Sulla strada per Chefchaouen, cominciamo a notare una colonna di fumo nero che è visibile già a molti chilometri di distanza. Avvicinandoci capiamo che è troppo grande per essere qualcuno che sta bruciando delle sterpaglie; è chiaramente una vasta porzione di bosco che sta bruciando sulle colline intorno alla città, le fiamme sono distintamente visibili. Toufik ci racconta che, disponendo di pochi Canadair, il Marocco per incendi boschivi molto estesi ricorre spesso all’aiuto del Portogallo, con cui c’è una sorta di accordo in tal senso. Qui probabilmente sarà necessario, perché l’incendio è veramente grosso. A nessuno di noi era capitato di vederne uno così da vicino, è piuttosto impressionante.

Per il resto, la città è diversa da come me la immaginavo: sapendone poco e avendo visto solo qualche foto, mi immaginavo una piccola cittadina, come se fosse tutto centro storico con queste casette dipinte di blu e le persone vestite tutte in maniera tradizionale. La realtà è molto diversa da questa immagine un po’ ingenua, ovviamente. Oggi Chefchaouen è una città di più di 40.000 abitanti che ha anche una grande periferia, o comunque una parte moderna, anch’essa ancora tutta imbandierata per la festa del Trono del 30 luglio.
Il turismo di massa è arrivato da tempo, questo lo sapevo ma entrando in città non si può che averne una immediata conferma. Un tempo era una destinazione prevalentemente per viaggiatori “zaino in spalla”, attirati dal colore e dal kif, ma Chefchaouen si è rapidamente trasformata per accogliere anche i visitatori più esigenti, offrendo numerose strutture ricettive di alto livello, una cucina di qualità e la possibilità di praticare varie attività, prima di tutto le escursioni in montagna ma non solo, ci si può anche rilassare in varie spa e hammam.
Noi anche qui dormiremo in una struttura a gestione familiare e precisamente da Wafaa, che ha fatto splendidamente ristrutturare la grande casa di famiglia per accogliere i visitatori, ed è lei stessa una persona che ha un approccio caldamente accogliente ed empatico, ti fa sentire subito a casa. Bastano pochi minuti di chiacchiere, e la sua risata contagiosa ti ha già conquistato. Come tante persone da queste parti, parla uno spagnolo più che discreto, oltre al francese che è pur sempre la seconda lingua ufficiale del Marocco, anche in questa regione che nella prima metà del XX secolo, fino all’indipendenza, è stato protettorato spagnolo e non francese. Ma la lingua spagnola si addice di più al suo calore, e allora la usa volentieri per metterci a nostro agio non appena appreso che due di noi la parlano. Così possiamo parlare direttamente e non solo attraverso Toufik. I primi convenevoli sorseggiando l’immancabile tè di benvenuto ruotano piacevolmente intorno a tutto quello che culturalmente ci unisce come popoli del Mediterraneo, dal calore nelle relazioni al cibo alla musica, ma vengono presto interrotti dal piccolo Imran, il figlio di Wafaa, che reclama in maniera piuttosto evidente la sua giusta dose di attenzioni da parte della mamma. A dirla tutta, anche se noi cerchiamo di essere amichevoli, non risponde ai nostri sorrisi e ci guarda pure un po’ in cagnesco: ha tutta l’aria di vederci come pericolosi invasori venuti a portargli via una parte della sua casa e soprattutto la sua mamma. Probabilmente non si è ancora abituato a questa storia che arrivano degli estranei che parlano una lingua che non si capisce e la mamma si dedica un po’ anche a loro, o comunque non è una cosa che lui digerisce più di tanto.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Noi andiamo allora a sistemare le nostre cose nelle stanze e a riposarci un po’. Avremo la casa tutta per noi, perché Wafaa, pur avendo altre stanze, ha deciso per questi due giorni di nostra permanenza di non accettare altri ospiti.

Foto di Martina Anelli

Ci facciamo poi un primo giro nella medina, che serve anche a rendersi conto della quantità di gente che c’è, già dal traffico e dalle difficoltà per trovare un parcheggio. Siamo costretti a scendere e abbandonare il povero Mostafa, che dovrà trovare il modo di districarsi.

Foto di Martina Anelli

Caratterizzata da evidenti influenze arabo-andaluse, l’antica medina presenta un suggestivo panorama di tetti di tegole rosse, edifici di un colore blu luminoso e stretti vicoli che convergono nell’affollata piazza Uta el Hammam, dominata dalle mura rossicce della kasbah e dell’adiacente Grande Mosquée. È una medina piccola e facile da esplorare; deve essere piacevole passeggiare nelle sue viuzze tortuose, quando non sono così piene di persone come in questo momento. Il mix di lingue che si sente (per la prima volta ci capita di sentire anche parecchi italiani) e la densità di negozi di souvenir fa capire che siamo senza dubbio in uno dei posti più turistici del Marocco.

La Kasbah

Plaza Uta El Hammam

Foto di Martina Anelli

Nonostante tutto, la città è affascinante nella stupenda luce calda della golden hour, ma ci ripromettiamo di partire un po’ presto domani mattina quando dovremo fare il giro con la guida, nella speranza che nelle prime ore del mattino le vie siano meno affollate.

Eccoci qua…

Foto di Martina Anelli

Per cena Wafaa ci ha fatto un lussuoso tajine di manzo con prugne e mandorle. Ce lo gustiamo con calma cercando anche di strappare qualche sorriso a Imran, che sembra ancora diffidente, ed è difficile distoglierlo dai suoi supereroi; ha la collezione completa di quelli della DC Comics: Superman, Batman e Flash, molto più belli, grandi e snodabili di quelli che avevo io da bambino. C’è anche da dire che è passato qualche annetto… ma nonostante tutto ci guarda un po’ di più, e forse pian piano si sta aprendo una breccia nel suo muro di ostilità.

Nel frattempo, nel buio si vedono ancora brillare le fiamme dell’incendio, che ancora non sembra si riesca a spegnere. Speriamo che almeno domani la situazione migliori.

Quella di Wafaa è la vera colazione dei campioni: c’è ovviamente il classico pane arabo da accompagnare con olio, burro, formaggio, marmellata e olive, ma abbiamo anche una magnifica torta e degli invitanti ciambelloni. Immagazziniamo un po’ di calorie (come se in questi giorni ci fossero mancate) per prepararci alla visita guidata della città. Ci dispiace solo che Valeria non sta bene, ha problemi intestinali un po’ pesanti e quindi oggi preferisce rimanere a casa. Nel gruppo questi classici problemi “da viaggiatori” stanno iniziando purtroppo a farsi sentire, pare che solo io ne sia completamente immune: ho avuto un leggero raffreddore, ma nient’altro. In lontananza si vede ancora del fumo che si sta lentamente disperdendo; adesso pare davvero che l’incendio sia finalmente in via di risoluzione, anche grazie all’intervento di quattro Canadair, ma sono bruciati qualcosa come 500 ettari di bosco.

Foto di Martina Anelli

Un tempo Chefchaouen si chiamava Chaouen, che significa “vette”. All’epoca dell’occupazione spagnola la grafia cambiò in Xaouen e nel 1975 la città venne ribattezzata Chefchaouen, cioè la città che “guarda le vette”. Fu fondata nel 1471 da Moulay Alì Ben Rachid, che voleva assicurare alle tribù berbere del Rif una base da cui attaccare i portoghesi stanziati a Ceuta. La città prosperò e crebbe considerevolmente con un massiccio arrivo da Granada di profughi musulmani ed ebrei, in fuga dalle persecuzioni dei Re Cattolici di Spagna dopo la reconquista. Furono questi profughi a costruire le case imbiancate a calce che con i loro minuscoli balconi, i tetti di tegole e i patios, spesso caratterizzati da un albero di agrumi al centro, conferiscono alla città la sua impronta tipicamente spagnola. E sempre i profughi andalusi presero l’abitudine di mettere delle grosse chiavi sulle porte delle case, come simbolo della loro fede nel ritorno. È la stessa cosa che fanno i profughi palestinesi fin dal 1948; chi come me è stato in Palestina sa che sui cancelli dei campi profughi c’è una enorme chiave che ha proprio lo stesso significato: abbiamo ancora le chiavi delle nostre case e un giorno ci torneremo. Le porte di queste case raccontano molto della storia della città, come ci fa notare la nostra guida. Non solo le chiavi, ma anche le borchie che le decorano. Oggi sono solo decorative, ma in origine si usava mettere una borchia per ogni nuovo figlio che nasceva in famiglia. Inoltre, secondo le tradizioni che sono giunte fino a noi, chi stava all’interno riconosceva dal modo di bussare se alla porta c’era un uomo o una donna: se i colpi erano forti e decisi voleva dire che era un uomo, e quindi la donna non poteva andare ad aprire. Soltanto se i colpi erano leggeri e gentili, tipici di una donna, poteva essere una donna ad andare ad aprire.

Ma la grande domanda è: quando e perché Chefchaouen è diventata la città blu? Sul quando le fonti storiche sono abbastanza concordi: l’abitudine di dipingere le case di blu risale agli anni ’30 del XX secolo. Sul perché invece le teorie sono varie, nessuna delle quali è realmente provata. Secondo la prima le case imbiancate a calce con il sole erano accecanti, perciò si decise di rendere il colore più tenue mescolandolo con il blu dell’indaco, il pigmento naturale storicamente usato per ottenere questo colore. Secondo un’altra ipotesi la decisione fu presa perché il blu è il colore del cielo e la gente è contenta quando il cielo è blu, perciò fare tutto blu avrebbe reso tutti più felici. Un’altra storia che si racconta è che quando c’erano i matrimoni la casa della sposa veniva ridipinta di fresco di blu per renderla individuabile dagli invitati; il blu era cioè il colore della festa, e per fare in modo che ogni giorno fosse festa decisero di dipingere tutte le case di blu. La teoria più “scientifica” è che la vernice blu usata qui respinge gli insetti perché contiene magnesio e calcio.
Chefchaouen rimase isolata, al limite della xenofobia, fino al 1920, anno in cui venne occupata dalle truppe spagnole; prima di quella data, infatti, ai cristiani era proibito entrare in città, pena la morte. Probabilmente anche da questo deriva l’aura di mito che da sempre circonda la città. Al loro arrivo, gli spagnoli rimasero molto sorpresi nel sentire che gli ebrei della città parlavano ancora una variante del castigliano medievale. Dopo la guerra del Rif degli anni ’20 gli spagnoli vennero cacciati da Chefchaouen, facendovi però ben presto ritorno per restarci fino al 1956, l’anno dell’indipendenza del Marocco.

Foto di Martina Anelli

Anche il nostro giro guidato non può che iniziare da Plaza Uta El Hammam, con la sua grande moschea, fatta costruire nel XV secolo dal figlio del fondatore delle città, che si fa notare per la torre ottagonale. La nostra attenzione non può che essere continuamente catturata dagli infiniti scorci che la città offre, in tutte le possibili tonalità dell’azzurro e del blu. Non per niente Chefchaouen è considerato uno dei luoghi più “instagrammabili” del mondo. Vista così, la mattina, con le strade un po’ più tranquille, fa un altro effetto e la stiamo decisamente rivalutando.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli
Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

La guida ci porta poi alle cascate di Ras El Maa, pochi passi oltre la porta orientale della medina. Qui la gente viene a rinfrescarsi e a prendere un tè o una spremuta d’arancia nel frequentato caffè. In lontananza si vede sulla collina una moschea costruita dagli spagnoli nei primi anni del protettorato, ma poi abbandonata perché le persone del posto – ci racconta la guida – non ci andavano in segno di protesta contro i colonizzatori che l’avevano costruita. È rimasta in rovina per molti anni, anche dopo l’indipendenza, finché alcuni anni fa è stata restaurata e riaperta. Decidiamo che ci andremo questa sera per guardare dall’alto la città illuminata.

Terminato il giro con la guida, scegliamo un po’ a caso un ristorantino carino fuori dai percorsi più battuti, che sembra abbia anche delle buone recensioni. Io mi faccio tentare dalla pastilla di pollo, che è un piatto che non può mancare in ogni mio soggiorno marocchino. Si tratta di uno sformato preparato tradizionalmente con carne di piccione ma, dato che la carne di piccione è spesso difficile da trovare e molti non la mangiano volentieri, viene normalmente usata la carne di pollo, tagliata a pezzetti. Il sapore è una combinazione strana ma molto stuzzicante di dolce e di salato: una serie di strati di pasta sfoglia e di carni salate, cotte lentamente in brodo e spezie e poi triturate, più uno strato croccante di mandorle tostate e tritate, cannella e zucchero. Da provare.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

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La pastilla

Dopo pranzo (come sempre si pranza tardi e, va da sé, il pranzo finisce tardi) un po’ di shopping e poi ci ritiriamo nei nostri… appartamenti, cioè da Wafaa che ci aspetta per il laboratorio di cucina. Ci ha già detto che lei adora cucinare, e non vede l’ora di svelarci qualcuno dei suoi segreti. Prima però ci vuole una doccia, e magari anche un riposino.
Tornando a casa ritroviamo Valeria, che sta un po’ meglio anche se il problema è ancora lontano dall’essere risolto, e scopriamo che però nel frattempo ha fatto grandi progressi nel conquistare il cuoricino di Imran. Niente più occhiatacce, ormai almeno per lei è tutto sorrisi e carezze. Gioca quasi più volentieri con lei che con i suoi amati supereroi! La piccola breccia di ieri sera adesso è un varco spalancato, e possiamo provare a infilarci anche noi, anche se si capisce subito che è soprattutto per lei che c’è qualcosa di speciale; nonostante l’ostacolo della lingua è nato un amore.

Foto di Martina Anelli
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Foto di Martina Anelli

L’oggetto del nostro laboratorio di cucina è un grande classico marocchino: tajine di pollo allo zafferano con olive e limoni confit. Non vi riporterò qui la ricetta perché non sarei in grado, e poi… è un segreto. Vi dirò solo poche cose importanti. Il pollo deve essere marinato per almeno una notte con curcuma e altre spezie. Ovviamente lo zafferano è fondamentale, è un ingrediente “ricco” e prezioso che va dosato con cura, ma senza troppo risparmio. È importante anche “massaggiare” bene il pollo per ammorbidirlo prima della cottura. E poi ovviamente il tocco in più lo danno i limoni confit, che sono in realtà limoni sotto sale. Vengono chiamati confit, anche se la parola può trarre in inganno perché fa pensare che ci sia dello zucchero, che invece nella ricetta marocchina non c’è. Si preparano interi, cioè si tagliano dal lato verticale in 4 spicchi senza staccare il fondo, si riempiono di sale, si richiudono stringendo un pochino e poi si mettono in un vasetto, riempiendo di sale, pepe e altre spezie. Si aggiunge un po’ di acqua tiepida e si chiude ermeticamente. Il vasetto va riposto in un luogo fresco per minimo un mese e i limoni sono pronti. Praticamente avviene una fermentazione lattica.
Dimenticavo le cipolle: servono anche le cipolle tagliate a dadini, da far rosolare con aglio tritato. Io ho già detto a Wafaa che ho grande ammirazione per chi come lei pratica l’arte della cucina, ma non è proprio la mia arte, e per questo mi sento in grado di fare solo cose molto semplici. Lei mi ha accontentato dandomi il compito di mescolare bene le cipolle e metterle in pentola. È facile, sì, ma costa non poche lacrime…
Questa volta avremo la possibilità di gustare il piatto a cui abbiamo contribuito (io in minima parte) e vedere come è venuto, ma bisogna pazientare perché la cottura è molto lunga.
Nel frattempo, il nostro laboratorio continua con la preparazione del tè. Il tè? E che ci vuole? – direte voi – basta scaldare l’acqua e metterci la bustina… no, non è quel genere di tè. Il tè alla menta marocchino è tutt’altra cosa. È un rito di socialità che ha delle regole ben precise. Si serve rigorosamente solo in bicchieri di vetro, sollevando la teiera più in alto possibile per “ossigenare” il tè e fargli fare un po’ di schiuma. Si usa spesso riversare il primo bicchiere di nuovo nella teiera fino a tre volte, per far sciogliere meglio lo zucchero, che deve essere in abbondanza. Noi abbiamo “contrattato” una quantità un po’ più “europea” perché a vedere le dimensioni dei blocchi di zucchero un po’ ci si spaventa, ma il vero tè marocchino deve essere molto, molto zuccherato.
È tè verde, che non nasce in Marocco ma viene dalla Cina. Per prepararlo bisogna portare a ebollizione a fuoco medio, quindi lasciare le foglie in infusione per 3–5 minuti. Poi si toglie dal fuoco, si aggiunge lo zucchero e la menta fresca, si lascia in infusione 5 minuti mescolando ogni tanto per amalgamare gli ingredienti e prima di servirlo si rimette ancora sul fuoco 2 o 3 minuti per sciogliere bene lo zucchero.

Terminato il rituale del tè, ci prepariamo e usciamo per andare a Ras El Maa e salire alla moschea. Wafaa promette di raggiungerci più tardi con Imran.
La gente è tanta, per la maggior parte sono turisti marocchini. Per raggiungere la moschea ci vuole una mezz’oretta. Arrivati, ci sediamo fuori a gustarci il panorama, che è davvero suggestivo, mentre le persone arrivano per la preghiera della sera. Aspettiamo un po’ per capire se Wafaa davvero ci raggiungerà, ma si fa tardi e allora Toufik la chiama per dire che noi scendiamo e che con lei ci vedremo giù nella piazza.

Foto di Martina Anelli

Ci facciamo una bella passeggiata con lei e con Imran che trotterella felice dando la mano destra alla mamma e la sinistra alla “zia” Valeria. Per combinazione, ci capita anche di veder passare un corteo nuziale, con la sposa trasportata su una portantina, nascosta da tendine di tessuto bianco ricamato, preceduta e seguita dai musicisti che con tamburi e corni ne annunciano il passaggio. Ci lasciamo coinvolgere anche noi per qualche minuto in un bel clima di festa popolare.

Video di Martina Anelli

E poi si torna a casa, c’è la cena che ci aspetta con il “nostro” tajine che è venuto una favola: il pollo è tenerissimo e i tanti diversi sapori si combinano a meraviglia. Wafaa è veramente una cuoca super. Nel dopo cena con lei, Toufik e Mostafa non so come finiamo ancora una volta, come è già successo in questi giorni, a discutere sull’esistenza di Dio. Una cena così potrebbe essere una prova che esiste davvero, ma scherzi a parte l’argomento è impegnativo. Non siamo tutti d’accordo su tutto, ed è ovvio che sia così, ma è il confronto stesso che arricchisce.

Foto di Martina Anelli

La seconda, e ultima, colazione da Wafaa è anch’essa buonissima ma un po’ velata di malinconia. Ci dispiace dover andare via, ma questo tour dura solo una settimana e abbiamo ancora tanto da vedere e da fare. Toufik arriva più tardi con una faccia che è tutto un programma e ci racconta che stanotte anche lui è stato male, ma di stomaco. A questo punto pare che solo io e quella vecchia roccia di Mostafa resistiamo senza aver, in un modo o nell’altro, pagato pegno.
Anche Imran ha capito che siamo ai saluti ed è inconsolabile. Continua incessantemente a ripetere a Valeria con voce lamentosa la stessa frase. Wafaa ci spiega che sta dicendo “Non andare, non lasciarmi”… come si fa a non intenerirsi? Certo che – ridiamo tra noi – in due giorni ha cambiato completamente atteggiamento, ed è nato un grande amore. Speriamo che lo dimentichi presto, se no povera Wafaa…
Siamo così presi dagli abbracci che Mostafa ci richiama all’ordine e, solo saliti sul minivan, ci rendiamo conto che non abbiamo fatto una foto tutti insieme. È un peccato, ma foto ne abbiamo e il ricordo ci resterà comunque indelebile. Ora però dobbiamo proprio andare, ci aspetta Tetouan con la sua medina patrimonio mondiale UNESCO e poi un nuovo tuffo nella vita di campagna marocchina: staremo da una famiglia che vive in un piccolo villaggio isolato sulle colline.

(TO BE CONTINUED…)