In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano
Cap. 4 – Masai Mara
(Foto di copertina: Maurizio Bertola)
17 agosto 2024

E così si riparte verso Nakuru. Dobbiamo iniziare a tornare verso sud, per poi andare ancora più a sud nella terra dei masai: il parco Masai Mara occupa un’area di 1500 km2 all’estremo sud del paese, al confine con la Tanzania. Il viaggio non sarà breve, perciò è necessario spezzarlo con qualche tappa. La prima è quella presso un progetto di agricoltura, e in particolare di orticoltura, biologica sostenuto da Necofa, la ONG locale che promuove lo sviluppo dell’agricoltura ecosostenibile. Il progetto è interamente gestito da 17 donne, che ci accolgono con un caldo benvenuto a suon di musica e balli, nei quali in breve coinvolgono anche noi. Un piccolo assaggio:
Priscilla è la chairlady, la presidente di questo gruppo di donne di Baringo, che ha iniziato la sua attività nel 2018 con un sistema di microcredito che qui si chiama table financing. Ognuna di loro doveva dare 200 scellini ogni mese, una piccola cifra (meno di 2 euro) che ha permesso di avviare piccole attività e poi di restituire i prestiti ottenuti con un piccolo interesse. Una delle attività di gruppo che hanno fatto è stata quella di comprare 25 sedie (le sedie su cui siamo seduti anche noi mentre Priscilla ci racconta) che poi affittano a 10 scellini ciascuna a chiunque ne abbia bisogno per riunioni, cerimonie, matrimoni o altre attività. È un piccolo guadagno e può sembrare un business poco redditizio, ma da queste parti anche avere un buon numero di sedie in buone condizioni non è così facile come sembra, non per tutti. Alla fine dell’anno si fanno i conti e i piccoli guadagni si dividono tra tutte, ed è quello che permette loro di mandare i bambini a scuola e di avere qualche soldo per le piccole spese che possono essere necessarie. Questo ce lo racconta Priscilla ma con la traduzione in inglese di Jeremiah, che è il proprietario di questo appezzamento di terra che ha concesso in uso a questo gruppo di donne e nella vita è il direttore di una scuola. A portarci qui è stato invece Sammy, che è l’agronomo che segue il progetto per conto di Necofa.

Poi hanno iniziato il progetto dell’orticoltura, con un orto dimostrativo che vedremo e che ha consentito a tutte di imparare le tecniche e di metterle poi in pratica ciascuna nel proprio orto, in modo da avere verdura per tutta la famiglia e dover comprare solo quello che non riesce a produrre, come la farina di mais per fare l’ugali, la polenta che è uno degli alimenti base in Kenya. Hanno cominciato recentemente anche con la pollicoltura, per cui ora ognuna ha a casa sua anche un piccolo pollaio. Con tutto questo c’è stato un notevole miglioramento per le loro famiglie dal punto di vista nutrizionale, ma anche la possibilità di vendere le uova e le galline stesse, con il beneficio economico che ne consegue. Questa condivisione delle conoscenze nel gruppo fa in modo che possano imparare anche l’una dall’altra e che ora il gruppo si senta forte e sia riconosciuto come uno dei migliori della zona.
In questo modo, si riesce a sfuggire all’egemonia delle grandi multinazionali come Monsanto, che sono sempre più presenti anche in Kenya, e in particolare in questo territorio. Se si usano i loro semi ibridi, si può seminare e raccogliere ma dal raccolto non si ottengono nuovi semi, perciò si rimane dipendenti da questi grandi gruppi che impongono monocolture e decidono il prezzo di tutto quello che si produce, senza che gli agricoltori possano dire la loro. Con il table banking, invece, anche le sementi possono essere gestite tramite delle banche dei semi.
In questa zona almeno 10.000 ettari sono controllati da multinazionali: la piantagione con la più grande estensione è quella di ananas della Del Monte. In queste grandi piantagioni si usano pesticidi chimici che, come sappiamo, uccidono le api e mettono quindi in pericolo le colture che dipendono da questi insetti per l’impollinazione.
Siamo andati poi a vedere l’orto, dove abbiamo potuto anche piantare ciascuno la propria piantina per sentirci in qualche modo parte del progetto. E infine abbiamo condiviso un lauto pranzetto a buffet, a base ovviamente di verdure e con tanto di latte appena munto.



Si riparte in direzione di Nakuru, dove questa sera torneremo a dormire nello stesso albergo dove abbiamo già passato due notti. Per arrivarci attraversiamo di nuovo l’equatore, come è successo due giorni fa, ma questa volta non piove, il viaggio è più tranquillo e c’è il tempo di fermarsi per solennizzare il momento con una foto.


Nel frattempo, è arrivata la notizia che l’OMS ha dichiarato che il Monkey Pox, il vaiolo delle scimmie, rappresenta ora un’emergenza pubblica di rilevanza internazionale, dopo che solo un paio di giorni fa il CDC (Center for Disease Control) africano aveva fatto un’analoga dichiarazione a livello continentale. C’è preoccupazione per le dimensioni dell’epidemia, che dura dal 2022 ma che ha fatto registrare nella sola Repubblica Democratica del Congo oltre 14 mila casi e 524 decessi nella prima metà dell’anno, superando già il bilancio dell’intero 2023. E se la RDC è senza dubbio il paese più colpito e il centro dell’epidemia, nella lista degli altri paesi dove il virus si sta diffondendo c’è anche il Kenya, con Burundi, Rwanda e Uganda.
Le persone a più alto rischio includono i bambini, le donne in gravidanza e le persone con compromissione del sistema immunitario inclusa l’infezione da HIV.
Sappiamo che, se nel resto del mondo di AIDS non si parla quasi più, in Africa è un problema ancora all’ordine del giorno e che riguarda milioni di persone in molti paesi. Anche in Kenya ci sono quasi 1,4 milioni di persone che hanno contratto l’HIV (dati del 2023), 700.000 minori rimasti orfani a causa della malattia, ogni anno 21.000 morti e 17.000 nuovi contagi, dato quest’ultimo che si è però ridotto del 78% nell’ultimo decennio secondo il governo keniano, grazie alle campagne informative pensate soprattutto per i giovani e ai test che si trovano ormai anche in molte farmacie. La prevenzione è ovviamente fondamentale, ed è importante che ci siano gli strumenti per farla, dopo anni in cui i condom che si trovavano erano di fabbricazione cinese e misure non “compatibili” con lo standard africano.
Arriviamo a Nakuru nel tardo pomeriggio, in tempo per passare da un negozio di tessuti, dato che nel gruppo c’è chi vuole portarsi a casa come ricordo qualche metro di stoffa con i coloratissimi motivi africani. Anche qui, però, molti dei tessuti sono di fabbricazione cinese…



Dopo cena, salutiamo Susan che si ferma qui, nella sua città, e da domani non sarà più con noi.
18 agosto 2024
Oggi ci aspetta un’altra giornata “on the road” verso il Masai Mara ed io sulla jeep, per la prima volta, prendo posto davanti di fianco a John, il nostro autista. Sarà l’occasione per scambiare qualche parola in più con lui, cercando però di non distrarlo troppo dalla guida, che è sempre impegnativa sulle strade del Kenya e oggi lo sarà più che mai. Ci è già capitato di fare qualche pezzo anche lungo di sterrato dove le condizioni non sono “ottimali”, per usare un eufemismo, ma oggi i dossi, le buche e i sobbalzi saranno davvero tanti. Come dice John, ci dobbiamo preparare a parecchie ore di “african massage”.


Lasciata Nakuru, si comincia a salire fino a superare i 2800 m al confine tra la contea di Nakuru e quella di Narok, con la foresta Mau alla nostra sinistra, poi si scende lentamente fino ai 1800 m di Narok, capoluogo dell’omonima contea. Qui siamo già in pieno territorio masai, e infatti dopo la pausa pranzo, e dopo ancora un po’ di chilometri, abbiamo in programma la visita ad un villaggio masai appena fuori dai confini del parco, per entrare un po’ in contatto con la cultura di questo popolo.




Fin dai primi convenevoli si capisce che, rispetto ai pokot che abbiamo incontrato l’altro ieri, i masai sono decisamente più avanti, soprattutto sul piano commerciale e di sfruttamento della loro specificità a fini turistici. Tra l’altro, ci hanno chiesto anche un contributo, una sorta di “biglietto di ingresso” di 10 euro per poter visitare il villaggio, cosa che fino a pochi mesi fa non succedeva. Tutto sembra molto organizzato: c’è un “portavoce” che ci farà da guida e che ci fa una sorta di briefing iniziale sulle principali cose da sapere.
Pensiamoci un attimo: cos’è che sappiamo già dei masai? Se ne sappiamo qualcosa, sappiamo che sono un fiero e indomito popolo guerriero. Bè, ho scoperto che non è proprio così; si tratta in buona parte di un falso mito. In realtà sono un popolo di allevatori nomadi, di origine nilotica (la lingua che parlano, il maa, è una lingua nilotica), che ha iniziato la sua migrazione verso sud dalla valle del Nilo verso il XVI secolo. Si trattò di una grande migrazione di popoli che daranno vita a tutti i popoli nilotici che ora vivono nel Sud Sudan, in Uganda, in Kenya e in Tanzania. Secondo la loro tradizione orale, dopo aver perso una epica battaglia i masai si sarebbero divisi, spostandosi alcuni verso le savane a sud del monte Marsabit (i samburu), altri verso il monte Elgon, e il resto verso gli altopiani di Laikipia. Da qui avrebbero raggiunto i territori che occupano attualmente – contee di Kajiado, Narok e Trans-Mara in Kenya, e tutto il nord della Tanzania fino a Dodoma – arrivando alla massima estensione verso il 1750. La diceria che fossero feroci guerrieri era messa in giro dai mercanti arabi, stanziatisi sulla costa del Kenya già dal XII secolo, che volevano scoraggiare altri gruppi ad esplorare l’interno e stabilire rotte mercantili alternative. Se è vero che i masai usavano razziare il bestiame di altri gruppi etnici, questo vale per tutte le etnie. Nei riguardi dei carovanieri schiavisti, si sa che i masai li combattevano solo se cercavano di catturare schiavi tra la loro gente. Le maggiori rotte usate dagli schiavisti passavano nel bel mezzo del territorio masai e la tratta è continuata per almeno tre secoli. Nei confronti dei coloni bianchi, si conosce un solo caso di attacco di massa: Si trattava di una vendetta dopo che un gruppo di inglesi aveva ucciso dei buoi e rubato altri capi di bestiame nella zona dell’odierna Mahi Mahiu, a circa 50 km ad ovest di Nairobi.

Tutto questo non ce lo hanno raccontato loro, che preferiscono – probabilmente oggi a fini turistici – alimentare il mito del popolo guerriero. Ci hanno raccontato invece dell’iniziazione da cui i ragazzi masai, a 14-15 anni, devono passare per entrare nel mondo dei grandi. Il briefing si conclude infatti con le danze rituali, che sono quelle che tradizionalmente si fanno per celebrare il momento che per un giovane masai segna il passaggio alla vita adulta. Per essere pronto al matrimonio, il ragazzo deve passare un periodo nel bush imparando dagli anziani la loro cultura e l’uso delle erbe medicinali. E soprattutto deve superare una prova di coraggio, che è quella che dimostra che è un uomo, in grado di reggere e proteggere quella che sarà la sua famiglia: uccidere un leone con lo spadino fatto dal loro fabbro.
Un uomo può avere fino a 4 mogli: la prima è sempre scelta dai genitori, le altre se le può scegliere lui. Secondo la tradizione, ogni uomo dovrebbe avere almeno 5 figli, ed è anche per questo che può avere più mogli. Per prendere moglie deve pagare un “prezzo” pari generalmente a 10 vacche, ma questo prezzo può essere ridotto se riesce a saltare molto in alto. I salti quindi sono una competizione tra i giovani uomini, con la quale si può ottenere di pagare meno per la propria moglie o di poter scegliere la ragazza più bella.

Ora lentamente le cose stanno cominciando a cambiare. Il ragazzo che ci ha fatto da guida ha 26 anni e dice che la sua è la prima generazione che ha potuto andare a scuola (attualmente ci vanno sia i bambini che le bambine), e naturalmente questo porterà nel tempo a un cambiamento dei costumi. Ad esempio, i bambini a scuola imparano che gli animali sono da rispettare e preservare, e quindi è possibile che in futuro non si uccideranno più leoni solo per una prova di forza. Già oggi non è possibile farlo nel territorio del parco, e quindi i giovani masai devono trovarne uno fuori dall’area protetta.



Per costruire il villaggio dove vivono bastano due giorni, dopo di che dura per 9 anni prima che le termiti si mangino tutto. Le pareti delle case sono fatte di argilla e di sterco, i tetti sono di rami e carta vetrata (anche qui si usa lo sterco per tenerli insieme e renderli impermeabili). In ogni casa ci deve essere una stanzetta per i genitori, una per i bambini e una per gli ospiti, più la cucina e gli utensili. Il fuoco si fa quando si costruisce il villaggio e viene sempre tenuto vivo per tutta la sua durata: da quell’unico fuoco si prende la fiamma che serve per accendere i fuochi nelle case, con i quali cucinare, e quelli per bruciare l’erba secca. Il villaggio ha una forma circolare perché è meglio per difenderlo dagli animali feroci, che è compito dell’uomo insieme a procacciare il cibo e a pascolare il bestiame. La donna invece, oltre a curarsi della casa, ha il compito tradizionalmente di costruirla. L’alimentazione tradizionale è basata su carne, latte e sangue di vacca, ma anche verdure, che nei villaggi come questo dove non c’è agricoltura vengono comprate da fuori. Le vacche stanno al centro del villaggio, mentre i vitelli hanno un loro spazio nelle case: quando sono piccoli vengono tenuti separati dalle madri per poterle mungere la mattina.




Il villaggio è costituito in genere da un’unica famiglia, nel senso che discendono tutti da un nonno e una nonna, perciò i matrimoni devono essere con persone di altri villaggi, ed è la donna che sposandosi si trasferisce nel villaggio dell’uomo.
Gli uomini in passato usavano farsi perforare il lobo delle orecchie con conseguente allungamento della parte pendente del lobo. Il foro veniva praticato usando il coltello e venivano inseriti spine e altri oggetti via via più grandi per aumentare progressivamente la lunghezza del lobo tagliato, ornato poi con perline, pezzi di avorio, orecchini. Questa pratica è sempre più rara, visto che i giovani non amano avere i lobi pendenti. Oggi si preferisce, come segno distintivo, togliersi uno degli incisivi inferiori.
Dai soldati inglesi, i masai hanno acquisito le tipiche coperte scozzesi, con i motivi tradizionali del kilt. Queste coperte – chiamate shuka – di cotone a quadri con i colori predominanti rosso e nero sono diventate un simbolo del vestire masai. Oggi molti masai vestono usando due teli di cotone leggero che dalle spalle si incrociano sui lombi. Qui viene posto un terzo telo a coprire il bacino. Il tutto è fissato da una cintura di cuoio, e alla cintura è fissata una spada corta. Su questo vestito, i masai portano la shuka. Le donne preferiscono portare delle tuniche di colore blu, rosso o nero – il colore può indicare lo status sociale – a due strati.
Le calzature sono sandali di cuoio, sempre più spesso sostituiti da sandali ottenuti da vecchi copertoni di automobile.



La visita del villaggio per i miei gusti è stata un po’ troppo turistica, ma i masai mi sono comunque simpatici, soprattutto uno che, quando abbiamo fatto la foto di gruppo alla fine, appena ho detto che sono di Milano ha esclamato “AC Milan!”. Lui però è tifoso dell’Arsenal.







Quando arriviamo al campo tendato dove dormiremo per due notti, c’è una procedura di accoglienza molto simile a quella del villaggio, con danze e salti masai. Ci dicono anche che non potremo girare nel campo da soli, perché potrebbe essere pericoloso nel caso che animali feroci si avvicinino, soprattutto la notte. Quindi per qualunque spostamento dovremo chiamare una delle guardie, che dovrebbero sempre essere “di ronda” tra le tende e pronte ad accompagnarci. La realtà non è proprio così, del resto Bruna ci aveva anticipato che lo stile del posto è molto pretenzioso, ma è quasi tutta scena. Infatti le guardie non si vedono e per andare a cena, dopo una doccia e un po’ di riposo, ci dobbiamo muovere da soli. Ma a dire il vero di leoni neanche l’ombra. Le tende comunque sono belle e comode, tutte con delle basi in muratura come anche le pareti del bagno.

La cena è organizzata all’aperto (nonostante la serata più che fresca) e dovrebbe essere una cena “tradizionale” masai. Il che significa che si comincia con una tazza di brodo di capra, seguita da carne di capra bollita e poi arrosto, cotta sul grande fuoco al centro del cortile. Il tutto si dovrebbe svolgere con una certa teatrale ritualità, guidata da una specie di animatore che cerca di coinvolgerci urlando “Hello! Hello?!”, ripete ossessivamente il suo nome e ci invita a mangiare a più non posso per essere veri guerrieri masai (“We are warriors, so we gotta eat and eat and eat!”), alimentando ancora una volta la falsa leggenda. In realtà io sono stato uno dei pochi del nostro gruppo a seguire il rituale e a bere il brodo di capra, che per il resto ha incontrato pochi consensi. Molti hanno preferito saltarlo e passare direttamente al momento in cui si era autorizzati “to cross the border”, cioè a passare il confine e andare al buffet a prendere quello che si voleva. Sono stato al gioco, ma francamente un po’ mi intristiva vedere una cultura plurisecolare importante per questa parte di Africa ridotta a villaggio Valtur. Così va il mondo…
19 agosto 2024
Oggi è il giorno tanto atteso del Masai Mara. Colazione alle 6.30, perché alle 7 dobbiamo partire per entrare nel parco il più presto possibile. Bruna da ieri non sta bene, quindi oggi non verrà con noi ma rimarrà qui al campo a riposare. Sarò io anche oggi a stare davanti con John e a tradurre per chi nel gruppo non parla inglese quello che ci dirà sugli animali che speriamo di vedere.
Ci tocca purtroppo una lunga attesa all’ingresso del parco, mentre John va a ritirare i nostri biglietti, che quasi vanifica la nostra alzataccia; capiamo subito che questo parco è decisamente più affollato del Lake Nakuru.

Ma alla fine riusciamo ad entrare e dopo poco c’è la prima sorpresa. Ormai abbiamo capito il meccanismo delle segnalazioni che gli autisti si trasmettono e quindi quando John ascolta la radio e poi prende una certa strada sappiamo che c’è qualcosa di interessante in vista. In questo caso, sono diversi ghepardi che sono molto vicino alla strada e che si possono vedere benissimo, cosa che a quanto sembra è piuttosto rara. John dice che forse stanno dando la caccia a una mangusta; fatto sta che non sembrano per niente intimiditi dalla presenza umana, anzi: se ne stanno lì come placidi gattoni e uno addirittura sale con le zampe anteriori sulla gomma di una jeep. Si sa che il ghepardo è il mammifero più veloce del mondo: secondo alcuni studi potrebbe superare i 100 km/h, ma ancora più stupefacente è la sua accelerazione, dato che può passare da 0 a 100 km/h in 3 secondi. Noi non l’abbiamo visto correre, ma siamo stati comunque davvero fortunati, anche se ancora più difficile da vedere è il leopardo. A differenza del ghepardo, il leopardo ha dei vistosi baffi che il ghepardo non ha e tende a vivere più sugli alberi che a terra, perciò è difficile vederlo in spazi aperti, senza contare che ha abitudini molto più notturne, soprattutto preferisce cacciare la notte. Infatti alla fine il leopardo, che pure è presente qui nel Masai Mara, è rimasto l’unico dei “Big Five” che non siamo riusciti a vedere. I Big Five, che non per niente sono raffigurati anche sulla fiancata della nostra jeep, sono gli animali più simbolici della savana africana: Elefante, rinoceronte, bufalo, leone e appunto il leopardo.










Ci è andata molto bene, invece, anche con gli elefanti. Ne abbiamo potuti vedere davvero tanti spostarsi in piccoli branchi, che sono generalmente composti dalle femmine e dai piccoli (ne abbiamo visti di varie età). I maschi hanno un comportamento più solitario, quindi sono un po’ più difficili da vedere. Come sappiamo sono animali longevi, molto intelligenti e dalla grande memoria.












Sono moltissimi anche gli gnu, che qui vengono chiamati wildbeest. Il Masai Mara è per loro territorio di pascolo; c’è una grande migrazione che ogni anno, alla fine della stagione delle piogge, quindi a maggio-giugno, vede oltre due milioni di animali spostarsi verso nord dal Serengeti, in Tanzania, fino a qui. Quando arrivano – dice John – l’erba è alta quasi come la jeep, ora invece è corta perché hanno già mangiato tanto. Tra ottobre e novembre torneranno verso sud in un ciclo migratorio che interessa anche le zebre.
Più verso la tarda mattinata, si presenta poi l’occasione di vedere ancora dei leoni. Questa volta lo si capisce dal fatto che ci sono diversi avvoltoi appollaiati sui rami di un albero, e nelle vicinanze una carcassa. Se stanno lì e non si azzardano ad avventarsi sui resti, è un segnale abbastanza inequivocabile che il predatore è ancora da quelle parti. E infatti, al riparo di un cespuglio stanno dormendo due leonesse e tre leoncini. È difficile poterli vedere bene tra i rami senza poter scendere dalle macchine, ma con binocoli e teleobiettivi si vedono. Il fatto è che, dato che come ormai sappiamo la voce si sparge rapidamente, in pochi minuti sono sul posto 7 jeep (le ho contate), che in continuazione si spostano sgasando intorno al cespuglio, avanti e indietro, per cercare un varco tra i rami su cui puntare gli obiettivi. Devo dire che questa scena un po’ mi ha colpito e non positivamente, mi sembrava una pressione eccessiva su questi animali e un po’ quasi mi dispiaceva esserne parte. C’è da dire, peraltro, che le leonesse si sono svegliate ma non hanno battuto ciglio; non sembravano innervosite, a riprova che gli animali del parco sono ormai abituati alla presenza umana.





Mangiato il nostro pranzo al sacco e fatte le foto di gruppo intorno al cippo che segna il confine con la Tanzania, John ci offre la possibilità di fare una breve passeggiata a piedi lungo il fiume Mara, accompagnati da due ranger del parco, per vedere gli ippopotami e i coccodrilli. Basta una piccola mancia di 1000 scellini per ciascuno dei due ranger (devono essere due perché siamo in 11 e ci devono scortare e tenere insieme) e quindi perché no? L’idea ci piace. Tra l’altro sul fiume si può vedere anche il punto esatto dove avviene l’attraversamento durante la grande migrazione degli gnu, anche se ora ovviamente possiamo solo immaginarci la scena. Però coccodrilli ce ne sono, e ippopotami tanti, sia in acqua che sulla riva.







Nel pomeriggio abbiamo avuto ancora occasione di vedere altri animali, come giraffe e impala, ma ormai ne abbiamo visti così tanti che sembra quasi non ci faccia più impressione, e poi la giornata è stata lunga.



Torniamo quindi al campo un po’ stanchi ma soddisfatti. Stasera per fortuna la cena è “normale” e al coperto, quindi ci viene risparmiato un bis di quella “tradizionale” di ieri sera. La nostra Bruna sta meglio, dopo un giorno di riposo, e così le resta “solo” il problema al ginocchio che la affligge dall’inizio del viaggio e che purtroppo sta peggiorando col passare dei giorni.
Si va a letto abbastanza presto, perché domani ci aspetta un altro lungo viaggio: torneremo a Nairobi, dormiremo un’altra notte lì e dopodomani, dopo la visita al centro di Kivuli, anch’esso gestito da Koinonia, partiremo in treno per Mombasa.

(TO BE CONTINUED…)
