10 marzo 2024

Oggi per la prima volta usciamo da Buenos Aires per visitare La Plata, capoluogo della provincia di Buenos Aires, città universitaria ma soprattutto (per noi) città di Federico Larsen, il corrispondente di Radio Popolare dall’Argentina, che abbiamo conosciuto ieri all’ex ESMA e che oggi ci farà da guida ancora più di ieri, perché questa è proprio la sua città, anche se dai 4 ai 19 anni ha vissuto nel comasco. Federico mantiene un forte legame con l’Italia, non solo perché ci è cresciuto e perché lavora per Radio Popolare, ma anche perché nella vita insegna italiano e storia in un liceo italoargentino della città. E quindi, davvero, chi meglio di lui ce la può raccontare?

Il giro inizia da una piazza che fa parte di un ex complesso militare e che oggi è dedicata alle Islas Malvinas: Memoria, Justicia, Soberania (memoria, giustizia e sovranità) si legge sulle tre colonne del monumento ai caduti. Qui ora funziona un museo e centro culturale dedicato proprio alla guerra delle Malvinas.

Stiamo cominciando a capire che la questione delle Falkland-Malvinas (ma meglio non azzardarsi a chiamarle Falkland in territorio argentino) è tuttora centrale in questo paese, è una ferita aperta e sanguinante e, come il peronismo, va al di là degli schieramenti politici abbracciandoli praticamente tutti, da destra a sinistra. Federico ce lo conferma: l’idea che le Malvinas sono argentine più ancora che un’idea è un sentimento profondamente radicato nella coscienza collettiva. In qualunque città o piccolo paese, in qualunque parte dell’Argentina, troverete sempre un cartello che indica la distanza dalle Malvinas, o quanti cittadini di quel municipio sono andati lì a combattere durante la guerra con gli inglesi. La guerra contro il Regno Unito di Margaret Thatcher per il possesso delle isole è stata chiaramente un delirio di una dittatura che era ormai agli sgoccioli, ma la questione Malvinas è molto più lunga: dura da quasi 200 anni. Gli inglesi presero le isole nel 1833 e da quel momento tra Londra e Buenos Aires c’è un conflitto gigantesco. “Ai miei genitori” – racconta Federico – “insegnavano a scuola con una cartina geografica sulla quale sotto le isole era scritto “Malvinas (Argentina – Bajo Usurpaciòn)”, sotto usurpazione. E ancora oggi, nella scuola dove insegno io, la cartina dice Bajo Usurpaciòn”.Una curiosità: il nome Malvinas fu messo dai francesi, perché la prima colonia nel ‘700 fu una colonia francese, e i coloni venivano in prevalenza dal porto bretone di St. Malo. Gli abitanti di St. Malo si chiamano malouins, e da qui Malvinas. Questo è uno dei motivi per cui si sostiene che gli inglesi in realtà abbiano ben poco a che fare con delle isole che sono state prima francesi, poi spagnole, e poi argentine, dal momento che con l’indipendenza lo Stato argentino dichiarò 33 governatori delle isole, fino all’invasione inglese del 1833.

Partiamo poi alla scoperta di La Plata, una città di quasi 800.000 abitanti che si trova 60 km a sudest di Buenos Aires ed è il centro amministrativo di una provincia che conta 17,5 milioni di abitanti. Il tracciato della città, ideato nello studio dell’architetto Pedro Benoit (1836–1897), è caratterizzato dalle numerose “diagonali” (strade ad intersezione diagonale su un tracciato di strade intersecantesi ad angolo retto) delle quali le più importanti si incrociano in Plaza Moreno (una delle piazze-parco più grandi al mondo), dove si affacciano uno di fronte all’altra il palazzo del Comune e l’imponente cattedrale in stile neogotico, portata a termine soltanto nel 1932. Progettata sul modello delle cattedrali medievali di Colonia e di Amiens, la cattedrale ha splendide vetrate istoriate e pregevoli pavimenti di granito.

La cattedrale di La Plata

Plata in spagnolo significa argento, ma anche denaro, un po’ come l’argent in francese. Il Rio de la Plata, e di conseguenza la città, si chiama così perché ai primordi della colonizzazione si credeva che nella zona vi fossero grandi giacimenti d’argento. Tanto che tutto il territorio fu anche chiamato terra argentea, e poi Argentina. Ma le aspettative andarono poi deluse, perché non furono mai trovate grandi quantità di metalli preziosi: niente a che vedere con l’oro che gli spagnoli avevano sottratto all’impero Inca in Perù.  

La Plata vanta, ovviamente su scala ridotta, la stessa architettura Belle Epoque, visibile soprattutto negli edifici pubblici, di Buenos Aires, ed essendo una città universitaria è sempre stata storicamente una città “vivace” per quanto riguarda la vita notturna, ma anche quella politica e culturale.

Fu fondata il 19 novembre del 1882 dall’allora governatore della Provincia Dardo Rocha come conseguenza della mancanza di una capitale per la provincia bonaerense in seguito all’avvenuta dichiarazione nel 1880 di Buenos Aires quale capitale federale della Repubblica Argentina. Rocha scelse l’elaborato piano regolatore proposto da Benoit, che intendeva coniugare equilibrio architettonico e razionalità. La sovrapposizione di diagonali su una pianta a reticolo regolare consentì di creare un tracciato a stella che collegava in modo efficace le più importanti piazze cittadine. La Plata è la prima città dell’America Latina costruita interamente sulla base di un preciso progetto urbanistico. Dal momento che i progettisti erano massoni, la città risulta anche disseminata di simboli massonici più o meno visibili.

Alla morte di Evita Perón, nel 1952, la città assunse il nome di Ciudad Eva Perón, per poi tornare al vecchio nome con la caduta di Perón nel settembre del 1955.

Ma ancora più curiosa e divertente è la storia della festa di fondazione della città e di ciò che ne seguì, cioè quella che è nota come la maledizione della “Bruja de Tolosa”, la strega di Tolosa.

Il giorno della festa Plaza Moreno era piena di persone arrivate da tutto il paese per questo avvenimento storico. Fu collocata la pietra fondativa della città, e sotto di essa una cassa di piombo che conteneva la mappa della città, i giornali che ne parlavano, un testo scritto dallo stesso Dardo Rocha, monete, medaglie e bottiglie di vino. Si diede poi inizio ai festeggiamenti, che culminarono in un “asado popular”, una grande grigliata per un numero di persone tra le 3000 e le 4000. Come vedete, la passione argentina per le grigliate ha radici lontane nel tempo. Purtroppo però la carne era andata praticamente tutta a male a causa del caldo soffocante di quel giorno, che come se non bastasse – raccontano i resoconti dell’epoca – fu caratterizzato anche da un vento che sollevava nuvoloni di polvere accecanti. Nemmeno l’acqua era sufficiente, con quel caldo, senza contare che non era gratis: per avere un bicchiere d’acqua si arrivò a pagare cinque pesos (e i pesos di allora valevano sicuramente molto di più di quelli di oggi!)… insomma, un disastro totale. Un cronista del giornale La Naciòn scrisse “Non è stata una festa, ma un martirio”. Per completare il quadro, verso sera cominciò a piovere e così le persone dovettero camminare nel fango per raggiungere la stazione, dalla quale i treni per Buenos Aires partirono con ore di ritardo.

Si dice che alcune persone, per vendicarsi di tutti i disagi sofferti, tornarono nella piazza con una strega, nota al tempo come “La bruja de Tolosa”, perché viveva nel barrio chiamato appunto Tolosa. Dopo aver “profanato” la pietra fondativa aprendo la cassa e rubando le monete e le bottiglie di vino, chiesero alla strega di lanciare una maledizione sulla città e soprattutto su Dardo Rocha, il suo fondatore. Secondo la leggenda, il rituale che fu messo in atto, girando varie volte in senso antiorario intorno alla pietra, si concluse con una maledizione che venne pronunciata per impedire che Dardo Rocha potesse essere eletto presidente come era sua ambizione. La maledizione si sarebbe anche tramandata a tutti coloro che si sono poi succeduti nella carica di governatore della Provincia di Buenos Aires. Effettivamente da quel giorno e fino ai giorni nostri nessun governatore ci è mai riuscito, e almeno una dozzina ci hanno provato! L’ultimo governatore diventato poi presidente fu Bartolomé Mitre, un paio d’anni prima della maledizione. Lo stesso Mitre si ricandidò anni dopo e non fu rieletto. L’ultimo a provarci è stato Daniel Scioli, che è stato sconfitto da Macri nel 2015.

Cent’anni dopo la maledizione, la pietra fondativa è stata sollevata e la cassa sepolta sotto è stata aperta: non sono state trovate bottiglie, mancavano molte delle monete e anche dei documenti era rimasto ben poco. Questo ha ovviamente rafforzato la credenza popolare, perché sembra coincidere con il racconto del rituale della bruja. Quanto poi alla maledizione, fate voi…

L’attuale governatore Axel Kicillof è un potenziale leader dell’opposizione, quindi se dovesse in futuro candidarsi contro Milei la potenza della maledizione sarà di nuovo messa alla prova.  

Passeggiando per La Plata con Federico, abbiamo notato diversi segni che confermano che la città è viva, dal punto di vista dell’attivismo politico. C’è ad esempio un grande mural dedicato a Santiago Maldonado, il giovane scomparso il 1° agosto 2017 e poi ritrovato morto due mesi e mezzo dopo, il 17 ottobre dello stesso anno, in condizioni tutt’altro che chiare, in un’ansa del fiume Chubut, in Patagonia. Del resto quello dei desaparecidos in Argentina è un tema che esiste ancora oggi, con numeri diversi da quelli del passato ma comunque non piccoli: Dal 2000 sono 75 le persone scomparse in circostanze non chiarite. Infatti la scritta sotto il volto di Santiago dice “Che la furia diventi rivoluzione. Bisogna cambiare tutto o lo Stato continuerà a farci sparire”.

Milei truffatore – La Patria non si vende

Per Santiago Maldonado – Che la furia diventi rivoluzione

La Plata è anche la città dove è nato il movimento delle Madres de Plaza de Mayo; anche questo ha a che vedere con il fatto che è una città universitaria, e molti dei desaparecidos erano studenti. Hebe de Bonafini è nata a Ensenada, una cittadina che confina con La Plata, ed è a La Plata che è stato sequestrato il suo figlio maggiore Jorge Omar l’8 febbraio 1977. Pochi mesi dopo sparirono anche l’altro suo figlio maschio Raul Alfredo e la nuora Maria Elena, moglie di Jorge.

Parlando delle Madres di La Plata, non si può non raccontare una storia delle più terribili che hanno segnato gli anni della dittatura, quella della famiglia Bettini-Francese. Dai nomi è più che evidente che, come capita molto frequentemente, parliamo di una famiglia di origine italiana. La loro casa si trova di fronte al palazzo della Camera dei Deputati della Provincia di Buenos Aires, in una zona “bene” della città. E si trattava infatti di una famiglia borghese anche piuttosto influente: Antonio Bettini era un importante avvocato e professore di diritto, la moglie veniva da una famiglia di banchieri. Ma a quei tempi non si guardava in faccia a nessuno. Il loro figlio Marcelo, di 21 anni, studente di agronomia, scomparve il 9 novembre del 1976. Si scoprirà poi che era stato assassinato, anche se come sempre in questi casi i militari sostenevano che era stato colpito durante uno scontro a fuoco. Il padre, che era andato a cercarlo alla polizia, si trovò per caso ad assistere all’obitorio allo spettacolo dei cadaveri che venivano allineati, con i cartellini appesi ai piedi su cui figuravano date false seguite dalla parola “Enfrentamiento”. Poco tempo dopo scomparve anche l’autista della famiglia, e il padre di Marcelo si mise a cercarlo accompagnato stavolta dal genero Jorge Devoto, marito dell’altra sua figlia. Devoto era Tenente di Fregata della Marina. Furono fermati insieme in auto e Bettini fu portato via incappucciato, mentre Devoto fu rilasciato e minacciato di morte se si fosse immischiato ulteriormente. Antonio Bettini non fece più ritorno, ma Devoto, nonostante le minacce, si azzardò a presentarsi al Comando della Marina chiedendo notizie del suocero ai suoi superiori. Fu immediatamente sequestrato anche lui e, secondo quanto Adolfo Scilingo racconta di aver saputo, fu gettato vivo in mare da un aereo, ma essendo un “traditore” non ebbe nemmeno diritto all’iniezione di Penthotal che veniva sempre fatta in questi casi: lo buttarono da sveglio.

L’orrore non finisce qui perché la famiglia a quel punto emigrò in Spagna ma a La Plata rimase la nonna di Marcelo, che si adoperava per sostenere economicamente le famiglie degli oppositori del regime in esilio all’estero. Fu sequestrata anche lei, a 77 anni, e anche di lei non si è saputo più niente.

Casa Francese-Bettini

Pañuelos blancos, simbolo delle Madres de Plaza de Mayo, sulla pavimentazione di Plaza San Martin

La storia della città è interessante, piena di tante storie piccole e grandi, che Federico racconta benissimo, ma purtroppo non possiamo fermarci per tutta la giornata. Dopo pranzo salutiamo Federico e la sua bambina di due anni per andare all’Aeroparque e prendere il primo dei tanti voli interni Aerolineas Argentinas di questo viaggio, in direzione Bariloche: si va in Patagonia.

All’atterraggio, dopo un volo caratterizzato da qualche leggera turbolenza, scopriremo che gli argentini, come gli italiani, applaudono quando il carrello tocca terra. Siamo simili anche in questo.

(TO BE CONTINUED…)