17 marzo 2024
E così, dopo una giornata trascorsa interamente tra voli e attese negli aeroporti (Ushuaia – Buenos Aires Aeroparque e da lì a Iguazù), sbarchiamo nel caldo di una serata subtropicale. Andrea ha annunciato da giorni che, essendo un clima per lui insopportabile, come strategia di sopravvivenza si sarebbe messo in ciabatte appena sceso dall’aereo e così sarebbe rimasto fino al momento di ripartire… lui è un uomo di parola, perciò detto fatto. Molti di noi invece sono ancora vestiti pesanti perché stamattina siamo partiti da Ushuaia sotto una nevicata. In realtà, a quanto sembra, poteva andare peggio: ieri c’erano 45°C reali e 49°C percepiti. Oggi invece il caldo è stato più “normale”, considerato che siamo a fine estate. A raccontarcelo è Carolina, che sarà la nostra guida qui e che ci accoglie sorridente già all’uscita dell’aeroporto per portarci in pullman all’hotel. Il suo castigliano ha un che di cantilena, con un’inflessione che ricorda da vicino quella brasiliana. E del resto il Brasile è davvero a due passi: Puerto Iguazù si trova alla confluenza del Rio Paranà, che scorre in direzione nord-sud, con il Rio Iguazù, che arriva da est e prima di buttarsi nel Paranà forma queste spettacolari cascate. Il Rio Paranà segna il confine tra il Paraguay, a ovest, e il Brasile, a est, ma a sud del Rio Iguazù, che anch’esso segna un confine, c’è l’Argentina, nello specifico la provincia di Misiones. Ci troviamo quindi tra tre paesi. Noi vedremo le cascate dal lato argentino, dal quale ci si può avvicinare di più, ma la visione dal lato brasiliano è più panoramica, nel senso che consente di abbracciarne interamente gli oltre 2 km di larghezza.

Il conquistador spagnolo Alvar Nuñez “Cabeza de Vaca”, con la sua spedizione, fu il primo europeo a scoprire le cascate nel 1541. Secondo la tradizione dei guaranì, il popolo che vive da queste parti, le cataratas trassero origine dall’ira di una divinità della foresta, quando un guerriero di nome Caroba fuggì in canoa lungo il fiume con la fanciulla Naipur, di cui il dio si era invaghito. Infuriato, il dio fece crollare il letto del fiume davanti ai due amanti, creando una serie di tumultuose cascate nelle quali Naipur precipitò trasformandosi in una roccia. Caroba sopravvisse sotto forma di albero e sotto queste sembianze ancora oggi può osservare la sua amata.
Le origini geologiche delle cascate sono invece un po’ meno suggestive: nel Brasile meridionale, il Rio Iguaçu (in portoghese si scrive così ma la pronuncia è uguale) attraversa un altopiano basaltico che termina bruscamente a est della confluenza con il Rio Paranà. Nel punto in cui il flusso lavico si arrestò, ogni secondo migliaia di metri cubi di acqua precipitano per almeno 80 m sul terreno sedimentario sottostante. Prima di compiere il salto, il fiume si divide in una miriade di canali dove scogli, rocce e isole nascoste danno origine alle innumerevoli cascate che nel loro insieme formano le famose cataratas.
Il Rio Paranà, proseguendo nel suo percorso, va alla fine a confluire con il Rio Uruguay diventando l’estuario noto come Rio de la Plata, sul quale si affacciano Buenos Aires e Montevideo. Il Rio Uruguay che qui, nella provincia di Misiones, segna il confine tra Argentina e Brasile per poi diventare più a sud il confine tra Argentina e Uruguay. Insomma, siamo proprio in un territorio che ha segnato fin dall’inizio la storia coloniale dell’America Latina e che ha contribuito a fare del continente ciò che è oggi.
Quando arriviamo in hotel è già abbastanza tardi, conviene andare subito a cena per gustare l’ennesimo bife de chorizo e rimandare tutto a dopo, compresa la presa di possesso della camera.

18 marzo 2024
Aprendo la finestra alla luce del giorno la mattina dopo, mi accorgo che il cambio di paesaggio è stato davvero drastico: c’è un lussureggiare di vegetazione da foresta tropicale.

Dopo colazione Carolina torna a prenderci e si parte per la nostra escursione alle cascate. Si inizia, come preparazione, dalla visita al Centro Visitatori del Parque Nacional Iguazù, dove possiamo avere una prima idea di quali e quante diverse specie di piante e animali lo abitano: l’habitat è molto eterogeneo, la foresta pluviale subtropicale ospita oltre 2000 varietà di piante, innumerevoli insetti, 450 specie di uccelli (di cui 350 nidificano qui nella foresta), numerosi mammiferi e rettili. C’è perfino una farfalla che si mimetizza come gufo per spaventare i suoi potenziali predatori. Certo, non tutti sono facili da vedere, perché molti hanno abitudini notturne e altri evitano l’uomo: è il caso anche dei grandi felini come il puma e il re del parco, il giaguaro.


Il giaguaro è il terzo felino più grande del mondo dopo la tigre e il leone, e nel continente americano (dal sud degli Stati Uniti fino a circa metà dell’Argentina) aveva la sua area di distribuzione storica. Oggi, però, in Argentina vive solo in tre ecoregioni; il numero di esemplari nel paese è tra i 200 e i 300, di cui 100 qui nella provincia di Misiones. La guida del parco ci racconta che sono molto studiati, si fa tutto il possibile per monitorarne la presenza: c’è un progetto che si chiama Proyecto Jaguarete e viene portato avanti dal 2002-2003. Si studia la biologia del giaguaro, ad esempio quello che mangia: è un predatore al top della catena alimentare, perciò ha un ruolo fondamentale nel suo ecosistema come regolatore della popolazione delle sue prede; sono state registrate 85 specie diverse di vertebrati di cui può cibarsi con le sue possenti mandibole, che sono le più forti tra tutti i felini. I suoi soli “nemici” siamo noi umani: la caccia innanzitutto, ma succede anche che un giaguaro venga investito accidentalmente da un veicolo.


La parte turistica è solo il 5% del parco, tutto il resto è praticamente intangibile e accessibile solo a guardaparco, veterinari e altri operatori autorizzati. Ma quello che è rimasto è purtroppo solo il 7,2% della selva originale. La costruzione delle centrali idroelettriche in Brasile, la turistificazione, l’allargamento della città e l’aeroporto sono stati le quattro cause che ne hanno velocizzato la distruzione. L’area protetta del parco è la sola possibilità di sopravvivenza per le specie minacciate come i giaguari. Per studiarli, oggi vengono usate delle fototrappole, cioè delle fotocamere automatiche che scattano immagini quando ne rilevano il passaggio, che sono strumenti non invasivi che permettono di contarli e di aggiornare i dati di monitoraggio.
Noi abbiamo fatto due lunghe passeggiate, intervallate dalla pausa pranzo, seguendo due diversi percorsi che portano ad avvicinarsi il più possibile alle cascate. Purtroppo il punto di osservazione più famoso di tutti, che è la Garganta del Diablo (gola del diavolo), è attualmente inaccessibile a causa di alcuni crolli delle passerelle causati da eventi atmosferici particolarmente intensi: la fase di ricostruzione è ancora in corso. E abbiamo anche preferito non fare il giro in barca alla base delle cascate, che è tradizionalmente l’altro modo per rendere più intensa l’esperienza. Ma vi garantisco che è intensa anche così, è comunque qualcosa che non si dimentica.


Anche perché Carolina è molto brava: ha probabilmente sviluppato in anni di esperienza una sorta di ipersensibilità a qualunque minimo suono che provenga dalla foresta, che le consente di localizzare e di farci vedere gli animali: prima di tutto le scimmiette cappuccine, ma anche gli uccelli, come il tucano, il jote che appartiene alla famiglia dei buitres (avvoltoi), la garzetta. È anche gentile e simpatica: ci ha raccontato che i suoi genitori l’hanno chiamata Carolina ispirandosi a Carolina di Monaco, e che qui in tanti la chiamano Carolinda. Devo dire che, tra le guide locali che abbiamo avuto, è senz’altro la migliore. Ha solo un “piccolo” difetto: anche lei ha votato Milei.











Quelle che si vedono facilmente, anche senza…aiuti, sono le farfalle: ce ne sono una miriade e ti vengono addirittura loro a cercare. Io ne ho avuta una che mi si è posata sulla mano ed è rimasta lì, imperterrita, per almeno 10 minuti, ed è successo anche ad altri del gruppo.





Gli altri che ti vengono a cercare loro, o meglio vengono a cercare cibo, perché da queste parti sono assolutamente abituati alla presenza dell’uomo, sono i coatì, dei buffi procionidi con il muso allungato simile a una proboscide e una lunga coda bicolore a strisce alternate più chiare e più scure. Sono diffusi in tutto il continente americano, dal sud degli USA all’Argentina. I cartelli del parco avvertono che se si dà loro da mangiare possono diventare aggressivi e mordere o graffiare per averne ancora, e quindi è decisamente meglio non dargliene, anche perché sanno benissimo cercarsi il cibo da soli e nella foresta ne hanno in abbondanza.







Animali a parte, quello che impressiona è l’imponenza delle cascate, che siamo riusciti comunque a vedere molto bene anche senza poter arrivare alla Garganta del Diablo, e il loro fragore. Qui c’è un piccolo video, in modo che possiate sentire anche il sonoro:
Le cascate sono davvero una potenza, una vera espressione della forza della natura, così potenti da rimodellare nel tempo il territorio. Le cascate, infatti, sono in un costante movimento di “retrocessione”. Ovviamente si tratta di un movimento lentissimo, che si può percepire solo col passare dei secoli e dei millenni: l’acqua, cadendo, scava la roccia alla base del salto e col tempo le rocce della parte superiore che restano senza appoggio si staccano e cadono, così il fronte basaltico tende lentamente a diventare più verticale e ad arretrare. Alcuni blocchi che si possono vedere alla base delle cascate sono la prova di questo lento ma costante processo.



https://www.argentina.gob.ar/interior/ambiente/parquesnacionales/iguazu
Nell’area turistica del parco c’è anche un mercato dei guaranì, dove si vendono alcuni oggetti di artigianato in legno e in altri materiali. Oggi i guaranì che vivono nella provincia di Misiones sono circa 15.000, anch’essi divisi tra varie comunità come succede per i mapuche nella zona di Bariloche. D’altra parte la provincia si chiama Misiones non a caso, perché qui c’erano le missioni gesuite che tanto hanno segnato la storia di questo territorio. Per chi non lo sapesse, il film Mission del 1986, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes, diretto da Roland Joffé e interpretato da Robert De Niro, è ambientato proprio qui nella zona di Iguazù, con le cascate che fanno da sfondo e sono in qualche modo anch’esse protagoniste di scene mitiche.

Venendo qui si scopre che anche il mate, la più tradizionale bevanda argentina, è legatissimo alla cultura guaranì: la yerba è originaria proprio di queste zone e sono stati i guaranì a scoprirne le proprietà.
Per i Guaraní, la yerba mate è l’albero per eccellenza, un dono sacro degli Dei. Nella cultura Guaraní, la yerba aveva un ruolo sociale che andava oltre il suo scopo nutrizionale. Masticare le foglie dava loro l’energia necessaria per le lunghe camminate nella foresta. Oltre alle proprietà energizzanti, il consumo delle foglie regalava una sottile sensazione di benessere e armonia. Si usavano le foglie per la preparazione della bevanda, come oggetto di culto, durante i rituali e come moneta di scambio con altri popoli preispanici. Si narra anche che, alla fine della venerazione degli dei, tutti si riunissero per bere mate.
I conquistadores notarono che i guaraní avevano una maggiore resistenza dopo aver bevuto questa bevanda sacra, il cui recipiente era legato con un filo intorno alla vita. Era molto comune berlo con acqua calda o fredda, in una zucca riempita con l’infuso, filtrando il liquido con le labbra e con i denti e mangiando parte delle foglie. Esistevano anche diversi filtri con trecce di fibre vegetali, tra cui il “takuapí”, una sorta di “bombilla”.
Furono comunque i Conquistadores a diffondere il consumo e le virtù della yerba mate in tutto l’allora Vicereame del Río de la Plata. Appresero dai Guaraní l’uso, i benefici e la preparazione del mate che chiamarono “Hierbas del Paraguay”.
Alla fine del XVI secolo arrivarono i primi missionari gesuiti per occuparsi dell’evangelizzazione dei guaraní. All’inizio consideravano il mate una bevanda pericolosa, ma in seguito la yerba fu accettata e il suo uso fu addirittura incoraggiato come una grande soluzione al problema della dipendenza da alcol.
I gesuiti sono stati i primi a capire l’importante potenziale economico che sarebbe potuto scaturire dalla commercializzazione del mate. Indagarono sulla coltivazione della pianta, e furono i primi a riuscire a far germogliare i semi con un metodo segreto. Da lì in poi ebbero la possibilità di coltivarla e la yerba mate iniziò ad essere la principale fonte di reddito per i gesuiti che, una volta ottenuto il permesso di commercializzare il prodotto nel 1645, cominciarono a coltivarlo alla fine del XVII Secolo. Iniziarono così a possedere svariati “yerbales hortenses”; pagavano un tributo al Re di Spagna, per poter coltivare e commercializzare questa pianta magica. Divenne così il mate il principale prodotto oggetto di esportazione del territorio Guaraní, guadagnando il primo posto davanti a prodotti che prima la facevano da padrone, come lo zucchero, il vino e il tabacco.
A metà del XVIII Secolo, la yerba divenne popolare tra tutte le classi sociali, anche se ogni gruppo aveva le proprie preferenze in tema di yerba e relativamente al modo di berla. La vendita della yerba era diventata un’attività fiorente quando Carlo III, con un decreto reale del 1767, ordinò l’espulsione dei gesuiti. I villaggi da loro creati vennero lentamente abbandonati e i raccolti andarono persi.
Vi sembrerà strano, ma buona parte di questa storia ce l’ha raccontata il proprietario di un negozio specializzato che abbiamo scoperto per caso girando per Puerto Iguazù, che è anche un grande appassionato del prodotto e ne conosce bene la storia. I guaranì, evangelizzati dai gesuiti, tornarono ben presto pagani con i domenicani che arrivarono dopo e che avevano un atteggiamento completamente diverso nei confronti dei guaranì e della loro cultura. Fu anche per questo che gli indigeni abbandonarono i villaggi e tornarono a disperdersi nella foresta e a raccogliere la yerba lì, dove cresceva spontaneamente.
Solo all’inizio del XX secolo furono riprese le prime piantagioni a San Ignacio, l’antico insediamento dei Gesuiti, e la yerba mate tornò ad essere coltivata nella Provincia di Misiones. E ora questa risorsa del territorio è molto valorizzata, tant’è vero che si può trovare, oltre alle diverse varietà di yerba e alle zucchette e bombillas di tutte le fogge e colori, anche il gelato al mate.
Finita l’escursione, un po’ di relax in piscina e poi si può andare alla scoperta di Puerto Iguazù, scendendo fino al fiume, e bersi una birretta guardando il Brasile sull’altra sponda e il Paraguay oltre la confluenza del Rio Iguazù col Rio Paranà.





Dopo cena, c’è da celebrare non solo l’ultima sera in viaggio (ne avremo un’altra a Buenos Aires, ma quella sarà già parte di un lungo viaggio di ritorno) ma anche il compleanno della nostra compagna di viaggio Lucia, e allora ci mettiamo in cerca di un posto dove bere qualcosa. Andrea ci fa notare un “fenomeno” che è abbastanza tipico dell’America Latina, e cioè quello delle farmacie aperte 24 ore che vendono di tutto, anche peluche e giocattoli vari.

E poi, per caso, finiamo in un locale che è un angolo di Messico abbastanza surreale in un posto che è già un confine tra altri tre paesi. Dato che molti di noi hanno conosciuto Andrea proprio con il viaggio in Messico, non può che essere un segno del destino: è qui che dobbiamo bere il nostro ultimo Fernet y Coca e affogare la tristezza della fine del viaggio.


Che dire di più per concludere? Eh sì, è il momento di concludere. È stato un viaggio che è andato anche oltre le mie aspettative, strapieno di incontri indimenticabili. Ho ritrovato dopo 12 anni un paese impoverito e impaurito, perché è sempre dalla paura che nasce il voto per i personaggi come Milei. Ma questo lo sapevo già. Quello che ho scoperto giorno dopo giorno è che è anche un paese che resiste, ancora e sempre: le Madres de Plaza de Mayo, il movimento femminista e i movimenti indigeni, con cui siamo entrati in contatto, sono in assoluto i principali centri di resistenza. Il movimento femminista, come ci ha detto Veronica Gago, è quello che fa da collante per aggregare tutti i movimenti sociali di opposizione, tant’è vero che lo stesso Milei lo ha subito additato come il suo peggior nemico, insieme all’ambientalismo.
Come dice un vecchio slogan delle Madres, la unica lucha que se pierde es la que se abandona. Perciò Hasta la victoria e… hasta la proxima.
Muchas gracias por todo a Radio Popolare, a ViaggieMiraggi, a Bettina di Boomerang Viajes che ci ha supportato impeccabilmente, al grandissimo subcomandante Cegna e a tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio. Hasta siempre!
