In viaggio con Alì – 5

Capitolo 5: Kashan e Qom

Coloro che indossano il saio, nel nome di Dio, lascia stare,
e mostralo, il volto, a chi nulla possiede ma ha gioia ribelle!
In quelle tonache, invero, è sozzura abbondante:
quant’è più beata la veste di quanti dispensano vino!
Tu di certo non puoi tollerare, ché sei di natura cortese,
la noia gravosa che dà una congrega di tonache rudi.
L’osservi tu stesso, a che cosa conduce un inganno bigotto:
ricolme, le brocche, del sangue d’un cuore, i liuti che piangono tristi.
M’hai fatto ubriaco. No, no, non sparir proprio adesso!
Dolce ambrosia mi desti: ora forse tu m’offri veleno?
Non mai scorsi un dolore sincero nei sufi che fingon sé stessi.
Sia tersa sempre la gioia di quelli che bevono il nero del vino!
Scotta, il cuore di questo poeta, sta’ attento,
nel petto suo che qual pentola bolle e ribolle.
(Hafez, Divan 379)

Venerdì 13 aprile 2018

Oggi comincia il lungo viaggio che ci riporterà a Teheran, il che purtroppo significa che cominciamo ad essere agli sgoccioli. Ma stasera arriveremo a Kashan, che non si può considerare una semplice tappa di avvicinamento. È una città che ha parecchie attrattive. E anche per arrivare lì, faremo una tappa interessante nel villaggio di Abyaneh, sui monti Zagros.
Lungo la strada, ai piedi di spettacolari montagne, Alì ci mostra una centrale nucleare. Viene immediato pensare all’accordo sul nucleare iraniano, e a tutto quello che si porta dietro. E chiedersi se anche qui non ci sia in corso qualche esperimento di tipo non proprio… civile.
Su un picco, in lontananza, si vede il mausoleo che Shah Abbas fece costruire per il suo falco.

IMG_1084

IMG_1100

Abyaneh è un piccolo villaggio situato a 2200 m di quota, ai piedi del Monte Karkas alto 3899 m, in una vallata con caratteristiche geografiche che hanno mantenuto questo villaggio pressoché isolato fino ad oggi. Ci troviamo 30 km a ovest della strada che unisce Esfahan a Kashan, nei dintorni di Natanz. Qui sorge questo antico villaggio fatto di case multipiano in argilla e legno, tra il rosso e il color ocra, con porte e finestre dalle belle forme geometriche. Oggi Abyaneh ha un centinaio di abitanti, prevalentemente anziani, ed è conosciuta in tutto il paese per la sua storia e le sue tradizioni.
L’abitato è orientato a est in modo da beneficiare del maggior numero di ore di sole e ridurre gli effetti dei venti invernali. Il villaggio ha 2500 anni di storia e ha preservato la sua cultura, che tuttora si manifesta in forme diverse, attraverso i costumi, il dialetto e le tradizioni. È stato registrato come patrimonio nazionale nel 1973, mentre il dialetto e le cerimonie tradizionali come la processione con la nakhl, la palma di Hosein, sono registrati come eredità culturale intangibile dal 2013.
Noi arriviamo in tarda mattinata, nel pieno di un giorno di festa (oggi è venerdì), e ce ne accorgiamo subito dal numero di turisti che affollano le stradine. Forse troppi, si perde un po’ l’atmosfera. Ma non possiamo farci niente. Tra questi, attira la nostra attenzione un gruppo di ragazze della scuola coranica della città santa di Qom, tutte in chador nero. Anche loro, però, ci salutano e ci sorridono. Qualcuna parla inglese, e scopriamo che vengono anche dall’estero, dal Belgio per esempio. La scuola di Qom è molto prestigiosa, probabilmente le famiglie iraniane religiose che vivono all’estero ci tengono a mandare lì le figlie.
Abyaneh si caratterizza per il colore ocra delle case, legato al terreno ricco di ossidi di ferro. Le abitazioni sono costruite con mattoni crudi, ottenuti da un impasto di acqua, paglia e terreno argilloso. Finestre e balconi mantengono ancora l’antico stile di un tempo.
Il villaggio è noto anche per i colorati costumi tradizionali indossati dalle donne del paese, le cui origini sono molto antiche. Una donna di Abyaneh indossa di solito una lunga sciarpa bianca (che copre le spalle e la parte superiore del tronco), sopra un vestito molto colorato con la gonna sotto il ginocchio. Il dialetto del popolo di Abyaneh ha conservato alcune caratteristiche dell’antica lingua dell’Impero dei Medi, ormai scomparsa in tutto il paese.
Una fortezza sasanide domina il borgo poco distante dal paese, mentre al suo interno si trova il Santuario di Zeyaratgah, con una vasca per le abluzioni. È presente anche l’antichissimo tempio del fuoco zoroastriano Harpak, che dovrebbe risalire all’era Achemenide (550-330 a.C.), rinnovato in epoca sasanide.
Dal 1995 è in corso un programma di restauro delle case, alcune delle quali sono in cattive condizioni. A partire dal giugno 2005, il villaggio è stato sottoposto anche a scavi archeologici.
Noi abbiamo un’oretta per passeggiare liberamente per queste stradine strette e ripide, arrampicate sulla montagna. Per Rita, la fotografa del gruppo, è un’altra occasione di sbizzarrirsi alla ricerca di un’inquadratura irripetibile. Quasi ad ogni angolo di strada donne in costume tipico espongono e vendono un po’ di tutto. Non mancano, però, anche le grandi foto dei martiri.
Sarebbe bello, forse, godersi la passeggiata in un clima più tranquillo e più vicino a quella che deve (o dovrebbe) essere la vita quotidiana del villaggio. Per contro, però, non mancano le occasioni di incontro con qualcuno dei tanti turisti iraniani che affollano il villaggio. Io ed Elena, per esempio, ci fermiamo cinque minuti a parlare con Sara, una ragazzina che non avrà più di quindici o sedici anni, e con il suo fratellino Arash, che ne ha circa dodici. Sono di Esfahan. Dopo le prime classiche domande (di dove siete, dove siete stati in Iran, vi piace il nostro paese), lei ci mostra sul telefono una foto del mausoleo di Hafez e da lì partiamo: le racconto che anche noi ci siamo stati, che mi è piaciuta molto l’atmosfera di quel luogo e che sto imparando ad apprezzare la poesia di Hafez. Lei sorride e, in un buon inglese, ci tiene a dire che ama molto Hafez e che ha partecipato a delle gare di poesia che fanno a scuola: dice che le fanno in quasi tutte le scuole del paese. I ragazzi devono recitare a memoria più poesie possibili; prendendo la parola o la sillaba finale della prima poesia, devono trovarne un’altra che cominci in quel modo, e così via. Poi ci dice cose belle di Kashan, che sarà la nostra prossima tappa, e ci racconta che suo fratello porta il nome di un eroe persiano, un mitologico arciere. La salutiamo perché dobbiamo andare, tra poco abbiamo appuntamento per il pranzo in un ristorante di Abyaneh, appena fuori dal centro storico.
A pranzo, come è ovvio, si parla di Siria e Iran, ma anche del nostro viaggio che volge alla fine: stiamo tutti realizzando che oggi è il penultimo giorno. Affiorano le prime tristezze, e si comincia a pensare a quello che ci aspetta al ritorno. Vanda, che oltre ad essere una grande cantante è una delle due psicologhe del gruppo, insieme a Rita, è un po’ preoccupata per i suoi pazienti. Il suo è sicuramente un mestiere delicato, non può assentarsi per troppo tempo. Ma tutti, chi più chi meno, abbiamo qualcuno o qualcosa a cui tornare, anche se qui stiamo bene.

Abyaneh4

img_1124.jpg

IMG_1131

IMG_1136

IMG_1144

IMG_1145a

 

Dopo pranzo si riparte e, nel tardo pomeriggio, raggiungiamo Kashan.
Kashan, situata a 1600 m di quota, è la prima di una serie di grandi oasi lungo la strada che porta da Qom a Kerman, al margine dei grandi deserti centrali dell’Iran. Il suo nome deriva dalla parola kashi che significa piastrella. Ha circa 250.000 abitanti.
I rinvenimenti archeologici sulle collinette di Tepe Siyalk, 4 km ad ovest di Kashan, rivelano come questa sia stata una delle prime zone di civilizzazione nella preistoria; i reperti la fanno risalire a 8000 anni fa. Manufatti del sito si trovano al Louvre, al Metropolitan Museum di New York e al Museo Nazionale dell’Iran a Teheran. Kashan risale al periodo elamita e nei sobborghi si erge ancora uno ziggurat che risulta essere più antico di quello di Ur.
Il terremoto del 1778 rase al suolo la città e gli edifici safavidi facendo 8000 vittime, ma Kashan si è rinnovata ed è oggi un punto focale d’attrazione turistica con le sue case storiche del XVIII e XIX secolo, esempi di architettura residenziale persiana tradizionale e dell’estetica Qajar.
Noi prendiamo alloggio all’hotel Noghli, che è ricavato in un’antica dimora tradizionale. Il pullman non può arrivarci, dobbiamo scendere e addentrarci a piedi nei vicoli della vecchia Kashan. La casa non è forse bella come quella di Yazd, e non è tenuta altrettanto bene, ma è sicuramente suggestiva. Le scale con i gradini alti, qui come in altre case antiche, creano qualche disagio, ma abbiamo scoperto che servivano per impedire agli scorpioni di entrare. Mentre arriviamo inizia a piovere forte, quindi ci chiudiamo nelle camere fino all’ora di cena.
Stasera ci attende l’ultima serata in famiglia. Arriviamo in pullman fino alla periferia della città, sotto una pioggia battente. Questa volta, curiosamente, a riceverci ci sono solo donne. Gli uomini non possono, o non vogliono, partecipare.
Anche qui ci apparecchiano un pic-nic in… salotto con ogni ben di dio. Dopo cena si chiacchiera, con le ragazze che, senza uomini, sembrano divertirsi come matte. Noi facciamo il solito giro di autopresentazione, ormai siamo allenati. Una delle prime domande che ci fanno è, come sempre, l’età. Le colpisce sempre molto vedere persone che dimostrano, sia per il fisico che per lo spirito, meno anni di quelli che hanno all’anagrafe. Sottolineano questa cosa con grandi sorrisi di approvazione e anche con qualche applauso, prima timido poi, visto che anche noi ci divertiamo, più convinto. Qui, poi, sullo spunto fornito da alcune delle donne del nostro gruppo, parte un giochino che consiste, sostanzialmente, nel cercare di indovinare loro le nostre età e noi le loro. Anche questo le diverte molto. Vorrebbero sapere anche cosa significano i nostri nomi. I nomi iraniani, infatti, nella maggior parte dei casi, hanno un significato, o almeno riprendono i nomi di personaggi della storia o della mitologia persiana. Per noi, cerchiamo di spiegare, non sempre è così. Io forse sarei uno dei pochi il cui nome ha un significato: Piero, in fin dei conti, deriva da Pietro, quindi roccia, solidità. E poi San Pietro, l’apostolo più vicino a Gesù. Potrei citare Gesù quando disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia chiesa”, ma al momento purtroppo non mi viene in mente.
Comunque la serata è molto piacevole. Arriva anche una giovane mamma che, con molta naturalezza, permette alle signore del gruppo di spupazzarsi un po’ la sua bambina di pochi mesi. Si crea, come sempre, un bel clima. Vorrebbero anche far vedere un album di foto di un matrimonio, ma solo alle donne del gruppo. Nelle feste di matrimonio, donne e uomini stanno in due sale separate, e le donne, quando sono tra loro, si tolgono il velo. Per questo noi uomini non le possiamo vedere. Sarebbe un’altra bella occasione per capire ancora meglio cosa pensano, forse tra donne si creerebbe una sorta di intimità e si lascerebbero andare a qualche confidenza, ma è il tempo che manca, alla fine.
Noi non vorremmo venire più via ma purtroppo s’è fatto tardi, sia per noi che, soprattutto, per loro, le donne della famiglia. Un gruppetto, per la verità, se n’era andato già prima. Ci hanno raccontato che andavano a una festa, ma alcuni tra noi sospettavano che dovessero invece tornare dai mariti…

IMG_1146a

IMG_1146c

IMG_1146b

gruppo Vanda

 

Sabato 14 aprile

Questa notte aerei americani, britannici e francesi hanno bombardato la Siria. Sono stati colpiti un centro di ricerca a Damasco e un sito di stoccaggio per armi chimiche a Homs. Questo attacco sarebbe una ritorsione contro Assad per l’uso di armi chimiche in febbraio e, sembra, ancora pochi giorni fa nella Ghouta orientale. Pare che i russi siano stati avvertiti dell’attacco. Anche per questo non ci sono state vittime, perché i siti erano stati già svuotati ed evacuati. Del resto, che per combattere l’uso di armi chimiche si vada a bombardare un deposito pieno di armi chimiche provocando un disastro ambientale di proporzioni bibliche sarebbe abbastanza curioso. Sembra più un gesto dimostrativo. Insomma, ci sono un po’ di punti oscuri. Ci chiediamo come gli iraniani vivano queste notizie, e come gli vengano raccontate. Molti le avranno viste sulle televisioni straniere, via satellite (esiste perfino un canale della BBC in farsi). Le parabole sarebbero vietate, in teoria, ma guardando i tetti delle città iraniane se ne vedono eccome. E anche quelli che non ce l’hanno, per quanto ho capito, non danno troppo credito all’informazione di regime.
Ma oggi è un giorno di festa, una festa religiosa che ricorda il giorno in cui Maometto iniziò la sua missione profetica. C’è parecchia gente in giro in città, e il bazar è bardato a festa con bandiere verdi.
Noi iniziamo la giornata con la visita alla moschea di Agha Bozorgh, che è nelle vicinanze del nostro albergo. Ma prima dobbiamo caricare i bagagli sul pullman. Ciascuno di noi si è preparato, oltre al bagaglio, una borsa o uno zainetto, con la roba che può servire durante il giorno. Qualcuno se lo porta dietro per la visita alla moschea, e gli altri li lasciano qui insieme ai bagagli grossi (alcuni, dopo lo shopping compulsivo di Esfahan, lo sono diventati davvero); ci penseranno gli autisti a caricare.
La moschea di Agha Bozorgh, conosciuta anche come la moschea del nonno, è stata costruita alla fine del XVIII secolo dal maestro Ustaz Haji Sya’ban-ali. La moschea e l’annessa scuola teologica (madrasa) sono state costruite per la preghiera, la predicazione e le sessioni di insegnamento detenute da Molla Mahdi Naraghi II, noto come Agha Bozorgh.
Notevole per la sua conformazione simmetrica, la moschea si compone di due grandi iwan, uno davanti al miḥrab e l’altro all’ingresso. Il cortile ha una seconda corte al centro che comprende un giardino con alberi e una fontana. L’iwan davanti al miḥrab ha due minareti e una cupola in mattoni, famosa per la sua simmetria architettonica.

Disposta su quattro piani, la moschea comprende un grande cortile interno sottostante con vasca per le abluzioni. Oltre ai due minareti sono presenti anche dei badgir, le torri del vento alte e slanciate.
Si dice che il numero di borchie che decora la porta di legno d’ingresso corrisponda al numero dei versetti del Corano, mentre le pareti sono ricoperte da iscrizioni del Corano e mosaici.

IMG_1150
Torniamo al pullman e Franca vuole verificare che sia stata caricata la sua borsa “piccola” per il giorno. Inizialmente non si trova, ci sono attimi di concitazione finché finalmente salta fuori un borsone nero di tela che sembra un po’ troppo grande per una borsetta da donna. Al che Marco se ne esce, nel suo stile, con la battuta: “Franca, ma questa è la tua pochette?”, che suscita l’ilarità generale del gruppo.
Il pullman ci porta a vedere il giardino di Fin (Bagh-e Fin), uno storico giardino persiano. Fu completato nel 1590 ed è il più antico giardino oggi esistente in Iran. Qui venne assassinato Amir Kabir, il primo ministro della dinastia Qajar ucciso da un sicario inviato dallo Shah Nasser al-Din nel 1852.
Successivamente il giardino soffrì di un lungo periodo di completo abbandono e venne danneggiato più volte fino a quando, nel 1935, è stato indicato come bene nazionale dell’Iran. Il 18 luglio 2012 è stato infine riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Alì ci spiega a modo suo la differenza tra il concetto di giardino occidentale e quello che rappresenta invece il giardino nella cultura persiana. Prima di tutto la parola bagh è una parola che viene dall’arabo; in persiano, già lo sappiamo, si dice pardis, da cui paradiso. Da voi in occidente, dice, il giardino può essere un giardino condominiale, o di quartiere, o un parco, che comunque deve rispettare certi standard. Ci sono labirinti, immagini leggendarie, statue, grotte e quant’altro. Da noi, invece, gli elementi fondamentali sono quattro: la recinzione (da fuori non si deve vedere niente), l’acqua, un padiglione e gli alberi, in questo caso alberi di cipresso. Un ambiente più essenziale, più naturale, creato per rilassare e dare una sensazione di pace.

Effettivamente è un po’ questo l’effetto che fa questo posto. Noi ci immergiamo in questa sensazione anche prendendo un tè o un caffè. Anche il ritmo con cui arrivano le ordinazioni, in tono con il clima generale, è molto rilassato.
Il giardino copre una superficie di 2,3 ettari e ha un gran numero di giochi d’acqua, alimentati da una sorgente ubicata sulla collina. L’acqua viene distribuita con un ingegnoso e sofisticato sistema di canali sotterranei, che senza bisogno di pompe sfrutta al massimo la portata della sorgente, i dislivelli e le pendenze per far arrivare l’acqua a sgorgare nei vari bacini.
Anche qui non mancano gli incontri. In particolare, c’è un gruppo di ragazzi molto simpatici e che parlano bene inglese, forse perché stanno facendo un MBA (Master in Business Administration). Uno di loro ha la carnagione più chiara e, se vogliamo, un aspetto poco “iraniano”. Viene dal nord e discende da una tribù di origine turca. Infatti, ci racconta, parla anche turco e quando parla farsi lo fa con un accento diverso da quello della maggior parte degli iraniani. Gli altri lo guardano, annuiscono e ridono, probabilmente lo prendono un po’ in giro per questo. Il giochino si autoalimenta perché tutti quelli che arrivano e lo vedono gli dicono: “Ma tu sei inglese?”, “Però potresti essere anche greco!”, “Ma anche italiano, allora!”. Lui si diverte ad essere al centro dell’attenzione e continua a rispiegare la storia delle sue origini, mentre gli amici continuano a ridere e a prenderlo in giro. C’è un bel clima di festa e di serenità, e forse davvero anche l’ambiente del giardino in questo aiuta.
Noi però abbiamo ancora altre visite in programma. Kashan offre parecchio, e il tempo che abbiamo non è molto. Stasera dobbiamo arrivare all’aeroporto di Teheran, e abbiamo in programma di fermarci anche a Qom.

IMG_1163

Punti di vista

 

Non possiamo partire senza aver fatto almeno un breve giro nel bazar, ma soprattutto senza aver visto due belle dimore storiche. La prima è Casa Tabatabaei, che venne costruita verso il 1880 per la ricca famiglia del mercante di tappeti Seyyed Ja’far Tabatabaei.
Questa residenza è celebre per i raffinati stucchi dei suoi interni e i rilievi in pietra, nonché per le vetrate colorate e gli specchi. Si compone di quattro cortili, il più grande dei quali ha una vasca con una fontana, diverse pitture murali e include altre caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come il biruni (ossia una zona esterna adibita allo svago e agli ospiti), il daruni (la zona interna dove vivevano i membri della famiglia e il proprietario) e il khadame (gli alloggi della servitù).

IMG_1178

IMG_1187

IMG_1189

IMG_1198

IMG_1205

IMG_1205a

Uscendo da qui, lo sguardo ci cade su un manifesto. Ci sono delle scritte in farsi che non riusciamo a decifrare, ma appare chiaro che ad essere rappresentata è la ragazza arrestata nello scorso dicembre per essersi tolta il velo in pubblico e averlo sventolato come una bandiera. È sull’orlo del precipizio della corruzione, e dietro di lei a spingerla ci sono il grande satana americano (rappresentato proprio da un diavoletto con la testa a stelle e strisce) e i soldi degli inglesi. Davanti a lei una parabola tenuta da una mano con una manica su cui c’è la bandiera israeliana, forse a dire che anche l’odiato nemico sionista beneficia della rappresentazione mediatica di un Iran dove le donne protestano. Insomma, il messaggio è palese: dietro a quella ragazza e alle proteste ci sono i nostri nemici di sempre, non fatevi ingannare. Non credo che una cosa del genere possa funzionare, è troppo forzata e la semplificazione è quasi infantile. Però è chiaro che la Suprema Guida, l’ayatollah Khamenei, raffigurato nella foto in alto a destra, ci prova.

IMG_1207

La seconda residenza storica da non perdere è Casa Borujerdi, che fu costruita nel 1857 dall’architetto Ustad Ali Maryam per la moglie di Sayyed Jafar Natanzi, un ricco mercante di tappeti. La moglie proveniva dalla famiglia benestante Tabatabaei (proprietari della casa Tabatabaei); quando si innamorò di lei, Sayyed le fece costruire questa casa per assolvere le condizioni imposte dal padre, il quale voleva che la figlia vivesse in una dimora degna di quella da cui proveniva.
L’edificio si compone di un bel cortile rettangolare e di tre torri del vento, alte 40 metri, che svolgono un’efficace funzione di raffreddamento.
La casa dispone di 3 ingressi, e ha anche questa tutte le caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno). Nel cortile è presente una vasca con fontana alla cui estremità si apre un iwan con sala di ricevimenti decorata con elementi a muqarnas, specchi e vetrate.
Per costruire la residenza furono necessari 18 anni, durante i quali lavorarono 150 artigiani. L’edificio ospita oggi il Kashani Culture & Heritage Office.
Anche questa casa, come quella precedente, è affollata di gente, soprattutto iraniani, che girano per le stanze e i cortili, guardano, si fanno i selfie, cercano forse semplicemente di apprezzare il bello e respirare un po’ d’aria di festa. Molte donne indossano foulard firmati di grandi marche europee. Intorno alla vasca, alcune ragazze si adornano il capo velato con coroncine di rose. Kashan è la città delle rose, come Shiraz, ma con ancora più convinzione di Shiraz cerca di accreditarsi come tale. Tantissimi negozi, praticamente tutti, vendono acqua di rose e/o olio di rose, molti anche sacchetti di petali di rose seccati.

IMG_1213

IMG_1223

IMG_1208

Andiamo a pranzo. Dopo quello che abbiamo mangiato ieri sera, molti vorrebbero fare un pranzo leggero; abbiamo detto diverse volte, in questi giorni, che sarebbe stato meglio mangiare leggero, anche solo frutta e verdura. Alessandro, che è stato il più assiduo nel dichiarare questa intenzione, è stato nominato per questo “Ministro della frutta e verdura”. Ma niente, anche oggi non ce la facciamo. Il ristorante ha annessa, manco a dirlo, una profumeria che vende oli ed essenze varie estratte dalla rosa, ma anche dal gelsomino. E qui, sorpresa: la commessa altri non è che la giovane mamma di ieri sera! Che, ovviamente, ci riconosce e ci accoglie con calore.
Dopo pranzo partiamo in pullman verso Qom, la città santa. L’accesso è interdetto ai pullman turistici, quindi dobbiamo parcheggiare e prendere un autobus locale, con il quale entriamo in città e che ci porta fin quasi all’ingresso del grande santuario.
Qom fu il cuore della Rivoluzione iraniana e rimane tuttora uno dei luoghi più conservatori del paese. È stata la residenza di Khomeini che per un periodo, dopo la rivoluzione del 1979, ha guidato l’Iran proprio da questa città. Ancora oggi Qom attira studiosi e studenti sciiti da tutto il mondo, oltre a migliaia di pellegrini.
Il santuario di Fatima al-Ma’sumeh è considerato per i musulmani sciiti il secondo luogo più sacro in Iran dopo Mashhad. Fatima era la sorella dell’ottavo Imam Ali al-Rida e la figlia del settimo Imam Musa al-Kazim. Nell’islam sciita, le donne sono spesso venerate come sante se sono parenti strette di uno degli imam duodecimani. Sì, insomma l’Islam sciita si conferma una religione… familista. Anche se la teologia sciita afferma formalmente che i parenti degli Imam, gli Imamzadeh, sono in possesso di uno status inferiore a quello degli Imam, nello sciismo popolare ancora si venerano fortemente gli Imamzadeh. All’interno del santuario sono anche sepolte tre figlie del nono Imam Muhammad al-Taqi.
La moschea è costituita da una camera sepolcrale, tre cortili e tre grandi sale di preghiera, per un totale di una superficie di 38.000 m2.
Fin dall’inizio della storia di Qom nel VII secolo, la città è stata associata allo sciismo e considerata un “luogo di rifugio per i credenti”. Dopo la morte di Fatima al-Masumeh e la costruzione del suo Santuario, gli studiosi cominciarono a riunirsi a Qom e la città guadagnò la sua reputazione per l’insegnamento religioso.
Fatima morì a Qom nell’816 d.C. viaggiando per raggiungere il fratello, l’Imam Alì al-Riḍa di Khorasan. La carovana venne attaccata a Saveh, e 23 membri della famiglia vennero uccisi. Fatima fu poi avvelenata, si ammalò e chiese di essere portata a Qom, dove morì.
Lo stile del Santuario si è sviluppato nel corso dei secoli. In un primo momento, la tomba era coperta da un baldacchino di bambù. Cinquant’anni dopo, fu costruito un edificio a cupola più durevole.
Nel 1519, Taj Khanum, la moglie di Shah Ismail I, fece impreziosire il Santuario con un iwan e due minareti, e ricostruire la camera di sepoltura con una cupola a ottagono. Durante la dinastia safavide, le donne della famiglia furono molto attive nell’abbellire il Santuario.
Dal 1795-1796, Fath-Ali Shah Qajar convertì due cortili safavidi in un unico grande cortile e, nel 1803, creò la cupola dorata, ricoperta con 190 kg d’oro. La gran parte di quello che si vede oggi è una struttura abbastanza recente, della prima metà del XX secolo.
Con la rivoluzione iraniana, Qom prese ancora più importanza come “luogo di nascita” di questo movimento. Khomeini ha studiato a Qom e vi ha vissuto all’inizio e alla fine della Rivoluzione. Khomeini ha anche ampliato il Santuario, aggiungendo più spazio per i pellegrini. Inoltre, la tomba di Khomeini utilizza elementi architettonici che sono simili a quelli del Santuario di Fatima al-Ma’sumeh, come la cupola dorata.
Gli Sciiti comunemente fanno un viaggio di pellegrinaggio ai santuari degli Imamzadeh perché ricercano cure per i loro disturbi, e soluzioni ai problemi, nonché il perdono dei peccati. Molti hadith, o insegnamenti, proclamano che coloro che fanno un pellegrinaggio al Santuario di Fatima al-Ma’sumeh saranno “certamente ammessi al cielo.”
L’economia di Qom fa affidamento su questo pellegrinaggio per il turismo che porta, e la città si è mantenuta conservatrice per garantire un ambiente pio per i pellegrini. Molti miracoli sono stati registrati in questo santuario, e sono documentati in un apposito ufficio all’interno del complesso. I pellegrini al Santuario seguono rituali tramandati da secoli, come il lavaggio rituale, il vestirsi con abiti profumati, ed entrare nel sito con il piede giusto.
Noi, anche qui come nel santuario di Shiraz, entrare nella moschea non possiamo, con nessuno dei due piedi. L’ingresso è vietato ai non musulmani. Ma possiamo entrare nel complesso e visitarne i cortili ammirando dall’esterno la magnificenza degli edifici.
E anche qui le donne devono mettere il chador, come a Shiraz un chador bianco a motivi floreali. L’ingresso per le donne è separato, entrano passando da una tenda blu, come fosse un sipario, e riappaiono “purificate”.

Per la visita, abbiamo a disposizione la nostra “Guida Suprema”, un giovane mullah che ci accompagnerà e sarà pronto a rispondere alle nostre curiosità. Si chiama Mohammad, ha 23 anni, la barba non troppo lunga per non incutere timore e il turbante bianco. Non è discendente, quindi, del suo illustre omonimo, almeno per ora. Se diventasse ayatollah, forse… una parentela anche alla lontana si fa sempre in tempo a trovare, credo. È sorridente e gentile nei modi, parla in un buon inglese con toni felpati, anche quando fa affermazioni decise, e gesti morbidi. Tutto in lui sembra costruito per dare agli stranieri l’immagine di un Islam dal volto umano, in contrasto con quella che passa nei media che alimentano la paura. Evidentemente è stato scelto per questo, sta studiando e lo sta facendo con impegno.
Ci racconta che è al sesto anno della scuola coranica, dove generalmente si entra dopo la scuola superiore ma a volte, come nel suo caso, anche prima. Scherza un po’ sul vestito da mullah che si è potuto comprare una volta raggiunto questo grado di studi e ci parla della scuola di Qom, che è un centro di eccellenza per gli studi coranici, oltre che essere il secondo luogo santo per gli sciiti. Al piano terra ci sono le classi, al primo e secondo piano i dormitori e le altre parti comuni. Gli studenti dormono all’interno della scuola soltanto se non sono sposati, altrimenti dormono fuori. Ci sono anche studenti stranieri che arrivano da 120 paesi, Italia compresa.
Richiama la nostra attenzione sulle bellezze architettoniche, prima di tutto la cupola dorata e poi il muqarnas luccicante che può sembrare argento ma in realtà è un mosaico di specchi. “Fatima al Ma’sumeh era la sorella dell’ottavo Imam, per noi è come la vostra Maria” – ci dice.
Il santuario, secondo Mohammad, attira dieci milioni di pellegrini ogni anno. I visitatori non musulmani, invece, sono 2000 al mese. Gli chiedo se esistono dati su quanti dei visitatori musulmani sono sciiti, perché vorrei capire quanto sia profonda la divisione anche nella possibilità di accedere ai luoghi santi. In Iran, va detto, ci sono chiese armene e sinagoghe, ma non ci sono moschee sunnite. Mi risponde che è impossibile dirlo con esattezza, perché non viene chiesto ai visitatori musulmani se siano sunniti o sciiti (ed è una risposta che ci sta), ma è sicuro che ci siano anche sunniti. Noi abbiamo visto due persone che dall’abbigliamento sembravano decisamente arabi, secondo lui hanno l’aspetto di arabi americani. Ma potrebbero essere arabi sciiti, non vuol dire. Mohammad ci ricorda, comunque, che anche “noi cristiani” abbiamo avuto guerre tra cattolici e protestanti, e non c’è il minimo dubbio. Dice che in tutte le religioni ci sono estremisti, ma i veri credenti perseguono come primo obiettivo la pace.
Nel frattempo ci concede, sempre con i suoi modi affabili, di fare una foto di gruppo con lui. Sicuramente è abituato a queste richieste, quindi le previene.
Alessandro chiede quanti degli 80 milioni di iraniani sono musulmani. Mohammad dice che sono praticamente tutti, è normale che sia così in un paese che da più di mille anni è un paese islamico. I non musulmani sono pochi, non arrivano al milione (il dato forse è un po’ sottostimato, ma anche questo ci può stare, da parte sua). Precisa, poi, che i visitatori non musulmani non sono ammessi nella sala di preghiera perché in passato, quando l’accesso era consentito, non erano abbastanza rispettosi. Anche ai musulmani, ci tiene a dire, non è consentito entrare con macchine fotografiche. È il luogo che lo richiede. Sì, solo che dare per scontato che un non musulmano non possa essere rispettoso non è il massimo, ma è inutile dirglielo. Alessandro lo incalza anche sulle motivazioni dell’intervento iraniano in Siria e lui non si fa pregare: Quando dei musulmani, o (azzarda) anche dei non musulmani, hanno bisogno di aiuto, è nostro dovere intervenire, contro gli estremisti. In effetti semplifica un po’, ma è così che in Iran viene presentata la cosa: Assad è il re buono che protegge il suo popolo, chi lo avversa sono gli integralisti di Daesh, o ISIS, IS, come vogliamo chiamarlo. L’Iran non è presente solo in Siria, ma anche a sostegno dei ribelli Houthi (sciiti) nello Yemen, teatro di un’altra guerra dimenticata che sta creando una delle situazioni umanitarie peggiori al mondo.
Qui la nostra guid si lascia prendere dalla discussione e va un po’ oltre, affermando che gli ayatollah iraniani sono da 40 anni un esempio di bontà e di saggezza per tutto il Medio Oriente. Alessandro non molla l’osso e chiede: “Ma allora perché un ayatollah iraniano non fa una pubblica dichiarazione contro Daesh, dicendo che viola i principi dell’Islam, come ha fatto il Gran Muftì d’Egitto, che è la massima autorità dell’Islam sunnita?”. La risposta, in sostanza, è che non ce n’è bisogno, perché nessun ayatollah iraniano ha mai ucciso nessuno, o predicato odio e violenza. E qui ci sarebbe molto da dire, ma servirebbe a poco. Tra l’altro, la nostra guida, gentilmente, ci sta accompagnando verso l’uscita, facendoci capire abbastanza chiaramente che il tempo che aveva da dedicarci è finito. È stato un confronto interessante, comunque.
Un confronto che, ancora una volta, ci fa capire quanta strada ha ancora da fare questo paese per liberarsi della teocrazia. Certo, Alì Khamenei è anziano e malato, ma anche quando non ci sarà più lui è difficile immaginarsi un cambio repentino di prospettiva. E cosa succederà, poi, con l’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano? Difficile da dire, ma il rischio è che porti a un ritorno indietro, a una nuova fase di chiusura.

IMG_1235

IMG_1239

IMG_1244

IMG_1247IMG_1248

IMG_1249

IMG_1255

IMG_2000

Da Qom, ormai, ci dirigiamo verso l’aeroporto di Teheran. Domani mattina prestissimo abbiamo il volo di ritorno. Resterebbe da raccontare una cena e una brevissima notte all’Ibis dell’aeroporto, ma credo proprio che non ne valga la pena. Non aggiungerebbe niente al racconto, che è già fin troppo lungo.
Sarebbe il momento di fare una sintesi conclusiva, ma sarebbe davvero impegnativo provare a riassumere in poche righe un viaggio così. Sono troppe le impressioni, le sensazioni, le voci, le immagini che ti restano, a volte contrastanti. È inevitabile che sia così, in un paese così complesso e per di più così grande (5 volte e mezzo l’Italia): in dieci giorni effettivi di viaggio abbiamo visto forse le città più importanti, ma ci manca molto altro. Abbiamo avuto l’opportunità di andare un po’ al di là della superficie, grazie all’insostituibile Alì e agli incontri che abbiamo avuto. Abbiamo scoperto che c’è un abisso tra la propaganda antioccidentale del regime e come la gente si comporta con gli occidentali, nella realtà quotidiana. Ma non è certo abbastanza per dire di conoscere l’Iran. E per di più io il dono della sintesi proprio non ce l’ho, l’avrete già capito se avete avuto la pazienza di leggere fin qui. Anzi, proprio per questo vi devo ringraziare di averla avuta.
Quale sarà il futuro dell’Iran, sia nel breve che nel lungo periodo, in questo momento ben pochi sono in grado di prevederlo, e io non sono certo tra questi. Preferisco lasciare il compito di concludere a quello che ormai è il mio poeta persiano di riferimento, Hafez. E non abbiate paura, questa sarà sicuramente l’ultima volta che lo citerò. Ma se leggerete questa poesia, credo che penserete anche voi che è stata scritta sette secoli fa ma, incredibilmente, sembra scritta oggi.

Tu lo sai quel che van declamando, e l’arpa, e il liuto?
Di nascosto bevete, altrimenti è scomunica certa!
No, non dite la cifra d’amore, e no, non l’ascoltate!
È difficile storia davvero che vanno narrando.
Cancellan la legge d’amore ed il lustro d’amanti,
al giovane pongon divieti e al canuto rampogne.
Ci ingannaron, qui fuori, in ben cento maniere diverse:
chi può dire che cosa decidan laggiù, al di là di quel velo?
[…]
Su uno stabile mondo non devi pertanto contare,
ché questa è officina ove mutano sempre le cose.
Versa vino, ché il prete e il poeta e il muftì e il censore,
se bene osservi le cose, son tutti finzione e null’altro.
(Hafez, Divan 195)

 

Come sempre grazie, mamnoun, mersi a Radio Popolare e a ViaggieMiraggi per l’organizzazione.
Grazie a Marco per come ha guidato il gruppo con innata eleganza e con illuminata (quasi persiana) regalità.
Grazie ad Alì per aver ispirato il titolo di questo racconto e molto di più: per tutta la sapienza e l’umanità che ci ha regalato.
Grazie a tutte/i quelle/i che mi hanno fornito delle belle foto (vedi sotto) e degli spunti, e grazie a tutto il grande gruppo degli iranisti provvisori.
Photo credits (in rigoroso ordine alfabetico): Alberto, Alessandro, Franca, Luigina, Rita, Vanda.

In viaggio con Alì – 4

Capitolo 4: Esfahan

 

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’erba fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

(Omar Khayyam)

 

Martedì 10 aprile 2018

È uscita la notizia che lsraele avrebbe colpito una base iraniana in Siria, nei dintorni di Homs. Sembra che siano morti 7 militari iraniani. Non ci sono ancora conferme, ma se fosse così salirebbe ulteriormente il livello dello scontro in Medio Oriente. L’Iran e la Russia sono i soli alleati importanti di Bashar Al Assad. L’Iran non solo lo sostiene in quanto sciita, ma ha chiaramente interessi nell’area. L’obiettivo, neanche tanto mascherato, sarebbe quello di crearsi un corridoio per attaccare Israele, che naturalmente non sta a guardare.

IMG_0813a

Noi cerchiamo di non pensare ai venti di guerra e partiamo di buon’ora, questa volta in direzione nordovest. Il viaggio fino a Esfahan durerà almeno 4 ore, ma lo spezzeremo con due soste.
La prima è nella cittadina di Meybod, che ospita diversi edifici interessanti. Vediamo prima di tutto la ghiacciaia, recentemente restaurata, che risale al XVI secolo ed è realizzata interamente in mattoni crudi. Il meccanismo era questo: nel periodo invernale, durante la notte, l’acqua nelle vasche ghiacciava e, nelle prime ore del mattino, il ghiaccio veniva frantumato e trasportato all’interno dell’edificio, nel contenitore scavato nel suolo. Le pareti della ghiacciaia, spesse oltre due metri, e la particolare conformazione della cupola alta 15 metri permettevano al ghiaccio di conservarsi per essere poi utilizzato durante i mesi estivi. Lo spessore della cupola varia da 2,40 m alla base fino a 25 cm (un solo mattone) sulla sommità. Ghiacciaia in farsi si dice yakchal, un’altra parola con delle curiose assonanze. Entrando, e cominciando a girare intorno al pozzo del ghiaccio, ci colpisce la luce suggestiva, ma soprattutto ci colpisce l’acustica. Partono i primi vocalizzi, i primi gorgheggi finché… non so bene come (ero lontano), si comincia a sentire una voce angelica che sale fino a riempire la volta. È Vanda che ha cominciato a cantare il Va’ pensiero, e lo canta da brividi! Anche altre voci si aggiungono. L’iniziale sorpresa diventa emozione, che poi si scioglie in un applauso. Un momento di grande intensità.

IMG_0814

IMG_0816

 

A Meybod c’è anche un antico caravanserraglio, dove ora si trovano diversi negozi e laboratori artigianali. Noi ci soffermiamo, in particolare, su un laboratorio di ceramica (è sempre bello vedere un maestro vasaio che lavora al tornio, e invariabilmente il pensiero va a “Ghost”…), uno di tessitura e uno di pelletteria. Una piastrella che rappresenta un sole con il volto di donna ci permette di scoprire che il sole in persiano è femmina: la parola aftab (sole) può essere anche femminile, e soprattutto quel sole donna è un simbolo del mitraismo, cioè il culto di Mitra, il dio sole, che è alle radici dello zoroastrismo.
Ma non basta: c’è anche un ab anbar, una cisterna per l’acqua tradizionale del 1659 circondata da quattro torri del vento, e c’è una bella colombaia di epoca Qajara.

IMG_0830

IMG_0833b

IMG_0834

IMG_0834i

IMG_0834b

IMG_0834d

 

Ripartiamo verso la seconda tappa, Nain. Durante il tragitto in pullman, che dura circa un’ora e mezza, un’altra sorpresa; questo gruppo ne offre veramente tante. Scopriamo che Luigina dipinge dei bellissimi acquerelli iperrealisti. Spinta dalle nostre insistenze, vince un po’ di naturale ritrosia e ci mostra sul cellulare le foto dei suoi lavori. Ha già fatto la sua prima mostra, e vinto un primo premio.
Arriviamo a Nain in tempo per il pranzo, che è l’occasione per apprezzare l’ennesimo ricco buffet e per festeggiare Ingela: oggi è il suo compleanno! Non dirò quanti sono, non è carino, ma portati benissimo. Nel gruppo abbiamo fatto una piccola colletta per regalarle un piatto in ceramica con un disegno di pesci, poi toccherà a Marco… il coro di “Tanti auguri” e l’applauso sono d’obbligo. Non abbiamo lo spumante, naturalmente; dobbiamo accontentarci della solita birra analcolica Parsi, che però, dai e dai, ci sta cominciando quasi a piacere. E abbiamo dei buoni dolcetti persiani.

IMG_0834g

 

Segue la visita alla Moschea del Venerdì di Nain, che con i suoi mille anni di storia è una delle più antiche in Iran. Risale all’epoca buwahyide (X secolo), sebbene l’interno sia stato rimaneggiato in epoca selgiuchide e sia pertanto riferibile al secolo successivo. Questa moschea costituisce uno degli esempi più significativi e meglio conservati di architettura religiosa di stile Khorasani. Ha quattro iwan ed è ispirata alla casa-moschea di Maometto. Notevoli soprattutto il mihrab con una splendida decorazione a stucco (IX-X secolo), il minbar in legno del 1400 e il minareto alto 28 metri di epoca selgiuchide. C’è anche il forte Narin Qal’eh, una fortezza sasanide ora in rovina.

IMG_0835.JPG

IMG_0844

IMG_0838.JPG

 

Dopo un altro paio d’ore di viaggio, raggiungiamo Esfahan, o Isfahan. Come per molti nomi iraniani, la traslitterazione nell’alfabeto latino non è univoca. Io adotterò la prima, che mi sembra un po’ più diffusa. Quello che è certo è che qui si dice che “Esfahan è metà del mondo” (Esfahan nesf-e jahān), a testimonianza della grandezza di questa città.
Esfahan, che sorge a 1600 m di quota e ha oggi circa 1.600.000 abitanti, è una città molto antica, importante anche nell’Impero sasanide. Fu conquistata dagli Arabi nel 642 e fece parte del Califfato abbaside finché Toghrul Beg, sovrano dei Grandi Selgiuchidi, la conquistò nel 1055 e la scelse come capitale del suo Sultanato. Perse la sua importanza con la fine del dominio selgiuchide in Persia. Fu poi occupata dai Mongoli, che in seguito ad una rivolta degli abitanti saccheggiarono la città e sterminarono la popolazione, e dagli Afghani. Nel 1930 lo scià Reza Pahlavi ordinò che fosse messo in atto un ampio progetto di ricostruzione, per riportarla al suo antico splendore.
Noi abbiamo subito un assaggio del traffico di questa città, trovandoci imbottigliati in un ingorgo che non ha nulla da invidiare a quelli di Teheran. Anzi, forse è addirittura peggio. Così arriviamo piuttosto tardi al nostro albergo, che è il Venus Hotel. Abbiamo soltanto il tempo di sistemarci e di prendere confidenza con quello che è indiscutibilmente il centro della vita cittadina, che possiamo raggiungere con una passeggiata di un quarto d’ora. È la stupenda piazza che ufficialmente ora è Piazza dell’Imam (Meidan-e Imam), dopo essere stata Piazza dello Shah (Meidan-e Shah). L’Imam è l’Imam Khomeini, naturalmente. Ma per tutti questa piazza è Naqsh-e Jahan, l’Immagine del Mondo. Certo, forse c’è un filo di megalomania ma devo dire che l’impressione che fa, vista così con le fontane che zampillano e i giochi di luce e di colori, è davvero notevole. Lunga 560 metri per una larghezza di 160, è la seconda piazza più grande al mondo, dopo Tien An Men. Venne costruita tra il 1598 e il 1629, nel 1979 è stata inserita nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. E da qui inizia un bazar che si estende per cinque chilometri. Nella parte più vicina alla piazza, che è la sola che abbiamo modo di esplorare, furoreggia il rame smaltato, che sembra sia uno dei prodotti più classici dell’artigianato locale.
È bellissima, forse per i miei gusti fin troppo bella. Troppo precisa nella sua armonia di forme e proporzioni, troppo elegante, troppo ordinata. È come se questo me la facesse sembrare un po’ fredda, come se fosse meno pulsante di vita. Forse non è giusto farlo, ma mi viene spontaneo paragonarla a un’altra grande piazza, la Djemaa el Fna di Marrakech; la Diemaa el Fna con i musicisti Gnawa, gli acrobati, i giocolieri, i cantastorie, gli incantatori di serpenti, i venditori d’acqua, le finte odalische che sono uomini travestiti. Forse quello è più il mio mondo, ma anche questa “Immagine del mondo” è indiscutibilmente bella.

IMG_0848c

IMG_0848d

Avremo modo di apprezzarla ancora meglio domani. Ora andiamo a cena in un ristorante tipico, dove ci aspetta, dopo il solito ricchissimo buffet di zuppe, insalate, riso di vari tipi ecc. ecc., un tris di piatti che non abbiamo ancora provato: pollo con noci e melograno, pollo alle prugne, spezzatino con mele cotogne. Sapori insoliti per noi, ma ai quali facciamo onore con entusiasmo. Doveva essere un assaggino di ogni piatto, ma (soprattutto per me) è diventato ben di più. Questa volta tutti sono decisi a non avanzare niente, ma chissà perché guardano sempre me… Be’, come si dice è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, mi “sacrifico” volentieri.
Dopo di che, arriva la torta per Ingela. C’è ancora un ultimo scampolo di festa per lei, e per noi. Ancora tanti auguri tutti in coro, ancora applausi, e tutti a nanna. Domani ci aspetta un’altra giornata intensa.

IMG_0848x

 

Mercoledì 11 aprile 2018

Oggi è la prima giornata dedicata ad Esfahan. E la giornata non può che cominciare dalla piazza “Immagine del mondo”, sulla quale si affacciano diversi edifici di grande interesse storico e artistico.
La gloria di Esfahan è molto legata al periodo Safavide. Nel 1598, quando lo Shah Abbas decise di spostare la capitale del suo impero dalla città nord-occidentale di Qazvin alla città centrale di Esfahan, iniziò quello che sarebbe diventato uno dei più grandi programmi della storia persiana: il rifacimento completo della città. Scegliendo la città di Esfahan, fertilizzata dal fiume Zāyandeh (“Il fiume che dà la vita”), sdraiato come un’oasi di intensa coltivazione nel bel mezzo di una vasta area di paesaggio arido, allontanò la capitale da eventuali attacchi futuri degli ottomani, gli arcirivali dei safavidi, e degli uzbeki, guadagnando allo stesso tempo un maggiore controllo sul Golfo Persico, che era da poco diventato un’importante via commerciale.
Con la costruzione della grande piazza, Shah Abbas avrebbe riunito le tre componenti principali del potere della Persia: il potere del clero, rappresentato dalla moschea (Masjed-e Shah), il potere dei mercanti, rappresentato dal Bazar Imperiale, e, naturalmente, il potere dello Shah stesso, residente nel palazzo Ali Qapu. Costruita come una fila di due piani di negozi, affiancata da un’architettura imponente, e giungendo infine fino al lato nord, dove era situato il Bazar imperiale, la piazza era un’arena occupata da intrattenimenti e da commerci tra persone provenienti da tutti gli angoli del mondo. Esfahan era una tappa fondamentale lungo la Via della Seta.
Durante il giorno, gran parte della piazza era occupata dalle tende e dalle bancarelle dei commercianti, che pagavano un affitto settimanale al governo. C’erano anche animatori e attori. All’ingresso del Bazar imperiale, c’erano dei caffè, dove le persone potevano rilassarsi. Al crepuscolo, i bottegai mettevano via le loro merci, e il vociare dei commercianti e degli acquirenti desiderosi di contrattazione era sostituito da altri suoni: della piazza prendevano possesso dervisci, mimi, giocolieri, burattinai, acrobati e prostitute. Forse allora sì, che era un po’ come la Djemaa el Fna.
Ogni tanto la piazza veniva ripulita per le cerimonie pubbliche e le feste, soprattutto quella del Nowrouz, il capodanno persiano. Inoltre, lo sport nazionale persiano del polo poteva essere giocato nella Meidan, fornendo una fonte di intrattenimento allo Shah, residente nel palazzo Ali Qapu, e agli acquirenti occupati nelle contrattazioni.
Sotto Abbas, Esfahan divenne una città molto cosmopolita, con una popolazione residente fatta di turchi, georgiani, armeni, indiani, cinesi e un numero crescente di europei. Gli indiani erano presenti in numeri molto grandi, ospitati nei numerosi caravanserragli che sono stati a loro dedicati, e lavoravano principalmente come mercanti e cambiavalute. Gli europei erano lì come mercanti, missionari cattolici, artisti e artigiani.
Inoltre, molti storici hanno ragionato sul peculiare orientamento della Meidan. Quando si entra nel portale della Moschea dell’Imam si fa, quasi senza rendersene conto, una mezza svolta a destra che consente nella corte principale all’interno di guardare verso la Mecca. Se l’asse della piazza fosse stato coincidente con la direzione della Mecca, la cupola della moschea sarebbe stata nascosta alla vista dal torreggiante ingresso-portale. Con la creazione di questo angolo, le due parti dell’edificio, l’ingresso-portale e la cupola, sono entrambe visibili da tutti all’interno della piazza.

La prima visita, per noi, è quella alla Moschea dell’Imam, che condivide il nome con la piazza. Anch’essa quindi, già Moschea dello Shah, è diventata Moschea dell’Imam dopo la rivoluzione islamica.
Eretta nel 1629, la moschea è riconosciuta come uno dei più grandi capolavori dell’architettura persiana. La moschea fu voluta da Abbas I il Grande, che nel 1611 ordinò l’inizio dei lavori. A quel tempo lo Shah aveva già compiuto 52 anni; per permettergli di vedere compiuta la sua opera si introdusse per la prima volta in Iran la tecnica delle piastrelle già dipinte da assemblare poi secondo il modello prestabilito. Precisamente, se si guarda il portale dell’iwan, sul lato sinistro la lavorazione è a intarsio, sul lato destro è fatta a piastrelle. Tramite questa innovazione già nel 1629 (18 anni dopo dall’inizio dei lavori) la moschea fu praticamente terminata, anche se i lavori si protrassero fino al 1638.
La pianta asimmetrica della moschea è dovuta a un doppio allineamento: il portale è orientato verso la piazza in direzione opposta alla porta Qeysarieh ossia la porta del Bazar di Esfahan, la moschea invece in direzione della Mecca.
Il portale dell’edificio è alto 30 metri ed è decorato da mosaici raffiguranti motivi geometrici, floreali e calligrafici; è affiancato da due minareti di 42 metri. Tutte le mura dell’edificio sono decorate con tessere di mosaico di sette colori. La porta di accesso, in legno ricoperto da strati di oro e argento, è decorata con alcuni poemi scritti in caratteri calligrafici nasta’liq. Sopra una finestra reticolata è raffigurato un vaso, con ai lati due pavoni. Secondo la credenza musulmana sciita, il pavone tiene lontano il diavolo. Per i romani era l’uccello di Giunone, simbolo di bellezza e di immortalità. Anche in questo caso, quindi, i persiani sarebbero arrivati prima.
La moschea è dotata di quattro iwan, dei quali il più grande è quello che indica la direzione della Mecca. Dietro di esso si apre uno spazio ricoperto dalla più grande cupola della città, alta 52 metri (il santuario principale). L’edificio contiene due madrase, due scuole coraniche.
Alì ci racconta che quello che chiamiamo “arabesco” deriva in realtà da un motivo sasanide. E ti pareva che ci fosse qualcosa che avevano inventato gli arabi e non i persiani… di sicuro gli uni e gli altri, per motivi religiosi, nelle moschee non potevano rappresentare figure umane o animali. “Maledetto il pittore che ha voluto copiare l’opera di Dio” – dicevano i dotti musulmani. E per questo sia gli arabi che i persiani hanno sviluppato in maniera incredibile i motivi geometrici e calligrafici. Alì da giorni sta cercando di convincerci che tutto quello che di bello esiste al mondo, gira gira, l’hanno inventato i persiani, e c’è quasi riuscito ormai, ma ogni tanto ci sorge qualche margine di dubbio.
Molto bello il mihrab, affiancato da un minbar in alabastro. Fu forse ispirato da questo mihrab che Italo Calvino scrisse:
«Il mihrab è la nicchia che nelle moschee indica la direzione della Mecca. Ogni volta che visito una moschea, mi fermo davanti al mihrab e non mi stanco di guardarlo. Quello che m’attira è l’idea d’una porta che fa di tutto per mettere in vista la sua funzione di porta ma che non s’apre su nulla; l’idea di una cornice lussuosa come per racchiudere qualcosa d’estremamente prezioso, ma dentro alla quale non c’è niente».

IMG_0855

IMG_0863

IMG_0871

 

All’interno della moschea, ci capita anche di assistere a una preghiera cantata di grande suggestione. Il muezzin invoca Dio con gli occhi chiusi e le mani sulle tempie, come per concentrarsi e isolarsi da quello che c’è intorno, da noi e dalle nostre fotocamere, forse anche dalla nostra mancanza di fede e spiritualità.

 

Proseguiamo visitando il palazzo Alì Qapu, la Porta di Alì. Alì, ancora lui!
La parola Qapu deriva dalla lingua turca e significa “Soglia Reale”. Il palazzo venne eretto agli inizi del XVII secolo su ordine dello Shah Abbas I il Grande, che lo utilizzò per gli incontri con i visitatori importanti e con gli ambasciatori. L’edificio, a pianta rettangolare, si sviluppa su sei piani (per circa 38 metri di altezza) ed ha una vasta terrazza nella sua parte frontale, coperta con un soffitto di legno intarsiato sostenuto da alte colonne lignee.
All’interno del palazzo vi sono ricchi affreschi di Reza Abbasi (il pittore di corte di Abbas I) e della sua scuola, con numerosissimi motivi a soggetto naturalistico. Le porte e le finestre del palazzo erano in origine estremamente decorate, ma esse vennero quasi tutte saccheggiate o distrutte durante i periodi di anarchia sociale che si sono succeduti nei secoli, con l’eccezione di un’unica finestra al terzo piano.
Abbas II era entusiasta della perfezione di Ali Qapu e volle lasciare un segno con la costruzione della grande sala che si trova al terzo piano. Sorretta da 18 colonne ricoperte da specchi, la sala presenta un mirabile soffitto decorato da grandi affreschi.
Al sesto piano del palazzo si tenevano i ricevimenti reali e i banchetti. Qui si trovano le stanze più grandi di tutto il palazzo, con quella dedicata ai banchetti che abbondava in stucchi rappresentanti vasi e coppe di tutte le forme. Qui si trova anche la cosiddetta sala della musica, senza dubbio la più spettacolare, dove gruppi musicali e solisti erano soliti suonare e cantare. Tutte le decorazioni intagliate sono a tema musicale, con dei vuoti fatti per esaltare l’acustica della sala. Ed è qui che incontriamo una scolaresca iraniana, formata tutta da ragazze, guidate dalla loro insegnante di inglese. Lei ha veramente un inglese perfetto, con un accento solo leggermente più americano che british, ma anche le ragazze sono molto brave. Sono attirate soprattutto da chi tra noi ha gli occhi chiari. Qui non sono molto comuni, ci spiega sorridendo l’insegnante, e quindi per loro rappresentano qualcosa di bello ed “esotico”. Per noi, invece, sono molto belli i loro espressivi occhi neri. È normale che sia così. I selfie si sprecano, quindi.

IMG_0850

IMG_0891

IMG_0893a

 

Prima di pranzo abbiamo due momenti dedicati ad attività e prodotti tradizionali, che fanno parte comunque della cultura iraniana. Sono “consigli per gli acquisti”, ma c’è anche la possibilità di apprezzare l’aspetto artistico di questi oggetti e di comprenderne le radici storiche. Il primo appuntamento è in una gioielleria che è l’apoteosi del turchese, la pietra nazionale persiana, dove ci insegnano a distinguere il vero turchese iraniano da quello egiziano che, manco a dirlo, è di qualità inferiore. E poi nella bottega di un miniatore, che possiamo ammirare all’opera.
Oggi abbiamo deciso di fare un pranzo veloce, per sfruttare tutta la giornata al massimo possibile. Entriamo in un piccolo bar-pasticceria, dove ci facciamo un succo di melograno con dei dolci di pasta sfoglia. Il melograno è tra le cose buone create da Dio e cresce nel giardino del paradiso, si legge nel Corano. Anche nell’ebraismo è tenuto in gran conto: è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia tra quelli prodotti dalla Terra promessa, simbolo di ricchezza e fertilità, onestà e correttezza.
Molti di noi, poi, hanno nello zaino un po’ di frutta presa dal ricco buffet della colazione. Io ho un’arancia. Me la sto gustando seduto su una panchina della Naqsh-e Jahan, quando mi si avvicina Mansour, che come sempre vuole darmi il benvenuto nella sua città. Avrà circa quarant’anni. Mi chiede se sono della Repubblica ceca, perché ha visto un gruppo di cechi e pensa che sia con loro. No, dico, sono italiano, sono con un altro gruppo. Spiego che prevalentemente siamo di Milano e dintorni. Lui sa che Milano è la “capitale economica” d’Italia, e vuol sapere se anche da noi c’è turismo. Dico che ce n’è, per la moda e il design, e comunque un po’ di arte e di cultura ce l’abbiamo anche noi. Gli spiego che giro abbiamo fatto, poi facciamo un po’ di confronti tra cucina iraniana e cucina italiana. Mi spiega che lui lavora in un negozio, gestito da un suo amico. Vorrebbe viaggiare, ma purtroppo finora non è mai uscito dal paese. Lo saluto, perché devo andare all’appuntamento con il gruppo, e ci augura buona permanenza.
Dobbiamo visitare un’altra importante moschea, la Moschea dello sceicco Lotfollah che è uno dei capolavori architettonici dell’architettura safavide iraniana, sul lato orientale della piazza.
La costruzione della moschea è iniziata nel 1603 e fu terminata nel 1619. È stata costruita dal capo architetto Shaykh Bahai, durante il regno di Shah Abbas I della dinastia safavide.
Dei quattro monumenti che hanno dominato il perimetro della Piazza Naqsh-e Jahàn, questo è stato il primo ad essere costruito.
Lo scopo di questa moschea era d’essere una moschea privata della corte reale, a differenza della Moschea dello Shah, che è stata pensata per il pubblico. Per questo motivo, la moschea non ha minareti ed è di una dimensione più piccola. Ma come stile è addirittura superiore alla Moschea dello Shah. Prende il nome di Sheikh Lotfollah, un famoso mullah che fu la guida della comunità religiosa di questa moschea.
Come nella Moschea dello Shah, la facciata inferiore della moschea e l’ingresso sono costruiti in marmo, mentre le piastrelle a mosaici policromi decorano le parti superiori della struttura.
L’orientamento nord-sud della Meidan, come già detto, non è in accordo con la direzione sud-ovest della Mecca, ma è a 45 gradi rispetto ad esso. Questa caratteristica, chiamata pāshnah in architettura persiana, fa sì che la base della cupola non sia direttamente dietro l’iwan d’ingresso. La cupola è di 13 m di diametro, con la parte esterna riccamente ricoperta di piastrelle.
Rispetto alla Moschea dello Shah, l’architettura di questa moschea è abbastanza semplice, non c’è cortile e non ci sono iwan interni. In contrasto con la semplice struttura, la decorazione sia dell’interno che dell’esterno è estremamente complessa. Nella sua costruzione sono stati utilizzati i migliori materiali e impiegati gli artigiani più talentuosi.
Il “pavone” disegnato al centro della cupola è una delle caratteristiche uniche della moschea. Se ti trovi all’ingresso della sala interna e guardi al centro della cupola, vedi un pavone, la cui coda è composta dai raggi del sole provenienti dal foro nel soffitto. Un pavone con la coda di luce. Ritorna ancora il pavone, quindi, simbolo di bellezza e di immortalità oltre che protezione dal demonio. Lo scopo estetico del lungo, basso e cupo passaggio che porta alla camera della cupola diviene evidente, perché è con un senso di attesa che si entra nel Santuario, dove la cupola colpisce per la sua imponenza e l’oscurità viene dissipata.
Le iscrizioni della Moschea riflettono le questioni che preoccupavano lo Shah al tempo della costruzione, vale a dire la necessità di definire lo sciismo duodecimano (dei dodici Imam) in contrasto con l’Islam sunnita, e la resistenza persiana all’invasione ottomana. È proprio nel periodo safavide che lo sciismo diventa religione di stato. L’iscrizione eseguita in piastrelle bianche su fondo blu sul tamburo esterno della cupola, visibile al pubblico, si compone di tre sure (capitoli) del Corano: al-Shams (91, Il sole), al-Insan (76, Uomo) e al-Kauthar (108, Abbondanza). Le sure sottolineano la giustezza di un’anima pura e il destino all’inferno di chi rifiuta la via di Dio, molto probabilmente riferendosi ai turchi.
Entrando nella camera della preghiera, ci si confronta con le pareti ricoperte di piastrelle blu, gialle, turchese e bianche con motivi ad arabeschi intricati. Intorno al mihrab vi sono i nomi dei dodici Imam sciiti, e l’iscrizione contiene i nomi di Sheikh Lotfollah, Ostad Mohammad Reza Isfahani (l’ingegnere), e Baqir al- Banai (il calligrafo).

IMG_0894

IMG_0900

IMG_0902

IMG_0907

 

Lasciata la moschea, ci dirigiamo verso il Palazzo delle Quaranta Colonne (Chehel Sotoun); è un padiglione persiano nel mezzo di un parco, in fondo a una lunga piscina, costruito da Shah Abbas II e utilizzato per il suo svago. In questo palazzo, Shah Abbas II e i suoi successori avrebbero ricevuto dignitari e ambasciatori, sia sulla terrazza che nei saloni signorili. Il nome è stato ispirato dalle venti sottili colonne di legno che sostengono il padiglione d’ingresso e, quando si riflettono nelle acque della piscina, si dice che sembrino essere quaranta, anche se noi non le vediamo riflesse, forse non è l’ora giusta.
Il palazzo, con il suo giardino, è tra i 17 siti patrimonio UNESCO dell’Iran: di questi 9 sono giardini. Va detto che la parola “paradiso” deriva dal persiano pardis che significa, indovinate un po’, giardino.
L’esistenza dell’edificio è documentata sin dal 1614, tuttavia un’iscrizione parla della fine dei lavori di costruzione nel 1647, sotto Abbas II. L’edificio venne poi ricostruito a causa di un incendio scoppiato nel 1706. Durante l’invasione afgana nel XVIII secolo gli affreschi vennero ricoperti di calce come segno di disapprovazione per lo sfarzo della corte, pur tuttavia si sono ben conservati.
Il padiglione è costruito secondo lo stile del portico colonnato di epoca achemenide. È composto da un ingresso coperto da colonne scanalate e un soffitto a cassettoni con decori e intarsi.
Il Grande Salone o Sala del Trono è una sala decorata da affreschi e dipinti su ceramica. La parte superiore è decorata da affreschi di soggetto storico di grandi dimensioni che raffigurano la vita di corte in epoca Safavide nonché alcune grandi battaglie. Alcune pitture risentono dell’influenza europea, altre mantengono lo stile delle miniature persiane.

IMG_0913b

IMG_0914

IMG_0916

IMG_0916a

 

Tutto intorno al palazzo e ai suoi giardini, appesi alla recinzione, decine di cartelloni gialli riportano brani del Corano, in bella grafia e con la traduzione in inglese, a mo’ di lezione o di ammonimento: “Allah è il supremo guardiano e dispensatore di pietà”. “Voi dovete competere in bontà”. “Obbedite ad Allah e al suo messaggero, solo così potrete ottenere pietà”. “Pregate regolarmente, perché davvero la preghiera impedisce all’uomo di compiere atti indecenti e vergognosi”. “Dì, o messaggero, agli uomini credenti di non fissare una donna negli occhi e di avere il controllo dei loro desideri carnali”. “Evitate il troppo sospetto, perché in certi casi il sospetto stesso è un peccato”. È abbastanza inquietante, se si pensa a come questi messaggi sono stati a volte tradotti nella pratica, in passato e ancora oggi. Mi torna in mente una scheda di Amnesty International che Azar Nafisi cita come esempio di uno dei tanti, un ragazzo giustiziato nel 1982 con questi capi di imputazione: “Soggetto occidentalizzato, e cresciuto in una famiglia occidentalizzata; ha soggiornato troppo a lungo in Europa per i propri studi; fuma sigarette Winston; mostra tendenze sinistrorse”.

IMG_0917a

img_0918.jpg

 

Nel frattempo sono quasi le cinque e, considerato che anche oggi è una giornata molto calda, ci sta bene una pausa in una sala da tè che fonde sapientemente lo stile tradizionale con scelte di design più improntate al modernariato. È impressionante il numero di quadri, lampade, piatti, vasi, brocche e oggetti di ogni tipo che dilagano ovunque, tappezzando le pareti e penzolando dal soffitto.

Passando e ripassando dalla piazza ci si accorge che è viva perché, sul prato verdissimo e intorno alla grande vasca d’acqua, brulica di gente che, seduta su una stuoia, chiacchiera, fa spuntini, beve tè, contornata da bambini che corrono e si bagnano nella vasca.

IMG_0919

IMG_0921a

thumbnail

Un bel giro al bazar, ad assaggiare e a comprare pistacchi, zafferano, spezie e chi più ne ha più ne metta. E poi si torna in albergo a riposare un po’ prima di cena.
Usciamo a piedi per andare a cena al Partikan Restaurant e Franca, senza pensarci, con un gesto naturale di amicizia, mi prende a braccetto. Facciamo qualche passo così e poi subito bruscamente si stacca: “Oddio, pensa cos’abbiamo rischiato. E se ci vedevano? Io non ci ho proprio pensato!”. Un po’ scherziamo, naturalmente, ma gli iraniani non possono permettersi tanto di scherzare. Un buon musulmano, secondo i precetti più rigidi, può toccare una donna solo se è sua madre, sua sorella o sua moglie. È capitato anche a noi, anche se non sempre, che persone dell’altro sesso, magari scusandosi, non ci dessero la mano. Ora non c’è più il cieco furore dei primi anni ’80, ma è meglio stare sempre attenti, se non sai chi hai di fronte o chi ti sta guardando. Per noi è difficile accettarlo, ma è così.
A cena il solito clima conviviale si interrompe per qualche minuto perché c’è una decisione da prendere; spesso, in questi giorni, abbiamo messo ai voti piccole scelte quotidiane. Marco, anche se ogni tanto ci chiede il gesto dell’indice piegato, è un despota illuminato, un po’ come Dario e Ciro. Stavolta dobbiamo decidere come gestire un incontro che domani, secondo il programma, dovremmo avere con un rabbino della comunità ebraica di Esfahan. Il punto che potrebbe risultare un po’ critico è che ci chiede un’offerta obbligatoria per la comunità, minimo 10 euro a testa. Per una questione di principio questa richiesta infastidisce molti, e devo dire che anche a me non piace particolarmente; però, dato che l’opportunità di sentire da lui se la pratica della religione ebraica è davvero tollerata come dicono, e come vive una comunità ebraica nella Repubblica Islamica, mi sembra molto interessante, sono disposto a passarci sopra. Altri, invece, esprimono posizioni di maggiore chiusura. Alla fine troviamo un compromesso un po’ democristiano, e cioè si decide che Alì, a nome del gruppo, dovrà contrattare per ottenere almeno uno sconto a 5 euro. Così, giusto per fargli capire che la cosa non ci piace. In realtà, poi, il problema si risolverà da solo perché il rabbino, per sopraggiunti impegni, non ci può incontrare comunque.

 

Giovedì 12 aprile 2018

La seconda giornata a Esfahan inizia con la visita alla Moschea Jameh; anche qui, e come dubitarne, c’è una moschea del venerdì, una moschea congregazionale. Ma questa è davvero speciale. Sorge in una zona che oggi è periferica, a due passi da uno svincolo sotto un sottopasso intasato di fumi e gas di scarico. Ma mille anni fa questo era il centro della città, ben lontano da quella che nel ‘600 divenne Naqsh-e Jahan. Da qui inizia lo sterminato bazar che arriva proprio fino alla grande piazza.

La Moschea del Venerdì di Esfahan è probabilmente l’espressione architettonica più importante della dominazione selgiuchide in Persia (1038-1118), ma ci furono molte aggiunte nei secoli successivi. Dal 2012 è divenuta anche un bene protetto dall’UNESCO.
Nel 1051 Esfahan divenne la capitale dei selgiuchidi, giunti dall’Asia centrale nell’XI secolo. Di fede sunnita, essi miravano alla restaurazione del califfato abbaside. La potenza dell’Impero selgiuchide trovò concreta manifestazione in una serie di edifici, dei quali il più importante era la moschea.
I Selgiuchidi progettarono il centro della città e la piazza in prossimità della preesistente moschea del Venerdì, che esisteva già almeno dal IX secolo. Del primo nucleo architettonico della moschea sono sopravvissute le due grandi cupole a nord e sud, mentre le restanti parti sono andate distrutte in un incendio nel XII secolo. Nel 1121 venne ricostruita e nel corso del tempo ogni sovrano diede il proprio contributo attraverso degli ampliamenti.
La pianta della moschea si sviluppò da quella originaria, che prevedeva un cortile interno di forma regolare circondato da sale di preghiera provviste di colonne a sezione circolare che sostenevano il soffitto in legno. Il nuovo progetto prevedeva una pianta con quattro iwan, attuata nel XII secolo con l’edificazione/aggiunta degli iwan, della sala con cupola sud-occidentale affiancata da due minareti, della sala settentrionale con cupola. Tra tutte le aggiunte e ricostruzioni successive vi è la serie di archi su due livelli intorno alla corte (datati 1447), che hanno rimpiazzato la precedente serie unificando gli elementi del cortile in un unico spazio. Al centro del cortile principale si trova una fontana per le abluzioni che ricalca il modello della Kaaba della Mecca. La struttura si estende per oltre 20.000 m² di superficie.
Le due cupole hanno diverse tipologie di decorazioni. In quella meridionale sono rintracciabili ancora tracce di ornamenti in stucco, mentre la cupola settentrionale è prevalentemente decorata da disegni integrati nella struttura, costituiti da mattoncini. I loro diversi gradi di rilievo e disposizioni creano una vasta gamma di disegni. Questo linguaggio decorativo manca nella cupola meridionale, costruita su una struttura preesistente. L’incongruenza tra vecchio e nuovo è evidente anche a livello strutturale, confrontando la massiccia struttura originaria, con pilastri doppi e archi a curvature diverse con la nuova concezione costruttiva, decisamente più leggera.
Come parte del processo di ricostruzione della moschea danneggiata, Nizam al-Mulk, visir di Abu al-Fath Malik Shah, ordinò nel 1086 la costruzione di una sala con cupola (avente lati di 15 metri e un’elevazione di 30 metri) nell’ala di sud-ovest. La cupola, rinforzata da nervature, poggia su muqarnas, a loro volta sostenuti da un muro portante e da otto pilastri, appartenenti alla vecchia moschea.
Commissionata da Taj al-Mulk (successore di Nizam e principale consigliere della madre di Malik Shah), la cupola di nord-est fu costruita nel 1088-9 per conto di Terken Khatun (moglie di Malik Shah e figlia del sultano Tamghach Khan). A causa della posizione distaccata della struttura dal resto del complesso è stato ipotizzato che l’area venisse utilizzata come spazio privato di preghiera, zona riservata alle donne o anche come biblioteca. Di dimensioni più contenute e collocata sullo stesso asse longitudinale della cupola meridionale, la cupola settentrionale poggia su piloni disposti a formare uno spazio quadrato, con una zona ottagonale di transizione sormontata da quattro volte. Al di sopra delle volte troviamo sedici archi (quattro per lato) che sostengono il tamburo della cupola. Quest’ultimo presenta alla base iscrizioni religiose. Dieci doppie nervature ascendono dal tamburo della cupola inscrivendo un pentagono. Questa componente architettonica è considerata dagli storici dell’architettura un tentativo di Taj al-Mulk di costruire una cupola più alta di quella del suo rivale Nizam al-Mulk, quella meridionale.
I quattro iwan non sono tutti di uguale importanza e tale fatto è reso evidente dalle loro diverse dimensioni, strutture e decorazioni. Gli iwan orientale e occidentale sono costruiti con tecniche analoghe e nello stesso periodo, presentano elementi architettonici tardo-safavidi. L’iwan meridionale è indubbiamente il più importante dei quattro. Al di sotto dell’iwan sono state trovate colonne e basamenti della moschea originaria. I muqarnas sono di epoca mongola mentre i mosaici sulle pareti e sui minareti sono del XV secolo.
Presso la sala del Sultano Uljeitu, accanto all’iwan occidentale, si trova il miḥrab di Uljeitu, del 1310. La costruzione presenta una complessa composizione in stucco costituita da iscrizioni tridimensionali che si fondono con intagli floreali e geometrici. Il miḥrab è costituito da un arco esterno all’interno del quale è inscritto un arco più piccolo, la cui altezza e profondità sono pari alla metà del primo.
La Sala d’inverno è un ambiente adiacente alla sala del Sultano Uljeitu ed è utilizzata nel periodo invernale, essendo particolarmente protetta; è illuminata da una tenue luce dal soffitto al centro delle volte. La sala venne costruita dai timuridi nel 1448.
Usciamo con negli occhi una serie infinita di immagini di una perfezione unica: ogni parte è di un’epoca diversa e di uno stile diverso, ma tutte sono un’esaltazione della bellezza della creazione artistica.

IMG_0965

IMG_0924

IMG_0930a

IMG_0931b

IMG_0939

IMG_0940

IMG_0945

IMG_0952

IMG_0956

IMG_0958

IMG_0963

IMG_0966

 

Ci spostiamo verso il quartiere armeno, per visitare la Cattedrale di Vank (Vank significa monastero in armeno) o “Cattedrale di San Salvatore d’Esfahan”, le cui pareti sono interamente decorate con dipinti ad olio.
Dopo la guerra tra la Persia safavide e l’Impero Ottomano nel periodo 1603-1605, gli armeni iniziano ad arrivare in Iran alla ricerca di una nuova vita nel regno del re safavide Shah Abbas I. Dal 1604, lo Shah Abbas attuò una politica di “terra bruciata” nella regione armena, per proteggere le sue frontiere nord-occidentali, con il reinsediamento forzato di circa 300.000 armeni in Iran. Molti vennero trasferiti nel quartiere chiamato Nuova Julfa, ad Esfahan. Migliaia di armeni morirono durante il viaggio. I sopravvissuti godettero di una grande libertà religiosa a Nuova Julfa. Al loro ingresso in Iran, i rifugiati armeni iniziarono la costruzione di chiese e monasteri. Gli armeni sono cristiani ortodossi e, ci ricorda Alì, sono monofisiti, cioè credono che Gesù abbia solo la natura divina e non quella umana. Ed ecco che nel 1606 nacque a Nuova Julfa il primo monastero che comprendeva una piccola chiesa, che venne poi ampliata e trasformata nella magnifica cattedrale di Vank, costruita circa 50 anni dopo e completata nel 1664. Include un campanile, costruito nel 1702, una tipografia fondata dal cardinale Khachatoor, una libreria inaugurata nel 1884 e un museo aperto nel 1905.
L’architettura dell’edificio è unica al mondo perché è una commistione tra l’arte safavide del XVII secolo e lo stile di alte arcate delle chiese cristiane. Gli armeni, ci racconta Alì, furono fin da subito autorizzati a costruire le loro chiese, purché assomigliassero a delle moschee, per non dare troppo nell’occhio. E infatti l’edificio ha una cupola simile a quella delle moschee, e secondo gli studiosi ha influenzato e ispirato la costruzione di molti altri luoghi di culto cristiani in Iran e in Mesopotamia.
Un’altra caratteristica coerente con la vita degli armeni in terra persiana è che, mentre in Armenia le chiese sono molto decorate all’esterno, qui sono pulite ed essenziali fuori e ricche di decorazioni dentro. L’interno è rivestito con grandi affreschi: La creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la morte di Abele, la nascita di Gesù, l’Ultima Cena, la Crocifissione e l’Ascensione. La cupola centrale verniciata delicatamente in blu e oro raffigura la storia biblica della creazione del mondo e dell’espulsione dell’uomo dall’Eden. Il soffitto sopra l’ingresso è dipinto con motivi floreali delicati nello stile di miniatura persiana. Due sezioni di dipinti murali corrono lungo le pareti interne: la sezione superiore raffigura gli eventi della vita di Gesù, mentre la sezione inferiore raffigura le torture inflitte ai martiri armeni da parte dell’Impero Ottomano.
In fondo al cortile e dinanzi alla cattedrale vi è un edificio che ospita la libreria e il museo. La libreria contiene più di 700 antichi manoscritti rari in armeno ed in lingue europee, risalenti al medioevo. Il museo di Vank ospita un’unica e inestimabile collezione di oggetti riguardanti la storia della cattedrale e della comunità armena di Esfahan, incluso l’Editto del 1606 di Shah Abbas I che decretò la fondazione di Nuova Julfa e proibì l’intromissione di qualsiasi persona negli affari della comunità armena.
Ci sono molte copie antiche dei Vangeli e della Bibbia, tra cui una bibbia di soli 7 grammi realizzata da miniaturisti armeni, secondo gli studiosi la più piccola che esiste al mondo. Poi costumi dell’era safavide, tappeti, dipinti europei acquistati dai mercanti armeni nei loro viaggi, arazzi, ricami ed altri oggetti del patrimonio artistico iraniano-armeno. C’è perfino una preghiera in armeno scritta su un capello, che si guarda (facendo la fila) al microscopio!
Il museo ospita anche una completa collezione di fotografie, mappe e documenti turchi inerenti al genocidio armeno del 1915, quello che tuttora la Turchia nega o minimizza.

IMG_0973

IMG_0978

IMG_0997

 

Passeggiando per il quartiere armeno, troviamo anche un bar che è dotato della macchina per fare il caffè espresso, che è una rarità in Iran, e lo fa anche buono. Finora è capitato di bere caffè a colazione o in altre occasioni, ma quasi sempre è caffè solubile. In Iran non c’è una grande cultura del caffè. Si beve molto più tè (chay) che caffè. Si dice che il caffè si beve ai funerali. Infatti, dire che si vuole bere il caffè di qualcuno è un’espressione idiomatica, significa che non si vede l’ora di andare al suo funerale.
Andiamo poi a pranzare in un locale del quartiere armeno che si chiama Partak e fa una pizza più che dignitosa. Ma perché? Perché la pizza, non ve lo sto neanche a dire, l’hanno inventata i persiani! Alla fine Franca tenta, con autoironica civetteria, di sedurre i pizzaioli e i camerieri, che sono tutti ragazzi giovani e di bell’aspetto e sembrano molto allenati a farsi fotografare. Si mettono in posa come modelli consumati.

IMG_0999

 

Il programma del pomeriggio prevede innanzitutto i mitici ponti di Esfahan, che sono un altro degli elementi caratteristici che rendono unica questa città. Certo che vederli con l’acqua però farebbe un altro effetto. Da anni ormai una diga ha deviato verso zone agricole il corso del fiume Zayandeh-Rud, che è quasi sempre in secca. Bisogna essere proprio fortunati per vedere il fiume scorrere in città, e noi non abbiamo questa fortuna. I ponti, ciononostante, mantengono intatta la bellezza delle loro architetture e, almeno in parte, la loro funzione sociale come luoghi di aggregazione dove, all’ombra dei padiglioni dipinti, si viene a chiacchierare, a sorseggiare il tè o a fumare il narghilè. Sono undici i ponti, in totale.
Il primo ponte che vediamo è il ponte Si-o-se Pol, il ponte dei 33 archi, capolavoro dell’architettura persiana costruito dallo Shah Abbas I in epoca safavide, all’inizio del XVII secolo. Aveva lo scopo principale di collegare la parte musulmana della città con il quartiere armeno. Lo stesso Shah Abbas aveva l’abitudine di sedersi sul ponte ad ammirare il panorama.
Poi il ponte Khaju, costruito da Shah Abbas II intorno al 1650, sulle fondamenta di un ponte vecchio preesistente. Serve sia come ponte che come diga e collega il quartiere Khaju, sulla riva nord, con il quartiere zoroastriano oltre il fiume. La struttura è stata originariamente decorata con piastrelle e dipinti, ed è stata utilizzata come sala da tè.
Il ponte Khaju ha 24 arcate, è lungo 110 metri e largo 12. Le iscrizioni suggeriscono che è stato restaurato nel 1873. È uno dei ponti che regola il flusso di acqua del fiume, tramite paratoie disposte sotto i suoi archi. Quando le paratoie sono chiuse, il livello dell’acqua dietro il ponte viene sollevato per facilitare l’irrigazione dei tanti giardini lungo il fiume.
Al livello superiore del ponte, il corridoio centrale è stato utilizzato da cavalli, carri e dai pedoni su entrambi i lati. I padiglioni ottagonali nel centro del ponte, sia in basso che ai lati, forniscono punti di osservazione per ammirare una vista notevole, o almeno così dev’essere quando c’è l’acqua. Il livello più basso del ponte può essere raggiunto dai pedoni e rimane un luogo ombreggiato e popolare per il relax.

IMG_1028

IMG_1031

IMG_1035

IMG_1038

 

Ci rimane ancora un’ultima perla di Esfahan da vedere: il padiglione Hasht Behesht (o degli Otto Paradisi), un’altra meraviglia safavide.
Consiste in due gruppi di quattro camere ottagonali, gli otto paradisi. Questi s’innestano attorno ad un ottagono centrale abbellito da una magnifica cupola a lanterna. Le stanze superiori e la lanterna conservano in parte i colori originali, sfarzosi e scintillanti, su tutti l’oro, il rosso e il blu cobalto. Il Padiglione del Piacere era inserito nel Giardino degli Usignoli, attraversato da canali che si intersecavano sotto il padiglione centrale. Anche qui la vegetazione, l’acqua e il cinguettio degli uccelli, uniti alla bellezza degli affreschi, anticipavano in terra le gioie del paradiso.

IMG_1042

IMG_1044

 

Dopo una breve pausa per una doccia e un riposino, il pomeriggio continua con un po’ di tempo libero, che possiamo sfruttare a piacimento. C’è chi, come Alberto e Silvana, sceglie di approfittare dei massaggi offerti dal nostro hotel, e c’è chi, come quasi tutto il resto del gruppo, si dedica ancora al coté commercial-culturale. E cosa si può acquistare, se non quello che c’è di più legato alla cultura persiana, quello che è persiano per antonomasia? A questo punto le possibilità sono sostanzialmente due: un gatto o un tappeto. Avrete già capito che propendiamo per la seconda ipotesi. Fondamentalmente quelli decisi all’acquisto sono Marco e (soprattutto) Ingela. Già, perché lui le ha già fatto un regalino, ma ora gli tocca quello vero. E affronta la prova con la consueta eleganza ed ironia, con tutti noi che fungiamo un po’ da gruppo di supporto psicologico per lui e un po’ da istigatori di Ingela, che peraltro non ne ha troppo bisogno.
Entriamo nel negozio di Majid Esmaili, il più noto e qualificato commerciante di tappeti di Esfahan, che con grazia e abilità ci fa da anfitrione e ci spiega, in sintesi, i segreti dell’arte della tessitura dei tappeti.
Prima di tutto bisogna distinguere tra tappeti e kilim. La differenza sostanziale è che i kilim non sono annodati, quindi hanno solo trama e ordito. Poi le due grandi categorie sono quelle dei tappeti dei nomadi e dei tappeti di città. Il disegno dei tappeti dei nomadi è realizzato a memoria, sulla base della fantasia del tessitore. Il telaio è orizzontale e i disegni sono al 99% geometrici. I kilim sono una prerogativa dei nomadi. I kilim più belli vengono dalla zona di Kerman, nel sudest. Ognuna delle tante tribù che compongono il mosaico iraniano ha un suo stile nel tessere tappeti. I tappeti di città, invece, hanno disegni più ricercati e contengono figure, come il cipresso, che è simbolo di lunga vita. Alcuni richiedono anche 18 mesi di lavoro. Quelli caratteristici di Esfahan sono solo in lana e seta, senza cotone. Tendenzialmente, un tappeto è tanto più bello quanto maggiore è il numero dei nodi: si può arrivare fino a 144 nodi.
La scelta è lunga e difficile, è anche un rituale che si perpetua nei secoli e che deve essere così. Richiede di vederne tanti, e di toccarne tanti, accarezzandone il vello tra un bicchiere di tè e l’altro. Per nostra fortuna Ingela è piuttosto decisa e Marco sufficientemente… rassegnato, anche se ovviamente hanno fissato un limite di spesa. Questi tappeti sono di una bellezza che personalmente non ho mai visto; non sono un grande esperto, ma avendo viaggiato abbastanza in Marocco per forza di cose tappeti ne ho visti, come anche in Turchia e in Palestina, ma nulla che si avvicini a questa perfezione. Io sono legato ai miei tappeti marocchini, ma più per il loro valore affettivo, perché mi ricordano un viaggio o perché mi sono stati regalati dalla mia “famiglia” marocchina e sono stati realizzati dalle donne di famiglia, come da tradizione berbera. Ma non divaghiamo. Questi sono oggettivamente di un altro livello, però non costano poco.
Fatta la faticosa scelta, si chiacchiera ancora un po’ con Majid e i suoi collaboratori, e mi sento chiedere come mai porto una sciarpa con i colori della Palestina. Non è proprio una kofiyah, che in questa stagione sarebbe impegnativa, ma un qualcosa di simile in versione ridotta. Mi sto accorgendo, in questi giorni, che devo rivedere le mie convinzioni sul sostegno che il popolo iraniano accorda alla causa palestinese. In effetti, non è la prima volta che mi chiedono di questa sciarpa, in tono non particolarmente benevolo. Ho capito, da quello che mi hanno detto, che in realtà la gente comune, in Iran, non è filopalestinese come si potrebbe pensare, un po’ perché i palestinesi sono a grande maggioranza sunniti e soprattutto perché la percezione è che il governo investa troppi soldi per finanziare la lotta dei palestinesi, con tutti i problemi economici che ci sono in Iran, specialmente adesso.

IMG_1054

 

Ci spostiamo in un altro negozio vicino, che vende tovaglie ricamate. Anche qui ci sono cose molto belle, a prezzi un po’ più abbordabili. E allora anch’io, che ero uscito con la ferma intenzione di guardare ma non comprare niente, mi lascio tentare e mi compro una tovaglia che adibirò alla funzione di copridivano.
Andiamo a cena in un locale frequentato da famiglie o gruppi di amici iraniani, soprattutto per feste e ricorrenze. Infatti c’è un gruppo che allieta la serata con un po’ di musica dal vivo, anche se il livello a dire il vero non è eccezionale, almeno per i miei gusti.
Anche stasera abbiamo mangiato veramente tanto, quindi usciamo con le migliori intenzioni di farci una bella passeggiata fino all’albergo. Peccato però che nel frattempo si è messo a piovere con una certa insistenza e la temperatura è scesa non poco, quindi quasi tutti preferiamo ripiegare su una corsa in taxi. A un certo punto, ci troviamo imbottigliati nell’ennesimo ingorgo e quindi il tassista fa un percorso alternativo, che si addentra in alcune strade secondarie. Incappiamo in qualcosa che sembra una festa di strada e che ci incuriosisce, ma purtroppo il tassista non ci sa dare delucidazioni in merito. Peccato, ma non avremmo comunque avuto tempo di fermarci, è meglio immagazzinare qualche ora di sonno perché domani ci aspetta un altro viaggio non breve fino a Kashan.

 

(Continua…)

In viaggio con Alì – 3

Capitolo 3: Yazd

Prima di me e di te notti e giorni molti son stati,
I giri grandi del cielo per qualche cosa son stati;
Dovunque poggi il piede, tu, sulla terra,
Quei grani di polvere pupille di belle fanciulle son stati.
(Omar Khayyam)

Domenica 8 aprile 2018

Partiamo verso nordest in direzione di Yazd, che è situata in un’oasi fra i deserti del Dasht-e Kavir e del Dasht-e Lut. Sono previste tra le cinque e le sei ore di viaggio.
Lungo il tragitto, la prima sosta è per visitare la prima capitale achemenide, Pasargade, che fu il centro del primo impero persiano durante il regno di Ciro il Grande, fondatore della dinastia.
Qui sorge anche la tomba di Ciro, che è il monumento più noto di Pasargade. Il sovrano venne sepolto qui dopo la sua morte, avvenuta nell’estate del 530 a.C.. Secondo diverse fonti letterarie circa due secoli dopo Alessandro il Grande ordinò un restauro della struttura. Gli archeologi non hanno tuttavia trovato tracce di questo restauro.
La parte inferiore è una piattaforma, alta 5 metri, la cui forma ricorda uno ziggurat mesopotamico. La parte superiore è divisa in due camere: una è la tomba reale, a pianta quadrata, l’altra è un attico. La funzione di questa seconda stanza è sconosciuta. La camera interna è larga 2 metri, alta 2 metri e lunga 3 metri. In passato conteneva un sarcofago d’oro, le armi del sovrano, i suoi gioielli e un mantello.
In passato la tomba era circondata da un portico. Questo era già crollato prima delle ricerche archeologiche, e molte sue pietre erano state riutilizzate per realizzare una recinzione nei pressi della tomba. Ciò che era rimasto del portico venne rimosso in seguito per creare un campo di atterraggio per elicotteri, costruito in occasione delle festività organizzate da Mohammad Reza Pahlavi per celebrare nel 1971 i 2500 anni della monarchia in Persia. Il portico in realtà era un’aggiunta risalente al primo quarto del XIII secolo.
Come altre strutture pre-islamiche la tomba era stata trasformata in moschea, e ribattezzata con un nome che la collegava a re Salomone: Qabr-e Madar-e Solaiman, ovvero la “moschea della madre di Salomone”.

IMG_0673
E qui Alì, anche questa volta in maniera molto appropriata, ci legge quello che dice il Cilindro di Ciro.
Nel 1879, durante gli scavi del tempio di Marduk, in Mesopotamia, fu scoperto un cilindro di argilla cotta di 22 cm. La sua iscrizione cuneiforme, di 45 righe, una volta decifrata, risultò essere una dichiarazione che garantiva la liberazione delle genti conquistate, emanata da Ciro II, conosciuto come Ciro il Grande, dopo la sua conquista di Babilonia.
Ciro attuò nel suo vasto impero caratterizzato da diverse lingue, fedi e culture una politica tollerante e liberale per quei tempi; permise tra l’altro agli Ebrei deportati a Babilonia, dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. ad opera del re babilonese Nabucodonosor, di rientrare in Palestina e di ricostruire il loro tempio. Per questo Ciro fu considerato dal profeta Isaia come un messia, consacrato dal Signore per una missione di liberazione del popolo ebraico e citato nell’Antico Testamento.
Il Cilindro di Ciro (539 a.C.) è oggi considerato come la prima carta dei diritti umani nella storia dell’umanità. Da Babilonia, l’idea dei diritti umani si diffuse rapidamente in India, in Grecia ed infine a Roma. Solamente più di mille anni dopo, la Magna Charta, documento siglato nel 1215 da re Giovanni d’Inghilterra, sancì nuovi diritti individuali.
Le clausole del Cilindro di Ciro, il cui originale è conservato al British Museum a Londra, e una copia del quale è esposta al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, nonostante siano state oggetto di alcune controversie sulla loro traduzione e interpretazione, sono riprese nei primi quattro articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nella voce di Alì si sente risuonare l’orgoglio persiano.
“Io sono Ciro, Re del mondo, grande Re, potente Re, Re di Babilonia, Re della Terra di Sumer e Akkad, Re dei quattro angoli della terra, figlio di Cambise, grande Re, Re di Anshan, nipote di Ciro, grande Re di Anshan, discendente di una infinita linea reale…
Quando io ben disposto entrai a Babilonia, fondai la mia residenza sovrana nel palazzo reale in mezzo a giubilo e felicità… Le mie numerose truppe marciarono pacificamente in mezzo a Babilonia. Non permisi a nessuno di impaurire la terra di Sumer e Akkad. Io li sollevai da un giogo non appropriato per loro.
Restaurai le loro dimore dilapidate. Misi fine alle loro sfortune… Da … alle città di Ashur, Sua, Eshnuna, le città di Zamabn, Meurnu, Der, fino alla regione lontana di Gutium, le città sacre oltre il Tigri, i cui santuari rimasero in rovina per un lungo periodo, gli dei la cui residenza è in mezzo a loro io riportai nei loro luoghi e alloggiai in santuari eterni. Io riunii insieme tutti i loro abitanti e li ristabilii nelle loro abitazioni…”
Appena ieri siamo stati tutti dariani, ma oggi come non diventare tutti ciriani, o ciristi, o cirini? Ragazzi, questi re persiani sono uno meglio dell’altro. Bisogna trovare un nuovo nome al partito, che metta insieme Dario e Ciro. Ci penseremo. Del resto, nella migliore tradizione della sinistra, come farsi mancare un cambio di nome? E se no, meglio ancora, ancora più coerentemente con la nostra storia, ci scindiamo: seguaci di Dario e seguaci di Ciro. Sempre meglio che Renzi e Bersani, con tutto il rispetto.
Comunque non siamo certamente i primi a volerci inventare discepoli di Ciro. Anche lo Shah voleva farsi costruire il mausoleo vicino al suo, c’è ancora il basamento.
Ripartiamo e c’è un’altra sorpresa per noi. Per aiutarci a passare meglio la prossima ora e mezza – due ore di viaggio, sullo schermo del pullman si proietta Persepolis, il capolavoro di animazione di Marjane Satrapi. Un film che racconta con grazia e levità, nella forma di un’autobiografia tenera e ironica, ma a tratti anche graffiante, trent’anni di storia dell’Iran, dalla caduta dello Shah fino a una decina di anni fa (è datato 2007). Personalmente deve essere la quarta volta che lo vedo, ma è talmente bello che non si può non guardarlo. Per chi non lo aveva mai visto è anche un utile riassunto che ha dentro anche alcune cose non proprio notissime, per esempio le illusioni della sinistra iraniana, che sia pure per poco ha creduto che la rivoluzione khomeinista potesse avere un lato positivo nel suo carattere anticapitalistico; quella sinistra che poi fu oggetto di una persecuzione peggiore di quella dello Shah. Alla fine in diversi hanno gli occhi lucidi, e non può essere altrimenti. È un peccato che gli iraniani non lo possano vedere, se non rivolgendosi a qualche “spacciatore” di film proibiti.

Il film, come è naturale, scatena altre domande. E una discussione tra noi, che cominciamo a fare il punto delle cose che abbiamo sentito dire in questi primi giorni dagli iraniani.
La repressione del dissenso è ancora così feroce come si vede nel film? Sì e no. È meno plateale. Per esempio, mi aspettavo un controllo poliziesco molto più presente, più percepibile. Invece, esercito, polizia o i guardiani della rivoluzione con le loro uniformi verde scuro raramente li abbiamo visti. Forse perché abbiamo girato soprattutto in zone dove c’è turismo, quel poco che c’è ora, e lì l’Iran non può permettersi di dare un’immagine negativa. Il regime, lo abbiamo già detto, cerca di concedere qualcosa di marginale per mantenere il controllo sulle cose che contano. Anche all’estero, dopo l’accordo sul nucleare, bisogna dare l’immagine di un sistema che sta cercando di riformarsi, sia pure gradualmente. Ma è la realtà? Abbiamo sentito parlare anche di gente che sparisce, tuttora. Il problema centrale, questo lo sanno un po’ tutti, è che Rouhani, ammesso che sia davvero un moderato, conta pochissimo, e il parlamento ancora meno. Nella Repubblica Islamica, il potere resta in mano agli ayatollah. Religione e politica sono difficilmente distinguibili.
Lo sappiamo cosa succede a chi viene beccato a bere, o con dell’alcol in casa. La prima volta, se confessa, sono 70 frustate, che dovrebbero essere date col Corano sottobraccio, in modo che il movimento del braccio sia limitato e il colpo più morbido. Ma se sei sfortunato puoi trovare una guardia in vena di sadismo, e allora, più o meno casualmente, il Corano può cadere. La seconda volta, altre 70. La terza volta si va in carcere, c’è un processo e non si sa cosa può succedere. La sharia è molto soggetta all’interpretazione. Su un piano puramente teorico, si rischia addirittura la condanna a morte. Frustate vengono inflitte anche per adulterio, e in generale per relazioni sessuali illecite. Occasionalmente, vengono ancora praticate amputazioni per furto. La lapidazione è stata abolita nel 2012, ma reintrodotta nel 2013 per le adultere, anche se da allora non sono trapelate notizie su pene effettivamente eseguite. Per altri reati, però, la pena di morte è ampiamente praticata, soprattutto per impiccagione. Secondo Nessuno tocchi Caino, sotto la presidenza Rouhani sono avvenute 2277 esecuzioni.
L’uso di droga, invece, ora è punito dalla legge civile ma non da quella religiosa e quindi è diventato più facile; il consumo di droghe è aumentato. Da sempre, l’oppio afgano passa per l’Iran. Quasi tutto passa soltanto, ma una piccola parte si ferma.
Altra contraddizione: L’omosessualità è reato, ma è consentito cambiare sesso, proprio con lo scopo di ridurre il “problema”. C’è addirittura un contributo statale, per chi lo fa.
Che cosa è cambiato, allora, in questi anni? Qualcuno ci ha detto che nei primi anni della rivoluzione, se non altro, non c’era corruzione, ma ora, e da più di 20 anni, su questo fronte va sempre peggio. È anche vero che è difficile trovare un paese del mondo dove la gente comune non si lamenti della corruzione dei politici.
E come è messa l’opposizione al regime, se esiste? Male. Non ha un programma e non ha leader. Kharroubi e Moussavi, i leader del movimento verde del 2009, sono ancora agli arresti domiciliari.
In questa situazione, è più che normale che le persone cerchino di andare all’estero, ma non è certo facile. Non tanto perché l’Iran non lasci uscire, ma perché i paesi occidentali concedono il visto con molta difficoltà. Gli iraniani sono ancora i cittadini di uno stato canaglia. Del resto, anche dopo l’accordo sul nucleare, che ora l’amministrazione Trump pare decisa a stracciare, non tutte le sanzioni sono state tolte, soprattutto dagli USA. Anche per avere un visto turistico, le ambasciate straniere chiedono infiniti documenti e prove che la persona abbia disponibilità economiche e quindi non voglia emigrare.

Ci distoglie dalle discussioni l’arrivo all’autogrill, dove ci fermiamo per un pranzo veloce. Il cibo magari non è eccezionale, ma è comunque passabile; in compenso, c’è un’altra cameriera con dei bellissimi occhi.

IMG_0673a

Raggiungiamo Abarkuh, che è la seconda tappa della giornata. Prima di tutto vediamo un cipresso storico, che ha più di 4000 anni ed è monumento naturale nazionale dal 2003. È alto 25 metri, con un tronco di diametro circa 3 metri e una chioma larga 14 metri. È considerato la creatura più vecchia sulla terra; secondo alcuni studiosi, potrebbe essere stato piantato da Iafet, il figlio di Noè. Anche qui, naturalmente, la lettura in chiave religiosa non può mancare. Il cartello turistico a firma del Dipartimento per l’Ambiente della Provincia di Yazd recita in inglese: “Gli alberi antichi sono una manifestazione della gloria di Dio nella creazione dell’universo, perciò trattateli con rispetto”. Anche qui le immancabili famiglie che fanno pic-nic.

IMG_674b

IMG_674c

 

Ma (almeno per me) la vera perla di Abarkuh è palazzo Aghazadeh. Questa dimora nobiliare costruita in epoca Qajar, con la sua torre del vento principale alta 18 metri, è veramente un’icona dell’architettura persiana, al punto da essere raffigurata sulla banconota da 20.000 Rial. Nella torre ci sono 19 prese d’aria, che sono internamente connesse a una seconda torre del vento. Questo sistema è in grado di funzionare anche in assenza di vento e, a differenza della maggior parte delle altre torri del vento, è una struttura a due piani.
L’ala nord, a forma di croce, si affaccia su un patio centrale con una grande vasca in pietra. Il palazzo è diviso in tre parti, che davano modo a chi vi risiedeva di vivere in un’ala diversa a seconda della stagione. Il pergolato è decorato a muqarnas. Ma la cosa più bella, forse, è andare sul tetto e lasciare lo sguardo spaziare tra tutte le altre torri del vento, i tetti, le piccole cupole e i terrazzi. Tutto è costruito in mattoni crudi e tutto ha il colore della sabbia del deserto.
Un’altra caratteristica delle antiche città persiane, visibile anche qui, è quella dei qanat. I qanat sono una rete di canali sotterranei in lieve pendenza e di cunicoli verticali simili a pozzi. In questo modo si attinge a una falda acquifera in maniera da trasportare efficientemente l’acqua in superficie senza necessità di pompaggio. L’acqua fluisce per effetto della gravità, poiché la destinazione è più bassa rispetto all’origine. Questa tecnica consente di trasportare l’acqua a grande distanza in zone dal clima caldo e secco senza perderne una grande quantità a causa dell’evaporazione. In Iran ci sono 200.000 km di qanat, costruiti fin dal periodo achemenide.

IMG_677

IMG_0684

IMG_0685

IMG_0674

 

Ripartiamo e, dopo altri chilometri di deserto e di splendide montagne, raggiungiamo Yazd nel tardo pomeriggio.
La città sorge a 1.216 m s.l.m. e ha circa 400.000 abitanti. Yazd è la più secca fra le principali città iraniane, con una media annuale delle precipitazioni di 60 mm, ed è anche la più calda fra le città a nord del Golfo Persico, con temperature estive che superano frequentemente e abbondantemente i 40°C senza umidità.
Vanta 3.000 anni di storia, in quanto risale al tempo dell’impero medo, quando era nota come Ysatis (o Issatis). L’attuale nome della città potrebbe derivare da Yazdgard I, un re sasanide. La città era già un centro zoroastriano in epoca sasanide. Dopo la Conquista islamica della Persia, molti zoroastriani delle province circostanti trovarono rifugio a Yazd. La città rimase zoroastriana anche dopo la conquista dietro il pagamento di un tributo e solo gradualmente l’Islam divenne la principale religione della città.
Ancora oggi, infatti, dei 300.000 zoroastriani nel mondo, 20.000 vivono in Iran e di questi 12.000 a Yazd; gli altri vivono soprattutto in India.

IMG_0693IMG_0710

 

Noi ci sistemiamo al Khaneh Se Nik Hotel, che è una casa tradizionale vecchia di 200 anni con un bellissimo cortile dove si può prendere il fresco ai bordi di una vasca d’acqua tra due aiuole fiorite. La chiave che ci danno è quella di un lucchetto che chiude il portone di legno della camera. Per raggiungere alcune camere (compresa la mia) bisogna fare un po’ un’arrampicata, ma ne vale davvero la pena. Rispetto all’ecomostro di Shiraz, veramente un salto di qualità.
Ceniamo in un “Tourist Restaurant” nelle vicinanze. Il fatto che il locale abbia un’insegna così lascia presagire che l’atmosfera non sarà il suo forte, e infatti è un po’ freddina, ma il cosciotto di agnello (mi perdonino le vegetariane del gruppo) ha un suo perché. Poi facciamo due passi e torniamo in albergo, dove con un gruppetto ci fermiamo ancora un po’ a chiacchierare e a goderci il cortile (anche perché le pareti sono così spesse che in quasi tutte le camere la rete wi-fi non prende…). A tarda sera, Alì si fa ancora massaggiare da Alberto su un divano ai bordi della vasca.

IMG_0714

 

Lunedì 9 aprile 2018

La visita della città comincia dalla moschea Jameh, o moschea congregazionale, o moschea del venerdì. Tutte le comunità di più di 5000 persone, in Iran, devono averne una. Ma questa è davvero spettacolare, con i suoi altissimi minareti gemelli.
La moschea, del XII secolo, è stata costruita sotto Ala’oddoleh Garshasb della dinastia Al-e Bouyeh (Bouayhidi) e in gran parte ricostruita tra il 1324 e il 1365.
La moschea è un bell’esempio di stile azero di architettura persiana. I suoi minareti sono i più alti in Iran, e sono stati costruiti successivamente, nel periodo safavide (1600); misurano 52 metri di altezza e 6 metri di diametro. La facciata del portale è decorata da cima a fondo di piastrelle di una brillantezza abbagliante, prevalentemente di colore blu. All’interno c’è un lungo cortile porticato dove, dietro un Iwan infossato a sud-est, vi è una camera santuario (Shabestan). Questa camera, sotto una cupola in maiolica, è squisitamente decorata con maioliche a mosaico. Bellissimo anche l’alto miḥrab, datato 1365 e decorato a muqarnas. Al fondo della sala ci sono delle poltroncine messe lì per le persone che per motivi fisici non riescono a inginocchiarsi in adorazione, che così possono pregare sedute appoggiando la fronte, con la pietra, su un banchetto. Un anziano mullah parla al telefonino.
Le eleganti decorazioni in mattoni lavorati e le tessere di mosaico recanti caratteri cufici angolari creano un senso di bellezza. Su due piastrelle a forma di stella, il nome del costruttore e l’anno di costruzione della sala di preghiera. Sotto gli archi sono scritti i 99 appellativi di Dio; sui muri, tra i motivi geometrici, come sempre i nomi di Alì e Allah.

IMG_0724

IMG_0725

IMG_0728

IMG_0732

 

Davanti alla moschea, c’è un negozio di abbigliamento gestito da un profugo afgano che ha parecchia roba, con bei colori e belle fantasie. Qualche signora si fa tentare dallo shopping, anche per rimpinguare un po’ il guardaroba “islamico”, quello a prova di ayatollah che le donne del gruppo devono per forza indossare in questi giorni. Stanno imparando dalle donne iraniane che, giocando sapientemente sui colori e sugli abbinamenti, si può essere “cool” anche rispettando il rigido codice di abbigliamento imposto dal regime. Azar Nafisi racconta che, nei primi anni della rivoluzione, l’ossessione per il velo l’aveva indotta a comprare un’ampia veste nera che la copriva fino alle caviglie, e lei era arrivata a fingere che quando portava la veste tutto il suo corpo si dissolvesse: restava solo la stoffa con la sua forma, che andava in giro guidata da una forza invisibile. Ora i tempi sono cambiati; si vedono ancora donne che scelgono di annullarsi in questo modo, ma tante altre invece, approfittando anche del clima un po’ più permissivo, adottano una strategia di sopravvivenza diversa.

IMG_0735a

IMG_0736

IMG_0753

 

Ci addentriamo nella città vecchia di Yazd, dove tutte le case sono costruite in mattoni crudi di fango e paglia, color del deserto, e dove le torri del vento sono una miriade. Un’altra caratteristica di molte antiche case iraniane, che è particolarmente presente qui a Yazd, è che sulle porte di sono due batacchi di forma diversa: uno ad anello per le donne e uno più pesante e di forma allungata per gli uomini. Questo serviva per riconoscere dal suono chi stesse bussando, in modo che una donna non andasse ad aprire se era un uomo a bussare o che le donne si coprissero se stava per entrare un uomo. È divertente vedere come parecchie donne iraniane si facciano fotografare nell’atto di bussare con il batacchio da uomo; una specie di piccola ironica sfida, una simbolica trasgressione che evidentemente hanno voglia di concedersi. Stiamo vedendo che in questi piccoli gesti le donne, soprattutto le giovani, cercano di trasgredire appena possono.
Passiamo da una piazza dove è in bella mostra un oggetto che non potremmo riconoscere senza il fondamentale aiuto di Alì: è la palma (o cipresso) di Hosein. In farsi si chiama Nakhl, che significa palma, ma la sua forma ricorda quella di un cipresso. È una struttura di legno che simboleggia la bara di Hosein e che viene portata in processione nel giorno dell’Ashura, ricordando la sua morte e il suo funerale, in quella che è la celebrazione più sentita dagli sciiti. Si chiama palma perché si narra che il corpo di Hosein riposò all’ombra di una palma, o che fu trasportato in una bara fatta con rami di palma. Può essere di piccole dimensioni, nei piccoli villaggi dove può essere portata anche da due persone, o una grande struttura come questa, trasportata da decine o addirittura centinaia di persone. Alì ci racconta che quel giorno, in Iran, nessuno cucina a casa, ma tutti escono e, partecipando alla processione, mangiano cibo di strada preparato appositamente per la celebrazione. È un giorno di grande dolore collettivo, in cui si commemora un lutto, ma anche una grande festa popolare.

IMG_0742

IMG_0754

IMG_0751

IMG_0744

 

Una visita a un laboratorio di tessitura, e poi è il momento di una sosta per un tè, che serve anche per sfuggire un attimo alla calura, che oggi si fa sentire. La sala da tè, ricavata anche questa in un antico palazzo, ha un piacevolissimo giardino con l’immancabile vasca, che qui si riempie anche di petali di fiori. Incontriamo un bel gruppo di donne, molto allegre e che come sempre hanno voglia di chiacchierare e fare foto con noi. Scopriamo che una ha perfino un cugino a Torino, ma soprattutto è bello vederle qui insieme a rilassarsi, ridere e non preoccuparsi se a un certo punto cade il velo. Vorremmo che si potesse interpretare come un piccolo segnale di distensione (Ah, quella a sinistra nella foto è la nostra Franca, ma ormai con il cuore è un po’ iraniana anche lei).

gina

IMG_0757

 

Visitiamo anche un laboratorio di ceramica, un’altra forma di artigianato per cui Yazd va famosa, insieme alla lavorazione dei tessuti. Qui la sosta un po’ si prolunga, perché possiamo vedere un maestro vasaio al lavoro e perché la scelta di piastrelle, vasi, tazze, tazzine e quant’altro è vasta, ci vuole il suo tempo. Per cui, quando usciamo, ormai è ora di pranzo.
Ci facciamo un pranzo a buffet in un bel locale tipico. Il menù prevede tante specialità: le solite ottime melanzane, ma anche una zuppa di Yazd a base di lenticchie, e carne di cammello (dromedario, per essere precisi). Per me è la prima volta, devo dire che non è male. Per finire gelato alla crema e dolcetti di pasta di mandorle e acqua di rose.

IMG_0757c

IMG_0757d

 

Dopo pranzo ripartiamo verso un altro sito archeologico importante: le Torri del Silenzio.
Le torri del silenzio sono delle strutture relative al culto zoroastriano poste su due colline a sud della città. Esse sono state utilizzate per secoli per la distruzione dei corpi dei defunti da parte degli uccelli, dato che la religione zoroastriana imponeva di non contaminare la terra con i corpi dei defunti, ritenuti impuri. Consistono di due torri con degli alti muri, al cui interno i cadaveri venivano riposti e lasciati decomporre, con l’aiuto degli avvoltoi.
Le torri vennero utilizzate sino agli anni ‘70 del XX secolo, quando il governo iraniano ne impose la chiusura e la modifica del culto.
Lo Zoroastrismo, forse bisogna precisarlo, è la religione sviluppatasi durante l’Impero persiano achemenide nel VII-VI secolo a.C. ad opera di un sacerdote di nome Zarathustra (Zoroastro per i greci). Zarathustra nacque però, secondo i testi sacri zoroastriani, molto prima, nel 1767 a.C., e morì ucciso da invasori all’interno di un tempio.
Lo zoroastrismo, presente essenzialmente nella corte e nell’aristocrazia persiana, oltre che nella classe sacerdotale durante il periodo achemenide e quello sasanide, cedette il posto all’Islam, portato dai conquistatori arabo-musulmani tra il VII e l’VIII secolo, ma sopravvive ancor oggi in Iran e in piccole comunità dell’India, dette parsi.
Le torri sono impalcature di legno e argilla, che sostengono una piattaforma esposta ai venti. Servivano per l’eliminazione dei cadaveri, che venivano esposti agli elementi atmosferici e divorati dagli uccelli rapaci. La piattaforma ha una circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, tre cerchi concentrici, e al suo centro un’apertura. Le ossa rimanenti venivano gettate dentro il pozzo fino a riempirlo completamente. I cadaveri venivano disposti da speciali addetti, i Nāsāsālar (letteralmente, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”), gli unici che avevano la facoltà di toccare i morti: gli uomini venivano sistemati nel cerchio esterno, le donne in quello mediano e i bambini in quello più interno. Alì ci spiega tutto questo prima di salire verso la torre, disegnando dei cerchi sulla sabbia con un bastoncino. Ci racconta che in India le torri del silenzio avevano anche un quarto cerchio per i neonati, ma qui no. Il cerchio è un elemento simbolico fondamentale nello zoroastrismo, perché rappresenta il patto con Dio: lo avevamo già visto nei rilievi delle tombe reali, dove il re riceveva un anello dalle mani del dio Ahura Mazda. Simbolicamente, il cerchio significa anche che tutto ciò che facciamo segue un percorso circolare: se facciamo del bene, riceviamo bene; se facciamo del male, riceviamo male. Così parlò Zarathustra.
Nello zoroastrismo il cadavere è considerato impuro perché appena dopo la morte viene invaso da demoni e spiriti, che rischiano di contaminare non soltanto gli uomini retti, ma anche gli elementi. Non si seppellivano i morti perché la terra è sacra. Anche Il fuoco è sacro, e pertanto non può essere contaminato, rendendo impossibile il ricorso alla cremazione; né tantomeno si gettavano i morti nelle acque, perché anch’esse sacre.
Saliamo fino alla torre. Alì, con la sua gamba malridotta, non se la sente di accompagnarci. Oggi non c’è molto vento, ma il posto è comunque suggestivo. Da quassù, se non fosse che vediamo in lontananza le ultime propaggini della città, potremmo pensare di essere ritornati indietro di più di duemila anni. Sembra quasi di sentire gli avvoltoi volteggiare sulle nostre teste… meglio tornare giù per non farsi suggestionare troppo.

IMG_0763

IMG_0767

IMG_0769

Pausa

 

Tornando in città, il percorso nello zoroastrismo continua con la visita al Tempio del Fuoco zoroastriano. Alberto ha già affermato, tra il serio e il faceto, di volersi convertire allo zoroastrismo, e ha chiesto delucidazioni ad Alì per capire se e come sia possibile. Pare che non ci siano particolari fattori ostativi, in teoria. Lo zoroastrismo è tuttora esistente e tollerato nella Repubblica Islamica. Però, nella pratica, non si può diventare zoroastriani, si può solo nascere zoroastriani. Un musulmano che volesse diventare zoroastriano potrebbe essere accusato di apostasia, e non è mai bello da queste parti. Per uno straniero non musulmano il problema non si dovrebbe porre, ma insomma… la vedo un po’ dura. Certo che il motto zoroastriano che si riassume in “Pensare bene, parlare bene, agire bene” non può che essere condivisibile.
Sulla facciata del tempio, costruito nel 1934, nell’epoca laica e tollerante di Reza Shah, campeggia l’uomo alato, simbolo dello zoroastrismo. L’uomo alato tiene un anello nella mano sinistra, a significare che per progredire nella vita bisogna mantenere ciò che si promette, e la destra verso l’alto, in segno di preghiera e venerazione.
All’interno del tempio è conservato il fuoco sacro, o “fuoco vittorioso”, datato 470 d.C. Si tratta di uno dei nove Templi del Fuoco (Atash Behram) esistenti; gli altri otto sono in India. Nel 1960 è stato aperto ai visitatori non zoroastriani.
Il fuoco, nella religione zoroastriana, è la manifestazione di Ahura Mazda. Il fuoco sacro del tempio sarebbe stato originariamente avviato dallo Shah sasanide nel tempio del fuoco Pars Karyan nel Fars meridionale. Da lì sarebbe stato trasferito varie volte, e infine consacrato nel nuovo tempio nel 1934.
Il tempio del fuoco è stato costruito in stile architettonico achemenide in muratura di mattoni con uno stile predisposto dagli architetti di Bombay. È simile nel design ai templi Atash Behram in India. L’edificio è circondato da un giardino con alberi da frutto. Il sacro fuoco è installato nel tempio dietro una recinzione di vetro ambrato colorato. Solo gli zoroastriani sono autorizzati a passare alla zona sacra del fuoco. I non-zoroastriani, come noi, possono vederlo solo dall’esterno della camera di vetro.
Nel tempio, al quale è annesso un piccolo museo, ci devono essere anche degli zoroastriani, ma facciamo fatica a riconoscerli. Sappiamo solo che spesso si vestono di bianco, perché il bianco rappresenta pulizia, austerità e modestia.

IMG_0775

IMG_0777.JPG

 

Ci spostiamo nella splendida piazza Amir Chakhmagh, con una moschea in stile azero ad un solo iwan. Il complesso Amir Chakhmagh contiene anche un caravanserraglio, un tekyeh (dove si preparano le celebrazioni dell’Ashura), uno stabilimento termale, un antico pozzo e una pasticceria.
La piazza prende il nome da Amir Jalaleddin Chakhmagh, un governatore di Yazd durante la dinastia timuride (XV secolo). L’importante struttura ha tre piani ed una elaborata facciata simmetrica a nicchie e ad arco. È la più grande struttura in Iran. Nel centro vi sono due minareti altissimi. Solo il primo piano sopra il livello del suolo è accessibile.
Passeggiando sulla piazza, incontriamo Taraniyeh e il suo papà. Taraniyeh ha 7 anni ed è battriana, viene cioè da una regione situata nell’attuale nord dell’Afghanistan che anticamente faceva parte dell’impero persiano. Regione di cui indossa un costume tipico, per farsi fare le foto e rendere ancora più orgoglioso il suo papà, anche se lei sembra poco convinta.

IMG_0790

 

E nei dintorni della piazza c’è anche il posto dove abbiamo il prossimo appuntamento in programma: Zurkhaneh, la casa della forza.
È la “palestra” in cui si pratica l’attività sportiva tradizionale iraniana, un mix di allenamento fisico e purificazione spirituale. Con qualche aggiustamento, questa tradizione nata (pare) nell’Iran preislamico sopravvive ancora oggi, rigorosamente solo per uomini. La tradizione narra che con la caduta dell’impero persiano per mano degli arabi, i guerrieri e gli atleti persiani non potessero più praticare sport all’aria aperta. Decisero quindi di continuare gli allenamenti in case private, per poi spostarsi in strutture simili a quelle odierne, tra il ritrovo clandestino e la palestra.
La struttura della palestra è essenzialmente sempre la stessa da secoli. Si tratta di un’ampia sala a cui si accede da una porta piuttosto bassa, che costringe a chinare il capo in segno di rispetto. Al centro della sala c’è una zona più bassa, con il pavimento di legno, a cui hanno accesso gli atleti. Attorno alla “pedana” c’è un angolo per gli attrezzi ginnici, una zona dedicata agli spettatori, e un cabinotto per il moršed, la guida.
Il moršed è quello che, a vederlo, si potrebbe confondere con un deejay/vocalist: suona e canta in quella che sembra la cabina di un deejay… In realtà questa persona scandisce il tempo dell’allenamento suonando incessantemente il tamburo, e accompagna lo sforzo degli atleti recitando versi religiosi o dei grandi classici persiani.
La mise degli atleti si è adeguata ai tempi. Una volta gli uomini si spogliavano simbolicamente del loro status sociale e indossavano solo dei “parei” che coprivano i fianchi e giravano tra le gambe: oggi sfoggiano bermuda lunghi al ginocchio e maglietta, visto che tra il pubblico sono ammesse anche donne. In vita hanno delle grosse cinture di cuoio per dare supporto alla schiena, i piedi sono scalzi.
L’inizio dell’allenamento è molto simile alla fase di riscaldamento di tanti sport occidentali; gli attrezzi che vengono sollevati e roteati, invece, sono piuttosto peculiari. Ci sono i sang, delle grosse tavole di legno con una maniglia per sollevarle. Ci sono i mils, che vengono roteati sopra la testa e dietro le spalle, che sembrano dei grossi birilloni ma arrivano a pesare fino a 30 chili. E poi i kabbāda, delle catene di metallo con dei dischi, che venivano usate anticamente per allenarsi a tirare con l’arco. L’allenamento si concludeva con una specie di lotta, oggi non più praticata. Così gli atleti si sfidano a piroette, roteando come i dervisci. Tra loro, anche un bambino che può avere cinque anni, vestito di tutto punto ma molto spaesato, per cui mi veniva voglia di chiamare il Telefono Azzurro iraniano, ammesso che esista.
Questo spettacolo ci era stato segnalato fin dalla riunione pre-viaggio, mettendoci sull’avviso che ci poteva essere, come dire, un certo… odore di maschio. In effetti è così, i ragazzi sudano e si sente, ma non è neanche questo il problema. È che, almeno personalmente, non ci ho visto grande spiritualità, anche se non tutti nel gruppo la pensavano così. E se non c’è quello, come spettacolo atletico obiettivamente non vale molto. Alcuni degli “atleti” hanno veramente un fisico imbarazzante.

IMG_0802

 

Ma per fortuna, Yazd è famosa anche per i suoi dolci. E così ci possiamo consolare facendo incetta di Baghlava e altre prelibatezze nella migliore pasticceria della città, segnalataci da Alì.
Per cena, andiamo al Fazeli Hotel, nella piazza dove si trova la palma di Hosein. Una bella grigliata mista e melanzane del mar Caspio con pomodoro e aglio. Dopo di che, ci vorrebbe una bella passeggiata digestiva, ma il nostro hotel è piuttosto lontano e la serata si è fatta molto fresca e ventilata. Qui, essendo vicino al deserto, c’è una forte escursione termica tra il giorno e la sera. Così preferiamo rientrare in taxi, non senza aver dato un ultimo sguardo ai minareti della moschea Jameh, proiettati verso il cielo e illuminati di azzurro. Domani mattina si riparte, stavolta in direzione Esfahan.

IMG_0807

 

(Continua…)

In Viaggio con Alì – 2

 

Capitolo 2: Shiraz e Persepoli

Quant’è bella Shiraz, al mondo non ha pari!

Preservala, mio Dio, da tutte le sciagure!

Scorra, scorra per sempre questo ruscello nostro,

che fa, con le sue acque, senza fine la vita.

Fra i sereni abitati e le liete radure

uno zefiro fresco che dell’ambra ha il profumo.

Vieni a Shiraz, tra la sua gente cerca,

così perfetta, grazie celestiali.

(Hafez. Divan, 274)

Venerdì 6 aprile 2018

Colazione presto e veloce questa mattina, dobbiamo prendere il volo per Shiraz alle 9.30.

Attraversiamo Teheran che si è appena svegliata verso l’aeroporto di Mehrabad, quello dei voli interni. Lungo il percorso, abbiamo l’opportunità di fermarci un minuto a scattare qualche foto alla Torre Azadì, la Torre della Libertà, uno dei monumenti simbolo della capitale. Questa imponente costruzione in marmo bianco è stata edificata nel 1971 su progetto di un architetto appartenente alla minoranza religiosa bahai, Hossein Amanat. Amanat fu poi condannato all’esilio dopo la rivoluzione perché negli anni ’70 i bahai erano troppo vicini allo Shah e perché l’Islam non ammette altri profeti dopo Maometto, quindi la religione dei bahai è considerata eresia. La torre oggi è un centro culturale. Alì la smitizza un po’ raccontandoci che, per la sua forma a Y rovesciata, è stata paragonata alle gambe di Farah Diba, l’ultima moglie dello Shah, che erano, sembra, un po’ storte.

IMG_0551

IMG_0552

La compagnia è ancora la Mahan Air, la stessa del volo da Milano. Si parte alle 9.30 in perfetto orario, ma dopo pochi minuti cominciamo a sentire rumori sinistri e un po’ inquietanti. Soprattutto, un fischio continuo e decisamente più forte di quello che siamo abituati a sentire nelle fasi di decollo. Io sono seduto vicino a Marco e a Daria, che ho appena scoperto essere… la seconda moglie di Marco! Sentivo tra loro una confidenza che mi pareva eccessiva per essere due persone che si conoscono da due giorni; ho già detto che i gruppi dei viaggi della radio sono speciali per il senso di comunità che si crea fin da subito, ma così era troppo anche tenendo conto di questo… ora mi torna tutto un po’ di più. Effettivamente sono amici da ben prima di questo viaggio, al punto che lei, in circostanze che non mi sono state del tutto chiarite ma che non intendo indagare, è stata nominata seconda moglie. Be’, Daria, che è seduta tra me, che ho il posto finestrino, e Marco, che ha il corridoio, è fin da subito molto infastidita da questo suono. Io cerco di minimizzare, per tranquillizzare lei e me stesso. È vero che non è proprio una roba normale, ma siamo su un volo interno, l’aereo non è nuovissimo… dopo una ventina di minuti dal decollo, però, scopriamo che aveva ragione lei: non era per niente normale. C’è una grande virata, di cui lì per lì non capiamo la motivazione, e si torna indietro. In realtà c’è stato l’annuncio, anche in inglese, ma eravamo distratti per colpa mia (o forse merito mio, a conti fatti è stato forse meglio così), che stavo raccontando a Daria del mio blog. Ce ne rendiamo conto quando ci abbassiamo per l’atterraggio decisamente troppo presto e su una città così grande che non può essere che Teheran. Ora è chiaro a tutti, c’è un problema.
La mente va a quando, scoperto che c’era in programma un volo interno e ricordando che un paio di mesi fa proprio un volo interno di una compagnia iraniana è caduto, ero andato a verificare di che compagnia si trattava. Non era la Mahan, il che al momento mi era sembrata una buona notizia ma ora, se si ragiona sulla statistica, forse non lo è più. Per fortuna c’è Franca, che ci informa che ha fatto una specie di rito sciamanico con il quale si è messa in contatto con il suo spirito guida, il quale l’ha rassicurata: non è giunto il suo momento. “Ragazzi, è tutto a posto” – afferma sicura – “Finché siete con me non avete nulla da temere”. Noi abbiamo, lo giuro, il massimo rispetto possibile per il suo spirito guida, ma il gretto razionalista che è in me si rifiuta di prenderla come una certezza assoluta… fatto sta che, ormai lo avete capito perché se no non stareste leggendo questo diario, o avreste bisogno di un medium per farlo, l’atterraggio va a buon fine. Va detto che Franca ha una lunga frequentazione con l’Africa e gli africani, e ha fatto qualcosa tipo un corso per diventare sciamana, mi perdonerà se le parole non sono esatte. Tra l’altro, lei è la compagna di stanza di Daria, e non mi posso dilungare ma vi assicuro che la coppia formatasi per caso è davvero ben assortita. Comunque, così sono i gruppi di Radio Popolare, e questo in particolare.
Ci dicono che dobbiamo restare seduti, in attesa che si decida se l’aereo può essere riparato e ripartire o dobbiamo cambiare aereo. Tutti a questo punto saremmo più per la seconda ipotesi, e infatti così finisce. Un altro annuncio ci informa, porgendoci le sentite scuse della compagnia per il disagio, che a breve ripartiremo, ma su un altro aeromobile.
Prima di scendere, però, c’è un ultimo colpo di teatro. Il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e si dirige verso di noi, che siamo un po’ sparsi ma il grosso è nella parte centrale dell’aereo. Forse perché siamo il solo gruppo di stranieri, ha deciso di spiegarci un po’ meglio quello che è successo. Inizia in inglese parlando di un problema idraulico. Spiega che non abbiamo corso nessun pericolo reale, è solo una questione di procedure di sicurezza: se a un certo punto un sistema non funziona e sei ancora in condizioni di tornare all’aeroporto di partenza, devi tornare, anche se i sistemi di comando e di sicurezza sono tutti ridondanti e quindi avremmo potuto comunque portare a termine il volo. Il rumore che sentivamo era dovuto al fatto che, con questo sistema idraulico automatico che non funziona, entra più aria nel carrello. Per essere sicuro che tutti capiscano, ripete più o meno lo stesso discorso in spagnolo, lingua che padroneggia bene e che gli sembra più comprensibile da parte di noi latini. È molto gentile, probabilmente sta facendo qualcosa che va anche al di là di quello che gli è richiesto dalla sua professione. Oltretutto è anche belloccio, ha (a detta della componente femminile del gruppo) un sorriso che conquista, è spiritoso, e quindi in breve tempo diventa un idolo. Per cui un po’ ci dispiace quando, alla fine, annuncia con l’ennesimo sorriso che ora tornerà a casa a dormire, perché se decollasse di nuovo supererebbe il numero massimo di ore di lavoro che può fare secondo le regole dell’aviazione civile. Molti (soprattutto molte) avrebbero voluto a questo punto fare l’altro volo con lui ai comandi, ma non si può.
Dopo un’attesa tutto sommato breve, poco più di mezz’ora, con un pullmino ci trasferiamo e saliamo sull’altro aereo. Il decollo, dopo questa esperienza, diventa un momento un po’ più critico del normale e così Daria, per tenerci tranquilli, dà la mano a me e a Marco (mettiamola così)… in realtà è più che altro un gioco, ma in questi casi tutto serve. La hostess, passando, vede che ci teniamo tutti e tre per mano e sorride. Loro sono del mestiere, ma non devono essere situazioni troppo piacevoli neanche per loro, che poi non hanno nemmeno la tranquillità che abbiamo noi, che sappiamo che lo spirito guida di Franca ci protegge…
Il volo stavolta scivola via senza problemi e senza rumori inquietanti e, sia pure ormai in forte ritardo, atterriamo al piccolo aeroporto di Shiraz.

Aereo Alberto
Qui ci viene a prendere il nostro nuovo pullman, che è giallo come il primo. Abbiamo però due nuovi autisti, che ci portano subito al nostro albergo, l’hotel Chamran, che è un grattacielo ultramoderno di 24 piani alla periferia della città. Onestamente, è un po’ un ecomostro, ma per una volta ci possiamo adattare. Se non altro, c’è un ascensore panoramico, che può essere sempre un’esperienza. Abbiamo solo il tempo di prendere possesso delle camere, poi dobbiamo uscire per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto. Il programma delle cose da vedere e da fare qui, come in tutto il viaggio, è denso.
Shiraz, situata nel sudovest dell’Iran a 1500 m di quota, ha circa 1.700.000 abitanti. È una città che è cresciuta, negli ultimi anni, anche se oggi, persa ogni rilevanza industriale, religiosa o strategica, è diventata un centro solamente amministrativo. È stata capitale durante la dinastia Zand, nella seconda metà del 1700.
È nota come città dei fiori, del vino e della poesia. Poesia significa soprattutto Hafez, che qui nacque e che qui è sepolto, nel mausoleo che visiteremo più tardi. E il vino di Shiraz ha una tradizione antichissima, che si è dovuta interrompere con l’avvento della repubblica islamica nel 1979. Esiste un famoso vitigno che porta il nome Shiraz, che è diventato Syrah in Europa ma è tornato Shiraz in Australia. È un vino di colore rosso rubino dalle sfumature violacee e dal profumo intenso e fruttato con sentori di piccoli frutti neri e spezie.
Del vino di Shiraz parla anche questa canzone, interpretata da Yalda, la cantante italo-persiana di cui abbiamo già parlato:

Sharabe Shiraz – Yalda

La nostra visita a Shiraz comincia dalla Moschea Nasir ol Molk, nota anche come Moschea Rosa a causa del considerevole uso di questo colore per gli interni e nelle vetrate. La moschea è stata costruita durante l’era Qajar, tra il 1876 e il 1888.
Prima ancora di entrare, impariamo un’altra parola che ritornerà spesso durante tutto il viaggio, perché è legata ad un elemento architettonico presente in tantissime moschee iraniane. È la parola araba muqarnas, che indica una soluzione decorativa propria dell’architettura islamica, originata dalla suddivisione della superficie delle nicchie angolari raccordanti il piano d’imposta circolare della cupola con il quadrato o il poligono di base, in numerose nicchie più piccole (8, 16, 32, ecc.) con la tecnica cosiddetta degli angoli falsi. Il muqarnaṣ si diffuse rapidamente in tutto il mondo islamico a iniziare dal XII secolo ma la sua origine, ci racconta Alì, viene dai Sasanidi. Viene usato, oltre che nelle cupole, in volte di ogni tipo e, come in questo caso, in nicchie di portali. Può essere realizzato in pietra, mattoni, stucco, legno o ceramica.
La moschea è caratterizzata dalle ampie vetrate colorate della sala di preghiera invernale. Al mattino la luce del sole, passando attraverso le vetrate, inonda di luce colorata l’interno della sala con un effetto spettacolare. L’effetto risulta amplificato soprattutto nelle prime ore del mattino o nei mesi invernali, quando l’altezza del sole è minore e i raggi penetrano sino al fondo del salone. Le colonne interne sono decorate da piastrelle policrome.
Essendo la prima sala di preghiera che vediamo, Alì si preoccupa di spiegare a tutti che cos’è il mihrab, la nicchia orientata in direzione della mecca che fa da punto di riferimento per la preghiera. Agli albori dell’Islam si pregava in direzione di Gerusalemme, poi, dopo la fuga di Maometto dalla Mecca a Medina, nel 622 (data da cui si contano gli anni nel calendario islamico), un giorno l’arcangelo Djibril (Gabriele) apparve a Maometto e gli disse che da quel giorno i fedeli avrebbero dovuto pregare verso la Mecca. Questo mihrab è molto bello, decorato anch’esso a muqarnas.
Un altro gesto di cui bisogna spiegare il significato è quello di toccarsi la fronte con una pietra, usando quella pietra per poggiare la fronte a terra. Significa: veniamo dalla terra, e alla terra torneremo.
Ma non dimentichiamo che qui siamo nella principale roccaforte dell’Islam sciita, è necessario spiegare un po’ che differenze ci sono tra sunniti e sciiti. Il dissidio nasce quando Maometto, ancora in vita, nomina come suo successore Alì, suo cugino e genero, avendo sposato la figlia Fatima. I sunniti riconoscono questo episodio, ma non lo considerano una vera e propria investitura, solo un attestato di stima. E quindi, alla morte di Maometto, viene scelto come califfo Abu Bakr, con l’idea che per guidare la comunità serve un uomo saggio, dotto e rispettoso della Regola, ma non necessariamente imparentato con Maometto. Per gli sciiti, invece, il califfo doveva essere Alì e dopo di lui la sua discendenza, che attraverso Fatima discende anche da Maometto. Alì diventa poi il quarto califfo, ma viene assassinato. La rottura definitiva si consuma quando, nel 680, anche il secondo figlio di Alì, Hosein, che si era ribellato al potere sunnita, viene ucciso in battaglia a Kerbala, nell’odierno Iraq. Proprio per questo Kerbala è un luogo santo di grande importanza per gli sciiti, e per questo ogni anno l’uccisione di Hosein viene commemorata nella celebrazione chiamata Ashura, che è la più importante ricorrenza religiosa sciita.
Ecco perché il nome di Alì è così importante che, nelle decorazioni delle moschee sciite, è sempre associato a quello di Dio: in modi diversi e con diverse calligrafie, troveremo sempre Alì e Allah.
Per gli sciiti Imam non è semplicemente qualcuno che è in grado di predicare e di guidare una comunità religiosa; il titolo di Imam è qualcosa di estremamente importante, che si dà solo a personaggi di altissima rilevanza. Per esempio, Khomeini è chiamato Imam ma il suo successore, l’ayatollah Alì Khamenei, è tuttora la Guida Suprema della Rivoluzione, ma non è un Imam. A proposito, ayatollah significa “Segno di Dio”.
Nello sciismo si conoscono soltanto undici Imam, più un dodicesimo che è chiamato lmam scomparso o nascosto. La tradizione vuole che l’undicesimo Imam abbia avuto un erede ma che dopo la sua morte il figlio, all’età di soli cinque anni, sia sparito o sia stato nascosto per evitare che fosse perseguitato dai sunniti. Ma un giorno, quando sarà il suo momento, questo dodicesimo Imam tornerà per ristabilire il legittimo potere di Dio sulla terra. Questa figura messianica, quindi, nello sciismo, viene a coincidere con quella del Mahdi, ed è ovvio il paragone con il Messia tuttora atteso dagli ebrei o con la dottrina dell’Apocalisse e della seconda venuta di Cristo.
Ma a livello di teologia e morale? Alì spiega che la differenza più importante sta nel diverso atteggiamento nei confronti del peccato: per i sunniti Dio è così grande che può anche decidere di perdonare i peggiori peccatori, per gli sciiti chi commette peccati gravi non può che andare all’inferno, il concetto del perdono è meno presente nella morale sciita. E poi, c’è il fatto che gli sciiti credono in altri scritti di Maometto che si sarebbero tramandati, oltre al Corano che è ispirato direttamente da Dio.
E perché gli iraniani sono sciiti? Si trattò in realtà di una scelta politica, fatta nel 1501 dallo Shah safavide Ismail per distinguersi dagli ottomani sunniti, che erano allora gli invasori alle porte. Ma ora, dopo cinque secoli, lo sciismo è parte fondamentale dell’identità iraniana.

img_0559.jpg

IMG_0560

IMG_0564

IMG_0567.JPG

 

Dopo la moschea, visitiamo l’Hammam-e-Vakil, che ora è un museo. Faceva parte del quartiere reale costruito durante il regno di Karim Khan Zand, il Reggente, nel 1700. Nelle diverse sale sono rappresentate, con dei manichini, scene di vita quotidiana dell’hammam in quell’epoca. Alcune non sono poi così diverse da quello che si fa in un hammam di oggi, ma altre sono decisamente più particolari. Ad esempio, all’hammam venivano spesso praticati salassi, che nella medicina di allora si credeva potessero curare un po’ tutto. La tecnica era di usare corna di animali bucate, con cui si succhiava fino a far gonfiare la parte, sulla quale poi si praticavano delle incisioni. Vista così, ti fa ringraziare di non essere nato allora. Il posto è bello comunque, ha un’atmosfera evocativa, nonostante i manichini.

IMG_0571
Passiamo davanti alla Fortezza del Reggente, che sembra un po’ il centro della vita cittadina. Oggi è venerdì, quindi un giorno di festa, ed è pieno di famiglie con bambini che fanno pic-nic (stiamo cominciando a constatare che è veramente una mania nazionale) o prendono semplicemente un gelato davanti alle mura, caratterizzate da una torre pendente.

IMG_0579b
Notiamo anche, come già a Teheran, la presenza quasi ossessiva di gigantografie con i volti dei martiri della guerra Iran-Iraq degli anni ’80. Quella guerra, voluta da Saddam Hussein per approfittare della debolezza dell’Iran post-rivoluzionario e dell’appoggio dell’occidente, fu uno straordinario strumento di propaganda usato da Khomeini per compattare il paese contro il nemico esterno e contro il grande Satana americano. Il risultato furono otto anni di inutile guerra e un milione di morti, alcuni poco più che bambini, mandati a combattere convinti che sacrificando la propria vita per la patria si sarebbero aperte per loro le porte del paradiso, grazie alla chiave di plastica che portavano al collo. Carne da macello, niente di più. Le tracce di questo scempio sono ancora presenti in queste foto e nei nomi delle vie, che molto spesso sono quelli dei martiri.

IMG_0578
Decidiamo che è venuto il momento di rilassarsi un attimo e di prendere un tè, magari accompagnato da una fetta di torta, dato che dopo il pranzo-snack dell’aereo non abbiamo più mangiato niente. Alì conosce un posto con i tavoli all’aperto in una bella piazza con al centro una fontana, ma al momento è vuoto e non si vede in giro nessuno. Non è chiuso, ma il padrone deve essersi momentaneamente assentato. Ripieghiamo su un altro caffè sul lato opposto della piazza, che si chiama Joulep ed è comunque un posto gradevole. Ci serve una ragazza bellissima, che parla un ottimo inglese e che scopriamo essere un’architetta che per ora fa la barista. Il suo collega (o forse il padrone del bar) è un tipo che, per essere in Iran, è parecchio alternativo e in effetti il locale è abbastanza “occidentalizzato”, sia per l’atmosfera che per il genere di musica diffusa. Ha l’aria di una specie di piccola isola di tolleranza, tanto che per la prima volta in un luogo pubblico vediamo una ragazza che si toglie il velo. Si può scegliere tra infiniti tipi di tè semplici o aromatizzati, che si possono accompagnare con torte al cioccolato, alla carota o alle mele. Essendo il posto piacevole, la pausa si prolunga.
Uscendo sulla piazza, assistiamo ad una scena inattesa: Alì è sdraiato su una panchina vicino alla fontana e si sta facendo massaggiare una gamba da Alberto. Sì, perché non l’abbiamo ancora detto ma il gruppo dispone anche di un massaggiatore-shiatsuka, che lo fa principalmente per passione ma che, a detta di chi l’ha provato (e ce ne sono stati, nel gruppo) è molto bravo. Effettivamente dopo qualche minuto di trattamento Alì, che aveva sentito una fitta improvvisa e sembrava molto dolorante, si è rimesso in piedi e sembra in grado di proseguire, come si dice in questi casi. Bene, perché gli siamo tutti già affezionati e anche perché non avremmo un rimpiazzo… scherzi a parte, ci stiamo rendendo conto che, al di là della simpatia, è una fortuna avere una guida con una conoscenza così vasta della storia e della cultura del suo paese, ma anche così disponibile e paziente.

IMG_0579

 

Nel frattempo, un duo composto da un violinista e un percussionista suona al bordo della fontana, mentre i bambini giocano con l’acqua, e continua a manifestarsi la curiosità degli iraniani nei nostri confronti. Sono curiosi di noi almeno quanto noi di loro. Continuano ad avvicinarcisi persone, soprattutto giovani, che ci sorridono, ci salutano, ci chiedono di dove siamo e ci danno il benvenuto. Tra i tanti, una coppia di giovani architetti (sarà una coincidenza, ma pare che ce ne siano parecchi) che vuole venire a fare un dottorato in Italia. Parlano già un discreto italiano (anche se per la verità parla solo lei), perché hanno fatto un corso di italiano di sei mesi. Hanno già fatto le pratiche per il visto ma non sanno ancora quale università scegliere: vorrebbero un clima mite, una città tranquilla, ma anche una buona università. Hanno un po’ di riserve sulle università del Sud, perché hanno sentito che lì si parla un italiano un po’ difficile da comprendere per uno straniero. Cerchiamo di rassicurarli, dicendo che dipende, può essere vero che in alcune città si parla di più il dialetto, ma sicuramente non in università. Sanno anche che negli uffici pubblici pochi impiegati (o nessuno) parlano inglese, e su questo è difficile smentire. Anche la nostra Daria è architetta, quindi parte un breve conciliabolo sulle università italiane e alla fine gli viene consigliata Pescara, che sembra una buona soluzione di compromesso.

IMG_0579a

 

Ci avviamo verso il mausoleo di Hafez, percorrendo un viale dove l’aria si riempie del profumo dei fiori d’arancio. Più ci avviciniamo, più l’atmosfera appare piacevole e festosa. Nel cortile d’ingresso, tra le aiuole fiorite, c’è tanta gente, famiglie con bambini ma anche molti ragazzi, soprattutto giovani coppie. Ovviamente, questo è un posto perfetto per gli innamorati. Sapendo cos’è questo paese, ci sembra già una bella cosa che possano venire qui insieme liberamente. Per quanto ne sappiamo, potrebbero essere anche coppie sposate (anche a tempo, magari), ma sicuramente non tutte. Anche la scalinata che porta alla tomba è coperta di vasi di fiori. I profumi si sovrappongono e si confondono.
Gli edifici attuali, costruiti nel 1935 e progettati dall’architetto e archeologo francese André Godard, lo stesso del museo archeologico di Teheran, sono nel sito di strutture precedenti, la più nota delle quali è stata costruita nel 1773. La pietra tombale risale proprio a quest’epoca. Otto colonne sostengono una cupola di rame a forma di cappello derviscio (non dimentichiamo che Hafez è considerato un poeta mistico). La parte inferiore della cupola è un mosaico decorato ad arabesco e colorato. Le colonne sono otto perché Hafez visse nell’ottavo secolo dall’Egira, secondo il calendario islamico.

IMG_0580a

IMG_0580b

IMG_0584

 

Hafez nacque a Shiraz tra il 1315 e il 1325 (la data esatta è controversa) e visse 75 anni. In quel periodo la città era sottomessa ad un principe sunnita vassallo dei Mongoli e protettore dei poeti. A seguito di una sfortunata impresa bellica, il mecenate fu sconfitto e fatto giustiziare dal principe Mobarez al-Din Kirmani, un personaggio descritto come un uomo ascetico e bigotto che fece chiudere le taverne e altri luoghi malfamati di Shiraz – un provvedimento lamentato dal poeta nei suoi componimenti – inaugurando un periodo di austerità di costumi. Successivamente, Hafez ottenne la protezione del principe e poeta Shah Shoja’, figlio gaudente del precedente monarca, da lui stesso spodestato e fatto accecare. Il poeta registra indirettamente anche questo avvenimento, gioendo per la riapertura delle taverne della città decretata dal nuovo signore.
Hafez frequentò soprattutto l’ambiente della corte di Shiraz, città da cui pare si sia allontanato solo per un breve periodo. Controversa è la questione del suo rapporto con l’ambiente delle confraternite sufi: benché egli amasse presentarsi, nel canzoniere, con un’identità sufi, queste confraternite sono, spesso e volentieri, “bacchettate” nelle poesie per la loro ipocrisia o malaffare. Forse insegnò materie religiose nella locale madrasa. In ogni caso, egli mostra nei suoi versi una straordinaria cultura religiosa, attestata peraltro dallo stesso nom de plume – Hafez – che significa «colui che ha memorizzato [il Corano]».
I suoi circa 500 poemi lirici (ghazal) sono notissimi in tutti i paesi di influenza persiana, fatti oggetto di studio da numerosi commentatori e spesso appresi a memoria anche dalla gente più umile e meno istruita. Il suo Divan (canzoniere), aperto a caso, è usato ancor oggi come popolare libro di divinazione.
Hafez nei suoi componimenti canta il vino, le gioie e le pene amorose; ma soprattutto canta le grazie di un misterioso e innominato “amico” (talora presentato nelle maschere di un bel coppiere, di un mago zoroastriano, di un “turco predone”, ma anche in quelle dell’assassino, del medico, del giocatore di polo ecc.) che tipicamente mostra crudeltà e indifferenza nei confronti della laude incessante del poeta-amante, risultando in sostanza inafferrabile.

Quanto Hafez si riferisse a un amore terreno o a uno divino (mistico) è oggetto di controversia tra gli studiosi; la critica iraniana, ovviamente, soprattutto al giorno d’oggi, tende a ridurre gli aspetti trasgressivi (vino, amore omoerotico) della poesia di Hafez, accentuandone la lettura in chiave simbolica e misticheggiante. In pratica, canterebbe l’amore per Dio. Mi sembra comunque una contraddizione incredibile che un poeta che scrive di queste cose e in questo modo, scagliandosi spesso e volentieri contro i censori e gli ipocriti, possa essere non solo tollerato, ma esaltato in questo paese. È questa la mia curiosità. Pensate solo a questo pezzettino, ma ce ne sono a decine così:
Se solo le porte delle taverne potessero essere riaperte,
se solo i nodi delle misure repressive potessero essere sciolti!
Tu sii paziente, per volere di Dio riapriranno,
riapriranno grazie alla purezza dei bevitori mattutini.
Stanno chiudendo le porte delle taverne,
ma tu, Dio, non concedere la tua approvazione,
perché così apriranno le porte dell’ipocrisia.
È anche vero che la contraddizione con i principi dell’Islam più radicale è un fatto che accomuna un po’ tutti i poeti sufi, anche il grande Rumi, per esempio. Forse, semplicemente, è una tradizione troppo radicata e troppo connaturata alla cultura persiana perché la Repubblica Islamica potesse permettersi di metterla al bando. Sarebbe stato troppo impopolare, e Khomeini era molto abile nell’andare incontro al comune sentire del popolo, guidandolo ma anche assecondandolo all’occorrenza.
Alì ci racconta, infatti, che nella casa di ogni iraniano non possono mancare due libri: il Corano e il Divan di Hafez. Hafez si recita sempre, ma ci sono due momenti dell’anno particolarmente dedicati alle sue poesie: Il nowrouz (capodanno persiano) e l’ultima sera d’autunno. Le sue sono poesie di difficile traduzione, molto legate alla musicalità della lingua persiana. Ma ci si può provare, esistono delle traduzioni anche in italiano. Questa, ad esempio, è la poesia preferita di Alì e, devo dire, anche la mia:

 

Ero perso con lo sguardo verso il mare
Ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.
Ah, stenderei il mio cuore come un tappeto sotto i tuoi passi,
ma temo per i tuoi piedi le spine di cui lo trafiggi.
“L’idioma dell’Amore non si può veicolare con la lingua:
versa il vino, coppiere, e smetti quest’insulso parlare”.

 

Poi Alì ci ha letto anche questa, sia in versione originale che tradotta:

 

Venga, venga una lieta novella d’incontro, ed io lascio la vita!
Io volavo nei santi giardini, ecco, voglio fuggire la rete del mondo!
Sull’amore per te io lo giuro! Mi chiami tuo servo,
e rinuncio al dominio su tutte le cose che sono.
Oh, una pioggia da quella Tua nube che illumina i passi,
prima ch’io come polvere perso nel vento svanisca.
Al mio sepolcro tu vieni a posare col vino e il melode,
e risorgo danzando, al dolcissimo aroma che sale.
Orsù levati alto, mio idolo bello e soave,
ed io come il poeta abbandono la vita e le cose!
Sono vecchio, ma stringimi forte una notte sul seno,
ed io dal tuo abbraccio ancor giovane nasco nell’alba.

 

Ceniamo in un ristorante tradizionale. Si parte con un ricco buffet di antipasti, poi pesce del golfo persico e costolette di agnello, tutto accompagnato con riso.
Dopo di che si torna in albergo e si va a letto abbastanza presto, perché domani ci si prospetta un’altra giornata intensa, con la visita a Persepoli.

IMG_0597

Ma prima di andare a dormire voglio fare un piccolo esperimento… social. Premetto che io in genere uso pochissimo Instagram, mi dà l’idea di essere troppo dedicato agli appassionati di foto e soprattutto di selfie. Ma qui è il solo social network che funziona senza strani marchingegni, quindi voglio provare a postare qualche foto, le migliori della giornata, geolocalizzarle a Shiraz, mettere un semplicissimo hashtag #Iran, e vedere cosa succede. Be’, in pochi minuti arrivano 10-15 ragazzi iraniani a mettere like, faccine sorridenti, cuoricini e quant’altro. Alcuni commentano in inglese, altri in farsi, che purtroppo faccio un po’ fatica a capire, però usando il traduttore si scopre che sono apprezzamenti alla foto, ma spesso anche frasi di benvenuto e ringraziamenti per essere venuto a vedere le bellezze dell’Iran. Insomma, un’altra prova che c’è una grande voglia di contatto con il mondo esterno, che si esprime in tutti i modi, nella realtà reale come in quella virtuale. Alla fine del viaggio, ho messo insieme almeno una cinquantina di nuovi follower iraniani. Ce ne sono alcuni che sono “interessati”, e ci sta anche questo: account di hotel, locali, negozi, che vedono che sei lì e cercano di agganciarti. Ma per la maggior parte sono persone assolutamente disinteressate, che cercano proprio solo un contatto: un professore di fisica, un avvocato, un paio di fotografi, musicisti, blogger, un po’ di tutto.
E mi sembra abbastanza chiaro che questa sia una valvola di sfogo volutamente lasciata dal regime per fare in modo che i giovani (Instagram lo usano soprattutto i giovani, si sa) si distraggano, abbiano almeno un’illusione di libertà e non pensino a fare la rivoluzione. La recente breve stagione di proteste di piazza che è partita nel dicembre scorso è nata dalla situazione economica (la disoccupazione giovanile è superiore al 40%, per dirne una), ma la repressione violenta è iniziata quando si sono mossi gli studenti, che pur senza leader e senza una piattaforma politica di qualsiasi genere hanno cercato di muovere un po’ le acque. Della ragazza che si è tolta il velo e lo ha sventolato non si sa più niente o quasi, si sa che è in carcere e purtroppo è facile pensare che stia subendo violenze, molti lo pensano. C’è anche chi dice che la protesta sia stata fomentata da ambienti ultraconservatori, forse addirittura vicini all’ex presidente Ahmadinejad, perché all’inizio era diretta contro il Presidente Rouhani, che passa come un moderato (anche se ha un passato khomeinista), ed è partita dalla città religiosa e conservatrice di Mashhad. Difficile dire se sia andata così, è possibile ma poi forse la situazione è sfuggita di mano. Comunque sia, all’apice della protesta il governo ha bloccato proprio Instagram e Telegram, che è l’app di messaggistica più usata. Evidentemente volevano evitare che le immagini e le notizie girassero e alimentassero le manifestazioni, e l’obiettivo è stato raggiunto. Questo, e soprattutto la repressione, ha fatto sì che tutto finisse in un tempo abbastanza breve. Anche se, da quel poco che abbiamo potuto capire, una netta maggioranza delle persone è contro il regime. Ma da qui a muoversi concretamente il passo non è breve: i giovani appena possono preferiscono cercare di andare all’estero, anche questa è una cosa che stiamo constatando direttamente, parlando con loro.

 

Sabato 7 aprile 2018

A colazione con Ingela, non so bene come, finiamo a parlare di Israele e Palestina. Forse lo spunto viene dalla presenza, anche qui, di halva nel buffet. Lei mi racconta della sua esperienza giovanile in un kibbutz, negli anni ’70. Io durante il viaggio in Palestina lo scorso ottobre ho conosciuto un ragazzo italiano che ha fatto un pezzo di viaggio con noi e che stava facendo il servizio civile internazionale in un kibbutz. Lui è molto contento della sua esperienza di lavoro con dei ragazzi disabili, ma è rimasto invece piuttosto deluso dall’ambiente del kibbutz, che è molto diverso da quello che era negli anni ’70; molto di quel concetto di vita comunitaria oggi si è perso, purtroppo.
Partiamo in pullman: la prima tappa sarà alle tombe reali, poi Persepoli. L’intento è di arrivare abbastanza presto per schivare un po’ di folla. Parliamo del sito turistico più visitato del paese, anche in un momento di poca affluenza come questo gente ce n’è.

Il viaggio dura più di un’ora, quindi c’è l’opportunità per Alì di intrattenerci con qualche altra notizia sul paese. Ormai ha capito più che bene quali sono le nostre domande, riesce facilmente ad anticiparci.
La benzina, è facile immaginarlo, costa davvero poco: con un euro si fanno 6 litri.
L’università è quasi gratuita, ma a numero chiuso. I due terzi delle matricole sono ragazze, e questo è un dato che un po’ stupisce, ma fa parte delle contraddizioni iraniane. Le donne in realtà studiano e, almeno nelle città, spesso lavorano arrivando anche a occupare posti di responsabilità. Sono pagate meno degli uomini a parità di lavoro, ma questo, inutile dirlo, succede anche da noi.
I matrimoni, soprattutto nelle città, nella maggior parte dei casi non sono più combinati. La cerimonia è fatta da un mullah a casa della sposa, ed è il marito a dover pagare la dote. Se non lo fa rischia il carcere. Un uomo in teoria può avere fino a quattro mogli, ma oggi pochi ne hanno più di una, soprattutto per questioni economiche. Comunque, per sposare una seconda moglie il marito ha bisogno del consenso della prima.
Ma in caso di divorzio solo i figli hanno diritto al mantenimento, la moglie no. Ed è il marito a decidere se tenere i figli con sé o no.
Le ragazze possono sposarsi già a 9 anni, i ragazzi a 13. Nelle zone rurali e conservatrici, esiste ancora il fenomeno delle spose bambine. All’epoca dello Shah ci volevano 18 e 20 anni. Secondo una legge recente la ragazza dovrebbe avere almeno 15 anni, ma in realtà questa legge si può aggirare con il consenso del padre.
La cosa che forse meno immaginavamo è che gli sciiti hanno il matrimonio a tempo (sigheh), che può durare anche poche ore. È previsto negli altri scritti tramandati da Maometto in cui loro credono, a differenza dei sunniti. È un contratto di matrimonio in cui i contraenti stabiliscono la durata che può variare «da un minuto a 99 anni». In questo caso, l’uomo (sposato o no), e la donna non sposata (vergine, divorziata o vedova) possono concordare la durata del rapporto e l’importo della compensazione da versare alla donna. Questa disposizione non richiede testimoni e non richiede alcuna registrazione. Un uomo può avere un numero illimitato di sigheh e contemporaneamente può avere anche uno o più (fino a quattro) matrimoni permanenti, mentre la donna può essere coinvolta solo in un matrimonio e al termine non ne può contrarre uno nuovo prima di un periodo di attesa di tre mesi o di due cicli mestruali. Questo periodo obbligatorio di attesa si applica anche alle donne divorziate nel matrimonio permanente ed è destinato a determinare la paternità nel caso in cui la donna dovesse rimanere incinta. Per le donne è sempre meglio un matrimonio in piena regola e per molte il sigheh è un compromesso nella speranza di trasformare questa unione in un contratto a tempo indeterminato, infatti il sigheh è rinnovabile. La condizioni di moglie temporanea è in genere tenuta nascosta agli estranei soprattutto tra i ceti più popolari, dove le tradizioni sono più radicate. Il matrimonio temporaneo garantisce maggiori libertà alla donna: vive a casa propria, esce senza chiedere il permesso e può lavorare, ma deve essere disponibile quando il marito la cerca. Negli anni passati erano soprattutto motivi finanziari che spingevano la donna ad accettare il sigheh. Ai nostri giorni, il matrimonio temporaneo viene utilizzato dai giovani per aggirare tutti i divieti delle leggi islamiche iraniane sui rapporti tra ragazzi e ragazze. Altrimenti, infatti, potrebbero convivere solo di nascosto. Per le coppie non sposate, può creare problemi anche tenersi per mano. È chiaro, però, che se poi una ragazza si vuole sposare di nuovo in maniera permanente con un altro dovrà “rifarsi” una verginità, ma per quello ormai c’è il chirurgo.

gina2

E siamo alle tombe reali. Naqsh-e Rostam è un sito archeologico sulle montagne a circa 12 km a nord-ovest di Persepoli.
Il rilievo più antico di Naqsh-e Rostam è molto danneggiato e risale al 1000 a.C.; raffigura un uomo con uno strano copricapo e si ritiene essere di origine elamita. L’uomo con il copricapo strano dà il nome al sito: Naqsh-e Rostam significa infatti “Immagine di Rostam”, in quanto una leggenda locale voleva raffigurato l’eroe mitico Rostam, che secondo Alì e un po’ l’Ercole persiano. In questa località si trovano le tombe dei grandi re dei Persiani.
Quattro sarebbero le tombe di re achemenidi, scavate nella roccia. Sono tutte a notevole altezza dal suolo. Le tombe sono conosciute come le “quattro croci persiane”, per la forma della loro facciata. L’ingresso di ogni tomba è al centro di una croce, che si apre su di una piccola camera, dove il re giaceva in un sarcofago.
Una delle tombe è stata identificata da un’iscrizione che la accompagna e si tratterebbe della tomba di Dario I (che regnò dal 522 al 486 a.C.). Le altre tre tombe si ritiene siano quelle di Serse I (486-465 a.C.), Artaserse I (465-424 a.C.) e Dario II (423-404 a.C.). Una quinta incompiuta potrebbe appartenere ad Artaserse III, che regnò solo due anni, ma è più probabile che si tratti di quella di Dario III (336-330 a.C.), ultimo della dinastia achemenide.
C’è il cosiddetto “Cubo zoroastriano”, per lungo tempo ritenuto un tempio del fuoco. Le moderne ricerche invece propendono per l’ipotesi che sia stata la sede del Tesoro di Stato.

IMG_0599

IMG_0611
Ci sono poi le tombe dei sasanidi.
Qui al fondatore della dinastia sasanide, Ardashir, è consegnato il diadema della regalità da Ahura Mazda, il Dio della luce e della Verità, il Dio dello zoroastrismo, l’antica religione persiana. Nell’iscrizione, dove appare per la prima volta il termine “Iran”, Ardashir ammette di tradire il suo re Artabano V (i Sasanidi erano stati infatti uno Stato vassallo della dinastia dei Parti Arsacidi), ma legittima la sua azione sulla base del fatto che è Ahura Mazda a volerlo creare nuovo regnante.

IMG_0599a

 

Qui viene raffigurata la vittoria di Sapore (Shapur) su due imperatori romani, Filippo l’Arabo (che implora la pace) e Valeriano (che viene catturato, in ginocchio).

IMG_0602

 

In questo rilievo chiamato “La grandezza di Bahram II” vediamo il re, che è raffigurato con una spada di grandi dimensioni. Sulla sinistra ci sono cinque figure (forse i membri della famiglia imperiale), di cui tre con diadema. A destra tre cortigiani, che fanno un gesto tipico dell’impero persiano di quel periodo: l’indice piegato in giù, che esprime rispetto e sottomissione. Questo gesto è stato poi “adottato” all’interno del nostro gruppo per mostrare (con una certa ironia, chiaramente) la nostra sottomissione al nostro capo, cioè Marco, in varie situazioni in cui lui ci richiamava all’ordine. A un certo punto era lui a chiederlo, per chiudere ogni discussione. Detta così sembra una roba un po’ scema, e forse lo è, ma ci ha fatto molto ridere. Sapete quelle cose che vengono fuori per caso e che poi, ripetute n volte, fanno ridere anche solo per l’effetto tormentone? Ecco, quella cosa lì.

IMG_0616

 

Questo rilievo equestre, che si trova immediatamente sotto la tomba di Dario I, è diviso in due parti, una superiore ed una inferiore. Nella parte superiore il re sembra costringere un nemico romano a scendere da cavallo. Nella parte inferiore, il re combatte ancora con un soldato romano a cavallo. Entrambi i rilievi raffigurano un nemico morto sotto gli zoccoli del cavallo del re.

IMG_0601 (2)

 

Ripartendo in pullman verso Persepoli, Alì ci legge giustamente come introduzione il testamento di Dario, colui che fece costruire Persepoli.
V sec. a.C.
Susa, Iran
Il testamento di Dario I il Grande
a suo figlio Serse Re dei Re

Ora che sto andando via da questo mondo,
Ci sono 25 paesi sotto il mio Impero, e in tutti questi paesi vige la moneta iraniana, gli iraniani hanno grande rispetto per tutti e altrettanto le popolazioni di questi paesi verso di loro.
Serse! Figlio mio e successore, devi adoperarti come ho fatto io nel mantenere questi paesi!
Il successo per mantenerli è nei seguenti punti:
Non intervenire nei loro affari interni. Rispettare la loro religione e le loro usanze.
Adesso che vado via da questo mondo, tu avrai 12 Krur in oro nella tesoreria, questa quantità d’oro sarà solo uno dei tuoi poteri, perché il potere di un Re non è solo la spada ma anche la ricchezza.
Perciò ricordati, tu dovrai aumentare i tuoi beni e non diminuirli, non dico che, nel momento necessario, non devi usarli, ma nella prima occasione quello che hai tolto devi rimetterlo al suo posto.
Tua madre Atusa, figlia di Ciro, ha dei diritti sulla mia spalla, perciò dalle la sua comodità e la sua soddisfazione.
Sono 10 anni che m’impegno a costruire i granai. La tecnica della loro costruzione, fatti in pietra e in forma cilindrica, l’ho imparata in Egitto. Dato che i granai sempre si svuotano, non sono stati creati i setti, così i cereali rimangono sani per diversi anni e tu dovrai continuare a costruirli dopo di me, finche` avrai le scorte per almeno 2 o 3 anni per tutto il paese e così ogni anno che avrai i cereali nuovi dovranno essere immagazzinati, quando si sente il loro profumo. In questa maniera non avrai preoccupazione se capiterà che per 2 o 3 anni ci saranno le carestie.
Mai dovrai dare ad amici e a conoscenti i lavori del paese; per loro, il vantaggio di essere amico con te è sufficiente. Se li impegnerai nei lavori amministrativi e loro faranno degli errori, opprimeranno la gente, o faranno dei lavori illegittimi, tu non potrai punirli perché sono tuoi amici e sarai costretto a sopportarli.
Il canale che volevo fare tra il Nilo e il Mar Rosso non è finito! Ha la massima importanza nel commercio e nella guerra, tu dovrai finirlo! (è il canale di Suez, lo finiranno gli europei… giusto qualche anno dopo, ndr)
Le tasse di pedaggio di questo canale non dovranno essere esagerate in modo che i capitani preferiranno attraversarlo.
Ho mandato un esercito alla volta dell’Egitto per dare un ordine e una sicurezza al territorio, ma non ho fatto in tempo a mandare un altro esercito verso la Grecia, tu dovrai farlo!
Con la massima potenza attacca in Grecia, e fai capire loro che il Re della Persia è capace di punire i traditori e di creargli dei disagi.
Un’altra raccomandazione che ti faccio, è di non avere mai intorno a te bugiardi o lusingatori, perché tutti e due sono un disastro per il regno! Manda via i bugiardi senza pietà!
Mai dovrai permettere ai governatori di predominare sul popolo! Per non far prevalere i governatori ho fatto la legge delle tasse, cosi diminuisce il rapporto diretto tra l’agente del Governo e il tuo popolo!
Riguardo all’Educazione io ho cominciato, tu continua!
Lascia che i tuoi cittadini riescano a leggere e a scrivere! Più si sviluppa la loro istruzione ed il loro giudizio, più tu regnerai con sicurezza e popolarità!
Segui sempre il monoteismo, però non obbligare mai i tuoi popoli a seguire il tuo credo!
Ricordati sempre che ognuno deve essere libero di scegliere quello che pensa e che preferisce.
Dopo il mio addio, lava il mio corpo, avvolgilo nel sudario e mettilo nella bara di pietra, poi nella tomba.
Però non chiudere la mia tomba! Ogni volta che vuoi, puoi entrare a vedere la mia bara in pietra, capirai e ti accorgerai che io, tuo padre, ero un Re potente e capace, che regnava su 25 paesi del mondo!
Perciò tutti, anche tu, morirete… perché il destino dell’uomo, di un Re di 25 paesi o di un raccoglitore o venditore di prugnoli è lo stesso! Nessuno rimarrà per l’eternità!
Ogni volta che entrerai nella mia tomba e vedrai la mia bara non avrà predominio l’Egoismo.
Quando vedrai la tua morte vicino ordina di chiudere la mia tomba, e raccomanda a tuo figlio di lasciare aperta la tua per poter vedere la tua bara.
Mai, mai devi accusare e allo stesso tempo giudicare!
Se accusi qualcuno, prendi un giudice neutro che studia e decide per fare giustizia, perché se l’accusatore fa il giudice, è molto probabile che opprima!
Non abbandonare mai la costruzione della Prosperità; se non dai importanza a questo, piano piano si rovina il paese e rimane un rudere, perché la regola è questa: Se il Paese non va verso la Prosperità va verso la devastazione.
Fare i qanat, le infrastrutture stradali e l’urbanistica sono fatti da mettere nelle priorità!
Non scordare il perdono e l’amicizia!
Sappi che dopo la giustizia, la qualità più elevata del Re è il perdono e la generosità, però il perdono deve essere fatto quando qualcuno fa un errore verso di te, se invece l’errore o il peccato lo fa verso un altro, e tu lo perdoni, in questo caso, hai fatto un’oppressione e non la Giustizia! Non hai rispettato i diritti di un altro, allora non c’è più Giustizia.
Oltre a questo non dico più niente.
Queste dichiarazioni le ho fatte oltre a te alla presenza di altri, come testimoni al mio Testamento Storico,
ora andate via e lasciatemi solo
perché sento che la mia morte è vicina.

Segue un lungo applauso, ad Alì per avercelo letto e fatto conoscere, ma anche a Dario! Se si tiene conto dell’epoca, questo testo è un vero manifesto di tolleranza e di buon governo. Certo, era un monarca assolutista ma decisamente illuminato. Se i politici di oggi tenessero presenti almeno alcuni di questi principi, diciamo pressoché in coro, staremmo molto meglio. Insomma, in un attimo siamo tutti daristi, dariani o come si può dire, non importa. Comunque vogliamo fondare il partito di Dario! La Carta dei Valori è già lì pronta.

Ed eccoci a Persepoli.
I primi resti di Persepoli risalgono al 515 a.C. André Godard, l’archeologo francese che scavò le rovine di Persepoli nei primi anni ‘30, credeva che non fosse stato Dario ad aver scelto il sito di Persepoli, ma che fosse stato lui a costruire il terrazzamento ed i palazzi, su una superficie di 125.000 mq. Dal momento che, a giudicare dalle iscrizioni, gli edifici di Persepoli vennero costruiti da Dario I, fu probabilmente sotto questo re, con il quale lo scettro passò a un nuovo ramo della casa reale, che Persepoli divenne capitale della Persia. Come residenza dei governanti dell’impero, tuttavia, era un luogo remoto in una regione montagnosa di difficile accesso e tutt’altro che conveniente. Le vere capitali del paese erano Susa, Babilonia e Ecbatana. Questo spiega il fatto che i greci non erano a conoscenza della città fino all’epoca di Alessandro Magno che la conquistò e saccheggiò. Qui, però, venivano ricevute le delegazioni delle diverse satrapie che facevano parte dell’impero e qui si svolgeva la festa di nowrouz.
Dario I ordinò la costruzione dell’Apadana e della Sala del Consiglio, del principale Tesoro imperiale e dei suoi dintorni. Questi edifici vennero completati durante il regno di suo figlio, Serse I. Inoltre la costruzione degli edifici sulla terrazza continuò fino alla caduta dell’impero achemenide.
Intorno al 519 a.C., ebbe inizio la costruzione di un’ampia scalinata. La scala doveva inizialmente essere l’ingresso principale alla terrazza posta a 20 metri rispetto al suolo. La doppia scalinata, nota come scala di Persepoli, venne costruita simmetricamente sul lato occidentale della grande muraglia. I gradini sono 111 perché 111 erano le stazioni della posta, le fermate sulla strada Reale che da Susa portava a Sard.

Calcare grigio è la pietra principale usata per costruire gli edifici di Persepoli. Vennero usati anche legno di cedro, proveniente dal Libano, e mattoni crudi. Dopo che la roccia naturale era stata livellata e le depressioni riempite, venne preparata la terrazza. Il piano irregolare della terrazza, tra cui le fondazioni, funse da castello, le cui pareti consentivano ai suoi difensori di visualizzare qualsiasi sezione del fronte esterno. Diodoro Siculo scriveva che Persepoli aveva tre mura con bastioni, tutte munite di torri, per offrire uno spazio protetto agli uomini addetti alla difesa. Le prime mura erano alte 7 metri, le seconde 14 e le terze, che coprivano tutti e quattro i lati, 27 metri, anche se oggi non ci sono mura che si siano conservate. Gli operai che costruirono Persepoli non erano schiavi, erano pagati e avevano le ferie. Per l’epoca, un altro esempio di liberalità.
Persepolis è il nome attribuito alla città dai greci, il nome persiano era Parse. In epoca più tarda fu chiamata, in Iran, anche Takht-e Jamshid, (trono di Jamshid), perché se ne attribuiva la fondazione al mitico re Jamshid.
Dopo l’invasione della Persia, nel 330 a.C., Alessandro Magno inviò il grosso del suo esercito a Persepoli attraverso la via Reale e riuscì facilmente a prendere Persepoli prima che il suo tesoro potesse essere messo in salvo. Dopo diversi mesi, Alessandro consentì alle sue truppe di saccheggiare Persepoli.

In quel periodo, un incendio bruciò i “palazzi” o “il palazzo”. Gli studiosi concordano sul fatto che questo evento, descritto nelle fonti storiche, si verificò presso le rovine che sono state ora ri-identificate come Persepoli. Non è chiaro se il fuoco sia stato un incidente o un atto deliberato di vendetta per l’incendio dell’Acropoli di Atene durante la seconda invasione persiana della Grecia.
Anche gli ayatollah volevano distruggere Persepoli, perché nella loro visione tutto quello che viene prima dell’Islam non ha valore. Ma dovettero rinunciare, perché il sito ha troppa importanza storica, avrebbero generato ulteriore riprovazione a livello internazionale; senza contare gli introiti di Persepoli come attrazione turistica, ai quali l’Iran non può certo facilmente rinunciare.
La Porta di tutte le Nazioni, riferita ai sudditi delle diverse nazioni che costituivano l’Impero, era una grande sala a forma di quadrato di circa 25 metri di lato, con quattro colonne e l’ingresso sulla parete occidentale.
Due androcefali con corpo di toro e teste di uomini barbuti si trovano sulla soglia occidentale. Altri due, con ali e teste persiane, erano all’ingresso orientale, a riflettere il potere dell’impero.
Il nome e la dedica di Serse I sono scritti in tre lingue: persiano antico, Elami e babilonese. L’incisione si trova sull’ingresso in alto:
“Ahura Mazda è un grande dio per aver creato la terra, il cielo, l’uomo e per lui la felicità, colui che creò Serse e lo fece diventare Re, Re dei Re, Re dei differenti popoli, Re di questo mondo vasto e immenso, sono figlio di Dario il Re, discendo dagli Achemenidi.”

IMG_0620

IMG_0627

IMG_0629

 

In direzione ovest-est nella parte nord della terrazza c’era il Viale delle processioni, ai cui lati si trovano capitelli a forma di aquila-grifone. Sono stati trovati a Persepoli, ma non montati su colonne. Probabilmente erano stati scartati perché non perfetti o perché il gusto era cambiato. Questo animale fantastico, chiamato Homa in farsi, è considerato di buon auspicio ed è quindi stato scelto come simbolo della compagnia aerea di bandiera iraniana.

IMG_0630
Il più famoso palazzo di Persepoli è l’Apadana. Il Re dei Re lo usò per le udienze ufficiali. La costruzione ebbe inizio nel 515 a.C., e suo figlio, Serse I, lo completò trent’anni dopo. Il palazzo aveva una grande sala a forma quadrata, e ognuno dei lati misurava 60 metri. C’erano 72 colonne, tredici delle quali si trovano ancora erette sull’enorme piattaforma. La sommità delle colonne era costituita da sculture rappresentanti animali come tori a due teste, leoni e aquile. Le colonne erano unite tra loro con travi di quercia e cedro.
Le pareti erano piastrellate e decorate con immagini di leoni, tori e fiori. Dario ordinò di incidere il suo nome e i dettagli del suo impero, in oro e argento, su piatti che vennero collocati in contenitori di pietra nelle fondamenta sotto i quattro angoli del palazzo. Due scalinate simmetriche vennero costruite sui lati settentrionale e orientale dell’Apadana per compensare una differenza di livello. La scala a nord fu completata durante il regno di Dario I, ma l’altra venne completata molto più tardi. Le rampe sono decorate con bassorilievi raffiguranti le delegazioni dei vari popoli, ciascuna delle quali porta animali e doni legati al suo territorio e alla sua cultura. Ci sono, ad esempio, i Medi, i Susiani, gli Armeni, i Babilonesi, i Lidiani, gli Assiri, gli Egizi, gli Ioni, i Parti, gli Indiani, i Traci, gli Arabi, i Drangiani (attuale Turkmenistan), i Libici, gli Etiopi. Le figure sono intervallate da cipressi, che segnano lo stacco tra una delegazione e l’altra.

IMG_0643

IMG_0646

 

Il Tachara, o Palazzo di Dario, si trova a sud dell’Apadana. Le decorazioni della scalinata sud presentano una raffigurazione simbolica di Nowrouz: un leone che divora un toro; l’interpretazione più accreditata è appunto che il leone sia l’anno nuovo che scaccia il toro, che rappresenta l’anno vecchio. Quando il sole raggiunge la costellazione del toro e la supera, infatti, l’anno si rinnova.

IMG_0637

 

L’Hadish, o Palazzo di Serse, è costruito su un piano simile al Tachara ma due volte più grande. La sua sala centrale era costituita da trentasei colonne di pietra e legno. Queste erano realizzate con tronchi di alberi di grandi dimensioni e di grande diametro, delle quali non resta più nulla. È circondato ad est e ad ovest da piccole stanze e corridoi, e sulle porte vi sono dei bassorilievi. Sono rappresentate processioni reali con Serse I accompagnato da servitori che sostengono un baldacchino. La parte meridionale del palazzo è composta da appartamenti la cui funzione è controversa: una volta descritti come quelli della regina, oggi sono considerati dei negozi o appendici del Tesoro. Hadish è un’antica parola persiana che appare su una iscrizione trilingue in quattro copie sotto il portico e la scalinata: significa “palazzo”. Gli archeologi citano questo palazzo con il nome di Hadish, ma il nome originale non è noto. L’assegnazione a Serse è certa in quanto, oltre a queste quattro iscrizioni, il suo nome e il suo titolo si trovano incisi non meno di quattordici altre volte.

IMG_0654

 

Il palazzo delle 100 colonne, o anche Sala del Trono, ha una forma quadrata con lati di 70 metri: è il più grande dei palazzi di Persepoli. In occasione del suo primo scavo parziale, emerse che era coperto da uno strato di terra e di ceneri di cedro del Libano di più di tre metri di spessore. Gravemente danneggiati dal fuoco, solo le basi delle colonne e gli stipiti sono sopravvissuti.
Due tori colossali costituiscono le basi delle colonne principali, alte 18 metri, che sostenevano il tetto del portico d’ingresso, a nord del palazzo. L’ingresso avveniva attraverso una porta riccamente decorata con bassorilievi. Tra queste rappresentazioni, si descrive l’ordine delle cose, mostrato da cima a fondo: Ahura Mazda, il re sul suo trono, poi diverse file di soldati che lo sostengono, alternativamente medi (riconoscibili dai cappelli rotondi) e persiani. Il re detiene quindi il suo potere, che gli proviene da Ahura Mazda che lo protegge, e controlla l’esercito che porta il suo potere.
Il Tesoro, costruito da Dario il Grande, è costituito da una serie di camere situate nell’angolo sud-est della terrazza, che si estende su una superficie di 10.000 mq. Il tesoro comprende due sale più importanti il cui tetto era sostenuto rispettivamente da 100 e 99 colonne di legno. Sono state ritrovate delle tavolette di legno e d’argilla, che specificano l’ammontare dei salari e dei benefici pagati ai lavoratori che costruirono il sito. Secondo Plutarco, 10.000 muli e 5.000 cammelli furono necessari ad Alessandro Magno per trasportare il tesoro di Persepoli.
Uscendo, scopriamo che Silvana ha trovato un ammiratore iraniano, probabilmente una guida, che in perfetto francese dice che somiglia a Mireille Mathieu. Dopo un po’ diventa Carla Bruni, forse in quanto italiana… purtroppo non ci possiamo fermare per vedere come va a finire. Dobbiamo andare a pranzo. Ma comunque per noi, almeno per un paio di giorni, resterà Mireille.

Prima di riprendere il pullman, facciamo in tempo a fermarci in libreria. Oltre ad una guida di Persepoli, non resisto alla tentazione di comprarmi il Divan di Hafez in versione Persiano-Italiano. Così ora sapete il perché di tante citazioni…
Ci facciamo un ricco pranzo a buffet e ripartiamo in direzione Shiraz. Ci aspettano altri appuntamenti da programma.
Il primo è con il mausoleo di Shah-e Cherag, ovvero del fratello dell’ottavo Imam, vissuto nel secolo VIII. La prima cosa che ci chiediamo, e che chiediamo ad Alì, è proprio questa: ma l’Islam sciita è una religione così familista che non solo si venerano gli Imam, ma anche i parenti degli Imam? Parrebbe proprio di sì. E vedendo quanto è grandioso questo mausoleo, ci chiediamo anche allora come sarà quello dell’Imam. Alì ci informa che si trova a Mashhad, nel nordest dell’Iran. Che è appunto, insieme a Qom, la culla della religione sciita in Iran. Se qualcuno vorrà fare il viaggio nel nord, lo vedrà. Chissà, forse l’anno prossimo. Inshallah (a proposito, si dice anche qui).
Qui non si può entrare con la macchina fotografica (ma col telefonino sì) e le donne devono mettere il chador, gentilmente fornito dagli addetti dello stesso mausoleo. Per le donne del gruppo, è la prima esperienza. Al velo qualcuna si sta già un po’ adattando, ma qui si sale di livello. Non è nero, per fortuna. Non abbiamo capito se per alleggerire l’esperienza o per identificarle meglio, alle turiste straniere viene dato un chador bianco decorato con motivi floreali. Allegro, tutto sommato. C’è un ingresso separato per le donne, con una camera di… compensazione dove avviene la vestizione. Noi uomini siamo già dall’altro lato in attesa. Quando le signore sbucano, sembrano ovviamente un po’ a disagio ma divertite. Partono subito le foto e i selfie. La prima cosa che salta all’occhio è che Franca è l’unica che ha il chador più il velo in testa: Non hanno trovato un chador abbastanza lungo da coprirla tutta! Del resto, la ragazza in gioventù faceva pallavolo. La statura supera decisamente quella dell’iraniana media.

Il sito è il luogo di pellegrinaggio più importante della città di Shiraz. Aḥmad, il fratello dell’Imam, venne a Shiraz all’inizio del III secolo islamico (circa 820 d.C.), e vi morì. Verso il 1130 fu costruita la camera di sepoltura, con la cupola e a cipolla e un portico colonnato. La moschea è rimasta così per circa 200 anni, prima di ulteriori lavori avviati dalla regina Tash Khātūn durante gli anni 1344-1349 (745-750 del calendario islamico) di cui non è rimasto nulla. La moschea fu di nuovo impegnata in riparazioni nel 1506 e nel 1588, quando la metà della struttura crollò a seguito di un terremoto. Nel corso del XIX secolo, la moschea è stata danneggiata più volte e successivamente riparata. Infine, nel 1958 tutta la cupola fu rimossa e al suo posto venne inserita una struttura in ferro, che era più leggera e suscettibile di durare più a lungo. La nuova struttura fu posta con la forma della cupola originale e venne finanziata a spese del popolo di Shiraz. L’attuale edificio è costituito da un portico originale con le sue dieci colonne sul lato orientale, un ampio santuario con nicchie alte sui quattro lati, una moschea sul lato occidentale del santuario, e varie sale. Ci sono anche numerose tombe contigue al mausoleo. Due piccoli minareti, situati alle due estremità del portico a colonne, aggiungono imponenza al mausoleo, che fa parte della lista dei monumenti nazionali dell’Iran.
Noi, purtroppo, possiamo vedere solo i cortili e le strutture dall’esterno, dato che qui l’ingresso nella moschea è vietato ai non musulmani. Ci si avvicina un tipo un po’ strano che potrebbe essere un custode e che, quando gli diciamo che siamo italiani, cerca di comunicare snocciolando calciatori della Juve, magari non recentissimi: Michel Platini e Zinedine Zidane. Alì, invece, ci racconta una curiosità interessante: il turbante nero è riservato ai mullah (sacerdoti) che sono discendenti di Maometto; tutti gli altri portano il turbante bianco. Anche qui come in tanti altri posti, e qui era inevitabile, l’ayatollah Khomeini e l’ayatollah Khamenei con i loro turbanti neri (ora sappiamo perché) ci guardano severi e accigliati.

IMG_0655a

IMG_0655c

IMG_0655f

IMG_0655b

IMG_0655g

IMG_0655h

 

Dobbiamo ancora vedere anche la Moschea Vakil, la Moschea del Reggente, per cui non abbiamo avuto tempo ieri.
Edificata tra il 1751 e il 1773, durante il periodo Zand, è stata restaurata nel XIX secolo durante il periodo Qajar.
La moschea ha solo due iwan, sui lati nord e sud di una grande corte aperta. Gli iwan e le corti sono decorati con tipiche piastrelle di Shiraz. La sua sala di preghiera invernale (Shabestan), con una superficie di circa 2.700 metri quadrati, contiene 48 colonne monolitiche scolpite a spirale, ognuna con un capitello a foglie di acanto. Il minbar (pulpito) di questa sala, tagliato da un unico blocco di alabastro e realizzato a Tabriz, è considerato uno dei capolavori del periodo Zand. Le esuberanti piastrelle decorative floreali risalgono in gran parte al periodo Qajar.

IMG_0658

IMG_0661a

IMG_0661b

IMG_0662

 

Ci concediamo poi un bel giro al bazar, dove scopriamo cose interessanti come le mandorle verdi (qui si mangiano così) e un gelato fatto con amido di mais, limone e zucchero. Alì è in cerca di un particolare anello in osso di cammello e bronzo, che sa di poter trovare qui, e infatti c’è. Ma quello che si nota di più, girando per il bazar, unico in Iran per l’architettura in mattoni dipinti, è che è molto ordinato e composto, quasi silenzioso, soprattutto se paragonato ad un souk arabo. Ricorda più un bazar ottomano, anche nell’architettura. Non si sentono urla di venditori per attirare i clienti, né si vedono discussioni animate e contrattazioni all’ultimo sangue. A me piacciono anche i souk arabi, soprattutto quelli più autentici e non turistici, ma bisogna ammettere che forse al di là di tutto questa differenza culturale tra arabi e persiani esiste e si misura anche da queste cose.

IMG_0664

IMG_0665a

IMG_0666

IMG_0669

 

Un tè ai germogli rilassante al Joulep, che ormai è il “nostro” caffè a Shiraz, e poi via verso l’albergo a prepararci per un’altra serata in famiglia.
La casa della famiglia di questa sera è un po’ più modesta ma l’accoglienza è sempre calda, anzi forse un po’ più… sincera. Il padrone di casa è un taxista, che è abituato per lavoro a conoscere stranieri e a portarli in giro, e che spesso li invita a casa. Gli piace ospitare persone, e poter scambiare qualche idea con gente che viene da paesi lontani. Ma lascia volentieri che a fare gli onori di casa siano la moglie e i figli, una ragazza diciottenne e un ragazzo più grande. C’è anche uno zio, e ci sono un paio di altri ragazzi, un cugino e forse un amico di famiglia. E soprattutto c’è una zia di cui Alì ci ha già parlato, che è la persona più conservatrice della famiglia e che, come ogni zia che si rispetti, ha la tendenza a mettere becco in tutte le questioni, anche quelle che non la dovrebbero riguardare. Quindi un po’ la temiamo, più che altro temiamo che intimidisca un po’ i ragazzi e non li lasci parlare liberamente.
Ci servono il tè e dei dolcetti di benvenuto. Ormai abbiamo imparato a dire almeno “grazie” in farsi. Si può dire mamnoun o kheili mamnoun (molte grazie), ma c’è anche l’alternativa mersi, più facile da ricordare.
All’inizio le curiosità si concentrano su Shiva, la figlia diciottenne, che risponde con un sorriso un po’ imbarazzato. Lei studia ragioneria, ma ha fatto anche un corso da parrucchiera, per tenersi aperta un’altra strada. Nel tempo libero fa danza hip-hop, il che ovviamente ci incuriosisce molto: vorremmo sapere dove può praticarla, poi. Lei accenna a delle feste tra ragazzi, dove si può ballare, e subito la zia ci tiene a precisare che balla solo in casa e che sono feste “di famiglia”. Sì, me la vedo proprio che balla hip-hop per le vecchie zie… comunque, facciamo finta di crederci. Sappiamo, in realtà, che di feste private i giovani ne fanno, anche parecchie. C’è un po’ di tolleranza su questo, fa parte della politica di lasciare qualche spazio minimo di libertà, una modica quantità di briglia sciolta almeno nelle case. Per essere ancora più sicuri, però, in questi casi, è meglio allungare una mazzetta sottobanco al poliziotto di turno. Funziona così.
Viene fuori che i ragazzi possono uscire, le ragazze solo di nascosto. Mi torna in mente un passo del libro che sto leggendo in questi giorni, “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi. Racconta di una professoressa che, di nascosto, fa lezione di letteratura in casa a un gruppo di ragazze, le conforta e le sprona a leggere libri proibiti. C’è un pezzo in cui lei e le ragazze si confrontano sui loro sogni, e scoprono che tutte hanno sogni ricorrenti in cui sono senza velo in situazioni pubbliche, per propria volontà o per un incidente casuale; allora si sentono in pericolo, braccate dai guardiani della rivoluzione, e scappano, senza sapere dove. “Sogni illegali”, li chiamano. Quante cose sono ancora sogni illegali, per queste ragazze.
Ci interessa, su questo, sentire anche l’opinione dei ragazzi: per esempio, sposerebbero una ragazza che esce di nascosto? Che magari ha già avuto un ragazzo? Ovviamente, c’è un po’ di imbarazzo. La zia ci guarda un po’ in cagnesco. Il cugino, che fa palestra e si vede, ammette che non sposerebbe una ragazza che esce di nascosto e che potrebbe aver già avuto delle storie. Dice qualcosa tipo che non vorrebbe zappare un giardino che ha già zappato qualcun altro. È una frase che non vorresti sentire da un ragazzo, ma probabilmente questo retaggio culturale è duro a morire, a maggior ragione in questo paese. È anche una questione di reputazione, probabilmente. La reputazione è tutto, nessuno vuole che gli altri parlino alle sue spalle. Si può solo sperare, io ne sono abbastanza convinto, che non siano tutti così.

Come sempre anche loro hanno tante curiosità su di noi, e così anche qui facciamo un giro di presentazione e raccontiamo ciascuno due cose di sé stesso. La cosa che li incuriosisce di più, si capisce, è la nostra età. L’osservazione è, in genere, “Sembrate più giovani”. Non è solo l’aspetto, è anche quello ma più che altro li colpisce che persone che per loro hanno… be’, diciamo, una certa età (mi ci metto anch’io) abbiano ancora voglia di scoprire il mondo e si siano imbarcate in un viaggio comunque abbastanza impegnativo, in un paese lontano, di cui tanti hanno paura. Per loro viaggiare è ancora una cosa non comune anche da giovani, figuriamoci quando giovani non si è più o lo si è… diversamente.
Intanto, cominciano i preparativi per la cena. Questa volta la cena non è a buffet ma… a pic-nic. Che non si fa solo su un prato, sull’asfalto, sul cemento, ovunque. Un’altra abitudine iraniana che abbiamo scoperto è che, se ci sono tante persone a cena, si prende una bella tovagliona, la si butta sul pavimento e si fa pic-nic… in salotto. Ho saputo che in queste occasioni a volte spunta anche qualche bottiglia di alcolici, ma stasera no. C’è il riso con polpettine, e la crosta di riso. Ci sono le immancabili melanzane, il pollo e l’insalata di Shiraz (stasera abbiamo scoperto che ci si mette anche del succo d’uva non ancora matura).
Gli iraniani dell’Italia conoscono l’arte, l’archeologia, forse un po’ la cucina, e il calcio. Il calcio soprattutto, che in genere (almeno i maschi) conoscono meglio dell’arte e dell’archeologia (temo che qui quello che non è islamico si studi poco), è spesso un buon argomento con cui cercare di entrare un po’ in sintonia. Va così anche col padrone di casa, che avendo sentito che sono di Milano mi chiede: “Sei dell’Inter?”. Inorridisco. “No no, Milan! Milan AC.” “E il Real Madrid? Ti piace?”. Inorridisco di nuovo. “No, in Spagna tifo Barça.” Troviamo una specie di accordo solo sul Manchester United. Ci tiene a dire che lui ha giocato a calcio, e anche lo zio. Poi mi fa vedere sul telefonino foto di altri gruppi, e singoli, che ha ospitato. Parecchi italiani, e francesi. Finché spunta una foto di lui con un gruppo di amici iraniani che hanno appena fatto pic-nic in salotto, proprio come noi, e fumano il narghilè. Mi chiede se lo conosco e rispondo di sì, che ho già avuto occasione di fumarlo in Marocco, in Turchia e in Palestina. Bene, dice, allora poi ci facciamo una fumatina. Provo a chiedergli se è religioso praticante, ma non capisce la domanda o preferisce far finta di non capire. L’argomento in effetti è delicato e la domanda era troppo diretta, lascio subito cadere il discorso.

Tutto il cibo è davvero ottimo, e come sempre in grande quantità. È impossibile non avanzare qualcosa. Vorrei però far sapere alla cuoca che abbiamo davvero apprezzato. In queste occasioni nel mondo arabo si usa dire Hamdulillah, che letteralmente significa “Dio sia lodato” ma si usa in un’infinità di situazioni, quando sei contento perché qualcosa ti è andato bene, quando ti stanno trattando bene e vuoi esprimere soddisfazione e gratitudine. Chiedo ad Alì se si usa anche qui. “Si usa ma non è una parola nostra” mi risponde. Deduco che forse è meglio non usarlo e mi unisco semplicemente all’applauso.
Ci rilassiamo sui cuscini dopo l’abbondante cena e, come promesso, arriva il narghilè. Il padrone di casa e Alì aprono le danze, poi a turno in diversi ci facciamo qualche tiro. Quando arriva il mio turno, però, faccio un po’ fatica, il fumo non viene su bene. Non ci faccio una gran figura, dopo che ho fatto l’uomo di mondo, ma sono abituato col bocchino e senza ho un po’ di problemi a prendere confidenza con l’attrezzo. Alla fine ce l’ho fatta, comunque, bene o male. Marco ha una disinvoltura e un’eleganza decisamente superiore. Del resto, mi ha raccontato che da giovane ha passato un lungo periodo in Algeria, dove ha lavorato all’ambasciata italiana e dove ha rischiato di essere rimandato a casa per aver partecipato a una serata organizzata dal Polisario, il movimento del popolo Saharawi per la liberazione del Sahara occidentale dall’occupazione marocchina (che ancora continua, tra l’altro).
Alla fine anche l’ineffabile zia ci ha provato a fare la guastatrice, ma non è riuscita a fare più di tanto.
Anche qui la bella serata si conclude con sorrisi e foto di gruppo, poi si va via. Domani mattina presto dobbiamo partire per Yazd.

IMG_0670b

IMG_0670d

gruppo1.jpg

 

(continua…)

 

In viaggio con Alì – 1

Diario di un viaggio in Iran con Radio Popolare e ViaggieMiraggi. Un viaggio in un paese pieno di straordinarie ricchezze, dove l’arte, la cultura e l’architettura islamica raggiungono l’apice, ma sono presenti anche le vestigia degli antichi splendori dell’impero persiano. Un paese lontano eppure vicino, che ci è stato troppo spesso raccontato senza essere davvero spiegato e che non si può capire se non si ascolta la sua gente, che ha una grande voglia di aprirsi e di rompere le barriere imposte dal regime teocratico.
Noi l’abbiamo girato con una guida speciale che porta un nome speciale, tanto da essere accostato, in Iran, al nome di Dio: Alì e Allah. Abbiamo visto le torri del vento e le torri del silenzio. E abbiamo scoperto, tra le altre cose, quanto i grandi poeti persiani del medioevo siano ancora presenti nella cultura e addirittura nella vita di tutti i giorni delle persone, come fonte costante di ispirazione nel tentativo a volte disperato di coniugare il rispetto dei principi religiosi musulmani e i piaceri terreni. È uno dei modi in cui questo paese cerca di far convivere due culture apparentemente opposte tra loro, ma entrambe parte della vita di ogni persona, e di andare avanti nonostante tutto. Sì, perché in questo paese i sogni dei ragazzi, e soprattutto delle ragazze, sono ancora illegali, come scrive Azar Nafisi nel suo bellissimo libro “Leggere Lolita a Teheran”. Se anche voi volete abbattere le barriere, anche mentali, per provare a capirci qualcosa, e magari anche a sognare, venite con noi.

La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte
(Omar Khayyam, poeta persiano XI-XII secolo)

 

Capitolo 1: Teheran

Mercoledì 4 aprile 2018

È da un po’ che volevo fare questo viaggio. L’Iran mi ha sempre affascinato, per la sua ricchezza di storia e cultura e per la sua unicità all’interno del mondo islamico: la cultura persiana che si contrappone a quella araba, l’Islam sciita contrapposto all’egemonia sunnita. E poi i siti archeologici, la cucina, la poesia persiana, il grande cinema iraniano di Abbas Kiarostami, Jafar Panayi, Asghar Farhadi… sono pressoché infiniti i motivi per avere voglia di conoscere questo paese. Eppure, ogni volta che ne ho parlato con qualcuno al di fuori, diciamo così, del solito giro, invariabilmente le stesse domande: Ma non hai paura? E poi, cosa c’è di interessante in Iran?
Non me ne voglia chi mi ha fatto queste domande, se ora mi sta leggendo, e anche chi me le avrebbe fatte. Posso capirle, in un certo senso, ma un po’ mi spiazzavano anche. Provavo a rispondere, ma senza mai avere la sensazione di riuscire a far superare al mio interlocutore le sue perplessità. Mi sembrava di dover dimostrare una cosa talmente ovvia che facevo quasi fatica a trovare le parole per farlo. È anche che io non sono bravo a convincere le persone, questa è la realtà. Ma comunque, sono convinto io e, in questo caso, è quello che conta.
Sono così convinto che ci avevo provato anche l’anno scorso, quando sono stati lanciati i primi viaggi in Iran con Radio Popolare, ma per varie ragioni ho tergiversato troppo e alla fine sono rimasto fuori, nonostante ci fossero quattro viaggi in programma. Nell’ultimo c’era un posticino, ma non mi andavano bene le date. Così quest’anno ci ho riprovato, mi sono iscritto ma per parecchio tempo sono stato in forte dubbio, anzi a un certo punto, per problemi familiari con i quali non vi voglio annoiare, ero quasi certo di non poter più partire. Ma poi le cose, in un modo o nell’altro, si sono risolte ed ora eccomi qua.
Siamo appena sbarcati all’aeroporto “Imam Khomeini” di Teheran, dopo un volo tranquillo di quasi cinque ore. Abbiamo preso il volo diretto da Milano della compagnia iraniana Mahan Air, che è partito con circa un’ora di ritardo, e questo, insieme all’anticipo di tre ore per fare il check in e alla differenza di fuso orario, fa sì che pur essendo usciti di casa questa mattina presto non siamo riusciti ad arrivare prima di sera. A proposito del fuso, un’altra delle anomalie di questo paese è che ha il fuso con la mezz’ora: rispetto all’Italia siamo a +2,5, quindi ora sono circa le 20.30.

Il gruppo è composto da 15 persone. Ci accompagna, in rappresentanza di Radio Popolare, Marco Di Puma, un’altra voce che ho finalmente il piacere di conoscere di persona. L’ho già visto alla riunione pre-viaggio, ma qui ci sarà tutto il tempo per approfondire la conoscenza. Finora lo conosco come voce del Popogusto, la trasmissione che parla del cibo buono, sano e… sostenibile, ed è collegata al mercato che si tiene ogni sabato nel cortile dell’Umanitaria a Milano. Ma mi ha raccontato che da poco conduce anche un altro interessante programma sui discorsi di odio nell’informazione e nella rete, un programma che si intitola Respect Words. Nel gruppo c’è anche sua moglie Ingela, che è di origine svedese, di Göteborg. Forse questo limiterà qualcuna delle signore nel fargli troppi complimenti sul suo look un po’ alla Richard Gere, ma alla fine penso che non si faranno inibire più di tanto. E poi c’è la mia amica Elena, alla quale devo rendere merito perché anche lei ha contribuito a convincermi a fare questo viaggio, anche se come ho detto ero già parecchio convinto di mio.
Le altre persone non le conosco ma fin dai primi convenevoli ho capito che, come sempre nei viaggi della radio, fin da subito si respirerà quel senso di comunità che solo in questo tipo di gruppi ho trovato. Abbiamo già scoperto che tra noi ci sono una Daria e un Alessandro, il che trovandoci in Persia è quanto mai appropriato. Non credo che si scontreranno come il Dario e l’Alessandro di 2300 anni fa, ma è stata l’occasione per qualche battuta. Tutto il resto lo scopriremo nei prossimi giorni. Un’altra cosa che sappiamo già, però, è che tra noi ci sono ben due psicologhe, quindi se qualcuno andrà in crisi non ci mancherà l’assistenza. Ma speriamo proprio di non averne bisogno, anche loro sono qui per godersi il viaggio e non vogliamo far niente che possa in qualche modo guastarglielo.
La maggioranza, come di consueto, è al femminile: 10 donne e 6 uomini, compreso Marco. Le donne si sono dovute velare prima ancora di scendere dall’aereo. in questo paese, purtroppo per loro, funziona così; anche le donne straniere, e non musulmane, hanno l’obbligo del velo, che va portato sempre. Lo si può togliere solo nella propria camera, o in case private se il padrone di casa è d’accordo. Ma per strada, in tutti i posti pubblici, e anche in hotel nelle parti comuni, non si può sgarrare. Naturalmente tutte lo sapevano, quello dell’abbigliamento femminile è stato uno degli argomenti clou della riunione pre-viaggio. Per fortuna i giorni bui dei primi anni dopo la rivoluzione khomeinista, ammesso che ora ci sia luce, sono alle spalle. Il controllo sull’abbigliamento delle donne, se non altro, è meno rigido. I capelli possono uscire dal velo, non si rischiano più frustate per una ciocca ribelle. Si possono portare i tacchi, senza esagerare, e ci si può truccare. Ma spalle e braccia scoperte no, pantaloni attillati no, caviglie scoperte no, scollature poi neanche parlarne. Bisogna cercare il più possibile di nascondere le forme, per non turbare i sonni dell’uomo timorato di Dio. Purtroppo, ancora oggi può succedere alle iraniane, se incontrano il poliziotto o la poliziotta sbagliata, di essere schiaffeggiate e umiliate per un velo “portato male”. E pensare che nel 1934 Reza Shah, il primo Pahlavi, un ex militare senza quarti di nobiltà, in un impeto di modernizzazione aveva addirittura messo al bando il velo.
Pur comprendendo il fastidio fisico e psicologico delle donne del gruppo, non si può non dire che è divertente vedere come ciascuna di loro ha deciso di declinare questo obbligo del velo. C’è chi lo porta come un hijab, il velo islamico più classico, chi ha scelto un semplice foulard, in fondo poi non così diverso da quello che portavano le nostre nonne. Chi ha preferito il bianco, chi colori tenui, chi colori vivaci, tinta unita o fantasie e motivi più o meno elaborati. Tutte, chi più chi meno, manifestano già insofferenza, ma si dovranno abituare.
Guardandosi intorno, le donne che indossano il chador nero sono poche, e tutte anziane. Il chador è quel mantello, lungo fino ai piedi, che le donne portano tenendolo chiuso con una mano all’altezza del collo. Le donne in chador nero sono una delle immagini che viene più immediato associare alla rivoluzione iraniana, ma tutti ci auguriamo che un giorno restino solo un ricordo del passato.

L’aria è fresca ma non più di tanto, la temperatura è tutto sommato gradevole. Quello che è certo, purtroppo, è che è molto inquinata. Teheran è oggi una caotica metropoli di circa 14 milioni di persone, l’attenzione all’ambiente è ancora di là da venire.
Prima di prendere il pullman che ci porterà in città, dobbiamo fare un’operazione fondamentale: cambiare un po’ di soldi per la cassa comune di cui usufruiremo in questi giorni. Poi, con calma, ci sarà anche l’opportunità di cambiare qualcosa in più per le nostre necessità personali. È necessario anche perché qui i nostri Bancomat non funzionano, neanche quelli internazionali. Scopriamo che il cambio, nel breve spazio di una decina di giorni che è passato dalla riunione pre-viaggio a oggi, è passato da 46.000 Rial per un Euro a 60.000. Restiamo tutti un po’ impressionati. Sappiamo, ovviamente, della grave crisi economica che attanaglia l’Iran, ma una perdita di valore così notevole in pochi giorni non ce l’aspettavamo. Per noi è un vantaggio, ma per gli iraniani, se questo corrisponde a una perdita di potere d’acquisto, si mette davvero male. Sappiamo, poi, che c’è anche per noi una complicazione. Oltre al Rial, che è la moneta ufficiale, esiste il Tuman, che è una moneta convenzionale che tutti usano e che riprende il nome di una vecchia moneta. Un Tuman vale 10 Rial, in pratica serve a togliere uno zero dai prezzi. È un po’ poco, restano sempre tanti gli zeri se si pensa ai prezzi in euro, ma per noi in fondo è un tuffo nel passato: ci fa pensare alle nostre vecchie lirette. In Turchia un po’ di anni fa avevano fatto la lira (turca) pesante, che valeva mi pare un milione di vecchie lire. Forse dovrebbero farlo anche qua.
Per il momento non siamo ancora in grado di renderci bene conto della situazione economica, perché i due autisti che ci hanno accolto parlano un inglese molto essenziale e hanno troppo da fare per poter parlare di questo argomento con loro. La nostra guida la conosceremo soltanto domani.
Sul pullman, però, ci offrono dei dolcetti. Si crea un piccolo equivoco linguistico, perché quando qualcuno gli chiede come si dice grazie, l’autista non capisce e risponde “Baghlava”, che è chiaramente il nome del dolce. L’assonanza con il turco Baklava è troppo immediata per non coglierla, se come me si ha un po’ di familiarità con l’oggetto in questione. A parte le dimensioni, che sono senz’altro più piccole, si tratta anche di un Baklava piuttosto diverso da quello turco più classico: questo è fatto di pasta di mandorle, mentre quello è fatto con tanti strati di pasta fillo sottilissima. Ma è pur vero che anche in Turchia le variazioni sul tema sono tantissime, e viene sempre chiamato Baklava. Comunque sia, è molto gradito, anche se per la verità in aereo ci hanno rimpinzato per bene.

Il tragitto non è breve, per arrivare in città con il traffico che c’è impieghiamo quasi un’ora. La prima cosa che salta all’occhio è che ci sono ancora le luminarie del Nowrouz, il capodanno persiano. Secondo il calendario persiano, che conta gli anni dall’Egira, la fuga di Maometto dalla Mecca (622 d.C.), ma a differenza di quello arabo è un calendario solare e non lunare, è appena iniziato l’anno 1397. L’inizio della festa è segnato dall’equinozio di primavera, il 21 marzo, con cui prende il via una celebrazione che dura 13 giorni di cene, visite familiari e riflessioni per l’anno a venire. Tutto si conclude con il Sizdah bedar, che in farsi significa “13 all’aperto”, ed è l’evento che segna la fine dei festeggiamenti. Secondo la tradizione, la giornata di Nowrouz va trascorsa all’aria aperta per allontanare gli spiriti maligni, in modo che, se questi vengono a far visita nelle case, non trovano nessuno e se ne vanno. Si celebra naturalmente anche l’uscita dall’inverno, con l’arrivo della stagione del risveglio della terra, dei fiori e degli amori. Infatti le decorazioni sono spesso a forma di uovo, che come nella nostra Pasqua simboleggia la vita che nasce.
Già che ci siamo, diciamolo, per quei pochi (speriamo) che non lo sapessero: gli iraniani non sono arabi e non parlano arabo. In Iran si parla farsi, o forse dovremmo dire più correttamente persiano: dire farsi è come dire che in Germania si parla deutsch. Ma la parola farsi ha un suono così bello… comunque sia, è la lingua che è l’evoluzione dell’antico persiano e che ne ha mantenuto parecchie caratteristiche. Ed è, forse qualcuno si sorprenderà, una lingua indoeuropea, che ha insospettate assonanze addirittura con lingue germaniche come il tedesco o l’inglese. Per esempio padre si dice pedar, figlia dokhtar (in inglese daughter), nome nam, porta dar (in inglese door), topo mush (in inglese mouse), tuono tondar (in inglese thunder). Il suono è molto diverso dall’arabo, meno secco e gutturale, più dolce e musicale. Ricorda sicuramente di più il turco, come sonorità.

L’alfabeto, però, è arabo. O per meglio dire, è arabo come base, ma poi anche qui sull’alfabeto arabo si sono innestate delle specificità persiane. Per noi, comunque, è dura. Nemmeno i numeri ci sono amici: qui non si usano i numeri che NOI chiamiamo numeri arabi, e che sono arabi, ma i numeri persiani, che sono anche questi arabi ma sono derivati dai numeri arabi orientali, mentre noi usiamo i numeri arabi occidentali, o qualcosa del genere. Ma niente panico, a volte si trovano anche i “nostri” numeri arabi. E poi, in fondo si tratta di imparare dieci simboli, in qualche giorno ce la fai. Oddio, dieci… a dire il vero il 4 si trova in due modi diversi: a volte te lo trovi fatto come una epsilon, altre volte come una specie di calibro… aiutooo! Lo ammetto, all’inizio decifrare i prezzi nei negozi è complicato: non solo devi aggiungere uno zero ma ci sono anche questi c…zo di numeri. Ma poi, fidatevi, si impara. Io, intendiamoci, tutte queste cose le ho scoperte solo dopo, col passare dei giorni; quando sono arrivato sapevo che si parlava farsi e l’alfabeto era arabo, punto.
Ma basta divagare, non devo farmi trascinare dalla mia passione di linguista mancato. Torniamo a noi, che intanto siamo arrivati in albergo. Il nostro hotel, il Parsian Kowsar, si trova in una zona abbastanza centrale, nel Distretto 6, tra i quartieri di Behjat Abad e Sazman Aab. Data l’ora, abbiamo appena tempo per prendere possesso delle nostre camere e darci una veloce rinfrescata, poi per chi vuole fissiamo il ritrovo per andare a mangiare qualcosa.
Ma prima Elena deve fare una cosa molto importante: chiamare la sua mamma per rassicurarla che è il volo è andato bene e che è arrivata tranquillamente a destinazione. C’è un piccolo dettaglio, in realtà: la sua mamma crede che lei abbia raggiunto un’altra destinazione, l’Armenia. Ricordate la domanda: non hai paura? Ecco, Elena ha pensato che per una signora anziana e un po’ ansiosa sapere che la sua bambina era in Iran sarebbe stato troppo e così… ha detto una piccola bugia a fin di bene, dichiarando una meta più accettabile. La cosa, ovviamente, è stata oggetto di qualche battuta scherzosa nel gruppo, ma per quanto ne so è andata a finire bene (al ritorno ha confessato, ma la mamma aveva già capito che c’era qualcosa che non tornava…). Il fatto è che telefonare dall’Iran non è così banale, o meglio, rischia di costare uno sproposito. Ci hanno detto che, se proprio devi chiamare, la cosa più facile è farlo dall’albergo. Oppure, meglio ancora, si può chiamare con whatsapp sfruttando la rete wi-fi, sempre in hotel. Ma la mamma di Elena non usa whatsapp… comunque, alla fine è riuscita a chiamare dall’albergo senza troppe difficoltà.

A proposito della rete wi-fi, c’è da dire che è sempre stata la prima o tra le prime cose a cui abbiamo pensato appena arrivati in un nuovo hotel. Nessuno di noi ha attivato la rete dati col proprio operatore telefonico, perché i costi dall’Iran generalmente sono elevati, e non era troppo conveniente nemmeno usare una SIM iraniana, se non strettamente necessario. Ormai però è dura ammetterlo ma non ce la facciamo a stare disconnessi per troppo tempo, quindi di solito la scena era quella di noi che ci avventavamo sulla password come un branco di lupi affamati, per poi smadonnare sulle schermate di collegamento in farsi
Già dalla prima sera abbiamo scoperto, o meglio molti di noi già lo sapevano, che l’uso di internet è soggetto a forti limitazioni in Iran. Facebook è bloccato, Twitter è bloccato, alcuni server di mail non funzionano, né tantomeno i blog. L’unico social network che funziona è Instagram, sul quale anch’io, che in genere lo uso poco, mi sono buttato per fare qualche… esperimento. Probabilmente è una sorta di valvola di sfogo che il regime ha deciso di lasciare ai giovani iraniani. Ma su questo tornerò in una delle prossime puntate. In realtà, se sei un po’ “nerd” e disposto a correre qualche rischio, c’è modo anche di aggirare i blocchi. Ci sono dei software con i quali si può cambiare il proprio indirizzo IP simulando di essere in un altro paese, o altri sistemi antifiltro come i VPN (Virtual Private Network), che ci hanno detto siano piuttosto popolari. Basta acquistare una schedina al mercato nero (ma neanche tanto nero, pare che molti internet cafè le vendano senza nascondersi troppo) e il gioco è fatto. Anche questo, è difficile pensare che la polizia non lo sappia.
Le camere sono tutte piuttosto grandi. Il look dell’albergo è decisamente internazionale, quello che lo caratterizza come iraniano è solo la presenza in ogni camera del Corano, del tappeto per la preghiera e di una freccia che indica la direzione della Mecca. il fascicolo di presentazione dell’hotel riporta, nel retro di copertina, una citazione dell’Imam Alì, primo Imam della tradizione sciita, risalente al VII secolo d.C.: “Finchè un viaggiatore si trova in un paese islamico, il governo islamico è responsabile di garantire la sua sicurezza e il suo benessere. Se un viaggiatore in un paese islamico perde qualcosa di sua proprietà, il governo deve sostenerlo e rifonderlo di quanto ha perso”. Ci dà un primo spunto per capire quanto gli Imam, e in particolare Alì, siano delle figure chiave nella cultura religiosa di questo paese.

IMG_0402a

Noi ora dobbiamo pensare a trovare un posticino nelle vicinanze per mettere qualcosa sotto i denti, o se non altro abbiamo voglia di fare due passi, senza allontanarci troppo sia perché è già tardi sia perché per ora siamo senza guida. A venire incontro ai nostri desideri c’è Hassan, il nostro autista, che ha parcheggiato il pullman poco distante dall’hotel. Lo incontriamo proprio mentre stiamo cercando di capire cosa c’è in zona, e lui si offre di accompagnarci.
Ci porta in un posto che ha l’aspetto di un piccolo fast food, che non è esattamente il genere di posto che immaginavamo per la nostra prima cena iraniana ma è certamente vero e popolare. Naturalmente, visto il genere di posto, siamo i soli stranieri. La TV rimanda le immagini di Barcellona-Roma di Champions League.

Se non altro, la lista è scritta anche in inglese e così possiamo cercare di capire cosa ordinare. Prima sembrava che quasi nessuno avesse voglia di mangiare, ma ora siamo qua… che fai, non prendi niente? Io ordino “chips and cheese”, che si rivela essere un piatto di patatine, proprio tipo quelle che si trovano nei sacchetti, coperte di formaggio fuso. Non è poi male, anche se pensavo a un altro genere di chips, che però qui, all’americana, vengono chiamate French Fries. C’è chi osa un hot dog, e riceve un enorme panino contenente un würstelone di pollo e traboccante di salse varie, chi la pizza, che è anche questa “american style”. Noi non avevamo, purtroppo, un’idea delle porzioni, ma ci accorgiamo che mettendo insieme tutto ci sarebbe cibo per sfamare un battaglione di artiglieria. Eppure il conto ammonta a circa 1.200.000 rial, qualcosa come 20 euro. Torniamo appesantiti verso l’albergo, la stanchezza prende il sopravvento e ci diamo appuntamento per domani mattina.

IMG_0404

Giovedì 5 aprile 2018

Anche il buffet della colazione è internazionale, con delle piacevoli caratteristiche mediorientali come la presenza di yogurt in abbondanza, formaggi di pecora o di capra tipo feta, olive nere, pomodori, cetrioli, melone e halva, un dolce a base di pasta di semi di sesamo.
Mentre stiamo facendo conoscenza, ognuno a modo suo, con le varie possibilità di colazione che ci vengono offerte, si avvicina un signore sulla sessantina che, sorridendo e in un perfetto italiano, ci chiede: “Voi siete il gruppo di Radio Popolare?”. È Alì, la nostra guida, che ci accompagnerà per tutta la durata del viaggio. Gentilmente si informa su come è andato il nostro viaggio, come abbiamo dormito, e tutti i convenevoli di prammatica.
E ti credo che parla bene l’italiano: scopriamo che Alì ha studiato lingua e letteratura italiana all’Università di Perugia, dove si è fermato anche dopo la laurea e ha vissuto in totale per 18 anni. Ora di anni ne ha 59, è divorziato e ha due figlie che vivono a Tampa, in Florida. È tornato a vivere in Iran già da molto ma continua a mantenere contatti con l’Italia, dove ha molti amici e dove torna di frequente. È stato pochi mesi fa a Palermo, e conosce un po’ anche Milano, oltre a Roma e Firenze. Abbiamo subito l’impressione che con lui avremo l’opportunità di capire tanto di questo paese, certo compatibilmente con i pochi giorni che abbiamo a disposizione.
Saliamo sul pullman che ci accompagnerà nella visita della capitale. Alì ci conferma l’impressione che avevamo avuto ieri sera, e cioè che ci sia ancora un clima festivo, o post-festivo: “Ah, che bello vedere Teheran con poco traffico”. Ci guardiamo perplessi: ovviamente non abbiamo termini di paragone con altri periodi, ma a noi il traffico sembrava a dir poco sostenuto. Ma lui dice che no, che questo è niente, Teheran può essere molto, ma molto più trafficata di così. Ora molta gente è ancora via, molti sono andati dai parenti nelle loro zone d’origine, ai quattro angoli del paese, per festeggiare il nowrouz, il capodanno. Comunque sia il traffico, pur non seguendo certamente regole “europee”, è meno caotico, e soprattutto meno rumoroso, di altre grandi città del Medio Oriente o del Nordafrica. Ogni tanto si sente qualche colpo di clacson, ma non il concerto che si potrebbe immaginare.

Quello che mi sembra di sentire, anche solo respirando l’aria di Teheran, è la concentrazione di inquinanti. Facilmente la gola mi si secca, e mi viene la tosse, ma forse è anche l’effetto dell’altitudine: la città si trova a una quota che varia dai 1200 m delle zone più basse agli oltre 1600 dei quartieri settentrionali alle pendici dei monti Alborz, dove vivono i ricchi, che possono permettersi di snobbare la repubblica islamica. Quasi tutto l’Iran, in realtà, si trova sul grande altopiano chiamato proprio altopiano iranico, e quindi tutte le città che toccheremo si trovano a quote simili.

img_0424.jpg

Teheran è una città divisa da grandi arterie, la più importante delle quali è Vali Asr, dedicata al Mahdi, chiamato anche Vali Asr, Signore del Crepuscolo, una sorta di messia che verrà alla fine dei tempi e decreterà il destino dei salvati e dei dannati. Una strada alberata che, fiancheggiando il maggior torrente della città, univa lungo l’asse sud-nord la Teheran storica alle residenze estive dei nobili e dei mercanti. Con l’incanalamento del torrente, Vali Asr è diventata una strada a sei corsie lunga venti chilometri, la più lunga del Medio Oriente, fiancheggiata da 12.000 antichi platani.

Non è una città bella, è cresciuta troppo disordinatamente per esserlo. Qua e là ci sono palazzi lasciati a metà, dimenticati, abbandonati al loro destino. Forse erano finiti i soldi. E tanti, troppi casermoni e grattacieli, venuti su come funghi. Hanno comprato interi quartieri, buttato giù le case a due-tre piani, costruito torri gigantesche e fatto soldi a palate. Il piano regolatore? Scrive Farian Sabahi, giornalista iraniana che collabora con diverse testate italiane e con Radio Popolare, nel suo libro “Noi donne di Teheran”, che il piano regolatore c’è ma, come recita un vecchio proverbio mediorientale, “L’odore dei soldi sposta anche il corso dei fiumi”.

E non è una città antica, è capitale solo dalla fine del 1700. Il primo imperatore della dinastia Qajar era preoccupato per i russi, che minacciavano il confine settentrionale, e spostò la capitale a nord, senza per altro riuscire a impedire che gli venissero sottratte l’Armenia, la Georgia, il Turkmenistan e l’Azerbaigian, tranne la piccola parte della regione storicamente nota come Azerbaigian che è ancora una provincia dell’Iran. Ma – Aspetta un attimo – Armenia? Eh già, l’Armenia all’epoca faceva parte dell’Iran! Ed ecco che quella di Elena non è nemmeno più completamente una bugia… Comunque, questa è una delle prime cose che ci racconta Alì, che dice senza mezzi termini che la dinastia Qajar è stata la rovina dell’Iran.

Ma prima ancora, come fanno molti iraniani, ci tiene a precisare “Non siamo arabi”. Scopriremo che quella certa dose di astio nei confronti degli arabi invasori è ancora in qualche modo parte dell’orgoglio persiano, che è comunque sconfinato e prescinde da tutti i problemi dell’Iran di oggi. “Se il mondo è un corpo, la Persia ne è il cuore”, scrisse Nezamì. Persia, che deriva dal Fars, la regione centrale, è stato il nome del paese fino agli anni trenta del novecento. Reza Shah decise di prendere le distanze dall’imperialismo britannico e nel 1936 scelse il nome Iran, che evoca la gloria dell’antico impero persiano.

Prima di entrare nel Palazzo Golestan, che sarà la nostra prima visita, Alì ci parla anche della bandiera iraniana. L’attuale bandiera dell’Iran venne adottata il 29 luglio 1980, ed è un riflesso dei cambiamenti portati in Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979. La forma base della bandiera è composta da tre bande orizzontali di uguali dimensioni. I colori, partendo dall’alto, sono: verde (è il colore dell’Islam e rappresenta anche la crescita), bianco (simboleggia l’onestà e la pace) e rosso (sinonimo di coraggio e martirio). Questa configurazione è stata utilizzata fin dall’inizio del XX secolo ed era presente anche nella bandiera dell’Iran dello Shah. Allora, però, al centro della bandiera era presente l’immagine di un leone con una spada, che è un simbolo classico della Persia. Dalla rivoluzione islamica, questa immagine è stata sostituita con l’emblema rosso nel centro della bandiera, disegnato da Hamid Nadimi. È stilizzato e composto di vari elementi islamici: in una forma geometricamente simmetrica le quattro mezzelune formano la parola Allah: leggendo da destra a sinistra la prima è la lettera Alif, la seconda mezzaluna è il primo Lām, la linea verticale (spada) è il secondo Lām, e la terza e quarta mezzaluna, insieme, formano l’Hāʾ. Sopra il tratto centrale c’è uno shadda, un segno diacritico simile alla lettera W. La forma a tulipano dell’emblema, nel suo complesso, commemora coloro che sono morti per l’Iran e simboleggia i valori di patriottismo e di sacrificio, sulla base della leggenda che i tulipani rossi crescono dal sangue versato dei martiri. Un altro cambiamento portato alla bandiera dalla rivoluzione islamica è l’aggiunta di una scritta in arabo, in cufico stilizzato (identico comunque al farsi) sul bordo della striscia verde e di quella rossa. La scritta riporta la frase Allahu Akbar, ovvero Dio è grande. Questa frase è ripetuta 22 volte, e ciò è simbolico della rivoluzione, che avvenne il ventiduesimo giorno dell’undicesimo mese del calendario iraniano.

Flag_of_Iran

Un’altra cosa da sapere, prima di entrare nel palazzo, è che vedremo alcune caratteristiche classiche dell’architettura residenziale tradizionale persiana, come la corte biruni (cortile esterno) e il giardino daruni (cortile interno).

Il Palazzo del Golestan è la residenza storica della dinastia reale Qajar. Si tratta del più antico monumento della città, parte di un complesso di edifici un tempo racchiusi dalle mura della storica cittadella (Arg).

Il complesso dell’Arg testimonia dell’arte e dell’architettura del periodo Qajar, il che comprende anche l’introduzione di motivi e di stili europei nell’arte persiana. Il palazzo, oltre ad essere la residenza dei sovrani, era anche il centro della produzione artistica nel XIX secolo. Il palazzo testimonia di un’importante periodo culturale e artistico della storia dell’Iran durante il XIX secolo, quando la società persiana conobbe un processo di modernizzazione e subì influenze europee: i valori e l’eredità artistica e architettonica dell’antica Persia vennero integrati in una nuova forma d’arte e di architettura che ebbe un lungo periodo di transizione dove l’influenza occidentale venne acquisita gradualmente dagli artisti iraniani.

Il Qajar Agha Mohammad Khan scelse Teheran come nuova capitale nel 1783 e l’Arg divenne così la cittadella reale durante l’epoca qajara. Il palazzo venne ricostruito (nella forma che si può ammirare oggi) nel 1865. Durante l’epoca Pahlavi (1925-1979), il palazzo del Golestan venne utilizzato per cerimonie ufficiali, come l’incoronazione dello Shah Mohammad Reza, dato che la dinastia Pahlavi aveva edificato le proprie residenze a nord della città, a Sa’dabad e Niavaran.

La prima sala che vediamo è la sala del trono del reggente. Reggente era il titolo scelto da Karim Khan, il fondatore della dinastia Zand, che regnò dal 1751 al 1779. A lui è appartenuto il sontuoso trono in alabastro che domina la sala. Nella sala adiacente si trova il Cenotafio di Naser od-Din Shah, terzo re del periodo Qajar.

Le decorazioni dell’esterno, a motivi geometrici e floreali, danno ad Alì lo spunto per parlarci dell’architettura del periodo sasanide (dal 224 al 651 d.C), che ha influenzato tutto il mondo islamico. In Iran i motivi floreali sono molto più diffusi che negli altri paesi musulmani.

IMG_0439

IMG_0444

 

Vediamo poi il Palazzo delle Udienze, quello utilizzato per le cerimonie. Attraversiamo un salone dopo l’altro, in un tripudio di specchi, di lampadari in cristallo di Boemia e di sfarzo un po’ tendente al kitsch. La sala più importante è quella dell’incoronazione di Reza Pahlavi, dove si trova una copia del mitico trono del pavone, realizzato nel 1600 e poi andato distrutto. Il pavone è un simbolo importante, rappresenta lo spirito e il sole. E infatti del complesso fa parte anche il Palazzo del Sole.

IMG_0438

IMG_0453

IMG_0455

 

Qui facciamo anche la conoscenza con la torre del vento (Badgir), che è una delle grandi invenzioni persiane e uno dei simboli dell’Iran.

Introdotte in Iran nel X secolo a.C., queste torri sono degli speciali camini con pianta a sezione rettangolare o poligonale, divisi da setti verticali in mattoni e con delle aperture sul lato superiore. In corrispondenza di ogni apertura vi è un condotto, nel quale s’incanalano i venti.

Vi sono le torri del vento che ventilano gli interni per convezione, introducendo quindi aria fresca negli ambienti e spingendo fuori aria calda, e le torri del vento che raffrescano la struttura per l’azione congiunta di convezione ed evaporazione, dove la temperatura del flusso d’aria entrante si abbassa anche per evaporazione, essendo l’aria spinta sopra un canale d’acqua o in un condotto interrato nel terreno profondo.

L’uso di queste torri come sistema di climatizzazione passiva funziona anche in assenza di venti, trasformandosi in una struttura di estrazione naturale, dove l’aria calda, che tende naturalmente a salire verso l’alto perché più leggera, esce dalle aperture del camino; di notte la torre si raffredda, quindi di giorno l’aria a contatto con la muratura fredda della torre diventa più densa, scende ed entra nell’edificio. La bocca del camino è disegnata in modo da creare una zona di bassa pressione alla sommità della torre e la caduta di pressione innesca una corrente d’aria verso il camino. Poi, durante il giorno, la torre si riscalda e la muratura cede il calore creando una corrente d’aria discendente verso la torre. I muri di costruzione delle torri sono molto spessi in modo da avere un alto potere di accumulo termico, cosicché innescano una forte differenza di pressione tra interno ed esterno.

Durante la costruzione delle torri del vento si tenevano in considerazione sia la direzione prevalente del vento che la corrente d’aria maggiore del luogo, perciò si trovano diverse tipologie di torri a seconda del luogo. Per esempio, nel sud dell’Iran le torri sono relativamente basse perché i venti soffiano generalmente a bassa quota.

badgir

Ci trasferiamo al museo archeologico, dove Alì, prima di entrare, ci spiega la struttura, che si basa su un altro concetto fondamentale dell’architettura persiana, l’iwan. L’iwan è uno spazio chiuso su tre lati, con un lato completamente aperto o quasi completamente aperto, spesso con un ingresso ad arco, tipico dell’architettura sasanide. Lo ritroveremo poi nelle moschee, dove possiamo trovare un iwan, due iwan o quattro iwan.

All’interno, breve lezione sulla geografia dell’Iran, aiutati dalla grande mappa con le catene montuose in rilievo. Scopriamo che la presenza di distese di sale nei deserti iraniani è un’eredità della lontana epoca in cui, ere geologiche fa, il Mar Caspio e il Golfo Persico erano uniti in un unico mare. Le acque si sono poi separate e hanno lasciato due grandi deserti, il Dasht-e Kavir e il Dasht-e Lut. Il deserto del Lut è, secondo i meteorologi, il luogo più caldo del pianeta, dove le temperature possono salire fino a 70°C.

Il museo è pieno di oggetti interessantissimi, se avessimo il tempo meriterebbe probabilmente un giorno intero di visita. Ci sono reperti che vanno dal paleolitico, al neolitico, alle età degli Achemenidi (559-330 a.C.), dei Seleucidi (313-146 a.C.), dei Parti (250 a.C.-224 d.C.) e dei Sasanidi (224-651 d.C.).

Uno è il toro guardiano di Gilgamesh, l’antica divinità babilonese. Poi abbiamo immagini degli ziggurat iraniani, che a differenza di quelli della Mesopotamia non sono costruiti un piano sopra l’altro ma uno dentro l’altro, con tutte le pareti che partono dal livello del suolo.

Ma il reperto più spettacolare è la scena dell’udienza di Dario I (o Serse I), del periodo achemenide (VI secolo a.C.), da Persepoli. Si vede l’imperatore sul trono, con dietro di lui e davanti a lui i cortigiani. Il primo dietro di lui, che porta un fiore di loto, è l’erede al trono, che potrebbe essere quindi Serse I o Artaserse I. Più indietro la guardia reale, i cui membri erano chiamati “Gli immortali”. Questi diecimila uomini erano così chiamati perché il loro numero non diminuiva mai: se uno moriva o era gravemente ferito o malato, veniva immediatamente sostituito.

Poi c’è la statua di Dario, in granito grigio, purtroppo mancante della testa e della parte superiore del corpo. Viene da Susa, l’antica capitale. Nelle pieghe della veste ci sono delle iscrizioni, da una parte in caratteri cuneiformi nelle tre lingue dell’impero (antico persiano, elamita e babilonese) e dall’altra parte in geroglifici egizi. Riportano i titoli del re e registrano che la statua è stata scolpita in Egitto. Sulla base della statua è rappresentato Hapi, il dio egizio del Nilo.

Ci sono anche i resti del cosiddetto Uomo del Sale, scoperti negli anni scorsi nella storica miniera di sale di Chehrabad, Zanjan, Iran nordorientale. I resti mummificati datano 1.700 anni: il particolare ambiente salino ha influito sullo stato di conservazione. Sono rimasti la testa, con tanto di capelli, e il piede sinistro: si presume sia una delle vittime (nell’area sono stati trovati resti di altri sei lavoratori) del collasso della miniera.

E per finire la grande statua detta del Principe dei Parti, il popolo persiano che si batté contro i romani.

IMG_0491

IMG_0496

IMG_0503

 

Usciti dal museo, decidiamo, per guadagnare tempo, di non pranzare tutti insieme seduti al ristorante, ma di disperderci tra le tante bancarelle che servono street food nei dintorni. Io divido con Elena un panino con salsiccia (presumiamo di manzo), un altro se lo dividono Vanda e Antonio, che ci accompagnano nella piccola… avventura di spiegare al venditore cosa vogliamo. Lui sembra veramente tra il sorpreso e il contrariato che noi si voglia mangiare così poco, ha l’aria di pensare “Certo che son strani ‘sti europei”. Ma noi siamo appena arrivati, siamo ancora un po’ intimoriti dalla quantità di cibo che ingurgitano i locali… alla fine, però, a conti fatti, io e Antonio conveniamo che, almeno per noi, forse un panino intero ci stava. Però stasera abbiamo una cena presso una famiglia iraniana, sappiamo che dovremo mangiare tanto e non potremo rifiutare nulla, per non offenderli. E allora va bene così.

Intorno alla fontana nel giardino del museo c’è una bella atmosfera, tanta gente che mangia il suo pranzo. Il sole è caldo, ma la temperatura resta gradevole. Facciamo i primi incontri e cominciamo a capire che gli iraniani hanno una voglia incontenibile di contatto con il mondo esterno: ci salutano, ci chiedono da dove veniamo, vogliono fare selfie con noi e soprattutto ci danno il benvenuto. Sarà che di turisti se ne vedono in giro pochi, siamo merce rara. Alì ci ha detto che l’anno scorso ne erano venuti molti di più, ma ora, con la rimessa in discussione da parte di Trump dell’accordo sul nucleare iraniano, è tornata più che mai la paura. Comunque, questa sarà una costante di tutto il viaggio: in nessun posto al mondo mi sono sentito dare il benvenuto con una tale frequenza.

Ripartiamo in pullman verso la prossima meta, il museo di arte contemporanea. La scelta era tra questo e il museo di arte moderna, ma Claudio Agostoni, di Radio Popolare, che è di recente passato di qui con il viaggio che poi si è diretto verso l’Iran del nord, ha raccomandato caldamente una mostra che ora è ospitata nel museo di arte contemporanea e quindi è lì che ci dirigiamo. Purtroppo oggi è chiuso il museo dei gioielli, con grande dispiacere delle signore.

Alì approfitta del tragitto per qualche notizia sullo stato dell’economia iraniana. Lo stipendio medio si aggira sui 250 euro, ovviamente incassati in Rial. Ma – dice Alì – “Noi guadagniamo in Rial e spendiamo in euro”, nel senso che i prezzi dei beni di importazione sono legati all’euro. E abbiamo visto quanto attualmente il cambio sia ballerino. Così ci vogliono tre stipendi per portare avanti la famiglia, per cui spesso il marito ha due lavori.

E poi una curiosità legata al tema della condizione della donna, che ovviamente sarà uno dei temi portanti del viaggio. Sugli autobus, ancora oggi, uomini e donne viaggiano separati. Ma prima gli uomini stavano davanti, ora almeno è il contrario: donne davanti e uomini dietro.

Passiamo per la piazza di Teheran dove campeggia la statua del grande poeta Firdusi, vissuto attorno all’anno 1000 e autore dello Shāh-Nāmeh (“Libro dei re”), l’epopea nazionale dei re di Persia. Si tratta di una figura fondamentale, perché viene ritenuto il salvatore della lingua persiana, colui che dopo l’invasione araba l’ha tenuta viva quando rischiava di essere completamente soppiantata dall’idioma degli invasori.

Ferdosi_Square

 

Il museo di arte contemporanea è al momento quasi completamente dedicato alla mostra di Alì Akbar Sadeghi, poliedrico artista 81enne, pittore, illustratore, autore e regista di film di animazione. Sono oltre 200 opere, raccolte in sale a tema, che abbracciano 60 anni di attività. Lo stile di Sadeghi rappresenta un po’ la via iraniana al surrealismo. Nei suoi lavori trae spesso ispirazione dall’eredità culturale persiana, con le sue saghe e leggende, i poemi epici, la filosofia e le religioni. Nei suoi quadri, pieni di movimento e azione, ritorna di frequente l’iconografia iraniana con i suoi motivi e i suoi simboli, declinata in chiave surrealista in un’esplosione di colori. Il quadro intitolato “Il Re Dario” è chiaramente ispirato al bassorilievo di Persepoli che abbiamo visto questa mattina, ovviamente riveduto e corretto. Ma ci sono anche avventure di eroi e cavalieri, matrimoni e danze tradizionali e molto altro. Si spazia anche su grandi temi come l’amore e la guerra, trattati nei modi più vari.

img_0510-e1524772265915.jpg

IMG_0514

img_0518.jpg

img_0516.jpg

IMG_0525

 

Noi non abbiamo molto tempo, purtroppo, e forse qualche spiegazione in più non guasterebbe, anche se in alcuni casi è facile riconoscere la rivisitazione di grandi opere come l’Urlo di Munch o il Giardino delle Delizie di Bosch. Per chi fosse interessato ad approfondire, vi rimando al sito ufficiale di Sadeghi, dove si trova veramente un’ampia panoramica della sua opera:

Alì Akbar Sadeghi

Torniamo in albergo per prepararci per la cena. Stasera siamo attesi in una casa alla periferia di Teheran, dove incontreremo la sorella di Yalda, la cantante iraniana trapiantata a Milano che una decina d’anni fa aveva fatto un bel disco che Radio Popolare aveva giustamente spinto molto.

La casa non è sua, lei abita a circa 30 km da Teheran che già di per sé si estende per oltre 50 km e quindi sarebbe un po’ scomodo andare da lei. Generalmente (anche per gli altri viaggi della radio sono state organizzate serate come questa) fa in modo di ricevere il gruppo a casa di amici. Ma questa sera, lo scopriremo poi, quegli amici non sono disponibili e quindi siamo in un’altra casa, a casa di Teema, che si rivelerà un personaggio molto particolare.

L’accoglienza è quanto mai calda. Ci togliamo le scarpe e ci accomodiamo sul tappeto nel soggiorno. Ci sono un po’ di sedie, ma ovviamente non bastano per tutti e quindi molti di noi si adagiano sui cuscini, come nella migliore tradizione islamica. Ci dicono subito che le signore possono togliersi il velo, e per loro è ovviamente un grande sollievo.

Dopo i primi convenevoli, ci offrono come aperitivo un distillato (ma senza alcol) di menta e semi di basilico, poi cominciano ad arrivare i piatti. Se hanno ospiti, i persiani offrono cibo e bevande in abbondanza, ma veramente in abbondanza. E se non mangi il padrone di casa si offende, un po’ come nel Sud Italia. Noi lo sappiamo e non vogliamo offendere.

Un’altra cosa che sappiamo già, dai racconti di Alì, è che nella cultura persiana c’è una cosa che si chiama taroof, che si vede spesso nei rapporti sociali. Quando ti cedono il passo, ad esempio, tu devi cederlo a tua volta, e l’altra persona te lo cede di nuovo, e così via… si può andare avanti per ore, sembra. E se ti invitano, ad esempio a cena, bisognerebbe fare complimenti e salamelecchi finché l’invito non viene ripetuto per tre volte, solo allora è davvero valido. Questione di buona educazione. Ma forse per noi in questo caso non vale…

Ci sono dei piattoni di riso con zafferano e marmellata di carote, o anche con ribes e melograno, che servono per accompagnare un po’ tutto. Ci sono le fave del Mar Caspio, molto apprezzate, per non parlare delle melanzane, che sono molto presenti nella cucina persiana. C’è una crema a base di yogurt e aglio molto simile allo Tzatziki, ma con gli spinaci al posto dei cetrioli. C’è un pollo gustosissimo, c’è l’insalata di Shiraz (dove andremo domani) che è fatta con cipolla, pomodori, cetrioli e aneto. C’è un dolce di riso, latte, farina e acqua di rose… e chissà quante altre cose dimentico. Si beve Coca Cola, Sprite, birra analcolica (c’è anche aromatizzata al limone) o dugh, una bevanda a base di yogurt, acqua e sale simile all’ayran turco, ma con una spruzzata di menta.

IMG_0544

 

Ci serviamo da soli, così possiamo anche… gestirci un po’ per tenere spazio per tutto, ma mangiamo comunque tutti in abbondanza. Poi arriva il tè. C’è anche una scatola di Ferrero Rocher che gira, è divertente da vedere perché è stata fatta apposta per il nowrouz, ma non la tocca nessuno.

Nel frattempo la padrona di casa, Teema, ha fatto la sua entrata in scena, e da questo momento la serata non sarà più la stessa. È arrivata con i capelli bagnati, come se fosse appena uscita dalla doccia, e con pose da diva anni ’50. I capelli sono biondi, ossigenati. E non è la sola cosa non proprio… naturale. Ha sicuramente fatto diversi interventi di chirurgia estetica al viso: il naso, gli zigomi e una bella gonfiata alle labbra. Ma anche altre parti sono decisamente sospette. È un po’ tutta innaturale, insomma. Porta pantaloni bianchi aderenti, scarpe col tacco e una maglia a colori vivaci, anche questa attillata e con le braccia scoperte. Un abbigliamento decisamente non in linea con i dettami degli ayatollah.

In un ottimo inglese, si presenta come la padrona di casa, ci ridà il benvenuto e ci dice che vorrebbe sapere qualcosa di noi, per conoscerci meglio. Perciò ci chiede di fare un giro di presentazione in cui ciascuno di noi deve dire come si chiama, quanti anni ha, che lavoro fa e che cosa lo ha spinto a venire in Iran. Partiamo col giro e uno per uno ci presentiamo, chi in inglese chi in italiano con la traduzione in farsi di Alì. Quando è il mio turno, le racconto in inglese che sono un ingegnere ambientale e che mi piace viaggiare e scrivere di viaggi sul mio piccolo blog. Aggiungo che il viaggio è organizzato da Radio Popolare, di cui quasi tutti siamo ascoltatori affezionati (nessuno l’aveva ancora detto), e che il mio interesse per l’Iran è legato a molti aspetti: il patrimonio artistico, architettonico e culturale, ma anche altro. Lei pensa subito alla situazione politica, e sembra un po’ infastidita, come se non avesse voglia di parlarne. Ma io la rassicuro: certo, c’è anche questo, non posso negarlo, ma preferisco parlare della curiosità che mi suscita un’altra cosa che so dell’Iran, e cioè il grande interesse che c’è per la poesia, in particolare i grandi poeti persiani medioevali come Hafez, un interesse che coinvolge anche le giovani e giovanissime generazioni, e anche le persone con un basso livello di istruzione. Mi incuriosisce capire il perché, capire come queste poesie possano essere di ispirazione anche nella vita di tutti i giorni e possano essere un riferimento culturale così importante da essere citate anche nelle conversazioni più comuni. Lei sembra apprezzare, e infatti alla fine del giro torna da me e scambiamo ancora due chiacchiere sulla poesia. Mi conferma che anche lei conosce a memoria diverse poesie di Hafez e di altri poeti. Le dico che anche in Italia abbiamo grandi poeti di quel periodo, come Dante o Petrarca, ma da noi non è comune che un adolescente si appassioni davvero a questi poeti, li studi a memoria e li onori al punto da andare a recitare le loro poesie sulla loro tomba, come succede qui in Iran al mausoleo di Hafez, dove andremo domani. È una visita che aspetto con ansia per questo, le spiego. Lei si mostra contenta, ma non è troppo convincente: anche in questo, sembra un po’ finta. Mi dà la netta impressione che lo dica tanto per dire, ma che non sia una cosa che le interessa veramente.

Quanto a lei, ci racconta che ha 43 anni (secondo alcuni ne dimostra di più, e forse è vero: colpa del chirurgo) e che lavora per una compagnia petrolifera. Sostiene di avere un ruolo tecnico, ma anche su questo non convince del tutto: a vederla così non si direbbe, diciamola tutta. A parecchi del gruppo sembra più una che si occupa di “pubbliche relazioni”, mettiamola così. Di sicuro i soldi non le mancano, anche perché se no non si sarebbe potuta permettere tutte quelle operazioni. Alì ci ha detto che moltissime ragazze iraniane si rifanno il naso, e anche qualche ragazzo. È diventata quasi una mania nazionale. Il naso persiano tipicamente è piuttosto lungo, e va all’ingiù. Quindi, per rispondere a un canone di bellezza più “occidentale”, si fanno fare un nasino all’insù alla francese. Ma Teema non si è certo fermata lì, lei ha fatto ben di più, e francamente non tutto è venuto bene.

Deve essere una che la pensa come Agrado, la trans di “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar, quando diceva che una è tanto più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sé stessa. Ma Agrado era un personaggio magnifico, ed era molto più simpatica.

Arriva anche un’amica di Teema con la figlia, una ragazza molto giovane con i riccioli biondi.

E arriva finalmente il gruppo che deve suonare. Questa è anche una serata musicale, infatti. Sono tre ragazzi, che fanno musica tradizionale persiana. Uno canta, uno suona le percussioni e l’altro suona il santur, un antichissimo strumento persiano a corde percosse che si dice sia l’antenato del pianoforte. Io lo conosco perché l’ho già visto suonare dai Kara Güneş, un gruppo turco che suonò per noi tre anni e mezzo fa in un centro sociale di Istanbul. Anche quello era un viaggio organizzato dalla radio e da ViaggieMiraggi. Quella sera i Kara Güneş suonarono al termine di un incontro con alcuni ragazzi che rappresentavano il movimento di Gezi Park, l’ultimo movimento nato dal basso che ha avuto il coraggio di opporsi a Erdoǧan. La ricordo come una bellissima serata. Poco tempo dopo vennero a suonare anche a Milano, nell’auditorium della radio.

 

Anche questi ragazzi sono molto bravi, riescono a creare una bella atmosfera che risolleva la serata. Quando, con gli applausi, riescono a prendere un po’ di confidenza, iniziano a dire anche qualche parola per introdurre alcuni pezzi. Ad esempio, ci fanno un paio di canzoni della zona di Gilan, una provincia del nord, sul Mar Caspio, di cui è originario il percussionista.

Non è un caso, purtroppo, che siano tre uomini. In Iran è molto difficile per le donne fare musica, soprattutto non possono cantare se non nei cori, perché il canto femminile è ritenuto in grado di suscitare desiderio sessuale e quindi di turbare l’uomo timorato di Dio ecc. ecc.

Intanto Teema ha fatto partire le danze, coinvolgendo alcune signore del gruppo e soprattutto Marco, che come rappresentante della radio non si può tirare indietro. Lei catalizza su di sé le attenzioni anche facendo un giochino con le dita delle mani intrecciate che nessuno di noi, per quanto si sforzasse, è riuscito poi a ripetere e che produce in modo ritmato uno schiocco molto forte. Invita anche me a ballare, ma preferisco di no. Io non so ballare, sono decisamente negato, ma se si crea la situazione giusta in genere mi butto lo stesso, non mi interessa. È che qui con lei, non lo so, mi sentirei un po’ in imbarazzo, non me la sento.

E poi si esibisce in una danza con un vassoio, che simula pieno di riso da gettare a piene mani. Forse in questo modo lo distribuisce, o forse questo movimento rappresenta la semina.

Alla fine della serata, una bella serie di foto di gruppo. Anche qui Teema si mette sempre al centro e, per non smentirsi, dice “Sexy” anziché “Cheese”.

Prima di uscire, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con i musicisti, in particolare con il percussionista, che è quello che parla meglio l’inglese. Dopo i complimenti di rito, chiedo se riescono a fare concerti e lui mi dice di sì, che suonano anche nei locali e hanno un buon successo. Lui, poi, suona tutte le percussioni anche in un’altra band che fa musica pop. Mi spiega che è possibile fare del pop, purché non sia troppo occidentale ma sia comunque caratterizzabile come “iraniano”. Gli racconto dei Kara Güneş e di come ho scoperto il santur, ma lo rassicuro: ricordo che loro, i Kara Güneş, precisarono subito, fin dall’inizio del concerto, che loro lo avevano adottato ma era uno strumento persiano.

Il Santur

Dopo di che, tutti sul pullman e via verso l’albergo. Ci serve qualche ora di sonno, perché domani mattina dovremo partire presto per prendere un volo interno diretto a Shiraz. Sul pullman Teema tiene ancora banco, in qualche modo: si continua a parlare di lei, e capiamo subito che l’argomento tornerà spesso ad affacciarsi nei nostri discorsi anche nei prossimi giorni.

 

(continua…)

Capodanno al COE

Questo è un piccolo resoconto di un capodanno passato in Valsassina, tra camminate sulla neve, incontri con i prodotti gastronomici locali, storia e solidarietà.
Tutto nasce da una proposta di ViaggieMiraggi, sezione Lombardia, in collaborazione con il COE (Centro Orientamento Educativo), un’associazione che ho imparato a conoscere grazie al Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, di cui sono da anni un assiduo frequentatore. Il COE organizza il festival a Milano da ventisette anni ormai, ma questa è solo una delle sue attività. Io so che il COE è molto di più, lo so ancora meglio da quando, un anno e mezzo fa, ho conosciuto Simona Barranca, che per il COE è responsabile della comunicazione e si occupa del festival con tutte le sue ormai molteplici filiazioni in altre rassegne ed eventi. Proposte che offrono un cinema sempre di qualità e difficile (per non dire impossibile) da trovare in altri circuiti distributivi. Fortuna ha voluto che Simona sia stata scelta da ViaggieMiraggi per accompagnare un viaggio con Radio Popolare a Lisbona, città che conosce benissimo per averci vissuto e dove ha lasciato un pezzo di cuore. Ovviamente, neanche a dirlo, l’idea di quel viaggio non era una Lisbona “classica”, sempre bella ma magari un po’ scontata, tutta a base di stile manuelino, azulejos che brillano al sole, tram che sferragliano in salita e languide note di fado. C’è stata anche una spruzzatina di tutto questo, ma soprattutto c’è stata la Lisbona nera, la Lisbona che sa di Africa, quella dei capoverdiani di Cova da Moura e degli altri africani che popolano l’antico quartiere arabo dell’Alfama. Non dico altro, anche per non farmi prendere dalla saudade, ma se qualcuno volesse saperne di più di quel viaggio e non ne avesse ancora letto il racconto, può farsi un giro qui:

Lisboa fica feliz… Cova da Moura também

Ma veniamo a noi. Cosa fa allora questo COE? E che c’entra la Valsassina?
Il C.O.E. Centro Orientamento Educativo nasce, come Associazione di Laici cristiani, alla fine degli anni cinquanta (Atto costitutivo dell’Associazione: 16-12-1959). Nasce intorno alla figura di Don Francesco Pedretti e ha come sede prima Milano e poi Barzio (Lecco). Ed ecco che la Valsassina c’entra…
Attualmente conta più di cento soci, in Italia, Cameroun, Congo R.D., Cile, Ecuador e Bangladesh.
La storia del COE è stata sempre caratterizzata da un forte impegno nel campo educativo, con grande attenzione soprattutto ai giovani e ai formatori. Esperienze diverse hanno segnato il cammino dell’Associazione e ne hanno caratterizzato l’evolversi.
Negli anni sessanta l’elemento portante di ogni progetto educativo, che vedeva coinvolta la famiglia, la scuola e la parrocchia, era quello dello sviluppo integrale della persona. C’era attenzione a promuovere una collaborazione significativa dei diversi ambiti educativi che interagivano con il soggetto e al tempo stesso c’era l’impegno a promuovere lo sviluppo di tutte le potenzialità presenti in ogni persona.
Agli inizi degli anni settanta l’Associazione si impegna nella promozione umana e sociale nei Paesi del Sud del mondo attraverso progetti di volontariato, caratterizzati sempre da una forte valenza educativa. Particolare attenzione va alla formazione culturale delle persone, alla promozione del cinema e dell’arte come elementi che stimolano fortemente il progresso umano e sociale senza trascurare la collaborazione e la promozione dell’autosviluppo sul piano sanitario, agricolo, commerciale e dell’habitat.
L’incontro con altri popoli fa maturare una nuova esigenza, quella del dialogo e dello scambio culturale che porta alla creazione di centri di vita comunitaria interculturali sia in Italia (Barzio, Milano, Roma…) che in altri paesi del mondo (Cameroun, Congo R.D.).
Si fa sempre più significativa e determinante la collaborazione e la crescita insieme nei progetti di volontariato fra volontari provenienti dall’Italia e collaboratori locali impegnati nei progetti di sviluppo.
Alla fine degli anni ottanta il COE, fedele alla sua scelta di puntare sulla cultura per promuovere lo sviluppo, e sempre più consapevole del ruolo giocato dai media nel processo educativo, avvia una nuova stagione di impegno che porta alla promozione della cinematografia attraverso la distribuzione in Italia di film di registi del Sud del mondo, soprattutto africani, all’avvio di una rete di distribuzione in Italia di film, in pellicola e in videocassetta, alla produzione e alla messa in onda su reti televisive private di programmi di educazione interculturale per adulti e per bambini e alla creazione di una Galleria d’arte “Artemondo” per la promozione dell’arte. È di questi anni l’inizio di una vasta attività di educazione interculturale rivolta agli adulti ma anche ai giovani e ai ragazzi. Particolarmente interessante è l’impegno nelle scuole con iniziative che coinvolgono migliaia di studenti. Viene studiato un progetto, ancora attualmente in atto, di scambio attraverso la presenza nella comunità del COE di animatori impegnati, oltre che in una loro formazione personale, in attività di educazione interculturale, nelle scuole, nelle parrocchie, nei gruppi giovanili e anche in altre realtà di formazione.
Sono molti i progetti attualmente in corso, in tante parti del mondo.
Tutte queste informazioni, e molte altre, si trovano sul sito del COE www.coeweb.org

Ma noi abbiamo avuto la possibilità di sentirle raccontare da Carla Airoldi, una delle fondatrici, che insieme alla Presidente Rosella Scandella ha aperto per noi il libro dei ricordi. Ricordi che ci parlano di una montagna lombarda che non c’è più. Di quando in Valsassina c’erano scuole materne e di primo grado, ma mancavano del tutto le altre scuole: l’istruzione impartita non andava oltre la quinta elementare.
Allora, in accordo con il parroco di Maggio, il gruppo di insegnanti del nascente COE si prende carico della locale scuola materna e dà vita alla scuola media e a una classe di avviamento professionale. Per prepararsi a questo compito, nell’estate del 1958, don Francesco organizza a villa Manzoni di Maggio un corso per le future insegnanti.
Il 4 ottobre 1958 presso l’asilo “Manzoni” di Maggio prende il via il primo corso della scuola di avviamento e la prima media. Le insegnanti si dedicano con grande entusiasmo ai quaranta alunni della valle che si sono iscritti nelle due classi per aiutarli a dare il meglio di sé proponendo anche gite, visite culturali, momenti sportivi. Carla ricorda che capitava anche agli insegnanti di andare a prendere i bambini nelle frazioni più sperdute della valle, portarli a scuola a Maggio e riportarli a casa.
Intanto il Provveditore di Como, bene impressionato dalla coraggiosa iniziativa di quel gruppo, istituisce nella valle le scuole statali: nel 1959 a Cremeno e a Introbio e nel 1960 anche nella lontana Premana. Carla è stata una delle prime insegnanti che ha accettato di andare a Premana, che allora era davvero difficile da raggiungere, quasi tagliata fuori dal mondo. Lei non aveva ancora la patente, e così suo fratello tutti i giorni la portava su, a volte raccogliendo anche qualche ragazzo per strada. Poi, suonata l’ultima campanella, lei tornava facendo l’autostop. A soli venticinque anni, Carla diventa preside della scuola di Premana. Questa scuola pionieristica, basata sull’entusiasmo delle giovani insegnanti, permette anche di unire in qualche modo i paesi della valle. I bambini che hanno fatto le elementari ciascuno nel proprio paesino possono finalmente andare alle medie e conoscere bambini di altri paesi.
Nel 1961, intanto, il COE si è trasferito da Maggio a Barzio, dapprima in due villette, una delle quali sarà ampliata per divenire, dopo ulteriori aggiunte, l’attuale complesso inaugurato nella festa di San Giuseppe del 1965. Gli spazi permettono allora di offrire diversi corsi e anche di ospitare i bambini che le famiglie possono lasciare nella sede del COE e gli studenti delle superiori che un pulmino del COE porta ogni giorno a Lecco.
Malgrado l’iniziale perplessità delle autorità competenti, la scuola voluta da don Francesco a favore anche delle fasce più povere della popolazione non solamente funziona basandosi sull’opera dei volontari ma, apprezzata dal Provveditore, diventa una regolare scuola statale e don Francesco ne è il primo preside.
Questa è una storia che ci mostra come solo cinquant’anni fa, o poco più, anche a meno di cento chilometri da Milano c’erano situazioni dove c’era povertà e dove andare a scuola oltre le elementari era un sogno da conquistare a prezzo di sacrifici per le famiglie e per i ragazzi stessi. Non dovremmo mai dimenticarlo, quando qualcuno ci dice che dovremmo chiudere la porta in faccia a chi oggi arriva da lontano.
Ancora oggi, nella casa di Barzio, l’attività di accoglienza si sussegue senza sosta durante tutto l’anno. In particolare, in questo momento la casa accoglie 18 richiedenti asilo provenienti da diversi paesi africani. Ma vengono accolte anche classi scolastiche per attività di educazione alla mondialità. Inoltre vengono ospitati corsi di formazione per aspiranti volontari e giovani del servizio civile, oltre a gruppi legati alle parrocchie. Barzio, poi, è al centro di un ricco calendario di attività e manifestazioni aperte ai soci, ai collaboratori e agli amici.

20171230_170832

È proprio la casa di Barzio quella che ci ha ospitato per due notti in questo weekend di Capodanno organizzato da ViaggieMiraggi Lombardia e dal COE. Ad accompagnarci Dario per VeM Lombardia e Simona, proprio lei, per il COE. Del COE abbiamo conosciuto, oltre alle deliziose signore che sono diventate quelle ragazze di… qualche annetto fa, anche Prashanth, e Paolo, che sta per partire per il Congo per un lungo periodo di lavoro laggiù. Il nostro gruppo era composto da otto persone: Insieme a me, in rigoroso ordine alfabetico, Anna, due Chiare (curiosamente entrambe di Torino), Federica, Maria, Patrizia e Valentina. Anzi, veramente sarebbero due Valentine, ma una, anche lei di VeM, si è potuta fermare solo per un giorno. Poi, in modalità last minute, si è aggiunta un’allegra famigliola, anzi una superfamiglia: mamma, papà e sei figli, tutti adottati o in affido, dai nove mesi della piccola Luna ai 14 anni di Gabriele, compiuti proprio il 31.
La premessa mi è venuta più lunga di quello che credevo, forse anche un po’ troppo, ma era doveroso spiegare due cosine. Adesso, però, inizierei con un racconto per immagini, che parte dal pomeriggio di sabato 30, quando, dopo un pranzetto di benvenuto, ci siamo diretti per la prima passeggiata verso la frazione di Concenedo. Ma prima, un giretto per il borgo di Barzio. A farci da Guida Pia, un’altra delle signore del COE, che pur essendo originaria di Saronno conosce ogni pietra della Valsassina.
Abbiamo scoperto prima di tutto che la valle, e Barzio in particolare, annoverano molte più glorie di quello che si potrebbe pensare. Per esempio, io non sapevo, nella mia crassa ignoranza, che la famiglia del Manzoni era originaria di qui. Siamo entrati nell’antico palazzo di famiglia, che ora è di proprietà del Comune, è stato restaurato e ospita, tra l’altro, una biblioteca. Dove, manco a dirlo, il posto d’onore tocca proprio a lui, al Manzoni, con una grande collezione di edizioni dei Promessi sposi. Quella del 1827, chiamata “Ventisettana”, e quella finale del 1840, la “Quarantana”. Ma soprattutto tante edizioni nelle più diverse lingue del mondo: arabo, ebraico, rumeno, giapponese, e chi più ne ha più ne metta.

20171230_150401

Ma non è finita. Anche Medardo Rosso, il grande scultore impressionista, amava Barzio come località di villeggiatura. L’antico oratorio di San Giovanni Battista è la sede di un importante museo a lui dedicato.
Cominciamo a salire, con la Grignetta e il Grignone che campeggiano in lontananza dietro i tetti.

20171230_152454

Salendo verso il monastero del Carmelo, incontriamo una nicchia dedicata ad un altro personaggio importante, Guarisca Arrigoni, che diventa subito per noi “La Guarisca”, con un che di felliniano. Donna pia, benefica, religiosa, essa fondava nel 1408, sopra un delizioso colle denominato Cantello presso Cremeno, una chiesa dedicata al Santo di Padova ed uno spedale per viaggiatori e pellegrini.

20171230_153052

Ed eccoci a Concenedo, al monastero, con Pia.

20171230_153107

E poi ancora più su, al Cantello, dove è rimasto poco dell’ospizio della Guarisca, ma dal 1976 è aperta una Casa alpina per il clero.

20171230_162750

La neve, una morbida meravigliosa luce, un gruppo che comincia a crearsi.

IMG-20180102-WA0006

Un altro appuntamento forse più prosaico ma altrettanto indimenticabile è quello con i formaggi di questa valle, che è giustamente rinomata per i suoi prodotti caseari. Ci sono diversi produttori, ma nessuno come Carozzi, che tra l’altro è un’azienda amica del COE e che ci ha accolto con tutti gli onori. Qui Achille, molto apprezzato dalle ragazze del gruppo anche per il sorriso che conquista, ci fa visitare tutte le sale di stagionatura dei vari tipi di formaggio. Il taleggio è naturalmente il prodotto più noto e più “classico”, ma ce n’è veramente per tutti i gusti.

20171230_180744.jpg

Come si può vedere anche da questo, che è il tagliere degli “assaggi”… doveva essere un aperitivo con degustazione, ma con un tagliere di queste proporzioni è diventato ben di più. E del resto, come si fa a resistere?

20171230_185016

Tornati al COE, c’è stata una cena (per chi ancora è stato in grado di mangiare qualcosa dopo l’abbuffata di formaggi, e non solo), e poi una serata di presentazione dell’associazione e delle sue attività, di cui in parte vi ho già raccontato.
Abbiamo visto un bel cortometraggio di una regista senegalese (Deweneti di Dyana Gaye), una piccola favola semplice ma poetica, e poi Alou e Amala, due ragazzi maliani richiedenti asilo, ci hanno raccontato, sia pure tra qualche inciampo linguistico, qualche comprensibile imbarazzo e qualche silenzio che dice più di molte parole, brandelli della loro storia. Di un lungo viaggio, dal Mali al Burkina Faso, poi il Niger, l’Algeria, la Libia. E dalla Libia, Lampedusa. Un viaggio così lungo che alla fine perdi la cognizione del tempo, tanti giorni uno in fila all’altro, tutti uguali, a lavorare duro per pagarsi il passaggio successivo, il prossimo pezzo di strada. E non sai più da quanto tempo sei partito, e soprattutto quanto tempo hai ancora davanti, quanta strada, quanto deserto per arrivare al mare, e al sogno dell’Europa. E quanti compagni di viaggio hai perso, in quel deserto. Quanti non ce l’hanno fatta.
Sono cose di cui è difficile parlare; sai già che ne dovrai parlare davanti alla commissione che ti dovrà giudicare, dovrà stabilire se hai diritto all’asilo politico o sei “solo” un migrante economico, e quindi possibilmente da rimandare a casa. Non sai come andrà, ma sai che non è facile averlo, quel pezzo di carta, ormai lo hai capito. Se andrà male, non potrai più nemmeno fare appello: hanno deciso che tu, che sei un migrante, non ne hai diritto. Puoi solo ricorrere in Cassazione, ma a quel punto le speranze sono minime: puoi solo sperare che trovino un vizio di forma, e allora si ricomincia. Forse questo non lo sai, in realtà, forse non sai neanche che cos’è un vizio di forma. Ma, insomma, hai capito che è dura. Intanto il tempo passa, continui a non sapere bene quanto; sei qui, certo qui puoi fare almeno qualche corso, qualche lavoretto ogni tanto, ma le giornate sono sempre abbastanza uguali, e lunghe da passare. Non sai come andrà a finire, puoi solo affidarti a Dio, se ci credi. Inshallah. E non hai molta voglia di parlare.

La mattina dopo, quella del 31, di buon’ora siamo partiti per una camminata che ci ha portato in Val Biandino, da Introbio fino al rifugio Tavecchia, a circa 1600 m di quota. Più o meno 900 metri di dislivello, affrontati a ritmo rilassato ma non troppo: ci abbiamo messo poco più di tre ore, che non è male se si tiene conto che per la maggior parte di noi era la prima camminata discretamente lunga d’inverno, con la neve. Chi non se la sentiva è arrivato con un fuoristrada e ci siamo ritrovati tutti al rifugio per una bella abbuffata.
Eccoci in qualche momento del percorso.

20171231_095116

20171231_114140

20171231_114435

20171231_120855

20171231_154349

20171231_170321

Questo percorso è importante anche sotto il profilo storico, perché proprio lungo questo sentiero 73 anni fa ebbe luogo un importante episodio della guerra di liberazione.
Nell’estate del 1944 la speranza che la guerra stia per finire sembra tramutarsi in realtà. Gli eserciti degli alleati avanzano e si fanno massicce diserzioni, renitenze alla leva e fughe di giovani per non andare al lavoro coatto in Germania. Le montagne a nord di Milano si riempiono e le bande costituitesi in primavera si trasformano in Brigate. Diventa imperativo organizzare gli uomini che si erano sbandati sui monti per preparare le forze per scendere e liberare il Paese da tedeschi e fascisti.
In Valsassina una banda che si era formata nella primavera del 1944, la banda Carlo Marx, si trasforma prima nella 40° Brigata Garibaldi G. Matteotti fronte sud e poi nella 55° Brigata Garibaldi F.lli Rosselli. Questa brigata a fine settembre è composta da nove distaccamenti di circa 30 uomini ciascuno e copre la zona che va da Morbegno a Colico e Bellano, sale in Valsassina e nelle sue valli laterali Varrone e Biandino.
La speranza che la guerra debba presto finire si infrange nei primi giorni di ottobre, quando inizia un primo pesante rastrellamento che coinvolge tutta la Valsassina e le valli laterali.
Il 30 dicembre 1944 presso il Baitone della Pianca i fascisti del 1° battaglione mobile della Brigata Nera “Cesare Rodini” di Como catturano 36 Partigiani. Alcuni fanno parte della 55° Brigata F.lli Rosselli, altri della ex 86° Brigata Giorgio Issel, altri sono arrivati negli ultimi giorni.
Franco Carrara, partigiano della Issel, tenta la fuga ma viene ucciso nel prato antistante la baita. Tutti verranno poi condotti a piedi a Introbio.
Il giorno dopo, 31 dicembre, davanti al cimitero di Barzio vengono fucilati 11 partigiani; altri tre verranno fucilati a Maggio di Cremeno.
Qui, in due riprese, posiamo sotto il cippo che ricorda quei valorosi ragazzi e che si trova a due passi dal rifugio. Spiegare ai bambini cos’è la resistenza, e chi erano i partigiani, non è semplice, ma ci abbiamo provato.

IMG-20171231-WA0029

IMG-20171231-WA0028

La sera dell’ultimo un lussuoso cenone nella casa di Barzio, naturalmente sempre a base di prelibatezze del territorio. Poi abbiamo aspettato la mezzanotte in allegria grazie ai giochi proposti dai ragazzi del COE, con Paolo a suo agio nelle vesti di “bravo presentatore”. E a mezzanotte più o meno il clima era questo:

 

 

Dopo mezzanotte abbiamo bevuto all’anno nuovo e fatto quattro salti molto anni ’80-’90 al Roadhouse Pub di Barzio, per l’occasione trasformato in dancefloor.
Al risveglio, una colazione molto rilassata, ritmi lenti, chiacchiere e progetti per un anno di viaggi responsabili, consapevoli, sostenibili, insomma tutte quelle belle cose che già sapete che ci piacciono. A proposito, colgo l’occasione per invitarvi tutti giovedì 18 gennaio alle 19 al Rob de Matt di Milano per la presentazione dei nuovi viaggi “Zaino in spalla” di ViaggieMiraggi. Tra questi, un viaggio in Camerun la prossima estate in collaborazione con il COE e guidato dalla nostra Simona. Che avrebbe voluto raccontarcelo ma c’è riuscita solo in parte perché… era quasi completamente afona. Ma se verrete il 18 vedrete che avrà recuperato la voce e ci potrà descrivere le meraviglie di quella terra: il Camerun è chiamato “L’Africa in miniatura”, perché racchiude in un solo paese tutti i paesaggi, tutte le culture, la natura, la fauna, tutto quello che è Africa…
Poi il gruppo ha perso un po’ di compattezza, nel senso che qualcuno ci ha lasciato per andare a casa presto, per motivi vari… ma un piccolo gruppetto di noi, i più resistenti, i più coraggiosi, i più decisi ad andare fino in fondo, anche in sprezzo del meteo che sembrava non promettere niente di buono, ha deciso di chiudere in bellezza con una mini-ciaspolata ai Piani di Artavaggio. Siamo saliti (stavolta in funivia, almeno per un pezzo) sopra le nuvole e le abbiamo beffate, trovando il sole e un panorama da favola. Ecco qualche testimonianza fotografica.

IMG-20180101-WA0005

20180101_111404

20180101_113124

IMG-20180101-WA0007

IMG-20180101-WA0008

Ovviamente, quello con le ghette modello anni ’80 (secondo Dario addirittura ’70…) sono io. Sono stato sbeffeggiato per questo, ma alla fine si sono rivelate utili quando, dopo aver lottato con una ciaspola che non voleva più saperne di rimanere allacciata, ho fatto quasi tutta la discesa affondando in mezzo metro di neve… e poi facevano incredibilmente pendant con la kofiyah!

 

Grazie alla nostra guida alpina Dario “Effervescente” Brioschi, di ViaggieMiraggi Lombardia, e a Valentina, che ha collaborato all’organizzazione, è stata presente il primo giorno e soprattutto ha l’ingrato compito di leggere i miei vaniloqui. Grazie a VeM anche per alcune delle foto qui pubblicate (e il video).
Grazie a Simona, Paolo, Prashanth e il COE tutto, compresi i ragazzi ospiti della casa di Barzio che hanno sopportato pazientemente la nostra invasione.
E grazie a tutto il gruppo: è stato bello iniziare l’anno con voi.

 

 

Questa è la nostra terra – Parte quarta

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

C’è una parola quasi intraducibile in italiano, sumud, che rappresenta le decine di forme adottate dal popolo palestinese dentro la Palestina storica nell’obiettivo di mantenere la propria presenza fisica sulla terra. Forme più o meno dirette, dinamiche e statiche, che coprono il più ampio raggio delle pratiche quotidiane: “Sorridere, ballare, piantare un albero d’ulivo, portare i figli a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Aspettare in piedi per quattro ore per attraversare un checkpoint e poi passare. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui.” Questo è quello che ci disse qualche anno fa Nassar Ibrahim, attivista, analista e giornalista.
Da “Cinquant’anni dopo”, di Chiara Cruciati e Michele Giorgio.

Esulterò di Gerusalemme
Non si udrà in essa più grida di pianto, grido di lamento
Non vi sarà più un bimbo dai giorni contati,
né vecchio che non compia i suoi giorni: giovane morirà chi muore a cent’anni
(Isaia 65,19-20)

Lunedì 23/10/2017 – I murales di Banksy e soci, l’hotel con la vista più brutta del mondo, la Natività e a Battir UNESCO batte muro 1-0

Ho dormito abbastanza bene, ma al risveglio accuso ancora qualche problemino gastrointestinale. Niente di serio, non è una roba da Imodium (che avrei) ma… servirebbe qualcosa di più soft che però mi rimetta a posto. Per fortuna c’è Serena, che ha dei fermenti lattici. Io quelli li ho presi prima di partire ma qui non ne ho. Tra l’altro ho scoperto che non sono l’unico, nel gruppo ci sono altre due o tre persone che hanno qualche problema. Questo smonta definitivamente l’ipotesi tequila.
Stamattina rimarremo a Betlemme per vedere la parte vecchia e il tratto di muro più “sfruttato” dagli street artist, che lo hanno ricoperto di graffiti praticamente in ogni angolo. Poi, nel pomeriggio, ci sposteremo verso il villaggio di Battir, che è ricco sia di storia passata che di storia attuale, ed è forse l’unico che è riuscito a sfuggire alla trappola del muro con l’arma della cultura, diventando patrimonio UNESCO. Serena verso le 11.30 ci dovrà lasciare, ha una riunione molto importante per la sua ONG. E non c’è neanche Giulia, che è impegnata in un’altra riunione più o meno contemporaneamente. Quindi ci dovremo arrangiare: Claudio farà da capogruppo, e a Battir avremo una guida locale, che per fortuna parla inglese. Io mi sono offerto di tradurre, dato che non tutti nel gruppo lo capiscono bene. Siamo già d’accordo così con Serena.
Raggiungiamo il centro a piedi con l’idea di partire da lì ma poi invece decidiamo che, dato che i fotografi preferiscono la luce del mattino, per prima cosa andremo al muro.
Il tratto di muro dove veramente ci si può sbizzarrire è quello che si snoda nelle vicinanze di un hotel che è stato definito “L’hotel con la vista più brutta del mondo”. Si tratta di un hotel una volta anonimo la cui prospettiva è completamente cambiata con la costruzione del muro, che da una parte gli ha tolto la vista ma dall’altra gli ha dato grande notorietà internazionale. Sì, perché Banksy, lo street artist di Bristol, uno dei più grandi al mondo, la cui fama è accresciuta dall’alone di mistero che circonda la sua identità, ha rilevato questo albergo e ne ha fatto il Walled Off Hotel. Con l’opera di ristrutturazione e decorazione degli interni (molte camere sono state dipinte dallo stesso Banksy), il Walled Off è diventato famoso e meta privilegiata di artisti, giornalisti internazionali e seguaci della cultura alternativa. Purché abbiano qualche soldino da spendere, perché i prezzi non sono proprio popolari. Abbiamo chiesto informazioni, mentre ci prendevamo un tè, e pare che la suite presidenziale venga via sui 1000 dollari a notte. Però lì, oltre al dipinto di Banksy, c’è la Jacuzzi. Se ti accontenti di qualcosa di meno impegnativo con una cifra sui 200 euro te la cavi.
Di fronte, il muro è strapieno di graffiti per un intero isolato e anche oltre. C’è di tutto, dalle semplici tag alle scritte ai disegni che ritraggono leader politici, palestinesi e non, o martiri della lotta per la libertà della Palestina. I murales cambiano abbastanza di frequente, spesso vengono cancellati e coperti da nuovi disegni più “attuali”. Infatti ora furoreggia Trump: Trump che sbeffeggia Hillary Clinton, Trump che promette al muro di costruirgli un “fratellino” (evidente riferimento al muro al confine messicano), Trump che sbaciucchia una torretta militare.
E ci siamo persi, per pochissimi giorni, l’ultimo: Trump che limona con Netanyahu, un grande classico rivisto e corretto, da attribuire a un artista australiano che si fa chiamare Lushsux e che è con ogni probabilità lo stesso degli altri Trump. Quest’ultimo disegno è comparso solo pochi giorni dopo il nostro ritorno, in contemporanea con la provocazione opera dello stesso Banksy, che ha voluto “celebrare” a modo suo il centenario della dichiarazione di Balfour che pose le basi per la creazione dello stato ebraico in Palestina, durante il mandato britannico. E per farlo ha messo in scena una specie di party con una finta Regina Elisabetta. Trovate tutti i dettagli in questo articolo segnalato dal nostro compagno di viaggio Luigi, a cui va reso il giusto merito:

L’ultimo graffio di Banksy

Ma non finisce qui. C’è, per esempio, un disegno che testimonia l’attaccamento dei cileni di origine palestinese alle loro radici. Ci sono testimonianze di solidarietà col popolo palestinese da varie parti del mondo. E ci sono diversi personaggi ispirati al cartone animato americano Rick & Morty e ai fumetti di Naji al-Ali, l’artista palestinese ucciso dal Mossad a Londra nel 1987 e creatore del personaggio di Handala. Handala è un bambino di 10 anni, con capelli ispidi, piedi nudi e toppe sui vestiti; il suo volto non è visibile poiché viene mostrato sempre di spalle e con le mani intrecciate dietro la schiena, come una presenza muta ma ostinata. Il personaggio ha molteplici significati: la sua testa assomiglia a un sole, che simboleggia il futuro; i suoi capelli sono come gli aculei di un riccio, per difendersi; ha i piedi nudi perché è povero come i bambini dei campi di rifugiati; mostra sempre le spalle a chi lo guarda perché non è d’accordo con la situazione attuale: mostrerà il suo volto solo quando la situazione cambierà; è rimasto bambino perché quando fu costretto ad abbandonare il suo villaggio era bambino, e la sua vita continuerà, e quindi crescerà, solamente quando potrà fare ritorno a casa.

IMG_0331

IMG_0335

IMG_0339

IMG_0342

IMG_0343

IMG_0350

IMG_0357

IMG_0359

IMG_0360b

IMG_0360d (2)

IMG_0360f

IMG_0360h

IMG_0360j

IMG_0362

rooms_artist03_z

IMG_0363

img_0366.jpg

 

Davanti al muro c’è anche un negozio, un negozio di souvenir che una signora cristiana testardamente tiene aperto anche se ormai qui viene poca gente a comprare i souvenir “classici” di Betlemme, quelli religiosi legati alla Natività. Lei, almeno in parte, ha riconvertito il negozio e ora vende souvenir legati al muro, ai murales, a Banksy e quant’altro. Ci racconta la sua storia facendoci vedere delle foto che estrae da sotto il bancone: foto di quando il muro non c’era, e poi di quando lo stavano costruendo. Ci mostra sulla pianta della città il percorso del muro in questa zona, e spiega che all’inizio sembrava che il muro glielo volessero costruire addirittura su quattro lati dell’edificio, poi il progetto è cambiato e ora ce l’ha “solo” su tre.
A due passi da qui c’è la Tomba di Rachele, che durante la seconda intifada è stata attaccata con armi da fuoco, sia dalla direzione del campo profughi di Aida tra Beit Jalla e Betlemme che dai tetti delle case a ovest e a sud-est. Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese presero parte attiva ai combattimenti. A un certo punto, 50 ebrei si trovarono assediati all’interno della Tomba di Rachele, mentre era in corso uno scontro a fuoco tra l’esercito israeliano e le forze dell’Autorità Palestinese. Il 2 aprile del 2002, l’esercito israeliano è tornato a Betlemme, nel quadro dell’Operazione Scudo Difensivo. Nel settembre 2002 la tomba, che è in area C, è stata incorporata nel lato israeliano della “barriera” e circondata da un muro in cemento con torri di guardia.
Torniamo verso la città vecchia per andare a visitare la Chiesa della Natività. Lungo la strada ci fermiamo da un panettiere a mangiare una focaccia con lo za’atar appena sfornata, come spuntino che per oggi sostituisce il pranzo. Io prendo la misura più piccola che c’è, perché il mio stomaco fa ancora i capricci e per il momento non vuole saperne di andare a posto. Qui Serena ci saluta e si avvia verso la sua riunione, mentre noi proseguiamo fino alla piazza su cui si affaccia la chiesa, sperando che non ci sia troppa coda per entrare.
La Basilica della Natività è eretta nel luogo dove secondo un’antica tradizione sarebbe nato Gesù. È costituita dalla combinazione di due chiese e una cripta, la grotta della Natività, che è il luogo preciso in cui Gesù sarebbe nato.
Nel giugno 2012 la Basilica della Natività è stata inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, su richiesta dello Stato di Palestina.
Verso il 330, su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della moglie Elena, ebbe inizio la costruzione della basilica. Lavori di restauro e ampliamento vennero avviati nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I, in seguito alla distruzione causata dalla rivolta dei Samaritani: venne rialzato il pavimento dell’atrio di circa un metro e aggiunto un nartece.
Nel 614 la basilica riuscì a salvarsi dalla distruzione dei persiani grazie alla presenza, sul prospetto del tempio, della raffigurazione dei Re Magi nel costume nazionale persiano. L’edificio di culto venne poi risparmiato anche dall’invasione araba e, nel corso del tempo, è stato ulteriormente esteso.
Ma c’è un altro episodio per cui, in tempi più recenti, la basilica è passata alla storia. Tra il 2 aprile e il 10 maggio 2002, nell’ambito dell’operazione Scudo Difensivo, le forze di difesa israeliane occuparono Betlemme e tentarono la cattura di alcuni militanti palestinesi ricercati. Decine di questi si rifugiarono nella basilica della Natività. Dopo 39 giorni di assedio fu raggiunto un accordo con i militanti, che furono condotti in Israele e quindi esiliati in Europa e nella Striscia di Gaza.
Oggi, per fortuna, l’unico assedio è quello dei turisti, che penso sia abbastanza abituale qui. Noi riusciamo a entrare nella basilica, ma per accedere alla grotta della Natività c’è una gran fila; non riusciamo a stimare quanto possa essere lunga. Abbiamo a disposizione circa un’ora e mezza, poi ci dobbiamo ritrovare nella piazza per andare a prendere il pullmino. In molti preferiscono rinunciare a vedere la grotta, il gruppo si riduce a tre persone: io, Luisa e Pietro. Essendo arrivati fin qui, ci piacerebbe vedere cosa c’è lì sotto, così decidiamo di provare a fare la fila e vedere come butta. All’inizio la coda sembra scorrevole ma poi, per scendere quei pochi gradini che portano alla grotta, l’attesa diventa lunga e l’accesso è male organizzato. Fanno passare le persone a gruppi, ogni tanto bloccano senza che da fuori si capisca il motivo. Probabilmente non si può entrare durante i momenti di preghiera. La fila, comunque, è tutt’altro che ordinata.
Finalmente riusciamo a scendere. Il punto esatto in cui, secondo la tradizione cristiana, avrebbe avuto luogo la nascita di Gesù è simbolicamente segnato da una stella d’argento in cui è incisa, in latino, la frase «Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù». La stella ha 14 punte perché 14 sono le generazioni che separano Abramo da Davide, e quelle che separano Davide dall’esilio babilonese, e quelle che intercorrono tra l’esilio e Gesù. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta, così come del resto della basilica (a parte uno spazio riservato alla Chiesa apostolica armena), è della Chiesa greco-ortodossa.
Nella grotta-cripta vi è anche il luogo in cui era situata la mangiatoia in cui Maria avrebbe deposto il bambino Gesù subito dopo la nascita. La proprietà esclusiva di questa parte della grotta è dei padri francescani della Custodia di Terra Santa.
La grotta, nonostante quella che dovrebbe essere la gestione degli accessi, è affollata. Dopo pochi minuti vorremmo raggiungere l’uscita ma, per quanto si capisce, stanno pregando nella parte di chiesa sopra di noi dove dovremmo sbucare. Rimaniamo perciò bloccati all’interno della cripta, senza poter tornare indietro e neanche procedere verso l’uscita, in troppe persone per uno spazio così angusto, per almeno altri 10-15 minuti.

IMG_0366c

IMG_0369

IMG_0375

Quando finalmente riusciamo a uscire incontriamo Claudio, che ci ha aspettato. Abbiamo circa dieci minuti di ritardo rispetto all’appuntamento. Ci precipitiamo nel tentativo di raggiungere il gruppo e ci riusciamo proprio prima che salgano sul pullmino. Qui scopriamo che anche Patrizia e Luciano hanno visitato la grotta, ma l’hanno fatto con una guida con la quale si poteva saltare la fila… a saperlo avremmo anche pagato i circa 10 euro che hanno pagato loro, ma non avevamo capito che c’era questa possibilità.
Va bene, poco importa. Adesso dobbiamo dirigerci verso Battir.
Battir è un villaggio di quasi 5000 abitanti che si trova circa 6 km a ovest di Betlemme. Anticamente, quando si chiamava Betar, fu un villaggio fortificato ebraico che vide svolgersi la battaglia finale della rivolta ebraica contro i romani nota come la rivolta di Bar Kokhba, nel II secolo. È situata proprio sopra la linea ferroviaria Gerusalemme-Jaffa, che fu anche la linea dell’armistizio tra Israele e Giordania dal 1949 fino al 1967. Battir si trovava pochi metri a est del confine tra Israele e Giordania. Almeno il 30% delle terre di Battir stavano dalla parte israeliana della linea verde, ma agli abitanti fu concesso di mantenerle, a patto che non causassero problemi alla ferrovia. Erano perciò i soli palestinesi autorizzati ufficialmente a passare il confine per lavorare le proprie terre fino alla guerra dei Sei Giorni. Gli israeliani si sarebbero ripresi la terra e la ferrovia se ci fosse stato il minimo problema, invece niente: neanche una pietra venne lanciata, nemmeno dalla scuola, che era a pochi metri dalla ferrovia.
La storia ce la racconta Hassan, un ingegnere civile che conosce ogni pietra del suo villaggio e che è stato l’uomo chiave del percorso con il quale Battir ha ottenuto il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO. E io sono incaricato di tradurre. Tra ingegneri dovremmo riuscire a capirci, butto lì come battuta. Ed effettivamente non è difficile, Hassan parla un ottimo inglese, con accento arabo ovviamente ma neanche troppo pesante. L’unica difficoltà è che, anche se gli ho raccomandato all’inizio di fermarsi ogni tanto e darmi il tempo di tradurre, a volte non è semplice fermarlo: ci mette grande enfasi, ha un modo di raccontare quasi da attore dal quale traspare l’amore per il suo villaggio e la sua gente. Ma comunque me la cavo.
Battir è un villaggio agricolo dove il paesaggio è cultura, un paesaggio che è stato creato dall’uomo adattando una vallata profonda per poterla coltivare, grazie a una buona disponibilità di acqua fornita da sette sorgenti. Il complesso sistema di irrigazione sfrutta, fin dall’antichità, una serie di terrazze create con muri a secco. Il sistema, costituito da una vasca di raccolta e da una rete di canali e di chiuse, viene gestito in modo da fornire acqua, a rotazione, in modo uguale a tutte le famiglie di coltivatori. È la testimonianza di molti secoli di cultura e di interazione dell’uomo con l’ambiente, come ha scritto l’UNESCO nelle sue motivazioni, una testimonianza autentica e ancora integra.
Il paesaggio delle colline di Battir comprende una serie di valli terrazzate, chiamate widian, alcune delle quali sono abbondantemente irrigate per la produzione di ortaggi e la floricoltura, mentre altre sono più secche e coltivate a viti e ulivi.
Senza contare le ricchezze archeologiche. Qui, ci racconta Hassan, gli israeliani sono venuti a scavare, nella speranza di trovare i resti del villaggio protagonista della rivolta ebraica contro i romani, ma sfortunatamente per loro hanno trovato resti cananei, romani, islamici, ottomani… di tutti i periodi ma non ebraici. Perciò se ne sono andati.
Mentre passeggiamo tra le antiche sorgenti e ammiriamo il paesaggio di Battir, Hassan prosegue il racconto. A quel punto a Battir avrebbero potuto proseguire con gli scavi e cercare di valorizzare il patrimonio archeologico, ma, a parte i costi, essendo in area C avrebbero avuto bisogno di permessi anche per fare le opere necessarie a fruire di questo patrimonio e a conservarlo, permessi che non avrebbero mai ottenuto.
Così, nel 2009, nacque l’idea di chiedere la qualifica di patrimonio UNESCO per il paesaggio, che si può conservare anche senza bisogno di permessi. Ma l’ANP si dimostrò contraria, asserendo che il primo patrimonio UNESCO palestinese doveva essere la Chiesa della Natività. Ma perché, obiettò allora Hassan, se quella comunque non potranno mai toccarla, e lo si è visto anche in occasione dell’assedio?
Allora Hassan, deluso dal comportamento dell’Autorità Palestinese, rinunciò al progetto e fece domanda per una borsa di studio come ricercatore all’Università di Melbourne. Mentre era ancora in attesa di risposta, arrivò l’opportunità di andare a lavorare a Doha, in Qatar, e decise di accettarla.
Dopo qualche tempo lo richiamarono per ritornare a occuparsi del progetto UNESCO. Lui si fece convincere ma dettò le sue condizioni: dal momento che lui non si fidava più di nessuno dei “politici” locali, voleva essere solo lui a rispondere alla commissione dell’UNESCO e a gestire i rapporti. Gli venne concesso e così il tutto si rimise in moto.
Nel 2011, Battir vinse il premio “Melina Mercouri” dell’UNESCO greca per la “Salvaguardia e gestione dei paesaggi culturali”, primo tra tutti i 104 progetti partecipanti. Un riconoscimento importante, ma soprattutto 15.000 dollari.
Nel maggio 2012, l’ANP mandò la sua delegazione a Parigi, all’UNESCO, per discutere la domanda e far entrare Battir nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità. All’ultimo minuto, però, la domanda venne bloccata perché formalmente era stata presentata fuori tempo massimo.
Nel frattempo, c’era in progetto un’estensione del muro che avrebbe distrutto ogni possibilità di conservazione del paesaggio e, nel 2007, il villaggio aveva fatto causa al Ministero della Difesa israeliano per fare in modo che fosse cambiato il percorso del muro, che avrebbe tagliato fuori una parte del sistema di irrigazione in uso da 2000 anni.
La Israel Nature and Parks Authority (INPA), che aveva approvato il percorso originale del muro nel 2005, cambiò idea e scrisse che le terrazze di Battir erano un’eredità culturale anche israeliana da salvaguardare che sarebbe stata danneggiata dal muro in maniera irreversibile. Era la prima volta che un’agenzia governativa israeliana esprimeva un’opposizione alla costruzione di un segmento della barriera. E nel 2013 l’Alta Corte di Giustizia israeliana bloccò il progetto del muro, chiedendo al Ministero della Difesa un nuovo progetto che non distruggesse il paesaggio di Battir.
La domanda all’UNESCO venne ripresentata, tramite la Croce Rossa Internazionale perché allora l’ANP non era membro UNESCO. La sua ammissione, infatti, è più recente ed è quello che recentemente ha portato gli USA di Trump ad annunciare la loro uscita dall’organizzazione. 300.000 euro, allora, arrivarono anche dalla cooperazione italiana.
Nell’estate 2014, finalmente, il tutto andò a buon fine e a Battir venne accordata la qualifica di Patrimonio dell’Umanità per le sue terrazze, il suo sistema di irrigazione e il suo paesaggio culturale.
Alla Corte Suprema, i rappresentanti di Battir poterono portare sia il premio Melina Mercouri che l’acquisizione del titolo di Patrimonio UNESCO e così, nel gennaio 2015, la corte respinse la richiesta delle autorità militari israeliane di costruire il muro tagliando in due il villaggio, separandolo dalle sue terre.
Ora il paesaggio di Battir è protetto dalla legge palestinese ed è stato creato un Ecomuseo per garantirne la protezione e la gestione, in accordo e in collaborazione con la comunità locale.
Finalmente una bella storia, una storia dove l’ingegno, la passione e la determinazione di poche persone di una piccola comunità hanno portato a una vittoria eccezionale. A diventare Patrimonio UNESCO e a impedire la costruzione del muro. E tutto questo è stato ottenuto con la forza della cultura, senza far ricorso alla violenza. Hassan ci ha raccontato che, quando si discuteva di cosa fare, nella comunità hanno ragionato, hanno guardato gli esempi che avevano davanti. Tutti quelli che avevano tentato di opporsi al muro con proteste violente avevano perso, alla fine. Il muro era stato costruito comunque e le comunità avevano anche dovuto contare morti e feriti. Loro hanno scelto una strada diversa, e hanno vinto. È un esempio veramente importante, che speriamo possa fare scuola. Sarebbe un’illusione pensare che possa funzionare dappertutto, ma abbiamo visto una tale quantità di brutture e ingiustizie, in questi giorni, che una boccata dell’aria fresca di Battir ci voleva proprio.
Intanto è arrivata anche Serena, che ci accompagna a fare qualche acquisto in una mostra-mercato dell’artigianato locale. Anche qui Hassan ci ha messo il suo zampino, convincendo un suo amico artista e spronando tutti quelli che a Battir avevano una qualche abilità nel lavoro artigianale a entrare nel progetto.
Un’altra breve passeggiata ed è ora di cena. Siamo ospiti, qui a Battir, di Hassan e dei suoi amici e compaesani impegnati nella valorizzazione del villaggio. È pronta una bella tavolata all’aperto, dove possiamo rifocillarci abbondantemente alla fine di un’altra giornata abbastanza lunga. Finalmente anch’io posso approfittarne pienamente, i fermenti lattici di Serena mi stanno rimettendo al mondo.
Dopo cena, Hassan ha ancora voglia di raccontarci una storia. Serena mi chiama, vuole che traduca ancora io, visto che con Hassan ormai ci troviamo bene… mi coglie un po’ alla sprovvista, ormai mi ero rilassato e non pensavo di dover ancora “lavorare”… ma lo faccio più che volentieri.
È una storia che risale a quasi 70 anni fa, ma che è impressa in modo indelebile nella memoria storica degli abitanti di Battir e fa parte ormai della loro eredità culturale; Hassan in particolare la racconta con la passione che ormai abbiamo imparato a conoscere e con grande orgoglio, anche perché il protagonista è un suo illustre omonimo, Hassan Mustafa.
Hassan Mustafa è l’uomo che, nel 1948, salvò il villaggio dalla colonizzazione, che durante la guerra arabo-israeliana era diventato un rischio più che concreto. La maggior parte degli abitanti erano fuggiti a causa della guerra, non dimentichiamo che questa è una zona di confine. Erano rimasti solo Hassan Mustafa e un pugno di altri coraggiosi testardi decisi a difendere il villaggio: Hassan ce li mostra in una bella foto d’epoca. Ma dovevano, per scoraggiare nuovi attacchi israeliani, far credere di essere ancora in tanti e allora Hassan Mustafa e i suoi escogitarono una serie di ingegnosi stratagemmi. Accendevano candele in tutte le case la sera, e fuochi come se la gente dovesse cucinare. Facevano andare avanti e indietro un finto plotone di guardia, con bastoni al posto dei fucili. E la mattina portavano fuori il bestiame.
Così gli israeliani caddero nell’inganno e, pensando che il villaggio fosse ancora abitato, non attaccarono. Man mano, tutti i profughi tornarono e il villaggio riprese a vivere. Ma non è finita qui, poi Hassan Mustafa fece molto altro per la sua comunità. Ad esempio, grazie a lui anche le bambine cominciarono ad andare a scuola. Fece un’opera di convincimento nei confronti dei più tradizionalisti, che erano ovviamente contrari, riuscì a trovare i fondi per costruire la scuola, e trovò il posto ideale per farla, dove c’era una moschea, proprio vicino alla ferrovia. Per convincere tutti disse che in fondo gli uomini potevano pregare ovunque, anche nei campi o sotto un albero, mentre le ragazze potevano farlo solo in moschea. E una volta che erano state ammesse in moschea, non fu difficile costruire la scuola e aprirla come scuola mista.
Per tutto questo, dice Hassan, Hassan Mustafa si meriterebbe una statua sulla collina, come quella del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, perché lui è il nostro redentore… e come dargli torto?
Lasciamo Battir stanchi ma felici, con la bellezza negli occhi e un po’ più di speranza nel cuore.

IMG_0375b

IMG_0375c

IMG_0375d

 

Martedì 24/10/2017 – La fabbrica di maftoul, la scuola di bambù, i sandali resistenti e ceramiche à gogo

Oggi è l’ultimo giorno, purtroppo, ma abbiamo ancora parecchi appuntamenti da onorare.
Il primo è con la fabbrica di maftoul Alreef. Il maftoul è un prodotto simile al couscous, ma a grana più grossa, che è tipico soprattutto di Gaza, ed è lì che sorgeva la fabbrica. Ma ora, date le enormi difficoltà di continuare l’attività nella situazione di blocco e di sostanziale assedio che a Gaza dura da dieci anni, la produzione si è trasferita qui nei dintorni di Gerico.
Qui possiamo vedere la lavorazione, che ha come fasi fondamentali la setacciatura e la cottura a vapore. Le operaie sono tutte donne: in estate possono essere fino a 30, negli altri periodi una quindicina. Lavorano 5 giorni a settimana per un salario di 525 dollari al mese, che qui è decisamente buono.
Le donne lavorano sedute sul pavimento, in una posizione che mi ricorda molto quella delle donne che lavorano le noci di argan in Marocco. Ci sono anche delle macchine, ma gran parte della lavorazione è ancora manuale, e forse è un bene che sia così: dà un lavoro a tutte queste donne.
Alla fine, il maftoul viene essiccato in un grande tendone fuori dal capannone che è una specie di serra, a una temperatura intorno ai 50°C. Si producono, qui, circa 700 kg al giorno, che vanno praticamente tutti all’estero perché in Palestina tradizionalmente la gente se lo fa in casa.

IMG_0376

IMG_0380.JPG

IMG_0388

Il secondo appuntamento è quello con l’ultima scuola che visiteremo, quella di Abu Hindi chiamata anche la Scuola di Bambù.
Il villaggio beduino di Abu Hindi si trova ad est di Gerusalemme in Area C. Si tratta di un’area semidesertica e priva di servizi di base: mancano acqua, elettricità e l’unico collegamento è una strada in terra battuta. Come altri villaggi beduini, è fatto di baracche in lamiera su cui sventolano tappeti impolverati e fogli di plastica. Dei circa 3000 abitanti di Abu Hindi molti soffrono di malattie respiratorie, intossicazioni, dermatiti e leucemie a causa della presenza della discarica dell’insediamento di Maale Adumim. La comunità beduina si è stanziata qui fin dagli anni ’50, ma la discarica è stata impiantata senza tenere in alcun conto la loro presenza.
I beduini sono spesso vittime delle aggressioni dei coloni e la scuola è stata già demolita due volte dall’esercito israeliano negli anni ’90.
Prima del progetto di Vento di Terra, la scuola era fatta di baracche di lamiera zincata nel deserto. La riabilitazione delle aule è avvenuta nel 2010 su progetto di ARCO’ – Architettura e Cooperazione, con la partecipazione attiva della comunità beduina locale. Dato il divieto di costruzione per gli abitanti di Abu Hindi, si è operato ricostruendo il plesso dall’interno. Le aule sono state isolate con pareti in argilla e paglia rivestite in bambù. Una soluzione in grado di garantire sia l’isolamento termico che quello acustico.  Il tetto è stato inclinato per garantire un’adeguata circolazione dell’aria tramite un sistema di microfinestre.
Qui, sul sito di Vento di Terra, trovate tutti i dettagli sul progetto:

La Scuola di Bambù di Abu Hindi

Sulla scuola, contrariamente alla Scuola di Gomme, non pendono attualmente ordini di demolizione. Questa è proprio l’area dove il governo israeliano vorrebbe trasferire i beduini di Khan al Ahmar, il villaggio della Scuola di Gomme. Qui si troverebbero quindi a convivere due diverse comunità beduine, in un’area resa già quasi invivibile dalla presenza della discarica.
La Scuola di Bambù accoglie 85 bambini Jahalin degli accampamenti vicini, dal primo al nono grado, seguiti da 15 insegnanti. Fino all’anno scorso i bambini erano 120, ora sono diminuiti perché è stata aperta un’altra scuola che per alcuni è più comoda da raggiungere. Soprattutto d’inverno, naturalmente, per i bambini è difficoltoso fare lunghi percorsi a piedi su queste colline, che si riempiono di fango. I più fortunati hanno l’asino, ma devono fare fino a 3 km. E per di più, come il preside e un professore ci raccontano durante la visita, anche i bambini sono spesso vittime di attacchi da parte dei coloni, che arrivano a volte anche a picchiarli. Quando l’ho sentito non volevo crederci, ho chiesto all’insegnante di ripetere sperando di non aver capito bene il suo inglese ma è proprio così.
La prima e la seconda classe hanno un solo maestro, poi c’è un insegnante per materia. Da qualche anno, i bambini studiano inglese fin dalla prima.
La scuola funziona con pannelli solari, quindi in inverno ci possono essere problemi, ma è l’unico modo: al villaggio non c’è elettricità.
Appesi alla lavagna della classe 3 abbiamo trovato dei bellissimi collage di foglie: una rana, un pesce, un fiore. La scuola è l’unico luogo della comunità beduina di Wadi Abu Hindu dove ci siano degli alberi, una piccola oasi di cui la comunità si prende cura da anni con amore.
Gli insegnanti vengono a scuola tutti insieme utilizzando un pullmino messo a disposizione dal Ministero dell’Educazione palestinese, perché in questa zona non esistono trasporti pubblici. Ma oggi il prof. di scienze, che ci ha fatto da cicerone e da interprete del preside che non parla inglese, ha perso il pullmino. Per arrivare ha dovuto prendere un taxi, che gli è costato 30 Shekel. E ora, per dar retta a noi, rischia di perderlo di nuovo. Decidiamo di dargli un passaggio sul nostro pullmino.
Al suono della campanella Dana e Iman ci hanno invitati ad accompagnarle verso casa. Sguardi, sorrisi, parole in arabo, inglese e italiano. Salutiamo loro e gli altri bambini, che si avviano lentamente verso i loro accampamenti. Li guardiamo mentre si arrampicano sulla collina nel sole di mezzogiorno e, piano piano, diventano tanti puntini sempre più piccoli tra nuvolette di terra sollevata dal vento.
Il prof., che ha circa quarant’anni, ci racconta che ha vissuto negli Stati Uniti dal 2000 al 2010, si è sposato, ha ottenuto la green card e si è separato. Lavorava, ma non come insegnante, sarebbe difficile per un palestinese. Dopo la separazione ha deciso di tornare in Palestina, dove ha sempre lavorato come insegnante. In questa scuola, naturalmente, non ha deciso lui di venire, ce lo ha mandato il Ministero. È chiaro che, in queste condizioni, non si tratta di una scuola particolarmente ambita. Lui però è contento di averci lavorato, lo vive come un contributo importante che ha dato al suo paese, ed è vero, lo è. Ma ora basta, dice, non ce la faccio più. Quello che potevo dare l’ho dato, ma dopo sette anni non me la sento di continuare in queste condizioni di precarietà, dove non ci sono prospettive per il futuro e non c’è neanche il minimo indispensabile, c’è da temere anche per la propria sicurezza, continuamente esposti agli attacchi dei coloni. Ora aspetta la fine dell’anno scolastico e poi ha già deciso, se ne tornerà a San Francisco, avendo la cittadinanza americana lo può fare. Lì spera di poter aprire un piccolo negozio, inshallah. E avrà le comodità, e una macchina nuova.
Lo saluto con un po’ di malinconia ma non mi sento di biasimarlo, in fondo forse ha ragione lui, quello che poteva fare lo ha fatto, ora è giusto che scelga quello che pensa sia meglio per la sua vita.

IMG_0396

img_0398.jpg

IMG_0402

IMG_0404a

IMG_404b

IMG_404c

IMG_404d

IMG_404e

IMG_404f

IMG_0405

 

Noi ora, invece, ci dirigeremo verso il laboratorio di pelletteria “Peace Steps”, un altro progetto di Vento di Terra. Dobbiamo anche trovare un posto per il pranzo, ma prima c’è tempo per un breve passaggio che ci consenta di vedere da vicino un’altra opera di Banksy, forse la più iconica che ha realizzato qui in Palestina, e la più riprodotta: Il lanciatore di fiori. Come spesso accade per la street art, la collocazione è periferica, su un anonimo muro di una stazione di servizio, con sul tetto due serbatoi di carburante. Realizzato nel 2003, il lanciatore è un po’ sbiadito dagli anni, ma non ha perso nulla della sua carica evocativa. Resta un simbolo potente di pace in una terra dilaniata, dove due popoli sono prigionieri di un conflitto di cui non si vede la fine.
Per il pranzo ci fermiamo in un bar segnalato da Walid, il nostro autista, dove una signora ci accoglie calorosamente e, appena scoperto che siamo italiani, precisa subito di essere cristiana, pensando evidentemente che questo le serva come captatio benevolentiae. Non sa che con noi, in questo senso, casca piuttosto male, ma come al solito in questi casi sorridiamo e diciamo “Ah, sì? Che bello!”.
Il falafel non è male ma alla fine il conto, per gli standard palestinesi, risulta un po’ salato. Del resto, è piuttosto evidente che si tratta di un posto turistico, poco dopo di noi sono entrate due comitive di stranieri appena scese da pullman israeliani. Serena è visibilmente contrariata, ho l’impressione che Walid si sia appena guadagnato un altro cazziatone. Un po’ mi dispiace per lui, ma in fondo è vero quello che dice Serena, lui fa di tutto per meritarseli.

IMG_0409

IMG_0411

 

Arriviamo al laboratorio della cooperativa Peace Steps, dove ci riceve Abu Abdallah, pronto a mostrarci le macchine e a farci vedere qualche pezzo in lavorazione, oltre che naturalmente a farci vedere i prodotti finiti che possiamo acquistare. Intanto i ragazzi della cooperativa ci offrono dell’uva.
Peace Steps (passi di pace o impronte di pace) rappresenta lo sviluppo della partnership realizzata negli anni da Vento di Terra con le associazioni dei Campi Profughi di Shu’fat e Kalandia. Il progetto è finalizzato allo sviluppo delle comunità locali, tramite la promozione di attività di generazione di reddito e il supporto ai servizi socio educativi rivolti ai minori. In particolare il progetto offre un’opportunità formativa e di lavoro nel settore della manifattura della pelle, per alcuni giovani uomini del campo profughi di Kalandia. La Palestina, in particolare il Distretto di Hebron, ha una radicata tradizione manifatturiera, che il progetto ha valorizzato avviando un laboratorio specializzato nella produzione di sandali in pelle, che sono commercializzati oltre che sul mercato locale nel circuito del Commercio Equo e Solidale italiano attraverso la Cooperativa Nazca. Oltre a garantire un’opportunità di lavoro ad alcuni giovani, i proventi delle vendite vengono reinvestiti a sostegno dei servizi socio educativi promossi da Vento di Terra nei Campi Profughi, contribuendo così a consolidarne la sostenibilità economica.
Nel 2011 tramite un programma del Ministero degli Affari Esteri è stato possibile formare lo staff interno sulla produzione di accessori in pelle, mirando a diversificare la produzione della cooperativa. Grazie all’intervento di esperti italiani, con training in loco e a distanza, Peace Steps ha avviato la produzione di borse, cinture e portafogli, da commercializzare principalmente sul circuito equo e solidale italiano. Come previsto, il progetto ha sostenuto il servizio educativo di Kalandia e un intervento terapeutico destinato alle vittime di traumi da guerra nel Campo profughi di Shu’fat.
E qui ci sarebbe una sorpresa, nel senso che il gruppo, trainato in questo dalla sua componente femminile, ha deciso di fare un regalo a Serena. L’idea sarebbe di comprarle una borsa, magari cercando di capire, senza lasciar trasparire troppo, quale le piace di più… ma qualcuno ha inavvertitamente “spoilerato” e quindi a questo punto tanto vale che se la scelga lei. Lei però non è convinta, si dichiara affezionata alla sua vecchia borsa, lo zainetto non le piace tanto… insomma sembra che non se ne faccia niente. Lei ci ringrazia, ma preferirebbe di no. Se non che, dietro insistenza delle signore, ammette che la borsa no però effettivamente un paio di sandali poi… non le dispiacerebbe. E così sceglie un bel paio di sandali nuovi e finisce tutto bene.

IMG_0412

Prima di tornare verso Betlemme, ci manca ancora una tappa, che è irrinunciabile in quanto molto attesa da giorni da diverse aficionadas delle ceramiche. Si tratta, appunto, di un altro laboratorio-negozio che produce e vende oggetti di ceramica e di vetro. Prima di entrare nel negozio, abbiamo la possibilità di ammirare il mastro vetraio al lavoro in officina; vederlo soffiare e modellare il vetro con gesti sapienti è come sempre affascinante. E poi viene dato libero sfogo alle pulsioni di ciascuno nel magazzino, dove sugli scaffali sono in bella mostra oggetti delle più varie forme e colori: vasi, piatti, bicchieri, tazze e tazzine, oggetti decorativi tra cui spicca una ricca collezione di pesci in vetro di vari colori: se ne appendono un po’ a un filo e il gioco è fatto. Insomma, c’è un po’ di tutto.
Anche Claudio ha incarico da Rossana, sua moglie, di fare acquisti: più precisamente, dovrebbe comprare tutto quello che compra Gabriella, che di Rossana è amica e che evidentemente gode della sua stima in quanto a gusti. Ma lui comincia ad attuare delle manovre diversive, giura che dirà a Rossana che lui avrebbe comprato un sacco di roba ma proprio Gabriella gli ha sottratto una serie di pezzi unici sotto il naso, e cerca testimoni pronti a dargli manforte… le schermaglie continuano per un po’, finché anche lui si convince che gli conviene di più comprare qualcosa.
Io mi diverto più che altro a guardarli, a dire il vero non impazzisco per le ceramiche e ho difficoltà a infilarle nello zaino senza rischiare di romperle. Quindi faccio solo un paio di acquisti simbolici.

IMG_0417

 

Ripartiamo col pullmino in direzione Betlemme. A questo punto, visto che per stasera abbiamo il puntello con Father Boulus, il reverendo siriaco ortodosso, può scattare la telefonata per prendere accordi più dettagliati. Secondo quello che ci ha detto, dovrebbe essere ormai tornato dal suo tour e disponibile. Ci vorrebbe Giulia, che è quella che lo conosce meglio, ma non c’è e quindi Claudio si prende lui l’incarico. Lo chiama ed esordisce con un “Hello Brother” che ci fa molto ridere, ma si capisce subito che qualcosa non va: sembra che il prete quasi non si ricordi di lui, e che comunque questa sera debba tornare al monastero. Dice che potremmo trovarlo a Betlemme solo se torniamo in un tempo che, al momento, da dove siamo neanche in elicottero… eppure l’altra sera sembrava così convinto, non vedeva l’ora di esibirsi per noi e soprattutto di vendere un po’ di dischi. Mah… cominciamo a pensare che sia stato richiamato all’ordine dal suo vescovo, ammesso che abbia un vescovo, o dal superiore del monastero, chi lo sa. Insomma, che si sia preso un cazziatone e debba starsene tranquillo per un po’, facendo veramente vita monastica. Che, per quanto abbiamo visto l’altra sera, non sembrava troppo nelle sue corde. È un peccato: pregustavamo già la serata, e salta anche il jingle per la radio, ma va così…
Dobbiamo, a questo punto, ripiegare su qualcosa di diverso. Intanto dobbiamo trovare un posto per la cena, che già non è semplice perché quello a cui aveva pensato Serena per stasera è pieno. Quindi lei, dall’albergo, fa una serie di telefonate, ma senza risultati. Alla fine si lascia consigliare dalla signora dell’albergo, che ci manda in un posto davvero carino e, oltretutto, chiama lei per prenotare presentandoci come una specie di gruppo di VIP.
Il posto si chiama Al Karmeh ed è praticamente annesso al Museo di Betlemme, per entrare si passa proprio dal museo.
È arredato con gusto, pieno di foto e oggetti d’epoca. E ci trattano davvero da VIP, forse per la telefonata della signora, ma tant’è… perché non approfittarne? Una volta prese le ordinazioni, dato che il servizio va un po’ a rilento, a sorpresa aprono solo per noi il museo e ci fanno fare un breve ma bellissimo tour guidato. Vediamo solo le cose principali, ma davvero vale comunque la pena. Anche perché quello che fino ad ora ci era sembrato un cameriere, solo molto gentile, ci fa da guida e si rivela quasi un archeologo, comunque un appassionato conoscitore del patrimonio palestinese. In un ottimo inglese sciorina pezzi di storia, a partire dall’epoca dei cananei, un popolo stanziato in Palestina già dal 1500 a.C., che lui definisce i progenitori del popolo palestinese. Come dire: attenzione, noi eravamo qui anche da prima degli ebrei…
C’è un segmento di un acquedotto romano, che portava l’acqua da Hebron a Gerusalemme, insieme con altri reperti di epoca cananea e romana. Ci sono antichi costumi riccamente ricamati, e gioielli. E poi sculture in legno d’ulivo, madreperla, icone, dipinti, di tutto insomma.
E giunti alla fine del giro la nostra guida d’eccezione ci annuncia che… è pronto in tavola.
Per cena, dopo aver visto oggi come si fa, non posso che scegliere… il maftoul! In questo caso con un pesce che qui chiamano Denise fish, che penso sia un’orata. Buono, comunque.
Intanto, continuiamo a chiacchierare con il cameriere-archeologo. Abbiamo scoperto che viene dal campo profughi di Aida, 2 km a nord del centro di Betlemme, vicino a Beit Jalla, dove abita Giulia. Tra l’altro, lui dice di conoscere una Giulia, italiana, che lavora per una ONG, ma la descrizione non corrisponde totalmente. Gli mostro una foto, e così scopriamo che è un’altra Giulia. E scopriamo anche che lui sta per fidanzarsi! Applauso e auguri.
Devo dire che, con un po’ di fortuna, abbiamo trovato veramente un posto perfetto per la nostra ultima cena palestinese.
Uscendo, noto appena fuori dal museo una cosa a cui entrando non avevo fatto caso. C’è un piccolo giardinetto con un giovanissimo albero di ulivo che, come spiega un cartello, è circondato da salvia che libera l’energia, menta che conforta l’anima, timo che stimola il cervello e basilico che protegge dalle malattie e dà benessere. Ma, insieme, sono stati anche “piantati” dei proiettili e dei candelotti di gas lacrimogeno, regali delle forze occupanti, con l’auspicio che questo sia una finestra su un mondo di pace dove gli ulivi saranno sempre più forti dei proiettili. Mi sembra bello.
Non è prestissimo, ma io e Claudio vorremmo comunque, anche senza il prete che canta in aramaico, continuare la serata da qualche altra parte, anche solo per bere una cosa. Le adesioni, però sono talmente poche (una) che decidiamo di rinunciare, e forse è meglio così perché quasi tutti dobbiamo ancora fare i bagagli, domani mattina partiremo presto.
Torniamo in albergo, dove salutiamo Giulia, con la promessa di rivederci quando tornerà in Italia. E poi c’è un’altra cosa importante da fare, prima di fare le valigie e andare a nanna: Già da un paio di giorni abbiamo nelle nostre camere delle bellissime bambole fatte dalle donne di Gaza, che Serena deve portare in Italia per venderle nelle iniziative natalizie di Vento di Terra. In realtà, molte ce le porteremo a casa noi. Io, per esempio, ho già deciso di comprarne una per la mia nipotina. Visto che sono un po’ ingombranti e non tutti hanno spazio per infilarle nei propri bagagli, oggi abbiamo comprato apposta una bella valigia rosa shocking dove metterle tutte assieme. Quindi, nella hall dell’hotel, foto di gruppo con le bambole e poi le mettiamo tutte nella loro valigia. Ci dobbiamo preparare una qualche spiegazione per l’aeroporto, nel caso ce la dovessero aprire; ma ci penseremo domani, adesso è proprio il momento di salire a fare lo zaino e andare a dormire.

img_0418.jpg

IMG_0419

IMG_0420

IMG_0421

 

Mercoledì 25/10/2017 – Epilogo

Ci alziamo presto anche stamattina. Abbiamo votato democraticamente, anche stavolta, per partire presto, in modo da poterci godere il più possibile anche l’ultima mezza giornata a Gerusalemme. Il nostro volo parte verso le 16.30.
La prima cosa che facciamo è andare a visitare l’orto dei Getsemani. La proposta è stata lanciata da alcune persone del gruppo, visto che finora l’avevamo visto solo da lontano. Effettivamente, valeva la pena di dargli un’occhiata più da vicino.
Il nome Getsemani, che significa “Frantoio d’olio”, è il nome di una grotta naturale situata vicino alla tomba di Maria e al luogo della sua assunzione. Ma è anche il nome di tutta questa zona ai piedi del Monte degli Ulivi. Nell’orto ci sono otto ulivi secolari, che secondo la tradizione furono testimoni della preghiera e della sofferenza di Gesù, l’ultima sera della sua esistenza terrena. E poi c’è il santuario, detto “Basilica dell’Agonia”. Sul luogo furono costruite successivamente tre basiliche: la basilica bizantina, costruita da Teodosio nel 380, aveva già al centro la roccia della preghiera di Gesù, che ancora oggi si conserva. Fu distrutta nel 614. Poi la basilica crociata, del XII secolo, che fu distrutta attorno al 1200 e i cui resti si vedono sul lato sud della chiesa attuale. E infine la nuova basilica, costruita tra il 1920 e il 1924, che è chiamata anche “Chiesa delle Nazioni” per il contributo offerto da diverse nazioni per i mosaici delle absidi e delle cupole. Nel pavimento, sotto vetro, si possono vedere anche pezzi di mosaici bizantini. Le vetrate tra il blu e il viola creano una particolare luce attenuata. Quando entriamo, sta per finire la messa officiata da un sacerdote in spagnolo per un gruppo di pellegrini latinoamericani.

IMG_0430

IMG_0431

IMG_0435

 

Passeggiamo ancora un po’ intorno all’orto, mentre il sole del mattino comincia a farsi caldo. Poi, dopo una passeggiata e un caffè in Mamilla Road, una delle strade più cool di Gerusalemme Ovest, ci dirigiamo verso il Mahane Yehuda market. Ci eravamo ripromessi di tornarci di giorno, quando è nel pieno della vitalità, e ora senz’altro lo è. Compriamo qualcosa qua e là per finire gli ultimi shekel. Ed è anche il posto ideale per un pranzetto street food a base di piccoli burek con carne, funghi, spinaci, patate o formaggio.

IMG_0441

IMG_0445

La mattina, pur partendo presto, è volata ed è il momento di andare all’aeroporto. Lì salutiamo Luigi che, buon per lui, si fermerà ancora qualche giorno per andare ad una festa con il suo amico Youssef. Youssef è un arabo israeliano, cioè un palestinese che vive in Israele e ha la cittadinanza israeliana. Lui e Luigi si sono conosciuti a Milano, dove Youssef ha vissuto per alcuni anni. È venuto a prendere Luigi all’aeroporto, così lo possiamo salutare anche noi. In questo momento tutti invidiamo Luigi, non solo perché vanno a una splendida festa e poi andranno in spiaggia, ma anche perché lui sembra molto simpatico. La festa è una specie di addio al nubilato della cugina di Youssef, si fa alla vigilia del matrimonio ed è tutta dedicata alla sposa, lo sposo arriva solo alla fine. Poi Luigi mi ha mandato qualche foto, che volentieri pubblico. Nella prima la sposa, con in mano due ceri, fa una danza e accende alcuni bracieri intorno a lei. Nella seconda, alla fine della cerimonia, arriva lo sposo e ballano insieme. Tutto si è svolto in un paesino vicino a Nazareth, erano circa 500 invitati…

23633104_367065547040245_382507569_o

23660403_367065450373588_1958231998_o

Noi, però, purtroppo, dobbiamo entrare nell’aeroporto, andando verso il controllo di polizia che ci deve dare il visto di uscita da Israele, altro momento temuto. È possibile che ci chiedano dove siamo stati, cos’abbiamo fatto, chi abbiamo conosciuto… addirittura che ci guardino le foto sul telefonino. È un po’ improbabile, ma non si può escludere. Nel dubbio, io e altri ieri sera abbiamo trasferito altrove le foto più “a rischio”, quelle del muro, dei checkpoint, delle torrette militari, dei soldati, dei murales palestinesi. Ovviamente la versione concordata è sempre quella: siamo un gruppo di semplici turisti, siamo stati solo a Gerusalemme e Betlemme. Ah, che belli i luoghi santi…
Come ulteriore misura precauzionale, abbiamo deciso che Serena starà qualche passo dietro a noi, nella fila, e si presenterà da sola, mentre noi ci presenteremo come gruppo di ViaggieMiraggi con Claudio come guida. Tutto sommato, funziona. Il grosso dell’interrogatorio tocca a lui, che se la cava bene, con un piccolo brivido quando gli chiedono quale compagnia di trasporti abbiamo usato… lì è difficile, in realtà oltre a Walid abbiamo avuto un altro paio di autisti ma tutti palestinesi. Però su, ci sta anche di non ricordarselo. Infatti ci fanno passare senza problemi. Nel colloquio individuale, che comunque c’è, solo le solite domande: “Porta armi o oggetti che possano essere usati come un’arma?”. “Qualcuno le ha consegnato regali o souvenir da portare in Italia?”.
I problemi sono tutti di Serena, che avendo i timbri di Gaza non la può passare liscia, la sua mezz’oretta con la soldatessa non gliela toglie nessuno. Ma spiegando che in fondo lavorare per una ONG è un lavoro come un altro, non è lei che sceglie dove andare ecc. ecc., anche lei viene “rilasciata”.
Anche questa è andata, è stato anche più facile di quanto ci facevano temere le nostre paranoie. Non ci hanno neanche aperto la valigia delle bambole, dove tra l’altro Alessandra, che ha solo il bagaglio a mano, aveva infilato la kofiyah, una maschera di Anonymous e altro materiale “compromettente”…
E siamo giunti al momento di chiudere questo lungo racconto. Se vi ho annoiato me ne scuso.
Non è facile trovare una chiusura come si deve per un viaggio come questo. La citazione biblica con cui ho aperto quest’ultima parte è frutto della volontà di finire con un messaggio che lasci le porte aperte alla speranza, anche se in questo momento, e dopo quello che abbiamo visto e sentito, qualunque prospettiva di pace sembra lontanissima.
Nel 1991, durante la prima Guerra del Golfo, ero all’università. Ho partecipato a qualche manifestazione contro la guerra e a favore della Palestina: urlavamo “Shamir boia”, “Palestina libera Palestina rossa” e “Intifada fino alla vittoria!”. Nella nostra ingenuità, dicevamo che se le risoluzioni dell’ONU valevano per Saddam dovevano valere anche per Israele. Sono passati ventisei anni, cinquanta dall’occupazione, e le risoluzioni sono ancora lì, lettera morta come allora.
David Grossman ha scritto che ogni israeliano dovrebbe sforzarsi di non proteggere sé stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che lui fa al nemico, né dai sorprendenti tratti di somiglianza tra lui e il nemico. Solo così si può non essere più condannati a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale tra essere vittima e aggressore, senza che sia concessa una terza possibilità, più umana. Solo così si può essere uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità. E tutto questo lo ha scritto dopo aver perso un figlio in guerra nel sud del Libano nel 2006. Vorrei che ci fossero più intellettuali come lui, in Israele.
Durante questo viaggio, ho sentito il peso di essere qui a guardare e di non poter far nulla per cambiare le cose. Ho dovuto combattere contro questa sensazione di impotenza, finché ho capito che essere qui era già fare qualcosa per cambiare le cose; l’ho letto negli occhi dei bambini, l’ho sentito nelle parole di Issa, di Rabbi Jeremy e di Hassan. E soprattutto ho capito che i progetti di Vento di Terra ogni giorno cambiano le cose: ogni bambino in più che va a scuola può fare tutta la differenza del mondo. Lo abbiamo visto anche a Battir, se c’è una speranza viene dalla cultura. Del resto quello palestinese è un popolo giovanissimo: metà dei palestinesi sono nati dopo gli accordi di Oslo del 1994. Un popolo così giovane, anche se colpito duramente dalla reazione israeliana all’ultima intifada, quella dei coltelli del 2015-2016 (234 morti di cui il 76% aveva meno di 24 anni), non può e non deve non avere speranza nel futuro. L’istruzione è davvero il fattore decisivo.
E allora, se questo racconto non vi ha lasciato indifferenti, sostenete Vento di Terra, credo che non ci possa essere un modo migliore per chiudere.

Ventoditerra.org

vdt_logo6

 

IMG_0433

IMG_0446

Grazie a Tina per i vestitini che abbiamo portato alla scuola di gomme.
Grazie a Patrizia per la riflessione sul vero muro del pianto e per tutte le foto che mi ha fornito. Grazie a Luigi per le foto della festa della cugina di Youssef.
Grazie a Michele per averci aperto una finestra sul kibbutz e sul suo mondo.
Grazie a Giulia per il preziosissimo contributo e per quel fine serata un po’ folle a base di shisha e tequila che difficilmente dimenticherò.
Un enorme grazie a Serena per la pazienza e le amorevoli cure (nel mio caso, anche sotto forma di fermenti lattici) con cui ha guidato il gruppo.
Grazie a Claudio per le storie di radio che come sempre ci ha regalato e per l’insostituibile sguardo di chi sa fare davvero il giornalista e il viaggiatore.
Grazie a Radio Popolare, a Vento di Terra, a ViaggieMiraggi.
Grazie a tutto il gruppo per la condivisione di questa esperienza e per quel senso di comunità che, come sempre, è scattato fin da subito.

E grazie a tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi rendo conto che ce n’è voluta tanta.

 

Questa è la nostra terra – Parte terza

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

Sabato 21/10/2017 – Tensione a Hebron, Dabka, Shisha e Tequila

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo, non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
(Mahmoud Darwish – Carta d’Identità)

Oggi partiamo per Hebron, che sarà la meta principale della giornata. E stasera dormiremo a Betlemme, quindi dobbiamo fare i bagagli e caricarli sul pullmino, impresa che si rivela davvero non semplice. Questo, al contrario di quello che avevamo usato per venire dall’aeroporto, ha poco spazio di bagagliaio, e noi abbiamo in più Michele, il suo zaino, il materiale per le scuole, che abbiamo separato, e un sacco di mappe che abbiamo preso all’OCHA arrotolate.
Siamo costretti a utilizzare l’ultima fila di sedili per i bagagli. Dietro ci sono anche Michele e Luigi con delle valigie in equilibrio precario che potrebbero cadergli in testa alla prima curva, ma bene o male ci mettiamo in marcia.
I checkpoint per passare dalle zone palestinesi a quelle sotto controllo israeliano e viceversa sono diventati ormai un’abitudine, per noi. A volte un soldato sale sul pullmino e chiede i passaporti, tutti o solo qualcuno, non si capisce in base a quale criterio; altre volte invece va liscia. Quelli che stanno ai checkpoint sono tutti soldati molto giovani, 18-19 anni. Non deve essere facile neanche per loro.
Oggi, qui a Hebron, troveremo la situazione forse più pesante da questo punto di vista: ci sono checkpoint molto “duri” nel pieno centro della città vecchia, che è divisa in due. Tutta la città, che ha circa 200.000 abitanti, è divisa tra la zona denominata H1, che è sotto controllo palestinese, e la zona H2, che è sotto stretto controllo militare israeliano perché ci vivono i coloni più estremisti di tutti i territori occupati, protetti da battaglioni di soldati appostati sui tetti. Dovremo attraversare questi checkpoint a piedi.
Ma prima di entrare nella città vecchia, incontriamo Giulia e ci facciamo spiegare un po’ meglio da lei, mentre sorseggiamo un succo di tamarindo che abbiamo comprato da un venditore ambulante che lo spaccia spillandolo da una botticella metallica di quelle che di solito vengono utilizzate per il tè o per il caffè.
Il nome della città, sia in ebraico (Hebron) che in arabo (al-Khalīl), significa letteralmente “amico”; è riferito al patriarca Abramo, ma suona veramente stridente rispetto a quello che è oggi questa città. Ancor di più se si pensa che entrambi i popoli che se la contendono dovrebbero discendere dal patriarca. Ai 200.000 abitanti palestinesi sono da aggiungere i 600-700 ebrei che vivono nell’antico quartiere ebraico della città vecchia, e i circa 7.000 ebrei della contigua Kiryat Arba.
Nel 2017 la città vecchia di Hebron/Al-Khalil è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.
I riscontri archeologici pongono la data di fondazione dell’insediamento alla metà del IV millennio a.C. e Hebron è più volte menzionata nell’Antico Testamento. Secondo quanto dice il Pentateuco, dopo l’insediamento degli ebrei con il Patriarca Abramo, la città divenne il principale centro della Tribù di Giuda; lo stesso Davide venne incoronato re d’Israele a Hebron, che fu la sua prima capitale. Solo dopo la conquista di Gerusalemme lasciò Hebron e si trasferì nella nuova capitale.
Una grotta situata nella parte bassa di Hebron è detta la “Tomba dei Patriarchi”. È il luogo in cui secondo la Bibbia sono sepolti Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia.
Nel dicembre 1917, Hebron fu occupata dalle truppe britanniche. Nell’agosto del 1929, si verificò il primo dei due eventi tragici che maggiormente ne hanno segnato la storia nel ‘900. Durante una serie di moti in Palestina tra i coloni ebraici e la popolazione araba preesistente, l’Haganah, un’organizzazione paramilitare ebraica, offrì la propria protezione alla comunità ebraica di Hebron (circa 600 persone su un totale di 17.000 abitanti), che la rifiutò contando sui buoni rapporti che si erano instaurati da tempo con la popolazione araba e i suoi rappresentanti. Ma il 24 agosto furono uccisi 67 ebrei (la metà del totale dei caduti ebraici morti durante la rivolta), alcuni dopo violenze carnali e torture, e 135 furono feriti (episodio passato alla storia come il massacro di Hebron del 1929). Secondo alcune testimonianze, sebbene questo non ne attenui la gravità, il massacro fu scatenato da una serie di aperte provocazioni dei coloni. Molto interessante, in questo senso, quello che dice il rabbino Boruch Kaplan, che in quei giorni c’era. Il nostro Michele ha scovato un suo scritto e lo ha inserito in un post sul suo blog, che anche in questo caso vi consiglio vivamente:

Hebron città occupata

La popolazione ebraica fu spostata a Gerusalemme al termine degli scontri; alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche.
Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti, guidati dal rabbino Moshe Levinger, occupò il principale hotel di Hebron rifiutando di lasciarlo. In seguito occuparono una base militare abbandonata fondando l’insediamento di Kiryat Arba.
Il processo di espansione della presenza ebraica a Hebron è proseguito negli anni e nel 2005 si contavano più di 20 insediamenti in città e nei dintorni. Gli ebrei che vivono in queste aree, e coloro che li appoggiano, affermano di essersi reinsediati in terre tradizionalmente ebraiche, e in edifici appartenenti da secoli alla comunità ebraica. Gli ebrei presenti a Hebron, soprattutto nella città vecchia, sono coloni ultra-ortodossi che vivono in enorme contrasto con la popolazione palestinese. Ma questo ce lo racconterà meglio la nostra guida d’eccezione, Issa Amro, un attivista palestinese fondatore del movimento “Giovani contro gli insediamenti”. Il suo attivismo è totalmente basato sulla resistenza pacifica e non violenta. Tuttavia, o forse proprio per questo, è stato arrestato varie volte. Sulla sua testa pendono 18 capi d’imputazione da parte della giustizia israeliana, ma dà talmente fastidio che l’ultima volta, il 2 settembre scorso, è stato arrestato anche dall’Autorità Palestinese per aver denunciato su Facebook l’arresto di un giornalista.

IMG_0248

Questo è Issa: “Palestinians should be free”, c’è scritto sulla sua maglietta

 

Issa ci racconta, tra le prime cose, che non più di una settimana fa è stato annunciato l’insediamento di 30 nuove unità abitative nella città vecchia, al posto di una struttura militare. Dice che è lo schema classico: i soldati se ne vanno e i coloni prendono il loro posto, sempre naturalmente sotto protezione militare.
Poi ci racconta quello che è successo a partire dal 1994 in Shuhada Street, la strada principale della vecchia Hebron, che vedremo appena passato il checkpoint che è qui davanti a noi.
Il 25 febbraio1994 è la seconda data che ha segnato profondamente la storia recente di Hebron.
Baruch Goldstein, un membro d’origine statunitense della Lega di Difesa Ebraica, residente a Kiryat Arba, medico ed ex ufficiale dell’esercito, penetrò nella moschea di Abramo in uniforme, evitando quindi i superficiali controlli militari predisposti, e trucidò a colpi di fucile mitragliatore 29 musulmani in preghiera, causando l’esasperata reazione dei sopravvissuti, che linciarono l’attentatore, e della popolazione palestinese. Nelle successive rivolte in tutti i territori occupati, vennero uccisi altri 125 palestinesi. L’atto sarebbe stato compiuto, secondo alcune fonti, per vendicare l’uccisione di una bambina israeliana ma in realtà in piena coerenza con l’ideologia della Lega di Difesa Ebraica, che dichiarò sul suo sito web: “Non abbiamo vergogna di dire che Goldstein fu membro fondatore dell’organizzazione”.
Dopo il massacro, la città nel 1997 venne divisa in due settori: Hebron 2 (circa il 20% della città), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’Autorità Palestinese, in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron. In accordo con il protocollo sia i Palestinesi sia gli Israeliani hanno accettato una presenza internazionale, denominata T.I.P.H. (Temporary International Presence in Hebron), con compiti di osservazione, al fine di migliorare la situazione nella città.
Ad oggi, per i civili israeliani è legale accedere al 4% del territorio della città di Hebron, mentre i palestinesi sono sottoposti ad uno stretto regime di permessi e controlli per accedere a servizi e abitazioni rimaste nella zona sotto controllo israeliano. Per proteggere qualche centinaio di coloni, è stato messo in piedi un sistema che rende la vita quasi impossibile a tutto il resto della popolazione di una città di 200.000 abitanti.
Shuhada Street, la via dei martiri, che per gli israeliani è King David Street, è oggi in gran parte una strada fantasma, come anche molte altre parti della città vecchia. Niente più negozi, o mercati. 1000 appartamenti vuoti e abbandonati. 1800 negozi chiusi. 100 barriere mobili che chiudono le strade e 23 checkpoint. Diverse strade sono vietate alla popolazione palestinese.

Ieri Peace Now, un’organizzazione pacifista israeliana, ha organizzato una manifestazione davanti a una casa palestinese occupata per chiedere al governo di evacuare i coloni che sono lì in violazione della legge israeliana. Naturalmente i coloni hanno costantemente molestato gli attivisti e fatto tutto il possibile per disturbare la manifestazione. Issa, che era lì solo per parlare, è stato arrestato e detenuto per alcune ore, dopo di che l’area è stata dichiarata zona militare chiusa in modo da poterlo mandare via da lì. Tutto ciò contro la stessa legge israeliana. “Qui ci sono due leggi” – ironizza Issa: “Una per loro e una contro di noi.”

Passiamo attraverso i tornelli del checkpoint e il metal detector, passaporti alla mano e non senza una certa tensione che aleggia nell’aria. Forse ingiustificata, perché noi non rischiamo niente. Issa un po’ di più; le guardie lo conoscono bene, ma potrebbero sempre decidere arbitrariamente di non farlo passare. Ma comunque, come si fa a non sentire anche sulla propria pelle il peso della cappa di odio e incomunicabilità che pervade questo posto?

Dall’altra parte, H2. Bandiere israeliane, murales che raccontano la storia di Hebron dal punto di vista dei coloni: la città dei patriarchi e di Davide, una comunità pia e devota. La distruzione del 1929 e la rinascita del 1967.

E, ciò che colpisce di più, stelle di David dipinte con la vernice spray sulle porte. Una folle ripetizione, chissà quanto consapevole, del modo in cui i nazisti segnavano case e negozi ebraici con quello che per loro era un marchio d’infamia. Cosa possa portare centinaia di persone a rinchiudersi volontariamente e convintamente in quello che è pur sempre un ghetto, per quanto protetto possa essere, ci risulta davvero difficile da comprendere. Nell’area H2, insieme ai 600 coloni, vivono ancora 40.000 palestinesi, soggetti a grandi restrizioni nell’accesso ai servizi essenziali: scuola, pronto soccorso, rifornimenti di acqua. Diverse migliaia se ne sono andati.

IMG_0248a

 

IMG_0248b

 

Issa ci parla di Hadeel al-Hashlamoun, una ragazza di 18 anni che nel 2015 è stata uccisa dai soldati al checkpoint con 15 colpi, in quella che Amnesty International ha definito un’esecuzione extragiudiziale. Secondo il racconto di Issa, l’incidente nacque da un fraintendimento e dal nervosismo della ragazza mentre le venivano urlati ordini in ebraico che lei non capiva.

E poi di Abdel Fattah al-Sharif, un altro ventenne palestinese che nel 2016 è stato ucciso con due colpi alla testa da distanza ravvicinata mentre era a terra, ferito e disarmato, dopo che due colpi gli erano già stati sparati mentre tentava di accoltellare un soldato.

Nel frattempo si sono avvicinate due colone israeliane, due signore di circa 50-60 anni, con il capo coperto per nascondere i capelli. Si, perché non l’abbiamo ancora detto ma anche le ebree ortodosse si coprono, o a volte si rasano, i capelli, perché sono considerati un attributo sessuale. E quindi nessuno deve vederli, per i più estremisti neanche il marito, perché nella coppia la sessualità deve essere finalizzata solo alla riproduzione, e non al piacere. Per un po’ hanno seguito in silenzio quello che Issa sta dicendo in inglese. Ora una delle due decide di intervenire, e lo fa in modo verbalmente molto aggressivo. Sostiene che Issa mente, e lo accusa di appoggiare il terrorismo. A proposito di quest’ultimo episodio, dice che il soldato ha fatto solo il suo dovere, impedendo al terrorista di nuocere e salvando altre vite. “E perché ora è in prigione?” – la incalza Issa. “Questo è ingiusto. Quel soldato è un eroe.” Ribatte lei convinta. Aggiunge che Issa non può dire che il checkpoint è qualcosa di sbagliato, perché è lì per proteggere le loro vite dai continui attacchi dei terroristi arabi. E lui non sta dicendo che il male è il terrorismo. Issa ribadisce più volte: “La violenza è male. Il terrorismo è male. Mi ascolta? Glielo sto dicendo.” Ma lei insiste che quel checkpoint non è lì per l’occupazione, ma per “Your terrible terror”.
“Quando è stato aperto il checkpoint?” – chiede Issa. E la colona afferma sicura che è stato dopo l’uccisione di suo padre, il rabbino Shlomo Ra’aman, barbaramente pugnalato nella sua casa da un palestinese nel 1998. L’episodio è vero, ho scoperto poi, ed effettivamente ci sono stati negli anni numerosi attacchi di questo tipo, anche se lei ne ingigantisce il numero parlando di 50 accoltellamenti. Peccato, però, che lei stessa colloca il fatto, correttamente, nel 1998, e i checkpoint sono stati istituiti prima, con il protocollo di Hebron nel 1997 a seguito del massacro di Goldstein del 1994. Quindi è lei che mente sapendo di mentire, e questo fa capire molte cose. E “dimentica” di citare tutti gli altri, innumerevoli, episodi di violenza gratuita commessi dai coloni contro i palestinesi. La violenza c’è stata da ambo le parti, la lista purtroppo è lunghissima. Posso comprendere umanamente il rancore che prova, ma questo non la autorizza ad accusare Issa, che non ha niente a che vedere con i terroristi e che, anche se suo padre è stato ucciso dai soldati israeliani, vuole la pace. Come non la autorizza a dire, come fa, che se noi crediamo alle menzogne di Issa siamo antisemiti. Questo non posso tenermelo. “Noi non siamo antisemiti, signora. Nessuno di noi” le rispondo, ma naturalmente non mi ascolta.
Continua a contestare Issa anche sull’episodio della ragazza. Sostiene che aveva un coltello, che è stato trovato. Di questa storia esistono due versioni, come quasi sempre. L’esercito israeliano, chiaramente, ha dovuto giustificare l’incidente e lo ha fatto mostrando la foto di un coltello e asserendo che questo aveva fatto suonare il metal detector e che la ragazza lo stava per usare. Ma questa ricostruzione è totalmente falsa per i testimoni palestinesi ed evidentemente anche per Amnesty.
A questo punto Issa chiede: “Questa è Palestina o Israele?”. E lei risponde, senza che il minimo dubbio la sfiori: “Questo è Israele”. “E allora dov’è la Palestina?” – chiede Issa. “So Palestine doesn’t exist for you” aggiungo io.
Ma è chiaro che non esiste per lei. Per lei non esiste l’occupazione, non esistono gli accordi di Oslo, non esiste il diritto internazionale, non esiste nulla se non il suo fanatismo e il presunto diritto divino di stare qui perché questa è la terra che Dio ha dato al popolo eletto, e Hebron è la città di Davide e dei patriarchi. Per lei Palestina è solo il nome che i romani hanno dato a un territorio, di fatto nega addirittura l’esistenza di un popolo palestinese, come del resto fanno tutti i coloni estremisti. È inutile continuare a discutere con lei, la salutiamo e ce ne andiamo. Ma abbiamo avuto davvero un esempio che più chiaro non si può di chi rende la convivenza impossibile, qui. La convivenza che è stata possibilissima fino al 1929. E di come la religione viene usata come un’arma di sopraffazione e come uno schermo dietro il quale nascondere le proprie azioni, accusando tutto il resto del mondo di antisemitismo.
In tutto questo i soldati, armati di fucili mitragliatori, per tutto il tempo ci hanno osservato da non troppo distante, e questo non ci rasserena più di tanto.
Una soldatessa di origine etiope (migliaia di ebrei etiopi furono portati in Israele negli anni ’80) sembra dire “Cosa ci faccio qui?”

Mentre ci allontaniamo, qualcuno del gruppo mi chiede di tradurre, almeno in sintesi, il contenuto della discussione. È successo tutto in inglese e abbastanza rapidamente, non tutti hanno capito. Dalle facce che vedo intorno a me, parecchi sembrano un po’ scossi.

IMG_0249

IMG_0250IMG_0256

IMG_0259

IMG_0260

IMG_0260a

 

Andando verso le tombe dei patriarchi, incrociamo qualche altro gruppetto di stranieri (a noi si aggregano per un po’ tre ragazzi tedeschi). C’è anche una troupe della BBC, che sta girando un servizio o un documentario. Il giornalista ci tiene a farci sapere che è londinese, ma tifa Manchester United. Qualcuno di noi probabilmente è finito nelle sue immagini, ma al momento non sappiamo se e quando il tutto andrà in onda.

Serena ci racconta di una lettera di Freud, non esattamente un ebreo qualunque, nella quale lui critica apertamente il sionismo e indirettamente l’amministrazione del mandato britannico per la scelta di prospettare la fondazione di uno stato ebraico in Palestina. E, grazie alla velocità di Michele nel cercare sul cellulare e al fatto che è l’unico qui ad avere una SIM israeliana, può anche leggerla.

La lettera è datata 26 febbraio 1930 e indirizzata a Chaim Koffler, membro del Keren Hajessod, che gli aveva chiesto di sostenere pubblicamente il diritto degli ebrei di pregare davanti al Muro del Pianto a Gerusalemme:

«Non posso fare quello che Lei desidera. Non sono capace di vincere la mia avversione ad annoiare con il mio nome e proprio la situazione critica attuale non mi sembra giustificarlo. Chiunque voglia influenzare le masse deve dar loro qualcosa di eccitante e di infiammante e il mio sobrio giudizio sul sionismo non me lo permette.

Certamente io simpatizzo con i suoi fini, sono fiero della nostra università in Gerusalemme, e sono lieto per il prosperare dei nostri insediamenti. Ma, d’altra parte, io non penso che la Palestina potrà mai diventare uno stato ebraico e che il mondo cristiano e il mondo islamico potranno mai essere disposti ad avere i loro luoghi sacri sotto il controllo ebraico. Mi sarebbe parso più sensato fondare una patria ebraica in una terra meno gravata dalla storia. Ma so che un punto di vista così razionale non avrebbe mai ottenuto l’entusiasmo delle masse e il supporto finanziario dei ricchi. Riconosco con tristezza che è in parte da imputare al fanatismo irrealistico del nostro popolo il risveglio della diffidenza araba. Non ho alcuna simpatia per la pietà mal diretta che trasforma un pezzo del muro di Erode in una reliquia nazionale che offende i sentimenti delle popolazioni locali. Giudichi ora lei stesso, se con un simile atteggiamento critico io sia la persona giusta per confortare un popolo illuso da una speranza ingiustificata.»

Per arrivare al complesso delle tombe dei patriarchi, ora dobbiamo passare un altro checkpoint per uscire da H2 e rientrare in H1, dato che noi entreremo dal lato arabo, cioè dalla moschea di Abramo, proprio quella del massacro. Ora la moschea è anch’essa divisa da un muro interno, e dall’altro lato è una sinagoga. Da entrambi i lati ci si può affacciare sulla fossa dove si dice si trovino le tombe, ma gli accessi sono separati. Se anche volessimo entrare dal lato ebraico, oggi non potremmo farlo perché è Shabbat. Issa ha dovuto fare un lungo giro per arrivare fin qui, perché lui in Shuhada Street non può camminare.

Appena passato quest’altro checkpoint, un altro piccolo incidente che ci fa comunque una certa impressione. Dei ragazzini palestinesi stanno litigando, e uno di loro cadendo a terra lascia cadere una bottiglia di vetro che rotolando va ad infrangersi contro il muro del checkpoint. I ragazzini sono molto agitati, urlano e continuano a picchiarsi. Issa e Mohammed, il suo amico e compagno di lotta non violenta, intervengono per dividerli. Dopo un po’ i ragazzi si calmano, ma a noi resta la percezione che la tensione che si è creata in quest’area, anche e forse soprattutto tra i più giovani, sia tale che basta pochissimo per far sì che la rabbia repressa esploda e non possa essere facilmente incanalata in gesti non violenti. Il lavoro che fa il gruppo di Issa è davvero importantissimo.

Anche nella violenza, comunque, c’è una certa sproporzione. Dall’inizio del 2012, circa 700 palestinesi sono stati feriti dai soldati israeliani o dai coloni, mentre 44 israeliani sono stati feriti da palestinesi.

img_0260c.jpg

 

Entriamo nella moschea, dove le donne devono bardarsi con dei lunghi mantelli grigio-azzurrini dotati di cappuccio.

Fu Erode il grande a costruire la struttura sopra le grotte. Questo, quindi, è ritenuto il luogo di culto usato continuativamente più antico del mondo: qui si prega da più di 2000 anni. La struttura era priva di tetto fino al periodo bizantino, nel quale venne costruita una semplice basilica.

Nel periodo arabo, nel 637, fu costruita la moschea con il tetto.

Nel 1100, dopo che l’area era stata catturata dai crociati, l’edificio tornò ad essere una chiesa e fu vietato l’ingresso ai musulmani.

Nel 1188 Saladino la riconvertì in moschea, consentendo però che i cristiani continuassero ad entrare, e aggiunse i minareti. La moschea fu poi ampliata nel 1300, durante il periodo mamelucco, e restaurata durante il periodo ottomano.

Sostiamo per un po’ nella sala della preghiera. Della fossa dove dovrebbero trovarsi le tombe, non si vede molto. Bisogna più che altro immaginare, farsi trasportare dalla potenza dei simboli. Difficile però non pensare che il simbolo più forte è proprio quella parete divisoria, dall’aspetto anche piuttosto brutto, che taglia in due la moschea-sinagoga.

P1070781

 

IMG_0270

IMG_0272

IMG_0276

Usciamo e ci dirigiamo verso il souq, dove il tour continua con qualche fuori programma tipo un signore che sulla porta di un negozio intona un canto da muezzin con una voce potentissima. Anche qui i vicoli del souq sono protetti con reti metalliche contro i lanci dei coloni, che però rispondono lanciando sostanze liquide che possono passare attraverso la rete. Quando va bene acqua, come abbiamo visto noi, in genere acqua sporca, ma a volte anche altre sostanze organiche poco piacevoli. L’acqua possono permettersi anche di sprecarla, visto che ne hanno a disposizione dieci volte di più degli abitanti palestinesi.
Anche questo fa parte dell’apartheid che si vive in questa città, dice Issa, che si ferma di proposito a parlare davanti a un cancello orlato di filo spinato dietro il quale c’è un presidio di soldati. Passa sì e no un minuto e il cancello si apre; i soldati armati si affacciano a vedere cosa succede. Issa resta calmo e chiede anche a noi di mantenere la calma: non possono farci niente, non stiamo facendo nulla di illegale. Sarà, ma preferiamo allontanarci a scanso di equivoci.
Lui non perde proprio la calma, anzi è in vena di battute. Se i coloni hanno diritto a stare qui per la storia, dice, allora perché non considerare anche che Hebron è stata lungamente dominata dai romani? E allora anche voi italiani potreste venire qui e dire: Questa è la nostra terra! Potremmo farci un pensierino ma… no, grazie. La situazione è già abbastanza incasinata così.
In chiusura del tour, Issa ci saluta e ci ringrazia ribadendo che il suo intento non è di generare odio, ma solo di far conoscere il più possibile quello che è diventata la vita qui. Perché, dice, Israele non avrebbe potuto mantenere questo stato di cose così a lungo se all’estero non avessero fatto finta di non vedere. E voi siete responsabili di quello che avete visto, dovete esserne testimoni nel vostro paese. Che è poi il motivo per cui mi sono dilungato tanto su questo argomento, per fare nel mio piccolissimo qualcosa. Spero che mi perdonerete.
Per chi vuole approfondire, qui potete trovare la scheda di Issa su Wikipedia e la sua pagina Facebook.

Issa Amro – Wikipedia

Issa Amro – Facebook

 

IMG_0289

IMG_0294

IMG_0298

IMG_0300

IMG_0301

E qui c’è un bel documentario del 2010:

Hebron – This is my land

C’è tempo per qualche acquisto, in particolare presso una cooperativa di donne che lavora con Vento di Terra, e poi siamo attesi per il pranzo a casa della signora Laila di Women in Hebron, che ci accoglie con tutti gli onori e con una cerimonia molto scenica con la quale il piatto principale viene “scodellato” per la gioia dei fotografi. Si tratta di un piatto chiamato Makloube, cioè appunto “la rovesciata”. È a base di riso, agnello e verdure, ed è accompagnato poi da salsa allo yogurt e insalata. Tra le verdure pomodori, patate, cavolfiori e melanzane.

Laila, gentilmente, si informa: vuole sapere se ci piace. “Hamdulillah!” – rispondo – che letteralmente significa “Dio sia lodato”, ma in arabo si usa in tantissime situazioni, quando si vuole esprimere felicità, soddisfazione, apprezzamento per qualcosa di bello e gratitudine per chi ti sta trattando bene.

C’è tanta altra roba, a dire il vero. Tutti i piatti sono gustosi, come sanno essere i piatti della cucina casalinga, e il clima conviviale è molto piacevole. Ci sentiamo veramente a casa. Per questo ci dispiace ancora di più, se possibile, scoprire che proprio ieri il figlio di Laila è stato arrestato mentre andava a lavorare clandestinamente in Israele. Come sempre accade in questi casi, non ha ancora potuto parlare con la sua famiglia, né presumibilmente con un avvocato. E non è dato sapere quanto potrà restare in carcere senza processo. Noi, purtroppo, non possiamo fare altro che esprimere solidarietà.

IMG_0301a

 

Passeggiando nel souq torniamo verso il pullmino, che ci porta a Betlemme. Ci sistemiamo nel nuovo hotel, che si chiama Holy Land Hotel, facciamo una doccia veloce e ci prepariamo per l’appuntamento del tardo pomeriggio, che è quello con uno spettacolo della compagnia di danze tradizionali palestinesi El Funoun.
Per assistere allo spettacolo dobbiamo spostarci all’Università di Gerusalemme, dove la compagnia si esibisce in un teatro all’aperto. Fa un freddo inaspettato, rispetto a quello che abbiamo avuto le altre sere; c’è sempre una certa escursione termica tra il giorno e la sera, ma stasera si sente particolarmente, anche perché c’è un vento piuttosto forte. Non tutti siamo venuti abbastanza attrezzati, anche perché non sapevamo che sarebbe stato all’aperto. Io posso comunque cedere la mia seconda felpa, con una ce la faccio; ma sono un po’ rammaricato di non aver portato la mia kofiyah nuova, con cui mi sarei potuto riparare la gola. In realtà, però, sui gradini del teatro il vento si sente meno e si sta tutto sommato bene.
Lo spettacolo inizia con una lunga serie di discorsi di saluto e ringraziamenti da parte delle autorità, che naturalmente non capiamo. Tranne quando, a un certo punto, è chiaro che la personalità di turno, forse il rettore, fa riferimento all’Italia! Ci guardiamo e guardiamo Serena e Giulia, in cerca di spiegazioni. Viene fuori che Giulia ha comunicato all’organizzazione che saremmo stati presenti e così… ci stanno ringraziando! Clamoroso.
Finalmente inizia lo spettacolo. La danza tradizionale palestinese si chiama Dabka, e questa compagnia è la migliore su piazza, di tanto in tanto si esibisce anche all’estero. In effetti lo spettacolo è piacevole, bei costumi, belle coreografie e giochi di luci. Molti dei numeri di danza sono chiaramente ispirati a momenti della vita contadina, dalla semina al raccolto, al ritmo delle stagioni e così via, o alla pastorizia. Solo alcuni sono più guerreschi, con spade e acrobazie. Un piccolo assaggio:

 

Ci accorgiamo, a spettacolo già iniziato, che intorno a noi, sul lato destro del teatro, ci sono solo donne o famiglie con bambini. I ragazzi e i giovani uomini stanno dall’altra parte, sul lato sinistro, e naturalmente fanno molto più casino: si alzano, ballano, urlano, mentre le ragazze vicino a noi sono decisamente più tranquille. Giulia ci spiega che per spettacoli di questo tipo è abbastanza normale che ragazzi e ragazze stiano in settori separati. In mezzo c’è proprio una specie di cordone di sicurezza, fatto da uomini del servizio d’ordine, che quando qualche ragazzo prova a passare di qua lo prendono e lo ributtano di là senza tanti complimenti.
A un certo punto si scatena un parapiglia apparentemente senza motivo. Quasi tutti i ragazzi corrono verso l’alto delle gradinate, come se volessero scappare verso l’uscita. Il loro settore quasi si svuota per qualche minuto, poi lentamente tornano indietro. Anche questo ci dicono che è normale, i ragazzi possono facilmente diventare un po’ sovraeccitati e allora si scatenano delle mini-risse che raramente degenerano, ma provocano sempre grandi movimenti di folla.
Finito lo spettacolo, anche noi sciamiamo lentamente verso l’uscita. Poiché il nostro autista per oggi ha finito di lavorare, dobbiamo trovare un altro minibus per tornare a Betlemme. E Michele rimarrà con noi anche stasera, perché l’autista nella fretta si è portato via il suo zaino… ma questa per noi è senz’altro una buona cosa. Dobbiamo trovargli un posto per dormire, ma nella camera di Claudio c’è un letto libero. Per fortuna Serena e Giulia riescono a trovare un trasporto in un tempo ragionevolmente breve, così possiamo dirigerci verso un istituto religioso cristiano, dove ci aspettano per la cena.
Mangiamo in una specie di refettorio, in un clima un po’ ovattato, ma forse è quello che ci voleva dopo una giornata lunga e un po’ stressante, sul piano emotivo. La cena comunque è abbondante.
Non mi dilungo troppo sulla cena perché lo spazio a disposizione non è infinito e neanche la vostra pazienza, presumo; perciò, preferirei concentrarmi sul dopocena. Sì, perché è la sera della promessa di Giulia e così un piccolo drappello da lei guidato e composto anche da Claudio, Michele, Elena, Patrizia e da me decide di recarsi al Nativity Hotel, dove presta la sua opera un barman amico e pusher di tequila della nostra Giulia. Gli altri, che preferiscono raggiungere al più presto le braccia di Morfeo, tornano all’hotel e lì si fermano.
Noi, invece, partiamo in sei sulla macchina di Giulia, con Claudio seduto davanti accanto a lei e Michele, che è il più leggero, sulle sue ginocchia. Il viaggio per fortuna è breve e, arrivati al Nativity, saliamo nel salone bar al primo piano, dove c’è ancora qualche cliente ma data l’ora in parecchi sono già andati via o se ne stanno andando. Meglio, è quasi tutto per noi. Notiamo subito uno strano personaggio vestito da prete ortodosso dietro il bancone del bar. Sarebbe fantastico se fosse il barista, ma in realtà è solo un avventore molto… abituale che è in confidenza con il barista stesso. Non è il barista, ma è comunque un gran personaggio, scopriremo presto.
Infatti, dopo il primo giro di tequila di riscaldamento, visto il nostro evidente interesse si siede con noi e ci allunga il biglietto da visita: Rev. Fr. Boulus Khano – St. Mark’s Monastery – Old City – Jerusalem.
Cosa voglia dire quel Fr. non l’abbiamo mai capito, ma l’ipotesi più accreditata è che sia l’abbreviazione di Father. Fatto sta che, benché dal look possa sembrare un prete armeno, soprattutto dal copricapo, ho scoperto poi che appartiene alla Chiesa ortodossa siriaca. La Chiesa ortodossa siriaca è una Chiesa ortodossa autocefala originaria del Vicino Oriente, ma con fedeli sparsi in tutto il mondo. È una delle Chiese ortodosse orientali. Nel mondo i fedeli di questa Chiesa sono circa due milioni.
I siro-ortodossi sono tuttora monofisiti, cioè credono in un Cristo solo apparentemente uomo, la cui natura è totalmente divina; pertanto non riconoscono i decreti del concilio di Calcedonia, il IV concilio ecumenico della cristianità (451). La Chiesa ortodossa siriaca utilizza come lingua liturgica il siriaco, un idioma appartenente al gruppo dell’aramaico. A capo della Chiesa è il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, con sede a Damasco.
Ebbene, il nostro, oltre ad essere piuttosto giovane e dotato di un certo fascino, non è solo un prete. In un ottimo inglese, si presenta subito come cantautore in lingua aramaica, che mastica per questioni liturgiche. Sostiene di aver scritto più di duemila canzoni. A richiesta (ma non si fa certo pregare), ce ne accenna una a cappella. Diciamo che non è esattamente hard rock come ritmo, ma ha sicuramente un suono evocativo, ed è molto alternative. Ci fa vedere anche un video, fatto con una certa professionalità, sembrerebbe. Be’, fa un genere veramente di nicchia. Quante persone ci saranno che parlano correntemente aramaico nel mondo? Secondo Wikipedia 445.000, non credevo. Ma comunque cantautori in aramaico penso pochini, è facile che sia uno dei migliori tre, ammesso che ce ne siano altri due.
Nasce l’idea di fargli fare un jingle per la radio, Claudio è specialista in queste cose. Stanno già decidendo di cercare un posto un po’ più tranquillo nell’hotel per registrarlo, ma poi viene fuori che Father Boulus potrebbe essere disponibile anche per una serata. Però, dato che fa anche l’accompagnatore turistico e che parte domani con un gruppo, non potrà essere disponibile prima di martedì, che sarebbe la nostra ultima sera. Per noi va bene, ci mettiamo d’accordo così e ci salutiamo.
La serata va avanti, tra un bicchiere di tequila e una fumatina di Shisha. Sì, perché dopo il primo giro, sempre grazie ai buoni uffici di Giulia, è comparso un Arghilè e allora… non ci tiriamo indietro. Tutta roba legale, ci tengo a precisare.
Ora, non scendo in dettagli sul numero di giri di tequila bevuti ritualmente, tutti d’un fiato con sale e limone, sul chi, sul quanto e sul come. E neanche sul tenore delle successive conversazioni, che hanno toccato argomenti dei più vari.
Mi limito a dire che, a una certa ora della notte, ce ne siamo tornati in albergo sempre sulla macchina di Giulia. Ma stavolta, visto che lei preferiva guidare il meno possibile, ha guidato Claudio e io mi sono tenuto in braccio Michele. Giulia, comunque, poi a casa sua ci è arrivata tranquillamente, e il giorno dopo era fresca e lucidissima, quindi vuol dire che non aveva bevuto poi così tanto… o che regge l’alcol alla grande, scegliete voi.

IMG_0302

 

img_0302b.jpg

 

Domenica 22/10/2017 – La Scuola di gomme, Rabbi Jeremy e il campo profughi di Shu’fat

Oggi è il giorno della Scuola di gomme, il progetto forse più noto internazionalmente di Vento di Terra e tra i più importanti sul piano simbolico.
Per arrivarci passiamo da Gerusalemme, dove lasciamo Michele, in un punto comodo per raggiungere a piedi la stazione degli autobus. Lì prenderà un pullman per tornare verso il nord, verso il suo kibbutz. Ci mancherà, in questi ultimi tre giorni. Ci ha detto che spera di portare a Hebron qualcuno dei suoi amici israeliani. Dal kibbutz realtà come quella appaiono molto lontane. Genericamente tutti sanno che in Cisgiordania ci sono dei problemi, ma non è qualcosa che li tocca realmente nella vita di tutti i giorni e, ovviamente, tendono a vederla dal punto di vista israeliano. Quasi tutti hanno un parente, un amico, una persona che conoscono in maniera più o meno diretta, qualcuno che è morto, è rimasto ferito o ha comunque un’esperienza drammatica legata al conflitto. E lì finisce. Anche perché l’informazione “mainstream” è piuttosto condizionata. La maggior parte delle persone non sa cosa succede davvero in posti come Hebron. Ma ci sono alcuni ragazzi, nel kibbutz di Michele, che si sono dimostrati curiosi di capire di più, di vedere con i loro occhi cosa c’è al di là del muro. Speriamo che ci vadano davvero, e che serva a qualcosa.

Gerusalemme in questi giorni è un po’ in subbuglio per le manifestazioni degli ebrei ortodossi, che protestano contro la proposta, attualmente sul tavolo politico, di abolire la legge che consente loro di essere esentati dal servizio militare. Questo, dal resto della popolazione israeliana, è vissuto come uno dei tanti privilegi di cui godono gli ortodossi, ma loro evidentemente ci tengono e sono pronti a difenderlo con i denti.
La Scuola di Gomme si trova a Khan al Ahmar, campo beduino situato tra Gerusalemme e Gerico, e ospita oggi quasi duecento bambini della comunità Jahalin. Circondati da insediamenti israeliani, esclusi da ogni servizio di base, i beduini vivono in condizioni di estrema marginalità. Molti bambini prima della costruzione della scuola, che è una scuola primaria, avevano abbandonato gli studi. Gli altri raggiungevano a piedi o in pullman la scuola più vicina (si fa per dire), a Gerico.
La scuola, anche questa in architettura bioclimatica e dotata di un impianto fotovoltaico grazie al contributo della cooperazione italiana, è stata costruita nel 2009, in due settimane. Il cantiere doveva durare il meno possibile per sfuggire al gruppo di monitoraggio dei coloni, che tiene sotto controllo tutto quello che succede nell’area. L’edificio, “non permanente” dal punto di vista strutturale, è stato realizzato con pneumatici usati riempiti di sabbia e sassi, con argilla e con legno. Tutto, ovviamente, per non contravvenire ai regolamenti militari israeliani che vietano la costruzione non autorizzata di edifici in area C.
I volontari che hanno costruito la scuola venivano da Ramallah, da Gerusalemme e dall’Italia. Lentamente sono arrivati anche i soldi. Prima 8.000 euro, racimolati da donatori e cooperazione. Poi le suore comboniane hanno aggiunto 10.000 euro e Israeli committee against house demolitions (Icahd) altri 8.000 euro.
Il progetto ha beneficiato di un’ampia copertura mediatica. Nonostante ciò la Scuola di gomme è al centro di una complessa vicenda legale ed è da anni sotto ordine di demolizione. A difesa del diritto allo studio per questi bambini Vento di Terra ha lanciato la campagna: “Chi demolisce una scuola demolisce il futuro”, a cui si sono uniti Amnesty International, UNRWA (United Nations Relief & Works Agency, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi) e Unicef.
Successivi interventi hanno realizzato aule e spazi aggiuntivi, sempre tramite l’utilizzo di tecniche di architettura bioclimatica con materiali naturali e di riciclo. Le gomme, tra l’altro, offrono un buon isolamento termico: la scuola è fresca in estate e calda in inverno.
Per saperne di più:

La Scuola di Gomme

L’attenzione intorno alla scuola è dovuta anche al fatto che si trova su quello che viene chiamato il “Corridoio E1”, che se fosse “liberato” dalla presenza dei beduini connetterebbe gli insediamenti con Gerusalemme, completando il percorso del muro e dividendo di fatto quel che resta della Palestina in due tronconi. Poco lontano sorge Maale Adumim, una delle colonie israeliane illegali più grandi e organizzate dei Territori Palestinesi. Proprio per questo sono sotto ordine di demolizione anche le case del vicino villaggio beduino.
Arrivarci, alla scuola, non è banale. Parcheggiamo il pullmino in una piazzola, dove ci aspetta quello che potrebbe sembrare un hippy con un cappello da cowboy ma è in realtà il rabbino Jeremy Milgrom, dell’associazione “Rabbis for Human Rights”, che ci accompagnerà nella visita. Da qui dobbiamo percorrere un sentiero pietroso che costeggia per un po’ la strada asfaltata, poi disegnando una curva si incunea sotto di essa per sbucare dall’altra parte. Il tunnel che passa sotto la strada è stato decorato con graffiti da Ivan Tresoldi, per tutti Ivan, poeta e street artist milanese. Oltre il tunnel ecco il villaggio, e la scuola. Anche questo è un po’ simbolico, in fondo.

IMG_0303

IMG_0304

IMG_0304b

IMG_0305

 

Noi arriviamo al momento dell’intervallo, quando i bambini, come in tutto il mondo, corrono felici fuori dalle classi per godersi qualche minuto di giochi. E quindi, è l’occasione migliore per consegnare uno dei nostri regali, sicuramente uno dei più graditi dai bambini a qualsiasi latitudine: il pallone. Sì, proprio QUEL pallone, il famoso pallone giallo che tanto abbiamo penato per portare qui e che ha rischiato di restare all’aeroporto di Istanbul. Ed eccoli, tutti dietro a un pallone in uno sciame leggeri come stracci, diceva il poeta.
Sono belli da vedere, ma serve un po’ d’ordine. E allora Claudio, come ha detto lui, per cinque minuti si sente un po’ Mourinho e si mette a fare l’allenatore, con un gruppo di bambini davanti che si divertono come matti a provare i colpi di testa.
Fatalmente restano un po’ tagliate fuori le bambine. Ma ci sono giochi anche per loro, e ci sono per esempio anche un po’ di vestitini che ho portato io che sono tutti per bambine. E c’è tanto materiale scolastico per tutti.
È così bello vederli giocare e sorridere, e provare a scambiare qualche parola con loro, in inglese con quelli che lo parlano un po’ o spendendo le mie quattro parole di arabo, che la visita alla scuola passa quasi in secondo piano. Ma è importante sapere che oggi ci sono otto classi, e che la Corte suprema israeliana si è espressa nel 2014 invitando le parti a trovare un accordo e ribadendo il valore sociale della struttura. Ma sempre nel 2014, sotto gli sguardi stupiti ed impauriti di oltre un centinaio di bambine e bambini, l’altalena e lo scivolo regalati dal Governo italiano sono stati confiscati perché l’installazione delle attrezzature da gioco non era stata autorizzata dall’Amministrazione Civile israeliana.
Nell’agosto 2016 è arrivato un nuovo ordine di demolizione. L’intenzione dell’esecutivo israeliano è demolire la scuola e riallocare in tempi brevi gli alunni nel plesso di Al Jabal. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

IMG_0305a

IMG_0305b

IMG_0305c

IMG_0315.JPG

img_0316.jpg

IMG_0317

 

Salutiamo, un po’ a malincuore, i bambini e ci spostiamo al villaggio, dove ci accoglie Hamiz. Hamiz, spiega Serena, è il figlio di Suleyman, il mukhtar del villaggio, che normalmente è quello che fa gli onori di casa, ma oggi non c’è e quindi il figlio lo sostituisce. Con lui e con il rabbino Jeremy ci sediamo all’ombra, in uno strano piccolo angolo di verde in mezzo al deserto, con un incredibile sottofondo di uccelli che cantano. Hamiz non parla inglese, ma parla ebraico. E perciò questa volta serve una doppia traduzione: Hamiz è tradotto da Jeremy che è tradotto da Serena.
La storia della comunità beduina di Khan al Ahmar è abbastanza simile a quella dei beduini di Wadi Kafar, e probabilmente anche a quella delle altre comunità beduine stanziate in Cisgiordania. Sono arrivati qui nel ’52, profughi dalle terre conquistate da Israele nel ’48. E quindi sono qui, in realtà, da molto prima dei coloni di Maale Adumim e Kfar Adumim.
Dieci anni fa, racconta Jeremy, si è venuti a sapere del progetto di ampliare il muro annettendo quindi, di fatto, a Israele questa parte di territorio abitata dalle comunità beduine, che ormai non sono più nomadi ma che continuano a mantenere un stile di vita legato profondamente alla pastorizia. A lui diedero un GPS e gli chiesero di venire qui a vedere chi c’era in quest’area, ed è così che è entrato in contatto con questa comunità, che prima non aveva mai avuto contatti con nessuna ONG e di cui ben poco si sapeva. Subito i membri della comunità gli dissero che c’era bisogno di una scuola, perché i bambini erano costretti per andarci a spostamenti lunghi, costosi e pericolosi, a Gerico o ancora più lontano. Avevano fatto dei tentativi per costruirne una, ma senza successo.
La costruzione della scuola di gomme fu un grande evento per la comunità, perché non solo era una scuola, ma anche il primo vero spazio che avevano i bambini per giocare. Al tempo stesso, però, la comunità finì sotto pressione, e alcuni suoi membri non poterono più andare a lavorare negli insediamenti, il che rappresentava la loro unica fonte di reddito.
L’anno scorso, sempre per la costante pressione dei coloni, sono stati confiscati i pannelli solari. Fortunatamente, andando davanti alla corte, la comunità è riuscita a riaverli, ma questo testimonia ulteriormente quanto i coloni cerchino di render loro la vita difficile.
Nelle ultime settimane, però, è sorto un piccolo segnale positivo: sembra che nell’insediamento più vicino si stia sviluppando un inizio di discussione tra i coloni. Alcuni cominciano a pensare che tutta questa pressione per espellere i beduini, alla fine, forse non sia una cosa giusta. Un piccolo gruppo è venuto qui la settimana scorsa, almeno a vedere e a prendere i primi contatti, forse ne verranno altri. È la prima volta in trent’anni che si muovono per vedere cosa c’è a soli 3 km dalla loro colonia. È un piccolo barlume di speranza, ma ce lo prendiamo. È così raro, in questi giorni di viaggio, che qualcuno ci dia delle buone notizie. Al di fuori dei progetti di Vento di Terra, è chiaro, che valgono tanto in questo senso.
Un altro fatto positivo è che questa storia è tra quelle più note in Israele, per diversi motivi: perché la scuola è insolita come struttura, perché è stata creata da una ONG italiana e perché si sa che ha raccolto consensi in Europa, sia a livello politico che di opinione pubblica. E perciò oggi è più difficile che possano davvero demolirla, anche perché, dice Jeremy, la comunità ha trovato un buon avvocato. Speriamo tutti che sia così. Comunque, almeno fino alla fine dell’anno scolastico ci arriverà sicuramente, e qui è così: ogni anno scolastico in più che si chiude con la scuola ancora in piedi è una vittoria.
D’altra parte, bisogna purtroppo anche tener conto che c’è questa narrazione, che rimane, che i beduini siano un ostacolo all’espansione degli insediamenti, anche se qui in realtà gli insediamenti non sono così vicini. E che il pregiudizio contro i beduini è ancora forte nella stessa società palestinese, figuriamoci tra gli israeliani. Jeremy fa un interessante parallelo con il pregiudizio che colpisce i rom in Europa, ed è vero: forse qui non si dice che i beduini rapiscono i bambini, ma se si va al fondo delle cose è ancora la contrapposizione antica come il mondo tra le civiltà stanziali e le civiltà nomadi, almeno culturalmente. Molti pensano: ma perché devono stare qui? Ci sono tanti paesi arabi dove potrebbero andare. E poi non hanno i permessi per costruire. Ed è vero, ma come potrebbero ottenerli, in area C? Le autorità militari non glieli concederebbero mai. Esistono anche dei documenti, in possesso dei beduini, che attestano la proprietà di queste terre, ma è chiaro che non verranno mai presi in considerazione.
Insomma, c’è sì qualche motivo per sperare, ma la situazione resta molto complicata.
La Scuola di gomme non è l’unica sotto ordine di demolizione. 51 scuole in area C e a Gerusalemme Est sono a rischio di chiusura o di demolizione, e questo chiaramente impedisce sia la manutenzione che l’ampliamento delle infrastrutture scolastiche. Gli studenti delle comunità più remote spesso devono camminare fino a dieci chilometri per andare e tornare da scuola, mettendo anche a rischio la loro sicurezza.
Anche allargando lo sguardo, la situazione internazionale generale non offre prospettive entusiasmanti. Jeremy è nato negli Stati Uniti, e si trasferito in Israele all’età di 15 anni. Parte della sua famiglia vive tuttora negli USA. E ci informa, non senza una puntina di vergogna, che suo fratello ha votato Trump.
In Israele, anche lui ci conferma, la maggior parte delle persone sa poco o niente di quello che succede qui. Molti preferiscono non sapere. David Grossman ha scritto che i media israeliani hanno inventato un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più facile da digerire per il loro pubblico, creando così una separazione tra tutto ciò che lo Stato compie nelle zone d’ombra del conflitto e il modo in cui i suoi cittadini scelgono di vedere se stessi.
Organizzazioni come quella di Jeremy hanno, purtroppo, poco peso politico e poca visibilità. La politica israeliana, anche quella della sinistra, va in tutt’altra direzione. Come esempio, cita un articolo apparso ieri su Haaretz, un giornale definito “liberal”: L’ex ministro laburista Moshe Ya’alon ha dichiarato che in Cisgiordania c’è spazio ancora per un milione, o due milioni, di coloni. Il che è incredibile, se si pensa a quanti ce ne sono già ora. Nel 1992, un anno prima di Oslo, compresa Gerusalemme Est erano 248.000. Nel 2016, tuttavia, sono diventati 763.000, il triplo. E si prevede che raggiungano le 800.000 unità nel 2017, rispetto a una popolazione palestinese di 2.900.000 abitanti. Forse è il caso di ricordare, così en passant, che da 50 anni Israele non rispetta la Convenzione di Ginevra, che vieta la colonizzazione dei territori occupati, negando che si tratti di territori occupati.
Salutando Jeremy, mi sento in dovere di ringraziarlo per quello che fa. “Go on with your work” – gli dico – “Don’t give up.” Non arrenderti. Lui sorride amaro e mi guarda come dire “Sì, io faccio quello che posso, ma è molto dura.” Sono sicuro che lo è, ma ci è sembrato un po’ scoraggiato e questo ci dispiace. Abbiamo scoperto, comunque, che a brevissimo sarà in Italia per un tour di conferenze organizzato da Vento di Terra, e stiamo già brigando per infilarci una data nell’auditorium di Radio Popolare.

IMG_0320

img_0322.jpg

 

Torniamo verso Gerusalemme, dove la prossima tappa è il campo profughi di Shu’fat. Quando in Palestina si parla di campi profughi, si parla di qualcosa di molto diverso da quello che siamo abituati a immaginare. Non sono campi di tende, o strutture provvisorie. Sono ormai piccole città, perché sono stati creati nel 1948 o al più tardi nel 1967. I profughi, ormai, sono i discendenti dei profughi originari, che hanno tuttora lo status di rifugiati e come tali la protezione dell’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa di loro. I campi sono ancora, però, chiusi all’interno dello stesso perimetro originario, il che significa che sono sovraffollati e che gli edifici possono crescere solo in altezza, non in estensione, perché spazio non ce n’è più.
Oggi in Cisgiordania vivono più di 800.000 profughi registrati, di cui 237.000 vivono ancora nei campi, che sono 19. Oltre al sovraffollamento, esistono altri grandi problemi: alti livelli di disoccupazione, povertà, un’alimentazione spesso ai limiti della sussistenza, e la violenza derivante dalle frequenti incursioni dell’esercito israeliano in cerca di terroristi veri o presunti. Solo da gennaio a settembre 2016, 5 profughi sono stati uccisi, 306 feriti e ci sono state 522 incursioni.
Questo campo in particolare, che si trova a 4 km da Gerusalemme, è nato nel 1966, quando la popolazione palestinese dell’attuale quartiere ebraico di Gerusalemme venne forzosamente spostata dal governo giordano in accordo con le Nazioni Unite, con la promessa di case dove abitare e terra da coltivare. Allora i profughi erano 3.000. Con la guerra del 1967 e l’occupazione, nuovi profughi si sono aggiunti ai primi. Ora ci sono circa 32.000 persone, di cui 18.872 profughi ufficialmente riconosciuti tali dall’UNRWA, più altre 30.000 persone circa fuori dal perimetro. L’età media è 17 anni.
Negli anni il campo ha visto crescere la propria popolazione ben al di là del normale tasso di natalità. Ai profughi del 1966-67 si è aggiunto un flusso continuo di esuli da Gerusalemme a cui venivano espropriate le case o che venivano indirettamente espulsi dall’impoverimento e dall’esclusione sociale di Gerusalemme Est. Il 90% dei nuovi profughi vive sotto il livello di povertà.
Negli ultimi dieci anni il flusso ha raggiunto dimensioni ancora maggiori con l’arrivo dalla Cisgiordania di tutti coloro che, per mantenere la carta d’identità di Gerusalemme, si sono visti costretti a rientrare. La carta d’identità permette infatti di entrare in Israele a lavorare, ma è anche un simbolo per i palestinesi. Altre cause di incremento demografico sono la detassazione in vigore qui come in tutte le aree sotto il mandato UNRWA, e i ricongiungimenti familiari.
Pur aumentando la popolazione, non è pensabile però alcuna estensione territoriale del campo. Al contrario, sono i quattro insediamenti israeliani che circondano Shu’fat ad avanzare. La collocazione di Shu’fat è strategica: a cavallo tra Gerusalemme e Cisgiordania, unico spazio di continuità tra i due territori. Senza Shu’fat, Gerusalemme sarebbe completamente circondata da insediamenti. La gente di Shu’fat subisce quindi una doppia pressione: da un lato gli israeliani cercano di rendere impossibili le condizioni di vita per espellere le persone ed eliminare il campo, chiudendo così la città tra le colonie e rendendo impossibile qualsiasi rivendicazione palestinese su Gerusalemme capitale; dall’altro i palestinesi per la stessa ragione spingono i residenti a non abbandonare l’area.
Attualmente la popolazione edifica senza permesso (che costa 150.000 Shekel, quasi 40.000 euro) anche fuori dai confini del campo, finché l’esercito non arriva a demolire senza preavviso e senza nemmeno lasciare il tempo alla gente di portare via le proprie cose. Spesso, poco tempo dopo si ricostruisce sullo stesso sito. A causa dell’elevatissima densità di popolazione, non esistono aree verdi, perché la popolazione ha costruito ovunque. Per la stessa ragione, le strade sono quasi tutte ridotte a vicoli.
Come se non bastasse, UNRWA si occupa solo dei rifugiati ufficialmente riconosciuti. Questo significa, per esempio, che la raccolta dei rifiuti è fatta per 18.000 persone anziché 32.000 ed è gravemente insufficiente: la spazzatura è ovunque, nel campo.
In tutto questo, noi visitiamo una realtà fatta di persone che tenacemente cercano di resistere e di alleviare le sofferenze dei più deboli tra coloro che già vivono in una situazione così svantaggiata. Il centro per disabili e persone con speciali necessità della Al-Quds Charitable Society è veramente un punto di riferimento importantissimo, con le sue attività terapeutiche, riabilitative, educative e ricreative, che si rivolgono anche a chi non ha lo status di profugo. Al Quds significa “La Santa”, è il nome arabo di Gerusalemme.
Salim, il direttore, ci accoglie con cordialità e vorrebbe farci fare un giro nel campo, come programmato, ma proprio non se la sente. Spiega a Serena e Giulia che, con tutte le incursioni di soldati che ci sono state negli ultimi giorni, teme per la nostra sicurezza. Generalmente vengono di notte, ma non si sa mai… e soprattutto la gente è esacerbata e potrebbe reagire male, vedendo persone estranee che si aggirano per il campo. Forse è una preoccupazione esagerata, ma non possiamo che adeguarci, anche se ci dispiace.
Ho ripensato a questo, poi, leggendo sul Jerusalem Post il risultato di uno studio della ONG israeliana B’tselem. Ne viene fuori che da gennaio 2014 ad agosto 2016 nella sola area di Gerusalemme Est sono stati arrestati più di 1700 minori, da 12 a 17 anni. Quasi tutti sono stati arrestati di notte e interrogati di notte, spesso in condizioni di costrizione e comunque in violazione della stessa legge israeliana. Molti di questi arresti avvengono nei campi profughi.

IMG_0323

 

Per pranzo siamo ospiti di un’altra comunità beduina nei dintorni di Betlemme. La tavolata è imbandita nel cortile della sede della loro associazione. Anche qui un sacco di cose buone, peccato che io riesca ad approfittarne poco perché nel frattempo il mio stomaco ha iniziato a dare pesanti segni di nervosismo. Non ho per niente fame, cerco di assaggiare qualcosa qua e là giusto per non sprecare tanto ben di Dio. Insieme al caffè, spunta uno scatolone pieno di oggetti di artigianato realizzati con la lana intorno a delle piccole sagome di legno. Sono soprattutto pecorelle e caprette, come è giusto che sia, ma ci sono anche i Re Magi e le richiestissime renne, che essendo poche vanno letteralmente a ruba.
Intanto, si è fatto già pomeriggio inoltrato e quindi, a democratica votazione, decidiamo che per oggi ci rilasseremo un po’. Un piccolo giro nel centro storico di Betlemme, ma è solo un assaggio perché la visita vera è prevista per domani mattina. E poi ce ne torniamo in albergo per un riposino e per fare, una volta tanto, una doccia con calma.
Per la cena abbiamo prenotato in un locale che si chiama Shepherd’s valley – The tent, ed effettivamente mangiamo sotto una tenda, anche se riscaldata e con tutti i comfort. Forse anche troppi, nel senso che lo schermo gigante che trasmette la partita, a volume piuttosto alto, risulta un po’ fastidioso. Il cibo però è buono, dicono tutti. Io sto ancora decisamente poco bene di stomaco, quindi faccio molta fatica ed è un peccato perché è davvero buono. Lentamente, con molta calma, riesco a mangiare quasi tutta la mia batata harra: si tratta di un gustoso piatto a base di patate, peperoni, coriandolo, peperoncino e aglio, il tutto fritto insieme in olio d’oliva. Ci aggiungo anche un paio di piccoli spiedini di pollo, ma poi mi devo proprio fermare, e avendo preso dei medicinali preferisco non partecipare al giro di arak (liquore a base di anice simile al raki turco) che qualcuno ha lanciato. C’è chi insinua che questo mio malessere abbia a che vedere con qualche (ehm…) bicchierino di tequila che potrei aver bevuto ieri sera, ma io smentisco seccamente, un po’ perché se così fosse mi sembrerebbe un po’ troppo a scoppio ritardato, ma soprattutto perché vorrebbe dire che sto invecchiando e faccio fatica ad accettare la cosa col giusto grado di serenità.
Fatto sta che, una volta tanto, non mi dispiace tornare in albergo abbastanza presto. Spero che un bel sonno mi faccia bene.

batara harri

(Continua…)

 

Questa è la nostra terra – Parte seconda

Un viaggio in Palestina con Radio Popolare e la ONG Vento di Terra, organizzato da ViaggieMiraggi. Attraverso città, villaggi, campi profughi, paesaggi desertici aspri e affascinanti. Un patrimonio naturale, artistico e culturale dalle radici millenarie, e gli incontri con le comunità che quotidianamente vivono l’ingiustizia dell’occupazione eppure con grande dignità proseguono il loro cammino grazie ai progetti di cooperazione internazionale. Attraversando infiniti checkpoint e guardando l’orrenda fila di blocchi di cemento sormontati da filo spinato che corre ovunque, anche nel cuore della città santa a tre religioni, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto?

O voi, viaggiatori tra parole fugaci
da voi la spada … e da noi il sangue
da voi l’acciaio, il fuoco … e da noi la carne
da voi un altro carro armato … e da noi un sasso
da voi una bomba lacrimogena … e da noi la pioggia.
è nostro ciò che avete di cielo ed aria.
Allora, prendete la vostra parte del nostro sangue,
ed andatevene.

(Mahmoud Darwish – Passanti tra parole fugaci)

Giovedì 19/10/2017 – Briefing all’OCHA, la prima scuola, i primi incontri ravvicinati con il muro e… la più fotografata di Qalqiliya

La notte, alla fine, non è andata poi così male. Però, a scanso di equivoci, mi bevo due belle tazze di caffè a colazione e sono pronto per affrontare la giornata. La voce della mia piccola disavventura di ieri sera, ovviamente, si è sparsa in un baleno e quindi devo sopportare di buon grado le battute e raccontare com’è andata a quei pochi del gruppo che ancora non lo sanno.
Oggi la giornata è densa di appuntamenti. Il primo è con un rappresentante dell’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa, qui in Palestina, del coordinamento degli affari umanitari. Servirà per farci avere un quadro un po’ più preciso e completo, per quello che si può fare in un paio d’ore, degli enormi problemi di cui soffrono gli abitanti dei territori occupati. Si tratta di un appuntamento atteso dal gruppo, anche perché molti sentono il bisogno di avere qualche strumento in più per capire una realtà così complessa.
Una piccola nota a margine, forse era meglio farla prima ma facciamola adesso. Avrete visto che ogni tanto butto lì qualche pezzetto di storia, quando proprio mi sembra necessario, o almeno utile, per mettere nel giusto quadro quello che abbiamo visto e che sto provando a raccontare. Ovviamente, però, non è pensabile tracciare un quadro storico serio, non solo perché non ne sarei capace ma anche perché se ne fossi capace mi servirebbe qualche annetto per farlo, e perché questo è solo un diario di viaggio. Al massimo posso consigliare a chi fosse interessato un libro che a me è stato utile, “La vittoria maledetta” di Ahron Bregman, uno storico israeliano che guarda le cose in modo molto oggettivo (lo si capisce già dal titolo) senza la pretesa di essere asettico. Mancano purtroppo gli ultimi dieci anni, ma quelli ce li abbiamo tutti un po’ più freschi nella memoria.
Per fare solo un esempio, abbiamo già parlato parecchio di aree A, B e C. Serena ha spiegato cosa vuol dire, e anch’io ho fatto la mia piccola parte per chi ancora fa un po’ fatica a entrare nell’ottica. Le aree A sono quelle sotto totale controllo, con tutti i limiti che questo comunque comporta, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Le aree B sono quelle dove l’ANP ha il controllo amministrativo, ma la sicurezza e l’ordine pubblico, ancora una volta con tutto ciò che comporta, dovrebbero essere sotto controllo congiunto, il che significa che di fatto sono di competenza israeliana. Le aree C, invece, sono quelle sotto completo controllo israeliano amministrativo e militare (in primo luogo le colonie, e tutti i territori che i coloni sfruttano a loro piacimento). Dove, per dirne una, i palestinesi non possono costruire nulla se non chiedendo il permesso delle autorità militari israeliane. Il che, tradotto, significa che semplicemente non possono costruire nulla. E già oggi vedremo gli effetti di questo. Oggi, il 60% della Cisgiordania è area C. Per questo ieri Suad diceva che i palestinesi controllano solo il 40% del 22%, si riferiva alle aree A e B.
Tutto questo è stato deciso con gli accordi di Oslo e, ancora oggi, molti rimproverano ai leader palestinesi di allora di aver sottoscritto questo tipo di suddivisione della Cisgiordania. Ma allora si pensava che sarebbe stata una situazione provvisoria, doveva durare solo per cinque anni e poi, gradualmente, le aree C sarebbero dovute diventare B, e poi A, e passare sotto il controllo palestinese. Dura invece da ventitré anni, nei quali le aree C si sono ridotte solo dal 72% iniziale al 60% di oggi.
Ma ora qui nel palazzo dell’OCHA, con Ezequiel, entreremo ancora più nel concreto e vedremo un altro po’ di numeri.
Prima di tutto, Ezequiel ci parla di Gaza, e dei tre fattori che, interagendo tra loro, ne determinano l’attuale drammatica situazione. Non ci potremo andare nella Striscia, proprio per uno di questi fattori, la totale chiusura dei confini, compreso quello con l’Egitto, il valico di Rafah, che viene aperto solo molto saltuariamente. Ma almeno potremo, in questo modo, farci un’idea. Gli altri due fattori sono il cosiddetto “Palestinian divide”, la divisione tra Gaza governata da Hamas e la Cisgiordania governata da OLP/Fatah, e le frequenti escalation di violenza tra i palestinesi di Gaza e l’esercito israeliano, violenza che c’è stata da ambo le parti ma con evidente sproporzione di potenza di fuoco. Solo negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a tre conflitti nella Striscia, che complessivamente hanno fatto più di 3000 morti. È evidente, dice Ezequiel, che questi tre fattori si alimentano l’uno con l’altro; quando il blocco crea maggiore pressione, e la divisione maggiori sofferenze, aumentano le possibilità che esploda un nuovo conflitto. E anche le speranze destate dall’accordo Hamas-Fatah sono per ora nient’altro che speranze, appunto.
Cosa significa l’assedio della Striscia di Gaza, che dura dal 2007? Significa che Israele controlla lo spazio aereo, i confini di terra e anche il mare. Anche i permessi di pesca vengono concessi solo fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Ad oggi, un solo valico permette l’ingresso delle merci. Il valico di Erez, che è l’unico da cui le persone possono uscire ed è quello che in teoria potrebbe mettere in comunicazione Gaza e Cisgiordania, sia pure passando attraverso Israele, è aperto solo a chi ha un permesso, che viene concesso solo a un ristretto elenco di categorie: chi deve curarsi per malattie gravi, pochi commercianti, personale delle agenzie internazionali e pochi casi umanitari. Così, ad esempio, non è possibile per uno studente andare in Cisgiordania a frequentare un corso di studi che non sia disponibile a Gaza. E non è possibile andare a trovare membri della famiglia, o presenziare a un funerale, a meno che non sia quello di un familiare stretto.

È una situazione di totale asfissia, molto pesante per le persone. Se ti avvicini a meno di 300 m dal confine, ti possono sparare. Ma nulla ti segnala quando stai passando quel limite, né una striscia per terra né un avvertimento. Si impara solo con… l’esperienza, sempre che poi lo si possa raccontare.
Dopo l’incidente della Freedom Flotilla del 2010, nel quale una nave di aiuti umanitari venne attaccata provocando 9 morti e oltre 60 feriti, il blocco si è leggermente allentato. Ma c’è una lista infinita di prodotti che vengono definiti “A doppio uso” e che quindi non possono comunque entrare, tra cui anche molti materiali edilizi, il che sta impedendo una vera ricostruzione dopo l’ultimo grande intervento militare israeliano del 2014, e parti di ricambio necessarie per far funzionare, ad esempio, le pompe dell’acqua.
Altro problema gigantesco è quello dell’elettricità, dato che Ramallah (l’ANP) non paga le forniture di carburante a Israele per produrre elettricità a Gaza, e il risultato è che nella Striscia la corrente arriva per 4-6 ore al giorno. Significa non poter avere un frigorifero, per non parlare di quello che può succedere in un ospedale.
Inoltre, milioni di litri di liquami non trattati o parzialmente trattati vengono scaricati nel Mediterraneo, e l’infiltrazione di liquami e percolato di rifiuti solidi non isolati porta a un grave inquinamento delle acque di falda sotto le aree urbane. A causa anche dell’eccessiva estrazione, che provoca l’infiltrazione di acqua marina, il 96% delle acque di falda disponibili a Gaza è inadatto al consumo umano.
Per tutto questo è ormai necessario porsi una domanda: Gaza sarà un posto vivibile nel 2020? Purtroppo tanti indicatori dicono che c’è un forte rischio che non lo sia. Uno per tutti è la densità di popolazione: con l’attuale ritmo di crescita, la popolazione potrebbe raggiungere nel 2020 i 2,2 milioni, con una densità di circa 6200 abitanti per km2, che è veramente al limite della vivibilità. E con oltre 60.000 persone ancora sfollate per effetto dei conflitti del 2008 e 2014.
Veniamo alla Cisgiordania. In Cisgiordania oggi, con 3 milioni di abitanti palestinesi, vivono più di 600.000 coloni israeliani, di cui 200.000 a Gerusalemme Est. Tra le aree A e B, sotto controllo palestinese, non vi è di fatto continuità territoriale. Sono 200 isole immerse nel mare dell’area C, che rappresenta appunto oltre il 60% del territorio. E in area C vivono circa 300.000 palestinesi (il 10% del totale di abitanti palestinesi della Cisgiordania, mentre un altro 10% vive a Gerusalemme Est). Di questa situazione soffrono in particolare le comunità beduine, che si trovano tutte in area C. Esiste un piano israeliano di ricollocamento (leggasi spostamento forzato) di 46 comunità beduine in tre aree specificamente individuate. Questo con la promessa di una vita migliore, anche con qualche compensazione economica, ma perdendo completamente la loro identità sociale e culturale che è legata alle greggi e alla possibilità di vivere un territorio non urbanizzato. E con i problemi che derivano dal mettere insieme forzatamente nuclei tribali diversi il cui equilibrio funziona solo se vivono separati. In totale, le persone appartenenti alle comunità beduine considerate a rischio di trasferimento forzato sono circa 30.000.
Altri dati generali fanno decisamente impressione.
Nel 2016 si sono registrati 92 morti (di cui 27 bambini) e 3022 feriti (1069 bambini) per azioni delle forze di occupazione o dei coloni in Cisgiordania e Israele. A Gaza 8 morti, di cui 3 bambini. Sono state aperte indagini penali solo su 24 casi.
Un milione di persone, tra cui 655.000 profughi, hanno restrizioni nell’accesso a cure sanitarie di base. I checkpoint, la vicinanza agli insediamenti, la distanza dagli ospedali, le condizioni delle strade e la mancanza di trasporti pubblici sono tutti fattori che limitano l’accesso dei pazienti e dello stesso personale sanitario.
Si stima che 504.000 bambini e ragazzi in età scolare abbiano bisogno di assistenza umanitaria per accedere all’istruzione in un ambiente sicuro e consono.
L’espansione degli insediamenti, illegali per il diritto internazionale, continua in un quadro di impunità, con un 40% di incremento registrato nei primi 6 mesi del 2016 rispetto ai 6 mesi precedenti. 32 su 100 outpost sono stati già retroattivamente autorizzati o sono in corso di autorizzazione.
Nel 2016 si è avuto anche un aumento degli edifici palestinesi demoliti o confiscati per mancanza di permessi in area C, e conseguentemente del numero di persone rimaste senza casa: 1052, alla fine di settembre. Anche il numero di strutture umanitarie, finanziate dalla cooperazione, demolite o confiscate è senza precedenti.
Il consumo giornaliero di acqua in alcune comunità prive di infrastrutture idrauliche è di solo 20 litri a persona, con una media generale nei territori intorno agli 80 (secondo l’OMS, il valore ideale è 100; in Israele se ne consumano da 150 a 180 litri). In Cisgiordania il 25% della popolazione riceve l’acqua una volta a settimana o meno, mentre il 44%  dipende dalla fornitura tramite autobotti.

Il protrarsi della crisi umanitaria e decenni di occupazione, insieme con la cultura prevalentemente patriarcale della società palestinese, hanno esacerbato la violenza di genere in tutte le sue forme: stupri, violenza domestica e matrimoni precoci.
Destano preoccupazione, poi, gli sforzi delle autorità israeliane per screditare le organizzazioni per i diritti umani e il loro lavoro e la mancata protezione degli attivisti dagli attacchi di coloni ed estremisti.
Al termine dell’incontro facciamo un po’ di decompressione nell’atrio della sala riunioni e ne approfittiamo per prendere un po’ di mappe tematiche e del tanto materiale informativo che OCHA mette a disposizione.
Insomma, usciamo dall’incontro che ne sappiamo sicuramente di più, e con il dolore per queste profonde ingiustizie che continuano ad essere perpetrate che comincia a montare. A questo proposito, ci tengo a sottolineare una seconda volta che tutte le informazioni che ho riportato sono fornite da un’agenzia dell’ONU, dovrebbe essere chiaro ma lo ripeto ancora: ONU. No, perché so già che qualcuno dirà che noi in questo viaggio abbiamo avuto una visione di parte della realtà, che abbiamo sentito una sola campana ecc. ecc.. Poi uno può crederci o no, ma l’ONU dovrebbe essere quanto di più super partes ci sia. Per chi volesse approfondire, il sito dell’OCHA www.ochaopt.org contiene tantissimo materiale. Vi raccomando in particolare l’Overview del 2017, che si trova qui:

HNO 2017

Ma potete trovare veramente tutto.

IMG_0130

 

Prendiamo il nostro pullmino per raggiungere la scuola di Ramadin Al Janubi, progetto di Vento di Terra, che è la seconda tappa della giornata. La scuola si trova nei dintorni di Qalqilya, nordovest della Cisgiordania, molto vicino al confine con Israele. Noi, infatti, ci arriveremo passando da Israele, che è decisamente la strada più comoda. Lo possiamo fare, perché abbiamo la targa gialla, ma non è il percorso che farebbe un palestinese.
Per essere più precisi, Ramadin Al Janubi si trova in quella che viene chiamata “Seam zone”, cioè la fascia tra il muro e quello che dovrebbe essere il vero confine di Israele (la linea verde), che come abbiamo visto non coincidono praticamente mai. Si tratta quindi di un’area particolarmente difficile, sotto tutti i punti di vista. Prima della costruzione della scuola i bambini del villaggio, che è un villaggio beduino, prendevano un autobus per andare alle scuole primarie e secondarie di Qalqiliya e Habla, ma per farlo dovevano attraversare un checkpoint molto “duro”, gestito da imprenditori privati. Che significa lunghe attese, temporanee chiusure casuali dei cancelli e a volte molestie da parte delle guardie private. Di conseguenza il tasso di abbandono scolastico era molto elevato.
Ora invece i 95 bambini, dal 1° al 9° grado, quindi da 6 a 14 anni, che provengono da due villaggi, hanno a disposizione una scuola ristrutturata in architettura bioclimatica, quindi limitando l’uso di calcestruzzo e usando materiali naturali come paglia, fango, legno e argilla. Ma soprattutto senza fondamenta, perché essendo in area C secondo la legge israeliana sarebbe impossibile ottenere il permesso dalle autorità militari per qualcosa di non “provvisorio”. Come tutte le scuole di Vento di Terra, anche questa è stata realizzata da Arcò, una piccola società fondata da un gruppo di giovani architetti italiani che è specializzata in questo tipo di strutture. Per chi volesse saperne di più:

La scuola di Ramadin al Janubi

I bambini, che sono in classi da 6 a 15 alunni, 60% maschi e 40% femmine, ci accolgono festosi anche se un po’ intimiditi da tanta attenzione e da questa “invasione”, anche se decisamente più pacifica di quelle a cui sono abituati.
Facciamo un giro completo accompagnati dalla direttrice Sayf (che in arabo significa estate), e poi ci sediamo in cerchio nel cortile della scuola per l’ormai classico caffè di benvenuto e per un breve giro di domande e curiosità. La direttrice ad esempio ci informa, orgogliosa, che le bambine studiano più dei maschi, a volte fino all’università. Vicino a lei c’è il piccolo Abed, il suo bambino, che però a un certo punto inizia a imbronciarsi e poi scoppia in lacrime. Serena ed io, che siamo lì vicino, cerchiamo di rassicurarlo: “Jalla, habibi” – Su, tesoro… ma sembra inconsolabile. Sayf ci spiega che è la troppa attenzione che lo disturba: troppe foto, troppa gente, troppo tutto. C’è da capirlo, in fondo.

IMG_0143

IMG_0144

IMG_0145

 

Lasciata la scuola, riprendiamo il pullmino per avvicinarci un po’ al muro, per vedere il mostro da vicino. Io continuo, e continuerò, a chiamarlo muro, e non barriera. Anche su questo c’è una disputa lessicale, tra palestinesi e israeliani. Ma le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, e questo è un muro. È bene chiamarlo col suo nome.

Questa è una zona dove gli effetti devastanti del muro si possono vedere bene. Ad esempio, se tu sei un contadino e abiti al di qua del muro, ma il tuo campo è al di là, non puoi più coltivarlo, di fatto. O devi fare un lungo giro per passare dal checkpoint, ammesso che oggi si possa passare. Se no riprovi domani, no? Con un po’ di pazienza e di fortuna ce la farai. Qualche ora di attesa magari, ma che vuoi che sia? E se il pozzo è dall’altra parte, vuol dire che non potrai prendere l’acqua.

Be’, sembra che questo non a tutti piaccia. Chiaramente il muro, al di là del suo effetto concreto, ha un valore simbolico forte. È per questo che spesso qui, come in molti altri tratti, si scatenano proteste, vengono lanciate pietre o bruciate gomme, come si vede dalle tante zone di muro annerite dalle fiamme. Sono gesti sicuramente inutili e forse anche controproducenti, ma figli dell’esasperazione.

Ci avviciniamo, ma restando a distanza di sicurezza. Siamo sicuramente a meno di 300 metri, ma qui non siamo a Gaza, non ci spareranno. Sul muro, vicino a una bandiera americana con la stella di David e al centro una piccola svastica, hanno scritto in inglese un verso del più grande poeta palestinese, Mahmoud Darwish: “Solo il mio sanguinare mi dice che esisto”.

Incontriamo casualmente Abu Nidal (il papà di Nidal, che è il suo figlio primogenito, ormai abbiamo imparato), che ci racconta di come i gas lacrimogeni sparati dai soldati danneggino i suoi campi, quelli che ancora riesce a coltivare. Vorrebbe ospitarci per un tè, o un caffè, ma noi siamo già un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, dovremmo spostarci a Qalqiliya per il pranzo. Un altro dei figli di Abu Nidal si offre di accompagnarci in un posto che conosce lui.

IMG_0147

IMG_0157

 

Si tratta di un posto davvero super-super-popolare, dove certo la pulizia non è quella di un bar fighetto di Corso Como ma che fa delle spettacolari focacce condite con ogni ben di Dio (carne, uova, formaggio, verdure, za’atar, semi di sesamo) a un prezzo ridicolo. Ce ne portano praticamente a getto continuo appena sfornate, noi le facciamo a fettine, con il coltello e a volte anche con le mani (stiamo diventando già meno schizzinosi, ed è solo un bene), ce le dividiamo e ce le mangiamo come se non ci fosse un domani.
Intanto il diciassettenne fratello del gestore si avvicina e, capito che Claudio è un po’ il capo della banda, gli chiede a bruciapelo, senza troppi convenevoli: “Ce l’hai Instagram?”. E come no. Così inizia un giro di selfie e foto varie, dove ovviamente Serena è in assoluto la più gettonata. Tutti vogliono farsi una foto con lei: il ragazzo, il figlio di Abu Nidal, altri avventori… oggi è decisamente la più fotografata di Qalqiliya. Tra l’altro, il figlio di Abu Nidal continua a chiamarla Karina, anziché Serena. Sicuramente è un caso, non ha capito bene il nome. Del resto, non credo che carina in arabo abbia quel senso, però a vederlo… quasi sembrerebbe.

IMG_0158

 

Ci spostiamo nel bar a fianco a prendere un altro caffè arabo. È un tipo di caffè denso, che viene servito in tazza piccola e generalmente si beve amaro. È fortemente aromatizzato al cardamomo, che (a volte insieme ad altri profumi) viene aggiunto ai chicchi di caffè tostato, e macinato insieme al caffè. Il sapore di cardamomo, forse anche per il profumo, è molto intenso. A volte, come in questo caso, mi verrebbe da chiedere: “Posso avere un po’ di caffè nel mio cardamomo?”, però ormai mi sto abituando.
Dopo il caffè, ci facciamo un giro nel centro di Qalqiliya. Fa molto caldo. Tutti i negozianti fanno a gara per cercare di attirarci, è evidente che non vedono molti turisti qui. Incontriamo un uomo che parla un italiano perfetto, ci spiega che ha studiato giornalismo a Urbino dal 1990 al 1994, ha vissuto in Italia per un po’ e poi è tornato qui. Ora ha una cartoleria. Claudio lo intervista, è interessante perché è molto consapevole della situazione politica. Non è molto tenero con quelli di Gaza. Lo so che lì stanno male e che sono sotto assedio, ci dice, ma loro non pagano le tasse che paghiamo qui in Cisgiordania, e lì la vita costa meno. Non crede all’accordo Hamas-Fatah, perché le differenze tra i due territori a sentir lui sono anche culturali e a maggior ragione ora, dopo dieci anni di divisione, non è possibile tornare a stare insieme. È convinto che, nel lungo termine, l’effetto dell’accordo sarà che l’Egitto aprirà il valico di Rafah e la Striscia entrerà nell’orbita egiziana, verrà quasi annessa di fatto all’Egitto.
“E come vedi Qalqiliya tra dieci anni?” – Chiede Claudio. “Distrutta” – Risponde lui. Dice che per il suo bambino di 4 anni, che è qui in cartoleria con lui, non c’è futuro qui, come per tutti i giovani. Se ne dovrà andare. Forse vede tutto nero perché è un periodo pesante per lui sul piano personale, ha da poco perso il padre. Ma probabilmente non è l’unico a pensarla così.
Ripartiamo e, dopo questo momento non proprio di grande ottimismo, arriva un incontro inaspettato a risollevarci un po’ lo spirito. Ci siamo fermati a guardare il panorama sul muro da un’altra angolazione, e stiamo attirando l’attenzione delle poche macchine che passano. Probabilmente ci scambiano per coloni, quindi cerchiamo di far capire che non abbiamo cattive intenzioni. Si avvicina al ciglio della strada una signora che sta raccogliendo le olive nel suo campo con sua figlia Maya, che avrà 10-12 anni. Lei all’inizio è un po’ diffidente, ma quando Serena le parla in arabo e lei capisce che non siamo coloni si scioglie. La bambina ci fa grandi sorrisi un po’ timidi e vuole farci vedere che sa parlare inglese. Ci fermiamo lì per qualche minuto a goderci il sole del pomeriggio, chiacchieriamo e chiediamo il permesso per fare una foto con loro. Non a tutte le persone qui piace essere fotografate, ma per loro non è un problema, anzi sono contente. Ci vorrebbero offrire delle olive, ma è il momento di ripartire.

img_0159.jpg

 

Dobbiamo tornare a Gerusalemme, stavolta passando per la Cisgiordania, perché alle 18.30 dovremmo essere alla libreria “Educational Bookshop” per la presentazione del libro “Cinquant’anni dopo” che il giornalista del Manifesto Michele Giorgio ha scritto con la collega Chiara Cruciati. Purtroppo tutto si complica perché Walid, il nostro autista, sbaglia strada, ignorando le indicazioni di Serena. Lei gli dice di andare a destra e lui va a sinistra. Probabilmente non gli sfagiola molto farsi indicare la strada da una donna, per di più straniera. Ma così ci mette un po’ in un casino, perché dobbiamo passare da un altro checkpoint dove c’è una coda impressionante. Anche passato quello, il traffico resta congestionato e così accumuliamo ritardo.
Riusciamo ad arrivare solo verso le 19.30, a presentazione abbondantemente iniziata, anzi quasi finita. La sala è piena, ovviamente sono tutti italiani, molti giornalisti e forse qualche cooperante. C’è solo un palestinese, che però parla perfettamente italiano. Riusciamo a captare qualcosa delle domande finali, e comunque Michele Giorgio gentilmente si ferma alla fine per registrare un’intervista con Claudio.
Una delle tesi portanti del libro è il fallimento della soluzione “Due popoli in due stati” che era alla base del processo di Oslo ed è sempre stata sostenuta dall’Unione Europea, ma che oggi appare ormai improponibile a causa delle politiche di colonizzazione israeliana, che rendono impossibile la creazione di uno stato palestinese omogeneo.
Ma questo fallimento, che è ormai conclamato, a cosa apre le porte? Prima di tutto al mantenimento dello status quo, cioè dell’occupazione. Che, forse sperano gli israeliani, potrebbe a un certo punto essere riconosciuta anche internazionalmente. Ma anche, in una visione più ottimistica, ad uno stato unico su basi diverse, dove nel tempo si potrebbe raggiungere la piena uguaglianza tra ebrei e arabi e la piena cittadinanza per tutti, anche se al momento può sembrare un’utopia. È una soluzione che si sta già imponendo almeno a livello accademico tra i palestinesi, mentre gli israeliani naturalmente sono più restii ad accettarla. Michele Giorgio sostiene però che anche i più illuminati tra i coloni in fondo la vedono così, che si può convivere con gli arabi purché si scordino per sempre l’indipendenza e lo stato palestinese.
D’altra parte, sta tornando di attualità anche la cosiddetta “Opzione Giordana”, che era in auge quarant’anni fa e che prevede, sostanzialmente, che sia la Giordania a diventare lo stato palestinese, cioè che la stragrande maggioranza dei palestinesi se ne vada in Giordania. Sembra che questa vecchia idea sia portata avanti, più o meno segretamente, anche da vari ministri dell’attuale governo israeliano. È chiaro che, se anche si riuscisse con le buone o con le cattive a fare questa operazione, i giordani non sarebbero per niente d’accordo, a maggior ragione dovendo già fare i conti con un milione e mezzo di profughi siriani.
Comunque, un altro libro interessante che mi leggerò. Intanto, Elena mi fa notare che in libreria ci sono parecchie opere di Joe Sacco, il maestro maltese del reportage a fumetti, tra cui “Palestina” che avevo proposto su queste pagine prima del viaggio. Ed è proprio così, in effetti! Be’, qui non torno sull’argomento, ma per chi volesse…

Palestina: una storia a fumetti

In libreria abbiamo anche il primo incontro con Michele, che ci accompagnerà per un pezzo di viaggio. Serena ci ha anticipato qualcosa. Sappiamo che questo ragazzo di Villasanta, che sta facendo il servizio civile volontario in un kibbutz in Galilea, nel nord di Israele, ha preso contatto con lei e le ha chiesto se era possibile fare un tratto di strada insieme perché è curioso di vedere cosa c’è… al di là del muro.
Andiamo a cena all’Azzahra, il locale della prima sera. In fondo ci eravamo trovati molto bene qui, perché non tornare? E lui viene con noi, così abbiamo l’opportunità di scambiare le prime chiacchiere, anche se ci sarà tempo per approfondire. Intanto c’è da dire che si presenta con lo zaino (il che già me lo rende simpatico) e con un taglio di capelli piuttosto… creativo, che giustifica il suo nickname: Mohicanino. In pratica, capelli rasati sui fianchi e dietro, lunghi sopra; praticamente una cresta lunga, in genere portata raccolta a cipolla ma a volte anche… sciolta. 27 anni, nella vita fa il videomaker, ma da marzo vive nel kibbutz di Megiddo, dove lavora con persone con disagi psichici o mentali aiutandole a coltivare l’orto, a curare gli animali e a fare altre attività. La sua scelta si spiega anche con il suo interesse per la cultura ebraica, dovuto anche (ma non solo) al fatto che ha qualche ascendenza ebraica: un suo bisnonno materno. Ci ha detto che in effetti probabilmente, se volesse, potrebbe “diventare” ebreo ma non è nei suoi programmi. Il progetto dovrebbe durare fino a gennaio, ma lui se sarà possibile vorrebbe fermarsi fin quasi alla prossima estate. Ha un suo blog molto ben fatto dove tiene un taccuino multimediale della sua esperienza nel kibbutz, che vi consiglio vivamente di andare a sbirciare:

Il taccuino di Michele

e lì ha già iniziato a pubblicare anche gli appunti del suo pezzo di viaggio con noi, anche questi da non perdere:

Gli appunti di viaggio di Michele

Per questa prima serata, abbiamo scoperto che… non ci sono più i kibbutz di una volta. Sì, cioè… quelli di cui parlava Fantozzi nella leggendaria scena in cui dice che kibbutz è quello che dice una contadina di Alberobello quando qualcuno bussa alla porta del trullo: “Kibbutz?!?”. Insomma quelli che sono stati un mito socialista, le fattorie collettive in cui la proprietà era tutta comune, i figli venivano educati dalla comunità e quant’altro. Oggi i kibbutz esistono ancora ma tutto questo non c’è più, ognuno ha la sua casa e il suo pezzetto di terra, si cresce i suoi figli… insomma, tutto molto più regolare. E per quanto riguarda la politica in senso stretto, anche lì la sinistra israeliana ha perso terreno: molti votano Netanyahu.

Con questa ennesima delusione politica ad appesantirci il cuore, andiamo a dormire perché anche domani si annuncia una giornata piuttosto lunga.

 

Venerdì 20/10/2017 – San Giorgio sulla rupe, ospitalità beduina e la casa di Serena al di là del muro

Oggi scenderemo da Gerusalemme a Gerico, proprio come faceva l’uomo che viene attaccato dai briganti nella parabola del buon samaritano. E perciò, dice Serena, è d’uopo che Michele ce la racconti. Ha ragione. Chi meglio di lui? In fondo è un capo scout. In mezzo a questa marmaglia di atei miscredenti (non tutti, eh? Si fa per ridere)…
Il ragazzo, comunque, è preparato. Prende il microfono e dimostra di saperla. O meglio, più o meno è così che me l’hanno raccontata al catechismo. Ma è passato un po’ di tempo.
Comunque, anche allora c’era inimicizia tra giudei e samaritani. Gesù era giudeo e predicava per i giudei, ai quali diceva che anche un samaritano può essere più giusto e generoso di un sacerdote o di un religioso giudeo. In fondo, è una parabola antirazzista. Venendo ai giorni nostri, mi viene in mente che per gli israeliani la Cisgiordania è “Giudea e Samaria”, quindi è loro. Cisgiordania non si può dire, ci mancherebbe: Sottolinea un possibile legame con la Giordania, con l’altra sponda del Giordano. Però in qualche modo così si accetta di essere discendenti dei samaritani idolatri e quasi pagani. Strane acrobazie nella lettura della storia.
Meglio guardare il paesaggio, che è magnifico nella sua desertica asprezza. Stiamo andando verso sudest, verso la depressione della Valle del Giordano che porta al Mar Morto, il punto più basso della terra. A un certo punto passiamo quota zero, quindi siamo sotto il livello del mare. E continuiamo a scendere. Intorno a noi, montagne aride e desolate, un paesaggio lunare ma affascinante. Le montagne a tratti sembrano tagliate di netto e mostrano la stratificazione delle ere geologiche, in altri punti sono più dolci, di forma tondeggiante, come grandi dune di pietra. I colori sono mutevoli con la luce e vanno dal quasi bianco al dorato a un ocra acceso. Il cielo è fosco, ma a tratti l’azzurro si fa strada e si andrà ad imporre col passare delle ore.
La nostra meta è il monastero di San Giorgio, che riusciamo a raggiungere nonostante i numeri, ormai consueti, di Walid. Non ci vuole proprio stare, a farsi guidare da Serena.
O meglio, raggiungiamo un parcheggio dove lasciare il pullmino. E da qui parte il sentiero per il monastero, che dopo le prime curve cominciamo a vedere in lontananza incastonato nella roccia. Il sentiero è ampio, praticamente una mulattiera. E infatti asini e muli sono presenti, abbastanza in forze. Certo, ormai sono ridotti ad attrazione turistica. Pochi li prendono davvero come mezzi di trasporto. Per quanto, c’è da dire che all’andata il percorso è in discesa, ma al ritorno sarà in salita. E con questo caldo forse… ci si potrebbe fare un pensierino.
Patrizia ha sentito dire non so da chi o ha letto non so dove che bisogna raccogliere un sasso lungo la strada e portarlo fin giù, per poi gettarlo dal ponte sul wadi. In questo modo ci si libera dei pensieri e delle preoccupazioni che appesantiscono il nostro cammino. In fondo provare non costa niente, perché no?
L’afflusso di turisti in effetti è massiccio, e un pochino sciupa la sacralità e la bellezza del luogo, che di per sé dovrebbe essere un posto di eremitaggio. Ma tant’è… entrando incrociamo un numeroso gruppo di romeni con bandiera al collo. Anche altri paesi dell’Est sono rappresentati, direi che comunque ci sta che essendo un monastero ortodosso attiri il mondo slavo. Anche se si tratta di un monastero greco ortodosso, la bandiera greca che garrisce accanto a quella con la croce di San Giorgio lo racconta meglio della Lonely Planet.
San Giorgio di Koziba, è il nome completo. Risale al VI secolo ed è eretto su tre livelli sul versante roccioso settentrionale del deserto di Giuda (Wadi el-Kelt). La parola wadi, in arabo, identifica il letto di un torrente. Distrutto dai persiani nel 614, rimase in stato di abbandono fino a quando i crociati, nel 1173, lo restaurarono. Fu completamente ricostruito nel 1878 da un monaco greco. Serena ci legge i punti essenziali dalla sua guida.
All’interno c’è la piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria, piena di icone e piuttosto tenebrosa. Sopra la chiesa si trova la grotta del profeta Elia, decorata con pitture, nella quale si dice che il profeta visse per tre anni e mezzo nutrito dai corvi. Su questo il nostro Michele Mohicanino, che di Bibbia la sa lunga, dice che qualcosa non quadra, anzi qualquadra non cosa. Ma questo leggetelo sul suo blog.
Noi approfittiamo del caffè generosamente offerto dai monaci e ripartiamo per ripercorrere i nostri passi in salita. Alla fine, nonostante il clima sfavorevole e la salita che incuteva timore a qualcuno, ce la facciamo tutti (quasi) agevolmente.

 

IMG_0165

IMG_0181

IMG_0188

IMG_0194

IMG_0199

 

IMG_0201

IMG_0211

La tappa successiva ci porta nei pressi di Gerico, ed è Ksar Hisham, il Palazzo di Hisham.
Il Palazzo di Hisham è un complesso residenziale invernale dei califfi omayyadi. Fu eretto tra il 743 ed il 744 a cura di al-Walid II ibn Yazid II, nipote e successore del califfo Hisham ibn ‘Abd al-Malik. Eretto sul modello delle terme romane, fu decorato con mosaici e stucchi.
Il complesso comprendeva un palazzo, un cortile pavimentato, un ambiente per i bagni, due moschee, un cortile con fontana, un giardino di 60 ettari. Il palazzo era un ampio edificio quadrato con un’entrata monumentale e stanze su due piani circostanti un lungo porticato. Il complesso fu distrutto da un terremoto nel 747.
Elemento caratteristico ed emblema del Palazzo è una finestra, probabilmente crollata a causa del terremoto, ricostruita e sorretta da un apposito muretto in mattoni. Si tratta di una finestra a forma rotonda: una corona circolare in laterizio nella quale è inscritta una rosetta esalobata con al centro un foro a sezione circolare. Pare che sia stata questa finestra, la cui forma divenne nota in Europa grazie ai crociati, ad ispirare la forma dei rosoni che ornano le facciate di molte cattedrali gotiche europee.
Nell’angolo destro dei bagni c’era un diwan, un piccolo locale riservato alle udienze con gli ospiti importanti. In esso stava un delizioso e misterioso pannello in mosaico, che è arrivato fino a noi. Il disegno è un grande albero sotto il quale si vede sul lato destro un leone attaccare un cervo, mentre sul sinistro due cervi pascolano tranquillamente. L’interpretazione di questa raffigurazione non è univoca. Quella più accreditata è che essa rappresenti il bene e il male, mentre altri la spiegano sostenendo che il leone rappresenta il principe ed i cervi le donne del suo harem.
Gli stucchi che mostrano dipinti di donne seminude sono unici nell’arte islamica e le decorazioni per tutto il palazzo che superano in sontuosità le equivalenti romane vengono considerate come la dimostrazione della natura poco religiosa degli Omayyadi.
Come ci racconta il filmato introduttivo, il sito fu scoperto nel 1873, ad eccezione dell’area a nord che venne scoperta parecchi anni più tardi, nel 1894. Ma gli scavi vennero condotti da archeologi palestinesi tra il 1934 e il 1948. Molti degli oggetti ritrovati si trovano ora al museo Rockefeller di Gerusalemme. Negli anni ’30 si fecero delle scelte di restauro che oggi sicuramente non verrebbero fatte e che purtroppo hanno reso il tutto un po’ finto, come gli enormi colonnoni ricostruiti con i ferri che spuntano. Ma il sito ha comunque fascino.

IMG_0217

IMG_0221

 

Ci spostiamo poi verso un altro landmark di Gerico: il sicomoro di Zaccheo, quello dove secondo il Vangelo il pubblicano Zaccheo salì per vedere Gesù, il quale gli intimò di scendere, dicendo che sarebbe andato ospite a casa sua. Zaccheo si convertì e promise di rifondere tutti quelli a cui aveva spillato dei soldi truffando sulle tasse.
Mi riesce difficile credere che sia ancora QUEL sicomoro, e onestamente non mi dà una grande emozione. Approfitto della sosta, però, per comprarmi una kofiyah da uno dei venditori che stazionano davanti al sicomoro. Non potevo tornare a casa senza. Il prezzo, per la verità, non è troppo a buon mercato ma il tessuto è buono e l’anziano venditore probabilmente non nuota nell’oro, non mi dispiace dargli qualche Shekel in più.
Nel frattempo, abbiamo anche fatto rifornimento di guava, un frutto tropicale che a me fa subito venire in mente Cuba, anche se questo frutto è diverso dalla guayaba cubana sia per il colore della polpa (quella è rossa, questa è verde) che per il sapore, che è un po’ meno dolce.
Per il pranzo, siamo ospiti della comunità beduina di Wadi Kafar. Ci accoglie Jamil, uno dei capi della comunità. Anche qui il rituale del caffè di benvenuto che profuma di cardamomo è qualcosa di importante, è un segno che ci dice che siamo ammessi nel loro accampamento e simbolicamente nella loro tribù. Ci togliamo le scarpe ed entriamo. Sotto la grande tenda la tavola è già parzialmente imbandita, ma il piatto forte deve ancora arrivare, sotto forma di una griglia a tre piani piena di carne e verdure appena uscita da un forno sotto terra. Possiamo servirci liberamente di tutti i piatti a base di riso, delle insalate e di tutto quello che l’ospitalità beduina ci offre, per poi consumarli morbidamente adagiati sui cuscini. È la prima volta in questo viaggio che mangio senza le sedie, mi godo il momento anche perché mi fa pensare ai tanti pasti consumati in famiglia sull’Alto Atlante, seduto su un cuscino intorno a un tavolino basso intingendo il pane con tutti gli altri nello stesso piatto di tajine.
Jamil ha messo su un’attività di ospitalità per chi vuole conoscere la cultura beduina e farsi qualche pezzo di trekking nel deserto di Giuda, ma in fondo non fa altro che fare in modo un po’ più organizzato quello che la sua comunità comunque farebbe nei confronti di qualunque viaggiatore curioso e rispettoso. E questo gli permette di portare a casa qualche Shekel in più, Dio sa quanto ce n’è bisogno. Dice che vengono parecchi europei, ma qualche volta anche israeliani.
Il pranzo è abbondante e i piatti tra i più gustosi che abbiamo assaggiato finora, siamo tutti soddisfatti e satolli. Dietro la tenda, sul pendio della collina, decine di caprette bianche e nere stanno ferme a prendere il sole, sparse sugli scalini naturali che il tempo ha scavato sul versante. Vedendole da lontano, sembrano appese alla collina. È abbastanza folle come scena, sembra un quadro surrealista.
Ma… che succede? Mi sono distratto un attimo ed è saltato fuori un pallone. È Michele, che voleva movimentare un po’ il dopo pranzo ed è riuscito a farsi dare un pallone. L’ha chiesto prima in ebraico, ma non ha funzionato. Allora ha chiesto aiuto a Serena per superare la barriera linguistica ed ecco che da chissà dove è spuntato un vecchio pallone un po’ sgonfio, che ora passa dai suoi piedi a quelli di quattro ragazzi, due più piccoli e due più grandi. Decido di buttarmi anch’io nella mischia. Io non ho mai giocato a calcio seriamente, voglio dire qualcosa di più dei tornei interclasse al liceo e delle partite di calcetto con gli amici. E un po’ si vede. Ma non è questo che conta, è passare la palla ai ragazzini più piccoli con qualche “Jalla” lanciato nel silenzio del deserto. È sentire le loro risate, è vedere ancora una volta che basta un pallone per trovare un linguaggio comune, anche quando apparentemente nulla ci accomuna.
Ma ci richiamano all’ordine, è il momento della spiega. Jamil si siede con noi ed è pronto a raccontarci, in un buon inglese tradotto da Serena, qualcosa della vita in una comunità beduina. Partendo dalla storia di questa piccola tribù, che è originaria del deserto del Negev, oggi Israele. Da lì vengono molte delle comunità beduine che oggi vivono in modo più o meno stanziale, ma sempre precario, in Cisgiordania. Da lì sono stati costretti a fuggire nel 1948, in quella che fu la Naqba, la tragedia palestinese. Erano 100.000 allora, i beduini del Negev. Ne rimasero solo 15.000, gli altri si rifugiarono in Cisgiordania. Ma anche qui nel 1967 arrivarono le truppe di occupazione israeliane, e una parte dei beduini furono di nuovo costretti a lasciare anche questa terra, il loro numero dimezzato.
Si può dire che questa, come le altre comunità beduine, sia un concentrato di sfighe non da poco, sia detto col massimo del rispetto possibile. Prima di tutto sono nati palestinesi, e già questo, di per sé, non è uno scherzo. Poi sono anche beduini, che significa che anche all’interno della stessa società palestinese devono subire discriminazioni: anche qui esistono gli stereotipi. E secondo gli stereotipi i beduini sono solo dei pecorai ignoranti, che non conoscono la civiltà. Ma sono anche profughi, cacciati dalla loro terra d’origine ormai da settant’anni, senza nessuna speranza concreta di poter tornare. E, dulcis in fundo, vivono in area C, sotto rigido controllo militare israeliano. Con il loro stesso diritto ad esistere come beduini e a vivere qui continuamente in discussione, le loro baracche a costante rischio di essere demolite non appena un colono decide che qui danno fastidio.
L’asilo che vediamo, attaccato alla tenda sotto cui abbiamo mangiato, è stato distrutto due volte nel 2016.
Nel 2016, secondo i dati OCHA, nelle comunità beduine in area C 390 strutture, comprese case e stalli per il bestiame, 150 delle quali appartenenti a profughi, sono state demolite.
Jamil ha poco più di 30 anni. La comunità che vive qui nasce da tre fratelli, che complessivamente hanno avuto 30 figli.
Ora i bambini della comunità sono 90, e vanno a scuola tutti con lo stesso pullmino. Significa, ovviamente, che il pullmino deve fare molti viaggi. Per portare tutti i bambini a scuola per la prima campanella, il primo viaggio deve partire alle 5 di mattina.
Jamil ci racconta anche della nonna, centenaria, che ha avuto quattro mariti e li ha seppelliti tutti, uno dopo l’altro. E con quattro mariti, quanti figli ha avuto? – chiede qualcuno. Soltanto tre, ma molti sono nati morti o morti nei primi mesi di vita. È chiaro che vivendo in queste condizioni la mortalità infantile, soprattutto in passato, era molto alta. Qualcuno di noi pensa che forse su questo possa avere qualche influenza il fatto che spesso, se non quasi sempre, in queste realtà ci si sposa tra consanguinei. O comunque vorrebbe chiedere a Jamil se non pensa che questo possa essere un problema. Ma nessuno ha il coraggio di fare la domanda. Ci pensa Michele, che con la sua grande curiosità e con la sfrontatezza della gioventù non si fa problemi. La risposta di Jamil, però, è un po’ evasiva. Fa capire che per loro è una cosa normale. Può succedere ogni tanto che qualche bambino abbia dei problemi, ma sono pochi casi fisiologici, secondo lui. Non sa a cosa siano dovuti, ma non crede che abbia a che vedere con i matrimoni tra consanguinei.
Preferisce parlare del processo che hanno in corso per salvarsi da nuove demolizioni. Non esprime grande ottimismo, ma la loro vita è questa. Se andrà bene, inshallah, staranno tranquilli per un po’. Se no, le baracche verranno distrutte e loro le ricostruiranno poco lontano. Non hanno intenzione di andare via da qui. Non vogliono andare in città. Non potrebbero vivere senza le greggi, in una periferia sovraffollata, insieme con altre tribù con le quali riescono a vivere in pace solo se ogni tribù ha la sua terra. In una parola, vogliono continuare ad essere beduini, non si vogliono snaturare. Per loro l’identità, e laIl tempo per qualche acquisto di oggetti di artigianato prodotti dalle donne beduine (io, ad esempio, compro un paio di orecchini molto carini fatti con i noccioli d’oliva) e ce ne andiamo. È il momento di salutare Jamil, e anche Ahmad e Hamzi, i due ragazzi più grandi con cui ho giocato a pallone. I piccoli sono spariti, saranno a giocare tra le tende. dignità, sono ormai le sole cose che contano.

IMG_0226

IMG_0227

IMG_0228.jpg

IMG_0228d

IMG_0228f

IMG_0228g

P1070687

 

Ripartiamo per Gerusalemme, dove saliremo sul Monte degli Ulivi per guardare la città dall’alto e vedere come il muro la taglia in due, anche qui ben lontano da quello che dovrebbe essere il confine Est-Ovest sancito dal diritto internazionale.
Dando per assodato che la situazione di Gerusalemme Est era già critica, con 4 milioni di palestinesi praticamente impossibilitati ad entrarvi senza permessi difficilissimi da ottenere e con anche i residenti privi di uno status sicuro (dal 1967 è stata revocata la residenza a 14.000 palestinesi), con il muro le cose sono ulteriormente peggiorate. Ora decine di migliaia di palestinesi residenti a Gerusalemme Est sono fisicamente separati dal centro urbano dal muro e devono attraversare affollati checkpoint per accedere alle cure sanitarie, all’istruzione e ad altri servizi a cui avrebbero diritto in qualità di residenti. A Gerusalemme Est ci sono 6 importanti ospedali, che servono tutta la Cisgiordania, per cui le persone sono sottoposte per visite, cure ed esami a tutto il sistema di permessi che regola l’ingresso a Gerusalemme Est.
Il 35% della terra è stato confiscato per uso dei coloni. Solo sul 13% della terra nell’area di Gerusalemme Est è possibile ottenere un permesso di costruire, ed è di fatto la terra dove i palestinesi già vivono. Ragion per cui fioriscono le costruzioni illegali. Almeno un terzo delle case palestinesi è senza permesso, il che mette potenzialmente 90.000 persone a rischio di spostamento forzato. Dal 1967, le autorità israeliane hanno demolito 2000 case.
Con tutto questo, è comunque impossibile, sul Monte degli Ulivi, non farsi trasportare dalla magia della vista della cupola dorata che sovrasta le mura della spianata e il cimitero ebraico.
Guardando questo spettacolo incredibile anche se deturpato, però, ci siamo chiesti: Qual è davvero il muro del pianto? È quello del Tempio di Erode distrutto dai romani quasi duemila anni fa o è quello che, oggi, ferisce in profondità questa terra tormentata? Sono grato a Patrizia per questa considerazione, che ho inserito anche nel “sottotitolo” di questo racconto.
L’idea, poi, sarebbe di andare a vedere la vecchia casa di Serena, dove abitava quando viveva a Gerusalemme, che ora è finita dall’altra parte del muro, nell’area di fatto annessa a Gerusalemme Ovest e quindi a Israele. La vista di quella casa ora abbandonata, è naturale, le fa male al cuore. Riusciamo a vederla, ma senza poterci avvicinare più di tanto, perché tra strade chiuse e camionette blindate di soldati preferiamo come gruppo non dare troppo nell’occhio. Non succede niente, ma non si sa mai.

IMG_0231

IMG_0234

IMG_0238

IMG_0239

 

Il sole sta per tramontare, tra poco sarà già Shabbat. Il sabato ebraico, infatti, inizia dal tramonto del venerdì e dura fino al tramonto del sabato. Michele, che nel kibbutz ne ha viste un po’ e che comunque vivendo in Israele da sette mesi molte cose le sa, anche solo per sentito dire, ci racconta di alcune interpretazioni del sabato a dir poco fanatiche. Ad esempio, secondo alcuni non si possono azionare apparecchiature elettriche o elettroniche di alcun genere, per cui se vuoi la luce, o la televisione o la radio, le devi lasciare accese dalla sera prima e non le puoi più toccare fino al tramonto. Per lo stesso motivo, alcuni non aprono il frigorifero, perché si accende la luce.
Questi possono sembrare fanatismi tutto sommato innocui, ma venendo a discorsi più generali in Israele, ad esempio, non si possono celebrare matrimoni tra ebrei e non ebrei. Tuttavia quelli celebrati all’estero vengono riconosciuti, anche quelli omosessuali. Sembra un paradosso.
Ci spostiamo, su suggerimento di Claudio, verso il Mahane Yehuda market, sicuramente il mercato più vivo e pulsante di Gerusalemme Ovest. È un posto anche tristemente famoso perché vi sono stati compiuti due attentati da terroristi palestinesi. Mercoledì 30 luglio 1997, due militanti di Hamas con borse cariche di esplosivo e chiodi si fecero esplodere, quasi simultaneamente, a circa 45 metri di distanza l’uno dall’altro, uccidendo 16 persone – tra cui un cittadino arabo – e ferendone altre 178. Venerdì 12 aprile 2002, una ragazza palestinese di 21 anni di Beit Fajar si fece esplodere poco dopo le 16:00 alla fermata del bus in Jaffa road presso l’entrata del mercato, uccidendo sei persone e ferendone altre 104.
Ora, però, anche per gettare alle spalle questo passato, il mercato è stato riqualificato e intorno c’è stata una fioritura di bar e locali. Quando arriviamo il mercato è chiuso, stanno cominciando a ripulire. Non c’è grande vita, ma d’altra parte è il momento migliore per vedere le opere di street art che Solomon Souza ha realizzato sulle saracinesche. Vedendole tutte abbassate, l’effetto non è male. Sono caricature molto colorate di personaggi famosi, principalmente ebrei, israeliani e non, tra cui Ben Gurion, Golda Meir e Steven Spielberg. Il mercato si chiama Shuk in ebraico, che non è poi così distante dal souk arabo. Ci ripromettiamo, comunque, di trovare il modo di tornare quando è aperto.

IMG_0243

 

img_0246.jpg

IMG_0246d

 

Vorremmo anche mangiare in uno di questi locali, ma pare che stasera sia impossibile, tutti rispettano lo Shabbat. Proviamo a chiamare un locale della First Station, più laico, ma ha posto solo dopo le 22.30.
Ripieghiamo sul Jerusalem Hotel, che essendo un posto molto internazionale è una garanzia anche di Shabbat. È un posto molto elegante, dal sapore un po’ retrò. Noi siamo seduti nel dehors. Buttiamo un occhio all’Hotel per curiosità, bello ma sicuramente al di sopra delle nostre tasche. Il servizio non è velocissimo, anche perché è pieno; stasera c’era un concerto, ma noi siamo arrivati quando avevano già finito di suonare. Il cibo comunque, quando arriva, si fa apprezzare.
Con noi c’è Giulia, che d