Lampedusa: due ore di volo da Milano e sei già proiettato nel punto più a sud d’Italia e per poco non d’Europa (c’è un’isoletta greca a sud di Creta che si chiama Gozzo, 150 abitanti, ed è più a sud). Comunque siamo più a sud di Tunisi; la costa tunisina, che dista solo 100 km o poco più, è più vicina della Sicilia, che è a 200 km. A 300 km c’è la Libia: anche questa non è una distanza impossibile, lo sappiamo bene. O meglio, è una distanza breve se voli sull’acqua a bordo di un veloce aliscafo, ma è un viaggio che può diventare spaventosamente eterno se sei su un barcone scassato che imbarca acqua e va alla deriva dopo aver perso il motore. Qui c’è la porta d’Europa, ma è una porta che da anni è sbarrata. Il Mediterraneo centrale è la rotta migratoria più letale al mondo, nelle sue acque almeno 25.000 persone hanno perso la vita dopo quel tragico 3 ottobre 2013 che viene ricordato ancora oggi come il giorno della strage del mare che sembrava aver risvegliato le coscienze: 368 morti. Ma il risveglio è durato ben poco.
Noi siamo qui, in questo ottobre di 12 anni dopo, per ricordare quel 3 ottobre, per riflettere e per cercare di capire qual è la situazione di oggi. Il viaggio è organizzato da Radio Popolare con ViaggieMiraggi; il gruppo, composto da 14 persone, è guidato da Andrea Cegna, giornalista freelance per testate come Il Manifesto, il Domani e il Fatto Quotidiano, Radio Onda d’Urto, la stessa Radio Popolare dove attualmente conduce un programma intitolato No manches guey – Un viaggio musicale dentro le culture latinoamericane, culture che conosce molto bene. È un grande esperto di America Latina, ma anche DJ, ma anche organizzatore di concerti, “lavoratore dello spettacolo” come ama dire lui; e, incidentalmente, anche coautore del mio primo (e probabilmente unico) libro “L’Argentina non si vende – Paesaggi e resistenze al tempo di Milei”, nato dal nostro precedente viaggio in Argentina di un anno e mezzo fa. È lui che si è inventato anche questo viaggio a Lampedusa, una novità assoluta nel panorama ormai vasto dei viaggi targati Radio Popolare. Con noi, a rappresentare ViaggieMiraggi e a guidare il secondo dei due scassatissimi pullmini con cui gireremo l’isola in questi tre giorni (il primo lo guida lo stesso Andrea), c’è Giulio, un altro mio amico ormai di vecchia data. Si ricompone dopo 7 anni il trio del viaggio in Chiapas con il quale ho conosciuto Andrea, sicuramente uno dei più belli della mia vita. E quindi, insomma, le premesse per qualcosa di molto interessante ci sono tutte. Ci farà sicuramente anche un po’ male, perché in un luogo come questo chi è come noi non può non sentire anche un po’ sulla propria pelle il peso dell’ingiustizia e della sofferenza di tanti esseri umani. Ma penso che torneremo arricchiti. E allora fine della premessa, cominciamo a raccontare il viaggio.

Essendo arrivati nel tardo pomeriggio, abbiamo avuto giusto il tempo di sistemarci al Camping della Roccia che ci ospiterà per queste tre notti, di conoscere Andrea, la signora inglese (ma lampedusana d’adozione) che lo gestisce e di prendere un minimo di confidenza con i panorami e il clima dell’isola, che senza dubbio è molto diverso da quello di Milano, ed ecco che è già tempo di uscire per andare al primo appuntamento, che è quello con Giusi Nicolini, ex sindaca PD di Lampedusa (e di Linosa, l’altra isola vicina che fa parte dello stesso comune) dal 2012 al 2017. In quegli anni era diventata un personaggio noto, quando l’isola era salita suo malgrado agli onori delle cronache per la pressione migratoria e per vari naufragi. Denunciando le carenze strutturali nei meccanismi di gestione dei flussi migratori, si era battuta per politiche a favore dell’accoglienza o se non altro dell’umanità, per il soccorso in mare e contro chi voleva soltanto erigere muri e fili spinati a difesa della fortezza Europa. Nel 2017, ricandidatasi, fu sconfitta da Totò Martello, del suo stesso partito ma presentatosi con una posizione più “moderata” in tema di accoglienza: dobbiamo accogliere sì, ma rispettando le regole; implicitamente, in questo modo Martello accusava Giusi Nicolini di non averle rispettate, in particolare riguardo alla capienza di quello che allora era un centro di accoglienza e oggi è un hotspot militarizzato e completamente chiuso ad ogni rapporto con il mondo esterno. Oggi il sindaco di Lampedusa è Filippo Mannino, ex M5S che ha vinto nel 2022 con una lista civica di centrodestra e con un vicesindaco che è il coordinatore della Lega nell’isola. Neanche Totò Martello è riuscito nell’impresa di essere rieletto.
Del resto, amministrare Lampedusa e Linosa non è certo facile, i problemi non sono pochi e non sono solo legati agli sbarchi dei migranti. C’è un ospedale ma è attrezzato solo per poche prestazioni di base; ad esempio, sull’isola non si può partorire, e anche qualunque operazione un po’ complicata richiede un viaggio verso un ospedale della Sicilia. C’è l’elisoccorso, ma ovviamente solo una persona per volta ne può usufruire… e a Lampedusa vivono circa 6000 persone. D’estate i turisti possono facilmente arrivare a 12000 e quindi triplicare la popolazione, con tutto ciò che ne consegue.
Come se non bastasse, una grande parte dell’isola è zona militare. Lampedusa è una vera e propria piattaforma avanzata nel Mediterraneo delle forze armate nazionali, UE e NATO. Antenne radar, centri di telecomunicazioni e per la guerra elettronica sono stati dislocati in ogni angolo dell’isola; continuo ed esasperante è il via vai di mezzi navali, elicotteri, caccia e aerei da trasporto; anche Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere UE, ha dislocato nello scalo lampedusano un grande drone per le operazioni d’intelligence anti-migranti. L’ultimo regalo militare è entrato in funzione nel 2019 a Capo Ponente presso la stazione della 134a Squadriglia Radar Remota dell’Aeronautica militare: si tratta di un nuovo radar FADR (Fixed Air Defence Radar, modello RAT–31DL).
Anche l’hotspot è stato militarizzato e trasformato di fatto in un centro di detenzione. La strategia è chiara: i migranti devono diventare invisibili, per far passare a livello mediatico il messaggio che il problema non esiste più e per non disturbare il turismo, che oggi è la principale risorsa economica dell’isola.
Con Giusi Nicolini abbiamo appuntamento in Piazza Libertà, davanti al Comune, dove dal 1988 svetta l’obelisco “Cassiodoro”, realizzato in bronzo dallo scultore contemporaneo Arnaldo Pomodoro, che della sua opera ha detto: “Questa scultura progettata per la piazza di Lampedusa è un monumento ai caduti di tutte le guerre ed insieme un’opera in onore della capacità di vivere. Ho voluto mettere nell’obelisco una presenza dei sassi e delle corde dei marinai, dei rischi e dei rifiuti del mare, dell’esperienza estrema dei pescatori.”

La serata è fresca, ma molta gente non si fa spaventare e cena tranquillamente all’aperto. Però all’Ancora, dove Giusi è di casa, non c’è posto fuori e quindi ci accomodiamo all’interno, intorno alla tavolata che è subito pronta per noi.
Il menù è ricco e il pesce ovviamente la fa da padrone. Io ho scelto una superba pasta con ragù di triglia, finocchietto e uva passa. Giusi chiacchiera con piacere con Andrea e con noi; gli argomenti sono tanti, ma data la sua storia non si può non partire dai migranti. È doloroso per lei vedere il centro di accoglienza trasformato in un hotspot totalmente blindato, dove le persone sono rinchiuse per poche ore o pochi giorni per essere poi trasferite il più presto possibile in un altro CPR in Sicilia o nel resto d’Italia, dove il loro destino non cambia: tutte le loro speranze sono appese a una domanda d’asilo che ha tempi lunghissimi e per molti poche probabilità di essere accolta. Nel frattempo, restano in un carcere senza aver commesso alcun reato se non quello di esistere e di essere talmente disperati da aver rischiato la morte per arrivare in Europa. Ai suoi tempi le cose andavano diversamente: le persone restavano anche per mesi nel centro di Contrada Imbriacola e potevano uscire, avevano la possibilità di incontrare la gente dell’isola e di avere qualche scambio, qualche rapporto umano. Ora questa possibilità non c’è più.

La disumanizzazione è favorita anche dalle condizioni di sovraffollamento di cui spesso soffre l’hotspot: i posti teorici sono 400 ma le persone sono spesso più di 2000, a volte fino a 6-7000, con un solo medico e appena 16 bagni. Ma tanto ormai non se ne parla più…
Bagni paludosi con sanitari arrugginiti, materassi spogli in stanze piene di calcinacci e agli angoli i resti delle coperte termiche della notte dei soccorsi. “È una condizione disumana, c’è una convivenza promiscua con bimbi che dormono con uomini e donne, in una struttura in cui dovrebbero restare il minor tempo possibile”, dicono gli operatori dell’ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) che hanno veicolato alcuni filmati che mostrano lo stato di incuria nella struttura dovuta al sovraffollamento e alla mancanza di manutenzione. Così scriveva ad esempio Il Fatto Quotidiano il 6 dicembre 2019.
La Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha più volte condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nell’hotspot di Lampedusa, riscontrando violazioni dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti), dell’articolo 5 (detenzione arbitraria) e dell’articolo 13 (diritto a un ricorso effettivo), ritenendo che le condizioni di permanenza nell’hotspot fossero inumane e degradanti, e che la detenzione fosse priva di una base giuridica adeguata e non soggetta a un controllo giudiziario efficace. La Corte ha anche accertato la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4, ritenendo che i rimpatri eseguiti nell’ambito dell’approccio “hotspot” equivalessero a espulsioni collettive.
Il caso J.A. e altri c. Italia del 30 marzo 2023 è uno dei casi più noti e più recenti, ma altre sentenze come quella del 19 ottobre 2023 hanno ribadito la condanna dell’Italia per detenzione illegittima e trattamenti inumani e degradanti, risarcendo i ricorrenti.
Ora il turismo – dice Giusi – è la prima risorsa dell’isola e ammazza tutto il resto. Una volta la flotta di pescherecci di Lampedusa era la terza della Sicilia, ora molte di quelle barche sono diventate barche turistiche: Si fatica molto meno e il guadagno è decisamente superiore. È anche per questo che i migranti devono sparire, per non turbare chi viene qui in cerca di svago, di sole e di mare. La chiusura alle migrazioni è un fenomeno europeo, non solo italiano, ma nello specifico l’atteggiamento della popolazione dell’isola è stato fortemente influenzato dalla crescita del turismo che si è vista negli ultimi anni.
Giusi fa capire che un’altra delle cause della sua mancata rielezione è che lei aveva cercato di combattere l’abusivismo edilizio, e la maggioranza dei lampedusani vogliono invece un sindaco che sia tollerante da questo punto di vista, come in generale sul rispetto delle regole amministrative e fiscali. Molte case dell’isola tuttora non sono accatastate, perciò ovviamente su queste non si pagano l’IMU e la TARI. Lei si era messa a incrociare i dati del catasto con quelli delle utenze elettriche, del gas e dell’acqua… ed è chiaro che se si vuole non è così difficile far emergere certe situazioni che è molto meglio che restino sommerse. Molti lampedusani pensano che questo, in fondo, non è altro che una forma di compensazione degli svantaggi che indubbiamente ci sono per chi vive qui, e quindi è giusto così. Difficile sradicare questa mentalità consolidata.
Lei adesso fa politica solo a livello di militanza di base, e non è un caso. Sentendola parlare si capisce che la delusione nei confronti della politica dei partiti, e del suo partito in particolare, è forte. Le avevano chiesto di candidarsi alle europee, ha preferito dire di no. Ma lei la vive serenamente, ed è contenta così: la politica non si fa solo stando nei partiti. E comunque nessuno meglio di lei, che alla sua isola ha dedicato la vita, ci poteva introdurre a questa realtà così unica nella quale cercheremo di addentrarci nei prossimi giorni.

L’appuntamento della mattinata di oggi è quello con Mediterranean Hope, una ONG che svolge un fondamentale lavoro qui a Lampedusa e che è stata fondata dall’Unione delle chiese evangeliche italiane all’indomani del disastro del 3 ottobre 2013. Hanno un piccolo ufficio al porto vecchio, ed è lì che li incontreremo; ma, dato che dentro lo spazio è poco e che la giornata calda, quasi estiva, lo permette ampiamente, ci mettiamo tutti seduti in cerchio fuori per ascoltare Francesca, una delle operatrici.

L’equipe è composta da quattro persone: Francesca e Valentina sono le operatrici, ci sono poi Roberta e Noemi che sono volontarie. I volontari sono a rotazione, per periodi generalmente di due mesi.
Il senso del loro lavoro qui – ci spiega Francesca – è di essere solidali con le persone che arrivano, ma di farlo costruendo delle pratiche dal basso, quindi cercando di radicarsi nel contesto locale, e questo è il motivo per cui il loro osservatorio è attivo tutti i giorni dell’anno, a differenza di altri che hanno un obiettivo più “di missione”, legato a un momento specifico. Una grande parte del lavoro è ovviamente essere vicini a chi arriva, e in questo momento ciò si traduce nella loro presenza nello spazio del molo Favaloro, che è la zona militare, dove perciò si può entrare solo con apposita autorizzazione, dove avvengono la maggior parte degli sbarchi, dove cioè le barche dei migranti vengono accompagnate dopo essere state intercettate dalla guardia costiera o dalle navi delle ONG. Avendo un’autorizzazione ad entrare, le operatrici vengono chiamate ogni volta che c’è uno sbarco, ma vanno lì insieme a persone di altre realtà come l’associazione Maldusa, che è un’associazione che lavora sul territorio, alle suore e ad altre persone che anche a titolo puramente individuale hanno voglia di far parte di questo gruppo che ha l’intento fondamentale di dare un benvenuto a chi arriva, in un contesto di frontiera che negli anni è diventato sempre più violento e pieno di procedure che spersonalizzano e non considerano affatto il benessere delle persone. Un tempo questa era anche una pratica di primo contatto con le persone, perché i migranti potevano uscire dall’hotspot che si trova nascosto nel mezzo della campagna lampedusana, e quindi il momento dell’accoglienza serviva anche a dire alle persone “Noi siamo qui, abbiamo un ufficio qui, perciò se hai bisogno di qualcosa passa”. Anche perché le persone in passato rimanevano qui per settimane o mesi, mentre dal 2020 la situazione come sappiamo è completamente cambiata (ce lo ha già raccontato Giusi Nicolini ieri sera): le persone non escono più dall’hotspot che è diventato di fatto un centro di detenzione, sebbene in modo illegittimo, e ciò significa che per le operatrici l’unica occasione di incontro con le persone che arrivano è quella dello sbarco, dopo di che al massimo le rivedono quando vengono trasferite e stanno per salire sul traghetto che le porterà a Porto Empedocle, vicino ad Agrigento. Tutto questo in un tempo brevissimo, spesso non più di 24 ore. Si potrebbero fare molte riflessioni su questo – dice Francesca – ma il punto centrale è che così si esaspera la violenza della frontiera, che ha un obiettivo molto chiaro: quello di contenere, disciplinare e controllare queste persone che arrivano. Lei è qui da due anni, quindi non ha vissuto direttamente la situazione di maggiore “apertura”; ne ha solo sentito parlare, ma si è trovata subito ad affrontare invece questo nuovo approccio. La presenza al molo ha lo scopo quindi di fornire una prima assistenza, ad esempio portare del tè caldo, ciabatte, vestiti di ricambio, ma il vero focus è capire di cosa hanno bisogno le persone ed essere una faccia amica in un momento in cui invece tutti hanno l’obiettivo di controllare e chiedere qualcosa alle persone. Poi c’è una parte un po’ più “sotterranea” dove si cerca comunque di dare qualche informazione alle persone. Non è una vera e propria informativa, perché cercare di dare un quadro completo di cosa significa la procedura di identificazione che fa la polizia non sarebbe la cosa giusta da fare quando le persone hanno appena affrontato un viaggio estremamente complesso, e comunque non ci sono gli strumenti per farlo. Però si cerca di spiegare loro almeno dove sono e cosa succederà nelle ore successive perché, nonostante l’hotspot sia un luogo dove si trovano attori “securitari” che sono lì per controllare e altri “umanitari” che dovrebbero occuparsi del benessere delle persone, di fatto molto spesso le persone non vengono informate di nulla. Neanche di cose banali come “tra poco verrete portati tutti nello stesso posto, non verrete separati”, “potrete fare una doccia” o “potrete usare internet per chiamare la vostra famiglia, se avete un telefono”. Un’altra cosa che ha dell’incredibile è che attualmente il triage, all’arrivo, viene fatto senza il supporto di mediatori culturali. Purtroppo, poi, la relazione delle ONG con le forze dell’ordine è difficile, per non dire inesistente, perché gli operatori della polizia o della GdF che lavorano qui cambiano con grande frequenza.

Le operatrici di Mediterranean Hope sono presenti nei momenti più drammatici, a contatto con quelli che sono i “danni collaterali” delle nostre politiche di frontiera, e sono quindi anche testimoni dirette di quello che succede. Ad esempio ieri – racconta Francesca – erano al molo quando sono arrivate delle persone dalla Libia in condizioni critiche, e per l’ennesima volta si sono trovate in una situazione in cui non c’erano le risorse per gestire questo tipo di emergenza. Ammesso poi che si possa chiamare emergenza una situazione che va avanti da almeno 30 anni. Questo significa anche coltivare una coscienza e curare la memoria di quello che accade, e si traduce in molte cose, che vanno dalla cura del cimitero di Lampedusa, che vedremo nel pomeriggio, a una serie di altre pratiche. Si cerca di organizzare delle commemorazioni, di parlare di quello che succede, e di creare una connessione tra la realtà di Lampedusa e quello che accade ai migranti, perché in questo attuale regime di separazione tutto diventa invisibile. Le persone che vivono qui ne sanno tanto quanto ne potremmo sapere noi. Eppure sempre ieri, ad esempio, due persone sono arrivate già morte per aver respirato i gas di scarico del motore nella stiva del barcone. Non viene fatta, per procedura, l’identificazione dei corpi perché nessuna legge lo impone; i morti, quindi, finiscono in cimiteri siciliani e si perdono, senza che le famiglie abbiano la possibilità di sapere neanche dove sono sepolti i loro cari.

Tutto questo si associa anche a un lavoro di comunità, perché tanto più il tentativo di chi governa è quello di creare compartimenti stagni tanto più l’idea di Mediterranean Hope è quella di creare una coscienza collettiva e di dire, anche se non è un’affermazione facile da fare, che forse non si sta tanto meglio adesso che le cose sono gestite in questo modo e quindi non si vedono più le persone, ma in realtà stiamo tutti perdendo qualcosa. Questo si traduce in un lavoro sul territorio che è solo apparentemente slegato da quello che si fa al molo. Le operatrici sono anche volontarie della biblioteca IBBY di Lampedusa (anche lì abbiamo un incontro in programma nel tardo pomeriggio). Aprono la biblioteca per le bambine e i bambini dell’isola, rendendo così fruibile l’unico spazio dove ci sono dei libri, perché a Lampedusa non c’è nemmeno una libreria. In questi giorni è in corso un festival della biblioteca che prevede diversi momenti di coinvolgimento, come racconti di frontiera e altri spazi destinati soprattutto ai bambini ma non solo.
A Lampedusa vivono, sebbene non tantissimi, anche stranieri che vengono da un percorso di migrazione, ma non c’è una scuola di italiano. I corsi di italiano per stranieri sono quindi un altro servizio che Mediterranean Hope offre, insieme a tante altre attività che sono percorsi a scuola, feste di comunità e altre iniziative che mirano a trovare dei linguaggi per comunicare e per stare bene insieme cercando di superare lo scollamento che c’è tra i due mondi, quello dei lampedusani e quello dei migranti. Non è sempre facile, ovviamente. C’è chi, per riferirsi a Mediterranean Hope e alle altre ONG presenti qui come Save the Children, che può entrare anche nell’hotspot, Sea Watch che ha una barca ormeggiata qui per dare supporto nei casi difficili, e anche alle realtà istituzionali come UNHCR, parla di “quelli dei turchi”, perché i “turchi”, nel gergo dell’isola, sono i migranti. Del resto se al poliambulatorio lavorano quattro medici di cui due sono destinati ai migranti e gli altri due sono per 6000 lampedusani, è anche comprensibile che nella classica dinamica della “guerra tra poveri” i migranti vengano visti, se non come nemici, come coloro che sottraggono risorse a chi qui ci vive.
Ma nonostante questo – dice ancora Francesca – ci sono persone vicine, persone amiche con cui si condividono cose, non necessariamente la pratica di andare al molo (per quanto anche tra i volontari che vanno al molo con loro ci siano occasionalmente alcuni lampedusani), ma altri momenti di creazione di comunità con i bambini, con le famiglie. Si sono create, con il tempo, anche alcune relazioni personali che vanno al di là dei ruoli.
Nel 2023 si è registrato l’arrivo di 15000 persone in una settimana e allora, sia pure per poco e forse per l’eccezionalità della situazione, si è rivista anche tra la gente dell’isola la solidarietà di un tempo. La solidarietà – conclude Francesca – è un muscolo che, se non allenato, si atrofizza. La trovo un’immagine molto efficace, ed è senz’altro uno dei messaggi che mi porterò a casa da questo breve viaggio.

Torniamo al nostro campeggio per un pranzetto a base di arancine/i (per chi non lo sapesse si dice arancine nella Sicilia occidentale, arancini nella Sicilia orientale; qui, dato che la forma tonda e non a punta è quella delle arancine, presumo che si dica così, al femminile, ma non essendo sicuro mantengo un margine di dubbio), panelle, focacce e altro street food comprato al mercato. Poi, per chi ne ha voglia, c’è la possibilità di un bagnetto a Cala Madonna, la spiaggia più vicina.

Dopo il relax, c’è un altro appuntamento importante, quello con la visita al cimitero di Lampedusa. Ci fa da guida Paola la Rosa, avvocata e attivista del Forum Lampedusa solidale, che ci spiega come da anni lei e il suo gruppo si occupino di provare a ridare un nome e una storia ai morti senza nome di questo cimitero.
È necessario avere una guida per trovare le tombe dei migranti anche perché, contrariamente a quello che quasi tutti pensavamo, non esiste una zona del cimitero “riservata” a loro, ma le loro tombe sono sparse tra quelle dei lampedusani. Ci piace che sia così, in fondo è un modo per abbattere almeno dopo la morte il muro che i guardiani della fortezza Europa hanno voluto erigere tra “noi” e “loro”. C’è soltanto un’area dove sono sepolti 13 migranti trovati morti tutti sullo stesso barcone, che può far pensare che ci sia un’area “dedicata”, ma in realtà non è così.
Chi arriva qui, sia da vivo che da morto, spesso è senza documenti. E invece il nome è importantissimo, perché se cerchi un nome trovi anche una storia, e se una persona ha un nome e una storia non è più un numero, non te la dimentichi; così si rompe il meccanismo della disumanizzazione. Chi fa queste ricerche, quando riesce a trovare un nome e una storia, è come se ne diventasse responsabile, se si facesse carico del compito di farla conoscere, quella storia. Ridare un nome non è solo un atto di umanità, ma ha anche dei risvolti giuridici enormi: vuol dire ad esempio – spiega Paola – per una donna poter accettare la propria condizione di vedovanza e anche risposarsi, se vuole. Può voler dire accedere a un’eredità, e quindi anche per i figli è importantissimo. “C’è una storia che non si è svolta proprio qui” – continua – “ma che ci è stata raccontata. Racconta di una bambina che viaggiava con la madre. La madre è morta, però nessuno aveva accertato il rapporto di parentela. La bambina ha rischiato di essere dichiarata adottabile. Per fortuna la sorella della madre, quindi la zia della bimba, avendo saputo che sua sorella era morta, ha messo in atto tutta una serie di procedure che le hanno permesso di prendersi lei cura della bambina, altrimenti qualsiasi rapporto con la famiglia di origine sarebbe stato interrotto. E chissà quante volte è accaduto.” Questo ci parla di una politica razzista, perché “noi” non saremmo mai sepolti così. Mai. È anche una questione di interesse, nel senso che noi ci lasciamo sempre dietro qualcosa che qualcuno si può o si deve prendere, tranne forse nel caso dei senza casa, mentre non è così per i migranti.

In alcuni casi sulla tomba c’è un pezzo di storia ma non c’è un nome. Ma c’è anche una storia dove non solo c’è un nome, ma quasi due. Quando gli attivisti hanno ricostruito questa storia si sono imbattuti in un articolo di giornale in cui il giornalista aveva intervistato il vecchio viceparroco di Lampedusa, padre Vincent che poi è andato a vivere in Tanzania, che raccontava di essere andato all’arrivo di questo gommone e di essere stato lui, davanti al corpo senza vita di questo ragazzo, a chiedere tutte le informazioni possibili ai compagni di viaggio con l’intento possibilmente di avvertire lui la famiglia. Gli avevano detto che il nome era Eze Chidi e gli avevano fornito anche la data di nascita, che lui si è ricordato perché era la sua stessa data di nascita. In un primo tempo, quindi, era stato dato per buono quello che era uscito sul giornale. Ma poi, nel corso di una visita di padre Vincent a Lampedusa, si è scoperto che lui invece si ricordava che il nome fosse Ezequiel; e allora, si è deciso di mettere entrambi i nomi. Nessuno dei due ha una valenza giuridica, ma è più una denuncia delle omissioni delle istituzioni.

Anche la storia di Esterada, che viaggiava con il fratello, racconta tanto di questi anni. Esterada muore nel 2009 a 18 anni. Il mercantile turco Pinar, diretto in Tunisia, soccorre un’imbarcazione in difficoltà e, date le condizioni proibitive del mare, il comandante decide di prendere tutti i naufraghi a bordo del mercantile. Esterada muore nel corso delle operazioni, o forse era già morta, ma il comandante decide comunque di portare a bordo il corpo senza vita di questa ragazza eritrea. L’operazione è coordinata da Malta; il comandante chiede l’autorizzazione a dirigersi verso il porto più vicino, che è Lampedusa, e Malta autorizza. Il mercantile arriva al limite delle acque territoriali e chiede l’autorizzazione a entrare nelle acque italiane, gli viene negata. Inizia il solito braccio di ferro tra Italia e Malta, mentre questa nave rimane fuori con oltre 150 persone a bordo sul ponte e con il corpo di Esterada dentro un sacco verde per quattro giorni. E con le motovedette italiane che due-tre volte al giorno portano cibo e acqua alla nave, fino a quando tre giornalisti italiani de “Le iene” salgono a bordo, fanno vedere in che condizioni sono tenute le persone e fanno vedere anche il corpo di Esterada dentro il sacco verde. L’effetto è incredibile. Nel giro di pochissimo l’opinione pubblica si solleva e in qualche modo comincia a fare pressione sul governo italiano, fin quando il ministro dell’Interno Maroni si decide a cedere e a far entrare la Pinar nel porto di Lampedusa, far scendere i sopravvissuti e il corpo di Esterada, che viene sepolto qui con una cerimonia alla quale partecipa anche il fratello. Il fratello vive tuttora in Italia, a Torino. Nel 2009 si parlò, come è scritto sulla tomba, di “quattro interminabili giorni” – aggiunge Paola – mentre nel 2022, 2023, 2024, 2025 l’opinione pubblica tutta accetta senza avere nulla da ridire che le navi che salvano 6 o 7 persone siano mandate a Carrara, a Genova, ad Ancona, a Ravenna… se volevamo fare un lavoro – conclude con amara ironia – non lo abbiamo fatto bene. Qualcosa dobbiamo avere sbagliato.
Quando i volontari anni fa si offrirono di sistemare loro le tombe, inizialmente la risposta fu che non era possibile, perché era un cimitero storico, sottoposto a vincoli… non era vero. Ci furono anche in quel caso dei giornalisti che pubblicarono articoli con foto delle condizioni delle tombe, per cui l’amministrazione di allora fu in qualche modo obbligata a sistemarle e fece delle lapidi triangolari, che furono poi imitate anche da molti lampedusani. Le pressioni ebbero però un risultato che non fu dei migliori per quanto riguarda le parole scritte sulle tombe: prima che le iscrizioni fossero sostituite da quelle che si vedono ora che sono opera dei volontari del Forum, per lungo tempo sono rimaste tutte uguali ed erano tipo “Immigrato non identificato di sesso maschile, etnia africana, colore nero”. Per i maghrebini, invece, non c’era nessun riferimento al colore (forse per l’incertezza su come definirli: “Certo non sono neri, ma potranno essere considerati davvero bianchi?” si sarà chiesto qualcuno. Questo è quello che penso io, ma non credo di essere lontano dalla realtà). Chi protestava per questo si sentì rispondere che le iscrizioni erano copiate pedissequamente dai certificati di morte firmati dal medico legale. A forza di pressioni, con il cambio di amministrazione i volontari ottennero l’autorizzazione a rimuovere le vecchie iscrizioni, a patto che si incaricassero loro di scrivere i nuovi testi. Cosa che hanno fatto, chiedendo poi la collaborazione dell’artista svizzero Armin Greder per realizzare le immagini. Sono disegni di gabbiani, pesci, nuvole… tutte immagini legate al mare tranne le piume e il filo spinato. La piuma è un simbolo di libertà, che si contrappone alla violenza del filo spinato che la imprigiona.

Quando arrivò quel barcone con 13 cadaveri, non si trovava nessuno disposto a ricomporre questi corpi. Erano anni in cui a Lampedusa non esisteva nemmeno un’agenzia funebre, anche perché qui si usa molto che il morto sia curato dalla famiglia. L’allora custode del cimitero Salvatore Lombardo decise di fare lui. Prese una mascherina, la riempì di foglie di menta e di basilico per coprire l’odore e ricompose quei corpi. Erano dodici uomini e una donna, che lui decise di mettere in un angolo a parte. Piantò vicino a quella tomba una piantina di oleandro che ora è un grosso albero, e lui racconta sempre che lo fece per proteggerla dal vento, dal sole e dagli sguardi indiscreti. Dopo qualche giorno, utilizzando pezzi di legno trovati qui, fece delle croci a segnare queste tombe. Qualcuno fece polemica dicendo che quelle persone probabilmente erano di religione musulmana, ma lui rispose semplicemente “Io ho fatto quello che facciamo per tutti, era un modo per renderli uguali agli altri”. Una risposta molto saggia. Poi, privatamente, aggiunse “Ma io poi che ne so, se c’è Dio o Allah?”. Anche questo è incontestabile.
E poi c’è la storia di Welela. La storia di Welela inizia in Libia quando un gruppo di oltre cento profughi, uomini e donne, tutti eritrei, vengono rinchiusi in un capannone sulla costa in attesa che i trafficanti e le condizioni del meteo e del mare decidano di farli partire. Scoppia un incendio, probabilmente dovuto a una bombola di gas, che ustiona gravemente un gruppo di donne, che vengono lasciate tutte senza nessun tipo di assistenza fino a quando, dopo un paio di giorni, tutti vengono caricati su un gommone e fatti partire, sotto il sole di aprile. Il gommone viene intercettato da una motovedetta della Guardia di Finanza, che invece di procedere immediatamente al salvataggio contatta l’ufficio di Lampedusa chiedendo di parlare col comandante. Gli uomini dell’equipaggio riferiscono al comandante di una situazione disperata, con queste donne ustionate che non sanno come trattare. “Urlano, e noi non abbiamo le competenze”. Il comandante risponde “Ragazzi, tappatevi le orecchie, prendete queste donne e portatele subito qua”. I sopravvissuti vengono quindi portati a Lampedusa, ma il corpo di Welela, totalmente ustionato, arriva già senza vita. Altre due donne moriranno qualche giorno dopo a Palermo, dove erano state trasferite, e altre si salveranno. Una di queste donne ha un figlio piccolo, che viene affidato a una famiglia di Palermo, e la donna, data per morta, riesce a riprendersi miracolosamente. Dopo un paio di mesi, appena uscita dalla terapia intensiva, chiede di vedere il figlio. Ma il figlio non la riconosce, cosa che la fa entrare in uno stato psichico alterato; pensando a un complotto, tenta di rapire il figlio, il che rallenta ulteriormente le procedure per farle riottenere la patria potestà. La storia ha un lieto fine, ma solo perché il bambino era stato affidato a una famiglia che aveva capito la situazione. Welela, intanto, viene sepolta qui e viene organizzato un rito totalmente laico come a volte succede. Si leggono poesie, si cantano canzoni, ognuno fa quello che gli sembra più giusto. Ma i volontari del Forum, quella volta, non vengono a sapere che la ragazza è sepolta qui. Passa qualche giorno e il fratello di Welela dalla Germania, tramite un amico di Palermo, chiede di sapere dove è sepolta la sorella, avendo saputo dai compagni di viaggio che è morta. Solo allora gli attivisti iniziano la ricerca. Il 16 aprile 2015 un ragazzo e una ragazza eritrei vengono trovati morti su un barcone e vengono sepolti a Trapani, per cui al fratello arriva la notizia che sua sorella è sepolta a Trapani. I volontari di Lampedusa, non convinti, vanno a parlare con la funzionaria del Comune che si occupa delle sepolture, una donna che fa quel lavoro da 30 anni e che malgrado ciò ricorda tutte le storie delle persone come fossero parenti suoi. Lei conferma che Welela non è a Trapani, ma è sepolta qui, però non può dire dove, come non lo può dire nemmeno il medico legale. Allora vanno a parlare col comandante della Guardia di Finanza, che racconta tutta la storia perché immagina che stiano cercando Welela, di cui anche lui conosce il nome, ma li informa che purtroppo è stata sepolta come cadavere non identificato per ordine del magistrato, perché così vuole la procedura. Lui sa dove, perché ha partecipato al rito, e cercava proprio un modo di scrivere il nome perché pensava di essere l’unico a conoscerlo. Questa storia racconta anche che Welela, che pure aveva diritto all’asilo solo in quanto eritrea, senza dover spiegare nulla, non ha avuto altra strada per arrivare qui che affidarsi ai trafficanti, e come tante, troppe persone, è arrivata morta. Perché anche se un eritreo chiede asilo all’ambasciata italiana o di un altro paese europeo, ad esempio in Etiopia, quella domanda non viene nemmeno esaminata. E intanto si continua a far credere all’opinione pubblica che se non vieni da un paese in guerra non hai diritto all’asilo, quando il diritto all’asilo è personale, e che esistono paesi “sicuri” da cui nessuno ha diritto di fuggire.

Un’altra storia che ti tocca nel profondo, con la quale si è conclusa la nostra visita, è quella di Yusuf. Yusuf aveva solo 6 mesi. Ha passato più tempo nel ventre della sua mamma che su questa terra. Durante il funerale del piccolo Yusuf, una donna lampedusana ha donato alla giovane mamma straziata uno scialle fatto a mano, avvolgendoglielo sulle spalle mentre l’abbracciava.
Quel gesto così naturale e, al tempo stesso, così pieno di senso ha fissato per sempre quel momento nel ricordo di chi vi ha assistito, trasformandolo in “memoria condivisa”, patrimonio di una comunità che si riconosce in valori comuni.

Una comunità ha “necessità di tradurre in eventi sensorialmente percettibili certi concetti per poterli pensare come reali”. Ed è a partire da questa riflessione che nasce l’iniziativa de La coperta di Yusuf: un deposito di storie e ricordi, rappresentati da piccoli quadrati di lana fatti a mano e cuciti tra loro per creare un deposito della memoria, al tempo stesso simbolo e promessa di un impegno.
Ad assolvere al compito di cucire tra loro i quadrati e i ricordi a questi legati sono le donne che vivono a Lampedusa. Lo fanno spontaneamente, con delicatezza, valorizzando l’unicità, accostando le differenze e componendo così un grande mosaico di bellezza, che mette insieme chi ha creato i singoli frammenti e chi li ricompone.
La coperta di Yusuf custodisce memoria in attesa che venga fatta giustizia per tutte le vittime di leggi disumane, interessi ignobili, arroganza del potere e politiche miopi. Ma racconta anche di un’umanità che, malgrado tutto, a volte trionfa e sempre resiste, ponendo le persone, tutte le persone, al di sopra dell’interesse economico, del denaro, del profitto.
La coperta non avrà mai fine e chiunque voglia può inviare un quadrato di 10 cm per lato insieme a un ricordo che possa trasformarsi in memoria al seguente indirizzo: Biblioteca IBBY Lampedusa, via Roma 34, 92031 Lampedusa.

https://www.ibbyitalia.it/la-coperta-di-yusuf-deposito-di-memoria/

Prima di uscire dal cimitero, mentre il tramonto accende di rosso il cielo di Lampedusa, tutti a turno abbracciamo Paola, che non vuole che la si ringrazi per quello che fa ma gli abbracci sì, li accetta. Non vuole essere ringraziata intanto perché non vuole personalismi, ci tiene a dire che non è lei ma è un gruppo che fa quel lavoro. E poi, giustamente, vuole che al centro non ci siano loro ma ci siano le storie dei migranti, quelle storie che hanno cercato e trovato col preciso scopo di farne una denuncia delle politiche miopi e disumane di cui sopra. Io le chiedo dove possiamo trovarle, tutte le altre storie che non ha potuto raccontarci oggi, e così scopriamo che presto uscirà un libro fotografico dove saranno raccolte, un libro che – precisa – non avrà un autore, proprio perché nessuno di loro vuole comparire, ma sarà di tutti e per tutti. Un libro da non perdere per chi vuole restare umano in questi tempi difficili.

Foto di Giulio Giacca

E a proposito di libri, l’appuntamento successivo è alla biblioteca IBBY di Lampedusa, nella centralissima Via Roma. I muri esterni sono stati decorati dallo street artist Blu con un’opera quasi di animazione, dove le tartarughe rompono il filo spinato.

IBBY è un acronimo che sta per International Board on Books for Young people; é un’organizzazione internazionale no-profit, fondata nel 1953 da Jella Lepman, con lo scopo di facilitare l’incontro tra libri, bambini e bambine e ragazzi e ragazze. Questa biblioteca, infatti, è dedicata in particolare a loro, ai più giovani. È gestita da volontari di tutte le età: bambini, ragazzi e adulti che animano i pomeriggi di apertura con letture ad alta voce, laboratori artistici, giochi e gestiscono i prestiti. All’interno si possono trovare albi illustrati, narrativa per l’infanzia e l’adolescenza, ma il vero tesoro è rappresentato da oltre 500 silent book. Sono libri senza parole, che affidando il racconto alle sole immagini riescono ad annullare le barriere linguistiche e culturali e si fanno strumenti di incontro e di accoglienza.

La giornata, che è stata lunga e intensa, si conclude con una cena alla trattoria Terranova e una passeggiata in via Roma. Domani ci aspetta la spiaggia dell’Isola dei Conigli, ma il programma prevede anche un po’ di trekking e la visita al museo archeologico.

(TO BE CONTINUED…)