Tre giorni a Lampedusa con Radio Popoiare
Martedì 21 ottobre 2025
Oggi avremmo dovuto passare la mattinata all’isola dei conigli, ma dato che il meteo sembra più favorevole nel primo pomeriggio abbiamo cambiato un po’ il programma, spostando alla mattina il giro dell’isola in pullmino.
L’isola non è molto grande: è lunga meno di 9 km e larga 3,5 km, per una superficie di poco più di 20 km2. Girandola ci si rende conto della bellezza delle sue falesie, ma anche di quanta parte dell’isola sia inaccessibile perché zona militare.



Per la sua posizione al centro del Mediterraneo, Lampedusa ospita diversi habitat di grande interesse naturalistico e numerose specie faunistiche e botaniche rare, tra cui alcune endemiche, che si trovano solo qui. Una di queste è l’incensaria di Lampedusa, una pianta vischiosa diffusissima in tutta la parte occidentale dell’isola. C’è anche una colonia di una specie protetta di falchi chiamata “Falco della Regina”; sono migratori che svernano in Madagascar e si riproducono qui.
La riserva naturale “Isola di Lampedusa”, istituita nel 1995 dalla Regione Sicilia, è affidata in gestione a Legambiente Sicilia, mentre l’area marina protetta “Isole pelagie”, istituita nel 2002 dal Ministero dell’Ambiente, è in gestione “provvisoria” al Comune.


L’isola è attraversata dal 35° parallelo, dove ovviamente non ci si può non fermare per una foto. Un altro sito molto significativo per chi vive qui o ci passa le vacanze è il faro di Capo Grecale, che sorge a picco sul mare sulla punta nord orientale dell’isola e che come tutti i fari è punto di riferimento per i naviganti, ancora più importante su un’isola così distante da tutto.





Finito il giro, un altro pranzetto stile street food al nostro campeggio, un caffè e siamo pronti per andare finalmente alla spiaggia più bella dell’isola, quella che si trova di fronte all’Isola dei Conigli.
Qui, Legambiente ha realizzato un progetto di rinaturalizzazione delle aree adiacenti al percorso di accesso e del versante retrostante la spiaggia. Tutta la zona era infatti priva di vegetazione a causa delle manomissioni apportate dall’uomo in passato: il passaggio e parcheggio dei mezzi motorizzati, il calpestio, i gravi problemi di dissesto idrogeologico determinati dall’apertura abusiva della strada. Insieme ai lavori di recupero ambientale e alla ricostituzione del sentiero di accesso, sono state messe a dimora oltre 10.500 piante di specie autoctone, così oggi lungo il percorso si possono vedere esemplari tipici della macchia mediterranea tra cui carrubo, lentisco, ginepro, olivastro, cappero. Nell’area dei Conigli sono state inoltre propagate specie che erano rimaste presenti sull’isola con pochi esemplari, come il mirto e il corbezzolo.



La spiaggia dei Conigli, poi, è uno dei principali siti italiani di nidificazione della tartaruga marina Caretta Caretta. La deposizione avviene nelle notti d’estate, da giugno ad agosto. Dopo circa 60-70 giorni di incubazione al sole le piccole tartarughe rompono il guscio ed escono dalla buca, profonda 40-50 cm, per intraprendere il cammino verso il mare. Da oltre 25 anni il personale della Riserva si prende cura di ogni nido deposto, che è sorvegliato e protetto dalla deposizione alla schiusa. Grazie alle azioni di tutela, sono stati eliminati i più gravi fattori che minacciavano la riproduzione della tartaruga: la frequentazione notturna, il turismo di massa, il dissesto e l’erosione del versante che stavano causando una riduzione delle zone idonee ad ospitare nidi.

Dopo un bel bagnetto che riusciamo a fare nonostante il mare piuttosto mosso (ma la temperatura dell’acqua è perfetta), ce ne torniamo alla base per un breve riposino prima di ripartire per il trekking guidato da Andrea, la signora inglese del campeggio.
Si parte da Cala Greca, la più vicina al campeggio, passando poi per Cala Galera, un’area che negli anni ’70 era stata acquistata e devastata dal banchiere Michele Sindona. Solo nel 2002 è stato abbattuto l’ultimo dei dieci edifici abusivi del Villaggio Sindona, l’ecomostro sorto all’epoca qui, nei pressi dell’Isola dei Conigli: 23.000 metri quadri di cemento nel cuore della riserva naturale di Lampedusa.


Qui vediamo anche un barchino che si è incastrato tra gli scogli giusto un paio di giorni fa con circa 60 persone a bordo, e in lontananza se ne vede un altro che la forza delle onde ha buttato sulla scogliera e che è lì da un po’. Qui, ancorché non se ne parli quasi più, gli sbarchi o i naufragi sono pressoché quotidiani. Lo si capisce anche da giubbotti salvagente e altri oggetti abbandonati che non è difficile scorgere qua e là tra gli scogli.


Continuando la passeggiata abbiamo potuto vedere alcuni vecchi dammusi abbandonati, risalenti alla prima metà del secolo scorso. I dammusi sono basse strutture in pietra murata a secco, tipiche di Pantelleria dove hanno origini molto più remote. Qui a Lampedusa si tratta invece di edifici molto più recenti, che si differenziano da quelli di Pantelleria anche per l’assenza della copertura a cupola.

Altri resti interessanti che si possono vedere sono quelli delle postazioni fortificate della Seconda guerra mondiale, tra cui una dove si vede bene la base di un cannone di contraerea. Sono postazioni difensive tedesche, che erano destinate a respingere le incursioni e lo sbarco degli Alleati, ma non servirono a molto, poiché Lampedusa fu presa il 12 giugno 1943 senza combattere. La resa avvenne dopo un intensivo bombardamento aereo da parte della Royal Air Force, come parte dell’operazione Corkscrew (cavatappi), che precedette lo sbarco principale in Sicilia (operazione Husky) del 10 luglio 1943.
La passeggiata si conclude piacevolmente tra le piante di agave e il profumo di timo, ed è seguita da un altrettanto piacevole aperitivo.


Poi ci spostiamo verso il museo archeologico, dove oltre ai reperti che fanno parte della collezione permanente in questo momento si può vedere una interessante mostra dell’artista austriaca Tanja Boukal, che lavora da sempre con tessuti e video, su temi come migrazioni, sradicamento culturale e dignità umana; ogni suo progetto nasce e vive nei luoghi per i quali è stato pensato, assorbe e fa sua la gente e, in questo caso, l’isola. Lampedusa è luogo di fuga e di approdo, qui Tanja Boukal ha sviluppato il suo quinto progetto immersivo, e il terzo sulla situazione dei migranti nel Mediterraneo: il titolo è “Nessun’Isola. Trame di dignità”, una ricerca profonda sia sulla storia che sulla situazione contemporanea dell’isola, che ha anche sviluppato, nell’arco di quasi un anno, un dialogo intenso tra l’artista e i lampedusani.




Per cena stasera si va alla popolare gastronomia Martorana, dove si possono ordinare al banco parecchi piatti gustosi e poi andare a mangiarseli ai tavoli all’aperto. A cena con noi c’è anche Franco Scarpellini degli Arpioni, la storica band ska di Bergamo, che è amico di Andrea e che ha una casa qui a Lampedusa, quindi bazzica spesso da queste parti.
Trovandosi a due passi dalla biblioteca, che in questi giorni è animata anche la sera, può capitare di assistere nella piazzetta retrostante a una simpatica jam session nella quale la nostra Francesca di Mediterranean Hope si esibisce come cantante accompagnandosi con la chitarra. Dopo di che, possiamo andare a dormire sereni in attesa delle ultime emozioni che vivremo domani.
Mercoledì 22 ottobre 2025
Il viaggio purtroppo volge già al termine: il nostro volo di rientro parte nel primo pomeriggio, ma ci resta una mattinata che è dedicata interamente a un ultimo interessante appuntamento. È quello con Fabio Giovanetti, dell’associazione culturale Archivio Storico di Lampedusa, alla quale attualmente dedica una buona parte del suo tempo. Marchigiano, ex insegnante di scienze motorie, vive a Lampedusa da una ventina d’anni e, dopo aver fatto i suoi ultimi anni di insegnamento nel locale istituto comprensivo superiore, ora si dedica con grande passione a far conoscere sia ai lampedusani, che spesso non la conoscono per niente, che ai “forestieri” interessati la storia e la cultura dell’isola.



Gli anni di insegnamento lo hanno portato a intrecciare molte relazioni, che ancora durano, con tanti lampedusani. Una storiella divertente che ci ha raccontato è che, all’inizio, aveva grandi difficoltà a capire i suoi studenti che spesso si esprimevano soltanto nel dialetto locale, che è un curioso impasto di moltissime influenze, legato a doppio filo alla storia dell’isola. C’è senza dubbio qualcosa di siciliano, ma basta ascoltare un po’ la cadenza per rendersi conto che non è totalmente siciliano: c’è anche qualcosa di campano, e anche qualcosa di altri dialetti, soprattutto (ma non solo) del sud Italia. Ciò si deve al fatto che, quando l’isola era una colonia penale del Regno d’Italia, ma poi anche quando è stata luogo di confino durante il ventennio fascista, qui sono arrivate e a volte si sono stabilite persone che avevano origini molto diverse. Per aiutare il nuovo prof, a un certo punto i ragazzi si misero a scrivere a suo uso e consumo un “dizionario” lampedusano – italiano, e ancora oggi qualcuno, quando lo incontra, lo “interroga” per vedere se si ricorda le parole che aveva imparato. Quella che gli hanno chiesto proprio ieri dal parrucchiere è scicaredda, che significa tazzina da caffè. Il suffisso edda (piccola) è senza dubbio siciliano, ma la parola scicara mi ricorda curiosamente chicchera, che usava mia nonna quando da bambino mi offriva il tè. E facendo una rapida ricerca ho scoperto che questa parola viene dallo spagnolo del sec. XVI xícara o jícara, che risale a una parola azteca indicante il guscio del frutto di un albero tropicale. Quindi tutto torna: l’hanno portata gli spagnoli sia a Milano che qui.
Ma non divaghiamo, quello che ci interessa è che Fabio ci ha portato, in un paio d’ore che sono volate, in un viaggio molto coinvolgente che ha abbracciato un po’ tutta la storia dell’isola.
Lampedusa è stata anticamente luogo di sosta per Fenici, Greci, Romani e Arabi.
Successivamente, per un lungo periodo, l’isola rimase in tranquilla attesa di nuovi abitanti. Nel 1630, Giulio Tomasi, avo dell’autore de Il Gattopardo, fu insignito dal re di Spagna del titolo nobiliare di Principe di Lampedusa e Linosa. Nel 1760 l’isola fu colonizzata da sei francesi seguiti, dopo sedici anni, da un nucleo familiare maltese. In seguito, fu un susseguirsi di piccoli gruppi di agricoltori capeggiati ora da maltesi ora da inglesi.
Nel 1802, Lampedusa fu in procinto di essere ceduta all’Impero britannico, a patto che questo rinunciasse all’occupazione militare dell’isola di Malta. Poiché gli inglesi non evacuarono in tempi celeri l’arcipelago maltese, come aveva intimato loro Napoleone Bonaparte (che per primo strappò Malta all’omonimo ordine cavalleresco che da secoli vi aveva sede), Lampedusa rimase sotto la bandiera del re di Sicilia. Il suo proprietario feudale, tuttavia – a quei tempi il maltese Salvatore Gatt – la cedette in subaffitto a un commissario inglese, il quale tentò, invano, di impiantarvi una numerosa colonia posta sotto la protezione dell’armata britannica. Il progetto svanì sia a causa della peste maltese del 1813 (che decimò l’appena nata colonia lampedusana), che a causa della resa bellica di Napoleone Bonaparte nel 1814, che determinò il ridimensionamento dei progetti britannici verso le isole siciliane.
Rientrata in possesso dell’isola, la famiglia Tomasi chiese ai Borbone un congruo finanziamento per poter realizzare nelle Pelagie le opere necessarie al loro ripopolamento. A un certo punto, nel corso dell’Ottocento, i Tomasi cedettero l’arcipelago pelagico a Ferdinando II di Borbone, detto “il lasagna”. Il re, diversamente dall’idea che avevano avuto il padre e il nonno, e in conformità ad una relazione redatta da una commissione all’uopo insediatasi, diede alla colonizzazione dell’isola una connotazione esclusivamente agricola. Eppure, era abbastanza noto che Lampedusa non offriva grandi possibilità da questo punto di vista e proprio per questo, oltre che a causa delle continue incursioni di pirati barbareschi, l’isola era rimasta pressoché incolta e praticamente disabitata per secoli.
Nonostante queste premesse, i coloni-contadini arrivarono a Lampedusa nel 1843 del tutto ignari delle caratteristiche climatico-ambientali dell’isola. Fatto ancora più sconcertante fu l’assenza anche di un solo agronomo tra tutto il personale che accompagnò i primi coloni, che invece il lasagna ebbe l’idea geniale di far guidare da un ufficiale di marina. Toccò a lui, il comandante Sanvisente, impostare i piani agricoli dei coloni, e si può immaginare con quali risultati. Fu completamente sbagliato, in particolare, il momento scelto per la semina. Inevitabilmente i coloni si resero conto che a Lampedusa fare agricoltura era come una condanna ad una vita di stenti, di sacrifici, di miseria. Molti lasciarono l’isola, altri arrivarono a sostituirli e, gradualmente, nonostante i difficili anni iniziali, crebbe negli isolani la volontà di rimanere comunque ancorati a quella difficile terra.
Nel 1861 gli isolani divennero sudditi del Regno d’Italia che vi impiantò nel 1872 una colonia di domiciliati coatti, soppressa nel secolo successivo. È per questo che Fabio – ci racconta – toglieva ai suoi ragazzi l’illusione di essere eredi dei greci, dei fenici o dei romani dicendo loro che invece sono discendenti, se va bene, dei contadini della colonia borbonica ma forse anche dei carcerati della colonia penale.
A risollevare le sorti dei lampedusani fu la scoperta, negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, di una risorsa disponibile in abbondanza e perfino gratuita: il mare. La pesca delle spugne prima e quella del pesce poi sono state le attività che per quasi un secolo hanno permesso ai lampedusani di affrancarsi dalla difficile vita di agricoltori e di procurarsi un po’ di benessere.
Benessere relativo, però, in un’isola che era ancora sostanzialmente dimenticata dal governo centrale, senza strade, senza ogni altro tipo di infrastruttura e con l’elettricità che, fino alla metà degli anni ’60, c’era solo per poche ore la sera ed era prodotta con un generatore a benzina che consentiva di accendere solo una lampadina per famiglia.
E quindi ecco che il 21 novembre 1964 accade qualcosa di clamoroso: In Italia si vota, ma non a Lampedusa, dove tutti restituiscono le schede elettorali. I dirigenti delle varie fazioni politiche ed i circa 2500 aventi diritto non si presentano alle urne dando vita a quella che sarà ricordata come una delle proteste più singolari della nostra Repubblica: dal 1948 in Italia non era mai successo che la popolazione di un Comune si rifiutasse di esercitare il diritto di voto.
È solo in questo modo che il popolo lampedusano attira finalmente le attenzioni dello Stato italiano, che manda sul posto l’allora ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani. Così tra il 1967 e il 1975 le Isole Pelagie vivono una sorta di rivoluzione: vengono costruite fogne, strade, edifici scolastici, arriva il telefono, il primo canale tv, vengono attivati un pronto soccorso e un dissalatore, migliorate le comunicazioni marittime e – finalmente! – costruito l’aeroporto (oggi Aeroporto Internazionale di Lampedusa).
Ill turismo oggi è la principale risorsa dell’isola, lo sappiamo. Ma curiosamente – racconta Fabio – l’inizio dello sviluppo turistico è legato a un evento “bellico” esterno. Il 15 aprile 1986 il colonnello Gheddafi, dalla Libia, lancia due missili Scud contro il radar NATO di Lampedusa come ritorsione per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti. I missili non colpiscono il bersaglio, ma innescano una crisi diplomatica tra Italia e Libia. Conseguenza indiretta di questo evento è l’inizio del turismo, perché per la prima volta dopo anni si parla a lungo di Lampedusa sui giornali e nei telegiornali italiani, e così molti italiani scoprono l’esistenza di quest’isola in mezzo al Mediterraneo dove c’è sempre il sole e ci sono anche delle belle spiagge.
Eppure già cinque secoli prima l’Ariosto nell’Orlando Furioso aveva ambientato a Lampedusa – Lipadusa – la battaglia tra i saraceni di Agramante e i paladini cristiani guidati da Orlando.
Un luogo che storicamente è stato invece di convivenza e dialogo tra cristiani e musulmani è il Santuario di Lampedusa dedicato alla Madonna di Porto Salvo. Le prime tracce di cronaca del luogo di culto risalgono al 1202, al tempo della quarta crociata. Durante la Seconda Guerra mondiale la statua della Madonna, protettrice dell’isola, restò intatta quando la stessa Lampedusa venne profondamente danneggiata dai bombardamenti che distrussero anche il tempio della Santa Patrona, senza però fare alcuna vittima, né arrecare nessun danneggiamento al simulacro che la raffigurava. Il fatto venne interpretato come un segno della potenza della Beata Vergine e crebbe così ancora di più la devozione nei confronti della patrona dell’isola.
I lampedusani ricostruirono il santuario e, ogni anno, il 22 settembre, festeggiano la santa patrona con una processione durante la quale la statua della Madonna – del peso di 150 chili – viene portata in strada dai fedeli per le strade dell’isola.
Infinite sono le leggende legate a questo luogo. Un ritratto in chiesa racconta di un naufrago, su un relitto, che porta la statua della Madonna. La tradizione vuole che sia arrivata proprio dal mare. Ma in maniera più precisa e dettagliata possiamo far risalire all’Ottocento le origini per la devozione della Beata Vergine, quando Bernardo Maria Sanvisente, governatore di Lampedusa, nonché ufficiale di marina del Re Ferdinando II di Borbone, fece edificare il primo storico santuario in onore di Maria Santissima di Porto Salvo. Lo stesso Sanvisente, in una relazione inviata al re, parlava della grotta come luogo di culto, diviso in chiesa cattolica e moschea. Si pensa, infatti, che questo santuario sia nato come luogo di eremitaggio musulmano all’interno di una grotta nel VII secolo. Secondo i racconti tramandati, intorno al 1500 vi avrebbe trovato dimora un eremita di nome Andrea che accoglieva senza distinzioni di fede coloro che volevano pregare. Nel corso dei secoli la grotta di Lampedusa è diventato un luogo dove pregano cristiani e musulmani. Una parte della grotta dove è seppellito un marabutto turco è usata dai musulmani, un’altra parte invece, caratterizzata da una croce di colore rosso vermiglio sul pavimento, è usata dai cristiani. La figura della Madonna è venerata da entrambi i culti; anche l’Islam venera Maria come madre del profeta Gesù, unica donna ad essere chiamata per nome nel Corano.
È il momento di spostarci, sempre con Fabio, alla Porta d’Europa. Quest’opera d’arte è stata realizzata nel 2008 dallo scultore Mimmo Paladino, che all’epoca non rilasciò grandi dichiarazioni per spiegarne il senso. Tutto è lasciato alla libera interpretazione, come per più o meno tutte le opere di arte contemporanea. Dalle poche cose che ha detto, si sa che con questo monumento ha voluto dare un contributo alle migrazioni, semplicemente perché studiando i materiali ha capito che questo tipo di ceramica è una ceramica refrattaria, cioè una ceramica “da fuoco” che oltre a reggere il calore è in grado anche di assorbire la luce e di rifletterla. Quindi lo scopo era di costruire un faro che nel buio più totale guidasse i migranti. Qualche anno fa – racconta Fabio – c’era in visita a Lampedusa una classe di un liceo di Parma, che era venuta qui con lui a vedere la porta. Un ragazzo, alla fine della spiegazione, ha detto che voleva venire qui di notte per vedere se era vero che la porta si illumina. E Fabio ha accolto la richiesta, dato che neanche lui c’era mai stato di notte e anche a lui faceva piacere vedere se la porta funziona davvero. Quel giorno pioveva a dirotto, ma il ragazzo, imperterrito, non ha desistito e quindi, con lui e pochi altri ragazzi, sono venuti ben bardati e hanno visto che la porta, nonostante il cielo fosse buio come non mai, ogni volta che c’era un lampo si accendeva. Poi, incuriosito, Fabio è tornato qui altre notti e ha scoperto che, perfino senza luna, basta la fioca luce delle stelle a illuminare la porta e a farne effettivamente un oggetto più chiaro nel buio, che può fare da riferimento per i naviganti.
Per quanto riguarda le decorazioni della porta, sta alla fantasia di ognuno decifrarne il senso. Sono comunque tutti simboli che riguardano l’uomo e i suoi spostamenti: i cartelli, il pesce di cui si ciba, delle ciotole, le scarpe, i piedi, le mani. Sulla base c’è scritto “Terra” da un lato e “Mare” dall’altro. Più oscuro il significato dei numeri nella parte alta. La lastra di acciaio inossidabile simboleggia uno specchio, che ha probabilmente lo scopo di far sì che chi guarda la porta veda sé stesso, per far prendere coscienza a tutti che ciascuno di noi non è diverso da chi arriva dal mare.
Questo messaggio, visti i tempi, non è piaciuto a tutti qui a Lampedusa. Ci sono stati atti di vandalismo: qualcuno ha tentato di abbattere la porta col flessibile, e prima era stata coperta di sacchi della spazzatura, come a nasconderla e a dire che è un rifiuto. Del resto sappiamo che Giusi Nicolini non è più molto popolare nella sua isola, e come lei Pietro Bartolo, per molti anni medico di Lampedusa, che ha salvato tanti migranti e che è stato anche parlamentare europeo.

Un’altra storia molto bella che ci ha raccontato Fabio è quella di Vito Fiorino e della sua barca Gamar. Nato a Bari, figlio di migranti trasferitisi a Milano dove il padre lavora come falegname in uno scantinato che è anche la loro abitazione, Vito ha raccontato di essere cresciuto nelle difficoltà che incontravano tutti i meridionali che negli anni Cinquanta si trasferivano al Nord: la povertà, le discriminazioni, l’etichetta di diversi, di “terroni”. Dopo la scuola sceglierà di proseguire il lavoro del padre, nonostante la contrarietà del genitore che con tanti sacrifici lo aveva fatto studiare e che sperava per il futuro del figlio una professione diversa. La sua attività sarà invece quella di falegname, titolare di un’azienda con diversi dipendenti. Vito lavora con i ritmi frenetici della società milanese fino a quando una settimana di vacanza favorisce un incontro che lo porterà ad un radicale cambiamento di vita: L’innamoramento per un’isola di straordinaria bellezza; Lampedusa, una terra che lo aveva incantato al punto di fargli decidere di trasferirvisi, di chiudere l’impresa milanese e di iniziare una vita diversa. Dopo pochi mesi Vito diventerà un cittadino lampedusano, proprietario di una gelateria, con tanti amici, più tempo libero ed una qualità di vita decisamente migliore.
Il destino però gioca ancora con lui. Lampedusa lo mette di fronte ad un altro fondamentale incontro: quello con La nuova speranza, una barca malmessa, tutta da risistemare, a cui Vito dedicherà tempo ed amore fino a renderla una dignitosissima imbarcazione alla quale darà il nome di Gamar, le lettere iniziali dei nomi dei suoi amatissimi nipoti Gabriel e Martina. È un altro bel regalo della vita, Gamar, che Vito condivide con i nipoti, quando sono in vacanza da lui, e con i suoi amici. Con questi ultimi spesso organizza di trovarsi a tarda sera, dopo il lavoro, per stare insieme, per mangiare, bere e fare una battuta di pesca. Così anche quella sera.
Quella sera era il 2 ottobre 2013; una notte calda, tanto da fare il bagno a mezzanotte e restare svegli per godersi quel mare calmo e quell’aria tiepida fino a tardi. Il buio intorno, non c’era la luna, solo tante stelle e silenzio. A un certo punto uno degli amici dice “Sento un vusciari, sembrano voci, lamenti…”, ma intorno ci sono solo i gabbiani; i fanali della barca e le torce non mostrano barche vicine. Ma il vusciari non si spegne; decidono così di avanzare lentamente in quella direzione e presto, poche centinaia di metri più avanti, si trovano al centro di uno scenario inimmaginabile, tragico: centinaia di persone in mare che piangono, gridano, agitano le braccia e chiedono aiuto. Naufraghi, più di duecento, e neppure una barca all’orizzonte. Parte immediata la richiesta di soccorsi ma il tempo di aspettarli senza agire non c’è. Vito e i suoi amici iniziano ad issare in barca quelli che riescono ad afferrare; non è facile, i loro corpi sono nudi e scivolosi per il gasolio che era fuoriuscito dalla barca, sgusciano via dalle mani, ricadono in acqua e si deve ricominciare daccapo. I primi salvati raccontano in un inglese stentato che sono in acqua da circa tre ore, che sono partiti in più di cinquecento, che la loro imbarcazione è affondata a seguito di un incendio provocato da un tentativo di attirare l’attenzione delle barche che intravvedevano in lontananza con una coperta a cui era stato dato fuoco con il gasolio e che agitavano in aria… un brandello si era staccato e l’incendio era divampato velocemente.
Trecentosessantotto di loro moriranno, in quella notte di ottobre: in quell’incendio, in quel naufragio, in quel mare, in quell’indifferenza. L’indifferenza dei mezzi della Guardia di Finanza che li aveva avvistati prima della tragedia e che aveva comunicato che sarebbe intervenuta sì, ma l’indomani mattina. L’indifferenza degli uomini a bordo della motovedetta della Capitaneria che alle richieste di Vito di trasbordare i 47 naufraghi che erano riusciti a caricare sulla Gamar, sfidando ogni limite di sopportazione del mezzo destinato al massimo a nove persone, per poterne salvare altre, avevano risposto “Il protocollo non lo consente”.
Dalla baia della Tabaccara, luogo del naufragio, la Gamar-Nuova speranza rientrerà in porto con 47 vite salvate, la più giovane delle quali era un ragazzino di soli tredici anni, partito da casa due anni prima, quando era ancora un bambino, per cercare una speranza di futuro sfidando il deserto e il mare. Una settimana dopo, nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa si sono svolti i funerali delle vittime. I parenti piangevano nella disperazione, i sopravvissuti si stringevano uno all’altro e nel loro dolore la fratellanza aveva trovato un padre. Father, così da allora chiamano Vito e da allora le loro vite sono rimaste inanellate; dal nord Europa, in cui quasi tutti oggi vivono, non smettono di ricordargli ogni giorno quanto gli siano grati, quanto lo amino, quanto sentano il bisogno continuo di ringraziarlo per aver dato loro, come un padre, una possibilità di vita quando tutto sembrava irrimediabilmente perduto.
C’è un memoriale che è stato inaugurato il 3 ottobre 2023, alle 3.15 di notte, l’ora del naufragio. Il monumento rappresenta lo scheletro di una barca inghiottita dal mare, con dei legni ad evocare le braccia che chiedono aiuto, e riporta 366 nomi degli uomini, delle donne, dei bambini che quella notte abbiamo perso nel mare della Tabaccara. Due vittime sono rimaste senza nome, non è stato possibile neppure salvarle dall’anonimato. Il memoriale si chiama Nuova Speranza.
Oggi è arrivata la notizia che nella notte la guardia costiera ha effettuato il soccorso di un barchino di 7 metri salpato da Sfax, in Tunisia. Diciassette migranti, originari di Guinea, Ciad e Sudan, sono stati sbarcati a Lampedusa ma sette persone sono morte; i loro corpi verranno trasferiti a Porto Empdocle. La stessa nave, il pattugliatore Dattilo, aveva sbarcato a Lampedusa qualche ora prima altri 53 migranti (di cui 7 donne e 3 minori) originari di Costa d’Avorio, Etiopia, Gambia, Ghana, Liberia, Nigeria, Sudan e Somalia che hanno riferito di essere partiti con un gommone da Zuwara, in Libia.
Con questi 7 sono 10 morti in 3 giorni che siamo qui a Lampedusa. E dunque il nostro viaggio non poteva che finire qui, alla porta d’Europa, costruita perché sia un faro per i migranti anche nel buio della notte più nera. Noi vorremmo che questa porta non fosse chiusa in faccia agli esseri umani che partono dall’Africa, perché nessuno parte “perché gli va”, checché ne dica Giorgia nostra. Vorremmo che il Mediterraneo fosse ancoramare nostrum e non fosse la tomba di almeno 25.000 persone annegate con i loro sogni e le loro speranze dopo la tragedia del 3 ottobre 2013. Vorremmo che fossero rispettati i diritti delle persone migranti, che fosse rispettato il diritto internazionale sul soccorso in mare, anche se – ci hanno detto – il diritto vale “fino a un certo punto”. È chiedere troppo? Per molti sì, in questo momento storico. Ma a noi piace stare dalla parte giusta della storia.
Con questo vi saluto, vi ringrazio per aver avuto la pazienza di leggere fin qui e vi invito ad abbonarvi al Finestrino, la pagina Substack di Andrea Cegna, dove troverete notizie, interviste e aggiornamenti continui dall’America Latina. Date una mano al giornalismo indipendente.
https://ilfinestrino.substack.com/
Grazie a Radio Popolare, ViaggieMiraggi, Andrea, Giulio, Giusi Nicolini, Mediterranean Hope, Paola La Rosa, la biblioteca IBBY di Lampedusa, Fabio Giovanetti e l’Archivio Storico di Lampedusa, e a tutte le compagne e tutti i compagni di viaggio.
