Budapest ai tempi di Viktator

Agosto 2014

Ho deciso di venire a Budapest per diversi motivi. Il Danubio, che qui è davvero il Grande Fiume, e la divide tra l’antica, orgogliosa Buda e la vibrante, incantatrice Pest (anche se a volte si scambiano un po’ i ruoli). La grande varietà di stili architettonici, dal gotico al barocco, dal neoclassico all’art nouveau. La particolarità del popolo ungherese: i magiari non sono slavi, anche se vivono in mezzo agli slavi, né tantomeno sono germanici. E parlano, infatti, una lingua che non è né slava né germanica, anzi non è nemmeno indoeuropea. È una delle sole tre lingue europee, insieme al finlandese e al basco, che non appartengono al ceppo indoeuropeo. Una lingua per noi incomprensibile, dal suono misterioso e dolce, soprattutto se in bocca alle ragazze di Budapest. E, perché no, la cucina: il gulasch, la paprika, il salame ungherese, quei sapori forti che caratterizzano questa terra.

Ma, fin qui, niente di originale. Sono motivazioni che spingono la maggior parte della gente che viene qui. Da parte mia c’è in più, devo dire, una certa curiosità per la situazione politica. Sono ormai 4 anni di governo del premier Viktor Orban, leader del partito di centrodestra Fidesz. Potremmo anche dire di destra, se non fosse che si è presentato in coalizione con Jobbik, un partito decisamente di estrema destra, antisemita, anti-rom (i rom sono il 10% della popolazione in Ungheria), anti-gay ecc. E allora, al confronto, il buon Viktor, soprannominato Viktator dai suoi connazionali che non l’hanno votato, risulta un moderato. E deve esserlo, se il Partito Popolare Europeo, di cui Fidesz fa parte, non ha mai avuto nulla da eccepire. O no?

Negli ultimi due anni, Fidesz è stato al governo da solo; quelli di Jobbik nel frattempo sono passati all’opposizione, anche perché dopo che era diventata pubblica la loro simpatica abitudine di organizzare ronde con pestaggi di rom ed emarginati erano diventati veramente impresentabili. Ma il premier continua a fare il possibile e anche di più per tenerseli buoni.

Riassumiamo quello che è successo in questi anni.

Orban ha promulgato una Costituzione di stampo nazionalista, richiamando al comune destino etnico i magiari sparsi in altri quattro stati europei, fino a dar loro il diritto di voto alle elezioni ungheresi; ha ridotto di più di un terzo il numero dei deputati, modificando la legge elettorale con un ampio premio di maggioranza al partito vincente, tendenzialmente Fidesz.

Ha varato contestualmente una nuova legge che limita la libertà di stampa, con tanto di organo preposto di controllo.

Ha introdotto l’obbligo per gli insegnanti di ogni ordine e grado di aderire ad un ordine professionale patriottico.

Con la nuova Costituzione ha messo le basi anche per la messa fuori legge dell’aborto, anche se questo non è stato ancora cancellato, e per il riconoscimento della famiglia solo se tra uomo e donna.

Sono stati ridotti i poteri della Corte Costituzionale ed è minacciata l’indipendenza della magistratura.

Il Codice del Lavoro è stato modificato in senso favorevole ai datori di lavoro e sfavorevole ai lavoratori dipendenti (soprattutto a quelli del settore pubblico).

Per tutte queste ragioni l’Ungheria è da tempo sotto osservazione; l’ONU e il Parlamento Europeo hanno giudicato liberticida la nuova Costituzione.

Alle recenti elezioni europee Fidesz ha vinto ancora, con il 51,5%. Secondi gli estremisti di Jobbik con il 14,7%. Simile il risultato delle politiche di aprile: Jobbik si attestava al 20,2% e il partito di Orban otteneva la maggioranza dei due terzi del parlamento con il 48% delle preferenze.

Bisogna ammettere quindi che, sia pure con qualche aiutino, questo governo resta in carica perché la maggioranza degli ungheresi continua a votarlo. Difficile pensare di poterne capire le ragioni in soli 4 giorni ma, date queste premesse, la curiosità per quello che sta succedendo in questo paese è giustificata.

Fin dal primo momento, cerco allora di guardarmi intorno e di cogliere qualsiasi segnale. Un’occasione ghiotta mi è offerta dal fatto che domani, 20 agosto, è la festa nazionale, che celebra la fondazione dello Stato ungherese. Occasione che capita per puro caso: ho scoperto di questa festa solo dopo aver fissato le date del viaggio. Ma, a questo punto, vale la pena di sfruttarla.

Perciò, arrivato alla stazione, prelevati un po’ di fiorini da un bancomat (qui non c’è l’euro) e comprato il biglietto della metropolitana (operazione che si rivela non semplice, perché le macchine automatiche non prendono banconote se non di piccolo taglio e in biglietteria c’è la fila), cerco di raggiungere velocemente il Feher Pava Hostel, nelle vicinanze di Piazza Calvino (Kalvin Ter). Siamo nella zona sud di Pest, tra i quartieri di Belvaros e Jozsefvaros. Qui butto lo zaino, mi sistemo alla bell’è meglio ed esco, dopo aver chiesto un asciugamano, di cui al momento la camera è sprovvista ma, sembra, solo perché sono tutti in lavanderia.

Budapest mi accoglie sotto una lieve pioggerella, ma ormai ci ho fatto il callo: sono già da un po’ di giorni a zonzo per l’Europa centrale (Praga, Bratislava, Vienna) e ho trovato praticamente lo stesso tempo dappertutto. In compenso, i preparativi per la festa fervono, anzi si può dire che la festa  è già iniziata. Tutto il lungofiume tra Batthyany Ter, dove esco dalla metro, e Adam Clark Ter, dove inizia la salita verso il Castello di Buda, è zeppo di bancarelle. A questo punto i più attenti avranno capito che Ter, in ungherese, significa piazza: ci tornerà utile, nel corso del racconto.

Tornando alle bancarelle, ci si può trovare ogni genere di conforto. Prima di tutto carne, come mi aspettavo. Il profumo di salsicce e di spiedini riempie l’aria. Ma anche dolciumi coloratissimi e streetfood di vario genere, sia dolce che salato. Tra i dolci rivedo, sotto altro nome, una cosa che ho già visto a Praga. Trattasi di una sottile sfoglia lievitata e zuccherata, arrotolata attorno ad un cilindro di legno, diventando così una spirale di pasta di forma cilindrica che viene poi cotta al momento sul fuoco. Dopo la cottura l’impasto può essere ricoperto da cannella, cacao, papavero, noci, vaniglia o mandorle a seconda dei gusti, ma mi pare che la cannella prevalga. Bè, a Praga questo si chiama trdlo o trdelnik e ovviamente passa per dolce tipico locale, qui lo chiamano kurtoskalacs e giurano che sia ungherese. Vai a sapere… storie dell’impero austroungarico, probabilmente. Per quanto riguarda il salato, domina una cosa che si chiama langos ed è una sorta di pizza bianca sulla quale, come sulla nostra, si può mettere di tutto e di più. In questo caso mi pare che la versione più classica, potremmo dire la “margherita” ungherese, sia quella con panna acida, formaggio, cipolla e pancetta a cubetti. In questa versione, tanto per semplificare le cose al povero straniero, prende il nome di toki pompos.

E poi vino, birra e Palinka (la grappa ungherese) a profusione.

Davanti a tutta la fila di bancarelle sono disposti lunghi tavoli di legno, dove la gente si ferma a mangiare quello che ha comprato. Al momento, però, il tempo non lo permette e quindi gli avventori sono relativamente pochi.

La prima cosa alla quale cerco di prestare attenzione è la presenza di polizia. Un po’ se ne vede, e si notano anche un po’ di persone con pettorine tipo “servizio d’ordine”, ma per la verità nulla di eccessivo, per ora.

Data la coda alla funicolare di Buda, decido di salire a piedi, ma così i tempi non possono essere molto brevi. Raggiunta la spianata del Castello, poi, mi attardo ancora un po’ per cercare di capire cosa propone qui la serata. Noto, infatti, che è in corso un “Folk Art Festival”. Chiedo informazioni e una ragazza gentile mi spiega che dura fino a domani e che propone concerti di musica folk e una mostra-mercato di oggetti legati ai mestieri più tradizionali: artigianato in legno, tessitura, ceramica, lavorazione dei metalli, oreficeria, pelle, giocattoli tradizionali e altro ancora. Non lontano, due energumeni battono su un’incudine. Si tratta, evidentemente, di una dimostrazione legata al tema principale di quest’anno, che è appunto la lavorazione del metallo.

L’idea con la quale ero salito era quella di visitare la Chiesa di S. Mattia ma, quando ci arrivo, sta ormai chiudendo. Ripiego su qualche foto dal Bastione dei Pescatori, che offre una bella vista sul fiume e su Pest, ma nel frattempo la pioggia sta aumentando di intensità. È meglio tornare all’ostello per fare una doccia e prepararsi alla serata, che ho deciso di dedicare a uno spettacolo di musica e danze folk.

La mattina dopo riprovo a visitare la chiesa, ma stavolta ad impedirmelo è la messa grande che sta per cominciare. Già, oggi è la festa nazionale… così, dato anche che la pioggia insiste, opto per un paio d’ore alla Galleria Nazionale, in attesa che la messa finisca.

Dopo un veloce pranzetto alle bancarelle (anche qui nell’area del Castello è pieno) riesco finalmente a vedere questa chiesa, che è effettivamente interessante. Poi, dopo un’altra passeggiata per le vie di Buda, mi dirigo a Pest per vedere il Parlamento e l’altra chiesa degna di nota in città, la Basilica di S. Stefano.

Nelle vicinanze del Parlamento c’è anche il memoriale cosiddetto delle “Scarpe sulla riva del Danubio”. Sono una serie di piccole sculture in ferro a forma di scarpe, a grandezza naturale, opera di un artista ungherese, messe proprio sulla riva del fiume. Segnano il punto dove molti ebrei furono portati per essere uccisi nell’inverno 1944/45, quando ormai l’avanzata dell’Armata Rossa aveva reso impossibili le deportazioni verso i campi di sterminio. Allora i nazisti, che avevano occupato la città, chiusero gli ebrei di Budapest nel ghetto erigendo un muro. Molti morirono di fame, freddo e malattie. Molti altri vennero uccisi qui, con un colpo di pistola, e gettati nel fiume per evitare anche di dover scavare altre fosse comuni. Ma prima intimavano loro di togliersi le scarpe, che erano merce preziosa di quei tempi.

L’installazione è stata creata nel 2006, ovviamente prima del “regno” di Viktator, che non poteva certo rimuoverla. Al momento, però, è quasi inaccessibile; si può vedere solo da dietro delle reti da cantiere o scendendo fin sulla banchina dalle scale del ponte che si trova lì vicino. Suppongo che le reti siano state messe per dei lavori, o per questioni di sicurezza durante i giorni della festa, ma di fatto è così. Sarà un caso… per di più la presenza dell’opera non è certo enfatizzata: non c’è uno straccio di cartello che la indichi e la guida dell’Ufficio del Turismo distribuita gratuitamente negli hotel non ne fa affatto menzione.

Da qui mi dirigo alla Basilica di S. Stefano ma… sorpresa: anche qui è chiuso al pubblico. Tutta la piazza è transennata; forse è prevista un’altra messa grande, probabilmente con le autorità. Del resto, se non si fosse capito, Orban è un fervente cattolico. Al di là delle transenne, un po’ di gente è in attesa, con costumi, insegne e stendardi di vario genere, tra cui alcuni con la croce di Malta.

A questo punto, guardo sulla mappa cosa c’è di vicino e mi viene l’idea di dare un’occhiata, almeno da fuori, al Museo della Secessione, ospitato da un bel palazzo art nouveau verde pistacchio. Il palazzo si affaccia su una piazza, che si chiama Szabadsag Ter. Scoprirò poi che questo nome significa Piazza della Libertà, nome  significativo se si pensa a cosa sta succedendo ora in questa piazza.

In realtà, la prima cosa che noto nella piazza, che è molto grande, è un monumento agli eroi sovietici che hanno liberato l’Ungheria dal nazismo. Deve essere l’ultimo rimasto in città, dato che tutti gli altri monumenti risalenti al periodo comunista (quelli sopravvissuti alla rivoluzione del 1956 e a quella del 1989) sono ora confinati in una specie di parco della memoria alla periferia sudovest della città.

All’altro lato della piazza, però, noto molte persone intorno a una fontana e a un monumento che non è segnato sulla guida. Incuriosito, comincio a dare un’occhiata.

Il monumento raffigura un angelo (scoprirò poi che si tratta dell’Arcangelo Gabriele) con un globo in mano e un’aquila che sembra stia per avventarsi su di lui. C’è scritto, genericamente, “In memoria delle vittime”, non si capisce bene di che cosa. C’è una data, marzo 1944. Parliamo quindi di seconda guerra mondiale. La cosa che salta più all’occhio, però, è la marea di oggetti che sono stati accumulati, sembra in parte a casaccio, ma forse non del tutto, davanti al monumento, per tutta la sua estensione. La statua è infatti circondata da un colonnato, con alcune colonne rotte. Ma si vede che il monumento è recente (ecco perché non c’è sulla guida!). Scoprirò poi che è sorto in una notte circa un mese fa. Gli oggetti sono soprattutto oggetti personali: scarpe, occhiali, valigie, orologi, fotografie. Tutto sembra molto vecchio, appunto anni ’40. Le scarpe ricordano molto quelle rappresentate nell’installazione di poco fa. Parecchi oggetti sono rotti, o comunque segnati dal tempo. Ci sono, intorno, fiori e molti sassi, proprio come si vedono sulle tombe ebraiche. Inizio a capire che deve trattarsi di qualcosa di legato all’Olocausto.

Ci sono anche molti messaggi scritti appesi ad una cordicella, ma purtroppo tutti in ungherese. All’inizio della fila, però, c’è un unico foglio scritto in inglese, un A4 all’interno di una busta di plastica, che spiega la storia del monumento e il perché di tutto questo. Lo leggo, e inizio a capire: gli oggetti non fanno parte del monumento, ma sono stati portati dalla gente di Budapest. Si tratta di un’azione di protesta pacifica contro il monumento e quello che rappresenta. Sì, perché l’Arcangelo Gabriele rappresenta l’Ungheria in una sorta di atto di dono, o di sottomissione, comunque in una posa da vittima innocente dell’aggressione dell’aquila, che rappresenta ovviamente la Germania. E le cose non andarono proprio così. Il regime ungherese dell’epoca, quello delle croci frecciate dell’Ammiraglio Miklos Horthy, faceva parte dell’Asse, era un fedele alleato della Germania hitleriana. In una delle foto si vede proprio lui, Miklos Horthy, in macchina insieme a Hitler, probabilmente durante una visita in Ungheria. L’occupazione militare nazista fu decisa d’accordo con il regime ungherese nel tentativo di frenare l’avanzata sovietica, e anche perché Horthy nel frattempo aveva tentato di negoziare una pace separata con gli Alleati. Quel regime fu quindi corresponsabile di tutti gli orrori della guerra, in particolare della deportazione nei campi di sterminio di quasi 500.000 ungheresi, per la maggior parte ebrei ma anche rom, omosessuali, prigionieri politici.

Il monumento, in origine, doveva addirittura in qualche modo “celebrare” l’anniversario dell’occupazione, poi sull’onda delle prime proteste il progetto è stato modificato facendone un monumento alle vittime. Ma la sua forma ne fa comunque una mistificazione. La sua installazione è stata rinviata per mesi finché, senza preavviso, in brevissimo tempo è stato realizzato.

Mentre provo a fotografare il foglio, temendo di non poterlo imparare a memoria, sento qualcuno battermi sulla spalla. Mi giro e un uomo gentile, di mezza età, mi si rivolge in ungherese. Lo fermo subito e gli faccio capire che non parlo la lingua, ma possiamo parlare in inglese se vuole. Mi dice che non c’è bisogno di fotografare il foglio, me ne può dare una copia. E mi spiega che effettivamente quegli oggetti li hanno portati loro, sono tutti appartenuti a deportati o perseguitati dal regime. Servono a testimoniare che quelle persone sono esistite e che la storia non si può falsificare. Mi dice che loro vogliono che quel monumento sparisca al più presto, che non smetteranno di manifestare finché non sarà demolito.

Laszlo, questo è il suo nome, e tutti gli altri, si trovano lì ogni pomeriggio da ancora prima che la “cosa”, come la chiamano loro, facesse la sua comparsa in quella piazza. Non sono tanti, per ora; una cinquantina di persone al massimo. Però sono presenti, tutti i giorni, come ho avuto modo di vedere nei giorni successivi. Immagino che si diano il cambio, per fare in modo che qualcuno ci sia sempre. Si siedono in cerchio sotto uno striscione, discutono facendo passare un microfono, a volte cantano. I poliziotti ci sono anche loro, ma per ora guardano e ascoltano, non da vicino ma neanche da troppo lontano. Forse controllano che non si superi un certo limite, non lo so.

Nel salutare e ringraziare Laszlo, gli dico che, per quello che può valere, sostengo la loro protesta, e che cercherò di far conoscere la storia. Mi stringe la mano, ringrazia e sorride malinconico.

Ormai s’è fatto tardi, vorrei andare ad assistere a un concerto folk nel cortile del Castello. Ma per farlo dovrei prima attraversare il Ponte delle Catene, che ora è completamente chiuso, non solo al traffico veicolare, ma anche ai pedoni.

Questo non me l’aspettavo, vorrei capire il perché ma la polizia non sembra in vena di dare spiegazioni. Credo di aver capito poi che la chiusura fosse dovuta al fatto che erano già in preparazione i fuochi artificiali, che proprio da lì, da tre barconi ancorati sul fiume, sarebbero stati sparati tre ore dopo.

A questo punto, se non voglio fare un giro lunghissimo, il modo più veloce di raggiungere il Castello è attraversare il fiume… con la metropolitana. E così faccio.

Il concerto risulta un po’ deludente, così mi consolo assaggiando altri piatti e bevendo birra.

Poi, decido di scendere dalla collina per vedere i fuochi dal ponte Erzsebet. La folla è già notevole. Evidentemente molte persone sono qui da ore per avere un posto “in prima fila”. Cerco di farmi largo per scattare almeno una foto al Ponte delle Catene illuminato e un uomo mi fa capire, con modi bruschi, che non è proprio il caso: il suo bambino deve vedere i fuochi come meglio non si può e lui è venuto qui prima apposta. Gli spiego che sono straniero, che voglio solo fare una foto e poi me ne andrò. La faccio velocemente e mi sposto, lasciandogli la sua perfetta visuale. Io guarderò da dietro, tanto non è quello che mi importa.

Lo spettacolo pirotecnico, tra l’altro, non è neanche memorabile, ne ho visti decisamente di migliori. Ma la cosa interessante è che tra una batteria di fuochi e l’altra gli altoparlanti, sul ponte, diffondono una voce, probabilmente è la radio nazionale, che con tono ispirato ed enfatico declama qualcosa che per me è ovviamente incomprensibile. Colgo solo, qua e là, sempre molto enfatizzate, le parole “magyar” (magiaro) e “Magyarorszag” (Ungheria). Probabilmente si tratta di versi patriottici di qualche poeta che inneggia alla grandezza del popolo magiaro. Sarei curioso di sapere se questo è un rituale consueto, in questa occasione, o è un’idea recente del nostro Viktor, ma preferisco non disturbare nessuno nel momento solenne. Hai visto mai che l’amico di prima torni a darmi i due ceffoni che ho schivato per poco…

Alla fine dello spettacolo mi unisco alla massa di persone che attraversa il ponte per raggiungere Pest e tornare a casa. Il grande viale che porta verso Erzsebetvaros e Jozsefvaros, stasera completamente chiuso al traffico per almeno un paio di chilometri, è invaso per tutta la sua larghezza da una fiumana ordinata: mi rendo conto qui che la gente è veramente tanta, finora non l’avevo realizzato.

Il giorno dopo, la visita più importante che ho in programma è quella alla sinagoga di Dohany Utca, la più grande d’Europa.

L’interno è molto bello, la particolarità è che per certi versi ricorda un po’ una chiesa cattolica. Pare che ciò sia frutto di un compromesso, con il quale nell’800 la comunità ebraica ottenne di poter costruire una sinagoga così grande.

Fuori c’è un cimitero ebraico, proprio adiacente. Questa è una stranezza, perché normalmente non ci sono cimiteri così vicini a una sinagoga. Ma la guida ci spiega che, durante il periodo di chiusura del ghetto, furono costretti a scavare qui una fossa comune per seppellire le circa 2000 persone che in quell’inverno morirono di freddo, di fame e di malattie.

C’è anche una lapide con i nomi dei Giusti che salvarono, con vari stratagemmi, migliaia di ebrei dallo sterminio. Tra questi lo svedese Wallenberg, che è il primo della lista, e l’italiano Giorgio Perlasca. Intorno, i sassi portati in segno di devozione.

E poi il “Salice Piangente”, una scultura metallica appunto a forma di salice, con i nomi dei morti incisi sulle foglie.

Alla fine della visita chiedo alla guida, che è una rappresentante della comunità ebraica, se posso fare una domanda su un argomento che a me interessa molto: vorrei sapere come la comunità ebraica vede l’attuale governo ungherese, se ritiene che ci sia da preoccuparsi o…

Lei sorride, un po’ imbarazzata: “Mister Viktor?”

“Sì” – dico io – “Proprio lui. Non voglio metterla in difficoltà, ma…”

“Se lei mi fa questa domanda, è perché sa già cosa sta succedendo qui…”

“Certo, ma vorrei sapere cosa ne pensa la comunità ebraica, se può dirlo… o, se no, anche un suo parere personale, da cittadina”.

A quel punto altre persone prendono coraggio e si capisce che l’argomento interessa a tutti, o quasi.

Lei raccoglie un attimo le idee, come se volesse organizzare bene il pensiero, e dice che sì, è un po’ preoccupata, è naturale. Ha anche pensato di andare via, ma per ora la preoccupazione non è tale da superare la volontà di non sradicarsi, soprattutto per i bambini, che sono ancora piccoli.

“La mia mamma” – ci racconta – “dice che Mister Viktor quello che vuole fare lo fa, e noi non possiamo farci niente”.

Racconto di Szabadsag Ter a chi, nel gruppo, non ne sa niente e spiego come arrivarci.

Dobbiamo spostarci dal giardino, perché sta arrivando un altro gruppo, ma continuiamo la discussione per un po’ in un posto più appartato. Rapidamente finiamo a parlare di Israele, di Gaza, di Hamas ecc. Diventa impegnativo, si sa che l’argomento è delicato; soprattutto una signora del gruppo si accalora a spiegare le ragioni di Israele. Le dico gentilmente che so che Hamas usa i civili come scudi umani, ma non credo che questo basti a giustificarne l’uccisione. Per fortuna tutti, ebrei e no, concordiamo che in ogni caso quello che sta facendo Israele a Gaza non è il modo di risolvere la questione palestinese. Così riusciamo anche a togliere dall’imbarazzo la nostra guida, ringraziarla e salutarla.

Ho visto tante altre cose a Budapest, e tante non ne ho viste che avrebbero meritato. Non vi annoierò qui con l’elenco, lo potete trovare su qualsiasi guida turistica. Mi permetto solo di segnalare la tomba di Gül Baba, un derviscio ottomano del XVI secolo. Richiede una passeggiata, breve ancorché in salita, ma vale la pena: è un angolo di Turchia nel cuore storico di Buda. Uno dei pochi segni lasciati dai 150 anni di dominazione ottomana, insieme all’inclinazione per i bagni termali, che sono un’istituzione in Ungheria.

Tutti i giorni sono tornato, anche solo per pochi minuti, a Szabadsag Ter, e sempre li ho trovati lì, Laszlo e gli altri, a discutere e a manifestare. Mi sembra che questo dimostri da una parte che c’è di che preoccuparsi per questo paese, ma dall’altra che c’è anche di che sperare.

Se ci andate, passate di lì anche voi.

Il gruppo si chiama Szabadsagszinpad. Hanno una mail alla quale si può scrivere: szabadsagszinpad@gmail.com

E anche una pagina facebook, ma per ora è tutto in ungherese…

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