Al di là delle montagne – 4

Viaggio nel nord della Romania tra Transilvania e Maramureş, alla scoperta di una regione remota ricca di storie e di culture, il cui fascino va ben oltre il mito di Dracula, e di una delle ultime civiltà contadine d’Europa

Giovedì 14 giugno 2018: Quarto giorno – Finalmente Maramureş, la scelta di Peter l’irlandese e Padre Albano, il prete di strada

Partiamo verso le 9, con Eugenio che si è alzato alle 4 per accompagnare Donata all’aeroporto e che un po’ sembra risentirne… ma conto sulle sue capacità di recupero.
Horia è venuto a salutarci, il suo compito finisce qui e un po’ sicuramente ci mancherà.
Dopo tre giorni di Transilvania, è giunto per noi il momento di scavalcare le montagne e di entrare nel Maramureş, uno degli ultimi territori d’Europa ancora poco contaminati, forse l’ultimo dove è la natura a scandire i ritmi della vita e tutto è ancora strettamente legato alla terra. Qualcosa che è Europa sulla carta, ma forse è ancora, almeno in parte, così isolato da essere veramente altro. Lo scopriremo. Per molti è sicuramente la parte più attesa del viaggio.
Ed ecco che finalmente posso spiegare questo titolo: Al di là delle montagne. Per arrivare nel Maramureş bisogna davvero passare dall’altra parte, al di là di quella propaggine dei Carpazi che delimita questo angolo di mondo. Bisogna ripercorrere quella via incantata che una ventina abbondante d’anni fa portò William Blacker a Breb, il “suo” villaggio, e prima di lui altri viaggiatori, come Patrick Leigh Fermor, autore di “Tra i boschi e l’acqua”. È proprio una sensazione fisica quella che provo mentre il pullmino abilmente guidato dal nostro Miki si inerpica sulla strada stretta e tortuosa che supera il passo, e dopo aver scollinato l’impressione è subito quella di trovarsi in un altrove e di aver fatto un salto indietro nel tempo. Sarà anche suggestione, non lo nego, il potere della mente e dei libri. Ma è una sensazione piacevole.
Subito il verde sembra più verde, gli alberi più alti; guardiamo fuori dai finestrini, da una parte e dall’altra, in cerca di chiesette di legno, e ci aspettiamo da un momento all’altro di incrociare un carretto tirato da cavalli adornati con nastri rossi (il rosso qui è un colore beneaugurante, abbiamo scoperto). O di vedere una pentola appesa fuori da una casa, che significherebbe che lì c’è una ragazza in età da marito che si deve sposare.
Sarà che sono seduto vicino a Elena, che è un’altra che ha già letto e profondamente apprezzato William Blacker (io durante il viaggio per essere onesto lo stavo ancora finendo, ndr). In effetti qualcosa di questo genere si vede, sicuramente il panorama è cambiato, è davvero un territorio poco urbanizzato, con grandi distese di prati e covoni di fieno. Non le balle di fieno regolari fatte da una macchina, proprio i covoni di una volta, quelli fatti come un monticello con un paletto di legno in mezzo. Quelli che da noi sono spariti da almeno cinquant’anni.

Ma per ora non possiamo ancora addentrarci in questo mondo a parte che è il Maramureş profondo. La prima tappa è Baia Mare, che è il capoluogo e che è una città di più di 100.000 abitanti.
Arriviamo in tarda mattinata. Il primo incontro fissato per noi è quello con Peter Hurley, ex console onorario irlandese a Bucarest. Eugenio ci ha accennato qualcosa su di lui sul pullmino: sappiamo che ha 50 anni, che vive qui da tempo, si è sposato con una ragazza del posto e sarà padre ad agosto. Il resto ce lo racconterà lui, che ci aspetta al tavolo di un bar in una piazza assolata. È così gentile con noi che vuole, come prima cosa, che possiamo rinfrescarci con una limonata dissetante. Ragazzi, questa si chiama ospitalità. Non per niente è irlandese. Sì, lo so, forse sono un po’ di parte. Io amo l’Irlanda e gli irlandesi, meglio chiarirlo subito. Mi basta sentir parlare inglese con quel meraviglioso accento irlandese, e già divento subito di buon umore e ben disposto ad ascoltare. È un pregiudizio, lo ammetto, ma almeno in questo caso è un pregiudizio positivo. Scopriamo che questo bar offre infiniti tipi di limonate, aromatizzate con le erbe e i profumi più vari. Sono così tante che faccio fatica a scegliere, e allora opto per una limonata classica, liscia e senza zucchero. Sono già concentrato su quello che Peter dirà. Anche il suo aspetto, c’è da dire, è molto irlandese: ha capelli rossi e barba rossiccia con qualche spruzzata di bianco, occhi chiari, porta i jeans e una camicia a quadri.
La sua storia, al di là di tutto, è davvero interessante. Lui parte da Dublino a 25 anni, nel 1993, per esplorare l’Europa dell’Est, un mondo che lo affascina particolarmente. Si ferma a Praga per un periodo, e resta colpito al punto di pensare “Ragazzi, fino ad ora non sapevo cosa fosse il mondo”. Torna in Irlanda ma, senza farne parola con nessuno, comincia a rimuginare sull’idea di trasferirsi in uno dei paesi dell’Est, non sa ancora quale. Pochi mesi dopo, un amico d’infanzia che vive già in Romania lo chiama e, per assoluta coincidenza, lo invita con tono perentorio ad andare a Bucarest per aprire un’attività con lui. Lui prende al volo l’opportunità e, senza pensarci troppo, accetta. Nel ’94 aprono una piccola società che si occupa di marketing e ricerche di mercato. Sono in tre, il più vecchio ha 27 anni. Siamo ancora in quella fase in cui il capitalismo è agli albori in Romania, c’è molta voglia di libero mercato, poche regole e spazio per tutti. Loro sono anche bravi e in breve tempo il successo è travolgente. 15 anni dopo, nel 2009, hanno 150 dipendenti, un fatturato da capogiro di 20 milioni di euro l’anno e una delle agenzie di pubblicità più grandi del paese. È in questo periodo che Peter, come accade a molti imprenditori di successo, diventa anche console onorario del suo paese a Bucarest.
A un certo punto lui si rende conto, però, che quel tipo di successo non gli basta più. Capisce che la cosa più bella di questa esperienza che sta vivendo è in realtà la Romania stessa, soprattutto la gente, la sua anima pura, la sua spiritualità, la sua generosità e la sua immediatezza nel mettersi a disposizione senza riserve quando si ha bisogno di aiuto. E decide che l’unica cosa giusta da fare per lui per ripagare questa gente è mettere le sue capacità e la sua esperienza al servizio di una nuova missione, che è promuovere la Romania stessa.
Ma non puoi – dice Peter – promuovere qualcosa se non la conosci profondamente, se non ne cogli l’essenza. Ed è per questo che comincia a scavare – mentre lo dice fa proprio il gesto di affondare una pala nel terreno – a scavare nel profondo di questa terra, parlando con le persone, guardandole e filmandole. Ne escono due cortometraggi sulla spiritualità rumena, e in breve tempo lui realizza che la sorgente, la fonte di tutto – per dirlo usa la parola rumena izvor, che è una parola slava, Eugenio fa notare che è la stessa parola anche in serbo – non è la Romania urbana, ma la Romania rurale. La struttura stessa del paese è una struttura di tipo rurale. La storia della Romania si è costruita attorno a questo mondo rurale, attorno alla vita di villaggio. Quindi è nelle storie della vita di villaggio che in questi anni Peter ha continuato a scavare, per tirarne fuori l’essenza e capirla fino in fondo, ma anche per aumentare la consapevolezza dei valori di questa vita e dell’eredità che si tramanda attraverso il mantenimento di questi valori.
E la culla della vita di villaggio e di questi valori antichi in Romania è soprattutto un territorio che nel frattempo ha scoperto e di cui si è follemente innamorato, che è – indovinate un po’ – il Maramureş! È qui che c’è l’ultimo esempio in Europa di vita e civiltà contadina da preservare. La gente vive semplicemente del lavoro della terra. Qualche ortaggio, qualche albero da frutta, ma soprattutto immense distese d’erba che, falciata, diventa fieno con cui nutrire gli animali, soprattutto le vacche da latte. Con quel latte si fa il formaggio e lo si va a vendere al mercato, questo è tutto.
Mi colpisce che lui dica esplicitamente che questo stile di vita non c’è più neanche in Irlanda, per quanto anche l’Irlanda possa apparire come un paese ancora a vocazione agricola. Ma lì – argomenta – la vera cultura contadina popolare si è già persa, quello che c’è ora in fondo è tutto un revival; qui invece è una fiamma viva, che non bisogna far spegnere. È un’eredità che si tramanda da secoli, che ha resistito a tutte le guerre e a tutte le invasioni. Ma ora è molto vulnerabile, è vicina alla fine. È una corsa contro il tempo quella che abbiamo davanti per provare a salvarla.
Si stima che ogni giorno in Romania spariscano tre fattorie. Peter paragona lo spopolamento di oggi delle campagne rumene alla grande migrazione che dall’Irlanda, a causa della grande carestia dovuta alla perdita di due raccolti di patate, negli anni ’40 del 1800 portò un milione di persone negli Stati Uniti.
Tutto questo è triste, ma al tempo stesso è un’opportunità, una sfida: bisogna rendersi conto di quanto si perderebbe se questa cultura sparisse e provare a valorizzarla. Dice Peter che tutto dipende dalla prospettiva, dallo sguardo, che noi siamo fortunati a essere qui nel capoluogo del Maramureş. Qui, in questa piazza, è il luogo dove ogni settimana i contadini dei villaggi vengono a vendere i loro prodotti. E quando li vendono non si portano i soldi a casa, al villaggio, ma li spendono qui, in città. Quindi la storia urbana di questa città è fatta in realtà dalla storia rurale dei contadini che fanno vivere questa città. È quello che lui dice ai rumeni, che secondo lui sono in una posizione unica, molto speciale, quella di avere una vita di campagna così sviluppata da essere ad un livello più alto, quasi un’aristocrazia.

In questi anni Peter ha cercato in tutti i modi di portare avanti questa battaglia, di vincere la sfida e di preservare l’unicità di questa cultura. Attraverso la musica, innanzitutto. Dal 2010 organizza un festival musicale che, ogni mese d’agosto, riunisce cantanti e band di musica popolare e tradizionale da tutto il mondo. Ha cominciato ovviamente con i musicisti irlandesi, com’è naturale che sia: l’Irlanda in questo senso ha una tradizione ricchissima. Si ricorda di una violinista irlandese che aveva portato a suonare in un villaggio, e che poi sarebbe dovuta andare a suonare anche in un altro villaggio. Ma lei non voleva più muoversi da lì, dove aveva fatto il primo concerto. Stava lì, a piedi nudi, a suonare con i pastori per far fare più latte alle pecore.
Nel 2010 il musicista irlandese Shaun Davey compose appositamente per il festival un brano intitolato “Voices from the Merry Cemetery” e dedicato al cimitero allegro di Săpănţa (che vedremo domani). Nel 2011 la trasmissione del concerto di apertura su Radio Romania Actualitati, la sera della vigilia di Ferragosto, fcce un milione di ascoltatori.
All’inizio Peter ha investito del suo, per fare il festival. La prima edizione costò 143.000 euro, con un misero ricavo di 1.600 Lei. Ora le cose vanno un po’ meglio, qualche sponsor lo ha trovato e anche qualche finanziamento pubblico. Ma c’è chi continua a chiedersi perché deve essere uno straniero a fare tutto questo per la cultura rurale rumena. Mi scuso se metto in imbarazzo qualcuno, dice Peter, ma la risposta è molto semplice: è impossibile rimpiangere tuo padre quando è ancora vivo. Il padre ancestrale dei rumeni è ancora vivo. Io il mio l’ho perso tanto tempo fa, forse non l’ho mai conosciuto.
Nel dicembre 2012, partendo proprio dal cimitero allegro, Peter ha percorso a piedi i 650 km che separano Săpănţa da Bucarest senza un soldo in tasca, con lo scopo di dimostrare che in Romania questo è possibile, perché i contadini dei villaggi rumeni sono estremamente aperti e capaci di dividere tutto con chiunque vada a visitarli. È un qualcosa che va ben oltre l’ospitalità, è un profondo desiderio di comunicare la loro umanità che è evidente dal primo momento in cui li incontri. E quando sentono che tu ricambi, il loro spirito è così contento che è come se brillassero, e diventa uno scambio magico di gioia. Ricorda ad esempio di quando arrivò a bussare alla porta di un contadino in un piccolo villaggio alle undici di sera, in una notte fredda e tempestosa. La porta era aperta e il contadino, senza nemmeno alzarsi dal letto, mentre guardava la TV, lo invitò ad entrare come se lo stesse aspettando e disse semplicemente: “Nessuno dovrebbe essere fuori in una sera come questa”.
“Ma se fosse stato un rumeno, o peggio un rom?” – chiede Gabriella – “L’avrebbe fatto entrare comunque, o è perché era uno straniero a bussare?”. La domanda è pertinente, e ben posta, ma lui è sicuro che non importa chi sia a bussare, quello che importa è che è un contadino a tenere la porta aperta. Tutto sta lì, nella differenza profonda tra campagna e città. Forse è una visione fin troppo idealizzata, ma lui lo ha sperimentato direttamente e lo dice con un tale trasporto che non si può che credergli.
Ha fatto questo viaggio per mostrare solidarietà con i 9 milioni di rumeni, cittadini dell’UE, che provano a sopravvivere con un’agricoltura di sussistenza in 4 milioni di piccole case di contadini, in assenza di una strategia coerente per il loro futuro. Da questa esperienza ha tratto un libro, intitolato “The Way of the Crosses”. Il titolo viene dalle croci che spesso si trovano ai lati delle strade di campagna rumene, che possono essere semplicemente segni di devozione popolare o anche, a volte, il ricordo di persone che in quel punto hanno perso la vita a causa di un incidente stradale, cosa che da queste parti purtroppo è frequente.
Uno strumento fondamentale con il quale per lui è possibile salvare questa cultura, che è patrimonio di tutti, è il turismo. Ma deve essere naturalmente un turismo responsabile, ecosostenibile e assolutamente non di massa. Un nanoturismo, lo chiama con un’espressione efficace.
In nome di questa sua missione Peter ha persino sfidato, durante una conferenza stampa, il Commissario Europeo all’agricoltura, un irlandese, consegnandogli una lettera dove lo invitava ad agire al più presto per salvare la civiltà contadina rumena. Una lettera che non ha mai avuto risposta.
Ora Peter sostiene la creazione di un fondo di investimento rurale che incoraggi la cooperazione nell’economia locale, in particolare tra i piccoli produttori, e che dia un supporto per accedere a fondi pubblici per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.

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Ci sono cinque parole che, per lui, si possono usare per far passare il suo messaggio, e ognuna di queste è un valore aggiunto, parlando nel linguaggio della pubblicità: la prima è la lingua rumena. Se ci fosse una montagna delle lingue, dice, io non so se il latino sarebbe sopra il rumeno, ma sicuramente entrambe stanno in alto.
La seconda è la fede in Dio. C’è un famoso monaco rumeno che dice che l’ortodossia è connaturata all’essere umano, è lo stato naturale dell’uomo. La Romania è l’unico paese latino ortodosso, anche questo è una sua peculiarità.
La terza sono i Carpazi, che sono la colonna vertebrale del paese. Per i rumeni i Carpazi non sono stati mai un muro, un confine, come per gli ungheresi o per i tedeschi. Erano piuttosto un albero su cui arrampicarsi quando si sentivano in pericolo; di fronte alle avanzate dei nemici, i rumeni si rifugiavano nei boschi dei Carpazi.
La quarta sono le tradizioni. Di queste ci mostra un esempio, che è un fuso per filare la lana. Ma è un fuso molto speciale, di tipo cerimoniale, realizzato tutto in legno e con un disegno unico e particolare. Quando un giovane del Maramureş è in grado di fare questo, lo dà alla sua promessa sposa per simboleggiare tre cose: prima di tutto sono 22 pezzi di legno messi insieme, senza nessuna vite o chiodo, solo ad incastro. Esattamente come le case di legno del Maramureş. Perciò, se un giovane ha l’abilità per fare questo, vuol dire che può anche costruire una casa per la sua famiglia. Questi 22 pezzi che una volta messi insieme non si separano più rappresentano anche la complessità di una relazione di coppia che dura per tutta la vita. Nel centro, ci sono nove spazi vuoti e in ognuno c’è un seme di grano. Così se lo agiti suona, e si può usare anche come sonaglio per i bambini. Dentro il fuso c’è un bambino. Ed ecco la quinta parola, che è vita: la vita che c’è nelle tradizioni. Ogni generazione è un nuovo anello di una catena umana ininterrotta che da millenni tramanda la cultura della terra. Ma ve lo dice direttamente lui in questo video:

 

 

Mentre ascolto Peter penso a quanti punti in comune ha la sua storia con quella di William Blacker. I toni con cui descrive i suoi incontri con la gente del Maramureş, la passione con cui ne parla, il suo desiderio profondo di capire e di portare anche dentro di sé questa cultura. E poi, scusate se insisto su questo, sono entrambi irlandesi. Anche William è di famiglia angloirlandese, pur essendo nato e cresciuto in Inghilterra. Forse il punto di partenza di Peter è diverso da quello di William, e anche il suo approccio in parte lo è, ma le cose che dicono sono molto simili. William alla fine un po’ ha mollato, se n’è andato perché, a parte le vicende personali, ha perso un po’ la speranza, non riconosce più il Maramureş che ha amato. Peter invece continua tenacemente a credere in questo sogno un po’ folle, forse un po’ velleitario, molto poetico, molto irlandese.
Per chi volesse approfondire, qui c’è un bel documentario con il nostro Peter che ci guida alla scoperta della Romania, ripercorrendo il suo viaggio a piedi da Săpănţa a Bucarest:

Discover Romania with Peter Hurley

Dobbiamo purtroppo salutare Peter. Mentre gli stringo la mano gli auguro buona fortuna e gli chiedo se ha già deciso il nome del bambino. “È una bambina” – mi dice – “e si chiamerà Orla Helena”. Helena è il nome della sua mamma, mentre Orla è un antico nome irlandese che significa “Principessa d’oro”. Era il nome della sorella e della figlia di Brian Boru, che fu re e condottiero d’Irlanda intorno all’anno Mille ed è ancora oggi ricordato come l’eroe che guidò le sue armate contro gli invasori vichinghi. Mi sembra molto appropriato.

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Foto di gruppo con Peter

Noi andiamo a mangiare in una vecchia palincieri, che è come dire palincheria, grapperia, nel centro di Baia Mare. E non possiamo che iniziare, nella migliore tradizione balcanica, con un assaggio della palinca del Maramureş, che si chiama horinca ed è una vera religione, lo so da William Blacker, naturalmente. Il menù dovrebbe essere “leggero”: si inizia con una zuppa di verdure e carne alla quale, come abbiamo imparato, si aggiunge panna acida a piacere. Poi arrivano dei taglieri pieni di assaggi di vari formaggi con cumino e altre erbe, da accompagnare con fichi, noci e marmellata di mirtilli. Non ci possiamo proprio lamentare.

Abbiamo parlato tanto di cultura, tradizioni, vita di villaggio e civiltà contadina. Ma qui siamo a Baia Mare, che è una città, ed è una città con grandi problemi. Dopo pranzo ci aspetta un altro incontro importante, quello con Padre Albano, che ce lo farà capire.
Baia Mare significa letteralmente “Grande Buca”. Si chiama così perché è costruita sulle sue ricche miniere d’oro, le miniere che ora non ci sono più. Baia Mare è terra di confine, lontana dalla più movimentata e moderna Bucarest. Qui all’incirca 115.000 anime convivono e si confrontano con gli effetti mai veramente sopiti della storia di questa città, in una particolare combinazione di rurale e moderno.
Si dice che il cielo che sovrasta Baia Mare sia particolarmente intenso, e che una volta la città sia stata colonizzata da alcuni pittori d’avanguardia alla ricerca di colori insoliti e luminosi; quegli stessi colori che si riflettono sulla neve ghiacciata di un inverno a 20 gradi sotto zero, qui alle pendici dei Munții Maramureșului, i monti del Maramureș.
Tra i polverosi palazzoni della città nuova e i centri commerciali, la sensazione che si avverte è quella di un tentativo mal riuscito di rialzarsi, di confrontarsi con la modernità: nell’urbanistica, nella vita economica, politica e sociale sembra essere mancata una qualsiasi fase intermedia capace di favorire il passaggio tra il vecchio regime e il capitalismo.
La ciminiera più alta d’Europa svetta sui kombinat, gli ex edifici che ospitavano gli operai impiegati nell’industria socialista. Palazzoni fatiscenti abitati ora da intere comunità rom. Centinaia di famiglie stipate dentro a vere e proprie bombe ad orologeria, dove le fughe di gas e gli incendi sono all’ordine del giorno, dove la sporcizia si accumula e cola giù da un piano all’altro. Una sorta di villaggio post-industriale in cui esseri umani, cavalli e maiali condividono il pochissimo spazio esistente.
Strada Electrolizei, dove sorgono i kombinat, e la situazione dei rom di Baia Mare balzarono all’attenzione internazionale qualche anno fa dopo un’ambigua mossa dell’amministrazione comunale. Il sindaco Cătălin Cherecheș – rieletto due anni fa mentre si trovava agli arresti domiciliari per corruzione – mise infatti nella sua agenda elettorale la demolizione di Craica, uno dei più poveri campi rom ai margini della città, argomentando così la scelta: “Le sacche di povertà cittadine, dove da vent’anni vengono costruite abitazioni improprie, e dove mancano acqua, una rete fognaria e l’elettricità, devono essere estirpate in quanto rappresentano un disagio per coloro che vivono nei distretti urbani del comune”.
Almeno metà della baraccopoli di Craica venne di conseguenza demolita, e un numero non precisato di famiglie venne letteralmente deportato in Strada Electrolizei, costretto nei kombinat. Solo quando l’amministrazione venne aspramente criticata dalle organizzazioni umanitarie Cherecheș iniziò a parlare di veri piani di integrazione, che rimasero però solo sulla carta.
Non molto tempo dopo, infatti, il sindaco diede l’ordine di recintare la zona dei kombinat con uno spesso muro di cemento alto circa due metri. La giustificazione addotta risiede nell’ampia definizione di “sicurezza cittadina”: “Il muro di Horea-Electrolizei è stato costruito per limitare i numerosi incidenti occorsi in zona”, dichiarò il primo cittadino. “Molti bambini rom, giocando fra i palazzi, correvano il rischio di finire in strada e venire investiti dalle auto. Alcuni di loro, inoltre, si divertivano a lanciare sassi contro gli automobilisti. Grazie a questo muro siamo tutti più sicuri”. Non vi ricorda qualcuno?
Ma la versione secondo cui il muro avrebbe dovuto salvaguardare i bambini rom dai pericoli della strada non convinse una buona parte dell’opinione pubblica, la quale invece parlò di vero e proprio “muro di segregazione”.
Come raccontato in “Il muro di Baia Mare”, un mini reportage del 2011 a cura di Gabriele Pieroni, muro o non muro, è un’altra la barriera da abbattere fra i kombinat: “La ghettizzazione non è frutto del muro. È semmai l’opera di anni di politiche sociali sbagliate, che portano i rom a vivere tutti assieme in quartieri dove la loro presenza è maggioritaria (…). Il muro è una prigione che fa comodo un po’ a tutti. Gli zingari non vedono ciò che succede fuori, è vero. Ma da fuori, nessuno può vedere quello fanno dentro”.
Il Muro di Baia Mare diventa quindi un simbolo pesante di una situazione cancrenizzatasi nel più ampio contesto del cambiamento sistemico romeno: come reazione alla pressione di forze strutturali, le fasce sociali impoverite si ritrovano a fare i conti con condizioni socio-economiche sempre più marginalizzanti e speculari ad una nuova conformazione sociale, urbana, esistenziale. Le nuove politiche abitative diventano una delle maggiori cause nella creazione di marginalità geograficamente isolate, socialmente segregate e culturalmente stigmatizzate. Dal punto di vista delle fasce più colpite, tra le quali spiccano le minoranze etniche, il corrotto e distorto mercato immobiliare sostenuto dalle nuove politiche statali ha generato un processo tutt’altro che democratico, privando le fasce più deboli della possibilità di agire come cittadini.
Le dinamiche che affliggono Baia Mare e le sue comunità etniche sono solo una piccola parte di quello che è la nuova Romania nel contesto comunitario. Queste dinamiche hanno assunto caratteristiche particolarmente preoccupanti in tutte quelle aree post-industriali dove i cambiamenti hanno lasciato intere fasce sociali a fare i conti con deprivazioni e politiche pubbliche discriminatorie.
È la stazione ferroviaria di Baia Mare il luogo in cui le zone d’ombra iniziano ad emergere pesantemente.
Li chiamano “i ragazzi della stazione”. Randagi di strada strafatti di colla che per sopravvivere svendono il loro corpo e aspettano qualche pasto caldo fornito dal furgoncino dell’associazione Volontari Somaschi. Sono moltissimi: rom, moldavi, ma anche ungheresi. Attendono l’arrivo del treno per poi rincorrere qualche viaggiatore con la speranza di racimolare qualche spicciolo per la colla.
La colla è una ferita che qui ha le dimensioni di una piaga sociale. Solventi per scarpe del costo di 2 Lei inalati in modo sistematico fino al collasso cerebrale. La colla fa passare la fame, fa passare il freddo, fa passare le giornate. È un porto sicuro, un migliore amico con cui condividere le proprie paure.
Qui ad occuparsi di questi ragazzi è la Fondazione Somaschi fondata da Padre Albano, senza la quale a Baia Mare sarebbe difficile parlare di assistenza sociale. Oltre a fornire una forma primaria di sussistenza, l’Associazione, attiva da ormai undici anni sul territorio, si occupa dell’organizzazione di una vasta gamma di attività volte all’inclusione sociale dei gruppi svantaggiati, che spesso e volentieri coincidono con le minoranze etniche presenti in Romania. Saranno proprio Padre Albano e Bogdan Ilutiu, presidente dell’associazione, a spiegarci come ogni giorno si combattono ad armi impari la ghettizzazione, il razzismo, la paura.
Li incontriamo in una sala della biblioteca comunale di Baia Mare. Un po’ ne resto sorpreso, mi ero immaginato di vederli nel loro ambiente “naturale”, e magari di poter avere anche qualche contatto con i ragazzi. Ma dice giustamente Eugenio che rischierebbero di vederci come i turisti in cerca di emozioni forti che vanno a vedere le “favelas” come se fossero allo zoo.
Dopo la caduta del regime il cambio di sistema economico e l’inizio delle privatizzazioni innescarono un processo terrificante, a cui nessuno era preparato. Baia Mare era un centro monoindustriale dedito all’estrazione mineraria, e una grossa fetta della popolazione era impiegata o in questa industria, o in quella tessile. Migliaia di persone persero il lavoro. In tantissimi emigrarono in cerca di fortuna, e ben presto gli ex centri monoindustriali come questo diventarono città fantasma. La deprivazione e i continui tagli ai servizi pubblici peggiorarono infine la già difficile situazione tra la parte della popolazione maggioritaria e quella minoritaria.
Quelli più colpiti furono sicuramente i rom. Prima il regime garantiva loro la possibilità di lavorare nelle fabbriche, per effetto della politica definita di “sedentarizzazione”, più o meno forzata. Era una sorta di compromesso, tutto sommato. In cambio della perdita di un pezzo della loro identità culturale, avevano comunque un posto di lavoro sicuro e un’esistenza dignitosa.
Ma ora la situazione rende impossibile ogni tentativo di inserimento. Manca il lavoro, mancano le forme d’assistenza e i programmi di scolarizzazione. Qui il capitalismo ha creato differenze sociali enormi, lasciando indifese grosse fette di popolazione e marginalizzando i gruppi minoritari.
Padre Albano non è decisamente il genere di missionario che ci si aspetta, fin dal look: si presenta tranquillamente in bermuda e t-shirt, nessun segno che lo identifichi come sacerdote; non parla lentamente e a bassa voce, alternando sospiri e pacate parole di pace. È un incontenibile istrione, che è quasi impossibile fermare; cerca abbastanza costantemente la frase ad effetto, e per dare maggiore enfasi non disdegna qualche parolaccia, ma sempre a fin di bene. Lo fa per coinvolgere, non vuole che nessuno possa restare indifferente di fronte alle sue parole, alla realtà che racconta e che vive. Ci mette anche la sua fisicità, che ben si accorda con il suo piglio deciso ed energico.
Sappiamo che la sua ultima trovata è stata quella di imbastire un import-export di legname tra la Romania e l’Italia per finanziare un mercatino di vestiti usati e di beni di prima necessità a prezzi stracciati. Con il suo furgone e l’aiuto dei volontari, preleva i ragazzi dalla strada e li porta su, sui monti, a far legna. In questo modo è riuscito a creare un canale alternativo per immettere i ragazzi in un mondo diverso, per dar loro una possibilità.

Padre Albano ci accoglie con una serie di considerazioni tra il serio e il faceto sulla politica italiana e sul giornalismo italiano, che in parte condivido anche ma che preferisco non riportare qui perché rischierei la querela, o la farei rischiare a lui… ma evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere con qualcuno su quello che sta succedendo nel nostro amato Bel Paese e avere un gruppo di italiani non gli sembrava vero.
Venendo però a quello che fa qui, parte da una frase di Gandhi che lo ha sempre entusiasmato: Spesso sentirete i potenti della terra, anche quelli religiosi, che parlano dei poveri, ma quasi nessuno si ferma mai a parlare CON i poveri.
Facendo un po’ di numeri, descrive così la situazione di Baia Mare: Su 100.000 persone ci sono 10.000 miserabili, più poveri dei poveri, in situazioni veramente critiche, e 20.000 “semplicemente” poveri. Gli altri con 3 stipendi sopravvivono, e poi ci sono pochi ricchissimi. Numeri abbastanza impressionanti.
Grazie al lavoro di Bogdan, Albano e tutta la Fundaţia, numerosi bambini di Pirita e Craica sono riusciti ad accedere all’istruzione prescolare e primaria. Un’eventualità che, senza un appoggio esterno, sarebbe stata sicuramente poco probabile e che li ha salvati da un destino di analfabetismo e di sfruttamento, in tutti i sensi. Dice Padre Albano che esiste anche un mercato, che i bambini vengono a volte comprati, anche da stranieri, e in particolare italiani (in questo settore non manchiamo mai di distinguerci), per farne oggetti di sfruttamento sessuale.
E poi c’è la scuola dei mestieri, che è un altro suo grande sogno che sta per realizzarsi. Oltre ai ragazzi che porta a far legna, ora c’è un nuovo contratto con la Natuzzi, che ha uno stabilimento qui e che metterà a disposizione uno spazio per un gruppo di ragazzi che costruiranno bancali di legno per l’azienda. Poi una Onlus ha dato 100.000 euro per realizzare dei laboratori e una casa che verrà chiamata “La casetta nella prateria”, per i bambini abbandonati.
C’è molto volontariato, ad esempio signore che vengono a cucinare per i bambini. Si è creato un clima di fiducia che favorisce anche la lotta all’abbandono scolastico perché i genitori, che erano i primi a non credere nella scuola, ora accompagnano i figli a scuola. Anche le istituzioni scolastiche locali faticavano a capire che l’abbandono era anche figlio del disagio sociale, che famiglie che non avevano di che mangiare o di che scaldarsi durante i rigidissimi inverni difficilmente potevano mandare i figli a scuola. E pur di non perdere i contributi europei venivano falsificati i registri segnando come presenti anche i bambini che non andavano a scuola. Ma ora alcuni insegnanti sono venuti a vedere la scuola di Padre Albano e stanno cominciando a capire.
Se la prende anche con la Chiesa, sia quella di qui che quella italiana, e non è difficile capire perché, come non è difficile immaginare come e perché sia stato messo ai margini in Italia e abbia deciso di venire qui. È un prete di strada che può ricordare Don Gallo o Don Ciotti, sicuramente un prete scomodo, uno che però fa quello che forse dovrebbero fare tutti i preti, se prendessero sul serio quella che dovrebbe essere la loro missione. In Romania c’è un detto: “Segui quel che il prete dice, non quel che fa”. Ecco, per lui è proprio il contrario. Quello che fa lo definisce come e più di quello che dice.
Anche parecchi giovani italiani, soprattutto d’estate, vengono a fare i volontari. E così lui invita anche noi, invita per esempio le signore del gruppo che vogliono a venire qui e a cucinare per 200 bambini.
Elena chiede di Parada, la fondazione del clown franco-algerino Miloud che lavorava con i bambini di strada che sniffavano colla nelle fogne di Bucarest. Lui dice che Parada non c’è più perché Miloud, purtroppo, è andato fuori di testa. Ma a Bucarest c’è il Don Orione.
Ci parla poi con commozione di un ragazzo di 14 anni morto pochi giorni fa, e del suo funerale.
Ci dedica anche più tempo del previsto, perché la voglia di parlare dei suoi progetti è tanta. Ma alla fine lo dobbiamo proprio salutare, anche se è un saluto che si prolunga in un’altra mezz’ora almeno di piacevoli chiacchiere. Dobbiamo partire verso il villaggio dove dormiremo questa sera.

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Padre Albano

Restando sull’argomento rom, Eugenio ci aveva letto per preparare questo incontro con Padre Albano alcuni stralci del libro “I rom d’Europa” di Leonardo Piasere, che racconta la storia di questo popolo di cui si parla tanto spesso senza saperne quasi niente. Sarà banale dirlo, ma per giudicare bisognerebbe prima conoscere, anche se questo concetto non è più in voga da parecchio ormai, anzi va sempre peggio in questo senso. Siccome però io sono ancora affezionato, forse stupidamente, a quest’idea, vorrei riportare anche qui un estratto, come piccolo contributo di conoscenza.

 

Le tracce della presenza rom nelle terre bizantine prima del Trecento sono sporadiche e non sempre chiare. Alcuni documenti del Trecento e del Quattrocento, più dettagliati, ne attestano la presenza in terre greche, dove già convivono con le popolazioni locali in situazioni che prefigurano quelle che nell’era moderna caratterizzeranno le loro esistenze anche in altre parti d’Europa.
Viene chiamato modello balcanico quello che vede l’inserimento dei rom nelle strutture socio-economiche locali attraverso il sistema tributario e/o lo sfruttamento coatto della loro forza lavoro, che si ritrova molto sviluppato nei Balcani ottomani.
La situazione dei rom sotto gli ottomani, pur non essendo ancora stata studiata a fondo, non è sconosciuta e si può dire per certo che essa era completamente diversa da quella che si ritrovava in Occidente. Gli ottomani non hanno mai bandito i rom dai loro territori.
La popolazione rom era divisa in unità fiscali (ğemaat), composte di unità minori (mahala, quartiere) ciascuna affidata a un capo, responsabile verso il governo. Un ğemaat poteva essere costituito da una banda nomade (ghezende). I rom svolgevano molteplici attività, spesso legate all’artigianato: calderai, fabbri ferrai, spadai, orefici, sarti, macellai, lavoratori del cuoio, tintori, guardiani, servi, corrieri ecc. Erano pure boia e impagliatori di teste (dei nemici decapitati in battaglia, fatte portare a Istanbul), lavoro immondo a cui erano costretti e che i non rom rifiutavano. Dal 1800, in Bulgaria e altrove, aumenta la tendenza dei rom a insediarsi nelle campagne e a diventare contadini. Come è noto, la schiavitù era molto praticata nell’Impero ottomano, ma in generale i rom non erano schiavi; essi potevano essere resi in schiavitù se non pagavano il tributo annuale (harağ), ma per il resto sono entrati a pieno titolo nel gioco delle multiformi identità del cosmopolitismo balcanico, con le sue accettazioni e i suoi odi, i suoi conflitti, i suoi stereotipi. Anche se i rom costituivano gli ultimi gradini della stratificazione sociale ed erano spesso mal considerati e mal trattati, non hanno mai subito le politiche di negazione totale messe in atto in Occidente.

Ben diversa era la situazione in Valacchia e in Moldavia. È in questi due principati cristiani, per secoli vassalli degli ottomani, che dal Trecento all’Ottocento si costruisce il più grande, sistematico, controllato sistema schiavistico dell’Europa moderna.
Il principe Dan I, nel 1385, conferma al monastero di Tismana la donazione di quaranta famiglie di atsigani, già appartenute al monastero di Vodiţa. La donazione era stata fatta dal principe Vladislav I fra il 1371 e il 1377. Questo è il primo documento che attesta la presenza zingara nell’attuale Romania e parla già di zingari schiavi. A partire da questa data la documentazione diventa imponente, anche se resta largamente inesplorata: è uno dei più grandi silenzi costruiti dagli storici moderni.
La Valacchia e la Moldavia, incerti stati sorti dalle brume del collasso bizantino, delle continue invasioni tartare, delle mire espansionistiche di tutti i vicini, di un legame che si mantiene stretto con la Chiesa greca, tra il XV e il XVI secolo cercano di parare la travolgente avanzata ottomana dandosi in vassallaggio all’Impero ottomano stesso. Il vassallaggio comporta il mantenimento di una certa autonomia amministrativa, che si fa risicata in certi periodi, ma che permette la non islamizzazione dei due principati.
La struttura sociale era di tipo piramidale e contemplava, al di sotto dell’Impero e del voivoda, i boiari e il clero; seguiva una piccola classe di mercanti composta soprattutto da ebrei e greci, e poi vi era la grande massa dei contadini. I contadini potevano appartenere a villaggi liberi o a villaggi asserviti (asserviti a uno o più boiari o a enti ecclesiastici, specie monasteri). Al di sotto c’erano gli schiavi (robi) e, tranne che per un breve periodo, fino agli inizi del Quattrocento, in cui ci sono anche dei tartari, gli schiavi potevano essere solo zingari, tanto che i due termini robi e ţigani diventano alla lunga sinonimi.
Uno zingaro, appena metteva piede in uno dei due principati, era automaticamente uno schiavo del principe. Gli zingari del principe dipendevano formalmente dal tesoriere di corte, che doveva tenerne la “contabilità”: redigeva registri in cui essi erano suddivisi per gruppi occupazionali (tagme) e ogni gruppo per ceate, gruppi sedentari o bande nomadi che giravano per il territorio svolgendo il proprio lavoro, con l’impegno di versare una volta l’anno o a rate il bir (tributo) stabilito. Queste bande erano guidate da un “capo” o “giudice” (vătaf), responsabile di tutto il gruppo verso il principe. Insomma (questa è una nota mia), l’idea del censimento dei rom non è poi del tutto nuova…
In base al nome dei gruppi occupazionali, che poteva indicare il mestiere principale più che la reale gamma dei mestieri praticati, essi erano divisi in aurari (cercatori d’oro), ursari (addestratori di orsi e altri animali), lingurari (fabbricanti di utensileria in legno), lăieşi (calderai, fabbri, esercitanti mestieri vari).
Anche i boiari e i monasteri potevano avere i loro lăieşi, che svolgevano i lavori per loro e per il resto giravano per la regione, ma per lo più possedevano gli schiavi detti “di casa”, i quali a loro volta potevano essere divisi in schiavi “di corte” e schiavi “di campo”.
Gli “zingari di corte” svolgevano tutti i lavori necessari in una casa nobiliare che tendeva a essere il più autosufficiente possibile. Erano fabbri, ciabattini, macellai, cuochi, domestici, giardinieri, bovari, guardie del corpo, guardiani, falegnami, carpentieri, muratori, fabbricanti di mattoni, sarti, musicisti ecc. Da notare che i rom venivano venduti insieme ai loro familiari, e le donne e i bambini concorrevano all’espletamento dei lavori della casa signorile o del monastero.
Un monastero o un boiaro poteva aumentare il proprio numero di schiavi in diversi modi. Prima di tutto attraverso la normale crescita demografica, per cui i matrimoni tra schiavi (e tra schiavi e non schiavi) erano strettamente controllati con varie interdizioni e c’era tutta una normativa che stabiliva la proprietà dei figli. Poi, oltre che ricevuti in donazione, gli zingari potevano essere comprati (anche in parte), scambiati, ricevuti in eredità, portati in dote. Si conoscono casi di boiari che fanno incursioni fuori dal principato (nell’allora vicina Polonia, in Sassonia) per razziare zingari e portarseli a casa.
Gli zingari erano abbastanza cari, equiparati agli animali più cari in assoluto, i cavalli. Erano un capitale di valore.
Anche se non risulta che ci siano mai state violente ribellioni di massa alla Spartacus, piccole ribellioni localizzate sembra siano spesso avvenute, specie contro i propri capi. Ma le modalità di ribellione più consuete erano altre: i rom non si presentavano al lavoro e si nascondevano, oppure si davano alla fuga.
I proprietari non avevano diritto di morte sui propri schiavi, eccetto il principe, ma la repressione poteva essere comunque durissima. Tra le sevizie più comuni c’erano la bastonatura delle piante dei piedi, e un collare a raggi appuntiti che non permetteva di appoggiare mai la testa. Anche l’imprigionamento e la messa ai ceppi nei monasteri erano comuni.
Possiamo suddividere l’era della schiavitù in tre periodi:

  • Il periodo consuetudinario (fino al 1780 circa), nel quale la schiavitù si consolida e viene retta da norme non scritte.
  • Il periodo normativo (un cinquantennio tra il 1780 e il 1832 circa), quando la schiavitù raggiunge il suo massimo e i governanti sentono il bisogno di codificarla precisamente.
  • Il periodo abolizionista (grosso modo tra il 1827 e il 1856), caratterizzato dalla campagna interna, prima condotta in sordina, poi sempre più impetuosa, contro la schiavitù zingara, che sarà definitivamente abolita nel 1855 in Moldavia e nel 1856 in Valacchia.

E in Transilvania? Posta al di là dei Carpazi, la Transilvania aveva subito influenze storiche e culturali diverse nel corso dei secoli, e anche la storia dei rom in questo paese è in parte diversa. Anche qui i primi documenti del basso Medioevo parlano di zingari schiavi, ma pare che la schiavitù non si sia poi sviluppata come altrove. Sta di fatto che, per alcuni secoli, i rom hanno goduto in Transilvania di un’autonomia altrove sconosciuta.
Da quando la regione cadde sotto gli ottomani fu istituito un “voivodato degli zingari”, dato in assegnazione a nobili transilvani i quali dovevano controllare tutti gli affari concernenti gli zingari, in primo luogo il versamento delle tasse.
Pare evidente che, tra il 1700 e il 1780, già sotto gli Asburgo, si facciano forti le spinte verso un consolidamento delle forme esistenti di schiavitù. Un esempio è questa pagina tratta dal diario di un nobile transilvano del Settecento:
“In questi giorni sono fuggiti tre schiavi zingari e sono stati catturati dal magnifico servitore Fara Janos. Uno, di nome Chutschdy Peter, è già la seconda volta che fugge. Su suggerimento della mia amata moglie, l’ho fatto battere a sangue nelle piante dei piedi e poi gli ho fatto tenere i piedi immersi in acqua e soda caustica. Dopo di che, gli ho fatto tagliare il labbro superiore, l’ho fatto cuocere e gliel’ho fatto mangiare. Agli altri due zingari, di nome Rütyös Ferki e Tschingely Andris, ho fatto dare cinquanta bastonate e li ho costretti a mangiare due carriole di letame”.
La schiavitù e la servitù della gleba sono abolite ufficialmente con le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II alla fine del Settecento, ma di fatto solo nel 1848.

 

Avendo sentito tutto questo, si capisce meglio perché qui in Romania la marginalizzazione e la stigmatizzazione sociale del popolo rom sono così forti, forse più che in ogni altra parte d’Europa. Questo clima affonda le sue radici molto lontano, nel passato. Del resto, una delle leggende sui rom dice che furono loro a forgiare i chiodi per la crocifissione di Gesù, e quindi furono condannati da Dio a vagare per il mondo per l’eternità. Ma si capisce meglio anche perché dall’altra parte, da parte dei rom, ci sia tanta diffidenza e a volte ostilità nei confronti dei gagé, dei non rom. Queste cose restano, nella memoria storica di un popolo, ed è molto difficile cancellarle.
Eppure, scriveva Konrad Bercovici che “La Romania senza zingari è inconcepibile, come l’arcobaleno senza colori o la foresta senza uccelli”.
Mentre l’inglese Henry Crofton diceva: “Gli zingari sono i beduini delle nostre terre e dei nostri boschi, non sono reietti della società, si mantengono volontariamente lontani dalla sua organizzazione oppressiva, e rifiutano di accettare i vincoli che essa impone. La monotonia e le costrizioni della vita civile, la ripetitività del lavoro e del commercio, i cieli plumbei, gli spazi chiusi, la mancanza di vivacità e bellezza naturale – queste condizioni di esistenza sono per loro insopportabili.”
Questa visione romantica del popolo rom – ma si possono chiamare anche zingari, in fondo, tutto dipende dal tono; in italiano il termine suona dispregiativo, è vero, ma spesso anche tra di loro si chiamano così, in modo più o meno scherzoso – questa visione è ovviamente quella che abbraccia anche William Blacker nel suo libro. Quando parla delle infedeltà della sua prima “fiamma” zingara, Natalia, cita il poemetto di Puškin “Gli zingari”, dove un vecchio, a proposito della zingara Zemfira, dice: “Non esser triste… tu ti preoccupi senza ragione. Tu ami con angoscia e furore. Una donna ama a cuor leggero. Guarda come la luna vaga libera in cielo e getta la stessa luce sul mondo intero… Chi vorrebbe indicarle un posto nel firmamento e dirle di restarci?”.
Ora, è proprio verso il Maramureş profondo raccontato da William Blacker che ci dirigiamo. E riempiendoci gli occhi dei primi panorami autenticamente maramureşeni raggiungiamo Vadu Izei, dove passeremo questa notte.
Questo è un villaggio così piccolo che è anche difficile trovare una pensione abbastanza grande per ospitarci tutti. E così dobbiamo dividerci in due gruppi. Eughenio ci annuncia che, nello scegliere chi doveva andare nella pensione “principale”, diciamo così, la prima che aveva scelto, e chi no, ha seguito il criterio più equo possibile: il classico “chi tardi arriva, male alloggia”. Nel senso che chi ha prenotato il viaggio prima ha il posto in teoria “migliore”, forse solo più comodo. Comunque io, che per ragioni personali ho potuto confermare il viaggio relativamente tardi rispetto ad altri, mi ritrovo nel gruppo detto dei “poveri” o degli “emarginati” (ci abbiamo giocato parecchio, su questa cosa… così, per ridere) con Irma e con Angela, Anna e Lucia, ovvero le tre signore di Sant’Arcangelo di Romagna. Bene, penso, sarà l’occasione per conoscerle un po’ meglio. E, ve lo dico subito, scopriremo che in questo caso “male alloggia” è veramente solo un modo di dire.
Si capisce fin da subito, in realtà. La nostra pensione, gestita dalla simpatica Ramona, è bella e accogliente. Tutta in legno, ovviamente. Molto curata, poche stanze tutte sullo stesso pianerottolo, arredate in modo semplice ma con gusto, i balconcini pieni di fiori. Ti dà quel senso di calore che ti fa sentire subito a casa. E il posto è magnifico, su questo non c’è dubbio. Lo sguardo spazia sulle colline boscose circostanti, una distesa di verde a perdita d’occhio con qualche casetta di legno qua e là. Un paesaggio che dà una sensazione di pace.

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Ramona parla un discreto inglese, ma conosce anche qualche parola di italiano, che si sforza di provare a usare per metterci a nostro agio. Ci presenta suo figlio Vladuţ (si pronuncia Vladuz, è un diminutivo-vezzeggiativo di Vlad o Vladislav), un ragazzino di circa dieci anni.
Abbiamo giusto un’oretta per fare una doccia e rilassarci un attimo, poi dobbiamo muoverci per andare a cena all’altra pensione, quella dei “privilegiati”, che si chiama Doina. Dobbiamo fare due o forse tre chilometri di strada, sulla distanza esatta ci sono pareri discordanti, ma comunque non ci spaventa e, di comune accordo con le altre “emarginate”, abbiamo deciso di farceli a piedi piuttosto che in pullmino. Così Miki può rispettare le sue ore di riposo e noi ci facciamo una passeggiata, che sarà sicuramente piacevole. Ramona ci ha spiegato come arrivare, e del resto non è particolarmente difficile: di fatto tutto il villaggio si sviluppa ai lati di un’unica strada sterrata.
Ed è davvero piacevole, camminiamo tra alberi di noci e di nocciole, con un torrentello che scorre al lato della strada, qualche croce, una chiesa bianca e tante case di legno nello stile dei villaggi del Maramureş che stiamo imparando a conoscere. Intanto ci stiamo conoscendo un po’ meglio anche tra noi. Scopro per esempio che Lucia, o forse dovrei dire Lucie, è cresciuta in Francia, vicino a Grenoble, perché il papà era emigrato da quelle parti per lavoro, è un’attrice di teatro e cantante, e ha tante storie interessantissime da raccontare.
La cosa che più si nota, e che forse più caratterizza questi villaggi, sono i cancelli. Praticamente tutte le case hanno un cancello con un portale in legno intagliato, che oggi indica la condizione sociale e la ricchezza degli abitanti della casa, ma in origine serviva, secondo la credenza popolare, per tenere lontani gli spiriti maligni. Nel Maramureş spesso la religione ortodossa si impasta con antichissime credenze precristiane. I cancelli rappresentavano la barriera simbolica tra la sicurezza della casa ed il mondo esterno sconosciuto (immaginate le buie foreste carpatiche di qualche secolo fa), e la gente poneva denaro, incenso ed acqua santa sotto di essi per assicurarsi una maggiore protezione contro le forze del male. Tra le figure scolpite l’albero della vita, il serpente (guardiano contro gli spiriti maligni), uccelli (simboli dell’anima umana) o un volto (sempre per proteggersi dagli spiriti). Nelle decorazioni ricorrono anche corde o catene, che rappresentano i legami con il passato e tra le generazioni, ognuna delle quali è un anello della catena. Anche la recinzione è fatta quasi sempre di legno intrecciato.
Nel Maramureş si dice che un cancello di ferro va bene per un cimitero, non per la casa di un uomo. Per una casa ci vuole il legno perché il legno è vivo, il legno respira, il legno avvolge in un abbraccio caldo e protettivo, e questo vale anche per il portone.
Da uno di questi cancelli ci viene incontro Maria, che ha sentito parlare italiano e ci vuole dare il benvenuto. Lei che per cinque anni e mezzo ha fatto la badante in Italia, e che ci vorrebbe tornare, perché è il paese dove si è trovata meglio (probabilmente ha lavorato anche in altri paesi), ma ora deve stare qui per curare i nipotini. La figlia è a Treviso, il figlio è anche lui via per lavoro; qui c’è la nuora, che tiene per mano Iulia Maria, di tre anni, e in braccio la piccola di due mesi.
Parla bene l’italiano, Maria. Ha vissuto a Ispra, sul lago maggiore, e a Varese, ovviamente conosce anche Milano. Ricorda con tenerezza le anziane signore che ha accudito.
Iulia Maria ci invita a entrare tirando dolcemente per il braccio una delle signore, ma purtroppo le dobbiamo spiegare che ci piacerebbe, ma ci aspettano per cena alla pensione.

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Anche questa pensione, bisogna ammetterlo, è carina, ha uno splendido giardino e anche dentro non è affatto male. Però a noi la nostra pensione dei poveri piace, ci va bene così.
In tavola troviamo una brocca con qualcosa che all’inizio ci sembra succo di mirtillo, ma la cosa sarebbe sospetta… e in effetti basta un po’ di naso e un sorso per capire che è ţuica al mirtillo! Che è leggera e per l’aperitivo va benissimo.
La cena prevede come sempre una zuppa, poi maiale con patate e peperoni in abbondanza. Il dolce è una specie di bombolone che dopo cotanto pasto non ci starebbe, ma come si fa a mandarlo indietro? Non ho cuore di farlo. E poi, grazie ad un’altra grappa decisamente più forte che deve essere horinca, va giù abbastanza tranquillamente anche lui.
Senza dimenticare che, prima di andare a dormire, abbiamo da fare la passeggiata per tornare da Ramona, che ha anche un ottimo effetto digestivo.

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(Continua…)

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