1 – Bilbao

Bilbao: Eccomi di nuovo qui, dopo tanto tempo. Sono passati quasi 22 anni da quando sbarcai in questo aeroporto, nell’estate del 2004, per buttarmi nel delirio della settimana grande di Bilbao (Aste Nagusia in basco), una delle più grandi feste di strada d’Europa. Una settimana in cui succede di tutto, tutti i giorni, dalle 10 del mattino alle 2 di notte: concerti, spettacoli teatrali, sfilate di personaggi carnevaleschi come i gigantes y cabezudos o la Marijaia, simbolo e icona della festa, partite di pelota ed esibizioni di altri sport legati alla tradizione basca… e tanta gente, da tutta Europa e dal resto del mondo, soprattutto dall’America Latina ma non solo, ad abbuffarsi di pintxos (la versione basca delle tapas) e a bere vino, birra e kalimotxo, un cocktail di vino rosso e coca cola (ebbene sì, avete letto bene) che è un altro must della festa. Ci ero già stato l’anno prima, nel 2003 (quella volta arrivando da Barcellona), e mi ero divertito così tanto che avevo deciso di tornarci. Nel 2004, passati alcuni giorni a Bilbao, partii poi per una sorta di cammino di Santiago, ma non a piedi (non avevo il tempo necessario) e non seguendo il classico Camino Francès, ma il Camino de la Costa, passando quindi per Cantabria e Asturie fino alla Galizia.
Di quei giorni a Bilbao, e in altri luoghi del Paese Basco (io tendo a dirlo al singolare, anche in italiano, come si fa in castigliano, ma se volete dire “Paesi Baschi” al plurale, come si usa di più da noi, va bene uguale) come San Sebastian e Gernika mi ricordo abbastanza, ma devo ammettere che molto del mio tempo era dedicato alla festa, anche perché avevo più di vent’anni meno… e allora, quando ho saputo di questo viaggio organizzato da Radio Popolare con Viaggiemiraggi, ho pensato che era un’ottima occasione per tornare in posti a cui sono rimasto sempre affezionato e anche per conoscerli un po’ meglio, un po’ più in profondità. Un’occasione da non perdere anche perché sapevo di ritrovare, in questo gruppo di una ventina di persone guidato da Claudio Agostoni, da sempre organizzatore e insostituibile anima dei viaggi targati Radio Pop, parecchi amici e compagni di tante altre scorribande in giro per il mondo. Voglio citare qui proprio una di loro, Elena, che già prima di mettere (nel mio caso rimettere) piede in terra basca mi ha messo a parte di una teoria che, grazie a lei, ho scoperto essere diffusa sull’unicità della lingua basca. La lingua basca (euskera) è tra le principali curiosità che hanno tutti i viaggiatori che visitano questi luoghi. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una delle pochissime lingue europee, insieme all’ungherese, al finlandese e all’estone, che non appartengono al ceppo indoeuropeo. Ma mentre l’ungherese, il finlandese e l’estone tra loro sono parenti, sia pure alla lontana, il basco non ha niente in comune con nessuna altra lingua europea. Ovviamente, se si guarda qualche parola di origine più recente, è chiaro che c’è stata nel corso dei secoli una parziale contaminazione con lo spagnolo, o castigliano che dir si voglia. Ma la struttura della lingua e le parole più antiche sono e restano un qualcosa di unico e misterioso, che ha fatto impazzire generazioni di linguisti e che ancora oggi suscita discussione. Tutto ciò naturalmente lo sapevo, essendo già stato qui. Quello che non sapevo è come questa unicità si sia potuta mantenere nei secoli, giungendo fino a noi. Ebbene, secondo questa teoria al momento dell’arrivo delle popolazioni indoeuropee provenienti dalle steppe dell’Europa orientale, in diverse ondate migratorie iniziate tra il 4500 e il 2500 a.C., i baschi erano ancora cacciatori e raccoglitori, mentre i nuovi arrivati erano agricoltori e pastori. Per questo, oltre che probabilmente per ragioni legate alla geografia della regione, i baschi mantennero per molto tempo l’isolamento che ha permesso di conservare questa specificità linguistica. I baschi sarebbero quindi l’amalgama di alcune tribù di popoli primitivi e da considerarsi autoctoni, in quanto il loro insediamento risale alla preistoria, periodo antecedente a quello delle altre popolazioni della regione. Accettando questa tesi, si può affermare che il gruppo etno-linguistico basco sia il più antico di tutto il continente europeo: le sue caratteristiche linguistiche, perdurate fino ai giorni nostri, conserverebbero ancora l’antica origine pre-indoeuropea. Successivamente il gruppo entrò in contatto con le popolazioni indoeuropee insediatesi in Europa e nella penisola iberica. I progenitori dei baschi subirono l’influenza degli iberi (da cui appresero l’uso del bronzo), dei celti (dai quali impararono la tecnica del ferro) ed entrarono in contatto con i greci e i fenici, ma non furono mai assimilati da nessuna di queste popolazioni. Cominciò invece a delinearsi una situazione di resistenza culturale di questo popolo pre-indoeuropeo che ha permesso la conservazione e la trasmissione di numerosi caratteri culturali peculiari, tra cui su tutti l’euskera.
L’uso dell’euskera, come qualunque espressione della cultura basca, era vietato in epoca franchista, perciò diverse generazioni hanno risentito degli effetti del lungo periodo di repressione; ma la lingua basca ha resistito anche a questo. Attualmente, si stima che circa il 20% degli abitanti della Comunità Autonoma Basca (circa 750.000 persone) parli l’euskera, di cui 500.000 come madrelingua. Esiste letteratura, esistono radio e canali televisivi in lingua basca.
Un altro elemento fortemente identitario per i baschi, importante quasi quanto l’euskera, almeno per i bilbainos, è il tifo per l’Athletic Bilbao, la squadra di calcio locale. Ci sarà modo in questo viaggio, e quindi nel seguito di questo diario, di approfondire il tema, ma già arrivando in questo aeroporto è un fatto evidente: nella sala del recupero bagagli campeggia una gigantografia dello stadio San Mamès con la scritta “This is not a stadium, this is a cathedral”. E infatti “la catedral” è da sempre il soprannome di questo stadio. E poi, ai lati della porta dalla quale si esce nella sala degli arrivi, due foto a grandezza naturale di Nico e Iñaki Williams, le attuali stelle della squadra, ti danno il benvenuto in città.

Uscendo, si percepisce subito il fresco del clima oceanico, in questo tardo pomeriggio di maggio. Ma per ora, per fortuna, non piove. Da queste parti piove parecchio, e del resto il paesaggio non potrebbe essere così verde se non fosse così; in più, le previsioni per questi giorni non sono… entusiasmanti. Ma scopriremo che le previsioni meteo, qui, hanno un’affidabilità molto bassa: il tempo è troppo variabile per poter essere previsto con grande anticipo.
Una veloce corsa in pullmino ci porta verso la residenza universitaria dove dormiremo per le prime tre notti, nel quartiere popolare di Abando. E qui, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ci parla subito dell’Athletic anche Teresa, la nostra guida locale che ci accompagnerà per tutto il viaggio.
Teresa è una bilbaina doc, ma parla un italiano praticamente perfetto. Ha vissuto per diversi anni nelle Marche, ha avuto un marito italiano e i suoi figli sono nati in Italia. Si capisce subito, anche scambiando poche parole con lei, che vive il suo lavoro con una grandissima passione, e questo è molto importante. Si emoziona autenticamente nel raccontare la sua terra, per questo riesce a coinvolgere tutti fin dal primo minuto. E una delle prime cose che abbiamo fatto con lei è stato proprio… un coro per l’Athletic! Un coro molto particolare, che affonda le sue radici nelle origini di questa società, ma è ancora oggi tra i cori più iconici per i suoi tifosi: Aliròn aliròn el Athleti es campeòn!
Bilbao, lo scopriremo meglio domani, è una città cresciuta sull’industria dell’acciaio, che si produceva con il ferro estratto nelle miniere basche. I proprietari delle miniere, nel XIX secolo, erano inglesi. C’era l’uso, quando si trovava del ferro con un alto grado di purezza, di indicarlo con un cartello che diceva “All Iron”, tutto ferro. Per i minatori, questo significava spesso una gratifica, perciò quando succedeva era una festa. I minatori baschi, che l’inglese non lo sapevano, cominciarono a festeggiare urlando in coro quelle due parole, che però pronunciavano a modo loro: Aliròn! Aliròn! Anni dopo, sembra intorno al 1913 (l’anno di fondazione del club è il 1898), questo coro venne adattato dai tifosi baschi e… questa è la storia. Così nacque questo coro. E così risulta subito chiaro quanto la storia della squadra e dei suoi tifosi sia indissolubilmente intrecciata con la storia della città.
Tra le prime chiacchiere, si parla anche di Guernica, inteso per ora non come la cittadina ma come il quadro di Picasso. Ha fatto notizia anche fuori dalla Spagna la richiesta, che viene dal Paese Basco, di portarlo in qualche modo… a casa, quindi a Gernika (quando si parla del luogo meglio usare la grafia basca) o almeno a Bilbao. La risposta del governo centrale spagnolo è stata che è troppo pericoloso, è un’opera che non può viaggiare perché sarebbe esposta al rischio di subire gravi danni. Qui però molti, compresa Teresa, pensano che non sia vero, che sia soltanto una scusa. È probabile, in effetti, che Madrid non voglia mollare sul punto, sia per non esporsi a facili accuse di condizionamenti da parte dei partiti autonomisti, sia perché sicuramente perdere Guernica sarebbe un danno molto grave per il Centro de Arte Reina Sofia, dove è attualmente esposto. Comunque, al momento vederlo in terra basca resta soltanto un sogno molto difficile da realizzare.
Ma è ora di andare a cena, in un ristorante che si chiama Aralar. Teresa ci accompagna anche lì, anche se non si può fermare a mangiare con noi. Il menù prevede ventresca di tonno come antipasto, revuelto de hongos (uova strapazzate con funghi), e poi il più basco dei piatti baschi: bacalao al pil pil. Baccalà cotto a fuoco lento con aglio e peperoncini. La gelatina del baccalà, unendosi all’olio di cottura, forma una specie di maionese che è caratteristica di questo piatto. Il nome viene dal rumore che fanno le bollicine durante la cottura. Il tutto innaffiato con un bel bicchiere di Txakoli (si pronuncia ciacolì), il tipico vino basco: è un bianco giovane dal sapore leggermente aspro, che si accompagna perfettamente con questi piatti. Ma, per i fondamentalisti del rosso, c’è anche un vino tinto de crianza (rosso invecchiato) della Rioja, la più rinomata regione vinicola spagnola, che del resto confina con la comunità autonoma basca.

Bacalao al pil pil

Per finire la pantxineta, un dolce tipico basco fatto con una densa crema pasticcera, con l’aggiunta di mandorle tostate e tritate, racchiusa tra due strati di pasta sfoglia.
Dopo questa cena tutta basca, una passeggiatina digestiva ci vuole, ma poi tutti a nanna: bisogna riposarsi perché domani comincia il vero viaggio.

Colazione in un bar a due passi dalla nostra residenza, e poi si inizia la giornata alla scoperta di Bilbao. Per me è una riscoperta, ma è davvero bello essere di nuovo qui dopo tanto tempo, anche perché di questa città ho solo ricordi belli. È bello anche vedere che la città è strapiena di bandiere palestinesi: in nessun posto ne ho viste così tante.

Libertà e uguaglianza

Teresa ci porta prima di tutto a fare un giro nel Casco Viejo, il centro storico medievale. Bilbao ottenne il titolo di villa (città) nel 1300, quando era proprio qui che prosperavano i commerci dei bilbainos, con le merci che arrivavano con le barche che solcavano la ria, l’estuario del Rio Nervion le cui acque salmastre attraversano tutta la città. Quando le imbarcazioni cominciarono a farsi sempre più grandi e i traffici commerciali più sofisticati, i moli furono spostati verso la costa e la città iniziò a crescere. La conquista delle americhe favorì i commerci e, verso la fine del XIX secolo, sul profilo della città si stagliavano le sottili ciminiere delle fornaci e delle fonderie. L’espansione economica di Bilbao, alimentata dalle industrie siderurgiche, dai cantieri navali e dagli stabilimenti chimici, è stata interrotta dalla crisi che tra gli anni ’70 e gli anni ’80, con l’esaurimento delle miniere di ferro, ha colpito la sua industria pesante. Ma, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 e in particolare con l’inaugurazione del museo Guggenheim nel 1997, è iniziata la rinascita della città, che oggi ha 350.000 abitanti ed è un centro della cultura e dell’istruzione, con le sue due università.
A proposito di istruzione, è importante sapere che qui esistono tre diversi modelli scolastici tra i quali si può scegliere: A, B e D. Direte voi: “E il C?”. Il C non c’è perché la lettera c in basco non esiste: il suono della c dolce si rende con “tx”, quello della c dura con la k. Il modello A prevede come lingua il solo spagnolo, il modello B metà degli insegnamenti in basco e l’altra metà in spagnolo, il modello D solo basco con lo spagnolo come lingua aggiuntiva.
Lo stile degli edifici è eclettico, una miscellanea di vari stili con tracce di modernismo.

La stazione della vecchia linea a scartamento ridotto oggi nota come Estaciòn Santander, un gioiello della Belle Epoque

Il teatro Arriaga, che si raggiunge attraversando il Puente del Arenal e sorge ai bordi della zona denominata Siete Calles, quella della movida bilbaina, somiglia un po’ all’Opera di Parigi e un po’ al Politeama di Palermo.

Il teatro Arriaga

La gotica Catedral de Santiago

C’è un fiore simbolo di Bilbao – ci racconta Teresa – che si chiama eguzkilore. Il termine eguzkilore si traduce letteralmente in “fiore del sole”, dove eguzki in basco significa “sole” e lore significa “fiore”. Tuttavia, questo fiore non è un girasole, ma un cardo con un grande fiore piatto e circolare, circondato da spine disposte come i raggi del sole. La sua forma unica catturò l’attenzione dei baschi, che veneravano il sole non solo come fonte di vita e luce, ma anche come una forza divina capace di scacciare l’oscurità e proteggere dagli spiriti maligni. Secondo la mitologia basca, l’eguzkilore fu un dono della dea Mari, una delle figure più importanti del pantheon basco. Mari, spesso considerata “madre terra”, governava la natura e controllava gli elementi. Di fronte alle costanti minacce di streghe, spiriti maligni e altre creature soprannaturali, il popolo basco si rivolse a Mari per ricevere aiuto. In risposta, lei offrì loro l’eguzkilore, un fiore che portava con sé il potere protettivo del sole.
Ma i simboli di Bilbao sono molti: il Casco Viejo, il Guggenheim che è il simbolo moderno, sicuramente lo stadio San Mames che vedremo dopo… ed esiste perfino un colore: il blu Bilbao. È il colore iconico della città, che identifica una tonalità di blu puro e profondo, simbolo dell’identità cittadina e legato ai cieli limpidi post-pioggia della Biscaglia e ai tradizionali “barcos de la ría”. Forse per questo il pañuelo de la fiesta, il tradizionale fazzoletto che si mette al collo durante l’Aste Nagusia, la settimana grande, è proprio blu. Io ne ho ancora due a casa… non ci avevo mai pensato, ma probabilmente è così.
Ma esiste anche un simbolo mangereccio: la Gilda. La Gilda è il più basco dei pintxos. La cultura dei pintxos è un elemento fondamentale della cultura basca. Si può dire che i pintxos sono la versione basca delle tapas, da cui si differenziano perché sono sempre serviti su una fetta di pane e infilzati con uno stuzzicadenti o un bastoncino più lungo, a seconda dei casi. Pintxo infatti è la “baschizzazione” del castigliano pincho, dal verbo pinchar, pungere. Ma è riduttivo, perché qui i pintxos sono molto di più, sono essi stessi un simbolo identitario. E la Gilda è il più identitario di tutti. Si prepara con due olive verdi, un’acciuga del Mar Cantabrico e un peperoncino verde dolce, non piccante. Anche se a volte, a sorpresa, può succedere che qualcuno di questi peperoncini sia un po’ piccante. La Gilda si mangia in un solo boccone, questo è fondamentale perché i sapori si devono mescolare e devono esplodere insieme in bocca. Ma perché si chiama Gilda? Perché fu creato da un cuoco di San Sebastian negli anni ’40, nel periodo di massimo fulgore di Rita Hayworth, resa famosa proprio dalla scandalosa Gilda da lei interpretata nell’omonimo film del 1946. Secondo il suo creatore, il sapore del pintxo Gilda esplodeva in bocca proprio come l’atomica Rita, soprannominata così per la sua dirompente bellezza. Si dice anche che è un pintxo verde, piccante (a volte) e salato, proprio come era lei. Tenete presente che in castigliano il termine “verde” non indica solo il colore, ma è un’espressione gergale e letteraria utilizzata per indicare l’eros, l’osceno e il passionale. Ad esempio un “chiste verde” è una battuta o una barzelletta spinta.

Se si vuole scoprire Bilbao, non può mancare un giro nel Mercado de la Ribera, uno dei mercati coperti più grandi d’Europa con i suoi 10.000 mq. Completamente rifatto nel 2010, mantiene però al suo interno le vetrate originali del 1929.

Anche queste mattonelle con un motivo a forma di fiore sono un’icona bilbaina

Non può mancare neanche un accenno alla storia tormentata del Paese Basco con il suo lungo conflitto, e lo spunto ce lo danno le tante bandiere che, spesso insieme a quelle palestinesi, si vedono appese ai balconi con due frecce punta contro punta e la scritta “Etxera”. Etxera significa “a casa” (etxe vuol dire casa e ra è la preposizione, che in euskera si mette dopo il sostantivo. È una rivendicazione che chiede il ritorno in terra basca dei prigionieri politici, che sono ancora circa 150 e sono detenuti in carceri lontane, secondo uno schema che quasi sempre viene adottato con chi è accusato di terrorismo. Le famiglie, ancora oggi a distanza di 15 anni dal cessate il fuoco permanente dichiarato dall’ETA con la consegna delle armi nel 2011 (l’ETA si è poi ufficialmente sciolta nel 2018), devono percorrere centinaia di chilometri per far visita ai detenuti, e questa è per molti baschi una ferita ancora aperta.

Non è certo questo il posto per parlare della storia dell’ETA e quindi non lo farò. Ci sono molti libri e documentari sull’argomento, perciò chi è interessato non avrà difficoltà a trovare materiale. Ad esempio, io ho visto di recente un documentario targato El Pais che si intitola “El fin de ETA” e racconta, con la voce dei protagonisti, i colloqui di pace con tutte le difficoltà, le frenate, le faticose ripartenze, insomma le sensazioni vissute da chi sentiva il peso della responsabilità di non perdere l’opportunità di chiudere una pagina di storia così dolorosa. Se capite lo spagnolo ve lo consiglio, si trova su YouTube.
Una piccola nota di carattere linguistico: per chi non lo sapesse, ETA sta per Euskadi Ta Askatasuna, patria basca e libertà. Il termine Euskadi, oggi spesso usato per riferirsi al Paese Basco, è di origine relativamente recente: fu coniato alla fine dell’800, periodo delle prime rivendicazioni nazionalistiche basche, e ha quindi un connotato abbastanza marcatamente nazionalista, anche se in questi anni di pace lo sta gradualmente perdendo. Esiste un’altra espressione più “neutra” che è Euskal Herria, che significa popolo basco ma anche terra basca.

Un giro del Casco Viejo non può che concludersi nella Plaza Nueva con i suoi portici, una piazza costruita sul modello di tante altre piazze spagnole, prima di tutto la Plaza Mayor di Madrid.

Plaza Nueva

Poi, prendiamo la metro per andare allo stadio, che sarà la prossima tappa. La metro di Bilbao, inaugurata nel 1995, un paio d’anni prima del Guggenheim, è un’altra icona cittadina e un altro simbolo di rinascita. Progettata da Norman Foster, è soprannominata per questo “El fosterito”. Il Guggenheim è invece opera di Frank Gehry, e a proposito di opere di archistar non si può dimenticare il ponte Zubizuri di Santiago Calatrava.

Il ponte Zubizuri

Poche fermate ed eccoci al San Mames, la seconda “Catedral” di Bilbao. Lo stadio si chiama così per il luogo dove sorge: sul terreno nel quale era stato edificato il primo stadio nel 1913, e poi cent’anni dopo quello nuovo che vediamo oggi, sorgeva in precedenza una chiesa dedicata a San Mamés (San Mamete di Cesarea, un santo bizantino nato in Cappadocia nel III secolo). C’era anche un orfanotrofio, qui a due passi dallo stadio. L’edificio è rimasto, ma ora è una casa di riposo.

L’Athletic Club di Bilbao è una squadra che vanta un palmarès più che discreto, con 8 titoli e ben 24 coppe del Re di Spagna, l’ultima solo due anni fa (Teresa ci ha mostrato con grande entusiasmo le foto della festa che c’è stata in città). Inoltre, non è mai retrocessa, un onore che condivide solo con le due grandi storiche del calcio spagnolo, Barcellona e Real Madrid. Ma non è per questo che è famosa: la sua unicità va ben oltre i risultati sportivi e nasce dalla scelta di far giocare solo giocatori baschi: baschi spagnoli, baschi francesi o atleti di altre nazionalità purché di origine basca. Ma attenzione, non è una scelta razzista, o comunque basata sull’etnia. Per essere considerato basco, è sufficiente che un giocatore sia nato qui o sia cresciuto nel vivaio di una società basca, da qualunque parte del mondo arrivi. Infatti, oggi le grandi stelle dell’Athletic, Iñaki e Nico Williams, sono due ragazzi di origine ghanese cresciuti entrambi nel vivaio e nati in terra basca (Iñaki, il maggiore, a Bilbao e il fratello minore Nico a Pamplona, capoluogo della Navarra che è comunque considerata terra basca anche se non fa parte delle tre province della comunità autonoma basca). Nico, il più talentuoso, è titolare della nazionale spagnola con cui ha vinto l’Europeo del 2024.
Questa scelta identitaria, però, non nacque da subito. Per il club, fondato nel 1898, fu scelto un nome inglese e, nei suoi primi anni di storia, vi militarono diversi calciatori stranieri. Fu nel 1911 che, in risposta alle critiche della società rivale, la Real Sociedad di San Sebastian, che lamentava la presenza di troppi stranieri nell’Athletic, venne presa la decisione di limitare il tesseramento ai giocatori baschi, anche allo scopo di consolidare il legame con il territorio. Ancora oggi questo legame è fortissimo, e la società è strutturata come una cooperativa. L’obiettivo non è tanto vincere – afferma l’incaricato del club che ci sta introducendo alla visita dello stadio – ma è come vincere. Le tre parole chiave sono unità, inclusione e cultura. La società porta avanti diversi progetti sociali, ad esempio nel settore della salute, sovvenzionando in particolare i reparti pediatrici degli ospedali o le strutture geriatriche, nell’ottica della protezione delle persone più fragili. In questo ambito, c’è anche un progetto che, grazie al lavoro di 30 volontari, si occupa di accompagnare allo stadio le persone anziane che potrebbero avere difficoltà ad accedervi in autonomia. Il club preferisce garantire l’accesso allo stadio dei suoi abbonati e soci più anziani per tutte le partite, se ne hanno voglia, che rivendere quei posti a un prezzo molto più alto come potrebbe fare se non ci fosse questo servizio; il fine ultimo non è il guadagno, ma è il benessere delle persone che supportano il club, perché “El club es suyo” (il club è loro). Proprio come da noi, no?
Ci sono anche progetti di inclusione in altri settori, con l’idea di usare il calcio come strumento di coesione sociale: donne vittime di violenza di genere, persone migranti, bambini e adulti con disabilità.
Claudio sottolinea giustamente che da noi è l’esatto contrario: le grandi società calcistiche sono ormai quasi tutte in mano a fondi, per lo più americani, che hanno come unico interesse il profitto e che trattano le società come un qualunque investimento da far fruttare, anche a scapito dell’aspetto sportivo e con nessun interesse a quello sociale.
Una squadra di calcio, in fin dei conti, è un qualcosa che si basa sulla collaborazione tra persone che devono lavorare insieme per il raggiungimento di un obiettivo, e quindi può servire da modello anche in questo senso. Lo sport è, se visto così, uno degli strumenti più importanti che l’umanità abbia creato nella sua storia, al livello della ruota, della scrittura e oggi dell’intelligenza artificiale. Abbiamo fatto progressi come specie non perché sopravvive il più forte; “Darwin si sbagliò” – dice il nostro interlocutore – perché quelli che sopravvivono sono gli individui che beneficiano di una rete di appoggio sociale più forte. Quindi l’obiettivo è sostenere e rinforzare questo tipo di socialità. Senza dimenticare la cultura: l’Athletic promuove un festival di cinema, uno di letteratura, e pubblica ogni anno un libro nuovo che viene distribuito gratuitamente nelle scuole in 12.000 copie. Si tratta sempre di un libro su una tematica sociale, ma collegato in qualche modo al calcio. Anche nel festival di cinema, i film scelti sono film che attraverso il calcio trattano temi sociali. Il club vuole che siano anche i tifosi stessi a stimolare la società a fare sempre di più e meglio sul piano sociale, per cambiare in positivo la mentalità delle persone.
L’Athletic si basa sull’azionariato popolare: i “padroni” del club sono i soci (attualmente circa 43.400). il presidente, e le altre cariche sociali importanti, sono elettive. Il padre di Teresa, che ha 85 anni, è socio da tempo immemorabile. Ovviamente poi ci sono sponsor e diritti televisivi, come per qualsiasi altro club. Ma in realtà, anche in questo campo, per molto tempo l’Athletic si è distinto, non avendo accettato sponsor sulla maglia fino al 2008. Poi, almeno su questo, ha dovuto cedere, ma l’attuale sponsor è comunque una banca basca. La proprietà dello stadio è condivisa tra il club, il comune di Bilbao e una banca locale. Gli sponsor, comunque, devono impegnarsi anche a finanziare i progetti sociali del club. Non è una polisportiva, ma un club di solo calcio; c’è però anche la squadra femminile.
Si entra poi per visitare lo stadio, accompagnati da un ragazzo molto giovane ed entusiasta anche lui del suo lavoro. Si può vedere veramente tutto: il campo, le tribune (in particolare la tribuna “autorità”), le panchine, gli spogliatoi e la sala stampa. La sala stampa è intitolata a Josè Iragorri, un leggendario radiocronista locale che usava celebrare i gol dell’Athletic urlando “bacalao, bacalao, bacalao!” in omaggio al più tipico dei cibi baschi.

Un’altra storia che, pur essendo abbastanza appassionato di calcio, non conoscevo è quella del “Pichichi”. O meglio, sapevo che il capocannoniere del campionato spagnolo da moltissimi anni viene chiamato così, ma non sapevo il perché. Ebbene, in origine Pichichi (Pitxitxi secondo la grafia basca) era il soprannome di Rafael Moreno Aranzadi, nato a Bilbao il 23 maggio 1892, che fu uno dei primi veri “bomber” dell’Athletic e del calcio spagnolo, anche se il suo gioco non era certo basato sulla potenza fisica: era alto solo 1,54 m. Aveva una media-gol di quasi un gol a partita, che anche a quei tempi non era niente male. Morì, purtroppo, a soli 29 anni per aver contratto il tifo, sembra mangiando delle ostriche. Correva l’anno 1921. Questa fine così dolorosa e prematura ne alimentò la leggenda, ed è per questo che oggi il maggior goleador della liga riceve il trofeo “Pichichi”. Nello stadio, lo ricorda un busto che attualmente si trova a bordo campo, vicino alle panchine. È tale il rispetto che tutti, ancora oggi, hanno per questa figura mitica del calcio pionieristico, che l’usanza vuole che ogni squadra avversaria che entra per la prima volta al San Mames gli renda omaggio deponendo un mazzo di fiori alla base del monumento.

Prima foto di gruppo

Il San Mames è anche la tana dei “Leones”. Così sono chiamati i giocatori dell’Athletic, e non solo perché per giocare nel club devi avere doti di coraggio e attaccamento alla maglia. È anche perché proprio di lui, San Mamete, si dice che fu dato in pasto ai leoni, che però avrebbero rifiutato di divorarlo.

https://sanmames.athletic-club.eus/museo/en/museum/

È un peccato che non ci resti il tempo per visitare anche il museo dell’Athletic, ma si è fatto veramente tardi. Dobbiamo andare a mangiare, e nel pomeriggio abbiamo in programma la visita al Guggenheim, che sorge non molto lontano dallo stadio. Ci portiamo in zona e ci sparpagliamo nei bar, che certo non mancano, per gustare il nostro primo pranzo a base di pintxos. Non può ovviamente mancare la mitica Gilda…

La torre Iberdrola, alta 165 m e progettata da Cesar Pelli, lo stesso architetto delle Petronas Towers di Kuala Lumpur e della torre Unicredit di Milano, è un altro dei landmark della nuova Bilbao

Prima di entrare al museo, è bene soffermarsi un attimo su almeno due opere che si trovano fuori dall’edificio progettato da Frank Gehry. La prima è Puppy, ovvero il cucciolo (in castigliano Cachorro), realizzata nel 1992 dall’americano Jeff Koons. Puppy è qui davanti al museo da quando è stato aperto nel 1997, ed è anche “sopravvissuto” a un tentativo di attentato da parte dell’ETA. Si tratta di una scultura di fiori, con una sottostruttura in acciaio, alta 13 m, che rappresenta un cucciolo di West Highland High Terrier (è un cane, se qualcuno avesse dei dubbi) e che ormai è diventata un altro simbolo di Bilbao. E poi c’è Mamà (Maman se si vuole dirlo alla francese, dato che è opera dell’artista franco-americana Louise Bourgeois). In questo caso la scultura in bronzo e acciaio, anch’essa imponente con i suoi oltre 9 m di altezza, è del 1999 e rappresenta un enorme ragno-mamma, con una sacca che contiene 32 uova di marmo. È un simbolo di forza e protezione materna, ma è anche un po’ inquietante se le si dà il significato che (credo giustamente) le attribuisce Teresa, di rappresentare una maternità che nel suo intento di proteggere può essere anche oppressiva e schiacciante.

Ma bisogna parlare anche dell’edificio stesso, che è (forse a ragione) decisamente più famoso delle opere che contiene. Visto dal fiume, sembra avere la forma di una nave, rendendo così omaggio a Bilbao città portuale e di cantieri navali. I pannelli brillanti assomigliano alle squame di un pesce, e ricordano le influenze delle forme organiche presenti in molte opere di Gehry. Visto dall’alto l’edificio mostra senza ombra di dubbio la forma di un fiore. Per la progettazione il team di Gehry ha utilizzato intensamente simulazioni computerizzate delle strutture, riuscendo così a ideare forme che solamente qualche anno prima sarebbero risultate impossibili anche solo da immaginare. Se dal livello del fiume il museo domina le viste della zona, il suo aspetto dal livello superiore della strada è molto più modesto e riesce a non stonare con tutti gli edifici più tradizionali che gli sorgono intorno.

Parlando invece di quello che c’è dentro, una parte notevole degli oltre 10.000 mq di spazi espositivi è destinata alle mostre temporanee, che non mancano mai, o alle opere di proprietà della fondazione Guggenheim che rimangono generalmente qui per un periodo per poi spostarsi, o tornare, a New york o a Venezia. Noi, per questioni di tempo, ci siamo limitati a visitare la collezione permanente, e direi che tra le opere che la compongono quella che colpisce di più è sicuramente “La materia del tiempo” dell’americano Richard Serra, che essendo grande amico di Gehry l’ha realizzata appositamente per il museo. È un’installazione composta di otto colossali sculture geometriche in acciaio, delle quali solo la prima (denominata Serpente) è presente fin dall’inizio, mentre le altre sono state realizzate tra il 2003 e il 2005. Io infatti, avendo visitato il museo nell’estate 2003, ricordavo solo la prima. Le forme si evolvono da semplici doppie ellissi a spirali complesse. Le sculture creano un labirinto di pareti d’acciaio curve e alte circa 4,3 metri. Mentre i visitatori camminano all’interno, la forma sinuosa del metallo trasforma continuamente la percezione dello spazio, del suono, del proprio corpo e del trascorrere del tempo. Chi ci entra pensando di trovarci qualcosa può restare deluso e pensare che non ci sia niente, ma in realtà l’opera è fatta anche dalle persone che ci entrano, e lascia aperte tutte le possibili interpretazioni.
Passando tra le due pareti d’acciaio si fa un percorso sensoriale che è pensato per suscitare sensazioni sia con effetti ottici che acustici. Ad esempio, lo spazio si allarga e si restringe, a rappresentare i diversi momenti della vita, più semplici o più difficili. Le sculture sono tutte diverse, ma tutte uguali per quanto riguarda l’altezza (4,3 m) e lo spessore della parete (5 cm), e sono soltanto appoggiate a terra, non fissate. Il tipo di acciaio, che è il materiale più usato da Serra, è particolare perché cambia colore: In origine è chiaro, ma col passare del tempo si ossida e diventa più scuro finché il processo si ferma; da quel momento in poi, il colore resta inalterato. Per dare alle lastre la forma curva è stato usato un software che si usa anche per le navicelle spaziali. Serra ha preso come punto di riferimento le forme delle navate di una chiesa di Roma, San Carlo alle quattro fontane del Borromini. I significati possibili sono tanti, perché ognuno “legge” l’opera a modo suo, e non ce n’è uno definito. Ci si può vedere un grembo materno, un’arena, il paradiso, l’inferno, un canyon. Secondo alcuni è un’esperienza che fa capire che non bisogna vivere di aspettative cercando qualcosa che non si trova, ma vivere il qui e ora, perché la vita è questo, è fatta dei diversi momenti che si passano attraversandola. Carpe diem, insomma. Un altro punto saliente dell’opera è che quando ci sei dentro sei nel groviglio, e non la capisci. Per capirne le forme devi guardarla dall’alto, quindi cambiare prospettiva. Le letture possibili sono infinite. Teresa ci ha raccontato che una signora anziana si è commossa fino alle lacrime perché ci ha visto il percorso della vita e anche la morte, perché una delle sculture è chiusa, come un vicolo cieco, ma questo non l’ha fatta sentire male, anzi le ha dato sollievo.

Un’altra opera che colpisce è Mare crescente, dell’artista ghanese Anatsui, che è interamente composta da migliaia di tappi di bottiglia in alluminio pressati, appiattiti e meticolosamente cuciti insieme utilizzando del filo di rame. Nonostante sia fatta di metallo rigido, la struttura si comporta come un enorme arazzo o un tessuto flessibile. Le pieghe e le increspature create volutamente dall’artista richiamano in modo realistico il movimento ondoso del mare in tempesta. Come suggerisce il titolo stesso, l’opera lancia un forte grido d’allarme sul dramma del cambiamento climatico e sull’inquinamento degli ecosistemi marini causato dall’uomo, simboleggiato proprio dall’uso della plastica e dei rifiuti industriali.

Anatsui, Mare crescente

Poi ci sono opere di Andy Warhol, Basquiat… è veramente un paradiso per gli amanti dell’arte moderna, quindi se lo siete visita assolutamente consigliata.

Andy Warhol, 150 multicolored Marilyns

Jean-Michel Basquiat, As Portrayed

https://www.guggenheim-bilbao.eus/

Noi, mentre stiamo finendo di visitare il museo, veniamo sorpresi da un acquazzone, perciò dopo aver atteso un po’ preferiamo tornare alla nostra residenza in taxi. È il primo esempio di quanto il meteo sia effettivamente mutevole.

La cena, che è prenotata al ristorante Rio Oja, si rivela un po’ deludente per alcuni, che hanno avuto l’idea forse non felicissima di ordinare la paella, che non è esattamente un piatto di queste parti ma dovrebbe, in teoria, essere così ormai “patrimonio nazionale” da essere abbastanza una certezza in tutto il paese. A quanto pare, stavolta era scotta e senza sale. In compenso, come sempre nei viaggi targati RP, il clima nel gruppo è già ottimo, e quindi la delusione passa subito pensando ai prossimi giorni di viaggio. Domani ci aspetta Vitoria-Gasteiz, che non avevo incluso nei miei precedenti giri baschi e quindi sarà una totale novità anche per me.

(TO BE CONTINUED…)