Si sbarca in Sardegna, ancora una volta, come mi è successo di frequente negli ultimi anni. Questa volta però in pieno inverno, che forse è un po’ più strano. Infatti il volo che ci ha portato a Cagliari da Milano Linate non era particolarmente pieno. Lo spunto, se volete la scusa – ho spesso trovato una scusa buona per venire in Sardegna in questi anni – è l’inizio del Carnevale. Il Carnevale inizia presto dove andremo, nel cuore della Barbagia. Tradizionalmente, le celebrazioni carnevalesche iniziano con la festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. Il nostro gruppo è formato da otto persone, con varie provenienze. In sei siamo partiti da Milano, ma solo Patrizia ed io siamo milanesi; Elena è di Legnano, Luisa viene da Reggio Emilia e Laura ed Emilio dalla Valsesia. A Cagliari abbiamo incontrato Gianna ed Enzo, che vivono a Lucca e hanno preso il volo da Pisa. Quello che ci accomuna è che tutti siamo aficionados delle Mariposas de Sardinia, che organizzano questo breve tour carnevalesco. C’è chi ha fatto 3 o 4 viaggi con loro, io con questo sono a 5, Patrizia che guida la classifica (e a cui si deve in parte anche l’idea di questo viaggio) è a 6. Per questo siamo stati coinvolti in questo che ci è stato presentato come un viaggio “sperimentale”, nel senso che anche se ci sono stati altri viaggi organizzati in occasione del Carnevale è la prima volta che si va alla scoperta di questa festa che ne segna l’apertura.
Le Mariposas sono una cooperativa sociale, partner di ViaggieMiraggi Onlus, che da dieci anni si occupa di promozione territoriale, accessibilità, inclusione e turismo responsabile in Sardegna. La loro casa è Mogoro (OR), sulle colline della Marmilla, ma ormai da tempo portano i viaggiatori che hanno voglia di seguirle in uno dei loro leggiadri voli (per chi non lo sapesse, mariposas significa farfalle, sia in spagnolo che in sardo) in giro per tutta la loro meravigliosa isola.

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Chi ci guiderà è Silvia, una delle fondatrici, che ci è venuta a prendere all’aeroporto a mezzogiorno con un bel minivan e che siamo ovviamente superfelici di riabbracciare. Proprio Silvia, però, questa stessa mattina ci ha comunicato che il viaggio dovrà cambiare un po’ programma. Il primo giorno avremmo dovuto passarlo a Ottana, un paese della Barbagia di poco più di 2000 abitanti dove c’è uno dei carnevali tradizionali più caratteristici, a cui danno vita le maschere dei boes e dei merdules (in pratica i buoi e i guardiani dei buoi). Oggi doveva esserci la prima uscita delle maschere, e questa sera i fuochi. Purtroppo, però, questa notte a Ottana è morto improvvisamente nel sonno un bimbo di due anni, e perciò il Comune ha dichiarato il lutto cittadino e annullato tutte le celebrazioni del Carnevale. Il nostro Carnevale sardo è quindi iniziato per forza di cose con un momento di tristezza, ma Silvia ha già organizzato per noi un piano B: anziché a Ottana andremo a Orgosolo, e parteciperemo lì alla festa che, con l’accensione di un grande fuoco in piazza, dà inizio al Carnevale.
Si parte quindi dall’aeroporto in direzione nord, verso la Barbagia. Il viaggio non è brevissimo, richiede un paio d’ore, forse anche due ore e mezza. Facciamo una sosta a Mogoro per un pranzetto veloce ma gustoso e via, verso l’agriturismo dove dormiremo per queste due notti, che si trova strategicamente tra Orgosolo e Mamoiada, i due paesi che visiteremo dovendo saltare la tappa di Ottana.
Barbagia, un nome che quasi tutti conoscono anche se magari non tutti riescono a collocarlo su una cartina della Sardegna; ma un nome che per molto tempo è stato famoso di una fama un po’ sinistra: il nome di un luogo che, fino almeno agli anni ’80, se non forse anche all’inizio degli anni ’90, era associato come minimo all’inaccessibilità delle aree interne della Sardegna, ma insieme a questo era inevitabile pensare alle faide e ai sequestri di persona. Si diceva che qui imperasse, indifferente e impenetrabile dalle leggi dello Stato, il codice barbaricino, un antico sistema di regole non scritte associate alla società pastorale e al banditismo sardo, che prevedeva precisi e a volte durissimi diritti di vendetta commisurati all’entità dell’offesa subita. Sarebbe stato difficile pensare di trovare qualcosa di interessante da queste parti per un weekend di svago, per di più in pieno inverno. Oggi le cose, per fortuna, sono molto cambiate e la Barbagia, anche se certe nomee sono dure a morire, è quasi riuscita a scrollarsi di dosso quel passato ingombrante. Uno dei modi in cui la gente di qui è arrivata a questo risultato passa proprio per il recupero degli aspetti più positivi delle tradizioni legate alla società pastorale, tra cui proprio i riti del Carnevale, primo tra tutti quello di Mamoiada che con i suoi mamuthones ha acquisito ormai una fama davvero “all over the world”. Ma non è tutto: la nostra Silvia dice che i barbaricini, tra gli uomini sardi, sono i più interessanti. Per qualche strana combinazione “etnica”, hanno spesso gli occhi chiari e comunque, almeno a suo giudizio, sono mediamente più belli degli altri sardi. Vedremo se questa sua convinzione ha un fondamento…
Il nostro agriturismo si chiama “Cara a monte”, che in sardo significa faccia a monte, cioè che guarda verso il monte. Non è difficile capirlo se si ha qualche minimo rudimento di spagnolo, una lingua che per motivi storici ha parecchi punti in comune con il sardo. Dico “il sardo” per semplicità, anche se in realtà non esiste affatto un solo sardo. Ogni zona della Sardegna ha una sua variante, e ci possono essere differenze anche molto sensibili, ma ci sono ovviamente anche molti punti in comune. Quello che è importante capire, ma penso che ormai questo lo sappiano un po’ tutti, è che si tratta di una lingua, anzi di più lingue, e non di un dialetto.

Ad accoglierci con calore c’è Pasqua (eh sì, si chiama così…), che lo gestisce; non ha moltissime camere, e quindi in questo weekend saremo i soli ospiti. Anzi, nemmeno tutti, perché Silvia e Patrizia dormiranno in un B&B a Orgosolo. Il posto però è davvero carino e Pasqua è particolarmente premurosa con tutti, ci tiene che ci sentiamo subito a casa. E allora cosa c’è di meglio di un bicchiere di vino, visto che il cannonau è un altro orgoglio locale? Il cannonau, anche qui per i pochi che non lo sapessero, è un rinomato vino rosso sardo, ottenuto dall’omonimo vitigno, caratterizzato da un colore rosso rubino intenso, talvolta granato, e da una spiccata struttura, sapidità e calore. Al naso offre profumi di frutti rossi maturi, prugna e spezie, mentre al palato si distingue per i tannini morbidi, l’elevata gradazione alcolica (13,5-15,5%) e una notevole longevità, del resto come il popolo sardo che è tra i più longevi al mondo.

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Dopo questo primo assaggio, avremo occasione di berne ancora parecchio di cannonau perché, arrivati a Orgosolo proprio mentre sono in corso le celebrazioni religiose della festa di Sant’Antonio Abate, scopriamo subito che il vino in grande quantità viene offerto a chiunque si avvicini all’enorme falò che brucia nella piazza della chiesa. In realtà non ci si può avvicinare troppo, perché è talmente grande che già a decine di metri il calore si sente forte.

Questa festa ha luogo appunto il 16 gennaio (“su Pesperu”, ovvero il Vespro, la vigilia di Sant’Antonio) e viene festeggiata accendendo dei fuochi all’aperto nei vari rioni del paese. La legna (generalmente di quercia) viene raccolta dai ragazzini che, nelle settimane che precedono la festa, passano in rassegna le abitazioni del paese chiedendo “su truncheddu pro Sant’Antoni” (il tronchetto per Sant’Antonio). Nella piazza di “Sant’Antoni de su ohu” (Sant’Antonio del fuoco), viene fatto il fuoco più grande del paese, proprio perché li si trova la chiesa di Sant’Antonio, dove nel primo pomeriggio si svolge la messa in onore del santo. Terminata la messa, le persone escono dalla chiesa e riempiono la piazza mettendosi tutti attorno al fuoco aspettando l’uscita del santo che viene portato in spalla dai fedeli. Come da rituale a questo punto vengono effettuati tre giri attorno al fuoco con il santo in spalla, quindi il prete benedice il fuoco dando il via così ai festeggiamenti. I ragazzi della leva dei trentenni (quindi quest’anno quelli del 1996), che a Orgosolo organizzano tutte le feste tradizionali, offrono all’intera comunità e a tutti i visitatori una cena comunitaria, con piatti tipici orgolesi, dolci tipici come i “pistiddi”, e vino in abbondanza per tutta la notte fino al mattino.
Noi non siamo rimasti fino al mattino, ma abbiamo passato lì tutto il tardo pomeriggio e abbiamo cenato lì, dove intorno a una lunga tavola imbandita si distribuivano in abbondanza fave, patate, maialetto e salsiccia. Ovviamente tutto completamente a gratis. E vi posso assicurare che il numero di volte che vino e pistiddi, questi già dal pomeriggio, ci sono stati offerti, è incalcolabile. All’inizio abbiamo cercato di tenere il conto di quanti ne mangiavamo ma poi… è diventato impossibile.
Su pistiddu è un dolce tipico del nuorese, che consiste in una sorta di crostata rotonda e piatta di colore giallo paglierino, con una pasta morbida e ripiena con un preparato di vincotto, scorze di arancia e aromi caratteristici; c’è anche del miele, a quanto abbiamo capito. Comunque le fette che giravano sembravano non finire mai, è davvero una delle feste popolari più sentite e autentiche a cui mi sia capitato di partecipare.

Uno dei murales di Orgosolo

Come se non bastasse, abbiamo scoperto per caso che la casa della famiglia di Pasqua è proprio lì, a due passi dalla piazza di Sant’Antonio. E allora era inevitabile essere invitati a bere e mangiare anche lì, in questa bellissima casa antica ristrutturata che ha addirittura all’interno una sorgente, tra ritratti di famiglia e storie raccontate da Pasqua e dalle sue sorelle. Ha tre sorelle praticamente uguali a lei e vari nipoti… una delle nipoti ora vive a Barcellona, altri in giro per l’Italia, ma la casa di famiglia è sempre qui ed è più viva che mai, soprattutto per la festa di Sant’Antonio.

La sorgente in casa di Pasqua

Ma perché Sant’Antonio Abate (da non confondere con Sant’Antonio da Padova) è così legato al fuoco, da dove nascono questi riti? Dovete sapere che, tra le leggende che attraversano il tempo e si intrecciano con le radici della Sardegna, quella di Sant’Antonio Abate spicca per la sua potenza simbolica e il fascino delle storie che lo circondano. Protettore degli animali e delle anime in difficoltà, questo santo è molto più di una figura religiosa: è il protagonista di racconti intrisi di coraggio, mistero e sfida al destino.
La leggenda racconta di un’impresa straordinaria: Sant’Antonio, mosso dalla compassione per l’umanità, rubò il fuoco agli inferi per donarlo agli uomini. Lì, nel regno oscuro, dove le fiamme ardevano eterne, il Santo affrontò il pericolo con la fede come scudo. Si narra che, per ingannare i demoni, Antonio si presentò con sembianze umili e un bastone cavo. Quando le guardie infernali abbassarono la loro attenzione, egli catturò una scintilla del fuoco eterno e la nascose nel suo bastone, portandola sulla terra. Quel fuoco divenne simbolo di vita, luce e calore, un dono che avrebbe salvato l’umanità dal freddo e dall’oscurità.
Sant’Antonio Abate è anche noto come il protettore degli animali, e in particolare, manco a dirlo, in Sardegna la sua figura è associata a un maialino. Questa associazione affonda le sue radici nella sua vita da eremita, trascorsa in mezzo alla natura, dove condivideva il suo spazio con gli animali, trattandoli con cura e rispetto. Sì perché, leggende a parte, Sant’Antonio fu un abate ed eremita egiziano che visse (si dice per 105 anni) tra il III e il IV secolo.
La figura di Sant’Antonio Abate si intreccia con i simbolismi del fuoco come elemento vitale e purificatore. La sua leggenda parla di rinnovamento e forza interiore, di come il coraggio possa sfidare anche le forze più oscure. Il bastone con cui Sant’Antonio rubò il fuoco diventa metafora di resilienza e astuzia.

Ci è capitato anche di assistere a un’esibizione improvvisata di canto a tenore…

Oggi, dopo la ricca colazione di Pasqua, è il giorno di Mamoiada e dei mamuthones, le maschere sarde più famose nel mondo.

Dal balcone del Comune di Mamoiada sventola la bandiera palestinese


Loro però non usciranno fino al pomeriggio, e allora in preparazione a questo atteso momento abbiamo in programma, per la mattina, la visita a due artigiani locali, un mascheraio e uno che costruisce coltelli a serramanico. Ci aiuterà Manuela, una guida locale.
Anche Manuela, per prima cosa, ci ricorda quella che è stata la storia di questo territorio, che fino a non molti anni fa era segnato da faide ed era stigmatizzato come terra di arretratezza e violenza. Qui a Mamoiada, in particolare, si ricorda una lunga faida tra 2 famiglie per questioni di abigeato (furto di bestiame) che è andata avanti fino ai primi anni ’90.
Ora però di Mamoiada si parla invece come della terra dei mamuthones, e se questo è stato possibile è anche grazie agli artigiani come il nostro mastru de viseras (maestro delle maschere) Mameli. A gestire l’attività sono padre e figlio, nel segno di una tradizione che continua.

Andando un po’ indietro negli anni, la maschera era utilizzata solo per la sfilata. Non c’erano molti artigiani, le possibilità economiche erano poche e quindi ognuno si scolpiva da solo la maschera di legno come meglio poteva. Non essendo abili scultori, i mamuthones, che per lo più erano pastori, costruivano maschere grezze, scomode e pesanti. Questo fino agli anni ’50, perché negli anni ’50 i mamuthones furono “scoperti” e cominciarono ad acquisire un minimo di notorietà anche fuori dalla Barbagia; così anche le maschere cominciarono ad essere scolpite anche per la vendita. Vari componenti del gruppo iniziarono a fare maschere non solo per loro ma anche per venderle ai “forestieri” interessati. Anche l’attività di questo artigiano che ci ospita oggi è iniziata nei primi anni ’60. Il fondatore aveva le giuste nozioni di falegnameria su come intagliare il legno e quando farlo. Ci sono periodi più favorevoli, secondo la tradizione bisogna seguire le fasi lunari per avere una maschera che possa durare nel tempo. Ci fu poi un incontro decisivo, che fu quello con una maschera che era l’opposto di quelle realizzate fino ad allora: era leggerissima, in legno di pero selvatico, ben rifinita e con la parte interna curata, con l’incavo del naso ben fatto, che prima non si usava. E poi le proporzioni, i tratti marcati e questo nasone che ora vediamo in tutte le maschere. Questa fu la svolta, sia sotto il profilo dell’estetica che per quanto riguarda l’indossabilità. Finalmente venivano realizzate maschere che potevano essere indossate per ore di sfilata senza creare problemi. Abbiamo potuto vedere da vicino una vera “chicca”, una maschera di recente ritrovata da un collezionista in un mercatino “in continente” che risale ai primi anni ’70.

La scelta del legno è fondamentale. Le possibilità sono due: solitamente si usa l’ontano nero, che è un legno leggero, quando è stagionato, e molto reperibile. Oppure c’è il pero selvatico, che è quello più “rituale”; è un legno considerato sacro anche dai greci, tradizionalmente il legno dei morti. Secondo il mito greco l’ingresso dell’Ade era un portale di legno di pero selvatico. Poi gli artigiani, che sono spesso anche veri artisti, lavorano anche altri tipi di legno per passione e per creare un connubio tra arte e materia.
Fatta la scultura, si passa alla fase di stagionatura. Le maschere vengono appese in modo che il legno si possa essiccare naturalmente, all’aria aperta e senza l’utilizzo di forni. Devono passare almeno due mesi, ma dipende dal periodo dell’anno, prima che le maschere possano essere finite. Quando la stagionatura è completata, e si è certi che il legno non farà altri movimenti naturali, la maschera viene levigata e verniciata. Ci vogliono grosso modo, per una maschera in ontano, due giorni di lavoro in totale, ma con in mezzo la stagionatura. Tutte le maschere vengono marchiate a fuoco con il marchio del mascheraio e l’anno. La verniciatura è rigorosamente nera per le maschere dei mamuthones e bianca per quelle degli issohadores, che sono le altre figure del Carnevale di Mamoiada, quelle che in qualche modo “guidano” i mamuthones.
Sulle altre maschere, quelle di pura arte, ci si può sbizzarrire un po’ di più sia per quanto riguarda i colori che per il tipo di legno. Quelle di ebano sono le più preziose.

Noi passiamo poi a visitare il laboratorio di Paolo Pinna, che costruisce a mano, uno per uno, coltelli a serramanico con il manico in corno di montone. Questi coltelli, che sono di uso tradizionalmente molto diffuso nella società pastorale della Barbagia, in sardo si chiamano resorjas o arresoias. Il manico può essere anche in legno, che ha il vantaggio di essere più economico e meno sensibile all’umidità rispetto al corno, ma il vero coltello tradizionale prevede l’uso del corno.

Sono coltelli esteticamente molto curati, che possono arrivare a costare 400 euro. Racconta Paolo che è stato anche invitato niente meno che a Roma per una puntata di Porta a Porta, e che tra i suoi clienti ci sono stati il ministro della Cultura Giuli e, anni fa, l’ex presidente Cossiga.

Per pranzo si torna al nostro agriturismo per apprezzare anche la cucina di Pasqua, che ci ha preparato ravioli di ricotta al sugo e maialetto. E anche qui ci sono i dolci sardi…

Sazi e soddisfatti, ripartiamo per Mamoiada perché è finalmente il momento dell’uscita dei mamuthones. Per la festa di Sant’Antonio, che anche qui segna l’inizio del Carnevale, quello che succede è questo: ci sono 30 fuochi in tutto il paese, e per tutto il pomeriggio i mamuthones si spostano passando da tutti questi fuochi, uno dopo l’altro. Il rituale beneaugurante vuole che intorno a ciascuno dei fuochi facciano tre giri, in senso antiorario.
Ma spieghiamo un po’ meglio chi sono questi mamuthones, o meglio che cosa rappresentano, quanto sono importanti per l’identità della gente della Barbagia e di tutta la Sardegna.
Oltre ad essere diventate un simbolo per il paese di Mamoiada, infatti, i mamuthones e gli issohadores sono oramai icone, figure identitarie per tutta la Sardegna. Una maschera che nel tempo si è fatta strada ed è diventata ambasciatrice dell’intera isola.
I mamuthones sono delle figure antropomorfe. Indossano sul viso una maschera nera, chiamata “visera“, pelli di pecora nera, abbigliamento in velluto, un cappello, e un fazzoletto da donna, “su muncadore”, che cinge il viso. Indossano inoltre sulle spalle “sa Carriga“, un gruppo di campanacci che pesa intorno ai 20/25 kg. Sul petto portano delle campanelle in bronzo fissate a delle cinghie di cuoio. Un tempo le attrezzature venivano reperite direttamente da amici e pastori. Molti di loro dovevano prendere i campanacci dal bestiame.
Gli issohadores, invece, indossano parte del costume tradizionale maschile di Mamoiada: Un corpetto rosso, la camicia bianca, i calzoni bianchi di stoffa e le calze nere di orbace. Sul capo portano “sa berritta” e un fazzoletto colorato a cingere il viso. Attorno alla vita portano uno scialletto e indossano incrociata sul petto una sonagliera in cuoio con delle piccole campanelle tonde. Il nome deriva dalla fune di giunchi intrecciati, “sa soha“, che essi utilizzano per accalappiare letteralmente gli spettatori (o meglio le spettatrici) durante la loro esibizione.
Il gruppo è composto solitamente da 12 mamuthones, che possono arrivare anche a 16 in occasioni particolari e circa 8/10 issohadores. Si muovono insieme in una sorta di processione, divisi in due file con un issohadore davanti, alla guida, che ne scandisce il passo cadenzato e ad intervalli regolari. Passo a destra e torsione del busto a sinistra, e viceversa. Insieme poi compiono, in seguito al comando dell’issohadore, tre salti più veloci sul posto.
Cosa simboleggiano? Difficile dare una risposta univoca a questa domanda. Vi sono diverse interpretazioni circa il significato di queste maschere. Una delle più accreditate è quella del rito propiziatorio legato al ciclo della natura. Non a caso la prima apparizione di queste maschere è proprio il 17 gennaio in occasione di Sant’Antonio Abate: Il rinnovarsi del ciclo solare a metà dell’inverno. Si celebra e si invoca il prossimo arrivo della primavera, che rappresenta la rinascita.
Il suono dei campanacci, così come in molte realtà che presentano tradizioni simili, servirebbe a scacciare via gli spiriti maligni. Una rappresentazione che ha sicuramente origini pre-cristiane, in un periodo in cui era molto forte e radicato il culto dei morti e della rinascita.
Riti legati alla terra e alla fertilità in cui le maschere giocavano certamente un ruolo fondamentale celebrando la vita e la morte attraverso una danza misteriosa. Feste a cui (come ancora oggi) non poteva mancare il vino, elemento fondamentale della festa e che veniva offerto alla divinità in segno di buon auspicio.
L’uomo indossando la maschera si spoglia delle sue sembianze umane, entrando in contatto con la divinità. Egli stesso diviene un essere superiore, un semidio, che grazie alla sua doppia natura può mettere in contatto i due mondi e intercedere per favorire una buona annata e un buon raccolto. Il mamuthone è uomo, donna e animale insieme, come si vede dal suo costume, che unisce elementi maschili, femminili (il fazzoletto) e “animaleschi” (la pelle di pecora).
In seguito alla cristianizzazione ed alla lotta contro il paganesimo, i riti e le feste sino ad allora conosciuti e praticati vennero in parte soppressi e in molti casi sostituiti da quelli Cristiani. Così ad esempio a Sant’Antonio il rito viene affiancato alla festa cristiana: Il 16 il sacerdote benedice il fuoco e il 17 tutto si compie con la sfilata delle maschere.
Fra le varie teorie vi sono poi significati storici più recenti come la lotta dei sardi contro i mori: da notare che lo stesso abito degli issohadores viene chiamato “veste ‘e turcu”. In questa interpretazione sarebbero i vincitori e i vinti, o ancora potrebbe essere una rappresentazione del dominio cristiano sui pagani. Sono tutte teorie, accreditate dal fatto che i mamuthones vanno in processione muti e mesti, mentre gli issohadores li fanno muovere usando qualcosa che somiglia molto a una frusta.
Tra tutti i riti carnevaleschi questo è quello che più di altri è sopravvissuto, insieme alle altre maschere barbaricine, come i boes e merdules di Ottana. La Barbagia, “barbarie” come veniva chiamata, è da sempre stata ostile ai cambiamenti e alle imposizioni. In questi luoghi i riti non si sono fermati e sono giunti sino a noi carichi di mistero, nonostante le trasformazioni nei secoli.

Oggi è tutto molto più organizzato, ma nonostante tutto nessuno sa che giro faranno i mamuthones, quando passeranno da questa o quest’altra piazzetta. Perciò ci si sposta seguendo intuizioni o passaparola, o si rimane fermi in un posto, davanti a un fuoco, perché prima o poi di lì dovranno passare. In fondo è bello così, alla fine me ne sono reso conto. Noi abbiamo fatto un po’ l’uno e un po’ l’altro, e in questo modo siamo riusciti a intercettare due passaggi dei mamuthones. Tutto sommato non è andata male. Il primo passaggio lo abbiamo visto un po’ meglio, e qualcuno di noi è riuscito anche a filmarlo come si deve. Questo video lo ha girato Gianna.

Oggi gli issohadores non indossano la maschera bianca, ma svolgono con impegno la loro funzione, che oltre a “guidare” i mamuthones è quella di provare ad accalappiare giovani ragazze: se riescono a prenderle è un augurio di fertilità. Detto tra noi, qualche volta sbagliano: sono stato preso con la soha anch’io, che in quanto a fertilità posso fare ben poco… be’, ci siamo fatti quattro risate. Silvia dice che essendo stato preso mi sposerò entro l’anno, io non sono altrettanto convinto ma le ho promesso che se succederà sarà la prima a saperlo.

Dopo l’esibizione, c’è un momento in cui i mamuthones si tolgono la maschera e “fraternizzano” con gli spettatori facendo foto come delle vere star… ecco Lorenzo, il più bello di tutti, con la nostra Pat.

Abbiamo avuto conferma che è il più “telegenico” anche dopo, quando lo abbiamo visto nel video introduttivo del museo delle maschere.
Il museo delle maschere mediterranee di Mamoiada ha 28000 visitatori l’anno, di cui il 40% stranieri: anche questo ci dice quanto sia diventato noto e importante il Carnevale barbaricino. All’interno si trovano maschere carnevalesche da tutti i paesi del Mediterraneo, e si vede quanti punti in comune ci siano tra i riti di paesi apparentemente lontani anche dal punto di vista culturale. Oltre all’ampia sezione dedicata ovviamente alla Barbagia, ci sono maschere di varie regioni italiane (Veneto, Friuli, Trentino Alto Adige, Lombardia, Basilicata, Calabria) e di vari paesi europei (Austria, Ungheria, Bulgaria, Spagna, Slovenia, Croazia, Grecia).

https://www.museomaschere.it/

Abbiamo provato poi a gustarci un secondo passaggio dei mamuthones, ma la folla era talmente tanta che io a dire il vero ho visto qualcosa solo dagli schermi dei telefoni delle persone davanti a me che facevano video. Molte persone dicevano che per Sant’Antonio tanta gente come quest’anno non si era mai vista, ed effettivamente l’impressione che ho avuto anch’io è che il Carnevale di Mamoiada sia diventato davvero qualcosa di grosso.
Tra i tanti che hanno raggiunto Mamoiada da tutta la Sardegna, e molti anche da fuori, c’era anche Angelica detta Gegia, che è stata una mariposa e ancora un po’ lo è. Io e gli altri del gruppo che hanno avuto modo di conoscerla siamo stati felicissimi di riabbracciarla dopo qualche anno. Con lei abbiamo bevuto vino e mangiato dolci, per poi concludere facendo anche noi il nostro giro rituale intorno al fuoco.
Dopo di che, con tutto quello che abbiamo mangiato in giro, la serata si è conclusa con una cenetta leggera al baretto del B&B dove alloggiano Silvia e Patrizia.

Oggi ci siamo svegliati con un tempo non dei migliori: peccato perché finora, tutto sommato, per essere inverno in Barbagia non era andata male. C’è una pioggerella fastidiosa, ma soprattutto minaccia di peggiorare. Quindi siamo costretti a cambiare programma: niente giro dei murales di Orgsosolo come previsto (Orgosolo è famosa anche per i suoi murales, che dagli anni ’60 sono una caratteristica distintiva del paese e rappresentano un’affascinante forma di espressione artistica e di testimonianza sociale), ma si va invece a Nuoro per visitare il museo etnografico.
Anche questo, però, è un museo che vale la pena di vedere. Tradizioni materiali e immateriali e storia moderna di un popolo, tutte incluse in un unico ambiente. Il museo della Vita e delle Tradizioni popolari sarde è la più completa esposizione etnografica dell’Isola. Costruito tra anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo sul colle di sant’Onofrio, è oggi uno dei complessi museali più visitati dell’Isola grazie alla rappresentazione sapiente delle bellezze culturali e artigianali sarde.

E poi… e poi purtroppo non resta tempo di fare altro, dobbiamo dirigerci verso l’aeroporto di Cagliari perché il nostro volo parte alle 17 e un paio d’ore abbondanti per arrivarci ci vogliono.
È stato comunque un piacevolissimo ritorno in Sardegna, alla scoperta di riti antichissimi tra sacro e profano, dove tutto celebra la primavera che arriverà, nonostante tutto, anche nel mondo distopico in cui stiamo vivendo. L’esperimento è perfettamente riuscito.
E allora ancora una volta a si biri (arrivederci) Sardegna. So già che presto tornerò ancora, magari proprio per vedere i murales di Orgosolo. È sempre utile avere una scusa per tornare.

Grazie a Pasqua dell’agriturismo Cara a monte (e alle sue sorelle), grazie a Mameli padre e figlio, grazie a Paolo Pinna, grazie a tutto il gruppo che mi ha fatto compagnia, e come sempre grazie infinite a Silvia in rappresentanza delle mie adorate Mariposas de Sardinia.