Giovedì 14 agosto 2025

Dopo aver salutato Chefchaouen, Wafaa e Imran eccoci di nuovo on the road per percorrere i circa 60 km che separano Chefchaouen da Tetouan.

Stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, che le passioni musicali di Mostafa, il nostro driver a cui vogliamo già bene, sono molteplici. Non c’è solo il reggae di Bob Marley, ci sono almeno altri due filoni che segue nelle sue scorribande nel passato: la disco dance anni ’70 (Bee Gees, Gloria Gaynor, Boney M…) e gli chansonnier francesi dello stesso periodo (alla Charles Aznavour, per intenderci). Tra le perle che ci ha regalato di quest’ultima categoria ce n’è una, in particolare, che ci è rimasta molto impressa, forse perché l’abbiamo sentita svariate volte: Et si tu n’existais pas di Joe Dassin. La faccio sentire anche a voi, così se qualcuno non avesse molto chiaro il genere capisce di che si tratta.

https://music.youtube.com/watch?v=0fYr5vh3wXI

E così, dopo averlo immaginato rasta, ora ce lo vediamo in una discoteca di Parigi (sappiamo che ha vissuto lì in quegli anni) con i pantaloni a zampa d’elefante, la camicia aperta e una testa di capelli afro, mentre si scatena al ritmo della disco, pronto però a illanguidirsi sulle note di una canzone romantica… un duro dal cuore tenero, insomma. Con quel fisicaccio che si ritrova, deve essere stato un tombeur de femmes non da poco…
Ma ritornando al giorno d’oggi, ecco Tetouan, una città di 320.000 abitanti che si trova in una posizione spettacolare ai piedi dei monti del Rif e a pochi chilometri dal mare. Dal 1912 al 1956, anno dell’indipendenza, è stata la capitale del protettorato spagnolo. Questo ruolo e i lunghi rapporti con l’Andalusia hanno lasciato ampie tracce nella città, dandole una particolare impronta ispano-moresca, come si può notare nella parte spagnola chiamata Ensanche (“estensione”), dove gli edifici imbiancati a calce e gli ampi viali sono stati recentemente riportati al loro originario splendore. Inoltre l’antica medina, che non sembra essere cambiata molto nel corso dei secoli, è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 1997.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Gran parte della storia di Tetouan si identifica con il lungo rapporto con la Spagna. A partire dall’VIII secolo questa zona costituì il principale punto di contatto tra il Marocco e l’Andalusia. Nel XIV secolo i merenidi fondarono Tetouan per controllare le tribù ribelli del Rif e per attaccare Ceuta, ma nel 1399 la città venne distrutta dalle truppe di Enrico III di Castiglia. Dopo la Reconquista cristiana della penisola iberica, portata a termine con la caduta di Granada nel 1492, Tetouan fu ricostruita dai profughi giunti dall’Andalusia e prosperò in parte grazie ai mestieri introdotti dai nuovi arrivati e in parte grazie al lucroso esercizio della pirateria.
Nel XVII secolo Moulay Ismail fece costruire le mura difensive e i legami con la Spagna furono rinsaldati e incrementati. Nel 1860 gli spagnoli occuparono la città ma due anni più tardi, quando i marocchini ne ripresero possesso, tutte le tracce di influenza europea furono rimosse. Dopo un’altra breve occupazione durata tre anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, nel 1912 gli spagnoli fecero di Tetouan la capitale del protettorato fino al 1956.
Noi, per visitare la città, avremo a disposizione una guida locale che si presenta subito come un personaggio simpatico e dalla battuta pronta, anche se a tratti diventa un po’ pesante nel ripetere più volte le stesse cose nell’ansia di accertarsi che tutti abbiano capito. Toufik ha passato una nottataccia e oggi non sta bene, perciò gli concediamo volentieri un po’ di riposo. Il giro guidato lo faremo senza di lui, tanto la guida ci ha fatto subito capire che parla un ottimo spagnolo (e non c’è da meravigliarsi, in una città che ha la storia che abbiamo visto) e io non ho problemi a tradurre quando è necessario.
Si parte dal parco Feddan, che a Tetouan è noto anche come “Parco degli innamorati”. All’epoca del protettorato il Feddan era quella che oggi è Place Hassan II, ma quello spazio fu rinnovato dopo l’indipendenza per far spazio a quello che doveva diventare il nuovo Palazzo Reale, riunendo in un unico complesso il palazzo del Governo e il consolato spagnolo. E così il nuovo Feddan è rinato, per volontà dell’attuale re Mohammed VI, qui in quest’altra piazza che confina con la Medina.

Foto di Martina Anelli

Passeggiamo per l’Ensanche, tra edifici coloniali spagnoli di un bianco vivo. Con la guida si chiacchiera di argomenti vari; non può mancare un riferimento al calcio, che i marocchini amano almeno quanto noi, a maggior ragione dopo i recenti successi della nazionale e di alcuni giocatori marocchini, su tutti Hakimi che, dopo aver giocato nell’Inter, ha vinto la Champions League con il Paris Saint Germain battendo proprio la sua ex squadra. Non per niente i negozi pullulano di maglie del Marocco e del PSG con il suo nome. Sapendo che sono di Milano il nostro nuovo amico mi chiede se tifo Inter o Milan (lui dice AC Milan, come dicono all’estero). La mia pronta risposta “AC Milan, por supuesto! Inter mierda!” suscita le risate delle ragazze. “Quando si parla delle cose veramente importanti è bene parlare chiaro, senza tanti giri di parole” spiego, mentre loro continuano a ridere senza pronunciarsi sul merito della questione.

Foto di Martina Anelli

E si arriva alla medina, circondata da mura su tre lati e dotata di sette porte, che racchiude 36 edifici sacri tra moschee e santuari. Qui ci si trova nel mezzo delle immagini e dei suoni della vita tradizionale. Non è un’esperienza sensoriale paragonabile alla medina di Fes, anche per grandezza, ma si possono vedere gli artigiani che lavorano l’oro nel quartiere dei gioiellieri, i mercanti di sete che propongono i loro tessuti colorati e i panettieri indaffarati nei forni pubblici.

La moschea della Kasbah, costruita alla fine del XV secolo dal fondatore della città Alì Al Mandari

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Alla fine del giro ci fermiamo alle bancarelle della frutta a comprare delle banane per una pausa pranzo leggera, in attesa che Mostafa ci venga a prendere col minivan per ripartire verso la nostra nuova destinazione: il piccolo villaggio di Ait Moulatem, sulle colline a 20 km dalla città.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

La distanza non è molta ma il salto si sente, anche a livello climatico: la temperatura è decisamente più fresca e il vento molto forte. Anche qui saremo ospiti di una famiglia che vive quassù, tra capre, galline e un vitellino che sembra nato da poco. L’accoglienza anche qui è calda, ma facciamo fatica a farci capire perché nessuno parla né francese né spagnolo e Toufik ancora non sta benissimo. I bambini, che sono tanti, ci guardano con un misto di curiosità e timidezza. Visti dal loro punto di vista, siamo sicuramente dei personaggi strani. Rispetto al villaggio di Jnane, qui non c’è nemmeno l’acqua corrente. Nel cortile c’è una cisterna in plastica da 1000 litri, ed è da lì che si attinge l’acqua.

Abbiamo l’opportunità di veder sfornare il pane dal forno tradizionale che c’è nel cortile e poi cerchiamo di dare una mano a fare i biscotti. Per farli usano una macchinetta manuale a manovella che trafila la pasta; si taglia quando il biscotto ha la lunghezza giusta, si inforna e il gioco è fatto. Domani li mangeremo a colazione.

Foto di Martina Anelli

Eccomi impegnato con la macchina dei biscotti

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Prendiamo poi il tè con la famiglia insieme a Mostafa e a Toufik, che si è finalmente ripreso. Con noi c’è anche una signora anziana, la nonna dei bambini, che però – scopriamo – non abita qui, e quindi non si fermerà per cena. Prima di cena, però, c’è il tempo per una passeggiata e allora andiamo a trovarla nella casa dove vive con la famiglia della figlia più giovane. A sentir lei, non sa esattamente quanti anni ha ma sono almeno 70; ha fatto 14 figli di cui 10 sono sopravvissuti. È evidentemente contenta di avere tanta gente intorno: parla tanto, scherza con la figlia e con i ragazzi con una vitalità e una gioia di vivere davvero coinvolgenti.

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli
Foto di Martina Anelli

Si torna a casa perché c’è ancora da preparare la cena; a noi tocca infilare i bocconcini di tacchino sugli spiedini, che poi verranno cotti sulla griglia nel cortile.

Quest’anno – ci racconta il capo famiglia – c’è poco miele perché c’è stata una malattia delle api; il miele di queste parti comunque costa sempre molto perché se ne produce poco: si vende anche a 70 euro al chilo. È una delle cose che aiutano ad andare avanti le piccole attività agricole come questa perché, in generale, il governo finanzia quasi solo le aziende grandi. Ora la situazione sta un po’ cambiando ma è un cambiamento troppo lento. Il governo attuale, guidato da Aziz Akhannouch del partito RNI (Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti), non è molto popolare ed è anzi criticato dalla maggior parte delle persone.
La conversazione è piacevole ma ora si è fatto tardi, è ora di andare a dormire. Domani mattina, dopo colazione, partiremo per Tangeri, che sarà l’ultima tappa di questo viaggio così ricco di suggestioni.

(TO BE CONTINUED…)