In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano
(Foto di copertina: Marco Macchi)
Cap. 2 – Nakuru
13 agosto 2024
Oggi, dopo due giorni a Nairobi, si parte per il nostro tour, in direzione Nakuru.

La prima tappa, a pochi chilometri da Nairobi, è la palude Ondiri. Siamo alla sorgente del fiume Nairobi, vicino alla città di Kikuyu, nella contea di Kiambu. La città, che oggi ha circa 300.000 abitanti, nasce da un insediamento coloniale di missionari e prende il nome dal gruppo etnico maggioritario in Kenya e anche in questa zona. Abbiamo appuntamento con alcuni rappresentanti di Friends of Ondiri Wetland, un’associazione che è nata all’interno della comunità locale al fine di preservare questa importante zona umida. Ci raccontano che il primo problema è l’estrazione non controllata di acqua. Alcune persone cercano di introdursi nel territorio della palude, o nelle sue immediate vicinanze, per coltivare, facendo attività che non “vanno d’accordo” con la palude, come l’uso di grandi quantità di fertilizzanti. Gli interventi che stanno facendo per contrastare questi comportamenti vanno dall’uso di recinzioni al piantare alberi, e passano in generale per il coinvolgimento della comunità nel lavoro di conservazione, anche attraverso l’organizzazione di attività ricreative che facciano capire alla popolazione che la palude è un ambiente di cui può usufruire, se adeguatamente protetto. Una delle sfide principali è ovviamente quella di trovare i fondi per queste attività, in particolare sollecitando e motivando in tal senso gli imprenditori di Kikuyu.


Non lontano da qui nasce anche il fiume Athi, il secondo più lungo del paese (il primo è il fiume Tana), che riceve le acque del fiume Nairobi, quello che attraversa la capitale. La sorgente di Kikuyu, a 1,5-2 km da qui, è quella che alimenta il primo acquedotto della città di Nairobi, realizzato nel 1906, ed è da qui che arriva l’acqua che sgorga da quella sorgente. La più grande società di approvvigionamento idrico si chiama Kikuyu Water and Sewage Company: ha otto pozzi che prelevano l’acqua e la distribuiscono tramite le condutture che partono proprio da qui e raggiungono 100.000 famiglie. C’è un impianto a pannelli solari che fornisce l’energia per pompare l’acqua nelle tubazioni. Anche la Alliance High School prende acqua da qui; la Alliance High School è la più influente nel paese fin dai tempi dell’indipedenza nel 1963: Quindici membri del primo governo keniano provenivano da questa scuola.
Il problema dell’acqua a Nairobi è significativo perché degli oltre 6000 pozzi che prelevano acqua solo 2000 sono legali. Tutto questo consumo non autorizzato di acqua fa sì che il livello della falda scenda costantemente.
Dopo questa breve introduzione, partiamo per la nostra passeggiata nella palude, che ha una superficie di 0,4 km2 e una profondità di 7 m. Muoversi sui sentieri che costeggiano la palude non è molto agevole, date le abbondanti piogge cadute nell’ultimo periodo, a dispetto della stagione secca. Molte barriere che erano state messe per impedire prelievi di acqua non controllati e non misurati sono state vandalizzate. È già stata presentata la domanda perché questa zona umida ottenga lo status di parco nazionale, data la sua importanza come la più grande delle paludi degli altipiani del Kenya, e anche habitat di 76 specie di uccelli. Tra le piante caratteristiche di questo ambiente ce n’è una dalle cui foglie si può estrarre, anche semplicemente premendole tra le dita, un ottimo collirio. La nostra guida ce ne ha dato una dimostrazione.





Un’altra curiosità che abbiamo potuto vedere è una sorta di piccola chiesa “informale” costruita con pali di legno, tende e una tettoia di lamiera.

Terminato il giro, si riparte per raggiungere all’ora di pranzo il lago Naivasha. Bruna ci racconta che questo lago negli ultimi anni si è allargato al punto di inghiottirne un altro più piccolo, il lago Oloiden. Il processo è iniziato negli anni ’10 di questo secolo, ma è diventato molto più rapido a partire dal 2020, ed è dovuto a diverse concause: un aumento delle piogge nella regione degli altipiani (ancora il cambiamento climatico), ma soprattutto un fenomeno di bradisismo e la deforestazione, che fa sì che l’acqua meteorica scorra lungo i versanti, con un maggiore dilavamento e trasporto di materiali che, nel lago, fanno aumentare i sedimenti; quindi il fondo si alza e il livello sale.
Lungo la strada cominciamo a veder cambiare il paesaggio: tra i tanti alberi di acacia si notano le euforbie a candelabro, che sono piante endemiche del Corno d’Africa e di tutta l’Africa Orientale, in particolare della Rift Valley che stiamo iniziando a costeggiare. Nella medicina tradizionale la linfa di queste piante, mischiata con il miele, è usata per curare la sifilide, ma anche la tosse, la tubercolosi, la malaria e persino l’AIDS. Anche le radici possono essere bollite, ricavando un liquido che si dice sia in grado di curare il mal di stomaco, la costipazione e l’infertilità. Ma il lattice è altamente tossico. Ai bordi della strada è possibile vedere, di tanto in tanto, anche babbuini e zebre.




All’ora di pranzo, più o meno in linea con la tabella di marcia, siamo sulle rive del lago Naivasha, e così dopo pranzo chi vuole può farsi un giro in barca. Nel lago, che ha una profondità media di 7 m, vivono circa 2000 ippopotami: questi animali, che pesano generalmente da 1,5 a 3 t (ma i maschi molto grossi possono arrivare anche a 4 t), vivono 40-45 anni; le femmine, più piccole dei maschi, hanno una gestazione di 8 mesi. Di giorno generalmente gli ippopotami stanno in acqua: prediligono le acque poco profonde, perché camminano più che nuotare, ma possono restare in immersione in apnea fino a 5 o 6 minuti. Escono la notte per mangiare (sono erbivori), ma a volte anche di giorno per asciugarsi al sole. La loro pelle lascia evaporare, su una superficie di 5 centimetri quadrati, 12 milligrammi di acqua in dieci minuti, cioè da tre a cinque volte la quantità che si disperde nell’uomo. L’abbondante traspirazione dipende dal fatto che lo strato corneo protettivo è molto sottile e per di più esso manca di ghiandole sebacee che possano secernere materie grasse per isolare l’animale dai raggi solari. In compenso, la pelle è provvista di ghiandole cutanee che producono un liquido vischioso e alcalino, contenente molti sali minerali, che con la luce prende riflessi rossi, dando l’impressione che il corpo dell’animale trasudi sangue. Quando un ippopotamo è in acqua, i pesci gli “massaggiano” il corpo e gli puliscono anche i denti. Nonostante l’aspetto pacioso, hanno canini lunghi fino a 50 cm e un morso potentissimo. Per questo, oltre che per la mole, statisticamente sono gli animali che provocano più morti di umani, come ci ha raccontato Bruna.




Insieme agli ippopotami, sul lago Naivasha si possono vedere anche varie specie di uccelli, soprattutto pellicani, martin pescatori e quelle che Ian, che ci fa da guida, chiama fish eagles (aquile pescatrici): in italiano si chiamano aquile urlatrici, perché producono due richiami ben distinti. Quando sono in prossimità del nido, emettono più frequentemente dei quock, che nel caso di quelli della femmina sono leggermente più penetranti e meno melodiosi. Emettono anche dei richiami acuti, kiou-kiou, che ricordano per molti aspetti quelli del gabbiano. Questi richiami sono così conosciuti ed evidenti che gli è stato spesso attribuito l’appellativo di «voce dell’Africa». È questo il richiamo che Ian cerca di imitare per attirare l’aquila e farla volare giù dal suo ramo; nello stesso momento lancia un pesce, che dovrebbe essere l’argomento più convincente, ma nonostante i suoi sforzi solo una volta una delle aquile parte in volo radente per andare ad acchiapparlo. È comunque bello anche vederle maestose sui rami degli alberi ormai sepolti dall’acqua che spuntano dal lago. Le vedi sempre in coppia, perché si tratta di una specie per cui il legame coniugale è fortissimo, al punto che a volte quando una delle due muore l’altra si suicida, dice Ian (non sappiamo come, però, e non ho trovato conferme di questa informazione. Quello che è sicuro è che il legame nella coppia è forte). Di cibo per loro ce n’è: la fauna ittica del lago annovera tilapia, carpa, pesce gatto, pesce persico e altro ancora.










Navigando sul lago si vedono due isole: la più piccola è privata, di proprietà di un ricco americano; l’altra, più grande, si chiama Crescent Island ed è uno spettacolo abbastanza incredibile. Sì, perché su quest’isola sono stati portati degli animali negli anni ‘80 per girare alcune scene de “La mia Africa”. Finite le riprese, gli animali sono rimasti e ora l’isola è diventata una riserva naturale protetta dove si possono vedere giraffe, zebre e due specie di gazzelle: la gazzella di Thomson, più piccola, e quella più grande chiamata waterbuck (daino d’acqua), che può nuotare anche per grandi distanze. Per loro è una sorta di paradiso terrestre, perché non ci sono predatori.








Le rive del lago sono anche punteggiate di serre per la coltivazione di rose e altri fiori. Le rose del lago Naivasha sono famose, una parte importante della produzione viene destinata all’esportazione; rappresentano il principale mezzo di sostentamento dell’economia locale, insieme alla pesca e al turismo.
Ritornando Ian ci fa notare dove arrivava il lago 5 anni fa e dove arrivava 4 mesi fa: è davvero impressionante. L’approdo delle barche si sposta frequentemente a causa dell’espansione del lago, quello che era il parcheggio delle auto è ora sommerso e la biglietteria, anch’essa sommersa, è diventata la casa degli ippopotami.




Ripartiamo in direzione Nakuru, dove arriviamo in tempo per la doccia e un riposino prima di cena. La città, che si trova a 1850 m di quota e ha circa 600.000 abitanti, contando solo la popolazione urbana, è nel cuore della terra dei Kikuyu, ed è anche la città del nostro driver John e di Susan. Anche qui c’è un lago, il Lake Nakuru, che è famoso per i suoi fenicotteri rosa, la cui popolazione si è però drasticamente ridotta negli ultimi anni: Nel 2021 erano soltanto 6000, quando nel 2000 si era raggiunto il milione di esemplari. Secondo gli esperti, anche questo è dovuto all’innalzamento dei laghi della Rift Valley (il fenomeno non interessa solo il lago Naivasha ma tutti i laghi della zona) e quindi in ultima analisi al cambiamento climatico. L’aumento di volume del lago porta a una diluizione che influenza l’alcalinità dell’acqua, creando condizioni meno favorevoli allo sviluppo dell’alga spirulina, che è il cibo fondamentale per i fenicotteri. Perciò si sono avute migrazioni di massa verso altri laghi come il lago Bogoria.
A cena dobbiamo parlare del programma di domani: c’è da decidere come passare la giornata, dal momento che abbiamo saputo che a Nakuru e dintorni nei giorni scorsi è piovuto molto (in barba alla stagione secca) e perciò la camminata nella foresta Mau che era prevista non si potrà fare, perché i sentieri sono diventati impraticabili per il troppo fango; ci sconsigliano di provare a percorrerli, potrebbe essere pericoloso. Saremmo dovuti andare nella foresta per incontrare una comunità di Ogiek, un gruppo etnico minoritario da anni in lotta per il diritto alla terra e minacciato dalla deforestazione e dalle monocolture.
La foresta Mau copre un’estensione di 4000 ettari, e il governo keniano sta cercando da anni di proteggerla dall’intrusione di chi vuole abbattere gli alberi per sfruttarli come legna da ardere o per la produzione di carbone. Ma questi sforzi sono stati spesso diretti anche contro il popolo degli Ogiek, ingiustamente accusati di usurpazione quando questa è la loro terra ancestrale, dove da secoli vivono. Storicamente sono un popolo di cacciatori e raccoglitori. Le espulsioni sono iniziate nel 1920, durante il periodo coloniale. Nel 1954 la foresta fu dichiarata riserva naturale, e gli Ogiek reclamarono il loro diritto a restare, anche in assenza di titoli scritti di proprietà delle terre. La battaglia legale iniziata con il governo coloniale britannico è proseguita poi contro tutti i governi che si sono susseguiti dopo l’indipendenza. Le espulsioni si sono intensificate nei primi anni 2000: dal 2004 al 2006 almeno 100.000 persone sono state costrette con abusi, secondo Amnesty International e Human Rights Watch, a lasciare le loro terre e hanno cercato rifugio altrove. In molti casi le loro case sono state bruciate. L’ultima ondata di sgomberi, iniziata a novembre 2023, ha interessato circa 1000 persone.
L’alternativa che Bruna ci propone è quella di visitare il Lake Nakuru National Park, un parco sicuramente più piccolo e meno rinomato del Masai Mara che vedremo tra qualche giorno ma che potrà essere un succoso antipasto. Ci troviamo tutti d’accordo e quindi si decide per questo primo safari fuori programma. Per me sarà anche il primo in assoluto, mentre altri nel gruppo hanno già fatto questo tipo di esperienza, chi in Sudafrica e chi in altri parchi dello stesso Kenya.
14 agosto 2024
La mattina dopo, quindi, sveglia presto e dopo colazione si parte sulle nostre jeep per entrare prima possibile nel parco: la mattina è il momento più favorevole per vedere gli animali. Dopo qualche tentativo di rimescolare le persone sulle due jeep ad ogni uscita, fatalmente per abitudine e comodità si sono formati due gruppi fissi: io sono sulla jeep color sabbia guidata da John, il nostro gigante buono o se preferite il nostro “strong man” di fiducia. È stato lui stesso ad autodefinirsi così, sia pure con una punta di autoironia, quando qualcuno di noi era preoccupato per gli sforzi a cui si sottopone quotidianamente per caricare i bagagli. Ed è lui a mettersi in coda alla biglietteria per ritirare i nostri biglietti d’ingresso. L’attesa, purtroppo, si rivela più lunga del previsto ma alla fine torna vincitore e per noi si aprono i cancelli.



Oggi per la prima volta apriremo il tetto della jeep, per poterci alzare in piedi e sporgerci fuori con binocoli e macchine fotografiche. Io ci provo, ma la mia macchina non ha uno zoom potente e il telefono è quello che è. Per fortuna nel gruppo ci sono ottimi fotografi dotati di migliore attrezzatura, perciò con il loro permesso “ruberò” qualcuna delle loro foto, come del resto ho già fatto nelle pagine precedenti.
La prima cosa che ci impressiona sono le mandrie di bufali, ma anche le zebre e le giraffe, che riusciamo a vedere da molto vicino. E gli impala (che sono una specie che fa parte della famiglia delle antilopi, come anche le gazzelle), e perché no i facoceri…















Essendo un parco “lacustre” non possono mancare varie specie di uccelli acquatici, tra cui spicca l’elegantissima e maestosa gru dalla testa coronata, simbolo dell’Uganda (è raffigurata anche sulla bandiera ugandese).



Come non possono mancare le scimmie, soprattutto i babbuini e quelle dal pelo chiaro che qui vengono chiamate vervet monkey (in italiano questa specie pare si chiami cercopiteco verde).
È già più difficile vedere un rinoceronte, ma non ci è mancato neanche questo.








Ma la grande emozione, e il momento che tutti aspettano, è quello di poter vedere un leone o una leonessa, almeno da lontano. John ha fatto di tutto per farcelo vivere, come del resto gli altri driver di tutte le jeep. Ho scoperto qualcosa che non immaginavo, e cioè che tutti gli autisti sono costantemente in contatto tra loro via radio e che così, appena uno avvista un animale difficile da vedere, come i leoni ma anche a volte le giraffe, o gli elefanti (non serve ovviamente per i bufali, le zebre o le gazzelle, che si incontrano facilmente in branchi), avvisa tutti gli altri. Il bello è che in questo modo è quasi garantito che tutti riescano a vedere tutti gli animali che si aspettano di vedere; il rovescio della medaglia è che così si crea intorno all’animale o al gruppo di animali un certo… affollamento. Ma comunque funziona così. E ce l’abbiamo fatta: sia pure da lontano (ma si vedeva bene con il binocolo o col teleobiettivo) abbiamo visto quasi subito una leonessa. Il leone si è fatto desiderare un po’ di più, ma nel primo pomeriggio abbiamo cominciato a sentire comunicazioni tra gli autisti, John ci ha portato subito sul posto e così… eccone uno, in tutto il suo splendore.













https://www.kws.go.ke/lake-nakuru-national-park
Insomma la giornata è stata proficua e, anche se ci dispiace che sia saltato l’incontro con gli Ogiek, non si può certo definire un ripiego. Domani ripartiremo per spostarci ancora un po’ più a nord, verso il lago Baringo.
(TO BE CONTINUED…)
