Kobane Calling

Avete mai letto un reportage a fumetti?

Questo, firmato Zerocalcare, è uscito qualche mese fa su Internazionale.

E’ un modo forse un po’ più “leggero” ma non necessariamente meno accurato di raccontare dall’interno (o quasi) una realtà dura come quella di Kobane.

E poi, in fondo, non è altro che un racconto di viaggio…

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Grand Taxi Collectif

Agosto 2011

Il sole implacabile di agosto accende le mura rosate di mattoni di fango di Marrakech. Ho appena, faticosamente, trovato un’uscita dalla medina nei pressi di Bab Doukkala.

Non è facile non perdersi nei vari souq che riempiono le stradine in salita che, dalla grande spianata della Djemaa el Fna, portano fin qui alle mura. Sebbene non sia presto, i souq ancora un po’ sonnecchiano, ma non bisogna dimenticare che siamo in pieno Ramadan: tutte le attività vanno un po’ a rilento, se si può mangiare (e bere) solo dal tramonto all’alba. Purtroppo ci ho messo più tempo del previsto ad arrivare qui, così ora sono quasi le dieci.

Bab in arabo significa porta: Bab Doukkala è appunto una delle antiche porte della medina, da cui di tanto in tanto passa ancora qualche carretto trainato da un asino, ma in prevalenza ora sono i motorini a sfrecciare.

Qui c’è anche la Gare Routiere, la grande stazione degli autobus di Marrakech. Nel parcheggio polveroso di fronte alla stazione, sostano i Grand Taxi.

Il Grand Taxi è un mezzo di trasporto tipicamente marocchino, forse potremmo dire un’istituzione tipicamente marocchina.

Sì, perché in Marocco esistono i Petit Taxi, che sono i taxi “classici”, simili almeno nel concetto generale a quelli che girano nelle nostre città europee. Nel concetto perché le macchine sono, naturalmente, un po’ più vecchie. Sono quasi tutte piccole o medie macchine francesi, Renault o Peugeot, in genere con almeno una ventina d’anni nelle ruote. In ogni città i Petit Taxi sono di un colore diverso: A Casablanca (ma anche a Fes, per la verità) sono rossi, a Rabat sono azzurri, qui a Marrakech sono beige, color sabbia, potremmo dire. Se non fosse per l’età, la mancanza di aria condizionata e parecchi ammennicoli appesi al retrovisore interno, potrebbero essere come i “nostri” taxi. Il tassametro c’è e lo fanno sempre funzionare, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Probabilmente i controlli di polizia ci sono e non sono uno scherzo, i tassisti sanno che con uno straniero è meglio non sgarrare. I prezzi, comparati ai nostri, sono davvero ridicoli; con l’equivalente di pochi euro si attraversa la città.

Ma, appunto, se si resta in città. Se si esce dalla città tutto cambia, bisogna prendere il Grand Taxi. Ed è davvero un altro mondo.

Il Grand Taxi è una macchina più grande ma ancora più vecchia, quasi sempre una Mercedes, una di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. La rete ferroviaria marocchina è abbastanza estesa ed efficiente, per l’Africa, ma raggiunge solo le città principali, o quasi. Gli autobus ci sono, ma anche questi dappertutto non arrivano e non sono né molto frequenti né particolarmente veloci. E così si ricorre al Grand Taxi, che per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Ma quando dico diversi, questo non necessariamente ha come limite la capacità di carico teorica della macchina. Anzi, molte volte, come nel mio caso che sto per raccontare, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E, il più delle volte, finché non è pieno non parte. Il che vuol dire che non ci sono orari, si va al parcheggio e non si sa quando si parte, né tantomeno quando si arriva.

Certo, non è una vita comoda, né per le macchine né per le persone, ma in entrambi i casi non c’è scelta. E, per quanto riguarda le macchine, a me piace pensare che, se davvero hanno un’anima, innanzitutto preferiscano campare ancora qualche anno, sia pure andando incontro ad una vecchiaia tutt’altro che agiata, che finire schiacciate da una pressa; e poi, chissà, forse qualcuna potrebbe trovare questa vita più divertente, e senz’altro più movimentata, che fare sempre lo stesso tragitto casa-ufficio, tutta lustrata e imbellettata da un solerte autista.

Esiste anche, in realtà, il Grand Taxi Individuel: significa che, contrattando, puoi comprare tutti i posti e viaggiare da solo, da signore insomma, o quasi. Potrei farlo: per un qualunque europeo, se si può permettere di venire fin qui, in fondo non è una gran spesa. Ma io, consapevolmente, ho scelto il Grand Taxi Collectif. Altrimenti, mi sembrerebbe non solo di ostentare i miei soldi, per quanto pochini in assoluto, che è una cosa che odio. Ma anche di togliere il posto a qualcuno, o almeno costringere ad aspettare il prossimo giro qualcuno che sicuramente ha motivi più importanti dei miei per fare questo viaggio. Insomma, mi dà proprio la sensazione di una cosa che non si fa. Non mi farei degli amici, probabilmente, ma non è tanto questo che mi preoccupa. È che, oltre a quello che ho già detto, facendo così sicuramente capirei del Marocco ancora meno del qualcosa che, un po’ immodestamente, penso di poterne capire in poco più di due settimane. E quindi tra l’altro, cosa non trascurabile, se l’avessi fatto ora probabilmente non sarei qui a scriverne.

Contrattare si contratta in ogni caso: il tassametro qui non c’è, ma si decide il prezzo prima di partire. Può succedere che, se sei straniero, paghi un po’ di più, ma in fondo ci sta.

So come funziona perché ho già usato questo mezzo una volta, per andare da Meknes alle rovine romane di Volubilis. Quella volta da solo, lo confesso, ma non c’erano in quel momento altre persone interessate alle rovine. E se ci fosse stato qualcuno, difficilmente sarebbe stato un marocchino: loro, giustamente, tendono più a pensare alla loro vita di tutti i giorni, che già non è sempre facilissima.

Funziona così: trovato il parcheggio, bisogna cercare il “capo”, un personaggio che di solito non è molto difficile localizzare. In genere ha una pettorina o un giubbotto catarifrangente, un segno distintivo insomma, e scribacchia nervosamente su un foglio nomi, prezzi e destinazioni. Non leggo l’arabo, ma presumo. È inutile andare dal singolo tassista, ti manderebbero comunque da lui. Nessuno si muove se lui non dà l’ordine. Vai da lui, gli dici dove vuoi andare e lui ti dice dove aspettare che la macchina per la tua destinazione si riempia e chi sono le persone (se già ce ne sono) che verranno con te. A meno che tu non voglia andare da solo ma, come ho già spiegato, non è il mio caso. Anche il prezzo si contratta con lui, l’autista guida soltanto.

A questo punto, se hai fortuna, come me oggi, hai almeno una panchina sotto una pensilina per non aspettare sotto il sole cocente.

Io oggi voglio andare alle cascate di Ouzoud, o almeno fino ad Azilal, che è la città più vicina. Da lì, poi, sono convinto che non avrò difficoltà a trovare un altro mezzo di trasporto. Però, sapendo che è un posto dove vanno anche parecchi turisti, provo a chiedere se c’è la possibilità di essere portati direttamente alle cascate. Il capo, in un inglese stentato che vira quasi subito al francese (che per fortuna un po’ capisco), mi conferma che no, è meglio andare ad Azilal, destinazione per cui ci sono già altre tre persone in coda. Poi, da lì, troverò facilmente un altro taxi. Va bene, dico io, e mi fa cenno di sedermi vicino a tre marocchini, due ragazzi sui vent’anni e un altro tipo un po’ più vecchio: potrebbe avere più o meno la mia età, circa quarant’anni, diciamo. Io mi siedo proprio accanto a lui, che subito mi chiede di dove sono. Rispondo che sono italiano e subito lui, in un buon italiano, mi dice che attualmente vive proprio in Italia, a L’Aquila, si trova qui solo per le vacanze. Il suo nome è Hassan. Gli domando, per fare un po’ di conversazione, che fa a L’Aquila e come vanno le cose a due anni dal terremoto. Dice che ha un’attività, ma sta molto sul vago, intuisco che preferisce non approfondire. Allora gli chiedo se pensa che l’attesa sarà lunga. Chi lo sa, risponde, non si può dire. Mi conferma, però, che dobbiamo aspettare ancora almeno una persona, meglio ancora se ne arrivano due. Allora si parte sicuramente. Deduco che la capienza massima prevista è proprio di sette persone.

Intanto, tutti gli autisti che hanno già una destinazione assegnata, compreso il nostro, sono impazienti di partire. Certo, penso, probabilmente sono pagati solo per i viaggi che fanno e sperano di tornare presto per poter fare un altro viaggio. Ognuno di loro, allora, si mette in cerca di clienti per completare la sua macchina. L’azione di marketing consiste nel camminare avanti e indietro per il parcheggio urlando la loro destinazione. Per cui il parcheggio è tutto un sovrapporsi di voci che ripetono:

“Azilal, Azilal, Azilal!”

“Taroudannt, Taroudannt, Taroudannt!”

“Ouarzazate, Ouarzazate, Ouarzazate!”

Quei nomi e quelle voci hanno un suono antico; mi chiedo se era così anche quando le carovane si fermavano a Marrakech per fare provviste prima di attraversare il deserto.

Guardo l’orologio e improvvisamente mi rendo conto che è quasi un’ora che stiamo aspettando. Sarei quasi tentato di andare dal capo e dirgli che pago io i due posti vuoti, purché ci muoviamo, ma decido di aspettare ancora dieci minuti.

Ma poco dopo ecco arrivare, come per incanto, la soluzione al mio dilemma. Si presentano due persone quasi contemporaneamente, anche se credo di capire che non si conoscano: un altro ragazzo marocchino, molto giovane, e una ragazza magra, con i capelli rossi e la pelle bianchissima appena colorita dal sole. Parla arabo, ma con uno strano accento che riconosco come inglese, ne sono quasi certo. O forse potrebbe essere irlandese, non lo so; dovrei sentirla parlare in inglese per capirlo.

Ma non c’è tempo per le presentazioni, ora ci siamo tutti e dobbiamo salire in macchina, si parte. La macchina è un Mercedes, non saprei dire quale modello, ma per fortuna sembra in buone condizioni. L’altro Grand Taxi che ho preso era messo molto peggio.

Ci sistemiamo; il mio amico “aquilano” sembra aver preso in qualche modo il controllo della situazione, tra l’altro sembra conoscere il capo, anche se è solo una sensazione. Fatto sta che decide lui i posti. I due ragazzi più magri li fa mettere, quasi uno sopra l’altro, al posto del passeggero. Io finisco dietro, dove, da sinistra a destra, ci disponiamo così: la ragazza, lui, io e l’altro ragazzo.

Ci muoviamo. All’inizio la posizione, tutto sommato, non è neanche troppo scomoda, la macchina è spaziosa. Purtroppo però mi accorgo ben presto che, gradualmente, Hassan sta spingendo sempre più in là me e l’altro, probabilmente nell’intento di fare più spazio per la ragazza. Sì, perché ora parlotta continuamente con lei, che gli risponde sempre in quel suo arabo con accento inglese. Probabilmente è qui per studiare l’arabo, mi dico. Certo l’impressione che ho, nettamente, è che lui ci stia un po’ provando, o almeno stia facendo un po’ il cascamorto, come dire. Lei in realtà non è una gran bellezza, nel suo paese non è sicuramente una per cui gli uomini si girano per strada. Ma qui, per la ben nota legge del contrasto, i suoi capelli rossi, i suoi occhi azzurri e la sua carnagione lattea sono quanto di più “esotico” ci possa essere. Infatti Hassan, che pure un po’ di mondo l’ha visto, non resiste e non le stacca gli occhi di dosso.

Il risultato è che, in pratica, lei occupa il suo posto stando anche larga, lui si prende comunque il suo e per me e l’altro tapino ne resta a malapena uno in due. Fortunatamente nessuno di noi due è largo di fianchi, così in qualche modo ci stiamo, ma è scomodissimo: io sto stretto, praticamente non mi posso muovere, ma riesco ad appoggiare la schiena; lui nemmeno quello, perciò sta tutto curvo in avanti. Deve essere veramente una tortura.

Così attraversiamo la lunga piana che porta fino a Demnate, da dove si inizia a salire sui monti dell’Alto Atlante.

Chiedo al mio amico Hassan se questo modo di viaggiare, in sette in macchina, è legale qui o è soltanto tollerato. Propendo più per la seconda ipotesi, perché mi sembra difficile che possa essere in qualche modo legalizzata una situazione diversa da quella per cui la macchina è stata costruita. La mia è soltanto curiosità, ma lui sembra non prenderla tanto bene. Non mi dà una risposta precisa, sembra anzi infastidito, probabilmente la prende come un voler evidenziare le differenze di cultura e stile di vita tra l’Europa e l’Africa, quasi con un sottinteso razzismo. La mia intenzione non era affatto questa, ma capisco che la mia frase possa essere mal interpretata, per cui taglio corto: gli spiego che era solo una curiosità, ma in fondo non importa, lasciamo perdere.

Tenere i finestrini abbassati è l’unico modo di sopravvivere al caldo, ma appena l’autista schiaccia un po’ sul pedale ci arrivano dei getti d’aria non proprio piacevoli. Chiedo di alzare un po’ il finestrino, ma ottengo solo un paio di centimetri, il che non cambia sostanzialmente la situazione.

Dopo due ore e mezza di viaggio, senza fermate, siamo finalmente nei pressi di Azilal; manca ancora qualche chilometro, in realtà. Hassan mi spiega che mi conviene scendere al bivio dove inizia la strada per le cascate, perché entrando in città allungherei inutilmente il percorso.

“Va bene” – dico io – “ma qui troverò un altro taxi per le cascate?”.

“Lo troverai senza problemi” mi rassicura.

Informa anche l’autista, così ci fermiamo. Scendo solo io, tutti gli altri proseguono per Azilal. Un saluto veloce ai miei compagni di viaggio e la macchina riparte.

Appena sceso mi sento tutto anchilosato, faccio fatica a muovermi. Sto ancora cercando di riattivare la circolazione nelle mie povere membra, quando mi si avvicina un uomo non molto alto, tarchiatello, con i capelli neri tagliati corti e due baffetti molto curati. Indossa una camicia a colori vivaci. Mi sorride e mi chiede, in inglese, se ho bisogno di aiuto e dove sto andando. Rispondo che voglio andare alle cascate di Ouzoud e cerco un passaggio per poterci arrivare. Si offre di farmi lui da guida, naturalmente mi troverà il passaggio e poi mi accompagnerà a piedi fino alle cascate.

Ho letto che il sentiero per le cascate è ben segnalato, quindi potrei anche non avere bisogno di una guida, ma per arrivare a prenderlo? Non so quanti chilometri ci siano da qui, ma non è fattibile a piedi, sicuramente non a quest’ora. Decido di accettare, non è il caso di perdere altro tempo.

Concluso con una stretta di mano il contratto, la mia nuova guida si presenta: il suo nome è Salah. Telefona e in pochi minuti arriva una macchina. Naturalmente non è un taxi “ufficiale”, del resto anche lui non è certo una guida ufficiale.

È una delle cosiddette “Faux Guides”, che sono diffusissime in Marocco. Sono veramente tante, un numero assolutamente non paragonabile a quello delle guide “vere”. Non sono necessariamente truffatori, anche se è possibile trovarne anche di quelli, che si fanno pagare e non ti fanno vedere niente; e anche se a volte possono essere un po’ esosi, per il tipo di servizio che offrono. Il più delle volte sono semplicemente persone che si arrangiano per raggranellare qualche soldo con cui sbarcare più facilmente il lunario. Si trovano ovunque, ma il loro regno è la medina, la parte antica, delle grandi città. Qui spesso l’ignaro straniero, una volta entrato, ha serie difficoltà anche solo a trovare l’uscita senza il loro aiuto. Non è facile districarsi in un dedalo di vicoli, tutti senza nome o con il nome scritto solo in arabo. E non esiste alcuna mappa che possa essere realmente di qualche utilità. Mi è già capitato varie volte. Fa parte del gioco, direi. Quello che, alla lunga, può diventare stressante è che, sì, se va bene ti portano dove vuoi andare, anche se non è per nulla scontato. È anche possibile che non conoscano quel posto e ti portino in un altro, che per loro vale comunque assolutamente la pena. Ma, ovunque ti portino, per arrivarci, invariabilmente, devi prima passare per i negozi dei loro fratelli, zii, cognati e cugini fino al terzo grado. Uno vende spezie, un altro tappeti, un altro babbucce, un altro gioielli artigianali e così via. Tutti ti invitano a comprare molto amabilmente, nessuno ti forza, puoi anche finire il giro senza spendere un solo Dirham. Ma il tempo passa tra trattative e bicchieri di tè. Il che, personalmente, posso trovarlo piacevole per qualche giorno ma alla lunga mi stanca. E poi, il tè alla menta marocchino è ottimo ma in genere un po’ troppo zuccherato.

Mentre ci dirigiamo alle cascate, Salah mi racconta che lui gestisce un piccolo bar proprio lì al bivio, una specie di punto di ristoro. Ma in questi giorni, per il Ramadan, è costretto a chiudere. Evidentemente non gli conviene tenere aperto solo per i pochi turisti che arrivano qui come me, o sperando che qualcuno dei locali venga a bersi una cosa dopo il tramonto. Perciò in questi giorni fa la guida a tempo pieno, di solito invece lo fa solo per arrotondare. Probabilmente gli affari non vanno benissimo neanche negli altri mesi.

Il suo inglese è elementare e la pronuncia non è proprio quella che sentireste da un anchorman della BBC, ma ci capiamo.

In un quarto d’ora arriviamo ad un piccolo villaggio, dove si imbocca il sentiero per le cascate. Mentre ci incamminiamo voglio mettere in chiaro una cosa, ammaestrato dalle precedenti esperienze.

“Ascolta, Salah, io non ho molto tempo. Stasera devo tornare a dormire a Marrakech, sono già le due e il viaggio non è breve. Perciò, per favore, te lo dico subito: non voglio comprare niente. Ho già comprato tutto quello che potevo comprare. Portami alle cascate e basta, ok?”

“Ok, my friend. Qui c’è un piccolo bazar, ma se non vuoi non ci fermeremo”.

Infatti ci passiamo, saluta tutti ma tira dritto.

In un’oretta di facile cammino raggiungiamo le cascate. Intanto, Salah mi racconta di sé e della sua famiglia: è berbero, ha una moglie e due bambine. Quasi sempre, qui in Marocco, i berberi dichiarano per prima cosa la loro identità. Dal punto di vista etnico, la popolazione è divisa all’incirca a metà tra berberi e arabi; dopo oltre un millennio di convivenza sono ovviamente anche molto mescolati, ma le due comunità mantengono una certa separazione. Non mi è mai successo, tuttavia, di sentire un arabo qualificarsi come tale. Evidentemente non ne sentono il bisogno, facendo parte del popolo che esprime la cultura e la lingua tuttora dominanti in questo paese. Per i berberi invece, che sono un popolo che ha una lingua, una cultura, una bandiera, ma non ha mai avuto uno stato, il bisogno di rivendicare un’identità che in passato è stata molto repressa è forte.

Salah vorrebbe ospitarmi a casa sua per la notte e farmi conoscere la sua famiglia; poi domani potremmo fare altri giri, mi dice, ma gli spiego che ho già altri programmi e ribadisco che preferisco tornare a Marrakech.

La vista delle cascate è davvero mozzafiato. Sono cascate imponenti, a tre salti, alte almeno un centinaio di metri. Il fiume precipita con fragore tra le rocce rosse coperte di vegetazione. La luce del sole, attraversando la nebbia di goccioline, forma un bellissimo arcobaleno. Alla base c’è una piscina naturale dove la gente si bagna. Insomma, è esattamente come si immagina una grande cascata in Africa. Uno spettacolo naturale stupendo.

Lungo il sentiero ci sono diversi punti di osservazione, dove ci fermiamo prima di arrivare alla base delle cascate. Mi accorgo che sto facendo foto in maniera compulsiva, stasera ne avrò a decine tutte uguali. Io non sono certo un grande fotografo e la mia macchina è una modesta compatta, ma in un posto del genere è difficile trattenersi. Ci fermiamo un po’, sia per riposarci sia perché mi voglio gustare lo spettacolo anche un po’ con gli occhi, non solo attraverso l’obiettivo.

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Purtroppo però il tempo non è molto, dobbiamo ripartire. Scendiamo e Salah richiama il suo amico, che ci riporta al bivio. Io chiedo come fare per prendere un altro Grand Taxi che mi riporti a Marrakech, ma Salah mi informa che esiste anche un autobus e che passerà tra circa un’ora. Resto sorpreso, la guida non ne parlava e anche le mie ricerche su internet erano state infruttuose… meglio così, naturalmente. Mi colpisce l’onestà di Salah: in fondo avrebbe benissimo potuto non dirmi niente e chiamare qualche altro “taxista” suo amico o conoscente, che senz’altro gli avrebbe dato qualcosa. Purtroppo siamo abituati male, l’onestà ci sorprende sempre, in qualunque posto ci troviamo.

Per evitare di aspettare un’ora sotto il sole, Salah apre apposta per noi il suo bar. È molto piccolo e mal messo, ma ci consente almeno di stare all’ombra e bere qualcosa nell’attesa. Naturalmente bevo solo io, lui fino al tramonto non può.

Tra una chiacchiera e l’altra, mi chiede come mai viaggio da solo: non è la prima volta che mi capita, qui è vista un po’ come una stranezza. Vuole sapere della mia famiglia. Rispondo che non ho né moglie né figli, e nemmeno fratelli o sorelle; dei miei genitori è rimasto solo mio padre, che è troppo anziano per viaggiare e, a dir la verità, non ne ha mai avuto molta voglia. Ci pensa un attimo, poi esclama, indicando sé stesso:

“Allora adesso hai un fratello, qui, in Marocco!”.

Lo ringrazio sorridendo, forse è un po’ prematuro ma qui la gente è fatta così, tende a enfatizzare questo genere di relazioni.

A questo punto attacca a chiamarmi “my brother” e non più “my friend”. Strappa un pezzo della carta di una stecca di sigarette ed inizia a scarabocchiarci sopra. È un itinerario che mi sta proponendo, naturalmente con lui come guida, tra le più belle valli dell’Alto Atlante e fino a Merzouga, alle porte del Sahara. Scrive diversi nomi di città o villaggi e li collega con dei tratti di penna fino a disegnare una specie di cerchio. Alcuni di quei nomi li ho sentiti, altri mi sono totalmente sconosciuti. Ma lui sembra sapere il fatto suo, per quanto, certo, la grafica dell’improvvisata cartina turistica non sia eccezionale.

Gli ripeto ancora una volta che ora non ho tempo per un giro così lungo ma mi piacerebbe, davvero, magari un altr’anno… così ci scambiamo indirizzi e numeri di telefono.

Gli chiedo anche quanto gli devo, non voglio dover saldare il conto in fretta mentre arriva l’autobus. Mi chiede 70 Dirham. Al tassista ho già dato i suoi soldi, è ovvio, ma è comunque una cifra onestissima. Mi è successo di sentirmene chiedere 200 solo per uscire dalla medina. Gliene do 100, non di più perché non vorrei offenderlo.

Arriva un vecchietto che ha visto il bar aperto ed è venuto a curiosare per capire come mai. Salah me lo presenta, il suo nome è Rashid. Salah gli spiega chi sono e cosa stiamo facendo, almeno così immagino. Lui non parla inglese, ma mi fa dei grandi sorrisi sdentati. Dico a Salah di chiedergli se non gli dispiace che gli faccia una foto; ho scoperto che nel Marocco rurale molte persone, soprattutto anziane, non lo gradiscono. Risponde che va bene e così, per avere un ricordo, faccio una foto a lui e a Salah sotto il cartello turistico delle cascate di Ouzoud.

Ormai è ora, ci mettiamo ad aspettare l’autobus tutti insieme e, dopo pochi minuti, vediamo un vecchio pullman in avvicinamento. Ai nostri cenni, accosta sollevando una nuvola di polvere. È il momento dei saluti, poi salgo in fretta e mi cerco un posto. A colpo d’occhio, potrei essere il solo europeo ma non è la prima volta, poco male.

Il pullman parte. Il motore è molto rumoroso ma dopo un po’ il suo rombo costante concilia il sonno. Gli occhi un po’ mi si chiudono, ma vorrei vedere ancora qualche scorcio di questo paesaggio. Mi torna in mente l’itinerario: tiro fuori dalla tasca il pezzo di carta ripiegato, lo apro e provo a cercare tutti i nomi sulla guida.

Questo è un mio grande classico. Quando un viaggio sta finendo mi viene quasi sempre voglia di progettarne subito un altro, forse per placare la sensazione che questo, ormai, è andato. Mi rigiro il pezzo di carta tra le mani e penso che non so quando ma si potrebbe fare, sì, forse si potrebbe fare…

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Balkan Express

Agosto 2010

Stazione di Belgrado, 9.30 del mattino. Seduto ad un tavolino all’aperto del bar, guardo la scritta “Beograd” in cirillico sotto l’orologio della stazione mentre sorseggio un cattivo caffè.

Sono in anticipo, come spesso mi capita quando devo prendere un treno, un autobus, un aereo o qualsiasi cosa. Credo di avere qualche sindrome ansiosa che mi porta a calcolare i tempi aggiungendo sempre almeno una mezz’ora, perché non si sa mai cosa ti può capitare, che ne so… ti rapinano, perdi l’autobus (vale anche se devi fare solo un pezzo a piedi, ovviamente), c’è un terremoto catastrofico e si apre una voragine in mezzo alla strada, qualcosa del genere. E anche questa volta è così, ho ancora circa mezz’ora prima che parta il treno. Guardo distrattamente la gente che passa, leggo un pezzo di guida sempre con l’occhio all’orologio, alla fine il tempo passa. Mancano dieci minuti, il treno per Sarajevo è sul binario 1 qui davanti a me.

Mi alzo e, con fatica, mi butto lo zaino in spalla. Il treno ha decisamente l’aria di aver già macinato qualche milione di chilometri di binari, ma nei Balcani è normale. È già abbastanza pieno, ma trovo uno scompartimento semivuoto. C’è solo una coppia di mezza età, sembrano turisti. Uno dei tavolini è aperto, con sopra un pacchetto di sigarette e un accendino. Al momento non ci faccio caso e mi siedo. Sarà roba loro, penso, anche se non sembrano nemmeno loro prestare particolare attenzione a quella roba… bè, qualcuno li avrà dimenticati, succede. Passano pochi minuti, il treno comincia lentamente a muoversi. Entra un uomo con qualcosa che probabilmente è una divisa delle ferrovie serbe, ci guarda e inizia a sbraitare. Sia io che i miei due compagni di un viaggio nemmeno iniziato siamo, con tutta evidenza, stranieri. Non capiamo una parola, ma lui va avanti per parecchi secondi prima di rendersene conto. Poi si ferma e ci guarda come per dire: “Allora?”. I due sembrano imbalsamati, allora provo io a capire:

“I’m sorry, I don’t speak serbian…”.

Lui bofonchia ancora qualcosa, chiaramente infastidito. Conosco sì e no 10 parole di serbo, ma potrei scommettere che è qualcosa del tipo “ma che vengono a fare questi qui a rompere i coglioni”. Tira fuori qualche parola che sembra avere una lontana parentela con l’inglese, tra cui una che somiglia a “office”, ma soprattutto indica disperatamente il pacchetto di sigarette. Penso di intuire che quello sia il suo “ufficio” e che noi ce ne dobbiamo andare. Secondo lui, probabilmente, dovevamo capirlo da quel pacchetto di sigarette: sembra non capacitarsi che possiamo essere stati così stupidi da non arrivarci. Se ne potrebbe discutere, in realtà, dato che è uno scompartimento come tutti gli altri, se non fosse per quel particolare. Ma non mi sembra il caso, date le circostanze. Perciò mi alzo, seguito dalla coppia. Loro trovano posto nello scompartimento successivo, io preferisco proseguire un po’, anche per allontanarmi dal luogo del “misfatto”, non si sa mai.

Più avanti, trovo un altro scompartimento occupato solo a metà: ci sono due ragazzi e una ragazza, a occhio tutti intorno ai 30 anni. Mi siedo lì e cerco di rilassarmi ascoltando un po’ di musica in cuffia.

Per le prime forse due ore di viaggio, tutto procede molto tranquillo. Da qualche parola scambiata capisco che i due ragazzi sono spagnoli, ma come tali sono insolitamente silenziosi. Uno, un po’ più alto, magro e con i capelli a spazzola, è completamente immerso nel suo libro. L’altro, massiccio e leggermente stempiato, dorme quasi sempre, o almeno ci prova. Di tanto in tanto si sveglia, guarda fuori dal finestrino e bofonchia qualcosa, battendo insistentemente su due argomenti: il caldo e la lentezza del treno. I dialoghi sono del tipo:

“Que calor, joder! A cuanto vamos? Cuarenta?”.

“Sì”.

La risposta dell’amico è sempre a monosillabi, dopo di che lui, sbuffando, tenta di riaddormentarsi. La ragazza ha i capelli biondo-rossicci, fermati con una fascetta, ed è un po’ in sovrappeso. Anche lei legge, e a tratti dormicchia. Io alterno la musica alla lettura della guida.

Per arrivare a Sarajevo il treno fa un lungo giro: si dirige prima a ovest, attraversando un bel pezzo di Croazia, poi entra in Bosnia a Slavonski Brod e solo da lì piega verso sud, ma ancora una volta non seguendo un percorso diritto ma quasi zigzagando. Forse anche questo ha un significato in qualche modo simbolico: nei Balcani due punti che sulla carta sembrano vicini si possono congiungere solo seguendo un percorso lungo e tortuoso. Soprattutto se i due punti sono Belgrado e Sarajevo. Del resto, questa linea è stata riattivata solo da pochi mesi. A questo penso mentre seguo il percorso del treno sulla cartina della guida. Il viaggio, in totale, richiede circa 8 ore.

Alla frontiera croata i poliziotti salgono sul treno e chiedono i documenti. Controllando i passaporti degli spagnoli, la guardia chiede: “Anything to declare?”.

Silenzio, sguardi interrogativi. Il poliziotto ripete: “Anything to declare?”.

Vedendo i due ragazzi in difficoltà, decido di intervenire e spiego loro, in spagnolo, che sta chiedendo se hanno qualcosa da dichiarare. Fanno cenno di no con ampi gesti e il poliziotto passa oltre.

Mi ringraziano e quello che prima dormiva mi chiede se sono spagnolo. Rispondo di no, che sono italiano ma parlo uno spagnolo molto “basico”. Iniziamo a chiacchierare, scopro che lui si chiama Carlos ed è asturiano, di Navia, ma vive a San Sebastian, nel Paese Basco. Il suo amico, Alejandro (ma lui lo chiama Ales), è valenciano ma vive a Madrid. Gli racconto che ho viaggiato in Spagna, che conosco un pochino le Asturie, decisamente meglio il Paese Basco, e sono stato anche a Madrid. Carlos mi dice che il mio spagnolo non gli sembra tanto “basico”, anzi. Dico che può sembrare, ma in realtà ho più che altro una buona pronuncia, ho una specie di propensione naturale ad imparare le pronunce e gli accenti. La grammatica la conosco relativamente, l’ho studiata davvero poco, anche se qualcosa l’ho imparato ascoltando la gente parlare.

Confrontiamo i nostri piani di viaggio, così scopro che loro stanno facendo l’inter-rail in questa zona d’Europa, sono già stati in Romania e Bulgaria e dopo il passaggio in Bosnia sono diretti in Croazia. Dai loro zaini si capiva che erano backpackers, o “mochileros” come dicono loro. Una parola equivalente in italiano non esiste, ma potremmo dire “quelli che viaggiano con lo zaino”.

Spiego che io sono già stato in Croazia, a Zagabria, ma ci tornerò per le ultime tappe del mio viaggio: andrò a Dubrovnik e da lì a Spalato, dove prenderò il traghetto Spalato-Ancona per rientrare in Italia. Mi chiedono indicazioni sulle sistemazioni a Zagabria; dico che io sono stato in ostello e mi sono trovato bene, è pulito e confortevole, gli do anche l’indirizzo. In Bosnia faranno due tappe, Sarajevo e Mostar, esattamente come me.

Iniziamo a confrontarci sulle guide. Carlos è molto interessato alla mia Lonely Planet, dice che ne ha sentito parlare e vorrebbe comprarsela anche lui ma in castigliano non si trova e lui l’inglese, bè, insomma, come ho potuto vedere… Non lo so, dico, ma mi sembra molto strano che le abbiano tradotte in italiano e non in spagnolo, proverei a cercare meglio. Loro hanno una guida spagnola, piena di bellissime foto ma molto povera di informazioni utili. Do un’occhiata per potergli dare un parere, ma davvero mi sembra un po’ scarna. Su ogni località ci sono pochi alberghi e altrettanto pochi posti per mangiare, nemmeno distinti per fasce di prezzo. Anche sui mezzi di trasporto poco o nulla, per viaggiare da “mochileros” non è certamente l’ideale. Infatti, nei giorni successivi, girando insieme per Sarajevo, avremmo usato sempre la mia Lonely. Per questo sono anche stato soprannominato da Carlos “chico Lonely”, con mia grande soddisfazione… per il chico, ovviamente, considerato che ho 40 anni. Ma questa è un’altra storia.

Ales segue le nostre conversazioni, ogni tanto interviene, più che altro quando Carlos lo interroga sui loro programmi di viaggio o sui posti dove sono già stati. Probabilmente la sua memoria è migliore di quella di Carlos. Ma, di suo, è sicuramente meno loquace.

La ragazza (nel frattempo ho scoperto che è australiana, si chiama Mallory) sembra interessata ma è ovviamente tagliata fuori per questioni di lingua; io ogni tanto le traduco qualcosa ma non posso farle la simultanea, diventerebbe davvero troppo complicato.

Passiamo senza intoppi anche la seconda frontiera, siamo in Bosnia. Ogni tanto mangiamo qualcosa, ci aspettano ancora diverse ore di treno. Ormai sono le prime ore del pomeriggio e il caldo comincia a essere davvero soffocante. Di aria condizionata naturalmente non se ne parla, per di più il finestrino non sta giù, ha un sistema di chiusura che lo riporta su quando tentiamo di abbassarlo. L’unica soluzione che troviamo per tenerlo aperto è legare gli zaini alla maniglia. Così in effetti regge.

La velocità resta ben diversa da quella di un Eurostar, o dell’AVE (il treno ad alta velocità spagnolo) che Carlos rimpiange. Cerco di fargli capire che non può pretendere, siamo nei Balcani, in fondo anche questo fa parte del viaggio, ma non sembra troppo convinto.

Attraversando diversi paesi ci hanno anche controllato più d’una volta i biglietti; ora è il momento del controllore bosniaco. Entra nello scompartimento un tipo alto, piuttosto robusto ma con un’andatura leggermente incerta. Guarda il mio biglietto e quello dell’australiana, tutto ok. Quando però vede i biglietti degli spagnoli, inizia ad avere parecchio da eccepire, anzi sembra visibilmente contrariato. Inizia a parlare in bosniaco indicando ripetutamente una parte del biglietto. Gli spagnoli hanno un biglietto dell’inter-rail, forse c’è qualcosa che non va ma finora hanno passato tutti i controlli. Cerchiamo di fargli capire che non capiamo, ma quando finalmente se ne dà per inteso ripete lo stesso discorso in tedesco, evidentemente sperando che qualcuno di noi lo capisca. Purtroppo non è così. Lui non sa più che fare, nel frattempo si scalda sempre di più, diventa anche rosso in volto e parla in maniera sempre più concitata alternando bosniaco e tedesco. Gli chiedo se parla inglese ma dice di no. L’unica cosa che riusciamo a capire è che minaccia una multa di 400 marchi convertibili, la moneta tuttora in circolazione in Bosnia dai tempi della guerra. Sono circa 200 euro. La situazione si complica.

Allora gli faccio cenno di aspettare, vado nello scompartimento a fianco e chiedo se qualcuno parla inglese. Fortunatamente trovo un ragazzo del posto che sembra masticarlo abbastanza. Gli chiedo di venire di là con me e facciamo partire un giro di traduzioni. Il controllore parla a lui in bosniaco, o forse in serbo o croato. In realtà le tre lingue si differenziano solo per pochissimi particolari. Ad esempio la parola caffè si traduce kava in croato e kafa in serbo: per questo nella ex Jugoslavia circola una battuta molto amara secondo cui si sono fatti anni di guerra per stabilire come si dice caffè. Il ragazzo traduce a me in inglese, io dall’inglese traduco in castigliano per gli spagnoli.

Mi sembra un po’ di essere in un film di Totò ma alla fine funziona. Riesco a capire che, secondo il controllore, per rendere valido il biglietto dell’inter-rail è necessario scrivere da qualche parte la data, la stazione di partenza, la destinazione e il numero del treno. Lo spiego a Carlos, ma lui è sicuro che per il loro biglietto non sia così.

Mi dice: “Vedi? C’è scritto CONTINUA. Significa che non dobbiamo ogni volta scrivere tutto.”

Gli faccio notare che, date le circostanze, non mi sembra il caso di continuare la discussione, ho paura che non ne usciamo. In fondo non gli costa poi molto fare come dice lui, no?

Si convince ed inizia a scrivere, ma subito il controllore lo interrompe, ancora sbraitando. Col solito  giro di traduzioni capisco che secondo lui la data è sbagliata, non è il 17 agosto. Ma in realtà lo è. Comincio a pensare che, anche se è pomeriggio, abbia già bevuto qualche bicchiere di troppo di rakija. La rakija è una sorta di grappa locale: la più diffusa è la slijvovica, quella di prugne. Questo spiegherebbe anche la sua andatura un po’ ciondolante e la sua notevole irritabilità.

Allora tutti a fargli vedere orologi, agende, cellulari per cercare di convincerlo. Alla fine sembra ammettere l’evidenza, ma sorge poi il problema del numero del treno. Dico al ragazzo slavo di chiedergli se ci può dire lui questo numero, probabilmente sul mio biglietto è scritto ma il biglietto è tutto in serbo, quindi (come se non bastasse) in cirillico, e ci sono vari numeri. Qual è quello buono? Il ragazzo, temendo che questa richiesta lo infastidisca ulteriormente, mi indica lui il numero, e così terminiamo la faticosa operazione di compilazione del biglietto.

A questo punto il controllore, finalmente, si calma, ci stringe la mano e c’è perfino qualche sorriso. Sembra sollevato per aver risolto in qualche modo la situazione, e si avvia a proseguire il giro di controllo. Anche noi, quando esce, tiriamo un sospiro di sollievo. Ringrazio il ragazzo che ci ha aiutato ma, mentre lui torna al suo scompartimento, sentiamo distintamente la voce del controllore che sta nuovamente urlando contro qualcun altro in un altro scompartimento.

Carlos è livido di rabbia. Appena uscito il controllore, ha iniziato a imprecare sulla sua maleducazione, a dire che è una cosa insopportabile e così via. Sembra molto impegnato a convincere il suo amico e me, anche se ci siamo appena conosciuti, che lui non è uno che si fa mettere i piedi in testa.

“Tengo que callarme la boca aquì porque no estoy en mi pais pero… si pasa algo asì en España te juro que me cago en su puta madre, verdad! Te lo juro! Te lo juro!”

“Me cago en su puta madre” è un’espressione spagnola che ho già sentito altre volte, di per sé non vuol dire molto (quello che significa letteralmente credo sia chiaro) ma esprime il massimo del disprezzo e della noncuranza possibile per il soggetto in questione. Lo rassicuriamo che il messaggio è passato e si calma. Certo, prima con il controllore era un po’ meno coraggioso ma si può capire…

Passa ancora una mezz’ora tra altre chiacchiere di viaggi, finché entra nel nostro scompartimento un nuovo personaggio; se sul controllore si poteva nutrire qualche dubbio riguardo al tasso alcolico, in questo caso più evidente non potrebbe essere. Il tipo in questione si presenta con due bottiglie in mano: nella destra tiene una bottiglia di vino bianco, senza etichetta; nella sinistra una di acqua minerale da mezzo litro. L’andatura è alquanto incerta, ma più che altro incute un certo timore anche per il fisico. Il nostro supera abbondantemente il metro e ottanta ed è abbastanza ben fornito di muscoli e di tatuaggi, che mette in mostra arrotolando le maniche della maglietta.

A turno, ci chiede se preferiamo acqua o vino. Non capiamo le parole, ma la gestualità è molto chiara. Ales prova timidamente a far capire che preferirebbe l’acqua, ma lui non sembra dell’idea e, accompagnando le parole con ampi gesti, cerca di convincerlo che il vino è decisamente meglio:

“Voda?! Ne, ne! Vino, vino!”

Tra l’altro vino è una delle (pochissime, presumo) parole che in serbocroato sono esattamente identiche all’italiano e allo spagnolo, quindi non ci possono proprio essere dubbi.

Anche se in maniera un po’ riluttante, preferiamo assecondarlo e ci facciamo, io e i due spagnoli, ciascuno un sorso di vino. Per fortuna per ora la ragazza la lascia stare e si siede, apparentemente soddisfatto.

A questo punto, però, fatte le presentazioni con un buon bicchierino, vorrebbe chiacchierare un po’ e qui ci sono le solite difficoltà. Prova a parlarci in tedesco (ma allora è un vizio!), ma il risultato è il solito. L’inglese non è il suo forte, prova ad arrabattare qualcosa ma in realtà l’unica cosa che riesce a farci capire è che è appassionato di calcio e che ha appena visto una partita del Manchester United, che pare abbia vinto 3-0, se capiamo bene.

Una volta capito da che paesi veniamo, comincia a snocciolare nomi di calciatori. Sembra molto preparato sulla Spagna, forse perché ha da poco vinto i mondiali, cosicché con Carlos elenca vari nomi di peso della “Roja”: Villa, Xavi, Iniesta, Casillas, Fabregas, Piqué…

Sull’Italia ne sa un po’ meno; non fa altro che ripetere, tra grandi risate: “Aah Italia, Pippo Inzaghi! Aaah, Pippo Inzaghi, Pippo Inzaghi!”

Deduco che deve piacergli molto Pippo Inzaghi; in realtà non condivido più di tanto, ma non mi sembra il caso di farglielo capire (sarebbe anche complicato spiegargli i motivi), quindi annuisco, anche se forse in maniera non troppo convinta.

A questo punto siamo veramente amici; dobbiamo fare delle foto per ricordarci di questo viaggio insieme, anche perché Carlos nel frattempo ha preso la macchina fotografica.

Il nostro nuovo amico pretende che gli facciamo delle foto mentre mostra i muscoli, poi vuole una foto con ciascuno di noi. Nel mettersi in posa ci abbraccia e ci bacia con trasporto, con un alito di vino a dir poco imbarazzante, ma va così… più che altro cerchiamo di evitare, per quanto possibile, che esageri con la ragazza australiana: sembra aver improvvisamente realizzato che c’è una donna nello scompartimento e le si butta addosso con un certo compiacimento. In fin dei conti è abbastanza inoffensivo, anche lei sembra più divertita che spaventata, ma cerchiamo di distrarlo perché non la infastidisca troppo.

Siamo ormai nei dintorni di Sarajevo. Il nostro amico parte con dei discorsi per conto suo che noi capiamo relativamente, ci fa vedere una catenina con la Madonna che porta al collo e si fa il segno della croce da cattolico, dal che credo di poter dedurre che è croato. A conferma di questo, ci indica le colline intorno a Sarajevo, dove durante l’assedio c’erano le postazioni dell’artiglieria serbo-bosniaca che sparavano sulla città. Anche qui non capiamo, ma dal tono è intuibile che quello che dice non siano apprezzamenti nei confronti del popolo serbo.

Se non altro si è tranquillizzato un po’, ma sembra ormai sempre più convinto che siamo diventati amici.

Il treno sta entrando in stazione; raccogliamo le nostre cose, ci mettiamo in spalla gli zaini e scendiamo. Ci segue. Io e gli spagnoli abbiamo le prenotazioni in due ostelli diversi, ma non molto distanti. Abbiamo deciso di passare insieme due giorni a Sarajevo. Sappiamo che per raggiungere il centro della città dalla stazione dovremmo andare verso il vialone che costeggia il fiume Miljacka e prendere il tram, ma non riusciamo a scollarci di dosso l’ubriaco. Carlos propone di attuare una mossa diversiva e andare in direzione opposta, ed effettivamente funziona: è un po’ disorientato, cerca di farci capire che stiamo andando dalla parte sbagliata ma noi partiamo decisi e lo salutiamo, dicendo che abbiamo l’ostello da quella parte. È perplesso ma non ci segue. Solo quando non ci può più vedere svoltiamo in modo da tornare indietro verso il fiume.

Ora potremmo prendere il tram, ma Carlos dice che a questo punto tanto vale farsela a piedi.

“Ragazzi, ma da qui al centro saranno almeno 3 km” – dico io – “con lo zaino, non lo so…”

“Perché? Pensi di non farcela?”

Bè, se è una sfida allora va bene, l’accetto.

E così ci avviamo, mentre il sole inizia a calare su Sarajevo. Alla nostra destra scorre la Miljacka, in fondo intravediamo la sagoma del Ponte Latino, dove Gavrilo Princip sparò all’arciduca Franz Ferdinand, dando il pretesto per lo scoppio della Grande Guerra. Ancora più in lontananza, scorgiamo i minareti delle moschee di Baščaršija, il vecchio quartiere turco. Alcune case portano ancora i segni dei proiettili dei cecchini. Questa città mi sta già prendendo, e minaccia di non lasciarmi più.

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Stasera parlerò di te al ritratto di mio marito

Crail, Scozia, Agosto 2002

Questo posto non è esattamente come me lo aspettavo. È questo che penso mentre guardo le poche barche malandate ormeggiate nel porticciolo di Crail. La Lonely Planet diceva che questo era un porto molto colorato e fotografato, il preferito dagli artisti… sì, è vero, diceva anche che ora ci sono meno barche da pesca di quante ce ne fossero un tempo (e lo vedo), ma che ciononostante si potevano ancora comprare aragoste e granchi freschi. Invece anche di quelli nemmeno l’ombra.

Tra l’altro, ricordo di aver visto una riproduzione di questo porto a Legoland, in Danimarca. Dove, per dire, non si trova Piazza San Pietro, o la Torre di Pisa…

Comincio a pentirmi di aver rinunciato agli eventi della giornata al festival di Edimburgo per venire fin qui. Siamo sulla costa orientale della Scozia, tra Edimburgo, appunto, e St. Andrews, che è stata la prima tappa della mia giornata. Ma anche lì, a dir la verità, niente di eccezionale. A parte che è la patria del golf, forse. Sembra che qui si giochi sin dal ‘400. Per gli amanti vale probabilmente la pena, ma io che ci sono andato a fare? Io odio il golf. Se c’è uno sport che non solo non mi diverte, ma mi irrita al solo guardarlo, è il golf. Del resto George Bernard Shaw disse: “Per giocare a golf non è necessario essere stupidi, però aiuta molto”.

Mi incammino piuttosto insoddisfatto per tornare alla fermata dell’autobus, in un tardo pomeriggio fresco e ventilato. Sulla strada entro in un market e mi compro una lattina di Tennent’s per ingannare l’attesa. Attraverso la strada e mi siedo su una panchina a pochi metri dal cartello della fermata.

Poco dopo arriva una signora sui 75 anni, con passo svelto. È vestita pesante per la stagione. Ha i capelli grigi ben pettinati, gli occhiali con la montatura stile anni ’60 e una borsa squadrata. Si piazza proprio di fianco al cartello della fermata. Mi lancia prima un’occhiata fintamente distratta, poi mi fissa un po’ e mi chiede:

“Stai aspettando l’autobus?”

“Sì” – rispondo.

“Allora non dovresti stare lì, la fermata è qui. Sai, te lo dico perché gli autisti vanno sempre di fretta, e se non vedono nessuno tirano dritto.”

Potrei rispondere che tanto c’è lei, o che la strada è dritta e non c’è quasi nessuno, per cui vedremo l’autobus quando sarà ad una distanza tale che avrò tutto il tempo di alzarmi e percorrere i 7-8 metri che mi separano da lei. Ma non mi sembra carino. Penso che forse ha solo voglia di chiacchierare un po’. Così mi alzo e mi avvicino.

“Tu non sei di qui, vero?” – mi chiede.

“No,” – confermo – “sono venuto a vedere il porto”.

“Eh, il porto… era molto più bello una volta, veniva molta gente. Adesso non è più così, turisti ne vengono pochi.”

“Lo vedo” – dico.

“Io sono di qui, invece, sai? Vivo in un piccolo cottage proprio qui vicino”.

Per dire piccolo usa un’espressione tipicamente scozzese: “A wee cottage”. Poi sorride: “Ma forse tu non sai cosa significa”.

“Oh si, lo so” le dico, anche se mi rendo conto di rovinarle un giochino collaudato che probabilmente usa mettere in atto con i turisti.

“E come lo sai?”

“Bè, è già più di dieci giorni che sono in Scozia, sa com’è… qualcosa si impara”.

È un po’ perplessa ma questo non frena la sua voglia di chiacchierare. Mi racconta di sé e della sua famiglia. Suo marito è morto dieci anni fa. Ha un figlio, che vive a Glasgow, e due nipoti, entrambi maschi. È un po’ preoccupata per il più grande, che ha 16 anni. Dice che studia poco e che secondo lei frequenta cattive compagnie. Colpa della madre, naturalmente, che non lo sa educare. Suo figlio, poveretto, lui è troppo preso dal lavoro. Ma il piccolo, che ha 12 anni, per ora cresce bene, è gentile, ubbidiente e studioso.

“Spero solo che non si guasti anche lui, sai, con l’esempio del fratello…”

Non so come, andiamo a finire a parlare del problema della casa a Glasgow. Mi spiega che c’è una grave carenza di alloggi con affitti a buon mercato, e molti hanno perso la casa. Le confermo che sì, io ho fatto solo due giorni a Glasgow ma, per quel poco che posso aver capito, ho visto parecchi homeless in giro. E poi ricordo di aver letto qualcosa in proposito.

“Letto qualcosa?” – mi fa – “E dove?”

“Sui giornali” dico io.

“Tu leggi i giornali scozzesi?” mi guarda stupita.

“Bè, sì” – rispondo – “quando sono in viaggio mi piace leggere i giornali del posto, se capisco la lingua ovviamente. Mi sembra di capire di più del paese che sto visitando, ma forse è solo un’impressione”.

A questo punto è sempre più incuriosita. “Ma tu di dove sei?” mi chiede.

Faccio per dire che sono italiano e subito mi interrompe:

“E dove hai imparato l’inglese?”

“Le basi a scuola” – dico io – “e poi l’ho un po’ migliorato viaggiando. Sa, io viaggio quasi sempre da solo, e così sono costretto ad usarlo. Non ho nessuno che parla per me. Credo sia molto utile per imparare, almeno per me funziona.”

“No” – scuote la testa – “tu mi prendi in giro, tu sei inglese”. Agita il ditino con aria di bonario rimprovero: “Non prendermi in giro, sai?”

Mi viene da risponderle che stiamo chiacchierando amabilmente, non vedo perché passare agli insulti così di punto in bianco. Lo ammetto, in generale non mi piace generalizzare (scusate il gioco di parole) ma per gli inglesi non ho grandissima simpatia. Però poi penso che non sono sicuro che capirebbe la battuta, anche se in quanto scozzese dovrebbe. Ma sto già rischiando, allora preferisco andare più sul tranquillo:

“Non mi permetterei mai…”

Mi squadra di nuovo e dice:

“Italiano… ma allora devi essere un meraviglioso cantante!”

“Ehm… cantante di opera intende, presumo.”

“Ma certo, di opera, come Pavarotti!”

“Sì” – cerco le parole – “bè, in realtà no, non so cantare… come dire, è un po’ un luogo comune… sarebbe come dire che tutti gli scozzesi suonano la cornamusa.”

Storce un po’ il naso ma forse l’ho convinta. Non volevo offenderla, anzi, mi fa anche un po’ tenerezza. È normale, probabilmente non è mai uscita dalla Scozia e poco anche dal suo villaggio, è già tanto che abbia associato istintivamente l’Italia al bel canto e non alla pizza, alla pasta o alla mafia…

“E allora cosa fai per vivere?” mi chiede.

“Sono un ingegnere” rispondo.

Agita ancora il ditino: “Non prendermi in giro!”

Passo mentalmente in rassegna il mio abbigliamento: scarpe da ginnastica, jeans scoloriti, maglietta del Fringe Festival di Edimburgo appena comprata ma già un po’ sgualcita e sudaticcia, cappellino verde militare, zaino e, giusto a completare il quadro, lattina di birra in mano. Deduco che sì, in effetti forse non è esattamente l’immagine dell’ingegnere che ha lei… e ora come faccio a convincerla? Provo a spiegarle che lavoro faccio?

Per fortuna l’autobus per Edimburgo arriva e mi toglie dall’imbarazzo. Ci sediamo vicini e continuiamo a chiacchierare. Idea. Apro il portafogli e le mostro la carta d’identità:

“Here. Ingegnere. Look, this is the italian word for engineer.”

Non sembra ancora del tutto convinta, ma mi sorride.

“Non so se mi hai convinta, ma sei simpatico. Ora, tra pochi minuti sono arrivata, ma mi ha fatto piacere parlare con te. Sai che farò? Stasera racconterò a mio marito che alla fermata dell’autobus ho conosciuto un ragazzo italiano molto gentile e simpatico, e che mi sono divertita a parlare con lui.”

“A… suo marito? Ma…”

“Lo so cosa stai per dire. Ma non era morto? Certo che lo è. Ma io parlo col suo ritratto. Ci parlo tutte le sere, sai? Gli racconto come è andata la giornata, dove sono andata, cosa ho fatto, chi ho incontrato, tutto. Penserai che sono una vecchia un po’ matta, ma parlargli mi aiuta molto. Mi sembra di averlo ancora un po’ qui con me.”

Vorrei dirle che ho conosciuto scozzesi ben più matti di lei: non dimentichiamo che questo è il paese dove si fanno i Mars fritti, per dirne una… ma sorvolo.

“Non penso affatto che sia matta, signora, anzi: è stato un grande piacere anche per me parlare con lei.”

Mi fa un altro grande sorriso e poi, alla prima fermata, scende salutando l’autista.

Mentre l’autobus si allontana la guardo dal finestrino. Mi fa un cenno, rispondo al suo saluto e poi lentamente il mio sguardo si perde tra le colline ricoperte di erica. Cerco di immaginare come può essere il ritratto di suo marito. Penso che era un uomo fortunato, chissà se lo sapeva. E penso anche che fare incontri come questo è uno dei motivi per cui vale la pena di viaggiare.

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