In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano

Anche oggi partiamo presto, perché ci aspetta un viaggio non breve. Dobbiamo tornare a Nairobi, e il programma è di essere lì per pranzo per poi dedicare il pomeriggio a una camminata nella Karura Forest, una foresta “urbana” della capitale. E anche oggi, come ormai d’abitudine, mi siedo davanti al fianco di John.
Dopo un lungo tratto su strade non asfaltate decisamente non in buone condizioni (anche oggi molto “african massage”) e rallentati dall’ennesima foratura a una gomma posteriore della jeep guidata da Lawrence, arriviamo a percorrere un tratto della Trans African Highway che collega il porto di Mombasa con Lagos, in Nigeria, attraversando paesi come Uganda e Congo che, non avendo sbocchi sul mare, dipendono per molte merci dai camion che quotidianamente percorrono questa strada. Lo si capisce dal traffico pesante che incontriamo, dopo tanti chilometri su strade poco battute.

Prima di raggiungere Nairobi, ci troviamo di nuovo ad avere l’opportunità di fare un tratto con vista sulla Rift Valley: questa volta ci prendiamo almeno il tempo per una foto e per un’occhiata al panorama, anche se all’orizzonte c’è un po’ di foschia.

E poi, riecco Nairobi, riecco i mototaxi, che qui chiamano boda boda, ed eccoci di nuovo su Ngong Road, ormai familiare con le sue esposizioni di mobili a cielo aperto.

Arriviamo alla Shalom House, dove dormiremo ancora una notte, un bel po’ in ritardo per il pranzo, perciò non c’è tanto tempo per rilassarsi prima di risalire sulle jeep diretti alla Karura Forest. Per arrivarci, per la prima volta attraversiamo il centro di Nairobi, che contrasta non solo con gli slum ma anche con tutto il resto della città in modo davvero stridente. Ci puoi trovare un tempio indù, a riprova della grande influenza indiana che caratterizza il paese ormai da più di un secolo, da quando ai primi del ‘900 gli inglesi portarono in gran numero lavoratori indiani per la costruzione della ferrovia Nairobi-Mombasa. Ma ci puoi trovare soprattutto un sacco di moderni palazzoni che compongono il CBD (Central Business District), e altrettanti palazzi residenziali super blindati, circondati da alte mura e presidiati da guardie armate: sono i compound dove vivono i diplomatici (questo è anche il quartiere delle ambasciate), i businessmen stranieri e l’élite politico-economica keniana.

Il tempio indù di Nairobi

Arriviamo alla Karura Forest, dove facciamo una camminata di un’oretta abbondante accompagnati da un ragazzo che ci fa da guida e ci racconta un po’ di storia. Questa foresta, grande più di mille ettari, è stata istituita come parco urbano nel 1932, in epoca coloniale. In origine era ovviamente una foresta nativa, ma aveva subito pesantissimi tagli di alberi per la costruzione della ferrovia. Le autorità inglesi decisero all’epoca di ripopolarla con alberi esotici, soprattutto eucalipti australiani e pini sudamericani. Il progetto che ha ora l’ente che la gestisce, il Kenya Forest Service, è di abbattere tutti gli alberi non autoctoni per ricostituire la foresta originale nativa. Questo processo è chiaramente graduale, attualmente siamo al 63% di alberi nativi.
È usata per scopi ricreativi: camminare, correre, andare in bici; ci sono campi dove si può giocare a tennis e a calcio. Negli anni ‘90 era piena di costruzioni abusive, che successivamente sono state abbattute, ed era una zona molto pericolosa, con un alto tasso di aggressioni e perfino di omicidi. Ora è la zona più sicura della città, anche perché è controllata 24 ore al giorno con pattuglie a piedi o in moto.
C’è una bella cascata, ma anche qui si possono vedere gli effetti delle recenti alluvioni, con alberi sradicati e altri danni. Camminando, è abbastanza facile vedere le scimmie che si muovono tra i rami, mentre gli altri animali che pure popolano la foresta sono più schivi e difficilmente si fanno vedere nelle immediate vicinanze dei sentieri. Noi siamo comunque riusciti a scorgere da lontano un’antilope, e la guida ci ha raccontato che ci sono anche sciacalli e zebre.

Passata l’ultima notte a Nairobi, ci attende l’ultima mattina, perché oggi pomeriggio prenderemo il treno per Mombasa, per trasferirci sulla costa. Questa ultima mattina la passeremo visitando l’ultimo progetto di questo viaggio, che è il centro polivalente di Kivuli, nel quartiere abitato da famiglie a basso e bassissimo reddito di Kawangware. Si tratta di un altro progetto dell’associazione Koinonia, collegato al centro Ndugu Mdogo di Kibera che abbiamo visto all’inizio del viaggio.
Qui troviamo i bambini di strada che sono già passati da Ndugu Mdogo e che vengono qui per proseguire il recupero, o che sono in strada da pochi mesi; quelli che sono in strada da tanto tempo iniziano sempre da Ndugu Mdogo il loro percorso di recupero.
Lo scopo è quindi quello di riabilitare i bambini e reintegrarli nelle loro famiglie di origine, se possibile. All’interno del Kivuli Centre più di 50 bambini vengono accuditi e altri 60 bambini della zona sono seguiti nel loro percorso scolastico. Le attività previste dal programma sono le seguenti:

• Educazione: i bambini di Kivuli frequentano una delle 5 scuole statali situate vicino al Centro, con cui si è stretta una collaborazione.

• Incontri settimanali: i bambini sono suddivisi in gruppi di 12. Ogni gruppo è supervisionato da un educatore che facilita l’incontro e ha rapporti personali con ognuno dei ragazzi.

• Consulenza individuale: l’educatore segue il bambino nel suo percorso di vita a Kivuli.

• Sport: i ragazzi seguiti da un allenatore sono incoraggiati a praticare almeno uno sport, come il calcio, il basket, il karate e la boxe.

• Doveri e responsabilità: i bambini sono anche spronati a prendersi cura dell’ambiente, attraverso la distribuzione di responsabilità individuali. I bambini sopra i 9 anni si lavano i propri vestiti e si prendono cura dei più piccoli.

• Assistenza scolastica: gli educatori sociali si occupano anche di seguire i ragazzi con maggiori difficoltà nell’apprendimento.

• Svago: giochi di gruppo, incontri, danze, spettacoli teatrali fanno parte della vita ludica dei ragazzi.

• Crescita spirituale: i bambini sono guidati nel loro cammino spirituale. I cristiani possono partecipare al gruppo di studi biblici e i cattolici partecipano alla vita parrocchiale locale, nel rispetto delle scelte personali di ogni bambino.

• Visite ai parenti: il contatto con le famiglie di origine è costante al fine di reintegrare il bambino tra i familiari, quale obiettivo principe del programma.

• Reintegrazione: l’obiettivo finale del programma è il ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Una volta rientrato in famiglia, gli educatori di Kivuli continuano a monitorare la vita del ragazzo e della sua famiglia

All’interno del centro troviamo anche un dispensario (due infermiere e un tecnico di laboratorio sono sempre disponibili, un medico e un dentista visitano una volta a settimana; grazie all’aiuto di un gruppo di supporto, il dispensario cura più di 100 pazienti affetti dall’AIDS), una scuola di informatica, un centro di formazione che segue ogni anno 12 studenti nella formazione meccanica e 12 nell’elettronica, e un progetto di microcredito
che punta ad assistere le donne e soprattutto le madri dei ragazzi del Kivuli Centre. Le donne ricevono un prestito che permette loro di iniziare una piccola attività economica e divenire in futuro autosufficienti per essere in grado di prendersi cura dei figli. Dall’inizio dell’attività, nel 1999, si sono create nuove opportunità per più di 120 donne.
C’è anche una sezione “staccata” di Paolo’s Home, il centro di assistenza per bambini disabili di Kibera, che sta però per trasferirsi in un’altra struttura che sarà inaugurata in settembre.
Bruna, che conosce benissimo l’attività di Kivuli come quelle dei progetti di Kibera, ci spiega che i progetti di cooperazione riescono a ottenere i fondi di cui hanno bisogno grazie a un punteggio, che si ottiene molto più facilmente lavorando negli slum che in contesti come questo che non è un vero e proprio slum ma un quartiere a basso reddito. Oltre a quello che arriva dai donatori di Koinonia e della ONG italiana Amani con cui Koinonia collabora, è necessario il coinvolgimento delle autorità locali, in questo caso il Ministero dell’Educazione. Perciò far vivere un progetto come questo non è facile.
Uno degli operatori ci spiega che l’obiettivo principale dell’attività che si fa con i bambini è ricollocarli in famiglia, se lo vogliono e se è possibile, oppure a casa di un altro parente. Si lavora quindi anche sulla famiglia, dopo aver capito qual è il problema che ha portato il bambino a finire sulla strada; spesso il problema fondamentale è la povertà: manca il cibo, non ci sono soldi per le tasse scolastiche e perciò il bambino non può andare a scuola, quindi a un certo punto non gli resta altro che andare a vivere in strada. Ci sono però anche i casi di famiglie disfunzionali, dove i bambini subiscono frequenti punizioni corporali, abusi e violenze o sono costretti ad assistere a continui litigi, per cui decidono di andarsene. Un altro motivo è la tossicodipendenza: spesso sia il padre che la madre sono dipendenti dalle droghe, perciò nessuno si prende cura del bambino. Altra situazione tipica è quella dei bambini rimasti orfani, che se non hanno nessun parente in grado di mantenerli cercano per quanto possono di organizzarsi da soli e questo significa andare a vivere per strada. Sono condizioni per cui nel “nostro” mondo c’è un forte intervento dell’assistenza sociale pubblica, mentre qui l’assistenza sociale pubblica è molto debole e quindi qualcun altro deve cercare di farsi carico di questi problemi. Una volta capito qual è stato il push factor, il fattore che ha spinto il bambino verso la strada, si elabora una strategia. Ad esempio, se il problema è la povertà e qualcuno in famiglia può lavorare, o lo si aiuta a trovare finanziamenti a fondo perduto per aprire una piccola attività o si dà un contributo mensile per 18 mesi per stabilizzare la famiglia. Se c’è un problema di dipendenza, si cerca di capire qual è il parente più prossimo che può prendersi cura del bambino: uno zio, una zia o altri.
Dopo che il bambino è tornato a casa o è stato ricollocato da un parente, c’è una procedura di “follow up” per almeno 2 o 3 anni, ma in certi casi si arriva a seguire il bambino per un tempo fino a 7 o 8 anni. Questo consiste fondamentalmente nell’andare a visitare la famiglia, o la nuova collocazione del bambino, per 4 volte l’anno, di cui 2 a sorpresa, per essere sicuri di trovare le condizioni reali. La percentuale di successo è buona, perché si parla del 78%. Alternative come quelle delle adozioni internazionali non sono attualmente praticabili, in quanto vietate per far fronte al problema della tratta dei bambini.

All’interno del centro è presente anche una radio comunitaria, che ha lo scopo di dare voce alla comunità attraverso le sue trasmissioni, e fare in modo che le istanze che da qui partono possano arrivare in qualche modo anche a chi ha il potere di prendere decisioni, cioè alle autorità governative, che sono molto difficilmente raggiungibili da una singola persona o anche da una comunità di persone con pochi mezzi. Il direttore di questa radio, che si chiama Mtaani Radio (la parola mtaani deriva da mtaa, che significa strada, e si riferisce agli insediamenti informali), ci dice che la costituzione del Kenya dà alle comunità la possibilità di partecipare al processo di “decision-making” sulle infrastrutture e le altre esigenze del territorio, e le persone di questa zona possono esprimere la loro voce organizzata attraverso la radio. Il team è composto da 8 persone, ciascuna delle quali ha un suo programma giornaliero. La copertura è dalle 5 del mattino alle 10 di sera. Nelle altre ore, vanno in onda le repliche e i programmi musicali.
Per finire, visitiamo anche i laboratori artigianali, che sono un’altra attività del centro di Kivuli. Sia giovani del posto che rifugiati residenti vicino a Kivuli sono stati aiutati ad aprire piccole attività: la carpenteria, l’autofficina, l’intaglio del legno, la lavorazione del metallo, il laboratorio di cucito, quello dei batik e della produzione di palloni da calcio. Queste sono attività indipendenti che hanno sede a Kivuli e sono nate grazie a un capitale iniziale proveniente dal progetto di microcredito, ma operano adesso in completa autonomia.
C’è ad esempio un rifugiato dal Congo che produce bellissimi presepi, e molti altri che fanno lavori altrettanto belli; io ho comprato un dipinto su foglia di banano che raffigura due donne masai da un rifugiato del Ruanda, che è qui in Kenya dal 1994, anno del genocidio nel suo paese.

https://koinoniacommunity.org/kivuli-centre/

Torniamo alla Shalom House per il pranzo, dopo di che si va alla stazione per prendere il treno. Il nuovo Nairobi Terminus della ferrovia Nairobi-Mombasa, aperto nel 2017, è fuori città ed è un edificio ultramoderno che sembra un’astronave. La vecchia stazione cittadina è ancora in funzione, ma serve altre linee.
Alla stazione salutiamo i nostri due autisti, John e Lawrence, che non ci seguiranno sulla costa. Io auguro a John il meglio, e di restare sempre lo “strong man” che abbiamo conosciuto e apprezzato in questi giorni; lui sorride e mi saluta con calore.

Siamo arrivati con un buon anticipo sull’orario di partenza, anche se abbiamo già i biglietti, perché le misure di sicurezza sono rigidissime e la gente è tanta, perciò per passare tutti i vari controlli dei bagagli occorre molto tempo. I controlli sono peggio che in aeroporto: prima di far passare le valigie dalle apparecchiature a raggi X le fanno anche annusare dai cani antidroga, e come per andare in aereo sequestrano qualunque oggetto possa essere usato come arma impropria, comprese forbici e coltellini svizzeri. Io mi trovo ad aiutare con la traduzione Maurizio, a cui gli addetti alla sicurezza vorrebbero appunto sequestrare il coltellino. Spiego che non sapevamo che ci fossero queste misure di sicurezza sui treni, e che non passeremo più di qui, perché mi dicono che potremmo depositarlo qui e riprenderlo al ritorno, ma noi a Nairobi non torneremo, perché prenderemo il volo di rientro in Italia da Mombasa; inizialmente la risposta è che se non lo sapevamo è un problema nostro (che ci potrebbe anche stare), ma poi l’addetto ci ripensa e lo lascia passare, con la raccomandazione che non succeda mai più (e di sicuro non succederà).

Foto di Francesca Maggiore

Riusciamo finalmente a partire, sulla nostra comoda carrozza di prima classe, e ci lasciamo alle spalle Nairobi. Ci aspettano oltre 5 ore di treno (si viaggia comodi ma non velocissimi) per raggiungere Mombasa, la più grande città costiera del Kenya, città portuale e da sempre luogo di incontro con altre culture: da lì sono passati gli arabi, poi i portoghesi, di nuovo gli arabi e infine gli inglesi e gli indiani. È una città che ha tutto per piacermi…

(TO BE CONTINUED…)