Una settimana alla scoperta della Bretagna storica, terra di popoli celtici, che si protende nell’oceano Atlantico tra il golfo di Biscaglia e il canale della Manica, tra il corso della Loira e quello della Senna. Terra di venti e di maree, di corsari, di castelli e di leggende – con ViaggieMiraggi
Capitolo 1: Nantes
Arriviamo a Nantes da Parigi col treno delle 19.39, dopo una giornata lunga e soprattutto cominciata presto. Sono più o meno le 22 di lunedì 28 agosto, ed è ufficialmente cominciato un nuovo viaggio: siamo nella capitale della Bretagna storica, che però oggi è il capoluogo di un dipartimento che non fa parte della Bretagna, quello della Loira Atlantica. Ci aspettano pochi ma intensi giorni alla scoperta di questa regione storica, che ha tanti motivi di interesse: i paesaggi, la cultura celtica e l’identità bretone, la storia, le leggende, i cavalieri e i corsari, i venti e le maree. Per me, innanzitutto, è come arrivare finalmente a un appuntamento (un rendez-vous, visto che siamo in terra francese) che aspettavo da parecchi anni, con dei luoghi che non potevo non venire a conoscere, prima o poi. Dovete sapere che io sono legato a molti posti dove ho viaggiato, direi che tutti hanno un posticino nel mio cuore, ma forse nessuno come l’Irlanda. Per le verdi brughiere, per quel cielo così speciale, per la gente, per la musica, per la letteratura, per la birra e per non so quante altre cose ancora. Sarebbe lungo da spiegare qui, e anche difficile perché i sentimenti non si prestano molto ad essere spiegati, si sentono e basta. Questo per dire che, di conseguenza, amo anche tutti i posti che ricordano l’Irlanda: ad esempio la Scozia, o la Galizia. E quindi non potevo che interessarmi anche alla Bretagna, che con i luoghi che ho citato ha in comune il clima oceanico e le radici celtiche, evidenti soprattutto nella lingua bretone, nella musica e nello spirito delle persone, che si dice sia cocciuto, generoso e ribelle. Proprio come quello irlandese. Del resto, non la farò troppo lunga ma la storia ci dice che tra il V e il VI secolo popoli celtici che abitavano quella che oggi è la Gran Bretagna e allora era la Britannia romana, sotto la spinta degli angli e dei sassoni che stavano arrivando a colonizzare quelle terre, attraversarono il mare e si spostarono in questa zona che fu chiamata Britannia Minor. Venivano soprattutto dal Galles e dalla Cornovaglia, tant’è vero che la lingua bretone somiglia al gallese e al cornico (la lingua della Cornovaglia), molto meno al gaelico irlandese o a quello scozzese. Oggi, dei circa 4 milioni di abitanti della Bretagna storica, si stima che più o meno 200.000 parlino bretone, ma pochi, sempre meno, come prima lingua. E qui possiamo spiegare il titolo di questo diario di viaggio: Ar Mor in bretone significa “il mare”. Per questo, fin dall’epoca romana, alla Bretagna fu dato il nome Armorica o penisola armoricana. Vedrete che il mare, per forza di cose, sarà molto presente in questo racconto.
Esiste anche un’altra lingua regionale in Bretagna, che è il gallo (sì, come i galli di Giulio Cesare, o di Asterix se preferite). A differenza del bretone, il gallo è una lingua romanza, cioè neolatina, non celtica. Si parla prevalentemente nella parte orientale della Bretagna, detta Haute-Bretagne. Nantes si chiama Naoned in bretone e Naunnt in gallo.
Devo anche dire, però – giuro che poi la premessa è finita – che una molla importante che mi ha spinto a fare questo viaggio, che ovviamente è organizzato da ViaggieMiraggi, è anche che l’accompagnatrice è Viola, una delle mie adorate Mariposas de Sardinia con cui ho già fatto 4 viaggi. Lei ha studiato in Erasmus proprio qui a Nantes e ha vissuto anche a Marsiglia (altra destinazione che infatti “copre” come accompagnatrice), ed è quindi perfettamente francofona ed esperta di questi luoghi. E perciò per la prima volta viaggerò, o per meglio dire volerò, con una mariposa ma lontano dalla Sardegna.

Il gruppo, per una serie di vicissitudini che non vi sto a dire, è molto piccolo e si compone di sole 4 persone: insieme a me ci sono Monica, da Carnate (Monza e Brianza), e le amiche Antonella e Simona, da L’Aquila.
Facciamo una capatina all’hotel, giusto il tempo di depositare le valigie, e poi usciamo ad assaporare la prima (fresca) serata bretone. Passeggiando in cerca di un bar dove bere una birra Viola ci spiega che ogni estate, dal 2012, in città c’è un evento artistico che si chiama Voyage à Nantes che comprende molteplici proposte culturali e opere d’arte contemporanea, molte delle quali poi restano ed entrano a far parte del patrimonio della città. C’è un percorso permanente di una cinquantina di tappe, unite da una linea verde tracciata sull’asfalto. La prima opera che vediamo è l’Elogio del passo di lato (Eloge du pas de coté) di Philippe Ramette, una statua con un piede sospeso nel vuoto che rende omaggio con ironia all’audacia della città. Ma quella che ci colpisce di più è il “millebraccia” della scultura classica europea, del cinese Xu Zhen. È un’opera che trasforma 19 sculture figurative occidentali (Atena, Apollo, Poseidone, ma anche il Cristo crocifisso e la statua della Libertà) in una danza di braccia ondeggianti che rimette in discussione l’idea tradizionale della separazione delle culture e unisce tutte queste figure in una sorta di assurda festa nella quale tutta l’umanità è coinvolta. Le statue si liberano in questo modo di tutto ciò che le ha sempre trattenute e possono interagire anche con le persone di passaggio (tipo noi…).





Una birra al Ta bar nak, locale di ispirazione canadese, aiuta a conoscersi meglio, ma abbiamo già capito che il gruppo è molto omogeneo per idee, gusti, riferimenti culturali e… aspettative per questa breve incursione in terra bretone. Scopriremo poi che la Bretagna è legata al Canada dalla figura di Jacques Cartier, l’esploratore bretone che nel 1534 approdò in Canada, anche lui cercando un passaggio occidentale per l’Asia, come Colombo quarant’anni prima. Tabarnak è un’imprecazione tipica canadese (ovviamente del Canada francofono) che viene da tabernacle (tabernacolo). E con questo possiamo andare a dormire, ché la stanchezza comincia a farsi sentire…

La mattina dopo, si parte alla scoperta della città (320.000 abitanti) dall’Ile Feydeau, quartiere settecentesco, che non è più un’isola da quando un braccio della Loira è stato riempito ma dove gli splendidi edifici bianchi, sebbene un po’ decaduti, mostrano ancora la ricchezza dei mercanti dell’epoca. Testimonianza dell’epoca coloniale sono anche le teste di “indigeni” di varie parti del mondo scolpite come ornamento dei portali di alcuni palazzi a rappresentare il “possesso” di quelle terre lontane.


A proposito di quell’epoca, c’è da dire che il porto di Nantes è stato uno dei più importanti nella tratta degli schiavi. Da qui è partito il 43% delle spedizioni di commercio di schiavi che sono partite dalla Francia nel XVIII secolo: più di 1800 spedizioni negriere che hanno deportato più di 550.000 persone. La città ha voluto riconoscere il suo passato dando forma alla memoria tramite un potente gesto politico. Il memoriale dell’abolizione della schiavitù di Nantes è il più grande d’Europa. Situato sul molo de la Fosse, un luogo simbolo della città e della tratta, il Memoriale è stato aperto al pubblico nel marzo 2012. A seguito di un concorso internazionale, la città di Nantes ha affidato il progetto del monumento a Krzysztof Wodiczko, un artista polacco e Julian Bonder, un architetto argentino.
All’esterno un percorso commemorativo fatto di piccole targhette, come piccole pietre d’inciampo che recano i nomi delle navi negriere. E dentro, scendendo nel sotterraneo, molti tabelloni esplicativi che raccontano la storia di quello che la Francia, nel 2001, ha riconosciuto come un crimine contro l’umanità. Si stima che la tratta, in tutto il mondo, abbia causato 200 milioni di morti. Il decreto di abolizione della schiavitù nelle colonie francesi è datato 1848. Tante citazioni, da “I have a dream” di Martin Luther King fino a Redemption Song di Bob Marley (en passant, una delle mie canzoni preferite all-time). E la parola Libertà, scritta in decine di lingue diverse. Si esce in silenzio, con un po’ di vergogna per quello che come genere umano siamo riusciti a fare, come se una parte di colpa pesasse anche sulle nostre spalle.










Dopo aver fatto una piccola pausa sbocconcellando delle crepes che alcuni studenti della locale università (Nantes è una importante sede universitaria) regalano in cambio di una piccola offerta per finanziare i loro studi, ci imbattiamo nei cartelloni che illustrano il progetto del futuro ponte “Anna di Bretagna”. Si tratta in realtà dell’allargamento di un ponte sulla Loira che già esiste, ma con 1479 mq di superficie verde, due nuove linee di tram e due piste ciclabili. Anche i passaggi pedonali saranno larghi e pensati per garantirne la totale sicurezza. Un’opera da 50 milioni di euro, il cui cantiere, dopo il consulto pubblico, dovrebbe partire nel 2024 e concludere i lavori nel 2027. I cartelli promettono che sarà anche un ponte “nature”, con specie vegetali selezionate in base al clima e volte a favorire la biodiversità. Sono tutte promesse che dovranno essere rispettate, ma fa un po’ d’invidia, non c’è che dire. Nantes, comunque, è nota per essere tra le città più verdi di Francia, anche grazie alla sindaca socialista Johanna Rolland, che amministra la città dal 2014 (prima donna a ricoprire la carica) e che fin dall’inizio ha posto l’accento sullo sviluppo urbano sostenibile e la creazione di posti di lavoro, ma ha anche affrontato questioni sociali come la povertà e l’integrazione dei migranti.

Attraversando il ponte attuale, arriviamo all’Ile de Nantes, un quartiere costruito su un’isola della Loira. La nostra prossima tappa è la Galerie des machines de l’Ile, un progetto artistico di François Delarozière (direttore artistico, scenografo e regista) e Pierre Orefice (produttore teatrale e direttore artistico). I due creativi, ispirati dai racconti per ragazzi di Jules Verne (che è nato proprio qui a Nantes) e dal genio di Leonardo da Vinci con le sue macchine volanti, hanno ideato nel 2003 un vero e proprio mondo di creature fantastiche di dimensioni gigantesche, fatte di legno e metallo. Questo progetto si svolge parallelamente alla riqualificazione degli ex cantieri navali della città, tristemente famosi per la fabbricazione delle navi utilizzate anche per il commercio triangolare degli schiavi.





È davvero un mondo fantastico, dove si torna subito bambini. C’è un ragno meccanico gigante, c’è un colibrì gigante che succhia il nettare da un fiore; poi il camaleonte, il bradipo e la formica gigante. Gli animatori invitano i ragazzini a salire su questi animali fantastici e a “guidarli”, poi commentano con enfasi le loro prove, come se facessero la telecronaca di un viaggio avventuroso, come quelli delle favole. O in certi casi, quando condurre la macchina è un po’ troppo complesso, guidano loro la “creatura” tra gli sguardi attoniti ed estasiati di grandi e piccini. Ecco un paio di video.
E poi si può veder muovere il grande elefante, o perfino salirci sopra, che è come essere al quarto piano di una casa. È possibile anche dare un’occhiata, dall’alto di una passerella, all’officina dove queste creature meccaniche vengono realizzate.
Il più importante progetto futuro è quello dell’albero degli aironi, che è in costruzione dall’anno scorso e dovrebbe essere finito nella primavera del 2027. È patrocinato dal Comune di Nantes, che ha raccolto finanziamenti sia pubblici che privati per portare avanti quest’opera che dovrebbe diventare un albero d’acciaio alto 30 metri, con i rami che si estendono fino a 50 metri; 22 rami per una lunghezza totale di 1,4 km. E due aironi meccanici giganti che, “volando” in cerchio, dovrebbero poter portare fino a 12 passeggeri ciascuno. Per ora si può vedere solo un ramo “prototipo”, ma verrebbe davvero voglia di tornare tra 4 anni per vederlo finito.



Per adesso s’è fatta ora di pranzo, e noi ci spostiamo lungo la Loira, rimanendo sull’Ile de Nantes. Passando accanto a due storiche gru dei cantieri navali di Nantes, per tanto tempo perno dell’economia cittadina, arriviamo alla Cantine du Voyage, un bello spazio con una mensa dove si può mangiare all’aperto seduti a lunghi tavoloni. Hanno degli ottimi spiedini di sgombro, ma fatti proprio con il pesce intero!



A due passi c’è la nostra prossima meta, il Solilab. Il Solilab è il luogo totem dell’economia sociale e solidale a Nantes. Un luogo che esiste dal 2014, anche se l’associazione che lo ha creato esisteva già dal 2004. È un’associazione che accompagna le persone nella creazione di progetti che sviluppano attività appunto nell’ambito dell’economia sociale e solidale, e che riceve finanziamenti anche dalla municipalità, oltre che da alcuni soggetti privati. È stata creata una società cooperativa di interesse collettivo, che ha alcuni dipendenti salariati e tutta una serie di partner, che sono poi le 130 associazioni che animano questo luogo, dove hanno stabilito il loro quartier generale. Ci sono 7 sale di riunione, uffici, spazi di co-working e vari negozi con i loro magazzini di stoccaggio. Tutto ciò in un’area dismessa che è stata recuperata, dove prima c’era una fabbrica di tetti. I lavori di recupero e ristrutturazione, iniziati nel 2014, sono in parte ancora in corso; dovrebbero terminare nel 2026. I settori di attività sono vari: cultura e tempo libero, servizi alla persona, prodotti alimentari a filiera corta, consulenza, comunicazione, media e “digitale”, ambiente ed energie rinnovabili. I valori in comune sono: il modello economico che concilia l’attività imprenditoriale con l’utilità sociale; un lucro limitato (con ripartizione equa tra soci e salariati); una governance democratica; l’interesse collettivo, l’impatto ambientale e soprattutto la cooperazione.






https://www.ecossolies.fr/-Le-Solilab-
Dopo il Solilab, prendiamo il tram per tornare nel centro della città, dove ci aspetta la visita al castello dei duchi di Bretagna, sede storica di Anna di Bretagna e della sua corte fino al 1789 quando, a seguito della Rivoluzione Francese, la soppressione delle antiche province e la creazione dei dipartimenti, la Bretagna storica venne suddivisa in cinque dipartimenti.

Il castello, in stile medievale-rinascimentale, costruito tra il XIII e il XVI secolo in granito e in tufo bianco, è una roccaforte che racchiude una residenza dalle eleganti facciate in tufo e decorata con logge rinascimentali. Le origini del castello risalgono al 1207: fu fatto costruire da Guy de Thouars e ampliato da Pierre de Dreux e Giovanni I, quindi ricostruito nel XIV secolo da Giovanni IV di Monfort. L’aspetto attuale si deve, però, soprattutto agli ampliamenti fatti da Francesco II di Bretagna nella seconda metà del XV secolo e da sua figlia Anna che lo completò.
In seguito, divenne castello reale oltre che residenza dei governatori dopo il 1500. Nei secoli a seguire fu utilizzato anche come prigione, caserma e arsenale.



Il castello fu residenza dal XVI secolo anche dei reali di Francia e fu teatro di importanti eventi storici, quali: il matrimonio tra Francesco II di Bretagna e Marguerite de Foix (1471), la nascita della loro figlia Anna di Bretagna (1477), il matrimonio della stessa Anna di Bretagna con Luigi XII di Francia (1499), la firma dell’unione tra il Ducato di Bretagna e il regno di Francia (1532) e probabilmente anche la firma dell’Editto di Nantes da parte di Enrico IV di Francia (1553 – 1610) nel 1598. L’editto di Nantes fu un decreto che pose termine alle guerre di religione che avevano devastato la Francia dal 1562 al 1598, regolando la posizione degli ugonotti (calvinisti francesi). Stabiliva che ci doveva essere un diritto di libertà, di culto e parità di diritti tra ugonotti e cattolici.
Ma il personaggio storico che più di tutti è ricordato, qui, è Anna di Bretagna. Anna fu una figura centrale nelle lotte d’influenza che scoppiarono dopo la morte del padre Francesco II e che portarono all’unione della Bretagna alla Francia. Ebbe, e ancora ha, un posto a parte nell’immaginario collettivo bretone come colei che difese il ducato dalle mire dei vicini. E non dimentichiamo che, dopo essere diventata regina a 12 anni con un primo matrimonio con Massimiliano I d’Asburgo che fu poi annullato, fu per due volte davvero regina di Francia: dal 1491 al 1498 come consorte di Carlo VIII e, dopo la morte di Carlo, dal 1499 al 1514 come consorte di Luigi XII. Ebbe in totale 12 figli (ma solo due figlie femmine sopravvissero) e morì nel 1514 prima di compiere 37 anni. Pensate che vita…

Il castello è classificato “monumento storico” dal 1840 ed è di proprietà dal 1915 della città di Nantes, che lo ha fatto diventare sede museale: ora ospita il museo di storia della città.
Il museo, oltre all’esposizione permanente di molti oggetti legati soprattutto alla storia marittima della città, ospita mostre temporanee. Noi abbiamo visto quella, molto interessante, intitolata “Expression(s) Decoloniale(s)” dell’artista camerunese Barthelemy Toguo. Le opere sono incentrate sulla storia e sull’eredità del colonialismo e della schiavitù, che come abbiamo già visto sono temi profondamente connessi alla storia della città. Si possono leggere, ad esempio, alcuni articoli del Code noir (Codice nero) promulgato nel 1685 da Luigi XIV di Francia e riguardante le disposizioni sulla vita degli schiavi neri nelle colonie francesi.
Il Codice considerava lo schiavo come una persona senza diritti simile ad un oggetto. L’articolo 44 parlava esplicitamente di schiavi come «meubles». Venivano proibiti i matrimoni tra schiavi senza il consenso del padrone e, dal 1724, tra bianchi e neri. La condizione di schiavo veniva ereditata dalla madre: ad esempio se una donna schiava concepiva da un uomo libero, il nascituro aveva la condizione di schiavo; nel caso opposto il bambino era libero.
Allo schiavo si poteva applicare la pena di morte per aver picchiato il padrone, per il furto di un cavallo o di una mucca o per il terzo tentativo di fuga. Le punizioni, come l’incatenamento, i colpi di bastone o di frusta, nelle condizioni indicate dal Codice, potevano essere liberamente interpretate dal padrone. D’altro canto se lo schiavo poteva lamentarsi, la sua testimonianza non aveva valore giuridico.
Ci ha colpito particolarmente l’opera intitolata Strange Fruit, dal titolo di una canzone interpretata da Billie Holiday, da cui l’artista ha preso ispirazione:
Questi alberi del sud, che portano dei frutti strani, del sangue sulle foglie e del sangue sulle radici, dei corpi neri che penzolano nella brezza. Frutti che i corvi becchettano, che la pioggia fa crescere, che il vento secca, che il sole fa morire e che l’albero fa cadere.
Parole che evocano i linciaggi di cui gli afrodiscendenti furono vittime negli stati segregazionisti del sud degli Stati Uniti fino agli anni ’60.
I cani che mostrano i denti, le corde e i corvi danno alla scena una dimensione terrificante che ci ricorda che il razzismo non è una fatalità e che l’orrore può finire, anche se il cammino può essere più lungo di quello che dovrebbe essere.


A fine giornata, ci possiamo concedere un po’ di relax e un aperitivo con una buona bottiglia di Muscadet, un vino bianco secco leggermente effervescente e dagli aromi floreali e fruttati, tipico di questa zona.

Dopo di che, si va a cena: non vediamo l’ora di assaggiare la più tipica specialità bretone, ovvero le galettes, che sono delle crepes di grano saraceno da mangiare rigorosamente salate (mentre le crepes “classiche” si mangiano dolci). Un posto come La Sainte Croix, in pieno centro storico proprio di fronte all’omonima chiesa della Santa Croce, fa proprio al caso nostro. Io ho scelto quella con uovo e formaggio (emmental francese) e vi assicuro che è davvero una scoperta. Ovviamente non poteva mancare un’altra bottiglia di buon vino bretone. Io volevo provare il sidro di queste parti ma per questo abbiamo deciso di aspettare domani, visto che abbiamo in programma la visita a una piccola sidreria. Anche Monica, che ha iniziato questo viaggio da astemia, comincia a non disdegnare un goccetto almeno per l’assaggio… vedremo come andrà nei prossimi giorni. Santé!

(TO BE CONTINUED…)
