A Sarajevo con l’Autista Moravo – Appunti di viaggio

29/5/2014 – Trieste e Redipuglia

Il ritrovo è fissato alle 6 del mattino, davanti al McDonald’s di Piazzale Lotto, a Milano. Sono il primo ad arrivare. Mi capita abbastanza spesso, perché soffro un po’ di ansia da partenza, per cui cerco di calcolare i tempi lasciandomi un po’ di margine. Non mi piace farmi aspettare, il che va bene; però qualche volta esagero, e oggi forse è una di quelle. Dopo pochi minuti arriva Vincenzo, di Lucca, e iniziamo a conoscerci. Pian piano arrivano tutti i 30 coraggiosi. Il posto è curioso, per un gruppo di persone che in genere, per propria indole o per vero e proprio boicottaggio “politico”, evita di frequentare i fast food, e soprattutto McDonald’s. Alcuni dichiarano subito di fare “obiezione”, chi come battuta, chi con lo sguardo serio di quelli che non si lasciano mai andare.

Il nostro autista non è moravo, ma è di Arco di Trento. Si chiama Simone. È sveglio, e capiamo subito che sa quello che fa.

Era moravo l’autista dell’arciduca d’Austria a Sarajevo il 28 giugno 1914, data fatale che diede il pretesto per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, data che questo viaggio si propone di rievocare.

Il viaggio è organizzato da Radio Popolare e dall’associazione Viaggiare i Balcani. A guidare il gruppo Danilo De Biasio, di Radio Popolare. Per l’associazione, con noi c’è Leonardo, la nostra guida ai luoghi e alla loro (ma anche nostra) storia. Padovano, storico per formazione e passione, commerciante di pavimenti in legno per esterni perché bisogna anche mangiare. Il suo lavoro gli ha però permesso di girare in lungo e in largo i Balcani, anche fuori dagli itinerari turistici. L’abbiamo già incontrato una sera a Milano, si capisce che conosce l’area come pochi.

Oggi sono previste due tappe importanti nel percorso che ci porterà a Sarajevo: Trieste e Redipuglia. Due tappe che per me rappresentano qualcosa di assolutamente nuovo, per cui provo già un po’ di attesa. Contrariamente a quasi tutti qui, io sono già stato a Sarajevo e a Mostar, ma paradossalmente non a Trieste, né tanto meno a Redipuglia.

Sonnecchiando, si viaggia quasi tutto d’un fiato fino al sacrario, prima tappa del viaggio a ritroso nella storia verso la scintilla della Grande Guerra. Ad alcuni non piace chiamarla così, non ci trovano nulla di grande nella guerra. Ed è vero, naturalmente. Ma non si può affermare che l’aggettivo sia mal speso, per un evento che ha aperto e segnato in maniera così profonda il ‘900. La grandezza, l’imponenza, la solennità sono proprio i concetti che vuole comunicare questo monumento, costruito negli anni ’30 e inaugurato nel ’38 da un podestà ebreo costretto a dimettersi subito dopo per le leggi razziali. È una solennità dove, però, si vorrebbe che tutti fossero uguali, uniti e parte di una sola patria per la quale hanno sacrificato la vita, tant’è vero che i nomi dei 40.000 militi noti sono in ordine alfabetico. Poi ci sono i 60.000 ignoti, in due grandi ossari comuni.

Il nome di Redipuglia non evoca bizzarri rami cadetti della casata regnante, ma ci mette subito in contatto con il mondo slavo: non è altro che una “italianizzazione” di Sredno Polje (campo di mezzo). Come altri sacrari, anche questo si trova a pochi chilometri dal confine, mostrando proprio l’intento di marcare il nuovo confine appena conquistato con le ossa dei morti. Il tempo ci basta appena per salire alle tre croci, poi Trieste ci aspetta.

Sul pullman Leonardo ci racconta dell’inizio della guerra italiana, a quasi un anno di distanza dal fatidico 28 giugno. Di come l’esercito italiano avrebbe potuto cogliere di sorpresa gli impreparati austriaci, che non si aspettavano di dover aprire un altro fronte, e arrivare fino a Trieste con poca resistenza. E di come Cadorna invece esitò e non sfruttò la situazione.

Trieste ci accoglie sotto una lieve pioggia che ben presto si trasforma in sole cocente. Tutto il giorno passerà in un’alternanza di sole e pioggia.

Piazza Unità d’Italia è bella, con il mare che quasi la invade.  Un altro splendido scorcio è quello del canale con in fondo la chiesa di S. Antonio Nuovo, da cui partiamo per raggiungere il Caffè San Marco. Inaugurato proprio nel 1914, è uno degli ultimi caffè letterari di questa città così piena di storia, cultura e delle più diverse influenze. È molto piacevole, e ospita una vera e propria libreria. L’ambiente è molto austro-ungarico, ma non mancano i richiami alla patria italiana, a cui allora si voleva rivendicare l’appartenenza, a partire dal nome.

Qui Massimiliano e Mila, della casa editrice triestina Comunicarte, ci parlano di tanti argomenti. Un pezzo di storia della città, com’era nel 1914 e come accolse i feretri dell’arciduca e di sua moglie, giunti via mare dalla Bosnia e che da qui partirono in treno per Vienna. E poi Ivo Andrić, che anch’io sto scoprendo in questi giorni con i Racconti di Bosnia.

Davanti alla grande sinagoga parliamo poi delle 9 confessioni religiose di Trieste, città multietnica e multireligiosa almeno quanto Sarajevo, Sarajevo com’era prima dell’ultima disastrosa guerra.

La nostra compagna di viaggio Licia, che ha vissuto qui, ci aiuta a godere, per quello che possiamo nel poco tempo a disposizione, delle bellezze di Trieste e dintorni. Lei è originaria di Fiume (Rijeka, oggi in Croazia), da cui è dovuta partire da piccolissima, come tanti altri esuli istriani e dalmati, dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Abbiamo avuto appena un assaggio di Trieste ma, come immaginavo, per me è sufficiente per farmi venire voglia di esplorarla con calma. Penso che ci tornerò almeno per un fine settimana.

Ripartiamo e, passato il confine, attraversiamo rapidamente l’Istria e un bel pezzo di Dalmazia. Slovenia, e poi Croazia, fino a Gospić, dove ci fermiamo per la notte.

La corba (zuppa) non è granché, per di più non mi va di doverla mangiare sotto il ritratto di Franjo Tudjman che campeggia, tra altri politici croati, sullo specchio dietro la grande tavolata. Come criminale di guerra, non ha nulla da invidiare al più “celebrato” Slobodan Milošević. In compenso la compagnia è già parecchio affiatata.

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30/5/2014 – Mostar

Lunga sosta in dogana. Per il resto, il viaggio scorre tranquillo. Ci fermiamo per mangiare in un paesino dell’Erzegovina, dove scopriamo che quasi tutto è chiuso per una festa nazionale. Ma è una festa nazionale croata… e qui siamo già in Bosnia Erzegovina! Cioè si celebra, in pratica, la festa nazionale di un altro paese. È strano, ma neanche tanto. Qui siamo, sì, in Erzegovina, ma nell’Erzegovina croata. Aiuta a capire cos’è questo paese, per chi ancora non se ne è reso conto. Dove altro potrebbe succedere una cosa del genere? Comunque, una pekara (panetteria) aperta si trova sempre, nei Balcani, e qualcosa mangiamo.

Ritrovo Mostar, dopo 4 anni, poco cambiata. La città vecchia è piena di turisti, soprattutto italiani che vanno a Medjugorje ma anche parecchi gruppi di turchi. Forse vengono a vedere come i loro ingegneri hanno ricostruito il ponte ottomano distrutto dalle cannonate croate esattamente com’era nel 1566. Ma, poco lontano, la linea del fronte è ancora perfettamente visibile, segnata dai palazzi sventrati.

Anche Licia è già stata a Mostar: ha una foto di lei col ponte sullo sfondo nel 1970. Quello era il ponte originale. Vuole a tutti i costi farsi una foto esattamente nello stesso punto. Ci riuscirà…

Il nostro albergo è nei pressi del cosiddetto ponte storto (Kriva Ćuprija), un ponte del XV secolo che sembra un modellino in scala del Ponte Vecchio (Stari Most). Ma anche questo è stato ricostruito dopo la guerra.

La nostra guida locale è Adi, un simpatico bosniaco musulmano che ha vissuto per 4 anni a Verona durante la guerra e parla un ottimo italiano. Per riferirsi ai musulmani bosniaci Leonardo usa il termine “bosgnacco”; a me non piace, trovo che in italiano suoni dispregiativo, quindi non lo userò. Adi è preciso, ma si concede anche qualche battuta. Ad esempio, sull’inaugurazione del ponte ricostruito dice che sono stati fortunati che Carlo d’Inghilterra sia venuto senza Camilla, altrimenti il ponte sarebbe crollato di nuovo…

Come sempre, al ponte i tuffatori di Mostar raccolgono soldi dai turisti e solo quando, a loro insindacabile giudizio, decidono che è abbastanza si esibiscono, dopo aver invogliato il pubblico a donare con un numero variabile di “finte”. Ma ci possono volere ore e noi non abbiamo tempo di aspettare.

Visitiamo la moschea Koski Mehmet Paša e la bellissima casa turca Biščevića Ҫošak.

Quando entriamo un po’ in confidenza, Adi si lascia andare e ci parla senza troppi peli sulla lingua della guerra. Sulla guerra, dice, esistono quattro verità: quella serba, quella croata, quella bosniaca e quella dell’ONU. E queste verità sono tutte diverse per il numero dei morti, le colpe, le cause, il carattere della guerra. È senz’altro vero, ma quello che mi colpisce ancora di più è scoprire che nelle scuole di Mostar, tuttora, ogni comunità etnico-religiosa studia la sua storia. È vero che delle guerre quasi sempre esistono diverse visioni da parte dei contendenti, ma qui parliamo dello stesso paese, per quanto sia un paese diviso come la Bosnia Erzegovina. Di più, parliamo della stessa città. Come si fa a ricominciare, in queste condizioni? Per di più in una città bloccata, dove nemmeno il bilancio comunale si riesce ad approvare per i continui veti incrociati dei partiti che rappresentano le diverse nazionalità.

Tutto il paese è bloccato, in realtà, da un sistema politico che è ancora quello uscito dagli accordi di Dayton, con la faticosa, a tratti impossibile, convivenza delle tre entità: la Federazione croato-musulmana, la Repubblica serba (nota come Republika Srpska) e il distretto di Brčko. La presidenza della Repubblica e il governo a rotazione, i dieci cantoni della Federazione e le sette regioni della Repubblica serba. Per un totale di circa cento ministri, ciascuno con il suo potere e i suoi privilegi. Bè, se c’è qualcuno in Europa che ci batte in quanto a lentezza delle decisioni, condizionamenti e corruzione è qui, in questo tormentato paese.

Ma il fascino di quella mezzaluna di pietra bianca contro il buio della notte va oltre il tempo e le attuali tristezze.

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31/5/2014 – Sarajevo: primo giorno

Risalendo la valle della Neretva, sempre stupenda, verso Sarajevo non posso fare a meno di pensare all’altro pullman di quattro anni fa, con il quale l’avevo invece discesa facendo il percorso inverso. Per me la valle della Neretva è anche quel pullman, sicuramente più scassato di questo, e l’incontro con Alija, un signore bosniaco che si sedette vicino a me. Aveva una gran voglia di chiacchierare, forse viveva solo e non aveva nessuno con cui parlare. Non lo so, perché non so molto di lui. La barriera linguistica tra noi era alta: lui parlava solo la sua lingua e il tedesco, che io purtroppo non parlo, anche se in quel momento avrei voluto. Chissà quante cose aveva da raccontare. Mi snocciolò i nomi di varie città tedesche, dove forse aveva lavorato da gastarbeiter prima di tornarsene a casa; io mi ero immaginato questo perché erano le sole parole che capivo. So solo quanti anni aveva, perché me lo scrisse col dito sul vetro del pullman: 70, anche se ne dimostrava di più. Ma lo diceva quasi con orgoglio, come se dicesse: vedi, ce l’ho fatta, ci sono arrivato. Del resto, sicuramente aveva vissuto due guerre, una da bambino e poi l’ultima, anche se non so se fosse qui quando è scoppiata. Ricordo i suoi occhi da bambino stupito quando guardava i “giocattoli” tecnologici che avevo con me: il cellulare, il lettore mp3 e soprattutto la macchina fotografica. Quando vide scorrere nelle schermo le immagini della Neretva, che tentavo di fotografare dal finestrino, disse: “televizija!”. E io che cercavo di fargli capire che no, non era un televisore. Gli feci una foto, che naturalmente ancora conservo, e gliela feci vedere. Allora capì. Mi sembrava impossibile che non avesse mai visto una fotocamera digitale, ma forse era così. Dopo pochi chilometri scese, e lì spesi una delle poche parole di serbocroato che so: Dovidjenja (arrivederci).

Durante il viaggio ci fermiamo nei pressi di Jablanica, dove c’è un’altra follia balcanica che francamente non conoscevo: un ponte, un vero ponte, che funzionava, distrutto negli anni ‘60 per girare un film sulla battaglia della Neretva, combattuta durante la seconda guerra mondiale. E mai più ricostruito, se non anni dopo e qualche km più in là. Del resto, si può capire se si pensa che, come ci racconta Leonardo, Tito era talmente fanatico del cinema che voleva vedere un film diverso ogni giorno e c’era una persona che aveva l’incarico di sceglierlo. Un incarico che, immagino, non faceva dormire troppo tranquilli. Chissà cosa succedeva se il film non gli piaceva…

Sarebbe interessante anche il vicino museo dedicato alla battaglia della Neretva, ma il tempo è poco, possiamo solo dare un’occhiata veloce. Tra l’altro, le didascalie in inglese non abbondano.

Entriamo a Sarajevo dal lungo viale dei cecchini, così tristemente soprannominato durante la guerra. Riconosco subito il palazzo giallo e marrone dell’Holiday Inn e le “torri gemelle” di Sarajevo, che ho visto nei filmati della guerra bruciare, colpite dall’artiglieria, in maniera così curiosamente simile a quelle di New York.

Il nostro albergo, l’Hotel Saraj, è all’inizio della collina di Vratnik, dove c’è il cimitero di guerra islamico di Kovači. Lì è sepolto anche il primo presidente bosniaco, quello “di guerra”, Izetbegović.

Su un vetro della reception molti notano un inquietante cartello che vieta di portare pistole. Forse è solo un residuo della guerra, ma è strano dopo tutti questi anni. La signora che sembra la padrona ci tiene a far sapere che lei è serba, ma accoglie tutti. E ci mancherebbe, se pensasse di lavorare solo coi serbi nella Sarajevo di oggi potrebbe solo chiudere. Infatti l’hotel è pieno di turchi, che, sto vedendo, sono molto presenti in Bosnia, alcuni per turismo, molti forse per lavoro. Sappiamo che la Turchia ha molti interessi qui, e sta cercando di farsene sempre di più.

La nostra guida a Sarajevo si chiama Edina, per tutti (e anche per noi) Dina. Anche lei è una bosniaca musulmana (di origine, anche se non praticante), ma una parte della sua famiglia è serba. Lei ha vissuto a Milano durante la guerra, ed ora lavora all’ambasciata italiana, per cui parla un italiano ancora migliore di quello di Adi. Ma una buona parte dell’assedio l’ha passata qui, quindi ci può raccontare molte cose in prima persona. Suo marito venne ferito durante la guerra.

La nostra visita inizia davanti alla biblioteca nazionale, ed è giusto che sia così. Anche se la biblioteca, incendiata dai serbo-bosniaci nell’agosto ’92 e che doveva essere riaperta in occasione del centenario del 28 giugno 1914, è ancora chiusa. È stata inaugurata a beneficio delle autorità, ma i lavori non sono ancora terminati. Si spera che finiscano per il 28 ma… chi lo sa. Il fatalismo con cui Dina lo dice ci dà il primo segno che qui, dalla gente di Sarajevo, questo anniversario non è molto sentito. Di questo avremo poi altre conferme. Lo trovano un esercizio intellettualistico di noi “europei”, un esercizio con cui loro non hanno voglia di perdere tempo. Con un paese ancora estremamente diviso, una pesante crisi economica, e ora anche le conseguenze dell’alluvione, hanno altro a cui pensare. Qui in realtà l’alluvione non ha lasciato grandi segni, la Miljacka si è gonfiata a dismisura ma gli argini hanno retto e la paura è passata. Sono state colpite duramente, invece, molte zone della Bosnia settentrionale, che noi sfioreremo soltanto. Ma gli sfollati da sistemare sono ancora molti, e per di più c’è paura per le mine ancora sepolte nelle aree non bonificate che inondazioni, frane e smottamenti potrebbero avere spostato. Senza contare che, semplicemente, i cartelli che indicavano i campi minati sono stati divelti e, in assenza di mappe precise, è difficile ricostruire la posizione delle zone minate a quasi 20 anni dalla fine della guerra. Paradossalmente, però, in certe zone l’inondazione ha avuto anche un effetto di benefica “pulizia”, facendo uscire dalle cantine allagate le armi che vi erano state accumulate, insieme ad interi bancali di munizioni che sono stati visti galleggiare sulle acque dei fiumi in piena.

Ascoltiamo Dina raccontare come lei e tutti i sarajevesi abbiano vissuto i due giorni dell’incendio della biblioteca; come nel vedere quei libri che bruciavano, quelle pagine che volavano per poi ridursi in cenere, si sentivano come se fosse la loro stessa carne a bruciare. In tutte le guerre si bruciano libri, ma in questo caso il proposito dei serbi di bruciare con essi anche la fragile identità bosniaca è più che evidente.

Ci spostiamo poi davanti alla fontana che rappresenta il cuore di Baščaršija, l’antico quartiere turco, nella cosiddetta “piazza dei piccioni”. Sarajevo oggi è fredda e le nuvole promettono pioggia, anche se poi non arriverà.

I quartieri e i diversi stili, le diverse architetture che caratterizzano la città sono molto riconoscibili. Dalla Sarajevo ottomana si passa con uno stacco netto a quella austro-ungarica, e poi ai grigi casermoni della Jugoslavia socialista.

Riusciamo a rispettare il denso programma, visitando il museo ebraico (aperto apposta per noi grazie a Dina, oggi è sabato), il centro culturale bosniaco, la moschea di Gazi-Husrevebeg, la chiesa ortodossa di Baščaršija, la cattedrale cattolica. Davanti a questa c’è una delle ultime “rose di Sarajevo”. Così si chiamano i buchi lasciati dalle granate nell’asfalto riempiti di resina rossa. Molte altre sono state cancellate dal tempo, questa è stata conservata per non dimenticare, anche se la città è sempre in bilico tra l’esigenza di non perdere la memoria e la voglia di lasciarsi alle spalle il passato che non vuole passare.

Davanti al mercato di Markale, teatro di due stragi, la seconda delle quali fu probabilmente decisiva nel convincere la NATO a intervenire, Dina ci racconta cosa vide suo marito, che arrivò qui pochi minuti dopo. È un momento che tocca veramente tutti.

Ci racconta anche di suo cognato, serbo di Belgrado, che rimase qui durante l’assedio lavorando come medico e rischiando la vita ogni giorno. Venne ferito mentre portava via un ferito con l’ambulanza, nonostante avesse tutte le insegne del caso.

Come lui tanti altri serbi di Sarajevo rimasero qui, a dispetto delle minacce di Karadzić. Secondo Dina è questo che fa la differenza tra Sarajevo e Mostar, dove croati e musulmani combattevano casa per casa, e spiega perché Sarajevo è già tornata in armonia (dice proprio così, ma forse sta studiando da diplomatica…): che qui gli aggressori arrivavano da fuori, addirittura dalla Serbia o, se erano serbo-bosniaci, non erano sarajevesi. I veri sarajevesi, a parte pochi nazionalisti, rimasero a difendere la città. Peccato che poi molti se ne dovettero andare a guerra finita, perché è sempre difficile distinguere, tanto che oggi la popolazione serba di Sarajevo è ridotta ai minimi termini. Insomma, spero che abbia ragione lei ma anche qui la questione è molto complessa.

Ceniamo alla Bosanska Kuća, dove ho già mangiato 4 anni fa con i miei amici spagnoli che avevo conosciuto in treno. Eravamo seduti fuori, cosa che stasera decisamente non si può fare. Ricordo che, quando a fine pasto chiesi una Sljivovica, ci dissero che per averla dovevamo andare dentro, non ho mai capito se per una questione etnica (è un prodotto prevalentemente serbo) o religiosa. Al di là di questi piccoli episodi, però, l’impressione, confermata da Leonardo che viene qui sicuramente molto più spesso di me, è che il tentativo di islamizzazione di una società fondamentalmente laica portato avanti da gruppi integralisti nel dopoguerra non abbia avuto successo. E questo è già qualcosa.

Poi andiamo a farci una birra al bar del birrificio Sarajevska, il cui pozzo era l’unica fonte di acqua nei giorni dell’assedio.

Anche qui, naturalmente, sono già stato. Sulla via del ritorno Danilo ci porta al Ponte Latino, quello dove Gavrilo Princip sparò all’arciduca, e qui si innesca un dibattito un po’ surreale sul punto esatto: da quale parte del ponte? Il fatto che il museo sia sul lato di Baščaršija farebbe propendere per quel lato, ma sembra che ci siano diverse versioni…

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1/6/2014 – Sarajevo: secondo giorno

Oggi Sarajevo è, se possibile, ancora più fredda.

Dopo la visita al cimitero ebraico, purtroppo ridotto in stato di abbandono, andiamo a vedere quello che resta del tunnel scavato sotto la pista che durante l’assedio metteva in comunicazione il sobborgo di Butmir con l’aeroporto, sotto il controllo ONU, e la zona sotto controllo bosniaco alle pendici del monte Igman. Si dice che il tunnel, lungo 800 m, largo 1 m e alto 1,60 m, abbia salvato la città permettendo il passaggio di armi, viveri e persone. È anche la storia che ci racconta Dina, una storia che per quanto un po’ mitizzata è sicuramente affascinante. Molti si chiedono (e chiedono a Dina) come è possibile che i serbi, che avevano scoperto ben presto l’esistenza del tunnel, non siano riusciti a distruggerlo. Lei non lo può dire, ma negli ultimi anni è venuto fuori che continuare il “traffico” conveniva un po’ a tutti; sembra che anche la famiglia Izetbegović ci abbia lucrato. Ma certo l’altra storia è molto più bella.

Ora del tunnel restano solo pochi metri e un piccolo museo. Qui le cose sono cambiate, rispetto a 4 anni fa. Il museo non è più gestito dalla famiglia Kolar, come ricordavo, ma è stato nazionalizzato ed è un po’ più organizzato. La famiglia Kolar è quella che offrì la sua casa per permettere lo scavo e che tuttora abita qui.

Il breve film che racconta la storia del tunnel impressiona parecchio la più giovane del gruppo, Cora, 19 anni, che ne è diventata (direi suo malgrado) un po’ la mascotte. Lei studia storia a Bologna, ma è solo al primo anno. Prima di entrare anche noi nel tunnel, inizia a farmi domande, e non è l’unica. Si è sparsa la voce che sono già stato qui e che qualcosa ne so, così faccio ormai anch’io un po’ da guida, soprattutto per capire l’intricata situazione politico-territoriale bosniaca. A me fa piacere poter essere utile e quello che posso lo faccio volentieri, ma ci vorrebbe altro che saper pronunciare correttamente “Republika Srpska”…

Dopo il tunnel ci aspetta l’incontro con il generale Jovan Divjak, che è sicuramente uno dei momenti più attesi per me.

Lui è l’eroe dell’assedio, un militare serbo che ebbe il coraggio, allo scoppio della guerra, di lasciare l’esercito jugoslavo, ormai egemonizzato dai serbi, e di guidare la difesa della città. Una città dove viveva da anni e che, evidentemente, amava, come racconta nel suo libro “Sarajevo mon amour”. Dina, che è cresciuta con i suoi figli, lo chiama zio.

Ora, 77 anni portati con energia e con spirito nonostante stia combattendo con un tumore alla prostata, dirige l’associazione che ha fondato, Obrazovanje Gradi BiH (L’istruzione costruisce la Bosnia-Erzegovina). Attraverso questa associazione cerca di garantire a tutti i ragazzi, di tutte le etnie, anche i più svantaggiati, un’educazione che sia il più possibile all’unità e al rispetto.

Lo incontriamo nella sede dell’associazione, che festeggia i 20 anni, e abbiamo la possibilità di fargli un po’ di domande. Alcune, un po’ scomode, le elude elegantemente ma molte cose le dice. Per mettere subito le cose in chiaro, quando Danilo gli chiede perché non è stato possibile fermare prima l’assedio chiama in causa pesantemente i governi occidentali/europei, Italia compresa, che in nome della stabilità sostennero troppo a lungo Milošević. Alla domanda su come si è dichiarato all’ultimo censimento, risponde con una battuta “peder” (pederasta, omosessuale), che è probabilmente come lo chiama chi lo considera un traditore. Ma poi spiega che si sente semplicemente bosniaco e ateo.

Dice anche che, purtroppo, negli ambienti nazionalisti i figli, che non hanno vissuto la guerra, stanno crescendo più nazionalisti dei padri, ma è per questo che l’educazione è così fondamentale, per fare in modo che col tempo cresca il numero di quelli che non ne vogliono più sapere di divisioni e che si dichiarano solo bosniaci (adesso il loro numero non supera il 4%).

In realtà, come ci ha raccontato poi Leonardo, sono molti a dire “la prossima volta non contate su di me”. Questa frase ha una doppia lettura. Se da una parte è preoccupante che molti pensino che forse una prossima volta ci sarà (qualcuno, sentendo il generale, lo pensa anche tra noi), è anche vero che, se la maggioranza si chiamerà fuori, la prossima volta non ci sarà.

Divagando, finiamo perfino a parlare di calcio, dell’avventura della Bosnia multietnica ai prossimi mondiali (lui prevede che passi almeno il primo turno, forse anche il secondo) e di una sua vecchia fiamma milanese che promettiamo di cercare per lui (ma chissà cosa ne pensa la moglie…).

Nel percorso tra il cimitero ebraico, il tunnel e la sede dell’associazione siamo più volte entrati e usciti dal territorio della Republika Srpska, il che mi ha dato occasione di verificare che continua la “guerra dei cartelli”. Nelle zone serbe vengono cancellate dai cartelli stradali, che dovrebbero tendenzialmente essere bialfabetici (almeno quelli più importanti), le scritte in alfabeto latino, viceversa nel territorio della Federazione vengono cancellate le scritte in cirillico.

Un’altra storia divertente che ci racconta Dina è che, prima dell’assedio, quando ancora nessuno pensava che fosse possibile una guerra ma c’erano i primi rigurgiti nazionalistici, qualcuno scrisse sul muro del palazzo della posta “Questa è Serbia”. Al che, il giorno dopo, comparve una scritta che diceva: “Sei scemo? Questa è la posta!”. Si diceva “una risata vi seppellirà”… sarebbe bello se fosse bastato questo a farli desistere.

Abbiamo ancora parecchie cose da vedere: la cattedrale ortodossa, il vecchio bazar e naturalmente il ponte latino. Dovrebbe essere il clou della visita, ma alla fine, forse come tutte le cose molto attese, è una piccola delusione. Il museo è chiuso, perché è domenica, e coperto da ponteggi. Si vede a fatica la lapide che ricorda l’evento. Effettivamente è da questa parte del ponte. In epoca jugoslava c’erano anche le impronte di Gavrilo Princip impresse nell’asfalto, perché per la Jugoslavia comunista era un eroe. Ora non più, è tornato un assassino, o solo un ragazzotto fanatico che ha compiuto qualcosa di più grande di lui, forse manovrato, forse no. Dina ci racconta la storia, ma si sente che nella sua voce non c’è la partecipazione di quando ci raccontava delle pagine incendiate che volavano. No, non c’è niente da fare, qui non c’è la carne viva che brucia.

Per di più, dopo aver tanto minacciato, sta davvero per iniziare a piovere. Proviamo a continuare, ci sarebbero ancora delle cose da vedere. Ma poi inizia per davvero, ed è una specie di rompete le righe. Alcuni di noi, me compreso, decidono di andare a vedere la mostra sul massacro di Srebrenica. Naturalmente, è un pugno nello stomaco, ma è un pugno che bisogna prendere. Può sembrare pazzesco, ma in tanto orrore la cosa che mi colpisce di più sono i volti imberbi dei ragazzini olandesi mandati lì con il casco blu dell’ONU, anche loro quasi prigionieri nella loro base. Sono davvero il simbolo della colpevole impotenza della cosiddetta “comunità internazionale”.

Mi viene in mente un racconto di Ivo Andrić che ho letto proprio ieri. Due ricche sorelle austriache girano in carrozza nella Bosnia appena annessa all’impero asburgico nel 1878. Si prendono a cuore, soprattutto una delle due, la sorte di una contadinella bosniaca morsa da una vipera. Riescono forse a salvarla ma, una volta ripartite, la sorella più sensibile è sconvolta dalle condizioni di vita della gente e scoppia a piangere. L’altra, per consolarla, le dice: “Non ti capisco. Ti pare davvero che valga la pena di mettersi a piangere per la Bosnia?”. Ecco, forse anche 20 anni fa qualcuno ha deciso che, tutto sommato, non valeva la pena.

Con ancora negli occhi quelle immagini, andiamo a cena al club degli scacchi, dove è organizzata per noi una degustazione di prodotti slow food erzegovesi.

Succede anche che Luca, di Brescia, con cui ho bevuto più di una birra in questi giorni, è improvvisamente promosso “signore”. È stata Cora, parlando di lui, a chiamarlo così, e c’è da capirla: dal suo punto di vista… come potrebbe definirlo? Ma quando si sparge la voce l’ilarità è generale. Lui non la prende neanche tanto male. Io gli ricordo che, in fondo, “Signori si nasce…” e lui, pronto, risponde: “E io, modestamente, lo nacqui!”

Salutiamo Dina con baci e abbracci, poi cerchiamo di affogare in un bicchierino di rakija le prime malinconie da fine del viaggio.

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2/6/2014 – Il ritorno

Il viaggio di ritorno è lungo. Il pullman, stanco ma indomito, macina chilometri attraverso la Bosnia, con una sosta per un veloce pranzetto in piedi a Banja Luka, roccaforte dei nazionalisti serbi, poi la Croazia, la Slovenia, e siamo di nuovo in Italia. Ci aspetta la più classica coda del rientro dal ponte, aggravata da altrettanto classici lavori in corso.

Leonardo ci saluta a Venezia. Ci mancheranno le sue lunghe e articolate premesse. Il gruppo, senza guida, rapidamente degenera e si crea un clima da gita scolastica. Cantiamo stonando canzoni di cui non ricordiamo le parole. Tentiamo inutilmente di trovare qualcosa che vada oltre gli anni ’70-’80 per coinvolgere Cora, ma lei conosce piuttosto bene De Andrè.

Riusciamo, nonostante tutto, a esprimere pensieri e impressioni su tutto quello che abbiamo visto. Siamo partiti per rievocare una guerra, siamo finiti inevitabilmente a parlare molto di più di un’altra, più vicina nel tempo e alle nostre coscienze. Sono tanti i dubbi e le domande, non potrebbe essere altrimenti. Ma credo che tutti sappiamo più di quando siamo partiti, che è per me lo scopo di ogni viaggio.

Per quanto riguarda me, essendo stato immeritatamente nominato esperto dell’area balcanica solo perché leggo il cirillico e so pronunciare “Republika Srpska”, alcuni mi fanno domande sul futuro della Bosnia alle quali, purtroppo, non so rispondere. Posso soltanto provare a rispondere con le parole di Ivo Andrić, che sono state scritte molti anni fa ma, a mio parere, si adattano molto bene anche alla realtà della Bosnia di oggi:

“E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”

Questo diario è stato pubblicato anche sul blog dell’Autista Moravo, dove si trova tanto altro materiale molto più interessante sulla Grande Guerra. Andateci: http://blog.radiopopolare.it/autistamoravo/

Qui, poi, trovate lo speciale curato da par suo da Danilo De Biasio e andato in onda su Radio Popolare pochi giorni dopo il viaggio:

http://blog.radiopopolare.it/autistamoravo/2014/06/15/dalla-guerra-al-turismo/

A proposito: Grazie a Danilo De Biasio.

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