In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano
Cap. 3 – Baringo
15 agosto 2024

È la mattina di Ferragosto e io mi sveglio con un lieve senso di nausea. Passa quasi subito, però, e sul momento non gli do peso. Vado a fare colazione.
Bruna ci ha spiegato che la colazione in Kenya è spesso il pasto più importante della giornata, e infatti il buffet di solito è ricco. C’è un po’ di tutto, e quasi sempre più salato che dolce. Certo, volendo puoi prendere anche solo un paio di fette di pane tostato con burro e/o marmellata, ma in più non c’è solo la salsiccia, che nel mondo anglosassone non è insolita a colazione, o le uova in tutti i modi; ci sono spesso anche verdure cotte, fagioli, lenticchie, riso, a volte perfino la pasta, anche se noi raramente ci azzardiamo ad assaggiarla, men che meno a colazione. Poi c’è la frutta: sempre anguria e banane, spesso anche ananas e altra frutta tropicale (mango, papaya, avocado). Insomma, ti viene la tentazione di prendere qualcosa in più. Stamattina forse sarebbe meglio di no, ma mi sembra di star bene…
E invece, basta salire in macchina e fare pochi chilometri per arrivare alla prima tappa della giornata per capire che bene non sto: la nausea torna a farsi sentire. La prima tappa della giornata è Bee my partner, un progetto di agricoltura e apicoltura sostenibile a Njoro, contea di Nakuru. Ci offrono un tè di benvenuto, provo a berne un po’ sperando che mi metta a posto ma l’effetto è che la situazione del mio stomaco peggiora: devo allontanarmi un attimo dal gruppo per vomitare.
Cerco comunque di seguire un po’ la spiegazione di Robert, il referente del progetto, perché sembra interessante: si tratta di una fattoria dove si applicano i principi dell’agroecologia, che permettono di ottenere molti benefici, dalla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico ai vantaggi sociali, come la creazione di posti di lavoro, fino alla sicurezza alimentare. Uno dei principi chiave è il riciclo dei materiali: lungo la catena del cibo, dalla produzione al consumo passando per il trasporto e la distribuzione, si producono grandi quantità di rifiuti e di materiale di scarto. Bisogna riuscire a trasformare questi scarti in qualcosa che ha un valore, cosa che qui nello specifico si fa tramite la produzione di compost “a caldo”.
Il compost si ottiene da un processo di decomposizione biologica dei materiali organici, come scarti alimentari, sfalci di giardino e foglie. Nel compostaggio a caldo, l’attività microbica è molto intensa e richiede condizioni specifiche per funzionare correttamente. Le temperature variano dai 50° ai 70° a seconda del tipo di materiale e del processo utilizzato, e servono a favorire una rapida decomposizione dei materiali organici, accelerando così la produzione di fertilizzante maturo. Sono i batteri termofili, che prosperano ad alte temperature, a convertire i rifiuti organici in compost stabile e ricco di nutrienti, decomponendo i materiali organici. Bisogna avere una buona miscela di materiali ricchi di azoto (come scarti alimentari) e materiali ricchi di carbonio (come foglie secche) per ottenere un rapporto carbonio/azoto equilibrato. La composizione è fondamentale per favorire l’ossigenazione, altrimenti si producono solo dei batteri anaerobi, responsabili del cattivo odore e dei composti tossici; è utile avere un sistema di aerazione nel contenitore del compost per permettere un flusso d’aria adeguato. Ciò può essere ottenuto attraverso l’utilizzo di fori di aerazione o tramite il mescolamento regolare dei materiali. Serve poi un giusto livello di umidità per sostenere l’attività microbica del cumulo, il che si può ottenere equilibrando la quantità di scarti umidi e meno umidi, oppure innaffiando il cumulo. Il compost prodotto viene poi venduto come fertilizzante naturale.

Qui vengono anche allevate mosche, da utilizzare per l’alimentazione delle galline. Robert ci ha spiegato i vari passaggi: dallo stato di larva a quello di pupa fino a quello di mosca adulta. Dalle larve, che possono essere fatte crescere su un substrato di pollina, si ottiene una farina che può essere usata come mangime per animali, in questo caso per le galline.
Robert fa anche corsi gratuiti per agricoltori sulle tecniche di agricoltura biologica e sull’uso dei fertilizzanti naturali. Ovviamente, apprese le potenzialità del compost, i corsisti saranno invogliati a comprare quello prodotto da Bee my partner.

Le cose stanno andando bene, tant’è vero che Robert ha in mente per il prossimo futuro di inserire alberi da frutto e un allevamento di conigli. Purtroppo, una parte del giro della fattoria abbiamo dovuto farlo sotto una pioggia battente, e io mi sono dovuto staccare ancora per i miei problemi di stomaco. Grazie a Marina, che è quella tra le compagne di viaggio che ha la farmacia da viaggio più fornita (anche se tutti siamo messi abbastanza bene in questo senso) e soprattutto a portata di mano, ho potuto prendere un Plasil, ma comunque non sono riuscito a mangiare niente. E mi hanno detto che mi sono perso qualcosa, perché il pranzo preparato dalla mamma di Robert è stato il migliore finora; io mi scuso, ma non potevo farci niente. Anche Robert e la sua famiglia sono dispiaciuti che io non abbia potuto approfittare della loro ospitalità, perciò mi lascio convincere ad assaggiare almeno un po’ di dolce al miele. Quando poi ci salutiamo, la mamma mi dà una sorta di benedizione cristiano-animista, e mi assicura che già questa sera starò molto meglio.

Dopo pranzo, si riparte verso Baringo. Il viaggio è ancora lungo, e non sarà dei più semplici. Personalmente non sto ancora bene, inizio anche a sentire un po’ di febbre, ma soprattutto la pioggia continua a imperversare, e non deve essere da poco che va avanti così perché percorriamo chilometri e chilometri tra campi allagati, una scena che in questo periodo dell’anno – conferma John, il nostro autista – ha dell’incredibile, perché siamo nel pieno di quella che dovrebbe essere la stagione secca. Ma tant’è, a noi è andata così. Il momento topico della storia (qualcuno direbbe il momento “What the fuck”) arriva però quando ci troviamo la strada sbarrata da un fiume in piena. Sì, perché quello che è normalmente un torrentello facilmente scavalcabile con un ponte in cemento (e probabilmente di solito è in secca, in questo periodo dell’anno) è diventato un fiume impetuoso, che minaccia di trascinare via qualunque veicolo si avventuri incautamente sul suo corso. Su entrambi i lati si è formata una coda di macchine e camion che attendono il momento favorevole per poter passare, ma la situazione è di quelle che spaventano. Scendiamo dalle macchine per vedere da vicino, anche se la pioggia non dà tregua. Dovremo aspettare parecchio tempo, questo è certo, e non è detto che si riesca a passare, proprio perché non accenna a smettere di piovere. Bruna scende anche lei per cercare di valutare la situazione insieme a John, e decidere il da farsi. Non c’è modo di aggirare l’ostacolo e passare in un altro punto, l’unica alternativa sarebbe tornare indietro e fermarsi per la notte a Marigat, la città che abbiamo passato da poco.



Passa più di un’ora prima che la pioggia inizi almeno a calare di intensità. Si inganna il tempo guardando le facce dei nostri occasionali compagni di sventura, e scambiando qualche parola con loro. Io purtroppo mi sono dovuto rintanare quasi subito sulla jeep, perché ho i brividi per la febbriciattola che mi sento addosso e anche un po’ perché fa veramente fresco, e comunque stare sotto l’acqua non è proprio l’ideale; ma mi dicono che un fantomatico personaggio che parla francese e dice di chiamarsi Jean Pierre ha assicurato che tra poco smetterà, che potremo arrivare al lago Baringo e che domani splenderà il sole. In questo momento non è facile crederci, però il tempo dirà che, com’è come non è, aveva ragione lui.
Nell’attesa, succede perfino che un ragazzo si butta in acqua per fare lo sbruffone e rischia di essere portato via, prima di essere salvato dal fratello che lo tira fuori di peso e gli assesta un ceffone.

Lentamente smette di piovere, il livello dell’acqua si abbassa e John sentenzia che ora a suo giudizio possiamo passare. Peccato che c’è una ulteriore complicazione: Lawrence, il driver dell’altra jeep, ha avuto la brillante idea di approfittare di questa sosta forzata per tornare con Susan a Marigat e farsi controllare le gomme, dato che in questi giorni ha già bucato due volte. Ma nel frattempo un altro torrente si è ingrossato e lui è rimasto bloccato, non riesce a tornare qui. Così abbiamo solo una jeep e 12 passeggeri. Da un certo punto di vista è perfino meglio, saremo più pesanti e rischieremo meno di essere trascinati a valle dall’acqua, ma dobbiamo stringerci per starci tutti: in due salgono davanti con John e gli altri 10 dietro in 7 posti. Incrociamo le dita e… si tenta il guado. Tratteniamo il respiro per qualche secondo, ma va tutto liscio: un grande applauso a John e il viaggio riprende.
La tensione si allenta e Bruna ci distrae con altre notizie sul paese. In Kenya – ci racconta – la poligamia è consentita dalla Costituzione, e purtroppo quello delle mutilazioni genitali femminili è un problema ancora presente, soprattutto nelle aree rurali. Durante il periodo pandemico le scuole sono rimaste chiuse per due anni in maniera praticamente ininterrotta, e la DAD era un lusso davvero riservato a pochi.
Raggiungiamo tardi il nostro nuovo hotel sul lago Baringo, ci resta poco tempo per riposare dal burrascoso viaggio. Per fortuna poco dopo di noi sono arrivati anche Lawrence e Susan con l’altra macchina (e le valige dei nostri compagni di viaggio), così siamo tutti più tranquilli. Andiamo a cena, ma io riesco a mangiare solo un pugno di riso e una mezza banana (si sa che la banana è l’ideale quando si hanno problemi di stomaco).
Conto solo sul fatto che in genere questi malesseri mi durano poco, spero perciò che un buon sonno mi rimetterà al mondo. E poi dalla mia ho la benedizione della mamma di Robert…
16 agosto 2024
Che sia stata la benedizione o la tachipirina che ho preso, ho dormito abbastanza bene anche se magari non così a lungo. Del resto non è successo solo a me, i fattori perturbatori del sonno non erano pochi: qualche zanzara, la pioggia sul tetto ma più ancora della pioggia le scimmie, che anche loro a un certo punto si sono messe a saltellare sul tetto; poi il gallo, che si è messo a cantare a un’ora improponibile, e il richiamo alla preghiera del muezzin alle 5 del mattino.
Ma mi sento bene, non sento più la febbre e della nausea non c’è traccia. Forse davvero la benedizione ha funzionato. Sono pronto per la colazione, questa volta sarò più prudente ma il peggio è passato.
Posso quindi unirmi senza problemi al gruppo, che parte per un’escursione sul lago Baringo. Per di più la giornata è effettivamente buona, come predetto da Jean Pierre: non c’è proprio un sole che spacca le pietre, ma non piove e tanto basta.


Timothy, il nostro barcaiolo, ci porta alla scoperta di questo lago che si trova a circa 1000 m di quota, ha un’estensione di 195 km2 (estensione che è più o meno raddoppiata dal 2010) e una profondità massima di 5 m. Navigando, possiamo notare fin da subito la presenza dei coccodrilli: se ne intravedono alcuni a pelo d’acqua e un paio stanno riposando sulla riva. Timothy spiega che sono coccodrilli del Nilo, piccoli (si fa per dire, perché vanno dai 3,5 ai 5 m di lunghezza – i maschi sono più grandi delle femmine – e arrivano fino a 750 kg di peso) e che mangiano solo pesce. Sarà, ma preferiamo non verificare di persona facendo una nuotata. Ci sono anche le iguane, che sono nemici naturali dei coccodrilli perché mangiano le loro uova.





Non mancano ovviamente gli uccelli: il lago, che dal 2002 è sito Ramsar (zona umida di importanza internazionale) ne ospita oltre 470 specie, tra stanziali e migratori. Tra quelli che si possono vedere più facilmente ci sono gli aironi e i martin pescatori.
E non mancano neanche gli ippopotami, che popolano anche questo lago come il lago Naivasha. Gli ippopotami sono poligami – racconta Timothy – e a quanto sembra non sono i soli da queste parti, se davanti a noi possiamo vedere un’isola di 40 acri che si chiama Parmolok ma è soprannominata “Island of Love” perché è stata per anni di proprietà di un solo uomo che aveva 5 mogli e 32 figli. L’uomo, questa volta non un ricco americano ma un keniano, è morto a 105 anni nel settembre 2020. L’isola è ancora di proprietà della sua numerosa famiglia (i suoi nipoti sono più di 200).





Sulle sponde del lago vivono tre gruppi etnici diversi, anche se tutti di origine nilotica: gli ilchamus (che sono chiamati anche njemp e fanno parte del più grande gruppo dei masai), i pokot e i kalengijn. La convivenza è stata difficile in passato: l’area è stata segnata da aspri scontri etnici soprattutto tra ilchamus e pokot, che si contendevano la terra, il bestiame e le scarse risorse (in particolare l’acqua) che consentono la sopravvivenza di questi gruppi minoritari. Negli ultimi anni, però, i giovani delle due comunità hanno convinto gli anziani a raggiungere un accordo e c’è stata una tregua, che si spera possa durare.
L’economia del lago è basata in buona parte sulla pesca, ed è facile vedere i pescatori che offrono il loro pesce dalle tradizionali barche di balsa, remando con piccole pagaie di plastica.





Per noi, però, la principale attrattiva del lago è la Ruko Conservancy, una riserva naturale che è stata creata nel 2008 per proteggere soprattutto le giraffe di Rothschild, una specie in pericolo dopo anni di conflitti e di bracconaggio. Attualmente sono rimasti solo 2000 esemplari selvatici, e di questi 800 vivono in Kenya. Si riconoscono dai “calzini” bianchi, cioè dalla parte inferiore delle zampe totalmente bianca.
La conservancy era stata inizialmente stabilita su una penisola, che però l’innalzamento delle acque del lago aveva trasformato in un’isola che si restringeva sempre di più, mettendo così di nuovo a rischio la sopravvivenza delle giraffe, parecchie delle quali erano morte per la scarsità di cibo. Perciò, nel 2020, si è deciso di caricare giraffe su delle chiatte per portarle sulla terraferma. Ora la nuova conservancy occupa un’area di 14.000 ettari sulle rive del lago.



Non ci sono solo le giraffe, ma anche molte zebre, e gli struzzi: lo struzzo maschio si distingue per le piume nere, mentre quelle della femmina sono grigie. La bellezza della conservancy è che, non essendoci animali feroci, si può camminare in mezzo agli animali, anche se giustamente i ranger non ci permettono di avvicinarci troppo. Gli animali comunque non sono impauriti da noi, sono chiaramente abituati alla presenza umana. E così possiamo farci una bella e lunga passeggiata.













https://baringoconservancies.co.ke/conservancy/ruko-community-conservancy/
Tornando, riusciamo a vedere ancora una volta il volo della fish eagle, che va a prendere il pesce lanciato da Timothy.




Dopo pranzo, risaliamo sulle jeep e ci facciamo un po’ di chilometri: si va in visita a una comunità di pokot, che vivono veramente molto isolati (la strada è particolarmente accidentata) e in condizioni molto difficili, almeno per i nostri standard. Abbiamo una persona che ci fa da guida e da interprete: i pokot parlano una loro lingua nilotica, solo pochi conoscono lo swahili e quasi nessuno l’inglese. Perciò serve una doppia traduzione per parlare con Jane, che è stata scelta per accoglierci e raccontarci qualcosa della loro vita. Lei parlerà in swahili, il nostro accompagnatore tradurrà in inglese e Bruna in italiano. Ma prima dobbiamo presentarci agli anziani e agli altri membri della comunità, uomini e donne, che formano il piccolo “comitato di accoglienza”; dobbiamo dire karam, che significa bene/buono ed è anche un saluto. Scopriamo subito che loro lo pronunciano con una r molto lunga e arrotata, che serve forse per dare maggiore calore al saluto.
Nel frattempo, si sono radunate intorno a noi frotte di bambini, che ci hanno seguito correndo dietro alle jeep in ciabatte o a piedi nudi. Ci spiegano che non sono tutti di questo villaggio, molti vengono qui a giocare dai villaggi vicini.
Le bambine non vanno a scuola (ma ci vanno poco anche i maschi) e si sposano a 15 anni. Tra i 12 e i 15 si svolgono i rituali di passaggio alla vita adulta, che sono per i maschi la circoncisione e per le femmine la mutilazione genitale, che è ancora praticata ed è considerata indispensabile nella loro cultura. Il nostro accompagnatore sostiene che non ci sono mai stati (o comunque a lui non risultano) casi di bambine che, a parte le ovvie implicazioni sulla vita sessuale, abbiano subito dei danni a causa di queste pratiche, perché “loro sanno come si fa”. Ovviamente si tratta soltanto di un sapere antico e tramandato di generazione in generazione, non c’è nessun tipo di controllo medico. Avremmo parecchie obiezioni da fare, soprattutto sul suo tono che sembra voler dire “A loro sta bene vivere così, lasciamoli fare”, ma non è il caso, perché probabilmente la conversazione si interromperebbe subito o comunque non ci porterebbe da nessuna parte.
Per sposarsi, l’uomo deve portare in dote alla famiglia della sposa qualcosa come 80 vacche. Ci sembrano tantissime, ma questo forse spiega le razzie di bestiame che ancora oggi sono abbastanza frequenti tra gruppi etnici rivali.
Secondo la loro tradizione, un uomo dovrebbe avere almeno 8 figli, e quindi la donna glieli dovrebbe dare per poter dire di aver fatto “il suo dovere”. Pare che Jane ce li abbia, anche se sembra molto giovane: 8 figli di cui 5 femmine. Tra lo stupore generale, scopriamo che ha 40 anni. Davvero non li dimostra, e la motivazione è che “non lavora”, o per meglio dire, come le altre donne, deve “solo” lavare, cucinare e accudire i figli. Le donne qui non vanno nemmeno a prendere l’acqua, come succede abbastanza comunemente. Ma cosa succede se una donna non riesce ad avere 8 figli? Non c’è problema, perché un uomo può avere fino a 5 mogli, quindi se una donna non fa abbastanza figli ne sposa anche un’altra. Nasce subito un dibattito su quanto Jane sia davvero felice. Non lo sapremo mai, in realtà. Non sembra particolarmente contenta oggi, ma forse è solo infastidita per essersi dovuta mettere i vestiti e i gioielli tradizionali ed essere costretta a rispondere alle nostre domande. Sarebbe anche comprensibile.




Comunque, nella cultura pokot la donna deve essere preservata ed è preziosa proprio perché il suo compito è quello di fare figli. Questo significa anche che avere una figlia femmina non è una disgrazia, anzi: la figlia femmina porterà alla famiglia ricchezza, sotto forma di bestiame, mentre il figlio maschio se la porterà via.
Ci fanno vedere (a turno, perché è davvero troppo piccola per poterci entrare in più di 3 alla volta) una delle loro capanne. In questa vive una donna con 5 figli, mentre il marito dorme fuori. Per avere la loro… intimità approfittano dei momenti in cui tutti i bambini sono fuori a giocare. Gli uomini, durante il giorno, hanno il compito di portare le bestie al pascolo. Nella capanna si cucina anche, ma per lavarsi si va al fiume, che è a qualche centinaio di metri.


Quando una persona muore, il cadavere viene lasciato nella sua capanna perché siano gli animali selvatici (iene, sciacalli) a cibarsene, e il villaggio viene spostato altrove. Può sembrare crudele e incivile, nella nostra ottica, ma per la cultura di questi popoli tradizionalmente nomadi è semplicemente la maniera più “naturale” di accettare il fatto che la nostra vita finisce come finisce quella di ogni essere vivente, ed è giusto che anche noi si faccia parte del ciclo vitale della natura.
Per concludere il nostro incontro, un momento di festa con le danze tradizionali: Ci fanno vedere come si fa e poi cercano di coinvolgere anche noi, che con più o meno disinvoltura proviamo almeno a non apparire troppo legnosi.

È stata un’esperienza forte, con una comunità che ancora oggi, anno 2024, mantiene un grande attaccamento alle sue radici e vive, per quanto possibile, abbastanza isolata dal mondo esterno. Lo si capisce dall’entusiasmo e dalla curiosità dei bambini, che da queste parti di bianchi non se ne vedono tanti.


E con questo si conclude anche il nostro soggiorno a Baringo e dintorni. Domani ci rimetteremo in viaggio per tornare a Nakuru, da dove poi ci dirigeremo verso il territorio dei masai e il parco Masai Mara.
(TO BE CONTINUED…)
