15 marzo 2024
Ed eccoci, dopo un’altra oretta di volo o poco più, al punto più a sud del nostro percorso, che poi è anche uno dei sud più sud del mondo: Ushuaia, sulla punta estrema della Terra del Fuoco, a “soli” 1200 km dall’Antartide. Non siamo lontani (800 km) neanche dalle Malvinas, che infatti più che mai qui vengono rivendicate: l’aeroporto si chiama Malvinas Argentinas e, se per caso ci fossero ancora dubbi, un cartellone proclama che le Malvinas sono argentine e “fueguinas”, appartengono cioè alla Tierra del Fuego.

Questa città di circa 80.000 abitanti è uno stretto lembo di strade ripide e costruzioni cresciute alla rinfusa tra il Canale di Beagle e le vette innevate della catena dei Martial. Negli ultimi anni, lo sviluppo turistico e i salari relativamente elevati che si possono guadagnare nella Tierra del Fuego rispetto alle altre zone del paese hanno esercitato un forte richiamo per molti argentini, che sono arrivati da ogni dove per stabilirvisi. Oggi c’è quindi chi lamenta la perdita dell’atmosfera da piccolo centro che era tipica del posto fino a poco tempo fa. L’incessante immigrazione ha come diretta conseguenza uno sviluppo urbanistico caotico, con abitazioni che spuntano ovunque nelle poche aree che la particolare geografia del luogo permette di utilizzare.


Anche se Ushuaia è ancora una città relativamente giovane, sono passati molti anni da quando, nel 1870, la britannica South American Missionary Society mise gli occhi sugli yaghan (o yamana), un popolo nomade i cui membri affrontavano quasi completamente nudi le durissime condizioni atmosferiche del posto. Non disponendo di alcun rifugio stabile, non potevano mantenere all’asciutto alcunché e avevano scoperto che il grasso naturale della pelle, in aggiunta al grasso animale che si spalmavano, era assai più efficace rispetto alle pellicce di animali bagnate. Per scaldarsi accendevano fuochi ovunque, anche sulle canoe con le quali si spostavano, ed è questo che colpì i primi esploratori europei che giunsero fin qui al punto da far battezzare Terra del Fuoco questo arcipelago di isole (qui siamo sulla Isla Grande) separato dal continente dallo Stretto di Magellano.
Erano coloro che Charles Darwin, che passò di qui nel 1832 con la spedizione del battello Beagle (ed ecco il perché del Canale di Beagle), definì “La più bassa forma di umanità sulla terra”. Un’affermazione contraddetta dal missionario Thomas Bridges che si prese la briga di imparare la loro lingua, dimostrandone la complessità nel primo dizionario yaghan-inglese, pubblicato sul finire del XIX secolo. La missione fece di Ushuaia il primo avamposto permanente in Tierra del Fuego, ma gli yaghan, che per 6000 anni non avevano avuto contatti con altri esseri umani, si dimostrarono vulnerabili alle malattie portate dagli stranieri, e per di più dovettero fronteggiare l’aggressiva presenza del crescente numero di cacciatori di foche, coloni e cercatori d’oro. Quattro di loro furono rapiti dal capitano del Beagle Robert Fitz Roy – tra questi, un ragazzino che fu poi ribattezzato Jemmy Button – e imbarcati alla volta dell’Inghilterra per essere istruiti e in seguito esibiti come esempi di selvaggi ammaestrati. Uno di essi morì immediatamente di malattia e, dopo 15 mesi di feroci critiche, Fitz Roy acconsentì a ricondurre gli yamana nella loro terra. L’intero popolo scomparve quasi totalmente in breve tempo, e oggi di fatto non esistono più. L’ultima donna yamana non meticcia, nonché l’ultima in grado di parlare la loro lingua, è morta nel 2022. Avete presente la sostituzione etnica? Ecco, in America Latina come in America del nord l’hanno fatta davvero, ma guarda caso a farla sono stati europei bianchi e cristiani… chissà se chi spesso e volentieri ne blatera a vanvera lo sa, o ci pensa mai. Ma è vero che pensare forse è per loro un esercizio troppo difficile.
La parola Ushuaia proviene dalla lingua yamana: ush (‘al fondo’) e waia (‘baia’ o ‘caletta’), e significa quindi ‘baia profonda’. Il primato di città più a sud del mondo è contestato dal Cile, perché sull’isola Navarino, che vedremo oggi navigando nel Canale di Beagle, c’è Puerto Williams che è più a sud, ma si tratta di un piccolo insediamento di neanche 2000 abitanti.

Tra il 1884 e il 1947 l’Argentina, sulla scia dell’esempio britannico in Australia, pensò di trasformare questo lembo di terra così lontano e inaccessibile in una colonia penale dove rinchiudere molti dei più famigerati criminali e i prigionieri politici. A partire dal 1950, la città è stata invece un’importante base navale.
Noi arriviamo a Ushuaia in una fredda mattina di pioggia. Tra le prime cose che notiamo, facendo la prima passeggiata in città dopo esserci sistemati in albergo, ci sono tracce di una città che resiste, anche in tempi difficili come quelli del trionfo della destra di Milei che strizza l’occhio ai negazionisti dei crimini della dittatura militare. Manifesti di un festival antifascista che si svolgerà tra pochi giorni (ma purtroppo quando non saremo più qui), e una manifestazione di insegnanti contro i tagli di Milei alla pubblica istruzione.


Dopo un pranzo veloce, il nostro programma prevede di salire subito su una barca per una navigazione di circa tre ore nel Canale di Beagle.



In queste tre ore riusciamo, prima di tutto, ad avvicinarci a un isolotto per vedere da pochi metri di distanza i leoni marini (meravigliosi i piccoli che giocano tra di loro) e i cormorani; i cormorani, con la loro livrea bianca e nera, quando si posano possono da lontano sembrare dei pinguini. Ma poi si alzano in volo e ti accorgi che non sono pinguini… la voglia di vedere i pinguini nel loro habitat naturale ci rimarrà, perché nei due giorni che passeremo qui non ci sarà il tempo. Sulle coste della Terra del Fuoco i pinguini ci sono, ma per vederli dovremmo fare una navigazione molto più lunga, oppure viaggiare via terra fino alla Estancia Harberton (circa 80 km) e poi da lì alla Isla Martillo, una riserva naturale abitata da pinguini delle due specie che si trovano qui (i pinguini di Magellano e i Papua). Questo è quello che ho fatto io 12 anni fa, e sono stato anche fortunato perché in quel momento c’era sull’isola anche una coppia di pinguini Imperatore, i più grandi, belli ed eleganti, giunti probabilmente dall’Antartide. Però è un’escursione che richiede tutta la giornata, e per il secondo giorno abbiamo già in programma un altro giro nel Parque Nacional Tierra del Fuego, che ne impegnerà più di mezza, e allora proprio non ce la facciamo. Ma comunque questa navigazione ci porta anche in giro per le isole del Canale, e fino al mitico faro di San Juan de Salvamento, o faro della Fine del Mondo, citato anche nell’omonimo romanzo di Jules Verne. Non ci possiamo lamentare.















16 marzo 2024
Il giorno dopo, si parte per il tour del Parque Nacional Tierra del Fuego. La prima tappa è all’Ensenada Zaratiegui, al margine settentrionale del Canale di Beagle, all’estremo sudovest del settore argentino dell’Isla Grande. Eh sì, qui siamo proprio a due passi dal confine col Cile, come del resto navigando nel Canale davanti all’Isola Navarino, che anch’essa è già Cile, come Capo Horn che si trova su un’altra isola qualche miglio più avanti. La Terra del Fuoco è divisa tra i due paesi con un taglio netto, due linee praticamente ad angolo retto tracciate con la squadra sulla mappa. Da qui si vedono la Isla Redonda, la Isla Heste (anche questa cilena), Punta Entrada e Punta Italam. E ci sono degli ottimi esempi di arboles bandera (alberi bandiera), tipici di queste latitudini, piegati dai fortissimi venti che spazzano la baia. Oggi fa indubbiamente fresco ma il vento non è particolarmente forte, tutto sommato ci va bene, se teniamo conto che in estate il vento può soffiare a 100 km/h con raffiche a 130. Come temperature, la media estiva è di 10°C, mentre d’inverno è 1°C (data la latitudine, potrebbe andare peggio). Qui c’è anche l’ufficio postale alla fine del mondo, che è ovviamente ottimo per i selfie, molto instagrammabile.




Su di noi veglia il Monte Condor, che prende il nome da uno dei più famosi abitanti di queste terre. Il condor è l’uccello volante più grande del mondo ed è un carroñero, cioè si nutre di carogne, di animali morti. In italiano si direbbe saprofago, ma carroñero, bisogna ammetterlo, è più immediato, arriva dritto al punto. Altri abitanti del parco sono i castori, che però non sono autoctoni: furono introdotti nel 1946 dall’esercito argentino. Da 25 coppie che erano all’inizio, ora sono 400.000 e da tempo hanno cominciato a creare problemi. Soprattutto, con le loro dighe, allagano grandi spazi provocando la morte degli alberi; il problema di fondo è che sono troppi, perché qui non hanno predatori naturali. Per questo oggi le guardie del parco li cacciano per cercare di limitare la popolazione. Un’altra idea non proprio azzeccata fu quella, che venne intorno al 1880, di introdurre i conigli. Anche loro in breve tempo diventarono troppi (del resto si sa, i conigli…) e quindi vennero introdotte anche le volpi grigie per combatterli, ma in realtà si scoprì che le volpi grigie i conigli proprio non li gradiscono come cibo. E così ora c’è tutta una popolazione di animali che non sarebbero proprio caratteristici di questi climi, ma nonostante tutto sopravvivono. A noi è capitato di vedere una volpe rossa, che qui viene chiamata zorro colorado, ma purtroppo solo di sfuggita: appena si è sentita un po’… osservata è scappata via in un lampo.



Da qui in breve tempo si raggiunge il punto di arrivo della Ruta Nacional 3, lunga più di 3000 km, che collega Buenos Aires con il punto più a sud del paese e fa parte della Panamericana, che attraversa tutto il continente addirittura dal suo estremo nord, dall’Alaska. Siamo a Bahia Lapataia, che significa baia del buon legno. Dagli alberi di questi boschi di nothofagus (falsi faggi) gli yamana prendevano la corteccia per le loro canoe.
Sugli alberi si possono vedere quelle che qui si chiamano lanterne cinesi (farolitos chinos), che sono piante che si comportano come parassiti degli alberi, con questa caratteristica forma, e i licheni che vengono chiamati barba de viejo (barba di vecchio).



Tappa successiva il lago Acigami o lago Roca, un bellissimo lago glaciale che è condiviso da Argentina e Cile (il Cile ha il pezzo più grande). Acigami, nella lingua yamana, significa cesto o borsa allargata.






I cauquen, che sono uccelli endemici della Terra del Fuoco (una specie di ochette dalla testa grigia o rossa), sono considerati un simbolo di eterna fedeltà perché vivono sempre in coppia.

https://www.argentina.gob.ar/interior/ambiente/parquesnacionales/tierradelfuego
E si arriva poi alla stazione di partenza del trenino storico, una ricostruzione del treno che ogni giorno trasportava i carcerati condannati ai lavori forzati al tempo di Ushuaia colonia penale. I prigionieri erano impiegati soprattutto come taglialegna: servivano enormi quantità di legna per riscaldarsi nei gelidi inverni della Terra del Fuoco, e anche come materiali da costruzione. Era un lavoro svolto totalmente a mano e in condizioni durissime, soprattutto dal punto di vista ambientale: in inverno i detenuti lavoravano spesso nella neve fino alle ginocchia e con temperature impossibili. Ogni mattina dal carcere di Ushuaia partivano due treni di prigionieri: sul primo viaggiavano 20 di loro che avevano come compito quello di prolungare la strada ferrata che si montava su traversine di legna precedentemente tagliata dagli stessi carcerati. Un secondo treno partiva qualche ora dopo, alle 7 di mattina. Erano circa 90 prigionieri e 30 carcerieri armati di fucili. Un altro gruppo era composto dai cosiddetti ‘zelatori’, i quali non portavano armi ma davano ordini ai prigionieri, costretti a salire sui vagoncini, con i piedi incatenati che penzolavano nel vuoto e con le loro divise (prima a righe e poi grigie), pronti ad affrontare l’inclemenza del clima dell’isola. Ciò nonostante, preferivano quello anziché restare nel presidio. Veniva considerato, secondo alcuni storici, un premio alla loro buona condotta dato che, malgrado tutto, era la condizione più vicina alla libertà alla quale potevano aspirare.




Il percorso del treno è di soli 7 km, una parte di quello originale, attraverso la valle del fiume Pipo. Il paesaggio è bello, anche se porta ancora i segni di quegli anni: in diversi punti ci sono vere e proprie distese di tronchi mozzati, i cosiddetti “cimiteri degli alberi”. In cuffia si ascolta la storia, interessante e ben raccontata. Peccato che il tutto sia rovinato da quello che succede quando si arriva alla stazione intermedia La Macarena, luogo dove era solito fermarsi il treno dei prigionieri per riempire i serbatoi della locomotiva a vapore, utilizzando l’acqua di una sorgente naturale chiamata appunto Cascata della Macarena. Qui si incontrano due attori in divisa a righe biancoazzurre (uno peraltro con occhiali da sole non molto a tono con il costume) che, tra urletti e smorfie, si offrono ai turisti per una foto ricordo. Decisamente di cattivo gusto.








Terminato il percorso in treno si torna in pullman a Ushuaia, con ancora buona parte del pomeriggio da passare. Un buon modo per farlo è visitare il Museo del Fin del Mundo.
Il museo si concentra sulla storia naturale e indigena di Ushuaia, con un serraglio di animali imbalsamati e gli strumenti usati per cacciarli. Oltre agli yamana, nella Terra del Fuoco, nella parte nordorientale, viveva un altro popolo, quello dei selk’nam o ona (così li chiamavano gli yamana), che avevano uno stile di vita basato in gran parte sulla caccia ai guanacos (il guanaco è un camelide simile al lama). In misura minore cacciavano anche uccelli, roditori e usufruivano di risorse marine come leoni marini, pesci, molluschi e balene spiaggiate.
Il primo a incontrarli fu il navigatore spagnolo Pedro Sarmiento de Gamboa nel 1580, ma i primi contatti importanti iniziano con il viaggio del Beagle nel 1832. Al museo si può vedere infatti un disegno di due uomini indigeni realizzato da Darwin in veste di naturalista. Anche dei selk’nam non rimane più niente, sono ufficialmente estinti dall’inizio degli anni ’70.
Uccelli marini come albatros e procellarie sono presenti nella sala degli uccelli, insieme a pinguini, anatre, cigni, fenicotteri e altri uccelli acquatici.


Andiamo a prendere un tè caldo, che ci sta vista la temperatura, ma io preferisco provare un’altra specialità locale, il submarino, che consiste in un bicchiere di latte caldo nel quale si immerge un cubetto di cioccolato fino a farlo sciogliere. La cameriera mi guarda un po’ strano perché per i locali è una cosa prettamente invernale, ma credo che sia giustificabile: le estati della Tierra del Fuego non sono particolarmente calde, e questa non fa eccezione.

Nel frattempo, arriva la notizia che il Senato argentino ha rifiutato il Decreto di necessità e urgenza (DNU) con cui a dicembre Milei aveva deregolamentato vari settori dell’economia, tra cui il mercato degli affitti immobiliari, la vendita al dettaglio di prodotti alimentari, la distribuzione della proprietà fondiaria e i viaggi aerei. È una notizia perché è la prima volta che il Senato argentino boccia un DNU di un presidente, e perché mostra di nuovo le difficoltà di Milei a mettere in pratica il suo controverso programma elettorale dovendo confrontarsi con un Congresso a lui non favorevole. In Senato la coalizione di destra di Milei, La Libertad Avanza (LLA), controlla meno del 10% dei seggi: Milei sperava di ottenere l’appoggio anche dell’opposizione centrista, che però alla fine ha votato insieme alla coalizione di sinistra guidata dal partito peronista Unión por la Patria (UP). Tra le altre cose, il DNU sancisce l’«emergenza pubblica» nel paese per due anni, fino al 31 dicembre 2025; stralcia decine di leggi relative alla regolamentazione di vari settori economici e alla protezione dei lavoratori; riduce il potere dei sindacati e limita il diritto di sciopero. Inoltre abroga una norma che impediva la privatizzazione delle aziende statali. Si tratta quindi di un provvedimento molto importante per Milei, per aprire la strada all’ulteriore ondata di tagli e privatizzazioni che ha in mente.
Si cena con un robalo, un pesce simile alla spigola, e poi per l’ultima serata alla fine del mondo abbiamo deciso di andare a bere qualcosa all’Hard Rock Cafè di Ushuaia, che inevitabilmente è il più a sud del mondo. Per me e per alcuni altri componenti del gruppo che nel frattempo ne sono divenuti addicted, la scelta non può che essere Fernet y Coca. Dovete sapere che il Fernet con Coca Cola, chiamato anche Fernando o Fernandito, è di gran lunga il cocktail più popolare in Argentina, dove può vantare una lunga tradizione. Prodotto a Milano dalla famiglia Branca da generazioni, il Fernet è un amaro anche abbastanza conosciuto a livello internazionale ma nessuno ne beve così tanto come i consumatori argentini. In Argentina se ne consuma una quantità tre volte superiore rispetto al suo paese d’origine, al punto che la Branca ha aperto qui la sua unica distilleria al di fuori dell’Italia. I primi migranti italiani, già nel XIX secolo, portavano con sé del Fernet per utilizzarlo come digestivo. Gli italiani portavano sulle navi queste piccole boccette che usavano come medicinale, poi a un certo punto si è trasformato in una bevanda a uso ricreativo. E da qui al Fernet y Coca il passo è stato breve… sembra che a inventarlo sia stato un barman di Cordoba negli anni ’70. Ma ancora oggi, anche tra i giovani, è talmente proverbiale che spesso chi lo ordina chiede soltanto “un Fernet”, perché è scontato che il Fernet si beve con la Coca Cola. La proporzione “normale” dovrebbe essere 1/3 Fernet e 2/3 Coca, ma qui ti danno il bicchiere con il Fernet e la bottiglietta di Coca Cola, così fai tu a tuo gusto.
Celebrata così anche l’ultima serata, in allegria ma anche con un filo di tristezza perché la fine del viaggio si avvicina, non ci resta che andare a dormire, in vista di una giornata che passeremo totalmente tra arei e aeroporti per riattraversare tutto il paese dall’estremo sud all’estremo nord, dove in un lembo di terra argentina che si infila tra il Brasile e il Paraguay si trovano le cascate di Iguazù.
Lasciamo quindi Ushuaia mentre nevica a grandi fiocchi, consapevoli che la sera sbarcheremo nel caldo tropicale.


(TO BE CONTINUED…)
