Il battello della città dei matti – Parte Prima

Diario di un viaggio sul Danubio serbo a bordo del mitico battello di “Underground”, tra storie di guerra e di pace, moderni orrori e antiche civiltà, musica e letteratura, fumetti e sogni, monasteri e street art, sapori dolci e fuoco nella gola, cavolo cappuccio e fiumi di rakija.

 

O grande signore Danubio

Nelle tue vene scorre

Il sangue della bianca città

Per amor suo alzati un istante

Dal tuo letto nuziale

Salta in groppa ad una carpa gigante

Fai breccia nelle nuvole di piombo

E fai visita al tuo celeste luogo natio

Reca in dono alla bianca città

Frutti uccelli e fiori del paradiso

Reca la pietra che si può mangiare

Ed un po’ di quell’aria

Di cui non si muore

Si inchineranno a te i campanili

E le vie si stenderanno di fronte a te

O grande signore Danubio

(Vasko Popa, 1972)

 

Parte I

 

11/8/2016 – Giorno 1: Nel quale il gruppo si forma e partiamo

Il momento tanto atteso è finalmente arrivato: il Danubio ci aspetta.

Nel capannello che si forma e lentamente cresce davanti al Check in di Air Serbia a Malpensa, scorgo alcuni volti amici, già compagni di uno o più viaggi, ma anche tanti volti nuovi, il che non mi dispiace perché vuol dire che la comunità dei viaggiatori di Radio Popolare si allarga.

Ebbene sì, l’avete già capito, anche questo viaggio nasce sotto il patrocinio di Radio Pop ed è stato voluto da Claudio Agostoni, che è qui presente. Ricordo che ne parlammo per la prima volta una sera a Genova, alla taverna dei ragazzi di Don Gallo, quasi un anno fa. Ma questa volta l’organizzazione è a tre, o addirittura a quattro. C’è ViaggieMiraggi, che non può mancare e che fornisce il fondamentale supporto organizzativo, ma il “copyright” dell’itinerario, se vogliamo, appartiene all’associazione Viaggiare i Balcani, che ho imparato a conoscere e ad apprezzare con il meraviglioso viaggio in pullman a Sarajevo con Danilo De Biasio in occasione del centenario dell’attentato del 28 giugno 1914 che fu la scintilla della Grande Guerra. Un viaggio a cui sono molto legato, forse perché è il primo con la radio e per questo non si scorda mai, ma anche perché è davvero indimenticabile. E poi, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, c’è anche Slow Food, perché il titolo del viaggio è “Navigando lungo i sapori del Danubio” e quindi il cibo, e inevitabilmente il bere, visto dove andiamo, saranno una parte fondamentale del nostro percorso. Visiteremo un presidio e un convivium di Slow Food, e assaggeremo innumerevoli prelibatezze balcaniche. Io sono un fanatico dei Balcani, per tanti motivi tra cui anche il cibo, e quindi perché negarlo? Siamo qui anche per questo.

A rappresentare ViaggieMiraggi c’è la mia amica Alessia de Iure, che ho conosciuto a Marsiglia in occasione di un’altra scorribanda in pullman a base di Jean Claude Izzo e pastis. Poi fortuna vuole che suo marito sia Nello Avellani, che è un ex di Radio Pop, ma si sa, non si è mai del tutto ex di Radio Pop. Alessia e Nello sono entrambi abruzzesi, lui ora lavora per Newstown a L’Aquila, ma, appunto, per noi è sempre “di Radio Popolare”, è sempre la voce che ha raccontato, tra l’altro, il terremoto del 2009.

Il gruppo, in totale, è composto da 34 persone.

Una volta tanto non si parte la mattina, ad orari antelucani, ma nel tardo pomeriggio. Quindi siamo tutti un po’ più svegli del solito e cominciamo a pregustare gli incontri che faremo, perché no anche quelli gastronomici.

L’orario è propizio anche per un collegamento con la trasmissione Tamarindo, che va in onda in questi giorni estivi. Dovremmo raccontare dove stiamo andando, cosa faremo e così via. Completamente a sorpresa Claudio mi passa il telefono e mi dice: sei in onda in diretta, vai a ruota libera. Io non sento niente, ma lui giura che dall’altra parte ci sia Disma Pestalozza. Provo a improvvisare qualcosa; riesco a parlare per due o tre minuti raccontando il percorso che faremo, gli incontri previsti nel programma e soprattutto l’attesa che si respira, nel gruppo, per il presidio della grappa alla prugna chiamata Crvena Ranka (la rossa precoce)… dopo di che, però, continuando a non sentire nulla dall’altra parte, comincio ad andare in difficoltà. Claudio si riprende il telefono e mi assicura che va bene, che si è sentito tutto perfettamente. Mi accorgo che non ho detto una cosa molto importante, che navigheremo sul battello usato da Emir Kusturica per una scena di Underground, ma pazienza. Non ho capito se davvero ero in onda e al telefono non sentivo nulla o se era uno scherzo di Claudio. In entrambi i casi sarebbe pienamente nello stile della radio, quindi alla fine poco importa.

Per me è un ritorno a Belgrado, che ho toccato nel 2010 come tappa di un mio mini-tour balcanico autogestito che mi ha portato anche in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Ma in realtà del resto della Serbia non conosco molto, l’ho soltanto attraversata in treno venendo da Zagabria e andando verso Sarajevo. Anche il Danubio non è esattamente una novità per me: l’ho visto a Vienna, a Bratislava e a Budapest, oltre che a Belgrado, ma non l’ho mai navigato. Questa sarà davvero un’esperienza nuova, che non vedo l’ora di provare, a maggior ragione su un battello così pieno di storia e di storie.

L’oretta e mezza di volo scivola via veloce e tranquilla, e alle 22.30 circa atterriamo all’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado. Qui ci aspetta Eugenio Berra, di Viaggiare i Balcani, che è il vero artefice di questo viaggio, quello che l’ha studiato e progettato, e che ci accompagnerà passo passo alla scoperta di questo complesso paese. Lui è milanese ma abita qui da un paio d’anni, e prima ha vissuto a Sarajevo, quindi la realtà dei Balcani la vive da dentro, in maniera piena e completa. Conosco già un po’ anche lui, anche se la spedizione in Bosnia di due anni fa era stata guidata dal suo socio Leonardo Barattin, e so che per quanto riguarda gli spunti letterari e in generale tutta la parte culturale del viaggio è assolutamente una garanzia. Del resto, arriviamo qui già con una quantità di materiale preparatorio mai vista prima, di tutti i tipi e su tutti i possibili argomenti. Non ci mancheranno sicuramente gli stimoli per approfondire.

Qui incontriamo anche alcuni compagni di viaggio che hanno raggiunto Belgrado in macchina e prendiamo il pullman per andare a Novi Sad, da dove domani partirà il tour vero e proprio. Così conosciamo anche il nostro autista, il bel tenebroso Marko, che comincia già a riscuotere i primi favori da parte della componente femminile del gruppo.

Il primo ponte sul Danubio che vediamo, il primo nostro contatto con il Grande Fiume, è un ponte che è stato bombardato dalla NATO nel 1999, il che ci ricorda che siamo in un paese che ha ancora delle ferite aperte, e non poche. Avremo modo di constatarlo ancora meglio nei giorni a seguire.

Arriviamo a Novi Sad e ci sistemiamo in hotel. Il mio compagno di stanza, questa volta, è Maurizio, ingegnere torinese, un tipo tranquillo con cui mi trovo subito a mio agio. Lui non è ascoltatore della radio, ma ha già viaggiato con ViaggieMiraggi in Armenia, alloggiando in famiglia, un viaggio che deve essere stato sicuramente affascinante.

È già piuttosto tardi, ma alcuni di noi non vogliono rinunciare ad un primo contatto con la città. Sembrerebbe che qualcuno voglia anche mangiare, dato che in aereo abbiamo fatto solo uno spuntino, ma alla fine optiamo per una birra in un locale che conosce Eugenio. La prima cosa che ci colpisce sono i prezzi: qui c’è il dinaro, che vale circa 1/120 di euro; una birra costa l’equivalente di un euro, un mojito 3,50.

Il tutto è da parametrare a un reddito medio tra i 300 e i 400 euro, con poche “punte” di ricchezza che fanno salire la media e parecchia povertà. Grandi disuguaglianze, insomma.

Chiacchierando con Eugenio, per me è inevitabile rievocare il viaggio a Sarajevo di due anni fa, ma nel gruppo c’è anche chi, a Milano, vive nella zona dove lui è cresciuto, dalle parti di Piazza Firenze. Scatta il momento Carramba e qualcuno gli chiede se, quando ci viveva lui, c’era già il cavalcavia o se si ricorda gli alberi. Lui, che è giovane, sgrana gli occhi e fa: “Nooo, c’era già il cavalcavia… gli alberi se li ricorda mia nonna!”. Quando si dice andarsela a cercare…

Viene fuori che Eugenio è anche organizzatore di concerti in Serbia per gruppi underground emergenti italiani, tra l’altro proprio qui in questo locale. E sempre qui ha anche organizzato, tempo fa, la proiezione di “Italiani veri”, un documentario del suo amico regista parmigiano Marco Raffaini, che racconta l’enorme successo avuto in Russia e in altri paesi dell’Est da alcuni cantanti melodici italiani dagli anni ’60 ad oggi. Da cui si scopre che sì, ci sono i soliti, di cui tutti sappiamo genericamente che hanno avuto e hanno un seguito in Russia: Pupo, Toto Cutugno, Al Bano e Romina, i Ricchi e Poveri… ma, sorpresa delle sorprese, il cantante italiano che ha avuto più successo in Russia è un certo Robertino. Io confesso candidamente di non conoscerlo, ma nel gruppo diversi lo ricordano, anche se nessuno si aspettava che fosse una star in Russia… e così, parlando di Robertino, tiriamo tardi e finiamo la nostra prima serata serba.

12/8/2016 – Giorno 2: Nel quale scopriamo le nove lingue di Novi Sad… e facciamo un pranzo del cavolo

È una bella giornata di sole a Novi Sad. Giornata dedicata alla scoperta della città, che è il capoluogo della provincia autonoma serba della Vojvodina. La Vojvodina è una regione storicamente multietnica e multiculturale, per la sua posizione che ne ha sempre fatto una sorta di cuscinetto tra diversi popoli e diverse nazioni. Ancora oggi qui si parlano nove lingue: serbo, ungherese, croato, slovacco, rumeno, russino, romanì, tedesco e macedone. Per quanto riguarda l’appartenenza etnica, il 70% della popolazione è costituito da serbi, ma vi sono tutte le minoranze che corrispondono alle lingue di cui sopra, con una preponderanza di ungheresi.

Proprio pensando a questo carattere multietnico della città, mentre facciamo la prima passeggiata in centro non posso non notare su un palazzo un gigantesco manifesto dove campeggia la figura sorridente di Vojislav Šešelj, il leader del Partito Radicale Serbo, con uno slogan che, se capisco bene, recita “La Serbia vuole Šešelj”. Io, grazie ai miei precedenti viaggi balcanici, leggo il cirillico, ma purtroppo conosco solo poche parole di serbo. In questo caso, però, anche con l’aiuto di un traduttore on-line, la traduzione è semplice. Šešelj è un personaggio molto discusso, che rappresenta tuttora un nazionalismo serbo esasperato ed è il punto di riferimento di molti estremisti. È stato processato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per essere uno dei principali teorizzatori della Grande Serbia, per aver contribuito a creare il clima favorevole alle guerre degli anni ’90 e raccolto volontari per le milizie da mandare in guerra. Ma pochi mesi fa il lunghissimo processo si è concluso con l’assoluzione, permettendogli quindi di riprendere in pieno l’attività politica. È uno degli esempi di politici, purtroppo non l’unico, a causa dei quali questo paese continua a guardare indietro e a restare avvitato sulla propria storia, lontana e recente. Spiace vedere che ha ancora seguito. Del resto anche l’attuale premier Aleksandar Vučić anni fa ha militato nel suo partito, anche se se ne è distaccato da molto tempo e ora, almeno apparentemente, mantiene una linea politica di apertura sulla ripresa di normali relazioni nell’area, in particolare con l’Albania, e sul riconoscimento del Kosovo, che sarebbe fondamentale per poter sperare di entrare nell’UE. Ma il passo non è così semplice, perché richiederebbe un cambiamento della costituzione, che dice esplicitamente che il Kosovo è Serbia. Una mossa, sul piano interno, ancora impopolare. Abbiamo notato, tra l’altro, che nelle carte turistiche della Serbia che abbiamo preso all’aeroporto il Kosovo è ancora dentro i confini serbi, come una normale provincia.

Facciamo la conoscenza di Roni, che ci accompagnerà qui e poi per quasi tutto il viaggio. Viene da Zrenjanin, una cittadina della Vojvodina. Di professione suona il violoncello e scrive musica (avremo modo di ascoltarlo più tardi), ma la sua grande cultura gli permette di farci da guida nelle più varie situazioni, dall’arte, alla storia, alla religione… e, cosa che ovviamente non guasta, parla un ottimo italiano, avendo vissuto per otto anni in Italia, prima nelle Marche, poi in Abruzzo e infine a Firenze. La folta barba gli dà un certo aspetto ieratico e parla con voce compassata, quasi cadenzata, come se anche quando parla avesse una musica in testa, una musica che dirige accompagnando le parole con gesti ampi ed eleganti.

Roni ha un nome ebraico e fa parte della comunità ebraica di Novi Sad, pur essendo ateo. Quindi è naturale che sia lui ad accompagnarci nella prima parte importante della visita, che si svolge sul Danubio, davanti all’imbarco dove domani saliremo sul mitico battello. E infatti, prima di tutto, ci racconta di come il Danubio sia sempre stato un confine, un limes tra diverse culture e religioni, tra oriente ed occidente, tanto che la fortezza di Petrovaradin, che vediamo con la sua mole imponente davanti a noi, è soprannominata “Gibilterra del Danubio” o “Gibilterra dei Balcani”. Ma oggi siamo qui per un’altra ragione, e il monumento commemorativo che si trova proprio sulla riva del Danubio, con la stella di David e un lungo elenco di nomi, ce ne dà il senso. Qui si è consumata una strage, una delle peggiori che hanno dovuto subire gli ebrei jugoslavi.

In generale la Jugoslavia, in rapporto alla popolazione, ebbe un numero altissimo di vittime e, subito dopo la Polonia, la maggior presenza di campi di concentramento. Ma qui, in particolare, vennero rastrellate e uccise, per rappresaglia, circa 1200 persone, soprattutto ebrei ma anche oppositori politici.

Questa zona, nella disgregazione della Jugoslavia voluta dagli occupanti nazisti, era stata assegnata agli alleati ungheresi e furono questi, le famigerate croci frecciate di Miklos Horthy, a compiere la strage, dove allora si trovava, e ancora oggi si trova, la spiaggia pubblica. Erano i giorni dal 21 al 23 gennaio del 1942, il Danubio era ghiacciato. Scavarono due buchi nel lastrone di ghiaccio e poi, una ad una, spararono un colpo alla testa alle persone e le buttarono dentro. Molti corpi riapparvero solo in primavera in Romania.

Sembra che il massacro, paradossalmente, fu fermato da un ufficiale nazista, che arrivato sul posto decise che quello che stava vedendo era troppo anche per loro, salvando così, almeno per il momento, parecchie persone che erano già in fila. Quei giorni vengono chiamati “I giorni freddi di Novi Sad”. Questo è il titolo del libro di Danilo Kiš e Aleksandar Tišma di cui Eugenio ci legge un brano.

Il racconto è drammaticamente simile a quello che accadde a Budapest nell’inverno del 1945, anche lì sulla riva del Danubio. Anche lì le vittime venivano buttate nel fiume, dopo averle freddate con un colpo alla tempia. Lì, ora, c’è un’installazione chiamata “Le scarpe del Danubio” perché, prima di sparare, alle persone facevano togliere le scarpe, per poi rivenderle al mercato nero.

Ci dirigiamo verso il centro della città, che ha un’architettura di impronta inequivocabilmente austro-ungarica. Novi Sad significa “nuova piantagione” e si riferisce al fatto che la zona, prima paludosa, è stata bonificata da Maria Teresa d’Austria nel ‘700. È ad allora che risale la fondazione della città. Visitiamo una chiesa ortodossa, che però somiglia molto a una chiesa cattolica, perché era concesso di costruire chiese ortodosse solo se, sul piano dello stile, non si differenziavano molto da una chiesa cattolica. Ma al centro della città, è evidente, c’è la cattedrale cattolica.

Nella piazza centrale vediamo una mostra fotografica che si riferisce all’operazione chiamata Tempesta, con la quale, nell’agosto del 1995, le truppe croate costrinsero circa 250.000 serbi a fuggire dalla Krajina appena riconquistata, nella zona di Knin, causando vittime civili che si stimano fino a 3000. Tanto per dire che, durante le guerre degli anni ’90, non sono stati solo i serbi a commettere atrocità.

Roni ci parla anche dell’importanza del numero tre nella cultura serba. Da noi è tristemente famoso solo il saluto con tre dita dei nazionalisti serbi, che originariamente si riferisce alla trinità ed è legato all’ortodossia: quando gli ortodossi si fanno il segno della croce toccano prima la spalla destra, al contrario dei cattolici, e usano tre dita. Nella versione moderna le tre dita possono rappresentare Dio, Patria e Re, Dio, Patria e morte o altro. Ma, per parlare di cose più allegre, in Serbia si danno tre baci sulle guance, e non due come da noi.

Ci spostiamo poi alla sinagoga, costruita all’inizio del ‘900, che attualmente non funziona più come tale ma solo come sala concerti. Qui suona abitualmente l’orchestra sinfonica della Vojvodina, dove suona anche Roni e che è diretta dal primo violino del suo quartetto di archi. Suona qui anche perché a Novi Sad non c’è una vera e propria sala concerti. La comunità ebraica, oggi, è ridotta a circa 200 persone, poco più. E non c’è un rabbino, che in tutta la Serbia si può trovare solo a Belgrado.

Roni ci spiega che anche all’interno della diaspora ebraica il Danubio segnava un confine: a nord c’erano gli ebrei ashkenaziti, a sud i sefarditi, quelli espulsi dalla Spagna dai re cattolici alla fine del ‘400.

Il quartetto di Roni si chiama Panonija, in italiano sarebbe Pannonia, l’antico nome della pianura paludosa che comprende pezzi di Serbia, Ungheria, Croazia e Austria. Si esibiscono, solo per noi, in un concerto breve ma intenso a base di klezmer soprattutto (visto che siamo in una sinagoga non poteva essere altrimenti), ma anche di altre musiche popolari. Certo, essendo solo archi risulta meno ritmato e scatenato del klezmer a cui siamo abituati, ma è molto godibile e i musicisti sono davvero bravi. Ecco un assaggio:

I componenti del quartetto sono: Roman Bugar – violino, Marin Bugar – violino, Aleksandar Salac Stankov – viola, Roni Beraha – violoncello e arrangiamenti.

Il pranzo di oggi è speciale. Lo saranno anche tutti gli altri, ma questo è il primo ed è un pranzo… del cavolo. Lo so, la battuta è scontata, ma perdonatemi: come si fa a resistere? Ovviamente, del cavolo nel senso buono… nel senso che è tutto a base di cavolo. E non di un cavolo qualsiasi, un cavolo del cavolo, potremmo dire… no, ok, basta, promesso. Parliamo del cavolo cappuccio di Futog, protetto dall’omonimo convivium Slow Food. Il ristorante che ci ospita, fuori Novi Sad, si chiama Lovac ed offre un buffet davvero incredibile: sarma di Futog, ovvero involtini di carne e riso, quelli che di solito si fanno con le foglie di vite, ma con le foglie di cavolo. Una delizia. Pollo al curry con cavolo. Stinco di maiale con cavolo. Musaka a base di cavolo. Torte salate ripiene di cavolo. Salsicce con cavolo nel ripieno. Varie insalate, tutte rigorosamente a base di cavolo. E chissà quante altre cose mi dimentico.

Hanno perfino un record ufficialmente registrato nel Guinness dei primati: quello del più grande piatto a base di cavolo, del peso di oltre 900 kg!

E qui avvengono due miracoli: il primo, se vogliamo, è che riusciamo a fare una fila calma e ordinata. Ma quello che più conta è il secondo: la conversione di Nello. Fino a poco fa sosteneva di essere intollerante al cavolo, suscitando anche gli sguardi compassionevoli di diverse signore del gruppo. Aveva anche un suo menù cavolo-free. E ora, con tutte queste cose, ecco che anche lui… mangia!

In realtà, detto tra noi, non è mai stato intollerante. Ormai lo possiamo dire, se qualcuno aveva ancora il dubbio: era una spudorata menzogna. È che il cavolo proprio non gli piaceva, ma ora forse ha cambiato idea.

In occasione del pranzo conosciamo anche Mirjana, una dolce signora che si definisce “mista” per quanto riguarda le sue origini (sono le origini che ci piacciono di più) e che ci accompagnerà per tutto il viaggio. Lei rappresenta Slow food Serbia e Terra Madre Balcani, quindi il suo compito principale è di guidarci alla scoperta dei sapori della cucina serba. Ma si capisce fin da subito che può aiutarci anche a comprendere tante altre cose di questo paese e, cosa che naturalmente non guasta, parla un italiano spettacolare.

È lei, quindi, che ci illustra con dovizia di particolari tutti i piatti, che ci spiega le ricette, che ci fa capire anche qual è l’importanza dell’uso di certi ingredienti, e della loro preparazione, nella cultura dei Balcani. Tra l’altro, pare che questo cavolo cappuccio abbia anche delle grandi proprietà… terapeutiche, soprattutto se si utilizzano le foglie per fare impacchi drenanti.

Con la pancia piena ci accingiamo alla visita della cittadella di Petrovaradin, che domina la città dall’altra riva del Danubio. La prima fortezza, in questo luogo, sembra sia stata costruita dai Celti nel IV secolo a.C., e già in epoca romana il Danubio rappresentava un limes, un punto di incontro-scontro tra diverse civiltà. Ma la fortezza che vediamo ora fu costruita nel ‘700 dagli austriaci come difesa del mondo cristiano dalla minaccia dei turchi, che di tanto in tanto premevano da sud.

Una curiosità riguarda l’orologio della torre, le cui lancette sono invertite: la più grande segna le ore, la più piccola i minuti. Viene chiamato “l’orologio ubriaco”. Questo perché, per le navi che viaggiavano lentamente sul Danubio, da dove solo la lancetta grande era visibile, era più importante sapere l’ora, e non i minuti.

Dopo Petrovaradin, la prossima tappa è il monastero di Hopovo, il più importante dei tanti monasteri che punteggiano la zona che stiamo attraversando, la Fruška Gora, che significa Monte Fertile. Tra queste dolci colline, che si innalzano dalla pianura della Vojvodina, tra il XV e il XVIII secolo furono costruiti ben 35 monasteri, per proteggere la cultura e la religione serba dai turchi. Oggi ne sopravvivono 16. Sono posti in cui la vita scorre immutata da secoli e che svolgono un ruolo importante nella vita culturale della regione. Nei weekend molti fedeli ne varcano le porte in occasione della celebrazione di matrimoni e battesimi.

Nel monastero di Hopovo, che fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale per opera del cosiddetto Stato Ustaša (stato croato filonazista), i lavori di restauro degli affreschi della chiesa di San Nicola hanno rivelato precedenti opere dipinte sotto l’influenza dei maestri cretesi che lavorarono anche al monastero del monte Athos, in Grecia. Gli affreschi prevalentemente risalgono al 1600 e rappresentano santi, beati e altre figure importanti nella storia dell’ortodossia. C’è anche una bella iconostasi in legno.

Visitiamo anche Sremski Karlovci, famosa per la pace di Carlowitz (nome tedesco della cittadina) che nel 1699 mise fine alle guerre tra l’impero ottomano e la Lega Santa, che comprendeva tra gli altri l’impero asburgico e la Repubblica di Venezia. Qui, tra l’altro, venne usato per la prima volta un tavolo rotondo per i colloqui di pace, in modo che nessuno fosse, neanche visivamente, in una posizione preponderante. E quindi nasce da qui l’espressione “tavola rotonda”. Anche qui, ovviamente, l’impronta è totalmente austro-ungarica.

La cena è organizzata al Salaš 137, una sorta di agriturismo in salsa serba che prende il nome dalla strada su cui si trova, a pochi chilometri da Novi Sad. Il posto è gestito da Aleksandar, un quarantenne dalmata (quindi croato) che fuggì giovanissimo dalla guerra, a cui non intendeva partecipare, finì a vendere pellami in Italia (da cui il perfetto italiano che tuttora parla) e tornò dopo qualche anno. Per scoprire poi che il posto giusto per vivere, per lui croato, era questa regione della Serbia caratterizzata da questo gran miscuglio di nazionalità e fondamentalmente tollerante. Qui i bassi casali sono circondati da 11 ettari di noci, uno di meli cotogni e uno di peri, i cui frutti vanno ovviamente ad aromatizzare la rakija, la grappa locale. C’è il maneggio, con scuola di equitazione. In estate il Salaš dà lavoro a 150 stagionali, tra cuochi, personale ai tavoli e in reception, musicisti.

Prima di cena, è d’obbligo un bicchierino di rakija. Anche chi ancora non se ne era reso bene conto, comincia a capire che qui la grappa si beve prima di mangiare, e non dopo (o meglio, anche dopo). Così vuole la tradizione: serve ad “aprire” lo stomaco e a foderarlo bene per renderlo capace di sopportare abbondanti e ricche libagioni. Io non faccio fatica ad adattarmi, perché ho già una certa familiarità con queste abitudini. Per altri all’inizio è un po’ più difficile trangugiare un superalcolico così a stomaco vuoto, ma col passare dei giorni ci si adatterà un po’ tutti, chi più chi meno… del resto, qui la rakija è veramente un fatto sociale. Si dice che se non c’è rakija non c’è conversazione.

A cena, scopriamo un’altra piccola curiosità: la moglie di Einstein, Mileva Marić, era originaria di Novi Sad. Secondo molti lei, che era una scienziata ed era probabilmente più brava di lui nella matematica pura, contribuì non poco alla formulazione delle teorie di Einstein, ma lui la tradiva; divorziarono e lui, anche a causa della guerra, non fu sempre costante nel passarle dagli USA gli alimenti per il mantenimento dei figli, cosicché lei ebbe una vita difficile.

La cena, a base di maiale, è naturalmente vivacizzata da un gruppetto di musicisti, di cui almeno uno o due rom. Inizialmente sembrano più intenti ad “omaggiarci” suonando “’O sole mio” e… la colonna sonora del Padrino, ma poi Claudio ed io decidiamo di sollecitarli a fare un po’ di musica rom. Chiediamo Gelem Gelem, che è una sorta di inno non ufficiale della “nazione” rom, e da lì partono con una serie di pezzi tradizionali, tipo questo, Bubamara (coccinella), che è famoso per “Gatto nero gatto bianco” di Kusturica.

Insomma, inutile dirlo, la serata passa in allegria.

 

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13/8/2016 – Giorno 3: Nel quale, navigando, incontriamo il suonatore di kaval e il ragazzo che disegna le barche

Oggi è il giorno in cui, finalmente, saliamo sul battello e iniziamo la navigazione. Il nome del battello è “Kovin”. Kovin è una città della Vojvodina a 80 km da Belgrado, famosa per la presenza di un grande ospedale psichiatrico, tanto che ormai nel linguaggio comune, in Serbia, dire “Sei di Kovin” equivale a dire “Sei matto”. Forse anche per questo Kusturica l’ha scelto, chissà. Sarebbe molto nel personaggio. È un po’ come, per noi (mi scusino i non milanesi), dire “Devi andare al Paolo Pini”. E infatti, noi dove abbiamo fatto la grande festa per i 40 anni della radio? All’ex OP Paolo Pini! Vedete che tutto torna…

È un battello storico, del 1922, che appartiene tuttora alla marina fluviale jugoslava (JRB). La marina fluviale è rimasta una delle pochissime istituzioni di questo paese che ancora portano il nome “Jugoslavia”. Ma anche questo ci piace, in fondo la Jugoslavia era anche un sogno di convivenza tra diverse etnie, culture e religioni che purtroppo è finito nel sangue ma che prima è durato 70 anni, non bisogna dimenticarlo. E non è vero che sia stato sempre il pugno di ferro di Tito a tenere tutto insieme. In posti come la Bosnia la convivenza durava pacificamente da secoli.

Per me, però, è un’emozione soltanto metterci piede soprattutto per il film. Kusturica è tra i miei registi preferiti in assoluto e Underground, che è il suo capolavoro, è uno dei miei film di culto. Penso di averlo visto qualcosa come 7-8 volte. Ovviamente, me lo sono rivisto pochi giorni fa. Ricordo perfettamente la scena: Marko e il Nero, i due partigiani serbi protagonisti del film, hanno appena rapito con un’azione rocambolesca l’attrice Natalija dal teatro dove recitava per gli occupanti tedeschi. In una nebbiosa notte belgradese, il Nero vuole sposare Natalija, che è stata la sua amante, ma lei è recalcitrante e quindi è costretto a legarla. Il matrimonio è organizzato proprio sul barcone ancorato sul Danubio, ma il prete non arriva e Marko ne approfitta per circuire Natalija. Scenata balcanica di gelosia del Nero, poi riprende la festa, interrotta però dall’arrivo dei nazisti, richiamati dalla musica che si sente fino a Belgrado e guidati dal comandante Franz, che il Nero era convinto di aver ucciso nel teatro… ma che purtroppo portava un giubbotto antiproiettile. Nella confusione Natalija riesce a scappare e a buttarsi nelle braccia di Franz, il Nero tenta disperatamente di inseguirla e l’”amico” Marko leva l’ancora e lo lascia in balia del nemico…

Scherzando con alcuni compagni di viaggio dico che dovremmo riprodurre una parte di quella scena, quella in cui si vede sulla tavola imbandita un pesce ancora vivo che si agita sul vassoio di portata, al che il Nero e Marko estraggono le pistole e gli sparano. Fantastico.

Il battello è molto affascinante ma non è grandissimo. Dobbiamo distribuirci, un gruppo a prua e un gruppo a poppa, sempre comunque intorno a una tavola che ben presto verrà imbandita per offrirci caffè turco e… l’immancabile prima rakija della giornata.

Anche il caffè, sia nella versione turca che in quella più simile al nostro espresso, fa molto parte della cultura dei Balcani. La parola caffè si traduce kava in croato e kafa in serbo: per questo nella ex Jugoslavia circola una battuta molto amara secondo cui si sono fatti anni di guerra per stabilire come si dice caffè. In realtà le lingue della ex Jugoslavia, tolto forse il macedone, si differenziano solo per l’accento e per pochissimi particolari, tra cui questo. Prima della disgregazione si parlava di serbocroato, e sarebbe forse più corretto parlarne anche ora.

Il Kovin, ovviamente, batte bandiera serba. I colori della bandiera serba sono quelli tipici del panslavismo, il rosso, il blu e il bianco, soltanto invertiti rispetto, ad esempio, alla bandiera russa. Lo stemma al centro rappresenta l’aquila a due teste, simbolo della dinastia degli Obrenović, con uno scudo crociato che contiene quattro lettere. Esiste una vecchia interpretazione secondo cui sono quattro B, scritte con grafia bizantina, che compongono un motto monarchico. Ma nell’interpretazione moderna sono quattro S cirilliche, che sono fatte come la nostra C e che vanno a comporre il motto “Samo Sloga Srbina Spasava”, cioè “Solo l’unità salva i serbi”. Questo motto è molto rappresentativo di quella che è la cultura dei serbi nazionalisti (per fortuna non di tutti i serbi), che sono perennemente in preda a una sindrome di minaccia e di accerchiamento, prima da parte degli odiati turchi e, in tempi più recenti, da parte degli altri popoli ex jugoslavi, dell’Europa, della NATO e chi più ne ha più ne metta. Il simbolo della croce con quattro S ritorna, infatti, in molti graffiti nazionalisti.

Il sole continua a splendere, il che dovendo affrontare una lunga giornata sul fiume non è male. Ci aspettano più o meno 8 ore di navigazione, viaggiando alla media di circa 10-11 km/h. Eh sì, andiamo piano… il viaggio non è solo slow food, ma è slow in molti sensi. Slow che, curiosamente, in serbo si dice “polako”.

Qualcuno è un po’ preoccupato per tutto questo tempo da passare, ma le preoccupazioni si dissipano subito. In coperta c’è una ricca biblioteca balcanica che Eugenio ha messo a nostra disposizione, con libri di Magris, di Rumiz, di grandi autori locali compresi quelli che incontreremo nei prossimi giorni: Dušan Veličković e il fumettista Aleksandar Zograf.

Le pareti rivestite di legno sono decorate con i disegni di Milan Simić, un giovane artista belgradese che è specializzato su un tema che in questo viaggio non può che esserci vicino: le barche. Anche porti, banchine, fari, cantieri navali, ma soprattutto barche, che siano lenti e mastodontici cargo o agili barchette a vela. Il suo mondo sono i fiumi, naturalmente il Danubio e la Sava della sua Belgrado, e il mare del golfo del Quarnero dove trascorre le estati. Lo stile è minimalista, spesso con paesaggi appena tratteggiati e con l’uso del bianco e nero, al massimo con qualche pennellata di colore qua e là. Milan è qui con noi, e i suoi disegni vanno subito a ruba.

Ben presto la navigazione comincia ad essere anche allietata dalla musica. A suonare e cantare per noi c’è il trio di Aleksandar Vasov, dal sudest della Serbia, nella zona al confine con la Bulgaria e la Macedonia.

Nato a Belgrado, Aleksandar ha deciso di ritornare in quella che era la sua terra di origine. Ha studiato veterinaria all’Università di Belgrado, ma contemporaneamente già allora faceva il musicista andando alla riscoperta di pezzi di musica tradizionale nelle taverne belgradesi. Decise di tornare definitivamente a casa il giorno dell’assassinio del premier Djindjić, nel 2003. Soffre i confini, soprattutto quelli per lui artificiosi che separano la Serbia dalla Bulgaria, dove vive metà della sua famiglia e che è già “Europa”, mentre la Serbia non lo è. Sente di appartenere al popolo degli Šopi, diviso tra tre nazioni ma unito da una cultura antica e da una musica altrettanto antica. Oggi questo popolo è famoso solo per la Šopska salata, un’insalata di pomodori, cetrioli, cipolla e formaggio simile alla Feta che è nota come una delle principali specialità serbe. Nella sua fattoria Aleksandar alleva pecore e capre, dal cui latte produce formaggio bianco in salamoia secondo un’antica ricetta, ma ha anche 13 cani da pastore, di razze autoctone come gli ovini, ed è giudice cinofilo. La sua aspirazione è preservare tutto quello che è specifico della sua terra e che lentamente rischia di sparire: gli animali, i prodotti della terra, la cultura e la musica. Il suo strumento principale è il kaval, un antico e semplicissimo tipo di flauto pastorale originario dell’Asia minore, che ha imparato a suonare da autodidatta. Ma suona anche la cornamusa e la tamburica, un piccolo liuto dal collo lungo simile a un mandolino. Alla domanda di Claudio: “Qual è lo strumento preferito dai tuoi cani?” risponde “Ti dirò che a loro piace mordicchiarli un po’ tutti”. Bè, che dire? Geniale la domanda, ma ancora più geniale la risposta.

Durante il concerto, che si svolge in varie fasi, a poppa e a prua, prima e dopo il pranzo, il trio si esibisce anche, in nostro onore, in classiconi italiani come “Che sarà” o “Parlami d’amore Mariù”. Questo grazie, soprattutto, all’apporto di un vero piacione professionista, che suona la fisarmonica, canta e contemporaneamente riesce a lanciare languidi sguardi alla Marlon Brando alle signore e a chattare sul telefonino. Un idolo.

Ma soprattutto a noi sono piaciute le canzoni tradizionali, tra cui una interpretata da Aleksandar con particolare dolore e dedicata alla nonna che se n’è andata proprio oggi. Ve ne proporrei un paio. La seconda è una versione di “Ederlezi”, la canzone rom dedicata alla festa di San Giorgio, cantata non in lingua romanì ma in serbocroato: Ederlezi diventa Djurdjevdan je.

A proposito di idoli delle donne, però, vince a man bassa il nostro capitano Pera (diminutivo di Predrag), che, soprattutto con gli occhiali da sole, somiglia incredibilmente a Toni Servillo. Ovviamente, quando Mirjana glielo traduce, lui gigioneggia ancor di più.

Il pranzo, a bordo, prevede un’incredibile infilata di specialità serbe.

Due tipi di salumi, Kulen e prosciutto del Banato.

Patè di ciccioli (!!) di mangulica, una razza locale di maiali.

Ajvar, la classica crema di peperoni, con la quale si può accompagnare un po’ tutto.

Formaggio di pecora e capra di Stara Planina.

Pita con bietola, formaggio e zucchine.

E… attenzione: Gradištanac. Fagioli al forno cucinati niente meno che dal capitano in persona!

Per finire strudel di papaveri con vino da dessert e distillati (a volte Mirjana la rakija la chiama così, forse per darle una patina di maggiore raffinatezza) di albicocca e mela.

A bordo abbiamo anche un ornitologo, che ci illustra quali specie di uccelli potremmo vedere. Si parla di cicogne e di aironi, compreso l’airone cinerino. C’è chi dice, effettivamente, di aver visto degli aironi. Io, sinceramente, vedo solo dei “volgari” gabbiani. Ma non faccio testo in realtà, non sono certo noto per il mio occhio di falco.

Dopo tanti chilometri di rive boscose, di barchette di pescatori e di chiatte che trasportano sabbia, cominciamo a scorgere all’orizzonte la sagoma di Belgrado. Si riconosce prima l’antenna della televisione, poi, man mano che ci avviciniamo, il campanile della cattedrale ortodossa e, dietro, la cupola più alta di San Sava.

Arriviamo a Belgrado a metà pomeriggio e ci sistemiamo all’hotel Prag, non lontano dall’hotel Moskva, sulla Knez Mihajlova, che è uno dei punti di riferimento della topografia belgradese.

Mentre arriviamo incrociamo una manifestazione tra il nazionalistico e il religioso che chiede al governo serbo di finanziare il restauro di un monastero in Kosovo. A riprova, se ce ne fosse bisogno, di quanto sia importante il Kosovo per i serbi, che in quella terra vedono, proprio per la presenza di tutti questi monasteri e per altri motivi storici, le radici stesse della loro identità come popolo.

Giusto per ambientarci, ci facciamo un giro in centro e una birretta. Passiamo dal palazzo del Parlamento, dalla bellissima chiesa di San Marco, con cinque cupole e un campanile, e dalla chiesa russa che si trova proprio lì dietro, costruita da russi in fuga dalla rivoluzione di ottobre.

Davanti al Parlamento ci sono degli striscioni che ricordano le 2500 vittime serbe della guerra del 1999, responsabilità della NATO. Ancora una volta, la dimostrazione che il paese fatica a lasciarsi alle spalle quegli anni e che c’è sempre una rabbia mai sopita che porta alla rivendicazione di torti subiti, a volte veri a volte presunti, con questo insistere sulla contabilità dei morti. Sentimenti che, dietro una facciata più “moderata”, il governo continua a cavalcare.

Eugenio, che ha vissuto a Sarajevo, ci dice che in Bosnia è lo stesso, e io che ci sono stato lo so bene. Lì, anzi, è ancora peggio, perché il paese è ancora diviso e vittima di una burocrazia elefantiaca e corrotta, sia nella federazione croato-musulmana che nella Repubblica Srpska, le due entità lasciate in eredità dagli accordi di Dayton.

Sia in Serbia che in Bosnia, poi, la situazione è aggravata dalla crisi economica, che ha colpito pesantemente sia qui che lì e che è difficile da superare finché la situazione politica è bloccata.

Eugenio ci dice due parole sulle guerre degli anni ’90, ma preferisce non soffermarsi molto sull’argomento. A maggior ragione non è il caso di farlo qui, in questo che vuole essere solo un diario di viaggio; non ne sarei nemmeno, ovviamente, in grado. Posso solo rimandare, come del resto fa anche Eugenio, alla lettura di un libro che per me è fondamentale: “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz. Che spiega come sia stato tutto un grande inganno, chi e come ci ha guadagnato e soprattutto che quelle guerre non sono state, come vorrebbero i luoghi comuni, volute dai popoli balcanici e che non erano affatto “inevitabili”. E lo spiega, questo è il pregio non da poco di quel libro, unendo il rigore sul piano giornalistico allo stile di Rumiz.

Per la birra scegliamo un locale che si trova su una terrazza, sul tetto del palazzo che era del sindacato jugoslavo, da cui si domina tutto il centro della città.

La cena, invece, è organizzata in una kafana storica della città, forse la più antica, di fronte alla cattedrale ortodossa. La kafana, letteralmente, è un caffè, ma qui spesso è più una taverna, comunque un posto dove si mangia anche, in genere le specialità locali, nulla di particolarmente raffinato. Il locale si chiama “?”. Sì, avete letto bene, si chiama proprio così, punto interrogativo. La storia è che il locale, nato nel 1823, dopo alcuni anni, data la posizione, doveva prendere il nome di “Caffè della Cattedrale”, ma le autorità religiose dell’epoca si opposero ritenendolo blasfemo. Allora il proprietario, in polemica con questa decisione, disse che non sapeva più come chiamarlo e perciò l’avrebbe chiamato semplicemente “?”.

Il menù prevede antipasto e grigliata tradizionale serba. Ma, quello che più conta, a mangiare con noi c’è Dragan Petrović, storico corrispondente di Radio Popolare da Belgrado. Abbiamo così la possibilità di ascoltare dal vivo la sua voce, le sue storie e di saperne anche un po’ di più di lui. Scopriamo che era una sorta di predestinato, su cui lo Stato aveva investito facendolo “studiare” a Washington e nelle grandi capitali europee dell’Est e dell’Ovest. Doveva diventare uno dei giornalisti di punta della Jugoslavia. E poi, da un giorno all’altro, per aver espresso un’opinione critica su Milošević, viene licenziato. A quel punto lo chiama l’ANSA e diventa corrispondente per l’agenzia italiana. Nel 1999, quando iniziano i bombardamenti NATO, il console italiano gli offre la possibilità di partire da Belgrado, ma lui e la sua famiglia decidono di restare. È in quei giorni che scrive una famosa lettera interpretando il pensiero della sua cagnetta, come se lei scrivesse a Buddy, il labrador di Clinton. Una lettera da cane a cane, praticamente, per raccontare come si vive sotto le bombe.

Eccola qui, è un piccolo gioiello:

UNA ‘VITA DA CANI’ A BELGRADO

BELGRADO, 7 MAGGIO 1999

“Caro Buddy, sono una vecchia belgradese, ho 7 anni, mi chiamo Donna Petrovic e sono un cocker spaniel; so che tu sei un bellissimo labrador che vive alla Casa bianca a Washington. Anche io sono bella e sono convinta che, come me, avverti a casa tua che da 44 giorni sta succedendo qualcosa di strano. Ora ti spiego come si vede tutto questo qui, a casa mia.

All’inizio pensavo che si stesse preparando una grande festa: tanto cibo, tante cose da bere… ma ora nessuno mangia… fumano tutti come matti (cioè, come al solito)… nessuno cucina, mangiano tutti in fretta, sandwich, sandwich e ancora sandwich… non ci capisco niente. Puoi immaginare la mia paura quando ho sentito per la prima volta le sirene, non sapevo dove fuggire. Grazie a Dio i miei padroni non scendono nei rifugi, perché ci sono tanti belgradesi che lasciano i loro cani a spasso e altra gente che non permette l’ingresso dei cani nei rifugi. Puoi immaginare una signora da casa come me con tutti questi mascalzoni da strada!

Ma poi, una bella sera (anzi una bruttissima sera), è caduta la prima bomba. Tutta la casa tremava e sono molto grata al mio padrone che, dopo aver abbracciato la figlia, ha preso anche me nelle sue mani. ‘Lui non ha paura’, mi son detta, dunque non devo averne neanche io. Per 24 ore con le candele, ma non c’era nessuna torta e non era il compleanno di nessuno. Ma questa strana situazione presenta anche alcuni piccoli vantaggi: per esempio manca l’acqua e dunque il pericolo di farmi un bagno è sospeso, almeno per il momento. Le passeggiate sono sempre più corte e devo fare in fretta ciò che devo fare.

Caro Buddy, la mia vita è cambiata tanto, non voglio dirti che soffro ma parla un po’ con il tuo padrone e cerca di spiegargli i problemi anche dal nostro punto di vista. Da bravo cane, fedele al tuo padrone Bill, tu mi chiederai perché io non abbia scritto questa lettera al presidente jugoslavo ma vedi, caro Buddy, ci avevo pensato, ma c’è un piccolo problema. Miloševic non ama neanche i cani.”

Un’altra serata di forti emozioni, insomma.

Serata che continua al Centro Culturale Grad di Savamala, un quartiere dove ci sono parecchi locali alternativi e punti di incontro della scena indie belgradese. Eugenio docet, in questo senso. Suonano musica brasiliana, stasera.

C’è anche Milan, sì, proprio lui, il ragazzo che disegna le barche. E un piccolo particolare mi permette di conoscerlo un po’ meglio e di scoprirne un lato nazionalista altrimenti abbastanza insospettabile. Si dà il caso che io stasera indossi la maglia della Stella Rossa, una delle squadre di calcio di Belgrado. O meglio, non è un caso. L’avevo comprata proprio qui a Belgrado 6 anni fa e mi sembrava l’occasione giusta per rispolverarla. Claudio, che invece indossa una maglia rossa dell’Inter (forse la terza maglia, non so) mi dà del ruffiano, ma non è proprio così: io ho sempre simpatizzato per la Stella Rossa, un po’ per il nome e un po’ per i giocatori talentuosi che ci giocavano quando la Jugoslavia era ancora unita. Uno su tutti: Dejan Savičević, che poi venne al Milan (io sono milanista, anche se non praticante da molti anni) e che è stato il mio più grande idolo calcistico, senza alcun dubbio. Ricordo di averlo difeso strenuamente infinite volte, allo stadio (in quel periodo ci andavo), contro chi gli urlava “zingaro di merda”, “torna a casa tua a combattere” (erano gli anni della guerra in Bosnia) e altre piacevolezze del genere.

Bè, succede che Milan mi si avvicina e mi dice, in inglese ovviamente, che anche lui è tifoso della Stella Rossa. O meglio, sarebbe dell’OFK, la terza squadra di Belgrado, quella più povera e sfigata, quella per cui tifa anche Eugenio. Ma qui comunque bisogna scegliere, bisogna prendere una posizione: o sei della Stella Rossa o sei del Partizan. E lui è della Stella Rossa.

Sorrido e gli spiego il perché di quella maglia, gli dico cioè della mia ammirazione per Dejan Savičević. Ma, gli dico, forse tu non te lo ricordi perché sei troppo giovane… e lui, per tutta risposta: me lo ricordo sì, ma non mi piaceva. “He was a lazy bastard”, mi fa. Cerco di difendere Dejan dicendo che sì, aveva le sue pause (eufemismo), ma poi aveva quei 5-10 minuti in cui poteva fare qualsiasi cosa e risolvere la partita, per questo noi che lo amavamo lo chiamavamo “il genio”. Gli dico che in fondo mi piaceva perché era assolutamente imprevedibile, ogni volta che prendeva palla era una botta di adrenalina: poteva dribblare tutta la difesa e metterla all’angolino o farsi rubare la palla come un bambino dell’asilo. Ma era questo il bello. Io non amo i giocatori troppo perfetti e dal rendimento costante, mi annoiano.

Lui, però, continua a non essere d’accordo e, anzi, motiva ulteriormente: “In nazionale non ha mai giocato bene. È un pigro bastardo come tutti i montenegrini”. Sì, è vero, questo dei montenegrini pigri e indolenti è un luogo comune diffuso in tutti i Balcani occidentali. Ma a me, come tutti i luoghi comuni, non va molto giù.

“Quindi non ti piacciono i montenegrini”, azzardo.

E lui mi risponde, articolando ancora meglio il suo pensiero: “Non mi piacciono i montenegrini che si dichiarano montenegrini, perché loro in fondo sono serbi. Non esiste un popolo montenegrino”. È vero, Savičević ha sempre detto di essere montenegrino e non ha mai sposato la causa serba. Mi viene in mente che invece diversi montenegrini, anche illustri, si sono scoperti serbi, anzi campioni del popolo serbo, con conseguenze tragiche. Due nomi: Slobodan Milošević e Radovan Karadžić. Ma non è il caso di dirlo a Milan. Anche perché, per rafforzare il suo discorso, mi fa l’esempio di Mihajlović: Lui sì che è un vero serbo, ed era un giocatore affidabile, su cui potevi sempre contare. In nazionale ci vogliono giocatori così, non giocatori discontinui, genio e sregolatezza. Mi verrebbe da dire che invece a me Mihajlović proprio non piace perché era amico di Arkan, il tristemente famoso criminale di guerra, quello delle “tigri di Arkan”. Ma, anche qui, il discorso rischierebbe di portarci lontano. Preferisco metterla sul piano più strettamente tecnico e gli dico che sì, era il miglior calciatore di punizioni che si sia visto in serie A, però a parte questo, come difensore, era piuttosto lento; con attaccanti veloci, andava in difficoltà e ricorreva al fallo sistematicamente.

Poi lui, probabilmente per dimostrarmi che non è razzista, dice che ha la moglie croata e mi cita due giocatori non serbi della Stella Rossa che gli piacevano: il croato Prosinečki e il macedone Pančev. Già, il mitico Darko Pančev! Lui, ovviamente, lo ricorda come Scarpa d’Oro, il premio per il miglior cannoniere europeo che aveva vinto alla Stella Rossa, ma poi venne in Italia, all’Inter, e lì fu un’altra storia. Non ho il coraggio di dirgli che da “Cobra” (il suo soprannome in Jugoslavia), da noi era diventato “il Ramarro” (copyright Gialappa’s), anche perché non so come diavolo si dice ramarro in inglese!

Insomma, forse aveva bevuto un po’ troppo, come poi mi ha detto Eugenio, e un po’ si vedeva, ma a volte questo tipo di sentimenti si nascondono anche nelle persone più insospettabili e basta un po’ di rakija per farli venire fuori.

 

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14/8/2016 – Giorno 4: Nel quale esploriamo la città bianca

Oggi è il giorno dedicato alla visita di Belgrado, Beograd, la città bianca. Si chiama così perché dove ora sorge la rocca di Kalemegdan quando arrivarono le tribù slave c’era una fortezza dalle bianche mura, che diede quindi il nome alla città.

A farci da guida indigena, insieme a Eugenio che un po’ indigeno lo è già, c’è Jasmina, un architetto belgradese. Si presenta visibilmente emozionata (non fa tutti i giorni la guida) e con una cartellina piena di mappe, riproduzioni di stampe d’epoca, testi letterari diligentemente fotocopiati e preparati. Ci mette passione, si vede, e questo è l’importante. Ma comunque poi, col passare della mattinata, un po’ anche l’emozione si scioglie.

Ci racconta innanzitutto di quante volte la città è stata distrutta, nell’eterna lotta tra turchi e austriaci, Oriente e Occidente, proprio perché il Danubio segnava un confine. È una delle città più antiche d’Europa (ci sono tracce di insediamenti neolitici e poi celtici), ma le tracce nell’architettura non si vedono più, ci dice con un certo rammarico, proprio perché è stata distrutta troppe volte. Ci parla di Le Corbusier (essendo un architetto, non poteva non citarlo), che definì Belgrado “La città più brutta del mondo, nel posto più bello del mondo”, per via della confusione urbanistica e architettonica che la contraddistingue, determinata dall’impossibilità di garantire alla città una crescita pianificata e dall’incompiutezza di molti dei progetti approvati nel tempo. Tanto per fare un esempio più attuale, il museo nazionale è chiuso dal 2003 e nessuno sa quando riaprirà. Non ci sono fondi e, come in tanti altri posti del mondo, Italia inclusa, la cultura non è certo in cima alle priorità. Il Ministero dell’Interno bombardato, invece, non viene ricostruito non per lasciarlo a monito, come dicono alcuni, ma perché sembra sia troppo pieno di uranio impoverito.

L’intento di Jasmina è di dimostrare che, in fondo, Le Corbusier aveva torto. Per dirne una, il grande scrittore premio Nobel Ivo Andrić visse qui negli anni ’40 e non se ne volle andare nemmeno mentre infuriava la guerra, per quanto lo consigliassero e lo supplicassero. Lui riusciva ad isolarsi dal mondo esterno al punto tale che, proprio in quel periodo, scrisse i suoi capolavori, tra cui Il ponte sulla Drina.

Scopriamo anche che a Belgrado vive il 21% della popolazione serba, circa 1.500.000 persone su un totale di 7.100.000.

Nel frattempo è arrivato Roni, in ritardo perché il pullman che doveva prendere per venire qui si è rotto. Possiamo partire in direzione di Kalemegdan, passando per la via pedonale Knez Mihajlova. Qui notiamo, proprio in bella mostra al centro della strada, una serie di grandi poster con disegni satirici, realizzati dalla rivista Blic per festeggiare il suo ventennale. Sembrerebbero prendere di mira il premier Vučić, raffigurato in tuta mimetica come salvatore di bambini indifesi o come Superman. In realtà sia Eugenio che Roni ci spiegano che questa satira è molto “addomesticata”; è stato lo stesso governo a volere questa mostra per dimostrare che in Serbia c’è libertà di satira e in generale di espressione, contrariamente a quello che sostengono diverse voci che ultimamente hanno denunciato un pesante controllo dei media. In effetti la posizione così in evidenza è molto sospetta, e il tutto puzza veramente tanto di foglia di fico. Non sembra qualcosa che possa veramente colpire il potere.

Prima di arrivare a Kalemegdan, passiamo per la zona dove sorgeva la Biblioteca Nazionale, di cui Jasmina e Roni ci raccontano la storia. Durante la II° Guerra Mondiale, all’inizio dei bombardamenti su Belgrado dell’aprile 1941, decisi da un furioso Hitler per rappresaglia contro la ribellione del popolo belgradese, ci si poteva aspettare che la biblioteca fosse colpita ed era stato preparato un piano per evacuare i libri e i manoscritti più preziosi, impacchettando tutto. Ma nella confusione di quei giorni arrivò un ordine dal Ministero, che diceva che non c’era tempo e che si poteva solo portare tutto nei sotterranei. Così il bombardamento distrusse la biblioteca e seppellì tutto. In anni più recenti gli scavi hanno portato alla luce solo pezzi di metallo delle scatole, ma non c’è traccia del contenuto. In compenso, alcuni libri e quadri sono stati ritrovati presso collezionisti privati e quindi si suppone che in qualche modo molto materiale sia stato rubato.

Davanti alla fortezza di Kalemegdan vediamo il monumento di Gratitudine alla Francia, eretto dal grande scultore Ivan Meštrović per esprimere il ringraziamento dei serbi all’alleato della Prima Guerra Mondiale, in particolare per gli aiuti dati ai soldati serbi sopravvissuti alla lunga marcia oltre i monti dell’Albania e arrivati a Durazzo.

Le prime fortificazioni della cittadella di Kalemegdan, che in turco significa “campo del castello”, risalgono ai celti, poi si estesero all’epoca dell’insediamento romano di Singidunum, il nome latino di Belgrado. Quello che si vede oggi, però, è in gran parte del XVIII secolo, quando fu ricostruita dagli austroungarici e di nuovo dai turchi.

Da qui si vede la confluenza della Sava nel Danubio. Oltre la Sava Novi Beograd, quartiere più recente e di spiccata impronta socialista. Jasmina ci racconta ancora meglio del rapporto simbiotico tra la città e i suoi fiumi, dell’assedio dei turchi e di come riuscirono a conquistare Belgrado soltanto dai fiumi, nel 1521.

In realtà parte ancora più da lontano, raccontando una battaglia che non si svolse qui ma che ha un’importanza tale nella storia dei Balcani, soprattutto nella storia serba, da essere tuttora citata come evento fondativo dell’identità serba: la battaglia di Kosovo Polje, nota anche come battaglia della Piana dei Merli. Battaglia che si svolse in Kosovo nel 1389, il che aggiunge un altro importantissimo elemento alla mitologia serba secondo cui le radici storiche della nazione sono nel Kosovo. Lì nella Piana dei Merli, il 28 giugno 1389, giorno di San Vito, i turchi sconfissero i serbi, uccidendo il Principe Lazar, tuttora venerato da alcuni come il più grande condottiero della nazione serba. Ma i serbi resistettero eroicamente e Miloš Obilic, con uno stratagemma, fingendo di arrendersi, uccise il Sultano. La battaglia si risolse quindi in un sostanziale pareggio e l’avanzata dei turchi fu solo rallentata; pochi anni dopo i turchi avevano conquistato la maggior parte della Serbia, per cui si fa risalire a questa data fatidica l’inizio della penetrazione dell’Islam nel mondo slavo.

Questa stessa data, il 28 giugno, ritorna poi più volte nella storia dei Balcani. Gavrilo Princip e gli altri attentatori di Sarajevo, che volevano liberare tutti i popoli jugoslavi, ma soprattutto i serbi, dal dominio austriaco, non scelsero a caso la data in cui colpire Franz Ferdinand e Sofia, ma lo fecero proprio il 28 giugno 1914. E da lì venne il pretesto per lo scoppio della Grande Guerra.

E ancora il 28 giugno, nel 1989, per celebrare il 600° anniversario della battaglia, Milošević pronunciò un celebre e drammatico discorso sull’origine e i valori del popolo serbo, non a caso proprio nel territorio kosovaro della Piana dei Merli davanti ad un milione di serbi giunti da tutta la Jugoslavia. Discorso che risvegliò l’orgoglio nazionale serbo, dando il via ad una serie di violenti scontri e, per alcuni, alle guerre balcaniche. Per un concorso di circostanze, poi, Milošević fu consegnato al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja proprio il 28 giugno 2001.

Parliamo anche di San Giovanni da Capestrano, che guidò vittoriosamente la difesa di Belgrado proprio durante l’assedio dei turchi del 1456, e di Karadjordje, il condottiero serbo che fu anche mercante di suini e che fu uno dei personaggi centrali nelle rivolte serbe del 1800.

Appena fuori dal complesso di Kalemegdan, c’è lo zoo di Belgrado. Credo che sia l’unico zoo che ho visitato nella mia vita. A me in genere non piacciono gli zoo, ma qui era troppa la fascinazione legata ad un’altra scena indimenticabile di Underground: quella delle bombe del 6 aprile 1941 che cadono sullo zoo di Belgrado, con gli animali che le “sentono” prima, poi fuggono impazziti dalle gabbie distrutte e girano liberi per la città. E il povero Ivan, custode dello zoo, che tenta disperatamente di consolare la sua scimmietta Soni, rimasta orfana. Tra l’altro, ricordo che quando ero venuto qui nel 2010 avevo notato un monumento a una scimmia di nome Sami e, lì per lì, non ricordando esattamente il nome della scimmietta di Ivan, avevo pensato che fosse proprio quella del film. Poi avevo scoperto che era invece una scimmia vera, che aveva vissuto qui negli anni ’70-’80, era diventata famosa per aver tentato più volte di scappare ed era diventata l’idolo dei bambini.

Lasciamo Kalemegdan per addentrarci nel quartiere storico di Dorćol, che tra l’altro dà il nome anche al convivium Slow Food di cui Mirjana è tra i soci fondatori. Qui, in questo quartiere che conserva tracce di epoca ottomana, si trova la moschea di Bajrakli, ultima sopravvissuta di un panorama cittadino che ne contava decine, progressivamente distrutte dopo la cacciata dei turchi. Questa moschea oggi è frequentata più che altro da migranti arrivati in tempi recenti. Anche la Serbia, recentemente, ha chiuso i confini ai rifugiati allineandosi a quello che avevano già fatto quasi tutti i paesi dell’area, cosicché, come ben sappiamo, la rotta balcanica è di fatto bloccata. Ma l’anno scorso di qui sono passati più di 100.000 profughi (si calcola circa 800.000, in totale, sulla rotta balcanica). Su questo, Roni ha un suo progetto musicale che mi piace molto, come idea, ma preferisco non parlarne troppo, per scaramanzia. Spero solo che possa realizzarlo.

Sulla situazione dei migranti a Belgrado ho trovato questo interessante articolo sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso:

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Belgrado-l-imbuto-umanitario-della-rotta-balcanica

Il quartiere è anche punteggiato di murales, che sembrano spesso onorare personaggi famosi tifosi del Partizan. In uno riconosco, in particolare, Bora Todorović, un celebre attore serbo che ha interpretato anche due film di Kusturica: era l’Ahmed del tempo dei gitani e il “Piccione” di Underground, quello che ogni volta che si mette male urla: “Catastrofe!”.

Arriviamo così al quartiere più bohemièn e più “zingaro” di Belgrado: Skadarlija. Lungo questa via ci sono numerose kafane storiche, dove ogni sera si mangia e si beve accompagnati da piccoli gruppetti di musicisti rom. Molti muri sono decorati con trompe-l’oeil e il quartiere, per quanto sia ormai molto turistico, mantiene un vago ricordo dell’atmosfera che aveva quando era una sorta di piccola Montmartre belgradese, frequentata da artisti e intellettuali. Qui ci separiamo per il pranzo, ma prima Jasmina mi chiede di leggere un breve testo di un autore belgradese che in qualche modo “celebra” la chiusura di una kafana storica, spiegando che in fondo le kafane sono come le persone: nascono, vivono e muoiono. Ma non bisogna piangere, perché ci sarà sempre un’altra kafana dove andare a bere la sera e illanguidirsi al suono di un violino.

“È con amara soddisfazione che invitiamo voi, per i quali ‘Lipa’ rimaneva sempre aperta, anche oltre l’orario di chiusura, ad aiutarci, nei limiti delle vostre possibilità, a chiuderne insieme i battenti, martedì 15 ottobre alle ore 13 in quest’autunno del 1968. Che vengano solo i fratelli dal cuore duro – quelli dal cuore tenero che restino a piangere dall’altra parte della strada. Le kafane sono come le persone: nascono, bevono e muoiono. E allora cantiamo con gioia e amore: Gloria eterna alla nostra cara, nobile, generosa e mai dimenticata ‘Lipa’, che ci lascia sobri e luttuosi a vagare per il mondo”.

Io, con un piccolo gruppetto, vado a pranzare da Tri Šešira, Tre Cappelli, una delle kafane più note. L’idea iniziale sarebbe, una volta tanto, di non abbuffarsi troppo, ma ci facciamo tentare da un piatto di antipasti da aggiungere alla Šopska salata e così i buoni propositi anche stavolta vanno in fumo.

Per il pomeriggio ci sono due proposte. Io scelgo quella di Eugenio per i “Ggiovani” con due G, pur essendo ormai diversamente giovane. Si tratta di esplorare il quartiere di Savamala, che abbiamo visto solo di sfuggita ieri sera e che è un po’ il quartiere più alternativo di Belgrado, dove diversi spazi dismessi sono stati occupati in maniera più o meno legale e trasformati in centri sociali o comunque in punti di aggregazione per quelli, soprattutto giovani, che non si riconoscono nell’attuale turbocapitalismo serbo.

Non lontano da qui, a Zemun, c’era un campo di concentramento. Un monumento, infatti, ricorda le circa 6500 persone, ebrei ma anche rom, uccise dal marzo al maggio del ‘42 usando una camera a gas mobile montata su un camion, che sfruttava il monossido di carbonio del gas di scarico. Il camion trasportava le persone dalla riva sinistra della Sava a Jajinci, scaricandole già cadaveri.

Il quartiere, che si trova sulla riva destra della Sava, è ora interessato da un gigantesco progetto di trasformazione urbanistica, patrocinato dal governo serbo e finanziato dallo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mohammed El Abbar, che ne vorrebbe fare una sorta di piccola Dubai. Il progetto si chiama “Belgrade Waterfront” e prevede la costruzione di edifici ad uso abitativo, uffici, il centro commerciale più grande dei Balcani, scuole, teatri, cliniche mediche, parchi e giardini, hotel di lusso e una marina per gli yacht, il tutto sormontato da una spettacolare torre di 180 m, la Belgrade Tower. Per portarlo a termine ci vorranno dai 5 ai 7 anni, e un investimento globale di poco inferiore ai 3 miliardi di euro.

Questo progetto non piace a molte persone, non solo ai giovani dei centri sociali che verrebbero ovviamente sfrattati, ma anche a chi pensa che il tutto sia stato gestito con pochissima trasparenza, senza informare correttamente l’opinione pubblica e escludendo irregolarmente altri potenziali investitori dalla gara d’appalto.

L’episodio più grave si è verificato a metà aprile, quando una notte una decina di uomini incappucciati sono arrivati a presidiare un’area dove dovevano essere demoliti degli edifici, per permettere ai bulldozer di fare il loro lavoro. Negli edifici, negli ultimi anni, si erano installati locali e atelier di artisti. Chi ha provato a chiedere spiegazioni è stato malmenato senza troppi complimenti. I residenti del quartiere hanno chiamato la polizia che però, ovviamente, quella notte non è mai arrivata. E a tutt’oggi nessuno sa chi fossero quegli uomini.

Per saperne di più del progetto, consiglio la lettura di un bell’articolo di Federico Sicurella su Osservatorio Balcani e Caucaso:

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Belgrado-sull-acqua-147583

È nato quindi un movimento di opposizione, che si chiama “Non soffochiamo Belgrado” e che è riuscito già, con diverse iniziative, a portare in piazza fino a 25.000 persone, che nella Belgrado di oggi non è poco.

In serbo, il nome di questo movimento è Ne da(vi)mo Beograd, in cui si gioca sul doppio significato “non consegniamo / non soffochiamo Belgrado”. Un’altra possibile traduzione, meno letterale ma più pregnante, è “non (affon)diamo Belgrado”, che in qualche modo rende il gioco di parole anche in italiano.

Potete trovare tutti i dettagli in quest’altro articolo firmato proprio dal nostro Eugenio:

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Movimenti-urbani-a-Belgrado-157227

 

Noi entriamo, per così dire, nella tana del lupo, ovvero il palazzo che ospita il quartier generale del progetto, dove dei grandi plastici mostrano con estrema dovizia di particolari cosa dovrebbe essere. Eugenio dice che, stando a quello che per ora si può capire, non sembra che ci siano realmente tutti quei soldi e quindi solo una parte del progetto potrà essere davvero realizzata. Di sicuro l’impressione che fa il plastico è di qualcosa di veramente faraonico. Tra l’altro, curiosamente le belle hostess che fanno la guardia al plastico ci dicono che si può fotografare, sì, ma solo col telefonino, non con la fotocamera. Ci sfugge la logica, ma ci adeguiamo.

Ad accompagnarci nel giro c’è anche Dragana, un’amica di Eugenio che ha un blog sulla street art ed è lei stessa una street artist, anche se ci dice di essere agli inizi e che quello bravo è il suo fidanzato. Fidanzato che, a giudicare dagli sguardi dei maschietti, qualcuno invidia, e come dargli torto…

Lei ci spiega, quindi, i vari graffiti che si possono vedere nel quartiere. C’è quello della “Santa di Belgrado”; c’è quello che rappresenta una balena come metafora dell’artista, che si trova in mezzo agli altri ma è diverso da loro, come la balena è un mammifero ed è diversa dai pesci (opera di due italiani, Paolo Togni e Christian Rebecchi); e c’è l’immancabile Blu, che qui ha raffigurato una città-bocca che si mangia un albero.

Un giro in un negozietto di ceramiche artigianali conclude il pomeriggio. Hanno aperto apposta per noi, oggi è domenica. Tra le tante cose, ci sono dei magnetini carini a forma di ghiacciolo, o di gelato con lo stecco. Così, per metterli in mostra, alcuni sono attaccati allo sportello metallico del quadro elettrico, vicino agli interruttori. Bè, c’è chi fa un po’ di confusione e chiede quanto costa quella bella calamita a forma di interruttore… potrebbe nascere un’idea originale per la prossima collezione! Ma soprattutto, una domanda si impone: non staremo bevendo troppa rakija?

Un piccolo gruppetto va anche a visitare il mausoleo di Tito, ma io l’ho già visto 6 anni fa e questa volta passo.

Per la cena, stasera, il locale prescelto è il ristorante Freska. Si parte piano con un brodino con gnocco di semolino, poi arriva subito una nuova (almeno per me) e stuzzicante versione della musaka, fatta con peperoni e zucchine. Ma il piatto forte è la temibile Karadjordjeva, un involtino che è in pratica una bistecca arrotolata, con un ripieno di kajmak, la cagliata di latte salata tipica dei Balcani. Può essere di vitello o, come nel nostro caso, di pollo. Generalmente è di proporzioni gigantesche, ma ci dicono che per noi, che siamo evidentemente ritenuti un po’ fighetti (o forse è solo che sono già tre giorni che mangiamo a tutte le ore come lupi affamati), ne hanno preparato una versione ridotta. In effetti è un po’ più piccola di altre che ho visto, ma richiede comunque un discreto impegno. Noi, comunque, non ci tiriamo indietro davanti a nulla.

E a cena ecco un’altra piacevole sorpresa: si materializza Sanja Lučić, senz’ombra di dubbio la più bella voce femminile di Radio Popolare, che fa sognare e allevia i risvegli di moltissimi ascoltatori (soprattutto uomini, lo so, lo so, non me ne vogliano le ascoltatrici… la carne è debole). Lei è belgradese, ma vive a Milano da parecchi anni. In questi giorni è in Serbia anche per un matrimonio. Sembrava che non potesse venire, proprio perché aveva questo impegno (si sa quanto possono durare i matrimoni balcanici…), invece è qui e farà con noi la navigazione by night prevista per il dopo cena. Quando viene al nostro tavolo a salutarci le dico che grazie a lei i miei lunedì mattina sono meno lunedì mattina (lo so, banale ma in quel momento non mi è venuto niente di meglio…) e lei mi sorride e dice “Ci vediamo dopo”. Non credo che servano altre parole per descrivere la mia sensazione.

Poi ovviamente “dopo” l’ho vista solo da lontano mentre Claudio la intervistava sul barcone, ma non è questo l’importante.

Per il dopo cena, appunto, questa sera abbiamo la navigazione in notturna e, sul battello, l’incontro con Dušan Veličković.

È una serata fresca tra il Danubio e la Sava. Le luci della città, soprattutto dei suoi ponti, si riflettono nelle sue acque creando giochi che da soli darebbero senso a questa mini-crociera. Ma anche il “caffè letterario” fa la sua parte.

Dušan Veličković, nato a Belgrado nel 1947, giornalista, scrittore, film maker ed editore, è una delle voci più coraggiose dell’élite intellettuale serba. Negli anni novanta è stato uno strenuo oppositore al regime di Milošević, e per questo è stato costretto ad abbandonare il Paese, spostandosi prima a Vienna, poi a Parigi e infine a Londra. Tornato a Belgrado nel 1993, è stato a lungo direttore della celebre rivista “NIN”. Nel 2010 è stato tra i fondatori del settimanale belgradese “Novi magazin”. In italiano, oltre ai due racconti inclusi nella raccolta Casablanca serba (Feltrinelli, 2003), la casa editrice Zandonai ha pubblicato Serbia Hardcore (2008) e Balkan pin-up (2013). La Zandonai purtroppo ora è fallita, quindi Veličković non ha più un editore italiano. Se ne è parlato con Eugenio. Lui dice di averlo spinto più volte a contattare Carlo Feltrinelli, di cui Veličković è amico, ma pare che sia restio a farlo. È un peccato. Io, confesso, non lo conoscevo prima, sto imparando ad apprezzarlo in questi giorni. Sto leggendo Serbia Hardcore, che ho trovato in biblioteca e che è relativo al 1999, racconta la vita a Belgrado sotto le bombe. Ho letto qualche racconto anche di Balkan pin-up, che finirò al rientro. Qui sono ricordi più lontani, della sua infanzia e giovinezza nella Jugoslavia di Tito, almeno la parte che ho letto finora. Sono tutti racconti molto brevi, evidentemente è la forma espressiva che predilige. Ne ho ricavato l’impressione di uno scrittore arguto, ironico e autoironico, con uno sguardo molto lucido sulla realtà del suo paese. E comunque ammiro il suo coraggio nell’essere tornato in Serbia quando Milošević era ancora all’apice del potere. Ha rischiato grosso per questo, lui stesso racconta di essere stato pedinato e di aver incontrato il suo amico Slavko Čuruvija, proprietario e direttore del più diffuso tabloid serbo, meno di un’ora prima che venisse ucciso da due uomini mascherati, nel 1999, nel periodo dei bombardamenti NATO, probabilmente perché accusato di essere un traditore.

Questa sera ci legge, nella sua lingua, due racconti, che poi Roni traduce. Quello che mi piace di più è “Hemingway non c’è”, dove racconta le sue notti da scrittore in una città bombardata e si paragona, con autoironia, a Hemingway e a Dostoevskij. Parla della chiesa di San Marco che arde purpurea all’alba, in cima alla via Resavska cinta di edifici del periodo della Secessione, e dice che guardandola qualunque straniero penserebbe che a Belgrado si vive bene. Poi conclude, riferendosi a Hemingway che definì Parigi come una festa mobile:

“Non mi dispiace di non essere Hemingway, rimpiango tuttavia che nessuno abbia descritto Belgrado come una ‘festa mobile’. Forse la città avrebbe avuto una sorte migliore”.

I barconi ancorati lungo le rive del fiume che martellano musica techno e turbofolk ci distraggono, di tanto in tanto, anche con le loro luci e i loro colori. Poi ritorniamo a farci cullare dal rumore del battello e dalla voce di Dušan.

Dopo la lettura sembra leggermente a disagio, come stupito di tanta attenzione. Quando io, per qualche secondo, lo riprendo col telefonino mentre firma autografi (dopo essermi fatto fare il mio, ovviamente) fa un mezzo sorriso, si gira verso di me e inizia, col suo telefonino, a riprendere me che riprendo lui. Ho trovato anche questo un gesto molto autoironico e molto in linea col personaggio.

Anche Sanja, a sorpresa, ha un libro da presentare. Uscirà a breve, pare. Racconta di come una belgradese trapiantata a Milano vive lo strano universo della nostra città, e le persone che lo popolano. Si intitolerà, se ho capito bene, “Ti disturbo?”, che è il classico approccio milanese al cellulare. Chi di noi non l’ha mai detto alzi la mano. Però, come dice lei, a pensarci bene non ha senso. “Se rispondo vuol dire che non mi disturbi, altrimenti avrei potuto non rispondere”.

Effettivamente ha ragione lei, è una cosa che esiste solo da noi, non ho mai sentito non milanesi, o almeno non italiani, usare questo tipo di “codice”. Forse è frutto della nostra ossessione di mostrarci sempre impegnati, e del pensare che anche gli altri vogliano apparire così. O c’è dietro qualche recondito senso di colpa, chissà.

Un altro spunto di riflessione per questo viaggio: sono più “strani” i balcanici o siamo più strani noi?

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(continua…)

 

Questo diario è stato pubblicato, a puntate, anche sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso. Grazie a Eugenio Berra e alla redazione di OBC.

4 comments

  1. Pingback: Il battello della città dei matti - Parte Prima - ViaggieMiraggi
  2. Anonimo · agosto 30, 2016

    direi che con il tempo migliori, Piero!
    molto bello come sempre ,ricco e soprattuto personale.
    acc! ma davvero mi sono persa il pollo al curry con il cavolo cappuccio???
    aspetto con ansia il seguito…
    buona notte!
    elena

    Piace a 1 persona

    • Piero · agosto 31, 2016

      Meno male che non peggioro, Elena! No, sai, con il tempo si fa esperienza e si prova anche a far meglio… il pollo al curry col cavolo Cappuccio, sarò onesto, l’ho copiato dal menù stampato che ci hanno dato ma… se dovessi dire che me lo ricordo mentirei spudoratamente. Il seguito arriverà domani, se va tutto bene. Grazie e buonanotte

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