11 marzo 2024

San Carlos de Bariloche, o più semplicemente Bariloche, è una città che può dare una sensazione un po’ straniante, soprattutto se ci arrivi senza saperne niente. Noi qualcosa ne sappiamo, anche se per tutti (a parte Andrea) è la prima volta. Io l’avevo lasciata fuori dal mio precedente viaggio in Argentina di 12 anni fa, per puntare direttamente alla Patagonia sud, da El Calafate in giù. Ma comunque se, come succede normalmente al viaggiatore, impari a conoscerla partendo dal centro, l’approccio è veramente di quelli che ti fanno dire: “Ma dove sono capitato? Sono ancora in Argentina?”. Sì, perché ti trovi in quello che potrebbe sembrare una cittadina delle alpi svizzere, e non solo perché sei circondato da monti che superano i 2000 m (Bariloche è sugli 800 m): Il Cerro Catedral, il Cerro Lopez, il Cerro Nireco, il Cerro Shaihuenque e altri. Anche l’architettura è tipicamente “alpina”, in legno e pietra, e questo si deve all’architetto Ezequiel Bustillo, che negli anni ’30 del ‘900, dopo che la città, fondata nel 1902, era stata raggiunta dalla ferrovia, elaborò un raffinato progetto urbanistico ispirato proprio allo stile alpino europeo. Da allora la città cominciò a richiamare visitatori, fino a diventare sicuramente la meta turistica montana più rinomata di tutta l’America Latina. Bariloche è una delle località dove da anni si allenano, durante l’estate dell’emisfero boreale, alcune delle principali nazionali di sci alpino europee. Come se non bastasse, Bariloche è anche la capitale argentina del cioccolato, che si trova in quantità e in bella mostra in tutte le vetrine, insieme a un’infinità di buffi gnomi di qualsiasi dimensione e in qualsiasi posa in vendita praticamente in tutti i negozi del centro.

Il turismo, come in molte città del mondo, ha avuto anche risvolti negativi, in particolare un incontrollato sviluppo edilizio: Negli ultimi tre decenni la città ha visto i suoi quartieri riempirsi di alti condomini e multiproprietà.

Se però si esce dal centro, si scopre che Bariloche è anche altro: è una vera e propria città di oltre 100.000 abitanti, con tutte le contraddizioni tipiche delle città del Latinoamerica. Ma siamo comunque in Patagonia, nella parte nord, o almeno alle porte della Patagonia. Noi siamo qui soprattutto per entrare nel mondo dei Mapuche, il più importante popolo indigeno rimasto in Argentina, che qui e nei dintorni ha alcune delle sue principali comunità.

Un altro motivo per cui Bariloche è famosa nel mondo è per essere stata rifugio di molti criminali di guerra nazisti, che a parte il paesaggio “ideale” per loro andavano a inserirsi in una comunità di lingua tedesca importante che era già presente storicamente nella città. Si ritenne, erroneamente, che anche Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio ebraico, avesse dimorato qui per un paio di anni; tuttavia la cosa non fu mai dimostrata, né egli lo dichiarò mai durante il suo processo. Invece nel 1995 Bariloche fece notizia sulla stampa internazionale e soprattutto italiana quando venne ritrovato e arrestato qui l’ex SS Hauptsturmführer Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine. Priebke era stato poco tempo prima intervistato da una troupe del programma Prime Time Live dell’emittente statunitense ABC, guidata dal giornalista Sam Donaldson, che lo aveva scovato su segnalazione del Centro Simon Wiesenthal. Si scoprì che, dopo aver gestito nei primi anni un negozio di alimentari (era a Bariloche dal 1949), era stato per molti anni direttore della Scuola Tedesca.

Il nostro percorso di conoscenza del popolo Mapuche comincia con la visita alla comunità Lof Wiritray, che vive sulle sponde del lago Mascardi, a circa 25 km da Bariloche. Per arrivarci si percorre la Ruta Nacional 40, la mitica strada che attraversa tutta la Patagonia, una sorta di route 66 latinoamericana, e si costeggia un altro lago, il lago Gutierrez. Ma poi il pullmino lascia la strada asfaltata e si avventura in un tratto sterrato che, ancorché piuttosto ben tenuto, ci fa capire che stiamo uscendo dalle rotte turistiche più battute. Abbiamo appuntamento con questa comunità con la quale trascorreremo tutta la giornata, faremo un po’ di trekking nella natura e naturalmente condivideremo un pranzo, a base di carne alla griglia. La comunità ha messo su un camping interculturale che si chiama Relmu Lafken, che significa lago dell’arcobaleno o lago dei sette colori: è così che loro chiamano il lago Mascardi, per le varie sfumature di blu, azzurro e verde che le sue acque possono assumere.

Il lago Mascardi (o lago de los siete colores)

Ci riceve Patricia, che è oggi il capo, o per meglio dire la portavoce della comunità, avendo preso il testimone dalla sorella Clarisa che è venuta a mancare circa 3 anni fa. Per il benvenuto ci mettiamo tutti in cerchio sulla riva del lago. Oggi il sole va e viene, il clima è decisamente fresco soprattutto se confrontato con il caldo di Buenos Aires dal quale veniamo; ma c’è poco vento, e ci dicono che qui ce ne può essere molto di più, perciò dobbiamo ritenerci abbastanza fortunati.

Patricia sottolinea che per loro è importante che siamo venuti qui per conoscere la loro cultura. Con lei ci sono sua figlia, suo nipote e altri membri della comunità, che si distinguono per quanto riguarda il loro ruolo sociale anche in funzione dell’età: i giovani vengono chiamati kona, una parola che nella loro lingua significa anche forte, coraggioso. La lingua mapuche si chiama mapudungun, ed è una lingua che tutte le comunità si sforzano di recuperare e preservare, anche se parlarla può essere ancora oggi causa di discriminazione. Si presenta tra gli altri Andres, che oggi sarà il nostro cocinero, il nostro cuoco, e ci augura di godere delle bellezze di questo luogo così come ne godono loro.

Queste che vediamo schierate di fronte a noi sono la quarta e la quinta generazione della comunità. La loro storia inizia intorno al 1890, e oggi esiste già anche una settima generazione. In questo luogo abitano tre famiglie, che vuol dire in totale circa 160 persone. Uno dei tre rami oggi in realtà non è rappresentato qui, perché – dice Patricia – è un giorno abbastanza complicato. Tutti loro hanno altre attività, e quindi a volte non possono essere presenti qui al camping perché stanno lavorando. Quasi tutti hanno un lavoro in città, l’attività che fanno qui è sostanzialmente un complemento. Ogni famiglia ha i suoi pezzi di terra, ma il luogo dove ci troviamo è invece una parte interfamiliare, dove tutti insieme hanno deciso di avviare questa attività del camping. Lo hanno fatto essenzialmente perché non gli veniva più permesso di tenere degli animali, per le regole del parco: qui ci troviamo nel Parco Nazionale Nahuel Huapi, che occupa 75.000 ettari di terreno montuoso nella zona sud-occidentale della provincia di Neuquén e in quella occidentale della provincia di Rio Negro. Per questo hanno deciso di creare questo camping come luogo di incontro e di scambio culturale. Nel 1999, hanno dovuto cercare di “produrre” su carta tutto quello che i loro nonni facevano lavorando in maniera comunitaria, perché altrimenti avrebbero perso anche il diritto a utilizzare quest’area. La loro salvezza allora è stata che una delle zie possedeva un documento dell’inizio del ‘900 che attestava il loro diritto a usufruire del terreno come proprietà comunitaria. Ancora oggi si sentono in pericolo perché la legge 26160 del 2006, che proteggeva i popoli indigeni in materia di possesso delle terre tradizionalmente occupate dalle comunità (purché le comunità avessero una personalità giuridica e fossero iscritte nel registro nazionale delle comunità indigene), non è stata mai davvero attuata; questa legge aveva infatti una validità limitata che è stata più volte prorogata, l’ultima volta nel 2021 e fino al 23 novembre 2025. Esiste un fascicolo tecnico che riconosce il loro diritto su questo territorio, ma ora Milei, nella sua furia di tagliare gli enti “inutili”, vuole cancellare anche l’INAI (Instituto Nacional de Asuntos Indigenas), l’istituto che si occupa delle comunità indigene, e perciò le certezze sono veramente poche.

La provincia di Rio Negro, dove ci troviamo, è divisa in 4 zone, e in queste 4 zone ci sono più di 160 comunità indigene riconosciute. C’è un’organizzazione che le coordina, e dal lato governativo c’è il CODECI (Consejo de Desarrollo de las Comunidades Indigenas, Consiglio per lo sviluppo delle comunità indigene) del quale ha fatto parte anche Clarisa, la sorella di Patricia. Lei ha lottato molto per tutte le comunità della provincia, per il riconoscimento delle loro terre e della loro dignità.

Il nome Mapuche, in lingua mapudungun, significa “popolo della terra”. È un popolo originario del Cile, e questa è un’altra delle ragioni per cui qualcuno in Argentina ancora li discrimina considerandoli “stranieri”, sebbene la loro presenza sia attestata almeno dalla fine del XIX secolo quando, dopo essersi opposti per quasi 300 anni alla colonizzazione spagnola, i mapuche cominciarono la loro lenta migrazione verso l’Argentina. Già nel XVII secolo si recavano spesso sull’altro versante delle Ande per gli scambi commerciali, e alcuni decisero di rimanervi. Intorno al 1880, quando il governo cileno iniziò a confiscare le terre dei mapuche, l’esodo si intensificò. Oltre a dedicarsi al commercio, sono sempre stati un popolo di cacciatori/raccoglitori e piccoli coltivatori. Non esiste un governo centrale e l’organizzazione sociale si è sviluppata in famiglie estese sotto la direzione di un lonko (capo). Le stime sul numero di mapuche che vivono in Argentina variano a seconda delle fonti: secondo l’ultimo censimento ufficiale sarebbero 300.000, mentre secondo il popolo mapuche il dato reale si avvicina ai 500.000. Mentre in Cile il governo ha avviato un programma per introdurre l’insegnamento della loro lingua nelle scuole, in Argentina non è stato adottato alcun programma di questo tipo. Tuttavia, la minaccia più grave per la cultura dei mapuche è la perdita della loro terra, un processo che dura da quando i territori mapuche furono “redistribuiti” dopo la cosiddetta “Conquista del Desierto” (cioè la colonizzazione delle terre scarsamente popolate della Patagonia da parte dello Stato argentino, che ebbe inizio nel 1879). Allora molti nativi furono deportati nelle riserve, spesso territori di qualità scadente e privi per loro di qualsiasi valenza spirituale. Come molte altre popolazioni native, i Mapuche hanno infatti un intenso rapporto spirituale con la terra e attribuiscono un significato sacro a determinate rocce, montagne, laghi e altri elementi naturali.

Nonostante una campagna per i diritti territoriali relativamente intensa, le terre mapuche continuano a essere riassegnate a grandi imprese che operano nei settori dell’allevamento e dello sfruttamento delle risorse petrolifere e forestali. Ma loro non sembrano volersi arrendere all’estinzione e, convinti che la loro sopravvivenza culturale sia legata indissolubilmente alla loro indipendenza economica, gestiscono in tutta la regione dei laghi attività come questo camping.

Dario, uno dei giovani della comunità, ci farà da guida nel nostro “trekking”. Essendosi reso conto appena siamo scesi dal pullmino dell’età media del gruppo (abbiamo colto qualche sguardo preoccupato), ci propone un percorso un po’ più breve di quello che era stato programmato. Forse ci sottovaluta un po’, ma non vogliamo metterlo a disagio e quindi faremo questa passeggiata più “tranquilla”. Siamo comunque in luoghi di grande bellezza; su di noi veglia, dall’alto dei suoi 3554 m, il monte Tronador, un vulcano spento che tuttavia continua a essere all’altezza del suo nome (il “tonante”) quando blocchi di ghiaccio precipitano con fragore dai suoi ghiacciai. Lungo i sentieri si vedono tracce del passaggio del chancho selvatico, il cinghiale, che è uno degli abitanti del parco.

Il monte Tronador

Di qui è passato el chancho selvatico

Foto di gruppo sul lago

Nonostante l’imprevisto occorso a Giovanna, a cui a un certo punto si aprono le suole delle scarpe (incredibilmente ne aveva con sé un altro paio!), riusciamo a concludere senza danni il percorso, che è breve ma con alcuni tratti non semplicissimi. Ritornati al camping, facciamo un’altra breve passeggiata sulle rive del lago mentre sulla griglia appositamente attrezzata all’aperto sta già cominciando a cuocere la carne: il cocinero è già al lavoro. Lavoro che si rivelerà più che mai proficuo, perché (e non me ne vogliano vegetariani e vegani) la carne che abbiamo gustato qui (spoiler) è a mio avviso senza dubbio la migliore di tutto il viaggio. E le occasioni non sono mancate: siamo in Argentina, l’asado è più che un piatto nazionale, è un orgoglio argentino. Il taglio sicuramente più popolare è il bife de chorizo, che corrisponde al nostro controfiletto, tagliato spesso ma molto tenero; e infatti lo troviamo anche qui. È chiaro che la cottura deve essere perfetta, ma la perfezione assoluta non esiste: bisogna seguire quello che è il gusto personale di ciascuno; e quindi ciascuno deve precisare se vuole la carne “poco hecha” o “vuelta y vuelta” (un giro da una parte e un giro dall’altra), che significa al sangue, oppure “jugosa” (succosa, sempre al sangue ma un po’ meno), o “a punto” (cottura media), o “bien hecha” o “bien cocida” (ben cotta). Insieme al bife de chorizo c’è anche la morcilla (sanguinaccio). Qui è ottimo anche il chimichurri, che è una salsina a base di olio, aglio, prezzemolo e un tocco di peperoncino spesso usata per insaporire la carne.

La bandiera mapuche, conosciuta come Wenufoye, è stata creata nel 1992. Il colore azzurro rappresenta il cielo e la spiritualità, il verde la terra e la natura, il rosso la forza e la lotta. Al centro il tamburo mapuche con disegnati i punti cardinali, il sole, la luna e le stelle, simboli di conoscenza.

Un bel primo piano di Patricia

Dopo pranzo, in alternativa al caffè e come ulteriore segno di condivisione, ci offrono il mate, che è un’altra esperienza che in Argentina non si può non fare. Personalmente non lo adoro, ma non c’è nulla di più argentino. Praticamente tutti gli argentini viaggiano sempre con un thermos per l’acqua calda da usare per il mate, oltre che naturalmente con la calabacita (la zucchetta) e la bombilla, la cannuccia con il filtro per aspirare solo l’infuso e non la yerba. I mapuche non bevono e non fumano per scelta politica, ma il mate sì, se lo concedono. Come si fa? Sono pur sempre argentini anche loro, e per di più il mate è un retaggio della cultura indigena, anche se data la sua zona geografica di origine viene più dal mondo guaranì che da quello mapuche; lo vedremo meglio alla fine del viaggio, a Iguazù.  

Arriva poi il momento di uno scambio di impressioni e di ringraziamenti; pur con qualche difficoltà linguistica dovuta al fatto che non tutti nel gruppo parlano un castigliano perfetto e quindi bisogna tradurre, spieghiamo cosa ci ha portato qui e cosa ci resterà di questa giornata. Ci chiedono di lasciare anche un ricordo scritto e quindi Andrea, a nome del gruppo, scrive che ci siamo sentiti tra fratelli e sorelle e che torneremo in Italia con la forza dei mapuche, in attesa del giorno in cui un mondo che comprenda molti mondi sarà una realtà e non più solo un sogno. Mari mari è il saluto mapuche.

Facebook Camping Relmu Lafken

12 marzo 2024

Il viaggio nel mondo mapuche continua il giorno dopo con un altro pranzo conviviale, che Andrea ha combinato con un’altra comunità, che si chiama Lof Roberto Maliqueo. Ma prima c’è una mattinata libera, quindi ne approfittiamo per farci un giro a Bariloche e prendere la seggiovia per andare a vedere il panorama sul lago Nahuel Huapi dal Cerro Viejo (per i più coraggiosi discesa in toboga).

Skate Park – Bariloche

Il lago Nahuel Huapi è un lago glaciale. La prima glaciazione che coprì la Patagonia cominciò un milione di anni fa, l’ultima terminò 13.000 anni fa. I ghiacciai si comportano come fiumi di ghiaccio che scivolano giù per le valli, scavando e spingendo il terreno al loro passaggio. Qui, i ghiacciai di valle confluivano verso la depressione tettonica attualmente occupata dal lago, formando il grande ghiacciaio che si chiama Nahuel Huapi (“isola del giaguaro”).

Bariloche: La statua del grande colonizzatore della Patagonia Julio Argentino Roca, due volte presidente tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 e responsabile di massacri e deportazioni, è imbrattata di rosso a rappresentare il sangue degli indigeni che ha contribuito a sterminare
Anche a Bariloche sul selciato della piazza principale sono dipinti i pañuelos delle madres locali

La bandurra baya, una specie di ibis patagonico

La birreria Familia Weiss, dove abbiamo cenato e assistito a uno spettacolo di tango

La comunità (Lof) Roberto Maliqueo ha la sua sede in una zona periferica di Bariloche, che raggiungiamo col pullmino. È l’occasione per vedere l’altra faccia della città, ben diversa da quella sorta di finta Svizzera patinata che è il centro turistico. Qui vivono le persone che nel centro, e spesso nel turismo, ci vanno a lavorare, ma che non si possono permettere di viverci.

Noi siamo ospiti della famiglia di Evelin, che per accoglierci si è vestita con un abito tradizionale del suo popolo, e con dei gioielli anch’essi tradizionali. È un tipo di abbigliamento ovviamente non di tutti i giorni, ma che usano per le occasioni importanti come le riunioni con le altre famiglie o le riunioni “politiche” con qualche governante, o con le scuole. Serve anche per dimostrare che la loro cultura è ancora viva, che cercano di mantenerla tale e di trasmetterla ai loro figli e nipoti.

I membri della comunità vivono tra qui e quello che è il loro territorio ancestrale, a Valle del Challhuaco, una dozzina di km a sud di Bariloche, su una montagna che si vede anche da qui, dalla finestra di casa di Evelin. Sono una comunità di 17 famiglie, che vivono tutte in città; il territorio di origine lo hanno recuperato nel 2008, e lì all’inizio avevano una sola casa dove andavano nei fine settimana. Ora stanno lavorando per costruire un camping, che se va tutto bene dovrebbe aprire l’anno prossimo: per questo qui nel cortile si vedono molti materiali da costruzione e assi di legno. È l’unico modo per tornare a vivere quel territorio, dato che per le regole del parco, come sappiamo, non si può vivere di agricoltura e di allevamento. Quindi durante la settimana lavorano in città e nei fine settimana lavorano in campagna. Evelin, con il figlio Francisco di 5 anni che le gioca intorno, ci spiega che per i giovani è difficile vivere senza tecnologia, perciò tendono a restare in città; ma poi, quando capiscono che per loro le opportunità sono poche, e non possono nemmeno comprare un terreno per farsi una casa, verso i 25-28 anni spesso tornano alle comunità “en el campo”, in campagna.

Evelin e Francisco

Andrea chiede quali attività fanno per la difesa della cultura mapuche, sia in città che fuori. Evelin risponde che, per esempio, lavorano con 7 comunità del parco Nahuel Huapi (anche Bariloche è nel territorio del parco) tra cui la Lof Wiritray di Patricia, dove siamo stati ieri: Si fanno riunioni periodiche con le altre comunità, per tenere sotto controllo la situazione dei diritti delle comunità indigene in Argentina. Nel precedente parlamento c’erano rappresentanti dei popoli indigeni ma ora non ce ne sono più, ed è successa la stessa cosa anche a livello locale. Poi ci sono altre attività come laboratori di argenteria, di insegnamento della lingua… si fanno molte cose, anche se non sempre si riesce a rendere visibile questa attività. Nei media, i popoli indigeni non hanno una buona immagine: si tende a mostrare di più i lati negativi.

La loro comunità è stata sgomberata quando è stato creato il parco nazionale nel 1934. Per 30 anni il nonno di Evelin tentò di recuperare le terre comunitarie mandando lettere al Congresso a Buenos Aires o andandoci personalmente, ma non ci riuscì mai, anche se aveva dalla sua un documento rilasciato da un colonnello dell’esercito nel 1920. Soltanto i suoi nipoti nel 2008 sono riusciti a riavere i loro diritti su quei terreni, e dal 2008 a oggi sono riusciti a costruire soltanto una casa, per 17 famiglie.

Partecipano alle manifestazioni, ma alle marce non ci vanno molto, perché ci sono sempre scontri e loro invece vogliono fare un attivismo che sia sempre pacifico: sedersi a conversare con lo Stato e cercare così di risolvere le questioni. Alle pareti vediamo foto di quella che fu la prima marcia per difendere la “Ley de Tierra” (la 26160 del 2006 di cui ci aveva già parlato Patricia), a Viedma 4 anni fa. A queste marce – precisa Evelin – ci vanno quando ci sono anche le altre comunità e quando sono sicuri che tutto si terrà pacificamente.

Fanno spesso anche incontri nelle scuole; per le scuole c’è la proposta di poter avere le due bandiere insieme, quella argentina e quella mapuche. E poi si distribuisce un libretto per i bambini con disegni che li aiutano a imparare a tradurre alcune parole elementari dal mapudungun al castigliano e viceversa. Questo tipo di lavoro si fa “ufficialmente” in due scuole pubbliche statali della provincia di Rio Negro, dove le comunità sono riuscite a ottenere che si insegni anche il mapudungun, e poi con vari laboratori gestiti direttamente dalle comunità. Qui a Bariloche, in quasi tutte le scuole, c’è la possibilità di fare in aggiunta alla normale attività didattica questi laboratori per imparare la lingua mapuche, che sono appunto gestiti dalle comunità.

Per questa comunità il risultato più importante è stato aver recuperato il territorio, perché prima dovevano in pratica tornarci solo di nascosto. I problemi rimangono, però, perché ancora oggi se si parla la lingua mapuche si rischia di subire discriminazioni, in città come fuori. C’è molta gente razzista – dice Evelin – che ci insulta e che parla male di noi. “Ma perché?” – La domanda sorge spontanea nel gruppo, anche se di razzismo qualcosa ne sappiamo anche noi. Evelin sorride e risponde “Perché dicono che veniamo dal Cile, che siamo cileni”. In apparenza banale nazionalismo, anche se ha davvero poco senso per una comunità che si è installata in argentina ben più di un secolo fa. In realtà lo stesso nome Bariloche deriva da Furilofche, che in lingua mapudungun significa “gente dell’altra parte”, in riferimento alla cordigliera andina. Ma forse è solo una scusa.

“E ora con Milei?” – chiede Andrea – “E con tutto quello che rappresenta in termini di odio per la diversità e per i poveri?”. Evelin sorride di nuovo ma le sue parole sono amare: “Siamo in un brutto pericolo”. Anche perché ci sono molte comunità, a Bariloche e nella provincia di Rio Negro, che non hanno il riconoscimento della legge 26160, cioè non hanno un documento tecnico che sancisca il loro diritto sulle terre comunitarie, e quindi in ogni momento può arrivare un ordine di sgombero. Loro per fortuna ce l’hanno, ma anche questa non è una sicurezza totale. Può esserci un peggioramento anche a livello culturale, perché Milei è uno che parla apertamente di violenza (“golpes y balas” dice lei, botte e pallottole) e perché è contro ogni forma di proprietà comunitaria, per un’esaltazione della sola proprietà privata: lui e il mondo indigeno sono proprio due pianeti diversi. Naturalmente nasce la curiosità di capire se e come si è discusso, nella comunità, sull’opportunità di votare o no, e se votare contro Milei per scongiurare questi pericoli. Scopriamo che purtroppo anche nelle comunità indigene il messaggio semplicistico di Milei su alcuni ha fatto presa; hanno creduto alle promesse, lanciate con un incessante bombardamento mediatico, di un rilancio economico e della “dollarizzazione” dell’economia, che dovrebbe risolvere tutti i problemi sostituendo il peso con una moneta forte e stabile. Ci hanno creduto anche se di fatto è una soluzione impraticabile, e se legare il peso al dollaro è stato uno dei fattori che ha portato alla grande crisi del 2001. E perciò lo hanno votato nonostante per lui i mapuche siano indios che vengono dal Cile. Le comunità quindi si sono spaccate: una parte ha votato per Milei e una parte contro. Anche secondo Evelin, come secondo molte delle persone che abbiamo conosciuto finora (praticamente tutte), ci sono grandi responsabilità anche dell’ultimo governo, quello di Alberto Fernandez, che ha gestito l’economia in maniera pessima e non ha fatto niente di concreto per rispondere alla campagna mediatica di Milei, fino all’idea geniale di candidare Massa, che era stato proprio ministro dell’Economia. Inoltre qui – sottolinea ancora Evelin – la maggior parte delle persone non hanno accesso alla rete del gas, si scaldano con stufe a legna, usano bagni non collegati alle fognature e non possiedono un pezzo di terra dove vivere. Le persone sono stanche di tutto questo. Perciò, come altrove, si è votato per un cambio, un cambio semplicemente per andare contro: contro la “casta” (questa funziona sempre, ndr), contro chi finora non ha fatto niente per quartieri come questi. E purtroppo questa volta il voto contro era rappresentato da un personaggio come Milei, da cui non ci si può certo aspettare un cambio in positivo per la gente povera, ma il voto “di pancia”, o “de bronca” come si dice qui, di rabbia, non prevede questo genere di riflessioni.

Dopo il pranzo, che è un ottimo pranzo a base di pankutra (piatto tipico mapuche fatto con gnocchi di farina e un condimento a base di carne), viene a parlare un po’ con noi anche la madre di Evelin, che ci spiega come tutta la loro attività sia basata sui concetti di comunità e di solidarietà, come è tipico dei popoli originari; nella comunità vengono accolte anche persone che appartengono ad altri popoli originari. E ci ricorda come il grande problema dell’Argentina sia che le risorse ci sono, ma i grandi capitalisti preferiscono venderle all’estero per rimpinguare i loro patrimoni che usarle per far stare meglio il popolo. Milei va in questa direzione, e perciò anche con lui bisognerà trattare come con tutti gli altri prima di lui, cercando comunque il dialogo perché non c’è la possibilità di ottenere niente con mezzi che non siano pacifici.

La pankutra

Foto di Giovanna Procacci

Foto di Giovanna Procacci

Salutiamo anche Evelin e la sua famiglia e torniamo in centro a Bariloche. Il programma di oggi prevede anche un incontro con una radio comunitaria dei mapuche, ma prima abbiamo un paio d’ore libere nelle quali possiamo provare a infilare due musei: il piccolo ma interessante museo paleontologico e il museo de la Patagonia. Il primo ci sta, il secondo abbiamo veramente troppo poco tempo per visitarlo ed è un peccato, perché ospita una ricca collezione archeologica ed etnografica, con interessanti spiegazioni di temi relativi alla storia argentina, come la resistenza dei mapuche alla conquista del desierto.

Ma noi ne sentiremo parlare dalla viva voce di uno studioso locale grazie all’incontro che Andrea ha combinato per noi presso Radio Piuke. Si torna nella parte alta della città, in un quartiere che si chiama El Frutillar (il campo di fragole). Curiosità: in Argentina fragola non si dice fresa come nella maggior parte dei paesi di lingua spagnola ma frutilla. Del resto, se si pensa che l’avocado non si chiama aguacate ma palta, è evidente che c’è una certa tendenza a dare alla frutta dei nomi strani. 😉

Replica di un ittiosauro Caypullisaurus bonapartei (sauro con forma di pesce) del giurassico di Neuquén (150 milioni di anni fa). Questo peculiare rettile si era adattato alla vita acquatica ed ebbe un discreto successo nella storia evolutiva. Gli esemplari adulti misuravano tra 6 e 7 metri di lunghezza.

Ricostruzione di una mandibola di megalodon, una specie estinta di squalo che visse 22 milioni di anni fa, nell’era terziaria

Ci riceve Alejandro Yanniello, che fa parte dell’organizzazione ecologista Piuke che da 27 anni lavora in questo quartiere popolare di Bariloche dove vivono 40mila persone: un quarto della città, composto da settori popolari e mapuche emigrati per lavorare nel turismo, la principale offerta di impiego nella città. Nel quartiere con le strade a griglia regolare, si elevano le case a uno o due piani con tetto a due falde che dominano il paesaggio. Piuke significa “cuore” in lingua mapudungun. Dopo la grande crisi del 2001, quella del default nazionale e delle grandi rivolte del “Que se vayan todos”, qui la gente era poverissima, i bambini cercavano cibo nelle discariche e lo Stato aveva creato mense per i poveri che offrivano soia, latte di soia e altro cibo transgenico prodotto dalla Monsanto. Il programma si chiamava “Soja solidaria” (soia solidale). Nello stesso periodo, in Europa si raccomandava per precauzione di non mangiare soia transgenica, di cui ancora non si conoscevano esattamente le proprietà, perché non c’era la certezza che non causasse danni. Piuke, dopo intense discussioni, decise di rifiutare quei programmi di “aiuto”, ed è allora che è cominciato uno straordinario percorso di autonomia. La nuova organizzazione iniziò a fare attivismo nel quartiere su questo problema, e gli abitanti del barrio chiamarono gli attivisti perché venissero a spiegare pubblicamente le ragioni del conflitto, che all’inizio non capivano. Ci fu una riunione, dove si decise di allestire, per le bambine e i bambini del barrio, un comedor comunitario autogestito che non accettasse cibo transgenico. Ci si opponeva allo Stato perché lo Stato favoriva Monsanto, come anche la Chiesa, che in tutte le sue mense portava avanti il piano della multinazionale. Cominciando a lavorare con i bambini e con le famiglie, si è potuto iniziare anche a introdurre le idee ecologiste tra la gente del quartiere. Generalmente – dice Alejandro – la preoccupazione per l’ambiente è un tema da classe media in Argentina (e anche da noi, aggiungiamo). Ma con questo scambio di idee e con l’esempio, anche in un quartiere popolare si possono ottenere dei risultati. Ora, quando c’è una marcia o una manifestazione a difesa dell’acqua o contro le miniere, viene anche la gente del barrio con le sue bandiere, la squadra di calcio del barrio con la sua tifoseria, e la relazione con la popolazione locale è diventata importante. Così quando, qui o altrove nella regione, arrivano le aziende minerarie a inquinare l’acqua, tutti partecipano alla resistenza, anche se per la maggior parte a essere minacciate sono le comunità mapuche. È così ormai da 20 anni.

Grazie anche all’intervento di Piuke, dopo un anno il programma fu interrotto e si smise quindi di dare la soia Monsanto ai bambini; anche la chiesa si dichiarò d’accordo con questa decisione.

Alejandro Yanniello

Alejandro definisce Piuke una organizzazione che nel mondo occidentale sarebbe considerata di “ecologia sociale”, ma nella realtà di qui è una miscela: un’organizzazione ecologista che vista dal “primo mondo” è anche “indigenista”. Quello che tentano di fare, attraverso l’esperienza, e le esperienze, nel territorio, è arrivare a impiantare un modello di società. In questa città arrivano molti turisti, e la gente vuole che sappiano, che si rendano conto di quelli che sono i conflitti in atto e possano essere loro stessi a diffonderli oltre il contesto locale. In questo quartiere popolare vivono i figli di molte famiglie provenienti da aree rurali dove sono in corso tentativi di resistenza all’industria estrattiva, e perciò qui c’è una resistenza anche portata avanti da rappresentanti dei territori.

Piuke cerca di far convergere tutti questi conflitti e queste idee per creare una società diversa: ecologica, partecipativa, democratica e comunitaria. Un modello di società dove siano inclusi quelli che normalmente sono esclusi da ogni decisione, in primo luogo le comunità mapuche. Per questo 8 anni fa hanno fondato una radio comunitaria, che trasmette proprio da qui dove siamo ora. Alejandro ci tiene a dire anche che l’abbigliamento di Andrea, totalmente xeneise, da tifoso del Boca, è benvenuto qui. Evidentemente è xeneise anche lui.

Il funzionamento di Piuke è autogestito, autonomo e militante: significa che nessuno ci guadagna dei soldi; tra le persone dell’organizzazione e gli amici/amiche c’è un vincolo che Alejandro definisce fraterno: “Forse non abbiamo alleati” – dice “ma siamo fratelli tra noi”. Intende dire che non sono legati a nessun movimento politico “ufficiale”. “Non facciamo alleanze strategiche” – continua – “facciamo alleanze fraterne”. Alleanze basate sulla fiducia. Quindi i compiti, nella radio, si dividono. A partire dalla prossima settimana inizia l’anno della radio per quanto riguarda i programmi di notizie. Gli attivisti fanno dei turni per la conduzione dei programmi giornalistici, che vanno in onda tutte le mattine. Poi ci sono programmi gestiti da altri, che Piuke ritiene di interesse: i programmi di musica, ad esempio, sono autogestiti dai giovani del quartiere. Si tengono delle lezioni di radiofonia per questi ragazzi, in modo che possano poi condurre i loro programmi. Alle 8 di sera, tutti i giorni, ci sono programmi che seguono le assemblee che si tengono per la difesa del territorio contro l’estrattivismo. Tutte queste assemblee locali si riuniscono insieme una volta l’anno. Molte di queste realtà locali realizzano programmi radiofonici, che vengono incisi e mandati a Radio Piuke che li trasmette. La radio si finanzia anche con la vendita di dolci preparati dalle persone del barrio.

Dopo 8 anni di radio “clandestina”, quest’anno Radio Piuke ha ottenuto anche la licenza di radio comunitaria. Quando hanno cominciato, hanno cercato la protezione di una rete di radio comunitarie, ma questa rete era molto vincolata con i partiti politici. Quindi hanno costruito loro una rete di radio comunitarie e mapuche di questa regione: sono una decina di radio, che compongono una rete svincolata dai partiti.

Andrea, su richiesta del gruppo, chiede se c’è un modo differente di vivere le lotte tra i mapuche che vivono in città e quelli che vivono fuori, in campagna, anche perché qualche ora fa Evelin ci ha detto che la sua comunità non sempre partecipa volentieri alle manifestazioni, se non c’è la certezza che siano pacifiche. Alejandro risponde che quello mapuche è un popolo, non è un movimento politico, e perciò è inevitabile che abbia al suo interno diverse anime e anche diversi modi di manifestare.

Molti ragazzi e ragazze che frequentavano la mensa popolare di Piuke ora sono cresciuti, hanno 25 anni o più e spesso hanno figli. Alcuni ora vivono fuori e, avendo imparato da piccoli, hanno cominciato ad autoorganizzarsi nei territori, dove ora sono sorte altre mense popolari.

Sulla situazione generale del paese e sulle ragioni della vittoria di Milei, ci interessa l’opinione di chi fa un lavoro di lotta sociale dal basso così importante. Alejandro Yanniello inizia la risposta con “È complesso”, e lo è davvero molto. Nella loro discussione interna, sono già giunti ad alcune conclusioni, ma non hanno ovviamente una risposta definitiva. Una delle questioni che loro giudicano centrali è come la rete ha di fatto imposto l’idea della globalizzazione. Internet è un veicolo che diffonde un modello ben preciso che vede le persone come un mercato. Con un discorso semplice, fatto di pochi slogan e parole chiave, ripetuto all’infinito, si può ottenere che la maggioranza delle persone, in questo caso la metà del paese, lo prenda per vero. Questo vale per Milei come per Giorgia Meloni. E noi chiaramente non possiamo che essere d’accordo. Quello che è davvero complesso è come smontare questo tipo di pensiero unico.

Nella sede della radio vediamo dei materassi perché qui, recentemente, hanno dormito alcuni esponenti di comunità mapuche che sono venuti in città a sostenere i loro compagni di lotta che sono accusati di “usurpazione” nei tribunali per aver difeso la propria terra.

Alejandro passa poi la parola ad Adrian Moyano, giornalista e attivista autore di alcuni libri sulla cultura e sulle lotte dei mapuche. Lui può aiutarci a capire meglio il quadro storico generale che porta alla situazione di oggi.

Ci spiega che, in fin dei conti, quello dei Mapuche è un genocidio che è stato praticato 100 anni prima con gli stessi metodi della dittatura militare degli anni ’70: su basi etniche e non politiche, ma con lo stesso livello di pianificazione, la stessa fredda determinazione e la stessa mancanza assoluta di qualunque scrupolo di ordine morale. La Patagonia e la Terra del fuoco furono conquistate non dalla Spagna ma da Argentina e Cile già indipendenti. Mentre in Cile la strategia fu quella di ridurre gli spazi vitali delle comunità indigene, qui dal lato argentino delle Ande fu messo in campo un progetto di “deterritorializzazione”, deportando la gente e cercando di disperdere le comunità andando a trasferire le persone in altri luoghi. Queste differenze secondo lui generarono in Cile un effetto non voluto dallo Stato cileno, e cioè che la cultura mapuche ebbe maggiori possibilità di preservarsi intatta. Ed è questa la cultura che è arrivata poi in Argentina con la migrazione dei mapuche. Queste comunità che erano sopravvissute alla “Conquista del Desierto” erano fondamentalmente comunità rurali, ma nel tempo questa situazione si è modificata fino al punto che, circa 20 o 30 anni fa, era già ormai un fatto che la maggior parte della popolazione mapuche viveva nelle città. Questo non vuol dire che la gente che vive in città si sia svincolata dalle sue rispettive comunità rurali. È invece un vincolo che è ancora molto stretto, come nel caso delle 12 comunità, territorialmente molto estese, che vivono nei dintorni di Bariloche in un raggio di circa 100 km e che sono concretamente minacciate da megaprogetti minerari.

Adrian Moyano

Resta giusto il tempo per un’occhiata veloce agli studi della radio, che sono situati al piano di sopra e che hanno veramente un aspetto molto da “radio libera”. Possiamo salire solo poche persone alla volta, perché è meglio non sollecitare il soppalco in assi di legno con un peso eccessivo. Noi ci sentiamo ovviamente, in qualità di ascoltatori, rappresentanti di Radio Popolare in visita a una radio sorella.

Lo studio di Radio Piuke

https://radiopiuke.org.ar/

È stata un’esperienza di scambio tra radio libere e comunitarie molto interessante, ed è la più che degna conclusione del nostro percorso alla scoperta del mondo mapuche. Domani partiremo con un altro volo interno alla volta di El Calafate, che è già Patagonia sud, la Patagonia più vera, più mitica, ed è soprattutto a breve distanza da una incredibile meraviglia della natura: il ghiacciaio Perito Moreno.

Dolcezze argentine: Flan con dulce de leche

(TO BE CONTINUED…)