Lasciata la casa sulle colline sopra Tetouan, siamo ormai all’ultima tappa del viaggio: Tangeri, città che è il punto d’incontro di due continenti, di due mari e di due mondi, da sempre crocevia di culture, lingue e religioni, nonché culla della beat generation e luogo di infinite altre storie.
Tangeri è il risultato di mille elementi diversi, tra cui le tribù berbere, gli imperi coloniali europei, una posizione estremamente strategica, un porto sempre animatissimo e – negli ultimi anni – anche il turismo di massa. Questa straordinaria commistione ha permeato la città di una strana atmosfera simile a un miraggio, riempendola di affascinanti stranezze. Per i viaggiatori europei Tangeri è stata per molto tempo una sorta di luogo altro, un rifugio in cui sottrarsi alle convenzioni e concedersi una maggiore libertà. È la città che ha attratto i fondatori della beat generation, che ispirò Paul Bowles e William Burroughs a scrivere i loro romanzi più tormentati e che ha visto un lungo susseguirsi di personaggi, dai Rolling Stones a Malcolm Forbes. Sebbene questo vivace ambiente culturale sia scomparso da un pezzo, l’aura in qualche modo rimane. Nel contempo, il milione di abitanti di Tangeri si affaccia sull’Europa, dove in molti (non solo originari di qui) desiderano andare ma non possono; vorrebbero lasciarsi definitivamente alle spalle l’”entroterra”, termine utilizzato dalla gente del posto per indicare il resto del Marocco.
Per noi, in città, il primo punto di riferimento, e il primo appuntamento, è quello con l’associazione Darna, la cui casa comunitaria si trova a due passi dal Grand Socco. A Tangeri non si può non passare dal Grand Socco, una grande piazza circondata da palme con una fontana centrale. La piazza circolare acciottolata un tempo ospitava un grande mercato (infatti Socco deriva da una storpiatura “spagnoleggiante” di souk) ed è il punto in cui le vie moderne si restringono incuneandosi nel passato per entrare nella medina.

Il Grand Socco – Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Fondata nel centro della città nel giugno 1995, DARNA è stata creata con l’obiettivo di soddisfare le esigenze di bambini, giovani e donne esclusi dalla società. I centri che gestisce sono veri e propri luoghi aperti e frequentati durante tutto l’anno, simboli di uno spazio in cui il senso di collaborazione e condivisione è incoraggiato ed essenziale.
Lo staff di DARNA è composto da assistenti sociali, educatori e volontari. DARNA fa affidamento su finanziamenti privati nazionali e internazionali, donazioni private regolari e vendite di prodotti realizzati nei diversi laboratori di apprendimento. Il centro di accoglienza femminile è un luogo di accoglienza per tutte le donne in difficoltà che desiderano imparare a scrivere, leggere o accedere a una formazione che garantisca una minima autonomia finanziaria. Molte di loro sono ragazze madri, che lavorano insieme alle altre e sono ospitate in una casa famiglia.
La missione dell’Associazione Darna è di servire l’interesse generale, di ascoltare i bambini, le mamme, le famiglie e di essere empatici con queste persone spesso scontente perché mettono in difficoltà la società (violenza, droga, ecc.) venendo poi abbandonate e disprezzate. In arabo, DARNA significa “La nostra casa” e questo nome riflette i valori dell’associazione.

Noi abbiamo visitato la casa comunitaria delle donne, dove l’associazione ha allestito un negozio con l’esposizione permanente e vendita delle produzioni dei laboratori femminili, oltre ad un ristorante con sala da pranzo e patio con 50 posti. Ma in città c’è anche lo spazio Giovani, un luogo in cui il bambino è accolto e accompagnato in modo che si appropri di spazi e mezzi per esprimersi. I giovani vengono accolti fuori orario scolastico, accompagnati per i compiti, e supportati a sviluppare un progetto di vita, offrendo loro una seconda possibilità, con opzioni per la formazione professionale e civile. Inoltre Darna ha anche creato un “paradiso di pace” per bambini e scuole locali, una fattoria didattica per sensibilizzare i giovani di città sulla vita in fattoria.
Nel 2008 è stato inaugurato anche il centro “Haja Habiba Amor”, con una capacità di 100 posti letto, che dà ospitalità a giovani studentesse che vengono a Tangeri per continuare i loro studi o apprendere un mestiere. L’obiettivo principale di questa struttura è di motivare queste giovani ragazze provenienti da ambienti rurali o svantaggiati, meritevoli e disposte ad emanciparsi attraverso il lavoro e l’indipendenza economica; è un modo per incoraggiarle a continuare i loro studi offrendo loro un ambiente dignitoso, sicuro e amichevole.
Nella casa comunitaria delle donne, prima di un po’ di shopping solidale nel negozio, abbiamo potuto vedere lavorare al telaio una delle esperte tessitrici che insegnano alle ragazze questo antico mestiere, che qui viene svolto ancora in maniera totalmente artigianale.

I laboratori sono di tessitura, tradizionale e moderna, di ricamo e restauro. Poi ci sono corsi di alfabetizzazione in arabo e in francese, di alfabetizzazione giuridica, educazione non formale, sensibilizzazione ai diritti, ma anche animazione: Yoga, karate, pittura…
Nel negozio campeggia il ritratto di quella che viene considerata idealmente una figura di riferimento, tra le prime a battersi per l’emancipazione delle donne marocchine. È Lalla Aicha, la sorella del re Hassan II, che il 9 aprile del 1947 tenne in città un famoso discorso in cui riconobbe il ruolo delle donne nella resistenza marocchina. Questo serve a ricordare che la lotta di oggi per l’emancipazione della donna non è nata oggi e non è qualcosa di copiato dall’Occidente, ma qualcosa che affonda le radici nella memoria della lotta per l’indipendenza, dove le donne sono state parte fondamentale del movimento.

https://associationdarna.ma

Darna è stata per noi anche il luogo dell’ultimo pranzo marocchino, che non poteva che essere a base di couscous, e con dei magnifici dolci marocchini per accompagnare il caffè.

Poi inizia la visita di Tangeri con a farci da guida Abdou, che già nel suo look un po’ hippy è perfettamente tangerino.

È lui a raccontarci la storia della città, che è un tormentato susseguirsi di invasioni straniere dovute sempre alla sua posizione strategica. Nell’antichità la regione fu colonizzata dai greci e dai fenici (che portarono con sé il tradizionale abito marocchino con cappuccio conosciuto come jellaba), i quali ne fecero una base commerciale che battezzarono Tingis, in onore della dea Tinga, compagna di Ercole che con la sua proverbiale forza separò l’Europa dall’Africa formando lo stretto di Gibilterra (Colonne d’Ercole). Fu capitale della provincia romana della Mauretania Tingitana, prima di essere presa d’assalto nel 429 dai vandali provenienti dalla Spagna, seguiti prima dai bizantini e poi dagli arabi, che la invasero nel 705 affermando la loro supremazia sulle tribù berbere. Il controllo di Tangeri passò da una dinastia araba all’altra fino al 1149, anno in cui la città passò sotto il dominio degli almohadi.
I portoghesi conquistarono Tangeri al secondo tentativo nel 1471, praticamente solo per consegnarla agli inglesi due secoli più tardi. Nel 1679 i marocchini ripresero il controllo della città sotto la guida del sultano Moulay Ismail e ne rimasero in possesso fino alla metà del XIX secolo, quando l’Africa settentrionale suscitò le mire espansionistiche delle potenze europee.
È allora che inizia la storia moderna di Tangeri. Mentre il resto del Marocco venne spartito tra la Francia e la Spagna, Tangeri venne dichiarata “zona internazionale” e divisa in diversi settori. Nominalmente governata dal sultano, era in realtà controllata dai diplomatici residenti di Francia, Spagna, Gran Bretagna, Portogallo, Svezia, Olanda, Belgio, Italia e Stati Uniti. Circolavano nove monete diverse, ragion per cui la città era piena di uffici di cambio e cambiavalute improvvisati che lavoravano su piccoli tavolini per strada o nei parchi. Si praticavano tutte le religioni, e nell’ambito dell’Islam erano presenti tutte le diverse confraternite (Sufi, Issawa, Gnawa, Darqawa…). Questa strana situazione durò dal 1912 fino a poco dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1956, quando la città si riunì al resto del paese.
Durante il periodo dell’Interzona a Tangeri si riversarono moltissimi stranieri, che giunsero a costituire la metà della popolazione. In questo periodo si affermò una cultura estremamente permissiva, che attirò persone di ogni genere: protagonisti del jet set internazionale, artisti e scrittori di talento, speculatori finanziari, drogati, spie, esiliati, dandy. Tutto ciò, se da un lato diede notorietà alla città come luogo mitico degli scrittori della beat generation (Paul Bowles che ci visse per più di 50 anni fino alla morte, ma anche William Burroughs, Allen Ginsberg e altri), dall’altro contribuì a conferirle una pessima reputazione.
Nel 1947, due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il re del Marocco venne a Tangeri in visita al sultano, che era suo cugino, e tenne un famoso discorso in cui disse che i marocchini, avendo aiutato la Francia a vincere la guerra contribuendo alla liberazione del nordafrica e della Sicilia, si aspettavano ora l’indipendenza. Il governo francese non la prese bene e iniziò a considerarlo pericoloso, finché venne mandato in esilio in Madagascar, da cui sarebbe tornato solo nel novembre 1955.
Dopo la fine dell’Interzona, Tangeri conobbe un lungo periodo di declino, durante il quale si perse il vivace panorama culturale e rimase solo la criminalità che ruotava intorno al porto. Nel 1999 la rinascita con il nuovo re Mohammed VI che decide di patrocinare un imponente progetto di sviluppo turistico per il Marocco settentrionale, con Tangeri come centro. Viene trasferito il porto mercantile per far spazio a yacht e navi da crociera, vengono ristrutturati gli hotel tradizionali e inaugurati i primi riad nello stile di Marrakech.
Tutta questa storia si può vedere ora nel museo della Kasbah, ospitato nel palazzo dove viveva il sultano (e dove vissero anche i governatori portoghesi e britannici). Il museo prende in esame la storia di Tangeri e dintorni dalla preistoria al XIX secolo nelle sue sale disposte intorno al cortile centrale, accanto al quale si trova l’esotico giardino del sultano.

Tra i personaggi più interessanti sicuramente Muḥammad ibn Abd el-Krīm el-Khaṭṭābī (Ajdir, 1882 – Il Cairo 1963) che è stato un condottiero e rivoluzionario berbero, capo della tribù degli Ait Ouriaghel, insorto contro il predominio coloniale spagnolo e francese nella regione del Rif. Le sue tattiche di guerriglia esercitarono un’influenza notevole sulle future figure di rivoluzionari quali Ho Chi Minh, Mao Zedong e Che Guevara, tant’è vero che è chiamato anche “il Che Guevara del Rif”.

C’è anche uno spazio dedicato all’arte contemporanea, dove abbiamo potuto vedere un’interessante mostra di artisti contemporanei africani.

Ma abbiamo potuto vedere anche quel piccolo gioiello nascosto che è il Donkey Museum, di cui il nostro Abdou è il fondatore. Se pensavate che l’animale simbolo del Marocco potesse essere il cammello (in realtà quelli che vivono in Marocco sono dromedari) o la capra, siete fuori strada. Il vero animale simbolo non può essere che lui, l’asino, che da sempre sulle montagne, ma anche nelle città, ha rappresentato un fondamentale mezzo di trasporto, ma anche un aiuto nelle fatiche quotidiane e un amico fedele. Da qui l’idea di dedicargli un museo dove è assoluto protagonista di foto, dipinti, sculture, disegni, vecchie cartoline, libri, manifesti di film, riviste e chi più ne ha più ne metta, con un terrazzo su cui campeggia un murale ovviamente “a tema”.

Ci sono anche in vendita un po’ di prodotti cosmetici derivati dal latte di asina, e del resto perché no? Se è vero che Cleopatra ci faceva il bagno… ad esempio, ci sono saponi e doccia schiuma a base di latte di asina e olio di argan. Abdou spiega che l’idea nasce dalla necessità: in Marocco negli ultimi anni sono nate tantissime cooperative che lavorano l’argan, ma oggi la materia prima non è più sufficiente per tutte perché piove molto meno; abbiamo già parlato di come il cambiamento climatico stia influenzando la vita dei marocchini, ed ecco un altro caso esemplare.

Facebook Donkey Museum

Questo monumentale Ficus Elastica (albero della gomma) è uno dei landmark del paesaggio tangerino

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

Foto di Martina Anelli

A Tangeri è facile imbattersi nelle opere di Punksy (il nome è sicuramente un omaggio al più famoso Banksy), uno street artist locale che si concentra soprattutto su quadri e contatori elettrici. Dopo aver preso una volta la scossa da bambino, ha deciso che la sua missione sarebbe stata trasformare l’elettricità in colore e fantasia.

Nel salutarci, Abdou ci consiglia di andare a Cap Spartel, 14 km a ovest di Tangeri, al termine di un promontorio ricoperto di pini, per vedere il tramonto nel punto esatto dove si congiungono l’Atlantico e il Mar Mediterraneo.
L’idea ci è sembrata buona, ma c’è il traffico caotico di Tangeri a mettersi di mezzo. Forse bisognava partire un po’ prima, ma chi se la immaginava una cosa così? Ci abbiamo messo almeno mezz’ora (e non sto scherzando, mezz’ora davvero) solo a uscire dal parcheggio! Ed era solo l’inizio, perché poi il traffico è stato infernale anche fuori città, per tutto il tragitto. Per ingannare la noia abbiamo chiesto a Mostafa di mettere Staying Alive e altri pezzi disco sui quali ballare da seduti con lui e goderci il momento, dato che domani lo dovremo salutare.
Siamo arrivati ben dopo il tramonto, ma comunque in tempo per una foto davanti ai cartelli che indicano i due mari (anche per questo la fila da fare non è poca).

Si ritorna in città, sempre a passo d’uomo, attraversando un esclusivo quartiere residenziale con ville grandiose. Probabilmente anche Mostafa non ne può più di guidare in quel traffico ed è andato in tilt, perché ci continua a riproporre a loop Louis Armstrong in What a wonderful world… è un capolavoro, certo, e un grande classico, ma 5 o 6 volte di seguito è troppo!
È ormai sera tardi quando siamo di nuovo nel centro di Tangeri, alla ricerca di un ristorante che si chiama Bachir, consigliato anche questo dal nostro amico Abdou. Ci vuole il suo tempo per individuarlo e per trovare parcheggio, ma alla fine ne vale la pena. È un posto con un’anima popolare, con due grandi sale sui due lati della strada e altri tavoli all’aperto, dove i turisti si mescolano alla gente del posto. Il suo piatto forte si chiama (chissà perché) Rigamonte, ed è un ottimo stufato di pesce al sugo di pomodoro. Da provare.
Per noi è l’ultima serata, e anche se c’è un po’ di tristezza perché il viaggio è finito Tangeri è sicuramente il posto giusto dove finirlo, guardando il mare, con il Marocco, che abbiamo almeno in parte attraversato, alle spalle e l’Europa oltre lo Stretto, in una città che il suo un fascino un po’ retrò non lo ha perso, che non è Africa, non è Europa ma è qualcosa di unico, dove ad ogni passo ti sembra di essere in un film e dove ti viene da pensare che anche tu, se ci rimanessi un po’, potresti scrivere un romanzo decadente o una poesia beat.
Potrei ancora raccontare una mattina passata tra un ultimo giro nella medina e un bagnetto su una spiaggia non lontano da Cap Spartel, ma mi sembra meglio chiuderla così. È stato un viaggio che ci ha dato molto, a me che il Marocco lo conoscevo già piuttosto bene e alle mie compagne di viaggio che lo hanno scoperto così. Ne abbiamo visto lati molto diversi tra loro, dalla vibrante medina di Fes alle stradine blu di Chefchaouen piene di turisti, alle casette sperdute tra le montagne dove abbiamo trovato una semplicità e un’umanità che credevamo perse nelle foto in bianco e nero delle campagne italiane degli anni ’50 e che invece resistono anche all’era digitale. Questa è la magia del Marocco; puoi anche starne lontano per tanto tempo, ma quando ci torni ti ritorna a conquistare.

Shukran dal profondo del mio cuore marocchino a ViaggieMiraggi, alla cooperativa Asdikae Bila Houdoud e soprattutto al nostro insostituibile Toufik, al nostro super Disco Driver Mostafa, a tutte le famiglie che ci hanno ospitato, a Martina, Martina “Molly” da Bologna e Valeria, le migliori compagne di viaggio che mi potessero capitare ❤