Una strana riunione familiare sui monti dell’Alto Atlante, in una valle dal clima particolare, dove in mezzo a montagne brulle la terra è fertile e crescono gli alberi da frutta
Martedì 5 agosto 2025
Otto anni. Sono passati otto anni. È veramente tanto tempo che non tornavo in Marocco, e nello specifico dalla mia famiglia marocchina. Non pensavo che sarebbe passato così tanto tempo prima del mio ritorno, quando li salutai l’ultima volta in un giorno di agosto del 2017, dopo la mia prima visita alla valle di Ait Bouguemez, la cosiddetta “Vallée Heureuse” (Valle Felice). Pensavo che sarei tornato nel giro di due o tre anni, ma poi… poi lo sappiamo, c’è stata la pandemia che ha impedito a tutti di fare viaggi lunghi per almeno un paio d’anni, e poi bisognava recuperare, c’erano tanti posti dove non ero mai stato, e c’era (c’è ancora) il lavoro che non sempre mi permette di fare tutti i viaggi che vorrei, insomma ci sono tante ragioni. È questo che penso mentre tento inutilmente di prendere sonno sul volo Easyjet Milano-Marrakech delle sei del mattino: cerco una giustificazione per questa lunga assenza, forse più per me stesso che per loro, che pure certamente mi chiederanno perché ho fatto passare tanto tempo ma, di questo sono certo, mi accoglieranno con il calore di sempre. L’idea, quest’anno, era di andare da loro per la festa del Sacrificio, che loro chiamano festa del Montone. È quella festa del calendario islamico che ricorda l’episodio, presente sia nella Bibbia che nel Corano, in cui Abramo accetta di sacrificare a Dio suo figlio (Isacco per la Bibbia, Ismaele per il Corano) per dimostrare la sua fede, ma Dio, quando Abramo già sta impugnando il coltello, lo ferma e gli fa trovare un montone con le corna impigliate in un cespuglio, in modo che lo possa sacrificare al posto del figlio. Ma quest’anno in Marocco di fatto la festa non c’è stata, perché il re ha invitato la popolazione a non effettuare il tradizionale sacrificio del montone a causa della prolungata siccità, che ha portato a una significativa riduzione del numero di capi di bestiame. La scelta è stata quindi quella di preservare le risorse. E così alla fine ho deciso di venire in agosto, che è un momento in cui comunque devo per forza prendere ferie.
Ma riavvolgiamo un po’ il nastro, a beneficio di chi – giustamente – non può conoscere tutta la lunga storia personale che c’è dietro a questo viaggio. Tutto nasce non otto ma quattordici anni fa, agosto 2011, quando decisi di andare per la prima volta in Marocco, paese che da anni mi affascinava. Nell’ambito di un mio tour totalmente autogestito delle città imperiali, che prevedeva anche di passare da Casablanca, perché non si può non fare, e da Essaouira, che conoscevo per il festival della musica Gnaoua, feci un’escursione da Marrakech alle cascate di Ouzoud, che sono uno spettacolo naturale tra i più belli che mi è capitato di vedere nella vita e che da allora sono sempre rimaste uno dei miei luoghi del cuore. In quell’occasione, arrivando con il Grand Taxi, il taxi collettivo, conobbi Salah, il mio fratello marocchino, che quel giorno mi fece da guida. Entrammo subito così in sintonia che decidemmo di chiamarci fratelli, ovvero “my brother” o “mon frère”, in quello strano miscuglio abbastanza casuale di inglese e francese che abbiamo sempre parlato e che tuttora usiamo per comunicare. L’iniziativa fu sua ma io accettai subito; in fondo mi piaceva l’idea di avere un fratello “acquisito”, non avendone mai avuto uno naturale. Ma non voglio dilungarmi troppo: per chi volesse, la storia del primo incontro si trova qui:
Ci tenemmo in contatto e due anni dopo mi lasciai convincere a tornare e a fare con lui in veste di guida un giro molto più lungo, a base di montagne e deserto. Era una “guida” un po’ particolare, nel senso che nemmeno lui conosceva i posti che andavamo a vedere, ma a me andava benone così. Era più che sufficiente avere una persona che mi facesse da interprete di arabo e di berbero, a seconda delle necessità, e che nei posti turistici mi evitasse di essere costantemente avvicinato da altri che aspiravano a farmi da guida. Dormimmo e mangiammo in posti da veri marocchini, e questo fu un altro valore aggiunto di quel viaggio. Alla fine del tour, andammo a conoscere la sua famiglia. Rimasi incantato soprattutto dalle bambine (allora il suo figlio più piccolo, il maschietto, non era ancora nato). La storia completa di questo secondo capitolo si può leggere qui:
Passati altri due anni (marzo 2015), arrivò l’occasione di tornare in Marocco con un viaggio targato Radio Popolare – Viaggiemiraggi. Per me, era l’occasione buona anche per andare a trovare loro e festeggiare l’ultimo arrivato in famiglia, che era nato solo da 5 mesi.
Marrakech atto terzo: Marocco e nuvole
Ed ecco infine l’ultimo capitolo: 2017, Salah mi propone di andare con loro dai parenti di Maryam, sua moglie, nella valle di Ait Bouguemez, per vedere un posto nuovo e passare ancora qualche giorno insieme. È così che ho scoperto la Valle Felice.
Ok, fine del riassunto delle puntate precedenti. Il programma di quest’anno è ancora lo stesso: andrò da lui a casa sua ad Ait Taguella, 17 km dalle cascate di Ouzoud, dormirò una notte lì e il giorno dopo partiremo insieme per raggiungere la sua famiglia, che si trova già dal fratello della moglie, in un villaggio alle porte di Tabant, valle di Ait Bouguemez. I più attenti, se hanno letto il diario del 2017, avranno notato che questa volta, rispetto a otto anni fa, ho deciso di cambiare grafia per scrivere il nome della valle. Come tutti i nomi arabi, anche questo può essere traslitterato in vari modi. Mi pare che questa grafia, rispetto ad “Ait Bougomez”, sia più diffusa e più adatta a tradurre in lettere dell’alfabeto latino come lo sento pronunciare. Staremo lì due giorni, poi torneremo a casa sua e, dopo un’altra notte lì, partirò verso Fes per unirmi a un tour organizzato da Viaggiemiraggi. Ho scelto un tour del nord che è la parte del Marocco che conosco meno. Andremo da Fes a Tangeri passando per Chefchaouen, Tetouan e i monti del Rif. Ma questo dopo, per ora si parte verso Ait Taguella, tra Tanant e Azilal, 150 km a nordest di Marrakech.

Il caldo di Marrakech in agosto è sempre impressionante, a maggior ragione ora che vengo da una Milano insolitamente fresca, per il periodo, e quindi lo stacco si sente ancora più forte. Una rapida corsa su un petit taxi (così in Marocco si chiamano i taxi cittadini) color sabbia come tutti quelli di Marrakech e siamo alla Grande Gare Routiere, la grande stazione degli autobus. Sono passato di qui così tante volte che ho deciso di mettere una foto di questo posto sulla home page del mio blog, quindi me la ricordo bene, anche se ora erano otto anni che non ci mettevo piede.

Questa volta mi sono informato prima e so anche come si chiama l’unica compagnia che fa il tragitto che mi interessa, verso Azilal: Itrane. Sì, peccato che non sia molto utile saperlo se i nomi sulle insegne degli sportelli sono solo in arabo, però per fortuna ci sono, scritte in alfabeto latino, almeno le destinazioni, quindi ci metto poco a individuare lo sportello giusto. Vado per comprare il biglietto, ma allo sportello 18 non c’è nessuno; chiedo a fianco, al 19, e mi mandano alla banchina, nel piazzale esterno dove partono i bus. Pare che si possa comprare il biglietto lì. Lì però mi dicono di andare in biglietteria. Ok, ho tempo prima della partenza, che non dovrebbe essere prima delle 12. Facilmente sarà dopo, perché questi autobus aspettano sempre un po’ prima di partire, se non sono pieni. Aspetto un po’, torno allo sportello 18 e li trovo che giocano a carte. “È aperto?” – domando. “Sì” – è la risposta. “Bene, vorrei un biglietto per Azilal”. “Devi andare all’altro sportello” (di nuovo al 19). Torno al 19, e lì mi rimandano fuori. Riprovo fuori, e il tipo alla banchina mi rimanda alla biglietteria. Comincio a capire che non è giornata; evidentemente oggi bisogna rivolgersi a un “mediatore” che si prende qualche dirham (un dirham marocchino vale circa 0,10 euro) per il servizio, anche se un cartello ben in evidenza raccomanda di non dar retta a questi personaggi, che da sempre fanno parte della fauna della Grande Gare Routiere. Infatti poco dopo mi avvicina un tizio che mi dice che per il biglietto devo chiedere a lui, e mi fa sedere in attesa insieme a una famiglia di francesi. Anche loro sono un po’ perplessi, ma spiego loro che qui funziona così. Riusciamo finalmente ad avere i nostri biglietti, compreso quello per il bagaglio (per il bagaglio si paga sempre un sovrapprezzo) e ci mettiamo tranquilli in attesa.


Il bus arriva più o meno puntuale e non è troppo lunga neanche l’attesa per la partenza: verso le 12.30 si mette in moto. L’aspetto è meno scassato di quello che ricordavo e fa ben sperare, ma l’aria condizionata non funziona: dalle bocchette esce aria calda. Due ore e mezza di sauna, e siamo in prossimità di Ait Taguella, dove abita Salah. Come sempre mi ha promesso che si metterà sulla strada e fermerà il bus per farmi scendere, anche se in teoria lì non c’è nessuna fermata. Anche stavolta il numero gli riesce, e sia pure un po’ stremato dal caldo e in un bagno di sudore sono arrivato. Ci abbracciamo rapidamente e ci inerpichiamo sulla breve salita che porta a casa sua, che è a poche decine di metri dalla strada.


Essendo il resto della famiglia già ad Ait Bouguemez, qui con lui ci sono solo sua madre e sua sorella, che non è sposata. Sono più delle tre, ma ovviamente mi stavano aspettando e hanno preparato per me e per Salah quello che sarà il primo tajine di questo nuovo viaggio marocchino, di pollo con patate e carote. A seguire, succose fette di anguria e melone bianco.

Come sempre si parte scambiandosi notizie sulla famiglia. La mia, dopo che anche mio padre se n’è andato due anni fa, è ridotta a solo me stesso. Racconto a Salah solo alcuni dei problemini di salute subentrati negli ultimi anni, e di cui del resto gli avevo già accennato qualcosa via whatsapp. Non voglio tediare lui e nemmeno voi su questo, per fortuna è roba da poco. Lui ha pochi anni meno di me (51) ma è in salute; anche sua madre, che ne ha 70, sta ancora bene anche se ovviamente non può più lavorare tanto come una volta. Suo fratello, che non ho mai conosciuto, dopo alcuni anni a Casablanca ora vive ad Agadir con la famiglia; lavora sempre come muratore, ha quattro figli.
Ci sono anche quattro pecore e un montone, ma non più l’asino. Lo ha venduto perché non serve più per andare al souk carico di mandorle come un tempo. Nel suo terreno ci sono ancora gli ulivi ma i mandorli sono ormai pochissimi a causa della troppa siccità: non piove da marzo e anche prima ha piovuto davvero poco quest’anno, in estate poi sono anni che non piove quasi mai. Il clima è cambiato in questi ultimi anni; ora, le estati sono più lunghe e più calde: del resto ci sono 38°C e siamo a quasi 1200 m di quota, non ricordavo un caldo così neanche in agosto. Non è un problema da poco, dice lui, perché prima con le mandorle ogni anno campava più o meno tre mesi.



Il suo bar, che è a circa un km da casa, esattamente al bivio dove dalla strada nazionale si diparte quella per le cascate, ora è rinnovato e più bello, ma di gente ne viene poca, anche a giocare a biliardo, perché il villaggio si sta lentamente svuotando. Sempre più persone vanno a cercare lavoro in città. Restano circa 4000 abitanti, su un territorio molto esteso rispetto alla popolazione. Per una partita a biliardo fa ancora pagare 2 dirham, come 8 anni fa. Non ha potuto aumentare il prezzo, perché se lo facesse non giocherebbe più nessuno.


Gli chiedo se riesce ancora a guadagnare qualcosa facendo da guida ai turisti, ma come immaginavo no. Le cascate sono diventate ormai un posto super turistico, ma proprio per questo le persone che non arrivano in macchina arrivano prevalentemente da Marrakech con i vari minibus organizzati da hotel, riad e agenzie, che vanno direttamente alle cascate e non si fermano all’incrocio. Nessuno arriva più con il Grand Taxi come feci io 14 anni fa. Insomma, mettendo tutto insieme la situazione economica non è rosea. Infatti, il sogno di comprarsi una macchina che – ricordo – già c’era 8 anni fa ancora non si è realizzato. Ora ha puntato una Golf vecchia di non so quanti anni, di cui mi fa vedere la foto sul suo telefono. Costa 25.000 dirham (2.500 euro), una cifra che potrebbe forse pagare solo a rate, ma ancora non è il momento giusto per farlo, anche se i suoi figli la vorrebbero perché hanno visto che il vicino una macchina se l’è comprata. Se le cose andranno bene forse tra un po’, inshallah.
Adesso ci sono altre spese anche perché Ouarda, la figlia più grande di 16 anni, da settembre dovrà andare al liceo (al triennio della scuola superiore), ma per farlo dovrà andare a Tanant, a circa 20 km, perché qui al villaggio quel tipo di scuola non c’è. Essendo scomodo e costoso andare avanti e indietro con un taxi o un minibus collettivo tutti i giorni, starà in collegio lì dal lunedì al venerdì e tornerà a casa solo nel weekend. Il costo per un letto è sostenibile (200 dirham al mese), ma dovrà poi pagarsi anche i pasti. Io sono comunque felice che continui gli studi, anche perché ho sempre detto a Salah che i piccoli contributi che ogni tanto gli mando devono servire soprattutto a questo, per la scuola dei ragazzi. Intanto gli mostro i regalini che ho portato per loro: un astuccio pieno di matite e pennarelli colorati, gioiellini di bigiotteria, tra cui degli orecchini direttamente da Nairobi, per le ragazze (Ouarda di 16 anni e Jalila di 14), una macchinina per il piccolo Abdel Ghafour di 10 anni.
Per cena c’è qualcosa di nuovo: per la prima volta, probabilmente pensando di farmi un favore, mi hanno fatto la pasta. Si tratta in realtà di una sorta di spaghettini corti che mi hanno preparato in brodo (a dirla tutta, non so se l’intento sarebbe di farla in brodo o asciutta perché il risultato è un po’ un misto). È decisamente stracotta e in bianco, forse giusto con un filo d’olio. Forse non avevano molto idea di come condirla. Comunque, non posso che fingere di apprezzarla ma… molto meglio passare alla frutta. Dopo di che, ancora due chiacchiere e poi chiedo di potermi stendere sul solito giaciglio fatto di morbidi tappeti che mi hanno preparato nel salottino. La notte scorsa non ho dormito e ho bisogno di recuperare un po’ di sonno.
Mercoledì 6 agosto 2025
Data la stanchezza, sono riuscito a dormire un po’, anche se la prima notte non è mai facile, a maggior ragione ora che l’età avanza.
Colazione, che come sempre consiste in questo: tè a volontà e pane arabo intinto nell’olio, nel burro o nella marmellata. Questa volta c’è anche del formaggio locale. Ce la gustiamo con calma e poi, comunque di buon’ora, siamo di nuovo “on the road” per cominciare il viaggio verso la valle felice. Ci mettiamo in attesa sull’altro lato della strada, in direzione di Azilal, e con un po’ di fortuna troviamo subito un taxi che ha giusto due posti liberi: si parte. Il primo tratto di strada è breve, in mezz’oretta ci siamo.

Ad Azilal c’è un po’ di spesa da fare: è tradizione, quando si va ospiti da qualcuno, portare zucchero (in segno di augurio di dolcezza, fortuna e prosperità) e dolci o caramelle per i bambini. Ma in questo caso dobbiamo comprare anche un paio di polli. La polleria qui funziona così: annesso al negozio (nel retro o di fianco) c’è un piccolo pollaio dove, stretti stretti, razzolano i polli. Tu li guardi, scegli quello che ti piace di più (o quelli che ti piacciono di più) e a quel punto il malcapitato viene messo in una cesta e pesato vivo (lì forse comincia a capire che butta male, non lo so), dopo di che seduta stante viene sgozzato, spiumato e preparato; tu ripassi dopo dieci minuti – un quarto d’ora e lo trovi bello e pronto. Un po’ diverso dall’Europa, no? Be’, forse non è proprio sempre così ma mi è capitato più volte di vedere questa modalità, soprattutto al souk o in piccole città come questa.

Fatta la spesa, ci mettiamo in cerca di un mezzo di trasporto per arrivare a Tabant, nella valle di Ait Bouguemez. Lo troviamo quasi subito, ma come sempre c’è da aspettare un po’ che il minibus si riempia.

Da Azilal a Tabant ci sono circa 80 km, ma è una strada di montagna non delle più agevoli, per cui il viaggio richiede almeno un paio d’ore. Per fortuna questa volta siamo seduti comodi sul sedile posteriore con il re al finestrino, e quindi, caldo a parte, ci va piuttosto bene. Su questo tipo di pullmini non è infrequente che si carichino più persone della teorica capienza, infatti ci sono sempre degli sgabelli di plastica da piazzare nel corridoio e in tutti gli angoli possibili per aumentare i posti disponibili. La strada non è agevole ma è davvero spettacolare, sia per il paesaggio lunare creato dalle montagne sia per i villaggi fatti tutti di casette costruite in pisé, ovvero in terra cruda mischiata con fango e paglia. Qui il colore della terra, diversamente da altre zone del Marocco, non tende al rosso ma più a qualcosa tra il beige e il giallo ocra. Le case hanno lo stesso colore della terra e creano quindi un insieme armonioso, dove il paesaggio naturale e quello costruito diventano come una cosa sola. Caratteristica della valle è anche l’abitudine di aggiungere una bordatura di pietra bianca alle finestre.
Ad Agouti inizia quella che è la vera e propria valle di Ait Bouguemez, dominata dal massiccio del M’Goun, con i suoi 4071 m il secondo monte più alto del Marocco dopo il Jebel Toubkal. È chiamata “la Vallée Heureuse”, la valle felice, e questo ha sicuramente a che vedere, oltre che con i suoi paesaggi di una bellezza inaspettata, che trasmettono serenità, anche con il suo isolamento. Fino al 2001 la valle era bloccata in mezzo alla neve per molti mesi all’anno e risultava in gran parte inaccessibile se non a piedi o a dorso di mulo. Ora, benché alcune strade siano tuttora percorribili solo con un mezzo a quattro ruote motrici, le strade asfaltate hanno reso più facile muoversi tra le montagne dell’Alto Atlante, costellate dai tipici ighremt (case rinforzate da pietre) color ocra. Adesso c’è anche la copertura della rete di telefonia cellulare e di internet, fino a pochi anni fa totalmente assente. Ma se ti vuoi isolare dal mondo per qualche giorno, questo è ancora un buon posto per farlo. Salah sostiene che in tutta la valle non vivano più di 7000-8000 persone, ma il dato sarebbe un po’ da verificare.
Ho saputo poi che il 9 luglio scorso c’è stata una manifestazione partita proprio da Tabant, una sorta di marcia pacifica di più di mille persone con slogan e cartelli, per denunciare un sentimento di abbandono e di esclusione. Protestavano contro quella che considerano una differenza di trattamento tra la loro comunità e altre vicine che hanno goduto di maggiori benefici e progetti di sviluppo da parte delle autorità locali, in particolare della provincia di Azilal. Chiedevano principalmente una maggiore cura e manutenzione delle infrastrutture stradali, a cominciare dalla strada regionale 302, che d’inverno diviene tuttora facilmente impraticabile provocando un sostanziale isolamento delle comunità rurali. Ma le rivendicazioni erano anche relative ai servizi essenziali, come la presenza continua di un medico nel solo centro per la salute locale, dato che molte persone sono ancora costrette ad andare ad Azilal per qualsiasi cura debbano ricevere, il miglioramento della copertura della rete di telefonia mobile e la creazione di impianti sportivi per i giovani. Insomma, gli abitanti della valle felice non sono sempre felici di viverci. O meglio, vorrebbero viverci in condizioni meno difficili. Ma questo lo sapevo già.
https://h24info.ma/h24/ait-bouguemez-forte-mobilisation-contre-la-marginalisation-video/







Anche i ripidi fianchi dei monti sono utilizzati nelle coltivazioni terrazzate, per cui si vedono piccoli fazzoletti coltivati a orzo o a granturco, su gradoni riparati, ad altitudini dove generalmente questo tipo di coltivazione è impensabile. Qui si raccolgono piante montane selvatiche per produrre rimedi di erboristeria, altro fatto per cui la valle va famosa. I villaggi si fondono quasi mimeticamente con i loro spettacolari scenari. Uno di questi villaggi è Aguerd N’Ouzrou, dove vivono i parenti di Maryam, la moglie di Salah. Siamo nei dintorni di Tabant, a 1850 m di quota.


All’arrivo, ci aspetta un piccolo comitato di benvenuto formato da due dei tre figli di Salah (Jalila di 14 anni e Abdel Ghafour di 10) insieme ai bambini del cognato Youssef di cui saremo ospiti: Amina, Fatima e Ashraf. Ouarda, la figlia più grande, ci aspetta invece in casa con la mamma. Lei e Jalila si ricordano molto bene di me, anche se sono passati otto anni dall’ultima volta che le ho viste di persona. Abdel Ghafour invece è più perplesso, otto anni fa era troppo piccolo per potersi ricordare. Chiede conferma al papà che questo sia proprio lo “zio” di cui spesso gli parla: Salah gli ha sempre detto che ha un altro zio in Italia, oltre a quello che vive ad Agadir. In questi anni ci siamo tenuti sempre in contatto, e ovviamente ogni tanto gli chiedevo di mandarmi foto dei bambini per vedere come crescevano. C’è naturalmente anche Youssef, il fratello di Maryam, con la moglie, e c’è anche l’anziano padre, che ora dovrebbe avere circa 75 anni. Si muove a fatica con il bastone e appena può si abbandona sul divanetto tra i cuscini. Questa dei divanetti è un’innovazione piuttosto recente, che avevo già notato a casa di Salah. Otto anni fa non c’erano né a casa sua né qui; in queste case di gente comune di montagna, i mobili erano ridotti davvero all’essenziale, e l’uso era sedersi sui cuscini poggiati sul pavimento. Spero che sia un segno che il benessere anche qui è un pochino aumentato.
Cerco di salutare tutti con il dovuto rispetto, tenendo presente che generalmente non ci si bacia tra uomini e donne, mentre lo si può fare, se ci si conosce, tra uomini e tra donne. Per rendere il saluto più caloroso, dopo la stretta di mano si possono fare due cose: un piccolo colpetto con la destra sul cuore – come dire “ti porto nel cuore”, o un bacetto sulla propria mano. Le formule di saluto in arabo (il classico Salam Aleikum) vanno benissimo, anche se qui per tutti la prima lingua è il tachelait, la lingua berbera di qui. Un bacio ai bambini è sempre consentito. Non sono sicuro di poterlo fare con Ouarda che ha 16 anni e non è certo più una bambina, ma mi toglie lei dall’imbarazzo avvicinandosi per prima al mio viso. È sempre stata molto intelligente, vivace e spigliata fin da bambina, mentre la sorella più piccola è un po’ più timida. Come avevo già visto nelle foto recenti, né lei né la sorella portano il velo, né in privato né in pubblico, pur essendo ormai decisamente in età. Se in città sarebbe una cosa assolutamente normale, da queste parti ancora proprio normale non è. Preferisco non fare commenti su questo né con loro né con il padre perché potrebbe essere un argomento delicato (lui non è molto religioso ma per quanto ho capito la moglie sì), però lo registro come un dato positivo.
In generale la famiglia della moglie è un po’ più tradizionalista, tant’è vero che Salah mi ha raccomandato di indossare sempre i pantaloni lunghi finché saremo qui. Qui i pantaloni corti sono riservati solo ai bambini, per un uomo non è considerato dignitoso portarli, un po’ come era anche da noi fino a 60-70 anni fa. Ho precisato che di lunghi ne ho un solo paio e che spero di non sporcarmi, ma ho accettato di buon grado. Avrei potuto obiettare che l’altra volta ricordo di aver messo i bermuda senza che nessuno si scandalizzasse particolarmente, ma non è il caso di discutere. In fondo qui fa anche decisamente meno caldo rispetto ad Ait Taguella, almeno 10° meno. La valle ha un clima particolare, più fresco e piovoso, e a questo si deve l’abbondanza di verde e di alberi da frutta. È anche per questo che Maryam e i ragazzi ogni estate passano un mese qui, per andare a trovare i parenti ma anche per stare un po’ più al fresco.
Naturalmente ci aspetta anche un bel tè di benvenuto, con vari vassoi pieni di dolcetti, per rilassarci un po’ dopo il viaggio. Un’altra cosa che ha quasi dell’incredibile, per le abitudini marocchine, è che hanno preparato anche una teiera con il tè senza zucchero. Evidentemente Salah, conoscendo i miei gusti, ha chiesto questa cortesia. In realtà anche a lui piace con poco zucchero, e al nonno non fa bene zuccherato, probabilmente ha problemi di diabete.

Adesso Ouarda parla un discreto francese, quindi posso scambiare qualche parola anche con lei. Comincio mostrandole dal mio telefono una delle prime foto che ho di lei a 4 anni e dicendole “Voglio vedere se conosci questa ragazzina”… lei ha un attimo di stupore, poi capisce e fa un sorrisone: “C’est moi… aux Cascades d’Ouzoud?!”. Sì – le dico – sei proprio tu alle cascate con me e il tuo papà. Avevi 4 anni ed era la prima volta che ci andavi, ti ricordi? Dice che sì, qualcosa si ricorda, anche se è passato tanto tempo ed era molto piccola. Be’, a questo punto la foto la faccio vedere anche a voi, e ditemi se non era un pasticcino di bambina, con quegli occhioni neri e quelle guanciotte. E ora andrà al liceo, da quello che mi ha detto qualcosa di simile al nostro liceo classico, perché dice di non essere brava in matematica e nelle materie scientifiche.

Dopo il tè e un po’ di relax (per coinvolgere anche gli altri ragazzi faccio vedere un po’ di foto dell’estate scorsa, di animali dei parchi del Kenya), si passa direttamente al pranzo, a base di tajine di pollo. Presumo siano i due appena comprati ad Azilal che sono già finiti in pentola.
Si mangia rigorosamente con le mani, solo con la destra naturalmente, tutti dallo stesso piatto; ma per me non è certo la prima volta. Anche se tra gli adulti, purtroppo, nessuno parla altro che tachelait, tramite Salah che mi fa da interprete cerco di ringraziare per l’ospitalità e il caldo benvenuto.
È l’occasione per fare un’altra scoperta: Ora le donne mangiano a un altro tavolo, diverso da quello degli uomini, ma nella stessa stanza, un salottino abbastanza ampio dove abbiamo preso anche il tè. Ricordo bene che fino a otto anni fa le donne mangiavano rigorosamente in cucina, perciò anche questo mi sembra un piccolo segnale che le cose stanno lentamente cambiando. Questi cambiamenti richiedono tempo, e possono essere soltanto graduali.
Anche qui hanno attrezzato per me quella che potremmo chiamare la stanza degli ospiti, dove dormirò sulla solita montagna di tappeti e coperte.

Dopo un riposino, che ci sta, nel tardo pomeriggio usciamo per una passeggiata nel centro di Tabant con Salah e Youssef, il nostro padrone di casa. Me lo ricordavo come un omone già otto anni fa, ma ora sembra diventato ancora più grosso, o forse sono io che non me lo ricordavo così bene. Con Salah lo abbiamo soprannominato “Big Man”, perché a un certo punto era sparito e io volevo chiedere a Salah dove fosse andato. Ma, dal momento che lui sembrava non capire né “brother in law” né “your wife’s brother” sono passato direttamente a “The big man that was with us”, al che si è fatto una risata e ha capito. Da quel momento ogni volta che ne abbiamo parlato è stato “Big Man”. È appropriato, perché sfiora l’1,90 ma soprattutto è davvero enorme: ha due spalle da rugbista, due badili al posto delle mani e un vocione possente che incute un certo timore, nonostante un difetto di pronuncia che ha anche Maryam, deve essere una cosa di famiglia. Ho l’impressione che a volte gli altri non capiscano subito quello che dice e gli chiedano di ripetere, il che probabilmente lo infastidisce e allora urla ancora più forte. In realtà pare sia un buono, ma il fisico, unito a due occhi perennemente sgranati che sembrano un po’ spiritati, gli dà un aspetto un po’ inquietante.
Rispetto a otto anni fa, mi pare che Tabant stia cercando di valorizzare di più le sue tradizioni berbere, come si può vedere dalle scritte in alfabeto berbero anche all’ingresso della scuola e da alcuni murales. Il problema della lingua, della cultura e dell’identità berbera è molto sentito in Marocco, perché i berberi sono almeno metà della popolazione. È una situazione che si trascina da decenni, quanto meno dall’indipendenza del 1956, ma in realtà anche da ben prima del periodo del protettorato francese, e non ha mai trovato soluzione. Già poter studiare il berbero come “seconda lingua” è una conquista piuttosto recente, le cose evolvono ma molto lentamente. Dal terzo anno di scuola primaria i bambini iniziano a studiare francese, che servirà anche se dovessero proseguire gli studi, perché se fino alle scuole medie le lezioni sono in arabo nelle università alcuni corsi sono tuttora soltanto in francese. Ma nelle zone rurali, in realtà, è già una gran cosa andare alla scuola primaria, soprattutto per le bambine. Solo una o due generazioni fa non era pensabile, tanto che il tasso di analfabetismo fino a pochi anni fa era del 70% da queste parti. Adesso, in teoria, l’obbligo scolastico è esteso ai 14 anni, ma tuttora molte famiglie non riescono a mandare i figli a scuola.
Qui forse l’obiettivo è anche dare al villaggio maggiore appeal turistico, ma turisti stranieri se ne vedono davvero pochi. Abbiamo incrociato un gruppetto di americani che facevano trekking, nessun altro. Forse ci sono dei turisti marocchini, questo sì. Dall’abbigliamento alcune persone potrebbero non essere del posto, ma sono solo congetture.









Anche a Tabant, come un po’ dappertutto per quanto ho potuto vedere, è ancora tutto imbandierato per la festa del trono del 30 luglio, la festa che ogni anno celebra la salita al trono di Mohammed VI.
Ci andiamo a bere un’aranciata fresca in quello che è forse l’unico bar del villaggio, o almeno l’unico con un bel giardino esterno, e non diamo peso alle nuvole che si addensano nel cielo. Sbagliando, perché prima che riusciamo a tornare verso casa inizia a piovere, dapprima leggermente poi sempre più fitto. Ci fermiamo un po’ sotto gli alberi per vedere se spiove, ma non accenna a smettere. L’unica soluzione è affrettarsi verso casa il più velocemente possibile, con “Big Man” che tira il gruppo ad ampie falcate, ma la distanza non è poca e quindi arriviamo zuppi.


Mi cambio almeno la maglietta e poi ceniamo, a base di riso e pollo. Per finire c’è sempre un generosissimo piattone di frutta, dal quale ti invitano a prendere a piene mani: anguria, melone bianco, ma anche mele, banane, albicocche. Qui, come l’altra volta e come in ogni riunione familiare che si rispetti, la regola è ingurgitare enormi quantità di cibo. Io non mi tiro indietro, ma temo che alla fine la mia forma fisica già precaria ne risentirà non poco. Provo a dire, scherzando, che essendo già in sovrappeso di 3 o 4 kg con quello che sto mangiando e che mangerò qui diventerò veramente un obeso, e che quindi se rifiuto qualcosa è solo per una questione di salute. Ma Big Man, con la traduzione di Salah, mi fa giustamente notare ridendo a crepapelle che anche lui è in sovrappeso, e non certo di 3 o 4 kg, eppure sta benone. Naturalmente non oso contraddirlo…
Intanto, la pioggia si fa ancora più forte e a un certo punto, dopo una pausa, riprende e si trasforma in grandine a grossi chicchi. Tutti si augurano che non danneggi le colture, per fortuna dura poco. La pioggia però continua incessante. Ormai è tardi, è ora di andare a dormire.
Giovedì 7 agosto 2025
La colazione, insieme al tè e al solito pane da inzuppare nell’olio, nel burro o nella marmellata, prevede anche una bella scodella di zuppa: una versione molto semplice della harira marocchina, a base solo di semola d’orzo o di grano, olio d’oliva e cumino. Si chiama anche belboula.
Abbiamo saputo che, con la pioggia di ieri sera, ci sono stati dei danni: alcune case che si trovano più in alto, costruite probabilmente dove sarebbe meglio non costruire, si sono allagate. Sembra strano da queste parti, ma può succedere.
Dopo colazione, dico a Salah che mi farebbe piacere rifare quello che facemmo io e lui otto anni fa, cioè salire al santuario-mausoleo del marabutto Sidi Moussa, che si trova a 2000 m in cima a una montagna, poco lontano dal villaggio anche se la salita è ripida. Questa volta, però, vorrei che venissero con noi anche i ragazzi, ovviamente se ne hanno voglia. Se ancora non si sono alzati possiamo aspettare, non c’è fretta. Se aspettiamo poi è anche meglio, così il sole fa in tempo ad asciugare il sentiero e non troviamo fango. Una volta che sono tutti pronti lui chiede e, a quanto pare, l’idea piace.

Quella della venerazione dei marabutti è una tradizione locale che, pur avendo poco a che vedere con la fede islamica, in Marocco viene tollerata, anche grazie al fatto che la scuola teologica più seguita nel paese è quella Maliki, che tra le scuole che fanno capo alla dottrina sunnita è forse la meno rigorosa. La sharia’a viene adattata alla cultura e ai costumi locali, invece di applicarla attenendosi alla lettera alle prescrizioni della legge islamica.
I marabutti sono devoti musulmani la cui condotta di vita testimonia una fede così ardente e profonda che la loro stessa presenza, anche dopo la morte, è sufficiente a conferire baraka, la grazia. I marocchini vanno spesso a visitare le zawiya (santuari) dei marabutti; alcuni ritengono che sia sufficiente recarsi nella zawiya giusta per risolvere tutti i propri problemi, dalle pene d’amore all’artrite. Nel caso specifico, da Sidi Moussa vanno le donne che vogliono avere bambini, perché si dice che una visita a questa zawiya sia in grado di curare l’infertilità.



Sicuramente è abbastanza dura arrivarci sotto il sole, anche se in fondo la strada non è troppo lunga, dal villaggio. I ragazzi (maschi) fanno a chi arriva prima, noi e le ragazze li seguiamo a breve distanza.
Non so se questo sia abbastanza per espiare i peccati o per curare davvero l’infertilità, ma la vista da quassù è davvero meravigliosa. Si apprezza ancora meglio il paesaggio così sorprendente di questa valle, dove in mezzo a montagne brulle, aride di terra bruciata dal sole, c’è un’incredibile striscia di terra verde e fertile, piena di campi coltivati e di frutteti. I prodotti più caratteristici della valle sono le mele e le noci.




Dentro il santuario, costruito in argilla e terra cruda con il tetto di legno, non c’è molto, se non una serie di oggetti e foto che sono messi lì alcuni come una sorta di “ex voto”, per ricordare le grazie vere o presunte concesse dal santo, e alcuni in vendita.



Facciamo qualche foto di gruppo, lasciamo qualche spicciolo al ragazzo che fa da custode e scendiamo. Per pranzo ci aspetta l’altro fratello di Maryam, che abita qui a fianco. Sua moglie gestisce una cooperativa di donne che producono tappeti. Nella valle, negli ultimi anni, sono sorte varie cooperative, prevalentemente femminili, che oltre alla tessitura svolgono attività come colture biologiche di noci, produzione di miele di montagna, di formaggio o di zafferano. Esiste anche un’associazione locale che si occupa di turismo responsabile, l’Association Reinassance de Ait Bouguemez. Organizzano passeggiate di due o tre ore nella valle, dedicate al birdwatching o alla raccolta di erbe mediche berbere, ma anche trekking transmontani di quattro giorni seguendo antiche vie carovaniere. Una parte dei proventi delle escursioni vanno a sostenere le attività dell’associazione, come l’alfabetizzazione delle donne, la depurazione dell’acqua e un progetto di assistenza sanitaria per madri e figli. L’associazione gestisce anche un collegio scolastico per le bambine che vivono in villaggi privi di scuole.

Oggi, anche se è giovedì e non è giorno di festa, couscous per tutti, accompagnato da yogurt liquido, che si beve dal bicchiere. Arrivano altri bambini piccoli e grandi, come sempre faccio fatica a capire chi è figlio di chi e non ricorderò mai tutti i nomi ma poco importa. Qui ai bambini piccoli (diciamo fino a 7-8 anni) insegnano a baciare la mano ai grandi. È una cosa che mi mette un po’ in imbarazzo ma non è necessariamente una cosa brutta. È una forma antica di rispetto e di ringraziamento: si bacia la mano che ti ha messo al mondo o che ti dà da mangiare. E poi, la tenerezza con cui lo fanno loro è lontanissima dal senso “mafioso” che purtroppo tendiamo a dare a questo gesto.
Nel pomeriggio, sfidando le nuvole che ancora incombono minacciose, “Big Man” Youssef porta me e Salah nel frutteto, così tra l’altro non ci allontaniamo troppo. Ha un pezzo di terra che normalmente permette a tutta la famiglia di vivere, ma è successo in passato che alcune stagioni non siano state buone per quanto riguarda il raccolto, e allora lui, come altri, è dovuto andare a lavorare come manovale a Marrakech o a Casablanca. Ora sembra che le cose vadano bene: i frutti sugli alberi ci sono, non solo mele e noci ma anche prugne e delle buone albicocche. Ci rilassiamo un po’ e torniamo rapidamente a casa quando inizia di nuovo a piovigginare.





Anche stasera si cena tardi. Io inizio a ringraziare di cuore per l’ospitalità, perché domattina io e Salah partiremo abbastanza presto e non so se riuscirò a salutare tutti.
Venerdì 8 agosto 2025
E così è arrivato il momento di ripartire. Dopo colazione, io e Salah prendiamo la via del ritorno. La sua famiglia rimarrà invece qui nella valle felice fino alla fine del mese. Salutando Ouarda, le faccio gli auguri per la nuova scuola e lei giustamente risponde inshallah.




Di nuovo in minibus fino ad Azilal e poi da lì ad Ait Taguella. Arriviamo verso le due, in tempo per gustare un ultimo couscous. Questa volta la madre e la sorella di Salah ci hanno aspettato, guardando una soap opera turca doppiata in arabo, e mangiano con noi, anche per sapere le ultime sulla famiglia.
Mi riposo un po’ ma poi chiedo a Salah un ultimo favore: vorrei andare con lui ancora una volta alle cascate, visto che un po’ di tempo ci avanza. È la quinta volta che ci vado, e lui mi ha già raccontato che in questi otto anni sono diventate un’attrazione turistica ancora più popolare, con tutto ciò che ne consegue, ma voglio vedere coi miei occhi. Come sempre mi accontenta e partiamo in taxi. Arrivandoci faccio perfino fatica a riconoscere il posto. Al posto del souk di quattro bancarelle ora c’è un megaparcheggio. Il sentiero che scendeva alla base delle cascate che avevamo percorso la prima volta è diventato una scalinata, ma per la verità era già così otto anni fa. Lo step in più è che ai lati della scalinata sono spuntati come funghi decine di bar, ristoranti e negozi di souvenir: ormai è una successione ininterrotta. Una folla scende verso le cascate mentre uno dei bar spara musica reggaeton a tutto volume. I turisti, come sempre, sono un mix di stranieri e marocchini, ma tanti, probabilmente anche perché è venerdì.


Nonostante tutto, o meglio se cerchi di non guardare tutto quello che c’è intorno, rimane uno spettacolo naturale mozzafiato. Il fiume Oued Ouzoud precipita sempre per 110 m nel canyon di Oued el-Abid, tra le montagne di arenaria rossa, in una meravigliosa cascata a tre salti; puoi sempre scorgere l’arcobaleno che la luce del sole forma tra le goccioline, aspettando che qualche ragazzo si tuffi da una nicchia nelle pareti rocciose. Le barchette nelle pozze alla base delle cascate, però, sono diventate veramente un po’ troppe.




Tornati a casa, decidiamo di sederci fuori perché il caldo è davvero soffocante. Portiamo fuori anche il tavolo, ceneremo all’aperto cercando disperatamente un po’ di fresco. Condividendo l’ultimo tajine, prendiamo gli ultimi accordi per domani mattina. Ci alzeremo presto, e Salah mi accompagnerà fino ad Azilal. Lì mi aiuterà a trovare un taxi o un minibus per Beni Mellal, dove potrò prendere il bus della CTM per Fes. Dato che il viaggio è lungo (almeno 6 ore), preferisco prendere un autobus comodo con l’aria condizionata, e la CTM (Compagnie de Transports au Maroc) è l’unica che possa dare garanzie in tal senso. A Fes mi unirò al gruppo di Viaggiemiraggi e inizierà la seconda parte del mio viaggio. È stato bellissimo rivedere tutta la famiglia dopo tanto tempo, ma ora devo andare.
“E qui quando tornerai?” mi chiede Salah. Non posso che rispondere che non lo so. Rimane quell’idea di venire per una festa, o quella del montone o la fine del Ramadan, ma non so esattamente quando. Mi fa solo promettere di non far passare ancora otto anni, e lo prometto. Naturalmente sempre… inshallah.



(TO BE CONTINUED…)