In tour nel nord del Marocco con Viaggiemiraggi, tra città pulsanti di vita e comunità rurali fuori dalle rotte turistiche – Cap. 2
(foto di copertina di Martina Anelli)
Lunedì 11 agosto 2025
Abbiamo lasciato Fes e la sua affascinante medina per dirigerci verso i monti del Rif, che ci daranno l’opportunità di vedere e… toccare con mano un volto del Marocco profondamente diverso.
Il nome Rif deriva da una parola araba che significa riva o margine. La vicinanza all’Europa conferisce ai monti del Rif un clima prettamente mediterraneo, al punto che questa zona ricorda da vicino le sierras della Spagna meridionale. I versanti di queste montagne calcaree sono ammantati di cedri, querce da sughero, lecci e olivastri. La terra pietrosa di questa zona è difficile da coltivare e povera di sostanze nutrienti, mentre la deforestazione costituisce un problema molto serio, come del resto in altre regioni del Marocco. Le estati qui sono tiepide e soleggiate, ma in inverno le temperature possono scendere notevolmente. Tra aprile e maggio inizia generalmente un periodo umido e piovoso.
I berberi tamazight, popolazione fiera e indipendente che abita questa regione, si sono sempre tenuti a distanza dallo stato marocchino, un fatto che ha indotto il governo a ignorare la regione, con il conseguente sottosviluppo.
La prima tappa, dopo una breve sosta per un caffè in un “autogrill” marocchino, è presso la cooperativa Jnane Rif, che si trova nella provincia di Ouazzane.
È nata nel 2006 da un gruppo di giovani laureati sovvenzionati dalla direzione regionale dell’agricoltura di Chefchaouen, comune di Ain Baida. A quella data, l’organizzazione contava nove persone, di cui cinque donne, tutte motivate dal desiderio di partecipare allo sviluppo economico della regione di Ouezzane. Attraverso questa organizzazione partecipativa, i membri volevano:
– Promuovere il fico Rif immettendo sul mercato un prodotto di alta qualità
– Partecipare alla riduzione del tasso di disoccupazione nella regione creando opportunità di lavoro
– Partecipare all’emancipazione delle donne del Rif affidando loro ruoli chiave nella gestione e nel funzionamento della cooperativa
– Rappresentare il settore agricolo marocchino su scala internazionale, garantendo al contempo la trasmissione di una buona immagine del Paese.
La cooperativa seleziona e confeziona anche prugne secche e uvetta, sempre della zona del Rif. Fin dalla sua creazione, la gestione della cooperativa è stata inserita in un processo di miglioramento continuo. Infatti, la produzione di fichi secchi nella cooperativa è aumentata da 4 tonnellate nelle prime stagioni a 30 tonnellate nel 2015. Questo aumento è spiegato da:
– Sforzi profusi nel controllo del processo: le fasi di produzione vengono identificate, controllate e il prodotto finito viene rilasciato nel rispetto dei requisiti normativi e di qualità interna.
– La ricerca di nuove attrezzature: la base del lavoro presso la cooperativa Jnane Rif rimane artigianale, tuttavia l’aumento del volume di produzione ha richiesto l’installazione di attrezzature moderne e pratiche che facilitino alcune fasi della produzione.
– Conquista di nuovi mercati: i prodotti della cooperativa vengono distribuiti a livello nazionale e internazionale attraverso fiere ed esposizioni, ma anche nella grande distribuzione organizzata nei punti vendita Marjane.
Oggi la cooperativa conta 16 soci (le donne – 9 – sono sempre in maggioranza) ed è impegnata in un progetto di ampliamento e ammodernamento delle sue infrastrutture. Questo progetto consentirà alla cooperativa di migliorare ulteriormente la propria capacità produttiva e di garantire il rispetto delle buone pratiche igieniche e di fabbricazione, in conformità con le normative vigenti. Grazie anche a un altro stabilimento, oggi la produzione arriva a 40 tonnellate/anno.


Noi abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il presidente, che ci ha fatto vedere i locali dove avviene la lavorazione e ci ha spiegato un po’ di cose. In questa zona storicamente c’è sempre stata produzione di fichi. C’è stato un periodo in cui ci si dedicava molto anche ai cedri, ma ora si sta tornando a coltivare prevalentemente la pianta di fico, che qui dà normalmente due raccolti ogni anno: a giugno e ad agosto.
La cooperativa si occupa della trasformazione: meno del 50% della produzione è interna, il resto viene dagli agricoltori della zona che fanno parte ormai di una filiera consolidata, con la certezza che i loro prodotti siano pagati equamente. I fichi vengono trattati in un essiccatore per 5 ore a 60°C. L’alimentazione elettrica è solare ibrida, il che consente di sfruttare quando possibile l’energia prodotta dal sole. Il prezzo dei fichi secchi, che sono il prodotto finito, negli anni è salito dai 10 dirham al chilo degli inizi agli attuali 60.
Qualche anno fa, in questa zona, si era diffusa molto la coltivazione di cannabis, che è un altro prodotto tradizionale del Rif, ma ora c’è più controllo da parte delle autorità e quindi il fenomeno si è un po’ ridimensionato. Il Marocco, sebbene non vi siano ovviamente cifre ufficiali, è considerato il maggior produttore di hashish del mondo e queste montagne sono, almeno dalla fine del XIX secolo, il territorio dedicato a questa produzione. Secondo alcune stime il kif, come viene chiamato qui, è coltivato da almeno 300-400 famiglie e dalla produzione trovano sostentamento in maniera più o meno diretta qualcosa come due milioni di persone. È uno dei modi in cui, storicamente, il popolo del Rif ha reagito all’indifferenza dello stato centrale sfruttando a proprio vantaggio l’isolamento e la scarsa presenza delle istituzioni. Il kif propriamente detto è una miscela di fiori, foglie e steli di cannabis mescolati con foglie del tabacco locale chiamato Taba. Il modo tradizionale di consumare cannabis in questa zona è fumare questo composto, ben essiccato e frantumato, con la tradizionale pipa, il Sebsi.

C’era anche il progetto di costruire una diga, creando un enorme invaso che avrebbe portato all’esproprio anche di alcuni terreni della cooperativa ma, a seguito di un’ondata di proteste popolari, il progetto è stato modificato diventando più piccolo e meno invasivo.
Dopo la visita allo stabilimento, abbiamo anche il pranzo presso la famiglia del presidente della cooperativa. Ci accolgono naturalmente con un tè di benvenuto, poi arrivano delle insalatine come antipasto e il tajine da condividere, mangiando tutti dallo stesso piatto con le mani. È la prima occasione per noi di condivisione in una situazione totalmente “casalinga”; dai Tazi eravamo comunque in famiglia, ma in una struttura predisposta per l’accoglienza e decisamente più “pettinata”. Io, nel mio ruolo di viaggiatore esperto di Marocco e di questo tipo di situazioni, ho spiegato alle ragazze che ci sono alcune regole di “galateo” da rispettare; le più importanti sono due: quando è possibile, bisognerebbe usare solo la mano destra, che è quella “pura”, quella di Dio, mentre la sinistra è considerata impura. Può essere un problema per i mancini… ma in realtà su questo con gli stranieri c’è molta tolleranza, le persone si rendono conto che chi non è abituato può sbagliare senza volerlo. Poi con la sinistra ci si può all’occorrenza aiutare, l’essenziale sarebbe usare solo la destra per portare il cibo (o il bicchiere) alla bocca. Forse più importante è prendere il cibo soltanto nello “spicchio” di piatto che ci si trova davanti, senza mettere la mano dall’altra parte del piatto perché questo è considerato un gesto piuttosto maleducato, un po’ come se si portasse via il cibo a un’altra persona. Il cibo si può prendere con la mano, ma ci si può anche aiutare prendendolo con un pezzo di pane aperto a mo’ di presina. Devo dire che le ragazze hanno imparato subito e sono bravissime, soprattutto non si fanno problemi della serie “no no che schifo io con le mani non ci mangio” come mi è capitato purtroppo con altri viaggiatori che ho incontrato, ma ovviamente non farò nomi né riferimenti precisi ad altri viaggi. Le donne della famiglia purtroppo non mangiano con noi, forse anche perché altrimenti non ci staremmo tutti intorno al tavolo. In ogni modo non è il caso di forzarle a fare qualcosa di diverso da quello che hanno pensato di fare.

Dopo pranzo il sole picchia forte, e dal momento che da Mokrisset dovremo fare circa un’ora di trekking per raggiungere il piccolissimo villaggio dove dormiremo, non è il caso di partire prima delle 17-17.30. Ci concediamo quindi, con il permesso della famiglia, un pisolino sui divani del salottino. Al risveglio, un altro tè per salutarci e fare ancora quattro chiacchiere con loro grazie a Toufik che ci fa da interprete. Il più curioso e quello che ha più voglia di giocare con noi è il piccolo Rayan, un bambino con la maglietta del Barcellona e un sorriso impertinente che porta lo stesso nome del bambino di 5 anni che, poco lontano da qui, è morto dopo essere caduto in un pozzo nel 2022. I soccorritori sono riusciti a tirarlo fuori dopo cinque giorni, ma aveva riportato ferite troppo gravi nella caduta. Tutto il paese ha pregato per lui e seguito le interminabili dirette tv, ma non c’è stato niente da fare. Una storia tragicamente simile a quella di Alfredino Rampi, il bambino di Vermicino per cui tutta l’Italia, compreso il presidente Pertini che si era recato sul posto, pianse nel giugno del 1981.

Toufik ci racconta anche la storia di un ragazzo marocchino, Brahim Saadoune, che dopo aver studiato ingegneria aeronautica a Kiev aveva preso la cittadinanza ucraina e si era arruolato nell’esercito ucraino. Dopo l’invasione russa, nel marzo 2022, è stato preso prigioniero e condannato a morte perché considerato un mercenario, ma successivamente è stato rilasciato grazie a uno scambio di prigionieri concordato con la mediazione dell’Arabia Saudita.

Ripartiamo verso Mokrisset, sulle note di Inas Inas, una vecchia canzone popolare marocchina che sta diventando la prima delle “hit” che faranno parte della colonna sonora di questo viaggio (il video è di Martina).
Stiamo cominciando a scoprire quali sono i gusti musicali di Mostafa, che ogni tanto ci concede di fare qualche “richiesta” ma in genere tiene ben saldo il controllo della programmazione. Per quanto abbiamo capito finora la musica marocchina non gli dispiace, ma solo a piccole dosi; probabilmente lo fa per accontentarci, perché lui preferisce decisamente Bob Marley, che peraltro ha capito che apprezziamo anche noi. Con un po’ di fantasia ce lo immaginiamo rasta, mentre ondeggia agitando i dreadlocks sul ritmo in levare della musica del vecchio Bob… diciamo che in generale, anche per banali questioni anagrafiche, ha una chiara predilezione per la musica anni ’70-’80. Purtroppo pare che gli piaccia anche Al Bano… forse è l’unico cantante italiano che conosce e anche in questo caso lo fa per far piacere a noi, ma dato che le nostre reazioni non sono entusiastiche eppure lui insiste, cominciamo a temere seriamente che piaccia a lui.

Arriviamo mentre il sole sta iniziando a calare, al momento giusto per intraprendere la salita. Ci aspetta un ragazzo della famiglia che ci ospiterà, che ci farà da guida perché il sentiero non è così facilmente individuabile.

Con qualche pausa, riusciamo abbastanza agevolmente a compiere l’impresa e raggiungiamo questo piccolo agglomerato di casette che si chiama Jnane, come la cooperativa dei fichi. Jnane significa giardino, ed è il nome giusto per un posto così. Anche qui l’accoglienza è calda, con il tè e tanto cibo: pane, msemmen, olive verdi e nere, formaggio di capra, olio e tahina (crema di sesamo). E questo è solo l’inizio…

Il padrone di casa è un signore molto gentile che parla un buon francese e fa di tutto per metterci a nostro agio. Probabilmente ci aspettavano un po’ prima, perché in effetti oggi era previsto un laboratorio di cucina dove avremmo dovuto provare noi a fare le msemmen, che sono un qualcosa tra le piadine e le crepes, ricavate da un impasto a base di farina, semola di grano duro, lievito, burro, sale e acqua. Adesso però è un po’ tardi, meglio rimandare tutto a domani mattina.
La serata passa comunque bene, chiacchierando di un po’ di tutto e ragionando sulle nostre differenze culturali e religiose, che ci sono ma non sono così grandi come sembra e soprattutto non sono un ostacolo, ma devono essere viste come una ricchezza. A un certo punto saltano fuori carrube in quantità, che ci vengono offerte a piene mani. Per noi è un cibo un po’ insolito, siamo abituati a pensare che si diano ai cavalli, ma in realtà il sapore del baccello, che si può mangiare fresco o secco, non è affatto male. C’è chi dice che ricorda un po’ il cioccolato, o il caramello. Bisogna solo stare attenti a scartare i semi. In realtà anche da noi le carrube sono usate anche per l’alimentazione umana e, sotto forma di farina, per preparare dolci, soprattutto in Sicilia. Io ricordo di aver visitato a Palermo il laboratorio artigianale di un famosissimo caramellaio che è noto soprattutto per le caramelle alla carruba. E sempre in Sicilia ho scoperto quello che ora ci racconta anche il nostro padrone di casa, e cioè come sono nati i carati. Il “carato” è un’unità di misura del peso, utilizzata soprattutto per le pietre preziose e i metalli preziosi, e deriva dal termine greco “kerátion” che significa proprio “carruba”. Questa denominazione deriva dall’antica pratica di utilizzare i semi del carrubo, per la loro massa ritenuta costante, come standard per pesare i materiali preziosi. Nel 1907, il carato metrico fu ufficialmente definito come 0,2 grammi, corrispondente al peso medio del seme di carruba.



È ora di andare a dormire, quindi ci fanno vedere le stanze che hanno preparato, una per le ragazze, una per me e una per Toufik e Mostafa. Le ragazze hanno a disposizione anche i divanetti, mentre io mi devo accontentare di tre o quattro tappeti uno sull’altro, ma non c’è problema, sono abituato. Anzi, questo viaggio sta diventando un test: se nonostante l’età e la schiena malandata riesco ancora ad arrivare alla fine senza danni, vuol dire che non va poi così male. Finora tutto bene, a parte qualche volta un po’ di indolenzimento la mattina appena alzato, ma passa subito. Le ragazze discutono se dato il caldo sia meglio dormire dentro o fuori nel cortile, e alla fine una di loro opta proprio per quest’ultima soluzione.
Martedì 12 agosto 2025
Al risveglio, cerco di sondare il terreno con le ragazze per sapere come è andata la prima notte senza un letto comodo e anche come è stato il primo approccio con i bagni delle case di montagna marocchine, che per come siamo abituati noi, ecco, non sono proprio comodissimi, mettiamola così. Sì, perché dovete sapere che, a parte dover condividere un solo bagno tra noi e con la famiglia (e conosco molte persone che inorridirebbero già qui, al solo pensiero), il bagno di queste case è generalmente un piccolo locale dove c’è solo un gabinetto alla turca e un rubinetto dal quale si attinge l’acqua; si riempie un secchio e ci si lava così. Niente doccia, niente lavandino e spesso niente specchio. Bisogna un po’ arrangiarsi, insomma. Ovviamente non è una sorpresa, in fase di prenotazione del viaggio ci è stato detto e ripetuto che serviva un po’ di spirito di adattamento. Però non vi nascondo che, ciò nonostante, un minimo di preoccupazione per come se la sarebbero vissuta loro, non conoscendole, ce l’avevo, anche perché negli ultimi anni mi è successo di avere qualche compagno/a di viaggio che quanto a capacità di adattarsi a queste situazioni… be’, insomma, avete capito: male male. E invece niente, sono proprio brave. La più sorridente di tutte è Martina, che ha dormito all’aperto sotto le stelle e forse ha fatto la scelta giusta; ma tutte mi rassicurano immediatamente, e così mi rassereno definitivamente anch’io. Mi sto trovando benissimo con loro ed ero già sufficientemente sicuro che problemi non ce ne sarebbero stati, ma ora ogni più piccolo dubbio è dissipato.



Colazione, e poi arriva il momento della… lezione di msemmen. Si parte dall’impasto, che come abbiamo detto è un impasto molto semplice, ma poi la sfida è riuscire a stenderlo come si deve, aggiungere un po’ d’olio quando serve e ripiegarlo con cura.

Ma forse è meglio vedere un video, risulterà tutto più chiaro. Quella che sentirete all’inizio è la voce “fuori campo” di Toufik.
Una volta piegata così, non c’è da fare altro che metterla a cuocere in padella: bastano pochi minuti, più o meno due minuti per ogni lato. Purtroppo noi dobbiamo andare via e non potremo assaggiare il risultato finale, ma le ragazze sono state anche qui tutte brave e precise, perciò sicuramente è andata bene.
Vi confesso che io qui, conoscendo la mia scarsissima abilità manuale e anche per guadagnare un po’ di tempo, non mi sono cimentato. Mi sono un po’ rifatto con qualcosa che era più alla mia portata, e cioè con l’uso della macina in pietra per sbucciare le fave, che serviranno poi per fare la zuppa. Eccomi qua al lavoro.
E insomma poi, sia pure un po’ a malincuore, dobbiamo andare via, anche se gli uomini di casa ci accompagneranno fin giù a Mokrisset, dove abbiamo lasciato il minivan.


Ci beviamo qualcosa di fresco e poi abbiamo l’occasione di tuffarci in un vero ruspante souk di montagna; nulla a che vedere con quelli, pur belli, che si possono vedere nella medina di Fes. Anche quelli sono veri, non sarebbe giusto dire che siano “solo” turistici però, soprattutto nelle vie più “trafficate”, c’è un po’ quella componente, ed è inevitabile che sia così. Non è per forza peggio, né per forza meglio, è semplicemente qualcosa di diverso. Qui i soli stranieri siamo noi, tant’è vero che alcuni ci salutano e molti ci guardano con curiosità. Una ragazza ci ha anche chiesto, in un ottimo inglese (è una studentessa), da dove veniamo, come mai siamo da queste parti e che giro abbiamo fatto in Marocco. Evidentemente non è cosa di tutti i giorni vedere viaggiatori stranieri che si aggirano tra queste bancarelle. Molte donne sono agghindate con i tradizionali cappelli di paglia berberi di queste parti, decorati con pompon colorati. Per loro il giorno di mercato è anche giorno di festa. Secondo la tradizione, le donne “single” dovrebbero portare cappelli molto decorati e colorati, mentre i cappelli di quelle sposate dovrebbero essere adornati solo da cordini e pompon neri, ma può succedere anche di vedere nero e colori insieme.


Finito il giro nel souk, salutiamo il nostro padrone di casa e suo figlio e siamo pronti a ripartire. Ci aspetta Chefchaouen, la mitica città blu di cui tutti abbiamo sentito parlare e che siamo curiosissimi di visitare, anche per scoprire quanto ancora c’è di autentico.
(TO BE CONTINUED…)
























