7 marzo 2024

Un bar qualunque della zona più centrale di Buenos Aires, quello che si chiama “microcentro”, una rete regolare di calles e avenidas che unisce le piazze dei palazzi del potere argentino, Plaza del Congreso e Plaza de Mayo: è qui che inizia il film di questo viaggio. Ci siamo appena seduti per mangiare qualcosa, perché è ora di pranzo; il bar è vuoto e noi ci siamo messi a unire un po’ di tavoli per ospitare il gruppone, anche se il cameriere sembra un po’ contrariato da questi italiani che arrivano e prendono iniziative. Siamo in 17, 18 con Andrea Cegna, soprannominato il subcomandante, colui che ci guida in questo primo viaggio di Radio Popolare-ViaggieMiraggi in Argentina. È un viaggio di cui si parla da parecchio tempo, come progetto è nato almeno nel 2019, ma poi c’è stato il Covid, ci sono state varie vicissitudini, e insomma ci abbiamo messo un po’ per realizzarlo, ma ora finalmente eccoci qua. Nel gruppo ci sono parecchi miei amici (soprattutto amiche) con cui siamo stati già più volte compagni di viaggio, perciò mi sento già a mio agio e impaziente di iniziare il viaggio per davvero. Sono già stato a Buenos Aires e in alcuni degli altri posti dove andremo (in Patagonia e Terra del Fuoco) 12 anni fa, ma questo viaggio si annuncia ricchissimo di incontri e di esperienze che viaggiando per conto proprio è più difficile fare, ed è soprattutto per questo che sono qui. Con Andrea, come molte persone del gruppo, ho già fatto il viaggio nel Chiapas (io nel 2018), sicuramente uno dei più belli della mia vita, e sono sicuro che anche questa volta non ci deluderà. Ovviamente è per questo che è il subcomandante, perché tra le mille cose che fa (giornalista, conduttore radiofonico, DJ, organizzatore di concerti… per citare solo le principali) il mondo zapatista del Chiapas (sudest messicano, per chi non lo sapesse) ha sempre avuto, e ha tuttora, un posto molto importante. È appena uscito il suo documentario La Grieta, sui 30 anni della rivolta zapatista, che naturalmente vi consiglio, e da questo viaggio che sta per iniziare ne nascerà un altro, che racconterà l’Argentina al tempo di quel fenomeno che è il nuovo presidente anarco-ultraliberista Javier Milei… sì, lui, quello della motosega.

https://www.youtube.com/watch?v=BwNfqppP9Dc

Siamo reduci da 13 ore di volo Madrid – Buenos Aires non proprio comodissimo (sto usando un eufemismo, ed en passant vi sconsiglio Air Europa se volete fare voli transoceanici, ma qui mi fermo), senza contare le due ore del Milano – Madrid. A Madrid abbiamo incontrato Andrea, che ora vive a Barcellona. Ma adesso, dopo questo primo pranzetto argentino, abbiamo subito un appuntamento importantissimo, che è quello con la ronda delle Madres de Plaza de Mayo, che si tiene ogni giovedì pomeriggio. Per cominciare a prepararci, Andrea ha contattato Gianluigi Gurgigno, che ora è qui con noi. Lui è un giornalista italiano che vive qui da 7 anni, anche se l’accento genovese non l’ha perso. Lavora per Barricada TV, un canale televisivo popolare e autogestito fondato nel 2009 in una fabbrica recuperata nel barrio di Almagro, uno dei tanti di questa città che ha “solo” 3 milioni di abitanti, ma l’area metropolitana (AMBA) ne fa già più di 13, che diventano più di 16 se si conta anche il resto della provincia. Se si pensa che tutto il paese ha oggi un totale di 46 milioni di abitanti, significa che un terzo di questi vivono a Buenos Aires e dintorni.

Abbiamo avuto una prima impressione visiva dell’attuale situazione economica quando, cambiando un po’ di soldi all’aeroporto, abbiamo ricevuto in cambio di 300 euro una mazzetta di banconote di dimensioni davvero inquietanti. Sarà sicuramente un problema gestirle, ma non si scappa: il cambio attuale ufficiale è intorno a 900 pesos per un euro, anche se per strada si trovano facilmente cambiavalute clandestini che lo cambiano a 1000; ma la banconota più “grande” che circola è da 2000 pesos, e ne circolano pochissime perché sono state introdotte da poco, perciò di fatto la banconota che vale di più è quella da 1000. Quindi provate a immaginare il volume di 270.000 pesos…

Il profilo di Evita al microfono sulla facciata del palazzo del Ministero della Salute e dello Sviluppo Sociale

Primi segni dell’8 marzo imminente: le due scritte dicono “Violentatore ti voglio morto” e “Maschio morto non violenta”

Ora Gianluigi ci racconta che la popolazione è da sempre abituata a crisi cicliche, e quindi non si impressiona tanto facilmente. Tuttavia, le difficoltà economiche nell’accesso ai beni materiali si sentono, e per di più c’è un deterioramento nei diritti sociali e politici, nella libertà di espressione, che negli ultimi due mesi è stato molto più brusco rispetto a quello che era un processo comunque già in corso ancora prima dell’elezione di Milei. La definisce una situazione distopica, che suscita in molte persone incredulità per come si sta andando in modo brutale verso un peggioramento delle condizioni di vita. Non c’è mai stato un precedente che sia effettivamente paragonabile, nonostante la ciclicità delle crisi nella storia argentina.

In questo paese c’è una cricca formata da borghesia, proprietari terrieri e militari, che si sforza di mantenere il più possibile lo status quo, per cristallizzare la sua condizione di privilegio, e periodicamente questo sforzo può assumere connotati violenti. L’Argentina produce alimenti per 400 milioni di persone e non riesce a sfamare i suoi 45 milioni di abitanti: La povertà era al 45% prima dell’elezione di Milei ed è al 60% oggi, con un peggioramento drammatico di 15 punti in poco più di due mesi. È evidente che anche i poveri, o molti di loro, lo hanno votato, ma perché? C’è una crisi del sistema democratico – dice Gianluigi – che non si vede solo qui, e nella quale ha un ruolo fondamentale la grande concentrazione dei mezzi di informazione, che “formano” in qualche modo il sentire comune che poi fa il gioco delle grandi corporazioni che sono i veri “poteri forti”. Andrea aggiunge un fatto fondamentale, cioè che l’avversario principale di Milei era Massa, che era ministro dell’economia nei mesi precedenti che hanno visto un’impennata dell’inflazione fino a oltre il 200% su base annua. La situazione economica precaria dell’Argentina dura da decenni, e Milei è riuscito a vendersi come il nuovo, quello che non ha mai governato, l’antisistema e anti “casta”. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo le dinamiche sono sempre quelle, ed è un messaggio che nella sua semplicità funziona sempre, soprattutto se “aiutato” dai media. E così anche i poveri hanno visto come unica alternativa quella del non voto e in grande percentuale hanno scelto lui perché non ha mai governato e allora “quien sabe”, non si sa mai, proviamo anche lui; c’è da considerare anche che alle ultime elezioni c’è stato un minimo storico di votanti in Argentina, e quindi anche il non voto ha avuto un suo peso, nel senso che chi non ce la faceva a votare Massa neanche come “meno peggio” ha scelto il non voto e in questo modo ha fatto vincere Milei, che al secondo turno ha preso quasi il 56%.

Ora che Milei, finita la campagna elettorale, non si fa più vedere con la motosega ma ha cominciato, metaforicamente, a usarla per tagliare tutta la spesa sociale, in chi l’ha votato inizia a insinuarsi il dubbio, anche se molti – lo abbiamo visto nei giorni successivi – ritengono che si debba comunque “lasciarlo lavorare” (un altro grande classico), dargli un po’ di tempo prima di giudicare il suo operato. Ma è soprattutto tra chi non lo ha votato che c’è fermento, al punto che secondo Gianluigi è da prevedere una stagione di scontri di piazza, che si spera non vengano repressi con violenza ma al momento non si può dire con certezza cosa succederà.

Noi, intanto, abbiamo la possibilità di provare per la prima volta qualche “specialità” argentina come la milanesa, che poi non è altro che la nostra cotoletta alla milanese. Ma non c’è solo quella classica, c’è anche la “milanesa napolitana”, che sembra un ossimoro ma è piuttosto popolare in Argentina: si tratta di una milanese con l’aggiunta di uno strato di mozzarella, una fetta di prosciutto e salsa di pomodoro. Dice la leggenda che nacque in un ristorante di Buenos Aires che si chiamava “El Napolitano”, dove il cuoco per “salvare” una milanese uscita troppo bruciacchiata decise di buttarci sopra quello che aveva, ottenendo appunto il risultato di cui sopra. Ebbe successo, ed ecco che come spesso accade da un errore nacque un nuovo piatto. Io, vi confesso, preferisco la milanese “classica”.

Usciamo poi nel sole di una Buenos Aires di fine estate per raggiungere Plaza de Mayo, dove si terrà la marcia n. 2395 delle Madres. Non mi sembra il caso di dilungarmi in spiegazioni, spero che tutti ne abbiano sentito parlare almeno una volta nella vita; dirò soltanto che dal 1977 le madri dei desaparecidos, fatti sparire e poi uccisi dalla dittatura militare argentina (1976-1983), marciano facendo la “ronda” intorno alla piramide di Plaza de Mayo per chiedere verità e giustizia per i loro figli. Hanno cominciato, appunto, in piena dittatura, e alcune di loro hanno pagato con la vita finendo a loro volta uccise e buttate nell’oceano dai voli della morte. Ma tutte, con enorme coraggio, sono andate avanti fino alla fine della dittatura e fino ai giorni nostri, anche ora che il loro ruolo fondamentale è preservare la memoria di ciò che è stato, in un momento storico in cui il nuovo presidente si schiera, come mai prima, dalla parte dei negazionisti che minimizzano e giustificano i crimini di quegli anni, a partire dalla negazione del numero di 30.000 vittime. Questo numero è una verità storica da sempre rivendicata dalle Madres e da tutti gli organismi che si occupano di diritti umani, che mettono nel conto anche le sparizioni non denunciate, ma è un numero tuttora contestato da ampi settori della destra argentina, nonostante lo stesso esercito in alcuni documenti interni parlasse di 22.000 tra morti e desaparecidos già nel 1978, 5 anni prima della fine della dittatura. La vicepresidente di Milei Victoria Villarruel, figlia di un militare, è un avvocato che ha fondato un centro studi sulle vittime di quello che lei considera “terrorismo di sinistra” che le giunte militari avrebbero combattuto, un centro che ha lo scopo neanche troppo nascosto di riabilitare i criminali di allora. Ha ammesso di aver avuto contatti con Videla e con altri esponenti della dittatura, che secondo lei erano finalizzati solo a realizzare interviste per i suoi libri ma che sono andati avanti anche dopo la pubblicazione dei libri. Secondo alcuni testimoni questi libri che lei firma sarebbero addirittura stati scritti da Alberto Gonzalez, uno dei responsabili delle torture dell’ESMA, il principale centro clandestino di detenzione.

È per questo che, quando la ronda passa davanti alla Casa Rosada, simbolo del potere presidenziale attualmente detenuto da Milei, le madres e i militanti scandiscono un nuovo coro: “Milei basura, vos sos la dictadura!” (Milei spazzatura, tu sei la dittatura – in Argentina si usa il vos al posto del tu, il voseo è infatti una delle varie specificità del castigliano che si parla qui).

Oggi chiaramente, per banali ragioni di anagrafe, le madres superstiti non sono moltissime. Si possono riconoscere dal loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, un simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Qualcuna marcia col bastone, qualcuna non riesce più a essere in piazza se non in particolari occasioni, ma sono molte le persone che le sostengono e che vengono qui ogni giovedì per fare in modo che questo rito di memoria resti vivo e che così restino “presentes ahora y siempre” anche i 30.000 detenidos-desaparecidos. La “ronda”, storicamente, nasce perché alle prime madres era stato vietato di riunirsi, dovevano “circolare”… e ancora  stanno circolando. In questo giovedì 7 marzo 2024 il canto che si sente di più è “Vamos las madres, con fuerza van al frente, què se lo pide toda la gente” (andiamo madri, con forza vanno al fronte, ché glielo chiede tutta la gente), insieme al coro contro Milei e al classico “Madres de la plaza, el pueblo las abraza!”. Ma la suggestione è tale che mi sembra di sentir risuonare altri cori storici come “Ahora, ahora, resulta indispensable: aparicion con vida y castigo a los culpables!”, o “La plaza es de las madres, y no de los cobardes!” o “No hubo errores, no hubo excesos, son todos asesinos los del proceso!”(non ci sono stati “errori”, non ci sono stati “eccessi”, sono tutti assassini quelli del Processo – la dittatura civico-militare argentina è passata alla storia anche come “Proceso de Reorganizaciòn Nacional” o semplicemente “El Proceso”, ndr).

Al termine della marcia, iniziano i discorsi, aperti da Demetrio Iramain, poeta, giornalista e militante dell’associazione Madres de Plaza de Mayo. Comincia ricordando che, tra le varie dimostrazioni di ostilità nei confronti delle madres, Milei ha fatto anche chiudere il programma che avevano sulla TV pubblica argentina, ma ora quel programma è tornato in onda e in streaming su vari circuiti indipendenti locali e quindi anche in questo modo si resiste. Molte radio trasmettono anche il programma radiofonico “La Plaza y la Palabra”. Poi un omaggio alla nuova rettrice dell’Università delle Madres (ebbene sì, hanno anche una loro università dove si insegnano materie come diritto, con particolare riferimento ai diritti umani, scienze politiche, storia e comunicazione) e un saluto anche a noi, i compagni di Radio Popolare che sono venuti dall’Italia a marciare con le Madres. Essendo la vigilia dell’8 marzo, è importante anche rimarcare che, quando il movimento femminista in Argentina era sì importante ma non aveva ancora il ruolo centrale che ha assunto da Ni Una Menos in poi, le Madres sono state un esempio per migliaia di donne che sono scese nelle strade assumendo un ruolo da protagoniste nelle lotte popolari. È anche grazie a loro che la lotta di genere, la lotta per la giustizia sociale e la lotta antimperialista hanno iniziato a convergere in una sola lotta per la giustizia.

Poi arriva l’ex ambasciatore argentino all’OSA Carlos Raimundi, che sottolinea, a proposito di Milei, come sia entrata nel senso comune l’idea che il disastro economico del paese sia “colpa” della spesa sociale per gli aiuti alle fasce più povere della popolazione, quando se si sommano le concessioni che lo Stato fa ai ricchi, con la libertà di prendere i capitali che nascono dal lavoro degli argentini e portarli all’estero con facilità, queste pesano almeno 6 volte tanto. È la trappola culturale che nel quadriennio precedente Alberto Fernandez ha rinunciato a smontare sostenendo che non era “un suo problema”, contribuendo così alla vittoria di questo “personaggio che mi costa definire il nostro presidente, non posso credere che lo sia davvero”. Al 56% non si arriva solo con il voto “di classe” e antiperonista: dentro quella cifra ci sono molti voti di lavoratori giovani dell’economia informale ai quali non arrivano i diritti garantiti dalle leggi dello Stato e che per questo non hanno la “nostra” percezione della democrazia. Bisogna recuperare quei voti per fare in modo che questo incubo finisca al più presto possibile – conclude – e che nessuno mi venga a dire che questo non è democratico, perché quando si vedono lavoratori di 50-60 anni che saltano i tornelli delle stazioni perché non possono pagare il biglietto, o una mamma che non può comprare a suo figlio quello che serve per la scuola, o una persona malata che deve rinunciare a comprarsi le medicine, è la politica che provoca questa sofferenza che è antidemocratica, ed è democratico che finisca quanto prima.

L’ultima a parlare è Carmen Arias, una delle Madres, che ricorda la leader Hebe de Bonafini scomparsa nel 2022, partendo da un discorso del 2017 nel quale Hebe insisteva sulla necessità di mantenere la presenza fisica nelle strade e nella piazza, perché è lì che si lotta più che in tribunale o in parlamento, ed è lì che le madri hanno costruito quel collettivo così importante che tanti governi (salva solo quelli di Nestor e Cristina Kirchner) hanno tentato di distruggere, lo hanno costruito “socializzando” la maternità fin dai primi tempi della loro lotta: ognuna di loro non pensava a sé stessa come madre di uno, ma come madre di tutti i desaparecidos, anche di quelli le cui famiglie non denunciavano. Da lì nasce il ruolo che è delle Madres ancora oggi, in questo periodo così difficile.

Carmen Arias

Poco distante, sull’altro lato della piazza ma da un altro microfono e sotto altre bandiere, parlano i rappresentanti delle madres della “linea fundadora”, l’altra corrente che dal 1986 si è staccata da quella di Hebe de Bonafini per ragioni politiche, non condividendo alcune scelte: quella di caratterizzarsi come movimento troppo “ideologico”, quella di rifiutare qualsiasi riparazione monetaria e quella di non testimoniare davanti alla CONADEP (la commissione sulla sparizione di persone creata negli anni ‘80 dal presidente Raul Alfonsin). Alla linea fundadora appartiene anche Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo; non dimentichiamo che molte madres sono anche abuelas (nonne) dei bambini sottratti alle loro figlie fatte partorire in prigionia per darli a famiglie senza figli vicine al regime. Grazie al lavoro di Abuelas sono stati finora ritrovati 133 di questi bambini, oggi uomini e donne che hanno scoperto dopo 40 anni di essere stati cresciuti da persone che appoggiavano gli assassini dei loro genitori, quando non ne erano proprio complici. Ma si stima che in totale i bebès robados siano almeno 500.

Sembrava che quest’anno, in occasione della tradizionale manifestazione del 24 marzo che ricorda l’inizio della dittatura nel 1976, le due correnti fossero intenzionate a riunirsi e marciare insieme per la prima volta dopo 38 anni, ma abbiamo saputo poi che purtroppo, a causa della mancanza di un documento comune a tutte le realtà politiche e sociali che partecipavano alla manifestazione, anche questo storico ricongiungimento è saltato.
Ma comunque, per me (e credo non solo per me) marciare, gridare e cantare con loro è stata un’emozione fortissima.

La Casa Rosada

Noi con Carmen Arias

https://madres.org/

Il Puente de la Mujer di Santiago Calatrava (2001). La sua superficie calpestabile è stata rifatta nel 2022 con plastica riciclata ricavata da 100.000 bottiglie in PET

8 marzo 2024

Il giorno dopo è l’8 marzo e per noi questa volta niente mimose, ma ci prepariamo invece a partecipare a una manifestazione che si annuncia grandiosa e che vuole essere una esplicita risposta a Milei, che ha bollato il movimento femminista come nemico del suo nuovo corso, che dovrebbe portare la “libertà” in Argentina: non per niente la sua forza politica si chiama La Libertad Avanza e il suo motto è Viva la libertad, carajo! (viva la libertà, c***o!) spesso abbreviato con VLLC.

Per prepararci, dopo un primo “sopralluogo” nella Plaza del Congreso, che sarà la piazza finale della manifestazione (ma in realtà Andrea, che ha già visto un 8 marzo a Buenos Aires, ci preannuncia che sicuramente tutto il centro sarà bloccato per le persone che saranno nelle strade) passiamo a visitare il museo delle Madres, e poi ci facciamo una passeggiata in Avenida Corrientes, la via dei teatri, e due chiacchiere in uno dei caffè più storici, con un’altra amica di Andrea: è Dacil Lanza, una giornalista che lavora per l’agenzia di stampa nazionale Telam (in pratica l’Ansa argentina) di cui Milei ha già annunciato la chiusura nell’ambito del suo programma di tagli. Sì, perché la motosega è già in piena attività anche nei settori dell’informazione e della cultura. Un altro esempio: sulla facciata del palazzo di fronte al nostro hotel si vede uno striscione che dice “L’INADI non si chiude”; l’INADI è l’istituto nazionale contro la discriminazione e la xenofobia, va da sé che per “El loco” Milei è inutile… per quanto riguarda invece la Telam, l’accusa è quella di fare “propaganda kirchnerista”. Ora le lavoratrici e i lavoratori della Telam sono in lotta, e hanno aperto un sito alternativo dal quale, oltre a protestare contro questa decisione che comporta tra l’altro il licenziamento di 760 persone e l’interruzione di un servizio pubblico usato da milioni di argentini (la sola pagina web ha 8.700.000 contatti al mese), continuano a fare il loro lavoro di diffondere notizie.

https://somostelam.com.ar/noticias/politica/telam-presente-e-historia-de-la-agencia-de-bandera-de-argentina/

Davanti al palazzo del Congresso – #8marzo: Sciopero generale e piano di lotta fino a sconfiggere Milei

Qui si ironizza sulla morte di Conan, il cane di Milei, un mastino inglese di 100 kg di peso che lui ha fatto clonare negli USA spendendo più di 50.000 dollari. I cloni erano 5, uno è sicuramente già morto e gli altri non si sa che fine abbiano fatto…

La casa delle Madres

Foto di Gianfranco Candida

L’obelisco, all’incrocio tra 9 de Julio e Corrientes

Dacil ha un cognome italiano, come più o meno il 50% degli argentini (i suoi nonni sono di origine calabrese), e collabora occasionalmente anche con il Manifesto, come Andrea. Ci racconta che il movimento femminista ha un ruolo importante in Argentina da quasi 40 anni, almeno da quando si tiene un incontro nazionale delle donne, che ha luogo ogni anno in una città diversa. Uno dei primi temi è stato storicamente il diritto all’aborto, ma in tempi più recenti, a partire dal 2015 che è la data di nascita “ufficiale” del movimento Ni Una Menos, l’attenzione è stata puntata in particolar modo sulla violenza di genere, che è a tutt’oggi un problema gigantesco nel paese: i dati parlano di qualcosa come un femminicidio ogni 25-30 ore. Questo nuovo movimento è nato contro la violenza di genere, ma poi le sue rivendicazioni si sono fatte più ampie, includendo diritti sul lavoro e più in generale pari opportunità. Oggi si confronta con un governo di Milei che vuole ridurre al minimo la presenza dello Stato, che dovrebbe limitarsi a gestire la sicurezza e poco altro, con un forte regresso rispetto a quanto si era conquistato sul piano dei diritti sociali, che ora torna in discussione.

Con Dacil al caffè la Giralda

Effettivamente poi la manifestazione del pomeriggio è stata davvero imponente: le cifre di partecipazione che ha calcolato Ni una menos vanno da 800.000 a un milione di persone. Sicuramente le stime della questura sono più basse, ma l’impressione era davvero di camminare in mezzo a fiumi di persone, tant’è vero che anche il nostro gruppo tutto sommato piccolo si è più volte perso e poi ritrovato. “Acá estamos: fuimos marea, seremos tsunami” (siamo qui: siamo stati una marea, saremo uno tsunami) è il titolo del documento unico su cui si sono accordate tutte le diverse realtà che fanno parte del movimento Ni Una Menos e la campaña nacional por el derecho al aborto legal, seguro y gratuito, che la giornalista Liliana Daunes ha letto sul palco montato davanti al Congresso.

La Libertad Avanza ha presentato alla Camera dei deputati un progetto sull’interruzione volontaria di gravidanza che pone a rischio il diritto delle donne ad abortire, sancito nel 2020. Il disegno di legge classifica l’aborto come un crimine e punisce con pene detentive le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Il testo ribalta la legge attuale, che permette alle donne di abortire legalmente fino alla 14ma settimana di gestazione, e oltre quel periodo nei casi in cui sia a rischio la vita o la salute della madre o ci sia stato abuso sessuale e stupro. L’iniziativa propone infatti di punire “la donna che provoca il proprio aborto o acconsente che qualcun altro lo causi” con pene fino a tre anni di reclusione. Questo è successo dopo il flop al Congresso della cosiddetta legge omnibus, rinviata alle commissioni dopo che il governo si è trovato in minoranza su punti centrali del progetto.

Se ne può discutere all’infinito, ma Peron ed Evita in Argentina rappresentano ancora qualcosa

Il clima è di lotta, ma anche di festa; molti spezzoni di corteo sono aperti da una numerosa e… rumorosa sezione di tamburi, suonati da ragazze che sanno davvero come farsi sentire.

Anche se il governo ha messo in atto il suo protocollo antiprotesta e sbarrato l’accesso alla zona antistante il congresso, non ha potuto impedire che le strade siano inondate al grido di “La patria no se vende” e altri slogan come “Saquen la motosierra de nuestros derechos” (togliete la motosega dai nostri diritti) e “La casta eramos nosotrxs” (la casta eravamo noi, che significa che era il popolo, erano i più deboli il vero obiettivo dei tagli promessi da Milei).

Da quando è in carica, il governo di Milei ha implementato una serie di misure che pregiudicano specialmente le donne, e ha annunciato altre azioni che rappresenterebbero un forte regresso in materia di parità e di diritti sessuali e riproduttivi, a cominciare proprio dall’aborto.

Si protesta anche contro la chiusura di Telam e INADI, la privatizzazione del Banco Nación, i tagli alle forniture di cibo alle mense popolari e alle scuole, oltre che alla spesa per l’università e la ricerca.

Festejamos, nuevamente, la unidad del movimiento feminista y esta jornada histórica de lucha. Acá estamos en esta plaza y en todo el país en alerta y movilizades. Decimos NI UN PASO ATRÁS. A Milei no le tenemos miedo”, si conclude il documento. Nessun passo indietro, Milei non ci fa paura.

Oltre a Ni Una Menos, sono presenti vari movimenti sociali, tra cui La poderosa, il cui nome si ispira alla moto con cui il Che e Alberto Granado attraversarono gran parte dell’America latina nel 1952.

Molti sono anche i riferimenti alla lotta del popolo palestinese; in questa manifestazione, nessuno ha paura a usare la parola genocidio.

Giunti finalmente anche noi davanti al Congresso, non possiamo sottrarci a un vero e proprio classico di tutte le manifestazioni in Argentina: il Choripan, ovvero il panino con la salsiccia (chorizo). Le griglie funzionano a tutta e riempiono l’aria di odori… non è proprio tutta salute, ma non se ne può certo fare a meno.

Nel frattempo passa rapidamente una delle madres, accolta da applausi e dall’immancabile coro “Madres de la plaza, el pueblo las abraza!

Andrea si dedica alle interviste per il suo documentario. Tra gli altri, c’è un gruppo di lavoratrici della compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas che Milei vuole privatizzare. La più giovane del gruppo, mentre la sua collega risponde ad Andrea, mi parla all’orecchio sottovoce: dice che per la vittoria di Milei ha contato molto il voto dei giovani (in Argentina si vota a 16 anni) che usano le reti sociali, prevalentemente Tiktok, come canale informativo preferenziale e, convinti da una campagna “social” molto aggressiva e ben costruita, sono andati a votare per “il nuovo” totalmente inconsapevoli delle conseguenze. È un punto che tante delle persone con cui abbiamo parlato, anche nei giorni successivi, hanno sottolineato e che sicuramente ha avuto un peso notevole. Per fortuna qui si vedono invece molti ragazzi e soprattutto ragazze che sembrano aver capito benissimo chi è Milei, perciò non bisogna perdere del tutto l’ottimismo, per quanto la situazione sia difficile.

Foto di Gianfranco Candida

Foto di Gianfranco Candida

Foto di Gianfranco Candida

Choripan!!

Un breve acquazzone, sommato alla stanchezza per una lunga giornata, ci convince a tornare verso l’hotel ma non spegne sicuramente l’entusiasmo delle decine di migliaia di persone che restano in piazza e nelle strade. Mentre ceniamo da Los 36 billares, uno dei locali più popolari del centro di Buenos Aires, fuori continua incessante il flusso di persone che stanno affollando la strada, prima che il traffico veicolare ne riprenda possesso. Ci rendiamo conto anche, sempre di più, di quanto possa essere difficile, anche per chi manda avanti un ristorante, gestire i pagamenti in contanti senza una macchinetta contasoldi: la scena degli innumerevoli mucchietti di banconote sul tavolo appena sparecchiato è veramente qualcosa di mai visto, per noi.

Effetti dell’inflazione

Mi sembra giusto concludere il racconto di questa giornata con quello che ci ha detto la sociologa Veronica Gago, una delle fondatrici di Ni Una Menos, anche se mi tocca fare un salto temporale perché per una serie di circostanze questo incontro l’abbiamo avuto solo l’ultima sera a Buenos Aires alla fine del viaggio, una sera di allerta rossa per un possibile nuovo catastrofico nubifragio, dopo quello che c’era stato solo una settimana prima. Veronica ci ha potuto dedicare solo una ventina di minuti, ma mi ha colpito proprio per la grande capacità di analisi e di sintesi con cui ha condensato in poche battute tutto il momento del paese e del movimento femminista.

Ci ha raccontato che chi ha votato per Milei ha votato fondamentalmente sperando in un cambiamento della situazione economica: non bisogna pensare che tutte queste persone abbiano un’identità fascista, bisogna distinguere tra il carattere fascista della sua leadership e il suo elettorato, che non è un corpo estraneo alla società. La vittoria di Milei è espressione di un malessere, e si deve anche al fatto che non si è riusciti, sul fronte opposto, ad arrivare a una candidatura che fosse realmente competitiva, e anzi l’altra “opzione” a disposizione era il ministro dell’Economia del governo precedente, in una situazione di iperinflazione che quel governo aveva creato. Poi, certo, c’è anche una componente reazionaria espressa in un voto prevalentemente maschile e giovane, che ha canalizzato una frustrazione di giovani iperprecarizzati che non trovano un orizzonte futuro.

Milei rappresenta anche, di fatto, una scelta su cui ha puntato fortemente una grande concentrazione di capitali: lo appoggiano il settore finanziario, quello bancario e quello delle industrie agroalimentari ed estrattive. Si è concretizzato un incontro che si realizza sempre ma che quest’anno ha avuto caratteristiche particolari tra la classe imprenditoriale argentina e quella statunitense, che hanno dato un appoggio fortissimo al governo di Milei. E lui ha già risposto, attraverso i suoi megadecreti, con le proposte di privatizzazione delle aziende pubbliche, la dollarizzazione di fatto delle tariffe dei servizi essenziali e la consegna al grande capitale delle risorse naturali e dei beni comuni. Su queste basi sta ottenendo un sostegno molto deciso del settore corporativo concentrato.

In questo quadro il ruolo del movimento femminista è fondamentale, e lo si è visto prima di tutto con la partecipazione allo sciopero del 24 gennaio convocato dalla CGT (Confederacion General del Trabajo, il principale sindacato argentino). Poi tra il 24 gennaio e l’8 marzo, giorno dello sciopero internazionale femminista, c’è stato un processo fatto di assemblee con partecipazione davvero massiva che hanno coinvolto settori sindacalizzati, precarizzati, collettivi di migranti e di artisti, insomma una molteplicità nella quale in generale si riconosce il movimento femminista, però affiancato questa volta dalla partecipazione di studenti, e dalle persone coinvolte nei diversi conflitti che si stanno creando giorno per giorno a causa delle politiche di Milei. L’8 marzo è tornato ad essere un catalizzatore di movimenti sociali, ma soprattutto il movimento femminista ha un ruolo molto importante nell’articolazione di movimenti sociali molto diversi che in altri momenti o per altre istanze non riescono a raggiungere il livello di articolazione e il livello di convergenza che raggiunge il femminismo; che sia per differenze storiche, interne, matriarcali per così dire, c’è comunque qualcosa nell’esercizio del connettere persone e idee diverse che caratterizza il movimento femminista che poi si esprime e si traduce nel portare le masse nelle strade. Si parla, come abbiamo detto, di qualcosa tra 800.000 e un milione di persone per l’8 marzo a Buenos Aires, e inoltre ci sono state manifestazioni in tutto il paese. Insisto – dice Veronica – mi pare che la cosa più importante sia che questo ha avuto come atto preparatorio un processo di organizzazione e che oggi continua a creare dinamiche che producono situazioni organizzative, assembleari, di mutuo aiuto, di organizzazione cooperativa, per esempio ora che sono iniziate le lezioni (qui sta arrivando l’autunno, quindi riprendono le scuole, ndr) l’organizzazione di collette solidali nelle scuole per il materiale scolastico, che è diventato molto caro. La protesta per i tagli alla fornitura di alimenti alle mense popolari, quindi la questione della fame, è stata messa al primo posto dal movimento femminista. Quindi mi pare – continua – che ci sia una dimensione di classe, una dimensione di urgenza di quello che significano l’austerità, i tagli e la fame, che è la bandiera principale in questo momento del movimento femminista, e credo che si continui a fare un esercizio di collegare queste urgenze con la violenza machista, con la violenza di genere, e dobbiamo tenere in conto che Milei, nella sua prima apparizione “globale” dopo la vittoria, al Forum economico di Davos, per prima cosa ha detto che il femminismo radicale e l’ambientalismo sono i nemici principali. Però inoltre ha detto: “il femminismo è giustizia sociale” (che per lui è il male, ndr), ossia lì c’è un riconoscimento, che è un punto chiave, del ruolo che il femminismo ha in Argentina come una lotta che è direttamente collegata alla giustizia sociale. Vuol dire che non è solamente una questione di battaglia simbolica o battaglia culturale: L’ultradestra riconosce il tipo di intervento materiale sulla vita quotidiana e anti-austerità, contro i tagli alla spesa pubblica, contro il debito estero del Fondo Monetario Internazionale, che il femminismo cerca di guidare e portare avanti. Per questo ci dedica, come movimento femminista, parole misogine, violente, machiste, in continuazione; perché sta indicando un antagonismo molto importante nel nostro paese.

Con Veronica Gago

E con queste parole direi che si può concludere in maniera più che degna il primo capitolo di questo diario di viaggio. Nel prossimo usciremo dal centro e saremo nel più iconico dei quartieri popolari di Buenos Aires: la Boca.

Nos vemos muy pronto 😉

Foto di Gianfranco Candida