9 marzo 2024
Entrare alla ex ESMA è entrare in un buco nero della storia, in un pozzo profondissimo dove per sette anni si è persa ogni traccia di umanità. Per entrarci bisogna essere preparati, e io penso di esserlo un po’. Ci volevo andare già 12 anni fa, quando ho fatto il mio primo viaggio in Argentina, ma per una serie di circostanze non ci sono riuscito. Mi ero però ripromesso che sarei tornato a Buenos Aires e ci sarei andato, perché secondo me è una cosa da fare. Oggi sono qui anche per mantenere quella promessa che avevo fatto a me stesso.
La Escuela de Mecánica de la Armada (prima Escuela Superior de Mecánica de la Armada, da cui ESMA) era la scuola per la formazione degli ufficiali della Marina Argentina di Buenos Aires, quella dove acquisivano la preparazione tecnica in ingegneria e navigazione. È passata tragicamente alla storia per essere, durante la dittatura civico-militare autodenominatasi Processo di Riorganizzazione Nazionale (1976-1983), il più grande e attivo centro di detenzione illegale e tortura. Di qui sono passate più di 5.000 persone. Di queste, solo 220 ne uscirono vive alla fine della dittatura.

Oggi la ex ESMA è un museo, anzi è qualcosa di più. Dal 2004 è diventata Espacio Memoria y Derechos Humanos, uno spazio recuperato e dedicato a varie attività, prevalentemente a carattere educativo, che hanno a che vedere con la memoria e con i diritti umani. Due parole chiave, memoria e diritti umani, che non sono certo nel programma di governo del nuovo presidente Javier Milei. Per questo anche la ex ESMA è finita subito sotto attacco, come uno dei tanti “sprechi” da tagliare con la motosega. Già in campagna elettorale l’attuale vicepresidente Victoria Villarruel, conosciuta per la sua controversa attività come avvocato difensore di ex militari e per le sue posizioni ultraconservatrici, ha dichiarato di volerla chiudere: “Sono 17 ettari di cui gli argentini potrebbero approfittare” – ha affermato – “Era un’area destinata alla costruzione di scuole e quello di cui più abbiamo bisogno sono le scuole”. Scuole dove però si insegni la loro versione della storia, evidentemente.
Bisogna ricordare che Milei ha un atteggiamento che tende apertamente a minimizzare i crimini della dittatura, sostenendo ad esempio che le vittime sono non più di 8.000 e non 30.000 come sostengono, supportati da prove, gli organismi che si occupano di diritti umani. E la Villarruel, fortemente negazionista, è un avvocato che ha fondato un centro studi sulle vittime di quello che lei considera “terrorismo di sinistra” che le giunte militari avrebbero combattuto. Un centro studi che ha lo scopo, neanche troppo nascosto, di riabilitare i criminali di allora. Ha ammesso di aver avuto contatti con Videla e con altri esponenti della dittatura, rapporti che secondo lei erano finalizzati solo a realizzare interviste per i suoi libri ma che sono andati avanti anche dopo la pubblicazione dei libri. Secondo alcuni testimoni questi libri che lei firma sarebbero addirittura stati scritti da Alberto Gonzalez, uno dei responsabili delle torture dell’ESMA. Così i negazionisti e i “giustificazionisti” hanno ripreso forza e si sentono più che mai legittimati a sostenere che i militari non facevano altro che obbedire agli ordini, e che in fondo era una guerra, e in guerra ci possono essere degli eccessi.
Qui incontriamo per la prima volta Federico Larsen, il corrispondente dall’Argentina di Radio Popolare, che ci accompagnerà nella visita e che ha anche “scelto” per noi una guida che ce la farà vivere nel modo migliore possibile: è Ignacio, che lavora qui come guida ma è anche professore di storia, e si vede. Anche Federico insegna italiano e storia in una scuola italo-argentina a La Plata, che è la sua città (domani la visiteremo con lui). Ha vissuto in Italia dai 4 ai 19 anni, ma non semplicemente in Italia… scopriamo che ha vissuto a Olgiate Comasco, che è il paese di Giordana, la nostra compagna di viaggio! Ovviamente scatta subito la carrambata.
Come introduzione, è importante dire che la ESMA era un centro di detenzione totalmente clandestino. Era una detenzione illegale: le persone venivano sequestrate e portate qui dai militari, organizzati nei cosiddetti grupos de tareas (come dire task force) che si occupavano delle operazioni, ovviamente sempre svolte in borghese. Chi faceva troppa resistenza veniva in genere ucciso sul posto. Qui i prigionieri venivano torturati e successivamente fatti sparire definitivamente, con il sistema dei voli della morte. La tortura era sempre finalizzata a estorcere informazioni; poi, quando i repressori ritenevano che una persona non avesse più niente di utile da dire o che comunque non avrebbe parlato, la mettevano nella lista di quelli che dovevano sparire. Venivano portati all’Aeroparque Jorge Newbery, che non è lontano da qui, e caricati sugli aerei per essere poi gettati nel vuoto: inizialmente nel Rio de la Plata e poi, quando a causa delle correnti e delle maree alcuni cadaveri cominciarono a riemergere in Uruguay, sull’altra sponda del Rio, direttamente nell’oceano. La ESMA era il più grande di tutti i centri clandestini di detenzione, ma non certo l’unico: ce ne furono circa 800 in tutto il paese, gestiti da una delle tre forze armate: Esercito, Marina e Aeronautica Militare (la ESMA era della Marina). Tutte e tre le forze partecipavano alla giunta militare ma il presidente era sempre dell’esercito: il più famoso e quello che è rimasto in carica più a lungo, dal 1976 al 1981, è Jorge Rafael Videla.
La ESMA si trova nella parte nord del quartiere di Belgrano, in una zona della città che non è centralissima ma certo non si può nemmeno definire periferia. A meno di un km in linea d’aria sorge lo stadio Monumental, quello del River Plate, dove si giocarono anche diverse partite dei mondiali di calcio del ’78, tra cui la finale vinta 3-1 sull’Olanda dall’Argentina di Mario Kempes. Secondo alcuni resoconti dei sopravvissuti, quella sera anche i torturatori erano riuniti intorno alla radio a tifare per la selecciòn, e al fischio finale, secondo la testimonianza di Graciela Daleo, Jorge Acosta detto “El Tigre” entrò esultando nell’area destinata ai prigionieri e la obbligò a festeggiare con lui e gli altri carcerieri.
Quello perpetrato dalla dittatura si considera un genocidio perché vi era lo scopo deliberato di annientare un’intera generazione di giovani per la loro militanza politica: ragazzi e ragazze di sinistra, peronisti (il peronismo è un fenomeno complesso e multiforme che ha al suo interno diverse componenti, in questo caso a essere colpito era il peronismo di sinistra), studenti, intellettuali, avvocati e attivisti per i diritti umani, quasi tutti nella fascia di età tra i 16 e i 28 anni. Ma come poteva questo, che non è un luogo nascosto, essere un centro di detenzione clandestino? Eppure lo era, questo come gli altri centri, che si trovavano tutti in città più o meno grandi ma comunque con molta gente che viveva nelle immediate vicinanze. Erano in una sorta di zona grigia tra ciò che è occulto e ciò che è visibile a tutti. Le persone che vivevano all’epoca qui intorno, in base alle interviste fatte successivamente, dicono che sentivano dire – sì – delle cose, vedevano qualcosa, ma non sapevano. È un tema di dibattito pubblico che dura da allora quanto queste persone abbiano finto di non vedere o abbiano guardato da un’altra parte per non vedere. Indifferenza e in parte omertà, dovuta anche alla paura generata dalle voci che cominciavano a girare sulle torture e le sparizioni forzate, che non venivano mai confermate ma nemmeno smentite, perché la paura era funzionale al sistema. Del resto è quello che si dice anche per chi viveva intorno ai campi di concentramento nazisti durante l’Olocausto.
La prima tappa del nostro percorso di visita è davanti a uno degli aerei, proprio uno di quelli dei vuelos de la muerte che tante persone hanno scaricato in mare. Ricordo in proposito uno dei primi (è uscito negli anni ’90) e dei più indispensabili libri che hanno raccontato i crimini della dittatura: “Il volo” del giornalista Horacio Verbitsky, basato sulla testimonianza del capitano della Marina Adolfo Scilingo, il primo dei militari a parlare delle torture e uno dei pochissimi che abbiano ammesso qualcosa, sia pure tra mille tentativi di giustificazione; nello specifico, è l’unico che abbia mai ammesso di aver spinto giù delle persone da un aereo. L’esperienza che più scosse Scilingo fu infatti proprio quella dei voli della morte. I prigionieri, convinti di essere trasferiti altrove, in un carcere finalmente “legalizzato”, dove avrebbero potuto ricevere le visite dei loro cari, venivano invece narcotizzati, spogliati e gettati da uno sportello. Tutti i quadri della Marina, a turno, prendevano parte ai voli. Durante il primo dei due a cui ammette di aver partecipato, Scilingo scivolò e per poco non cadde dallo sportello insieme a uno dei corpi nudi. Fu probabilmente allora che dentro di lui si ruppe il meccanismo militare di spersonalizzazione e disumanizzazione: per la prima volta il boia si mise nei panni della vittima e gli riuscì “di vedere il nemico come un essere umano”. Scilingo racconta anche che i cappellani militari confortavano gli assassini dicendo loro che in fondo quella era una morte cristiana, non traumatica, e che perfino la Bibbia prevedeva l’eliminazione dell’erba cattiva dai campi di grano. Racconta che i medici facevano in volo una seconda iniezione sedante e poi si ritiravano nella cabina dell’aereo, per via del giuramento d’Ippocrate, mentre gli ufficiali “invitati” assistevano al lancio. Scilingo fu poi giudicato in Spagna nel 2005 dal giudice Baltazar Garzon, che dopo averlo chiamato inizialmente come testimone lo accusò per delitto di lesa umanità, per il quale fu poi condannato definitivamente a 1084 anni nel 2007. Dal 2020, tuttavia, beneficia di un regime di reinserimento sociale che gli ha permesso di uscire di prigione e collaborare con una parrocchia di Madrid. Attualmente è libero durante il giorno ma deve tornare a dormire in carcere, tranne che nel fine settimana.
Quello che ora si trova parcheggiato qui nel cortile dell’ex ESMA è uno dei sei aerei che sono stati usati per i voli della morte, precisamente uno Short Skyvan SC-7. Era stato venduto negli USA, con i registri falsificati da cui risultava che era stato usato, nel periodo della dittatura, per voli di addestramento, ed è stato poi ritrovato nel 2009. Dopo la sentenza del 2017 di uno dei processi di quella che si chiama la “Megacausa ESMA”, i familiari delle vittime sono riusciti a ottenere dallo Stato argentino che si facesse carico delle pratiche per riportarlo in patria, e finalmente è stato riportato qui nel giugno del 2023.

Si è riusciti, inoltre, a ricostruire che si tratta proprio dell’aereo con il quale vennero gettate in mare nel dicembre 1977 le tre madres de Plaza de Mayo Azucena Villaflor De Vincenti, Esther Ballestrero e Maria Ponce, e le suore francesi Alice Domon e Leonie Duquet. Sono due dei casi di desapariciòn più famosi, per cui si sono svolti vari processi anche in Europa. Federico ci ha raccontato anche che per la sparizione di Monica Dell’Orto, discendente di comaschi, Von Wernich ed Etchecolatz, rispettivamente un sacerdote e il capo della polizia della Provincia di Buenos Aires, furono condannati anche grazie alle testimonianze di persone venute da Como.
Ci spostiamo nel padiglione centrale, dove la nostra guida ci spiega che questo enorme complesso di 17 ettari di superficie apparteneva in origine alla città di Buenos Aires, che ne aveva concesso l’utilizzo alla Marina argentina. Ora però la Marina, dal 1998, ne è completamente uscita, e dal 2004 la ex ESMA è gestita da un ente pubblico appositamente creato, alla cui direzione partecipano il governo nazionale, quello della città e alcuni organismi per i diritti umani, tra cui le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo.
Durante il periodo della dittatura la scuola non smise mai di funzionare. C’erano all’epoca 3500 studenti, che vivevano all’interno del complesso, come sempre nelle scuole militari; naturalmente solo maschi, tra i 16 e i 20 anni. Questi ragazzi sapevano quello che succedeva qui? C’era un gruppo di persone costituito dagli ufficiali della Marina, che vivevano nel casino degli ufficiali ed erano i professori, compreso il direttore della scuola, e le persone che si occupavano della gestione della scuola stessa. Queste persone ovviamente sapevano, e anzi facevano parte del Grupo de Tarea che era incaricato dei sequestri, delle torture e di tutto il resto. Per quanto riguarda gli studenti, alcuni di loro erano anche le guardie del casino degli ufficiali; questi sapevano tutto, e partecipavano. Nel giudizio ancora in corso, che è il 6° processo della megacausa ESMA, sono imputati 10 ex studenti. Emerge da tutte le testimonianze dei sopravvissuti che le guardie che li sorvegliavano e li tenevano prigionieri erano proprio questi studenti, che erano chiamati “los verdes”, nel senso dei giovani virgulti, quelli non ancora “maturi”. E gli altri? Gli altri sapevano qualcosa, forse non tutto, o più che altro fingevano di non vedere, non volevano sapere. Oggi succede di frequente che ex studenti vengano in visita, e in genere inizialmente sostengono che qualcosa vedevano, qualcosa sentivano, ma non sapevano niente di preciso… finché non prendono confidenza e si rendono conto di non avere davanti un investigatore o qualcuno che possa farli finire sotto processo, e allora si aprono e ammettono che sapevano, sapevano molto bene. Qui arrivavano ragazzi da ogni angolo del paese, spesso da piccole città o paesi dell’interno. Per loro era un modo di raggiungere una migliore condizione economica e sociale; non tutti facevano poi la carriera militare, ma finché erano nella scuola avevano i gradi da militari, erano “cabos segundos”. C’è ancora chi si vanta di aver partecipato a una incredibile battaglia dell’armada contro le forze comuniste sovversive internazionali, e che la Marina, che aveva solo il 10% delle forze rispetto all’Esercito, ha fatto almeno il doppio dell’Esercito per vincere questa battaglia. Alcuni ex studenti piangono, e hanno veri o finti attacchi di panico. È comprensibile che non abbiano parlato allora, per paura: ci sono stati casi di desapariciones anche nelle stesse forze armate. Ma oggi, 40 anni dopo, potrebbero parlare… eppure nessuno lo fa pubblicamente.

Ci sono stati molti desaparecidos anche nella chiesa cattolica, tra i sacerdoti terzomondisti e i cosiddetti curas villeros, cioè i preti che lavoravano nelle villas, i quartieri più poveri. Ma la Chiesa nelle sue alte sfere è stata sempre al fianco del regime. Monsignor Bonamin, che era il vescovo ausiliario di Buenos Aires oltre che provicario delle forze armate, dichiarò prima ancora dell’avvento della dittatura che la sovversione comunista era un cancro nel corpo dell’Argentina e bisognava fare qualsiasi cosa per estirpare questo cancro. E nelle sue omelie sosteneva apertamente queste posizioni. A proposito di questo non si può non parlare di Papa Francesco, che all’epoca era superiore provinciale dei gesuiti. Horacio Verbitsky, il giornalista autore de “Il volo”, sostiene da molti anni, da prima dell’elezione di Bergoglio, di aver trovato le prove che sarebbe stato proprio lui a denunciare, o almeno a non proteggere due gesuiti, Orlando Yorio e Ferenc Jalics, che lavoravano proprio come curas villeros nelle baraccopoli di Buenos Aires e che furono sequestrati per cinque mesi e torturati dai militari nel 1977. Quello che è sicuro è che era stato proprio Bergoglio, poco prima, a espellerli dalla Compagnia di Gesù e a far pressioni sull’arcivescovo di Buenos Aires perché non potessero più dire messa. Lo stesso Verbitsky, in anni più recenti, ha detto di aver trovato altri documenti che provano che il futuro papa si adoperò poi però anche per la loro liberazione, perorando la loro causa direttamente con Videla. Quindi probabilmente ha rimediato in qualche modo al guaio che aveva lui stesso provocato, ma basta per assolverlo da ogni accusa? Non rimangono comunque troppe ambiguità nel suo comportamento di quegli anni? Continua il dibattito interno al gruppo che dura dall’inizio del viaggio, con Andrea decisamente critico nei confronti del papa e diversi viaggiatori che invece lo difendono sostenendo che come papa è comunque il meglio che ci poteva capitare, tenendo sempre presente che è un papa e come tale non può essere un leader della sinistra mondiale, anche se qualcuno è convinto che lo sia…

Spostandoci verso il casino degli ufficiali, si fa in pratica lo stesso percorso che facevano le auto che trasportavano i sequestrati, che iniziavano già a subire torture appena venivano fatti scendere dalla macchina.
Entriamo in una sala che oggi ospita alcune delle foto che Victor Basterra, un grafico che fu sequestrato e costretto per 4 anni a lavorare all’ESMA per produrre documenti falsi per i militari, riuscì con vari espedienti a nascondere e a portare fuori. Questa sala allora era divisa da pareti di legno in tanti cubicoli, ciascuno con la sua porta, che erano gli uffici dove lavoravano i militari.
La formazione ideologica delle forze armate argentine era ispirata alla dottrina controrivoluzionaria francese, applicata in Algeria e in Indocina, e soprattutto alla dottrina della sicurezza nazionale elaborata negli Stati Uniti durante la guerra fredda per affrontare il comunismo, identificato come nemico che si annidava nei paesi latinoamericani. Qui dovevano essere gli eserciti locali a combatterlo, in collaborazione con gli USA che secondo la cosiddetta dottrina Truman erano liberi di intervenire in ogni paese del mondo per impedire l’affermazione delle idee comuniste. Nel 1974 arriva il Plan Condor, col quale Henry Kissinger, attraverso la CIA, si pone l’obiettivo di coordinare la repressione in tutto il Cono Sur, a partire dal Cile dove già si era installato Pinochet, appoggiando dittature militari anche negli altri paesi e facendo in modo che nessun dissidente politico potesse sfuggire alle grinfie dei repressori. Ma già 30 anni prima della dittatura c’erano un sacco di conoscenze metodologiche su come reprimere la popolazione civile, derivanti da tutta questa formazione ideologica. Questo dimostra, se ce ne fosse bisogno, che i crimini della dittatura argentina non furono eccessi delle forze armate, ma qualcosa di metodicamente programmato e sistematicamente portato avanti. Nessuno si è fatto “prendere la mano”, era tutto pianificato.

Le torture erano di vario tipo, ma le più frequenti erano le scosse elettriche: le persone venivano incappucciate e legate alle molle dei materassi, dopo di che si applicava l’elettricità nei punti più sensibili del corpo. Questo trattamento andava avanti per ore, sempre con un medico di fianco che vigilava, che controllava che la persona non morisse. Questo era molto importante: i torturatori non volevano che le persone morissero, volevano estorcere informazioni. Dopo, quando sarà il momento, potranno essere assassinate, ma nel momento della tortura è fondamentale che restino in vita e che parlino. Quando finiva la sessione di tortura, veniva compilata una scheda con i dati personali, l’appartenenza politica e le altre informazioni note sulla persona, corredata da una foto scattata subito dopo la tortura. Questi documenti sono stati tutti distrutti, perciò le foto che ora abbiamo, queste foto così spaventose, sono soltanto quelle che Basterra riuscì a stampare di nascosto e a portare fuori nascondendole nei suoi indumenti intimi quando negli ultimi tempi della sua prigionia lo lasciavano uscire di tanto in tanto per passare qualche ora a casa.
I prigionieri venivano tenuti al terzo piano, nella cosiddetta “capucha”, a volte anche per anni. Ogni martedì di ogni settimana, al primo piano, i militari facevano una riunione per decidere chi doveva vivere e chi doveva essere eliminato; il giorno successivo, il mercoledì, era il giorno dei voli della morte. Come abbiamo già detto, le persone non sapevano di andare a morire: gli veniva detto che era un trasferimento a un carcere “legale”, dove avrebbero potuto vedere i loro familiari e addirittura il loro avvocato… era la grande menzogna che precedeva il momento finale: “il viaggio sarà lungo, perciò ti dobbiamo fare questa iniezione…”, iniezione che di volta in volta poteva essere presentata come un vaccino o come vitamine, o ricostituenti. In realtà era pentothal sodico, un potente barbiturico ad azione molto rapida, che li addormentava in meno di un minuto. Già addormentati, venivano caricati sui camion e poi sugli aerei.
La capucha si chiama così perché i prigionieri rimanevano sempre incappucciati, buttati su un materasso con mani e piedi ammanettati. Mangiavano solo una volta al giorno, ma non si sa esattamente in quale momento della giornata perché le sole testimonianze disponibili sono i racconti dei sopravvissuti, che durante la prigionia perdevano la cognizione del tempo, non riuscendo più a distinguere il giorno dalla notte. Il pasto era il cosiddetto sandwichito naval, un semplice panino con una fettina di carne, accompagnato con mate cocido, un’infusione di yerba mate in bustina, simile al mate tradizionale ma più leggero. Nella capucha stavano generalmente da 60 a 65 persone. Sopra c’era un altro locale più piccolo chiamato capuchita, dove c’erano altre 15 persone circa. E poi c’era un altro locale ancora dove stavano quelli che venivano chiamati schiavi, cioè quelli forzosamente obbligati a lavorare per la dittatura. Ciascuno aveva un piccolo stanzino delimitato da pareti di legno. La condizione di schiavitù era basata sulla “utilità” che queste persone, per le loro capacità o competenze, potevano avere per il funzionamento della ESMA; oppure, nel caso delle donne, quasi sempre lo scopo era sottoporle a continue violenze sessuali. Molte di queste donne sono state obbligate a mantenere relazioni con gli ufficiali anche dopo essere state liberate, fino alla fine della dittatura.




Le donne che erano incinte al momento del sequestro o restavano incinte a causa delle violenze subite venivano separate dagli altri prigionieri e messe in un altro posto più “comodo”, dove potevano dormire meglio, mangiare meglio ed essere accudite in maniera tale da poter portare avanti la gravidanza. Restavano così in vita fino al momento del parto, dopo di che anche in questo caso non c’erano altro che menzogne: devi stare tranquilla, il bambino andrà a stare con i nonni per un po’, poi ti libereremo e potrai riunirti con lui. La realtà era ben diversa, perché ben presto anche queste donne finivano sui voli della morte, e dei bambini si appropriavano famiglie, generalmente senza figli, che erano in relazione con le forze armate, con la polizia o comunque con la dittatura. In totale i casi di appropriazione di bambini nati in queste condizioni sono circa 500. Di questi, 35 sono nati qui alla ESMA e tra questi 35 solo di 13 è stata recuperata l’identità. Solo 13, quindi, sanno che sono nati qui, che sono figli di desaparecidas e che l’identità con la quale sono cresciuti è falsa. C’è finora un unico caso di un bambino recuperato nato dalla violenza esercitata da un militare su una donna in stato di detenzione. La vicenda è simile a quella raccontata nel film Garage Olimpo del regista italoargentino Marco Bechis, anche questo da consigliare a chi voglia approfondire la conoscenza della storia della dittatura civico-militare. Il regista stesso, all’epoca ventenne, era stato arrestato e torturato ma, grazie al passaporto italiano, fu espulso dall’Argentina. Ci sono molti altri film che affrontano questi temi; uno a mio avviso imperdibile è La storia ufficiale (La historia oficial), del 1985, diretto da Luis Puenzo, vincitore anche dell’Oscar per il miglior film straniero. La storia è quella di Alicia, moglie di un ricco funzionario del regime militare e insegnante di storia in un liceo, che ha un dubbio: dopo aver ascoltato la confidenza della sua migliore amica, la quale le racconta di aver subìto violenza sessuale durante un periodo di detenzione per le sue idee politiche, comincia a ipotizzare che sua figlia Gaby, adottata illegalmente, possa essere nata da desaparecidos. Alicia comincia così un doloroso cammino per scoprire la verità.
Come se non bastasse tutto il resto, i repressori saccheggiavano anche le case dei desaparecidos rimaste vuote, portando via di tutto: soldi, gioielli, mobili, TV, frigoriferi… e la scuola della Marina aveva addirittura un’agenzia immobiliare che si dedicava a vendere le case delle persone sequestrate.
L’ultima parte della ESMA che resta da vedere è la pecera, ovvero l’acquario. Perché acquario? Perché qui c’erano sequestrati che lavoravano in condizioni di schiavitù, seduti alla macchina da scrivere con le manette ai polsi, in una sorta di “uffici” divisi tra loro con un pannello divisorio in acrilico trasparente, attraverso il quale si potevano vedere queste persone come in un acquario. Era una struttura nella quale si cercava di “recuperare” queste persone selezionate dai repressori obbligandole a fare traduzioni, analisi di dati politici e propaganda a favore delle aspirazioni politiche del comandante della Armada Emilio Massera. La Marina, tra le forze che facevano parte della giunta militare, aveva la responsabilità del Ministero degli Esteri, e perciò risultava comodo sfruttare le competenze delle persone rinchiuse qui, che erano militanti politici che spesso per conoscenze personali o per relazioni familiari parlavano inglese, francese, italiano o tedesco, e che quindi avevano il compito di leggere i giornali stranieri e di elaborare rapporti su tutto quello che trovavano sull’Argentina. Lo scopo era tracciare un quadro di quello che si diceva nel mondo sulla situazione del paese.
Il momento finale della visita è in un salone dove ci si siede e si possono guardare video che vengono proiettati sulle pareti, sia di testimonianze che riguardanti l’esito dei tanti processi ai repressori. Molti di loro sono stati condannati alla prigione perpetua, che però in Argentina significa che dopo 20 anni, portati nel 2004 a 35, si può chiedere la libertà condizionale. Inoltre, a causa delle leggi di Alfonsin degli anni ’80 (la Ley de punto final e la Ley de obediencia debida, che scagionava i militari “obbligati a obbedire agli ordini”) e dell’amnistia successivamente decretata da Menem e durata fino all’inizio degli anni 2000, le condanne sono arrivate molto tardi. E perciò, tanto per fare un esempio per tutti, Videla, condannato all’ergastolo nel 2007 e a 50 anni nel 2010, ha passato in carcere solo gli ultimi anni della sua vita, dal 2007 alla morte nel 2013.
È anche il momento per le ultime domande. Una interessante è: Ma come e perché è finita la dittatura? Sarebbe finita anche senza il fallimento della guerra delle Malvinas? La risposta è che il fine ultimo del terrorismo di Stato era installare il neoliberismo in Latinoamerica. E nel 1983 in Argentina, dal punto di vista economico, politico e culturale il lavoro era ormai fatto. La gente era già “disciplinata”, abituata all’idea che se notava qualcuno che faceva qualche attività sospetta era meglio non averci niente a che fare, e anzi denunciarlo. Per non parlare dei colpi inferti all’attivismo politico, al sindacalismo “combattivo” e a ogni sorta di lotta per i diritti. Perciò, anche senza il conflitto delle Malvinas, la dittatura era arrivata “naturalmente” ad aver esaurito il suo compito storico.
E come vede tutti questi fatti la generazione dei giovani di oggi, nati molto dopo la fine della dittatura? Le scuole vengono qui in visita? La storia della dittatura viene raccontata nei programmi scolastici, e come? La tendenza attuale va in maniera massiva verso il libertarismo, ed è anche per questo che vince Milei. Le scuole sì, vengono alla ex ESMA, ma non è obbligatorio: possono decidere di venire come di non venire. Succede spesso, in particolare con le scuole private, che alcuni genitori non vogliano che i loro figli vengano a vedere tutto questo, e allora la visita salta per tutti. Le cancellazioni delle visite scolastiche sono purtroppo all’ordine del giorno. La tematica sì, si studia, tra il quinto e il sesto anno di scuola. Ma il livello di approfondimento è molto variabile. Ecco che, anche qui, Milei potrebbe trovare terreno fertile, e potrebbe dare un colpo di motosega letale per la memoria storica del paese chiudendo la ex ESMA. Ovviamente ci auguriamo tutti che non succeda, e abbiamo visto che nel paese le forze che fanno opposizione ci sono, sono vive e presenti. Ma cosa succederà, è presto per dirlo.
Detto questo, non posso che raccomandarvi di andare all’ex ESMA, se passate da Buenos Aires, anche per sostenerla: l’ingresso è libero e gratuito. E nell’attesa, se avete una conoscenza anche minima di spagnolo, fate un giro sul sito e sui canali social dell’Espacio Memoria y Derechos Humanos. Troverete tonnellate di materiale interessantissimo per saperne di più: saggistica, materiale educativo, documenti, foto, tantissimi video di testimonianze dirette e documentari. Si può scaricare l’audioguida (anche in inglese) e fare un tour virtuale, almeno in audio.
https://www.espaciomemoria.ar/
Appuntamento alla prossima puntata di questo diario, che ci porterà alla scoperta della città di La Plata accompagnati da un platense doc, ma anche un po’ italiano: Federico Larsen.
(TO BE CONTINUED…)

Thank you – brilliant reporting of a terrible story.
Colin Gordon (England).
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