In Kenya con ViaggieMiraggi, tra comunità locali, safari e Oceano Indiano

Il nostro arrivo a Mombasa, dopo il viaggio in treno da Nairobi, è stato piuttosto movimentato: abbiamo dovuto cambiare hotel (il nuovo autista ci aveva portato in uno diverso da quello programmato, per un cambio dell’ultimo minuto, e al gruppo non è piaciuto) e questo ha voluto dire rimettersi in strada dopo la mezzanotte. Personalmente ho dormito poco e male, anche a causa del caldo: il cambio di clima, rispetto al fresco di Nairobi, è stato drastico; il condizionatore non funzionava, e il ventilatore a pale a soffitto non è stato di grande aiuto, perché a bassa velocità non si sente ma se appena si prova ad aumentare fa troppo rumore e butta troppa aria. Insomma, l’umore non è eccezionale. Però la città sembra davvero interessante.
Mombasa fu fondata nell’XI secolo dai mercanti arabi, col nome di Manbasa; rapidamente divenne il principale polo commerciale dell’Africa orientale. Da qui partivano le esportazioni di avorio e la tratta degli schiavi verso Oriente. Nel 1502 Mombasa divenne un sultanato indipendente.
Vasco da Gama fu il primo europeo a sbarcare qui, nel 1498. Due anni dopo la città fu saccheggiata dai portoghesi, prima dell’arrivo di Francisco de Almeida e João da Nova nel 1505. Dal 1593 la città fu governata da un rappresentante del Portogallo, venne costruito Forte Jesus e nel 1638 Mombasa divenne ufficialmente una colonia portoghese, acquisendo un ruolo importante come roccaforte per il collegamento verso l’India.
Dopo la caduta di Forte Jesus nelle mani di Saif I bin Sultan nel 1698, la città passò sotto la sovranità del Sultanato di Oman. In questo periodo si succedettero tre governatori (detti Wali in arabo e Liwali in swahili). In seguito Mombasa tornò sotto il controllo portoghese con il governatore Álvaro Caetano de Melo e Castro (dal 12 marzo 1728 al 21 settembre 1729), poi di nuovo sotto il Sultanato di Oman fino al 1746, per poi diventare sultanato indipendente e rimanerlo fino al 1826 (dal 9 febbraio 1824 fino al 25 luglio 1826 il sultanato fu protettorato britannico). I sultani dell’Oman tornarono al potere nel 1826. Alla fine degli anni 1830 Mombasa fu annessa al Sultanato di Zanzibar.
Il 25 maggio 1887 l’amministrazione della città fu acquisita dalla Compagnia britannica dell’Africa Orientale e nel 1898 Mombasa passò completamente sotto il controllo del Regno Unito, diventando capitale dell’Africa Orientale Britannica e punto d’arrivo della ferrovia dell’Uganda, che passava per la nascente città di Nairobi. Per lavorare alla ferrovia furono portati a Mombasa molti operai (circa 37.000) dall’India britannica. Dal 1º luglio 1895 Mombasa divenne parte del protettorato inglese del Kenya, che comprendeva una striscia costiera nominalmente sotto la sovranità di Zanzibar. Mombasa rimase nello stato di Zanzibar fino al 12 dicembre 1963, quando fu ceduta al neonato stato indipendente del Kenya.
Questa storia fa sì che la città sia tuttora un melting pot culturale, con forti influenze arabe e indiane. Mombasa ha una popolazione di circa 1.500.000 abitanti e si trova su un’isola circondata da due fiumi, Tudor Creek e Kilindini Harbour. A nord è collegata alla terraferma dal ponte Nyali Bridge, a sud dal servizio di traghetti Likoni Ferry, e a ovest dalla Makupa Causeway che la congiunge alla ferrovia dell’Uganda.
È uno dei principali centri della cultura swahili, che nasce dall’incontro tra le popolazioni originarie e gli arabi, che avviene già a partire dal medioevo. Le donne swahili indossano tradizionalmente abiti di cotone detti kanga, stampati a colori sgargianti e non raramente con frasi e slogan. I kanga sono in genere indossati in coppia: un elemento viene utilizzato come gonna e l’altro avvolto intorno al busto. I due pezzi vengono indossati anche dagli uomini e usati anche per avvolgere i neonati o come ornamenti delle abitazioni. Le donne portano a volte anche un velo scuro detto bui bui. Esiste poi un tipo particolare di sarong a strisce colorate, detto kikoi.

Noi purtroppo non avremo molto tempo per visitare la città, ma la nostra visita non può che partire da Fort Jesus, nel centro storico. Il forte, costruito dai portoghesi tra il 1593 e il 1596 su progetto dell’italiano Giovanni Battista Cairati allo scopo di proteggere il porto di Mombasa, è uno dei migliori e meglio conservati esempi di fortificazioni militari portoghesi del XVI secolo ed è anche patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO.
L’organizzazione e la forma riflettono l’ideale rinascimentale che sosteneva che la proporzione perfetta e la geometria più armoniosa si potessero trovare nel corpo umano. L’area del forte con gli annessi copre 2,36 ettari. Fort Jesus fu catturato e riconquistato almeno nove volte tra il 1631, quando cadde nelle mani del sultano Yusuf ibn al-Hasan, e il 1895, quando cadde sotto il dominio britannico e fu trasformato in prigione. Quando i portoghesi lo riconquistarono nel 1632, lo ristrutturarono e costruirono altre fortificazioni. Il forte fu oggetto di un epico assedio di due anni e nove mesi nel 1696-98 ad opera degli arabi dell’Oman, guidati da Saif bin Sultan. La cattura del forte segnò la fine della presenza portoghese sulla costa, anche se i portoghesi catturarono e rioccuparono brevemente il forte tra il 1728 e il 1729 con l’aiuto delle città-stato Swahili. Il forte cadde sotto il dominio di signori locali tra il 1741 e il 1837, quando fu nuovamente catturato dagli Omaniti e usato come caserma, prima della sua occupazione da parte degli inglesi nel 1895, dopo la nascita del Protettorato del Kenya.

Tra le cose più interessanti da vedere a Fort Jesus ci sono le pitture murali portoghesi realizzate con nerofumo e ossido di ferro rosso, probabilmente da soldati o marinai che erano di stanza nel forte all’inizio del XVII secolo. Originariamente si trovavano sulle mura del bastione detto di São Mateus, e si sono conservate perché al momento della ristrutturazione del forte nel 1634-39 davanti a queste mura è stato costruito un altro muro, riempiendo l’intercapedine con pezzetti di corallo. L’intonaco dipinto è poi stato staccato e restaurato nel 1967-68. Le pitture raffigurano soprattutto navi, ma ci sono anche chiese, pesci, figure umane grottesche e disegni simbolici tra cui un cuore trafitto da una freccia.

Foto di Valeria Pagani

Molto belle anche le porte omanite, fatte secondo lo stile artistico della dinastia Al-Busaidi. Porte di questo tipo erano molto comuni nella seconda metà del 1800, e hanno caratteristiche che si possono ritrovare nelle porte tradizionali di città omanite come Sur e Muscat. Non è difficile riconoscerle, perché vengono usati ripetutamente gli stessi motivi decorativi. Gli ornamenti più comuni nelle porte che si possono trovare a Zanzibar e sulla costa del Kenya sono fiori, catene, linee ricurve e attorcigliate, fiori di loto, corde e rami di palma. Alcune porte sono decorate anche con versetti del Corano o versi di poesie arabe.

Scuola in visita a Fort Jesus

Foto di Maurizio Bertola

Lasciato il forte, ci spostiamo a piedi verso il mercato delle spezie, attraversando la città vecchia dove si possono vedere varie moschee e scuole coraniche. La città è a maggioranza musulmana (56% secondo i dati del 2019) come gran parte delle aree costiere keniane.

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

Comunità “zero rifiuti” in costruzione a Mombasa

Un po’ di acquisti al vivace mercato delle spezie e siamo pronti per ripartire in traghetto verso la nostra nuova destinazione, che è il resort dove ci rilasseremo in questi ultimi due giorni di viaggio, a Tiwi Beach, a sud di Mombasa. La parte sud della costa è decisamente più turistica, mentre se si va a nord, avvicinandosi al confine con la Somalia, si incontrano aree considerate pericolose perché soggette ad attacchi da parte di Al Shabaab, la milizia somala legata ad Al Qaeda. A Lamu, nel 2022, sei persone sono rimaste uccise in un attentato; la città è attualmente raggiungibile solo in aereo o con un convoglio scortato.

Dopo pranzo, un primo bagno e un pomeriggio di relax in attesa dell’escursione prevista per domani.

Oggi escursione nel Parco Marino di Kisite-Mpunguti e nella Riserva naturale dell’isola Wasini. Ci troviamo all’estremo sud della costa keniana, al confine con la Tanzania. Il parco deriva dall’unione del parco marino di Kisite, istituito nel 1973, e della riserva marina di Mpunguti, istituita nel 1978. Oltre all’isola Wasini, più grande, nel parco si trovano tre piccole isolette: Kisite, Mpunguti ya Yuu e Mpunguti ya Chini.
Si parte su una barca tradizionale della costa dell’Oceano Indiano: un bel giro tra isole spettacolari e, per chi vuole, c’è la possibilità di fare snorkeling (momento molto atteso dai fan dello snorkeling del gruppo). Io personalmente non ho grandi esperienze in merito, l’ho fatto solo un paio di volte a Cuba e devo dire non con grandi risultati, nel senso che non sono riuscito a vedere molto di interessante, ma comunque ci voglio riprovare. Ci forniscono l’attrezzatura (maschera e boccaglio) e ci buttiamo, con un ragazzo che dovrebbe farci da guida. Io in realtà pensavo che si restasse nei dintorni della barca, come nelle mie poche precedenti esperienze, ma qui in realtà è tutto diverso: la guida parte a nuotare verso una delle isole, suppongo per vedere la barriera corallina, e il gruppetto (6 persone) lo segue. Io faccio un po’ fatica a stargli dietro, perché ormai l’età avanza e non sono più molto allenato a nuotare a lungo, quindi mi stanco presto. Perciò, a parte la difficoltà di essere senza occhiali che nel mio caso già non è poco, mi devo concentrare più sul non perdere contatto col gruppo che sul provare a guardare sott’acqua. Quindi alla fine, lo ammetto, non ho visto molto, ma mi hanno raccontato di pesci meravigliosi e quindi penso che ne sia valsa comunque la pena. Anche se provo un po’ di invidia per le persone che abbiamo visto a un certo punto nuotare con i delfini; quella deve essere davvero un’esperienza indimenticabile.

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

Foto di Maurizio Bertola

https://www.kws.go.ke/kisite-mpunguti-marine-park-reserve

Un bel pranzetto a base di pesce sull’isola Wasini e si riparte. Il ritorno in barca è stato allietato, tra l’altro, anche da un’esibizione canora dei ragazzi che ci hanno accompagnato nell’escursione che, accompagnandosi solo con delle percussioni improvvisate (battevano sul fondo dei boccioni dell’acqua vuoti), ci hanno proposto la celeberrima Jambo Bwana e questa canzone un po’ meno nota che si intitola Malaika (letteralmente “angelo”) ed è la più celebre canzone d’amore della musica pop keniana, nonché uno dei più noti brani musicali in lingua swahili. Viene generalmente attribuita al cantante keniota Fadhili William, ma la questione è controversa; in ogni caso, a William si deve la prima incisione del brano, realizzata del 1960 (o 1959) con il gruppo Jambo Boys. Malaika riscosse un grande successo internazionale in una riedizione di pochi anni dopo, e fu in seguito interpretata da molti altri artisti tra cui Harry Belafonte e Miriam Makeba.

Un mercato tra Diani e Tiwi

Oggi è davvero l’ultimo giorno: questa sera a mezzanotte partiremo per raggiungere l’aeroporto di Mombasa, da dove alle 4.20 del mattino parte il primo dei 3 voli che dovremo prendere per rientrare a Milano (faremo Mombasa-Nairobi, Nairobi-Amsterdam e Amsterdam-Milano).
Ma vogliamo che anche questa sia una giornata piena e allora, visto che per problemi organizzativi è saltata la prevista navigazione su una barca col fondo trasparente per vedere i fondali, Bruna ci ha organizzato una bella alternativa: si va a fare una camminata nella foresta Kaya Kinondo, che è patrimonio UNESCO e anche area protetta per il Kenya, accompagnati da una guida che appartiene al gruppo etnico dei digo, per i quali questa foresta è sacra.
Prima di entrare nella foresta, è necessaria una spiegazione per capire l’origine di questo popolo e il significato che per loro ha la foresta. I digo fanno parte di un gruppo più ampio detto “delle nove tribù”: sono gli eredi di un’antica migrazione da quella che oggi è la Somalia, avvenuta tra il XVI e il XVII secolo. Sono uno dei due gruppi che vivono nella parte sud del paese. Loro vivono sulla costa e sono tradizionalmente pescatori, mentre l’altro gruppo che vive nell’interno si dedica all’agricoltura.

La foresta è per loro un luogo sacro in quanto casa di tutti gli spiriti che secondo la loro religione ancestrale guidano la vita degli uomini. È nella foresta che si svolgono tutti i rituali con cui è possibile comunicare con questi spiriti. Queste credenze sono ancora vive, anche se al giorno d’oggi si mescolano con le altre religioni praticate (sulla costa soprattutto l’Islam, ma anche il cristianesimo) in una sorta di sincretismo. Essendo un luogo sacro, per entrare nella foresta bisogna togliersi il cappello e indossare intorno alla vita una specie di pareo di stoffa nera chiamato kaniki.
Hassan, che ci ha fatto da guida nella foresta, appartiene a questo popolo. Nella foresta abbiamo meditato, abbiamo abbracciato un enorme albero sacro, abbiamo visto l’albero leone, così chiamato perché attacca un altro albero per sopravvivere, e provato una pianta medicinale le cui foglie emettono un fortissimo profumo balsamico, perfetto per raffreddore, sinusite, mal di testa e problemi respiratori in genere.

L’albero leone

Foto di Maurizio Bertola

Il nostro gruppo (oggi in versione ridotta) con Hassan

Poi Hassan ci ha portato anche a navigare lentamente tra le mangrovie sul fiume Kongo, spinti solo dalla forza delle braccia del nostro barcaiolo, che usava un solo remo rudimentale ricavato da un ramo. Il fiume Kongo, da non confondere col più famoso Congo, prende il nome da quella che si dice sia la più antica moschea dell’Africa Orientale, che si trova a Diani e che si crede sia stata costruita da mercanti arabi nel XIV secolo. Abbandonata, sarebbe stata circondata dalla foresta e sarebbe diventata un rifugio per pipistrelli finché, circa 300 anni fa, sarebbe stata riportata alla luce da un uomo che, in sogno, aveva ricevuto da Dio istruzioni su dove avrebbe potuto trovare le rovine.
La foce del fiume si trova tra Tiwi, a nord, e Diani, a sud, ed è punteggiata anche di ville lussuose, ancorché costruite in uno stile simile a quello delle abitazioni tradizionali, che in anni recenti sono state acquistate da ricchi europei. Alla fine della laguna, dove le acque del fiume si mescolano con quelle del mare, c’è una spiaggia bianca paradisiaca.

Foto di Francesca Maggiore

Foto di Francesca Maggiore

Ma purtroppo bisogna tornare. Per consolarsi c’è solo un pranzo con un buon pollo al cocco (io per carattere non amo questo genere di resort, ma bisogna ammettere che la cucina è buona), un ultimo bagno in piscina e un po’ di relax in attesa della partenza.

Un ospite non pagante del nostro resort (foto di Maurizio Bertola)

E siamo arrivati così anche alla fine di questo diario. Il mio primo viaggio nell’Africa subsahariana è stato intenso come mi aspettavo, anche se in alcuni momenti (pochi per fortuna) ho sofferto un po’ nel vedere delle situazioni un po’ troppo da turismo di massa per i miei gusti. Ma le visite ai progetti mi hanno dato grandi emozioni, che porterò con me per parecchio tempo. Inevitabilmente, ora che sono a Milano e ne scrivo, affiora un po’ di mal d’Africa, e questo sicuramente mi spingerà a tornare sotto i cieli d’Africa per un altro viaggio, penso e spero presto. Alla prossima.

E per finire davvero non posso che ringraziare come sempre ViaggieMiraggi, ma anche Terra Madre, la nostra eroica guida Bruna Sironi che è arrivata “pole pole” alla fine del viaggio lottando con un menisco lesionato in due punti (ma questo lo abbiamo scoperto soltanto dopo), Susan, John, Lawrence, tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio, e voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui.