Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa.

 

Martedì 12 giugno 2018: Secondo giorno – I sassoni, le chiese fortificate, le torri e la città del Principe Vlad.

Dopo colazione, Eughenio ci saluta e parte per Cluj con Donata. Ma c’è Horia (ormai il nome stiamo cominciando a impararlo) che è pronto ad accompagnarci in giro per il centro di Sibiu.
Sibiu, che oggi ha circa 150.000 abitanti, è una città che ha una forte impronta sassone. Dice una leggenda che i sassoni sarebbero i discendenti dei bambini che seguivano il pifferaio magico, e che così sarebbero arrivati qui. La realtà, sappiamo, è un po’ diversa, ma comunque siano arrivati le tracce del loro passaggio sicuramente ci sono. Horia ci racconta che quegli “occhi” nei tetti che già abbiamo notato ieri e che sembrano caratteristici delle case sassoni servivano per la ventilazione, perché quelle case probabilmente quando furono costruite erano granai. Un’altra caratteristica architettonica ricorrente e piuttosto riconoscibile sono le case con un portico davanti, dove gli artigiani si mettevano a vendere la loro merce. Oggi, però, come in tutta la Transilvania, la presenza di popolazione sassone è molto ridotta rispetto al passato.
Non si vedono invece tracce ottomane, nonostante la città sia stata parte dell’impero ottomano per un secolo e mezzo, perché i turchi lasciavano alle città della Transilvania un certo grado di autonomia, era più una sorta di protettorato che una vera dominazione con una presenza tangibile sul territorio.
Un’altra minoranza importante, ora meno che in passato, è quella ungherese. Sappiamo che tutta la Transilvania, comunque, è una di quelle regioni dei paesi limitrofi che il governo di Viktor Orban rivendica come parte di quella che è stata la Grande Ungheria e che lui, idealmente, vorrebbe ricostruire. Ci sarebbero dentro pezzi di Romania, appunto, ma anche di Serbia, Croazia e Slovacchia. Per questo il buon Viktor, detto Viktator, ha dato la possibilità a tutte le minoranze ungheresi presenti in questi paesi di prendere la cittadinanza ungherese. Naturalmente, i paesi vicini non hanno gradito troppo. Il governo della Slovacchia, ad esempio, ha detto agli ungheresi: Se volete la cittadinanza ungherese, rinunciate a quella slovacca.
La presenza di più nazionalità significa anche la convivenza di diverse religioni: i rumeni sono generalmente ortodossi, gli ungheresi cattolici e i sassoni, arrivati anch’essi da cattolici nel XII secolo, avevano poi abbracciato in massa la fede protestante dopo la Riforma, sul modello di quello che avveniva nella madrepatria. Horia ci ricorda che l’Editto di Turda del 1568, che consentiva ad ogni comunità di eleggere i suoi predicatori e di praticare la sua religione, fu il primo atto di tolleranza di questo tipo in Europa.
Sibiu si divide in due parti, la città bassa e la città alta. La città bassa è l’area compresa tra il fiume Cibin e la collina e si sviluppò attorno alle fortificazioni più antiche. Le strade sono lunghe e piuttosto larghe rispetto a quanto usuale nelle città medievali, mentre le costruzioni sono solitamente basse e coperte da ripidi tetti. Gran parte delle fortificazioni esterne sono andate perdute a causa della pianificazione urbanistica e dello sviluppo industriale della fine del XIX secolo.
La città alta, dove ci troviamo noi, è il vero e proprio centro storico di Sibiu ed è organizzata attorno a tre piazze, con una serie di vie che seguono l’andamento della collina.
La Piazza Grande (Piața Mare) è, come suggerisce il nome, la più grande della città e ha costituito fin dal XVI secolo il centro della vita cittadina. Sulla piazza si affacciano alcune tra le più importanti costruzioni della città, tra cui il Palazzo Brukenthal, un palazzo in stile barocco costruito tra il 1777 e il 1787 quale principale residenza del Governatore della Transilvania Samuel von Brukenthal, che oggi ospita la parte principale del Museo nazionale Brukenthal, e la cosiddetta “Casa Blu”, una costruzione del XVIII secolo che porta sulla facciata l’antico stemma della città.
Sul lato settentrionale, la Chiesa dei Gesuiti e la “Torre del Consiglio”, uno dei simboli della città, inizialmente una torre di fortificazione del XIV secolo più volte ricostruita, con accanto il Palazzo del Consiglio, antico luogo di riunione del consiglio cittadino, sotto al quale un passaggio unisce la Piazza Grande con la Piazza Piccola.
La Piazza Piccola (Piață Mică), collegata alla Piazza Grande da alcuni stretti passaggi, è appunto più piccola ed è caratterizzata dalla curvatura del lato nord-occidentale. In questa piazza, passando sotto un piccolo ponte metallico del 1859, giunge la Strada Ocnei che porta alla città bassa.
Horia, appoggiato alla ringhiera di questo ponte chiamato il Ponte delle Bugie, ce ne racconta divertito l’origine del nome, un po’ a metà tra storia e leggenda. Ce ne sono diverse di leggende popolari, ma quella che a lui piace di più è questa. Nelle vicinanze del ponte si trovava una scuola militare, i cui allievi in libera uscita si mettevano ovviamente in “caccia” delle ragazze più belle della città. Pur di passare una notte con loro si inventavano di tutto, si presentavano magari come ricchi proprietari e si dichiaravano pronti a sposarle, dopo di che sparivano. E le ragazze camminavano avanti e indietro sul ponte nella vana speranza di vederli passare, mentre la gente le additava e commentava “Ecco, ne hanno ingannata un’altra!”. Molti anni dopo anche Ceauşescu passò da questo ponte, ma Sibiu non gli piaceva e quindi non ci tornò più. Suo figlio, però, era il famigerato capo della Securitate di questa regione. Ancora oggi è in qualche modo il Ponte delle Bugie, perché è uso per gli innamorati venire qui a dichiararsi amore eterno, suggellando poi la promessa con l’apposizione di un lucchetto, come sul Ponte Milvio a Roma. Ne vediamo qualcuno, in effetti, ma pochi perché, dice Horia, quando diventano troppi l’amministrazione comunale li fa togliere.
Su Piazza Huet si affacciano due importanti edifici: la Cattedrale Evangelica Luterana, costruita nel XIV secolo, ed il Liceo Brukenthal, costruito nel luogo in cui esisteva una precedente scuola del XV secolo. Esistono ancora a Sibiu scuole tedesche pubbliche, dove però vanno anche rumeni che in questo modo ritengono di potersi meglio preparare, imparando il tedesco, per cercare un lavoro, in Romania o fuori.
Un’altra storia curiosa e divertente che ci racconta Horia è quella della torre della chiesa evangelica. Questa torre, nelle intenzioni, doveva essere più alta di quella della chiesa della città di Bistriţa, ma in realtà non è così. Accadde che gli emissari di Sibiu che erano andati a Bistriţa per misurare l’altezza della torre vennero accolti così… bene che si ubriacarono e al loro risveglio non si accorsero che gli avevano tagliato un pezzo della corda che avevano usato per prendere la misura.
Sibiu, per la sua importanza, ebbe nel tempo diversi sistemi di fortificazione, con diversi anelli di mura, in gran parte in mattoni. La parte sud-orientale è quella meglio conservata. Sono infatti tuttora visibili tre linee parallele di mura: la più esterna è un alto terrapieno, l’intermedia è costituita da un muro in mattoni alto 10 metri, mentre la più interna è costituita da un sistema di torri collegate anch’esse da mura in mattoni dell’altezza di 10 metri.
Il centro sembra comunque abbastanza vivo: ci sono cartelloni che pubblicizzano una lunga serie di spettacoli all’aperto per tutta l’estate, e dappertutto ci sono giochi per bambini, realizzati con gonfiabili o, in alcuni casi, con materiali riciclati. Questi ultimi, devo dire, sono anche di una certa bellezza.

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Divagando un po’ sull’attualità, Horia ci racconta anche un episodio piuttosto significativo dell’attuale clima politico: La sindaca di Bucarest che va allo stadio per festeggiare la tennista Simona Halep, fresca vincitrice del Roland Garros, e si prende bordate di fischi da chi (molti, evidentemente) ritiene che stia tentando di sfruttare un successo sportivo a fini propagandistici.
Prima di proseguire, dobbiamo fermarci a cambiare un po’ di soldi. Qui l’euro non è ancora arrivato, c’è il Leu (plurale Lei) che vale tra i 20 e i 25 centesimi di euro.
Avere due soldini in tasca ci serve anche per fare qualche spesuccia al mercato contadino, anche se la cosa più bella è senz’altro curiosare: guardare le facce, cercare di riconoscere gli ortaggi, capire i prezzi. Ma le ciliegie sono davvero buone.

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In tarda mattinata lasciamo Sibiu per dirigerci verso Richiş, dove abbiamo appuntamento per il pranzo da una famiglia sassone, l’ultima rimasta nel villaggio, che gestisce un agriturismo. Qui un tempo c’erano qualcosa come 300 ettari di vigne, ma ora sono molti, molti meno, anche se ancora un po’ di buon vino c’è.
I sassoni sono rimasti davvero in pochi, ormai, in tutta la Transilvania. La minoranza tedesca in Romania ha un illustre rappresentante in Klaus Iohannis (il nome dice tutto), l’attuale Presidente della Repubblica. Ma, per il resto, sono lontani i giorni in cui i sassoni qui e gli şvabi nel Banato prosperavano nelle floride micro-società che si erano costruiti, gelosi delle proprie tradizioni e della propria lingua. Due grandi esodi di tedeschi dalla Romania hanno segnato il ‘900.
Il primo fu la più grande compravendita di esseri umani avvenuta nel XX secolo, contraenti il governo della Germania Ovest e quello comunista rumeno.
Nel 1943, nel pieno della guerra, Romania e Germania firmarono un accordo in base al quale veniva permesso ai tedeschi di Romania di arruolarsi nelle Waffen SS. Non furono pochi i sassoni che optarono per questa scelta; molti di questi furono inviati a dirigere campi di concentramento, o a lavorare nelle strutture ad essi connesse. Famoso è il caso di Victor Capesius, che divenne il direttore della farmacia di Auschwitz.
A guerra terminata, la maggior parte degli arruolati nelle Waffen SS si stabilì in Germania e non tornò in Romania, dove i sassoni rimasti entrarono nel mirino. I comunisti rumeni dissero “È finita la pacchia” e i sassoni, considerati in maniera indiscriminata responsabili dei crimini nazisti, vennero deportati in campi di concentramento sovietici, dove morirono in molti. Dei 700.000 tedeschi registrati dal censimento rumeno del 1930, nel 1948 ne restavano 400.000.
Negli anni successivi molti cercarono di emigrare in Germania Federale, sia per sfuggire alle angherie del regime che per ricongiungersi ai familiari. Il governo rumeno capì di poter trarre un beneficio dal loro desiderio di fuga. All’inizio degli anni ’60 iniziarono dei contatti tra Bucarest e Bonn, e si aprì un canale di comunicazione non ufficiale. Il governo rumeno avrebbe permesso l’emigrazione dei sassoni rimasti dietro il pagamento di un compenso da parte della Germania Ovest; la cifra variava a seconda del titolo di studio e della qualifica professionale: per un laureato, soprattutto se in discipline tecniche, potevano essere chiesti più di 10.000 marchi, per un lavoratore non qualificato ne bastava qualche migliaio. La Romania guadagnava liquidità fresca, mentre la Germania Federale, in pieno boom economico, otteneva lavoratori che conoscevano già la lingua e la cultura tedesca e che avrebbero fatto meno fatica a integrarsi rispetto alla moltitudine di turchi che allora stava cominciando ad arrivare.
Le negoziazioni erano portate avanti da un avvocato per il governo tedesco e da agenti della Securitate. Gli incontri si tenevano solitamente in una stanza dell’Hotel Ambassador di Bucarest, nella più totale riservatezza. Venivano redatte le liste dei partenti e si trattava il compenso per ognuno di loro. La Securitate, tuttavia, giocava su più tavoli: gli agenti della polizia politica intascavano infatti anche i soldi degli stessi richiedenti che, ignari delle trattative dei due governi, pagavano migliaia di Lei per velocizzare le operazioni.
Un meccanismo molto simile si era creato, negli stessi anni, per gli ebrei che emigravano verso Israele. Ce lo raccontava l’anno scorso la nostra guida nella sinagoga di Bucarest. In entrambi i casi, i partenti potevano portare solo pochissimi effetti personali e i vestiti che avevano indosso. Si raccontano storie tristi di gente che, anche in piena estate, partiva con tre o quattro cappotti addosso, uno sopra l’altro, per poterseli portare via e avere di che coprirsi in inverno.
Il secondo esodo, lo racconta bene William Blacker, arrivò nel 1989-1990, quando divenne più facile passare le frontiere e si sparse la voce che la Germania, in via di riunificazione, era intenzionata a concedere la cittadinanza a tutti i sassoni. Fu come se fosse crollata una diga. Nel giro di un paio d’anni la popolazione sassone calò drasticamente. Ne rimanevano solo poche migliaia e una cultura unica, con ottocentocinquant’anni di storia, stava per estinguersi. I più anziani non volevano andare via, ma i figli insistevano. Negli anni seguenti molti morirono di Heimweh, di nostalgia, seduti negli appartamentini delle periferie di Amburgo o di Francoforte, sognando la loro terra bellissima e lontana. In Germania non avevano campi da coltivare, animali a cui badare, viti da legare o galline da nutrire, e non c’erano foreste fitte e riecheggianti sulla collina. Nei villaggi, le grandi, antiche campane nelle torri delle loro chiese rintoccavano quando l’ennesimo sassone morto di nostalgia veniva sepolto in qualche distante, freddo cimitero municipale tedesco.
Per i sassoni rimasti, poi, un altro grande dolore era vedere le case sassoni abbandonate occupate dai rom, per i quali (eufemismo) non nutrivano grande simpatia.
Oggi in Romania vivono meno di 38.000 persone di etnia tedesca.
Ma bando alle tristezze, il pranzo è pronto, la tavola è apparecchiata nello splendido cortile di una vecchia casa con le pareti ridipinte di fresco in verde pastello e le finestre contornate di decori bianchi. La data sopra la porta d’ingresso è 1934. Intorno alla tavola, appesi alle travi di legno che sovrastano i mattoni a vista, panni ricamati con motti in tedesco come “Morgen Stund Hat Gold in Mund”. Questo lo capiamo anche noi: il mattino ha l’oro in bocca. In fondo, a pensarci, è molto tedesco. Lo diceva, anzi lo scriveva, anche Jack Nicholson in Shining, ma lì non andava a finire benissimo… be’, lasciamo stare.

Il cibo è buono e il vino è abbondante. Noi siamo qui ospiti di questa famiglia, con i genitori, due gentili signori di mezza età che sorridono senza scomporsi troppo, i due figli e un simpatico barboncino bianco. I due ragazzi sono molto diversi, ce lo racconta Horia che li conosce e si vede anche. Il più grande è un pacioso bonaccione dall’aspetto che più tedesco non si può, volenteroso ma un po’ impacciato. Il piccolo invece non sta fermo un attimo, parla tanto in un ottimo inglese e fa di tutto per mostrarci il meglio della sua piccola “azienda” e per metterci a nostro agio. Fin troppo, forse. Però come si fa a dirgli che Toto Cutugno anche no? Ma sì, lasciamolo fare, in fondo ci siamo abituati. In una settimana qui prima o poi “L’italiano” ce lo dovevano mettere, meglio che sia subito, così via il dente via il dolore.
In casa ci si entra solo per andare in bagno (anche se, in realtà, c’è anche una bella latrina in un gabbiotto di legno nel cortile). Ma è l’occasione per buttare l’occhio e scoprire, per esempio, che le case tradizionali sassoni sono fatte con tutte le camere da letto una dietro l’altra, senza anticamera.
A pranzo il clima è ciarliero, con Horia stiamo prendendo confidenza. Si parla di quello che più ci è rimasto impresso del periodo immediatamente successivo alla fine del comunismo, gli orfanotrofi rumeni e quelle immagini terribili dei posti dove erano rinchiusi i malati mentali. Del periodo comunista lui ha una visione un po’ diversa da quella della maggior parte dei rumeni, almeno quelli che ho conosciuto finora: ritiene che ovviamente Ceauşescu sia stato un dittatore ma che a volte sia stato anche mal consigliato dalla sua “corte”, che poi naturalmente quando è caduto in disgrazia è stata rapidissima nel fare voltafaccia e nel toglierlo di mezzo in modo sbrigativo sfruttando gli umori della piazza. Dopo di che, si sono riverniciati e presentati come i nuovi eroi della rivoluzione popolare, quando erano tutti esponenti della vecchia nomenklatura. Su questo non gli si può dare torto.

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Dopo pranzo, si riparte verso Biertan, con la sua chiesa fortificata patrimonio UNESCO. Per trecento anni (dal 1500 al 1800 circa) questa chiesa è stata la sede del vescovo luterano di Transilvania. Ma non solo, serviva anche per rifugiarvisi in caso di attacco.
Biertan è un villaggio di circa 2500 abitanti, fondato dai sassoni nel XIII secolo. Tra il ‘400 e il ‘500 i coloni sassoni costruirono nel centro del villaggio, sopra una collina, la basilica in stile gotico circondata da ben 3 cinte murarie ancora oggi ben visibili. Per entrare nella fortezza è necessario percorrere una scala interamente coperta in legno, i cui gradini salgono in serie di sette come i giorni della settimana. A dimostrarci come la chiesa sia in stile gotico ci sono le pareti contraffortate, mentre il portale di fronte alla scalinata presenta elementi rinascimentali ed è scolpito con motivi floreali.
All’interno dell’edificio di culto non ci sono affreschi, come sempre nelle chiese protestanti, ma curiosamente si trovano tappeti orientali, anche tappeti di preghiera, che i mercanti sassoni portavano a casa dalla Turchia e che erano usati per decorare le pareti della chiesa. C’è un pulpito gotico in legno scolpito da Ulrich di Brașov nel XVI secolo. Il trittico dell’altare, poi, è uno dei più interessanti di tutto il paese per la sua ricchezza iconografica: sono rappresentate ben 28 scene della vita della Madonna, patrona della chiesa.
La porta della sacrestia, con i suoi battenti in legno intarsiato, è considerata un capolavoro di arte gotica ed è stata realizzata sempre nel XVI secolo. Questa porta è nota soprattutto per il suo complesso sistema di chiusura, con 21 chiavistelli, e vinse un premio all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
La prima cinta muraria ospita perfettamente conservate le 4 torri originarie, di cui una è lignea. La torre orientale è particolarmente interessante per la funzione anomala che svolgeva: qui venivano condotti e tenuti “prigionieri” i coniugi che desideravano separarsi, che per questo avevano bisogno del consenso del vescovo. Qui, per almeno due o tre settimane, dovevano condividere forzatamente lo stesso letto, lo stesso tavolo, le stesse posate, finché non cambiavano idea e optavano quindi per rimanere uniti. Forse avevano tutte le posate tranne il coltello, dice qualcuno tra noi. Ma sembra che in 400 anni ci sia stato un solo divorzio. Il metodo era dunque efficace. Nella torre, ora, c’è una ricostruzione di questa stanza.
La torre cattolica è così denominata perché al suo interno si trova una cappella riservata a coloro i quali, con l’avvento della Riforma protestante, si rifiutarono di abbracciare il nuovo credo religioso. In un’altra torre invece si teneva custodito del lardo in tempi di assedio, e quindi si chiama Speckturm o torre del lardo. I pezzi di lardo affumicato erano appesi a dei ganci e portavano nella parte bassa il timbro del proprietario. Ogni famiglia, infatti, aveva il suo posto e le sue riserve di lardo. Quando ce n’era bisogno, se ne tagliava un pezzo e si apponeva di nuovo il timbro: era un modo per essere certi che un ladro di lardo non passasse inosservato, e pare che funzionasse.
Esiste anche una torre dell’orologio del ‘500, una torre difensiva, basti notare le finestre da tiro. La torre del campanile contiene una campana in legno restaurata agli inizi dell’800. A Biertan vive ancora una comunità sassone di circa 200 persone e una famiglia abita all’interno della fortezza per custodirla.

William Blacker racconta così le fortificazioni dei sassoni:
“Le fortificazioni erano una testimonianza della pericolosità di questa parte di mondo nel medioevo. I sassoni vi si erano stabiliti nel dodicesimo secolo sotto la protezione del re degli ungari. Ma il re era una figura lontana, e i sassoni erano costretti a badare a sé stessi. In qualsiasi momento potevano apparire all’orizzonte e imperversare nel villaggio bande di razziatori tartari stanziatisi sulle coste del Mar Nero, soldati ottomani lasciati senza paga e perciò incoraggiati a colonizzare le terre di nuova conquista, vicini ungheresi mossi dall’invidia, o anche semplici bande di predoni. Avvertiti dal suono delle campane o di un enorme tamburo, gli abitanti del villaggio correvano a rifugiarsi dietro le mura delle loro chiese-fortezza, sempre rifornite di provviste d’acqua e cibo, e vi rimanevano per tutto il tempo che gli aggressori erano disposti a perdere. Nel sedicesimo secolo i sassoni divennero luterani. Il famoso motto di Lutero, “Ein feste Burg ist unser Gott” – una solida fortezza è il nostro Dio, per loro non era soltanto una metafora. Scritto a grandi lettere sopra i cancelli delle chiese fortificate o dipinto sulle porte delle sagrestie medioevali, ricordava che la loro Chiesa offriva protezione non soltanto spirituale, ma anche terrena.”

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Proseguiamo fino a Sighişoara, dove pernotteremo all’Hotel Casa Wagner (ancora una volta un nome che più tedesco non si può).
Sighişoara è stata fondata nel XII secolo dai sassoni che si stabilirono qui su invito del re ungherese Gheza II. Il sistema impressionante di difesa che la rese la più difficile da conquistare di tutte le cittadelle della Transilvania è stato costruito nel XV secolo e si componeva di 14 torri, ciascuna costruita e difesa da una gilda diversa. Nove torri originali sono ancora in piedi: la Torre dei Calzolai, la Torre dei pellicciai, la Torre dei Sarti, la Torre dei Fabbri, ecc.
La più alta (64 metri) e la più famosa di queste è la Torre dell’Orologio, un simbolo della città. La sua posizione sul lato orientale della fortezza era strategica nel medioevo, perché ne proteggeva l’ingresso. La principale attrazione della torre sono le figurine in stile barocco che indicano il momento della giornata ed il giorno della settimana.
Così William Blacker descrive questa città:
“Da ottocentocinquant’anni l’antica città di Sighişoara sorge su uno sperone roccioso al centro della Transilvania e domina il fiume Tarnava con le sue torri e cuspidi medioevali. Ancora oggi, chi osa arrampicarsi fino ai suoi parapetti sporgenti può scorgere le dolci colline e i boschi della Transilvania che si estendono per chilometri e chilometri in ogni direzione. In alcuni punti la foresta tocca la città, con i giardini delle case che si perdono tra gli alberi, e qualche volta, dalle case più vicine ai boschi, nel cuore dell’inverno si sentono i lupi ululare nella notte”.
Ora siamo in primavera inoltrata, quasi in estate, e forse stanotte non sentiremo i lupi ululare. Ma magari ci sentiremo gelare il sangue per un rumore che potrebbe essere lo sbattere d’ali di un pipistrello… sì, perché questa è la città natale di Dracula, o meglio del principe Vlad.
Davanti al busto che lo raffigura, Horia ci racconta la sua vita turbolenta.
Vlad III (1431-1477) fu un voivoda (“principe” nella lingua locale) della regione chiamata Valacchia e non della Transilvania, come suggerisce Stoker.
Il nome Dracula viene dal padre Vlad II, che assunse il titolo di Dracul quando entrò a far parte dell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare segreta creata per proteggere il Cristianesimo. Dracula dunque significa proprio “figlio di Dracul”.
Vlad visse gli anni dell’adolescenza alla corte dell’Impero Ottomano, poiché il padre lo aveva inviato insieme al fratello come ostaggio per poter mantenere il trono, minacciato fortemente dalle armate musulmane che premevano ai confini.
Durante questo periodo, Vlad alimentò un odio inestinguibile per i Turchi e per la vita umana in generale, affinando uno stile di leadership basato sulla brutalità e l’assenza pressoché totale di pietà.
Quando ritornò a casa, il padre di Vlad era stato ucciso dai rivali ungheresi, e l’intera regione era scossa da conflitti sanguinosi. Vlad non ci mise molto a mettersi alla testa di un esercito e a riconquistare il regno.
Purtroppo per Vlad però, il suo potere era ancora troppo instabile e in pochi mesi si ritrovò nuovamente in esilio. Rifugiatosi in Moldavia, il principe valacco riabbracciò il Cristianesimo (senza però abbandonare i suoi metodi crudeli) e decise di difendere il suolo patrio dagli invasori islamici.
Grazie alla conoscenza del nemico turco, Vlad entrò nelle grazie del re d’Ungheria, che pur in passato gli era stato avverso, il quale lo sguinzagliò contro i suoi avversari cristiani e musulmani.
Nonostante i grandi bagni di sangue con cui Dracula otteneva le sue vittorie, la forza turca non faceva che aumentare e dopo il 1453, quando Costantinopoli cadde definitivamente, gli fu impossibile impedire che l’esercito turco si abbattesse sull’Ungheria.
Da spietato stratega qual era, però, Vlad approfittò della situazione di confusione per tornare in Valacchia, uccidere il suo rivale Vladislav II e riappropriarsi del trono!
Durante il suo secondo regno, Dracula instaurò un regime duro e dedito alla violenza, soprattutto nei confronti dei nobili locali (i boiardi) che ne misero in discussione l’autorità. Chi gli intralciava la strada non faceva una bella fine. Continuò inoltre una feroce guerra contro i turchi, i quali erano ormai convinti che dietro le sortite che decimavano le loro truppe ci fosse nient’altro che il figlio del Diavolo.
Alla lunga però il piccolo regno rumeno nulla poté contro il colosso turco e nonostante alcune strabilianti vittorie il principe valacco fu nuovamente privato del trono. Particolarmente doloroso per Vlad fu il fatto che tra i ranghi dell’armata turca si trovava anche il fratello Radu, che a differenza sua era rimasto fedele al Sultano.
Imprigionato per la seconda volta, Vlad fu però liberato nel 1474 e quando l’anno dopo il fratello Radu morì si dichiarò per la terza volta signore di quella terra che gli apparteneva per diritto di nascita. Durante la riconquista però, Vlad cadde infine in battaglia in circostanze poco chiare.
Per la tradizione religiosa rumena, dunque, Dracula viene ricordato come un eroe nazionale che difese la Croce e l’intera cristianità dall’avanzata turca. La sua crudeltà però gli valse anche quella fama sinistra che contribuì a creare il personaggio ideato da Stoker. Se infatti da un lato l’Europa applaudiva il suo salvatore, dall’altro voci e storie lugubri ammantavano Vlad III di un’aura davvero maligna. Vlad infatti passò alla storia con l’appellativo di Țepeş, “l’Impalatore”, perché aveva la simpatica abitudine di impalare i propri nemici a monito per chiunque volesse sfidarlo. Si narra che una volta impalò un intero esercito sulla strada che i turchi dovevano percorrere per raggiungere il suo accampamento e fece apparecchiare la tavola in mezzo a tutti quei corpi per mangiare godendosi lo spettacolo!
Si capisce bene dunque perché la sete di sangue di questo controverso personaggio ispirò la nascita di un vampiro altrettanto bramoso di morte e il cui nome scatenava il terrore più cieco. Stoker attinse a miti e leggende popolari sul vampirismo e, sembra, ad una strana epidemia di tubercolosi verificatasi qualche anno prima; dai resoconti dell’epoca risulterebbe che le vittime, prima di morire, diventavano pallide come cadaveri, come se qualcuno ne avesse bevuto il sangue… ma serviva un’ambientazione esotica ed esoterica e, per un europeo della fine del XIX secolo, la Transilvania era perfetta in tal senso. Stoker non visitò mai la Transilvania, ma si documentò sulle fonti disponibili all’epoca in cerca di ispirazione e scoprì questo principe sanguinario che faceva proprio al caso suo… anche per l’assonanza tra Vlad e blood, in inglese. Forse per dargli ancora più “spessore” lo fece discendere da Attila e gli attribuì la nazionalità szekely ungherese, non quella rumena, ma c’è anche da dire che allora la Transilvania era Ungheria, all’interno dell’impero asburgico. Il vero castello di Vlad, oggi in rovina, gode senz’altro minore fama del castello di Bran, quello che viene “venduto” ai turisti come il castello di Dracula.
Horia ci racconta anche di un altro principe, meno macabro, che promuove la Transilvania a livello turistico, forse non quanto Dracula, ma ci prova: il Principe Carlo d’Inghilterra, che è appassionato di questi boschi e viene spesso da queste parti, dove ha diverse proprietà. Ha anche promosso un’associazione che si occupa della conservazione e del restauro delle case sassoni; pare che le tegole dei tetti siano costruite da artigiani rom. Ma perché tutto ciò? Be’, è questione di genealogia, forse non solo questo ma anche questo. Si sa che i nobili d’Europa sono un po’ tutti imparentati. E sembra che Carlo abbia dichiarato, senza imbarazzo, che la genealogia lo vuole discendente di Vlad l’Impalatore…

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Vlad Țepeş – “Dracula”

Noi, dopo un bel giro della città, torniamo in albergo. Ci aspetta uno spettacolo di danze sassoni organizzato apposta per noi nel cortile interno del nostro albergo. Sono un gruppo di giovani allievi di una scuola, che nel tempo libero cercano di tenere vive le tradizioni della comunità sassone, anche attraverso le danze popolari. Non sono neanche tutti sassoni, lo si capisce dai nomi, ma sappiamo ormai che di sassoni “puri” ne sono rimasti ben pochi. Quello che conta è che sono volenterosi e simpatici: qualcuno, soprattutto dei ragazzi, appare più di una volta in evidente difficoltà, ma se la ridono e vanno avanti, tra un valzer e una danza popolare. Ecco, quando fanno le “loro” danze con questi costumi fanno un po’ un effetto gioventù hitleriana, ma non importa.

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Horia e la “maestra” di danze

 

 

Anche la cena è apparecchiata qui in hotel: insalata con formaggio, pomodoro e cetrioli, poi bocconcini di petto di pollo con polenta e peperoni, e per dolce una torta tipo sbrisolona servita calda con le bisciole: niente male.
La cena ci dà anche l’occasione per scoprire qualcosa di più sul nostro Horia, che è di Cluj e che vanta niente meno che tre lauree: economia, marketing e sport. Come se non bastasse, in Svizzera è diventato anche maestro di sci.
Dopo cena, ci arrampichiamo fino a una terrazza tra le mura, da dove non riusciamo a sentire i lupi ma la vista sulle dolci colline e sui boschi della Transilvania di cui parla William Blacker c’è davvero…

 

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(Continua…)