Ed eccomi… on the road again. Ho salutato da poco il mio fratello berbero Salah, al quale ho dato l’ultimo abbraccio in un posto dove siamo passati insieme tante volte, davanti al souk di Azilal dove partono i Grand Taxi e i minibus. Lui mi ha accompagnato fin lì e mi ha dato una mano a trovare un Grand Taxi collettivo per Beni Mellal, una città più grande dove potrò prendere l’autobus per Fes. Ora mi aspetta la seconda parte del viaggio, per la quale mi unirò al gruppo di Viaggiemiraggi, nel nord che per me è un territorio ancora inesplorato. A Fes sì sono già stato, durante il mio primo viaggio in Marocco del 2011 che è stato sostanzialmente un tour delle città imperiali, ma solo lì. Per il momento mi trovo sul solito vecchio Mercedes a cercare di reggermi nelle curve della strada di montagna che porta a Beni Mellal, perché il nostro driver ha una guida tendente un po’ allo sportivo, forse troppo per essere un tassista. Infatti la ragazza seduta alla mia destra (questa volta siamo “solo” in tre sul sedile posteriore, perché altri tre sono su un altro sedile ricavato nel bagagliaio) si sente male e chiede un attimo di sosta. Scende, si allontana per un paio di minuti e poi torna. Non so se ha proprio vomitato o se le serviva solo una boccata d’aria; non capisco ovviamente cosa si dicono con l’autista, ma dal tono è intuibile che lui le stia chiedendo se è tutto ok e lei risponda qualcosa tipo “Sì, più o meno ora sì ma se vai un po’ più piano è ancora meglio”. Infatti lui per un po’ si modera ma solo per un po’, poi riparte a tutta birra e quindi ad ogni curva ci dobbiamo tenere per non finire in braccio al vicino di posto.
Se non altro così sono sicuro di arrivare presto a Beni Mellal; forse a questo punto arriverò fin troppo presto, un paio d’ore prima della partenza dell’autobus che è alle 11.15, ma dovendo arrivare fin lì con dei mezzi che non hanno orari come i Grand Taxi (si parte solo quando è pieno) e non potendo rischiare di perderlo perché il successivo è alle 17.30, partire presto era l’unica soluzione. Arriviamo e, mentre tutti scendono con un certo sollievo, chiedo al nostro Max Verstappen dell’Alto Atlante, che per fortuna parla un po’ di francese, se mi può portare alla stazione degli autobus della CTM, che è in un’altra zona della città. Per portarmici vuole altri 30 dirham, che non è proprio poco se si pensa che ne ho pagati 50 per fare 80 km, ma considerato che sono 3 euro ci posso stare.
La CTM (Compagnie de Transports au Maroc) è la principale società di trasporti del paese, era statale fino a quando è stata privatizzata un po’ di anni fa, ma soprattutto è l’unica che lavora su standard “europei” (chiedo scusa per l’uso vagamente colonialista di questo aggettivo) e perciò, essendo il viaggio lungo, ho preferito optare per questa soluzione. Speravo – confesso – anche in un po’ di aria condizionata già nella sala d’aspetto perché fa un caldo pazzesco, ma a quanto pare non funziona, mi è andata male. L’importante è che funzioni sul pullman, e per fortuna lì non c’è problema. Posso affrontare serenamente le sei ore abbondanti di viaggio.
Quando stiamo per entrare in città, comincio a mandare messaggi nella chat di gruppo che è già attiva e in particolare a Toufik, il nostro mediatore culturale che ci accompagnerà per tutto il viaggio: devo capire se prendere un Petit Taxi (taxi cittadino) per raggiungere il nostro riad nella medina, dato che la stazione della CTM è fuori dalle mura della medina (ovviamente, perché nei suoi vicoli i bus non potrebbero muoversi), a sud ma non vicinissimo. Toufik dice di non muovermi perché verranno loro a prendermi alla CTM, quindi lo ringrazio e aspetto.
Devo aspettare un po’ perché a causa di una deviazione per lavori il minivan guidato da Mostafa ci mette un po’ più del previsto, ma roba di un quarto d’ora. Ed eccoli qui: Toufik, Mostafa che è appunto l’autista e le tre ragazze che saranno le mie compagne di viaggio: Martina da Milano, l’altra Martina detta “Molly” da Bologna e Valeria, da Cesano Maderno (MI).
Loro sono qui già da qualche ora; sono arrivate con due voli diversi, da Bergamo-Orio al Serio e da Bologna via Casablanca. Hanno già avuto modo di fare un primo giro nella medina, mangiare a quanto mi dicono benissimo al ristorante e sistemare le loro cose nella casa della famiglia Tazi, che ci ospiterà per due notti qui a Fes. E infatti ecco alcune delle bellissime foto che ha fatto Martina (la Martina di Milano) già in queste prime ore. Le pubblico naturalmente col suo permesso.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Ora, dopo i saluti di rito, ci dirigiamo verso le tombe merenidi, che si trovano su una collina a nord della città. I merenidi sono la dinastia che ha retto il Marocco dal 1276 fino all’inizio del 1500, anche se il loro periodo d’oro si esaurì intorno al 1350, dopo vi fu una gestione del potere confusa e con esiti piuttosto disastrosi. Il sito non è purtroppo molto ben conservato, e attualmente è per buona parte un cantiere per dei lavori di restauro. Merita venire fin qui, però, per la vista che si può godere sulla città.

Si va poi verso la medina, dove neanche il nostro pullmino può entrare. Mostafa ci lascia perciò alla porta principale, Bab Bou Jeloud, e da lì proseguiamo a piedi. La casa della famiglia Tazi è molto bella e grande, con un patio centrale, una stupenda terrazza e stanze tutte arredate con grande gusto nello stile tipico dei riad marocchini. Per me non è ovviamente la prima volta, ma capisco lo stupore delle ragazze, dato che per tutte loro è invece il primo viaggio in Marocco.

Foto di Martina Anelli

Questa è la mia stanza

La famiglia Tazi fa parte dell’associazione Ziyarates Fes, che è un’associazione di famiglie di accoglienza che collabora nell’ambito sociale, culturale ed educativo per il coordinamento e lo sviluppo della vita associativa della Vecchia Medina di Fes. L’associazione è un organismo apolitico, aconfessionale e senza scopo di lucro.
Gli obiettivi dell’associazione sono quelli di: consolidare le tradizioni solidali e cooperative; difendere l’ambiente e salvaguardare il patrimonio culturale; sviluppare i progetti socio-economici; migliorare le condizioni di vita e lottare contro l’esclusione sociale; difendere i diritti delle donne e combattere contro lo sfruttamento minorile.
Lo scopo ultimo di Ziyarates è quello di stimolare le attività associative locali per migliorare il tenore e la qualità di vita all’interno dei quartieri della Medina stessa.

https://www.ziyaratesfes.com/

Chiacchierando un po’ prima di cena e a cena ho avuto modo di conoscere meglio anche Toufik, il cui viso peraltro non mi è nuovo: sono certo di averlo già visto una volta o due a Milano per qualche iniziativa di Viaggiemiraggi. Lui vive a Marzabotto, in provincia di Bologna, e fa parte della Cooperativa Asdikae Bila Houdoud (Amici Senza Frontiere) per il turismo responsabile, che è il nodo marocchino della rete di Viaggiemiraggi: nasce dall’associazione di migranti marocchini SopraiPonti di Bologna e poi dall’associazione Ponte sul Mediterraneo che le ha passato il testimone, dando così la possibilità di sviluppare e promuovere sempre di più l’attività di turismo responsabile nel circuito delle cooperative ed associazioni coinvolte. I soci fondatori sono quindi principalmente migranti ed ex-migranti marocchini.

https://www.marocnatureculture.org/?lang=it

La magnifica prima cena marocchina che ci ha preparato la famiglia Tazi è l’occasione di conoscere un po’ meglio anche Mostafa, un omone di 66 anni splendidamente portati (e dichiarati) che ha tutto l’aspetto di un gigante buono. Parla francese perché da giovane ha vissuto a Parigi, perciò ci sarà modo di scambiare qualche parola anche con lui. Per quanto possibile, vogliamo che si senta anche lui un nostro compagno di viaggio e non solo il nostro autista.
Come sempre in Marocco si cena tardi, difficilmente prima delle 10 di sera. E quindi poi tra una chiacchiera e l’altra facilmente si tira l’ora di andare a letto; è il caso di farsi un bel sonno ristoratore per essere pronti ad affrontare il primo vero giorno del nostro tour, che prevede ovviamente la visita della splendida Fes, capitale culturale e religiosa del Marocco.

Ci ritroviamo a colazione sulla magnifica terrazza di casa Tazi, da cui si può apprezzare il panorama della città che un po’ dorme ancora. Ci sono più parabole che minareti, ma era così già 14 anni fa ai tempi della mia prima visita. La prima domanda, la più normale, è “Dormito bene?”. In generale sì, abbiamo dormito bene, ma cominciamo a capire che il sonno pesante può avere un’unità di misura, ed è sentire o no il primo richiamo alla preghiera del muezzin all’alba.

La colazione ci offre tutto quello che di buono può riservare una colazione marocchina: dolci di vario tipo, pane caldo e beghrir (tipiche frittelle marocchine dalla consistenza spugnosa simili a focaccine), olio, confettura, miele, burro, formaggio, olive, frutta… di tutto e di più. Difficile resistere a tutte queste tentazioni per il palato, ma per quanto sia difficile ci dobbiamo alzare da tavola perché abbiamo in programma la visita guidata della città.
Fes è una città con 1200 anni di storia e di questo i suoi abitanti (fassi), che oggi sono circa un milione, vanno da sempre molto orgogliosi. Ritengono, a giusta ragione, che la città sia il vero centro spirituale e culturale del paese. Nel 789 d.C. Idriss I, fondatore della prima dinastia imperiale marocchina, quella degli idrissidi, iniziò a progettare la costruzione di una nuova, grandiosa capitale. Poiché morì prima di poter attuare il suo progetto, il merito della fondazione è attribuito a suo figlio, Idriss II, la cui memoria ancora oggi si perpetua nella zawiya (santuario) a lui dedicata, nel cuore di Fes el Bali, la città vecchia. Si ritiene che il nome Fes derivi dal termine arabo che significa “piccone”, perché secondo le leggende un piccone d’oro sarebbe stato ritrovato durante i lavori di fondazione o sarebbe stato usato per segnare il luogo di fondazione. Qui nell’859 d.C. nacque la prima università del mondo, lo sapevate? Secoli prima di Oxford e Cambridge ma anche prima di Bologna, che fu la prima in Europa nel 1088. E allora, dato che qui con noi abbiamo una bolognese, anzi due perché anche Toufik è bolognese di adozione, mi è piaciuto intitolare “Fes la Dotta” questo capitolo del mio diario di viaggio, usando l’aggettivo che in Italia si attribuisce a Bologna. È un gemellaggio ideale interessante, non credete? Certo, ci sono dei punti in comune ma anche delle differenze: a Bologna non c’è la medina e ci si perde molto meno facilmente (Lucio Dalla diceva che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino), però insomma l’idea mi piace.
Fes vanta un lungo elenco di primati: il primo sito del Marocco dichiarato Patrimonio dell’Umanità, la più grande città islamica medievale al mondo e il più grande centro urbano senza traffico del pianeta. La medina è un vero e proprio assalto ai cinque sensi, un dedalo di stretti vicoli e di bazar coperti pieni di bancarelle traboccanti di spezie profumate, laboratori artigianali, moschee e un’interminabile parata di gente. Il vecchio e il nuovo sono in costante collisione: anche qui tutti ormai hanno lo smartphone, ma si vedono facilmente asini e muli tuttora utilizzati per il trasporto di merce nei vicoli, con le persone che li conducono che gridano “balekh!” (attenzione) per segnalare il loro passaggio.

A Fes i berberi fin da subito si mischiarono con gli arabi, provenienti in particolare da Al Andalus e in seguito da Kairouan, nell’odierna Tunisia. Questi ultimi crearono il quartiere di Kairaouine. Nel corso dei secoli successivi la città ebbe alterne fortune con l’avvicendarsi delle varie dinastie. Quando gli almoravidi persero il potere nel 1154, le mura vennero distrutte ma furono ricostruite dalla dinastia successiva, quella degli almohadi. Con l’affermarsi della moschea Kairaouine e della sua università, la città divenne il centro del sapere di un impero che si estendeva dalla Spagna al Senegal, ma riconquistò il suo status politico solo molto più tardi, con l’arrivo dei merenidi intorno al 1250, per poi perderlo di nuovo con la caduta dei merenidi un secolo dopo.
Il partito Istiqlal (indipendenza) di Allal al-Fassi nacque proprio in questa città e molti dei movimenti volti a scacciare i francesi, all’epoca del protettorato, presero le mosse da qui.
Nella medina ora vivono 80.000 persone contro le 150.000 di solo vent’anni fa. Molti edifici hanno un disperato bisogno di ristrutturazione e, per quanto la vita nella medina possa sembrare romantica agli occhi del visitatore, molti residenti non hanno esitato a vendere le loro case a compratori stranieri spostandosi in moderni appartamenti nella Ville Nouvelle, la parte della città costruita dai francesi nel ‘900.

Tra le antiche porte delle case della medina, se ne possono notare alcune con due maniglie: una ad altezza “normale” e una più in alto, che serviva per bussare senza scendere dall’asino

Si possono notare anche le finestre con la “gelosia”, che permetteva alle donne di guardare fuori senza essere viste (Foto di Martina Anelli)

Buttiamo l’occhio nel meraviglioso patio del Kassr Annoujoum, un palazzo costruito per una nobile famiglia alawita intorno al 1820, che è una interessante miscela di diversi stili architettonici.

Kassr Annoujoum (Foto di Martina Anelli)

Caratteristiche della medina di Fes sono anche le sue incantevoli fontane. Nella medina ci sono oltre 60 fontane pubbliche che, come gli hammam, si trovano in genere nei pressi delle moschee

Usciamo per il momento dalla medina dalla porta (Bab) Bou Jeloud, riccamente decorata con colori diversi sui due lati: da una parte l’azzurro che è il colore della città e dall’altra il verde, colore dell’Islam.

Spostandosi a Fes el Jdid (la nuova Fes) si incontra il Palazzo Reale (Dar el Makhzen). Solo in una città antica come Fes può essere definito nuovo un quartiere che ha più di 700 anni, costruito dal sultano merenide Abu Youssef Yacoub (1258-86). Il palazzo, ancora utilizzato da Mohammed VI, è uno straordinario esempio di restauro moderno, ma non è aperto al pubblico. Si possono ammirare gli imponenti portali in ottone, circondati da squisite mattonelle (zellij) e particolari in legno di cedro intarsiato.

Palazzo Reale

A Fes el Jdid si trova anche la mellah, il quartiere ebraico. Il nome deriva dalla parola che significa sale, perché anticamente gli ebrei avevano un sostanziale monopolio del redditizio commercio del sale. Domani torneremo qui per visitare la sinagoga.

Ora invece visitiamo la fabbrica di ceramiche Art Naji, dove abbiamo la possibilità di vedere anche gli artigiani al lavoro. Art Naji produce dal 1930 ceramiche lavorate e decorate a mano: piastrelle per la decorazione di case, cortili e fontane, piatti, vasi, tajine… ce n’è veramente per tutti i gusti.

Foto di Martina Anelli

Raggiungiamo poi Place Seffarine, che è il cuore dell’antico quartiere dei ramai, da cui prende il nome. Ancora oggi gli artigiani, eredi di una tradizione secolare, lavorano in questa piazza martellando incessantemente rame e ottone; il loro battere cadenzato crea un’orchestra di suoni che segna il ritmo della medina. Un assaggino in questo video girato da Martina.

Dalle loro mani esperte esce una grande varietà di oggetti e utensili: pentole, padelle, secchielli, incensiere, vassoi, teiere, scatoline per il tè o lo zucchero, pentoloni per il couscous e chi più ne ha più ne metta. Le tecniche tradizionali, nel tempo, sono state integrate con un po’ di tecnologia e ora usano anche macchine come torni, laminatoi, pulitrici/lucidatrici e nuovi materiali, come una lega di rame, zinco e nichel simile all’argento. Gli artigiani esperti lavorano fianco a fianco con gli apprendisti, così gli oggetti passano da una mano all’altra seguendo una “linea di produzione” e una gerarchia in cui ciascuno ha il suo posto.

Foto di Martina Anelli

Ma Fes, più ancora che per ogni altra forma di artigianato, è famosa per le concerie. Una visita non può essere completa se non si passa di qui, per quanto “forte” possa essere l’impatto, sia visivo che olfattivo. Le concerie più antiche esistono almeno dal XII secolo (non è un caso se “pelletteria” in francese si dice “maroquinerie”) e la lavorazione avviene ancora come nel medioevo, con i lavoratori che, privi di ogni tipo di protezione, camminano sui bordi delle vasche dove avviene il processo di concia e colorazione delle pelli. In realtà alcuni hanno almeno stivali e guanti, e sono quelli che lavorano sulle vasche bianche, quelle dove le pelli vengono sbiancate con la calce viva e ammorbidite con il guano di piccione. La miscela che si forma è corrosiva e irritante per la cute, gli occhi e le vie respiratorie, e perciò in questo caso sono “ammesse” le protezioni. Per quanto riguarda i prodotti utilizzati per la colorazione, qualunque responsabile di queste ditte artigianali vi dirà che sono tutti naturali, e che come vuole la tradizione non viene usato nessun prodotto chimico. Solo menta per il verde, papavero per il rosso, indaco per il blu, zafferano per il giallo, henné per l’arancione, kajal per il nero. Ci auguriamo che sia vero, anche se non è detto che un prodotto naturale non sia dannoso per la salute, ma mi fermo qui perché non voglio farmi troppo trascinare dalla deformazione professionale (mi occupo di queste cose per lavoro).

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Ogni negozio ha un terrazzo che si affaccia sulle vasche, da cui si può guardare lo “spettacolo”. È chiaro che visitare posti come questi non può che essere ambivalente, perché è evidente che da molti anni le concerie sono anche considerate un’attrazione turistica e che se non lo fossero forse si lavorerebbe in modo diverso. È anche vero che le persone generalmente non fanno questo lavoro, chiaramente insalubre, per molti anni e che se non ci fossero le concerie fatte in questo modo la città perderebbe qualcosa della sua eredità culturale, oltre che perdere in termini economici. Se andate in uno dei negozi di pelletteria, scoprirete che i prezzi non sono bassi neanche per uno standard europeo. Certo, si tratta ovviamente di prodotti artigianali di qualità, e potrete sentire col vostro naso che la pelle conciata così non ha quell’odore caratteristico a cui siamo abituati.
Per l’odore delle vasche, comunque, è tradizione dare ai visitatori foglie di menta da tenere sotto il naso, ma devo dire che noi siamo stati abbastanza fortunati, forse per la direzione del vento l’odore non era fortissimo.
Abbiamo avuto un simpatico anfitrione che, in un gramelot linguistico che non è raro sentire in Marocco tra italiano, spagnolo, francese e arabo marocchino, ci ha illustrato sia pure sinteticamente tutto il ciclo produttivo. Alla fine, però, anche se non voleva ammetterlo apertamente, è rimasto un po’ deluso che nessuno abbia comprato niente. La pelle che si usa è solo di animali che per l’Islam si possono mangiare (hallal), in modo che non vengano sacrificati solo per la pelle; la pelle migliore è quella di capra e di cammello. Nelle vasche bianche le pelli rimangono, appunto per essere sbiancate e ammorbidite, per 10 giorni. L’uso del guano di piccione per ammorbidire è un’altra tradizione di qui, i piccioni vengono allevati appositamente. Qui la battuta è stata “Noi usiamo Caca Chanel, no Coco Chanel!”. Nelle vasche dei colori rimangono invece 25 giorni, e poi ci sono 10 giorni di asciugatura al sole.

Dopo le concerie, si rientra nella medina per andare dove batte il cuore religioso e culturale di Fes: la moschea Kairaouine, dove possiamo buttare un occhio solo da fuori perché purtroppo, come tutte le moschee in Marocco ad eccezione della grande moschea di Hassan II di Casablanca, non è aperta ai non musulmani. È la moschea più grande dell’Africa e, come già detto, nel suo complesso ha sede anche l’università più antica al mondo. Fondata nell’859 da profughi tunisini e ampliata dagli almoravidi nel XII secolo, può accogliere fino a 20.000 persone in preghiera. Dall’alto il suo grande tetto verde piramidale è uno dei landmark della città.

Moschea Kairaouine

Moschea Kairaouine (Foto di Martina Anelli)

È invece visitabile, e meno male, la Medersa El Attarine. Medersa è la parola usata in arabo marocchino per le scuole coraniche, che forse siete abituati a sentir chiamare madrassa. L’arabo marocchino, oltre a contenere diversi francesismi, eredità coloniale, è già in sé sensibilmente diverso dall’arabo classico. Questa bellissima medersa è stata fondata nel 1325 come struttura annessa, ma separata, della moschea Kairaouine. Intorno al cortile centrale si affacciano le aule per l’insegnamento e le stanze dove dormivano gli studenti (la scuola è rimasta funzionante come tale fino all’inizio del XX secolo). Le stanze sono molto piccole, in pratica delle celle monastiche; venivano concesse in uso gratuito agli studenti più meritevoli.

Medersa El Attarine

Medersa El Attarine

Belle soprattutto le decorazioni realizzate con zellij (piastrelle), gli stucchi e i soffitti in legno di cedro. Il legno di cedro è molto usato nell’architettura islamica marocchina per le sue proprietà di resistenza ai parassiti del legno, che ne assicurano la durata nel tempo. Notevoli in particolare gli archi decorati a muqarnas, la decorazione “a nido d’ape” tipica dell’architettura islamica fin dal XII secolo.

Medersa El Attarine

Medersa El Attarine

Medersa El Attarine

Medersa El Attarine (Foto di Martina Anelli)

Nella sala della preghiera da notare il mihrab (la nicchia che segna la direzione della Mecca), che serviva anche ad amplificare creando l’eco la voce dell’imam.

Medersa El Attarine

Non lontano, si può vedere (anche questa da fuori) la zawiya di Moulay Idriss II, il fondatore della città oggetto tuttora di grande venerazione da parte dei fedeli fassi. Infatti, all’esterno è pieno di bancarelle che espongono gigantesche pile di candele colorate e altri oggetti per il culto.

Zawiya Moulay Idriss II

Zawiya Moulay Idriss II (Foto di Martina Anelli)

Dopo una veloce visita all’interessante museo Nejjarine dell’artigianato ligneo, si è fatta ora di pranzo. Un po’ per caso incappiamo in un ristorante che è anche ospitato in un palazzo storico. Si chiama Chez Maimonide, e scopriamo che si chiama così perché in questo palazzo ha vissuto, nel periodo in cui studiava all’università Kairaouine, un grande filosofo ebreo del XII secolo, tra i più importanti pensatori della storia dell’ebraismo: Moshe Ben Maimon, più noto nell’Europa medievale col nome di Maimonide. Cose che succedono a Fes.

Su consiglio di Toufik, assaggio una specialità locale che si chiama rfissa ed è a base di msemmen (una specie di piadina molto sottile), brodo di cipolle, zenzero, coriandolo, zafferano, ras el hanout (una miscela di spezie) e fieno greco (tifiḍas in lingua berbera, halba in arabo maghrebino). Il tutto accompagnato da carne di pollo, e qui ci mettono anche le mandorle. Niente male!

Rfissa

Abbiamo pranzato tardi e ci siamo goduti il pranzo, quindi dopo resta giusto il tempo per una passeggiata ai giardini Jnan Sbil, il parco pubblico più antico del Marocco, e una visita al laboratorio della cooperativa Anou, un altro posto scoperto un po’ per caso curiosando tra i vicoli della medina di Fes. A proposito, per me che 14 anni fa avevo tentato (con scarso successo) di orientarmi nella medina senza l’ausilio di Google Maps, scoprire che ora funziona anche qui è stata una grande sorpresa. Adesso ovviamente ci si perde molto meno, e non è detto che sia un bene, ma questo posto lo abbiamo scoperto lo stesso. Questa cooperativa di tessitura parte dal presupposto che, quando si acquista un prodotto artigianale nei mercati locali, gli artigiani guadagnano in media il 4% del prezzo pagato. Per risolvere questo problema, alcuni degli artigiani più talentuosi del Marocco hanno creato questa cooperativa che, tramite un sito di e-commerce interamente posseduto e gestito dagli artigiani stessi, permette loro di vendere direttamente i loro prodotti e garantisce che la comunità degli artigiani conservi il 100% del prezzo pagato dal compratore.

Foto di Martina Anelli

Si va poi per un tè con concerto al Clock Cafè, dove suona un gruppo che mescola la musica popolare marocchina con la musica gnaoua, un genere che affonda le sue radici nella fusione tra la cultura berbera e quella dei popoli dell’Africa subsahariana occidentale (Bambara, Hausa, Fulani) che lavoravano in condizioni di schiavitù nel Marocco dell’età imperiale. È una musica ipnotica, che ha un forte significato rituale e nasce come una lunga serie di invocazioni agli spiriti (jinn) o ai marabutti, una sorta di santi dell’antica cultura popolare. Le rappresentazioni rituali possono durare ore, come sa chi ha passato qualche serata o nottata nella grande piazza centrale di Marrakech, la Jemaa el Fna. Nello specifico, il gruppo non è nulla di indimenticabile ma ci ha regalato un po’ di allegria coinvolgendoci tutti nell’esibizione: abbiamo dovuto non solo ballare ma anche suonare e ripetere, ovviamente senza capire nulla, le loro frasi rituali. A me hanno piazzato in mano uno degli strumenti più tipici del genere cioè le qraqeb, che non sono altro che delle grosse nacchere di metallo che scandiscono il ritmo di questa musica, e ho scoperto che suonarle è meno complicato di quello che sembra, peso a parte. Purtroppo, o forse per fortuna, non esiste un video di questa performance perché eravamo tutti impegnati a suonare e/o ballare. Se volete, però, c’è un breve video dove suonano loro.

Per la seconda (e purtroppo ultima) cena a casa Tazi, il gentilissimo padrone di casa ci ha fatto scegliere quale dovesse essere il piatto forte e, a democratica votazione, abbiamo scelto il tajine di kefta: polpette di manzo molto speziate con sugo di pomodoro, cipolla e cumino.

Foto di Martina Anelli

Oggi lasceremo la città e ci dirigeremo verso i monti del Rif.
Ma prima c’è un’ultima cosa da fare qui: andare nella mellah a visitare la sinagoga Ibn Danan, costruita nel XVII secolo e restaurata nel 1999 grazie ai finanziamenti dell’UNESCO. Le sinagoghe sono sempre luoghi, se non nascosti, un po’ appartati, con esterni non certamente sfarzosi. Anche l’interno è semplice, il soffitto in legno con travi a vista dipinte. C’è però una preziosa copia in pergamena della torah. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter ascoltare la spiegazione in italiano della guida di un altro gruppo, che era entrato poco prima di noi. Ha raccontato, tra l’altro, che negli ultimi anni gli ebrei stanno tornando in Marocco, un po’ in controtendenza al grande esodo verso Israele che si era verificato nel 1948 e soprattutto dopo il 1967, con gli incentivi dati dal governo israeliano per andare a colonizzare i territori occupati. Quasi sempre, pare, riescono a rientrare in possesso delle loro proprietà, o stipulando accordi o con la forza. Dal momento che il re ci tiene in maniera particolare a mantenere buoni rapporti con Tel Aviv, appoggia le loro rivendicazioni in maniera pressoché incondizionata e così i marocchini che avevano preso possesso delle case abbandonate dagli ebrei vengono sfrattati. Ma questo più o meno lo sapevo, una curiosità di cui non ero a conoscenza è che affinché la carne sia kosher l’animale deve essere per forza sgozzato da un rabbino, e perciò oggi i pochi rabbini rimasti in Marocco sono costretti a percorrere moltissimi chilometri per andare da una città all’altra, in tutte le comunità anche piccole, ad espletare questo compito.

Sinagoga Ibn Danan

Sinagoga Ibn Danan

Sinagoga Ibn Danan

Dopo la sinagoga, Mostafa si rimette al volante e ripartiamo. Ci aspetta un drastico cambio di scenario: sui monti del Rif potremo apprezzare un’altra faccia del Marocco assai diversa da quella dell’antica e brulicante medina di Fes.

(TO BE CONTINUED…)