In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano

Il mio primo viaggio nell’Africa nera: è da tanto tempo che volevo farlo, ma per una ragione o per l’altra ho più volte rimandato questo appuntamento; meglio un viaggio più breve, meno impegnativo, sarà per un’altra volta, adesso non è il momento giusto… ma quest’anno no, ho deciso che il momento era arrivato, non volevo più aspettare. Non volevo più dover dire che la mia conoscenza dell’Africa era limitata al Marocco, che è un paese che amo e dove ho ormai qualcosa che si può definire una famiglia “adottiva” sulle pendici dell’Alto Atlante, a pochi chilometri dalle cascate di Ouzoud. Lì vive con la sua famiglia (moglie e tre figli dai 15 ai 9 anni) il mio fratello berbero Salah, che per 4 volte mi ha fatto da guida non ufficiale per tour più o meno lunghi alla scoperta del suo paese. Però l’Africa è tanto altro, e l’Africa subsahariana (siamo nell’ambito delle verità lapalissiane) è ben diversa dal nordafrica. Presa la decisione, ho valutato diversi paesi e ho avuto, come spesso mi capita, difficoltà a scegliere, ma alla fine mi è sembrato che il Kenya fosse l’opzione migliore, il paese giusto per un primo approccio.
È a questo che penso mentre il nostro volo Kenya Airways da Amsterdam inizia la discesa sull’aeroporto di Nairobi, dove ci aspetta Bruna, che sarà la nostra guida locale. Lei ora è in pensione, ma ha lavorato per una vita nella cooperazione, soprattutto per la ONG Mani Tese, in Kenya e in diversi altri paesi africani: Sudan, Sud Sudan, Eritrea… vive a Nairobi da 10 anni, ma conosce bene il paese da almeno 15 e quindi è la persona ideale per accompagnare un viaggio di turismo responsabile come il nostro, organizzato da ViaggieMiraggi, di cui sono da anni affezionato viaggiatore e anche socio. Il gruppo questa volta è composto da 11 persone, con provenienza prevalentemente da Milano e Lombardia, ma anche da Roma e dalla provincia di Cuneo.

Questo viaggio durerà due settimane e ci porterà a contatto con diverse comunità locali (il Kenya è un paese caratterizzato da una pluralità di gruppi etnici) e alla scoperta delle infinite bellezze naturali del paese: vedremo il parco del Masai Mara, che è il più noto e visitato, ma anche altri parchi e riserve naturali. Se saremo fortunati potremo vedere tutti i cosiddetti “Big Five”, cioè leoni, leopardi, elefanti, rinoceronti e bufali. Ma anche giraffe, zebre e tutti gli altri animali che fin da piccoli si sogna di poter vedere nel loro habitat naturale. Finiremo con qualche giorno di relax sulla costa dell’Oceano Indiano. Lungo il percorso, e prima di tutto qui a Nairobi, visiteremo diversi progetti di ONG che con una quota contribuiremo anche a finanziare; altrimenti, non sarebbe un viaggio di turismo responsabile.
Appena usciti all’esterno dell’aeroporto, possiamo subito constatare che il clima è fresco. Siamo stati ampiamente avvertiti da Bruna che le condizioni meteo di questi primi giorni saranno piuttosto instabili: ci dobbiamo aspettare delle piogge, anche se in teoria questa sarebbe la stagione secca. E la temperatura non è comunque molto alta, perché siamo in inverno (Nairobi si trova a sud dell’equatore, che taglia in due il paese) e a circa 1700 m di quota. In realtà, essendo il clima equatoriale, più che tra estate e inverno si distingue tra stagione secca e stagione delle piogge. Le stagioni piovose dovrebbero essere due, una da marzo a maggio e una da ottobre a dicembre. Ma sul clima, in tutto il mondo e soprattutto in Africa, non ci sono più certezze e quindi quest’anno la stagione secca non lo è così tanto. Tutto sommato comunque un po’ di fresco non ci dispiace, dopo giorni di calura nelle nostre città italiane; si tratta pur sempre di temperature intorno ai 15°C, ora che è mattina presto, ma nelle ore centrali della giornata tendono a salire.
Ad accoglierci, oltre a Bruna, ci sono John e Lawrence, i due autisti che ci accompagneranno per gran parte del viaggio. C’è anche Susan, che è di Terra Madre, l’agenzia locale di turismo responsabile con cui ViaggieMiraggi collabora per i viaggi in Kenya. Abbiamo a disposizione due jeep da 7 posti ciascuna più il posto davanti accanto al guidatore. Essendo il Kenya un’ex colonia britannica, la guida sulle auto è a destra e si guida a sinistra. Caricati i bagagli (operazione non semplicissima perché data la necessità di essere adeguatamente attrezzati per climi diversi molti non sono riusciti a limitare più di tanto il volume delle valigie) ci dirigiamo verso la Shalom House, che sarà la nostra base a Nairobi. La Shalom House è la guesthouse dell’associazione Koinonia e si trova nella zona sudovest di Nairobi, lungo la trafficata e lunghissima Ngong Road, che dal centro arriva fino ai piedi delle Ngong Hills, le colline rese famose nel mondo da “La mia Africa” di Karen Blixen (libro e film). L’incipit del libro è proprio “I had a farm in Africa, at the foot of the Ngong Hills”. La struttura ha un bel cortile con giardino, dove razzolano alcune faraone. C’è anche un ristorante, e perfino una pizzeria.

Koinonia è una parola greca che viene usata per riferirsi alla comunione dei primi cristiani tra loro e con Dio. Questa associazione è una comunità di laici cristiani, impegnati nel sociale per la promozione dello sviluppo umano e della vita comunitaria attraverso una cultura di pace e solidarietà, che possa contrastare i mali che vengono dall’individualismo sul piano economico e sociale. Koinonia è una comunità di africani che vogliono rimanere tali, conservando identità, radicamento e orizzonte di appartenenza, senza per questo rinunciare a confrontarsi con la modernità e con il progresso. È stata fondata dal missionario comboniano Padre Renato Sesana, figlio adottivo di questa terra, che l’ha persino ribattezzato “Kizito”. La prima comunità è sorta a Lusaka nel 1982, ed è poi cresciuta fino a duplicare la sua esperienza in Kenya dal 1991 e in Sudan dal 1995. In questo viaggio, già da domani, avremo modo di conoscere diversi progetti di Koinonia, che ha uno stretto rapporto di collaborazione con l’ONG italiana Amani.
Per ora, la Shalom House ci offre una buona colazione, per riprenderci un po’ dal lungo viaggio che è iniziato da Milano nel pomeriggio di ieri. Dopo di che, abbiamo alcune incombenze di carattere pratico da sbrigare per essere pronti a iniziare davvero il viaggio: prima di tutto cambiare un po’ di euro in scellini keniani (un euro vale circa 140 scellini) e usarne subito alcuni per comprare una SIM locale. Sarà fondamentale non tanto per poter essere sempre connessi (parecchi di noi per 15 giorni ne farebbero volentieri a meno), ma soprattutto per poter usare una app per i pagamenti digitali che si chiama Mpesa (denaro in swahili) e che qui usano davvero tutti. È in pratica la versione keniana di Satispay. Da qualche tempo il governo keniano ha intrapreso una politica che scoraggia fortemente l’uso dei contanti, tant’è vero che in diversi esercizi commerciali si vedono cartelli che recitano “We are going cashless”. E la cosa è stata presa seriamente, contro tutti i luoghi comuni che potrete avere in testa sull’Africa, al punto che attualmente il contante circola meno e nessuno lo vuole, perché è difficile trovare spiccioli per dare i resti. Credeteci o no, è così. Devo ammettere che anch’io all’inizio ero scettico, ma facendo un piccolo spoiler vi dico che ben presto mi sono dovuto ricredere e ho ringraziato Bruna per avere insistito sul fatto che tutti installassimo subito questa app e la caricassimo con una parte del contante appena ritirato.
Per fare tutto ciò, andiamo al vicino centro commerciale The Junction: può essere uno strano inizio per un viaggio in Africa, ma ci ha aiutato a capire che, a parte qualche piccolo dettaglio, i centri commerciali sono ormai davvero uguali in tutto il mondo. Dovendo fare tutti e 11 tre diverse operazioni (cambiare gli euro, comprare e inserire la SIM, farsi installare e caricare Mpesa) per forza di cose un po’ di tempo se ne va, e alla fine non ci resta che sederci a prendere un caffè, per concludere la mattinata con un po’ di relax e cominciare a parlare del programma del viaggio. Il caffè, potete immaginarlo, ha poco a che vedere con l’espresso italiano, e allora parecchi di noi, me compreso, su suggerimento di Bruna decidono di provare il dawa. Si tratta di una tisana a base di zenzero e limone, con l’aggiunta di cannella e chiodi di garofano e con un vasetto di miele servito a parte che può essere aggiunto nella quantità voluta per dolcificare e per attenuare un po’ il sapore dello zenzero che è davvero forte. È qualcosa da sorbire con estrema calma, anche perché te lo portano molto caldo; l’esatto opposto del caffè da buttar giù in un sorso e via, ma non è male. Bisogna cominciare subito ad adattarsi ai ritmi di vita locali, altrimenti si rischia di non godersi il viaggio.

Tra le prime notizie e curiosità sul paese che Bruna ci racconta, c’è ovviamente l’attuale situazione politica. Il presidente William Ruto, in carica da circa due anni, è da un paio di mesi oggetto di forte contestazione da parte di un movimento di protesta nato nelle piazze a seguito della presentazione di una legge di bilancio che prevedeva una stretta fiscale anche sui beni di prima necessità, che avrebbe colpito le fasce più fragili della popolazione. Il governo intendeva aumentare la pressione fiscale per raccogliere l’equivalente di 2,7 miliardi di dollari e mettere così sotto controllo il debito pubblico (che ha raggiunto il 68 per cento del PIL), come previsto da un accordo che Nairobi ha stretto con il Fondo Monetario Internazionale. La legge di bilancio, sotto la pressione delle proteste guidate dagli studenti (è un movimento che si caratterizza come “Gen Z”) ma con un grande seguito popolare, è stata quasi subito ritirata ma le proteste non si sono fermate, sia perché ora sono dirette contro la corruzione generale del sistema politico, sia perché gli attivisti chiedono conto delle vittime causate dalla repressione della polizia, che ha sparato con proiettili veri ad altezza d’uomo facendo un numero imprecisato di morti e feriti. Alcune fonti (come il quotidiano keniano The Nation) parlano di almeno 53 morti, di una cinquantina di arresti e di almeno 17 attivisti rapiti dalle forze dell’ordine.
Ruto ha annunciato l’11 luglio la destituzione della quasi totalità del suo governo, con l’eccezione del vicepresidente Rigathi Gachagua e del ministro degli esteri e primo segretario di gabinetto, Musalia Mudavadi. Nel nuovo governo, quella che secondo i ben informati sarebbe l’amante del presidente (non poteva mancare il lato gossip della faccenda) dal ministero dell’Ambiente è stata spostata alla Difesa, provocando altre polemiche. Altre proteste, con almeno 3 morti, ci sono state il 16 luglio per quello che è stato chiamato “martedì di chiusura totale”, una giornata di protesta organizzata per chiedere le dimissioni del presidente Ruto. Ora la situazione sembra si sia tranquillizzata, ma probabilmente solo temporaneamente.
Un altro elemento che ha il suo peso nel paese, e lo si nota fin da subito vedendo il numero di chiese di tutti i tipi che si possono trovare quasi a ogni angolo di strada, è quello dei predicatori evangelici, sia quelli “ufficiali” sia quelli improvvisati delle nuove chiese che spuntano continuamente come i funghi. È un fenomeno globale che interessa ormai tanti “sud” del mondo, dall’Africa all’America Latina, dal Messico in giù, ma qui la loro presenza è particolarmente forte: Si tenga conto che in Kenya – un paese di circa 55 milioni di abitanti – circa una persona su cinque si identifica come appartenente alla corrente religiosa del cristianesimo evangelico. L’aspetto problematico della questione risiede nel fatto che, contrariamente a quanto accade per la Chiesa cattolica o altre confessioni religiose, i gruppi di stampo evangelico fanno spesso capo a predicatori privi di formazione teologica, autoproclamati, non sottoposti ad alcuna supervisione da parte di autorità religiose superiori e che propugnano interpretazioni delle sacre scritture discutibili e potenzialmente dannose per gli adepti. Come è successo per la chiesa della “Buona Novella”. La Good News International Church è una setta religiosa di ispirazione cristiana evangelica fondata da Paul Mackenzie e sua moglie nel 2003 e che radunava centinaia di seguaci. Mackenzie lavorò come tassista a Malindi dal 1997 al 2003, periodo durante il quale fu penalmente accusato diverse volte per i suoi sermoni particolarmente aggressivi, ma poi assolto per mancanza di prove. Il culto della setta propagandava, anche tramite internet e canali TV, una visione apocalittica dell’universo, sostenendo che la fine del mondo fosse imminente, e Mackenzie affermava di poter comunicare direttamente con Dio. Dopo aver ottenuto considerevoli somme di denaro dai seguaci stessi, nel 2019 la setta si stabilì nella tenuta di Shakahola, di proprietà di Mackenzie stesso. Per molti, l’arrivo della pandemia di Covid-19 rappresentò una conferma delle profezie del predicatore: centinaia di persone lasciarono le proprie abitazioni e si unirono, alcune con l’intera famiglia, alla comunità. Gli adepti vennero gradualmente e forzatamente allontanati da servizi come la sanità e la scuola e attività come lo sport, presentati come “i mali della vita occidentale”. Secondo le ricostruzioni, il pastore avrebbe poi convinto i membri della setta a lasciarsi morire di fame per raggiungere il paradiso e “incontrare Gesù”. Nel 2023 nell’area sono state scoperte delle fosse comuni, per un totale di oltre 400 corpi, tra cui 191 bambini. In base alle condizioni in cui si presentavano i cadaveri e alle autopsie effettuate, la conclusione è stata che una gran parte delle persone decedute erano morte di fame, mentre altre presentavano segni di violenze, come soffocamenti, strangolamenti e percosse. Inoltre, stando a quanto riportato da svariati mezzi di informazione internazionali, sono stati riscontrati diversi casi di salme alle quali erano stati rimossi gli organi. Mackenzie è stato arrestato e, insieme ad altri 29 collaboratori, dovrà affrontare un processo per i reati di terrorismo, omicidio e tortura di minori.
In Kenya l’appartenenza religiosa è composta così: protestanti 53,8%, cattolici 20,6%, chiese indipendenti africane 7%, ortodossi 1%, altri cristiani 3,1%, musulmani 10,9%, religioni tradizionali 1,5%.
William Ruto è il primo presidente della storia del paese ad appartenere alla corrente religiosa del cristianesimo evangelico, di cui peraltro sua moglie è predicatrice. Ruto si è sempre presentato molto permissivo nei confronti delle confessioni religiose non regolamentate. Dopo la scoperta dei drammatici fatti, il presidente non ha potuto fare a meno di assumere una posizione più netta e critica nei confronti di Mackenzie e della sua attività, definita come “atto di terrorismo”. Ma resta il fatto che la First Lady, e anche la moglie del vicepresidente, sono leader di due di queste chiese improvvisate.

Un predicatore televisivo


Tutto ciò va visto nel contesto di una società dove la povertà è molto presente, pur non essendo storicamente il Kenya uno dei paesi africani più poveri. Circa il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà; anche il sistema di pagamento è di tipo anglosassone, quindi le persone vengono pagate a settimana, molto spesso non riescono a risparmiare e per qualunque spesa oltre la sopravvivenza rischiano di finire in mano agli usurai. Come in altri paesi, la pandemia di Covid-19 ha comportato grandi danni all’economia informale, lasciando moltissime persone senza un reddito e prive di ogni sostegno. A Nairobi, la capitale, dove vive il maggior numero assoluto di poveri, tra il 2019 e il 2021 la crescita della povertà è stata del 72,50%, l’aumento di gran lunga più alto del paese. Cioè in due anni i poveri sono passati da 440mila a 759mila, pari al 16,5% degli abitanti. Se la situazione era difficile nel 2021, anno in cui l’impatto della pandemia aveva provocato un blocco nel percorso di sviluppo del paese, nel 2022 non è sicuramente migliorata a causa di un altro importante impatto negativo, quello provocato dalla guerra in Ucraina. Al conflitto è in gran parte dovuto l’aumento vertiginoso dei prezzi sul mercato internazionale di diverse derrate alimentari che costituiscono il cibo di base della popolazione, come il mais, gli olii alimentari vegetali e il grano che il Kenya importa per coprire il fabbisogno interno, in parte dalla stessa Ucraina.
Oggi le lingue ufficiali dello stato keniano sono lo swahili e l’inglese, ma si contano complessivamente fra i 40 e i 70 idiomi parlati nelle numerose comunità locali su tutto il territorio nazionale, almeno 42 secondo World Population Review.
Lo swahili, o kiswahili, è una lingua indigena della sottofamiglia bantu e fa parte delle lingue franche del continente africano, essendo diffuso in dodici nazioni dell’area; per questa ragione è fra le lingue ufficiali dell’Unione Africana. Sviluppatosi come lingua costiera comune a partire dal XIII secolo, è nato dall’incontro fra l’arabo e gli idiomi locali in uso a quel tempo. Infatti, i primi documenti scritti in swahili furono lettere scritte nel Settecento usando la scrittura araba. Questo idioma, che oggi adotta l’alfabeto latino, incorpora innumerevoli parole straniere (principalmente di provenienza araba, hindi, persiana e inglese) e viene considerata la più flessibile di tutte le lingue dell’Africa orientale. In Kenya, lo swahili è adottato nei media, nell’istruzione primaria e universitaria, nonché dalle amministrazioni locali. È strettamente connesso alla vita urbana e a determinate occupazioni, come alle piccole attività commerciali. Le trasmissioni televisive sono di norma sia in swahili che in inglese, mentre le trasmissioni radiofoniche possono essere ascoltate in swahili, inglese e in varie altre lingue africane. Nel parlato la lingua presenta, fra le varie realtà locali, differenze significative: nel paese si possono identificare sette dialetti e tre sottodialetti. Nelle zone rurali, lo swahili si incontra di solito solo nei media (tv e radio), nei negozi asiatici locali o nei giornali; viene insegnato nelle scuole insieme all’inglese, ma in queste aree del paese i bambini ricevono prevalentemente l’istruzione scolastica nella loro lingua locale.
Noi stiamo ovviamente già imparando qualche parola (qualcuno di noi in realtà è anche già stato in Kenya e quindi qualcuna la sa già): Oltre a mpesa, jambo che è il saluto più diffuso, asante che significa grazie (asante sana è grazie mille), karibu che è sia prego che benvenuto, un po’ come you’re welcome in inglese, sawa che sarebbe ok, va bene. E la celeberrima espressione hakuna matata, che significa nessun problema ed è quindi la versione swahili di nema problema. Ma soprattutto pole pole, che significa piano piano, con calma. Dovremo metabolizzare, anche se non per tutti sarà facile, che qui le persone generalmente non hanno fretta: fanno tutto, o almeno tutto quello che possono. Cercano di non dire mai di no, o se proprio devono farlo ti propongono qualcosa in alternativa. Ma tutto si fa pole pole, senza fretta, un po’ di pazienza. Ed ecco spiegato il perché del titolo che ho voluto dare a questo diario (se ve lo stavate chiedendo). Niente di particolarmente originale.
In realtà i nostri autisti e Susan, da cui stiamo apprendendo questi primi rudimenti, tra di loro parlano in kikuyu, che è la loro lingua madre, a dimostrazione che lo swahili è la lingua della costa e una sorta di lingua franca, ma nella vita di tutti i giorni le persone parlano prevalentemente la lingua del loro gruppo etnico. I kikuyu sono il gruppo maggioritario in Kenya, ma superano di poco il 20%, il che significa che i gruppi sono davvero tanti. I masai, ad esempio, sono circa 600.000, poco più dell’1%. Un altro gruppo importante è quello dei kalenjin, che hanno sempre avuto un certo peso politico nel Kenya indipendente (anche William Ruto è di etnia kalenjin) e che sono il popolo dei corridori degli altipiani, che tante medaglie olimpiche hanno regalato al paese. Loro sono l’11%. Però queste parole le usano un po’ tutti, fanno parte di una sorta di patois che mescola le lingue e che agevola la comunicazione anche tra gruppi diversi. Swahili e kikuyu sono comunque due lingue che appartengono al più ampio gruppo delle lingue bantu, mentre quelle dei kalenjin e dei masai sono lingue nilotiche.
Inutile dire che anche l’inglese che si parla qui non è esattamente il british english “BBC”, ma è un inglese con forte accento africano, che non a tutti risulta comprensibile. Io devo dire che sono riuscito a farci l’orecchio abbastanza presto e mi sono adattato, ma comunque qualche volta anch’io ho dovuto chiedere di ripetere qualche parola.
Torniamo per il pranzo alla Shalom House. Qui si pranza sempre a buffet, con riso in abbondanza, verdure e due piatti a base di carne: uno è in genere pollo, l’altro manzo. Non manca un alimento fondamentale nella dieta dei keniani, che è la polenta bianca di mais che qui si chiama ugali. Ma qui quello che è particolarmente buono è il chapati, un tipo di pane indiano basso e non lievitato cotto alla piastra, che si usa per accompagnare tutto, in particolare la carne e le verdure. Si fa con una farina che è un mix di grano, grano saraceno, miglio e orzo.
Nel pomeriggio, abbiamo in programma la visita al Karen Blixen Museum, che è proprio nella casa ai piedi delle colline Ngong dove visse la stessa scrittrice, a una decina di km dalla Shalom House. Qui è stato girato anche il film di Sidney Pollack del 1985 con Meryl Streep e Robert Redford, che ha vinto 7 premi Oscar. Le scene interne, tuttavia, sono state girate in un’altra casa appartenuta anch’essa alla Blixen in precedenza o in location ricostruite, perché quella che è oggi il museo nel 1985 era parte di una scuola per infermiere. È tale l’importanza che la scrittrice ha avuto per Nairobi che a prendere il suo nome non è una via ma l’intero quartiere, che oggi si chiama semplicemente Karen. Percorrendo Ngong Road per raggiungerlo, si nota che ai lati della strada ci sono vari mercati, con merci di vario tipo in esposizione praticamente ovunque. Quello che ci incuriosisce di più è quello che sembra una sorta di “distretto” dei mobili, dove si possono vedere letti, sedie, divani e mobili di ogni genere esposti a lato della strada, a cielo aperto, per centinaia di metri. Ci chiediamo più che altro come fanno se piove; ci sono, ci hanno detto, anche dei magazzini retrostanti, ma sicuramente non in grado di contenere tutto quello che c’è fuori, perciò in genere i mobili vengono coperti alla bell’e meglio, anche per la notte, e poi di nuovo scoperti il giorno dopo.

Al museo ci fa da guida una giovane studentessa, brava e preparata, che ci spiega tutto in maniera più che esauriente. Karen Blixen è nata in Danimarca nel 1885. Perso il padre all’età di 10 anni, è stata cresciuta ed educata dalla nonna fino ai 18. A quell’età si trasferì a Copenhagen per studiare arte e letteratura, proseguendo poi gli studi a Parigi. A 28 anni, nel 1913, accettò la proposta di matrimonio di suo cugino, il barone svedese Bror Blixen. Si trattava più che altro di un matrimonio di interesse: lei avrebbe acquisito il titolo di baronessa, lui le ricchezze della famiglia di lei. Allo scoppiare della Prima guerra mondiale in Europa, alla coppia fu consigliato di trasferirsi in quella che allora era l’Africa Orientale Britannica. Così comprarono 700 ettari di terra a Naivasha. Il barone avrebbe voluto allevare vacche da latte, ma gli fu detto che una piantagione di caffè sarebbe stata molto più redditizia e l’avrebbe reso rapidamente ricco. Perciò decise di vendere i 700 ettari e comprarne 1800 (4500 acri) a Nairobi. Nel gennaio 1914 Karen raggiunse il marito e si sposarono il giorno stesso a Mombasa, per poi partire per due settimane di safari come luna di miele. A Nairobi, rimasero per tre anni in una casa in affitto, poi nel 1917 comprarono altri 1500 acri per arrivare a un totale di 6000 (2400 ettari), comprensivi di una casa completamente arredata. Nel 1920 la famiglia di Karen venne dalla Danimarca per mettere in piedi la società che doveva gestire la piantagione di caffè. Il primo raccolto richiese molto tempo (4-5 anni), a causa della forte acidità del terreno, il che fece perdere interesse nel business al barone, che tornò a fare i suoi safari. Lei, che era rimasta a prendersi cura della piantagione, decise di aprire anche una piccola scuola per istruire i bambini dei lavoranti (tutti dell’etnia Kikuyu, che è quella maggioritaria in Kenya e tradizionalmente dedita all’agricoltura). Inoltre, avendo qualche competenza di primo soccorso, si dedicava anche a curare le persone qualora ne avessero bisogno.
Karen rimase in questa casa, anche dopo il divorzio dal marito infedele, fino al 1931, cioè più o meno fino a quando durò la storia con Denys Finch-Hatton (Robert Redford nel film), nonostante le lunghe assenze di lui per i suoi safari e i suoi viaggi in aereo. Alla fine i due si lasciarono, e poco dopo la piantagione di caffè andò distrutta in un incendio, il che costrinse Karen a tornare definitivamente in Danimarca, mettendo in vendita la casa e i mobili per pagarsi il viaggio. Poco prima di partire, apprese della morte di Denys in un incidente aereo. In Danimarca divenne scrittrice, dapprima sotto pseudonimo maschile, e pubblicò 9 romanzi, tra cui il celebre romanzo autobiografico Out of Africa (La mia Africa) e Babette’s Feast (Il pranzo di Babette). Morì nel 1962 a 77 anni.
La casa, dopo essere passata per diversi proprietari, fu acquistata nel 1964 dal governo danese e donata a quello del Kenya, che aveva ottenuto l’indipendenza l’anno prima, con l’impegno che venisse trasformata in un college per ragazze, che era il desiderio di Karen. La scuola, aperta nel 1966 in una parte della proprietà, funziona ancora oggi. La parte che oggi è museo è stata l’abitazione della direttrice della scuola fino al 1979; successivamente, su proposta di alcuni danesi che vivevano a Nairobi, fu realizzato il museo, che aprì al pubblico nel 1985, dopo il grande successo del film.

Foto di Francesca Maggiore

All’interno della casa si possono vedere molti dei mobili e arredi originali, che sono stati recuperati per l’apertura del museo, e molti memorabilia legati alla figura di Karen Blixen, comprese le riproduzioni di alcuni suoi disegni e dipinti (nel suo periodo africano si dilettava anche con la pittura). All’esterno, invece, vari attrezzi agricoli d’epoca come trattori e aratri, e un grande essiccatore per il caffè su cui abbiamo trovato appollaiati dei grossi roditori, forse qualche specie locale di scoiattoli.

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

https://museums.or.ke/karen-blixen/

Oggi il programma della giornata è pieno. Si comincia con la visita ai progetti di Koinonia, prima di tutto quello che si chiama Ndugu Mdogo e si occupa del recupero dei bambini di strada di Kibera, il più grande degli slum di Nairobi e di tutta l’Africa. Ci vivono almeno 500.000 persone, ma a seconda di quali insediamenti informali si considerano parte di Kibera si può arrivare anche a un milione, su una popolazione totale della città di 4.400.000. Secondo le stime, le persone che vivono negli slum potrebbero arrivare complessivamente a 3 milioni, e i bambini di strada di Nairobi sono almeno 50.000.
Così scriveva il giornalista di Radio Popolare Raffaele Masto nel 2003:

Kibera si trova nella parte sud di Nairobi, non lontano dal “nostro” quartiere. Per arrivarci, curiosamente, passiamo da un club di polo in piena regola, con i cavalli e tutto, che fa un contrasto stridente un po’ come il circolo del golf di cui parlava Raffaele Masto. Anche questo è sicuramente un’eredità coloniale, ma sembra che ancora funzioni. Googlando si scopre che è stato fondato nel 1907 ed è il più antico dell’Africa Orientale.
Siamo costretti a una deviazione per il primo dei tanti “traffic jam” (ingorghi) che incontreremo nel traffico caotico di Nairobi. Ma in questo modo riusciamo anche a vedere dei babbuini a bordo strada, che ci dimostrano che qui gli animali si possono trovare anche in aree urbanizzate. Del resto, il Nairobi National Park è ad appena 7 km dall’area urbana e ci puoi trovare giraffe, gazzelle, gnu, bufali, rinoceronti e perfino leoni e leopardi.
Entrando nello slum, anche se non è il primo che vedo (ma è il primo in Africa), l’impressione è forte. Le baracche di lamiera sono piccole e sovraffollate, è evidente che durante il giorno molta gente vive per strada, dedita ai piccoli e grandi traffici quotidiani. Al passaggio delle nostre jeep molti ci guardano stupiti, è chiaro che non vedono spesso gruppi di stranieri da queste parti.
Eppure, per quanto incredibile possa sembrare, le baracche di Kibera a volte sono affittate a 2000 scellini al mese (14 euro), che certo per noi non sono tanti ma qui sì. Un lavoratore non qualificato in Kenya può guadagnare da 20.000 a 30.000 scellini, ma a Kibera il tasso di disoccupazione supera il 50%.

In Kenya la parola “Hotel” non sempre indica un vero hotel nel senso europeo, spesso si tratta solo di un ristorante

Varcato il cancello del centro Ndugu Mdogo (piccolo fratello in swahili), i bambini ci sciamano subito intorno festosi e ci “accompagnano” nella sala dove faremo le presentazioni e ci daranno il benvenuto. Ci sediamo intorno al tavolo della sala riunioni mescolandoci con loro, e poi a turno ciascuno dice il suo nome. Alcuni di loro sembrano intimiditi e si presentano con un filo di voce, altri sembrano allegri ed eccitati dall’occasione “speciale”. Gli operatori sono quattro: Jack, che è il Team Leader, due social workers donne e un “peer educator”, cioè un ragazzo che viene dalla stessa esperienza e che ora aiuta i più piccoli a integrarsi. Attualmente i bambini ospitati nella struttura sono 25. Prima di entrare qui, i bambini vengono avvicinati sulla strada dagli operatori sociali, che cercano di capire qual è la loro situazione, quali sono le loro necessità, portano loro da mangiare e cercano gradualmente di conquistare la loro fiducia. Il lavoro si svolge con il coordinamento delle strutture governative e perciò, quando un bambino viene tolto dalla strada, bisogna informare le autorità competenti e avere una lettera di autorizzazione per iniziare il processo di recupero. L’età dei bambini va da 7 a 15 anni e in nessun caso vengono forzati, devono essere prima di tutto loro convinti di voler iniziare un percorso per togliersi dalla strada ed eventualmente tornare in famiglia, se ce l’hanno e se è in grado di riaccoglierli. Sorge spontanea la domanda su come vengono scelti i bambini da recuperare, per esempio questi 25 su migliaia che ce ne sono soltanto a Kibera. Può sembrare una goccia nel mare, ma è un lavoro comunque fondamentale, e la capacità del centro è chiaramente limitata, non potrebbero trattare un numero maggiore di bambini. Sono i social worker che, sulla base delle attività che fanno sul campo, identificano i bambini che hanno maggiore bisogno e/o per cui ci sono le maggiori probabilità di successo. Le cause che li portano sulla strada sono diverse; spesso alla base c’è una famiglia disfunzionale, dove il padre è assente o violento, ma può essere anche la madre ad avere problemi, ad esempio di dipendenze. Il problema può essere anche semplicemente la povertà: le bocche da sfamare sono troppe, non c’è da mangiare per tutti e allora il bambino scappa per cercare il cibo che in casa non trova, o perché non vuole più andare a scuola. Più frequentemente degli altri, a scappare sono i primi o secondi figli, che essendo più grandi sentono troppo forte per le loro spalle di bambini il peso della responsabilità di dover sostituire il padre quando non c’è, o di dover badare ai fratellini. Qui i bambini recuperati sono soltanto maschi, che sono comunque la maggioranza dei bambini di strada, ma ci sono anche le bambine di strada, ed esistono centri specifici per loro. Non è possibile, in una realtà come questa, tenere insieme bambini e bambine.

Ma forse più ancora della visita al centro la vera grande esperienza è stata la passeggiata che abbiamo fatto con i bambini per i vicoli fangosi di Kibera, con gli operatori del centro che ci accompagnavano. Ciascuno di noi portava per mano almeno un bambino, quando non due. Io ho fatto tutto il percorso con Duncan, che ha 14 anni ed è al centro da quasi 4. Non so altro della sua storia, non ho avuto il coraggio di chiedergli nient’altro di personale. Abbiamo parlato invece di calcio, che è sempre un argomento che apre molte porte (gli ho fatto vedere che un altro ragazzino aveva una maglia del Milan, che è la mia squadra del cuore), lui mi ha detto il nome della sua squadra keniana che francamente non ricordo, poi degli animali, della ferrovia… io non volevo credere che quella che passa in mezzo alle baracche di Kibera fosse una linea ancora funzionante ma lui mi giurava di sì e poi effettivamente abbiamo scoperto che è così: è niente meno che una linea internazionale che collega il Kenya con l’Uganda ed è stata costruita dagli inglesi nel 1899. È proprio questa linea che ha portato allo sviluppo di Kibera, che non è uno slum “recente” ma è nato proprio in quel periodo, nei primi decenni del XX secolo, a seguito della costruzione della ferrovia, che comportava la presenza di lavoratori locali e migranti, ai quali veniva concesso dalle autorità coloniali il permesso di stanziarsi nelle aree pubbliche adiacenti alla ferrovia, e anche di soldati africani. Dall’insediamento di un gruppo di soldati africani che avevano servito nell’esercito coloniale britannico si è sviluppato il primo nucleo di Kibera. Ma la linea funziona ancora, e Kibera ha anche una sua stazione.
Però più di ogni altra cosa Duncan cercava il contatto fisico: non mi ha mai lasciato la mano se non per brevi momenti quando gli ho chiesto di poter scattare una foto di Kibera dall’alto. Mi teneva la destra e poi, dopo qualche minuto, la lasciava per prendermi la sinistra, poi di nuovo la destra e così via. Può sembrare strano per un ragazzino già grande, ma evidentemente il bisogno di protezione che ha un ragazzino con una storia come la sua alle spalle è ancora grande, o forse voleva anche lui proteggere me: mi diceva di fare attenzione quando c’era il rischio di scivolare, o di inciampare. Dovevamo proteggerci vicendevolmente, mettiamola così.
Abbiamo naturalmente camminato tra fogne a cielo aperto, perché Kibera non è dotata di una rete fognaria ed è ancora piuttosto diffusa quella che viene chiamata “Flying toilet”, cioè l’abitudine di raccogliere gli escrementi in un sacchetto di plastica, chiuderlo e lanciarlo il più lontano possibile, nei fossi o sulla strada. Senza contare quelli degli animali…
Nel 2018 la ONG locale Umande Trust ha realizzato dei bagni pubblici dotati anche di un digestore per produrre biogas da utilizzare come combustibile, ma sicuramente non bastano per tutti.
Comunque è una passeggiata che mi ha veramente dato molto.

Foto di Francesca Maggiore

Foto di Francesca Maggiore

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

Tornati alla base, dopo qualche foto di gruppo ci portano, a sorpresa, a vedere anche un nuovo progetto che si occupa di accogliere le madri in difficoltà. Si chiama Tabasamu la Mama ed è partito da poco, le mamme che è in grado di accogliere sono ancora poche ma risponde a un bisogno che in posti come Kibera è molto presente: sono molte le ragazze che restano incinte da giovanissime e si trovano poi sole, senza un sostegno e senza strumenti sociali e culturali per poter crescere un bambino. Qui sono accudite, ma devono anche imparare a prendersi cura le une delle altre. Sulle pareti sono appesi semplici fogli di carta con parole come fede, speranza, gioia, e c’è una TV per guardare i cartoni con i bambini. Può sembrare poco, ma in questo contesto non lo è.

Passiamo poi a visitare Paolo’s Home, che è una struttura dedicata ai bambini con problemi di disabilità. Il progetto è nato nel 2007 come centro per la fisioterapia, poi pian piano si è sviluppato e adesso offre vari altri servizi. Per la fisioterapia c’è una palestra dedicata; qui il lavoro di fisioterapia è soprattutto un lavoro ortopedico, ma c’è anche un progetto di formazione per i fisioterapisti locali che insegna a lavorare con i bambini disabili, un tipo di fisioterapia che non viene normalmente insegnato nelle università keniane. Ogni anno viene qui per questo una fisioterapista del Don Gnocchi di Milano, che quest’anno ha portato anche un neuropsichiatra. C’è anche un servizio di logopedia, che è molto raro in Kenya e normalmente molto costoso; anche in questo caso, un corso di laurea specifico esiste da non più di 5-6 anni. Le logopediste sono due, una assunta e una che viene alcuni giorni a settimana. Poi c’è un piccolo asilo nido dove ci sono una ventina di bambini molto piccoli e che hanno bisogno di riabilitazione intensiva per poter accedere il prima possibile alla scuola “normale”. Qui le disabilità più diffuse sono la paralisi cerebrale, dovuta nella maggior parte dei casi alle condizioni in cui si è svolto il parto (qui non si partorisce generalmente più in casa, ma lo si fa in piccole cliniche poco attrezzate e con personale poco professionale), o la spina bifida, con i problemi motori o di incontinenza che comporta. Non ci sono i soldi e spesso neanche la cultura per farsi seguire durante la gravidanza, e questi sono i risultati.

Foto di Maurizio Bertola

Il centro cerca inoltre di adottare un approccio che prenda in considerazione tutti gli aspetti della condizione di un bambino con disabilità e della sua famiglia. Perciò si fa molto lavoro di sostegno psicologico sulle mamme, per dar loro forza e consapevolezza, contro lo stigma sociale che qui ancora colpisce la disabilità. Culturalmente, la responsabile della disabilità del bambino è la mamma e quindi negli slum (e non solo) le famiglie non sono stabili. Pochi sono sposati e anche se sono sposati conta poco. Quando nasce un bambino disabile diventa un problema, perché il padre spesso comincia a pensare che la madre è stata con qualcun altro per “guadagnarsi” questa colpa, e perché ovviamente un bambino disabile costa, per cui nasce immediatamente un problema economico; il padre quindi tende a lasciare la famiglia e a cercare un’altra soluzione di vita più “comoda” per non aggravare i problemi economici che in genere già ha e non rischiare l’isolamento sociale. Per fortuna non succede sempre, ma in molti casi sì.
Esiste anche un progetto di microcredito, per favorire un rafforzamento delle famiglie, e in particolare delle mamme, anche sul piano economico. Altri progetti di questo tipo sono nel centro di Kivuli (di lì passeremo più avanti in questo viaggio), a Kawangware, nella periferia sudovest di Nairobi, e a Ngong, una cittadina fuori Nairobi dove non c’era nessun servizio di riabilitazione. In totale ci sono 8 gruppi, formati da una ventina di donne, che ogni settimana si incontrano, mettono insieme i loro risparmi e, in base a quanto hanno depositato, possono chiedere un prestito per avviare o espandere piccole attività.
I bambini trattati qui sono 200, 500 in totale con gli altri centri.
C’è anche la possibilità, che ovviamente non ci siamo lasciati scappare, di acquistare oggetti realizzati dalle mamme dei bambini e sostenere anche in questo modo il progetto: orecchini, borse, oggetti vari in tessuto… è anche l’occasione per testare la nostra app Mpesa.

https://koinoniacommunity.org/

Terminata anche la visita all’ultimo progetto di questa mattina, si va a pranzo, ma anche in questo caso il posto che Bruna ha scelto per noi è un po’ “particolare”. Si chiama Pallet Cafè, si tratta di un locale dove si mangia all’aperto, l’arredamento è fatto con materiali riciclati (da cui il nome) e il personale è in gran parte non udente. Perciò le ordinazioni si scrivono e si cerca di capirsi un po’… a gesti, anche se nessuno di noi purtroppo conosce la lingua dei segni (ma per questo volendo c’è appeso almeno l’alfabeto). Si trova a Lavington, che è uno dei quartieri “bene” di Nairobi. Non a caso, quasi tutti i clienti sono bianchi. Ma è sicuramente un posto che ha un grande valore sociale nel promuovere l’impiego di lavoratori con disabilità.

https://palletcafe.co.ke/

Ultima tappa del programma della giornata è Ocean Sole, che è un’impresa sociale che si dedica al riciclo artistico delle ciabatte infradito raccolte sulle coste del Kenya.
Questa iniziativa imprenditoriale è nata nel 2012. L’idea è di un’americana, che poi però ha successivamente venduto a un altro imprenditore, sempre statunitense. Si tratta di un’impresa privata, che però ha dei fondamenti sociali nel senso che porta avanti un progetto di riciclo di rifiuti, che ha un valore ambientale in sé, dà lavoro a un centinaio di persone e i proventi vengono investiti in progetti sociali a vantaggio delle persone che ci lavorano e delle loro comunità (è registrata come impresa non-profit), generando un impatto positivo su oltre 1000 keniani.
Qui si riciclano le infradito, e perciò anche l’idea è nata inizialmente sulla costa del Kenya. Occasionalmente, però, come materiale di riempimento per le grandi sculture che vediamo esposte, viene utilizzata della schiuma di poliuretano recuperata da frigoriferi o pareti di celle frigorifere/container refrigerati (quindi anche qui un riciclo virtuoso). Le ciabattine vengono raccolte da persone che si dedicano a questo e da cui Ocean Sole le compra, vengono poi tagliate e i pezzi vengono incollati insieme per costituire la superficie esterna dell’oggetto, che viene poi sagomata usando le tecniche che si usano nella scultura del legno. Questo permette anche di eliminare uno strato sottile più rovinato e di far uscire il colore originale.

La prima fase, in realtà, è quella di lavaggio delle ciabattine, che avviene manualmente con acqua e sapone, e disinfezione per immersione in una vasca di disinfettante. Poi vengono appese ad asciugare, per poi iniziare con le ulteriori fasi di lavorazione, che possono cambiare leggermente a seconda del tipo di oggetto che si vuole realizzare e delle dimensioni. C’è sempre una fase di incollaggio, che è manuale, e a volte si usa una pressa con uno stampo per praticare dei fori. Per realizzare gli oggetti (soprattutto animali) c’è sempre la fase di scultura che se non è arte è come minimo artigianato artistico. Ma tutte le fasi, escluso il lavaggio-disinfezione preliminare, sono gestite direttamente dagli artisti, che sono 59 e che quindi sanno fare tutto: realizzano l’oggetto dall’inizio alla fine. Se volete qualcosa per il vostro salotto, si possono fare acquisti anche on line.

https://oceansole.com/

Ovviamente tutti abbiamo comprato qualcosa nel negozio, e qualcuno anche in altri negozi, perché Ocean Sole è all’interno di una sorta di distretto dell’artigianato artistico. E infatti si possono vedere in giro altri oggetti d’arte fatti di materiali riciclati, tra cui degli elefanti fatti di metallo di recupero.

Questi animali di metallo si vedono parecchio in giro a Nairobi: ce ne sono alcuni in esposizione anche lungo Ngong Road all’angolo con la strada della Shalom House. Sono fatti a Gikomba, in un’area industriale conosciuta per i suoi artigiani e commercianti che danno vita a mercati informali brulicanti di gente, dove si è sviluppata negli ultimi anni una florida attività di riciclaggio che trasforma vecchie ferraglie in sculture metalliche in forma di animali selvatici. Gazzelle, leoni, buoi, ippopotami, coccodrilli. Soprattutto giraffe. Molti ordini arrivano dall’estero e ogni settimana parte un container carico di queste statue.
Sono quattromila gli artigiani impiegati nella trasformazione dei rottami a Gikomba. Lavorano dodici ore al giorno – senza ferie né indennità di malattia – per guadagnare mediamente cento dollari al mese: più di quanto non intaschino i “portatori”, stuoli di ragazzotti che recuperano in ogni parte della città gli enormi bidoni usati per il trasporto della benzina d’importazione. Ritirano i fusti vuoti nei distributori di carburante, nelle fabbriche e nelle case private che hanno i generatori di corrente. Assieme ai barili si recuperano vecchi ingranaggi di motori, bulloni, tubi di scappamento, molle, catene di biciclette e altri pezzi metallici.

Foto Rivista Africa

E con questo è più o meno tutto per la nostra prima tappa a Nairobi. Ci torneremo più avanti, ma domani invece andremo a Nakuru, dove dormiremo per due notti, passando per la palude Ondiri e il lago Naivasha.

(TO BE CONTINUED…)