13 marzo 2024
El Calafate prende il nome da una bacca che, se la mangi, ti garantisce che tornerai in Patagonia. Non so dire se funzioni, posso dire solo che non è indispensabile per tornare: io quando 12 anni fa passai di qui per la prima volta non l’avevo mangiata, eppure eccomi qua ad atterrare per la seconda volta nel piccolo aeroporto sulla riva meridionale del Lago Argentino, che oggi è di un azzurro brillante davvero spettacolare. Di sicuro qui per noi comincia la Patagonia, quella vera. Non che Bariloche non lo sia, ma qui c’è quel paesaggio lunare che tutti associamo alla Patagonia, chi ha letto Chatwin e chi ha visto solo delle foto.


Bacca a parte, la principale ragion d’essere di questa cittadina che oggi conta 30.000 abitanti è che è la più vicina al ghiacciaio Perito Moreno, che si trova a 80 km da qui, nel Parque Nacional Los Glaciares. Sì, in realtà i ghiacciai da queste parti sono più di uno, tant’è vero che ci troviamo in quello che viene chiamato Campo de hielo (campo di ghiaccio) patagonico. Ma noi, come del resto tutti gli altri che passano di qui, siamo qui proprio per vedere lui, il Perito Moreno. Per me, come vi dicevo, sarà la seconda volta: forse non sarà impressionante come la prima, ma sono certo che mi piacerà ancora. C’è chi dice che bisogna vederlo prima che sia troppo tardi, perché presto sparirà. In realtà non è proprio così, ma ci sarà tempo per parlarne.
Quando sbarchiamo a El Calafate è primo pomeriggio, perciò per il ghiacciaio dovremo aspettare fino a domani: conviene andarci la mattina, e prendersi tutto il tempo che serve per vederlo prima dalle passerelle e poi in barca. Ora non resta altro che farsi una passeggiata nel centro, che però onestamente non è un granché, e cercare di raggiungere la riva del lago sfidando le raffiche di vento, il freddo e la pioggerella che di tanto in tanto sembra voler iniziare a cadere. Anche il clima, non c’è dubbio, è pienamente patagonico: l’estate a queste latitudini è così, e figuratevi l’inverno.
La popolarità del Perito Moreno come destinazione turistica ha favorito ovviamente la crescita disordinata di El Calafate, che sicuramente va avanti da un po’. Non saprei dire se sia solo un’impressione o un difetto di memoria, ma anche rispetto a 12 anni fa mi sembra più grande. Mi sembrava che spingendosi a poche centinaia di metri dal centro si finisse già su strade sterrate fangose in mezzo al nulla, o meglio a poche case sparse anche abbastanza male in arnese, ora invece sembra tutto un po’ più “pettinato”, anche se comunque nulla a che vedere col centro di Bariloche. Quello che non è cambiato è il numero di cani: con 30.000 abitanti ci sono almeno 10.000 cani, che si vedono facilmente sonnecchiare per strada o riunirsi in piccoli branchi, che talvolta possono prendere anche un aspetto non troppo rassicurante. Ma questo solo se ci si allontana un po’ di più dal centro: qui sonnecchiano e basta, nella speranza di racimolare un po’ di cibo dai turisti. In realtà non sono randagi, anche se potrebbe sembrare; ricordo che anche 12 anni fa qualcuno me lo disse: “Tienen dueño”. Hanno un padrone, però qui se la vivono un po’ così, più liberamente: non stanno sempre in casa, durante il giorno girano liberi e tornano a casa solo la sera a dormire.
Il tempo è davvero abbastanza inclemente, e non siamo ancora abituati, perciò ci rifugiamo ben presto in albergo a prendere un tè e a chiacchierare in attesa della cena.



Dopo cena, con un piccolo gruppetto guidato da Andrea, vorremmo almeno fare altri due passi e andarci a bere una birra ma di nuovo, appena usciti, comincia subito a piovere: ci rifugiamo nella prima birreria artigianale e, mentre sorseggiamo la nostra birretta, dalla finestra vediamo con un certo stupore la pioggia trasformarsi in grossi fiocchi di neve. La simpatica cameriera, vedendo la nostra iniziale incredulità, ride e ci spiega che è tutto normale, soprattutto in questa estate che volge ormai al termine e che pare sia stata più o meno tutta così. In realtà non passa neanche mezz’ora e i fiocchi ritornano gocce d’acqua, perciò non resta traccia di questa breve nevicata. Possiamo andare a dormire e sperare che domani sia meglio, anche se le previsioni sono tutt’altro che incoraggianti.
14 marzo 2024
Effettivamente il giorno dopo il meteo non appare decisamente dei migliori, ma è l’unico giorno che abbiamo per vedere il ghiacciaio (il nostro programma è serrato) e perciò ovviamente si parte comunque. Abbiamo a disposizione un pullman con una guida che, mentre percorriamo gli 80 km di steppa patagonica che ci separano dal ghiacciaio, ci spiega un po’ cosa c’è da sapere sul Perito Moreno.


Questo straordinario ghiacciaio misura circa 30 km di lunghezza, 5 km di larghezza e 60 m di altezza sopra il livello dell’acqua (ma ce ne sono altri 180 sotto!). Il ghiacciaio si è formato in quanto un basso valico andino ha permesso alle perturbazioni cariche di umidità, provenienti dal Pacifico, di scaricarsi a est dello spartiacque, dove si accumulano sotto forma di neve. Nel corso dei millenni e sotto un peso tremendo, questi cumuli di neve si sono cristallizzati in ghiaccio e hanno cominciato a scorrere lentamente verso est. Il letto di 1600 kmq del Lago Argentino, che ha la forma di un calamaro ed è il più vasto bacino idrico del paese, costituisce la prova lampante che un tempo i ghiacciai erano molto più estesi di quanto non siano adesso.
Fino a pochi anni fa, ciò che lo rendeva eccezionale rispetto agli altri ghiacciai era la sua avanzata costante: fino a 2 m al giorno, fatto che causava il distacco dal suo fronte di giganteschi iceberg delle dimensioni di interi palazzi. Oggi non è più così, o forse sì… se sia ancora in fase di avanzata, o si stia ritirando, o sia di fatto stabile per effetto di una sua ciclicità di avanzamento e arretramento, è oggetto di costante dibattito tra i glaciologi, come per altri ghiacciai patagonici. Ovviamente c’è chi sostiene che il cambiamento climatico stia avendo i suoi effetti anche qui e chi pensa il contrario. Negli ultimi anni, cioè dal 2020, si è comunque registrato un arretramento di 500 m per quanto riguarda la parete sud e di 800 m per la parete nord.
Il fronte è formato da una lingua anteriore lunga circa 5 km. Il movimento è dovuto all’esistenza alla base del ghiacciaio di una sorta di cuscino d’acqua che lo tiene staccato dalla roccia. A causa di tale movimento il ghiaccio avanza. Quando poi il fronte del Ghiacciaio raggiunge l’altra sponda del lago Argentino, dove si trova una piccola penisola chiamata “de Magallanes”, forma una diga naturale che separa le due metà del lago, e il fronte glaciale si trova pressoché equamente diviso in 2,5 km per lato. A causa di questo sbarramento l’acqua della parte del lago chiamata Brazo Rico può salire di oltre 30 metri rispetto al livello consueto. Un’enorme pressione prodotta da questa massa d’acqua finisce per erodere il fronte del ghiacciaio; il muro di ghiaccio si scioglie nei punti più deboli, attraverso i quali filtra l’acqua fino a far crollare enormi guglie e blocchi, o più raramente a collassare con esplosioni verso l’esterno di enormi quantità di ghiaccio con uno strepito imponente.
Una particolare attrazione è rappresentata poi da un’altra caratteristica del Perito Moreno: il “puente de hielo (ponte di ghiaccio)”. In pratica, si crea un ponte di ghiaccio tra il fronte del ghiacciaio in avanzamento e la sponda del lago stesso. Dopo un po’ di tempo, il ponte inizia ad assottigliarsi nella parte inferiore a causa dell’acqua che continua a scorrere sotto di esso e, quando il ponte non è più in grado di reggere il proprio peso e la pressione dei ghiacci in avanzamento, si assiste alla catastrofica e spettacolare rottura. Il ciclo diga/rottura non è regolare e ricorre con frequenza che varia da due volte l’anno fino a meno di una volta per decennio. L’ultima rottura si è verificata nel 2018, il che secondo alcuni è un altro segnale che il ghiacciaio sta arretrando, perché condizione necessaria per il verificarsi del fenomeno è che ci sia un avanzamento.


Qui le temperature in inverno raggiungono i -20°C, mentre in estate sono sui 10°C come oggi; in genere, però, in estate c’è un vento più forte. Per quanto riguarda la fauna, l’animale più caratteristico di questa zona è il cervo huemul o guemul, che è però una specie in pericolo: ne sono rimasti solo 1500 esemplari.
Ma chi era il Perito Moreno che dà il nome al ghiacciaio? Francisco Pascasio Moreno (Buenos Aires, 31 maggio 1852 – Buenos Aires, 22 novembre 1919), più noto come Perito Moreno, è stato un esploratore argentino. Appassionato raccoglitore di fossili, nel 1872 Moreno inizia una serie di spedizioni esplorative, assistito da reparti dell’esercito. Nel gennaio 1876 esplora il Lago Nahuel-Huapi, quello di Bariloche. Esplora anche numerosi fiumi in Patagonia. Nel 1880 parte per la seconda esplorazione del territorio della Patagonia, dove viene fatto prigioniero dai Tehuelche, una tribù aborigena, e condannato a morte, ma scappa l’11 marzo, un giorno prima dell’esecuzione. Nel 1882–1883 esplora le Ande dalla parte sud della Bolivia, e nel 1884-1885 fa una nuova esplorazione del territorio a sud del Rio Negro e della Patagonia.
Fu direttore del museo antropologico di Buenos Aires, capo della commissione esplorativa Argentina e dei territori meridionali, e membro di numerose società scientifiche europee. Per il suo contributo alla scienza, Moreno ricevette un dottorato honoris causa dall’Università di Córdoba nel 1877. È anche conosciuto per il suo ruolo in difesa dell’Argentina durante la delineazione dei confini internazionali con il Cile. Nel 1902 fu nominato Perito (un tecnico specialista o esperto) nel conflitto dei confini.

Non è stato lui, peraltro, a scoprire il ghiacciaio, ma si è solo avvicinato. Chi ci è arrivato per primo è un altro, e cioè Rudolph Hautal che, qualche anno dopo il primo avvistamento da parte del capitano inglese dell’armata cilena Juan Tomàs Rogers nel 1879, riuscì a metterci piede e però lo volle chiamare Bismarck, in onore del cancelliere prussiano. Fu solo nel 1899 che il ghiacciaio fu definitivamente battezzato “Perito Moreno”.
La nostra guida ci racconta anche, forse per sollecitare una mancia un po’ “generosa”, del periodo del Covid: qui è stato tutto chiuso per due anni, praticamente senza aiuti di stato. È abbastanza pazzesca la storia di una coppia di francesi che sono rimasti chiusi in albergo per 4 mesi prima di poter tornare a casa.
Giunti al ghiacciaio, comunque, la guida ci annuncia che ci aspetterà sul pullman. Avremo tutto il tempo necessario per vedere il ghiacciaio dalle passerelle e poi per la navigazione in barca, con la quale ci avvicineremo al fronte, ma dovremo fare tutto in autonomia. Il cielo è molto nuvoloso e fa freddo. Ci avviamo a piccoli gruppetti giù per i sentieri che portano alle varie passerelle, paradiso dei fotografi. C’è chi dice che la luce migliore per vedere e fotografare il ghiacciaio sia proprio questa, col cielo carico di nuvole, perché il sole tende ad “appiattire” verso il bianco tutte le infinite sfumature di azzurro dei ghiacci. Cerchiamo di consolarci con questo pensiero, mentre io cerco di ricordarmi se effettivamente 12 anni fa, quando sono venuto qui per la prima volta e sicuramente il tempo era migliore (anche se nemmeno allora era sole pieno), si vedessero più o meno colori. In ogni caso, è sempre uno spettacolo da togliere il fiato. Intanto scendono le prime gocce di pioggia, che si fanno man mano più decise, e allora gradualmente torniamo tutti verso il parcheggio per rintanarci nella caffetteria in attesa della partenza della barca. L’ultimo ad arrivare è Andrea, che si è dichiarato fin da Bariloche refrattario ad ogni tipo di “trekking” (lui quando lo dice sottolinea la parola con un certo sarcasmo) e che quindi ora ci sfotte dicendo che sono bastate poche gocce d’acqua a farci ripiegare, mentre lui coraggiosamente si è spinto fino alle passerelle più in basso nonostante il vento e la pioggia.


Il giro in barca dura un’oretta ed è decisamente da fare, anche con un tempo non esattamente propizio come oggi. In realtà piove a tratti e non con grande intensità, quindi alla fine riusciamo a godercela abbastanza, stando il più possibile sul ponte scoperto, mentre la barca prima si avvicina al fronte del ghiacciaio e poi naviga in mezzo agli iceberg. Grazie a Silvia, che è la nostra guida, scopriamo alcune altre notizie sul ghiacciaio, per esempio che l’accumulo di neve è di 7 m ogni anno e che la velocità è di 2 m/giorno al centro, ma di 15 cm/giorno nelle parti laterali. Quando gli iceberg hanno un colore azzurro più scuro, significa che la parte che vediamo è quella che prima era sott’acqua, perché succede con una certa frequenza che si capovolgano.




Abbiamo avuto anche la fortuna di poter assistere ad almeno 4 o 5 crolli di blocchi di ghiaccio, uno davvero imponente come dimensioni; in un’ora è tanto rispetto alla media, e perciò Silvia ha concluso che oggi la pachamama, la dea madre terra dei popoli indigeni andini, ci ha voluto bene.










https://www.losglaciares.com/es/parque/index.html
Ritornando verso El Calafate ci fermiamo al Glaciarium, un grande museo del ghiaccio costruito recentemente qualche km fuori città, che offre una panoramica a 360 gradi sui ghiacciai del mondo ovviamente con un focus speciale sui ghiacciai della Patagonia.


Il percorso espositivo si sviluppa in due padiglioni utilizzando tecnologie di ultima generazione. Si entra attraverso un corridoio guidati dal piacevole suono del gocciolamento dell’acqua di fusione del ghiacciaio, e poi c’è un grande modello del Campo de Hielo Patagonico sud, che fa ben comprendere l’assetto dei ghiacciai della zona, divisi tra Argentina e Cile; si scopre che in realtà il Perito Moreno non è né il più esteso (primato che spetta al Pio XI con 1265 kmq) né il più alto (il ghiacciaio O’Higgins supera gli 80 m), ma semplicemente il più accessibile per la sua posizione e conformazione.
Forse però quello che impressiona di più è il documentario dove il ghiacciaio, parlando in prima persona, racconta, in tutte le sue fasi, l’ultima rottura del puente de hielo che è stata filmata, che è quella del 2016 perché la più recente, quella del 2018, è avvenuta durante la notte. Questa è una versione più breve e con la musica invece del commento audio, ma per farsi un’idea va bene.
https://www.youtube.com/watch?v=Vo24ZdcIjXk
Molti, poi, non esitano a mettersi in coda per entrare al GlacioBar Branca, progettato con pareti di ghiaccio e mobilio realizzato con parti scolpite del ghiacciaio stesso. Bicchieri del bar, tavoli e sedie sono realizzati interamente di ghiaccio. E ovviamente la temperatura ambiente costante è -10°, tanto che prima di accedere si viene dotati di un apposito abbigliamento che protegge dal freddo pungente, inclusi i guanti per tenere il bicchiere. Ma perché Branca? – direte voi. Branca come il Fernet, sì, proprio quel Fernet. Perché vi sembrerà impossibile, ma in Argentina da decenni c’è una vera e propria mania per il Fernet, soprattutto se mixato con la Coca Cola… ma ne riparleremo, perché adesso, avendo poco tempo, la coda per noi è veramente troppa.
Sì, perché la giornata non è ancora finita: Andrea, prima di cena, ci ha organizzato un incontro con un sociologo locale, che ci racconterà quelli che sono passati alla storia come i grandi scioperi rurali del 1920-21, che ebbero luogo proprio qui nella provincia di Santa Cruz e che furono capeggiati da due sindacalisti di origine italiana, Josè (Giuseppe) Accardi e Alfredo Fonte detto “El Toscano”.
Allora qui il territorio era diviso in grandi estancias, fattorie latifondistiche destinate soprattutto all’allevamento di ovini, tra le quali ci si spostava soltanto a cavallo. Tutto comincia alla fine del 1920, quando la lotta per i diritti dei lavoratori porta all’interruzione pressoché totale del lavoro in tutte le estancias a sud del Rio Santa Cruz, dal confine col Cile segnato dalla Cordigliera delle Ande fino alla costa atlantica. Le richieste ai proprietari terrieri sono quelle di migliori condizioni di vita e di lavoro, condizioni che allora erano davvero insostenibili. Ci sono delle negoziazioni, ma non si trova un accordo e viene quindi dichiarato uno sciopero generale in tutta questa parte del territorio.
Il governatore manda la polizia per far finire lo sciopero e arrestare i leader sindacali, ne nascono degli scontri con morti e feriti. Queste notizie allarmanti arrivano a Buenos Aires al presidente Yrigoyen, ma sotto forma di notizie diverse che arrivano da diverse fonti: dal governatore, dai rappresentanti degli allevatori e da un giudice che sta dalla parte dei lavoratori. In questa incertezza, il presidente sceglie un suo uomo di fiducia perché vada sul posto a vedere la situazione. Sbarca nella provincia di Santa Cruz il tenente colonnello di cavalleria Varela, che aveva ricevuto ordini molto vaghi sia dal presidente che dal ministro competente: gli avevano detto solo di andare e fare il suo dovere. Non sapendo che fare, sente il governatore, gli allevatori, il giudice e i rappresentanti dei lavoratori. Andando a vedere le estancias, vede le condizioni miserabili in cui vivono i lavoratori e decide che si tenga un incontro, in una estancia qui vicino, tra i rappresentanti degli allevatori e quelli dei lavoratori, con lui e il governatore in rappresentanza delle autorità, e che si firmi un accordo che favorisca i lavoratori, perché – stando a quanto disse lui stesso – erano gravemente sfruttati e vivevano in condizioni al di sotto di un livello minimo di umanità (ad esempio, dormivano in capanni privi di tutto e alcuni addirittura all’aperto, avvolti in un telo al riparo dei cespugli). Firmato l’accordo, nel maggio 1921 Varela torna a Buenos Aires convinto di avere compiuto la sua missione. Ma gli allevatori non vogliono rispettare l’accordo, perché quello che loro pretendono, essendo padroni di tutta questa grande estensione di terra, è che lo Stato stia dalla loro parte e non che invece, attraverso l’esercito, si schieri dalla parte dei lavoratori.

Il resoconto di Varela al presidente e al ministro della guerra è molto minuzioso e dettagliato, e dà le colpe principali della rivolta alla polizia, che aveva ecceduto nell’uso della forza. Nel periodo invernale, fino a ottobre del 1921, resta tutto fermo (all’epoca nella provincia di Santa Cruz tutto il lavoro restava di fatto paralizzato in autunno-inverno a causa delle condizioni climatiche, che facevano sì che i piccoli villaggi restassero isolati) e in questo periodo di pausa i lavoratori hanno il tempo di riorganizzarsi. Il gruppo degli italiani Fonte e Accardi viene isolato dal movimento perché ritenuto responsabile degli scontri e dei morti, e appare la figura dell’anarchico galiziano Antonio “Gallego” Soto, un leader del nord del territorio che negli ultimi mesi del 1921 riorganizza i lavoratori, creando una federazione dei lavoratori delle diverse estancias. Nello stesso periodo si organizzano anche gli allevatori: nasce la Sociedad Rural de Santa Cruz, con l’impulso del precedente governatore Correa Falcòn. I proprietari terrieri hanno ancora “il sangue agli occhi” per la sconfitta subita, perciò cominciano una campagna di disinformazione facendo pubblicare menzogne sui giornali di Buenos Aires. Sostengono che i lavoratori sindacalizzati sono diventati banditi che compiono scorrerie nelle fattorie appiccando incendi e assassinando gli estancieros e gli altri abitanti, cosa totalmente falsa.
I lavoratori organizzati iniziano una seconda fase di mobilitazione in coincidenza con l’inizio del lavoro dopo la pausa invernale, chiedendo agli allevatori di rispettare i termini dell’accordo stipulato mesi prima, ma questi rifiutano e quindi i lavoratori decidono di intraprendere nuovamente iniziative di lotta, con lo stesso metodo dello sciopero precedente. La tattica era quella di fare il giro di tutte le estancias e portare via i lavoratori, insieme con gli amministratori o i capataces (sorveglianti) che si trovavano lì in quel momento e con tutti i cavalli, per rendere difficoltosa la mobilità della polizia. In ogni fattoria venivano lasciati solo gli uomini strettamente necessari, in funzione delle dimensioni, a badare agli animali e a provvedere alla legna e alle altre necessità delle donne e dei bambini che rimanevano. Tutti i lavoratori in lotta della zona a sud del Rio Santa Cruz si riuniscono nella estancia Anita, che è a 28 km da El Calafate, in attesa che le autorità ricompongano il conflitto imponendo il rispetto degli accordi. La polizia non ha forze sufficienti per intervenire, ma nel frattempo la campagna di disinformazione orchestrata dagli allevatori comincia a dare i suoi effetti, anche perché i loro rappresentanti si recano di persona a Buenos Aires per denunciare alle autorità i presunti incendi e saccheggi delle estancias e chiedere che venga nuovamente mandato l’esercito, ma questa volta a dare una lezione esemplare ai lavoratori. Varela ritorna quindi in Patagonia ma questa volta con ordini precisi: deve applicare misure drastiche, inclusa la pena di morte ove necessario. Il colonnello sbarca a Rio Gallegos, capitale della provincia, si informa sulla situazione e dà il via a un’operazione militare, dividendo il territorio in tre zone operative. Lui si prende la zona nord e si reca prima di tutto in una estancia di proprietà di una famiglia tedesca, dove c’era stato uno scontro tra le guardie dei padroni e i lavoratori ed erano stati presi dei prigionieri. Ordina la fucilazione immediata dei prigionieri, dopo di che torna a Rio Gallegos e dà a uno dei suoi luogotenenti, Viñas Ibarra, il compito di “ripulire” tutta la zona. Ci sono scontri a fuoco, in alcuni casi i lavoratori si consegnano all’esercito ma i militari sparano comunque. Dopo alcune fucilazioni di massa nella città di Rio Turbio al confine col Cile, c’è un incontro tra i lavoratori e i militari, alla fine di novembre del 1921. Dai documenti storici risulta che i lavoratori chiedono soltanto la libertà dei prigionieri e che si dia corso agli accordi firmati. Ma la risposta di Ibarra non lascia spazio a trattative: i lavoratori non hanno altra scelta se non quella di arrendersi senza alcuna condizione. A questo punto i lavoratori dicono che non possono prendere questa decisione senza prima riunirsi in assemblea; dopo l’assemblea, che si tiene nella notte, comunicano che un gruppo si consegnerà, ma un altro gruppo ha deciso di navigare sul lago Argentino e tornare a Estancia Anita. Ibarra dice che va bene e che chi ha deciso di arrendersi venga a El Calafate a consegnare le armi, ma la mattina dopo, non appena i lavoratori si arrendono, vengono immediatamente fucilati.
Ibarra si mette poi in marcia con le sue truppe per raggiungere Estancia Anita, dove circa 600 lavoratori sono riuniti in assemblea permanente. Vedendo arrivare l’esercito, i lavoratori mandano avanti due delegati per chiedere un colloquio col quale trattare le condizioni della resa, ma i due vengono fucilati. Un ufficiale arriva a Estancia Anita e informa i lavoratori che hanno due ore di tempo per arrendersi senza condizioni. I lavoratori, in assemblea, decidono a maggioranza di consegnarsi, tranne un piccolo gruppo di una dozzina di uomini che decide di fuggire verso il Cile. Tra questi c’è Antonio Soto. L’ufficiale torna all’accampamento e riferisce al comandante, che con i suoi uomini prende possesso di Estancia Anita. I capi dei lavoratori sono subito segnalati dagli amministratori e vengono fucilati davanti agli occhi dei loro compagni, dopo di che i lavoratori vengono rinchiusi nelle stalle per procedere, il giorno successivo, con le fucilazioni di massa. Tra il 7 e l’8 dicembre, iniziano infatti le fucilazioni. A gruppi di 10-12, i lavoratori vengono portati a qualche centinaio di metri dalla fattoria, fucilati e gettati nelle fosse comuni che vengono fatte scavare ai lavoratori stessi. Il numero esatto di fucilati è ancora oggi oggetto di discussione, ma si calcola che furono sicuramente più di un centinaio, sapendo che 420 furono i lavoratori fatti prigionieri. In totale, in tutta la provincia, vennero fucilate qualcosa come 1500 persone, che sono tante in assoluto e a maggior ragione per un territorio così scarsamente popolato. Non sapremo mai il numero esatto, ma questa cifra è stata calcolata in base alle testimonianze dei sopravvissuti e degli stessi militari, che hanno riferito che circa 500 uomini avrebbero fatto parte dei vari plotoni di esecuzione.
Questi fatti storici sono stati narrati in più di un film; il primo, e il più noto, è del 1974 e si intitola non a caso “Patagonia Rebelde”. Ma sono entrati solo negli ultimi anni nei programmi scolastici, e purtroppo non tutti i docenti li insegnano. Oggi, rispetto a quell’epoca, i proprietari terrieri esistono ancora ma hanno molto meno potere perché l’economia non è più basata totalmente sull’allevamento; questo già da quando è cominciata l’estrazione del carbone e del petrolio, e poi con il turismo. Inoltre oggi, con la meccanizzazione, le persone che lavorano nel settore sono molte meno: se allora nelle grandi fattorie come Estancia Anita lavoravano centinaia di persone, oggi ne bastano meno di una decina. Pecore però ce ne sono ancora, e infatti qui – tra l’altro – si mangia un ottimo cordero (agnello) patagonico.
Il centenario dei grandi scioperi rurali della Patagonia, nel 2020-2021, non è stato celebrato come avrebbe meritato, e non in maniera unitaria. Si è trattato più che altro di una ricorrenza sfruttata dal kirchnerismo per motivi esclusivamente politici, facendone un utilizzo strumentale. Non c’era la volontà di ricordare davvero quegli eventi e la lotta dei lavoratori, ma soltanto quella di mettere su un circo a fini puramente propagandistici. Non dimentichiamo – dice Andrea – che Nestor e Cristina Kirchner hanno iniziato da qui la loro parabola politica. Nestor Kirchner, nato a Rio Gallegos e per questo soprannominato “El Pinguino”, è stato prima sindaco della sua città, poi governatore della provincia dal 1991 al 2003; da più di 30 anni quindi, e ancora adesso, questo territorio è retto da un governo kirchnerista.
E sappiamo quanto Nestor, e soprattutto Cristina, siano stati figure controverse in Argentina, anche se le Madres de Plaza de Mayo ne parlano come dei soli governanti che abbiano sentito davvero amici. Ancora una volta ci troviamo di fronte alle mille contraddizioni di questo paese, ma anche questo è forse parte del suo fascino.
Intanto noi siamo giunti alla fine del nostro breve soggiorno nella Patagonia sud. Domani mattina prenderemo un altro volo interno e da domani pomeriggio saremo già nella Terra del Fuoco, a Ushuaia, la città più a sud del mondo.

(TO BE CONTINUED…)
