese e Padre Albano, il prete di strada

Partiamo verso le 9, con Eugenio che si è alzato alle 4 per accompagnare Donata all’aeroporto e che un po’ sembra risentirne… ma conto sulle sue capacità di recupero.
Horia è venuto a salutarci, il suo compito finisce qui e un po’ sicuramente ci mancherà.
Dopo tre giorni di Transilvania, è giunto per noi il momento di scavalcare le montagne e di entrare nel Maramureş, uno degli ultimi territori d’Europa ancora poco contaminati, forse l’ultimo dove è la natura a scandire i ritmi della vita e tutto è ancora strettamente legato alla terra. Qualcosa che è Europa sulla carta, ma forse è ancora, almeno in parte, così isolato da essere veramente altro. Lo scopriremo. Per molti è sicuramente la parte più attesa del viaggio.
Ed ecco che finalmente posso spiegare questo titolo: Al di là delle montagne. Per arrivare nel Maramureş bisogna davvero passare dall’altra parte, al di là di quella propaggine dei Carpazi che delimita questo angolo di mondo. Bisogna ripercorrere quella via incantata che una ventina abbondante d’anni fa portò William Blacker a Breb, il “suo” villaggio, e prima di lui altri viaggiatori, come Patrick Leigh Fermor, autore di “Tra i boschi e l’acqua”. È proprio una sensazione fisica quella che provo mentre il pullmino abilmente guidato dal nostro Miki si inerpica sulla strada stretta e tortuosa che supera il passo, e dopo aver scollinato l’impressione è subito quella di trovarsi in un altrove e di aver fatto un salto indietro nel tempo. Sarà anche suggestione, non lo nego, il potere della mente e dei libri. Ma è una sensazione piacevole.
Subito il verde sembra più verde, gli alberi più alti; guardiamo fuori dai finestrini, da una parte e dall’altra, in cerca di chiesette di legno, e ci aspettiamo da un momento all’altro di incrociare un carretto tirato da cavalli adornati con nastri rossi (il rosso qui è un colore beneaugurante, abbiamo scoperto). O di vedere una pentola appesa fuori da una casa, che significherebbe che lì c’è una ragazza in età da marito che si deve sposare.
Sarà che sono seduto vicino a Elena, che è un’altra che ha già letto e profondamente apprezzato William Blacker (io durante il viaggio per essere onesto lo stavo ancora finendo, ndr). In effetti qualcosa di questo genere si vede, sicuramente il panorama è cambiato, è davvero un territorio poco urbanizzato, con grandi distese di prati e covoni di fieno. Non le balle di fieno regolari fatte da una macchina, proprio i covoni di una volta, quelli fatti come un monticello con un paletto di legno in mezzo. Quelli che da noi sono spariti da almeno cinquant’anni.

Ma per ora non possiamo ancora addentrarci in questo mondo a parte che è il Maramureş profondo. La prima tappa è Baia Mare, che è il capoluogo e che è una città di più di 100.000 abitanti.
Arriviamo in tarda mattinata. Il primo incontro fissato per noi è quello con Peter Hurley, ex console onorario irlandese a Bucarest. Eugenio ci ha accennato qualcosa su di lui sul pullmino: sappiamo che ha 50 anni, che vive qui da tempo, si è sposato con una ragazza del posto e sarà padre ad agosto. Il resto ce lo racconterà lui, che ci aspetta al tavolo di un bar in una piazza assolata. È così gentile con noi che vuole, come prima cosa, che possiamo rinfrescarci con una limonata dissetante. Ragazzi, questa si chiama ospitalità. Non per niente è irlandese. Sì, lo so, forse sono un po’ di parte. Io amo l’Irlanda e gli irlandesi, meglio chiarirlo subito. Mi basta sentir parlare inglese con quel meraviglioso accento irlandese, e già divento subito di buon umore e ben disposto ad ascoltare. È un pregiudizio, lo ammetto, ma almeno in questo caso è un pregiudizio positivo. Scopriamo che questo bar offre infiniti tipi di limonate, aromatizzate con le erbe e i profumi più vari. Sono così tante che faccio fatica a scegliere, e allora opto per una limonata classica, liscia e senza zucchero. Sono già concentrato su quello che Peter dirà. Anche il suo aspetto, c’è da dire, è molto irlandese: ha capelli rossi e barba rossiccia con qualche spruzzata di bianco, occhi chiari, porta i jeans e una camicia a quadri.
La sua storia, al di là di tutto, è davvero interessante. Lui parte da Dublino a 25 anni, nel 1993, per esplorare l’Europa dell’Est, un mondo che lo affascina particolarmente. Si ferma a Praga per un periodo, e resta colpito al punto di pensare “Ragazzi, fino ad ora non sapevo cosa fosse il mondo”. Torna in Irlanda ma, senza farne parola con nessuno, comincia a rimuginare sull’idea di trasferirsi in uno dei paesi dell’Est, non sa ancora quale. Pochi mesi dopo, un amico d’infanzia che vive già in Romania lo chiama e, per assoluta coincidenza, lo invita con tono perentorio ad andare a Bucarest per aprire un’attività con lui. Lui prende al volo l’opportunità e, senza pensarci troppo, accetta. Nel ’94 aprono una piccola società che si occupa di marketing e ricerche di mercato. Sono in tre, il più vecchio ha 27 anni. Siamo ancora in quella fase in cui il capitalismo è agli albori in Romania, c’è molta voglia di libero mercato, poche regole e spazio per tutti. Loro sono anche bravi e in breve tempo il successo è travolgente. 15 anni dopo, nel 2009, hanno 150 dipendenti, un fatturato da capogiro di 20 milioni di euro l’anno e una delle agenzie di pubblicità più grandi del paese. È in questo periodo che Peter, come accade a molti imprenditori di successo, diventa anche console onorario del suo paese a Bucarest.
A un certo punto lui si rende conto, però, che quel tipo di successo non gli basta più. Capisce che la cosa più bella di questa esperienza che sta vivendo è in realtà la Romania stessa, soprattutto la gente, la sua anima pura, la sua spiritualità, la sua generosità e la sua immediatezza nel mettersi a disposizione senza riserve quando si ha bisogno di aiuto. E decide che l’unica cosa giusta da fare per lui per ripagare questa gente è mettere le sue capacità e la sua esperienza al servizio di una nuova missione, che è promuovere la Romania stessa.
Ma non puoi – dice Peter – promuovere qualcosa se non la conosci profondamente, se non ne cogli l’essenza. Ed è per questo che comincia a scavare – mentre lo dice fa proprio il gesto di affondare una pala nel terreno – a scavare nel profondo di questa terra, parlando con le persone, guardandole e filmandole. Ne escono due cortometraggi sulla spiritualità rumena, e in breve tempo lui realizza che la sorgente, la fonte di tutto – per dirlo usa la parola rumena izvor, che è una parola slava, Eugenio fa notare che è la stessa parola anche in serbo – non è la Romania urbana, ma la Romania rurale. La struttura stessa del paese è una struttura di tipo rurale. La storia della Romania si è costruita attorno a questo mondo rurale, attorno alla vita di villaggio. Quindi è nelle storie della vita di villaggio che in questi anni Peter ha continuato a scavare, per tirarne fuori l’essenza e capirla fino in fondo, ma anche per aumentare la consapevolezza dei valori di questa vita e dell’eredità che si tramanda attraverso il mantenimento di questi valori.
E la culla della vita di villaggio e di questi valori antichi in Romania è soprattutto un territorio che nel frattempo ha scoperto e di cui si è follemente innamorato, che è – indovinate un po’ – il Maramureş! È qui che c’è l’ultimo esempio in Europa di vita e civiltà contadina da preservare. La gente vive semplicemente del lavoro della terra. Qualche ortaggio, qualche albero da frutta, ma soprattutto immense distese d’erba che, falciata, diventa fieno con cui nutrire gli animali, soprattutto le vacche da latte. Con quel latte si fa il formaggio e lo si va a vendere al mercato, questo è tutto.
Mi colpisce che lui dica esplicitamente che questo stile di vita non c’è più neanche in Irlanda, per quanto anche l’Irlanda possa apparire come un paese ancora a vocazione agricola. Ma lì – argomenta – la vera cultura contadina popolare si è già persa, quello che c’è ora in fondo è tutto un revival; qui invece è una fiamma viva, che non bisogna far spegnere. È un’eredità che si tramanda da secoli, che ha resistito a tutte le guerre e a tutte le invasioni. Ma ora è molto vulnerabile, è vicina alla fine. È una corsa contro il tempo quella che abbiamo davanti per provare a salvarla.
Si stima che ogni giorno in Romania spariscano tre fattorie. Peter paragona lo spopolamento di oggi delle campagne rumene alla grande migrazione che dall’Irlanda, a causa della grande carestia dovuta alla perdita di due raccolti di patate, negli anni ’40 del 1800 portò un milione di persone negli Stati Uniti.
Tutto questo è triste, ma al tempo stesso è un’opportunità, una sfida: bisogna rendersi conto di quanto si perderebbe se questa cultura sparisse e provare a valorizzarla. Dice Peter che tutto dipende dalla prospettiva, dallo sguardo, che noi siamo fortunati a essere qui nel capoluogo del Maramureş. Qui, in questa piazza, è il luogo dove ogni settimana i contadini dei villaggi vengono a vendere i loro prodotti. E quando li vendono non si portano i soldi a casa, al villaggio, ma li spendono qui, in città. Quindi la storia urbana di questa città è fatta in realtà dalla storia rurale dei contadini che fanno vivere questa città. È quello che lui dice ai rumeni, che secondo lui sono in una posizione unica, molto speciale, quella di avere una vita di campagna così sviluppata da essere ad un livello più alto, quasi un’aristocrazia.

In questi anni Peter ha cercato in tutti i modi di portare avanti questa battaglia, di vincere la sfida e di preservare l’unicità di questa cultura. Attraverso la musica, innanzitutto. Dal 2010 organizza un festival musicale che, ogni mese d’agosto, riunisce cantanti e band di musica popolare e tradizionale da tutto il mondo. Ha cominciato ovviamente con i musicisti irlandesi, com’è naturale che sia: l’Irlanda in questo senso ha una tradizione ricchissima. Si ricorda di una violinista irlandese che aveva portato a suonare in un villaggio, e che poi sarebbe dovuta andare a suonare anche in un altro villaggio. Ma lei non voleva più muoversi da lì, dove aveva fatto il primo concerto. Stava lì, a piedi nudi, a suonare con i pastori per far fare più latte alle pecore.
Nel 2010 il musicista irlandese Shaun Davey compose appositamente per il festival un brano intitolato “Voices from the Merry Cemetery” e dedicato al cimitero allegro di Săpănţa (che vedremo domani). Nel 2011 la trasmissione del concerto di apertura su Radio Romania Actualitati, la sera della vigilia di Ferragosto, fcce un milione di ascoltatori.
All’inizio Peter ha investito del suo, per fare il festival. La prima edizione costò 143.000 euro, con un misero ricavo di 1.600 Lei. Ora le cose vanno un po’ meglio, qualche sponsor lo ha trovato e anche qualche finanziamento pubblico. Ma c’è chi continua a chiedersi perché deve essere uno straniero a fare tutto questo per la cultura rurale rumena. Mi scuso se metto in imbarazzo qualcuno, dice Peter, ma la risposta è molto semplice: è impossibile rimpiangere tuo padre quando è ancora vivo. Il padre ancestrale dei rumeni è ancora vivo. Io il mio l’ho perso tanto tempo fa, forse non l’ho mai conosciuto.
Nel dicembre 2012, partendo proprio dal cimitero allegro, Peter ha percorso a piedi i 650 km che separano Săpănţa da Bucarest senza un soldo in tasca, con lo scopo di dimostrare che in Romania questo è possibile, perché i contadini dei villaggi rumeni sono estremamente aperti e capaci di dividere tutto con chiunque vada a visitarli. È un qualcosa che va ben oltre l’ospitalità, è un profondo desiderio di comunicare la loro umanità che è evidente dal primo momento in cui li incontri. E quando sentono che tu ricambi, il loro spirito è così contento che è come se brillassero, e diventa uno scambio magico di gioia. Ricorda ad esempio di quando arrivò a bussare alla porta di un contadino in un piccolo villaggio alle undici di sera, in una notte fredda e tempestosa. La porta era aperta e il contadino, senza nemmeno alzarsi dal letto, mentre guardava la TV, lo invitò ad entrare come se lo stesse aspettando e disse semplicemente: “Nessuno dovrebbe essere fuori in una sera come questa”.
“Ma se fosse stato un rumeno, o peggio un rom?” – chiede Gabriella – “L’avrebbe fatto entrare comunque, o è perché era uno straniero a bussare?”. La domanda è pertinente, e ben posta, ma lui è sicuro che non importa chi sia a bussare, quello che importa è che è un contadino a tenere la porta aperta. Tutto sta lì, nella differenza profonda tra campagna e città. Forse è una visione fin troppo idealizzata, ma lui lo ha sperimentato direttamente e lo dice con un tale trasporto che non si può che credergli.
Ha fatto questo viaggio per mostrare solidarietà con i 9 milioni di rumeni, cittadini dell’UE, che provano a sopravvivere con un’agricoltura di sussistenza in 4 milioni di piccole case di contadini, in assenza di una strategia coerente per il loro futuro. Da questa esperienza ha tratto un libro, intitolato “The Way of the Crosses”. Il titolo viene dalle croci che spesso si trovano ai lati delle strade di campagna rumene, che possono essere semplicemente segni di devozione popolare o anche, a volte, il ricordo di persone che in quel punto hanno perso la vita a causa di un incidente stradale, cosa che da queste parti purtroppo è frequente.
Uno strumento fondamentale con il quale per lui è possibile salvare questa cultura, che è patrimonio di tutti, è il turismo. Ma deve essere naturalmente un turismo responsabile, ecosostenibile e assolutamente non di massa. Un nanoturismo, lo chiama con un’espressione efficace.
In nome di questa sua missione Peter ha persino sfidato, durante una conferenza stampa, il Commissario Europeo all’agricoltura, un irlandese, consegnandogli una lettera dove lo invitava ad agire al più presto per salvare la civiltà contadina rumena. Una lettera che non ha mai avuto risposta.
Ora Peter sostiene la creazione di un fondo di investimento rurale che incoraggi la cooperazione nell’economia locale, in particolare tra i piccoli produttori, e che dia un supporto per accedere a fondi pubblici per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.

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Ci sono cinque parole che, per lui, si possono usare per far passare il suo messaggio, e ognuna di queste è un valore aggiunto, parlando nel linguaggio della pubblicità: la prima è la lingua rumena. Se ci fosse una montagna delle lingue, dice, io non so se il latino sarebbe sopra il rumeno, ma sicuramente entrambe stanno in alto.
La seconda è la fede in Dio. C’è un famoso monaco rumeno che dice che l’ortodossia è connaturata all’essere umano, è lo stato naturale dell’uomo. La Romania è l’unico paese latino ortodosso, anche questo è una sua peculiarità.
La terza sono i Carpazi, che sono la colonna vertebrale del paese. Per i rumeni i Carpazi non sono stati mai un muro, un confine, come per gli ungheresi o per i tedeschi. Erano piuttosto un albero su cui arrampicarsi quando si sentivano in pericolo; di fronte alle avanzate dei nemici, i rumeni si rifugiavano nei boschi dei Carpazi.
La quarta sono le tradizioni. Di queste ci mostra un esempio, che è un fuso per filare la lana. Ma è un fuso molto speciale, di tipo cerimoniale, realizzato tutto in legno e con un disegno unico e particolare. Quando un giovane del Maramureş è in grado di fare questo, lo dà alla sua promessa sposa per simboleggiare tre cose: prima di tutto sono 22 pezzi di legno messi insieme, senza nessuna vite o chiodo, solo ad incastro. Esattamente come le case di legno del Maramureş. Perciò, se un giovane ha l’abilità per fare questo, vuol dire che può anche costruire una casa per la sua famiglia. Questi 22 pezzi che una volta messi insieme non si separano più rappresentano anche la complessità di una relazione di coppia che dura per tutta la vita. Nel centro, ci sono nove spazi vuoti e in ognuno c’è un seme di grano. Così se lo agiti suona, e si può usare anche come sonaglio per i bambini. Dentro il fuso c’è un bambino. Ed ecco la quinta parola, che è vita: la vita che c’è nelle tradizioni. Ogni generazione è un nuovo anello di una catena umana ininterrotta che da millenni tramanda la cultura della terra. Ma ve lo dice direttamente lui in questo video:

 

 

Mentre ascolto Peter penso a quanti punti in comune ha la sua storia con quella di William Blacker. I toni con cui descrive i suoi incontri con la gente del Maramureş, la passione con cui ne parla, il suo desiderio profondo di capire e di portare anche dentro di sé questa cultura. E poi, scusate se insisto su questo, sono entrambi irlandesi. Anche William è di famiglia angloirlandese, pur essendo nato e cresciuto in Inghilterra. Forse il punto di partenza di Peter è diverso da quello di William, e anche il suo approccio in parte lo è, ma le cose che dicono sono molto simili. William alla fine un po’ ha mollato, se n’è andato perché, a parte le vicende personali, ha perso un po’ la speranza, non riconosce più il Maramureş che ha amato. Peter invece continua tenacemente a credere in questo sogno un po’ folle, forse un po’ velleitario, molto poetico, molto irlandese.
Per chi volesse approfondire, qui c’è un bel documentario con il nostro Peter che ci guida alla scoperta della Romania, ripercorrendo il suo viaggio a piedi da Săpănţa a Bucarest:

Discover Romania with Peter Hurley

Dobbiamo purtroppo salutare Peter. Mentre gli stringo la mano gli auguro buona fortuna e gli chiedo se ha già deciso il nome del bambino. “È una bambina” – mi dice – “e si chiamerà Orla Helena”. Helena è il nome della sua mamma, mentre Orla è un antico nome irlandese che significa “Principessa d’oro”. Era il nome della sorella e della figlia di Brian Boru, che fu re e condottiero d’Irlanda intorno all’anno Mille ed è ancora oggi ricordato come l’eroe che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi. Mi sembra molto appropriato.

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Foto di gruppo con Peter

Noi andiamo a mangiare in una vecchia palincieri, che è come dire palincheria, grapperia, nel centro di Baia Mare. E non possiamo che iniziare, nella migliore tradizione balcanica, con un assaggio della palinca del Maramureş, che si chiama horinca ed è una vera religione, lo so da William Blacker, naturalmente. Il menù dovrebbe essere “leggero”: si inizia con una zuppa di verdure e carne alla quale, come abbiamo imparato, si aggiunge panna acida a piacere. Poi arrivano dei taglieri pieni di assaggi di vari formaggi con cumino e altre erbe, da accompagnare con fichi, noci e marmellata di mirtilli. Non ci possiamo proprio lamentare.

Abbiamo parlato tanto di cultura, tradizioni, vita di villaggio e civiltà contadina. Ma qui siamo a Baia Mare, che è una città, ed è una città con grandi problemi. Dopo pranzo ci aspetta un altro incontro importante, quello con Padre Albano, che ce lo farà capire.
Baia Mare significa letteralmente “Grande Buca”. Si chiama così perché è costruita sulle sue ricche miniere d’oro, le miniere che ora non ci sono più. Baia Mare è terra di confine, lontana dalla più movimentata e moderna Bucarest. Qui all’incirca 115.000 anime convivono e si confrontano con gli effetti mai veramente sopiti della storia di questa città, in una particolare combinazione di rurale e moderno.
Si dice che il cielo che sovrasta Baia Mare sia particolarmente intenso, e che una volta la città sia stata colonizzata da alcuni pittori d’avanguardia alla ricerca di colori insoliti e luminosi; quegli stessi colori che si riflettono sulla neve ghiacciata di un inverno a 20 gradi sotto zero, qui alle pendici dei Munții Maramureșului, i monti del Maramureș.
Tra i polverosi palazzoni della città nuova e i centri commerciali, la sensazione che si avverte è quella di un tentativo mal riuscito di rialzarsi, di confrontarsi con la modernità: nell’urbanistica, nella vita economica, politica e sociale sembra essere mancata una qualsiasi fase intermedia capace di favorire il passaggio tra il vecchio regime e il capitalismo.
La ciminiera più alta d’Europa svetta sui kombinat, gli ex edifici che ospitavano gli operai impiegati nell’industria socialista. Palazzoni fatiscenti abitati ora da intere comunità rom. Centinaia di famiglie stipate dentro a vere e proprie bombe ad orologeria, dove le fughe di gas e gli incendi sono all’ordine del giorno, dove la sporcizia si accumula e cola giù da un piano all’altro. Una sorta di villaggio post-industriale in cui esseri umani, cavalli e maiali condividono il pochissimo spazio esistente.
Strada Electrolizei, dove sorgono i kombinat, e la situazione dei rom di Baia Mare balzarono all’attenzione internazionale qualche anno fa dopo un’ambigua mossa dell’amministrazione comunale. Il sindaco Cătălin Cherecheș – rieletto due anni fa mentre si trovava agli arresti domiciliari per corruzione – mise infatti nella sua agenda elettorale la demolizione di Craica, uno dei più poveri campi rom ai margini della città, argomentando così la scelta: “Le sacche di povertà cittadine, dove da vent’anni vengono costruite abitazioni improprie, e dove mancano acqua, una rete fognaria e l’elettricità, devono essere estirpate in quanto rappresentano un disagio per coloro che vivono nei distretti urbani del comune”.
Almeno metà della baraccopoli di Craica venne di conseguenza demolita, e un numero non precisato di famiglie venne letteralmente deportato in Strada Electrolizei, costretto nei kombinat. Solo quando l’amministrazione venne aspramente criticata dalle organizzazioni umanitarie Cherecheș iniziò a parlare di veri piani di integrazione, che rimasero però solo sulla carta.
Non molto tempo dopo, infatti, il sindaco diede l’ordine di recintare la zona dei kombinat con uno spesso muro di cemento alto circa due metri. La giustificazione addotta risiede nell’ampia definizione di “sicurezza cittadina”: “Il muro di Horea-Electrolizei è stato costruito per limitare i numerosi incidenti occorsi in zona”, dichiarò il primo cittadino. “Molti bambini rom, giocando fra i palazzi, correvano il rischio di finire in strada e venire investiti dalle auto. Alcuni di loro, inoltre, si divertivano a lanciare sassi contro gli automobilisti. Grazie a questo muro siamo tutti più sicuri”. Non vi ricorda qualcuno?
Ma la versione secondo cui il muro avrebbe dovuto salvaguardare i bambini rom dai pericoli della strada non convinse una buona parte dell’opinione pubblica, la quale invece parlò di vero e proprio “muro di segregazione”.
Come raccontato in “Il muro di Baia Mare”, un mini reportage del 2011 a cura di Gabriele Pieroni, muro o non muro, è un’altra la barriera da abbattere fra i kombinat: “La ghettizzazione non è frutto del muro. È semmai l’opera di anni di politiche sociali sbagliate, che portano i rom a vivere tutti assieme in quartieri dove la loro presenza è maggioritaria (…). Il muro è una prigione che fa comodo un po’ a tutti. Gli zingari non vedono ciò che succede fuori, è vero. Ma da fuori, nessuno può vedere quello fanno dentro”.
Il Muro di Baia Mare diventa quindi un simbolo pesante di una situazione cancrenizzatasi nel più ampio contesto del cambiamento sistemico romeno: come reazione alla pressione di forze strutturali, le fasce sociali impoverite si ritrovano a fare i conti con condizioni socio-economiche sempre più marginalizzanti e speculari ad una nuova conformazione sociale, urbana, esistenziale. Le nuove politiche abitative diventano una delle maggiori cause nella creazione di marginalità geograficamente isolate, socialmente segregate e culturalmente stigmatizzate. Dal punto di vista delle fasce più colpite, tra le quali spiccano le minoranze etniche, il corrotto e distorto mercato immobiliare sostenuto dalle nuove politiche statali ha generato un processo tutt’altro che democratico, privando le fasce più deboli della possibilità di agire come cittadini.
Le dinamiche che affliggono Baia Mare e le sue comunità etniche sono solo una piccola parte di quello che è la nuova Romania nel contesto comunitario. Queste dinamiche hanno assunto caratteristiche particolarmente preoccupanti in tutte quelle aree post-industriali dove i cambiamenti hanno lasciato intere fasce sociali a fare i conti con deprivazioni e politiche pubbliche discriminatorie.
È la stazione ferroviaria di Baia Mare il luogo in cui le zone d’ombra iniziano ad emergere pesantemente.
Li chiamano “i ragazzi della stazione”. Randagi di strada strafatti di colla che per sopravvivere svendono il loro corpo e aspettano qualche pasto caldo fornito dal furgoncino dell’associazione Volontari Somaschi. Sono moltissimi: rom, moldavi, ma anche ungheresi. Attendono l’arrivo del treno per poi rincorrere qualche viaggiatore con la speranza di racimolare qualche spicciolo per la colla.
La colla è una ferita che qui ha le dimensioni di una piaga sociale. Solventi per scarpe del costo di 2 Lei inalati in modo sistematico fino al collasso cerebrale. La colla fa passare la fame, fa passare il freddo, fa passare le giornate. È un porto sicuro, un migliore amico con cui condividere le proprie paure.
Qui ad occuparsi di questi ragazzi è la Fondazione Somaschi fondata da Padre Albano, senza la quale a Baia Mare sarebbe difficile parlare di assistenza sociale. Oltre a fornire una forma primaria di sussistenza, l’Associazione, attiva da ormai undici anni sul territorio, si occupa dell’organizzazione di una vasta gamma di attività volte all’inclusione sociale dei gruppi svantaggiati, che spesso e volentieri coincidono con le minoranze etniche presenti in Romania. Saranno proprio Padre Albano e Bogdan Ilutiu, presidente dell’associazione, a spiegarci come ogni giorno si combattono ad armi impari la ghettizzazione, il razzismo, la paura.
Li incontriamo in una sala della biblioteca comunale di Baia Mare. Un po’ ne resto sorpreso, mi ero immaginato di vederli nel loro ambiente “naturale”, e magari di poter avere anche qualche contatto con i ragazzi. Ma dice giustamente Eugenio che rischierebbero di vederci come i turisti in cerca di emozioni forti che vanno a vedere le “favelas” come se fossero allo zoo.
Dopo la caduta del regime il cambio di sistema economico e l’inizio delle privatizzazioni innescarono un processo terrificante, a cui nessuno era preparato. Baia Mare era un centro monoindustriale dedito all’estrazione mineraria, e una grossa fetta della popolazione era impiegata o in questa industria, o in quella tessile. Migliaia di persone persero il lavoro. In tantissimi emigrarono in cerca di fortuna, e ben presto gli ex centri monoindustriali come questo diventarono città fantasma. La deprivazione e i continui tagli ai servizi pubblici peggiorarono infine la già difficile situazione tra la parte della popolazione maggioritaria e quella minoritaria.
Quelli più colpiti furono sicuramente i rom. Prima il regime garantiva loro la possibilità di lavorare nelle fabbriche, per effetto della politica definita di “sedentarizzazione”, più o meno forzata. Era una sorta di compromesso, tutto sommato. In cambio della perdita di un pezzo della loro identità culturale, avevano comunque un posto di lavoro sicuro e un’esistenza dignitosa.
Ma ora la situazione rende impossibile ogni tentativo di inserimento. Manca il lavoro, mancano le forme d’assistenza e i programmi di scolarizzazione. Qui il capitalismo ha creato differenze sociali enormi, lasciando indifese grosse fette di popolazione e marginalizzando i gruppi minoritari.
Padre Albano non è decisamente il genere di missionario che ci si aspetta, fin dal look: si presenta tranquillamente in bermuda e t-shirt, nessun segno che lo identifichi come sacerdote; non parla lentamente e a bassa voce, alternando sospiri e pacate parole di pace. È un incontenibile istrione, che è quasi impossibile fermare; cerca abbastanza costantemente la frase ad effetto, e per dare maggiore enfasi non disdegna qualche parolaccia, ma sempre a fin di bene. Lo fa per coinvolgere, non vuole che nessuno possa restare indifferente di fronte alle sue parole, alla realtà che racconta e che vive. Ci mette anche la sua fisicità, che ben si accorda con il suo piglio deciso ed energico.
Sappiamo che la sua ultima trovata è stata quella di imbastire un import-export di legname tra la Romania e l’Italia per finanziare un mercatino di vestiti usati e di beni di prima necessità a prezzi stracciati. Con il suo furgone e l’aiuto dei volontari, preleva i ragazzi dalla strada e li porta su, sui monti, a far legna. In questo modo è riuscito a creare un canale alternativo per immettere i ragazzi in un mondo diverso, per dar loro una possibilità.

Padre Albano ci accoglie con una serie di considerazioni tra il serio e il faceto sulla politica italiana e sul giornalismo italiano, che in parte condivido anche ma che preferisco non riportare qui perché rischierei la querela, o la farei rischiare a lui… ma evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere con qualcuno su quello che sta succedendo nel nostro amato Bel Paese e avere un gruppo di italiani non gli sembrava vero.
Venendo però a quello che fa qui, parte da una frase di Gandhi che lo ha sempre entusiasmato: Spesso sentirete i potenti della terra, anche quelli religiosi, che parlano dei poveri, ma quasi nessuno si ferma mai a parlare CON i poveri.
Facendo un po’ di numeri, descrive così la situazione di Baia Mare: Su 100.000 persone ci sono 10.000 miserabili, più poveri dei poveri, in situazioni veramente critiche, e 20.000 “semplicemente” poveri. Gli altri con 3 stipendi sopravvivono, e poi ci sono pochi ricchissimi. Numeri abbastanza impressionanti.
Grazie al lavoro di Bogdan, Albano e tutta la Fundaţia, numerosi bambini di Pirita e Craica sono riusciti ad accedere all’istruzione prescolare e primaria. Un’eventualità che, senza un appoggio esterno, sarebbe stata sicuramente poco probabile e che li ha salvati da un destino di analfabetismo e di sfruttamento, in tutti i sensi. Dice Padre Albano che esiste anche un mercato, che i bambini vengono a volte comprati, anche da stranieri, e in particolare italiani (in questo settore non manchiamo mai di distinguerci), per farne oggetti di sfruttamento sessuale.
E poi c’è la scuola dei mestieri, che è un altro suo grande sogno che sta per realizzarsi. Oltre ai ragazzi che porta a far legna, ora c’è un nuovo contratto con la Natuzzi, che ha uno stabilimento qui e che metterà a disposizione uno spazio per un gruppo di ragazzi che costruiranno bancali di legno per l’azienda. Poi una Onlus ha dato 100.000 euro per realizzare dei laboratori e una casa che verrà chiamata “La casetta nella prateria”, per i bambini abbandonati.
C’è molto volontariato, ad esempio signore che vengono a cucinare per i bambini. Si è creato un clima di fiducia che favorisce anche la lotta all’abbandono scolastico perché i genitori, che erano i primi a non credere nella scuola, ora accompagnano i figli a scuola. Anche le istituzioni scolastiche locali faticavano a capire che l’abbandono era anche figlio del disagio sociale, che famiglie che non avevano di che mangiare o di che scaldarsi durante i rigidissimi inverni difficilmente potevano mandare i figli a scuola. E pur di non perdere i contributi europei venivano falsificati i registri segnando come presenti anche i bambini che non andavano a scuola. Ma ora alcuni insegnanti sono venuti a vedere la scuola di Padre Albano e stanno cominciando a capire.
Se la prende anche con la Chiesa, sia quella di qui che quella italiana, e non è difficile capire perché, come non è difficile immaginare come e perché sia stato messo ai margini in Italia e abbia deciso di venire qui. È un prete di strada che può ricordare Don Gallo o Don Ciotti, sicuramente un prete scomodo, uno che però fa quello che forse dovrebbero fare tutti i preti, se prendessero sul serio quella che dovrebbe essere la loro missione. In Romania c’è un detto: “Segui quel che il prete dice, non quel che fa”. Ecco, per lui è proprio il contrario. Quello che fa lo definisce come e più di quello che dice.
Anche parecchi giovani italiani, soprattutto d’estate, vengono a fare i volontari. E così lui invita anche noi, invita per esempio le signore del gruppo che vogliono a venire qui e a cucinare per 200 bambini.
Elena chiede di Parada, la fondazione del clown franco-algerino Miloud che lavorava con i bambini di strada che sniffavano colla nelle fogne di Bucarest. Lui dice che Parada non c’è più perché Miloud, purtroppo, è andato fuori di testa. Ma a Bucarest c’è il Don Orione.
Ci parla poi con commozione di un ragazzo di 14 anni morto pochi giorni fa, e del suo funerale.
Ci dedica anche più tempo del previsto, perché la voglia di parlare dei suoi progetti è tanta. Ma alla fine lo dobbiamo proprio salutare, anche se è un saluto che si prolunga in un’altra mezz’ora almeno di piacevoli chiacchiere. Dobbiamo partire verso il villaggio dove dormiremo questa sera.

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Padre Albano

Restando sull’argomento rom, Eugenio ci aveva letto per preparare questo incontro con Padre Albano alcuni stralci del libro “I rom d’Europa” di Leonardo Piasere, che racconta la storia di questo popolo di cui si parla tanto spesso senza saperne quasi niente. Sarà banale dirlo, ma per giudicare bisognerebbe prima conoscere, anche se questo concetto non è più in voga da parecchio ormai, anzi va sempre peggio in questo senso. Siccome però io sono ancora affezionato, forse stupidamente, a quest’idea, vorrei riportare anche qui un estratto, come piccolo contributo di conoscenza.

 

Le tracce della presenza rom nelle terre bizantine prima del Trecento sono sporadiche e non sempre chiare. Alcuni documenti del Trecento e del Quattrocento, più dettagliati, ne attestano la presenza in terre greche, dove già convivono con le popolazioni locali in situazioni che prefigurano quelle che nell’era moderna caratterizzeranno le loro esistenze anche in altre parti d’Europa.
Viene chiamato modello balcanico quello che vede l’inserimento dei rom nelle strutture socio-economiche locali attraverso il sistema tributario e/o lo sfruttamento coatto della loro forza lavoro, che si ritrova molto sviluppato nei Balcani ottomani.
La situazione dei rom sotto gli ottomani, pur non essendo ancora stata studiata a fondo, non è sconosciuta e si può dire per certo che essa era completamente diversa da quella che si ritrovava in Occidente. Gli ottomani non hanno mai bandito i rom dai loro territori.
La popolazione rom era divisa in unità fiscali (ğemaat), composte di unità minori (mahala, quartiere) ciascuna affidata a un capo, responsabile verso il governo. Un ğemaat poteva essere costituito da una banda nomade (ghezende). I rom svolgevano molteplici attività, spesso legate all’artigianato: calderai, fabbri ferrai, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri ecc. Erano pure boia e impagliatori di teste (dei nemici decapitati in battaglia, fatte portare a Istanbul), lavoro immondo a cui erano costretti e che i non rom rifiutavano. Dal 1800, in Bulgaria e altrove, aumenta la tendenza dei rom a insediarsi nelle campagne e a diventare contadini. Come è noto, la schiavitù era molto praticata nell’Impero ottomano, ma in generale i rom non erano schiavi; essi potevano essere resi in schiavitù se non pagavano il tributo annuale (harağ), ma per il resto sono entrati a pieno titolo nel gioco delle multiformi identità del cosmopolitismo balcanico, con le sue accettazioni e i suoi odi, i suoi conflitti, i suoi stereotipi. Anche se i rom costituivano gli ultimi gradini della stratificazione sociale ed erano spesso mal considerati e mal trattati, non hanno mai subito le politiche di negazione totale messe in atto in Occidente.

Ben diversa era la situazione in Valacchia e in Moldavia. È in questi due principati cristiani, per secoli vassalli degli ottomani, che dal Trecento all’Ottocento si costruisce il più grande, sistematico, controllato sistema schiavistico dell’Europa moderna.
Il principe Dan I, nel 1385, conferma al monastero di Tismana la donazione di quaranta famiglie di atsigani, già appartenute al monastero di Vodiţa. La donazione era stata fatta dal principe Vladislav I fra il 1371 e il 1377. Questo è il primo documento che attesta la presenza zingara nell’attuale Romania e parla già di zingari schiavi. A partire da questa data la documentazione diventa imponente, anche se resta largamente inesplorata: è uno dei più grandi silenzi costruiti dagli storici moderni.
La Valacchia e la Moldavia, incerti stati sorti dalle brume del collasso bizantino, delle continue invasioni tartare, delle mire espansionistiche di tutti i vicini, di un legame che si mantiene stretto con la Chiesa greca, tra il XV e il XVI secolo cercano di parare la travolgente avanzata ottomana dandosi in vassallaggio all’Impero ottomano stesso. Il vassallaggio comporta il mantenimento di una certa autonomia amministrativa, che si fa risicata in certi periodi, ma che permette la non islamizzazione dei due principati.
La struttura sociale era di tipo piramidale e contemplava, al di sotto dell’Impero e del voivoda, i boiari e il clero; seguiva una piccola classe di mercanti composta soprattutto da ebrei e greci, e poi vi era la grande massa dei contadini. I contadini potevano appartenere a villaggi liberi o a villaggi asserviti (asserviti a uno o più boiari o a enti ecclesiastici, specie monasteri). Al di sotto c’erano gli schiavi (robi) e, tranne che per un breve periodo, fino agli inizi del Quattrocento, in cui ci sono anche dei tartari, gli schiavi potevano essere solo zingari, tanto che i due termini robi e ţigani diventano alla lunga sinonimi.
Uno zingaro, appena metteva piede in uno dei due principati, era automaticamente uno schiavo del principe. Gli zingari del principe dipendevano formalmente dal tesoriere di corte, che doveva tenerne la “contabilità”: redigeva registri in cui essi erano suddivisi per gruppi occupazionali (tagme) e ogni gruppo per ceate, gruppi sedentari o bande nomadi che giravano per il territorio svolgendo il proprio lavoro, con l’impegno di versare una volta l’anno o a rate il bir (tributo) stabilito. Queste bande erano guidate da un “capo” o “giudice” (vătaf), responsabile di tutto il gruppo verso il principe. Insomma (questa è una nota mia), l’idea del censimento dei rom non è poi del tutto nuova…
In base al nome dei gruppi occupazionali, che poteva indicare il mestiere principale più che la reale gamma dei mestieri praticati, essi erano divisi in aurari (cercatori d’oro), ursari (addestratori di orsi e altri animali), lingurari (fabbricanti di utensileria in legno), lăieşi (calderai, fabbri, esercitanti mestieri vari).
Anche i boiari e i monasteri potevano avere i loro lăieşi, che svolgevano i lavori per loro e per il resto giravano per la regione, ma per lo più possedevano gli schiavi detti “di casa”, i quali a loro volta potevano essere divisi in schiavi “di corte” e schiavi “di campo”.
Gli “zingari di corte” svolgevano tutti i lavori necessari in una casa nobiliare che tendeva a essere il più autosufficiente possibile. Erano fabbri, ciabattini, macellai, cuochi, domestici, giardinieri, bovari, guardie del corpo, guardiani, falegnami, carpentieri, muratori, fabbricanti di mattoni, sarti, musicisti ecc. Da notare che i rom venivano venduti insieme ai loro familiari, e le donne e i bambini concorrevano all’espletamento dei lavori della casa signorile o del monastero.
Un monastero o un boiaro poteva aumentare il proprio numero di schiavi in diversi modi. Prima di tutto attraverso la normale crescita demografica, per cui i matrimoni tra schiavi (e tra schiavi e non schiavi) erano strettamente controllati con varie interdizioni e c’era tutta una normativa che stabiliva la proprietà dei figli. Poi, oltre che ricevuti in donazione, gli zingari potevano essere comprati (anche in parte), scambiati, ricevuti in eredità, portati in dote. Si conoscono casi di boiari che fanno incursioni fuori dal principato (nell’allora vicina Polonia, in Sassonia) per razziare zingari e portarseli a casa.
Gli zingari erano abbastanza cari, equiparati agli animali più cari in assoluto, i cavalli. Erano un capitale di valore.
Anche se non risulta che ci siano mai state violente ribellioni di massa alla Spartacus, piccole ribellioni localizzate sembra siano spesso avvenute, specie contro i propri capi. Ma le modalità di ribellione più consuete erano altre: i rom non si presentavano al lavoro e si nascondevano, oppure si davano alla fuga.
I proprietari non avevano diritto di morte sui propri schiavi, eccetto il principe, ma la repressione poteva essere comunque durissima. Tra le sevizie più comuni c’erano la bastonatura delle piante dei piedi, e un collare a raggi appuntiti che non permetteva di appoggiare mai la testa. Anche l’imprigionamento e la messa ai ceppi nei monasteri erano comuni.
Possiamo suddividere l’era della schiavitù in tre periodi:

  • Il periodo consuetudinario (fino al 1780 circa), nel quale la schiavitù si consolida e viene retta da norme non scritte.
  • Il periodo normativo (un cinquantennio tra il 1780 e il 1832 circa), quando la schiavitù raggiunge il suo massimo e i governanti sentono il bisogno di codificarla precisamente.
  • Il periodo abolizionista (grosso modo tra il 1827 e il 1856), caratterizzato dalla campagna interna, prima condotta in sordina, poi sempre più impetuosa, contro la schiavitù zingara, che sarà definitivamente abolita nel 1855 in Moldavia e nel 1856 in Valacchia.

E in Transilvania? Posta al di là dei Carpazi, la Transilvania aveva subito influenze storiche e culturali diverse nel corso dei secoli, e anche la storia dei rom in questo paese è in parte diversa. Anche qui i primi documenti del basso Medioevo parlano di zingari schiavi, ma pare che la schiavitù non si sia poi sviluppata come altrove. Sta di fatto che, per alcuni secoli, i rom hanno goduto in Transilvania di un’autonomia altrove sconosciuta.
Da quando la regione cadde sotto gli ottomani fu istituito un “voivodato degli zingari”, dato in assegnazione a nobili transilvani i quali dovevano controllare tutti gli affari concernenti gli zingari, in primo luogo il versamento delle tasse.
Pare evidente che, tra il 1700 e il 1780, già sotto gli Asburgo, si facciano forti le spinte verso un consolidamento delle forme esistenti di schiavitù. Un esempio è questa pagina tratta dal diario di un nobile transilvano del Settecento:
“In questi giorni sono fuggiti tre schiavi zingari e sono stati catturati dal magnifico servitore Fara Janos. Uno, di nome Chutschdy Peter, è già la seconda volta che fugge. Su suggerimento della mia amata moglie, l’ho fatto battere a sangue nelle piante dei piedi e poi gli ho fatto tenere i piedi immersi in acqua e soda caustica. Dopo di che, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, l’ho fatto cuocere e gliel’ho fatto mangiare. Agli altri due zingari, di nome Rütyös Ferki e Tschingely Andris, ho fatto dare cinquanta bastonate e li ho costretti a mangiare due carriole di letame”.
La schiavitù e la servitù della gleba sono abolite ufficialmente con le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II alla fine del Settecento, ma di fatto solo nel 1848.

 

Avendo sentito tutto questo, si capisce meglio perché qui in Romania la marginalizzazione e la stigmatizzazione sociale del popolo rom sono così forti, forse più che in ogni altra parte d’Europa. Questo clima affonda le sue radici molto lontano, nel passato. Del resto, una delle leggende sui rom dice che furono loro a forgiare i chiodi per la crocifissione di Gesù, e quindi furono condannati da Dio a vagare per il mondo per l’eternità. Ma si capisce meglio anche perché dall’altra parte, da parte dei rom, ci sia tanta diffidenza e a volte ostilità nei confronti dei gagé, dei non rom. Queste cose restano, nella memoria storica di un popolo, ed è molto difficile cancellarle.
Eppure, scriveva Konrad Bercovici che “La Romania senza zingari è inconcepibile, come l’arcobaleno senza colori o la foresta senza uccelli”.
Mentre l’inglese Henry Crofton diceva: “Gli zingari sono i beduini delle nostre terre e dei nostri boschi, non sono reietti della società, si mantengono volontariamente lontani dalla sua organizzazione oppressiva, e rifiutano di accettare i vincoli che essa impone. La monotonia e le costrizioni della vita civile, la ripetitività del lavoro e del commercio, i cieli plumbei, gli spazi chiusi, la mancanza di vivacità e bellezza naturale – queste condizioni di esistenza sono per loro insopportabili.”
Questa visione romantica del popolo rom – ma si possono chiamare anche zingari, in fondo, tutto dipende dal tono; in italiano il termine suona dispregiativo, è vero, ma spesso anche tra di loro si chiamano così, in modo più o meno scherzoso – questa visione è ovviamente quella che abbraccia anche William Blacker nel suo libro. Quando parla delle infedeltà della sua prima “fiamma” zingara, Natalia, cita il poemetto di Puškin “Gli zingari”, dove un vecchio, a proposito della zingara Zemfira, dice: “Non esser triste… tu ti preoccupi senza ragione. Tu ami con angoscia e furore. Una donna ama a cuor leggero. Guarda come la luna vaga libera in cielo e getta la stessa luce sul mondo intero… Chi vorrebbe indicarle un posto nel firmamento e dirle di restarci?”.
Ora, è proprio verso il Maramureş profondo raccontato da William Blacker che ci dirigiamo. E riempiendoci gli occhi dei primi panorami autenticamente maramureşeni raggiungiamo Vadu Izei, dove passeremo questa notte.
Questo è un villaggio così piccolo che è anche difficile trovare una pensione abbastanza grande per ospitarci tutti. E così dobbiamo dividerci in due gruppi. Eughenio ci annuncia che, nello scegliere chi doveva andare nella pensione “principale”, diciamo così, la prima che aveva scelto, e chi no, ha seguito il criterio più equo possibile: il classico “chi tardi arriva, male alloggia”. Nel senso che chi ha prenotato il viaggio prima ha il posto in teoria “migliore”, forse solo più comodo. Comunque io, che per ragioni personali ho potuto confermare il viaggio relativamente tardi rispetto ad altri, mi ritrovo nel gruppo detto dei “poveri” o degli “emarginati” (ci abbiamo giocato parecchio, su questa cosa… così, per ridere) con Irma e con Angela, Anna e Lucia, ovvero le tre signore di Sant’Arcangelo di Romagna. Bene, penso, sarà l’occasione per conoscerle un po’ meglio. E, ve lo dico subito, scopriremo che in questo caso “male alloggia” è veramente solo un modo di dire.
Si capisce fin da subito, in realtà. La nostra pensione, gestita dalla simpatica Ramona, è bella e accogliente. Tutta in legno, ovviamente. Molto curata, poche stanze tutte sullo stesso pianerottolo, arredate in modo semplice ma con gusto, i balconcini pieni di fiori. Ti dà quel senso di calore che ti fa sentire subito a casa. E il posto è magnifico, su questo non c’è dubbio. Lo sguardo spazia sulle colline boscose circostanti, una distesa di verde a perdita d’occhio con qualche casetta di legno qua e là. Un paesaggio che dà una sensazione di pace.

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Ramona parla un discreto inglese, ma conosce anche qualche parola di italiano, che si sforza di provare a usare per metterci a nostro agio. Ci presenta suo figlio Vladuţ (si pronuncia Vladuz, è un diminutivo-vezzeggiativo di Vlad o Vladislav), un ragazzino di circa dieci anni.
Abbiamo giusto un’oretta per fare una doccia e rilassarci un attimo, poi dobbiamo muoverci per andare a cena all’altra pensione, quella dei “privilegiati”, che si chiama Doina. Dobbiamo fare due o forse tre chilometri di strada, sulla distanza esatta ci sono pareri discordanti, ma comunque non ci spaventa e, di comune accordo con le altre “emarginate”, abbiamo deciso di farceli a piedi piuttosto che in pullmino. Così Miki può rispettare le sue ore di riposo e noi ci facciamo una passeggiata, che sarà sicuramente piacevole. Ramona ci ha spiegato come arrivare, e del resto non è particolarmente difficile: di fatto tutto il villaggio si sviluppa ai lati di un’unica strada sterrata.
Ed è davvero piacevole, camminiamo tra alberi di noci e di nocciole, con un torrentello che scorre al lato della strada, qualche croce, una chiesa bianca e tante case di legno nello stile dei villaggi del Maramureş che stiamo imparando a conoscere. Intanto ci stiamo conoscendo un po’ meglio anche tra noi. Scopro per esempio che Lucia, o forse dovrei dire Lucie, è cresciuta in Francia, vicino a Grenoble, perché il papà era emigrato da quelle parti per lavoro, è un’attrice di teatro e cantante, e ha tante storie interessantissime da raccontare.
La cosa che più si nota, e che forse più caratterizza questi villaggi, sono i cancelli. Praticamente tutte le case hanno un cancello con un portale in legno intagliato, che oggi indica la condizione sociale e la ricchezza degli abitanti della casa, ma in origine serviva, secondo la credenza popolare, per tenere lontani gli spiriti maligni. Nel Maramureş spesso la religione ortodossa si impasta con antichissime credenze precristiane. I cancelli rappresentavano la barriera simbolica tra la sicurezza della casa ed il mondo esterno sconosciuto (immaginate le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa), e la gente poneva denaro, incenso ed acqua santa sotto di essi per assicurarsi una maggiore protezione contro le forze del male. Tra le figure scolpite l’albero della vita, il serpente (guardiano contro gli spiriti maligni), uccelli (simboli dell’anima umana) o un volto (sempre per proteggersi dagli spiriti). Nelle decorazioni ricorrono anche corde o catene, che rappresentano i legami con il passato e tra le generazioni, ognuna delle quali è un anello della catena. Anche la recinzione è fatta quasi sempre di legno intrecciato.
Nel Maramureş si dice che un cancello di ferro va bene per un cimitero, non per la casa di un uomo. Per una casa ci vuole il legno perché il legno è vivo, il legno respira, il legno avvolge in un abbraccio caldo e protettivo, e questo vale anche per il portone.
Da uno di questi cancelli ci viene incontro Maria, che ha sentito parlare italiano e ci vuole dare il benvenuto. Lei che per cinque anni e mezzo ha fatto la badante in Italia, e che ci vorrebbe tornare, perché è il paese dove si è trovata meglio (probabilmente ha lavorato anche in altri paesi), ma ora deve stare qui per curare i nipotini. La figlia è a Treviso, il figlio è anche lui via per lavoro; qui c’è la nuora, che tiene per mano Iulia Maria, di tre anni, e in braccio la piccola di due mesi.
Parla bene l’italiano, Maria. Ha vissuto a Ispra, sul lago maggiore, e a Varese, ovviamente conosce anche Milano. Ricorda con tenerezza le anziane signore che ha accudito.
Iulia Maria ci invita a entrare tirando dolcemente per il braccio una delle signore, ma purtroppo le dobbiamo spiegare che ci piacerebbe, ma ci aspettano per cena alla pensione.

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Anche questa pensione, bisogna ammetterlo, è carina, ha uno splendido giardino e anche dentro non è affatto male. Però a noi la nostra pensione dei poveri piace, ci va bene così.
In tavola troviamo una brocca con qualcosa che all’inizio ci sembra succo di mirtillo, ma la cosa sarebbe sospetta… e in effetti basta un po’ di naso e un sorso per capire che è ţuica al mirtillo! Che è leggera e per l’aperitivo va benissimo.
La cena prevede come sempre una zuppa, poi maiale con patate e peperoni in abbondanza. Il dolce è una specie di bombolone che dopo cotanto pasto non ci starebbe, ma come si fa a mandarlo indietro? Non ho cuore di farlo. E poi, grazie ad un’altra grappa decisamente più forte che deve essere horinca, va giù abbastanza tranquillamente anche lui.
Senza dimenticare che, prima di andare a dormire, abbiamo da fare la passeggiata per tornare da Ramona, che ha anche un ottimo effetto digestivo.

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(Continua…)

Al di là delle montagne – 3

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

Mercoledì 13 giugno 2018: Terzo giorno – Ancora chiese di diverse confessioni, antichi tappeti e moderni mosaici

Partiamo verso le 9 in direzione Cluj. Il viaggio dovrebbe durare intorno alle quattro ore, ma sarà anche oggi a tappe, quindi saranno quattro ore al netto delle pause.
La prima tappa è la cittadina di Mediaş. Poco prima di raggiungerla, passiamo da un villaggio abitato in prevalenza da rom, che per la maggior parte per vivere lavorano il rame. È uno dei classici mestieri tradizionali dei rom, non solo qui. Gli usi del rame sono ovviamente molteplici; per esempio da queste parti, visto che molti hanno delle piccole distillerie per farsi la grappa in casa, c’è un gran bisogno di alambicchi. Ed ecco che l’offerta viene incontro alla domanda. In tutta la Romania, l’abbiamo già imparato lo scorso anno, c’è una grande tradizione del bere grappa, come del resto in tutti i Balcani. È veramente un rito di socialità che ha radici profonde. Sono in genere distillati di frutta, soprattutto di prugna ma anche di mele, pere, albicocche o mele cotogne. La principale variante, al di là del gusto, riguarda il processo di distillazione. Se la grappa è distillata una sola volta si chiama ţuica, se è distillata due volte, quindi più forte, viene di solito chiamata palinca.
Le case dei rom, in questo villaggio ma un po’ dappertutto in Transilvania, sono ovviamente autocostruite, di solito in mattoni, con un gusto marcatamente kitsch che tende al neoclassico. Spesso non sono finite. Una addirittura ha dentro un’altalena… e comunque sì, qui i rom vivono nelle case, non nei campi. Non sono nomadi. Questo è, in gran parte, il risultato di un’operazione di “sedentarizzazione” messa in atto dal regime comunista. Ma qui il discorso sarebbe lungo, lo riprenderemo più avanti.

A Mediaş si può ammirare una torre pendente consolidata 80 anni prima di quella di Pisa. È quella della chiesa fortificata di S. Margherita, che è la fusione di 3 chiese di epoche diverse, l’ultima del 1488 in stile gotico. La chiesa è passata nei secoli attraverso varie modifiche. Nel 1551 furono aggiunte quattro torri piccole, poi rinnovate nel 1783, quando fu cambiata anche la struttura del tetto. Secoli fa la torre più alta era fondamentale come posto di avvistamento, e altrettanto fondamentale era il ruolo del trombettiere che suonava l’allarme se vedeva un pericolo in avvicinamento.
Sulle pareti della chiesa, che ora è una chiesa protestante, restano visibili alcuni rimasugli di affreschi del XIV e XV secolo; ma soprattutto è strapiena di tappeti anatolici, come quella di Biertan ma in numero decisamente maggiore. Alcuni risalgono al XVI secolo. Il più antico e prezioso, con un motivo che rappresenta degli scorpioni, vale 2 milioni di euro.
L’altare gotico del 1480 risale anch’esso, naturalmente, a quando era una chiesa cattolica e rappresenta la Passione. È opera della scuola viennese; se ci fossero dubbi in merito, la prova evidente è che il panorama di Gerusalemme rappresentato sotto Gesù crocifisso è in realtà quello di Vienna. Ora però, nella navata destra ai piedi dell’altare, si è aggiunta una statua di Martin Lutero.
In questa piccola città, ci racconta la nostra guida che è un anziano signore molto tedesco nell’aspetto e nei modi, convivono dodici confessioni religiose diverse. Mediaş ora ha 40.000 abitanti, ma solo 30 anni fa erano 80.000. È un esempio di come la regione si stia spopolando. Horia ci dice che ormai la chiesa si riempie solo quando si celebra il Natale: allora addirittura a volte i posti non bastano, perché è un evento così importante che per l’occasione non ci sono solo sassoni, ma anche rumeni, ungheresi, rom; e non mancano i politici locali.

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Ripartiamo verso Blaj. Lungo la strada sono evidenti le tracce lasciate da una fabbrica di nerofumo (un pigmento nero derivato dal petrolio, utilizzato soprattutto nell’industria della gomma ma anche negli inchiostri): nonostante la fabbrica abbia chiuso nel 1993, ancora oggi i tetti sono anneriti per chilometri, ma purtroppo non è solo questo. Horia ci racconta che in questa zona non si contano i casi di malattie respiratorie. Il nerofumo è una sostanza classificata come probabile cancerogeno dalla IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro, e per decenni qui è stato prodotto senza nessuna misura di contenimento dell’impatto ambientale. Quando la fabbrica era in funzione, anche gli alberi erano neri, e perfino le pecore avevano la lana grigia.
A Blaj ci aspetta un’altra chiesa, questa volta greco-cattolica. La Chiesa greco-cattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino e di lingua liturgica rumena, presente in Romania (specialmente in Transilvania) e in altri paesi del mondo.
Quando nel 1683, dopo oltre 150 anni di sovranità turca, gli Asburgo riconquistarono non solo l’intera Ungheria ma anche il principato semi-indipendente di Transilvania, cominciarono a imporre gradualmente la propria autorità appoggiandosi alla Chiesa cattolica. Sotto la pressione asburgica, molte chiese protestanti passarono al culto cattolico mentre gli ortodossi, già provati dalla secolare lotta con il calvinismo dell’Ungheria dei nobili, salvarono la propria religione tradizionale grazie alla cosiddetta “Unione con Roma”.
Preparata ad Alba Iulia nel sinodo del 1697 e decisa ufficialmente in quello del 7 ottobre 1698, l’unione con Roma vide l’accordo di tutto il clero ortodosso della Transilvania e degli altri territori più occidentali abitati dai rumeni (il Banato, la Crișana, il Sătmar e il Maramureș). Venivano riconosciuti formalmente il primato di Roma e alcuni punti chiave della dottrina cattolica (il Filioque, il pane azzimo per l’Eucaristia e l’esistenza del Purgatorio) pur senza rinunciare alla liturgia e alle tradizioni orientali.
Moltissimi sacerdoti ortodossi e i loro fedeli si convertirono, anche se per la maggior parte di questi non era del tutto chiara la differenza tra le due denominazioni dal momento che esteriormente nulla era mutato.
A Blaj, uno dei maggiori centri del cattolicesimo nell’Europa orientale, sorsero le prime scuole in cui il rumeno veniva insegnato utilizzando l’alfabeto latino e non più quello cirillico. Insieme ad esse, si diffusero anche i testi degli studiosi, scrittori e teologi greco-cattolici della cosiddetta Scuola Ardeleana, il movimento culturale e patriottico che svolse un importante ruolo nella riscoperta delle radici latine della nazione rumena e per lo stesso riconoscimento dell’identità rumena. Alla fine del XVIII secolo l’Impero riconobbe ufficialmente la Chiesa greco-cattolica e con essa, almeno in parte, la maggioranza rumena che fino ad allora in Transilvania era stata soltanto “tollerata”.
Durante il periodo comunista la Chiesa greco-cattolica rumena fu perseguitata per volontà di Stalin in persona, il quale già nel 1946 aveva provveduto ad annientare la Chiesa greco-cattolica ucraina, ossessionato dall’idea che le “divisioni del Papa” costituissero l’unico vero ostacolo al trionfo del sistema sovietico.
La cattedrale della Santissima Trinità di Blaj, completata nel 1748, ha una facciata con due torri e al suo interno una bella iconostasi barocca, davanti alla quale si trova una statua di S. Antonio.

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Per il pranzo, avremmo dovuto essere ospiti di una cantina gestita da alcuni membri della minoranza ungherese, ma purtroppo per qualche motivo è saltata, probabilmente per un errore dell’agenzia locale a cui ci siamo appoggiati. Quindi ripieghiamo su un locale che è una specie di autogrill, dove facciamo comunque un pranzetto sostanzioso. C’è una zuppa di verdura e carne con panna acida, poi degli spiedini.
Arriviamo a Cluj nel primo pomeriggio, passando dai quartieri periferici pieni di nuovi palazzi consacrati alla New Economy o Net Economy, fate voi, che pare ne facciano una piccola silicon valley rumena.
Terza città del Paese con 379.000 abitanti considerando l’area metropolitana, Cluj è il principale polo economico del nord-ovest e allo stesso tempo il più grande polo universitario della Transilvania e il secondo del Paese. Il nome Cluj deriva secondo alcuni dal latino Castrum Clus usato per la prima volta nel secolo XII. Il termine Clus significa chiuso e si riferisce alle colline che chiudono la città.
Ci sistemiamo velocemente nel nostro hotel, il Capitolina, e usciamo per un giro del centro città, sempre guidato da Horia anche se qui ci ricongiungiamo finalmente con Eugenio e con Donata, che ha trovato un volo per tornare a casa e partirà domani mattina presto.
La città, nelle sue architetture, ha una forte impronta magiara e non è nulla di strano se si pensa che il più grande re ungherese, Mattia Corvino, è nato qui. A dirla tutta il buon Mattia aveva origini rumene, come il nostro Horia ci fa notare con malcelata ironia mentre, davanti alla sua casa, ci racconta un po’ chi era.
Mattia Corvino, Mátyás Hunyadi, detto Mattia il giusto (Cluj-Napoca, 23 febbraio 1443 – Vienna, 6 aprile 1490), è stato re d’Ungheria dal 1458 al 1490.
Il termine Corvino gli fu attribuito da un biografo italiano, il quale affermava che la famiglia Hunyadi (sul cui stemma era ritratto un corvo) discendeva dall’antica famiglia romana dei Corvini.
Mattia apparteneva ad una casata molto ricca: era figlio di un nobile d’origine valacca (quindi rumena), nonché voivoda di Transilvania, e di una nobildonna ungherese. Alla morte del re Ladislao V, avvenuta nel 1458 forse per avvelenamento, il giovane Mattia fu eletto re d’Ungheria con l’aiuto del suo zio Mihály Szilágyi.
Nel 1464 liberò la Bosnia sconfiggendo i Turchi. Diede inizio nel 1468 alla crociata contro l’ex suocero Podebrady, che aveva lasciato la fede cattolica per quella riformista di Jan Hus, conquistando Moravia, Slesia e Lusazia nel 1469. Morto il Podebrady, continuò la guerra contro il successore Ladislao II di Boemia, che nel 1478 fu costretto a riconoscergli le conquiste firmando la pace di Olomouc, con la quale a Mattia fu riconosciuto anche il titolo di re di Boemia.
Nel 1485 guadagnò il controllo di parte dell’Austria. Tentò anche di ottenere la corona imperiale ma gli fu preferito Massimiliano d’Asburgo. Fece dell’Ungheria un potente stato, dove, con la seconda moglie Beatrice d’Aragona, introdusse la cultura rinascimentale italiana.
Mattia ebbe al proprio fianco nel conflitto con gli Ottomani Vlad III, principe della Valacchia. Sì, proprio lui, Vlad l’Impalatore aka Dracula. Benché Vlad avesse molto successo contro gli eserciti ottomani, i due sovrani cristiani entrarono in conflitto nel 1462 a causa delle crudeltà di Vlad contro i mercanti sassoni, portando Mattia ad invadere la Valacchia e ad incarcerare Vlad a Buda. Tuttavia, l’ampio sostegno che Vlad III riceveva da molti sovrani europei spinse Mattia Corvino a concedere gradualmente uno status privilegiato al suo controverso prigioniero.
Mattia, che non aveva figli legittimi, pochi anni dopo morì improvvisamente scatenando una controversia per la sua successione.
La tradizione ungherese considera Mattia il più giusto tra i vari sovrani e sono numerose le leggende e i racconti popolari che lo vedono protagonista. Questi racconti parlano dell’abitudine del re di viaggiare in incognito nel paese per parlare con il popolo, scoprendo di volta in volta le malefatte o gli inganni dei vari potenti locali. Il suo intervento più o meno diretto riusciva a ristabilire l’ordine.
Insomma, non è un caso se l’enorme statua equestre di Mattia con la scritta “Mathias Rex” campeggia nella piazza principale della città. Il progetto di questo monumento, nel 1894, vinse il Gran Premio all’Esposizione Mondiale d’Arte a Parigi. Sulla stessa piazza si affaccia la chiesa di San Michele, nata cattolica, diventata protestante e successivamente tornata cattolica.
Rispondendo agli appelli del re Stefano V d’Ungheria, coloni tedeschi cominciarono a insediarsi a Cluj dal 1270 circa. All’inizio del XIV secolo la città aveva tre nomi: in tedesco Klausenburg, in ungherese Kolozsvár, in rumeno Klus o Cluj. È a quest’epoca che iniziò la costruzione della Chiesa di San Michele, di impianto gotico.
A metà del XVI secolo, la popolazione ungherese della città si convertì all’unitarianismo (dottrina protestante che nega la Trinità) e questo causò la dispersione e l’assimilazione della popolazione tedesca nella massa ungherese.
Nel 1699, in seguito alla Pace di Carlowitz, la Transilvania entrò a far parte dell’Arciducato d’Austria preservando al tempo stesso il suo statuto di principato autonomo.
Dopo la costituzione dell’Austria-Ungheria nel 1867, Cluj e tutta la Transilvania furono annesse al Regno d’Ungheria. In termini economici e demografici, Cluj era la seconda città del Regno, seconda solo a Budapest. Durante la seconda metà del XIX secolo, la città conobbe grandi trasformazioni a livello urbanistico (le mura furono smantellate per costruire i grandi complessi architettonici attuali) e a livello politico-demografico (lo sviluppo della borghesia rumena).
Dopo essere diventata rumena nel 1918, Cluj ritornò ungherese tra l’agosto 1940 e l’agosto 1944, riprendendo il nome ungherese, Kolozsvár, poi fu occupata dai sovietici dal 1944 al 1952. Nel 1974 Nicolae Ceaușescu decise di aggiungere Napoca al nome della città, cercando di affermare la continuità della presenza rumena.
Una certa tensione nazionalista si manifestò dopo il 1990, quando Cluj fu governata per parecchi anni da un sindaco nazionalista, Gheorghe Funar. Ma attualmente la convivenza delle diverse etnie è tranquilla, e numerose famiglie sono miste e bilingui.
Tra i simboli della città contenuti nel nuovo stemma adottato nel 1999 c’è la lupa, che fa riferimento alla “latinità” del popolo rumeno.

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A breve distanza dalla chiesa di San Michele, si incontra un’altra chiesa molto più moderna (è stata finita solo qualche anno fa) ma altrettanto interessante: è la chiesa ortodossa della Trasfigurazione. Da fuori non le daresti… un Leu, anzi è quasi difficile capire che è una chiesa. Ma dentro è un tripudio di mosaici, opera di Marko Ivan Rupnik, un artista, sacerdote e teologo gesuita sloveno.
È una chiesa ortodossa, lo si capisce perché ha un’iconostasi, che nell’icona in basso a destra, come vuole la tradizione, rappresenta la “dedica” della chiesa, in questo caso alla Trasfigurazione. Però le immagini potrebbero essere quelle di una chiesa cattolica, e del resto Rupnik è cattolico. È veramente qualcosa di nuovo, che non è facile nell’arte sacra, anche per come sono fatti i mosaici.
I mosaici di Rupnik sono composti con tessere irregolari (da pochi millimetri a decine di centimetri) di materiali diversi: granito, marmi, travertino, smalto, argento, madreperla, foglie d’oro. In essi il rosso e il blu “esplodono” come segni della “divino-umanità” del Cristo, di Maria, dei suoi discepoli e di quanti si lasciano muovere dallo Spirito: questi due colori sono il fondamento dell’armonia dei colori, i due colori in cui i cristiani del primo millennio riconoscevano il divino e l’umano.

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Per cena si unisce a noi Lucian, del Convivium slow Food di Cluj, per aiutarci ad apprezzare ancora meglio la gastronomia transilvana. Il ristorante si chiama Rod e i piatti forti del menù sono due: l’alternativa è tra trota con asparagi (che è la mia scelta, avevo voglia di un po’ di pesce ed è la prima volta che ce lo propongono) e maiale Bazna con patate. La trota è più che dignitosa, ma mi hanno detto che anche il maiale era molto gustoso. Si tratta, tra l’altro, di una razza tipica di queste parti, selezionata in origine dai sassoni a fine ‘800. Bazna è proprio un villaggio sassone, dove questa razza è nata, sembra per caso, dall’incrocio tra l’antica razza locale chiamata Mangaliţa e la razza inglese Berkshire. Dato che i Mangaliţa sono piuttosto piccoli e hanno ritmi lenti di riproduzione, l’allora direttore del complesso termale di Bazna, dove soggiornavano due ingegneri inglesi, aveva strappato ai due ospiti la promessa di mandargli una coppia di grossi maiali Berkshire dall’Inghilterra. Ma durante il viaggio la scrofa morì, e così non rimase altra scelta che far accoppiare il verro con una scrofa Mangaliţa. Ne venne fuori un maiale dalla carne saporita ma piuttosto grassa, anche se recenti studi l’hanno rivalutata anche in questo senso: pare che sia ricca di colesterolo, ma di quello “buono”.
Mentre mangiamo all’aperto, sotto una tettoia, scoppia un violento acquazzone: non è certo la prima volta in questi giorni, ma abbiamo visto che per fortuna passa presto. Anche stavolta è così, basta indugiare qualche minuto e bere un bicchierino di palinca in più brindando come si usa qui: “noroc!”.

Regaliamo a Horia, che da domani non sarà più dei nostri, una bottiglia di vino. Meno male che le zie premurose ci hanno pensato, e hanno trovato il tempo di occuparsene. Lui ringrazia con un bel discorsetto, e anche noi lo ringraziamo per la sua gentilezza, la sua innata eleganza e tutti gli aneddoti curiosi e divertenti che ci ha regalato.
Dopo cena, con Eugenio, Lucian, Elena e Gabriella ci concediamo anche una birra in un pub. Naturalmente si parla soprattutto di viaggi, e anche di ViaggieMiraggi, di Bosnia e di Palestina, due paesi con una storia travagliatissima e con grandi problemi ma ai quali siamo molto affezionati. E così la serata finisce in gloria.

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 2

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

 

Martedì 12 giugno 2018: Secondo giorno – I sassoni, le chiese fortificate, le torri e la città del Principe Vlad.

Dopo colazione, Eughenio ci saluta e parte per Cluj con Donata. Ma c’è Horia (ormai il nome stiamo cominciando a impararlo) che è pronto ad accompagnarci in giro per il centro di Sibiu.
Sibiu, che oggi ha circa 150.000 abitanti, è una città che ha una forte impronta sassone. Dice una leggenda che i sassoni sarebbero i discendenti dei bambini che seguivano il pifferaio magico, e che così sarebbero arrivati qui. La realtà, sappiamo, è un po’ diversa, ma comunque siano arrivati le tracce del loro passaggio sicuramente ci sono. Horia ci racconta che quegli “occhi” nei tetti che già abbiamo notato ieri e che sembrano caratteristici delle case sassoni servivano per la ventilazione, perché quelle case probabilmente quando furono costruite erano granai. Un’altra caratteristica architettonica ricorrente e piuttosto riconoscibile sono le case con un portico davanti, dove gli artigiani si mettevano a vendere la loro merce. Oggi, però, come in tutta la Transilvania, la presenza di popolazione sassone è molto ridotta rispetto al passato.
Non si vedono invece tracce ottomane, nonostante la città sia stata parte dell’impero ottomano per un secolo e mezzo, perché i turchi lasciavano alle città della Transilvania un certo grado di autonomia, era più una sorta di protettorato che una vera dominazione con una presenza tangibile sul territorio.
Un’altra minoranza importante, ora meno che in passato, è quella ungherese. Sappiamo che tutta la Transilvania, comunque, è una di quelle regioni dei paesi limitrofi che il governo di Viktor Orban rivendica come parte di quella che è stata la Grande Ungheria e che lui, idealmente, vorrebbe ricostruire. Ci sarebbero dentro pezzi di Romania, appunto, ma anche di Serbia, Croazia e Slovacchia. Per questo il buon Viktor, detto Viktator, ha dato la possibilità a tutte le minoranze ungheresi presenti in questi paesi di prendere la cittadinanza ungherese. Naturalmente, i paesi vicini non hanno gradito troppo. Il governo della Slovacchia, ad esempio, ha detto agli ungheresi: Se volete la cittadinanza ungherese, rinunciate a quella slovacca.
La presenza di più nazionalità significa anche la convivenza di diverse religioni: i rumeni sono generalmente ortodossi, gli ungheresi cattolici e i sassoni, arrivati anch’essi da cattolici nel XII secolo, avevano poi abbracciato in massa la fede protestante dopo la Riforma, sul modello di quello che avveniva nella madrepatria. Horia ci ricorda che l’Editto di Turda del 1568, che consentiva ad ogni comunità di eleggere i suoi predicatori e di praticare la sua religione, fu il primo atto di tolleranza di questo tipo in Europa.
Sibiu si divide in due parti, la città bassa e la città alta. La città bassa è l’area compresa tra il fiume Cibin e la collina e si sviluppò attorno alle fortificazioni più antiche. Le strade sono lunghe e piuttosto larghe rispetto a quanto usuale nelle città medievali, mentre le costruzioni sono solitamente basse e coperte da ripidi tetti. Gran parte delle fortificazioni esterne sono andate perdute a causa della pianificazione urbanistica e dello sviluppo industriale della fine del XIX secolo.
La città alta, dove ci troviamo noi, è il vero e proprio centro storico di Sibiu ed è organizzata attorno a tre piazze, con una serie di vie che seguono l’andamento della collina.
La Piazza Grande (Piața Mare) è, come suggerisce il nome, la più grande della città e ha costituito fin dal XVI secolo il centro della vita cittadina. Sulla piazza si affacciano alcune tra le più importanti costruzioni della città, tra cui il Palazzo Brukenthal, un palazzo in stile barocco costruito tra il 1777 e il 1787 quale principale residenza del Governatore della Transilvania Samuel von Brukenthal, che oggi ospita la parte principale del Museo nazionale Brukenthal, e la cosiddetta “Casa Blu”, una costruzione del XVIII secolo che porta sulla facciata l’antico stemma della città.
Sul lato settentrionale, la Chiesa dei Gesuiti e la “Torre del Consiglio”, uno dei simboli della città, inizialmente una torre di fortificazione del XIV secolo più volte ricostruita, con accanto il Palazzo del Consiglio, antico luogo di riunione del consiglio cittadino, sotto al quale un passaggio unisce la Piazza Grande con la Piazza Piccola.
La Piazza Piccola (Piață Mică), collegata alla Piazza Grande da alcuni stretti passaggi, è appunto più piccola ed è caratterizzata dalla curvatura del lato nord-occidentale. In questa piazza, passando sotto un piccolo ponte metallico del 1859, giunge la Strada Ocnei che porta alla città bassa.
Horia, appoggiato alla ringhiera di questo ponte chiamato il Ponte delle Bugie, ce ne racconta divertito l’origine del nome, un po’ a metà tra storia e leggenda. Ce ne sono diverse di leggende popolari, ma quella che a lui piace di più è questa. Nelle vicinanze del ponte si trovava una scuola militare, i cui allievi in libera uscita si mettevano ovviamente in “caccia” delle ragazze più belle della città. Pur di passare una notte con loro si inventavano di tutto, si presentavano magari come ricchi proprietari e si dichiaravano pronti a sposarle, dopo di che sparivano. E le ragazze camminavano avanti e indietro sul ponte nella vana speranza di vederli passare, mentre la gente le additava e commentava “Ecco, ne hanno ingannata un’altra!”. Molti anni dopo anche Ceauşescu passò da questo ponte, ma Sibiu non gli piaceva e quindi non ci tornò più. Suo figlio, però, era il famigerato capo della Securitate di questa regione. Ancora oggi è in qualche modo il Ponte delle Bugie, perché è uso per gli innamorati venire qui a dichiararsi amore eterno, suggellando poi la promessa con l’apposizione di un lucchetto, come sul Ponte Milvio a Roma. Ne vediamo qualcuno, in effetti, ma pochi perché, dice Horia, quando diventano troppi l’amministrazione comunale li fa togliere.
Su Piazza Huet si affacciano due importanti edifici: la Cattedrale Evangelica Luterana, costruita nel XIV secolo, ed il Liceo Brukenthal, costruito nel luogo in cui esisteva una precedente scuola del XV secolo. Esistono ancora a Sibiu scuole tedesche pubbliche, dove però vanno anche rumeni che in questo modo ritengono di potersi meglio preparare, imparando il tedesco, per cercare un lavoro, in Romania o fuori.
Un’altra storia curiosa e divertente che ci racconta Horia è quella della torre della chiesa evangelica. Questa torre, nelle intenzioni, doveva essere più alta di quella della chiesa della città di Bistriţa, ma in realtà non è così. Accadde che gli emissari di Sibiu che erano andati a Bistriţa per misurare l’altezza della torre vennero accolti così… bene che si ubriacarono e al loro risveglio non si accorsero che gli avevano tagliato un pezzo della corda che avevano usato per prendere la misura.
Sibiu, per la sua importanza, ebbe nel tempo diversi sistemi di fortificazione, con diversi anelli di mura, in gran parte in mattoni. La parte sud-orientale è quella meglio conservata. Sono infatti tuttora visibili tre linee parallele di mura: la più esterna è un alto terrapieno, l’intermedia è costituita da un muro in mattoni alto 10 metri, mentre la più interna è costituita da un sistema di torri collegate anch’esse da mura in mattoni dell’altezza di 10 metri.
Il centro sembra comunque abbastanza vivo: ci sono cartelloni che pubblicizzano una lunga serie di spettacoli all’aperto per tutta l’estate, e dappertutto ci sono giochi per bambini, realizzati con gonfiabili o, in alcuni casi, con materiali riciclati. Questi ultimi, devo dire, sono anche di una certa bellezza.

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Divagando un po’ sull’attualità, Horia ci racconta anche un episodio piuttosto significativo dell’attuale clima politico: La sindaca di Bucarest che va allo stadio per festeggiare la tennista Simona Halep, fresca vincitrice del Roland Garros, e si prende bordate di fischi da chi (molti, evidentemente) ritiene che stia tentando di sfruttare un successo sportivo a fini propagandistici.
Prima di proseguire, dobbiamo fermarci a cambiare un po’ di soldi. Qui l’euro non è ancora arrivato, c’è il Leu (plurale Lei) che vale tra i 20 e i 25 centesimi di euro.
Avere due soldini in tasca ci serve anche per fare qualche spesuccia al mercato contadino, anche se la cosa più bella è senz’altro curiosare: guardare le facce, cercare di riconoscere gli ortaggi, capire i prezzi. Ma le ciliegie sono davvero buone.

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In tarda mattinata lasciamo Sibiu per dirigerci verso Richiş, dove abbiamo appuntamento per il pranzo da una famiglia sassone, l’ultima rimasta nel villaggio, che gestisce un agriturismo. Qui un tempo c’erano qualcosa come 300 ettari di vigne, ma ora sono molti, molti meno, anche se ancora un po’ di buon vino c’è.
I sassoni sono rimasti davvero in pochi, ormai, in tutta la Transilvania. La minoranza tedesca in Romania ha un illustre rappresentante in Klaus Iohannis (il nome dice tutto), l’attuale Presidente della Repubblica. Ma, per il resto, sono lontani i giorni in cui i sassoni qui e gli şvabi nel Banato prosperavano nelle floride micro-società che si erano costruiti, gelosi delle proprie tradizioni e della propria lingua. Due grandi esodi di tedeschi dalla Romania hanno segnato il ‘900.
Il primo fu la più grande compravendita di esseri umani avvenuta nel XX secolo, contraenti il governo della Germania Ovest e quello comunista rumeno.
Nel 1943, nel pieno della guerra, Romania e Germania firmarono un accordo in base al quale veniva permesso ai tedeschi di Romania di arruolarsi nelle Waffen SS. Non furono pochi i sassoni che optarono per questa scelta; molti di questi furono inviati a dirigere campi di concentramento, o a lavorare nelle strutture ad essi connesse. Famoso è il caso di Victor Capesius, che divenne il direttore della farmacia di Auschwitz.
A guerra terminata, la maggior parte degli arruolati nelle Waffen SS si stabilì in Germania e non tornò in Romania, dove i sassoni rimasti entrarono nel mirino. I comunisti rumeni dissero “È finita la pacchia” e i sassoni, considerati in maniera indiscriminata responsabili dei crimini nazisti, vennero deportati in campi di concentramento sovietici, dove morirono in molti. Dei 700.000 tedeschi registrati dal censimento rumeno del 1930, nel 1948 ne restavano 400.000.
Negli anni successivi molti cercarono di emigrare in Germania Federale, sia per sfuggire alle angherie del regime che per ricongiungersi ai familiari. Il governo rumeno capì di poter trarre un beneficio dal loro desiderio di fuga. All’inizio degli anni ’60 iniziarono dei contatti tra Bucarest e Bonn, e si aprì un canale di comunicazione non ufficiale. Il governo rumeno avrebbe permesso l’emigrazione dei sassoni rimasti dietro il pagamento di un compenso da parte della Germania Ovest; la cifra variava a seconda del titolo di studio e della qualifica professionale: per un laureato, soprattutto se in discipline tecniche, potevano essere chiesti più di 10.000 marchi, per un lavoratore non qualificato ne bastava qualche migliaio. La Romania guadagnava liquidità fresca, mentre la Germania Federale, in pieno boom economico, otteneva lavoratori che conoscevano già la lingua e la cultura tedesca e che avrebbero fatto meno fatica a integrarsi rispetto alla moltitudine di turchi che allora stava cominciando ad arrivare.
Le negoziazioni erano portate avanti da un avvocato per il governo tedesco e da agenti della Securitate. Gli incontri si tenevano solitamente in una stanza dell’Hotel Ambassador di Bucarest, nella più totale riservatezza. Venivano redatte le liste dei partenti e si trattava il compenso per ognuno di loro. La Securitate, tuttavia, giocava su più tavoli: gli agenti della polizia politica intascavano infatti anche i soldi degli stessi richiedenti che, ignari delle trattative dei due governi, pagavano migliaia di Lei per velocizzare le operazioni.
Un meccanismo molto simile si era creato, negli stessi anni, per gli ebrei che emigravano verso Israele. Ce lo raccontava l’anno scorso la nostra guida nella sinagoga di Bucarest. In entrambi i casi, i partenti potevano portare solo pochissimi effetti personali e i vestiti che avevano indosso. Si raccontano storie tristi di gente che, anche in piena estate, partiva con tre o quattro cappotti addosso, uno sopra l’altro, per poterseli portare via e avere di che coprirsi in inverno.
Il secondo esodo, lo racconta bene William Blacker, arrivò nel 1989-1990, quando divenne più facile passare le frontiere e si sparse la voce che la Germania, in via di riunificazione, era intenzionata a concedere la cittadinanza a tutti i sassoni. Fu come se fosse crollata una diga. Nel giro di un paio d’anni la popolazione sassone calò drasticamente. Ne rimanevano solo poche migliaia e una cultura unica, con ottocentocinquant’anni di storia, stava per estinguersi. I più anziani non volevano andare via, ma i figli insistevano. Negli anni seguenti molti morirono di Heimweh, di nostalgia, seduti negli appartamentini delle periferie di Amburgo o di Francoforte, sognando la loro terra bellissima e lontana. In Germania non avevano campi da coltivare, animali a cui badare, viti da legare o galline da nutrire, e non c’erano foreste fitte e riecheggianti sulla collina. Nei villaggi, le grandi, antiche campane nelle torri delle loro chiese rintoccavano quando l’ennesimo sassone morto di nostalgia veniva sepolto in qualche distante, freddo cimitero municipale tedesco.
Per i sassoni rimasti, poi, un altro grande dolore era vedere le case sassoni abbandonate occupate dai rom, per i quali (eufemismo) non nutrivano grande simpatia.
Oggi in Romania vivono meno di 38.000 persone di etnia tedesca.
Ma bando alle tristezze, il pranzo è pronto, la tavola è apparecchiata nello splendido cortile di una vecchia casa con le pareti ridipinte di fresco in verde pastello e le finestre contornate di decori bianchi. La data sopra la porta d’ingresso è 1934. Intorno alla tavola, appesi alle travi di legno che sovrastano i mattoni a vista, panni ricamati con motti in tedesco come “Morgen Stund Hat Gold in Mund”. Questo lo capiamo anche noi: il mattino ha l’oro in bocca. In fondo, a pensarci, è molto tedesco. Lo diceva, anzi lo scriveva, anche Jack Nicholson in Shining, ma lì non andava a finire benissimo… be’, lasciamo stare.

Il cibo è buono e il vino è abbondante. Noi siamo qui ospiti di questa famiglia, con i genitori, due gentili signori di mezza età che sorridono senza scomporsi troppo, i due figli e un simpatico barboncino bianco. I due ragazzi sono molto diversi, ce lo racconta Horia che li conosce e si vede anche. Il più grande è un pacioso bonaccione dall’aspetto che più tedesco non si può, volenteroso ma un po’ impacciato. Il piccolo invece non sta fermo un attimo, parla tanto in un ottimo inglese e fa di tutto per mostrarci il meglio della sua piccola “azienda” e per metterci a nostro agio. Fin troppo, forse. Però come si fa a dirgli che Toto Cutugno anche no? Ma sì, lasciamolo fare, in fondo ci siamo abituati. In una settimana qui prima o poi “L’italiano” ce lo dovevano mettere, meglio che sia subito, così via il dente via il dolore.
In casa ci si entra solo per andare in bagno (anche se, in realtà, c’è anche una bella latrina in un gabbiotto di legno nel cortile). Ma è l’occasione per buttare l’occhio e scoprire, per esempio, che le case tradizionali sassoni sono fatte con tutte le camere da letto una dietro l’altra, senza anticamera.
A pranzo il clima è ciarliero, con Horia stiamo prendendo confidenza. Si parla di quello che più ci è rimasto impresso del periodo immediatamente successivo alla fine del comunismo, gli orfanotrofi rumeni e quelle immagini terribili dei posti dove erano rinchiusi i malati mentali. Del periodo comunista lui ha una visione un po’ diversa da quella della maggior parte dei rumeni, almeno quelli che ho conosciuto finora: ritiene che ovviamente Ceauşescu sia stato un dittatore ma che a volte sia stato anche mal consigliato dalla sua “corte”, che poi naturalmente quando è caduto in disgrazia è stata rapidissima nel fare voltafaccia e nel toglierlo di mezzo in modo sbrigativo sfruttando gli umori della piazza. Dopo di che, si sono riverniciati e presentati come i nuovi eroi della rivoluzione popolare, quando erano tutti esponenti della vecchia nomenklatura. Su questo non gli si può dare torto.

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Dopo pranzo, si riparte verso Biertan, con la sua chiesa fortificata patrimonio UNESCO. Per trecento anni (dal 1500 al 1800 circa) questa chiesa è stata la sede del vescovo luterano di Transilvania. Ma non solo, serviva anche per rifugiarvisi in caso di attacco.
Biertan è un villaggio di circa 2500 abitanti, fondato dai sassoni nel XIII secolo. Tra il ‘400 e il ‘500 i coloni sassoni costruirono nel centro del villaggio, sopra una collina, la basilica in stile gotico circondata da ben 3 cinte murarie ancora oggi ben visibili. Per entrare nella fortezza è necessario percorrere una scala interamente coperta in legno, i cui gradini salgono in serie di sette come i giorni della settimana. A dimostrarci come la chiesa sia in stile gotico ci sono le pareti contraffortate, mentre il portale di fronte alla scalinata presenta elementi rinascimentali ed è scolpito con motivi floreali.
All’interno dell’edificio di culto non ci sono affreschi, come sempre nelle chiese protestanti, ma curiosamente si trovano tappeti orientali, anche tappeti di preghiera, che i mercanti sassoni portavano a casa dalla Turchia e che erano usati per decorare le pareti della chiesa. C’è un pulpito gotico in legno scolpito da Ulrich di Brașov nel XVI secolo. Il trittico dell’altare, poi, è uno dei più interessanti di tutto il paese per la sua ricchezza iconografica: sono rappresentate ben 28 scene della vita della Madonna, patrona della chiesa.
La porta della sacrestia, con i suoi battenti in legno intarsiato, è considerata un capolavoro di arte gotica ed è stata realizzata sempre nel XVI secolo. Questa porta è nota soprattutto per il suo complesso sistema di chiusura, con 21 chiavistelli, e vinse un premio all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
La prima cinta muraria ospita perfettamente conservate le 4 torri originarie, di cui una è lignea. La torre orientale è particolarmente interessante per la funzione anomala che svolgeva: qui venivano condotti e tenuti “prigionieri” i coniugi che desideravano separarsi, che per questo avevano bisogno del consenso del vescovo. Qui, per almeno due o tre settimane, dovevano condividere forzatamente lo stesso letto, lo stesso tavolo, le stesse posate, finché non cambiavano idea e optavano quindi per rimanere uniti. Forse avevano tutte le posate tranne il coltello, dice qualcuno tra noi. Ma sembra che in 400 anni ci sia stato un solo divorzio. Il metodo era dunque efficace. Nella torre, ora, c’è una ricostruzione di questa stanza.
La torre cattolica è così denominata perché al suo interno si trova una cappella riservata a coloro i quali, con l’avvento della Riforma protestante, si rifiutarono di abbracciare il nuovo credo religioso. In un’altra torre invece si teneva custodito del lardo in tempi di assedio, e quindi si chiama Speckturm o torre del lardo. I pezzi di lardo affumicato erano appesi a dei ganci e portavano nella parte bassa il timbro del proprietario. Ogni famiglia, infatti, aveva il suo posto e le sue riserve di lardo. Quando ce n’era bisogno, se ne tagliava un pezzo e si apponeva di nuovo il timbro: era un modo per essere certi che un ladro di lardo non passasse inosservato, e pare che funzionasse.
Esiste anche una torre dell’orologio del ‘500, una torre difensiva, basti notare le finestre da tiro. La torre del campanile contiene una campana in legno restaurata agli inizi dell’800. A Biertan vive ancora una comunità sassone di circa 200 persone e una famiglia abita all’interno della fortezza per custodirla.

William Blacker racconta così le fortificazioni dei sassoni:
“Le fortificazioni erano una testimonianza della pericolosità di questa parte di mondo nel medioevo. I sassoni vi si erano stabiliti nel dodicesimo secolo sotto la protezione del re degli ungari. Ma il re era una figura lontana, e i sassoni erano costretti a badare a sé stessi. In qualsiasi momento potevano apparire all’orizzonte e imperversare nel villaggio bande di razziatori tartari stanziatisi sulle coste del Mar Nero, soldati ottomani lasciati senza paga e perciò incoraggiati a colonizzare le terre di nuova conquista, vicini ungheresi mossi dall’invidia, o anche semplici bande di predoni. Avvertiti dal suono delle campane o di un enorme tamburo, gli abitanti del villaggio correvano a rifugiarsi dietro le mura delle loro chiese-fortezza, sempre rifornite di provviste d’acqua e cibo, e vi rimanevano per tutto il tempo che gli aggressori erano disposti a perdere. Nel sedicesimo secolo i sassoni divennero luterani. Il famoso motto di Lutero, “Ein feste Burg ist unser Gott” – una solida fortezza è il nostro Dio, per loro non era soltanto una metafora. Scritto a grandi lettere sopra i cancelli delle chiese fortificate o dipinto sulle porte delle sagrestie medioevali, ricordava che la loro Chiesa offriva protezione non soltanto spirituale, ma anche terrena.”

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Proseguiamo fino a Sighişoara, dove pernotteremo all’Hotel Casa Wagner (ancora una volta un nome che più tedesco non si può).
Sighişoara è stata fondata nel XII secolo dai sassoni che si stabilirono qui su invito del re ungherese Gheza II. Il sistema impressionante di difesa che la rese la più difficile da conquistare di tutte le cittadelle della Transilvania è stato costruito nel XV secolo e si componeva di 14 torri, ciascuna costruita e difesa da una gilda diversa. Nove torri originali sono ancora in piedi: la Torre dei Calzolai, la Torre dei pellicciai, la Torre dei Sarti, la Torre dei Fabbri, ecc.
La più alta (64 metri) e la più famosa di queste è la Torre dell’Orologio, un simbolo della città. La sua posizione sul lato orientale della fortezza era strategica nel medioevo, perché ne proteggeva l’ingresso. La principale attrazione della torre sono le figurine in stile barocco che indicano il momento della giornata ed il giorno della settimana.
Così William Blacker descrive questa città:
“Da ottocentocinquant’anni l’antica città di Sighişoara sorge su uno sperone roccioso al centro della Transilvania e domina il fiume Tarnava con le sue torri e cuspidi medioevali. Ancora oggi, chi osa arrampicarsi fino ai suoi parapetti sporgenti può scorgere le dolci colline e i boschi della Transilvania che si estendono per chilometri e chilometri in ogni direzione. In alcuni punti la foresta tocca la città, con i giardini delle case che si perdono tra gli alberi, e qualche volta, dalle case più vicine ai boschi, nel cuore dell’inverno si sentono i lupi ululare nella notte”.
Ora siamo in primavera inoltrata, quasi in estate, e forse stanotte non sentiremo i lupi ululare. Ma magari ci sentiremo gelare il sangue per un rumore che potrebbe essere lo sbattere d’ali di un pipistrello… sì, perché questa è la città natale di Dracula, o meglio del principe Vlad.
Davanti al busto che lo raffigura, Horia ci racconta la sua vita turbolenta.
Vlad III (1431-1477) fu un voivoda (“principe” nella lingua locale) della regione chiamata Valacchia e non della Transilvania, come suggerisce Stoker.
Il nome Dracula viene dal padre Vlad II, che assunse il titolo di Dracul quando entrò a far parte dell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare segreta creata per proteggere il Cristianesimo. Dracula dunque significa proprio “figlio di Dracul”.
Vlad visse gli anni dell’adolescenza alla corte dell’Impero Ottomano, poiché il padre lo aveva inviato insieme al fratello come ostaggio per poter mantenere il trono, minacciato fortemente dalle armate musulmane che premevano ai confini.
Durante questo periodo, Vlad alimentò un odio inestinguibile per i Turchi e per la vita umana in generale, affinando uno stile di leadership basato sulla brutalità e l’assenza pressoché totale di pietà.
Quando ritornò a casa, il padre di Vlad era stato ucciso dai rivali ungheresi, e l’intera regione era scossa da conflitti sanguinosi. Vlad non ci mise molto a mettersi alla testa di un esercito e a riconquistare il regno.
Purtroppo per Vlad però, il suo potere era ancora troppo instabile e in pochi mesi si ritrovò nuovamente in esilio. Rifugiatosi in Moldavia, il principe valacco riabbracciò il Cristianesimo (senza però abbandonare i suoi metodi crudeli) e decise di difendere il suolo patrio dagli invasori islamici.
Grazie alla conoscenza del nemico turco, Vlad entrò nelle grazie del re d’Ungheria, che pur in passato gli era stato avverso, il quale lo sguinzagliò contro i suoi avversari cristiani e musulmani.
Nonostante i grandi bagni di sangue con cui Dracula otteneva le sue vittorie, la forza turca non faceva che aumentare e dopo il 1453, quando Costantinopoli cadde definitivamente, gli fu impossibile impedire che l’esercito turco si abbattesse sull’Ungheria.
Da spietato stratega qual era, però, Vlad approfittò della situazione di confusione per tornare in Valacchia, uccidere il suo rivale Vladislav II e riappropriarsi del trono!
Durante il suo secondo regno, Dracula instaurò un regime duro e dedito alla violenza, soprattutto nei confronti dei nobili locali (i boiardi) che ne misero in discussione l’autorità. Chi gli intralciava la strada non faceva una bella fine. Continuò inoltre una feroce guerra contro i turchi, i quali erano ormai convinti che dietro le sortite che decimavano le loro truppe ci fosse nient’altro che il figlio del Diavolo.
Alla lunga però il piccolo regno rumeno nulla poté contro il colosso turco e nonostante alcune strabilianti vittorie il principe valacco fu nuovamente privato del trono. Particolarmente doloroso per Vlad fu il fatto che tra i ranghi dell’armata turca si trovava anche il fratello Radu, che a differenza sua era rimasto fedele al Sultano.
Imprigionato per la seconda volta, Vlad fu però liberato nel 1474 e quando l’anno dopo il fratello Radu morì si dichiarò per la terza volta signore di quella terra che gli apparteneva per diritto di nascita. Durante la riconquista però, Vlad cadde infine in battaglia in circostanze poco chiare.
Per la tradizione religiosa rumena, dunque, Dracula viene ricordato come un eroe nazionale che difese la Croce e l’intera cristianità dall’avanzata turca. La sua crudeltà però gli valse anche quella fama sinistra che contribuì a creare il personaggio ideato da Stoker. Se infatti da un lato l’Europa applaudiva il suo salvatore, dall’altro voci e storie lugubri ammantavano Vlad III di un’aura davvero maligna. Vlad infatti passò alla storia con l’appellativo di Țepeş, “l’Impalatore”, perché aveva la simpatica abitudine di impalare i propri nemici a monito per chiunque volesse sfidarlo. Si narra che una volta impalò un intero esercito sulla strada che i turchi dovevano percorrere per raggiungere il suo accampamento e fece apparecchiare la tavola in mezzo a tutti quei corpi per mangiare godendosi lo spettacolo!
Si capisce bene dunque perché la sete di sangue di questo controverso personaggio ispirò la nascita di un vampiro altrettanto bramoso di morte e il cui nome scatenava il terrore più cieco. Stoker attinse a miti e leggende popolari sul vampirismo e, sembra, ad una strana epidemia di tubercolosi verificatasi qualche anno prima; dai resoconti dell’epoca risulterebbe che le vittime, prima di morire, diventavano pallide come cadaveri, come se qualcuno ne avesse bevuto il sangue… ma serviva un’ambientazione esotica ed esoterica e, per un europeo della fine del XIX secolo, la Transilvania era perfetta in tal senso. Stoker non visitò mai la Transilvania, ma si documentò sulle fonti disponibili all’epoca in cerca di ispirazione e scoprì questo principe sanguinario che faceva proprio al caso suo… anche per l’assonanza tra Vlad e blood, in inglese. Forse per dargli ancora più “spessore” lo fece discendere da Attila e gli attribuì la nazionalità szekely ungherese, non quella rumena, ma c’è anche da dire che allora la Transilvania era Ungheria, all’interno dell’impero asburgico. Il vero castello di Vlad, oggi in rovina, gode senz’altro minore fama del castello di Bran, quello che viene “venduto” ai turisti come il castello di Dracula.
Horia ci racconta anche di un altro principe, meno macabro, che promuove la Transilvania a livello turistico, forse non quanto Dracula, ma ci prova: il Principe Carlo d’Inghilterra, che è appassionato di questi boschi e viene spesso da queste parti, dove ha diverse proprietà. Ha anche promosso un’associazione che si occupa della conservazione e del restauro delle case sassoni; pare che le tegole dei tetti siano costruite da artigiani rom. Ma perché tutto ciò? Be’, è questione di genealogia, forse non solo questo ma anche questo. Si sa che i nobili d’Europa sono un po’ tutti imparentati. E sembra che Carlo abbia dichiarato, senza imbarazzo, che la genealogia lo vuole discendente di Vlad l’Impalatore…

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Vlad Țepeş – “Dracula”

Noi, dopo un bel giro della città, torniamo in albergo. Ci aspetta uno spettacolo di danze sassoni organizzato apposta per noi nel cortile interno del nostro albergo. Sono un gruppo di giovani allievi di una scuola, che nel tempo libero cercano di tenere vive le tradizioni della comunità sassone, anche attraverso le danze popolari. Non sono neanche tutti sassoni, lo si capisce dai nomi, ma sappiamo ormai che di sassoni “puri” ne sono rimasti ben pochi. Quello che conta è che sono volenterosi e simpatici: qualcuno, soprattutto dei ragazzi, appare più di una volta in evidente difficoltà, ma se la ridono e vanno avanti, tra un valzer e una danza popolare. Ecco, quando fanno le “loro” danze con questi costumi fanno un po’ un effetto gioventù hitleriana, ma non importa.

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Horia e la “maestra” di danze

 

 

Anche la cena è apparecchiata qui in hotel: insalata con formaggio, pomodoro e cetrioli, poi bocconcini di petto di pollo con polenta e peperoni, e per dolce una torta tipo sbrisolona servita calda con le bisciole: niente male.
La cena ci dà anche l’occasione per scoprire qualcosa di più sul nostro Horia, che è di Cluj e che vanta niente meno che tre lauree: economia, marketing e sport. Come se non bastasse, in Svizzera è diventato anche maestro di sci.
Dopo cena, ci arrampichiamo fino a una terrazza tra le mura, da dove non riusciamo a sentire i lupi ma la vista sulle dolci colline e sui boschi della Transilvania di cui parla William Blacker c’è davvero…

 

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(Continua…)

 

Al di là delle montagne – 1

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota e ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

11 giugno 2018: Primo giorno – Le icone di vetro e i primi assaggi di slow food transilvano

Anche quest’anno è arrivato il momento della mia dose annuale di Balcani, senza la quale non posso vivere. E per la dose di quest’anno ho scelto il nord della Romania, una regione che ha sicuramente molti motivi di interesse, anche se… a giudicare dalla reazione delle persone a cui mi è capitato di dire che venivo qui non si direbbe. Si direbbe invece che non ce ne siano, o che tutt’al più ce ne sia soltanto uno: ebbene sì, lui, il conte Dracula. Una delle creature più macabre e al tempo stesso cariche di un fascino perverso che la mente umana abbia mai partorito. Che forse ha popolato con il suo nero mantello e i suoi canini ipertrofici qualche incubo di quando eravamo bambini e che non ha ancora smesso di terrorizzarci, ma anche di generare empatia per la sua condizione di essere condannato in eterno al male. Ho sperimentato che se tu dici Transilvania e Maramureş, nel 99,9% dei casi (statistica approssimativa, ma non lontana dalla realtà) il nome Maramureş viene istantaneamente rimosso, come se non l’avessi mai pronunciato (anch’io, lo confesso, fino all’anno scorso non sapevo che esistesse), e ti dicono qualcosa tipo: “Ah, figo, il castello di Dracula!”. E se tu dici che no, veramente l’idea non sarebbe quella, ti guardano perplessi. Tra l’altro, quello che viene presentato come il castello di Dracula, cioè il castello di Bran, non è il vero castello di Dracula, o meglio del principe Vlad, colui che ha ispirato il personaggio. Provi a spiegare, però la perplessità difficilmente svanisce. Ma fidatevi, ci sono altre buone ragioni per visitare questi luoghi, le scopriremo cammin facendo se avrete voglia di seguirmi.
Ho detto che fino all’anno scorso non sapevo che esistesse il Maramureş. L’anno scorso perché, come forse i più attenti tra voi sapranno, l’anno scorso sono già stato in Romania, con un viaggio di Radio Popolare sul Delta del Danubio. Una zona diversa e lontana da quelle che vedremo quest’anno, non solo geograficamente ma anche per clima, natura e culture. Parlo di culture al plurale perché anche lì ce ne sono diverse, ma a parte quella rumena e forse in parte quella ucraina nessuna è in comune con quelle che caratterizzano il nord. E allora, direte voi, dov’è il legame? Be’, tutto nasce dal cibo. Quello era un viaggio slow food e anche questo sarà un viaggio slow food. E uno dei pranzi slow food dell’anno scorso, organizzato presso un mercato contadino di Bucarest, era proprio a base di prodotti del Maramureş. Che, forse insieme ai costumi tipici e alla calda ospitalità delle persone che ce li offrivano, hanno suscitato una tale curiosità, soprattutto in una componente del gruppo, da far nascere la voglia di conoscere quei luoghi. Curiosità che probabilmente è stata amplificata dai racconti di Eugenio Berra, che ormai per noi è l’insostituibile guru che seguiamo ciecamente quando si tratta di Balcani. Eugenio vive a Belgrado da 4 anni, prima ha vissuto a Sarajevo ed è un profondo conoscitore di tutte le culture balcaniche.
Ed ecco che ho già svelato, quindi, che ancora una volta è lui l’artefice del viaggio, oltre che colui che ci farà da guida. E quindi è suo il merito, in questo caso però da dividere con quella componente del gruppo che era rimasta affascinata dal Maramureş e che lo ha gentilmente “pressato” perché organizzasse un viaggio quasi su misura, forse anche senza il quasi. Devo ringraziare, quindi, se ora sono qui, le compagne di viaggio che conosco già bene e che hanno fatto il viaggio sul Delta, anche se in un gruppo diverso dal mio, e cioè Elena, Gabriella e Miriana. E devo ringraziare anche, ça va sans dir, ViaggieMiraggi per l’organizzazione.

C’è un’altra persona che devo ringraziare, una persona che non conosco, anche se in realtà ora che ho letto il suo libro mi sembra quasi di conoscerlo. È William Blacker, un inglese (di origine irlandese) che ha scritto un bellissimo libro intitolato “Lungo la via incantata”. La storia che racconta è una storia personale, ma dove si coglie anche in modo profondo l’essenza, lo spirito di una terra, o forse due terre, e due popoli: Maramureş e Transilvania, i rumeni del Maramureş e i rom di Transilvania. È il racconto di un viaggio che nasce come fuga, come avventura, e diventa via via ricerca di uno stile di vita più puro e in armonia con la natura, voglia di mettere radici, immedesimazione profonda in una cultura ancestrale, poi di nuovo irrequietezza e bisogno di nuove esperienze. È tante cose, insomma. William – mi viene proprio di chiamarlo per nome, come se lo conoscessi – ha vissuto per anni qui tra la seconda metà degli anni ’90 e gli anni 2000. Il suo libro ci è stato consigliato da Eugenio, e per me e per altri del gruppo è stato fondamentale per entrare nel mood di questo viaggio. Abbiamo capito che questa terra è un po’ uno stato della mente, dell’anima se esiste.
Il gruppo stavolta è un po’ più eterogeneo del solito come provenienza, nel senso che annovera una componente romana e una componente romagnola, oltre a noi che veniamo da Milano e dintorni. In totale siamo 14 persone, come sempre a maggioranza femminile: 3 uomini e 11 donne.

Dove andremo si può vedere in questa bella cartina del periodo tra le due guerre, che Eugenio ci ha fornito a corredo della sua come sempre preziosissima dispensa, piena di riferimenti storici, antropologici e culturali:

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Siamo appena sbarcati a Cluj, una delle maggiori città della Transilvania. Il volo da Bergamo Orio al Serio, con la compagnia low cost Wizzair, è durato poco meno di due ore. Sono circa le 10.30 ora locale (un’ora avanti rispetto all’Italia). Siamo partiti molto presto, tant’è vero che qualcuno di noi ancora accusa gli effetti della levataccia.
Il cielo è nuvoloso e fa abbastanza fresco, il che forse non è poi male.
Insieme a Eugenio, che riabbracciamo sempre volentieri, ci accolgono Miki, il nostro autista, e Horia, la nostra guida transilvana, un uomo con un indiscutibile appeal (penso di poter parlare a nome delle signore del gruppo) e che parla uno splendido italiano. Scopriremo poi che ha studiato e vissuto in Svizzera, nel canton Ticino, ma per fortuna (non me ne vogliano gli amici ticinesi all’ascolto) non ha preso l’accento ticinese. È un po’ più difficile per noi capire e ricordare il suo nome, ed ecco che subito, con la complicità di Eugenio che in uno dei suoi rarissimi lapsus lo chiama Rohia, viene soprannominato Rocco.
È lui che, sul pullmino che ci porta verso Sibiu, ci comincia a raccontare la storia della Transilvania. La storia è molto lunga, ma ci aspetta un viaggio di circa tre ore, c’è il tempo per raccontarla, almeno in sintesi.

Si parte dai Daci. Con Burebista, il più grande re della Dacia e contemporaneo di Giulio Cesare, il regno daco raggiunse la sua massima estensione. L’area che attualmente costituisce la Transilvania fu il centro politico della Dacia.
I Daci sono spesso menzionati sotto Augusto, a detta del quale essi furono costretti a riconoscere la supremazia romana. Comunque essi non furono sottomessi, e successivamente colsero ogni occasione di attraversare il Danubio ghiacciato durante l’inverno e saccheggiare le città nella provincia romana recentemente acquisita della Mesia.
L’espansione dell’Impero romano nella penisola balcanica portò i Daci in aperto conflitto con Roma. Durante il regno di Decebalo, i Daci furono impegnati in numerose guerre con i romani. Dopo due pesanti disfatte, i Romani ebbero la meglio ma furono obbligati a firmare una pace. Come conseguenza, ai Daci fu lasciata l’indipendenza, con l’obbligo di pagare un tributo annuale all’imperatore.
Nel 101-102 Traiano iniziò una campagna militare contro i Daci, che incluse anche l’assedio della capitale Sarmizegetusa e l’occupazione di parte del paese. Decebalo fu lasciato come un re cliente sotto un protettorato romano. Tre anni dopo, i Daci si ribellarono e sconfissero le truppe romane. La seconda campagna (105-106) terminò con il suicidio di Decebalo e la trasformazione della Dacia nella provincia romana della Dacia Traiana. La storia delle Guerre daciche ci è tramandata da Dione Cassio, ma un ottimo resoconto storico è la famosa Colonna Traiana a Roma.
I Romani sfruttarono ampiamente le miniere d’oro della provincia, costruendo strade d’accesso e forti per proteggerle. Nuovi coloni, provenienti dalla Tracia, dalla Mesia, dalla Macedonia, dalla Gallia, dalla Siria e da altre province romane, si stabilirono nella nuova provincia, portando allo sviluppo di città come Apulum (oggi Alba Iulia) e Napoca (oggi Cluj-Napoca).
I Daci si ribellarono frequentemente; la loro più accesa ribellione fu alla morte di Traiano. Nel 271 l’imperatore romano Aureliano diede ordine all’esercito romano di abbandonare la Dacia Traiana e riorganizzò una nuova Dacia “Aureliana” nella precedente Mesia Superiore. Non ci è dato sapere in che misura l’abbandono della Dacia, voluto da Aureliano, coinvolse la popolazione civile romanizzata o fu semplicemente un’operazione militare, purtuttavia alcuni storici ritengono che un numero più o meno consistente di Romani e Daci romanizzati si sia rifugiato tra i monti della Transilvania, conservando la lingua latina e tornando successivamente ad insediarsi, in età basso-medioevale, nelle pianure valacche e moldave. L’antica Dacia Traiana fu sotto il controllo dei Visigoti e dei Carpi sino a quando non vennero sottomessi dagli Unni nel 376. Gli Unni, sotto la guida di Attila, si stabilirono nella pianura pannonica sino alla morte di Attila nel 453.
Dopo la disintegrazione dell’impero di Attila, nessun’altra potenza fu capace di esercitare il controllo sulla regione per molto tempo, finché gli Avari dalla Scizia non affermarono la loro supremazia militare. Il Khanato avaro, tuttavia, fu schiacciato dai Bulgari agli inizi del IX secolo, e la Transilvania, insieme alla parte est della Pannonia, fu incorporata nel primo impero bulgaro.
I Magiari entrarono in possesso dell’intera Transilvania durante il X secolo. Nell’anno 1000 Vajk, principe d’Ungheria, giurò lealtà al Papa e diventò re Stefano I d’Ungheria, adottando il Cristianesimo e cristianizzando gli ungheresi.
Nel XII e nel XIII secolo, alcune aree della Transilvania furono occupate da coloni di origine germanica, i Sassoni. Siebenbürgen, il nome tedesco per Transilvania, deriva dalle sette città fortificate principali dei Sassoni di Transilvania. Sette città che, ancora oggi, hanno anche un nome tedesco. Molti sassoni, in realtà, non venivano dalla Sassonia ma dalla Valle della Mosella. L’influenza sassone diventò più marcata quando, ai primi del XIII secolo, il re Andrea II d’Ungheria fece appello ai Cavalieri dell’Ordine teutonico per difendere il regno dalle tribù nomadi asiatiche e dai Mongoli.
Dopo la morte del re Luigi II nella battaglia di Mohács (1526), combattuta contro gli Ottomani, l’ascesa di Ferdinando d’Austria al trono ungherese fu ostacolata dal governatore della Transilvania, Giovanni Zápolya; nella conseguente lotta dinastica s’inserì anche Solimano il Magnifico, che dopo la morte di Zapolya occupò l’Ungheria centrale con l’intenzione di sostenere la causa del figlio del precedente governatore, Giovanni Sigismondo.
Il 13 gennaio 1568 la Dieta di Transilvania riunitasi a Turda dichiarò la piena libertà religiosa. Nessuno poteva essere perseguitato o menomato per causa della sua confessione. Questa legge rimase nei secoli uno dei capisaldi dell’identità transilvana e pose le basi della Transilvania multietnica e multireligiosa.

La situazione si stabilizzò per qualche decennio con la Transilvania semi-indipendente, che gravitava nell’orbita dell’impero ottomano ma con un certo grado di autonomia. Nel 1571 il principe di Valacchia Michele il Coraggioso prese possesso della Transilvania e la unì con i Principati di Moldavia e Valacchia; tuttavia l’unificazione fu rapidamente sovvertita dagli Asburgo che, con un esercito mercenario, eliminarono il principe Michele ed instaurarono un governo autoritario, il quale si prodigò nel restaurare il cattolicesimo mediante la controriforma. Il Principato di Transilvania riacquistò tuttavia la propria indipendenza fra il 1604 e il 1606, quando il calvinista Stefano Bocskai, eletto principe di Transilvania nel 1603, condusse con successo una ribellione contro il governo asburgico. La dinastia che ne seguì condusse il Principato attraverso un periodo di massimo sviluppo.
La sconfitta turca nella battaglia di Vienna (1683) sancì il progressivo ritorno della zona della Transilvania sotto il controllo asburgico, che attraverso le istituzioni della Chiesa cattolica iniziò ad incrinare i rapporti fra protestanti e cattolici. Nel 1711 la Transilvania perse il Principato per essere sottoposta al controllo diretto di governatori asburgici, in quanto parte del riunificato Regno d’Ungheria.
A causa della repressione dei protestanti e della divisione delle terre, nel 1703 una sommossa contadina portò ad un periodo di 8 anni di rivolta contro il governo degli Asburgo. In Transilvania la popolazione venne riunita sotto Francesco II Rákóczi, un magnate cattolico. Gran parte dell’Ungheria presto si schierò dalla parte di Rákóczi, e la Dieta ungherese votò per annullare i diritti degli Asburgo al trono. Ad ogni modo, quando gli Asburgo si riappacificarono ad ovest dei loro possedimenti (guerra di successione spagnola) e si rivolsero completamente alla causa dell’Ungheria la rivolta fu soffocata e si concluse nel 1711, quando il conte Károlyi, generale delle armate ungheresi, concluse il Trattato di Szatmár. Il trattato prevedeva ancora una volta la sottomissione degli ungheresi agli Asburgo ma l’obbligo da parte dell’imperatore di convocare periodicamente la Dieta ungherese e di garantire l’amnistia a tutti i ribelli.
Re Carlo III (1711–40) chiese alla Dieta di Budapest di approvare la Prammatica Sanzione, con la quale si prevedeva che i monarchi asburgici non potessero reggere l’Ungheria come imperatori, ma come re soggetti alla costituzione ed alle leggi ungheresi. Egli sperava che la Prammatica Sanzione avrebbe potuto mantenere intatte tutte le terre del vasto impero asburgico anche se sua figlia Maria Teresa avesse dovuto succedergli come unica erede al trono. La Dieta approvò la Prammatica Sanzione nel 1723 e l’Ungheria divenne così una monarchia ereditaria sotto il controllo degli Asburgo per tutto il periodo in cui la dinastia rimase al potere. A livello pratico, però, Carlo ed i suoi successori governarono perlopiù autocraticamente, controllando tutti gli aspetti della vita pubblica e sociale dell’Ungheria, di cui la Transilvania era parte integrante, ad eccezione dell’imposizione delle tasse che dovevano essere promulgate con il consenso dei nobili locali.
Maria Teresa (1741–80) regina d’Ungheria nel 1741 presenziò per la prima volta alla Dieta di Budapest portando con sé il figlio da poco avuto e seppe guadagnarsi il supporto dei nobili ungheresi i quali vedevano nel mantenimento degli Asburgo sul trono ungherese la sicurezza della difesa dei loro interessi. Le forze ungheresi furono decisive nella vittoria di Maria Teresa nella Guerra di Successione Austriaca.
Giuseppe II (1780–90), sovrano dinamico e fortemente influenzato dall’Illuminismo, ereditò il trono da sua madre, Maria Teresa, e tentò di centralizzare il controllo dei domini della Casa d’Austria reggendolo come un despota illuminato. Nel 1781-82 Giuseppe emise la Patente di Tolleranza seguita dall’Editto di Tolleranza che garantì a protestanti e ortodossi i pieni diritti civili ed agli ebrei la libertà di confessione. Egli decretò inoltre che il tedesco avrebbe rimpiazzato il latino nei documenti ufficiali come accadeva nel resto dell’Impero. Le riforme di Giuseppe oltraggiarono i nobili ed il clero ungherese ed i contadini non furono soddisfatti, alimentando il malcontento per le tasse, per la coscrizione obbligatoria e per la requisizione dei raccolti. Gli ungheresi percepirono inoltre la riforma della lingua introdotta da Giuseppe come un vero e proprio tentativo di egemonia culturale e reagirono continuando ad utilizzare la loro lingua madre. Negli ultimi anni del suo regno, Giuseppe portò avanti una costosa e sfortunata campagna contro i turchi che indebolì l’impero. Il 28 gennaio 1790, tre settimane prima della sua morte, l’imperatore emise un decreto cancellando tutte le sue precedenti riforme come la Patente di Tolleranza e l’abolizione degli ordini religiosi.
Dopo la fine dell’epoca rivoluzionaria e napoleonica, gli Asburgo divennero imperatori d’Austria ed ebbero confermati i loro diritti ereditari sull’Ungheria e dunque sulla Transilvania. Nel 1843 sotto il regno di Ferdinando V (1835–48) venne varata una legge che prevedeva la proclamazione dell’ungherese a lingua nazionale, con molte e pesanti obiezioni da parte dei rumeni che abitavano il territorio transilvano. Nel 1867 sotto l’imperatore Francesco Giuseppe fu proclamato l’Ausgleich tra l’Impero d’Austria ed il Regno d’Ungheria, una sorta di “bilanciamento” tra le due monarchie che vennero costituite, col nome di Impero Austro-Ungarico, in unione sotto il medesimo sovrano. La situazione rimase invariata fino allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale.
Nonostante il fatto che re Carlo I e Ferdinando I fossero tedeschi e appartenessero al casato di Hohenzollern, il Regno di Romania rifiutò di allearsi con gli Imperi centrali e rimase neutrale quando scoppiò la Prima guerra mondiale. Nel 1916 la Romania si unì alla triplice intesa, firmando una convenzione militare che riconosceva i diritti della Romania sulla Transilvania. Come conseguenza di questo patto, la Romania dichiarò guerra alle potenze centrali il 27 agosto 1916, ed oltrepassando i Carpazi e giungendo in Transilvania le costrinse a combattere su un altro fronte. L’uscita della Russia dalla guerra nel marzo 1918 con il Trattato di Brest-Litovsk lasciò la Romania sola nell’est Europa, cosicché fu firmato un trattato di pace tra Romania e Germania nel maggio 1918 (il Trattato di Bucarest). Tuttavia esso non fu mai ratificato dalla Romania, la quale rientrò in guerra poco dopo.
Nell’ottobre del 1918 l’esercito rumeno avanzò fino al fiume Mureș, in Transilvania. Nella seconda metà del 1918 Germania e Austria-Ungheria stavano perdendo la guerra, e l’impero austro-ungarico si stava sbriciolando. Le nazioni all’interno dell’Austria-Ungheria proclamarono la loro indipendenza tra settembre ed ottobre. I leader del Partito Nazionale della Transilvania si riunirono e secondo il diritto di autodeterminazione proclamarono l’unificazione della Transilvania alla Romania. A novembre il consiglio centrale nazionale rumeno, che rappresentava i rumeni di Transilvania, notificò al governo di Budapest di aver assunto il controllo di ventidue contee e parte di altre tre. Un’assemblea generale il 1º dicembre ad Alba Iulia promosse una delibera per l’unificazione di tutti i rumeni in un singolo stato, la cosiddetta Dichiarazione di Alba Iulia. Proprio cent’anni fa, quindi, nel 1918, nacque la Romania con i confini di oggi. Il consiglio nazionale dei tedeschi di Transilvania approvò il proclama, così come fecero gli Svevi del Banato. In risposta, l’assemblea generale ungherese riunita a Cluj riaffermò la propria lealtà all’Ungheria il 22 dicembre 1918.
Il Trattato di Versailles, firmato il giugno del 1919, riconobbe la sovranità della Romania sulla Transilvania. I trattati di Saint-Germain (1919) e del Trianon (1920) perfezionarono lo status della provincia e definirono il confine tra Ungheria e Romania. Ferdinando I di Romania e Maria di Sassonia-Coburgo-Gotha furono incoronati ad Alba Iulia nel 1922.
Nell’agosto 1940, durante la seconda guerra mondiale, Adolf Hitler restituì parte della Transilvania all’Ungheria. Il 12 settembre del 1944 le autorità rumene conclusero un armistizio con l’Unione Sovietica che, in cambio della cessione della Bessarabia e della Bucovina del nord, restituiva alla Romania tutta la Transilvania. I trattati di Parigi del 1947 dopo la fine della guerra confermarono i termini dell’armistizio con l’URSS, rendendo definitivo il ritorno di tutta la Transilvania alla Romania. I confini, in base al trattato, corrispondevano a quelli del 1920. Nel 1952 il governo comunista rumeno, dichiarando di voler meglio tutelare i diritti delle minoranze presenti nella regione, concesse ad una parte della Transilvania (3 contee, la cosiddetta Terra dei Siculi, o Szekely, una minoranza di lingua ungherese) un regime di autonomia interna, costituendo la Regione autonoma degli ungheresi; ma l’opinione degli ungheresi andò in senso opposto: ritenevano che non fossero quelli dichiarati dal governo rumeno i veri motivi che lo portavano a costituire la regione autonoma e questa fu soppressa nel 1968. In realtà il governo rumeno tentò di attuare una vera e propria politica di denazionalizzazione ai danni della minoranza ungherese, attraverso ad esempio la limitazione del numero di corsi d’insegnamento della lingua magiara.
Anche la minoranza tedesca fu perseguitata durante il periodo comunista, perché identificata con la vecchia minaccia nazista. Effettivamente, durante la guerra molti sassoni si arruolarono nelle SS e altri furono comunque collaborazionisti, ma questo portò a guerra finita all’ingiustificata criminalizzazione dell’intera minoranza. Nicolae Ceaușescu negli anni settanta concluse un importante accordo con la Germania Ovest in base al quale Bonn concedeva un contributo economico alla Romania in cambio dell’immigrazione in Germania di parti consistenti di questa minoranza.
Con la caduta del regime, dopo la rivoluzione rumena del 1989, nella regione si verificò un revival nazionalista della minoranza ungherese, che portò ad un drammatico conflitto interetnico a Târgu Mureș nel marzo 1990.
Anche Eugenio, qua e là, integra le informazioni fornite da Horia-Rocco. E il paesaggio che vediamo scorrere dai finestrini anch’esso racconta.
In lontananza si vedono i Carpazi meridionali. Vediamo le ferite bianche delle miniere di sale, poi i campi di patate della regione dei Secleri. I secleri sono poi ancora i siculi/szekely. Un altro nome ancora per questo popolo antico e misterioso: si dice che siano discendenti degli Unni. Lo stesso Bram Stoker, autore di Dracula, fa dire al Conte: “Noi szekely abbiamo il diritto di essere orgogliosi perchè discendiamo da Attila e dagli Unni”. Oggi gli ungheresi in Romania, szekely e non, rappresentano il 6,6% della popolazione e sono concentrati soprattutto in Transilvania dove sono il 19,6%.
Horia ci racconta che molti campi agricoli sono diventati pascoli perché devono riposare dopo anni di sfruttamento intensivo con concimi chimici ed antiparassitari. Ma ci sono nuovi allevamenti di bufale per fare mozzarella e ricotta. “La nostra ricotta è meglio della vostra” – dice Horia tra il serio e il faceto.
E del resto, in qualche modo l’economia della regione deve andare avanti. Dopo la caduta del regime, in libero mercato, molte fabbriche hanno chiuso perché non redditizie. La situazione occupazionale è ancora drammatica. La Romania, è sempre Horia a farcelo notare, negli ultimi anni è stato il secondo paese di emigrazione dopo la Siria. Cinque milioni di rumeni hanno lasciato il paese.
La sua visione della Romania attuale non è delle più rosee. Non usa mezzi termini quando dice che è un periodo triste per la Romania. L’attuale Primo ministro Viorica Dancila è un’incompetente, secondo lui, ed è anche per questo che l’attuale governo ha preso una decisione sbagliata come quella di bloccare il percorso verso il riconoscimento di patrimonio UNESCO della zona di Roșia Montană, qui in Transilvania, dove una società canadese vorrebbe aprire la miniera d’oro a cielo aperto più grande d’Europa. La volontà di salvare quest’area, già sfruttata in passato, da un nuovo disastro ambientale, ha fatto da detonatore ad un movimento che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone, come non accadeva dal 1989, e che si è esteso fino a diventare un movimento contro la corruzione della politica rumena. L’anno scorso, a Bucarest, ce ne aveva parlato Claudiu, un attivista del gruppo Demos, che rappresentava un po’ l’ala sinistra di quel movimento, nel quale c’era anche una forte componente di destra. La battaglia sembrava vinta, almeno quella contro la miniera, con la candidatura all’UNESCO, ma ora tutto sembra ritornato in gioco. Horia sostiene che si vede gente portata a manifestare a favore del governo come avveniva sotto il regime comunista.

Qui, per chi vuole, un breve ripassino di quello che è successo in Romania all’inizio del 2017:

Romania in piazza

A completare il quadro, scopriamo che la Transilvania è sempre terra di gelidi inverni ma, anche qui, non nevica più come una volta.

Attraversiamo Alba Iulia, che ha un nome che più latino di così si muore e dove si può vedere una fortezza austriaca costruita nello stile delle fortificazioni di Vauban, l’ingegnere militare del Re Sole, per raggiungere poi Sibiel, dove ci fermiamo per il pranzo.
Ormai è piuttosto tardi, siamo affamati e anche curiosi di assaggiare del cibo rumeno, qualcuno per la prima volta. Ci gettiamo quindi con una certa avidità sugli antipasti, seguiti da zuppa, semolino e sarma (involtini ripieni fatti con foglie di cavolo) con polenta e crauti.
Durante il pranzo scopro che, dopo il recente viaggio in Bosnia al quale purtroppo non ho partecipato, Eugenio è diventato Eughenio (immagino che il nuovo nome abbia a che vedere con la pronuncia di qualche referente locale, ma non so i dettagli) e le mie amiche Elena, Gabriella e Miriana sono ormai ufficialmente le sue zie. In quanto tali, naturalmente si preoccupano che il nipotino mangi, ché poverino è così magro… lui, che è uno abituato a far colazione con caffè e sigaretta e che effettivamente non mangia molto, sorride e fa buon viso a cattivo gioco, anche se dà già qualche piccolo segno di insofferenza.
Il pranzo è allietato da un duo di musicisti che, con un sax e una fisarmonica, ci danno un assaggio di musica popolare rumena. Alcuni dei pezzi sono del genere doina, uno stile musicale di origine probabilmente mediorientale, suonato a orecchio e spesso basato su improvvisazioni, fatto di languide melodie e melanconiche canzoni che parlano d’amore, di dolore e della durezza della vita contadina. Ma ci sono anche brani un po’ più vivaci e qualche concessione a standard più internazionali come Cielito Lindo e… grande sorpresa per tutti gli ascoltatori di Radio Popolare: il Valzer n. 2 di Shostakovich che per noi non è altro che lo stacco di Esteri, la trasmissione curata dal mio amico, ma soprattutto impareggiabile giornalista Chawki Senouci. Poi, sì, l’ha usato anche Kubrick per Eyes Wide Shut.

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Ma noi siamo a Sibiel per un motivo preciso: per visitare la vera attrazione di questo piccolo villaggio, che è il museo delle icone su vetro.
In questo che è il più grande museo di icone su vetro del mondo, in uno dei più piccoli villaggi di Romania, sono raccolti circa 600 capolavori dell’arte popolare contadina prodotti in Transilvania tra il ‘700 e il ‘900.
La pittura su vetro è una tecnica millenaria, ma in Transilvania si è diffusa dai primi del ‘700, quando, a seguito di un miracolo, vero o presunto poco importa, iniziò una grande produzione di icone su vetro. Parliamo, manco a dirlo, di una madonna che piange, forse una delle prime della storia, rappresentata proprio in un’icona, in questo caso su legno, nella chiesa del villaggio di Nicula.
E così nacque, ad opera prima di artigiani venuti da fuori poi di pittori locali, un grande fenomeno di arte religiosa, praticata da pittori contadini che vi si dedicavano dopo il lavoro nei campi o quando la stagione non permetteva attività all’aperto. Erano contadini che dipingevano per contadini, perché poi queste icone non finivano nelle chiese ma nelle case ed erano il segno e l’espressione della religiosità della gente più umile. L’icona su vetro era più piccola, facilmente trasportabile e molto più economica.
Essendo un fenomeno di popolo, l’icona su vetro parte dalla tradizione ortodossa classica ma ne rielabora temi e stili con ispirazione originale, naïf nel senso più puro di questa parola.
I soggetti più rappresentati sono la Madonna con il Bambino e la Madonna addolorata, mentre le numerose icone dedicate a Cristo rappresentano soprattutto la Natività, il Battesimo, l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Risurrezione. Ispirata all’allegoria evangelica della vite e dei tralci, l’icona del cosiddetto Torchio Mistico, simbolo dell’Eucaristia, raffigura Gesù come radice della vite da cui proviene il vino-sangue eucaristico. Pregando davanti all’icona, il contadino rumeno sa di poter contare anche sull’intercessione dei santi, per questo presenti in gran numero e invocati specificamente in relazione a determinate necessità: ad esempio, si prega Sant’Elia quando c’è bisogno di pioggia in periodi di siccità o di protezione del raccolto durante i temporali, mentre San Giorgio e San Nicola sono invocati rispettivamente dai militari e dalle donne povere. La vita di tutti i giorni del contadino di Transilvania si svolge così sotto la luce dello sguardo divino. Ma anche i santi, in queste icone, hanno spesso proprio delle belle facce paciose di contadini.
L’icona è indissolubilmente legata alla religiosità ortodossa. Contemplando l’immagine, il fedele non adora questa in quanto tale ma sta alla presenza di Colui che in essa è rappresentato e lo prega. Si dice che l’icona fa scendere il cielo in terra, che è una finestra verso la divinità.
Prima la dominazione ungherese, poi nel ‘700 l’annessione all’Impero Asburgico fecero della Transilvania una regione dove per secoli la popolazione rumena, pur numericamente maggioritaria, visse in condizioni di dura sudditanza: relegata nelle campagne, quasi sempre analfabeta, dedita prevalentemente alla pastorizia e al lavoro della terra, non aveva in alcun modo accesso ad attività borghesi (commercio, studio, affari). Servi della gleba, i rumeni erano liberi – e non senza limitazioni – solo in ambito religioso. Uno dei mezzi più efficaci per conservare l’identità rumena e ortodossa è stata proprio l’icona su vetro. Nella dote delle ragazze da maritare dovevano esserci anche dodici icone su vetro, tra cui l’immancabile Madonna con il Bambino, simbolo di benedetta fecondità.
Interessante anche l’aspetto tecnico della realizzazione. La pittura delle icone seguiva infatti un procedimento che – come più propriamente reso in tedesco dal termine Hinterglasmalerei – dovrebbe definirsi pittura “sotto” vetro anziché “su” vetro. Il pittore disegnava e colorava l’icona su quello che, a opera finita, sarebbe risultato il verso del vetro, mentre la parte opposta, esposta all’occhio dell’osservatore, fungeva da schermo protettivo. Questo procedimento comportava che i contorni fossero disegnati in modo inverso così che, una volta girato il vetro, l’immagine si presentasse correttamente. Per questo a volte, guardando bene le icone, si possono trovare degli errori. Il disegno dei contorni mediante un sottile pennello, prima fase della realizzazione dell’icona, forniva lo schema della composizione, quindi si procedeva alla colorazione delle parti delle figure e del fondo, facendo molta attenzione a ordine e successione poiché il colore che si assegnava per primo sarebbe poi risultato non modificabile. Il pittore produceva tutti i suoi colori con materiali naturali: calce, argilla gialla, sali di rame, sali di cobalto, grassi animali, tuorli d’uovo.
Le scritte sono quasi tutte in cirillico, che era l’alfabeto usato in Romania fino alla metà dell’800. Dato che gli autori erano contadini, non sono infrequenti gli errori di ortografia. Il rumeno, del resto, è una lingua difficile. Il rumeno moderno è una lingua a metà tra il neolatino e lo slavo, con antichi influssi daco-traci, greci e celtici, e più recenti tracce turche, francesi e tedesche. Nelle sue sillabe, si dice, si sente la storia. William Blacker, che lo ha imparato bene, ci dice che le parole plug, uger e ax, per esempio, hanno origini celtiche come gli equivalenti inglesi plough (aratro), udder (mammella) e axle (asse), e del resto ci sono evidenze archeologiche che fanno presumere il passaggio di popolazioni celtiche nelle terre corrispondenti alla Romania odierna. Stefano il Grande, massimo eroe nazionale e fondatore dei monasteri dipinti, aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, o almeno così è raffigurato negli affreschi del monastero di Putna. Ogni popolo che abbia attraversato questa regione negli ultimi millenni ha lasciato traccia nel rumeno, che ha una ben distinguibile vena slava e un’impalcatura grammaticale latina.
Ma come nasce questo museo? Romania, anni sessanta. Il paese è ridotto alla fame, gli oppositori del regime vengono sbattuti in galera. Padre Zosim Oancea (1911-2005), prete ortodosso con alle spalle dieci anni di carcere e cinque di lavori forzati solo per aver aiutato famiglie di preti imprigionati, ha un’idea geniale, non senza un preciso significato pastorale: raccogliere le icone su vetro che si trovavano nel villaggio in un museo accanto alla chiesa per conservarle e presentarne il significato profondo ai visitatori. La gente risponde con generosità e Padre Zosim riesce, con la forza della sua pazienza e intelligenza, ad ottenere le necessarie autorizzazioni da Bucarest. La sua strategia, che si rivela vincente, è non dire mai che fa attività di Chiesa, ma dire che fa opera di cultura.
Realizzato nel 1970 il primo edificio del museo, Padre Oancea inizia a ospitare, insieme ai suoi parrocchiani, visite di delegazioni dall’estero. Verso la metà degli anni settanta Sibiel diventa così una sorta di piccolo centro ecumenico, dove ortodossi, cattolici e protestanti pregano con la comunità locale. Tra questi insigni personalità delle Chiese cristiane mondiali. Si deve proprio all’aiuto finanziario concesso nel 1976 dal Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra, nonché al supporto del Metropolita di Transilvania e del Patriarca di Romania dell’epoca, la realizzazione del museo che si può visitare oggi.

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Dopo aver visitato il museo e la chiesa del ‘700, ripartiamo verso Sibiu, che ormai è vicina.
Entrando nel centro storico della città, ormai verso sera, la prima cosa che si nota sono le caratteristiche finestre di forma allungata, che sembrano tanti occhi nei tetti di tegole rosse.
Ma avremo modo di guardarci in giro un po’ meglio domani, ora dobbiamo prendere possesso delle nostre stanze all’Am Ring Hotel. Un nome tedesco, che si riferisce alla grande piazza a forma di anello che si chiama proprio Piaţa Mare in rumeno, Piazza Grande. Sibiu è una delle sette città storiche sassoni, il suo nome tedesco è Hermannstadt. Hermann è un calzolaio, protagonista di una leggenda popolare. Si racconta che andò da un nobile a chiedere un pezzo di terra, e questi, che voleva mostrarsi generoso ma in realtà voleva prendersi gioco di lui, gli disse: “Potrai avere tutta la terra che riuscirai a delimitare con una pelle di bue.” Il furbo Hermann, allora, tagliò la pelle a striscioline sottilissime e riuscì con essa a circondare un’area molto grande, che sarebbe poi diventata la sua città, Hermannstadt appunto.

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Ci aspettano a cena in un locale che si chiama Syndicat Gourmet. Il menù, a cura del locale Convivium Slow Food, prevede: Zuppa di rafano, davvero una gustosa sorpresa. Poi un piatto tipico contadino rumeno, costituito da ravioli con ripieno di tuorlo d’uovo e cipolla, con polenta di farina macinata grossa; un piatto tradizionale, a detta di Horia, un po’ reinterpretato dallo chef. Poi lingua con insalata di peperoni e rabarbaro caramellato, e ancora, per finire, torta di rabarbaro.
Il vino è un bianco sauvignon di Turda, vicino alla miniera di sale.
Il lavoro dello chef Ioan, detto Bebe, è apprezzato da tutti.
Dopo cena Monica di Slow Food ci parla del progetto della coppia che gestisce questo ristorante: Iuliana e Cristian, che prima lavoravano in banca, si sono dedicati con entusiasmo alla ristorazione, con l’idea di portare avanti il concetto di Slow Food, che qui ha ancora un po’ di strada da fare. Attualmente non ci sono ancora ristoranti Slow Food in Romania. Loro organizzano Transilvanian Brunch e altri eventi gastronomici, attraverso un’agenzia che si occupa anche di turismo. La cucina di questa regione è particolarmente ricca grazie alla sua multietnicità: si contano 11 diverse influenze culturali. Forse per questo Sibiu sarà il primo distretto della Romania a diventare Regione Europea della Gastronomia nel 2019, dopo essere stata capitale culturale 2007.
Il clima conviviale è già buono, anche perché il gruppo non ha grandi difficoltà a trovare il suo affiatamento, tutti conoscono già qualcuno. Purtroppo, però, c’è una nota dolente: la nostra compagna di viaggio Donata questa mattina all’aeroporto ha riportato un piccolo infortunio, una distorsione alla caviglia. Eugenio l’ha accompagnata al Pronto Soccorso, e la prognosi prevede assoluto riposo, difficile da rispettare se si fa un viaggio come questo. Così lei, anche se a malincuore e anche se dispiace un po’ a tutti, preferisce rinunciare. Eugenio starà con lei domani e la aiuterà a prenotare un volo per ripartire in anticipo. Li ritroveremo mercoledì a Cluj, da dove lei partirà probabilmente giovedì mattina presto.
Il cielo è ancora nuvoloso. Oggi abbiamo avuto qualcosa come sei temporali in un giorno, anche se brevi. Domani forse sarà un po’ meglio, ma pare che per un miglioramento importante dovremo aspettare qualche giorno. Le informazioni sul meteo girate prima della partenza, in effetti, erano contrastanti: chi aveva trovato temperature oltre i 30°C, chi previsioni funeste e acqua a catinelle. Si vedrà. Intanto, dopo un breve giretto nel centro storico, ce ne andiamo a nanna per recuperare un po’ del sonno perduto.

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Monica e Horia

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(Continua…)

In viaggio con Alì – 5

Capitolo 5: Kashan e Qom

Coloro che indossano il saio, nel nome di Dio, lascia stare,
e mostralo, il volto, a chi nulla possiede ma ha gioia ribelle!
In quelle tonache, invero, è sozzura abbondante:
quant’è più beata la veste di quanti dispensano vino!
Tu di certo non puoi tollerare, ché sei di natura cortese,
la noia gravosa che dà una congrega di tonache rudi.
L’osservi tu stesso, a che cosa conduce un inganno bigotto:
ricolme, le brocche, del sangue d’un cuore, i liuti che piangono tristi.
M’hai fatto ubriaco. No, no, non sparir proprio adesso!
Dolce ambrosia mi desti: ora forse tu m’offri veleno?
Non mai scorsi un dolore sincero nei sufi che fingon sé stessi.
Sia tersa sempre la gioia di quelli che bevono il nero del vino!
Scotta, il cuore di questo poeta, sta’ attento,
nel petto suo che qual pentola bolle e ribolle.
(Hafez, Divan 379)

Venerdì 13 aprile 2018

Oggi comincia il lungo viaggio che ci riporterà a Teheran, il che purtroppo significa che cominciamo ad essere agli sgoccioli. Ma stasera arriveremo a Kashan, che non si può considerare una semplice tappa di avvicinamento. È una città che ha parecchie attrattive. E anche per arrivare lì, faremo una tappa interessante nel villaggio di Abyaneh, sui monti Zagros.
Lungo la strada, ai piedi di spettacolari montagne, Alì ci mostra una centrale nucleare. Viene immediato pensare all’accordo sul nucleare iraniano, e a tutto quello che si porta dietro. E chiedersi se anche qui non ci sia in corso qualche esperimento di tipo non proprio… civile.
Su un picco, in lontananza, si vede il mausoleo che Shah Abbas fece costruire per il suo falco.

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Abyaneh è un piccolo villaggio situato a 2200 m di quota, ai piedi del Monte Karkas alto 3899 m, in una vallata con caratteristiche geografiche che hanno mantenuto questo villaggio pressoché isolato fino ad oggi. Ci troviamo 30 km a ovest della strada che unisce Esfahan a Kashan, nei dintorni di Natanz. Qui sorge questo antico villaggio fatto di case multipiano in argilla e legno, tra il rosso e il color ocra, con porte e finestre dalle belle forme geometriche. Oggi Abyaneh ha un centinaio di abitanti, prevalentemente anziani, ed è conosciuta in tutto il paese per la sua storia e le sue tradizioni.
L’abitato è orientato a est in modo da beneficiare del maggior numero di ore di sole e ridurre gli effetti dei venti invernali. Il villaggio ha 2500 anni di storia e ha preservato la sua cultura, che tuttora si manifesta in forme diverse, attraverso i costumi, il dialetto e le tradizioni. È stato registrato come patrimonio nazionale nel 1973, mentre il dialetto e le cerimonie tradizionali come la processione con la nakhl, la palma di Hosein, sono registrati come eredità culturale intangibile dal 2013.
Noi arriviamo in tarda mattinata, nel pieno di un giorno di festa (oggi è venerdì), e ce ne accorgiamo subito dal numero di turisti che affollano le stradine. Forse troppi, si perde un po’ l’atmosfera. Ma non possiamo farci niente. Tra questi, attira la nostra attenzione un gruppo di ragazze della scuola coranica della città santa di Qom, tutte in chador nero. Anche loro, però, ci salutano e ci sorridono. Qualcuna parla inglese, e scopriamo che vengono anche dall’estero, dal Belgio per esempio. La scuola di Qom è molto prestigiosa, probabilmente le famiglie iraniane religiose che vivono all’estero ci tengono a mandare lì le figlie.
Abyaneh si caratterizza per il colore ocra delle case, legato al terreno ricco di ossidi di ferro. Le abitazioni sono costruite con mattoni crudi, ottenuti da un impasto di acqua, paglia e terreno argilloso. Finestre e balconi mantengono ancora l’antico stile di un tempo.
Il villaggio è noto anche per i colorati costumi tradizionali indossati dalle donne del paese, le cui origini sono molto antiche. Una donna di Abyaneh indossa di solito una lunga sciarpa bianca (che copre le spalle e la parte superiore del tronco), sopra un vestito molto colorato con la gonna sotto il ginocchio. Il dialetto del popolo di Abyaneh ha conservato alcune caratteristiche dell’antica lingua dell’Impero dei Medi, ormai scomparsa in tutto il paese.
Una fortezza sasanide domina il borgo poco distante dal paese, mentre al suo interno si trova il Santuario di Zeyaratgah, con una vasca per le abluzioni. È presente anche l’antichissimo tempio del fuoco zoroastriano Harpak, che dovrebbe risalire all’era Achemenide (550-330 a.C.), rinnovato in epoca sasanide.
Dal 1995 è in corso un programma di restauro delle case, alcune delle quali sono in cattive condizioni. A partire dal giugno 2005, il villaggio è stato sottoposto anche a scavi archeologici.
Noi abbiamo un’oretta per passeggiare liberamente per queste stradine strette e ripide, arrampicate sulla montagna. Per Rita, la fotografa del gruppo, è un’altra occasione di sbizzarrirsi alla ricerca di un’inquadratura irripetibile. Quasi ad ogni angolo di strada donne in costume tipico espongono e vendono un po’ di tutto. Non mancano, però, anche le grandi foto dei martiri.
Sarebbe bello, forse, godersi la passeggiata in un clima più tranquillo e più vicino a quella che deve (o dovrebbe) essere la vita quotidiana del villaggio. Per contro, però, non mancano le occasioni di incontro con qualcuno dei tanti turisti iraniani che affollano il villaggio. Io ed Elena, per esempio, ci fermiamo cinque minuti a parlare con Sara, una ragazzina che non avrà più di quindici o sedici anni, e con il suo fratellino Arash, che ne ha circa dodici. Sono di Esfahan. Dopo le prime classiche domande (di dove siete, dove siete stati in Iran, vi piace il nostro paese), lei ci mostra sul telefono una foto del mausoleo di Hafez e da lì partiamo: le racconto che anche noi ci siamo stati, che mi è piaciuta molto l’atmosfera di quel luogo e che sto imparando ad apprezzare la poesia di Hafez. Lei sorride e, in un buon inglese, ci tiene a dire che ama molto Hafez e che ha partecipato a delle gare di poesia che fanno a scuola: dice che le fanno in quasi tutte le scuole del paese. I ragazzi devono recitare a memoria più poesie possibili; prendendo la parola o la sillaba finale della prima poesia, devono trovarne un’altra che cominci in quel modo, e così via. Poi ci dice cose belle di Kashan, che sarà la nostra prossima tappa, e ci racconta che suo fratello porta il nome di un eroe persiano, un mitologico arciere. La salutiamo perché dobbiamo andare, tra poco abbiamo appuntamento per il pranzo in un ristorante di Abyaneh, appena fuori dal centro storico.
A pranzo, come è ovvio, si parla di Siria e Iran, ma anche del nostro viaggio che volge alla fine: stiamo tutti realizzando che oggi è il penultimo giorno. Affiorano le prime tristezze, e si comincia a pensare a quello che ci aspetta al ritorno. Vanda, che oltre ad essere una grande cantante è una delle due psicologhe del gruppo, insieme a Rita, è un po’ preoccupata per i suoi pazienti. Il suo è sicuramente un mestiere delicato, non può assentarsi per troppo tempo. Ma tutti, chi più chi meno, abbiamo qualcuno o qualcosa a cui tornare, anche se qui stiamo bene.

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Dopo pranzo si riparte e, nel tardo pomeriggio, raggiungiamo Kashan.
Kashan, situata a 1600 m di quota, è la prima di una serie di grandi oasi lungo la strada che porta da Qom a Kerman, al margine dei grandi deserti centrali dell’Iran. Il suo nome deriva dalla parola kashi che significa piastrella. Ha circa 250.000 abitanti.
I rinvenimenti archeologici sulle collinette di Tepe Siyalk, 4 km ad ovest di Kashan, rivelano come questa sia stata una delle prime zone di civilizzazione nella preistoria; i reperti la fanno risalire a 8000 anni fa. Manufatti del sito si trovano al Louvre, al Metropolitan Museum di New York e al Museo Nazionale dell’Iran a Teheran. Kashan risale al periodo elamita e nei sobborghi si erge ancora uno ziggurat che risulta essere più antico di quello di Ur.
Il terremoto del 1778 rase al suolo la città e gli edifici safavidi facendo 8000 vittime, ma Kashan si è rinnovata ed è oggi un punto focale d’attrazione turistica con le sue case storiche del XVIII e XIX secolo, esempi di architettura residenziale persiana tradizionale e dell’estetica Qajar.
Noi prendiamo alloggio all’hotel Noghli, che è ricavato in un’antica dimora tradizionale. Il pullman non può arrivarci, dobbiamo scendere e addentrarci a piedi nei vicoli della vecchia Kashan. La casa non è forse bella come quella di Yazd, e non è tenuta altrettanto bene, ma è sicuramente suggestiva. Le scale con i gradini alti, qui come in altre case antiche, creano qualche disagio, ma abbiamo scoperto che servivano per impedire agli scorpioni di entrare. Mentre arriviamo inizia a piovere forte, quindi ci chiudiamo nelle camere fino all’ora di cena.
Stasera ci attende l’ultima serata in famiglia. Arriviamo in pullman fino alla periferia della città, sotto una pioggia battente. Questa volta, curiosamente, a riceverci ci sono solo donne. Gli uomini non possono, o non vogliono, partecipare.
Anche qui ci apparecchiano un pic-nic in… salotto con ogni ben di dio. Dopo cena si chiacchiera, con le ragazze che, senza uomini, sembrano divertirsi come matte. Noi facciamo il solito giro di autopresentazione, ormai siamo allenati. Una delle prime domande che ci fanno è, come sempre, l’età. Le colpisce sempre molto vedere persone che dimostrano, sia per il fisico che per lo spirito, meno anni di quelli che hanno all’anagrafe. Sottolineano questa cosa con grandi sorrisi di approvazione e anche con qualche applauso, prima timido poi, visto che anche noi ci divertiamo, più convinto. Qui, poi, sullo spunto fornito da alcune delle donne del nostro gruppo, parte un giochino che consiste, sostanzialmente, nel cercare di indovinare loro le nostre età e noi le loro. Anche questo le diverte molto. Vorrebbero sapere anche cosa significano i nostri nomi. I nomi iraniani, infatti, nella maggior parte dei casi, hanno un significato, o almeno riprendono i nomi di personaggi della storia o della mitologia persiana. Per noi, cerchiamo di spiegare, non sempre è così. Io forse sarei uno dei pochi il cui nome ha un significato: Piero, in fin dei conti, deriva da Pietro, quindi roccia, solidità. E poi San Pietro, l’apostolo più vicino a Gesù. Potrei citare Gesù quando disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”, ma al momento purtroppo non mi viene in mente.
Comunque la serata è molto piacevole. Arriva anche una giovane mamma che, con molta naturalezza, permette alle signore del gruppo di spupazzarsi un po’ la sua bambina di pochi mesi. Si crea, come sempre, un bel clima. Vorrebbero anche far vedere un album di foto di un matrimonio, ma solo alle donne del gruppo. Nelle feste di matrimonio, donne e uomini stanno in due sale separate, e le donne, quando sono tra loro, si tolgono il velo. Per questo noi uomini non le possiamo vedere. Sarebbe un’altra bella occasione per capire ancora meglio cosa pensano, forse tra donne si creerebbe una sorta di intimità e si lascerebbero andare a qualche confidenza, ma è il tempo che manca, alla fine.
Noi non vorremmo venire più via ma purtroppo s’è fatto tardi, sia per noi che, soprattutto, per loro, le donne della famiglia. Un gruppetto, per la verità, se n’era andato già prima. Ci hanno raccontato che andavano a una festa, ma alcuni tra noi sospettavano che dovessero invece tornare dai mariti…

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Sabato 14 aprile

Questa notte aerei americani, britannici e francesi hanno bombardato la Siria. Sono stati colpiti un centro di ricerca a Damasco e un sito di stoccaggio per armi chimiche a Homs. Questo attacco sarebbe una ritorsione contro Assad per l’uso di armi chimiche in febbraio e, sembra, ancora pochi giorni fa nella Ghouta orientale. Pare che i russi siano stati avvertiti dell’attacco. Anche per questo non ci sono state vittime, perché i siti erano stati già svuotati ed evacuati. Del resto, che per combattere l’uso di armi chimiche si vada a bombardare un deposito pieno di armi chimiche provocando un disastro ambientale di proporzioni bibliche sarebbe abbastanza curioso. Sembra più un gesto dimostrativo. Insomma, ci sono un po’ di punti oscuri. Ci chiediamo come gli iraniani vivano queste notizie, e come gli vengano raccontate. Molti le avranno viste sulle televisioni straniere, via satellite (esiste perfino un canale della BBC in farsi). Le parabole sarebbero vietate, in teoria, ma guardando i tetti delle città iraniane se ne vedono eccome. E anche quelli che non ce l’hanno, per quanto ho capito, non danno troppo credito all’informazione di regime.
Ma oggi è un giorno di festa, una festa religiosa che ricorda il giorno in cui Maometto iniziò la sua missione profetica. C’è parecchia gente in giro in città, e il bazar è bardato a festa con bandiere verdi.
Noi iniziamo la giornata con la visita alla moschea di Agha Bozorgh, che è nelle vicinanze del nostro albergo. Ma prima dobbiamo caricare i bagagli sul pullman. Ciascuno di noi si è preparato, oltre al bagaglio, una borsa o uno zainetto, con la roba che può servire durante il giorno. Qualcuno se lo porta dietro per la visita alla moschea, e gli altri li lasciano qui insieme ai bagagli grossi (alcuni, dopo lo shopping compulsivo di Esfahan, lo sono diventati davvero); ci penseranno gli autisti a caricare.
La moschea di Agha Bozorgh, conosciuta anche come la moschea del nonno, è stata costruita alla fine del XVIII secolo dal maestro Ustaz Haji Sya’ban-ali. La moschea e l’annessa scuola teologica (madrasa) sono state costruite per la preghiera, la predicazione e le sessioni di insegnamento detenute da Molla Mahdi Naraghi II, noto come Agha Bozorgh.
Notevole per la sua conformazione simmetrica, la moschea si compone di due grandi iwan, uno davanti al miḥrab e l’altro all’ingresso. Il cortile ha una seconda corte al centro che comprende un giardino con alberi e una fontana. L’iwan davanti al miḥrab ha due minareti e una cupola in mattoni, famosa per la sua simmetria architettonica.

Disposta su quattro piani, la moschea comprende un grande cortile interno sottostante con vasca per le abluzioni. Oltre ai due minareti sono presenti anche dei badgir, le torri del vento alte e slanciate.
Si dice che il numero di borchie che decora la porta di legno d’ingresso corrisponda al numero dei versetti del Corano, mentre le pareti sono ricoperte da iscrizioni del Corano e mosaici.

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Torniamo al pullman e Franca vuole verificare che sia stata caricata la sua borsa “piccola” per il giorno. Inizialmente non si trova, ci sono attimi di concitazione finché finalmente salta fuori un borsone nero di tela che sembra un po’ troppo grande per una borsetta da donna. Al che Marco se ne esce, nel suo stile, con la battuta: “Franca, ma questa è la tua pochette?”, che suscita l’ilarità generale del gruppo.
Il pullman ci porta a vedere il giardino di Fin (Bagh-e Fin), uno storico giardino persiano. Fu completato nel 1590 ed è il più antico giardino oggi esistente in Iran. Qui venne assassinato Amir Kabir, il primo ministro della dinastia Qajar ucciso da un sicario inviato dallo Shah Nasser al-Din nel 1852.
Successivamente il giardino soffrì di un lungo periodo di completo abbandono e venne danneggiato più volte fino a quando, nel 1935, è stato indicato come bene nazionale dell’Iran. Il 18 luglio 2012 è stato infine riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Alì ci spiega a modo suo la differenza tra il concetto di giardino occidentale e quello che rappresenta invece il giardino nella cultura persiana. Prima di tutto la parola bagh è una parola che viene dall’arabo; in persiano, già lo sappiamo, si dice pardis, da cui paradiso. Da voi in occidente, dice, il giardino può essere un giardino condominiale, o di quartiere, o un parco, che comunque deve rispettare certi standard. Ci sono labirinti, immagini leggendarie, statue, grotte e quant’altro. Da noi, invece, gli elementi fondamentali sono quattro: la recinzione (da fuori non si deve vedere niente), l’acqua, un padiglione e gli alberi, in questo caso alberi di cipresso. Un ambiente più essenziale, più naturale, creato per rilassare e dare una sensazione di pace.

Effettivamente è un po’ questo l’effetto che fa questo posto. Noi ci immergiamo in questa sensazione anche prendendo un tè o un caffè. Anche il ritmo con cui arrivano le ordinazioni, in tono con il clima generale, è molto rilassato.
Il giardino copre una superficie di 2,3 ettari e ha un gran numero di giochi d’acqua, alimentati da una sorgente ubicata sulla collina. L’acqua viene distribuita con un ingegnoso e sofisticato sistema di canali sotterranei, che senza bisogno di pompe sfrutta al massimo la portata della sorgente, i dislivelli e le pendenze per far arrivare l’acqua a sgorgare nei vari bacini.
Anche qui non mancano gli incontri. In particolare, c’è un gruppo di ragazzi molto simpatici e che parlano bene inglese, forse perché stanno facendo un MBA (Master in Business Administration). Uno di loro ha la carnagione più chiara e, se vogliamo, un aspetto poco “iraniano”. Viene dal nord e discende da una tribù di origine turca. Infatti, ci racconta, parla anche turco e quando parla farsi lo fa con un accento diverso da quello della maggior parte degli iraniani. Gli altri lo guardano, annuiscono e ridono, probabilmente lo prendono un po’ in giro per questo. Il giochino si autoalimenta perché tutti quelli che arrivano e lo vedono gli dicono: “Ma tu sei inglese?”, “Però potresti essere anche greco!”, “Ma anche italiano, allora!”. Lui si diverte ad essere al centro dell’attenzione e continua a rispiegare la storia delle sue origini, mentre gli amici continuano a ridere e a prenderlo in giro. C’è un bel clima di festa e di serenità, e forse davvero anche l’ambiente del giardino in questo aiuta.
Noi però abbiamo ancora altre visite in programma. Kashan offre parecchio, e il tempo che abbiamo non è molto. Stasera dobbiamo arrivare all’aeroporto di Teheran, e abbiamo in programma di fermarci anche a Qom.

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Punti di vista

 

Non possiamo partire senza aver fatto almeno un breve giro nel bazar, ma soprattutto senza aver visto due belle dimore storiche. La prima è Casa Tabatabaei, che venne costruita verso il 1880 per la ricca famiglia del mercante di tappeti Seyyed Ja’far Tabatabaei.
Questa residenza è celebre per i raffinati stucchi dei suoi interni e i rilievi in pietra, nonché per le vetrate colorate e gli specchi. Si compone di quattro cortili, il più grande dei quali ha una vasca con una fontana, diverse pitture murali e include altre caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come il biruni (ossia una zona esterna adibita allo svago e agli ospiti), il daruni (la zona interna dove vivevano i membri della famiglia e il proprietario) e il khadame (gli alloggi della servitù).

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Uscendo da qui, lo sguardo ci cade su un manifesto. Ci sono delle scritte in farsi che non riusciamo a decifrare, ma appare chiaro che ad essere rappresentata è la ragazza arrestata nello scorso dicembre per essersi tolta il velo in pubblico e averlo sventolato come una bandiera. È sull’orlo del precipizio della corruzione, e dietro di lei a spingerla ci sono il grande satana americano (rappresentato proprio da un diavoletto con la testa a stelle e strisce) e i soldi degli inglesi. Davanti a lei una parabola tenuta da una mano con una manica su cui c’è la bandiera israeliana, forse a dire che anche l’odiato nemico sionista beneficia della rappresentazione mediatica di un Iran dove le donne protestano. Insomma, il messaggio è palese: dietro a quella ragazza e alle proteste ci sono i nostri nemici di sempre, non fatevi ingannare. Non credo che una cosa del genere possa funzionare, è troppo forzata e la semplificazione è quasi infantile. Però è chiaro che la Suprema Guida, l’ayatollah Khamenei, raffigurato nella foto in alto a destra, ci prova.

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La seconda residenza storica da non perdere è Casa Borujerdi, che fu costruita nel 1857 dall’architetto Ustad Ali Maryam per la moglie di Sayyed Jafar Natanzi, un ricco mercante di tappeti. La moglie proveniva dalla famiglia benestante Tabatabaei (proprietari della casa Tabatabaei); quando si innamorò di lei, Sayyed le fece costruire questa casa per assolvere le condizioni imposte dal padre, il quale voleva che la figlia vivesse in una dimora degna di quella da cui proveniva.
L’edificio si compone di un bel cortile rettangolare e di tre torri del vento, alte 40 metri, che svolgono un’efficace funzione di raffreddamento.
La casa dispone di 3 ingressi, e ha anche questa tutte le caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno). Nel cortile è presente una vasca con fontana alla cui estremità si apre un iwan con sala di ricevimenti decorata con elementi a muqarnas, specchi e vetrate.
Per costruire la residenza furono necessari 18 anni, durante i quali lavorarono 150 artigiani. L’edificio ospita oggi il Kashani Culture & Heritage Office.
Anche questa casa, come quella precedente, è affollata di gente, soprattutto iraniani, che girano per le stanze e i cortili, guardano, si fanno i selfie, cercano forse semplicemente di apprezzare il bello e respirare un po’ d’aria di festa. Molte donne indossano foulard firmati di grandi marche europee. Intorno alla vasca, alcune ragazze si adornano il capo velato con coroncine di rose. Kashan è la città delle rose, come Shiraz, ma con ancora più convinzione di Shiraz cerca di accreditarsi come tale. Tantissimi negozi, praticamente tutti, vendono acqua di rose e/o olio di rose, molti anche sacchetti di petali di rose seccati.

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Andiamo a pranzo. Dopo quello che abbiamo mangiato ieri sera, molti vorrebbero fare un pranzo leggero; abbiamo detto diverse volte, in questi giorni, che sarebbe stato meglio mangiare leggero, anche solo frutta e verdura. Alessandro, che è stato il più assiduo nel dichiarare questa intenzione, è stato nominato per questo “Ministro della frutta e verdura”. Ma niente, anche oggi non ce la facciamo. Il ristorante ha annessa, manco a dirlo, una profumeria che vende oli ed essenze varie estratte dalla rosa, ma anche dal gelsomino. E qui, sorpresa: la commessa altri non è che la giovane mamma di ieri sera! Che, ovviamente, ci riconosce e ci accoglie con calore.
Dopo pranzo partiamo in pullman verso Qom, la città santa. L’accesso è interdetto ai pullman turistici, quindi dobbiamo parcheggiare e prendere un autobus locale, con il quale entriamo in città e che ci porta fin quasi all’ingresso del grande santuario.
Qom fu il cuore della Rivoluzione iraniana e rimane tuttora uno dei luoghi più conservatori del paese. È stata la residenza di Khomeini che per un periodo, dopo la rivoluzione del 1979, ha guidato l’Iran proprio da questa città. Ancora oggi Qom attira studiosi e studenti sciiti da tutto il mondo, oltre a migliaia di pellegrini.
Il santuario di Fatima al-Ma’sumeh è considerato per i musulmani sciiti il secondo luogo più sacro in Iran dopo Mashhad. Fatima era la sorella dell’ottavo Imam Ali al-Rida e la figlia del settimo Imam Musa al-Kazim. Nell’islam sciita, le donne sono spesso venerate come sante se sono parenti strette di uno degli imam duodecimani. Sì, insomma l’Islam sciita si conferma una religione… familista. Anche se la teologia sciita afferma formalmente che i parenti degli Imam, gli Imamzadeh, sono in possesso di uno status inferiore a quello degli Imam, nello sciismo popolare ancora si venerano fortemente gli Imamzadeh. All’interno del santuario sono anche sepolte tre figlie del nono Imam Muhammad al-Taqi.
La moschea è costituita da una camera sepolcrale, tre cortili e tre grandi sale di preghiera, per un totale di una superficie di 38.000 m2.
Fin dall’inizio della storia di Qom nel VII secolo, la città è stata associata allo sciismo e considerata un “luogo di rifugio per i credenti”. Dopo la morte di Fatima al-Masumeh e la costruzione del suo Santuario, gli studiosi cominciarono a riunirsi a Qom e la città guadagnò la sua reputazione per l’insegnamento religioso.
Fatima morì a Qom nell’816 d.C. viaggiando per raggiungere il fratello, l’Imam Alì al-Riḍa di Khorasan. La carovana venne attaccata a Saveh, e 23 membri della famiglia vennero uccisi. Fatima fu poi avvelenata, si ammalò e chiese di essere portata a Qom, dove morì.
Lo stile del Santuario si è sviluppato nel corso dei secoli. In un primo momento, la tomba era coperta da un baldacchino di bambù. Cinquant’anni dopo, fu costruito un edificio a cupola più durevole.
Nel 1519, Taj Khanum, la moglie di Shah Ismail I, fece impreziosire il Santuario con un iwan e due minareti, e ricostruire la camera di sepoltura con una cupola a ottagono. Durante la dinastia safavide, le donne della famiglia furono molto attive nell’abbellire il Santuario.
Dal 1795-1796, Fath-Ali Shah Qajar convertì due cortili safavidi in un unico grande cortile e, nel 1803, creò la cupola dorata, ricoperta con 190 kg d’oro. La gran parte di quello che si vede oggi è una struttura abbastanza recente, della prima metà del XX secolo.
Con la rivoluzione iraniana, Qom prese ancora più importanza come “luogo di nascita” di questo movimento. Khomeini ha studiato a Qom e vi ha vissuto all’inizio e alla fine della Rivoluzione. Khomeini ha anche ampliato il Santuario, aggiungendo più spazio per i pellegrini. Inoltre, la tomba di Khomeini utilizza elementi architettonici che sono simili a quelli del Santuario di Fatima al-Ma’sumeh, come la cupola dorata.
Gli Sciiti comunemente fanno un viaggio di pellegrinaggio ai santuari degli Imamzadeh perché ricercano cure per i loro disturbi, e soluzioni ai problemi, nonché il perdono dei peccati. Molti hadith, o insegnamenti, proclamano che coloro che fanno un pellegrinaggio al Santuario di Fatima al-Ma’sumeh saranno “certamente ammessi al cielo.”
L’economia di Qom fa affidamento su questo pellegrinaggio per il turismo che porta, e la città si è mantenuta conservatrice per garantire un ambiente pio per i pellegrini. Molti miracoli sono stati registrati in questo santuario, e sono documentati in un apposito ufficio all’interno del complesso. I pellegrini al Santuario seguono rituali tramandati da secoli, come il lavaggio rituale, il vestirsi con abiti profumati, ed entrare nel sito con il piede giusto.
Noi, anche qui come nel santuario di Shiraz, entrare nella moschea non possiamo, con nessuno dei due piedi. L’ingresso è vietato ai non musulmani. Ma possiamo entrare nel complesso e visitarne i cortili ammirando dall’esterno la magnificenza degli edifici.
E anche qui le donne devono mettere il chador, come a Shiraz un chador bianco a motivi floreali. L’ingresso per le donne è separato, entrano passando da una tenda blu, come fosse un sipario, e riappaiono “purificate”.

Per la visita, abbiamo a disposizione la nostra “Guida Suprema”, un giovane mullah che ci accompagnerà e sarà pronto a rispondere alle nostre curiosità. Si chiama Mohammad, ha 23 anni, la barba non troppo lunga per non incutere timore e il turbante bianco. Non è discendente, quindi, del suo illustre omonimo, almeno per ora. Se diventasse ayatollah, forse… una parentela anche alla lontana si fa sempre in tempo a trovare, credo. È sorridente e gentile nei modi, parla in un buon inglese con toni felpati, anche quando fa affermazioni decise, e gesti morbidi. Tutto in lui sembra costruito per dare agli stranieri l’immagine di un Islam dal volto umano, in contrasto con quella che passa nei media che alimentano la paura. Evidentemente è stato scelto per questo, sta studiando e lo sta facendo con impegno.
Ci racconta che è al sesto anno della scuola coranica, dove generalmente si entra dopo la scuola superiore ma a volte, come nel suo caso, anche prima. Scherza un po’ sul vestito da mullah che si è potuto comprare una volta raggiunto questo grado di studi e ci parla della scuola di Qom, che è un centro di eccellenza per gli studi coranici, oltre che essere il secondo luogo santo per gli sciiti. Al piano terra ci sono le classi, al primo e secondo piano i dormitori e le altre parti comuni. Gli studenti dormono all’interno della scuola soltanto se non sono sposati, altrimenti dormono fuori. Ci sono anche studenti stranieri che arrivano da 120 paesi, Italia compresa.
Richiama la nostra attenzione sulle bellezze architettoniche, prima di tutto la cupola dorata e poi il muqarnas luccicante che può sembrare argento ma in realtà è un mosaico di specchi. “Fatima al Ma’sumeh era la sorella dell’ottavo Imam, per noi è come la vostra Maria” – ci dice.
Il santuario, secondo Mohammad, attira dieci milioni di pellegrini ogni anno. I visitatori non musulmani, invece, sono 2000 al mese. Gli chiedo se esistono dati su quanti dei visitatori musulmani sono sciiti, perché vorrei capire quanto sia profonda la divisione anche nella possibilità di accedere ai luoghi santi. In Iran, va detto, ci sono chiese armene e sinagoghe, ma non ci sono moschee sunnite. Mi risponde che è impossibile dirlo con esattezza, perché non viene chiesto ai visitatori musulmani se siano sunniti o sciiti (ed è una risposta che ci sta), ma è sicuro che ci siano anche sunniti. Noi abbiamo visto due persone che dall’abbigliamento sembravano decisamente arabi, secondo lui hanno l’aspetto di arabi americani. Ma potrebbero essere arabi sciiti, non vuol dire. Mohammad ci ricorda, comunque, che anche “noi cristiani” abbiamo avuto guerre tra cattolici e protestanti, e non c’è il minimo dubbio. Dice che in tutte le religioni ci sono estremisti, ma i veri credenti perseguono come primo obiettivo la pace.
Nel frattempo ci concede, sempre con i suoi modi affabili, di fare una foto di gruppo con lui. Sicuramente è abituato a queste richieste, quindi le previene.
Alessandro chiede quanti degli 80 milioni di iraniani sono musulmani. Mohammad dice che sono praticamente tutti, è normale che sia così in un paese che da più di mille anni è un paese islamico. I non musulmani sono pochi, non arrivano al milione (il dato forse è un po’ sottostimato, ma anche questo ci può stare, da parte sua). Precisa, poi, che i visitatori non musulmani non sono ammessi nella sala di preghiera perché in passato, quando l’accesso era consentito, non erano abbastanza rispettosi. Anche ai musulmani, ci tiene a dire, non è consentito entrare con macchine fotografiche. È il luogo che lo richiede. Sì, solo che dare per scontato che un non musulmano non possa essere rispettoso non è il massimo, ma è inutile dirglielo. Alessandro lo incalza anche sulle motivazioni dell’intervento iraniano in Siria e lui non si fa pregare: Quando dei musulmani, o (azzarda) anche dei non musulmani, hanno bisogno di aiuto, è nostro dovere intervenire, contro gli estremisti. In effetti semplifica un po’, ma è così che in Iran viene presentata la cosa: Assad è il re buono che protegge il suo popolo, chi lo avversa sono gli integralisti di Daesh, o ISIS, IS, come vogliamo chiamarlo. L’Iran non è presente solo in Siria, ma anche a sostegno dei ribelli Houthi (sciiti) nello Yemen, teatro di un’altra guerra dimenticata che sta creando una delle situazioni umanitarie peggiori al mondo.
Qui la nostra guida si lascia prendere dalla discussione e va un po’ oltre, affermando che gli ayatollah iraniani sono da 40 anni un esempio di bontà e di saggezza per tutto il Medio Oriente. Alessandro non molla l’osso e chiede: “Ma allora perché un ayatollah iraniano non fa una pubblica dichiarazione contro Daesh, dicendo che viola i principi dell’Islam, come ha fatto il Gran Muftì d’Egitto, che è la massima autorità dell’Islam sunnita?”. La risposta, in sostanza, è che non ce n’è bisogno, perché nessun ayatollah iraniano ha mai ucciso nessuno, o predicato odio e violenza. E qui ci sarebbe molto da dire, ma servirebbe a poco. Tra l’altro, la nostra guida, gentilmente, ci sta accompagnando verso l’uscita, facendoci capire abbastanza chiaramente che il tempo che aveva da dedicarci è finito. È stato un confronto interessante, comunque.
Un confronto che, ancora una volta, ci fa capire quanta strada ha ancora da fare questo paese per liberarsi della teocrazia. Certo, Alì Khamenei è anziano e malato, ma anche quando non ci sarà più lui è difficile immaginarsi un cambio repentino di prospettiva. E cosa succederà, poi, con l’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano? Difficile da dire, ma il rischio è che porti a un ritorno indietro, a una nuova fase di chiusura.

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Da Qom, ormai, ci dirigiamo verso l’aeroporto di Teheran. Domani mattina prestissimo abbiamo il volo di ritorno. Resterebbe da raccontare una cena e una brevissima notte all’Ibis dell’aeroporto, ma credo proprio che non ne valga la pena. Non aggiungerebbe niente al racconto, che è già fin troppo lungo.
Sarebbe il momento di fare una sintesi conclusiva, ma sarebbe davvero impegnativo provare a riassumere in poche righe un viaggio così. Sono troppe le impressioni, le sensazioni, le voci, le immagini che ti restano, a volte contrastanti. È inevitabile che sia così, in un paese così complesso e per di più così grande (5 volte e mezzo l’Italia): in dieci giorni effettivi di viaggio abbiamo visto forse le città più importanti, ma ci manca molto altro. Abbiamo avuto l’opportunità di andare un po’ al di là della superficie, grazie all’insostituibile Alì e agli incontri che abbiamo avuto. Abbiamo scoperto che c’è un abisso tra la propaganda antioccidentale del regime e come la gente si comporta con gli occidentali, nella realtà quotidiana. Uno dei tanti paradossi iraniani è proprio questo, che il grande orgoglio nazionale spesso convive con un atteggiamento molto filooccidentale. Ma non è certo abbastanza per dire di conoscere l’Iran. E per di più io il dono della sintesi proprio non ce l’ho, l’avrete già capito se avete avuto la pazienza di leggere fin qui. Anzi, proprio per questo vi devo ringraziare di averla avuta.
Quale sarà il futuro dell’Iran, sia nel breve che nel lungo periodo, in questo momento ben pochi sono in grado di prevederlo, e io non sono certo tra questi. Preferisco lasciare il compito di concludere a quello che ormai è il mio poeta persiano di riferimento, Hafez. E non abbiate paura, questa sarà sicuramente l’ultima volta che lo citerò. Ma se leggerete questa poesia, credo che penserete anche voi che è stata scritta sette secoli fa ma, incredibilmente, sembra scritta oggi.

Tu lo sai quel che van declamando, e l’arpa, e il liuto?
Di nascosto bevete, altrimenti è scomunica certa!
No, non dite la cifra d’amore, e no, non l’ascoltate!
È difficile storia davvero che vanno narrando.
Cancellan la legge d’amore ed il lustro d’amanti,
al giovane pongon divieti e al canuto rampogne.
Ci ingannaron, qui fuori, in ben cento maniere diverse:
chi può dire che cosa decidan laggiù, al di là di quel velo?
[…]
Su uno stabile mondo non devi pertanto contare,
ché questa è officina ove mutano sempre le cose.
Versa vino, ché il prete e il poeta e il muftì e il censore,
se bene osservi le cose, son tutti finzione e null’altro.
(Hafez, Divan 195)

 

Come sempre grazie, mamnoun, mersi a Radio Popolare e a ViaggieMiraggi per l’organizzazione.
Grazie a Marco per come ha guidato il gruppo con innata eleganza e con illuminata (quasi persiana) regalità.
Grazie ad Alì per aver ispirato il titolo di questo racconto e molto di più: per tutta la sapienza e l’umanità che ci ha regalato.
Grazie a tutte/i quelle/i che mi hanno fornito delle belle foto (vedi sotto) e degli spunti, e grazie a tutto il grande gruppo degli iranisti provvisori.
Photo credits (in rigoroso ordine alfabetico): Alberto, Alessandro, Franca, Luigina, Rita, Vanda.

In viaggio con Alì – 4

Capitolo 4: Esfahan

 

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

(Omar Khayyam)

 

Martedì 10 aprile 2018

È uscita la notizia che lsraele avrebbe colpito una base iraniana in Siria, nei dintorni di Homs. Sembra che siano morti 7 militari iraniani. Non ci sono ancora conferme, ma se fosse così salirebbe ulteriormente il livello dello scontro in Medio Oriente. L’Iran e la Russia sono i soli alleati importanti di Bashar Al Assad. L’Iran non solo lo sostiene in quanto sciita, ma ha chiaramente interessi nell’area. L’obiettivo, neanche tanto mascherato, sarebbe quello di crearsi un corridoio per attaccare Israele, che naturalmente non sta a guardare.

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Noi cerchiamo di non pensare ai venti di guerra e partiamo di buon’ora, questa volta in direzione nordovest. Il viaggio fino a Esfahan durerà almeno 4 ore, ma lo spezzeremo con due soste.
La prima è nella cittadina di Meybod, che ospita diversi edifici interessanti. Vediamo prima di tutto la ghiacciaia, recentemente restaurata, che risale al XVI secolo ed è realizzata interamente in mattoni crudi. Il meccanismo era questo: nel periodo invernale, durante la notte, l’acqua nelle vasche situate all’esterno ghiacciava e, nelle prime ore del mattino, il ghiaccio veniva frantumato e trasportato all’interno dell’edificio, nel contenitore scavato nel suolo. Le pareti della ghiacciaia, spesse oltre due metri, e la particolare conformazione della cupola alta 15 metri permettevano al ghiaccio di conservarsi per essere poi utilizzato durante i mesi estivi. Lo spessore della cupola varia da 2,40 m alla base fino a 25 cm (un solo mattone) sulla sommità. Ghiacciaia in farsi si dice yakchal, un’altra parola con delle curiose assonanze. Entrando, e cominciando a girare intorno al pozzo del ghiaccio, ci colpisce la luce suggestiva, ma soprattutto ci colpisce l’acustica. Partono i primi vocalizzi, i primi gorgheggi finché… non so bene come (ero lontano), si comincia a sentire una voce angelica che sale fino a riempire la volta. È Vanda che ha cominciato a cantare il Va’ pensiero, e lo canta da brividi! Anche altre voci si aggiungono. L’iniziale sorpresa diventa emozione, che poi si scioglie in un applauso. Un momento di grande intensità.

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A Meybod c’è anche un antico caravanserraglio, dove ora si trovano diversi negozi e laboratori artigianali. Noi ci soffermiamo, in particolare, su un laboratorio di ceramica (è sempre bello vedere un maestro vasaio che lavora al tornio, e invariabilmente il pensiero va a “Ghost”…), uno di tessitura e uno di pelletteria. Una piastrella che rappresenta un sole con il volto di donna ci permette di scoprire che il sole in persiano è femmina: la parola aftab (sole) può essere anche femminile, e soprattutto quel sole donna è un simbolo del mitraismo, cioè il culto di Mitra, il dio sole, che è alle radici dello zoroastrismo.
Ma non basta: c’è anche un ab anbar, una cisterna per l’acqua tradizionale del 1659 circondata da quattro torri del vento, e c’è una bella colombaia di epoca Qajara.

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Ripartiamo verso la seconda tappa, Nain. Durante il tragitto in pullman, che dura circa un’ora e mezza, un’altra sorpresa; questo gruppo ne offre veramente tante. Scopriamo che Luigina dipinge dei bellissimi acquerelli iperrealisti. Spinta dalle nostre insistenze, vince un po’ di naturale ritrosia e ci mostra sul cellulare le foto dei suoi lavori. Ha già fatto la sua prima mostra, e vinto un primo premio.
Arriviamo a Nain in tempo per il pranzo, che è l’occasione per apprezzare l’ennesimo ricco buffet e per festeggiare Ingela: oggi è il suo compleanno! Non dirò quanti sono, non è carino, ma portati benissimo. Nel gruppo abbiamo fatto una piccola colletta per regalarle un piatto in ceramica con un disegno di pesci, poi toccherà a Marco… il coro di “Tanti auguri” e l’applauso sono d’obbligo. Non abbiamo lo spumante, naturalmente; dobbiamo accontentarci della solita birra analcolica Parsi, che però, dai e dai, ci sta cominciando quasi a piacere. E abbiamo dei buoni dolcetti persiani.

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Segue la visita alla Moschea del Venerdì di Nain, che con i suoi mille anni di storia è una delle più antiche in Iran. Risale all’epoca buwahyide (X secolo), sebbene l’interno sia stato rimaneggiato in epoca selgiuchide e sia pertanto riferibile al secolo successivo. Questa moschea costituisce uno degli esempi più significativi e meglio conservati di architettura religiosa di stile Khorasani. Ha quattro iwan ed è ispirata alla casa-moschea di Maometto. Notevoli soprattutto il mihrab con una splendida decorazione a stucco (IX-X secolo), il minbar in legno del 1400 e il minareto alto 28 metri di epoca selgiuchide. C’è anche il forte Narin Qal’eh, una fortezza sasanide ora in rovina.

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Dopo un altro paio d’ore di viaggio, raggiungiamo Esfahan, o Isfahan. Come per molti nomi iraniani, la traslitterazione nell’alfabeto latino non è univoca. Io adotterò la prima, che mi sembra un po’ più diffusa. Quello che è certo è che qui si dice che “Esfahan è metà del mondo” (Esfahan nesf-e jahān), a testimonianza della grandezza di questa città.
Esfahan, che sorge a 1600 m di quota e ha oggi circa 1.600.000 abitanti, è una città molto antica, importante anche nell’Impero sasanide. Fu conquistata dagli Arabi nel 642 e fece parte del Califfato abbaside finché Toghrul Beg, sovrano dei Grandi Selgiuchidi, la conquistò nel 1055 e la scelse come capitale del suo Sultanato. Perse la sua importanza con la fine del dominio selgiuchide in Persia. Fu poi occupata dai Mongoli, che in seguito ad una rivolta degli abitanti saccheggiarono la città e sterminarono la popolazione, e dagli Afghani. Nel 1930 lo Shah Reza Pahlavi ordinò che fosse messo in atto un ampio progetto di ricostruzione, per riportarla al suo antico splendore.
Noi abbiamo subito un assaggio del traffico di questa città, trovandoci imbottigliati in un ingorgo che non ha nulla da invidiare a quelli di Teheran. Anzi, forse è addirittura peggio. Così arriviamo piuttosto tardi al nostro albergo, che è il Venus Hotel. Abbiamo soltanto il tempo di sistemarci e di prendere confidenza con quello che è indiscutibilmente il centro della vita cittadina, che possiamo raggiungere con una passeggiata di un quarto d’ora. È la stupenda piazza che ufficialmente ora è Piazza dell’Imam (Meidan-e Imam), dopo essere stata Piazza dello Shah (Meidan-e Shah). L’Imam è l’Imam Khomeini, naturalmente. Ma per tutti questa piazza è Naqsh-e Jahan, l’Immagine del Mondo. Certo, forse c’è un filo di megalomania ma devo dire che l’impressione che fa, vista così con le fontane che zampillano e i giochi di luce e di colori, è davvero notevole. Lunga 560 metri per una larghezza di 160, è la seconda piazza più grande al mondo, dopo Tien An Men. Venne costruita tra il 1598 e il 1629, nel 1979 è stata inserita nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. E da qui inizia un bazar che si estende per cinque chilometri. Nella parte più vicina alla piazza, che è la sola che abbiamo modo di esplorare, furoreggia il rame smaltato, che sembra sia uno dei prodotti più classici dell’artigianato locale.
È bellissima, forse per i miei gusti fin troppo bella. Troppo precisa nella sua armonia di forme e proporzioni, troppo elegante, troppo ordinata. È come se questo me la facesse sembrare un po’ fredda, come se fosse meno pulsante di vita. Forse non è giusto farlo, ma mi viene spontaneo paragonarla a un’altra grande piazza, la Djemaa el Fna di Marrakech; la Diemaa el Fna con i musicisti Gnawa, gli acrobati, i giocolieri, i cantastorie, gli incantatori di serpenti, i venditori d’acqua, le finte odalische che sono uomini travestiti. Forse quello è più il mio mondo, ma anche questa “Immagine del mondo” è indiscutibilmente bella.

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Avremo modo di apprezzarla ancora meglio domani. Ora andiamo a cena in un ristorante tipico, dove ci aspetta, dopo il solito ricchissimo buffet di zuppe, insalate, riso di vari tipi ecc. ecc., un tris di piatti che non abbiamo ancora provato: pollo con noci e melograno, pollo alle prugne, spezzatino con mele cotogne. Sapori insoliti per noi, ma ai quali facciamo onore con entusiasmo. Doveva essere un assaggino di ogni piatto, ma (soprattutto per me) è diventato ben di più. Questa volta tutti sono decisi a non avanzare niente, ma chissà perché guardano sempre me… Be’, come si dice è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, mi “sacrifico” volentieri.
Dopo di che, arriva la torta per Ingela. C’è ancora un ultimo scampolo di festa per lei, e per noi. Ancora tanti auguri tutti in coro, ancora applausi, e tutti a nanna. Domani ci aspetta un’altra giornata intensa.

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Mercoledì 11 aprile 2018

Oggi è la prima giornata dedicata ad Esfahan. E la giornata non può che cominciare dalla piazza “Immagine del mondo”, sulla quale si affacciano diversi edifici di grande interesse storico e artistico.
La gloria di Esfahan è molto legata al periodo Safavide. Nel 1598, quando lo Shah Abbas decise di spostare la capitale del suo impero dalla città nord-occidentale di Qazvin alla città centrale di Esfahan, iniziò quello che sarebbe diventato uno dei più grandi programmi della storia persiana: il rifacimento completo della città. Scegliendo la città di Esfahan, fertilizzata dal fiume Zāyandeh (“Il fiume che dà la vita”), sdraiato come un’oasi di intensa coltivazione nel bel mezzo di una vasta area di paesaggio arido, allontanò la capitale da eventuali attacchi futuri degli ottomani, gli arcirivali dei safavidi, e degli uzbeki, guadagnando allo stesso tempo un maggiore controllo sul Golfo Persico, che era da poco diventato un’importante via commerciale.
Con la costruzione della grande piazza, Shah Abbas avrebbe riunito le tre componenti principali del potere della Persia: il potere del clero, rappresentato dalla moschea (Masjed-e Shah), il potere dei mercanti, rappresentato dal Bazar Imperiale, e, naturalmente, il potere dello Shah stesso, residente nel palazzo Ali Qapu. Costruita come una fila di due piani di negozi, affiancata da un’architettura imponente, fino al lato nord, dove era situato il Bazar imperiale, la piazza era un’arena occupata da intrattenimenti e da commerci tra persone provenienti da tutti gli angoli del mondo. Esfahan era una tappa fondamentale lungo la Via della Seta.
Durante il giorno, gran parte della piazza era occupata dalle tende e dalle bancarelle dei commercianti, che pagavano un affitto settimanale al governo. C’erano anche animatori e attori. All’ingresso del Bazar Imperiale c’erano dei caffè, dove le persone potevano rilassarsi. Al crepuscolo, i bottegai mettevano via le loro merci, e il vociare dei commercianti e degli acquirenti desiderosi di contrattazione era sostituito da altri suoni: della piazza prendevano possesso dervisci, mimi, giocolieri, burattinai, acrobati e prostitute. Forse allora sì, che era un po’ come la Djemaa el Fna.
Ogni tanto la piazza veniva ripulita per le cerimonie pubbliche e le feste, soprattutto quella del Nowrouz, il capodanno persiano. Inoltre, lo sport nazionale persiano del polo poteva essere giocato nella Meidan, fornendo una fonte di intrattenimento allo Shah, residente nel palazzo Ali Qapu, e agli acquirenti occupati nelle contrattazioni.
Sotto Abbas, Esfahan divenne una città molto cosmopolita, con una popolazione residente fatta di turchi, georgiani, armeni, indiani, cinesi e un numero crescente di europei. Gli indiani erano presenti in numeri molto grandi, ospitati nei numerosi caravanserragli che sono stati a loro dedicati, e lavoravano principalmente come mercanti e cambiavalute. Gli europei erano qui come mercanti, missionari cattolici, artisti e artigiani.
Inoltre, molti storici hanno ragionato sul peculiare orientamento della Meidan. Quando si entra nel portale della Moschea dell’Imam si fa, quasi senza rendersene conto, una mezza svolta a destra che consente nella corte principale all’interno di guardare verso la Mecca. Se l’asse della piazza fosse stato coincidente con la direzione della Mecca, la cupola della moschea sarebbe stata nascosta alla vista dal torreggiante ingresso-portale. Con la creazione di questo angolo, le due parti dell’edificio, l’ingresso-portale e la cupola, sono entrambe visibili da tutti all’interno della piazza.

La prima visita, per noi, è quella alla Moschea dell’Imam, che condivide il nome con la piazza. Anch’essa quindi, già Moschea dello Shah, è diventata Moschea dell’Imam dopo la rivoluzione islamica.
Eretta nel 1629, la moschea è riconosciuta come uno dei più grandi capolavori dell’architettura persiana. Fu voluta da Abbas I il Grande, che nel 1611 ordinò l’inizio dei lavori. A quel tempo lo Shah aveva già compiuto 52 anni; per permettergli di vedere compiuta la sua opera si introdusse per la prima volta in Iran la tecnica delle piastrelle già dipinte da assemblare poi secondo il modello prestabilito. Precisamente, se si guarda il portale dell’iwan, sul lato sinistro la lavorazione è a intarsio, sul lato destro è fatta a piastrelle. Tramite questa innovazione già nel 1629 (18 anni dopo dall’inizio dei lavori) la moschea fu praticamente terminata, anche se i lavori si protrassero fino al 1638.
La pianta asimmetrica della moschea è dovuta a un doppio allineamento: il portale è orientato verso la piazza in direzione opposta alla porta Qeysarieh ossia la porta del Bazar di Esfahan, la moschea invece in direzione della Mecca.
Il portale dell’edificio è alto 30 metri ed è decorato da mosaici raffiguranti motivi geometrici, floreali e calligrafici; è affiancato da due minareti di 42 metri. Tutte le mura dell’edificio sono decorate con tessere di mosaico di sette colori. La porta di accesso, in legno ricoperto da strati di oro e argento, è decorata con alcuni poemi scritti in caratteri calligrafici nasta’liq. Sopra una finestra reticolata è raffigurato un vaso, con ai lati due pavoni. Secondo la credenza musulmana sciita, il pavone tiene lontano il diavolo. Per i romani era l’uccello di Giunone, simbolo di bellezza e di immortalità. Anche in questo caso, quindi, i persiani sarebbero arrivati prima.
La moschea è dotata di quattro iwan, dei quali il più grande è quello che indica la direzione della Mecca. Dietro di esso si apre uno spazio ricoperto dalla più grande cupola della città, alta 52 metri (il santuario principale). L’edificio contiene due madrase, due scuole coraniche.
Alì ci racconta che quello che chiamiamo “arabesco” deriva in realtà da un motivo sasanide. E ti pareva che ci fosse qualcosa che avevano inventato gli arabi e non i persiani… di sicuro gli uni e gli altri, per motivi religiosi, nelle moschee non potevano rappresentare figure umane o animali. “Maledetto il pittore che ha voluto copiare l’opera di Dio” – dicevano i dotti musulmani. E per questo sia gli arabi che i persiani hanno sviluppato in maniera incredibile i motivi geometrici e calligrafici. Alì da giorni sta cercando di convincerci che tutto quello che di bello esiste al mondo, gira gira, l’hanno inventato i persiani, e c’è quasi riuscito ormai, ma ogni tanto ci sorge qualche margine di dubbio.
Molto bello il mihrab, affiancato da un minbar in alabastro. Fu forse ispirato da questo mihrab che Italo Calvino scrisse:
«Il mihrab è la nicchia che nelle moschee indica la direzione della Mecca. Ogni volta che visito una moschea, mi fermo davanti al mihrab e non mi stanco di guardarlo. Quello che m’attira è l’idea d’una porta che fa di tutto per mettere in vista la sua funzione di porta ma che non s’apre su nulla; l’idea di una cornice lussuosa come per racchiudere qualcosa d’estremamente prezioso, ma dentro alla quale non c’è niente».

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All’interno della moschea, ci capita anche di assistere a una preghiera cantata di grande suggestione. Il muezzin invoca Dio con gli occhi chiusi e le mani sulle tempie, come per concentrarsi e isolarsi da quello che c’è intorno, da noi e dalle nostre fotocamere, forse anche dalla nostra mancanza di fede e spiritualità.

 

Proseguiamo visitando il palazzo Alì Qapu, la Porta di Alì. Alì, ancora lui!
La parola Qapu deriva dalla lingua turca e significa “Soglia Reale”. Il palazzo venne eretto agli inizi del XVII secolo su ordine dello Shah Abbas I il Grande, che lo utilizzò per gli incontri con i visitatori importanti e con gli ambasciatori. L’edificio, a pianta rettangolare, si sviluppa su sei piani (per circa 38 metri di altezza) ed ha una vasta terrazza nella sua parte frontale, coperta con un soffitto di legno intarsiato sostenuto da alte colonne lignee.
All’interno del palazzo vi sono ricchi affreschi di Reza Abbasi (il pittore di corte di Abbas I) e della sua scuola, con numerosissimi motivi a soggetto naturalistico. Le porte e le finestre del palazzo erano in origine estremamente decorate, ma esse vennero quasi tutte saccheggiate o distrutte durante i periodi di anarchia sociale che si sono succeduti nei secoli, con l’eccezione di un’unica finestra al terzo piano.
Abbas II era entusiasta della perfezione di Ali Qapu e volle lasciare un segno con la costruzione della grande sala che si trova al terzo piano. Sorretta da 18 colonne ricoperte da specchi, la sala presenta un mirabile soffitto decorato da grandi affreschi.
Al sesto piano del palazzo si tenevano i ricevimenti reali e i banchetti. Qui si trovano le stanze più grandi di tutto il palazzo, con quella dedicata ai banchetti che abbondava in stucchi rappresentanti vasi e coppe di tutte le forme. Qui si trova anche la cosiddetta sala della musica, senza dubbio la più spettacolare, dove gruppi musicali e solisti erano soliti suonare e cantare. Tutte le decorazioni intagliate sono a tema musicale, con dei vuoti fatti per esaltare l’acustica della sala. Ed è qui che incontriamo una scolaresca iraniana, formata tutta da ragazze, guidate dalla loro insegnante di inglese. Lei ha veramente un inglese perfetto, con un accento solo leggermente più americano che british, ma anche le ragazze sono molto brave. Sono attirate soprattutto da chi tra noi ha gli occhi chiari. Qui non sono molto comuni, ci spiega sorridendo l’insegnante, e quindi per loro rappresentano qualcosa di bello ed “esotico”. Per noi, invece, sono molto belli i loro espressivi occhi neri. È normale che sia così. I selfie si sprecano, quindi.

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Prima di pranzo abbiamo due momenti dedicati ad attività e prodotti tradizionali, che fanno parte comunque della cultura iraniana. Sono “consigli per gli acquisti”, ma c’è anche la possibilità di apprezzare l’aspetto artistico di questi oggetti e di comprenderne le radici storiche. Il primo appuntamento è in una gioielleria che è l’apoteosi del turchese, la pietra nazionale persiana, dove ci insegnano a distinguere il vero turchese iraniano da quello egiziano che, manco a dirlo, è di qualità inferiore. E poi nella bottega di un miniatore, che possiamo ammirare all’opera.
Oggi abbiamo deciso di fare un pranzo veloce, per sfruttare tutta la giornata al massimo possibile. Entriamo in un piccolo bar-pasticceria, dove ci facciamo un succo di melograno con dei dolci di pasta sfoglia. Il melograno è tra le cose buone create da Dio e cresce nel giardino del paradiso, si legge nel Corano. Anche nell’ebraismo è tenuto in gran conto: è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia tra quelli prodotti dalla Terra promessa, simbolo di ricchezza e fertilità, onestà e correttezza.
Molti di noi, poi, hanno nello zaino un po’ di frutta presa dal ricco buffet della colazione. Io ho un’arancia. Me la sto gustando seduto su una panchina della Naqsh-e Jahan, quando mi si avvicina Mansour, che come sempre vuole darmi il benvenuto nella sua città. Avrà circa quarant’anni. Mi chiede se sono della Repubblica ceca, perché ha visto un gruppo di cechi e pensa che sia con loro. No, dico, sono italiano, sono con un altro gruppo. Spiego che prevalentemente siamo di Milano e dintorni. Lui sa che Milano è la “capitale economica” d’Italia, e vuol sapere se anche da noi c’è turismo. Dico che ce n’è, per la moda e il design, e comunque un po’ di arte e di cultura ce l’abbiamo anche noi. Gli spiego che giro abbiamo fatto, poi facciamo un po’ di confronti tra cucina iraniana e cucina italiana. Mi spiega che lui lavora in un negozio, gestito da un suo amico. Vorrebbe viaggiare, ma purtroppo finora non è mai uscito dal paese. Lo saluto, perché devo andare all’appuntamento con il gruppo, e ci augura buona permanenza.
Dobbiamo visitare un’altra importante moschea, la Moschea dello sceicco Lotfollah che è uno dei capolavori architettonici dell’architettura safavide iraniana, sul lato orientale della piazza.
La costruzione della moschea, iniziata nel 1603, fu terminata nel 1619. Fu costruita dal capo architetto Shaykh Bahai, durante il regno di Shah Abbas I della dinastia safavide.
Dei quattro monumenti che hanno dominato il perimetro della Piazza Naqsh-e Jahàn, questo è stato il primo ad essere costruito.
Lo scopo di questa moschea era d’essere una moschea privata della corte reale, a differenza della Moschea dello Shah, che è stata pensata per il pubblico. Per questo motivo, la moschea non ha minareti ed è di una dimensione più piccola. Ma come stile è addirittura superiore alla Moschea dello Shah. Prende il nome di Sheikh Lotfollah, un famoso mullah che fu la guida della comunità religiosa.
Come nella Moschea dello Shah, la facciata inferiore della moschea e l’ingresso sono costruiti in marmo, mentre le piastrelle a mosaici policromi decorano le parti superiori della struttura.
L’orientamento nord-sud della Meidan, come già detto, non è in accordo con la direzione sud-ovest della Mecca, ma è a 45 gradi rispetto ad esso. Questa caratteristica, chiamata pāshnah in architettura persiana, fa sì che la base della cupola non sia direttamente dietro l’iwan d’ingresso. La cupola è di 13 m di diametro, con la parte esterna riccamente ricoperta di piastrelle.
Rispetto alla Moschea dello Shah, l’architettura di questa moschea è abbastanza semplice, non c’è cortile e non ci sono iwan interni. In contrasto con la semplice struttura, la decorazione sia dell’interno che dell’esterno è estremamente complessa. Nella sua costruzione sono stati utilizzati i migliori materiali e impiegati gli artigiani più talentuosi.
Il “pavone” disegnato al centro della cupola è una delle caratteristiche uniche della moschea. Se ti trovi all’ingresso della sala interna e guardi al centro della cupola, vedi un pavone, la cui coda è composta dai raggi del sole provenienti dal foro nel soffitto. Un pavone con la coda di luce. Ritorna ancora il pavone, quindi, simbolo di bellezza e di immortalità oltre che protezione dal demonio. Lo scopo estetico del lungo, basso e cupo passaggio che porta alla camera della cupola diviene evidente, perché è con un senso di attesa che si entra nel Santuario, dove la cupola colpisce per la sua imponenza e l’oscurità viene dissipata.
Le iscrizioni della Moschea riflettono le questioni che preoccupavano lo Shah al tempo della costruzione, vale a dire la necessità di definire lo sciismo duodecimano (dei dodici Imam) in contrasto con l’Islam sunnita, e la resistenza persiana all’invasione ottomana. È proprio nel periodo safavide che lo sciismo diventa religione di stato. L’iscrizione eseguita in piastrelle bianche su fondo blu sul tamburo esterno della cupola, visibile al pubblico, si compone di tre sure (capitoli) del Corano: al-Shams (91, Il sole), al-Insan (76, Uomo) e al-Kauthar (108, Abbondanza). Le sure sottolineano la giustezza di un’anima pura e il destino all’inferno di chi rifiuta la via di Dio, molto probabilmente riferendosi ai turchi.
Entrando nella camera della preghiera, ci si confronta con le pareti ricoperte di piastrelle blu, gialle, turchese e bianche con motivi ad arabeschi intricati. Intorno al mihrab vi sono i nomi dei dodici Imam sciiti, e l’iscrizione contiene i nomi di Sheikh Lotfollah, Ostad Mohammad Reza Isfahani (l’ingegnere), e Baqir al- Banai (il calligrafo).

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Lasciata la moschea, ci dirigiamo verso il Palazzo delle Quaranta Colonne (Chehel Sotoun); è un padiglione persiano nel mezzo di un parco, in fondo a una lunga piscina, costruito da Shah Abbas II e utilizzato per il suo svago. In questo palazzo, Shah Abbas II e i suoi successori avrebbero ricevuto dignitari e ambasciatori, sia sulla terrazza che nei saloni signorili. Il nome è stato ispirato dalle venti sottili colonne di legno che sostengono il padiglione d’ingresso e, quando si riflettono nelle acque della piscina, si dice che sembrino essere quaranta, anche se noi non le vediamo riflesse, forse non è l’ora giusta.
Il palazzo, con il suo giardino, è tra i 17 siti patrimonio UNESCO dell’Iran: di questi 9 sono giardini. Va detto che la parola “paradiso” deriva dal persiano pardis che significa, indovinate un po’, giardino.
L’esistenza dell’edificio è documentata sin dal 1614, tuttavia un’iscrizione parla della fine dei lavori di costruzione nel 1647, sotto Abbas II. L’edificio venne poi ricostruito a causa di un incendio scoppiato nel 1706. Durante l’invasione afgana nel XVIII secolo gli affreschi vennero ricoperti di calce come segno di disapprovazione per lo sfarzo della corte, pur tuttavia si sono ben conservati.
Il padiglione è costruito secondo lo stile del portico colonnato di epoca achemenide. È composto da un ingresso coperto da colonne scanalate e un soffitto a cassettoni con decori e intarsi.
Il Grande Salone o Sala del Trono è una sala decorata da affreschi e dipinti su ceramica. La parte superiore è decorata da affreschi di soggetto storico di grandi dimensioni che raffigurano la vita di corte in epoca Safavide nonché alcune grandi battaglie. Alcune pitture risentono dell’influenza europea, altre mantengono lo stile delle miniature persiane.

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Tutto intorno al palazzo e ai suoi giardini, appesi alla recinzione, decine di cartelloni gialli riportano brani del Corano, in bella grafia e con la traduzione in inglese, a mo’ di lezione o di ammonimento: “Allah è il supremo guardiano e dispensatore di pietà”. “Voi dovete competere in bontà”. “Obbedite ad Allah e al suo messaggero, solo così potrete ottenere pietà”. “Pregate regolarmente, perché davvero la preghiera impedisce all’uomo di compiere atti indecenti e vergognosi”. “Dì, o messaggero, agli uomini credenti di non fissare una donna negli occhi e di avere il controllo dei loro desideri carnali”. “Evitate il troppo sospetto, perché in certi casi il sospetto stesso è un peccato”. È abbastanza inquietante, se si pensa a come questi messaggi sono stati a volte tradotti nella pratica, in passato e ancora oggi. Mi torna in mente una scheda di Amnesty International che Azar Nafisi cita come esempio di uno dei tanti, un ragazzo giustiziato nel 1982 con questi capi di imputazione: “Soggetto occidentalizzato, e cresciuto in una famiglia occidentalizzata; ha soggiornato troppo a lungo in Europa per i propri studi; fuma sigarette Winston; mostra tendenze sinistrorse”.

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Nel frattempo sono quasi le cinque e, considerato che anche oggi è una giornata molto calda, ci sta bene una pausa in una sala da tè che fonde sapientemente lo stile tradizionale con scelte di design più improntate al modernariato. È impressionante il numero di quadri, lampade, piatti, vasi, brocche e oggetti di ogni tipo che dilagano ovunque, tappezzando le pareti e penzolando dal soffitto.

Passando e ripassando dalla piazza ci si accorge che è viva perché, sul prato verdissimo e intorno alla grande vasca d’acqua, brulica di gente che, seduta su una stuoia, chiacchiera, fa spuntini, beve tè, contornata da bambini che corrono e si bagnano nella vasca.

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Un bel giro al bazar, ad assaggiare e a comprare pistacchi, zafferano, spezie e chi più ne ha più ne metta. E poi si torna in albergo a riposare un po’ prima di cena.
Usciamo a piedi per andare a cena al Partikan Restaurant e Franca, senza pensarci, con un gesto naturale di amicizia, mi prende a braccetto. Facciamo qualche passo così e poi subito bruscamente si stacca: “Oddio, pensa cos’abbiamo rischiato. E se ci vedevano? Io non ci ho proprio pensato!”. Un po’ scherziamo, naturalmente, ma gli iraniani non possono permettersi tanto di scherzare. Un buon musulmano, secondo i precetti più rigidi, può toccare una donna solo se è sua madre, sua sorella o sua moglie. È capitato anche a noi, anche se non sempre, che persone dell’altro sesso, magari scusandosi, non ci dessero la mano. Ora non c’è più il cieco furore dei primi anni ’80, ma è meglio stare sempre attenti, se non sai chi hai di fronte o chi ti sta guardando. Per noi è difficile accettarlo, ma è così.
A cena il solito clima conviviale si interrompe per qualche minuto perché c’è una decisione da prendere; spesso, in questi giorni, abbiamo messo ai voti piccole scelte quotidiane. Marco, anche se ogni tanto ci chiede il gesto dell’indice piegato, è un despota illuminato, un po’ come Dario e Ciro. Stavolta dobbiamo decidere come gestire un incontro che domani, secondo il programma, dovremmo avere con un rabbino della comunità ebraica di Esfahan. Il punto che potrebbe risultare un po’ critico è che ci chiede un’offerta obbligatoria per la comunità, minimo 10 euro a testa. Per una questione di principio questa richiesta infastidisce molti, e devo dire che anche a me non piace particolarmente; però, dato che l’opportunità di sentire da lui se la pratica della religione ebraica è davvero tollerata come dicono, e come vive una comunità ebraica nella Repubblica Islamica, mi sembra molto interessante, sono disposto a passarci sopra. Altri, invece, esprimono posizioni di maggiore chiusura. Alla fine troviamo un compromesso un po’ democristiano, e cioè si decide che Alì, a nome del gruppo, dovrà contrattare per ottenere almeno uno sconto a 5 euro. Così, giusto per fargli capire che la cosa non ci piace. In realtà, poi, il problema si risolverà da solo perché il rabbino, per sopraggiunti impegni, non ci può incontrare comunque.

 

Giovedì 12 aprile 2018

La seconda giornata a Esfahan inizia con la visita alla Moschea Jameh; anche qui, e come dubitarne, c’è una moschea del venerdì, una moschea congregazionale. Ma questa è davvero speciale. Sorge in una zona che oggi è periferica, a due passi da uno svincolo sotto un sottopasso intasato di fumi e gas di scarico. Ma mille anni fa questo era il centro della città, ben lontano da quella che nel ‘600 divenne Naqsh-e Jahan. Da qui inizia lo sterminato bazar che arriva proprio fino alla grande piazza.

La Moschea del Venerdì di Esfahan è probabilmente l’espressione architettonica più importante della dominazione selgiuchide in Persia (1038-1118), ma ci furono molte aggiunte nei secoli successivi. Dal 2012 è divenuta anche un bene protetto dall’UNESCO.
Nel 1051 Esfahan divenne la capitale dei selgiuchidi, giunti dall’Asia centrale nell’XI secolo. Di fede sunnita, essi miravano alla restaurazione del califfato abbaside. La potenza dell’Impero selgiuchide trovò concreta manifestazione in una serie di edifici, dei quali il più importante era la moschea.
I Selgiuchidi progettarono il centro della città e la piazza in prossimità della preesistente moschea del Venerdì, che esisteva già almeno dal IX secolo. Del primo nucleo architettonico della moschea sono sopravvissute le due grandi cupole a nord e sud, mentre le restanti parti sono andate distrutte in un incendio nel XII secolo. Nel 1121 venne ricostruita e nel corso del tempo ogni sovrano diede il proprio contributo attraverso degli ampliamenti.
La pianta della moschea si sviluppò da quella originaria, che prevedeva un cortile interno di forma regolare circondato da sale di preghiera provviste di colonne a sezione circolare che sostenevano il soffitto in legno. Il nuovo progetto prevedeva una pianta con quattro iwan, attuata nel XII secolo con l’edificazione/aggiunta degli iwan, della sala con cupola sud-occidentale affiancata da due minareti, della sala settentrionale con cupola. Tra tutte le aggiunte e ricostruzioni successive vi è la serie di archi su due livelli intorno alla corte (datati 1447), che hanno rimpiazzato la precedente serie unificando gli elementi del cortile in un unico spazio. Al centro del cortile principale si trova una fontana per le abluzioni che ricalca il modello della Kaaba della Mecca. La struttura si estende per oltre 20.000 m² di superficie.
Le due cupole hanno diverse tipologie di decorazioni. In quella meridionale sono rintracciabili ancora tracce di ornamenti in stucco, mentre la cupola settentrionale è prevalentemente decorata da disegni integrati nella struttura, costituiti da mattoncini. I loro diversi gradi di rilievo e disposizioni creano una vasta gamma di disegni. Questo linguaggio decorativo manca nella cupola meridionale, costruita su una struttura preesistente. L’incongruenza tra vecchio e nuovo è evidente anche a livello strutturale, confrontando la massiccia struttura originaria, con pilastri doppi e archi a curvature diverse, con la nuova concezione costruttiva, decisamente più leggera.
Come parte del processo di ricostruzione della moschea danneggiata, Nizam al-Mulk, visir di Abu al-Fath Malik Shah, ordinò nel 1086 la costruzione di una sala con cupola (avente lati di 15 metri e un’elevazione di 30 metri) nell’ala di sud-ovest. La cupola, rinforzata da nervature, poggia su muqarnas, a loro volta sostenuti da un muro portante e da otto pilastri, appartenenti alla vecchia moschea.
Commissionata da Taj al-Mulk (successore di Nizam e principale consigliere della madre di Malik Shah), la cupola di nord-est fu costruita nel 1088-9 per conto di Terken Khatun (moglie di Malik Shah e figlia del sultano Tamghach Khan). A causa della posizione distaccata della struttura dal resto del complesso è stato ipotizzato che l’area venisse utilizzata come spazio privato di preghiera, zona riservata alle donne o anche come biblioteca. Di dimensioni più contenute e collocata sullo stesso asse longitudinale della cupola meridionale, la cupola settentrionale poggia su piloni disposti a formare uno spazio quadrato, con una zona ottagonale di transizione sormontata da quattro volte. Al di sopra delle volte troviamo sedici archi (quattro per lato) che sostengono il tamburo della cupola. Quest’ultimo presenta alla base iscrizioni religiose. Dieci doppie nervature ascendono dal tamburo della cupola inscrivendo un pentagono. Questa componente architettonica è considerata dagli storici dell’architettura un tentativo di Taj al-Mulk di costruire una cupola più alta di quella del suo rivale Nizam al-Mulk, quella meridionale.
I quattro iwan non sono tutti di uguale importanza e tale fatto è reso evidente dalle loro diverse dimensioni, strutture e decorazioni. Gli iwan orientale e occidentale sono costruiti con tecniche analoghe e nello stesso periodo, presentano elementi architettonici tardo-safavidi. L’iwan meridionale è indubbiamente il più importante dei quattro. Al di sotto dell’iwan sono state trovate colonne e basamenti della moschea originaria. I muqarnas sono di epoca mongola mentre i mosaici sulle pareti e sui minareti sono del XV secolo.
Presso la sala del Sultano Uljeitu, accanto all’iwan occidentale, si trova il miḥrab di Uljeitu, del 1310. La costruzione presenta una complessa composizione in stucco costituita da iscrizioni tridimensionali che si fondono con intagli floreali e geometrici. Il miḥrab è costituito da un arco esterno all’interno del quale è inscritto un arco più piccolo, la cui altezza e profondità sono pari alla metà del primo.
La Sala d’inverno è un ambiente adiacente alla sala del Sultano Uljeitu ed è utilizzata nel periodo invernale, essendo particolarmente protetta; è illuminata da una tenue luce dal soffitto al centro delle volte. La sala venne costruita dai timuridi nel 1448.
Usciamo con negli occhi una serie infinita di immagini di una perfezione unica: ogni parte è di un’epoca diversa e di uno stile diverso, ma tutte sono un’esaltazione della bellezza della creazione artistica.

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Ci spostiamo verso il quartiere armeno, per visitare la Cattedrale di Vank (Vank significa monastero in armeno) o “Cattedrale di San Salvatore d’Esfahan”, le cui pareti sono interamente decorate con dipinti ad olio.
Dopo la guerra tra la Persia safavide e l’Impero Ottomano nel periodo 1603-1605, gli armeni iniziano ad arrivare in Iran alla ricerca di una nuova vita nel regno del re safavide Shah Abbas I. Dal 1604, lo Shah Abbas attuò una politica di “terra bruciata” nella regione armena, per proteggere le sue frontiere nord-occidentali, con il reinsediamento forzato di circa 300.000 armeni in Iran. Molti vennero trasferiti nel quartiere chiamato Nuova Julfa, ad Esfahan. Migliaia di armeni morirono durante il viaggio. I sopravvissuti godettero di una grande libertà religiosa a Nuova Julfa. Al loro ingresso in Iran, i rifugiati armeni iniziarono la costruzione di chiese e monasteri. Gli armeni sono cristiani ortodossi e, ci ricorda Alì, sono monofisiti, cioè credono che Gesù abbia solo la natura divina e non quella umana. Ed ecco che nel 1606 nacque a Nuova Julfa il primo monastero che comprendeva una piccola chiesa, che venne poi ampliata e trasformata nella magnifica cattedrale di Vank, costruita circa 50 anni dopo e completata nel 1664. Include un campanile, costruito nel 1702, una tipografia fondata dal cardinale Khachatoor, una libreria inaugurata nel 1884 e un museo aperto nel 1905.
L’architettura dell’edificio è unica al mondo perché è una commistione tra l’arte safavide del XVII secolo e lo stile di alte arcate delle chiese cristiane. Gli armeni, ci racconta Alì, furono fin da subito autorizzati a costruire le loro chiese, purché assomigliassero a delle moschee, per non dare troppo nell’occhio. E infatti l’edificio ha una cupola simile a quella delle moschee, e secondo gli studiosi ha influenzato e ispirato la costruzione di molti altri luoghi di culto cristiani in Iran e in Mesopotamia.
Un’altra caratteristica coerente con la vita degli armeni in terra persiana è che, mentre in Armenia le chiese sono molto decorate all’esterno, qui sono pulite ed essenziali fuori e ricche di decorazioni dentro. L’interno è rivestito con grandi affreschi: La creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la morte di Abele, la nascita di Gesù, l’Ultima Cena, la Crocifissione e l’Ascensione. La cupola centrale verniciata delicatamente in blu e oro raffigura la storia biblica della creazione del mondo e dell’espulsione dell’uomo dall’Eden. Il soffitto sopra l’ingresso è dipinto con motivi floreali delicati nello stile di miniatura persiana. Due sezioni di dipinti murali corrono lungo le pareti interne: la sezione superiore raffigura gli eventi della vita di Gesù, mentre la sezione inferiore raffigura le torture inflitte ai martiri armeni da parte dell’Impero Ottomano.
In fondo al cortile e dinanzi alla cattedrale vi è un edificio che ospita la libreria e il museo. La libreria contiene più di 700 antichi manoscritti rari in armeno ed in lingue europee, risalenti al medioevo. Il museo di Vank ospita un’unica e inestimabile collezione di oggetti riguardanti la storia della cattedrale e della comunità armena di Esfahan, incluso l’Editto del 1606 di Shah Abbas I che decretò la fondazione di Nuova Julfa e proibì l’intromissione di qualsiasi persona negli affari della comunità armena.
Ci sono molte copie antiche dei Vangeli e della Bibbia, tra cui una bibbia di soli 7 grammi realizzata da miniaturisti armeni, secondo gli studiosi la più piccola che esiste al mondo. Poi costumi dell’era safavide, tappeti, dipinti europei acquistati dai mercanti armeni nei loro viaggi, arazzi, ricami ed altri oggetti del patrimonio artistico iraniano-armeno. C’è perfino una preghiera in armeno scritta su un capello, che si guarda (facendo la fila) al microscopio!
Il museo ospita anche una completa collezione di fotografie, mappe e documenti turchi inerenti al genocidio armeno del 1915, quello che tuttora la Turchia nega o minimizza.

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Passeggiando per il quartiere armeno, troviamo anche un bar che è dotato della macchina per fare il caffè espresso, che è una rarità in Iran, e lo fa anche buono. Finora è capitato di bere caffè a colazione o in altre occasioni, ma quasi sempre è caffè solubile. In Iran non c’è una grande cultura del caffè. Si beve molto più tè (chay) che caffè. Si dice che il caffè si beve ai funerali. Infatti, dire che si vuole bere il caffè di qualcuno è un’espressione idiomatica, significa che non si vede l’ora di andare al suo funerale.
Andiamo poi a pranzare in un locale del quartiere armeno che si chiama Partak e fa una pizza più che dignitosa. Ma perché? Perché la pizza, non ve lo sto neanche a dire, l’hanno inventata i persiani! Alla fine Franca tenta, con autoironica civetteria, di sedurre i pizzaioli e i camerieri, che sono tutti ragazzi giovani e di bell’aspetto e sembrano molto allenati a farsi fotografare. Si mettono in posa come modelli consumati.

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Il programma del pomeriggio prevede innanzitutto i mitici ponti di Esfahan, che sono un altro degli elementi caratteristici che rendono unica questa città. Certo che vederli con l’acqua però farebbe un altro effetto. Da anni ormai una diga ha deviato verso zone agricole il corso del fiume Zayandeh-Rud, che è quasi sempre in secca. Bisogna essere proprio fortunati per vedere il fiume scorrere in città, e noi non abbiamo questa fortuna. I ponti, ciononostante, mantengono intatta la bellezza delle loro architetture e, almeno in parte, la loro funzione sociale come luoghi di aggregazione dove, all’ombra dei padiglioni dipinti, si viene a chiacchierare, a sorseggiare il tè o a fumare il narghilè. Sono undici i ponti, in totale.
Il primo ponte che vediamo è il ponte Si-o-se Pol, il ponte dei 33 archi, capolavoro dell’architettura persiana costruito dallo Shah Abbas I in epoca safavide, all’inizio del XVII secolo. Aveva lo scopo principale di collegare la parte musulmana della città con il quartiere armeno. Lo stesso Shah Abbas aveva l’abitudine di sedersi sul ponte ad ammirare il panorama.
Poi il ponte Khaju, costruito da Shah Abbas II intorno al 1650, sulle fondamenta di un ponte vecchio preesistente. Serve sia come ponte che come diga e collega il quartiere Khaju, sulla riva nord, con il quartiere zoroastriano oltre il fiume. La struttura è stata originariamente decorata con piastrelle e dipinti, ed è stata utilizzata come sala da tè.
Il ponte Khaju ha 24 arcate, è lungo 110 metri e largo 12. Le iscrizioni suggeriscono che è stato restaurato nel 1873. È un ponte che regola il flusso di acqua del fiume, tramite paratoie disposte sotto i suoi archi. Quando le paratoie sono chiuse, il livello dell’acqua dietro il ponte viene sollevato per facilitare l’irrigazione dei tanti giardini lungo il fiume.
Al livello superiore del ponte, il corridoio centrale è stato utilizzato da cavalli, carri e dai pedoni su entrambi i lati. I padiglioni ottagonali nel centro del ponte, sia in basso che ai lati, forniscono punti di osservazione per ammirare una vista notevole, o almeno così dev’essere quando c’è l’acqua. Il livello più basso del ponte può essere raggiunto dai pedoni e rimane un luogo ombreggiato e popolare per il relax.

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Ci rimane ancora un’ultima perla di Esfahan da vedere: il padiglione Hasht Behesht (o degli Otto Paradisi), un’altra meraviglia safavide.
Consiste in due gruppi di quattro camere ottagonali, gli otto paradisi. Questi s’innestano attorno ad un ottagono centrale abbellito da una magnifica cupola a lanterna. Le stanze superiori e la lanterna conservano in parte i colori originali, sfarzosi e scintillanti, su tutti l’oro, il rosso e il blu cobalto. Il Padiglione del Piacere era inserito nel Giardino degli Usignoli, attraversato da canali che si intersecavano sotto il padiglione centrale. Anche qui la vegetazione, l’acqua e il cinguettio degli uccelli, uniti alla bellezza degli affreschi, anticipavano in terra le gioie del paradiso.

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Dopo una breve pausa per una doccia e un riposino, il pomeriggio continua con un po’ di tempo libero, che possiamo sfruttare a piacimento. C’è chi, come Alberto e Silvana, sceglie di approfittare dei massaggi offerti dal nostro hotel, e c’è chi, come quasi tutto il resto del gruppo, si dedica ancora al coté commercial-culturale. E cosa si può acquistare, se non quello che c’è di più legato alla cultura persiana, quello che è persiano per antonomasia? A questo punto le possibilità sono sostanzialmente due: un gatto o un tappeto. Avrete già capito che propendiamo per la seconda ipotesi. Fondamentalmente quelli decisi all’acquisto sono Marco e (soprattutto) Ingela. Già, perché lui le ha già fatto un regalino, ma ora gli tocca quello vero. E affronta la prova con la consueta eleganza ed ironia, con tutti noi che fungiamo un po’ da gruppo di supporto psicologico per lui e un po’ da istigatori di Ingela, che peraltro non ne ha troppo bisogno.
Entriamo nel negozio di Majid Esmaili, il più noto e qualificato commerciante di tappeti di Esfahan, che con grazia e abilità ci fa da anfitrione e ci spiega, in sintesi, i segreti dell’arte della tessitura dei tappeti.
Prima di tutto bisogna distinguere tra tappeti e kilim. La differenza sostanziale è che i kilim non sono annodati, quindi hanno solo trama e ordito. Poi le due grandi categorie sono quelle dei tappeti dei nomadi e dei tappeti di città. Il disegno dei tappeti dei nomadi è realizzato a memoria, sulla base della fantasia del tessitore. Il telaio è orizzontale e i disegni sono al 99% geometrici. I kilim sono una prerogativa dei nomadi. I kilim più belli vengono dalla zona di Kerman, nel sudest. Ognuna delle tante tribù che compongono il mosaico iraniano ha un suo stile nel tessere tappeti. I tappeti di città, invece, hanno disegni più ricercati e contengono figure, come il cipresso, che è simbolo di lunga vita. Alcuni richiedono anche 18 mesi di lavoro. Quelli caratteristici di Esfahan sono solo in lana e seta, senza cotone. Tendenzialmente, un tappeto è tanto più bello quanto maggiore è il numero dei nodi: si può arrivare fino a 144 nodi.
La scelta è lunga e difficile, è anche un rituale che si perpetua nei secoli e che deve essere così. Richiede di vederne tanti, e di toccarne tanti, accarezzandone il vello tra un bicchiere di tè e l’altro. Per nostra fortuna Ingela è piuttosto decisa e Marco sufficientemente… rassegnato, anche se ovviamente hanno fissato un limite di spesa. Questi tappeti sono di una bellezza che personalmente non ho mai visto; non sono un grande esperto, ma avendo viaggiato abbastanza in Marocco per forza di cose tappeti ne ho visti, come anche in Turchia e in Palestina, ma nulla che si avvicini a questa perfezione. Io sono legato ai miei tappeti marocchini, ma più per il loro valore affettivo, perché mi ricordano un viaggio o perché mi sono stati regalati dalla mia “famiglia” marocchina e sono stati realizzati dalle donne di famiglia, come da tradizione berbera. Ma non divaghiamo. Questi sono oggettivamente di un altro livello, però non costano poco.
Fatta la faticosa scelta, si chiacchiera ancora un po’ con Majid e i suoi collaboratori, e mi sento chiedere come mai porto una sciarpa con i colori della Palestina. Non è proprio una kofiyah, che in questa stagione sarebbe impegnativa, ma un qualcosa di simile in versione ridotta. Mi sto accorgendo, in questi giorni, che devo rivedere le mie convinzioni sul sostegno che il popolo iraniano accorda alla causa palestinese. In effetti, non è la prima volta che mi chiedono di questa sciarpa, in tono non particolarmente benevolo. Ho capito, da quello che mi hanno detto, che in realtà la gente comune, in Iran, non è filopalestinese come si potrebbe pensare, un po’ perché i palestinesi sono a grande maggioranza sunniti e soprattutto perché la percezione è che il governo investa troppi soldi per finanziare la lotta dei palestinesi, con tutti i problemi economici che ci sono in Iran, specialmente adesso.

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Ci spostiamo in un altro negozio vicino, che vende tovaglie ricamate. Anche qui ci sono cose molto belle, a prezzi un po’ più abbordabili. E allora anch’io, che ero uscito con la ferma intenzione di guardare ma non comprare niente, mi lascio tentare e mi compro una tovaglia che adibirò alla funzione di copridivano.
Andiamo a cena in un locale frequentato da famiglie o gruppi di amici iraniani, soprattutto per feste e ricorrenze. Infatti c’è un gruppo che allieta la serata con un po’ di musica dal vivo, anche se il livello a dire il vero non è eccezionale, almeno per i miei gusti.
Anche stasera abbiamo mangiato veramente tanto, quindi usciamo con le migliori intenzioni di farci una bella passeggiata fino all’albergo. Peccato però che nel frattempo si è messo a piovere con una certa insistenza e la temperatura è scesa non poco, quindi quasi tutti preferiamo ripiegare su una corsa in taxi. A un certo punto, ci troviamo imbottigliati nell’ennesimo ingorgo e quindi il tassista fa un percorso alternativo, che si addentra in alcune strade secondarie. Incappiamo in qualcosa che sembra una festa di strada e che ci incuriosisce, ma purtroppo il tassista non ci sa dare delucidazioni in merito. Peccato, ma non avremmo comunque avuto tempo di fermarci, è meglio immagazzinare qualche ora di sonno perché domani ci aspetta un altro viaggio non breve fino a Kashan.

 

(Continua…)

In viaggio con Alì – 3

Capitolo 3: Yazd

Prima di me e di te notti e giorni molti son stati,
I giri grandi del cielo per qualche cosa son stati;
Dovunque poggi il piede, tu, sulla terra,
Quei grani di polvere pupille di belle fanciulle son stati.
(Omar Khayyam)

Domenica 8 aprile 2018

Partiamo verso nordest in direzione di Yazd, che è situata in un’oasi fra i deserti del Dasht-e Kavir e del Dasht-e Lut. Sono previste tra le cinque e le sei ore di viaggio.
Lungo il tragitto, la prima sosta è per visitare la prima capitale achemenide, Pasargade, che fu il centro del primo impero persiano durante il regno di Ciro il Grande, fondatore della dinastia.
Qui sorge anche la tomba di Ciro, che è il monumento più noto di Pasargade. Il sovrano venne sepolto qui dopo la sua morte, avvenuta nell’estate del 530 a.C.. Secondo diverse fonti letterarie circa due secoli dopo Alessandro il Grande ordinò un restauro della struttura. Gli archeologi non hanno tuttavia trovato tracce di questo restauro.
La parte inferiore è una piattaforma, alta 5 metri, la cui forma ricorda uno ziggurat mesopotamico. La parte superiore è divisa in due camere: una è la tomba reale, a pianta quadrata, l’altra è un attico. La funzione di questa seconda stanza è sconosciuta. La camera interna è larga 2 metri, alta 2 metri e lunga 3 metri. In passato conteneva un sarcofago d’oro, le armi del sovrano, i suoi gioielli e un mantello.
In passato la tomba era circondata da un portico. Questo era già crollato prima delle ricerche archeologiche, e molte sue pietre erano state riutilizzate per realizzare una recinzione nei pressi della tomba. Ciò che era rimasto del portico venne rimosso in seguito per creare un campo di atterraggio per elicotteri, costruito in occasione delle festività organizzate da Mohammad Reza Pahlavi per celebrare nel 1971 i 2500 anni della monarchia in Persia. Il portico in realtà era un’aggiunta risalente al primo quarto del XIII secolo.
Come altre strutture pre-islamiche la tomba era stata trasformata in moschea, e ribattezzata con un nome che la collegava a re Salomone: Qabr-e Madar-e Solaiman, ovvero la “moschea della madre di Salomone”.

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E qui Alì, anche questa volta in maniera molto appropriata, ci legge quello che dice il Cilindro di Ciro.
Nel 1879, durante gli scavi del tempio di Marduk, in Mesopotamia, fu scoperto un cilindro di argilla cotta di 22 cm. La sua iscrizione cuneiforme, di 45 righe, una volta decifrata, risultò essere una dichiarazione che garantiva la liberazione delle genti conquistate, emanata da Ciro II, conosciuto come Ciro il Grande, dopo la sua conquista di Babilonia.
Ciro attuò nel suo vasto impero caratterizzato da diverse lingue, fedi e culture una politica tollerante e liberale per quei tempi; permise tra l’altro agli Ebrei deportati a Babilonia, dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. ad opera del re babilonese Nabucodonosor, di rientrare in Palestina e di ricostruire il loro tempio. Per questo Ciro fu considerato dal profeta Isaia come un messia, consacrato dal Signore per una missione di liberazione del popolo ebraico e citato nell’Antico Testamento.
Il Cilindro di Ciro (539 a.C.) è oggi considerato come la prima carta dei diritti umani nella storia dell’umanità. Da Babilonia, l’idea dei diritti umani si diffuse rapidamente in India, in Grecia ed infine a Roma. Solamente più di mille anni dopo, la Magna Charta, documento siglato nel 1215 da re Giovanni d’Inghilterra, sancì nuovi diritti individuali.
Le clausole del Cilindro di Ciro, il cui originale è conservato al British Museum a Londra, e una copia del quale è esposta al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, nonostante siano state oggetto di alcune controversie sulla loro traduzione e interpretazione, sono riprese nei primi quattro articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nella voce di Alì si sente risuonare l’orgoglio persiano.
“Io sono Ciro, Re del mondo, grande Re, potente Re, Re di Babilonia, Re della Terra di Sumer e Akkad, Re dei quattro angoli della terra, figlio di Cambise, grande Re, Re di Anshan, nipote di Ciro, grande Re di Anshan, discendente di una infinita linea reale…
Quando io ben disposto entrai a Babilonia, fondai la mia residenza sovrana nel palazzo reale in mezzo a giubilo e felicità… Le mie numerose truppe marciarono pacificamente in mezzo a Babilonia. Non permisi a nessuno di impaurire la terra di Sumer e Akkad. Io li sollevai da un giogo non appropriato per loro.
Restaurai le loro dimore dilapidate. Misi fine alle loro sfortune… Da … alle città di Ashur, Sua, Eshnuna, le città di Zamabn, Meurnu, Der, fino alla regione lontana di Gutium, le città sacre oltre il Tigri, i cui santuari rimasero in rovina per un lungo periodo, gli dei la cui residenza è in mezzo a loro io riportai nei loro luoghi e alloggiai in santuari eterni. Io riunii insieme tutti i loro abitanti e li ristabilii nelle loro abitazioni…”
Appena ieri siamo stati tutti dariani, ma oggi come non diventare tutti ciriani, o ciristi, o cirini? Ragazzi, questi re persiani sono uno meglio dell’altro. Bisogna trovare un nuovo nome al partito, che metta insieme Dario e Ciro. Ci penseremo. Del resto, nella migliore tradizione della sinistra, come farsi mancare un cambio di nome? E se no, meglio ancora, ancora più coerentemente con la nostra storia, ci scindiamo: seguaci di Dario e seguaci di Ciro. Sempre meglio che Renzi e Bersani, con tutto il rispetto.
Comunque non siamo certamente i primi a volerci inventare discepoli di Ciro. Anche lo Shah voleva farsi costruire il mausoleo vicino al suo, c’è ancora il basamento.
Ripartiamo e c’è un’altra sorpresa per noi. Per aiutarci a passare meglio la prossima ora e mezza – due ore di viaggio, sullo schermo del pullman si proietta Persepolis, il capolavoro di animazione di Marjane Satrapi. Un film che racconta con grazia e levità, nella forma di un’autobiografia tenera e ironica, ma a tratti anche graffiante, trent’anni di storia dell’Iran, dalla caduta dello Shah fino a una decina di anni fa (è datato 2007). Personalmente deve essere la quarta volta che lo vedo, ma è talmente bello che non si può non guardarlo. Per chi non lo aveva mai visto è anche un utile riassunto che ha dentro anche alcune cose non proprio notissime, per esempio le illusioni della sinistra iraniana, che sia pure per poco ha creduto che la rivoluzione khomeinista potesse avere un lato positivo nel suo carattere anticapitalistico; quella sinistra che poi fu oggetto di una persecuzione peggiore di quella dello Shah. Alla fine in diversi hanno gli occhi lucidi, e non può essere altrimenti. È un peccato che gli iraniani non lo possano vedere, se non rivolgendosi a qualche “spacciatore” di film proibiti.

Il film, come è naturale, scatena altre domande. E una discussione tra noi, che cominciamo a fare il punto delle cose che abbiamo sentito dire in questi primi giorni dagli iraniani.
La repressione del dissenso è ancora così feroce come si vede nel film? Sì e no. È meno plateale. Per esempio, mi aspettavo un controllo poliziesco molto più presente, più percepibile. Invece, esercito, polizia o i guardiani della rivoluzione con le loro uniformi verde scuro raramente li abbiamo visti. Forse perché abbiamo girato soprattutto in zone dove c’è turismo, quel poco che c’è ora, e lì l’Iran non può permettersi di dare un’immagine negativa. Il regime, lo abbiamo già detto, cerca di concedere qualcosa di marginale per mantenere il controllo sulle cose che contano. Anche all’estero, dopo l’accordo sul nucleare, bisogna dare l’immagine di un sistema che sta cercando di riformarsi, sia pure gradualmente. Ma è la realtà? Abbiamo sentito parlare anche di gente che sparisce, tuttora. Il problema centrale, questo lo sanno un po’ tutti, è che Rouhani, ammesso che sia davvero un moderato, conta pochissimo, e il parlamento ancora meno. Nella Repubblica Islamica, il potere resta in mano agli ayatollah. Religione e politica sono difficilmente distinguibili.
Lo sappiamo cosa succede a chi viene beccato a bere, o con dell’alcol in casa. La prima volta, se confessa, sono 70 frustate, che dovrebbero essere date col Corano sottobraccio, in modo che il movimento del braccio sia limitato e il colpo più morbido. Ma se sei sfortunato puoi trovare una guardia in vena di sadismo, e allora, più o meno casualmente, il Corano può cadere. La seconda volta, altre 70. La terza volta si va in carcere, c’è un processo e non si sa cosa può succedere. La sharia è molto soggetta all’interpretazione. Su un piano puramente teorico, si rischia addirittura la condanna a morte. Frustate vengono inflitte anche per adulterio, e in generale per relazioni sessuali illecite. Occasionalmente, vengono ancora praticate amputazioni per furto. La lapidazione è stata abolita nel 2012, ma reintrodotta nel 2013 per le adultere, anche se da allora non sono trapelate notizie su pene effettivamente eseguite. Per altri reati, però, la pena di morte è ampiamente praticata, soprattutto per impiccagione. Secondo Nessuno tocchi Caino, sotto la presidenza Rouhani sono avvenute 2277 esecuzioni.
L’uso di droga, invece, ora è punito dalla legge civile ma non da quella religiosa e quindi è diventato più facile; il consumo di droghe è aumentato. Da sempre, l’oppio afgano passa per l’Iran. Quasi tutto passa soltanto, ma una piccola parte si ferma.
Altra contraddizione: L’omosessualità è reato, ma è consentito cambiare sesso, proprio con lo scopo di ridurre il “problema”. C’è addirittura un contributo statale, per chi lo fa.
Che cosa è cambiato, allora, in questi anni? Qualcuno ci ha detto che nei primi anni della rivoluzione, se non altro, non c’era corruzione, ma ora, e da più di 20 anni, su questo fronte va sempre peggio. È anche vero che è difficile trovare un paese del mondo dove la gente comune non si lamenti della corruzione dei politici.
E come è messa l’opposizione al regime, se esiste? Male. Non ha un programma e non ha leader. Kharroubi e Moussavi, i leader del movimento verde del 2009, sono ancora agli arresti domiciliari.
In questa situazione, è più che normale che le persone cerchino di andare all’estero, ma non è certo facile. Non tanto perché l’Iran non lasci uscire, ma perché i paesi occidentali concedono il visto con molta difficoltà. Gli iraniani sono ancora i cittadini di uno stato canaglia. Del resto, anche dopo l’accordo sul nucleare, che ora l’amministrazione Trump pare decisa a stracciare, non tutte le sanzioni sono state tolte, soprattutto dagli USA. Anche per avere un visto turistico, le ambasciate straniere chiedono infiniti documenti e prove che la persona abbia disponibilità economiche e quindi non voglia emigrare.

Ci distoglie dalle discussioni l’arrivo all’autogrill, dove ci fermiamo per un pranzo veloce. Il cibo magari non è eccezionale, ma è comunque passabile; in compenso, c’è un’altra cameriera con dei bellissimi occhi.

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Raggiungiamo Abarkuh, che è la seconda tappa della giornata. Prima di tutto vediamo un cipresso storico, che ha più di 4000 anni ed è monumento naturale nazionale dal 2003. È alto 25 metri, con un tronco di diametro circa 3 metri e una chioma larga 14 metri. È considerato la creatura più vecchia sulla terra; secondo alcuni studiosi, potrebbe essere stato piantato da Iafet, il figlio di Noè. Anche qui, naturalmente, la lettura in chiave religiosa non può mancare. Il cartello turistico a firma del Dipartimento per l’Ambiente della Provincia di Yazd recita in inglese: “Gli alberi antichi sono una manifestazione della gloria di Dio nella creazione dell’universo, perciò trattateli con rispetto”. Anche qui le immancabili famiglie che fanno pic-nic.

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Ma (almeno per me) la vera perla di Abarkuh è palazzo Aghazadeh. Questa dimora nobiliare costruita in epoca Qajar, con la sua torre del vento principale alta 18 metri, è veramente un’icona dell’architettura persiana, al punto da essere raffigurata sulla banconota da 20.000 Rial. Nella torre ci sono 19 prese d’aria, che sono internamente connesse a una seconda torre del vento. Questo sistema è in grado di funzionare anche in assenza di vento e, a differenza della maggior parte delle altre torri del vento, è una struttura a due piani.
L’ala nord, a forma di croce, si affaccia su un patio centrale con una grande vasca in pietra. Il palazzo è diviso in tre parti, che davano modo a chi vi risiedeva di vivere in un’ala diversa a seconda della stagione. Il pergolato è decorato a muqarnas. Ma la cosa più bella, forse, è andare sul tetto e lasciare lo sguardo spaziare tra tutte le altre torri del vento, i tetti, le piccole cupole e i terrazzi. Tutto è costruito in mattoni crudi e tutto ha il colore della sabbia del deserto.
Un’altra caratteristica delle antiche città persiane, visibile anche qui, è quella dei qanat. I qanat sono una rete di canali sotterranei in lieve pendenza e di cunicoli verticali simili a pozzi. In questo modo si attinge a una falda acquifera in maniera da trasportare efficientemente l’acqua in superficie senza necessità di pompaggio. L’acqua fluisce per effetto della gravità, poiché la destinazione è più bassa rispetto all’origine. Questa tecnica consente di trasportare l’acqua a grande distanza in zone dal clima caldo e secco senza perderne una grande quantità a causa dell’evaporazione. In Iran ci sono 200.000 km di qanat, costruiti fin dal periodo achemenide.

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Ripartiamo e, dopo altri chilometri di deserto e di splendide montagne, raggiungiamo Yazd nel tardo pomeriggio.
La città sorge a 1.216 m s.l.m. e ha circa 400.000 abitanti. Yazd è la più secca fra le principali città iraniane, con una media annuale delle precipitazioni di 60 mm, ed è anche la più calda fra le città a nord del Golfo Persico, con temperature estive che superano frequentemente e abbondantemente i 40°C senza umidità.
Vanta 3.000 anni di storia, in quanto risale al tempo dell’impero medo, quando era nota come Ysatis (o Issatis). L’attuale nome della città potrebbe derivare da Yazdgard I, un re sasanide. La città era già un centro zoroastriano in epoca sasanide. Dopo la Conquista islamica della Persia, molti zoroastriani delle province circostanti trovarono rifugio a Yazd. La città rimase zoroastriana anche dopo la conquista dietro il pagamento di un tributo e solo gradualmente l’Islam divenne la principale religione della città.
Ancora oggi, infatti, dei 300.000 zoroastriani nel mondo, 20.000 vivono in Iran e di questi 12.000 a Yazd; gli altri vivono soprattutto in India.

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Noi ci sistemiamo al Khaneh Se Nik Hotel, che è una casa tradizionale vecchia di 200 anni con un bellissimo cortile dove si può prendere il fresco ai bordi di una vasca d’acqua tra due aiuole fiorite. La chiave che ci danno è quella di un lucchetto che chiude il portone di legno della camera. Per raggiungere alcune camere (compresa la mia) bisogna fare un po’ un’arrampicata, ma ne vale davvero la pena. Rispetto all’ecomostro di Shiraz, veramente un salto di qualità.
Ceniamo in un “Tourist Restaurant” nelle vicinanze. Il fatto che il locale abbia un’insegna così lascia presagire che l’atmosfera non sarà il suo forte, e infatti è un po’ freddina, ma il cosciotto di agnello (mi perdonino le vegetariane del gruppo) ha un suo perché. Poi facciamo due passi e torniamo in albergo, dove con un gruppetto ci fermiamo ancora un po’ a chiacchierare e a goderci il cortile (anche perché le pareti sono così spesse che in quasi tutte le camere la rete wi-fi non prende…). A tarda sera, Alì si fa ancora massaggiare da Alberto su un divano ai bordi della vasca.

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Lunedì 9 aprile 2018

La visita della città comincia dalla moschea Jameh, o moschea congregazionale, o moschea del venerdì. Tutte le comunità di più di 5000 persone, in Iran, devono averne una. Ma questa è davvero spettacolare, con i suoi altissimi minareti gemelli.
La moschea, del XII secolo, è stata costruita sotto Ala’oddoleh Garshasb della dinastia Al-e Bouyeh (Bouayhidi) e in gran parte ricostruita tra il 1324 e il 1365.
La moschea è un bell’esempio di stile azero di architettura persiana. I suoi minareti sono i più alti in Iran, e sono stati costruiti successivamente, nel periodo safavide (1600); misurano 52 metri di altezza e 6 metri di diametro. La facciata del portale è decorata da cima a fondo di piastrelle di una brillantezza abbagliante, prevalentemente di colore blu. All’interno c’è un lungo cortile porticato dove, dietro un Iwan infossato a sud-est, vi è una camera santuario (Shabestan). Questa camera, sotto una cupola in maiolica, è squisitamente decorata con maioliche a mosaico. Bellissimo anche l’alto miḥrab, datato 1365 e decorato a muqarnas. Al fondo della sala ci sono delle poltroncine messe lì per le persone che per motivi fisici non riescono a inginocchiarsi in adorazione, che così possono pregare sedute appoggiando la fronte, con la pietra, su un banchetto. Un anziano mullah parla al telefonino.
Le eleganti decorazioni in mattoni lavorati e le tessere di mosaico recanti caratteri cufici angolari creano un senso di bellezza. Su due piastrelle a forma di stella, il nome del costruttore e l’anno di costruzione della sala di preghiera. Sotto gli archi sono scritti i 99 appellativi di Dio; sui muri, tra i motivi geometrici, come sempre i nomi di Alì e Allah.

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Davanti alla moschea, c’è un negozio di abbigliamento gestito da un profugo afgano che ha parecchia roba, con bei colori e belle fantasie. Qualche signora si fa tentare dallo shopping, anche per rimpinguare un po’ il guardaroba “islamico”, quello a prova di ayatollah che le donne del gruppo devono per forza indossare in questi giorni. Stanno imparando dalle donne iraniane che, giocando sapientemente sui colori e sugli abbinamenti, si può essere “cool” anche rispettando il rigido codice di abbigliamento imposto dal regime. Azar Nafisi racconta che, nei primi anni della rivoluzione, l’ossessione per il velo l’aveva indotta a comprare un’ampia veste nera che la copriva fino alle caviglie, e lei era arrivata a fingere che quando portava la veste tutto il suo corpo si dissolvesse: restava solo la stoffa con la sua forma, che andava in giro guidata da una forza invisibile. Ora i tempi sono cambiati; si vedono ancora donne che scelgono di annullarsi in questo modo, ma tante altre invece, approfittando anche del clima un po’ più permissivo, adottano una strategia di sopravvivenza diversa.

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Ci addentriamo nella città vecchia di Yazd, dove tutte le case sono costruite in mattoni crudi di fango e paglia, color del deserto, e dove le torri del vento sono una miriade. Un’altra caratteristica di molte antiche case iraniane, che è particolarmente presente qui a Yazd, è che sulle porte di sono due batacchi di forma diversa: uno ad anello per le donne e uno più pesante e di forma allungata per gli uomini. Questo serviva per riconoscere dal suono chi stesse bussando, in modo che una donna non andasse ad aprire se era un uomo a bussare o che le donne si coprissero se stava per entrare un uomo. È divertente vedere come parecchie donne iraniane si facciano fotografare nell’atto di bussare con il batacchio da uomo; una specie di piccola ironica sfida, una simbolica trasgressione che evidentemente hanno voglia di concedersi. Stiamo vedendo che in questi piccoli gesti le donne, soprattutto le giovani, cercano di trasgredire appena possono.
Passiamo da una piazza dove è in bella mostra un oggetto che non potremmo riconoscere senza il fondamentale aiuto di Alì: è la palma (o cipresso) di Hosein. In farsi si chiama Nakhl, che significa palma, ma la sua forma ricorda quella di un cipresso. È una struttura di legno che simboleggia la bara di Hosein e che viene portata in processione nel giorno dell’Ashura, ricordando la sua morte e il suo funerale, in quella che è la celebrazione più sentita dagli sciiti. Si chiama palma perché si narra che il corpo di Hosein riposò all’ombra di una palma, o che fu trasportato in una bara fatta con rami di palma. Può essere di piccole dimensioni, nei piccoli villaggi dove può essere portata anche da due persone, o una grande struttura come questa, trasportata da decine o addirittura centinaia di persone. Alì ci racconta che quel giorno, in Iran, nessuno cucina a casa, ma tutti escono e, partecipando alla processione, mangiano cibo di strada preparato appositamente per la celebrazione. È un giorno di grande dolore collettivo, in cui si commemora un lutto, ma anche una grande festa popolare.

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Una visita a un laboratorio di tessitura, e poi è il momento di una sosta per un tè, che serve anche per sfuggire un attimo alla calura, che oggi si fa sentire. La sala da tè, ricavata anche questa in un antico palazzo, ha un piacevolissimo giardino con l’immancabile vasca, che qui si riempie anche di petali di fiori. Incontriamo un bel gruppo di donne, molto allegre e che come sempre hanno voglia di chiacchierare e fare foto con noi. Scopriamo che una ha perfino un cugino a Torino, ma soprattutto è bello vederle qui insieme a rilassarsi, ridere e non preoccuparsi se a un certo punto cade il velo. Vorremmo che si potesse interpretare come un piccolo segnale di distensione (Ah, quella a sinistra nella foto è la nostra Franca, ma ormai con il cuore è un po’ iraniana anche lei).

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Visitiamo anche un laboratorio di ceramica, un’altra forma di artigianato per cui Yazd va famosa, insieme alla lavorazione dei tessuti. Qui la sosta un po’ si prolunga, perché possiamo vedere un maestro vasaio al lavoro e perché la scelta di piastrelle, vasi, tazze, tazzine e quant’altro è vasta, ci vuole il suo tempo. Per cui, quando usciamo, ormai è ora di pranzo.
Ci facciamo un pranzo a buffet in un bel locale tipico. Il menù prevede tante specialità: le solite ottime melanzane, ma anche una zuppa di Yazd a base di lenticchie, e carne di cammello (dromedario, per essere precisi). Per me è la prima volta, devo dire che non è male. Per finire gelato alla crema e dolcetti di pasta di mandorle e acqua di rose.

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Dopo pranzo ripartiamo verso un altro sito archeologico importante: le Torri del Silenzio.
Le torri del silenzio sono delle strutture relative al culto zoroastriano poste su due colline a sud della città. Esse sono state utilizzate per secoli per la distruzione dei corpi dei defunti da parte degli uccelli, dato che la religione zoroastriana imponeva di non contaminare la terra con i corpi dei defunti, ritenuti impuri. Consistono di due torri con degli alti muri, al cui interno i cadaveri venivano riposti e lasciati decomporre, con l’aiuto degli avvoltoi.
Le torri vennero utilizzate sino agli anni ‘70 del XX secolo, quando il governo iraniano ne impose la chiusura e la modifica del culto.
Lo Zoroastrismo, forse bisogna precisarlo, è la religione sviluppatasi durante l’Impero persiano achemenide nel VII-VI secolo a.C. ad opera di un sacerdote di nome Zarathustra (Zoroastro per i greci). Zarathustra nacque però, secondo i testi sacri zoroastriani, molto prima, nel 1767 a.C., e morì ucciso da invasori all’interno di un tempio.
Lo zoroastrismo, presente essenzialmente nella corte e nell’aristocrazia persiana, oltre che nella classe sacerdotale durante il periodo achemenide e quello sasanide, cedette il posto all’Islam, portato dai conquistatori arabo-musulmani tra il VII e l’VIII secolo, ma sopravvive ancor oggi in Iran e in piccole comunità dell’India, dette parsi.
Le torri sono impalcature di legno e argilla, che sostengono una piattaforma esposta ai venti. Servivano per l’eliminazione dei cadaveri, che venivano esposti agli elementi atmosferici e divorati dagli uccelli rapaci. La piattaforma ha una circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, tre cerchi concentrici, e al suo centro un’apertura. Le ossa rimanenti venivano gettate dentro il pozzo fino a riempirlo completamente. I cadaveri venivano disposti da speciali addetti, i Nāsāsālar (letteralmente, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”), gli unici che avevano la facoltà di toccare i morti: gli uomini venivano sistemati nel cerchio esterno, le donne in quello mediano e i bambini in quello più interno. Alì ci spiega tutto questo prima di salire verso la torre, disegnando dei cerchi sulla sabbia con un bastoncino. Ci racconta che in India le torri del silenzio avevano anche un quarto cerchio per i neonati, ma qui no. Il cerchio è un elemento simbolico fondamentale nello zoroastrismo, perché rappresenta il patto con Dio: lo avevamo già visto nei rilievi delle tombe reali, dove il re riceveva un anello dalle mani del dio Ahura Mazda. Simbolicamente, il cerchio significa anche che tutto ciò che facciamo segue un percorso circolare: se facciamo del bene, riceviamo bene; se facciamo del male, riceviamo male. Così parlò Zarathustra.
Nello zoroastrismo il cadavere è considerato impuro perché appena dopo la morte viene invaso da demoni e spiriti, che rischiano di contaminare non soltanto gli uomini retti, ma anche gli elementi. Non si seppellivano i morti perché la terra è sacra. Anche Il fuoco è sacro, e pertanto non può essere contaminato, rendendo impossibile il ricorso alla cremazione; né tantomeno si gettavano i morti nelle acque, perché anch’esse sacre.
Saliamo fino alla torre. Alì, con la sua gamba malridotta, non se la sente di accompagnarci. Oggi non c’è molto vento, ma il posto è comunque suggestivo. Da quassù, se non fosse che vediamo in lontananza le ultime propaggini della città, potremmo pensare di essere ritornati indietro di più di duemila anni. Sembra quasi di sentire gli avvoltoi volteggiare sulle nostre teste… meglio tornare giù per non farsi suggestionare troppo.

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Pausa

 

Tornando in città, il percorso nello zoroastrismo continua con la visita al Tempio del Fuoco zoroastriano. Alberto ha già affermato, tra il serio e il faceto, di volersi convertire allo zoroastrismo, e ha chiesto delucidazioni ad Alì per capire se e come sia possibile. Pare che non ci siano particolari fattori ostativi, in teoria. Lo zoroastrismo è tuttora esistente e tollerato nella Repubblica Islamica. Però, nella pratica, non si può diventare zoroastriani, si può solo nascere zoroastriani. Un musulmano che volesse diventare zoroastriano potrebbe essere accusato di apostasia, e non è mai bello da queste parti. Per uno straniero non musulmano il problema non si dovrebbe porre, ma insomma… la vedo un po’ dura. Certo che il motto zoroastriano che si riassume in “Pensare bene, parlare bene, agire bene” non può che essere condivisibile.
Sulla facciata del tempio, costruito nel 1934, nell’epoca laica e tollerante di Reza Shah, campeggia l’uomo alato, simbolo dello zoroastrismo. L’uomo alato tiene un anello nella mano sinistra, a significare che per progredire nella vita bisogna mantenere ciò che si promette, e la destra verso l’alto, in segno di preghiera e venerazione.
All’interno del tempio è conservato il fuoco sacro, o “fuoco vittorioso”, datato 470 d.C. Si tratta di uno dei nove Templi del Fuoco (Atash Behram) esistenti; gli altri otto sono in India. Nel 1960 è stato aperto ai visitatori non zoroastriani.
Il fuoco, nella religione zoroastriana, è la manifestazione di Ahura Mazda. Il fuoco sacro del tempio sarebbe stato originariamente avviato dallo Shah sasanide nel tempio del fuoco Pars Karyan nel Fars meridionale. Da lì sarebbe stato trasferito varie volte, e infine consacrato nel nuovo tempio nel 1934.
Il tempio del fuoco è stato costruito in stile architettonico achemenide in muratura di mattoni con uno stile predisposto dagli architetti di Bombay. È simile nel design ai templi Atash Behram in India. L’edificio è circondato da un giardino con alberi da frutto. Il sacro fuoco è installato nel tempio dietro una recinzione di vetro ambrato colorato. Solo gli zoroastriani sono autorizzati a passare alla zona sacra del fuoco. I non-zoroastriani, come noi, possono vederlo solo dall’esterno della camera di vetro.
Nel tempio, al quale è annesso un piccolo museo, ci devono essere anche degli zoroastriani, ma facciamo fatica a riconoscerli. Sappiamo solo che spesso si vestono di bianco, perché il bianco rappresenta pulizia, austerità e modestia.

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Ci spostiamo nella splendida piazza Amir Chakhmagh, con una moschea in stile azero ad un solo iwan. Il complesso Amir Chakhmagh contiene anche un caravanserraglio, un tekyeh (dove si preparano le celebrazioni dell’Ashura), uno stabilimento termale, un antico pozzo e una pasticceria.
La piazza prende il nome da Amir Jalaleddin Chakhmagh, un governatore di Yazd durante la dinastia timuride (XV secolo). L’importante struttura ha tre piani ed una elaborata facciata simmetrica a nicchie ad arco. È la più grande struttura di questo tipo in Iran. Nel centro vi sono due minareti altissimi. Solo il primo piano sopra il livello del suolo è accessibile.
Passeggiando sulla piazza, incontriamo Taraniyeh e il suo papà. Taraniyeh ha 7 anni ed è battriana, viene cioè da una regione situata nell’attuale nord dell’Afghanistan che anticamente faceva parte dell’impero persiano. Regione di cui indossa un costume tipico, per farsi fare le foto e rendere ancora più orgoglioso il suo papà, anche se lei sembra poco convinta.

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E nei dintorni della piazza c’è anche il posto dove abbiamo il prossimo appuntamento in programma: Zurkhaneh, la casa della forza.
È la “palestra” in cui si pratica l’attività sportiva tradizionale iraniana, un mix di allenamento fisico e purificazione spirituale. Con qualche aggiustamento, questa tradizione nata (pare) nell’Iran preislamico sopravvive ancora oggi, rigorosamente solo per uomini. La tradizione narra che con la caduta dell’impero persiano per mano degli arabi, i guerrieri e gli atleti persiani non potessero più praticare sport all’aria aperta. Decisero quindi di continuare gli allenamenti in case private, per poi spostarsi in strutture simili a quelle odierne, tra il ritrovo clandestino e la palestra.
La struttura della palestra è essenzialmente sempre la stessa da secoli. Si tratta di un’ampia sala a cui si accede da una porta piuttosto bassa, che costringe a chinare il capo in segno di rispetto. Al centro della sala c’è una zona più bassa, con il pavimento di legno, a cui hanno accesso gli atleti. Attorno alla “pedana” c’è un angolo per gli attrezzi ginnici, una zona dedicata agli spettatori, e un cabinotto per il moršed, la guida.
Il moršed è quello che, a vederlo, si potrebbe confondere con un deejay/vocalist: suona e canta in quella che sembra la cabina di un deejay… In realtà questa persona scandisce il tempo dell’allenamento suonando incessantemente il tamburo, e accompagna lo sforzo degli atleti recitando versi religiosi o dei grandi classici persiani.
La mise degli atleti si è adeguata ai tempi. Una volta gli uomini si spogliavano simbolicamente del loro status sociale e indossavano solo dei “parei” che coprivano i fianchi e giravano tra le gambe: oggi sfoggiano bermuda lunghi al ginocchio e maglietta, visto che tra il pubblico sono ammesse anche donne. In vita hanno delle grosse cinture di cuoio per dare supporto alla schiena, i piedi sono scalzi.
L’inizio dell’allenamento è molto simile alla fase di riscaldamento di tanti sport occidentali; gli attrezzi che vengono sollevati e roteati, invece, sono piuttosto peculiari. Ci sono i sang, delle grosse tavole di legno con una maniglia per sollevarle. Ci sono i mils, che vengono roteati sopra la testa e dietro le spalle, che sembrano dei grossi birilloni ma arrivano a pesare fino a 30 chili. E poi i kabbāda, delle catene di metallo con dei dischi, che venivano usate anticamente per allenarsi a tirare con l’arco. L’allenamento si concludeva con una specie di lotta, oggi non più praticata. Così gli atleti si sfidano a piroette, roteando come i dervisci. Tra loro, anche un bambino che può avere cinque anni, vestito di tutto punto ma molto spaesato, per cui mi veniva voglia di chiamare il Telefono Azzurro iraniano, ammesso che esista.
Questo spettacolo ci era stato segnalato fin dalla riunione pre-viaggio, mettendoci sull’avviso che ci poteva essere, come dire, un certo… odore di maschio. In effetti è così, i ragazzi sudano e si sente, ma non è neanche questo il problema. È che, almeno personalmente, non ci ho visto grande spiritualità, anche se non tutti nel gruppo la pensavano così. E se non c’è quello, come spettacolo atletico obiettivamente non vale molto. Alcuni degli “atleti” hanno veramente un fisico imbarazzante.

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Ma per fortuna, Yazd è famosa anche per i suoi dolci. E così ci possiamo consolare facendo incetta di Baghlava e altre prelibatezze nella migliore pasticceria della città, segnalataci da Alì.
Per cena, andiamo al Fazeli Hotel, nella piazza dove si trova la palma di Hosein. Una bella grigliata mista e melanzane del mar Caspio con pomodoro e aglio. Dopo di che, ci vorrebbe una bella passeggiata digestiva, ma il nostro hotel è piuttosto lontano e la serata si è fatta molto fresca e ventilata. Qui, essendo vicino al deserto, c’è una forte escursione termica tra il giorno e la sera. Così preferiamo rientrare in taxi, non senza aver dato un ultimo sguardo ai minareti della moschea Jameh, proiettati verso il cielo e illuminati di azzurro. Domani mattina si riparte, stavolta in direzione Esfahan.

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(Continua…)

In Viaggio con Alì – 2

 

Capitolo 2: Shiraz e Persepoli

Quant’è bella Shiraz, al mondo non ha pari!

Preservala, mio Dio, da tutte le sciagure!

Scorra, scorra per sempre questo ruscello nostro,

che fa, con le sue acque, senza fine la vita.

Fra i sereni abitati e le liete radure

uno zefiro fresco che dell’ambra ha il profumo.

Vieni a Shiraz, tra la sua gente cerca,

così perfetta, grazie celestiali.

(Hafez. Divan, 274)

Venerdì 6 aprile 2018

Colazione presto e veloce questa mattina, dobbiamo prendere il volo per Shiraz alle 9.30.

Attraversiamo Teheran che si è appena svegliata verso l’aeroporto di Mehrabad, quello dei voli interni. Lungo il percorso, abbiamo l’opportunità di fermarci un minuto a scattare qualche foto alla Torre Azadì, la Torre della Libertà, uno dei monumenti simbolo della capitale. Questa imponente costruzione in marmo bianco è stata edificata nel 1971 su progetto di un architetto appartenente alla minoranza religiosa bahai, Hossein Amanat. Amanat fu poi condannato all’esilio dopo la rivoluzione perché negli anni ’70 i bahai erano troppo vicini allo Shah e perché l’Islam non ammette altri profeti dopo Maometto, quindi la religione dei bahai è considerata eresia. La torre oggi è un centro culturale. Alì la smitizza un po’ raccontandoci che, per la sua forma a Y rovesciata, è stata paragonata alle gambe di Farah Diba, l’ultima moglie dello Shah, che erano, sembra, un po’ storte.

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La compagnia è ancora la Mahan Air, la stessa del volo da Milano. Si parte alle 9.30 in perfetto orario, ma dopo pochi minuti cominciamo a sentire rumori sinistri e un po’ inquietanti. Soprattutto, un fischio continuo e decisamente più forte di quello che siamo abituati a sentire nelle fasi di decollo. Io sono seduto vicino a Marco e a Daria, che ho appena scoperto essere… la seconda moglie di Marco! Sentivo tra loro una confidenza che mi pareva eccessiva per essere due persone che si conoscono da due giorni; ho già detto che i gruppi dei viaggi della radio sono speciali per il senso di comunità che si crea fin da subito, ma così era troppo anche tenendo conto di questo… ora mi torna tutto un po’ di più. Effettivamente sono amici da ben prima di questo viaggio, al punto che lei, in circostanze che non mi sono state del tutto chiarite ma che non intendo indagare, è stata nominata seconda moglie. Be’, Daria, che è seduta tra me, che ho il posto finestrino, e Marco, che ha il corridoio, è fin da subito molto infastidita da questo suono. Io cerco di minimizzare, per tranquillizzare lei e me stesso. È vero che non è proprio una roba normale, ma siamo su un volo interno, l’aereo non è nuovissimo… dopo una ventina di minuti dal decollo, però, scopriamo che aveva ragione lei: non era per niente normale. C’è una grande virata, di cui lì per lì non capiamo la motivazione, e si torna indietro. In realtà c’è stato l’annuncio, anche in inglese, ma eravamo distratti per colpa mia (o forse merito mio, a conti fatti è stato forse meglio così), che stavo raccontando a Daria del mio blog. Ce ne rendiamo conto quando ci abbassiamo per l’atterraggio decisamente troppo presto e su una città così grande che non può essere che Teheran. Ora è chiaro a tutti, c’è un problema.
La mente va a quando, scoperto che c’era in programma un volo interno e ricordando che un paio di mesi fa proprio un volo interno di una compagnia iraniana è caduto, ero andato a verificare di che compagnia si trattava. Non era la Mahan, il che al momento mi era sembrata una buona notizia ma ora, se si ragiona sulla statistica, forse non lo è più. Per fortuna c’è Franca, che ci informa che ha fatto una specie di rito sciamanico con il quale si è messa in contatto con il suo spirito guida, il quale l’ha rassicurata: non è giunto il suo momento. “Ragazzi, è tutto a posto” – afferma sicura – “Finché siete con me non avete nulla da temere”. Noi abbiamo, lo giuro, il massimo rispetto possibile per il suo spirito guida, ma il gretto razionalista che è in me si rifiuta di prenderla come una certezza assoluta… fatto sta che, ormai lo avete capito perché se no non stareste leggendo questo diario, o avreste bisogno di un medium per farlo, l’atterraggio va a buon fine. Va detto che Franca ha una lunga frequentazione con l’Africa e gli africani, e ha fatto qualcosa tipo un corso per diventare sciamana, mi perdonerà se le parole non sono esatte. Tra l’altro, lei è la compagna di stanza di Daria, e non mi posso dilungare ma vi assicuro che la coppia formatasi per caso è davvero ben assortita. Comunque, così sono i gruppi di Radio Popolare, e questo in particolare.
Ci dicono che dobbiamo restare seduti, in attesa che si decida se l’aereo può essere riparato e ripartire o dobbiamo cambiare aereo. Tutti a questo punto saremmo più per la seconda ipotesi, e infatti così finisce. Un altro annuncio ci informa, porgendoci le sentite scuse della compagnia per il disagio, che a breve ripartiremo, ma su un altro aeromobile.
Prima di scendere, però, c’è un ultimo colpo di teatro. Il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e si dirige verso di noi, che siamo un po’ sparsi ma il grosso è nella parte centrale dell’aereo. Forse perché siamo il solo gruppo di stranieri, ha deciso di spiegarci un po’ meglio quello che è successo. Inizia in inglese parlando di un problema idraulico. Spiega che non abbiamo corso nessun pericolo reale, è solo una questione di procedure di sicurezza: se a un certo punto un sistema non funziona e sei ancora in condizioni di tornare all’aeroporto di partenza, devi tornare, anche se i sistemi di comando e di sicurezza sono tutti ridondanti e quindi avremmo potuto comunque portare a termine il volo. Il rumore che sentivamo era dovuto al fatto che, con questo sistema idraulico automatico che non funziona, entra più aria nel carrello. Per essere sicuro che tutti capiscano, ripete più o meno lo stesso discorso in spagnolo, lingua che padroneggia bene e che gli sembra più comprensibile da parte di noi latini. È molto gentile, probabilmente sta facendo qualcosa che va anche al di là di quello che gli è richiesto dalla sua professione. Oltretutto è anche belloccio, ha (a detta della componente femminile del gruppo) un sorriso che conquista, è spiritoso, e quindi in breve tempo diventa un idolo. Per cui un po’ ci dispiace quando, alla fine, annuncia con l’ennesimo sorriso che ora tornerà a casa a dormire, perché se decollasse di nuovo supererebbe il numero massimo di ore di lavoro che può fare secondo le regole dell’aviazione civile. Molti (soprattutto molte) avrebbero voluto a questo punto fare l’altro volo con lui ai comandi, ma non si può.
Dopo un’attesa tutto sommato breve, poco più di mezz’ora, con un pullmino ci trasferiamo e saliamo sull’altro aereo. Il decollo, dopo questa esperienza, diventa un momento un po’ più critico del normale e così Daria, per tenerci tranquilli, dà la mano a me e a Marco (mettiamola così)… in realtà è più che altro un gioco, ma in questi casi tutto serve. La hostess, passando, vede che ci teniamo tutti e tre per mano e sorride. Loro sono del mestiere, ma non devono essere situazioni troppo piacevoli neanche per loro, che poi non hanno nemmeno la tranquillità che abbiamo noi, che sappiamo che lo spirito guida di Franca ci protegge…
Il volo stavolta scivola via senza problemi e senza rumori inquietanti e, sia pure ormai in forte ritardo, atterriamo al piccolo aeroporto di Shiraz.

Aereo Alberto
Qui ci viene a prendere il nostro nuovo pullman, che è giallo come il primo. Abbiamo però due nuovi autisti, che ci portano subito al nostro albergo, l’hotel Chamran, che è un grattacielo ultramoderno di 24 piani alla periferia della città. Onestamente, è un po’ un ecomostro, ma per una volta ci possiamo adattare. Se non altro, c’è un ascensore panoramico, che può essere sempre un’esperienza. Abbiamo solo il tempo di prendere possesso delle camere, poi dobbiamo uscire per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto. Il programma delle cose da vedere e da fare qui, come in tutto il viaggio, è denso.
Shiraz, situata nel sudovest dell’Iran a 1500 m di quota, ha circa 1.700.000 abitanti. È una città che è cresciuta, negli ultimi anni, anche se oggi, persa ogni rilevanza industriale, religiosa o strategica, è diventata un centro solamente amministrativo. È stata capitale durante la dinastia Zand, nella seconda metà del 1700.
È nota come città dei fiori, del vino e della poesia. Poesia significa soprattutto Hafez, che qui nacque e che qui è sepolto, nel mausoleo che visiteremo più tardi. E il vino di Shiraz ha una tradizione antichissima, che si è dovuta interrompere con l’avvento della repubblica islamica nel 1979. Esiste un famoso vitigno che porta il nome Shiraz, che è diventato Syrah in Europa ma è tornato Shiraz in Australia. È un vino di colore rosso rubino dalle sfumature violacee e dal profumo intenso e fruttato con sentori di piccoli frutti neri e spezie.
Del vino di Shiraz parla anche questa canzone, interpretata da Yalda, la cantante italo-persiana di cui abbiamo già parlato:

Sharabe Shiraz – Yalda

La nostra visita a Shiraz comincia dalla Moschea Nasir ol Molk, nota anche come Moschea Rosa a causa del considerevole uso di questo colore per gli interni e nelle vetrate. La moschea è stata costruita durante l’era Qajar, tra il 1876 e il 1888.
Prima ancora di entrare, impariamo un’altra parola che ritornerà spesso durante tutto il viaggio, perché è legata ad un elemento architettonico presente in tantissime moschee iraniane. È la parola araba muqarnas, che indica una soluzione decorativa propria dell’architettura islamica, originata dalla suddivisione della superficie delle nicchie angolari raccordanti il piano d’imposta circolare della cupola con il quadrato o il poligono di base in numerose nicchie più piccole (8, 16, 32, ecc.) con la tecnica cosiddetta degli angoli falsi. Il muqarnaṣ si diffuse rapidamente in tutto il mondo islamico a iniziare dal XII secolo ma la sua origine, ci racconta Alì, viene dai Sasanidi. Viene usato, oltre che nelle cupole, in volte di ogni tipo e, come in questo caso, in nicchie di portali. Può essere realizzato in pietra, mattoni, stucco, legno o ceramica.
La moschea è caratterizzata dalle ampie vetrate colorate della sala di preghiera invernale. Al mattino la luce del sole, passando attraverso le vetrate, inonda di luce colorata l’interno della sala con un effetto spettacolare. L’effetto risulta amplificato soprattutto nelle prime ore del mattino o nei mesi invernali, quando l’altezza del sole è minore e i raggi penetrano sino al fondo del salone. Le colonne interne sono decorate da piastrelle policrome.
Essendo la prima sala di preghiera che vediamo, Alì si preoccupa di spiegare a tutti che cos’è il mihrab, la nicchia orientata in direzione della mecca che fa da punto di riferimento per la preghiera. Agli albori dell’Islam si pregava in direzione di Gerusalemme, poi, dopo la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622 (data da cui si contano gli anni nel calendario islamico), un giorno l’arcangelo Djibril (Gabriele) apparve a Maometto e gli disse che da quel giorno i fedeli avrebbero dovuto pregare verso la Mecca. Questo mihrab è molto bello, decorato anch’esso a muqarnas.
Un altro gesto di cui bisogna spiegare il significato è quello di toccarsi la fronte con una pietra, usando quella pietra per poggiare la fronte a terra. Significa: veniamo dalla terra, e alla terra torneremo.
Ma non dimentichiamo che qui siamo nella principale roccaforte dell’Islam sciita, è necessario spiegare un po’ che differenze ci sono tra sunniti e sciiti. Il dissidio nasce quando Maometto, ancora in vita, nomina come suo successore Alì, suo cugino e genero, avendo sposato la figlia Fatima. I sunniti riconoscono questo episodio, ma non lo considerano una vera e propria investitura, solo un attestato di stima. E quindi, alla morte di Maometto, viene scelto come califfo Abu Bakr, con l’idea che per guidare la comunità serve un uomo saggio, dotto e rispettoso della Regola, ma non necessariamente imparentato con Maometto. Per gli sciiti, invece, il califfo doveva essere Alì e dopo di lui la sua discendenza, che attraverso Fatima discende anche da Maometto. Alì diventa poi il quarto califfo, ma viene assassinato. La rottura definitiva si consuma quando, nel 680, anche il secondo figlio di Alì, Hosein, che si era ribellato al potere sunnita, viene ucciso in battaglia a Kerbala, nell’odierno Iraq. Proprio per questo Kerbala è un luogo santo di grande importanza per gli sciiti, e per questo ogni anno l’uccisione di Hosein viene commemorata nella celebrazione chiamata Ashura, che è la più importante ricorrenza religiosa sciita.
Ecco perché il nome di Alì è così importante che, nelle decorazioni delle moschee sciite, è sempre associato a quello di Dio: in modi diversi e con diverse calligrafie, troveremo sempre Alì e Allah.
Per gli sciiti Imam non è semplicemente qualcuno che è in grado di predicare e di guidare una comunità religiosa; il titolo di Imam è qualcosa di estremamente importante, che si dà solo a personaggi di altissima rilevanza. Per esempio, Khomeini è chiamato Imam ma il suo successore, l’ayatollah Alì Khamenei, è tuttora la Guida Suprema della Rivoluzione, ma non è un Imam. A proposito, ayatollah significa “Segno di Dio”.
Nello sciismo si conoscono soltanto undici Imam, più un dodicesimo che è chiamato lmam scomparso o nascosto. La tradizione vuole che l’undicesimo Imam abbia avuto un erede ma che dopo la sua morte il figlio, all’età di soli cinque anni, sia sparito o sia stato nascosto per evitare che fosse perseguitato dai sunniti. Ma un giorno, quando sarà il suo momento, questo dodicesimo Imam tornerà per ristabilire il legittimo potere di Dio sulla terra. Questa figura messianica, quindi, nello sciismo, viene a coincidere con quella del Mahdi, ed è ovvio il paragone con il Messia tuttora atteso dagli ebrei o con la dottrina dell’Apocalisse e della seconda venuta di Cristo.
Ma a livello di teologia e morale? Alì spiega che la differenza più importante sta nel diverso atteggiamento nei confronti del peccato: per i sunniti Dio è così grande che può anche decidere di perdonare i peggiori peccatori, per gli sciiti chi commette peccati gravi non può che andare all’inferno, il concetto del perdono è meno presente nella morale sciita. E poi, c’è il fatto che gli sciiti credono in altri scritti di Maometto che si sarebbero tramandati, oltre al Corano che è ispirato direttamente da Dio.
E perché gli iraniani sono sciiti? Si trattò in realtà di una scelta politica, fatta nel 1501 dallo Shah safavide Ismail per distinguersi dagli ottomani sunniti, che erano allora gli invasori alle porte. Ma ora, dopo cinque secoli, lo sciismo è parte fondamentale dell’identità iraniana.

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Dopo la moschea, visitiamo l’Hammam-e-Vakil, che ora è un museo. Faceva parte del quartiere reale costruito durante il regno di Karim Khan Zand, il Reggente, nel 1700. Nelle diverse sale sono rappresentate, con dei manichini, scene di vita quotidiana dell’hammam in quell’epoca. Alcune non sono poi così diverse da quello che si fa in un hammam di oggi, ma altre sono decisamente più particolari. Ad esempio, all’hammam venivano spesso praticati salassi, che nella medicina di allora si credeva potessero curare un po’ tutto. La tecnica era di usare corna di animali bucate, con cui si succhiava fino a far gonfiare la parte, sulla quale poi si praticavano delle incisioni. Vista così, ti fa ringraziare di non essere nato allora. Il posto è bello comunque, ha un’atmosfera evocativa, nonostante i manichini.

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Passiamo davanti alla Fortezza del Reggente, che sembra un po’ il centro della vita cittadina. Oggi è venerdì, quindi un giorno di festa, ed è pieno di famiglie con bambini che fanno pic-nic (stiamo cominciando a constatare che è veramente una mania nazionale) o prendono semplicemente un gelato davanti alle mura, caratterizzate da una torre pendente.

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Notiamo anche, come già a Teheran, la presenza quasi ossessiva di gigantografie con i volti dei martiri della guerra Iran-Iraq degli anni ’80. Quella guerra, voluta da Saddam Hussein per approfittare della debolezza dell’Iran post-rivoluzionario e dell’appoggio dell’occidente, fu uno straordinario strumento di propaganda usato da Khomeini per compattare il paese contro il nemico esterno e contro il grande Satana americano. Il risultato furono otto anni di inutile guerra e un milione di morti, alcuni poco più che bambini, mandati a combattere convinti che sacrificando la propria vita per la patria si sarebbero aperte per loro le porte del paradiso, grazie alla chiave di plastica che portavano al collo. Carne da macello, niente di più. Le tracce di questo scempio sono ancora presenti in queste foto e nei nomi delle vie, che molto spesso sono quelli dei martiri.

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Decidiamo che è venuto il momento di rilassarsi un attimo e di prendere un tè, magari accompagnato da una fetta di torta, dato che dopo il pranzo-snack dell’aereo non abbiamo più mangiato niente. Alì conosce un posto con i tavoli all’aperto in una bella piazza con al centro una fontana, ma al momento è vuoto e non si vede in giro nessuno. Non è chiuso, ma il padrone deve essersi momentaneamente assentato. Ripieghiamo su un altro caffè sul lato opposto della piazza, che si chiama Joulep ed è comunque un posto gradevole. Ci serve una ragazza bellissima, che parla un ottimo inglese e che scopriamo essere un’architetta che per ora fa la barista. Il suo collega (o forse il padrone del bar) è un tipo che, per essere in Iran, è parecchio alternativo e in effetti il locale è abbastanza “occidentalizzato”, sia per l’atmosfera che per il genere di musica diffusa. Ha l’aria di una specie di piccola isola di tolleranza, tanto che per la prima volta in un luogo pubblico vediamo una ragazza che si toglie il velo. Si può scegliere tra infiniti tipi di tè semplici o aromatizzati, che si possono accompagnare con torte al cioccolato, alla carota o alle mele. Essendo il posto piacevole, la pausa si prolunga.
Uscendo sulla piazza, assistiamo ad una scena inattesa: Alì è sdraiato su una panchina vicino alla fontana e si sta facendo massaggiare una gamba da Alberto. Sì, perché non l’abbiamo ancora detto ma il gruppo dispone anche di un massaggiatore-shiatsuka, che lo fa principalmente per passione ma che, a detta di chi l’ha provato (e ce ne sono stati, nel gruppo) è molto bravo. Effettivamente dopo qualche minuto di trattamento Alì, che aveva sentito una fitta improvvisa e sembrava molto dolorante, si è rimesso in piedi e sembra in grado di proseguire, come si dice in questi casi. Bene, perché gli siamo tutti già affezionati e anche perché non avremmo un rimpiazzo… scherzi a parte, ci stiamo rendendo conto che, al di là della simpatia, è una fortuna avere una guida con una conoscenza così vasta della storia e della cultura del suo paese, ma anche così disponibile e paziente.

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Nel frattempo, un duo composto da un violinista e un percussionista suona al bordo della fontana, mentre i bambini giocano con l’acqua, e continua a manifestarsi la curiosità degli iraniani nei nostri confronti. Sono curiosi di noi almeno quanto noi di loro. Continuano ad avvicinarcisi persone, soprattutto giovani, che ci sorridono, ci salutano, ci chiedono di dove siamo e ci danno il benvenuto. Tra i tanti, una coppia di giovani architetti (sarà una coincidenza, ma pare che ce ne siano parecchi) che vuole venire a fare un dottorato in Italia. Parlano già un discreto italiano (anche se per la verità parla solo lei), perché hanno fatto un corso di italiano di sei mesi. Hanno già fatto le pratiche per il visto ma non sanno ancora quale università scegliere: vorrebbero un clima mite, una città tranquilla, ma anche una buona università. Hanno un po’ di riserve sulle università del Sud, perché hanno sentito che lì si parla un italiano un po’ difficile da comprendere per uno straniero. Cerchiamo di rassicurarli, dicendo che dipende, può essere vero che in alcune città si parla di più il dialetto, ma sicuramente non in università. Sanno anche che negli uffici pubblici pochi impiegati (o nessuno) parlano inglese, e su questo è difficile smentire. Anche la nostra Daria è architetta, quindi parte un breve conciliabolo sulle università italiane e alla fine gli viene consigliata Pescara, che sembra una buona soluzione di compromesso.

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Ci avviamo verso il mausoleo di Hafez, percorrendo un viale dove l’aria si riempie del profumo dei fiori d’arancio. Più ci avviciniamo, più l’atmosfera appare piacevole e festosa. Nel cortile d’ingresso, tra le aiuole fiorite, c’è tanta gente, famiglie con bambini ma anche molti ragazzi, soprattutto giovani coppie. Ovviamente, questo è un posto perfetto per gli innamorati. Sapendo cos’è questo paese, ci sembra già una bella cosa che possano venire qui insieme liberamente. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essere anche coppie sposate, ma sicuramente non tutte. Anche la scalinata che porta alla tomba è coperta di vasi di fiori. I profumi si sovrappongono e si confondono.
Gli edifici attuali, costruiti nel 1935 e progettati dall’architetto e archeologo francese André Godard, lo stesso del museo archeologico di Teheran, sono nel sito di strutture precedenti, la più nota delle quali è stata costruita nel 1773. La pietra tombale risale proprio a quest’epoca. Otto colonne sostengono una cupola di rame a forma di cappello derviscio (non dimentichiamo che Hafez è considerato un poeta mistico). La parte inferiore della cupola è un mosaico decorato ad arabesco e colorato. Le colonne sono otto perché Hafez visse nell’ottavo secolo dall’Egira, secondo il calendario islamico.

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Hafez nacque a Shiraz tra il 1315 e il 1325 (la data esatta è controversa) e visse 75 anni. In quel periodo la città era sottomessa ad un principe sunnita vassallo dei Mongoli e protettore dei poeti. A seguito di una sfortunata impresa bellica, il mecenate fu sconfitto e fatto giustiziare dal principe Mobarez al-Din Kirmani, un personaggio descritto come un uomo ascetico e bigotto che fece chiudere le taverne e altri luoghi malfamati di Shiraz – un provvedimento lamentato dal poeta nei suoi componimenti – inaugurando un periodo di austerità di costumi. Successivamente, Hafez ottenne la protezione del principe e poeta Shah Shoja’, figlio gaudente del precedente monarca, da lui stesso spodestato e fatto accecare. Il poeta registra indirettamente anche questo avvenimento, gioendo per la riapertura delle taverne della città decretata dal nuovo signore.
Hafez frequentò soprattutto l’ambiente della corte di Shiraz, città da cui pare si sia allontanato solo per un breve periodo. Controversa è la questione del suo rapporto con l’ambiente delle confraternite sufi: benché egli amasse presentarsi, nel canzoniere, con un’identità sufi, queste confraternite sono, spesso e volentieri, “bacchettate” nelle poesie per la loro ipocrisia o malaffare. Forse insegnò materie religiose nella locale madrasa. In ogni caso, egli mostra nei suoi versi una straordinaria cultura religiosa, attestata peraltro dallo stesso nom de plume – Hafez – che significa «colui che ha memorizzato [il Corano]».
I suoi circa 500 poemi lirici (ghazal) sono notissimi in tutti i paesi di influenza persiana, fatti oggetto di studio da numerosi commentatori e spesso appresi a memoria anche dalla gente più umile e meno istruita. Il suo Divan (canzoniere), aperto a caso, è usato ancor oggi come popolare libro di divinazione.
Hafez nei suoi componimenti canta il vino, le gioie e le pene amorose; ma soprattutto canta le grazie di un misterioso e innominato “amico” (talora presentato nelle maschere di un bel coppiere, di un mago zoroastriano, di un “turco predone”, ma anche in quelle dell’assassino, del medico, del giocatore di polo ecc.) che tipicamente mostra crudeltà e indifferenza nei confronti della laude incessante del poeta-amante, risultando in sostanza inafferrabile.

Quanto Hafez si riferisse a un amore terreno o a uno divino (mistico) è oggetto di controversia tra gli studiosi; la critica iraniana, ovviamente, soprattutto al giorno d’oggi, tende a ridurre gli aspetti trasgressivi (vino, amore omoerotico) della poesia di Hafez, accentuandone la lettura in chiave simbolica e misticheggiante. In pratica, canterebbe l’amore per Dio. Mi sembra comunque una contraddizione incredibile che un poeta che scrive di queste cose e in questo modo, scagliandosi spesso e volentieri contro i censori e gli ipocriti, possa essere non solo tollerato, ma esaltato in questo paese. È questa la mia curiosità. Pensate solo a questo pezzettino, ma ce ne sono a decine così:
Se solo le porte delle taverne potessero essere riaperte,
se solo i nodi delle misure repressive potessero essere sciolti!
Tu sii paziente, per volere di Dio riapriranno,
riapriranno grazie alla purezza dei bevitori mattutini.
Stanno chiudendo le porte delle taverne,
ma tu, Dio, non concedere la tua approvazione,
perché così apriranno le porte dell’ipocrisia.
È anche vero che la contraddizione con i principi dell’Islam più radicale è un fatto che accomuna un po’ tutti i poeti sufi, anche il grande Rumi, per esempio. Forse, semplicemente, è una tradizione troppo radicata e troppo connaturata alla cultura persiana perché la Repubblica Islamica potesse permettersi di metterla al bando. Sarebbe stato troppo impopolare, e Khomeini era molto abile nell’andare incontro al comune sentire del popolo, guidandolo ma anche assecondandolo all’occorrenza.
Alì ci racconta, infatti, che nella casa di ogni iraniano non possono mancare due libri: il Corano e il Divan di Hafez. Hafez si recita sempre, ma ci sono due momenti dell’anno particolarmente dedicati alle sue poesie: Il nowrouz (capodanno persiano) e l’ultima sera d’autunno. Le sue sono poesie di difficile traduzione, molto legate alla musicalità della lingua persiana. Ma ci si può provare, esistono delle traduzioni anche in italiano. Questa, ad esempio, è la poesia preferita di Alì e, devo dire, anche la mia:

 

Ero perso con lo sguardo verso il mare
Ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.
Ah, stenderei il mio cuore come un tappeto sotto i tuoi passi,
ma temo per i tuoi piedi le spine di cui lo trafiggi.
“L’idioma dell’Amore non si può veicolare con la lingua:
versa il vino, coppiere, e smetti quest’insulso parlare”.

 

Poi Alì ci ha letto anche questa, sia in versione originale che tradotta:

 

Venga, venga una lieta novella d’incontro, ed io lascio la vita!
Io volavo nei santi giardini, ecco, voglio fuggire la rete del mondo!
Sull’amore per te io lo giuro! Mi chiami tuo servo,
e rinuncio al dominio su tutte le cose che sono.
Oh, una pioggia da quella Tua nube che illumina i passi,
prima ch’io come polvere perso nel vento svanisca.
Al mio sepolcro tu vieni a posare col vino e il melode,
e risorgo danzando, al dolcissimo aroma che sale.
Orsù levati alto, mio idolo bello e soave,
ed io come il poeta abbandono la vita e le cose!
Sono vecchio, ma stringimi forte una notte sul seno,
ed io dal tuo abbraccio ancor giovane nasco nell’alba.

 

Ceniamo in un ristorante tradizionale. Si parte con un ricco buffet di antipasti, poi pesce del golfo persico e costolette di agnello, tutto accompagnato con riso.
Dopo di che si torna in albergo e si va a letto abbastanza presto, perché domani ci si prospetta un’altra giornata intensa, con la visita a Persepoli.

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Ma prima di andare a dormire voglio fare un piccolo esperimento… social. Premetto che io in genere uso pochissimo Instagram, mi dà l’idea di essere troppo dedicato agli appassionati di foto e soprattutto di selfie. Ma qui è il solo social network che funziona senza strani marchingegni, quindi voglio provare a postare qualche foto, le migliori della giornata, geolocalizzarle a Shiraz, mettere un semplicissimo hashtag #Iran, e vedere cosa succede. Be’, in pochi minuti arrivano 10-15 ragazzi iraniani a mettere like, faccine sorridenti, cuoricini e quant’altro. Alcuni commentano in inglese, altri in farsi, che purtroppo faccio un po’ fatica a capire, però usando il traduttore si scopre che sono apprezzamenti alla foto, ma spesso anche frasi di benvenuto e ringraziamenti per essere venuto a vedere le bellezze dell’Iran. Insomma, un’altra prova che c’è una grande voglia di contatto con il mondo esterno, che si esprime in tutti i modi, nella realtà reale come in quella virtuale. Alla fine del viaggio, ho messo insieme almeno una cinquantina di nuovi follower iraniani. Ce ne sono alcuni che sono “interessati”, e ci sta anche questo: account di hotel, locali, negozi, che vedono che sei lì e cercano di agganciarti. Ma per la maggior parte sono persone assolutamente disinteressate, che cercano proprio solo un contatto: un professore di fisica, un avvocato, un paio di fotografi, musicisti, blogger, un po’ di tutto.
E mi sembra abbastanza chiaro che questa sia una valvola di sfogo volutamente lasciata dal regime per fare in modo che i giovani (Instagram lo usano soprattutto i giovani, si sa) si distraggano, abbiano almeno un’illusione di libertà e non pensino a fare la rivoluzione. La recente breve stagione di proteste di piazza che è partita nel dicembre scorso è nata dalla situazione economica (la disoccupazione giovanile è superiore al 40%, per dirne una), ma la repressione violenta è iniziata quando si sono mossi gli studenti, che pur senza leader e senza una piattaforma politica di qualsiasi genere hanno cercato di muovere un po’ le acque. Della ragazza che si è tolta il velo e lo ha sventolato non si sa più niente o quasi, si sa che è in carcere e purtroppo è facile pensare che stia subendo violenze, molti lo pensano. C’è anche chi dice che la protesta sia stata fomentata da ambienti ultraconservatori, forse addirittura vicini all’ex presidente Ahmadinejad, perché all’inizio era diretta contro il Presidente Rouhani, che passa come un moderato (anche se ha un passato khomeinista), ed è partita dalla città religiosa e conservatrice di Mashhad. Difficile dire se sia andata così, è possibile ma poi forse la situazione è sfuggita di mano. Comunque sia, all’apice della protesta il governo ha bloccato proprio Instagram e Telegram, che è l’app di messaggistica più usata. Evidentemente volevano evitare che le immagini e le notizie girassero e alimentassero le manifestazioni, e l’obiettivo è stato raggiunto. Questo, e soprattutto la repressione, ha fatto sì che tutto finisse in un tempo abbastanza breve. Anche se, da quel poco che abbiamo potuto capire, una netta maggioranza delle persone è contro il regime. Ma da qui a muoversi concretamente il passo non è breve: i giovani appena possono preferiscono cercare di andare all’estero, anche questa è una cosa che stiamo constatando direttamente, parlando con loro.

 

Sabato 7 aprile 2018

A colazione con Ingela, non so bene come, finiamo a parlare di Israele e Palestina. Forse lo spunto viene dalla presenza, anche qui, di halva nel buffet. Lei mi racconta della sua esperienza giovanile in un kibbutz, negli anni ’70. Io durante il viaggio in Palestina lo scorso ottobre ho conosciuto un ragazzo italiano che ha fatto un pezzo di viaggio con noi e che stava facendo il servizio civile internazionale in un kibbutz. Lui è molto contento della sua esperienza di lavoro con dei ragazzi disabili, ma è rimasto invece piuttosto deluso dall’ambiente del kibbutz, che è molto diverso da quello che era negli anni ’70; molto di quel concetto di vita comunitaria oggi si è perso, purtroppo.
Partiamo in pullman: la prima tappa sarà alle tombe reali, poi Persepoli. L’intento è di arrivare abbastanza presto per schivare un po’ di folla. Parliamo del sito turistico più visitato del paese, anche in un momento di poca affluenza come questo gente ce n’è.

Il viaggio dura più di un’ora, quindi c’è l’opportunità per Alì di intrattenerci con qualche altra notizia sul paese. Ormai ha capito più che bene quali sono le nostre domande, riesce facilmente ad anticiparci.
La benzina, è facile immaginarlo, costa davvero poco: con un euro si fanno 6 litri.
L’università è quasi gratuita, ma a numero chiuso. I due terzi delle matricole sono ragazze, e questo è un dato che un po’ stupisce, ma fa parte delle contraddizioni iraniane. Le donne in realtà studiano e, almeno nelle città, spesso lavorano arrivando anche a occupare posti di responsabilità. Sono pagate meno degli uomini a parità di lavoro, ma questo, inutile dirlo, succede anche da noi.
I matrimoni, soprattutto nelle città, nella maggior parte dei casi non sono più combinati. La cerimonia è fatta da un mullah a casa della sposa, ed è il marito a dover pagare la dote. Se non lo fa rischia il carcere. Un uomo in teoria può avere fino a quattro mogli, ma oggi pochi ne hanno più di una, soprattutto per questioni economiche. Comunque, per sposare una seconda moglie il marito ha bisogno del consenso della prima.
Ma in caso di divorzio solo i figli hanno diritto al mantenimento, la moglie no. Ed è il marito a decidere se tenere i figli con sé o no.
Le ragazze possono sposarsi già a 9 anni, i ragazzi a 13. Nelle zone rurali e conservatrici, esiste ancora il fenomeno delle spose bambine. All’epoca dello Shah ci volevano 18 e 20 anni. Secondo una legge recente la ragazza dovrebbe avere almeno 15 anni, ma in realtà questa legge si può aggirare con il consenso del padre.
La cosa che forse meno immaginavamo è che gli sciiti hanno il matrimonio a tempo (sigheh), che può durare anche poche ore. È previsto negli altri scritti tramandati da Maometto in cui loro credono, a differenza dei sunniti. È un contratto di matrimonio in cui i contraenti stabiliscono la durata che può variare «da un minuto a 99 anni». In questo caso, l’uomo (sposato o no), e la donna non sposata (vergine, divorziata o vedova) possono concordare la durata del rapporto e l’importo della compensazione da versare alla donna. Questa disposizione non richiede testimoni e non richiede alcuna registrazione. Un uomo può avere un numero illimitato di sigheh e contemporaneamente può avere anche uno o più (fino a quattro) matrimoni permanenti, mentre la donna può essere coinvolta solo in un matrimonio e al termine non ne può contrarre uno nuovo prima di un periodo di attesa di tre mesi o di due cicli mestruali. Questo periodo obbligatorio di attesa si applica anche alle donne divorziate nel matrimonio permanente ed è destinato a determinare la paternità nel caso in cui la donna dovesse rimanere incinta. Per le donne è sempre meglio un matrimonio in piena regola e per molte il sigheh è un compromesso nella speranza di trasformare questa unione in un contratto a tempo indeterminato, infatti il sigheh è rinnovabile. La condizioni di moglie temporanea è in genere tenuta nascosta agli estranei soprattutto tra i ceti più popolari, dove le tradizioni sono più radicate. Il matrimonio temporaneo garantisce maggiori libertà alla donna: vive a casa propria, esce senza chiedere il permesso e può lavorare, ma deve essere disponibile quando il marito la cerca. Negli anni passati erano soprattutto motivi finanziari che spingevano la donna ad accettare il sigheh. Ai nostri giorni, il matrimonio temporaneo viene utilizzato dai giovani per aggirare tutti i divieti delle leggi islamiche iraniane sui rapporti tra ragazzi e ragazze. Altrimenti, infatti, potrebbero convivere solo di nascosto. Per le coppie non sposate, può creare problemi anche tenersi per mano. È chiaro, però, che se poi una ragazza si vuole sposare di nuovo in maniera permanente con un altro dovrà “rifarsi” una verginità, ma per quello ormai c’è il chirurgo.

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E siamo alle tombe reali. Naqsh-e Rostam è un sito archeologico sulle montagne a circa 12 km a nord-ovest di Persepoli.
Il rilievo più antico di Naqsh-e Rostam è molto danneggiato e risale al 1000 a.C.; raffigura un uomo con uno strano copricapo e si ritiene essere di origine elamita. L’uomo con il copricapo strano dà il nome al sito: Naqsh-e Rostam significa infatti “Immagine di Rostam”, in quanto una leggenda locale voleva raffigurato l’eroe mitico Rostam, che secondo Alì e un po’ l’Ercole persiano. In questa località si trovano le tombe dei grandi re dei Persiani.
Quattro sarebbero le tombe di re achemenidi, scavate nella roccia. Sono tutte a notevole altezza dal suolo. Le tombe sono conosciute come le “quattro croci persiane”, per la forma della loro facciata. L’ingresso di ogni tomba è al centro di una croce, che si apre su di una piccola camera, dove il re giaceva in un sarcofago.
Una delle tombe è stata identificata da un’iscrizione che la accompagna e si tratterebbe della tomba di Dario I (che regnò dal 522 al 486 a.C.). Le altre tre tombe si ritiene siano quelle di Serse I (486-465 a.C.), Artaserse I (465-424 a.C.) e Dario II (423-404 a.C.). Una quinta incompiuta potrebbe appartenere ad Artaserse III, che regnò solo due anni, ma è più probabile che si tratti di quella di Dario III (336-330 a.C.), ultimo della dinastia achemenide.
C’è il cosiddetto “Cubo zoroastriano”, per lungo tempo ritenuto un tempio del fuoco. Le moderne ricerche invece propendono per l’ipotesi che sia stata la sede del Tesoro di Stato.

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Ci sono poi le tombe dei sasanidi.
Qui al fondatore della dinastia sasanide, Ardashir, è consegnato il diadema della regalità da Ahura Mazda, il Dio della luce e della Verità, il Dio dello zoroastrismo, l’antica religione persiana. Nell’iscrizione, dove appare per la prima volta il termine “Iran”, Ardashir ammette di tradire il suo re Artabano V (i Sasanidi erano stati infatti uno Stato vassallo della dinastia dei Parti Arsacidi), ma legittima la sua azione sulla base del fatto che è Ahura Mazda a volerlo creare nuovo regnante.

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Qui viene raffigurata la vittoria di Sapore (Shapur) su due imperatori romani, Filippo l’Arabo (che implora la pace) e Valeriano (che viene catturato, in ginocchio).

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In questo rilievo chiamato “La grandezza di Bahram II” vediamo il re, che è raffigurato con una spada di grandi dimensioni. Sulla sinistra ci sono cinque figure (forse i membri della famiglia imperiale), di cui tre con diadema. A destra tre cortigiani, che fanno un gesto tipico dell’impero persiano di quel periodo: l’indice piegato in giù, che esprime rispetto e sottomissione. Questo gesto è stato poi “adottato” all’interno del nostro gruppo per mostrare (con una certa ironia, chiaramente) la nostra sottomissione al nostro capo, cioè Marco, in varie situazioni in cui lui ci richiamava all’ordine. A un certo punto era lui a chiederlo, per chiudere ogni discussione. Detta così sembra una roba un po’ scema, e forse lo è, ma ci ha fatto molto ridere. Sapete quelle cose che vengono fuori per caso e che poi, ripetute n volte, fanno ridere anche solo per l’effetto tormentone? Ecco, quella cosa lì.

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Questo rilievo equestre, che si trova immediatamente sotto la tomba di Dario I, è diviso in due parti, una superiore ed una inferiore. Nella parte superiore il re sembra costringere un nemico romano a scendere da cavallo. Nella parte inferiore, il re combatte ancora con un soldato romano a cavallo. Entrambi i rilievi raffigurano un nemico morto sotto gli zoccoli del cavallo del re.

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Ripartendo in pullman verso Persepoli, Alì ci legge giustamente come introduzione il testamento di Dario, colui che fece costruire Persepoli.
V sec. a.C.
Susa, Iran
Il testamento di Dario I il Grande
a suo figlio Serse Re dei Re

Ora che sto andando via da questo mondo,
Ci sono 25 paesi sotto il mio Impero, e in tutti questi paesi vige la moneta iraniana, gli iraniani hanno grande rispetto per tutti e altrettanto le popolazioni di questi paesi verso di loro.
Serse! Figlio mio e successore, devi adoperarti come ho fatto io nel mantenere questi paesi!
Il successo per mantenerli è nei seguenti punti:
Non intervenire nei loro affari interni. Rispettare la loro religione e le loro usanze.
Adesso che vado via da questo mondo, tu avrai 12 Krur in oro nella tesoreria, questa quantità d’oro sarà solo uno dei tuoi poteri, perché il potere di un Re non è solo la spada ma anche la ricchezza.
Perciò ricordati, tu dovrai aumentare i tuoi beni e non diminuirli, non dico che, nel momento necessario, non devi usarli, ma nella prima occasione quello che hai tolto devi rimetterlo al suo posto.
Tua madre Atusa, figlia di Ciro, ha dei diritti sulla mia spalla, perciò dalle la sua comodità e la sua soddisfazione.
Sono 10 anni che m’impegno a costruire i granai. La tecnica della loro costruzione, fatti in pietra e in forma cilindrica, l’ho imparata in Egitto. Dato che i granai sempre si svuotano,  sono stati creati i setti, così i cereali rimangono sani per diversi anni e tu dovrai continuare a costruirli dopo di me, finché avrai le scorte per almeno 2 o 3 anni per tutto il paese e così ogni anno che avrai i cereali nuovi dovranno essere immagazzinati, quando si sente il loro profumo. In questa maniera non avrai preoccupazione se capiterà che per 2 o 3 anni ci saranno le carestie.
Mai dovrai dare ad amici e a conoscenti i lavori del paese; per loro, il vantaggio di essere amico con te è sufficiente. Se li impegnerai nei lavori amministrativi e loro faranno degli errori, opprimeranno la gente, o faranno dei lavori illegittimi, tu non potrai punirli perché sono tuoi amici e sarai costretto a sopportarli.
Il canale che volevo fare tra il Nilo e il Mar Rosso non è finito! Ha la massima importanza nel commercio e nella guerra, tu dovrai finirlo! (è il canale di Suez, lo finiranno gli europei… giusto qualche anno dopo, ndr)
Le tasse di pedaggio di questo canale non dovranno essere esagerate in modo che i capitani preferiranno attraversarlo.
Ho mandato un esercito alla volta dell’Egitto per dare un ordine e una sicurezza al territorio, ma non ho fatto in tempo a mandare un altro esercito verso la Grecia, tu dovrai farlo!
Con la massima potenza attacca in Grecia, e fai capire loro che il Re della Persia è capace di punire i traditori e di creargli dei disagi.
Un’altra raccomandazione che ti faccio, è di non avere mai intorno a te bugiardi o lusingatori, perché tutti e due sono un disastro per il regno! Manda via i bugiardi senza pietà!
Mai dovrai permettere ai governatori di predominare sul popolo! Per non far prevalere i governatori ho fatto la legge delle tasse, così diminuisce il rapporto diretto tra l’agente del Governo e il tuo popolo!
Riguardo all’Educazione io ho cominciato, tu continua!
Lascia che i tuoi cittadini riescano a leggere e a scrivere! Più si sviluppa la loro istruzione ed il loro giudizio, più tu regnerai con sicurezza e popolarità!
Segui sempre il monoteismo, però non obbligare mai i tuoi popoli a seguire il tuo credo!
Ricordati sempre che ognuno deve essere libero di scegliere quello che pensa e che preferisce.
Dopo il mio addio, lava il mio corpo, avvolgilo nel sudario e mettilo nella bara di pietra, poi nella tomba.
Però non chiudere la mia tomba! Ogni volta che vuoi, puoi entrare a vedere la mia bara in pietra, capirai e ti accorgerai che io, tuo padre, ero un Re potente e capace, che regnava su 25 paesi del mondo!
Perciò tutti, anche tu, morirete… perché il destino dell’uomo, di un Re di 25 paesi o di un raccoglitore o venditore di prugnoli è lo stesso! Nessuno rimarrà per l’eternità!
Ogni volta che entrerai nella mia tomba e vedrai la mia bara non avrà predominio l’Egoismo.
Quando vedrai la tua morte vicino ordina di chiudere la mia tomba, e raccomanda a tuo figlio di lasciare aperta la tua per poter vedere la tua bara.
Mai, mai devi accusare e allo stesso tempo giudicare!
Se accusi qualcuno, prendi un giudice neutro che studia e decide per fare giustizia, perché se l’accusatore fa il giudice, è molto probabile che opprima!
Non abbandonare mai la costruzione della Prosperità; se non dai importanza a questo, piano piano si rovina il paese e rimane un rudere, perché la regola è questa: Se il Paese non va verso la Prosperità va verso la devastazione.
Fare i qanat, le infrastrutture stradali e l’urbanistica sono fatti da mettere nelle priorità!
Non scordare il perdono e l’amicizia!
Sappi che dopo la giustizia, la qualità più elevata del Re è il perdono e la generosità, però il perdono deve essere fatto quando qualcuno fa un errore verso di te, se invece l’errore o il peccato lo fa verso un altro, e tu lo perdoni, in questo caso, hai fatto un’oppressione e non la Giustizia! Non hai rispettato i diritti di un altro, allora non c’è più Giustizia.
Oltre a questo non dico più niente.
Queste dichiarazioni le ho fatte oltre a te alla presenza di altri, come testimoni al mio Testamento Storico,
ora andate via e lasciatemi solo
perché sento che la mia morte è vicina.

Segue un lungo applauso, ad Alì per avercelo letto e fatto conoscere, ma anche a Dario! Se si tiene conto dell’epoca, questo testo è un vero manifesto di tolleranza e di buon governo. Certo, era un monarca assolutista ma decisamente illuminato. Se i politici di oggi tenessero presenti almeno alcuni di questi principi, diciamo pressoché in coro, staremmo molto meglio. Insomma, in un attimo siamo tutti daristi, dariani o come si può dire, non importa. Comunque vogliamo fondare il partito di Dario! La Carta dei Valori è già lì pronta.

Ed eccoci a Persepoli.
I primi resti di Persepoli risalgono al 515 a.C. André Godard, l’archeologo francese che scavò le rovine di Persepoli nei primi anni ‘30, credeva che non fosse stato Dario ad aver scelto il sito di Persepoli, ma che fosse stato lui a costruire il terrazzamento ed i palazzi, su una superficie di 125.000 mq. Dal momento che, a giudicare dalle iscrizioni, gli edifici di Persepoli vennero costruiti da Dario I, fu probabilmente sotto questo re, con il quale lo scettro passò a un nuovo ramo della casa reale, che Persepoli divenne capitale della Persia. Come residenza dei governanti dell’impero, tuttavia, era un luogo remoto in una regione montagnosa di difficile accesso e tutt’altro che conveniente. Le vere capitali del paese erano Susa, Babilonia e Ecbatana. Questo spiega il fatto che i greci non erano a conoscenza della città fino all’epoca di Alessandro Magno che la conquistò e saccheggiò. Qui, però, venivano ricevute le delegazioni delle diverse satrapie che facevano parte dell’impero e qui si svolgeva la festa di nowrouz.
Dario I ordinò la costruzione dell’Apadana e della Sala del Consiglio, del principale Tesoro imperiale e dei suoi dintorni. Questi edifici vennero completati durante il regno di suo figlio, Serse I. Inoltre la costruzione degli edifici sulla terrazza continuò fino alla caduta dell’impero achemenide.
Intorno al 519 a.C., ebbe inizio la costruzione di un’ampia scalinata. La scala doveva inizialmente essere l’ingresso principale alla terrazza posta a 20 metri rispetto al suolo. La doppia scalinata, nota come scala di Persepoli, venne costruita simmetricamente sul lato occidentale della grande muraglia. I gradini sono 111 perché 111 erano le stazioni della posta, le fermate sulla strada Reale che da Susa portava a Sard.

Il calcare grigio è la pietra principale usata per costruire gli edifici di Persepoli. Vennero usati anche legno di cedro, proveniente dal Libano, e mattoni crudi. Dopo che la roccia naturale era stata livellata e le depressioni riempite, venne preparata la terrazza. Il piano irregolare della terrazza, tra cui le fondazioni, funse da castello, le cui pareti consentivano ai suoi difensori di visualizzare qualsiasi sezione del fronte esterno. Diodoro Siculo scriveva che Persepoli aveva tre mura con bastioni, tutte munite di torri, per offrire uno spazio protetto agli uomini addetti alla difesa. Le prime mura erano alte 7 metri, le seconde 14 e le terze, che coprivano tutti e quattro i lati, 27 metri, anche se oggi non ci sono mura che si siano conservate. Gli operai che costruirono Persepoli non erano schiavi, erano pagati e avevano le ferie. Per l’epoca, un altro esempio di liberalità.
Persepolis è il nome attribuito alla città dai greci, il nome persiano era Parse. In epoca più tarda fu chiamata, in Iran, anche Takht-e Jamshid, (trono di Jamshid), perché se ne attribuiva la fondazione al mitico re Jamshid.
Dopo l’invasione della Persia, nel 330 a.C., Alessandro Magno inviò il grosso del suo esercito a Persepoli attraverso la via Reale e riuscì facilmente a prendere la città prima che il suo tesoro potesse essere messo in salvo. Dopo diversi mesi, Alessandro consentì alle sue truppe di saccheggiare Persepoli.

In quel periodo, un incendio bruciò i “palazzi” o “il palazzo”. Gli studiosi concordano sul fatto che questo evento, descritto nelle fonti storiche, si verificò presso le rovine che sono state ora ri-identificate come Persepoli. Non è chiaro se il fuoco sia stato un incidente o un atto deliberato di vendetta per l’incendio dell’Acropoli di Atene durante la seconda invasione persiana della Grecia.
Anche gli ayatollah volevano distruggere Persepoli, perché nella loro visione tutto quello che viene prima dell’Islam non ha valore. Ma dovettero rinunciare, perché il sito ha troppa importanza storica, avrebbero generato ulteriore riprovazione a livello internazionale; senza contare gli introiti di Persepoli come attrazione turistica, ai quali l’Iran non può certo facilmente rinunciare.
La Porta di tutte le Nazioni, riferita ai sudditi delle diverse nazioni che costituivano l’Impero, era una grande sala a forma di quadrato di circa 25 metri di lato, con quattro colonne e l’ingresso sulla parete occidentale.
Due androcefali con corpo di toro e teste di uomini barbuti si trovano sulla soglia occidentale. Altri due, con ali e teste persiane, erano all’ingresso orientale, a riflettere il potere dell’impero.
Il nome e la dedica di Serse I sono scritti in tre lingue: persiano antico, Elami e babilonese. L’incisione si trova sull’ingresso in alto:
“Ahura Mazda è un grande dio per aver creato la terra, il cielo, l’uomo e per lui la felicità, colui che creò Serse e lo fece diventare Re, Re dei Re, Re dei differenti popoli, Re di questo mondo vasto e immenso, sono figlio di Dario il Re, discendo dagli Achemenidi.”

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In direzione ovest-est nella parte nord della terrazza c’era il Viale delle processioni, ai cui lati si trovano capitelli a forma di aquila-grifone. Sono stati trovati a Persepoli, ma non montati su colonne. Probabilmente erano stati scartati perché non perfetti o perché il gusto era cambiato. Questo animale fantastico, chiamato Homa in farsi, è considerato di buon auspicio ed è quindi stato scelto come simbolo della compagnia aerea di bandiera iraniana.

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Il più famoso palazzo di Persepoli è l’Apadana. Il Re dei Re lo usò per le udienze ufficiali. La costruzione ebbe inizio nel 515 a.C., e suo figlio, Serse I, lo completò trent’anni dopo. Il palazzo aveva una grande sala a forma quadrata, e ognuno dei lati misurava 60 metri. C’erano 72 colonne, 13 delle quali si trovano ancora erette sull’enorme piattaforma. La sommità delle colonne era costituita da sculture rappresentanti animali come tori a due teste, leoni e aquile. Le colonne erano unite tra loro con travi di quercia e cedro.
Le pareti erano piastrellate e decorate con immagini di leoni, tori e fiori. Dario ordinò di incidere il suo nome e i dettagli del suo impero, in oro e argento, su piatti che vennero collocati in contenitori di pietra nelle fondamenta sotto i quattro angoli del palazzo. Due scalinate simmetriche vennero costruite sui lati settentrionale e orientale dell’Apadana per compensare una differenza di livello. La scala a nord fu completata durante il regno di Dario I, ma l’altra venne completata molto più tardi. Le rampe sono decorate con bassorilievi raffiguranti le delegazioni dei vari popoli, ciascuna delle quali porta animali e doni legati al suo territorio e alla sua cultura. Ci sono, ad esempio, i Medi, i Susiani, gli Armeni, i Babilonesi, i Lidiani, gli Assiri, gli Egizi, gli Ioni, i Parti, gli Indiani, i Traci, gli Arabi, i Drangiani (attuale Turkmenistan), i Libici, gli Etiopi. Le figure sono intervallate da cipressi, che segnano lo stacco tra una delegazione e l’altra.

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Il Tachara, o Palazzo di Dario, si trova a sud dell’Apadana. Le decorazioni della scalinata sud presentano una raffigurazione simbolica di Nowrouz: un leone che divora un toro; l’interpretazione più accreditata è appunto che il leone sia l’anno nuovo che scaccia il toro, che rappresenta l’anno vecchio. Quando il sole raggiunge la costellazione del toro e la supera, infatti, l’anno si rinnova.

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L’Hadish, o Palazzo di Serse, è costruito su un piano simile al Tachara ma due volte più grande. La sua sala centrale era costituita da trentasei colonne di pietra e legno. Queste erano realizzate con tronchi di alberi di grandi dimensioni e di grande diametro, delle quali non resta più nulla. È circondato ad est e ad ovest da piccole stanze e corridoi, e sulle porte vi sono dei bassorilievi. Sono rappresentate processioni reali con Serse I accompagnato da servitori che sostengono un baldacchino. La parte meridionale del palazzo è composta da appartamenti la cui funzione è controversa: una volta descritti come quelli della regina, oggi sono considerati dei negozi o appendici del Tesoro. Hadish è un’antica parola persiana che appare su una iscrizione trilingue in quattro copie sotto il portico e la scalinata: significa “palazzo”. Gli archeologi citano questo palazzo con il nome di Hadish, ma il nome originale non è noto. L’assegnazione a Serse è certa in quanto, oltre a queste quattro iscrizioni, il suo nome e il suo titolo si trovano incisi non meno di quattordici altre volte.

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Il palazzo delle 100 colonne, o anche Sala del Trono, ha una forma quadrata con lati di 70 metri: è il più grande dei palazzi di Persepoli. In occasione del suo primo scavo parziale, emerse che era coperto da uno strato di terra e di ceneri di cedro del Libano di più di tre metri di spessore. Gravemente danneggiati dal fuoco, solo le basi delle colonne e gli stipiti sono sopravvissuti.
Due tori colossali costituiscono le basi delle colonne principali, alte 18 metri, che sostenevano il tetto del portico d’ingresso, a nord del palazzo. L’ingresso avveniva attraverso una porta riccamente decorata con bassorilievi. Tra queste rappresentazioni, si descrive l’ordine delle cose, mostrato da cima a fondo: Ahura Mazda, il re sul suo trono, poi diverse file di soldati che lo sostengono, alternativamente medi (riconoscibili dai cappelli rotondi) e persiani. Il re detiene quindi il suo potere, che gli proviene da Ahura Mazda che lo protegge, e controlla l’esercito che porta il suo potere.
Il Tesoro, costruito da Dario il Grande, è costituito da una serie di camere situate nell’angolo sud-est della terrazza, che si estende su una superficie di 10.000 mq. Il tesoro comprende due sale più importanti il cui tetto era sostenuto rispettivamente da 100 e 99 colonne di legno. Sono state ritrovate delle tavolette di legno e d’argilla, che specificano l’ammontare dei salari e dei benefici pagati ai lavoratori che costruirono il sito. Secondo Plutarco, 10.000 muli e 5.000 cammelli furono necessari ad Alessandro Magno per trasportare il tesoro di Persepoli.
Uscendo, scopriamo che Silvana ha trovato un ammiratore iraniano, probabilmente una guida, che in perfetto francese dice che somiglia a Mireille Mathieu. Dopo un po’ diventa Carla Bruni, forse in quanto italiana… purtroppo non ci possiamo fermare per vedere come va a finire. Dobbiamo andare a pranzo. Ma comunque per noi, almeno per un paio di giorni, resterà Mireille.

Prima di riprendere il pullman, facciamo in tempo a fermarci in libreria. Oltre ad una guida di Persepoli, non resisto alla tentazione di comprarmi il Divan di Hafez in versione Persiano-Italiano. Così ora sapete il perché di tante citazioni…
Ci facciamo un ricco pranzo a buffet e ripartiamo in direzione Shiraz. Ci aspettano altri appuntamenti da programma.
Il primo è con il mausoleo di Shah-e Cherag, ovvero del fratello dell’ottavo Imam, vissuto nel secolo VIII. La prima cosa che ci chiediamo, e che chiediamo ad Alì, è proprio questa: ma l’Islam sciita è una religione così familista che non solo si venerano gli Imam, ma anche i parenti degli Imam? Parrebbe proprio di sì. E vedendo quanto è grandioso questo mausoleo, ci chiediamo anche allora come sarà quello dell’Imam. Alì ci informa che si trova a Mashhad, nel nordest dell’Iran. Che è appunto, insieme a Qom, la culla della religione sciita in Iran. Se qualcuno vorrà fare il viaggio nel nord, lo vedrà. Chissà, forse l’anno prossimo. Inshallah (a proposito, si dice anche qui).
Qui non si può entrare con la macchina fotografica (ma col telefonino sì) e le donne devono mettere il chador, gentilmente fornito dagli addetti dello stesso mausoleo. Per le donne del gruppo, è la prima esperienza. Al velo qualcuna si sta già un po’ adattando, ma qui si sale di livello. Non è nero, per fortuna. Non abbiamo capito se per alleggerire l’esperienza o per identificarle meglio, alle turiste straniere viene dato un chador bianco decorato con motivi floreali. Allegro, tutto sommato. C’è un ingresso separato per le donne, con una camera di… compensazione dove avviene la vestizione. Noi uomini siamo già dall’altro lato in attesa. Quando le signore sbucano, sembrano ovviamente un po’ a disagio ma divertite. Partono subito le foto e i selfie. La prima cosa che salta all’occhio è che Franca è l’unica che ha il chador più il velo in testa: Non hanno trovato un chador abbastanza lungo da coprirla tutta! Del resto, la ragazza in gioventù faceva pallavolo. La statura supera decisamente quella dell’iraniana media.

Il sito è il luogo di pellegrinaggio più importante della città di Shiraz. Aḥmad, il fratello dell’Imam, venne a Shiraz all’inizio del III secolo islamico (circa 820 d.C.), e vi morì. Verso il 1130 fu costruita la camera di sepoltura, con la cupola e a cipolla e un portico colonnato. La moschea è rimasta così per circa 200 anni, prima di ulteriori lavori avviati dalla regina Tash Khātūn durante gli anni 1344-1349 (745-750 del calendario islamico) di cui non è rimasto nulla. La moschea fu di nuovo impegnata in riparazioni nel 1506 e nel 1588, quando la metà della struttura crollò a seguito di un terremoto. Nel corso del XIX secolo, la moschea è stata danneggiata più volte e successivamente riparata. Infine, nel 1958 tutta la cupola fu rimossa e al suo posto venne inserita una struttura in ferro, che era più leggera e suscettibile di durare più a lungo. La nuova struttura fu posta con la forma della cupola originale e venne finanziata a spese del popolo di Shiraz. L’attuale edificio è costituito da un portico originale con le sue dieci colonne sul lato orientale, un ampio santuario con nicchie alte sui quattro lati, una moschea sul lato occidentale del santuario, e varie sale. Ci sono anche numerose tombe contigue al mausoleo. Due piccoli minareti, situati alle due estremità del portico a colonne, aggiungono imponenza al mausoleo, che fa parte della lista dei monumenti nazionali dell’Iran.
Noi, purtroppo, possiamo vedere solo i cortili e le strutture dall’esterno, dato che qui l’ingresso nella moschea è vietato ai non musulmani. Ci si avvicina un tipo un po’ strano che potrebbe essere un custode e che, quando gli diciamo che siamo italiani, cerca di comunicare snocciolando calciatori della Juve, magari non recentissimi: Michel Platini e Zinedine Zidane. Alì, invece, ci racconta una curiosità interessante: il turbante nero è riservato ai mullah (sacerdoti) che sono discendenti di Maometto; tutti gli altri portano il turbante bianco. Anche qui come in tanti altri posti, e qui era inevitabile, l’ayatollah Khomeini e l’ayatollah Khamenei con i loro turbanti neri (ora sappiamo perché) ci guardano severi e accigliati.

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Dobbiamo ancora vedere anche la Moschea Vakil, la Moschea del Reggente, per cui non abbiamo avuto tempo ieri.
Edificata tra il 1751 e il 1773, durante il periodo Zand, è stata restaurata nel XIX secolo durante il periodo Qajar.
La moschea ha solo due iwan, sui lati nord e sud di una grande corte aperta. Gli iwan e le corti sono decorati con tipiche piastrelle di Shiraz. La sua sala di preghiera invernale (Shabestan), con una superficie di circa 2.700 metri quadrati, contiene 48 colonne monolitiche scolpite a spirale, ognuna con un capitello a foglie di acanto. Il minbar (pulpito) di questa sala, tagliato da un unico blocco di alabastro e realizzato a Tabriz, è considerato uno dei capolavori del periodo Zand. Le esuberanti piastrelle decorative floreali risalgono in gran parte al periodo Qajar.

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Ci concediamo poi un bel giro al bazar, dove scopriamo cose interessanti come le mandorle verdi (qui si mangiano così) e un gelato fatto con amido di mais, limone e zucchero. Alì è in cerca di un particolare anello in osso di cammello e bronzo, che sa di poter trovare qui, e infatti c’è. Ma quello che si nota di più, girando per il bazar, unico in Iran per l’architettura in mattoni dipinti, è che è molto ordinato e composto, quasi silenzioso, soprattutto se paragonato ad un souk arabo. Ricorda più un bazar ottomano, anche nell’architettura. Non si sentono urla di venditori per attirare i clienti, né si vedono discussioni animate e contrattazioni all’ultimo sangue. A me piacciono anche i souk arabi, soprattutto quelli più autentici e non turistici, ma bisogna ammettere che forse al di là di tutto questa differenza culturale tra arabi e persiani esiste e si misura anche da queste cose.

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Un tè ai germogli rilassante al Joulep, che ormai è il “nostro” caffè a Shiraz, e poi via verso l’albergo a prepararci per una serata in famiglia.
Il padrone di casa è abituato per lavoro a conoscere stranieri, e spesso li invita a casa. Gli piace ospitare persone, e poter scambiare qualche idea con gente che viene da paesi lontani. Ma lascia volentieri che a fare gli onori di casa siano la moglie e i figli, una ragazza diciottenne e un ragazzo più grande. C’è anche uno zio, e ci sono un paio di altri ragazzi, un cugino e forse un amico di famiglia. E soprattutto c’è una zia di cui Alì ci ha già parlato, che è la persona più conservatrice della famiglia e che, come ogni zia che si rispetti, ha la tendenza a mettere becco in tutte le questioni, anche quelle che non la dovrebbero riguardare. Quindi un po’ la temiamo, più che altro temiamo che intimidisca un po’ i ragazzi e non li lasci parlare liberamente.
Ci servono il tè e dei dolcetti di benvenuto. Ormai abbiamo imparato a dire almeno “grazie” in farsi. Si può dire mamnoun o kheili mamnoun (molte grazie), ma c’è anche l’alternativa mersi, più facile da ricordare.
All’inizio le curiosità si concentrano sulla figlia diciottenne, che risponde con un sorriso un po’ imbarazzato. Lei studia ragioneria, ma ha fatto anche un corso da parrucchiera, per tenersi aperta un’altra strada. Nel tempo libero fa danza hip-hop, il che ovviamente ci incuriosisce molto: vorremmo sapere dove può praticarla, poi. Lei accenna a delle feste tra ragazzi, dove si può ballare, e subito la zia ci tiene a precisare che balla solo in casa e che sono feste “di famiglia”. Sì, me la vedo proprio che balla hip-hop per le vecchie zie… comunque, facciamo finta di crederci. Sappiamo, in realtà, che di feste private i giovani ne fanno, anche parecchie. C’è un po’ di tolleranza su questo, fa parte della politica di lasciare qualche spazio minimo di libertà, una modica quantità di briglia sciolta almeno nelle case. Per essere ancora più sicuri, però, in questi casi, è meglio allungare una mazzetta sottobanco al poliziotto di turno. Funziona così.
Viene fuori che i ragazzi possono uscire, le ragazze solo di nascosto. Mi torna in mente un passo del libro che sto leggendo in questi giorni, “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi. Racconta di una professoressa che, di nascosto, fa lezione di letteratura in casa a un gruppo di ragazze, le conforta e le sprona a leggere libri proibiti. C’è un pezzo in cui lei e le ragazze si confrontano sui loro sogni, e scoprono che tutte hanno sogni ricorrenti in cui sono senza velo in situazioni pubbliche, per propria volontà o per un incidente casuale; allora si sentono in pericolo, braccate dai guardiani della rivoluzione, e scappano, senza sapere dove. “Sogni illegali”, li chiamano. Quante cose sono ancora sogni illegali, per queste ragazze.
Ci interessa, su questo, sentire anche l’opinione dei ragazzi: per esempio, sposerebbero una ragazza che esce di nascosto? Che magari ha già avuto un ragazzo? Ovviamente, c’è un po’ di imbarazzo. La zia ci guarda un po’ in cagnesco. Il cugino, che fa palestra e si vede, ammette che non sposerebbe una ragazza che esce di nascosto e che potrebbe aver già avuto delle storie. Dice qualcosa tipo che non vorrebbe zappare un giardino che ha già zappato qualcun altro. È una frase che non vorresti sentire da un ragazzo, ma probabilmente questo retaggio culturale è duro a morire, a maggior ragione in questo paese. È anche una questione di reputazione, probabilmente. La reputazione è tutto, nessuno vuole che gli altri parlino alle sue spalle. Si può solo sperare, io ne sono abbastanza convinto, che non siano tutti così.

Come sempre anche loro hanno tante curiosità su di noi, e così anche qui facciamo un giro di presentazione e raccontiamo ciascuno due cose di sé stesso. La cosa che li incuriosisce di più, si capisce, è la nostra età. L’osservazione è, in genere, “Sembrate più giovani”. Non è solo l’aspetto, è anche quello ma più che altro li colpisce che persone che per loro hanno… be’, diciamo, una certa età (mi ci metto anch’io) abbiano ancora voglia di scoprire il mondo e si siano imbarcate in un viaggio comunque abbastanza impegnativo, in un paese lontano, di cui tanti hanno paura. Per loro viaggiare è ancora una cosa non comune anche da giovani, figuriamoci quando giovani non si è più o lo si è… diversamente.
Intanto, cominciano i preparativi per la cena. Questa volta la cena non è a buffet ma… a pic-nic. Che non si fa solo su un prato, sull’asfalto, sul cemento, ovunque. Un’altra abitudine iraniana che abbiamo scoperto è che, se ci sono tante persone a cena, si prende una bella tovagliona, la si butta sul pavimento e si fa pic-nic… in salotto. Ho saputo che in queste occasioni a volte spunta anche qualche bottiglia di alcolici, ma stasera no. C’è il riso con polpettine, e la crosta di riso. Ci sono le immancabili melanzane, il pollo e l’insalata di Shiraz (stasera abbiamo scoperto che ci si mette anche del succo d’uva non ancora matura).
Gli iraniani dell’Italia conoscono l’arte, l’archeologia, forse un po’ la cucina, e il calcio. Il calcio soprattutto, che in genere (almeno i maschi) conoscono meglio dell’arte e dell’archeologia (temo che qui quello che non è islamico si studi poco), è spesso un buon argomento con cui cercare di entrare un po’ in sintonia. Va così anche col padrone di casa, che avendo sentito che sono di Milano mi chiede: “Sei dell’Inter?”. Inorridisco. “No no, Milan! Milan AC.” “E il Real Madrid? Ti piace?”. Inorridisco di nuovo. “No, in Spagna tifo Barça.” Troviamo una specie di accordo solo sul Manchester United. Ci tiene a dire che lui ha giocato a calcio, e anche lo zio. Poi mi fa vedere sul telefonino foto di altri gruppi, e singoli, che ha ospitato. Parecchi italiani, e francesi. Finché spunta una foto di lui con un gruppo di amici iraniani che hanno appena fatto pic-nic in salotto, proprio come noi, e fumano il narghilè. Mi chiede se lo conosco e rispondo di sì, che ho già avuto occasione di fumarlo in Marocco, in Turchia e in Palestina. Bene, dice, allora poi ci facciamo una fumatina. Provo a chiedergli se è religioso praticante, ma non capisce la domanda o preferisce far finta di non capire. L’argomento in effetti è delicato e la domanda era troppo diretta, lascio subito cadere il discorso.

Tutto il cibo è davvero ottimo, e come sempre in grande quantità. È impossibile non avanzare qualcosa. Vorrei però far sapere alla cuoca che abbiamo davvero apprezzato. In queste occasioni nel mondo arabo si usa dire Hamdulillah, che letteralmente significa “Dio sia lodato” ma si usa in un’infinità di situazioni, quando sei contento perché qualcosa ti è andato bene, quando ti stanno trattando bene e vuoi esprimere soddisfazione e gratitudine. Chiedo ad Alì se si usa anche qui. “Si usa ma non è una parola nostra” mi risponde. Deduco che forse è meglio non usarlo e mi unisco semplicemente all’applauso.
Ci rilassiamo sui cuscini dopo l’abbondante cena e, come promesso, arriva il narghilè. Il padrone di casa e Alì aprono le danze, poi a turno in diversi ci facciamo qualche tiro. Quando arriva il mio turno, però, faccio un po’ fatica, il fumo non viene su bene. Non ci faccio una gran figura, dopo che ho fatto l’uomo di mondo, ma sono abituato col bocchino e senza ho un po’ di problemi a prendere confidenza con l’attrezzo. Alla fine ce l’ho fatta, comunque, bene o male. Marco ha una disinvoltura e un’eleganza decisamente superiore. Del resto, mi ha raccontato che da giovane ha passato un lungo periodo in Algeria, dove ha lavorato all’ambasciata italiana e dove ha rischiato di essere rimandato a casa per aver partecipato a una serata organizzata dal Polisario, il movimento del popolo Saharawi per la liberazione del Sahara occidentale dall’occupazione marocchina (che ancora continua, tra l’altro).
Alla fine anche l’ineffabile zia ci ha provato a fare la guastatrice, ma non è riuscita a fare più di tanto.
Anche qui la bella serata si conclude con sorrisi e foto di gruppo, poi si va via. Domani mattina presto dobbiamo partire per Yazd.

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(continua…)

 

In viaggio con Alì – 1

Diario di un viaggio in Iran con Radio Popolare e ViaggieMiraggi. Un viaggio in un paese pieno di straordinarie ricchezze, dove l’arte, la cultura e l’architettura islamica raggiungono l’apice, ma sono presenti anche le vestigia degli antichi splendori dell’impero persiano. Un paese lontano eppure vicino, che ci è stato troppo spesso raccontato senza essere davvero spiegato e che non si può capire se non si ascolta la sua gente, che ha una grande voglia di aprirsi e di rompere le barriere imposte dal regime teocratico.
Noi l’abbiamo girato con una guida speciale che porta un nome speciale, tanto da essere accostato, in Iran, al nome di Dio: Alì e Allah. Abbiamo visto le torri del vento e le torri del silenzio. E abbiamo scoperto, tra le altre cose, quanto i grandi poeti persiani del medioevo siano ancora presenti nella cultura e addirittura nella vita di tutti i giorni delle persone, come fonte costante di ispirazione nel tentativo a volte disperato di coniugare il rispetto dei principi religiosi musulmani e i piaceri terreni. È uno dei modi in cui questo paese cerca di far convivere due culture apparentemente opposte tra loro, ma entrambe parte della vita di ogni persona, e di andare avanti nonostante tutto. Sì, perché in questo paese i sogni dei ragazzi, e soprattutto delle ragazze, sono ancora illegali, come scrive Azar Nafisi nel suo bellissimo libro “Leggere Lolita a Teheran”. Se anche voi volete abbattere le barriere, anche mentali, per provare a capirci qualcosa, e magari anche a sognare, venite con noi.

La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte
(Omar Khayyam, poeta persiano XI-XII secolo)

 

Capitolo 1: Teheran

Mercoledì 4 aprile 2018

È da un po’ che volevo fare questo viaggio. L’Iran mi ha sempre affascinato, per la sua ricchezza di storia e cultura e per la sua unicità all’interno del mondo islamico: la cultura persiana che si contrappone a quella araba, l’Islam sciita contrapposto all’egemonia sunnita. E poi i siti archeologici, la cucina, la poesia persiana, il grande cinema iraniano di Abbas Kiarostami, Jafar Panayi, Asghar Farhadi… sono pressoché infiniti i motivi per avere voglia di conoscere questo paese. Eppure, ogni volta che ne ho parlato con qualcuno al di fuori, diciamo così, del solito giro, invariabilmente le stesse domande: Ma non hai paura? E poi, cosa c’è di interessante in Iran?
Non me ne voglia chi mi ha fatto queste domande, se ora mi sta leggendo, e anche chi me le avrebbe fatte. Posso capirle, in un certo senso, ma un po’ mi spiazzavano anche. Provavo a rispondere, ma senza mai avere la sensazione di riuscire a far superare al mio interlocutore le sue perplessità. Mi sembrava di dover dimostrare una cosa talmente ovvia che facevo quasi fatica a trovare le parole per farlo. È anche che io non sono bravo a convincere le persone, questa è la realtà. Ma comunque, sono convinto io e, in questo caso, è quello che conta.
Sono così convinto che ci avevo provato anche l’anno scorso, quando sono stati lanciati i primi viaggi in Iran con Radio Popolare, ma per varie ragioni ho tergiversato troppo e alla fine sono rimasto fuori, nonostante ci fossero quattro viaggi in programma. Nell’ultimo c’era un posticino, ma non mi andavano bene le date. Così quest’anno ci ho riprovato, mi sono iscritto ma per parecchio tempo sono stato in forte dubbio, anzi a un certo punto, per problemi familiari con i quali non vi voglio annoiare, ero quasi certo di non poter più partire. Ma poi le cose, in un modo o nell’altro, si sono risolte ed ora eccomi qua.
Siamo appena sbarcati all’aeroporto “Imam Khomeini” di Teheran, dopo un volo tranquillo di quasi cinque ore. Abbiamo preso il volo diretto da Milano della compagnia iraniana Mahan Air, che è partito con circa un’ora di ritardo, e questo, insieme all’anticipo di tre ore per fare il check in e alla differenza di fuso orario, fa sì che pur essendo usciti di casa questa mattina presto non siamo riusciti ad arrivare prima di sera. A proposito del fuso, un’altra delle anomalie di questo paese è che ha il fuso con la mezz’ora: rispetto all’Italia siamo a +2,5, quindi ora sono circa le 20.30.

Il gruppo è composto da 15 persone. Ci accompagna, in rappresentanza di Radio Popolare, Marco Di Puma, un’altra voce che ho finalmente il piacere di conoscere di persona. L’ho già visto alla riunione pre-viaggio, ma qui ci sarà tutto il tempo per approfondire la conoscenza. Finora lo conosco come voce del Popogusto, la trasmissione che parla del cibo buono, sano e… sostenibile, ed è collegata al mercato che si tiene ogni sabato nel cortile dell’Umanitaria a Milano. Ma mi ha raccontato che da poco conduce anche un altro interessante programma sui discorsi di odio nell’informazione e nella rete, un programma che si intitola Respect Words. Nel gruppo c’è anche sua moglie Ingela, che è di origine svedese, di Göteborg. Forse questo limiterà qualcuna delle signore nel fargli troppi complimenti sul suo look un po’ alla Richard Gere, ma alla fine penso che non si faranno inibire più di tanto. E poi c’è la mia amica Elena, alla quale devo rendere merito perché anche lei ha contribuito a convincermi a fare questo viaggio, anche se come ho detto ero già parecchio convinto di mio.
Le altre persone non le conosco ma fin dai primi convenevoli ho capito che, come sempre nei viaggi della radio, fin da subito si respirerà quel senso di comunità che solo in questo tipo di gruppi ho trovato. Abbiamo già scoperto che tra noi ci sono una Daria e un Alessandro, il che trovandoci in Persia è quanto mai appropriato. Non credo che si scontreranno come il Dario e l’Alessandro di 2300 anni fa, ma è stata l’occasione per qualche battuta. Tutto il resto lo scopriremo nei prossimi giorni. Un’altra cosa che sappiamo già, però, è che tra noi ci sono ben due psicologhe, quindi se qualcuno andrà in crisi non ci mancherà l’assistenza. Ma speriamo proprio di non averne bisogno, anche loro sono qui per godersi il viaggio e non vogliamo far niente che possa in qualche modo guastarglielo.
La maggioranza, come di consueto, è al femminile: 10 donne e 6 uomini, compreso Marco. Le donne si sono dovute velare prima ancora di scendere dall’aereo. in questo paese, purtroppo per loro, funziona così; anche le donne straniere, e non musulmane, hanno l’obbligo del velo, che va portato sempre. Lo si può togliere solo nella propria camera, o in case private se il padrone di casa è d’accordo. Ma per strada, in tutti i posti pubblici, e anche in hotel nelle parti comuni, non si può sgarrare. Naturalmente tutte lo sapevano, quello dell’abbigliamento femminile è stato uno degli argomenti clou della riunione pre-viaggio. Per fortuna i giorni bui dei primi anni dopo la rivoluzione khomeinista, ammesso che ora ci sia luce, sono alle spalle. Il controllo sull’abbigliamento delle donne, se non altro, è meno rigido. I capelli possono uscire dal velo, non si rischiano più frustate per una ciocca ribelle. Si possono portare i tacchi, senza esagerare, e ci si può truccare. Ma spalle e braccia scoperte no, pantaloni attillati no, caviglie scoperte no, scollature poi neanche parlarne. Bisogna cercare il più possibile di nascondere le forme, per non turbare i sonni dell’uomo timorato di Dio. Purtroppo, ancora oggi può succedere alle iraniane, se incontrano il poliziotto o la poliziotta sbagliata, di essere schiaffeggiate e umiliate per un velo “portato male”. E pensare che nel 1934 Reza Shah, il primo Pahlavi, un ex militare senza quarti di nobiltà, in un impeto di modernizzazione aveva addirittura messo al bando il velo.
Pur comprendendo il fastidio fisico e psicologico delle donne del gruppo, non si può non dire che è divertente vedere come ciascuna di loro ha deciso di declinare questo obbligo del velo. C’è chi lo porta come un hijab, il velo islamico più classico, chi ha scelto un semplice foulard, in fondo poi non così diverso da quello che portavano le nostre nonne. Chi ha preferito il bianco, chi colori tenui, chi colori vivaci, tinta unita o fantasie e motivi più o meno elaborati. Tutte, chi più chi meno, manifestano già insofferenza, ma si dovranno abituare.
Guardandosi intorno, le donne che indossano il chador nero sono poche, e tutte anziane. Il chador è quel mantello, lungo fino ai piedi, che le donne portano tenendolo chiuso con una mano all’altezza del collo. Le donne in chador nero sono una delle immagini che viene più immediato associare alla rivoluzione iraniana, ma tutti ci auguriamo che un giorno restino solo un ricordo del passato.

L’aria è fresca ma non più di tanto, la temperatura è tutto sommato gradevole. Quello che è certo, purtroppo, è che è molto inquinata. Teheran è oggi una caotica metropoli di circa 14 milioni di persone, l’attenzione all’ambiente è ancora di là da venire.
Prima di prendere il pullman che ci porterà in città, dobbiamo fare un’operazione fondamentale: cambiare un po’ di soldi per la cassa comune di cui usufruiremo in questi giorni. Poi, con calma, ci sarà anche l’opportunità di cambiare qualcosa in più per le nostre necessità personali. È necessario anche perché qui i nostri Bancomat non funzionano, neanche quelli internazionali. Scopriamo che il cambio, nel breve spazio di una decina di giorni che è passato dalla riunione pre-viaggio a oggi, è passato da 46.000 Rial per un Euro a 60.000. Restiamo tutti un po’ impressionati. Sappiamo, ovviamente, della grave crisi economica che attanaglia l’Iran, ma una perdita di valore così notevole in pochi giorni non ce l’aspettavamo. Per noi è un vantaggio, ma per gli iraniani, se questo corrisponde a una perdita di potere d’acquisto, si mette davvero male. Sappiamo, poi, che c’è anche per noi una complicazione. Oltre al Rial, che è la moneta ufficiale, esiste il Tuman, che è una moneta convenzionale che tutti usano e che riprende il nome di una vecchia moneta. Un Tuman vale 10 Rial, in pratica serve a togliere uno zero dai prezzi. È un po’ poco, restano sempre tanti gli zeri se si pensa ai prezzi in euro, ma per noi in fondo è un tuffo nel passato: ci fa pensare alle nostre vecchie lirette. In Turchia un po’ di anni fa avevano fatto la lira (turca) pesante, che valeva mi pare un milione di vecchie lire. Forse dovrebbero farlo anche qua.
Per il momento non siamo ancora in grado di renderci bene conto della situazione economica, perché la nostra guida la conosceremo soltanto domani. I due autisti che ci hanno accolto parlano un inglese molto essenziale e hanno troppo da fare per poter parlare di questo argomento con loro.

Sul pullman, però, ci offrono dei dolcetti. Si crea un piccolo equivoco linguistico, perché quando qualcuno gli chiede come si dice grazie, l’autista non capisce e risponde “Baghlava”, che è chiaramente il nome del dolce. L’assonanza con il turco Baklava è troppo immediata per non coglierla, se come me si ha un po’ di familiarità con l’oggetto in questione. A parte le dimensioni, che sono senz’altro più piccole, si tratta anche di un Baklava piuttosto diverso da quello turco più classico: questo è fatto di pasta di mandorle, mentre quello è fatto con tanti strati di pasta fillo sottilissima. Ma è pur vero che anche in Turchia le variazioni sul tema sono tantissime, e viene sempre chiamato Baklava. Comunque sia, è molto gradito, anche se per la verità in aereo ci hanno rimpinzato per bene.

Il tragitto non è breve, per arrivare in città con il traffico che c’è impieghiamo quasi un’ora. La prima cosa che salta all’occhio è che ci sono ancora le luminarie del Nowrouz, il capodanno persiano. Secondo il calendario persiano, che conta gli anni dall’Egira, la fuga di Maometto dalla Mecca (622 d.C.), ma a differenza di quello arabo è un calendario solare e non lunare, è appena iniziato l’anno 1397. L’inizio della festa è segnato dall’equinozio di primavera, il 21 marzo, con cui prende il via una celebrazione che dura 13 giorni di cene, visite familiari e riflessioni per l’anno a venire. Tutto si conclude con il Sizdah bedar, che in farsi significa “13 all’aperto”, ed è l’evento che segna la fine dei festeggiamenti. Secondo la tradizione, la giornata di Nowrouz va trascorsa all’aria aperta per allontanare gli spiriti maligni, in modo che, se questi vengono a far visita nelle case, non trovano nessuno e se ne vanno. Si celebra naturalmente anche l’uscita dall’inverno, con l’arrivo della stagione del risveglio della terra, dei fiori e degli amori. Infatti le decorazioni sono spesso a forma di uovo, che come nella nostra Pasqua simboleggia la vita che nasce.
Già che ci siamo, diciamolo, per quei pochi (speriamo) che non lo sapessero: gli iraniani non sono arabi e non parlano arabo. In Iran si parla farsi, o forse dovremmo dire più correttamente persiano: dire farsi è come dire che in Germania si parla deutsch. Ma la parola farsi ha un suono così bello… comunque sia, è la lingua che è l’evoluzione dell’antico persiano e che ne ha mantenuto parecchie caratteristiche. Ed è, forse qualcuno si sorprenderà, una lingua indoeuropea, che ha insospettate assonanze addirittura con lingue germaniche come il tedesco o l’inglese. Per esempio padre si dice pedar, figlia dokhtar (in inglese daughter), nome nam, porta dar (in inglese door), topo mush (in inglese mouse), tuono tondar (in inglese thunder). Il suono è molto diverso dall’arabo, meno secco e gutturale, più dolce e musicale. Ricorda sicuramente di più il turco, come sonorità.

L’alfabeto, però, è arabo. O per meglio dire, è arabo come base, ma poi anche qui sull’alfabeto arabo si sono innestate delle specificità persiane. Per noi, comunque, è dura. Nemmeno i numeri ci sono amici: qui non si usano i numeri che NOI chiamiamo numeri arabi, e che sono arabi, ma i numeri persiani, che sono anche questi arabi ma sono derivati dai numeri arabi orientali, mentre noi usiamo i numeri arabi occidentali, o qualcosa del genere. Ma niente panico, a volte si trovano anche i “nostri” numeri arabi. E poi, in fondo si tratta di imparare dieci simboli, in qualche giorno ce la fai. Oddio, dieci… a dire il vero il 4 si trova in due modi diversi: a volte te lo trovi fatto come una epsilon, altre volte come una specie di calibro… aiutooo! Lo ammetto, all’inizio decifrare i prezzi nei negozi è complicato: non solo devi aggiungere uno zero ma ci sono anche questi c…zo di numeri. Ma poi, fidatevi, si impara. Io, intendiamoci, tutte queste cose le ho scoperte solo dopo, col passare dei giorni; quando sono arrivato sapevo che si parlava farsi e l’alfabeto era arabo, punto.
Ma basta divagare, non devo farmi trascinare dalla mia passione di linguista mancato. Torniamo a noi, che intanto siamo arrivati in albergo. Il nostro hotel, il Parsian Kowsar, si trova in una zona abbastanza centrale, nel Distretto 6, tra i quartieri di Behjat Abad e Sazman Aab. Data l’ora, abbiamo appena tempo per prendere possesso delle nostre camere e darci una veloce rinfrescata, poi per chi vuole fissiamo il ritrovo per andare a mangiare qualcosa.
Ma prima Elena deve fare una cosa molto importante: chiamare la sua mamma per rassicurarla che è il volo è andato bene e che è arrivata tranquillamente a destinazione. C’è un piccolo dettaglio, in realtà: la sua mamma crede che lei abbia raggiunto un’altra destinazione, l’Armenia. Ricordate la domanda: non hai paura? Ecco, Elena ha pensato che per una signora anziana e un po’ ansiosa sapere che la sua bambina era in Iran sarebbe stato troppo e così… ha detto una piccola bugia a fin di bene, dichiarando una meta più accettabile. La cosa, ovviamente, è stata oggetto di qualche battuta scherzosa nel gruppo, ma per quanto ne so è andata a finire bene (al ritorno ha confessato, ma la mamma aveva già capito che c’era qualcosa che non tornava…). Il fatto è che telefonare dall’Iran non è così banale, o meglio, rischia di costare uno sproposito. Ci hanno detto che, se proprio devi chiamare, la cosa più facile è farlo dall’albergo. Oppure, meglio ancora, si può chiamare con whatsapp sfruttando la rete wi-fi, sempre in hotel. Ma la mamma di Elena non usa whatsapp… comunque, alla fine la nostra Elena è riuscita a chiamare dall’albergo senza troppe difficoltà.

A proposito della rete wi-fi, c’è da dire che è sempre stata la prima o tra le prime cose a cui abbiamo pensato appena arrivati in un nuovo hotel. Nessuno di noi ha attivato la rete dati col proprio operatore telefonico, perché i costi dall’Iran generalmente sono elevati, e non era troppo conveniente nemmeno usare una SIM iraniana, se non strettamente necessario. Ormai però è dura ammetterlo ma non ce la facciamo a stare disconnessi per troppo tempo, quindi di solito la scena era quella di noi che ci avventavamo sulla password come un branco di lupi affamati, per poi smadonnare sulle schermate di collegamento in farsi
Già dalla prima sera abbiamo scoperto, o meglio molti di noi già lo sapevano, che l’uso di internet è soggetto a forti limitazioni in Iran. Facebook è bloccato, Twitter è bloccato, alcuni server di mail non funzionano, né tantomeno i blog. L’unico social network che funziona è Instagram, sul quale anch’io, che in genere lo uso poco, mi sono buttato per fare qualche… esperimento. Probabilmente è una sorta di valvola di sfogo che il regime ha deciso di lasciare ai giovani iraniani. Ma su questo tornerò in una delle prossime puntate. In realtà, se sei un po’ “nerd” e disposto a correre qualche rischio, c’è modo anche di aggirare i blocchi. Ci sono dei software con i quali si può cambiare il proprio indirizzo IP simulando di essere in un altro paese, o altri sistemi antifiltro come i VPN (Virtual Private Network), che ci hanno detto siano piuttosto popolari. Basta acquistare una schedina al mercato nero (ma neanche tanto nero, pare che molti internet cafè le vendano senza nascondersi troppo) e il gioco è fatto. Anche questo, è difficile pensare che la polizia non lo sappia.
Le camere sono tutte piuttosto grandi. Il look dell’albergo è decisamente internazionale, quello che lo caratterizza come iraniano è solo la presenza in ogni camera del Corano, del tappeto per la preghiera e di una freccia che indica la direzione della Mecca. il fascicolo di presentazione dell’hotel riporta, nel retro di copertina, una citazione dell’Imam Alì, primo Imam della tradizione sciita, risalente al VII secolo d.C.: “Finché un viaggiatore si trova in un paese islamico, il governo islamico è responsabile di garantire la sua sicurezza e il suo benessere. Se un viaggiatore in un paese islamico perde qualcosa di sua proprietà, il governo deve sostenerlo e rifonderlo di quanto ha perso”. Ci dà un primo spunto per capire quanto gli Imam, e in particolare Alì, siano delle figure chiave nella cultura religiosa di questo paese.

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Noi ora dobbiamo pensare a trovare un posticino nelle vicinanze per mettere qualcosa sotto i denti, o se non altro abbiamo voglia di fare due passi, senza allontanarci troppo sia perché è già tardi sia perché per ora siamo senza guida. A venire incontro ai nostri desideri c’è Hassan, il nostro autista, che ha parcheggiato il pullman poco distante dall’hotel. Lo incontriamo proprio mentre stiamo cercando di capire cosa c’è in zona, e lui si offre di accompagnarci.
Ci porta in un posto che ha l’aspetto di un piccolo fast food, che non è esattamente il genere di posto che immaginavamo per la nostra prima cena iraniana ma è certamente vero e popolare. Naturalmente, visto il genere di posto, siamo i soli stranieri. La TV rimanda le immagini di Barcellona-Roma di Champions League.

Se non altro, la lista è scritta anche in inglese e così possiamo cercare di capire cosa ordinare. Prima sembrava che quasi nessuno avesse voglia di mangiare, ma ora siamo qua… che fai, non prendi niente? Io ordino “chips and cheese”, che si rivela essere un piatto di patatine, proprio tipo quelle che si trovano nei sacchetti, coperte di formaggio fuso. Non è poi male, anche se pensavo a un altro genere di chips, che però qui, all’americana, vengono chiamate French Fries. C’è chi osa un hot dog, e riceve un enorme panino contenente un würstelone di pollo e traboccante di salse varie, chi la pizza, che è anche questa “american style”. Noi non avevamo, purtroppo, un’idea delle porzioni, ma ci accorgiamo che mettendo insieme tutto ci sarebbe cibo per sfamare un battaglione di artiglieria. Eppure il conto ammonta a circa 1.200.000 rial, qualcosa come 20 euro. Torniamo appesantiti verso l’albergo, la stanchezza prende il sopravvento e ci diamo appuntamento per domani mattina.

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Giovedì 5 aprile 2018

Anche il buffet della colazione è internazionale, con delle piacevoli caratteristiche mediorientali come la presenza di yogurt in abbondanza, formaggi di pecora o di capra tipo feta, olive nere, pomodori, cetrioli, melone e halva, un dolce a base di pasta di semi di sesamo.
Mentre stiamo facendo conoscenza, ognuno a modo suo, con le varie possibilità di colazione che ci vengono offerte, si avvicina un signore sulla sessantina che, sorridendo e in un perfetto italiano, ci chiede: “Voi siete il gruppo di Radio Popolare?”. È Alì, la nostra guida, che ci accompagnerà per tutta la durata del viaggio. Gentilmente si informa su come è andato il nostro viaggio, come abbiamo dormito, e tutto quello che prevedono i convenevoli di prammatica.
E ti credo che parla bene l’italiano: scopriamo che Alì ha studiato lingua e letteratura italiana all’Università di Perugia, dove si è fermato anche dopo la laurea e ha vissuto in totale per 18 anni. Ora di anni ne ha 59, è divorziato e ha due figlie che vivono a Tampa, in Florida. È tornato a vivere in Iran già da molto ma continua a mantenere contatti con l’Italia, dove ha molti amici e dove torna di frequente. È stato pochi mesi fa a Palermo, e conosce un po’ anche Milano, oltre a Roma e Firenze. Abbiamo subito l’impressione che con lui avremo l’opportunità di capire tanto di questo paese, certo compatibilmente con i pochi giorni che abbiamo a disposizione.
Saliamo sul pullman che ci accompagnerà nella visita della capitale. Alì ci conferma l’impressione che avevamo avuto ieri sera, e cioè che ci sia ancora un clima festivo, o post-festivo: “Ah, che bello vedere Teheran con poco traffico”. Ci guardiamo perplessi: ovviamente non abbiamo termini di paragone con altri periodi, ma a noi il traffico sembrava a dir poco sostenuto. Ma lui dice che no, che questo è niente, Teheran può essere molto, ma molto più trafficata di così. Ora molta gente è ancora via, molti sono andati dai parenti nelle loro zone d’origine, ai quattro angoli del paese, per festeggiare il nowrouz, il capodanno. Comunque sia il traffico, pur non seguendo certamente regole “europee”, è meno caotico, e soprattutto meno rumoroso, di altre grandi città del Medio Oriente o del Nordafrica. Ogni tanto si sente qualche colpo di clacson, ma non il concerto che si potrebbe immaginare.

Quello che mi sembra di sentire, anche solo respirando l’aria di Teheran, è la concentrazione di inquinanti. Facilmente la gola mi si secca, e mi viene la tosse, ma forse è anche l’effetto dell’altitudine: la città si trova a una quota che varia dai 1200 m delle zone più basse agli oltre 1600 dei quartieri settentrionali alle pendici dei monti Alborz, dove vivono i ricchi, che possono permettersi di snobbare la repubblica islamica. Quasi tutto l’Iran, in realtà, si trova sul grande altopiano chiamato proprio altopiano iranico, e quindi tutte le città che toccheremo si trovano a quote simili.

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Teheran è una città divisa da grandi arterie, la più importante delle quali è Vali Asr, dedicata al Mahdi, chiamato anche Vali Asr, Signore del Crepuscolo, una sorta di messia che verrà alla fine dei tempi e decreterà il destino dei salvati e dei dannati. Una strada alberata che, fiancheggiando il maggior torrente della città, univa lungo l’asse sud-nord la Teheran storica alle residenze estive dei nobili e dei mercanti. Con l’incanalamento del torrente, Vali Asr è diventata una strada a sei corsie lunga venti chilometri, la più lunga del Medio Oriente, fiancheggiata da 12.000 antichi platani.

Non è una città bella, Teheran. E’ cresciuta troppo disordinatamente per esserlo. Qua e là ci sono palazzi lasciati a metà, dimenticati, abbandonati al loro destino. Forse erano finiti i soldi. E tanti, troppi casermoni e grattacieli, venuti su come funghi. Hanno comprato interi quartieri, buttato giù le case a due-tre piani, costruito torri gigantesche e fatto soldi a palate. Il piano regolatore? Scrive Farian Sabahi, giornalista iraniana che collabora con diverse testate italiane e con Radio Popolare, nel suo libro “Noi donne di Teheran”, che il piano regolatore c’è ma, come recita un vecchio proverbio mediorientale, “L’odore dei soldi sposta anche il corso dei fiumi”.

E non è una città antica, è capitale solo dalla fine del 1700. Il primo imperatore della dinastia Qajar era preoccupato per i russi, che minacciavano il confine settentrionale, e spostò la capitale a nord, senza per altro riuscire a impedire che gli venissero sottratte l’Armenia, la Georgia, il Turkmenistan e l’Azerbaigian, tranne la piccola parte della regione storicamente nota come Azerbaigian che è ancora una provincia dell’Iran. Ma – Aspetta un attimo – Armenia? Eh già, l’Armenia all’epoca faceva parte dell’Iran! Ed ecco che quella di Elena non è nemmeno più completamente una bugia… Comunque, questa è una delle prime cose che ci racconta Alì, che dice senza mezzi termini che la dinastia Qajar è stata la rovina dell’Iran.

Ma prima ancora, come fanno molti iraniani, ci tiene a precisare “Non siamo arabi”. Scopriremo che quella certa dose di astio nei confronti degli arabi invasori è ancora in qualche modo parte dell’orgoglio persiano, che è comunque sconfinato e prescinde da tutti i problemi dell’Iran di oggi. “Se il mondo è un corpo, la Persia ne è il cuore”, scrisse Nezamì. Persia, che deriva dal Fars, la regione centrale, è stato il nome del paese fino agli anni trenta del novecento. Reza Shah decise di prendere le distanze dall’imperialismo britannico e nel 1936 scelse il nome Iran, che evoca la gloria dell’antico impero persiano.

Prima di entrare nel Palazzo Golestan, che sarà la nostra prima visita, Alì ci parla anche della bandiera iraniana. L’attuale bandiera dell’Iran venne adottata il 29 luglio 1980, ed è un riflesso dei cambiamenti portati in Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979. La forma base della bandiera è composta da tre bande orizzontali di uguali dimensioni. I colori, partendo dall’alto, sono: verde (è il colore dell’Islam e rappresenta anche la crescita), bianco (simboleggia l’onestà e la pace) e rosso (sinonimo di coraggio e martirio). Questa configurazione è stata utilizzata fin dall’inizio del XX secolo ed era presente anche nella bandiera dell’Iran dello Shah. Allora, però, al centro della bandiera era presente l’immagine di un leone con una spada, che è un simbolo classico della Persia. Dalla rivoluzione islamica, questa immagine è stata sostituita con l’emblema rosso nel centro della bandiera, disegnato da Hamid Nadimi. È stilizzato e composto di vari elementi islamici: in una forma geometricamente simmetrica le quattro mezzelune formano la parola Allah: leggendo da destra a sinistra la prima è la lettera Alif, la seconda mezzaluna è il primo Lām, la linea verticale (spada) è il secondo Lām, e la terza e quarta mezzaluna, insieme, formano l’Hāʾ. Sopra il tratto centrale c’è uno shadda, un segno diacritico simile alla lettera W. La forma a tulipano dell’emblema, nel suo complesso, commemora coloro che sono morti per l’Iran e simboleggia i valori di patriottismo e di sacrificio, sulla base della leggenda che i tulipani rossi crescono dal sangue versato dei martiri. Un altro cambiamento portato alla bandiera dalla rivoluzione islamica è l’aggiunta di una scritta in arabo, in cufico stilizzato (identico comunque al farsi) sul bordo della striscia verde e di quella rossa. La scritta riporta la frase Allahu Akbar, ovvero Dio è grande. Questa frase è ripetuta 22 volte, e ciò è simbolico della rivoluzione, che avvenne il ventiduesimo giorno dell’undicesimo mese del calendario iraniano.

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Un’altra cosa da sapere, prima di entrare nel palazzo, è che vedremo alcune caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno).

Il Palazzo del Golestan è la residenza storica della dinastia reale Qajar. Si tratta del più antico monumento della città, parte di un complesso di edifici un tempo racchiusi dalle mura della storica cittadella (Arg).

Il complesso dell’Arg testimonia dell’arte e dell’architettura del periodo Qajar, il che comprende anche l’introduzione di motivi e di stili europei nell’arte persiana. Il palazzo, oltre ad essere la residenza dei sovrani, era anche il centro della produzione artistica nel XIX secolo. Il palazzo testimonia di un importante periodo culturale e artistico della storia dell’Iran durante il XIX secolo, quando la società persiana conobbe un processo di modernizzazione e subì influenze europee: i valori e l’eredità artistica e architettonica dell’antica Persia vennero integrati in una nuova forma d’arte e di architettura che ebbe un lungo periodo di transizione dove l’influenza occidentale venne acquisita gradualmente dagli artisti iraniani.

Il Qajar Agha Mohammad Khan scelse Teheran come nuova capitale nel 1783 e l’Arg divenne così la cittadella reale durante l’epoca qajara. Il palazzo venne ricostruito (nella forma che si può ammirare oggi) nel 1865. Durante l’epoca Pahlavi (1925-1979), il palazzo del Golestan venne utilizzato per cerimonie ufficiali, come l’incoronazione dello Shah Mohammad Reza, dato che la dinastia Pahlavi aveva edificato le proprie residenze a nord della città, a Sa’dabad e Niavaran.

La prima sala che vediamo è la sala del trono del reggente. Reggente era il titolo scelto da Karim Khan, il fondatore della dinastia Zand, che regnò dal 1751 al 1779. A lui è appartenuto il sontuoso trono in alabastro che domina la sala. Nella sala adiacente si trova il Cenotafio di Naser od-Din Shah, terzo re del periodo Qajar.

Le decorazioni dell’esterno, a motivi geometrici e floreali, danno ad Alì lo spunto per parlarci dell’architettura del periodo sasanide (dal 224 al 651 d.C), che ha influenzato tutto il mondo islamico. In Iran i motivi floreali sono molto più diffusi che negli altri paesi musulmani.

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Vediamo poi il Palazzo delle Udienze, quello utilizzato per le cerimonie. Attraversiamo un salone dopo l’altro, in un tripudio di specchi, di lampadari in cristallo di Boemia e di sfarzo un po’ tendente al kitsch. La sala più importante è quella dell’incoronazione di Reza Pahlavi, dove si trova una copia del mitico trono del pavone, realizzato nel 1600 e poi andato distrutto. Il pavone è un simbolo importante, rappresenta lo spirito e il sole. E infatti del complesso fa parte anche il Palazzo del Sole.

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Qui facciamo anche la conoscenza con la torre del vento (Badgir), che è una delle grandi invenzioni persiane e uno dei simboli dell’Iran.

Introdotte in Iran nel X secolo a.C., queste torri sono degli speciali camini con pianta a sezione rettangolare o poligonale, divisi da setti verticali in mattoni e con delle aperture sul lato superiore. In corrispondenza di ogni apertura vi è un condotto, nel quale s’incanalano i venti.

Vi sono le torri del vento che ventilano gli interni per convezione, introducendo quindi aria fresca negli ambienti e spingendo fuori aria calda, e le torri del vento che raffrescano la struttura per l’azione congiunta di convezione ed evaporazione, dove la temperatura del flusso d’aria entrante si abbassa anche per evaporazione, essendo l’aria spinta sopra un canale d’acqua o in un condotto interrato nel terreno profondo.

L’uso di queste torri come sistema di climatizzazione passiva funziona anche in assenza di venti, trasformandosi in una struttura di estrazione naturale, dove l’aria calda, che tende naturalmente a salire verso l’alto perché più leggera, esce dalle aperture del camino; di notte la torre si raffredda, quindi di giorno l’aria a contatto con la muratura fredda della torre diventa più densa, scende ed entra nell’edificio. La bocca del camino è disegnata in modo da creare una zona di bassa pressione alla sommità della torre e la caduta di pressione innesca una corrente d’aria verso il camino. Poi, durante il giorno, la torre si riscalda e la muratura cede il calore creando una corrente d’aria discendente verso la torre. I muri di costruzione delle torri sono molto spessi in modo da avere un alto potere di accumulo termico, cosicché innescano una forte differenza di pressione tra interno ed esterno.

Durante la costruzione delle torri del vento si tenevano in considerazione sia la direzione prevalente del vento che la corrente d’aria maggiore del luogo, perciò si trovano diverse tipologie di torri a seconda del luogo. Per esempio, nel sud dell’Iran le torri sono relativamente basse perché i venti soffiano generalmente a bassa quota.

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Ci trasferiamo al museo archeologico, dove Alì, prima di entrare, ci spiega la struttura, che si basa su un altro concetto fondamentale dell’architettura persiana, l’iwan. L’iwan è uno spazio chiuso su tre lati, con un lato completamente aperto o quasi completamente aperto, spesso con un ingresso ad arco, tipico dell’architettura sasanide. Lo ritroveremo poi nelle moschee, dove possiamo trovare un iwan, due iwan o quattro iwan.

All’interno, breve lezione sulla geografia dell’Iran, aiutati dalla grande mappa con le catene montuose in rilievo. Scopriamo che la presenza di distese di sale nei deserti iraniani è un’eredità della lontana epoca in cui, ere geologiche fa, il Mar Caspio e il Golfo Persico erano uniti in un unico mare. Le acque si sono poi separate e hanno lasciato due grandi deserti, il Dasht-e Kavir e il Dasht-e Lut. Il deserto del Lut è, secondo i meteorologi, il luogo più caldo del pianeta, dove le temperature possono salire fino a 70°C.

Il museo è pieno di oggetti interessantissimi, se avessimo il tempo meriterebbe probabilmente un giorno intero di visita. Ci sono reperti che vanno dal paleolitico, al neolitico, alle età degli Achemenidi (559-330 a.C.), dei Seleucidi (313-146 a.C.), dei Parti (250 a.C.-224 d.C.) e dei Sasanidi (224-651 d.C.).

Uno è il toro guardiano di Gilgamesh, l’antica divinità babilonese. Poi abbiamo immagini degli ziggurat iraniani, che a differenza di quelli della Mesopotamia non sono costruiti un piano sopra l’altro ma uno dentro l’altro, con tutte le pareti che partono dal livello del suolo.

Ma il reperto più spettacolare è la scena dell’udienza di Dario I (o Serse I), del periodo achemenide (VI secolo a.C.), da Persepoli. Si vede l’imperatore sul trono, con dietro di lui e davanti a lui i cortigiani. Il primo dietro di lui, che porta un fiore di loto, è l’erede al trono, che potrebbe essere quindi Serse I o Artaserse I. Più indietro la guardia reale, i cui membri erano chiamati “Gli immortali”. Questi diecimila uomini erano così chiamati perché il loro numero non diminuiva mai: se uno moriva o era gravemente ferito o malato, veniva immediatamente sostituito.

Poi c’è la statua di Dario, in granito grigio, purtroppo mancante della testa e della parte superiore del corpo. Viene da Susa, l’antica capitale. Nelle pieghe della veste ci sono delle iscrizioni, da una parte in caratteri cuneiformi nelle tre lingue dell’impero (antico persiano, elamitico e babilonese) e dall’altra parte in geroglifici egizi. Riportano i titoli del re e registrano che la statua è stata scolpita in Egitto. Sulla base della statua è rappresentato Hapi, il dio egizio del Nilo.

Ci sono anche i resti del cosiddetto Uomo del Sale, scoperti negli anni scorsi nella storica miniera di sale di Chehrabad, Zanjan, Iran nordorientale. I resti mummificati datano 1.700 anni: il particolare ambiente salino ha influito sullo stato di conservazione. Sono rimasti la testa, con tanto di capelli, e il piede sinistro: si presume sia una delle vittime (nell’area sono stati trovati resti di altri sei lavoratori) del collasso della miniera.

E per finire la grande statua detta del Principe dei Parti, il popolo persiano che si batté contro i romani.

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Usciti dal museo, decidiamo, per guadagnare tempo, di non pranzare tutti insieme seduti al ristorante, ma di disperderci tra le tante bancarelle che servono street food nei dintorni. Io divido con Elena un panino con salsiccia (presumiamo di manzo), un altro se lo dividono Vanda e Antonio, che ci accompagnano nella piccola… avventura di spiegare al venditore cosa vogliamo. Lui sembra veramente tra il sorpreso e il contrariato che noi si voglia mangiare così poco, ha l’aria di pensare “Certo che son strani ‘sti europei”. Ma noi siamo appena arrivati, siamo ancora un po’ intimoriti dalla quantità di cibo che ingurgitano i locali… alla fine, però, a conti fatti, io e Antonio conveniamo che, almeno per noi, forse un panino intero ci stava.

Intorno alla fontana nel giardino del museo c’è una bella atmosfera, tanta gente che mangia il suo pranzo. Il sole è caldo, ma la temperatura resta gradevole. Facciamo i primi incontri e cominciamo a capire che gli iraniani hanno una voglia incontenibile di contatto con il mondo esterno: ci salutano, ci chiedono da dove veniamo, vogliono fare selfie con noi e soprattutto ci danno il benvenuto. Sarà che di turisti se ne vedono in giro pochi, siamo merce rara. Alì ci ha detto che l’anno scorso ne erano venuti molti di più, ma ora, con la rimessa in discussione da parte di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano, è tornata più che mai la paura. Comunque, questa sarà una costante di tutto il viaggio: in nessun posto al mondo mi sono sentito dare il benvenuto con una tale frequenza.

Ripartiamo in pullman verso la prossima meta, il museo di arte contemporanea. La scelta era tra questo e il museo di arte moderna, ma Claudio Agostoni, di Radio Popolare, che è di recente passato di qui con il viaggio che poi si è diretto verso l’Iran del nord, ha raccomandato caldamente una mostra che ora è ospitata nel museo di arte contemporanea e quindi è lì che ci dirigiamo. Purtroppo oggi è chiuso il museo dei gioielli, con grande dispiacere delle signore.

Alì approfitta del tragitto per qualche notizia sullo stato dell’economia iraniana. Lo stipendio medio si aggira sui 250 euro, ovviamente incassati in Rial. Ma – dice Alì – “Noi guadagniamo in Rial e spendiamo in euro”, nel senso che i prezzi dei beni di importazione sono legati all’euro. E abbiamo visto quanto attualmente il cambio sia ballerino. Così ci vogliono tre stipendi per portare avanti la famiglia, per cui spesso il marito ha due lavori.

E poi una curiosità legata al tema della condizione della donna, che ovviamente sarà uno dei temi portanti del viaggio. Sugli autobus, ancora oggi, uomini e donne viaggiano separati. Ma prima gli uomini stavano davanti, ora almeno è il contrario: donne davanti e uomini dietro.

Passiamo per la piazza di Teheran dove campeggia la statua del grande poeta Firdusi, vissuto attorno all’anno 1000 e autore dello Shāh-Nāmeh (“Libro dei re”), l’epopea nazionale dei re di Persia. Si tratta di una figura fondamentale, perché viene ritenuto il salvatore della lingua persiana, colui che dopo l’invasione araba l’ha tenuta viva quando rischiava di essere completamente soppiantata dall’idioma degli invasori.

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Il museo di arte contemporanea è al momento quasi completamente dedicato alla mostra di Alì Akbar Sadeghi, poliedrico artista 81enne, pittore, illustratore, autore e regista di film di animazione. Sono oltre 200 opere, raccolte in sale a tema, che abbracciano 60 anni di attività. Lo stile di Sadeghi rappresenta un po’ la via iraniana al surrealismo. Nei suoi lavori trae spesso ispirazione dall’eredità culturale persiana, con le sue saghe e leggende, i poemi epici, la filosofia e le religioni. Nei suoi quadri, pieni di movimento e azione, ritorna di frequente l’iconografia iraniana con i suoi motivi e i suoi simboli, declinata in chiave surrealista in un’esplosione di colori. Il quadro intitolato “Il Re Dario” è chiaramente ispirato al bassorilievo di Persepoli che abbiamo visto questa mattina, ovviamente riveduto e corretto. Ma ci sono anche avventure di eroi e cavalieri, matrimoni e danze tradizionali e molto altro. Si spazia anche su grandi temi come l’amore e la guerra, trattati nei modi più vari.

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Noi non abbiamo molto tempo, purtroppo, e forse qualche spiegazione in più non guasterebbe, anche se in alcuni casi è facile riconoscere la rivisitazione di grandi opere come l’Urlo di Munch o il Giardino delle Delizie di Bosch. Per chi fosse interessato ad approfondire, vi rimando al sito ufficiale di Sadeghi, dove si trova veramente un’ampia panoramica della sua opera:

Alì Akbar Sadeghi

 

(continua…)