Una settimana alla scoperta della Bretagna storica, terra di popoli celtici, che si protende nell’oceano Atlantico tra il golfo di Biscaglia e il canale della Manica, tra il corso della Loira e quello della Senna. Terra di venti e di maree, di corsari, di castelli e di leggende – con ViaggieMiraggi.
Capitolo 2: Da Nantes a Rennes
Oggi lasciamo Nantes per spostarci a Rennes, che sarà la nostra prossima base: lì dormiremo due notti. Ma sarà un viaggio lento, che ci prenderà tutta la giornata: non percorreremo tutti di un fiato i 100 km o poco più che separano le due città, in linea retta, ma faremo delle tappe e devieremo dalla “retta via” per visitare una piccola sidreria di campagna, per vedere un festival di fotografia e infine per addentrarci niente meno che nella foresta che fa da sfondo alle gesta di Re Artù, di Mago Merlino e della Fata Morgana.
Ma andiamo con ordine: per fare tutto ciò ci serve un mezzo “nostro” e quindi, per prima cosa, dobbiamo ritirare la macchina a noleggio che, guidata da Viola, ci porterà per tutto questo tragitto. Ci tocca una fiammante Nissan Juke “Hybrid” e partiamo, allegri e curiosi di tutto quello che ci aspetta. L’aria è ancora fresca ma la giornata è bella, cosa possiamo chiedere di più?
Il primo tratto, fino a Bain de Bretagne, è abbastanza monotono e allora, per farlo scorrer via più veloce, a turno leggiamo ad alta voce dei brani che riguardano Rennes e la foresta di Broceliande dalle due guide di cui disponiamo: la Lonely Planet di Antonella e quella del Touring, di Monica. Giusto così, per provare ad arrivare già un po’ preparati…
A Bain de Bretagne è prevista la prima tappa, quella alla sidreria-distilleria “Les Vergers de la Ferme” (i frutteti della fattoria). Ci arriviamo in tarda mattinata, con il sole che inizia a scaldare. Trovato il posto, ci sgranchiamo un po’ le gambe e Viola chiama Guillaume, il proprietario, con cui abbiamo appuntamento per una visita “guidata”: sarà lui a farci da Cicerone.





Il paesaggio è davvero bucolico: siamo in aperta campagna, c’è il frutteto, un piccolo gregge di pecore e un bel cavallo baio. Guillaume arriva dopo pochi minuti e comincia a raccontarci quello che fa qui. Lui non è di queste parti, la fattoria l’ha comprata qualche anno fa dal vecchio proprietario che non voleva più portarla avanti. Ha studiato agraria per passione e ha lavorato per un po’ di tempo in fattorie di altri, ma voleva averne una tutta sua; quando se l’è potuto permettere ha cominciato a cercarla e l’ha trovata qui. Il frutteto produce soprattutto mele, ma ci sono anche alberi di pere perché fa anche il sidro di pera (in francese poiré). Con le mele produce ovviamente sidro, ma anche acquavite, pommeau, che è un liquore di mele più dolce e a bassa gradazione, e aceto di mele.
Il sidro si ottiene dalla fermentazione naturale del fruttosio contenuto nel succo delle mele: la sua preparazione richiede tempo e cura. Una volta raccolte, le mele vengono macinate e ridotte in poltiglia. Nella pressa da sidro, la polpa viene pressata e scaldata fino a che tutti i succhi sono stati raccolti. Si passa poi alla filtratura e il liquido ottenuto viene posto a fermentare in grandi tini a una temperatura tra i 4 e i 16 gradi. Guillaume ci racconta che qui la fermentazione dura da ottobre a marzo dopo di che, all’inizio della primavera, il sidro viene imbottigliato. Per ottenere invece l’acquavite (eau-de-vie), a fermentazione completata, quando tutti gli zuccheri sono stati eliminati, il prodotto viene passato nell’alambicco per la distillazione. L’acquavite di sidro, qui in Bretagna, si chiama anche Lambig, che è la parola bretone per alambicco. È molto simile al Calvados, che però è una denominazione tipica della Normandia e quindi qui non può essere usata. Sono due AOC (le DOC francesi) differenti.
L’acquavite viene messa a invecchiare nelle botti, ma dopo un paio d’anni una parte di questa acquavite viene miscelata con succo di mela per ottenere il pommeau, questo liquore dolce e un po’ meno alcolico. Si lascia poi per altri sette anni nelle botti, aggiungendo dell’acqua ogni 2-3 anni per portare il prodotto dalla gradazione iniziale di 70 gradi a circa 40. L’acquavite scenderebbe naturalmente di circa due gradi ogni anno, ma l’acqua viene aggiunta per accelerare il processo, altrimenti passerebbero troppi anni prima di poter imbottigliare. La scelta dell’azienda è quella di acquistare ogni anno delle botti nuove, per fare il modo che l’acquavite prenda anche un po’ di sentore di legno. Per avere l’AOC il legno deve essere per forza di quercia francese. Le botti potrebbero essere anche di seconda mano (botti da vino ad esempio), ma la scelta della ferme è di comprare solo botti nuove. Per i primi anni, però, l’acquavite riposa comunque in botti già usate affinché il sentore di legno non sia troppo accentuato, e poi soltanto per l’ultimo anno di invecchiamento viene travasata in botti nuove.



Per il sidro si usano 12-13 varietà di mele; ci sono quelle precoci, che maturano a settembre, e quelle tardive, che si raccolgono anche a dicembre. Guillaume ci ha spiegato qual è l’effetto del cambiamento climatico sulla sua attività: sostanzialmente per i nuovi alberi da piantare stanno scegliendo sempre varietà tardive, perché quando maturano quelle precoci fa ancora troppo caldo e il processo di fermentazione diventa troppo veloce per poter fare del buon sidro.
Insomma, anche qui in Bretagna qualche effetto del cambiamento climatico, checché ne pensino gli scettici, si vede.
A lavorare alla fattoria, dice Guillaume, sono solo due persone, e ci domandiamo come facciano. Il lavoro sembra davvero tanto, anche se per la raccolta delle mele usano una macchina (le mele vengono raccolte da terra, quando sono già cadute dagli alberi) e a “regolare” l’erba dei prati ci pensano le pecore.
I clienti della sidreria sono prevalentemente locali; la vendita è in parte diretta, qui alla ferme, e per il resto i canali di distribuzione sono alcuni negozi e i mercati degli agricoltori.
Passiamo alla degustazione: Guillaume è simpatico ed è un piacere ascoltarlo, ma questo era un po’ il momento che aspettavamo. Iniziamo col sidro di pere, poi quello di mele, il pommeau e l’acquavite. Guillaume ci spiega anche che la tradizione del sidro è arrivata qui secoli fa dal nord della Spagna, in particolare dalle Asturie, dove il sidro la fa davvero da padrone. E infatti io, che sono stato nelle Asturie una decina d’anni fa, ricordo bene di aver bevuto più volte del sidro (lì è la sidra, al femminile) e quanto gli asturiani lo considerino importante, parte della loro identità. Lì la tradizione prevede anche tutta una ritualità nel versare il sidro e nel berlo: bisogna versarlo tenendo la bottiglia più in alto possibile e cercando di… centrare il bicchiere, che invece deve stare sul tavolo o anche più in basso, all’altezza del bacino. Si dice che l’urto del sidro sul fondo del bicchiere serva a “risvegliarne” il sapore e a renderlo più frizzante. Ma non bisogna mai versarne più di quello che riempie il fondo del bicchiere, il cosiddetto culete. Perché poi va bevuto tassativamente “de un trago”, tutto in un sorso, altrimenti perde il sapore. Tant’è vero che chi non riesce a berlo d’un fiato spesso butta per terra quello che è rimasto nel bicchiere. Qui, invece, niente di tutto ciò. La sola tradizione legata al sidro è quella di berlo in una piccola ciotola in terracotta, la bolée à cidre. Sembra che questo sia dovuto al fatto che il sidro in origine è una bevanda contadina, che era quindi bevuta in un recipiente “povero”. Ma oggi noi lo berremo in un bicchiere di vetro, perché gli intenditori dicono che così se ne apprezza meglio il sapore.
Sarà la piacevolezza del luogo, della compagnia e del momento, ma mi sembra tutto molto buono: è un aperitivo perfetto, l’ora è anche quella giusta. Anche Monica, sia pure a piccole dosi, assaggia tutto. Siamo al secondo giorno e già manca poco per dichiararla ufficialmente ex astemia.

Alla fine abbiamo comprato una bottiglia di eau-de-vie, succo di mele e qualche stuzzichino: Guillaume vende anche dei crackers aromatizzati alle olive, alla cipolla o al peperoncino e del paté fatto con la carne di pecora.
https://www.facebook.com/cidre.baindebretagne
Salutato Guillaume, dovremmo trovare un posto per pranzare ma… idea: la nostra Viola propone un picnic, e visto che qualche ingrediente già ce l’abbiamo perché no? Non resta che trovare una boulangerie per comprare del pane, e questo anche nei piccoli paesi non è mai un problema. Più complicato trovare un supermercato per poter comprare qualche altra cosina, in particolare dei formaggi e qualche barattolino di confettura, ma chiedendo un po’ in giro anche quello è stato tutto sommato facile. Fatta la spesa, ci dirigiamo direttamente a La Gacilly, dove si svolge il festival di fotografia che dovremmo vedere: il picnic lo faremo lì.
A La Gacilly c’è un’area picnic che fa proprio al caso nostro, con un tavolo libero che sembra lì ad aspettare noi. Ci lanciamo con una certa avidità sulle cibarie, a parte il paté di pecora, che almeno inizialmente non raccoglie un grande successo, forse perché abbiamo appena visto le pecorelle al pascolo… ma comunque alla fine non resta quasi nulla.
Il festival “La Gacilly photo”, che dura dal 1° giugno al 1° ottobre, è davvero grande. Ci rendiamo conto che non potremo vedere tutto, bisognerà fare una scelta. Imperdibile una mostra di Sebastiao Salgado sull’Amazzonia, ma poi ci sono altri grandi fotografi: a me, ad esempio, è piaciuta in particolare la serie di foto di Pascal Maitre intitolata “Metropolis”, che analizza lo stato delle grandi aree urbane, soprattutto del sud del mondo, in un momento storico in cui, secondo l’ONU, entro il 2050 due terzi delle persone sul pianeta vivranno in un’area urbana, con 43 città che supereranno i 10 milioni di abitanti. E poi c’è da dire che anche l’allestimento, con lo scenario in cui sono inserite le foto, fa molto.













Sarebbe bello fermarsi ancora un po’ per vedere qualche altra mostra, ma dobbiamo proprio andare: Ci aspetta la foresta di Broceliande, 30 km a sudovest di Rennes, teatro delle leggendarie gesta di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. Broceliande in realtà è un nome un po’ “farlocco” (infatti se lo cercate su una guida probabilmente non lo troverete), che serve a tenere viva quest’aura di mito che circonda questi luoghi ormai da secoli. Il vero nome è foresta di Paimpont, anche se Brecelien, da cui nasce Broceliande, è comunque l’antico nome bretone.

Ma com’è che le leggende di quello che, letterariamente, si chiama il ciclo arturiano hanno trovato casa qui? Confesso che io, onestamente, prima di questo viaggio non me lo sarei aspettato. È pur vero, però, che la Bretagna nel mondo celtico ci sta a pieno diritto, e quindi in fondo non è poi così strano. La storia ce l’ha spiegata bene Marie, la nostra guida locale. Dovete sapere che il primo a mettere per iscritto le leggende del ciclo arturiano, nel XII secolo, fu Goffredo (Geoffrey) di Monmouth, un monaco gallese che aveva però origini bretoni: precisamente i suoi antenati venivano da Dol de Bretagne, al confine con la Normandia, e avevano probabilmente attraversato la Manica per combattere al fianco del re normanno Guglielmo il Conquistatore. Queste leggende risalivano a diversi secoli prima, e sono ambientate nel periodo di passaggio tra il mondo antico, quello dei Celti, e il mondo medioevale. Ebbene il nostro Goffredo pensò bene di collocarle in quello che era lo scenario dei racconti che si tramandavano nella sua famiglia, tant’è vero che da alcune descrizioni si possono riconoscere abbastanza chiaramente luoghi situati nei dintorni di Dol de Bretagne, da dove si può vedere “la luna che si bagna il viso nel mare”, il mare che è lì a due passi. Da qui invece il mare non si vede, e quindi deve essere successo qualcosa per cui c’è stato questo spostamento. Dol de Bretagne, tra l’altro, è anche il luogo della prima menzione del Sacro Graal in Occidente nell’XI secolo. Questa, invece, nel medioevo era una foresta frequentata solo da eremiti. E allora? E allora succede che nel XIX secolo, in pieno romanticismo e in piena epoca napoleonica, quando nasce il bisogno di creare una nuova identità francese, che non sia né latina né greca ma celtica, in molti luoghi della Bretagna gli intellettuali cominciano a rivendicare un presunto legame con la Broceliande letteraria. Ed è un antiquario di Montfort-sur-Meu, a metà strada tra qui e Rennes, che racconta di aver trovato una poesia irlandese del III secolo (pura invenzione), dove si parla del luogo di sepoltura del più grande mago di tutti i tempi, ovviamente Merlino. La tomba sarebbe sotto un menhir, con accanto un dolmen. E si dà il caso che qui nella foresta di Paimpont ci siano proprio un menhir e un dolmen… e così il gioco è fatto: si mette un bel cartello “Tomba di Merlino”, ed ecco che Paimpont diventa Broceliande, e i druidi spuntano come funghi. Al potere politico tutto ciò non dispiace affatto, anzi. Perché nel frattempo la Bretagna ha perso molta della sua importanza economica, legata ai commerci marittimi e alla produzione delle vele, perciò ci vuole qualcosa che aiuti questo territorio a risollevarsi.
Si può dire che la definitiva “consacrazione” della foresta di Paimpont come Broceliande sia arrivata poi, in tempi più recenti, grazie a un prete (e quindi consacrazione è proprio la parola giusta). Nella seconda metà degli anni ’40, quindi nell’immediato dopoguerra, un sacerdote giudicato un po’ troppo “eccentrico” dalla curia viene spedito per punizione in una parrocchia di provincia, a reggere la chiesetta di Trehorenteuc, un paesino con un nome difficile e solo in bretone (non esiste un nome francese) che si trova ai margini della foresta. L’abate Gillard – questo il suo nome – non si perde d’animo, e non perde neanche qui l’occasione per dar prova di originalità. Resosi conto che la gente del posto è molto legata alle sue leggende bretoni, per richiamare più fedeli in chiesa decide di fare un’opera di “sincretismo” tra fede e mito. Riesce a raccogliere offerte per il restauro della chiesa, che stava andando in rovina, e la riempie di simboli che si rifanno al ciclo arturiano: la tavola rotonda, che si vede in un dipinto a lato dell’altare, e il mosaico del Cervo bianco, dove il cervo aureolato rappresenta il Cristo, e i quattro leoni simboleggiano i quattro vangeli; ma questi elementi si possono trovare anche in un episodio della famosa Ricerca del Graal… e sembra ci sia perfino una raffigurazione della fata Morgana! Ma questo lo scopriremo dopo, visto che andremo a vedere questa chiesa, e proprio lì ci sarà un concerto di arpa celtica.
Per adesso cominciamo a camminare nella foresta, e dopo poco incontriamo l’albero d’oro. È un’opera d’arte realizzata nel 1991 da François Davin e finanziata da Yves Rocher, l’imprenditore fondatore dell’omonima azienda di cosmetici, che era nativo di La Gacilly. Nel 1990 un terribile incendio aveva devastato più di 400 ettari di bosco. L’albero, coperto da vere foglie d’oro, simboleggia la rinascita della foresta, ma anche il suo carattere fragile e prezioso. È inoltre circondato da 5 alberi carbonizzati che rappresentano la scomparsa della natura. È stato restaurato una decina d’anni fa, dopo che alcune foglie d’oro erano state rubate. L’opera ha sollevato polemiche anche perché, secondo alcuni, rappresentava un’ostentazione della ricchezza di Yves Rocher.


Salendo per un sentiero piuttosto ripido si raggiunge una roccia che ha la forma di un cuore spezzato. Questa roccia era perfetta per “recitare” la parte della roccia dei falsi amanti – Le Rocher des Faux Amants – cioè quella dove, secondo la leggenda, Morgana sorprese Guiomar, il suo amante, con un’altra donna e per la collera li trasformò entrambi in pietre. Ma l’ira di Morgana non si era ancora placata e allora, volendo condannare gli uomini infedeli nel corpo e nella mente, lanciò una maledizione su tutta la valle: quando la attraverseranno, gli sventurati si ritroveranno rinchiusi per l’eternità senza la nozione del tempo e dello spazio. È la Val sans Retour, la valle senza ritorno. Per chi non se lo ricordasse la fata Morgana, sorellastra di Re Artù, imparò le arti magiche da Merlino, ma essendo invidiosa della gloria del fratellastro e di sua moglie Ginevra, si adoperò per distruggerli. In realtà anche Merlino, nelle leggende, è un personaggio molto più ambivalente di come lo conosciamo grazie alla Disney, che lo ha un po’ “edulcorato” facendo di lui il mago buono, consigliere di Re Artù. In molte “versioni” della leggenda, invece, è un mago che usa i suoi poteri anche per il male, addirittura con origini in parte demoniache.

A proposito di Merlino, nella valle si può vedere anche una roccia di scisto venata di quarzo che è nota come la sedia di Merlino.

Vorremmo avventurarci ancora a lungo in questa magica foresta, ma dobbiamo scendere perché alle 19, nella chiesa di Trehorenteuc, inizia il concerto di arpa celtica di Camille Taezi, una giovane musicista e cantante bretone che ci regalerà altri momenti di suggestione per concludere al meglio la giornata. Camille – dice la sua bio – ha scoperto l’arpa a 7 anni e, incoraggiata dalla mamma, ha imparato a suonarla in modo tradizionale, a orecchio. Poi però ha studiato musica e canto, riuscendo così ad allargare il suo repertorio al di là della musica celtica. Ha al suo attivo due album: “Imagi(e)ne” del 2016 e “Mae Govannen” del 2020. Mae Govannen è un saluto, che significa più o meno “ben trovato” nella lingua degli elfi creata da Tolkien. Anche il suo “cognome d’arte”, Taezi, è nella lingua degli elfi, e corrisponde a Maria.

Siamo un po’ in ritardo. Entriamo in chiesa che Camille sta già suonando; ci sediamo e l’ascoltiamo (ovviamente) in “religioso” silenzio. Presto iniziano gli scambi di sguardi e i sorrisi di approvazione: è proprio brava! Il suono dell’arpa ha il potere di trasportarti subito in un mondo fatato di cavalieri e di elfi, ma la sua voce melodiosa con l’acustica della chiesa è davvero qualcosa di magico. Non credo che faccia lo stesso effetto in video, ma io ci provo. Intanto questo…
Poi, se vi è piaciuto, vi consiglio anche questa sua versione di Scarborough Fair, una delle più famose ballate medioevali inglesi, che tanti anni fa hanno “rifatto” pure Simon & Garfunkel (per dire). Racconta di lei che chiede a lui (e lui a lei) una serie di prove d’amore impossibili, per poi concludere che l’amore è impossibile (forse per qualche impedimento), ma ci si può salutare con un tocco di poesia. Mi scuso per la ripresa particolarmente tremolante, sarà stata l’emozione…
Durante il concerto Camille ha raccontato di essere stata in Umbria, a visitare sia la basilica di San Francesco che quella di Santa Chiara. E per Santa Chiara ha scritto una canzone, con una parte del testo in italiano. Sull’italiano, a dire il vero, c’è ancora un po’ da lavorare, ma la canzone è molto bella.
La conclusione, con Hallelujah di Leonard Cohen, è stata poi il suo modo per coinvolgere proprio tutti, e direi che c’è riuscita: c’erano persone commosse, e anche tra noi qualche lacrimuccia c’è scappata, non dirò a chi.
Dopo la fine del concerto, siamo andati da Camille prima di tutto per farle i dovuti complimenti e poi anche un po’ con la speranza che lei ci potesse aiutare a individuare in questa chiesa i segni del passaggio dell’abate Gillard. E lei, in un italiano comunque comprensibile, alternato con un po’ di francese, ci ha spiegato di nuovo la storia, come ce l’aveva raccontata Marie ma con qualche dettaglio in più. Oltre al mosaico del cervo, che non si può non vedere, bisogna guardare con attenzione i dipinti che segnano le stazioni della via crucis. Si scopre così che proprio lui, il parroco, fece da modello per il volto di Gesù, ma soprattutto che in uno dei quadri c’è proprio Morgana, per di più rappresentata in modo fin troppo moderno e un po’ osé. Fu per questo che, negli anni ’60, il prete fu allontanato anche da qui, con l’accusa di aver messo una pin-up nella via crucis. Ma quasi 20 anni dopo fu riabilitato, poté tornare e vedere che i parrocchiani lo amavano ancora. Gli fu concesso perfino, alla sua morte nel 1979, di essere sepolto nella sua chiesa, ultimo prete in Francia ad avere questo onore.



Salutata la brava e simpatica Camille, dovremmo avviarci per raggiungere Rennes. Si è fatto un po’ tardi, però, e abbiamo scoperto già ieri che qui in Bretagna l’ora di cena è molto “nordeuropea”, e quindi dopo le 21 comincia a diventare complicato trovare un locale con la cucina aperta. Perciò, dato che da Rennes ci separa ancora quasi un’ora di macchina, decidiamo di cercare un posticino per mangiare qui. Quasi per caso troviamo un posto molto carino e con uno stile piuttosto alternativo che non ci dispiace affatto, dove si può mangiare all’aperto in un bel giardino. Si chiama La Grande Vallée, se passate da queste parti ve lo consiglio. Noi abbiamo preso dei falafel niente male, un tagliere e un’altra serie di gustosi stuzzichini. Il tutto annaffiato con un’altra buona bottiglia di vino, stavolta un rosso.

Dopo di che, ci siamo davvero messi in macchina per percorrere gli ultimi chilometri della giornata e… andare a dormire; domani ci dovremo svegliare molto presto per prendere un autobus per Saint-Malo…
(TO BE CONTINUED…)
